D'improvviso si staccò da lei e le cacciò gli occhi dentro il viso; tremò tutto; un ruggito gli irruppe dal fremente petto.
Fathma era tutta ad un tratto cangiata. Lo smarrimento, il terrore l'angoscia, poco prima scolpiti sul volto di lei erano completamente scomparsi. Era diventata cupa e nei suoi occhi scintillava una fiamma sinistra. Ridiventava l'araba fiera, selvaggia, indomabile.
—Fathma! disse egli. Rispondi in nome di Dio! Tornerai tu a diventare la mia favorita? Tornerai a farmi felice? Io ti farò grande, io ti farò potente!
—No! diss'ella risolutamente, svincolandosi da lui.
Ahmed retrocesse barcollando. Credette di avere male compreso.
—Ripetilo! ripetilo! gridò egli.
—Odimi, Ahmed! esclamò Fathma con sorda voce. Tu sei potente, tutti i popoli del Kordofan chinan la fronte nella polvere dinanzi a te, tutte le donne delle tribù che tu comandi sono tue. Fra esse ve ne son mille e mille più belle, più nobili, più forti di me, ve ne son mille e mille che andrebbero orgogliose dei tuoi baci, dei tuoi abbracci. Prendine una e lascia che io segua la stella che mi allontanò da te. Scava un abisso fra me e te, imponi silenzio al tuo amore: dimenticami.
—Dimenticarti?… Amare un'altra!… Perderti!… balbettò Ahmed.Perchè?… Non mi ami più adunque?… Fathma!…
L'almeasi prese la testa fra le mani con gesto disperato. Chiuse gli occhi, poi li riaprì umidi di pianto.
—Ahmed, diss'ella con voce ancora più alterata, quasi commossa. Non tentarmi, che fra noi due tutto è finito. Un tempo ti ho amato, un tempo per te avrei dato tutto il mio sangue, avrei commesso persino dei delitti. Un giorno si operò in me un improvviso cangiamento. Sentii che il mio amore sfumava lentamente, sentii infine che non ti amava più. Lottai, te lo giuro, lottai strenuamente contro la nuova passione che s'era scatenata tremenda nel mio cuore. Piuttosto che contaminare la tua capanna, fuggii.
—Perchè? Con chi?
—Con un uomo che era tuo soldato e che mi aveva, mio malgrado, affascinata. Sei mesi dopo il mio amante moriva nella battaglia di Kadir. Mi mancò il coraggio di ritornare ai tuoi piedi e ripresi la mia errante carriera, trascinandomi di città in città, di villaggio in villaggio, allontanandomi sempre più da te. Io temeva la tua vendetta.
—Continua, sciagurata.
—Una notte, un prode arabo…
—No, un prode, di' un vigliacco! interruppe Ahmed furibondo.
Fathma si raddrizzò quanto era alta, pallida, fremente, vibrandogli uno sguardo feroce.
—Taci, Ahmed, taci! diss'ella con voce strozzata. Non insultare gli eroi!…
—Continua!
—Una notte, come ti dissi, un prode arabo mi salvò la vita. Quell'arabo era bello, era forte e mi impressionò. Ci trovammo a Hossanieh ed egli mi amò. Ero sola, senza difesa, in un paese sollevato a rivolta; fra me e te ormai esisteva un abisso e lo amai. Ho commesso forse un delitto amando quell'arabo che espose la sua vita per salvare la mia? Ho commesso forse un delitto appoggiandomi a lui? Parla, Ahmed: se tu ti fossi trovato nella mia situazione, non avresti fatto altrettanto?
—No! No! Fathma! Tuo dovere era quello di scavare un abisso tra te e quel miserabile, di colmare quello che avevi scavato fra me e te e ritornare fra le mie braccia. Chissà… forse ti avrei perdonato.
—Non ne ebbi il coraggio. Mi facevi paura.
—E oggi?
—Oggi…
—Ebbene?
—Mi fai ribrezzo!
Ahmed emise un ruggito, un ruggito simile a quello che emette il leone quando è colpito a morte. Egli si avventò come un pazzo contro Fathma, se la serrò contro il petto facendole scricchiolar le ossa, la baciò, le morse furiosamente i neri e lunghi capelli ripetendo:
—Ti odio e ti amo immensamente.
Fathma, spaventata, cercò di sciogliersi da quella stretta e di sottrarsi a quei baci che le facevano l'effetto di tanti colpi di pugnale.
—No, no, gridò Ahmed delirante. Non mi fuggirai più, io ti amerò anche se tu non vorrai, io ti farò mia dovessi impiegare la forza.
Egli l'aveva abbrancata ancor più strettamente e la trascinava verso l'angareb. Fathma gettò un grido.
—Lasciami, Ahmed! Lasciami! gridò ella dibattendosi disperatamente.
Il Mahdi la guardò con occhi di fuoco.
—Sei mia! sei mia! le fischiò agli orecchi.
—Lasciami, lasciami! rispose Fathma mordendolo in un braccio. Non appartengo più a te. Sono di Abd-el-Kerim.
—Ti amo, Fathma! Ti amo!
—Ti odio, ti maledico, ti disprezzo!
Ahmed cercò di rovesciarla sull'angareb. Fathma balzò in piedi come una leonessa, poi alzando il pugno lo lasciò cadere sul volto del Mahdi che si coprì di sangue.
Ahmed digrignò i denti. La sollevò, la scosse come una piuma, e la scagliò a rompersi il capo contro la parete.
—Fathma! diss'egli con terribile calma. Sei perduta!…
CAPITOLO XI.—Il perdono.
El-Mactud era verde per l'ira e si rodeva d'impazienza. Cinque interminabili giornate erano trascorse da che aveva dato nelle mani di Ahmed, Fathma, e non ancora gli era pervenuta la tanto desiderata grazia di Notis.
Venti volte, lo sceicco, che aveva una paura fortissima che Ahmed lo avesse corbellato, aveva chiesto di entrare neltugule venti volte gli avevan risposto che Ahmed non riceveva nessuno. Stava per uscir dai gangheri e ricorrere a qualche mezzo estremo a rischio di farsi tagliare la testa, quando il mattino del sesto giorno vide i tre vizir del campo Ibrahim, Juban e Ahmed e Gustavo Klootz[1] entrare in furia neltuguldel Mahdi.
[1] Gustavo Klootz era stato servo del Barone di Cettendorfs, poi di O'Donovan,reporterdelDaily-News. Due o tre giorni prima della battaglia di Kasghill era scomparso dal campo e alcuni dissero che aveva informato il Mahdi delle forze che conducevano Hicks e Aladin pascià. L'illustre missionario D. Luigi Bonomi mi disse che Klootz era incapace di tradire così slealmente gli egiziani.
Presso le orde passava per un confidente del Mahdi; D. Bonomi mi disse che lo era solamente in apparenza. È certo però, che consigliava talvolta il Profeta.
Gustavo Klootz cercò spesso di migliorare la triste sorte dei missionari prigionieri.
Con un salto lo sceicco fu alla porta della capanna. Aveva compreso che qualche cosa di grave era accaduto e che forse lo riguardava. Dopo di aver insistito, ma invano, per entrare, si rassegnò ad aspettare che iviziruscissero per interrogarli.
Non corse molto tempo che uno di essi, Juban, comandante delle truppe irregolari, comparve. Egli mosse incontro allo sceicco che brontolava a pochi passi dalla capanna.
—Cercava appunto te, gli disse il vizir.
—Ne era ben tempo, rispose El-Mactud.
Juban si trasse dalla cintola una pergamena arrotolata e la porse allo sceicco che la prese con vivacità.
—Questa è la grazia che tu hai chiesto. Vattene, ma non dimenticare che questa grazia l'hai ottenuta condannando a morte la più bella donna del Kordofan.
—Che intendi di dire? chiese lo sceicco tremando. Spiegati,vizir.
—Han condannato a morte la povera Fathma.
—Giusto Allàh!
—Fra un'ora Yokara l'annegherà nel lago Tscherkela. Vattene, traditore, nè osa comparirmi più dinanzi. Io ti disprezzo.
Ilvizirgli volse sdegnosamente le spalle e rientrò neltugul. El-Mactud, trasecolato, rimase lì, colla testa china sul petto e le labbra strette, strette.
—Han condannato a morte l'almea! mormorò egli con isgomento. E sono stato io a darla nelle loro mani. Povera donna!… Orsù, cacciamo le emozioni in fondo al cuore e tiriamo avanti. È l'inviato di Dio che l'ha condannata. D'altronde non vi era altro mezzo per salvare il greco.
Si passò a più riprese la mano sulla fronte e terminò col crollare le spalle. Si avvicinò a Medinek, il quale teneva per le briglie un magnifico cavallo nero, di razza abù-rof, che scalpitava impazientemente e rodeva il freno macchiandosi il lucente petto di candida bava.
—Tu rimarrai qui, gli disse lo sceicco. Qualunque cosa accada, non ti allontanerai daltuguldi Ahmed.
Balzò agilmente in arcione, cacciò un paio di pistoloni nelle fonde della sella, raccolse le briglie e lanciò l'ardente corsiero sulla via di El-Obeid.
Imuezzindall'alto degli esili minareti invitavano i credenti all'ed-dòkr(preghiera del mezzodì) quando lo sceicco giungeva alla capanna dove era custodito il prigioniero.
Alcuni guerrieri erano accocolati dinanzi alla porta, pranzando con fegato di cammello condito con pepe rosso, fiele e orina di mucca[1]. Vedendo lo sceicco arrestarsi e scendere da cavallo, s'alzarono come un sol uomo brandendo le lancie e i loro moschettoni.
[1] I sudanesi usano condire tale cibo con orina quando non hanno sale.
—Chiamatemi il vostro capo, disse El-Mactud. Ordine dell'inviato diDio!
Un istante dopo sulla soglia della capanna appariva un negro riccamente vestito e armato fino ai denti. Quest'uomo era Omar.
—Sei tu il capo di questa gente? gli chiese El-Mactud.
—Sì.
—Leggi, disse lo sceicco, consegnandogli la pergamena del Mahdi.
Omar l'aperse e vi gettò sopra gli occhi. Tosto trasalì come un condannato che vede la mannaia del carnefice levarsi improvvisamente sulla sua testa e fece un gesto di disperazione.
—Graziato!… Notis graziato!… balbettò egli. Questa pergamena è falsa! Non può essere… non può essere!
—Bada ai casi tuoi, disse El-Mactud minacciosamente. Porre in dubbio una pergamena dell'inviato di Dio è pericoloso per la testa di un uomo.
Omar lo comprese e non osò continuare. Tuttavia non voleva cedere quel greco che tanto odiava, senza parlare prima con Abù-el-Nèmr.
—Odimi, disse alloscièk. Io credo alla pergamena, ma lasciami due ore di tempo onde io parli collo sceicco Abù-el-Nèmr; poi ti cederò il prigioniero.
—Non ti accordo nemmeno cinque minuti. Ad Ahmed occorre sull'istante il greco.
—E se io mi opponessi colla forza?
—In tal caso mi recherò dalmudir(governatore della città), farò assalire il tuotuguldalla guarnigione e uccidere tutti i tuoi guerrieri.
A quella minaccia, Omar si sentì mancare la forza di resistere oltre. Egli si trasse da un lato appoggiandosi alla parete per non cadere. Un sordo gemito gli uscì dalle labbra.
El-Mactud attraversò con un salto la soglia e si precipitò come bomba nella capanna. Là, su di unangarebdisteso supino, col volto fra le mani, se ne stava il greco Notis. Al fracasso che fece lo sceicco entrando, scattò in piedi. Due grida rimbombarono.
—Notis!…
—El-Mactud!…
Bianco e negro si abbracciarono con effusione.
—Tu qui! esclamò il greco che stentava a credere di aver proprio dinanzi a sè lo sceicco. Ma come mai? Chi ti condusse? Sei forse prigioniero?
El-Mactud invece di rispondere, prese il suojatagane lo passò nella cintura dell'amico.
—Ma che vuol dire ciò? chiese Notis che non capiva assolutamente nulla.
—Ciò significa, amico mio, che tu sei libero.
—Libero!… Io libero!… Ma come!… Hai sbaragliato i guerrieri che mi custodivano, forse?
—Niente affatto; è Ahmed che ti ha graziato.
—Ah! l'eccellente uomo!
—Non dire così, Notis, disse gravemente loscièk.
—Perchè?
—La tua grazia è costata la vita di una superba donna; Ahmed l'ha condannata all'annegamento nel lago Tscherkela.
—Una donna!… Una superba donna annegata!… Spiegati, El-Mactud, chi è questa donna?
—Indovina.
—Non saprei.
—È una donna che io trovai nellazeribakdei prigionieri e che diedi nelle mani di Ahmed per ottenere la tua grazia.
Notis impallidì orribilmente. Un sospetto, ma un sospetto terribile gli attraversò il cervello.
—Chi è!… Chi è!… balbettò egli. Il nome… Voglio il nome di quella donna!
—La donna che ho tradito per salvarti si chiama Fathma!
Un grido selvaggio soffocò l'ultima sua parola. Il greco fuori di sè, pallido di rabbia, di dolore, di disperazione, colla spuma alle labbra, gli occhi schizzanti fuor dalle orbite, era piombato addosso alla parete come fosse stato fulminato.
—Perduta!… perduta! ruggì egli.
El-Mactud, spaventato, si precipitò verso di lui per sostenerlo. Non ne ebbe il tempo. Notis si era raddrizzato in preda ad una tremenda collera.
Egli si scagliò come una tigre addosso allo sceicco, scaraventandolo contro la parete opposta con violenza tale da fargli scricchiolar tutte le ossa del corpo.
—Aiuto!… Aiuto!… urlò il povero diavolo.
—Miserabile! tuonò il greco.
Tornò a gettarglisi addosso colpendolo in mezzo al petto con un furioso colpo di testa. Bianco e negro, afferratisi a mezzo corpo, rotolarono a terra urlando come belve, tempestandosi di pugni e dilaniandosi le carni coi denti.
Ad un tratto Notis violentemente si separò dall'avversario, balzando in piedi; nella mano dritta stringeva l'jataganbagnato di sangue fino all'impugnatura.
L'assassino mirò con occhi stravolti El-Mactud che contorcevasi disperatamente colla testa fessa fino al mento, poi fuggì come un forsennato.
Al di fuori della capanna scalpitava il cavallo dello sceicco. Notis con un salto fu in sella e lo spinse a sfrenata corsa per le vie di El-Obeid, senza nemmeno accorgersi che un drappello di cavalieri guidati da Omar si era slanciato dietro di lui.
La gente, vedendo quell'uomo tempestare il cavallo coll'impugnatura dell'insanguinatojatagan, si riparava dietro ai muri o dentro le capanne, credendolo pazzo.
Ed infatti l'assassino aveva l'aspetto di un demente.
Schiacciato da quella catastrofe inaspettata, che dalle cime raggianti della speranza, lo aveva precipitato nell'abisso della disperazione, era addirittura irriconoscibile. Aveva i capelli irti, la spuma alle labbra, il volto spaventosamente scomposto, chiazzato di rosso e gli occhi roteanti in un cerchio sanguigno. Il petto, a mala pena coperto dalle vesti lacerate ed imbrattate di sangue, gli si sollevava violentemente quasichè volesse scoppiare e dalle labbra gli uscivan parole sconnesse, bestemmie, urla disperate, ruggiti.
Egli attraversò, sempre di gran carriera, la città, rovesciando e storpiando più di dieci persone, passò come un uragano sotto la porta che dava nella campagna fugando la sentinella che aveva tentato di fermarlo e in quindici minuti giunse dinanzi alla capanna di Ahmed. Con una violenta strappata arrestò lo sbuffante corsiero che stava per passare sul corpo di Medinek.
—Dov'è Fathma? chiese rabbiosamente al guerriero.
—Il carnefice l'ha portata via, rispose l'interpellato.
—Maledizione!… Dove?
—Al lago.
—Quando?
—Venti minuti fa.
Notis s'allontanò, lanciando il cavallo ventre a terra.
—Padrone! gli gridò dietro Medinek. State in guardia! AveteAbù-el-Nèmr dinanzi!
—Ira di Dio! tuonò il greco. È uomo morto!…
L'animale, col petto spruzzato di spuma, il ventre insanguinato dai colpi d'jatagandel furente cavaliere, andava rapido come una freccia, colla criniera al vento, le nari fumanti, gli occhi dilatati, gettando di quando in quando un sordo nitrito. Vi era da temere che soffocasse.
In venti minuti l'immenso campo del Mahdi fu attraversato, poi il cavallo slanciossi attraverso le pianure del sud-est sollevando nembi d'impalpabile sabbia.
—Vola! vola! gli urlava incessantemente il greco, tempestandolo di pugni. Bisogna che giunga in tempo di salvarla!
La via era diventata deserta. Qua e là si scorgevano qualche solitario palmizio e dei tumuli ornati di lapilli a svariati colori che formavano bellissimi disegni, e di armi, come lancie, archi, vecchi moschetti irruginiti e scudi. Il greco trasalì nel riconoscere delle tombe.
Erano le sette circa quando udì in distanza lo scalpitìo di parecchi cavalli.
—Eccoli! mormorò egli con intraducibile accento.
Il cavallo eccitato colla briglia e colla punta dell'jataganraddoppiò la velocità ansimando furiosamente e raggiunse i piedi di una catena di colline che piegava verso il sud-est, dividendo per metà la deserta e sabbiosa pianura.
Il greco cacciò fuori una spaventevole bestemmia ed arrestò di colpo l'animale.
—Ira di Dio! Eccoli!
Dinanzi a lui, a un seicento metri di distanza, galoppavano dei guerrieri guidati da uno sceicco. In quest'ultimo Notis aveva riconosciuto Abù-el-Nèmr.
—Ah! cane! ruggì egli allungando le mani verso le fonde della sella dalle quali uscivano i calci di due pistole.
Per un istante ebbe la pazza idea di inseguire quei guerrieri e d'impegnare con essi una disperata pugna, ma la paura di avere la peggio lo trattenne. Gettò all'intorno uno sguardo crucciato e l'arrestò su di un negro che erasi levato dietro una montagnola di sabbia.
—Dove mena questa via? gli chiese.
—Al lago Tscherkela.
—E quella delle colline?
—Egualmente.
—Quale è la più corta?
—Quella delle colline.
—Fathma è salva!
Tornò rapidamente indietro e si cacciò in una stretta gola rinserrata da colline tagliate a picco.
Il cavallo la percorse tutta d'un fiato, poi entrò in una valle ingombra di cespugli gommiferi e di tamarindi colossali. Il lago, se lo sentiva, era ormai vicinissimo. L'aria era più fresca e volavano per l'aria stormi di pellicani e di fenicotteri, volatili che mai si allontanano dalle acque.
Ad un tratto il cavallo si arrestò. Tremava, rantolava, e aveva chinata la testa sul petto. Notis comprese che era agli estremi.
Lo percosse coll'impugnatura dell'jatagan, ma l'animale non si mosse.
—Ira di Dio! bestemmiò egli furibondo. Bisogna che tu cammini!
Accese un po' d'esca e lasciò cadere una bricciola in un orecchio della povera bestia. A quel contatto si diede subito a precipitosa fuga scuotendo disperatamente la testa.
Era giunto quasi all'uscita della valle quando tornò ad arrestarsi. Cacciò fuori un ultimo nitrito, poi rotolò pesantemente al suolo; uno sprazzo di sangue gli uscì dalle nari e rimase immobile, irrigidito dalla morte.
Il greco non si perdette ancora d'animo. Strappò dalle fonde della sella le pistole e si mise a correre come un pazzo.
Appena uscito dalla valle il lago Tscherkela gli si svolse dinanzi tutto d'un tratto, racchiuso fra ridenti rive. Unmahariera legato al tronco di un palmizio, e sulla cima di una piccola roccia che cadeva a picco sulle acque, stava un negro di colossale statura, tenendo alzato al disopra della sua testa un gran sacco di pelle che pareva racchiudesse un corpo umano.
—Ferma! Ferma!… gridò il greco con accento disperato.
Il muggito delle onde, che sollevate da una fresca brezza, si frangevano contro le roccie, impedì al carnefice di udirlo. Il momento era terribile. Fathma stava per essere precipitata nel lago. Un momento ancora e tutto sarebbe finito.
Un'improvvisa idea balenò nella mente del greco. Puntò una delle due pistole; s'udì una strepitosa detonazione seguita da un urlo di dolore e da un tonfo. Yokara e la sua vittima erano capitombolati nel lago.
Il greco, fuori di sè, si precipitò verso la costa e scagliate via le pistole balzò nelle onde. Passò un minuto lungo quanto un secolo, poi riapparve. Con una mano nuotava e coll'altra sosteneva il sacco contenente la povera Fathma.
Nuotò vigorosamente verso la riva, scalò agilmente le roccie, depose l'almeasulla sabbia e con un rapido colpo dijatagansquarciò il grosso tessuto.
Si chinò ansiosamente su quel bel corpo che non dava più segno di vita e appoggiò una mano sul cuore. Sentì che batteva leggermente.
—Viva! Viva!… tuonò egli. Ah! sei alfine mia!
Le sue labbra sfiorarono dieci volte di seguito quelle scolorite dell'almea; egli rideva e piangeva dalla gioia.
Il galoppo di parecchi cavalli, che rapidamente si avvicinava, gli richiamò alla mente Abù-el-Nèmr. Gettò uno sguardo verso il lago, nel quale dibattevasi ancora il carnefice Yokara colla testa fracassata dalla palla della pistola, afferrò strettamente fra le braccia Fathma, scattò in piedi e si diede a precipitosa fuga senza sapere dove andasse nè che cosa avesse in mente di fare.
Aveva percorso duecento passi, quando udì una voce gridare:
—Ehi, alt! Se non t'arresti sei morto!
Il greco a quell'intimazione si volse digrignando i denti. A cinquanta passi da lui stava Abù-el-Nèmr col fucile spianato, circondato dai suoi guerrieri.
—Maledizione! gridò il greco che comprese d'essere irremissibilmente perduto.
Con un rapido gesto sguainò l'jatagane lo puntò sul seno dell'almeagridando ad Abù:
—Se non ti fermi la uccido!
Nell'istesso istante Omar sbucava da una macchia di bauinie slanciandosi verso il miserabile. Cinque negri lo seguivano armati fino ai denti.
—Ah! cane! gridò lo schiavo tendendo la dritta armata di revolver.
Quattro detonazioni scoppiarono l'una dietro l'altra. Il greco girò due volte su sè stesso, stravolse gli occhi, un getto di sangue gli sgorgò dalle labbra e piombò a terra bestemmiando.
—È morto! esclamarono i guerrieri accorrendo.
Omar in pochi salti lo raggiunse. Il morente si agitava ancora stringendosi furiosamente al petto Fathma e macchiandola di sangue.
—Mi riconosci? gli chiese il negro.
—Sii… maledet…to! mormorò Notis.
Il negro gli appoggiò la canna del revolver alla fronte e con un quinto colpo gli fece saltare le cervella.
—Ora sono vendicato! esclamò.
Gli strappò dalle braccia la sua padrona, l'adagiò sulla fine sabbia, e le si inginocchiò accanto esaminandola attentamente.
—Vive? chiese Abù-el-Nèmr con profonda emozione.
—È viva, rispose Omar. Fra pochi minuti ritornerà in sè.
Abù-el-Nèmr respirò e si terse un freddo sudore che grondavagli dalla fronte.
—Povera donna, mormorò egli. Che tu possa essere alfine felice.
Una nube oscurò la sua fronte e i suoi sguardi s'intenerirono. Quell'abbronzato volto, di solito così aperto e fiero divenne triste, cupo.
—Che hai? gli chiese Omar che s'era accorto di quell'improvviso cambiamento.
—Nulla, Omar, nulla, balbettò con voce soffocata lo sceicco. Dov'èAbd-el-Kerim?
—Eccolo, disse un guerriero.
Infatti l'arabo era improvvisamente apparso all'uscita della gola e s'avvicinava a spron battuto. Ma non era più lo spaventevole agonizzante di dieci giorni prima, privo di forze, ischeletrito, orrendamente deturpato e che incuteva ribrezzo.
Era ancora pallido, scarno, ma aveva ricuperato nel lasso di pochi giorni e la salute e le forze. Abù-el-Nèmr, avutolo in sua mano, gli aveva tagliati uno ad uno i tumori e strappati gli schifosi vermi che lo stremavano succhiandogli il sangue.
Egli giunse come una bomba fra i suoi amici, nel mentre che due guerrieri gettavano nel lago il cadavere di Notis con una pietra appesa al collo.
Tese le mani a Omar ed allo sceicco, poi si precipitò sul corpo dell'almea.
—Fathma! mia adorata Fathma! esclamò egli delirante.
Non seppe dire di più. La gioia di rivedere alfine l'infelice sua fidanzata, lo soffocava. Afferrò quel corpo ancora inanimato e lo coprì di baci e di lagrime.
Abù-el-Nèmr si nascose il volto fra le mani e un rauco singhiozzo gli rumoreggiò in fondo al petto. Una tremenda disperazione aveva improvvisamente scomposto i suoi lineamenti.
In quell'istante Fathma emise un profondo sospiro e si scosse.Abd-el-Kerim se la strinse teneramente al petto.
—Fathma! Fathma! ripetè egli.
L'almeaaprì gli occhi, li chiuse, poi tornò a riaprirli. Un grido inesprimibile le uscì dalle labbra.
—Abd-el-Kerim!…
Si raddrizzò, gettò le braccia attorno al collo del fidanzato e scoppiò in singhiozzi.
—Dio!… Dio!… balbettò ella, fa che io non sogni!
—No, povera donna, tu non sogni, sono io, proprio io, il tuo amatoAbd-el-Kerim che non si separerà più mai da te.
Ad un tratto Fathma impallidì terribilmente.
—E Ahmed, esclamò ella con profondo terrore. Ho paura, Abd-el-Kerim, ho paura.
Abù-el-Nèmr si fece innanzi.
—Ahmed vi ha perdonato, diss'egli con voce appena distinta. Voi siete liberi, interamente liberi. Che Allàh vi faccia felici!
Retrocesse di alcuni passi coi lineamenti alterati da una tremenda disperazione, le braccia incrociate convulsivamente sul petto, la testa china.
Gli ultimi raggi di sole che ancor indoravano le sponde del lago, si rifletterono su due grosse lagrime che scendevano silenziosamente sulle abbronzate gote del guerriero.
Sono trascorsi due mesi. Una sera, mentre la luna s'alzava sull'orizzonte illuminando vagamente gli esili minareti di El-Obeid e le tende dell'accampamento degli insorti e le stelle fiorivano in cielo scintillando vivamente, due uomini avvolti in candiditaubse ne andavano a lenti passi verso la strada che conduceva al lago Tscherkela.
Uno era Ahmed Mohammed, l'altro era lo sceicco Abù-el-Nèmr. Il primo era lo stesso uomo come abbiamo veduto due mesi innanzi, il secondo invece era interamente cambiato.
Precoci rughe solcavano la sua fronte e sul suo volto vedevasi scolpita ancora una viva disperazione. Gli occhi avevano perduto l'usuale loro splendore, ed erano diventati melanconici, cupi e l'altra sua persona erasi curvata come sotto il peso dell'età. Quell'uomo in poche settimane era invecchiato di dieci anni.
S'erano allontanati già più d'un miglio dall'accampamento, quandoAhmed bruscamente arrestossi.
—Guarda, Abù, diss'egli.
Il guerriero rialzò il capo, chino sino allora sul petto, e guardò. Un cavaliere era apparso sulla bruna linea dell'orizzonte e si avvicinava di carriera.
—Chi sia? chiese Ahmed, dopo qualche istante.
—Fosse un messaggiero, rispose con voce cavernosa Abù.
—Se portasse notizie di…
—Taci, Ahmed, taci! esclamò lo sceicco.
Ahmed lo guardò con compassione e scosse il capo.
Il cavaliere era allora giunto a cento metri da loro. Rattenne il cavallo, come indeciso sulla via da prendere, poi riprese la corsa dirigendosi verso il Mahdi.
—All'inviato di Dio, diss'egli, balzando a terra e consegnandogli una pergamena arrotolata.
Ahmed s'impadronì vivamente di quella carta e vi gettò sopra gli occhi. La sua faccia s'annuvolò e un profondo sospiro gli uscì dalle labbra.
—Che hai? chiese Abù-el-Nèmr, guardandolo cogli occhi accesi.
—Notizie di loro, rispose Ahmed.
—Chi loro?
—Fathma e Abd-el-Kerim.
—Leggi!… leggi, Ahmed!… balbettò lo sceicco con un filo di voce.
Il Mahdi si passò più volte una mano sugli occhi che erano diventati umidi, poi lesse questa laconica lettera:
«Da Shendy.
«Ad Ahmed Mohammed Mahdi.
«Salute a te, all'amico Abù-el-Nèmr e al tuo esercito. Le tue guide ci hanno condotti felicemente a Shendy, dove fummo bene accolti dai tuoi nemici gli egiziani. Oggi abbiamo celebrata la nostra unione. Dio ti protegga.
Aveva appena terminato di leggere, che al suo fianco scoppiava una fragorosa detonazione. Si volse precipitosamente e mandò un acutissimo grido. Abù-el-Nèmr giaceva per terra colla testa sfracellata, stringendo ancora nella dritta la fumante pistola colla quale si era suicidato.
—Abù-el-Nèmr! gridò egli singhiozzando e inginocchiandoglisi accanto.
Il guerriero aprì gli occhi; un amaro sorriso increspò le sue labbra insanguinate. Cercò di sollevarsi, ma non vi riuscì; allungò le braccia e strinse convulsivamente le mani dell'amico.
—Muoio… felice!… rantolò egli. Perdonami… Ho amato… Fathma…Tutto… tutto è… finito… Ad…dio… amico!…
Uno sbocco di sangue gli soffocò l'ultima parola. Un fremito agitò il suo corpo, poi s'irrigidì. Abù-el-Nèmr aveva cessato di vivere[1].
[1] Quando Shendy fu espugnata dai ribelli, il Mahdi rivide Fathma ed Abd-el-Kerim, ma aveva ormai a loro perdonato e non fece male alcuno. Anzi innalzò Abd-el-Kerim al grado di sceicco, lasciandogli la libertà di ritirarsi in quella città che meglio gli convenisse.
Greci e Arabi.
CAPITOLO I. Il fidanzamento di Elenka Pag. 5» II. L'almea » 16» III. I due rivali » 27» IV. Nel mezzo di un bosco » 36» V. Il rapitore » 43» VI. Il duello » 54» VII. Fit-Debbeud » 65» VIII. Il prigioniero » 76» IX. Elenka » 88» X. Le due rivali » 100» XI. La vendetta di Elenka » 109» XII. Il salvatore » 119» XIII. Il delatore » 130» XIV. La caccia all'almea » 140
L'insurrezione del Sudan.
CAPITOLO I. Omar Pag. 149» II. Fathma » 158» III. Il reis Ibrahim » 165» IV. Omar e Fathma » 172» V. La fuga » 181» VI. La Dahabiad di Notis » 187» VII. Gl'insorti » 198» VIII. La zattera » 207» IX. Lo scièk Abù-El-Nèmr » 217» X. La pianura dei Leoni » 230» XI. O'Donovan » 242» XII. L'esercito egiziano » 250» XIII. Lo schiavo di Elenka » 258» XIV. L'appuntamento » 271» XV. Due tigri » 280» XVI. Il massacro di Kasghill » 290
Il Mahdi.
CAPITOLO I. I prigionieri Pag. 301» II. Il Mahdi » 310» III. Il supplizio dei prigionieri » 322» IV. Il delatore » 329» V. La tortura » 336» VI. Lo scièk Abù-El-Nèmr » 346» VII. Un morto che risuscita » 357» VIII. Notis in trappola » 367» IX. La zeribak dei prigionieri » 378» X. Il Mahdi e la sua Favorita » 385» XI. Il perdono » 395
Conclusione » 406
Milano—CASA EDITRICE BIETTI—Milano
Dello stesso Autore
Ricco volume in 16^o di circa 250 pagine con elegante copertina a colori.
NOTA DEL TRASCRITTORE: L'edizione è zeppa di refusi, sgrammaticature, varianti ortografiche. Abbiamo effettuate le seguenti correzioni (oltre ad alcune correzioni di ovvii errori di punteggiatura). che no apparivano poter essere (pur discutibili) scelte dell'autore. L'originale è in [parentesi].
stravolti. Mai[Ma] aveva udito parlare Abd-el-Kerim con che continuava a cantare frammischiando alla sua[tua] Abd-el[Ahd-el]-Kerim esitò, poi raccolse la carabina che lo schiavo e il cammello, perciò[ciò] la feci salire sul mio. —Tu ti perdi, Abd-el-Kerim[Kenim], gli disse con dolce raccolse nella[nelle] pianura dopo aver ucciso il leone che non ti risparmierò[rispiarmerò]! —All'inferno, interruppe, Notis ironicamente[irronicamente]. —Ah! esclamò[eslamò] con indefinibile accento d'odio. Sei servì Notis[Nosti], che le assalì vigorosamente inaffiandole e si guardò[guandò] indietro per essere pronto a prendere —Bravo arabo, disse lo sceicco[sciecco] sorridendo. Si Lo sceicco s'inumidì le labbra con una tazza[tassa] di come una tigre verso la fessura, ma le forze gli[le] vennero si rovesciò in causa di uno scontro con un battello[batello] —Per Fathma[Fatma]! divora carne ed io gli[li] darò da divorare la carne di fissi su due uomini[unmini] che si dirigevano a lenti passi cadde al suolo colle[collo] cervella schizzanti dal cranio colpo dicorbach[corback] che tracciò una riga violacea. e ora un brontolìo[bontrolìo] rauco; ora erano i gemiti risa. Fathma[Fatma] fe' atto di slanciarsi, ma l'animale, al durante il quale Fathma[Fatma] non ardì mai muoversi Fathma[Fatma] gettò un urlo straziante, terribile e s'abbandonò D'un tratto si trovò[trovo] in presenza di una parete dal quale era partito il grido e sbucò[sbuccò] in una piccola Lo sconosciuto entrò e trovò Dhafar[Dahfar] pascià in —Ma chi mai? chiese Abd-el-Kerim[Herim] che nondimeno —Credi a me, dimenticala[dimentichela]. Essa è una spia. sparve in mezzo ai campi didurah[durak] e alle foreste glijatagan[jatang] in mano. enormi coccodrilli sollevando colle possenti[sollevando possenti] —Un greco che amava alla follìa Fathma[Fatma] e la galleggianti, e andò a gettar l'ancora[acora] nel luogo principe te e i tuoi battellieri[battelieri]. Man mano che si avanzava[avvanzava], il paese cangiava Guardò attentamente[attentameate] la riva opposta e gli alberi —E sanno almeno dove trovasi l'armata di Hicks[Kicks] —Si, io, perchè te lo schianterò[scianterò] di nuovo quel Il vecchioreisIbrahim[Ibraim], lasciato che fu da Notis, Bahr-el-Abiad[Barh-el-Abiad]. Come tu me lo conduci così legato. —Si trova ancora sulladahabiad[dahabiah] quest'uomo? strato[r'to] di tabacco. —Eccomi a voi, amici miei[mei], disse avvicinandosi. entro. Una lampada illuminava fiocamente[fioccamente] la stanza capo di giuocarci qualche tradimento, non riusciranno[riusciremo] Era la mezzanotte[mezzantte], quando i superstiti della spedizione fatte portare in coperta tutte le armi trovate[tovate] nella Daùd[Daud] alzò gli occhi e vide una gran barca che —Olà, Abu Scioqah! gridò Daùd[Daud] facendo portavoce — Daùd[Daud]. Da dove venite? di Gez-Hagiba[Gez-Agiba], isola assai allungata che e bersagliavano con una precisione[precisone] terribile e che lì organizzassero una[uno] seconda e assai e di isolette boscose[bascose] sulle quali russavano fragorosamente bande d'enormi ippopotami e sonnecchiavano[sonnecchievano] —Noi lo capiremo[capremo], padrona, disse Omar, e fra non che formavano inestricabili reti fra i banchi subacquei[subaquiei]. grossissimi [grosssissimi], con brevi gambe, forti ali, coda rotonda di Duêm [H- Duêm]. Fathma avrebbe voluto scendere a I[Il] ribelli arrivano a decine, a dozzine, a ventine, con Daùd[Daud] nella corrente, andando a ridosso uno scricchiolìo[scricciolìo] sinistro, fremette, ondeggiò, poi scimitarre, alcuni vasi dimerissak[merissak] delkèsra, (sorta più ardito allungò le mascelle spalancate[spalancata] verso di Mahdi? Fathma ripieghiamoci sul fiume prima che capitino[capitano] —Povero Ahmed [Amed], mormorò Fathma con un rauco Omar e Fathma [Fatma] nell'udire quell'atroce comando, —Aiuto Abù-el-Nèmr[Nemr]! Aiuto! urlò ella. Obeid sono occupati dalle bando di Mohamed Ahmed[Amed]. —Sta bene, Fathma. Olà Mustafah! [Mustanfah] subito che quei cani di ribelli ti dessero [dassero] la caccia. —E il Mahdi duecentomila[duecentomile]. Sai che ho una paura che chi morrà combattendo[combattento] per la santa causa andrà Fathma additò al capogiallàbauna granzeribak[zeribk] Dopo di aver a lungo discusso sulla [lungo sulla] via da tenersi all'indomani, —Mi schiantò l'anima, involontariamente[involontariamante] forse, —Gran[Gra] Dio! Che gli sia toccata una qualche disgrazia!… slanciandosi dietro ai fuggiaschi[fugigaschi], agitando freneticamente miserabilitugulconici[comici], circondati da pochi pozzi e —Che ci portate? chiese Fathma affettando[effettando] una guardavan l'un l'altro sorpresi, non potendo [poteao] credere ufficiali, dello stato maggiore e quelle dei generali [genenerali] —Tanti ma sempre pochi, disse O'Donovan[O'Donnovan] con —Si fa partenza forse? chiese O'Donovan [O'Donavan]. —È[E] cosa certa, disse il generale. —E sia, aspetterò[apetterò] la mezzanotte, L'ora sarà piùwisckyche trovò in una fiaschetta e ne fece trangugiare [tranguggiare] —I due pascià non s'intendono sulla via da scegliersi[sciegliersi] marcerà [marcierà] su El-Obeid e l'altro su Melbass. disse tristemente [tristmente] O'Donovan. Lo vedrete, Fathma, —Dove si trova il mio [me] povero Abd-el-Kerim? loscièk[sciek] Tell-Afab avrà soggiogato quei miserabili abbandonassi per sempre Abd-el-Kerim, mi lasceresti [lascieresti] —Sì[Si], generosa come un'araba, generosa come il La greca volse il capo dietro di sè, vide l'abisso[abbisso] di tromba e il rullo [rulla] dei tamburi diventavano più —E O'Donovan [D'Onovan]? generale del Mahdi Ahmed[Ahmel] Mohammed. —Non è [No nè] ancora sera, Fathma. I cammelli e i cavalli dei convogli vennero[vennere] legati contro i disgraziati che [del] Hicks pascià conduceva A mezzanotte urla strazianti s'udirono a destra[destrai] all'impazzata verso i muli, i cammelli [camelli] e —Il quadrato del colonnello [colonello] Farquhard è stato distrutto. quadrato ingombro[imgombro] di morti e di moribondi, di armi, un furioso strepitare dinoggàra[1] e didarabùke[darabuke], una vastissimazeribak[seribak] con solide palizzate. I prigionieri —Chi ha ucciso questoscièk[sciek]? gridò. un tramezzo [tramesso] di pelle e che era assai miseramente e poco prima dell'agosto 1881, dichiarava[dichiaravo] di essere all'appello delMahdi[Mhadi]. insurezionali [insurezzionali], intimò al Mahdi di recarsi a Chartum. Ahmed Mohammed [Mohadmmed], nel vedersi innanzi i] tenente si sentono affascinati [afascinati] dallo sguardo dei serpenti. —È la testa di Hicks [Hisks] pascià[1]. Io ho distrutto all'inferno: è la punizione [punizioni] di coloro che rimangono Poi volgendosi verso l'iman [imau] inginocchiato: L'iman [imau] uscì coll'orribile sacco sulle spalle. Nella morte? chiese Ahmed con sorpresa[sopresa].scièk[sciek] e bisogna che io lo vendichi. —Farò tutto [tutti] quello che vorrai. E i mei compagni —Nessuna. [Nessuno] spesso venivano coperti [coperte] da urla disperate. Zuffe accanite —Qualche ufficiale preso a Kasghill[Kahghill]. —Eh!… esclamò d'improvviso il beduino[debuino] saltando addosso e aizzando il bufalo [buffalo] con spaventevoli —A morte l'arabo! gridò [grido] per la terza volta la I guerrieri caddero [caddere] col volto nella polvere. Solo sceicco[sciecco] El-Mactud, sfilavano come ombre fra le tende, fra i tugul[tubul], fra che combatterono a Kasghill[Kasghil] e sul Bahr-el-Abiad, —E[A] quello che conduci? Inoggàra[noggara] battevano la sveglia, quando venticinque Non lo rialzò [rialzo] che quando si trovò dinanzi al Yokara [Yòkara], il gigantesco carnefice, balzò nella stanza da lei a Hossanieh[Hossienieh], che mi fu rapita? agitando le dita calcinate e gemendo [gemente] ancor più lugubremente. Yokara [Yòkara] a quel comando impugnò un grosso staffile, Yokara [Yòkara] slegò Abd-el-Kerim che non respirava quasi riversarsi verso [perso] il sud ripetendo il grido. che si era fermato ai piedi della collina circondato [corcondato] posi sulle mie braccia, lo trasportai [strasportai] nel mio campo poi cacciossi in mezzo al [ai]tugule alle tende sinistramente ripetè [la ripetè]. questo abisso [abbisso] poichè so che sarebbe impossibile, ma gli cadde all'indietro [all'indiero] battendo in terra con sordo rumore. tu bene conosci; io seguo loscièk[scièh] con Medinek. filiale [figliale] dello missioni cattoliche di Chartum, tutta Persino i guerrieri [guerieri] del Mahdi che accampavano Abù-el-Nèmr spostò un lembo di siepe che racchiudeva[racciudeva] le canne inzuppate [insuppate] d'acqua, e lentamente, con infinite —Respiro, Abù-el-Nèmr. Avevo paura che[paurache] fosse. dietro [diero] un colpo di pistola. dai denti delle jene e degli sciacalli, giacciono [giaciono] Omar gli prese i piedi e li accostò [accosto] alla dei tugul e contorcendo i rami degli alberi[aberi] e le sviluppate. Un piccolotarbusch[tarbüsch] coprivale Un singulto lacerò il petto di Ahmed[Amed]. Egli portò di Kasghill[Kaghgill] era scomparso dal campo e alcuni dissero che aveva afferratisi a mezzo corpo, rotolarono[rotolorono] a terra urlando —Fathma[Fatma] è salva! petto, e guardò[guardo]. Un cavaliere era apparso sulla