XVII.CESARE, CRASSO E CICERONE.

XVII.CESARE, CRASSO E CICERONE.

Uscendo per recarsi al Senato, Cicerone, quantunque fosse certissimo della colpa di Clodio, sentivasi tutt’altro che eccitato a condannarlo. In primo luogo, come filosofo e pensatore, non essendo quel che potrebbe dirsi, un bigotto diRoma antica, in faccia alla giustizia assoluta, non dava grande importanza all’insulto fatto ai riti della dea Bona; dea di terzo ordine, la quale era piuttosto complice dei disordini delle matrone e delle donne romane, che inspiratrice e custode della loro virtù. Facendo la via, crollava dunque la testa, pensando all’importanza smodata che davasi alla colpa di Clodio. In secondo luogo ei temeva cotesto giovine inesplicabilmente terribile a tutti, e non sapeva risolversi a farselo nemico, e facendosi nemico lui, sapeva di rendersi nemici e Cesare e Crasso. Procedette così fino al tempio, dove il Senato doveva congregarsi. Innanzi al limitare di esso vide Cesare e Crasso circondati da una fitta di cittadini d’ogni classe. V’erano patrizj, cavalieri, tribuni, perfino senatori. Allorchè Cesare vide Cicerone gli si fece incontro, e:

— Credo bene che tu avrai divisa la tua colla mia sentenza?

— Ora non so nulla, o Cesare. Converrà sentir l’accusa, i testimoni, la difesa, tutto quello che è necessario a pronunciare una sentenza. Del rimanente, che Clodio abbia contaminato i riti della dea come lo ha giurato la madre tua, lo giurò Terenzia. Questo solo ti prometto, o Cesare, che non dirò e non farò cosa che sia contro alla giustizia.

L’ambizione, che era la sola eccitatrice del coraggio di Cicerone, e che già lo aveva reso imperterrito e inesorabile nella condanna dei catilinarj, lo mantenne in rigorosa dignità anche questa volta. Non voleva mettere in pericolo il predicato diPadre della Patria, che lo aveva fatto sussultar di gioia, quando gli giunse all’orecchio pronunciato dalla gran voce del popolo romano.

Così insieme con Cesare e con Crasso ei mise piede nel vasto pronao del tempio. Quanti stavano intorno ad essi entrarono in quell’immenso recinto, dove tutta Roma era affollata, tanta era l’importanza che davasi a Clodio e al suo delitto e al giudizio e alla sentenza che il Senato avrebbe pronunciato.

E poco dopo entrò anche Clodio, fiero e provocante nell’incesso, infiammato negli occhi: e pareva Apollo sagittario, quando dall’arco suonante vibrava saette pestifere a contaminare il campo argivo.

Il frastuono era al sommo. Cesare parlava ora all’uno, ora all’altro, ora all’altro. Crasso faceva lo stesso, e alle loro parole si vedevan teste inchinarsi, e mani comprimere sterni, come in atto di promessa e di giuramento. Solo a un certo punto nacque diverbio tra Cesare e un tal Trebonio.

— Dammi altri cinquanta talenti, dicevagli questi, e farò a tuo senno.

— Non li ho meco, Trebonio. Domani li avrai.

— Adesso io li voglio, o Clodio sarà condannato. Trenta clienti stanno agli ordini miei.

— Ebbene, attendi.

Passeggiava tra quella folla, circondato dai suoi pari, un tale Assio, celebre usuraio di quel tempo. Capitanava una schiera di manutengoli, e in tutti i giorni d’assemblea venivano nel pronao a mercanteggiar di danaro. Quell’Assio era già vecchio, e avea militato in Asia portando in Roma, insieme con alquanti de’ suoi commilitoni, assai danaro. La sua schiera chiamavasi l’Acies Asiatica.

Cesare gli si avvicinò e gli disse:

— Dammi cinquanta talenti.

— Non li ho meco.

— Valli a prendere sull’istante.

— Se Crasso ti fa garanzia, vado.

Cesare chiamò Crasso. Questi, sentito il fatto:

— Va, gli disse, e presto. Rispondo io. Va.

Assio partì.

Continuava a rumoreggiare il gigantesco pronao. La varia folla, dove tutte le classi si mescevano, era fondo cupamente agitato, quasi fosse onda acherontea, sul quale staccavano a grande rilievo gli antichi illustri scellerati.


Back to IndexNext