—Abù-el-Nèmr, disse Fathma, con voce commossa stendendo la mano alloscièk. Non mi scorderò mai di quello che tu hai fatto per me.
—Fathma, rispose gravemente loscièksenza di te io sarei a quest'ora probabilmente morto. Serberò a te eterna riconoscenza e se mai un giorno tu avessi bisogno di un uomo per proteggerti pensa ad Abù-el-Nèmr. Va ora, e che Allàh ti salvi.
Baciò un'ultima volta la mano all'almeae chiuse gli occhi sospirando. I tre cavalieri subito dopo lasciavano gl'insorti galoppando verso l'occidente.
CAPITOLO X.—La pianura dei Leoni.
Calava la notte quando i tre cavalieri lasciavano gli ultimi alberi della foresta del Bahr-el-Abiad inoltrandosi arditamente nel deserto.
La luna, che alzavasi allora allora, rossa come un disco incandescente, illuminava vagamente quelle sterminate pianure del Kordofan, aride, sabbiose calcinate dagli ardente raggi del sole equatoriale. La vista che esse presentavano in quell'ora non poteva essere più sinistra, più bizzarra, più desolante.
Colline di sabbia formate dallo spirar furioso delsimoum, si succedevano le une alle altre, in mille differenti guise, fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Era molto se si scorgeva qualche palmizio intristito, ingiallito, morente di sete; era molto se vedevasi qualche gruppetto di cespugli uscire fra le sabbie accumulate. Non untugulnon unzeribak, nemmeno il più piccolo recinto che indicasse la dimora di qualche essere umano.
Lunghe file di ossa biancheggiavano lugubremente su quei polverosi terreni; ossa di cammelli, ossa di buoi e di cavalli ma non di rado anche ossa umane che torme di schifose jene e di sciacalli rosicchiavano avidamente manifestando la loro soddisfazione o la loro delusione con atroci scrosci di risa e con urla lamentevoli che si ripercuotevano di collina in collina.
Il guerriero di Abù-el Nèmr, dopo aver esaminato attentamente la pianura e di aver dato uno sguardo alla stella del nord per non smarrire la via, spronò il cavallo dirigendosi verso l'occidente. Fathma e Omar, dopo aver calato il cappuccio deltaubsugli occhi per difendersi dalle sabbie e di aver collocato il fucile dinanzi alla sella, si misero dietro alla guida nel più profondo silenzio.
Faceva un caldo veramente terribile, quantunque la notte fosse di già assai inoltrata. Nessun soffio di vento spirava al disopra di quelle sconfinate e deserte pianure arse e riarse dal sole. Talvolta pareva che uscissero dal suolo vampe di fuoco.
I cavalli, uniti, a capo basso, grondanti di sudore, avanzavano con grande fatica e alzavano nubi di polvere impalpabile che penetrava negli occhi per quanto ben chiusi fossero, che penetrava nel naso nella bocca e nei polmoni rendendo la respirazione difficile e penosa. I cavalieri, presi da violenti colpi di tosse, ogni qual tratto erano costretti ad accostare alle labbra la fiaschetta dell'acqua, per inumidire la gola secca, arsa.
Per dieci ore marciarono senza interruzione, scendendo e salendo le colline, facendo spesso fuoco contro le bande di jene che rese audaci dal numero si avvicinavano minacciosamente con risa sgangherate, poi fecero alto. L'orizzonte allora s'infiammava e il sole alzavasi rapido rapido inondando la pianura di luce e di fuoco; sfidare quel calore sarebbe stata follìa.
La tenda che portava il guerriero fu rizzata e ognuno si affrettò a ripararvisi sotto aspettando con impazienza la notte per ripigliare la faticosa marcia.
Appena infatti il sole sparve all'occidente si rimisero in sella mantenendo una via rigorosamente diritta a El-Obeid, guidandosi sempre colla stella nord che per gli arabi vale quanto la bussola e forse meglio.
Così, per sette lunghe notti galopparono attraverso a quelle immense pianure, evitando con gran cura le borgate per non incorrere in imbarazzi, quantunque un ribelle li guidasse. All'ottavo giorno essi fecero alto a una trentina di miglia dal villaggio di Rakai, in una pianura cosparsa di monticelli pietrosi e di piccole oasi ricche di palmizi e di acacie gommifere.
Erano le sei di sera. La tenda era stata di già rizzata e si preparavano a cuocere alcuni grani didurah, gli ultimi che possedevano, quando Omar si accorse che le otri non contenevano nemmeno una goccia d'acqua. Questa scoperta, trovandosi in mezzo a quel deserto, lo sgomentò.
—Dove possiamo trovarne? chiese egli al guerriero che fumava beatamente sul limitare della tenda.
—L'ignoro, ma in qualche luogo la troveremo rispose l'interpellato.Il paese che attraverseremo domani manca totalmente di pozzi.
—Ti ricordi di aver visto qualche fonte, questa notte?
—No, ma adesso che ci penso, quattro o cinque miglia verso il sud deve trovarsi un pozzo, quello di Gelba, mi pare.
—Bisogna andarci, disse Fathma. Tanto noi che i cavalli siamo morenti di sete. Hai paura tu a recarti a quel pozzo?
—È ancora giorno e le bestie feroci sono rifugiate nelle loro tane; non posso incontrare che dei ribelli e questi non faranno male alcuno ad un loro fratello d'armi, rispose il guerriero. Fra due ore sarò di ritorno.
Fe' alzare il suo cavallo dilombato da tante corse, vi appese ai fianchi una dozzina di otri, salì in sella e dopo di aver cangiata la polvere al suo moschettone partì alla carriera. Dieci minuti dopo scompariva dietro le colline di sabbia.
Era trascorsa appena un'ora quando una rumorosa detonazione d'arma da fuoco fece saltare in piedi Omar e Fathma. In sulle prime credettero che fosse stato il guerriero che avesse tirato su qualche capo di selvaggina, ma alcune grida lontano e un rumore sordo sordo come di parecchi cavalli lanciati alla carriera e che andava rapidamente avvicinandosi, fecero a loro supporre che fosse invece accaduta qualche disgrazia.
—Resta qui e prepara i cavalli, disse Omar pigliando il fucile. Io vado a vedere cosa è successo.
Si diresse verso la collina più vicina che alzavasi una sessantina di metri sul suolo e la scalò. La scena che vide dall'alto della vetta gli agghiacciò il sangue nelle vene.
A soli ottocento passi di distanza trottava furiosamente il cavallo Abù-Rof, trascinandosi dietro il guerriero insanguinato, un piede del quale era rimasto impigliato nella staffa. A mille passi e forse meno, galoppavano venti cavalieri colle lancie in aria e urlando come ossessi.
Il negro non volle saperne di più. Scese a precipizio la collina e corse verso la tenda giungendovi nel momento in cui Fathma terminava di bardare i cavalli.
—I ribelli! esclamò egli. A cavallo, padrona, presto che fra poco ci saranno alle spalle!…
—Come? E il guerriero? chiese l'almeaarrestandolo violentemente.
—L'hanno ammazzato. A cavallo! a cavallo!
Le grida andavano avvicinandosi sempre più. Omar e Fathma, senza aggiungere parola balzarono in arcione spronando furiosamente i cavalli.
Avevano appena percorso cinquecento passi che la banda nemica compariva. Vedendo i due fuggiaschi lasciarono il cavallo del guerriero per dare la caccia a loro.
—Dove andiamo? chiese Fathma, senza volgersi indietro.
—Dritti a quella gola che vedi laggiù, rispose Omar. Sferza o siamo perduti.
La pianura fu attraversata alla carriera coi ribelli alle calcagna che percuotevano colle aste delle lancie gli affranti loro corsieri. I due fuggiaschi stavano per cacciarsi nella gola designata che metteva capo ad una foresta, quando una banda di quindici negri armati di fucili, sbarrò la via.
—Maledizione! esclamò Fathma, rattenendo violentemente il corsiero.
—Siamo perduti! urlò Omar, strappando la carabina e armandola.
—Olà! gridò in quella uno dei negri, fatevi da un lato che malmeneremo noi quei cani di ribelli. Su i fucili! Fuoco!
Una scarica formidabile seguì il comando. Cinque ribelli vuotarono sconciamente l'arcione insanguinando le sabbie. Gli altri, dopo di aver un momento esitato volsero le briglie dandosi a precipitosa fuga fra una densa nube di polvere.
—Là, così va bene, ripigliò con accento allegro la medesima voce di prima. Ohe! fatevi innanzi senza paura, che non siamo Abù-Ròf, noi.
Fathma e Omar, ancora sorpresi da quell'inaspettato soccorso, si affrettarono a raggiungere i loro salvatori. Erano quindici uomini semi-nudi, d'alta statura, magri e ossuti. Riconobbero subito in quelli deigiallàba, trafficanti dongolesi che viaggiano tutto il tempo dell'anno pel Kordofan portandodurahe maiz, infaticabili camminatori dotati di una frugalità eccessiva. Basta un pugno di grano ogni ventiquattr'ore per accontentare quei negri, che sanno però, quando si presenti loro l'occasione, divorarsi un montone intero in due o tre persone.
Il loro capo aiutò galantemente Fathma a discendere da cavallo baciandole la mano.
—Posso chiamarmi fortunato di aver salvato una così bella araba, diss'egli, sorridendo. M'immaginai subito che quei cani di ribelli ti dessero la caccia. Sei ferita?
—Niente affatto, mio bravogiallàba, rispose Fathma. Lascia che io ti ringrazi d'avermi salvata.
—Non corriamo troppo, tu non puoi chiamarti ancora salva.
—Cosa intendi di dire? esclamò l'almeasorpresa.
—Credi tu che i ribelli non tornino alla carica? Non sarei sorpreso se fra un paio d'ore ci vedessimo capitare addosso un due o trecento di loro.
—E non ti fanno paura?
—Altro che paura, io rabbrividisco al sol pensarlo.
—E che intendi di fare?
—Faccio montare i miei uomini e me la batto. Se vuoi venire con noi?
—Dove vai?
—Al campo di Hicks pascià per arruolarmi sotto la sua bandiera.
—Ma anch'io vado al campo di Hicks! esclamò l'almea.
—Meglio così; allora verrai con noi.
—Credi che la via sia libera?
—Uhm! fe' ilgiallàbacrollando il capo. Ne dubito.
—Credi che quei selvaggi abbiano tanto coraggio da ronzare attorno al campo Egiziano? Hicks pascià, se non erro, deve avere con sè un esercito di dieci od undicimila uomini.
—E il Mahdi duecentomila. Sai che ho una paura maledetta che un dì o l'altro Hicks o Aladin pascià vengano sconfitti? Quel diavolo di Mohamed-Ahmed è un uomo di ferro e di gran coraggio che dirige le sue bande come noi dirigiamo i nostrimaharie fors'anche meglio. I suoi guerrieri non hanno paura della morte, perchè il furbo ha dato ad intendere che chi morrà combattendo per la santa causa andrà dritto in paradiso a trovare le urì. Con simile promessa anche i più vigliacchi diventano leoni.
—Sai tu quali idee abbia Hicks pascià?
—Di muovere su El-Obeid, a quanto potei udire. Pare che voglia dare il colpo di grazia alMahdiprivandolo della sua capitale che è anche il suo quartier generale. Bisogna raggiungerlo prima che dia battaglia. Orsù tutti in sella e avanti, prima che arrivino quei cani di Abù-Rof.
I diciasette uomini ubbidirono e si cacciarono nella gola, sbucando in una seconda pianura sabbiosa ondulata, perfettamente deserta, limitata all'est e all'ovest da rocce colossali, dirupate, di una aridità spaventosa. I cavalli vennero spronati e si diressero al galoppo verso l'occidente sollevando ondate di finissima polvere bianca.
Per quattro ore consecutive viaggiarono con celerità sorprendente, poi, essendo i cavalli stanchi, si arrestarono nelle vicinanze di un largo pozzo colmo di acqua sulle cui rive s'alzavano due grandi palmizi. Fathma additò al capogiallàbauna granzeribakche mostrava qua e là dei varchi.
—Possiamo accamparci là dentro, diss'ella. Siamo abbastanza lontani dal luogo dello scontro. Gli insorti non ci raggiungeranno più.
—Veramente il luogo non mi pare adatto, rispose ilgiallàba. Siamo troppo vicini a questo pozzo.
—E che vuol dir ciò?
—Che tutte le bestie feroci, essendo la pianura arida, verranno dissetarsi qui. Corriamo il rischio di passare il rimanente della notte assai malamente.
—Abbiamo i nostri fucili, rispose Fathma.
Igiallàbasi affrettarono a raggiungere lazeribaknella quale trovavasi abbondante raccolta di fieno, di sterpi e di sterco di cammello, usato dagli arabi per accendere il fuoco. I cavalli furono legati, i fuochi accesi e la magra cena didurahin un batter d'occhio fu preparata e divorata.
Dopo di aver a lungo discusso sulla via da tenersi all'indomani, ciascuno s'accomodò alla meglio coi piedi rivolti al fuoco, acceso nel mezzo dellazeribak. Erano le due quando Omar fu svegliato dal nitrire e dallo scalpitare disordinato dei cavalli.
Si levò, prese la carabina e si spinse fuori dellazeribak. La luna faceva capolino fra uno squarcio delle nubi e illuminava vagamente la pianura fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Il negro s'arrestò sorpreso e spaventato alla vista di sei o sette leoni che s'avanzavano silenziosamente verso il recinto tenendosi dietro le collinette sabbiose. Alzò l'arma e tolse di mira uno di essi ma poi l'abbassò e andò a svegliare Fathma.
—In piedi, padrona, diss'egli, con un tono di voce che non ammetteva replica.
—Gli Abù-Ròf sono vicini forse? chiese l'almeaalzandosi subito.
—No, ma s'avvicinano dei nemici ancor più pericolosi di quei ladroni.Vi sono dei leoni che vengono a questa volta.
Fathma non disse verbo. Armò la sua carabina e seguì il negro fuori dellazeribak.
Non erano più sei o sette leoni, ma una ventina. Alcuni strisciavano e altri saltellavano fra le sabbie colla criniera al vento emettendo bassi ruggiti.
—Che facciamo? chiese Omar spaventato.
—Or ti farò vedere, rispose tranquillamente l'almea.
Appoggiò la carabina sulla biforcazione di una magra acacia che cresceva stentatamente fra le sabbie mirò attentamente il leone più vicino.
—Fuoco! mormorò ella.
La detonazione non era ancora cessata che il felino faceva un salto di quindici piedi ricadendo poi su un fianco. Igiallàbaal rumoroso scoppio saltarono in piedi colle armi in pugno, credendo d'aver a che fare cogli Abù-Ròf.
—All'erta! gridò Fathma caricando prontamente l'arma.
—Che accadde? chiesero igiallàbaaccorrendo presso di lei.
—Tutti nellazeribak!comandò Omar.
I cavalli nitrivano di spavento, scalpitavano e saltellavano cercando spezzare i legami e al di fuori i leoni ruggivano con furore e minacciavano di varcare le cadenti barriere del recinto.
Igiallàba, perduto il loro sangue freddo, si precipitarono confusamente nellazeribakcercando di salire sui cavalli per darsi alla fuga. Fathma si gettò in mezzo a loro colla carabina spianata.
—Fermi tutti! gridò ella. Chi si muove è uomo morto!
Nuovi leoni erano comparsi dietro allazeribake tagliavano la ritirata. La pianura s'empì di ruggiti formidabili, che crescevano ad ogni istante d'intensità e ai quali facevano eco le smodate e lugubri urla dei sciacalli.
—Attenzione! gridò ad un tratto Omar, dominando colla tonante sua voce quello spaventevole baccano.
Due leoni, i più grossi e forse i più affamati della banda, s'avanzavano verso lazeribakcon salti giganteschi. Igiallàba, dopo di aver esitato, si fecero animo e scaricarono le loro armi, mirando alla meno peggio. Uno degli assalitori cadde, ma l'altro continuò la corsa, varcò la palizzata e si precipitò proprio nel mezzo dellazeribakrovesciando il capo dei negri e addentandolo furiosamente alla nuca.
S'udì un grido straziante, terribile, supremo. Igiallàbasi gettarono verso i cavalli urlando disperatamente ma Fathma si slanciò addosso al felino che ruggiva spaventosamente dilaniando orrendamente la vittima e gli spaccò la testa con un colpo dijatagan.
Non ebbe nemmeno il tempo di curvarsi sul povero negro ormai morto, perchè altri leoni assalivano il recinto. Omar alla testa dei più coraggiosi li accolse con un fuoco nutrito di carabine; tre o quattro furono fulminati, due ammazzati a colpi di scimitarra e gli altri s'allontanarono in furia, prendendo diverse direzioni.
Non vi era un momento da perdere se volevano salvarsi. Omar si avvicinò a Fathma che caricava tranquillamente la carabina.
—Padrona, le disse. Se non approfittiamo di questo momento di tregua per fuggire, prima di domani saremo tutti morti.
—E dove dirigersi? chiese l'almea.
—O al nord o al sud o verso qualunque altro punto, purchè si fugga.
—Ma la pianura formicola di leoni.
—Ce li lascieremo indietro. I cavalli sono spaventati e andranno più rapidi delsimoum.
—Ma corriamo il pericolo di venire raggiunti.
—Non aver paura. I nostri cavalli galopperanno più dei leoni, te l'assicuro. Orsù, non vi è da esitare; tutti sono pronti a fuggire. Approfittiamo.
Fathma gettò uno sguardo all'intorno. I leoni continuavano a saltellare nella pianura, a meno di quattrocento passi dallazeribake igiallàbas'affannavano a bardare i cavalli.
—In sella! comandò ella risolutamente.
Igiallàbasi slanciarono sul dorso dei cavalli che s'impennavano sferrando calci per ogni dove, nitrendo di spavento e con gli occhi in fiamma. Ognuno raccolse le briglie, strinse fortemente le ginocchia e impugnò l'jatagane le pistole.
—Attenti! gridò Fathma allentando le briglie. Via tutti.
I cavalli spronati a sangue s'affollarono confusamente all'apertura dellazeribake si slanciarono con rapidità fulminea attraverso l'arida pianura. I leoni, vista la preda fuggire, si gettarono sulle loro traccie facendo salti giganteschi.
—Mano alle pistole! comandò l'almeache aggrappata alla criniera dell'impaurito corsiero, cavalcava in testa a tutti.
Fra cavalli e leoni s'impegnò una gara furiosa. Igiallàba, curvi in sella, tempestavano di sferzate i destrieri e laceravano loro le carni coglijatagan, procurando di mantenersi in gruppo serrato. Tratto tratto si volgevano indietro per vedere se i leoni guadagnavano via e scaricavano le pistole, ma le palle si perdevano altrove.
In capo a dieci minuti i cavalli, spossati dalle precedenti corse, cominciarono a rantolare e a dare segni di stanchezza. Uno di essi intoppò in una pietra e cadde balzando d'arcione il cavaliere; tre leoni si gettarono sul disgraziato e lo fecero a brani ancora prima che si potesse alzarsi per difendersi.
—Avanti! avanti! coraggio! gridò Fathma che non si smarriva d'animo. Tenetevi riuniti e spronate a sangue. Se teniamo duro i leoni ci lasceranno. Attenti agli ultimi: sferzate! sferzate!
Un grido terribile, straziante seguì la sua ultima parola. Un altro cavallo cadde trascinando nella sua caduta colui che lo montava. Altri quattro s'accasciarono e altri quattro uomini furono sbranati; un quinto precipitava di sella, un momento dopo fracassandosi la testa contro un macigno.
Fathma e Omar che possedevano i migliori cavalli, visto che era impossibile salvarsi, allentarono le briglie e si lasciarono indietro gli altri che, pazzi di terrore, cominciavano a sbandarsi prendendo diverse direzioni. L'almeae il negro si diressero verso alcune colline inseguiti da una dozzina di quei terribili carnivori, scaricando di quando in quando le pistole sul più vicino di essi.
In lontananza s'udivano le grida disperate degli sbandati che venivano ad uno ad uno raggiunti e scoppi d'armi da fuoco.
—Sprona, Omar, sprona! gridò ancora una volta l'almeatempestando il cavallo coll'impugnatura dell'jatagan.
Erano giunti allora ad un trecento passi dalle colline e già credevano ormai di essere salvi, quando il cavallo di Omar rotolò a terra. Il negro si drizzò coll'jataganin mano.
—Aiuto! aiuto! gridò egli.
Due leoni gli correvano sopra colle bocche spalancate, Fathma ritornò indietro alla carriera per accorrere in suo soccorso.
—Aiuto! aiuto! ripetè il negro.
—All'armi! gridò una voce tonante.
Due drappelli di egiziani uscirono di corsa da una gola formata da due colline e scaricarono i loro fucili sui leoni che batterono rapidamente in ritirata. Fathma si precipitò di sella correndo accanto a Omar.
—Gli egiziani? esclamò ella.
—Allàh sia ringraziato, Fathma, disse il negro stringendole fortemente le mani. Noi siamo salvi.
—E igiallàba?…
—Non pensiamo più ad essi. I disgraziati sono caduti dal primo all'ultimo. Vieni, Fathma, andiamo incontro ai salvatori che non abbiamo più nulla da temere.
Gli egiziani si avanzavano a passo di corsa. Un ufficiale inglese camminava alla loro testa. Appena egli giunse dinanzi all'almeaportò rispettosamente la mano al berretto.
—Sono felice di essere giunto in tempo di salvarvi, diss'egli gaiamente.
—Grazie, comandante, disse Fathma. Senza di voi e dei vostri valorosi compagni a quest'ora sarei morta.
—Lo credo bene. Da dove venite? come mai vi trovate qui?
—Vengo dalle rive del Bahr-el-Abiad e cerco Hicks pascià.
—Il mio generale! esclamò sorpreso l'inglese.
—Sicuro. Accampa lontano? Devo recarmi subito da lui.
Il campo dista una mezza dozzina di chilometri. Mi dispiace di non potervi accompagnare.
—Vi accompagnerò io,miss, disse un uomo vestito di bianco, con un cappello a cupola ornato di un velo verde.
—Perdio, avete ragione! esclamò l'ufficiale.Miss, permettetemi che vi presentisirO'Donovan, corrispondente del giornale ilDaily Newsdi Londra.
O'Donovan stese la mano all'almeache gliela strinse amichevolmente, sorridendo.
—Miss, disse ilreporterdel giornale londinese inchinandosi dinanzi a lei. Sono a vostra disposizione.
CAPITOLO XI.—O'Donovan
O'Donovan era un uomo sui cinquant'anni, alto di statura, di membra vigorose, con un volto simpatico, alquanto abbronzato dal sole dei paesi tropicali, con barba e due occhi intelligenti e penetranti.
La vita di quest'uomo, che è veramente straordinaria e romanzesca, merita qualche cenno.
Nato in Irlanda, irrequieto di temperamento, coraggioso, fu dapprima feniano e si compromise nelle congiure a segno che dovette rifugiarsi in Germania per non cadere nelle mani della polizia inglese.
Scoppiata la guerra franco-prussiana del 1870, corse ad arruolarsi nell'esercito della Loira e cadde gravemente ferito sul campo di battaglia. Appena guarito si mise ai servigi del giornale londineseDaily News, il cui direttore gli assegnò il dipartimento dell'Asia.
Ilreporterviaggiò tutta l'India, poi trovandola piccina, passò i monti e visitò l'Afganistan. Ritornò più volte in Inghilterra ma non vi rimaneva che il tempo necessario per abbracciare i suoi e per rinnovare i patti colDaily Newse cogli editori che si contendevano le relazioni dei suoi viaggi.
Stanco di visitare gli Afgani e i Ghirghisi, un giorno s'incamminò con qualche servo verso la Persia, ma i persiani lo presero per una spia russa e lo imprigionarono, O'Donovan dovette sudare per salvarsi dal supplizio del palo e quando i persiani si persuasero che era un giornalista, non solo lo liberarono, ma lo colmarono di favori, di cortesie, gli conferirono dignità eccezionali e gli diedero delle guide per ritornare in Europa per la via della Russia.
In Inghilterra pubblicò allora il suo viaggio sotto il titolo diViaggio a Merwche gli fruttò una sostanza, poi, vero ebreo errante, andò in Armenia con Muktar pascià per assistere alla guerra russo-turca del 1877. Ma a Batum attaccò lite con un Francese per una bella Armena; Dervisch pascià gli ordinò di andarsene, e visto che il testardo irlandese faceva il sordo, una bella notte lo fece rapire e ignudo come si trovava lo fece trasportare a viva forza, ravvolto in una coperta, su di un battello che salpava per Trebisonda.
O'Donovan che si era fisso di viaggiare in Oriente, vi ritornò, fece delle esplorazioni importanti, poi, nel suo ultimo viaggio si fermò a Costantinopoli, dove lo attendeva una nuova disgrazia.
Essendo in un caffè si mise a parlare come fosse a casa sua del Sultano e del governo criticandoli. La Sublime Porta lo fece arrestare e lo tenne lungamente in prigione. Non lo lasciò libero che dietro ingiunzione dell'ambasciatore inglese proibendogli però di non porre più piede in Turchia. O'Donovan, ricco assai, credette giunta l'ora di riposarsi alcuni anni, ma non fu così. I direttori delDaily Newsvollero ampliare il «dipartimento» del lororeportere all'Asia aggiunsero l'Africa incaricandolo di attraversare il misterioso continente dall'Est all'Ovest quando il generale Hicks avesse sottomesso i ribelli del Sudan. Vi erano cinquantamila franchi all'anno di stipendio da guadagnare, gli si faceva un credito illimitato per le spese e un editore gli pagava in anticipazione centomila lire la relazione sulla campagna.
Ilreporter, quantunque molto inquieto, quantunque avesse funesti presentimenti, fatto per ogni precauzione testamento, pigliò la via dell'Egitto e raggiunse l'armata di Hicks pascià ed ecco come ilreporterdelDaily Newslo troviamo in fondo al Sudan.
L'ufficiale inglese, compiuta la presentazione, fece subito avanzare tre cavalli bardati che vennero montati da Fathma, Omar e dall'Irlandese. Egli credette di far bene aggiungervi degli eccellenti remington ed abbondanti cartuccie.
—Non si sa mai quello che può accadere, diss'egli, facendo cenno alla sua compagnia di fare largo ai cavalli. Quei maledetti insorti si nascondono persino dietro ad un sasso. O'Donovan, affido questa bella ragazza a te.
—Non aver timore di nulla, Harry, rispose ilreporter. Giungeremo al campo senza malanni.
—Guardati bene attorno, O'Donovan. Questa mane ho veduto dei cavalieri correre per la pianura.
—Ho buoni occhi e sopratutto buone braccia per difendermi. Addio,Harry.
—Una parola, disse Fathma, porgendo la mano all'inglese. Noi ci siamo lasciati indietro dei giallàba. Forse sono stati divorati dai leoni, ma forse qualcuno si è salvato e potreste giungere in tempo di raccoglierlo.
—Vi comprendo,miss. Manderò i miei uomini a cercarli. Che la fortuna sia con voi.
I tre cavalli partirono alla carriera dirigendosi verso il sud e tenendosi tutti uniti. O'Donovan staccò dall'arcione il remington e l'armò, invitando i suoi compagni a fare altrettanto.
Per dieci minuti galopparono in silenzio, guardandosi attorno per non cadere in qualche imboscata d'insorti, poi O'Donovan che da qualche tempo osservava attentamente Fathma, le chiese bruscamente:
—Ditemi la verità, per quale caso vi trovate in questo paese? Sapete che noi tutti corriamo un grave pericolo e che vi sono molte probabilità di lasciare le ossa in questi deserti?
—Voi correte un grave pericolo? disse Fathma con qualche sorpresa.
—Sì e vi compiango di essere giunta in questi luoghi. Dovete avere un forte motivo per arrischiarvi a raggiungere Hicks pascià.
—Molto forte, mormorò l'almeacon un profondo sospiro.
—Cercate qualcuno forse?
—Come lo sapete voi?
—Lo suppongo.
—Ditemi, O'Donovan, è giunto al campo Dhafar pascià?
—Quello che conduceva i rinforzi speditici dal governatore diChartum?
—Sì, proprio quello.
—Giunse dodici giorni or sono, ma è stato ucciso l'altro ieri.
—È morto! esclamarono Omar e Fathma ad una voce.
—L'ho veduto cadere coi miei propri occhi, assieme ad un centinaio di egiziani. Erano usciti per fare una ricognizione, i ribelli li circondarono e li massacrarono tutti. Quando noi giungemmo sul luogo del combattimento, Dhafar pascià, colpito da una lancia in petto, spirava.
—Allàh lo punì, disse sordamente Fathma. I colpevoli cadono uno ad uno.
O'Donovan la guardò con sorpresa.
—Che dite mai? chiese egli. Era forse un vostro nemico Dhafar?
—Mi schiantò l'anima, involontariamente forse, ma me la schiantò. Uditemi, O'Donovan, avete mai inteso parlare di un ufficiale arabo che si chiama Abd-el-Kherim?
Ilreportersi passò la mano sulla fronte parecchie volte come cercasse nella sua memoria.
—Non l'ho mai udito nominare rispose dipoi.
—Proprio mai! esclamò l'almeacon un accento di dolore sconfinato.È impossibile!… Cercate, cercate bene nella vostra mente!…
—Ma sì, voi dovete averlo veduto, aggiunse Omar. È giunto con Dhafar pascià, ve lo assicuro.
—Ma io vi dico che non l'ho mai udito quel nome.
—Gran Dio! Che gli sia toccata una qualche disgrazia!… Che me l'abbiano ucciso!
—Non correte troppo, disse O'Donovan. Capirete bene che siamo in undicimila al campo e che degli ufficiali ve ne sono moltissimi. Forse l'avrò veduto, forse avrò anche parlato assieme, ma non me lo rammento. Avete torto di disperarvi.
—Avete ragione, O'Donovan, balbettò l'almea. Ditemi ora, avete mai visto nella tenda di Hicks pascià…
—Chi?
—Una donna?
—Una donna!… Ah! sì, mi ricordo di averla veduta parecchie volte.Era una…
—Greca! esclamò l'almeacoi denti stretti.
—Sì, proprio una greca che si chiamava Elenka.
Fathma fremette e fece uno sforzo violento per frenare l'ira che bolliva nel petto.
—Ditemi, è ancora al campo?
—Quando lasciai la tenda Hicks pascià, tre giorni or sono, essa vi entrava.
—Ah!
O'Donovan si volse verso Fathma e vedendola col volto sconvolto, gli occhi accesi, fece un gesto di sorpresa.
—Ma sapete, diss'egli, che voi mi mettete in curiosità.
—Lo credo, rispose Fathma sforzandosi, ma invano, di sorridere.
Avvicinò il suo cavallo a quello delreportere disse a bruciapelo:
—Guardatemi bene il volto, O'Donovan.
—Vi guardo e vi trovo sublimemente bella. Chi siete?
—Fui la favorita di Mohammed Ahmed, il Profeta del Sudan.
—Che!…
—Statemi ad udire. Un dì abbandonai il mio signore e capitai a Hossanieh. Un prode mi salvò da un leone che stava per divorarmi e questo prode l'amai come sanno amare la arabe, cioè alla follìa.
—Comprendo.
—Egli era ufficiale del corpo di Dhafar pascià. Un tenente greco s'innamorò di me e giurò che io sarei stata sua. Lo disprezzai ed egli, furente, mi denunziò a Dhafar pascià per la favorita del Mahdi, per una spia.
—Ah! il vigliacco!
—Mi separarono a forza dal mio amante e mi trascinarono a Quetêna dove caddi nelle mani del greco. Alcuni giorni dopo però riuscii a fuggire e mi misi subito in viaggio per cercare Abd-el-Kerim, il prode che amavo, l'eroe che mi salvò la vita.
—È per questo adunque che venite al campo?
—Sì, per questo.
—Ma se venite scoperta?
—Come?
—Potrebbe darsi che qualcuno riconoscesse in voi l'ex favorita di Mohammed Ahmed che Dhafar pascià fece arrestare. Badate a me, andate cauta e non mostratevi nella tenda di Hicks pascià.
—È impossibile. Bisogna che io sappia a qualsiasi costo che è accaduto di Abd-el-Kerim. Per quell'uomo arrischierei mille volte la vita.
O'Donovan le prese una mano e stringendola teneramente:
—Voi siete forte e coraggiosa ed io amo i forti e i coraggiosi, le disse. Volete che io vi aiuti nell'impresa, che io pure cerchi di Abd-el-Kerim?
La faccia dell'almea, poco prima trucemente sconvolta, si rasserenò. Nei suoi grandi occhi fiammeggianti, balenò un fugace lampo di tenerezza; parve anzi commossa.
—Voi avete un nobil cuore, mormorò ella. Mi affido interamente a voi, amico mio. Che devo fare?
—Rinunciare di recarvi da Hicks pascià. Verrete nella mia tenda, vi alloggierete e vi darò un vestito da soldato onde non abbiano a riconoscere in voi laFavorita del Mahdi. Al resto penserò io.
—Troverete voi Abd-el-Kerim, adunque?
—Lo troverò, vi dò la mia parola.
Erano allora giunti in una gola formata da due colline tagliate a picco, tutta cosparsa di fitti cespugli. O'Donovan arrestò il suo cavallo.
—Stiamo in guardia, diss'egli. In questo luogo si nascondono dei ribelli. Guardate bene i cespugli.
—Siamo lontani molto dal campo? chiese Omar.
—Un miglio e mezzo e forse meno. Udite?
In distanza echeggiarono alcuni squilli di tromba e s'udirono a rullare dei tamburi. Qualche detonazione fu pure notata.
—Avanti, comandò O'Donovan.
I tre cavalieri s'inoltrarono nella gola tenendosi lontani dai cespugli. Avevano percorso un centinaio di metri, quando dalle macchie si videro uscire sei o sette uomini semi-nudi, armati di lancie e di scudi di pelle di elefante. Essi si misero a urlare come bestie feroci, agitando minacciosamente le armi.
O'Donovan scaricò il suoremingtonsul più vicino che cadde a terra, dimenando disperatamente le braccia. Gli altri si diedero a precipitosa fuga attraverso la gola, urlando con quanto fiato avevano in corpo e saltando a destra e a sinistra per non offrire facile bersaglio alle palle.
—Alla carriera! gridò ilreporter, spronando vivamente il cavallo. Se non usciamo in fretta, corriamo rischio di venire rinchiusi qui da un migliaio di quei furfanti. Attenti alle imboscate!
I tre cavalli si slanciarono nella gola che andava restringendosi a mo' d'imbuto, seminata qua e là da cadaveri di soldati egiziani o d'insorti, imputriditi, spesso mezzo divorati dalle fiere e che mandavano un odore nauseante. In meno di cinque minuti giunsero a duecento passi dall'uscita. Qui i tre cavalieri arrestarono di colpo i loro cavalli.
—By-good! bestemmiò O'Donovan. Hanno chiusa la via!
Infatti gli insorti si erano aggruppati dinanzi all'uscita riparandosi dietro i macigni e le macchie. Essi accolsero la comparsa dei cavalieri con indescrivibili urla, alzando le lancie e le scimitarre di ferro.
—Torniamo indietro, disse Fathma. Forse non ci hanno ancora tagliata la ritirata.
—È impossibile, rispose ilreporter. Dietro a quei ladroni vi è il campo e se ritorniamo verremmo facilmente uccisi.
—Che facciamo adunque? chiese Fathma.
—Non trovo altro mezzo che quello di forzare il passo. Sono sei o sette ladroni e non mi sembrano molto coraggiosi. Tirate l'jatagane prendete le pistole; piomberemo loro addosso come una valanga.
I cavalli spronati a sangue ripartirono alla carriera. I ribelli, vedendoli venire addosso, saltarono in piedi colle lancie in aria. O'Donovan, che aveva tratto la scimitarra, ruinò in mezzo a loro spaccando nettamente la testa al primo che gli si parò dinanzi. Fathma e Omar scaricarono le loro pistole sugli altri, i quali, vista la mala parata, si affrettarono a lasciare il posto.
I cavalieri uscirono in furia dalla gola dirigendosi verso una boscaglia di palme e di mimose che nascondeva il campo egiziano.
—Avanti! avanti! gridò O'Donovan.
Un urlo tremendo e alcune moschettate tennero dietro al suo comando. Dai burroni e dalle gole uscirono varii drappelli di arabi Abù-Rof e di Baggàra slanciandosi dietro ai fuggiaschi, agitando freneticamente le lancie, le scimitarre e gli scudi.
—A briglia sciolta, Fathma, urlò ilreporter. Sprona, perdio!Sprona che siamo vicini al campo!
Dietro a loro s'udì lo scalpitìo precipitato di un cavallo. Omar volgendosi vide uno sceicco che si avvicinava rapidamente colla scimitarra alzata nella dritta e la bandiera del Mahdi nella sinistra.
—Guardati, Omar! disse rapidamente Fathma, scaricando la sua pistola.
Il negro si voltò e sparò ilremingtonsullo sceicco, il quale lasciossi sfuggire di mano la bandiera. Cercò di rizzarsi sulle staffe e di brandire la scimitarra, ma le forze gli vennero meno e cadde pesantemente a terra colla testa inondata di sangue.
I ribelli visto il loro capo a cadere, si arrestarono titubanti. Alcuni di essi s'avanzarono però, cercando di tagliare fuori Omar che era rimasto indietro, ma una scarica diremingtonche abbattè il più vicino e i sei colpi di revolver delreporter, li decisero a volgere le spalle e a rifugiatisi nella gola.
—Avanti, Omar, che siamo vicini al campo! urlò O'Donovan caricando il revolver.
I tre cavalli con un ultimo slancio guadagnarono il palmeto prendendo un largo sentiero sul quale scorgevansi, profondamente impresse, le traccie lasciate dalle ruote dei cannoni, e si arrestarono poco dopo dinanzi ad un gruppo di capanne attorno alle quali bivaccavano alcune compagnie di negri d'Etiopia.
—Alto! comandò O'Donovan. Siamo giunti a Kassegh.
I tre viaggiatori balzarono a terra.
CAPITOLO XII.—L'esercito egiziano.
Kassegh è un piccolo villaggio distante una sola giornata di cammino da El-Obeid, la capitale del Kordofan.
Questo villaggio si compone di un gruppetto di miserabilitugulconici, circondati da pochi pozzi e abitati un tempo da un pugno di arabi. Hicks pascià, appena giuntovi, l'aveva fatto occupare da alcune compagnie di negri per tenere in rispetto i ribelli che scorazzavano i dintorni e farne, all'uopo, la base delle sue operazioni contro El-Obeid.
O'Donovan, affidati i cavalli ad alcuni soldati si affrettò a condurre Fathma e Omar in una capanna, che fu subito sgombrata da coloro che l'occupavano e fece portare della birramerissake una terrina didurahbollite.
—Voi rimarrete qui, diss'egli, e mentre vuoterete questo fiasco di birra andrò a dire due parole al comandante della guarnigione, che è mio amico.
—E al campo, quando ci andremo? chiese Fathma, che non dissimulava la sua impazienza.
—Fra mezz'ora noi vi entreremo, e forse potrete vedere Hicks pascià senza correre rischio di essere riconosciuta.
Ilreporterse ne andò lestamente cacciandosi in mezzo alle tende degli Egiziani. Omar e Fathma, rimasti soli, si scambiarono uno sguardo.
—Che ne dici di quell'uomo, Omar? chiese l'almea.
—Dico che possiamo fidarci di lui, rispose il negro.
—Credi tu che troveremo Abd-el-Kerim?
—Lo spero.
—Eppure O'Donovan non l'ha mai veduto e non ha mai udito pronunciare il suo nome. Non so, ma ho un funesto presentimento.
—Io trovo naturalissimo che O'Donovan non lo abbia mai veduto.Undicimila uomini non sono già un centinaio.
—Ma la greca l'ha pure veduta, disse Fathma con collera.
—Una donna si fa presto a notarla, tanto più che Elenka si mostrava spesso nella tenda di Hicks pascià.
—Ma non si mostrerà più, te lo giuro Omar. Appena sarò entrata nel campo mi metterò in cerca di lei e la pugnalerò in qualsiasi luogo la trovi.
—Non lo farai, Fathma, disse il negro fermamente.
—Perchè?… Chi me lo impedirà? chiese con impeto selvaggio l'almea.
—Perchè correrai il rischio di farti prendere.
—E che importa a me quando l'avrò uccisa?
—Ma verrai scoperta, riconosciuta per lafavorita del Mahdie forse fucilata lì per lì. Questi inglesi non ischerzano, Fathma.
—Sarò prudente, Omar.
—Me lo prometti?
—Te lo prometto.
—Lascia fare a me. La prenderò, la trascinerò lungi dal campo e te la darò in mano legata.
—Ah! esclamò l'almeacon feroce accento. Quando penso che la vedrò ai miei piedi gelata dalla morte, sento il cuore balzarmi in petto e provo una gioia sino ad oggi mai provata. Ah! quanto è bella la vendetta.
—Zitto, Fathma; ecco O'Donovan, disse Omar. O'Donovan entrò seguito da un negro che portava in ispalla un gran rotolo di vesti.
—Che ci portate? chiese Fathma affettando una certa noncuranza.
—L'occorrente per entrare nel campo senza destare sospetti, risposeO'Donovan congedando il negro.
—Forse con quelle vesti sulle spalle?
—Sedete e ascoltatemi.
O'Donovan empì una tazza di birra e la tracannò in un sol fiato, poi sedendosi dinanzi a loro due:
—Amici miei, diss'egli, in tempo di guerra, fare entrare in un campo degli sconosciuti, è sempre pericoloso.
—È giusto, disse Fathma.
—Ho fatto portare qui delle vesti di basci-bozuk, e mi pare che camuffati da soldati sia facile entrare ed uscire dal campo.
—Ah! fe' Omar ridendo. Voi volete vestirci da basci-bozuk?
—Sicuramente.
—Anch'io? chiese Fathma.
—Voi più del vostro compagno.
—È ridicola.
—Niente affatto, io la trovo una precauzione saggia.
—Mi si conoscerà facilmente per una donna.
—Non così facilmente come credete. Avete un bel portamento e una faccia ardita. Orsù, spicciamoci.
O'Donovan sciolse il rotolo e levò sei o sette vestiti di ufficiali basci-bozuk coi turbanti e le scimitarre. Fathma non esitò a scegliere quello che meglio adattavasi al suo taglio.
Si ritirò in una stanza attigua e cominciò a vestirsi, calzò le uose di pelle di capra, infilò i larghi calzoni rossi e la casacca ricamata d'argento, cinse la larga fascia nella quale passò unjatagane le pistole e raccolse i capelli achignon, nascondendoli interamente sotto un gran turbante verde. Appesasi la scimitarra, ritornò dai compagni, colla dritta posata fieramente sulla guardia dell'arma e la testa alta.
—Ah! il bell'ufficiale! esclamò O'DonovanBy-good! Non mi ricordo d'aver visto in Oriente un basci-bozuk così ammirabile.
—Siete certo? disse l'almeasorridendo.
—Ve lo giuro. Se io fossi Hicks pascià vi darei subito da comandare uno squadrone di cavalleria.
—Burlone.
—E sono sicuro che lo comanderebbe meglio di qualche ufficiale, aggiunse Omar, che terminava di abbigliarsi.
—Siete certo che non riconosceranno in me una donna? chiese l'almea.
—Certissimo.
—Allora affrettiamoci a recarsi al campo. Mi preme d'interrogareHicks pascià.
—Volete proprio venire dal generale?
—Certamente e voi mi presenterete per un vostro aiutante di campo o per qualche cosa di simile.
—Mi mettete in un bell'impiccio.
—Che c'è di nuovo? Avete paura che vi tradisca?
—Non è questo, ma…
—Che cosa allora? Dite su, voglio saperlo.
—Se Hicks pascià… se vi dasse qualche notizia su Abd-el-Kerim…Chissà, potrebbe darsi che questa notizia non fosse troppo buona…
—Sapete forse qualche cosa voi?…
—No, non so niente, ve lo giuro.
La faccia dell'almeasi alterò orribilmente; stette per alcuni istanti muta colle mani strette sul cuore.
—Sono forte, disse poi rizzandosi fieramente, e sono preparata a tutto. Conducetemi da Hicks pascià.
—Quando mi dite di essere preparata a tutto possiamo andare.
Si gettarono ad armacollo iremingtone uscirono daltugulinoltrandosi fra le tende delle compagnie accampate. Gli egiziani, vedendo uscire due ufficiali basci-bozuk invece di un uomo e di una donna si guardavan l'un l'altro sorpresi, non potendo credere ai loro occhi, ma O'Donovan non lasciò a loro tempo di osservare troppo.
—Prendiamo questo sentiero, diss'egli. Questi soldati si sono accorti del travestimento.
—Forse non ho il portamento d'un soldato, mormorò Fathma.
—Non è questo. Si sono accorti perchè vi avevano visto entrare e sapevano che iltugulnon alloggiava basci-bozuk. Del resto poco importa.
Presero un sentieruzzo che scendeva, serpeggiando, il declivio di un colle ed in poco tempo giunsero sul limite estremo del bosco. Fathma e Omar s'arrestarono sorpresi dal grandioso spettacolo che si presentava dinanzi ai loro occhi.
A duecento metri da loro, in una immensa pianura ondulata, cosparsa da gruppetti di palme, accampava l'esercito egiziano comandato da Hicks e da Aladin pascià, forte di undicimila e più uomini.
Immaginatevi tre o quattro mila tende, disposte nel massimo disordine, secondo il capriccio di coloro che le abitavano, ritte o atterrate, lacerate o rattoppate, bianche o dipinte, alcune aggruppate strettamente, altre separate da centinaia e centinaia di piedi, arrampicantesi sulle colline sabbiose o sui pendii di aridissime rupi. Nel mezzo s'alzavano, e queste con un po' d'ordine, le tende più elevate degli ufficiali, dello stato maggiore e quelle dei generali sulle quali ondeggiavano lacere bandiere egiziane.
Dappertutto si vedevano soldati, chi sdraiati per terra o aggomitolati come gatti al sole, chi seduti attorno ai fuochi a preparare il rancio, chi occupati a manovrare, chi a esercitarsi al tiro; vi erano egiziani, negri, turchi, basci-bozuk, europei, tutti in differenti costumi. Dappertutto vi erano fasci di fucili che rifulgevano ai torridi raggi del sole, cannoni, tamburi, barili di munizioni, e in mezzo a tuttociò cavalli, muli e cammelli che nitrivano, che ragliavano, che muggivano, formando colla voce degli uomini un baccano assordante, continuo, paragonabile al fragore del mare in tempesta.
—Quanti uomini! esclamò Omar. Che baccano, che confusione, quante armi, quante tende, quanti animali!…
—Tanti ma sempre pochi, disse O'Donovan con un sospiro.
—Non vi pare che bastino tutti questi?
—Pel Mahdi no, sono ancora pochi.
—Lo credete? disse Fathma.
—Sì mia cara, questi uomini non sono sufficienti per vincere il leone del Sudan. Orsù, andiamo da Hicks pascià.
—Qual'è la sua tenda?
—Quella che vedete là in mezzo.
—E quella…
—Di chi?…
—Tiriamo innanzi, mormorò Fathma mordendosi le labbra.
Entrarono nel campo, attraversando quel labirinto di tende, d'uomini e di animali e mezz'ora dopo si arrestavano presso la tenda d'Hicks pascià, dinanzi la quale vigilavano due sentinelle.
—Vammi ad annunciare al generale, disse O'Donovan ad una di esse.
—Ci accoglierà? chiese Fathma con voce visibilmente alterata.
—Certamente, rispose ilreporter. Siate forte.
—Lo sono.
—Rammentatevi che un sol gesto può tradirvi e forse perdervi. Il generale non tollererebbe nel suo campo una favorita del Mahdi.
—Vi dissi già che sono pronta a tutto. Non abbiate paura.
Due ufficiali uscirono in quell'istante dalla tenda, e salutarono rispettosamente ilreporterche restituì a loro il saluto.
—Chi sono? chiese Fathma.
—Il capitano di stato maggiore Farquar e il barone Cettendorfs. Due uomini di ferro, specialmente il primo.
La sentinella ritornò annunciando che erano aspettati. O'Donovan strinse fortemente le braccia de' suoi compagni, come per raccomandare a loro prudenza, e li condusse dentro.
In mezzo alla tenda, seduto su di un tamburo, se ne stava il generaleHicks con alcune carte topografiche spiegate sulle ginocchia.
Era questi un uomo di bell'aspetto, alto, robustissimo, non ostante che gli pesassero sulle spalle più che cinquant'anni, con una faccia alquanto dura, abbronzata dai raggi solari delle torride regioni e rugosa per le fatiche, ombreggiata da una barba piuttosto lunga, liscia e brizzolata da parecchi fili bianchi.
Hicks pascià era un soldato nel vero senso della parola, che sorto dal nulla, mercè la sua rara intrepidezza, la sua energia e il suo talento, era riuscito, passo a passo, a guadagnarsi il grado di generale.
Era entrato nell'esercito indiano l'anno 1848. Dopo aver combattuto in quasi tutte le battaglie della grande insurrezione indiana era corso in Abissinia a prendere parte alla guerra contro Re Teodoro, anzi entrava fra i primi in Magdala.
Ritiratosi in Inghilterra col grado di maggiore e nominato più tardi colonnello, ripartiva i primi del 1883 per Suakim onde prendere parte alla spedizione del Sudan.
Il 13 febbraio, nominato comandante supremo della spedizione, lasciava Suakim con uno stato maggiore composto di dodici ufficiali europei, dieci inglesi e due tedeschi.
Giunto a Chartum organizzava l'esercito incorporandovi Arabi, Egiziani, Etiopi e Basci-Bozuk e il 9 settembre mettevasi in campagna con 6000 fantaccini, 4000 basci-bozuk, ventidue cannoni, alcune mitragliatrici, 590 cavalli e 5500 cammelli.
Doveva avanzarsi lungo il fiume Bianco costruendo sei forti onde mantenere le relazioni e nell'ottobre o novembre dare battaglia alle orde del Mahdi.
Al forte di Kawa batteva i ribelli e poche settimane dopo tornava a vincerli, ma a nulla erano giovate queste vittorie.
Assalito continuamente, male organizzato, senza commissariato, senza mezzi di trasporto sufficienti, senza fondo di cassa, l'esercito s'era ben presto demoralizzato.
Hicks pascià aveva però tenuto fermo, e sfidando imperterrito le lancie dei mahdisti, la fame, la sete e il caldo, era finalmente riuscito a raggiungere El-Dhuem.
Riorganizzato alla meglio l'esercito erasi subito rimesso in campagna risoluto ad espugnare El-Obeid, la capitale del Mahdi, affrontando nuovamente altri ostacoli e altri pericoli senza nome. I soldati cadevano per la stanchezza, i pozzi erano pieni di cadaveri putrefatti appositamente gettativi dai ribelli, i cammelli insufficienti, i nemici sempre più accaniti.
Nella prima sola giornata di marcia aveva perduto sette ufficiali, cinquanta soldati e altrettanti cammelli per l'insoffribile caldo!
Il 10 ottobre, dopo un continuo scaramucciare, giungeva a Sange-Hamferid e agli ultimi di ottobre faceva accampare l'esercito sfinito, demoralizzato, a Kassegh, aspettando il momento opportuno per gettarsi su El-Obeid ed espugnarla.
CAPITOLO XIII.—Lo schiavo di Elenka.
Hicks pascià, appena vide entrare O'Donovan e i suoi compagni, mosse sollecitamente a loro incontro con un sorriso bonario sulle labbra. Salutati militarmente i due ufficiali basci-bozuk che gli restituirono spigliatamente il saluto, strinse vigorosamente la mano che ilreportergli porgeva.
—Dove diavolo siete stato fino ad ora? chiese gaiamente il generale. Sono sei giorni che non vi fate vedere nella mia tenda, amico caro, e cominciavo a temere che vi fosse accaduta qualche disgrazia.
—Non ancora, generale, disse O'Donovan, sorridendo. Ho fatto una escursione agli avamposti per vedere come vanno le faccende.
—E che avete veduto?
—Ho trovato innanzi a tutto questi due ufficiali che conobbi a Chartum e che venivano appositamente in cerca del vostro esercito per arruolarsi. Vogliono combattere contro le orde delMahdi.
—Ah! fe' il generale, fissando attentamente i due falsi ufficiali.Voi siete venuti appositamente per combattere contro i ribelli?
—Sì, generale, disse Fathma
—Da dove venite?
—Dal Bahr-el-Abiad.
—Avete incontrato dei ribelli dietro via?
—Ci hanno inseguiti dieci o dodici volte.
—Avete avuto un bel coraggio, amici miei, e una bella costanza per raggiungere il mio esercito attraversando un paese sollevato a rivolta. Ah! voi volete battervi? Vi batterete e presto.
—Si fa partenza forse? chiese O'Donovan.
—Fra qualche giorno, rispose il generale, diventando d'un tratto pensieroso. Sapete, O'Donovan, che noi ci troviamo in una posizione che può chiamarsi disperata? Se noi non entriamo più che in fretta in El-Obeid, corriamo il pericolo di terminare la campagna con una catastrofe.
—Cosa c'è di nuovo?
—Che l'esercito muore di stenti e di sete. Non vuole più obbedire ai miei comandi, si lamenta che manca di tutto, che così non la può durare, che ne ha abbastanza della campagna e che vuole ritornare a casa.
—Quando è così si ricorre a mezzi estremi per ridurlo all'obbedienza.
—Allora si ribella.
—Si fucilano i ribelli.
—Con Aladin pascià è impossibile fucilare. Anche ieri l'altro un circasso sparò una fucilata contro un ufficiale dei basci-bozuk e fu un vero miracolo se non l'uccise. Io voleva far passare per le armi il circasso, ma Aladin s'interpose e dovetti cedere. Come è possibile farsi ubbidire con questi esempi?
—Ma non siete voi il comandante supremo dell'esercito?
—Sì, sono io, ma solo di nome, disse con amarezza il generale.
—Qui mi si odia, qui si mormora che io conduco l'esercito a completa ruina, che non so comandare, che mi curo degli Egiziani come fossero i miei cani. Sono inglese, e voi sapete guanto gli Egiziani odiano noi. Vi sono dei giorni che mi pento di essermi messo alla testa di questi miserabili, ve lo giuro.
—Quando marcieremo su El-Obeid?
—Appena che avrò appianate le questioni con Aladin pascià. Io voglio marciare seguendo la pianura, lui vuole prendere la via dei monti, e intanto si perde tempo e il pericolo cresce.
—Dove trovasi l'esercito delMahdi?
—Chi lo sa? Le guide ci tradiscono, le spie si contraddicono; non sappiamo affatto nulla. Per maggior disgrazia un tedesco la scorsa notte disertò e si dice che siasi recato al campo delMahdi.
—Chi è questo traditore? chiese con indignazione O'Donovan.
—Il vostro servo.
—Che?… Gustavo Klootz…[1] Tuoni e fulmini!… È impossibile.
[1] Il 20 agosto 1885 mi abboccai coll'illustre missionario D. Luigi Bonomi, reduce dal Sudan dopo essere stato per tre lunghi anni prigioniero del Mahdi. Interrogatolo su Gustavo Klootz mi disse: «È vero che scomparve dal campo ma non credo che abbia informato il Mahdi dell'indisciplina che regnava nel campo degli Egiziani.
«Gustavo Klootz, divenuto poi mio amico, era un buon giovane, incapace di un tradimento. Il Mahdi l'aveva fatto suo consigliere e lo stimava molto.
«Più volte il Klootz aiutò noi prigionieri e s'adoperò percalmare il suo terribile padrone che ci minacciava di morte.»(E. S.)
—Ve lo dico io, O'Donovan.
Ilreportervibrò un pugno spaventevole ad una scranna che non resse all'urto e andò in pezzi.
—Miserabile Klootz! tuonò. Chi avrebbe detto che quel giovanotto sarebbe diventato un traditore! io non lo credo ancora.
—Eppure è vero. È scomparso la scorsa notte.
—Forse fu ucciso.
—No, delle spie l'hanno visto entrare nel campo di Ahmed.
—Allora siamo perduti. Il miserabile narrerà alMahdiche l'indisciplina regna nelle nostre truppe e che manchiamo di tutto.
—È cosa certa, disse il generale.
—Spingerà ilMahdia piombarci addosso.
Il generale crollò il capo.
—Forse è meglio, disse, dopo qualche istante di meditazione. Una battaglia la desidero poichè la sola vittoria può salvarci.
—E se invece di vincere si perde?
—Dio nol permetta; neppur uno di noi scamperà all'eccidio!
La fronte del generale s'aggrottò. Chinò il capo sul petto, incrociò macchinalmente le braccia e si mise a passeggiare in preda a brutti pensieri.
Il più profondo silenzio regnò per qualche minuto nella tenda.
Ad un tratto O'Donovan sentì urtarsi il gomito. Si volse e vide Fathma che lo guardava con occhi supplichevoli; comprese subito ciò che voleva.
—Generale, disse.
Hicks pascià rialzò la testa interrompendo la passeggiata.
—Avete qualche cosa da dirmi, chiese distrattamente.
—Conoscete voi gli ufficiali che condusse Dhafar pascià?
—Tutti.
—Fathma s'avvicinò vieppiù a O'Donovan, Non respirò più e strinse le mani sul petto quasi volesse imporre silenzio ai precipitosi battiti del suo cuore.
—Generale, continuò ilreporter, avete conosciuto un tenente che si chiama Abd-el-Kerim?
Hicks pascià lo guardò in silenzio passandosi la mano manca sulla fronte come cercasse nella memoria.
—Un arabo? disse poi.
—Sì, un arabo esclamò Fathma con veemenza.
—Era alto, dal nobile portamento, capelli e baffi neri.
—Sì, proprio così, proprio così, balbettò l'almea.
—L'avete conosciuto anche voi?
—Era… Era un mio amico.
—Ah! fe' il generale. Lo conobbi a Duhem assieme al capitano Hassarn.
Un rauco sospiro sortì dalle labbra contratte di Fathma e la sua fronte si coprì di stille di sudore. I suoi occhi si aprirono smisuratamente fissandosi in quelli del generale, come volesse leggere ciò che passavagli per la mente.
—L'avete conosciuto, mormorò ella con un filo di voce. Ed ora… si trova qui?
—No, nè lui ne Hassarn.
L'almeaindietreggiò tre o quattro passi barcollando come se fosse stata percossa dalla folgore. O'Donovan l'afferrò per un braccio stringendoglielo come in una morsa. Ella s'arrestò di botto; comprese il pericolo che correva, l'abisso in cui stava forse per precipitare.
—Che è successo di loro? chiese O'Donovan stornando l'attenzione del generale. Sono stati forse uccisi?
—Sono caduti in una imboscata appena usciti da Duhem. Il capitanoHassarn fu ucciso da tre colpi di lancia, l'altro…
—L'altro?… chiese Fathma con voce strozzata.
—Fu fatto prigioniero dagl'insorti!…
—Dio!… rantolò ella.
Cacciò fuori un urlo disperato, straziante, portò le mani alla testa e cadde fra le braccia di Omar. O'Donovan impallidì come un morto; credette che tutto fosse perduto.
—Che è successo? chiese il generale correndo verso Fathma.
—Non è nulla generale, disse O'Donovan, sbarrandogli il passo.Abd-el-Kerim era suo… era suo fratello.
—Ah! disgraziato!… slacciategli le vesti, lasciatemi vedere:
—Non è nulla, vi ripeto, non è nulla.
—Chiamatemi il capitano medico, replicò il generale cercando di avvicinarsi all'almeasvenuta. Lasciatemi vedere se posso fare qualche cosa io.
—Lo chiamerò più tardi, generale, non datevi pensiero di nulla, lasciate che lo trasporti nella mia tenda. Portalo via Omar.