NARCISA

Ella era bella più che sia possibile immaginare. Vedendola si aveva alfine dinnanzi agli occhi il compendio di tutti i sogni, di tutte le aspirazioni; l'ideale più alto e più perfetto. Riuniva tutte le visioni: un poeta nordico, amante delle pallide figure ossianesche, l'avrebbe trovata più completa di ogni sua creazione, e un pagano adoratore della forma l'avrebbe allo stesso tempo dichiarata la più magnifica espressione della donna. A un discepolo di Fidia sarebbe apparsa una bellezza greca; avrebbe innamorato Orazio quanto Byron, Rubens e Raffaello insieme, Gautier al pari di Hugo. Incontrandola, era impossibile non volgersi stupefatti ad ammirarla.

Sarebbe stato assai difficile il volere spiegare fisiologicamente il mistero di tanta bellezza; il tipo de' suoi genitori era regolare, ma comune, e certo un tal fiore non potevasi aspettare dal granello ch'era stato posto in terra. Fin dai suoi primi giorni aveva qualcosa d'insolito. Quando la madre si era visto davanti quel bianco visino—tutto circondato di trine, con quei due braccini d'alabastro che uscivano dalle fasce—insieme a quel primo scoppio di gioia dell'amore materno alla vista della propria creatura, si era unito un senso d'ammirazione per la perfettissima regolarità, per quanto fosse possibile, di quei piccoli lineamenti, per la miriade di cose che già quegli occhietti dicevano.—Crescendo in età crebbe costantemente in grazia naturale ed irresistibile. Non si può immaginare una bambina più incantevole di quello ch'ella era a cinque o sei anni. In quell'età in cui il desiderio di piacere non è ancor sorto, ella portava già istintivamente ciò che indossava con una fanciullesca eleganza da cui le altre bambine erano ben lontane. Ella correva e saltava quanto le altre; ma ogni suo movimento, ogni suo gesto era armonico.—Fin d'allora avea qualcosa di concentrato. Non era nè pensosa nè taciturna, come lo sono spesso i fanciulli quando l'intelligenza si sviluppa innanzi tempo; ma aveva un non so che di diverso dagli altri, difficile a definirsi. È strana la influenza che avevano su di lei gli specchi. Ogni volta che si trovava davanti a uno specchio, vi si fermava e vi stava lungamente, immobile e come estatica della propria bellezza.

Naturalmente tutto ciò aumentò, e la bellezza e il suo modo bizzarro. Passò per tutti gli stadi dell'infanzia, facendosi di giorno in giorno più indifferente a ciò che forma la vita a quell'età; e giunse ai sedici anni senza che i suoi parenti avessero potuto scorgere in lei una tendenza, una predilezione per uno studio o per un divertimento qualunque. I suoi occhi erano pieni di espressione e certo non poteva mancare di attitudine per tutto; ma nulla la interessava, tranne le cose aventi relazione con la forma, con la bellezza materiale ed esterna, con l'estetica delle linee e dei colori. Nella storia non si riusciva ad appassionare che per le epoche pagane, o per le favole mitologiche in cui s'esalta il culto del bello. In tutto ella cercava il lato sensibile; preferiva una bella statua a un bel quadro, un quadro alla musica la più incantevole. Non aveva alcun desiderio d'irreligione, ma capiva poco la divina poesia del cristianesimo, e certo preferiva il Cristo giovane, bello di bellezza dolcissima e celeste, col fronte coronato dell'aureola e circondato da un nimbo di luce, al Cristo smunto, livido, scarno, inchiodato sulla croce della redenzione, bello solamente della sua fede e del suo sacrificio. Capiva l'arte per istinto; sarebbe rimasta delle ore assorta, in muta contemplazione, dinanzi a una Venere, sogno realizzato nel marmo. Quando leggeva il racconto di quei tempi impareggiabili in cui fiorivano Fidia e Pigmalione, si sentiva delle irresistibili aspirazioni verso i portici d'Atene, con la loro serena architettura irradiata dal sole purissimo della Grecia; avrebbe voluto correre sui gradini dei tempii frammezzo alle bianche colonne, o errare nei boschi penetrati, malgrado la foltezza delle piante verdeggianti, da quella luce splendida e illuminati dal riflesso di quel cielo azzurro.

La prima volta che fu condotta in società, la sua apparizione ad un ballo impressionò così vivamente che per un mese non si parlò più che di lei. Ella era vestita di bianco, senza ornamenti, senza nulla, nulla, tranne il fulgore de' suoi occhi il cui sguardo era una magìa, la pura bellezza de' suoi lineamenti, il poema delle sue forme. Era modesta, ma non timida; non mancava di spirito e sapeva parlare, ma com'era possibile sostenere con lei una conversazione? L'ammirazione irreprimibile che in voi destava ogni suo gesto, ogni più fuggevole espressione del suo viso, ogni moto del suo corpo, vi distraeva al punto di non saper quasi nè ascoltare nè rispondere. Se parlando alzava una mano per rimettere al posto un nastro disubbidiente, la vista di quelle bianche dita, dalla forma allungata e perfetta, vi faceva perdere il filo di ciò che stavate dicendo.

Ella intanto non manifestava alcuna predilezione ma la precocità fisica e intellettuale della sua infanzia non si era smentita, e a quell'età ella era già una donna. I suoi sedici anni le splendevano in fronte ed ogni volta che parlava, la sua voce arcanamente armoniosa sembrava cantasse l'inno della gioventù. Ella era dunque, la straordinaria fanciulla, giunta come le altre all'istante quando il primo palpito commove il cuore, e, senza far sparire il sorriso del mattino della vita, la prima lagrima spunta nel ciglio. Ell'era giunta all'istante quando il vento che passa tra i rami, l'aura che increspa la cima delle acque, il susurro della sera, il canto degli uccelli, tutto il leggero e potente soffio della natura diventa una sola voce e dice una sola parola; quando l'azzurro del cielo, il lucido contorno delle nubi, il verde delle foglie, le mille tinte calde ed armoniose della terra, sembrano confondersi in un sol colore e si traducono in un sol sentimento.—Eppure nulla si moveva, nulla palpitava in lei.

Non si vide mai una più perfetta espressione della vergine; la sua bellezza incontestabile e quasi insolente era però ancor tutta vaga, le sue forme avvenenti ancora indistinte, sebbene complete; quasi il pensiero divino non si fosse tutto estrinsecato e una parte di lei fosse ancora altrove. Pure sembrava impossibile ch'ella potesse diventar più bella.—Pensava quasi continuamente alla propria bellezza e quasi di null'altro si occupava, ma lo faceva in modo che è assai difficile far comprendere. Non era mossa da civetteria femminile nè dall'ambizione; lo faceva con una serietà concentrata e distratta, quasi fosse necessario per lei il farlo; sembrava ubbidire ad una missione. L'ammirazione di sè stessa ed il sentimento della propria bellezza erano in lei come un divino istinto: pareva, occupandosene, compiere un ministero.

Passava sempre lunghe ore dinanzi allo specchio e non aveva mai finito di mirarsi e di acconciarsi; ma non se ne nascondeva come le altre, lo faceva publicamente, quasi quel culto della propria persona fosse solamente artistico, e, per così dire, impersonale.

L'amore di sè sembrava escludesse in lei la possibilità di un altro amore. I parenti osservavano, se in quella età pericolosa in cui si trovava, qualcuno avesse fatto palpitare per la prima volta il suo cuore o colpito la sua immaginazione; ma non sorpresero nulla, e davvero non c'era nulla da sorprendere. Vedeva i giovani i più seducenti, sia per un motivo, sia per l'altro, ma di nessuno si curava. Se ne accorgevano quasi con piacere, giacchè non essendovi simpatie preconcette da vincere, credevano che sarebbe stato facile lo scegliere per lei. Essi erano ricchissimi, ricchi tanto da poter aspirare molto in alto. Una tale occasione non tardò molto a presentarsi; un giovane, ultimo discendente di una illustre famiglia, che lui morto si sarebbe estinta, s'invaghì più di tutti della straordinaria bellezza della fanciulla e ne chiese la mano. Egli era ricco, simpatico a tutti; di un carattere buono e leale e certo non brutto, benchè d'una figura assai comune. Ella rifiutò.

Suo padre non la volle forzare, ma fu dolentissimo di tale rifiuto ch'egli diceva mosso da un imperdonabile capriccio.

Fu lo stesso di venti altri.

Passarono così alcuni anni ed ella faceva veramente soffrire le persone che le volevano bene con tanta ostinazione. Ma l'idea del matrimonio le ripugnava. Dovette subire una forte lotta interna prima di giungere a comprendere che non è possibile a questo mondo voler esser tanto stravagante e che non poteva andar così direttamente contro alla volontà di tutti. Ma finalmente capì che bisognava far delle concessioni e disse a suo padre, rendendolo lietissimo, che accetterebbe la mano del primo giovane che si sarebbe presentato, purchè accontentasse quelli che da tanto tempo le consigliavano di cedere e non le dispiacesse troppo.

Il primo che osò chiedere la sua mano fu il conte R.., abbastanza ricco e assai ricercato da tutti e che da molto tempo era stato colpito dalla superba bellezza di lei.

Ella fu fedele alla sua promessa ed accettò. Aveva allora vent'anni.

La sua bellezza, che diventava ogni giorno più intensa, era tale che chi non ebbe la fortuna di vederla non se ne può nemmeno fare un'idea. Aveva acquistata una fama universale; si parlava di lei dal palazzo di corte alla soffitta del miserabile. I poeti d'ogni calibro la cantavano su tutti i metri, e i pittori, vedendola, gittavano pennelli e tavolozza.

Il conte era un bel tipo meridionale, alto e ben fatto; aveva occhi e capelli nerissimi, i lineamenti fini. Quanto al morale, era quieto, con intelligenza sufficiente ai suoi bisogni, piuttosto insipido e assai indolente.

Il matrimonio ebbe luogo e fu come tutti i matrimoni, e seguito da un breve viaggio come tutti i viaggi di nozze e da una luna di miele delle più abituali.

Al ritorno la nostra eroina, che ora potremo chiamare contessa, era molto cambiata. Sembrava impossibile, ma erasi ancora abbellita. La sua bellezza non aveva mutato carattere, ma si era fatta più splendida. Il poeta l'avrebbe forse preferita prima, non lo scultore.

Sebbene nessuno, qualunque fosse il suo gusto, potesse rimanere insensibile dinanzi a lei, essendo ella, come già fu detto, il risultamento di tutti i sogni, pure molti—tutti coloro che ricercano le profonde delicatezze dell'anima—avrebbero trovato in lei una mancanza indefinibile, ma vera. Noi amiamo le cose umane; la nostra fragilità, i nostri errori, le nostre debolezze, perfino qualcuna delle nostre miserie, ci attirano e le vogliamo, le amiamo quasi fossero qualità e non difetti; siamo fatti d'una parte sopranaturale e d'una parte terrena, di qualcosa di superbo e di qualcosa di basso, ma la nostra argilla l'amiamo qual è. In lei mancava l'imperfezione, mancava la fragilità. Cosa dolorosa e disperante, in lei non v'era possibilità d'amore—la fralezza sublime. Ella era troppo perfetta e talvolta quella perfezione opprimeva e quella suprema serenità ne faceva male. Non si vedeva dove un sentimento veramente nostro avrebbe potuto prender posto tra quella calma desolante, e la sua bellezza appariva intangibile, inaccessibile.

Maritata, fu costretta a prendere una parte più attiva nella vita comune, e parve quasi che si distraesse alquanto dalla sua preoccupazione abituale. Viveva presso a poco la vita di tutti, andava in società, riceveva; ma lo studio, l'amore di sè erano sempre il suo pensiero principale. Le donne non erano tanto gelose di lei quanto si sarebbe supposto. Prima di tutto era inutile il voler criticare la sua bellezza, in secondo luogo non avevano molto a temere da lei, perchè non scendeva in campo a combattere e le sue armi non si curava di adoperarle.

Ferivano però e di ferite gravissime. Rinunciamo a raccontare tutte le passioni che suscitò, tutto il male ch'ella fece, davvero con la massima innocenza, poichè si empirebbero volumi. Quante amanti la maledirono, quante madri, vedendola, si sentivano gli occhi gonfiarsi di lagrime, quanti le chiesero pietà! Come si tentò in ogni modo di far vibrare la corda segreta del suo cuore, di turbare la limpidità serena del suo sguardo!—Ma ella possedeva la calma imperturbabile del marmo.

A coloro che le rimproveravano la sua insensibilità, e parlando di chi la riputava una donna spietata, ella diceva:

—Guardatemi. Come volete che io sia cattiva? Che colpa ne ho io se non posso vivere come le altre, se ho la fortuna di non soffrire?…

E tutti rimanevano colpiti dalla pace raggiante del suo viso, mentr'ella pronunciava tali parole piene di una tranquillità sovrumana—abbagliati da quell'avvenenza invincibile.

Accadevano spesso delle scene abbastanza strane. La contessa riceveva venti lettere al giorno, lettere d'amore, di preghiera, di gelosia, d'ira, di disperazione….. ch'ella gettava sul fuoco senza finirle.

Gli artisti, i poeti, gli osservatori si occupavano di lei come d'un enigma vivente. La maggior parte la vollero conoscere, e siccome aveva intelligenza e spirito, le sue sale furono aperte all'aristocrazia dell'ingegno, come lo erano naturalmente alle altre aristocrazie.

Il suo gusto era squisito nelle cose d'arte. L'appartamento n'era una prova visibile. Tutto, dalle vôlte, dalle cornici, dai mobili fino al più piccolo oggetto, aveva un valore artistico. Vi erano quadri scelti con sottile discernimento tra i capolavori delle migliori scuole, statue che rammentavano le greche, vasi della China e del Giappone, lavori di smalto e d'intaglio, velluti e damaschi cadenti in pieghe maestose, tappeti di Gobelins dai colori vivacissimi e armonizzantisi, e sopratutto specchi d'ogni sorta, dagli enormi dovuti alle fabbriche moderne che coprivano intere pareti fino ai piccoli, elegantissimi specchi di Venezia, con le cornici un po' annerite dal tempo, coperte d'ornati baroccamente contorti e ingemmate di specchini microscopici. Tutte codeste cose erano disposte con quell'ordine di sobria eleganza che indica il gusto di artista spinto fino alle ultime conseguenze; l'armonia dei colori e delle forme, l'unione tanto difficile degli stili, era ottenuta con la sicurezza infallibile che dà la mano maestra. Ed era essa infatti che aveva presieduto a tutto, poichè dopo di aver pensato a sè, che cosa le rimaneva da fare se non pensare a ciò che la circondava? Ella amava le cose belle per istinto, per cui era giunta ad una conoscenza esattissima in arte alla quale non si arriva d'ordinario che dopo lungo studio e minute osservazioni; aveva la potenza divinatrice del bello negli oggetti antichi, come si fosse occupata sempre di archeologia, e in una bottega d'antiquario scorgeva a prima vista ciò che valeva d'essere comperato.

Pittori e scultori le chiedevano il suo parere; questi le portava due o tre abbozzi perchè decidesse quale fosse meglio imprendere, quello la pregava d'andare al suo studio per dargli un consiglio sul modo di atteggiare una statua. E sempre rispondeva con sorprendente giustezza e spesso il suo occhio vedeva più in là dell'occhio dell'artista. Molte volte diceva: «Fate così» e l'artista non era persuaso, ma ubbidiva ciecamente, e terminato il lavoro comprendeva ciò che non aveva compreso prima e si felicitava di aver ubbidito.

Vorremmo poter raccontare le mille impressioni differenti che faceva su tutti la bellezza della contessa, a seconda dei diversi modi in cui si manifestava. In casa, capricciosamente vestita, al passeggio, indolentemente posata nella sua carrozza o cavalcando con un'eleganza inimitabile; al teatro, con la mano divina posata sul velluto del parapetto, attenta piuttosto agli sguardi d'ammirazione che da ogni parte convergevano verso il suo palco, che alla musica di Verdi o di Meyerbeer…. Vorremmo, colla facilità concessa ai novellieri di penetrare dovunque muniti dell'anello dell'Ariosto, condurre il lettore nelle più intime stanze, farlo assistere alla toletta della contessa, che era un quadro improntato d'epicureismo antico, e svelare i tesori segreti di quella bellezza sovrumana, tanto avida d'ammirazione.

La camera da letto ed i gabinetti erano divisi dal resto dell'appartamento. Là appariva ancor più che altrove il gusto squisito della bellissima, l'impronta sovrana ch'ella non poteva a meno di porre su tutto ciò che le stava vicino. Quelle stanze erano un santuario. Tutto ciò che si può immaginare riunendo la molle comodità delle nostre abitudini moderne con la maestà delle decorazioni antiche ritrovavasi colà. La camera, nello stile pompeiano, era piena di finissime estravaganti pitture, di fregi largamente e bizzarramente segnati che correvano intorno alla vôlta, coperta ella stessa d'ornati delicatissimi e di figure chimeriche; i mobili, le tende, le drapperie, tutto era perfettamente d'accordo con lo stile delle pareti. La stanza era divisa in due parti da un grande arco, ricco d'intagli, di decorazioni e di vaghissimi bassorilievi, dal quale pendevano tre lampade d'argento, antiche, del più puro e leggiadro disegno. Un'alcova chiusa da tende di seta molle e ondata conteneva il letto coperto d'uno strato di vera porpora a frange d'oro.

Adiacente a quella stanza aprivasi una vasta sala, pure divisa in due parti, la prima delle quali serviva da gabinetto, la seconda da bagno. In questa era scavato un vasto bacino di marmo verde da cui usciva incessantemente lo zampillo d'una fontana che spingeva allegramente il suo getto fino alla vôlta; ai lati vi erano due vasche di porfido e due grandi tavole preziosamente scolpite, sostenenti i mille oggetti necessari ad una signora.

Da un'altra porta della stanza da letto si entrava in due piccoli gabinetti affatto differenti e più piccoli. Il primo era elegantissimo. Da un rosone in mezzo alla volta scendevano delle tende di velluto, di quel rosa delicato e pallido che tinge l'interno d'alcune conchiglie, e coprivano tutta la stanza, vôlta e pareti, cadenti lunghissime su di un tappeto folto come l'erba d'un prato, pure rosa a fiori bianchi. I sofà e gli sgabelli erano pure dello stesso velluto. Il secondo gabinetto era più curioso ancora, poichè da qualunque parte vi volgeste non era possibile scorgere altro che specchi. Quattro candelabri erano posti negli angoli.

Era davvero una scena che sembrava attendere il pennello d'un artista pagano quella che frequentemente aveva luogo in quelle stanze. Talora la contessa, circondata dalle sue donne, si vestiva ed acconciava lungamente, con una serietà che rammentava le dame romane, talchè un indiscreto nascosto dietro qualche tenda avrebbe potuto credersi trasportato d'improvviso ai tempi di Giovenale—tal altra invece, sola, si compiaceva voluttuosamente nello spettacolo incantevole della propria bellezza. Gettava intorno a sè le stoffe ed i veli che la coprivano ed appariva, abbagliando i suoi proprii occhi con tanta perfezione, bella come la Venere sorgente dai flutti.—-Sembrava quasi allora che un tremito misterioso agitasse le tende, che le figure dipinte sorridessero, che gli specchi sentissero l'immagine che riflettevano, quasi quelle forme scultorie dessero involontariamente la vita alle cose inanimate.

Fossimo nati ai tempi d'Aspasia o di Frine! Chè allora ne sarebbe concesso descrivere minutamente quel corpo creato di getto in un momento supremo di celeste ispirazione—mentre invece la nostra qualità di scrittore moderno ci ingiunge di rinunziare a dire quelle eleganti curve, quelle linee perfette, quelle forme armoniose come una musica scesa dal cielo; e quasi nemmeno ne sarebbe concesso di cantare ad una ad una le strofe del poema del suo corpo. Non possiamo dunque parlare nè della superba linea del torso, nè delle braccia che si sarebbero date alla Venere di Milo, nè del piede simile a quello d'una dea che ha solo toccato la cima delle nubi, nè della gamba d'una rara purezza di contorno… e ci è forza lasciare che il lettore supplisca a tutto ciò con la sua immaginazione, e al posto della nostra eroina ponga il suo proprio ideale.

A poco a poco le sue antiche abitudini presero di nuovo il di sopra, e la idea fissa dei primi anni l'afferrò ancora e forse con maggior forza di prima. Maritandosi, ella era stata costretta (come si è visto) a vivere un poco la vita di tutti, e ciò l'aveva un po' distratta. Ora vi ritornava; nè vi è certo da stupirsi di questo, poichè non era possibile che le occupazioni della società le fossero sufficienti, e di cosa poteva occuparsi se non di sè, ella che non conosceva l'amore?—Suo marito che sulle prime aveva fortemente subìto il fascino ch'ella esercitava su tutti, si era presso a poco guarito della sua passione davanti alla passiva freddezza di lei.

Tutto l'annoiava, e dopo il primo anno di matrimonio restò a lungo prima di ricomparire in società. Ben inteso che da ogni parte sorgevano lamenti per tale scomparsa, e che tutti se ne stupivano. Ma in lei la idea fissa si era quasi fatta malore. Avvicinandosi ai venticinque anni, la sua bellezza si avvicinava al punto culminante e prendeva un carattere di completa maturezza. Ella era ora la più perfetta espressione della donna in tutto ciò ch'ella ha di più maestoso. La numerosa schiera di quelli che l'ammiravano, o l'adoravano in segreto—avendo ben compreso ch'era inutile parlare—soffrivano di esser privati perfino della gioia di vederla. I pochissimi ammessi in una relativa intimità cercavano in ogni modo di persuaderla a distrarsi. Gli artisti, che la studiavano, capivano che ora la sua passione per sè stessa aumentava prodigiosamente.

Suo marito, che non riusciva ad indovinarla, ma che vedeva con uno stupore pauroso la luce stranissima che sfavillava negli occhi suoi ogni giorno più vivamente, univa le sue preghiere alle loro, ma tutto fu vano per qualche tempo.

Finalmente un giorno, con una decisione che sembrava un misto di volontà sua e di cessione alle ripetute preghiere, consentì ad aprire le sue sale ad una gran festa da ballo. La sera fu fissata e le carte d'invito cadendo in mezzo ai mille discorsi che si tenevano a proposito del suo desiderio di solitudine, tutti aggradevolmente stupirono.

La sera tanto attesa giunse. Le carrozze arrivarono in lunga fila e versavano il loro contingente di signore e fanciulle, che ascendevano lentamente lo scalone coperto di fiori, avvolte nei candidi mantelli nascondenti tante bellezze che tra un momento dovevano essere accarezzate dalla luce splendente delle sale. Il magnifico appartamento, chiarissimo, tutto adorno di fiori, si riempiva a poco a poco. Il conte, in piedi nella prima sala, riceveva tutti con un sorriso stereotipato.

Si era già ballato, quando apparve la contessa che in nulla seguiva l'uso comune. L'effetto ch'ella produsse fu indescrivibile. Nelle sale vi fu un silenzio come al giungere d'una regina.

Il suo vestito—semplicissimo di fattura—era di velluto rosso e cadeva, fasciando i fianchi e allungandosi di dietro in un interminabile strascico. Sul suo petto posava una ricchissima collana di smeraldi. I suoi capelli, d'una tinta variante tra il biondo ed il castagno, avevano dei riflessi luminosi e fulvi che chiedevano il pennello del Tiziano e si frangevano in masse ondate e ricciute, si contorcevano in piccole spirali fantastiche, parevano talvolta accendersi di fiammelle dorate. La tinta bianchissima della sua pelle era però d'un pallore vivace e rosato. I suoi occhi, d'un taglio purissimo e d'uno splendore calmo, erano micidiali senza volerlo. Nel suo incedere vi era qualcosa di divino; il ritmo della sua voce si confondeva col ritmo dei suoi movimenti.

Non aveva mai prodotto tanta impressione. La sua bellezza aveva aquistato qualche cosa di luminoso e di fatale. Irradiava e turbava ad un tempo. Tutti si estasiavano dinanzi a lei; alcuni sentirono una fitta al cuore.

Un vecchio scienziato tedesco disse, parlando ad un amico che aveva vicino, mentre la contessa passava:

—È strano il pensare che fra poco tutta questa bellezza sparirà e che le forme superbe e l'occhio fulgente non faranno più vittime!…»

Benchè pronunciate sottovoce, queste parole giunsero all'orecchio della contessa.—-Si volse e rispose con un sorriso e una espressione inesplicabili:

—No, dottore, vi sbagliate. Finchè sarò, sarò come mi vedete adesso.

In quella notte ella sembrava molto distratta. Vi era talvolta qualche incoerenza nelle sue parole, e di tanto in tanto le passavano sulla bocca dei sorrisi pieni d'una poesia misteriosa.

Il ballo era magnifico. Fu una di quelle feste che fanno epoca e che rimangono come pietra di paragone di tutte le altre e spesso per molto tempo come l'apice inaccessibile della ricchezza e della eleganza.

Dal principio della sera la contessa non si era ancora guardata. Pareva temesse. Godeva dell'ammirazione altrui e voleva aspettare ad assicurarsi della propria. Assaporava intanto il trionfo, e l'orgoglio che la riempiva era tanto dolce che le pareva quasi difficile da sopportare.—Verso le due, al momento della cena e quando le sale si erano un poco sfollate, prese una improvvisa decisione e si diresse verso una specie di serra ch'era a lato della sala da ballo, in fondo alla quale stava un enorme specchio. Lo avvicinò lentamente, ad occhi bassi. Sembrava non osasse; finalmente alzò gli occhi.

Parve che una luce si spargesse sul suo volto e che tutta la sua figura s'irradiasse. Stette immobile per qualche minuto, assorta, incantata, con un sorriso d'estatica compiacenza.

Poi, d'improvviso, si voltò e attraversando con passo deciso i gruppi di persone che guardavano un poco attoniti, si diresse verso le sue stanze.

Giunse al gabinetto degli specchi.

Là, con un movimento rapido, sprigionò la massa dei capelli che si sciolsero in onde luminose sulle spalle bianchissime, strappò gli uncini della veste che cadde a terra, scosse ogni velo e si guardò intorno. Riunì le braccia sopra la testa, stando dritta, coi piedi vicini e il fianco un po' sporgente, rammentando la postura della Frine dinanzi all'areopago, e sorrise, contemplandosi.

D'improvviso un fremito l'agitò—impallidì tanto da sembrare il marmo di Pigmalione che appena fatto donna ridivenisse statua, poi lentamente accosciandosi come chi si sente mancare le forze a poco a poco, cadde sulle ginocchia, frammezzo alle sue vesti, poi piegò adagio all'indietro, incrocicchiando le braccia sul seno e tirandosi addosso tutto quello che potè con un gesto d'estremo pudore.

Quel ballo, da cui la contessa si ritirò prima della fine, fu per molto tempo il principale argomento di discorso nella società elegante. Fu inoltre l'ultima volta ch'ella si mostrò in publico.—Non molto dopo ella si spense.—Nessuno ha certo dimenticato la sua morte, come nessuno ha dimenticato la sua bellezza. Morì dopo una breve e violenta malattia che i medici confessarono di non aver troppo capito. Il suo corpo venne imbalsamato. La sua fine fu misteriosa quanto la sua vita.

Ella rimase un enigma per tutti. Certo la figura di una donna così bella, così seducente e insensibile, ma tutta invasa da una passione arcana, passata come un apparizione—oggetto di stupore e di desiderio—e poi subitamente sparita, resterà lungamente impressa nella memoria di chi la conobbe.

Un giorno, in un crocchio d'amici, si parlava di lei. Chi si estasiava sulla sua bellezza, che rimarrà come un tipo inimitabile, chi tentava spiegare il problema della sua vita. Poi si venne a discutere sulla sua morte quasi più inesplicabile ancora.

—Io ne so la causa, disse un poeta. È morta di bellezza.

Le abitazioni d'ogni specie, palazzi, case, castelli, tutte hanno le loro vicende, la loro storia, come gl'individui ed i popoli. Attraversano fasi di prosperità, di splendore, di decadenza e di rovina. Talora sembrano felici, talora invece portano impresso dovunque il segno della desolazione. La fortuna delle dimore segue la fortuna degli abitanti. E, dall'inevitabile azione del tempo, dall'abbandono derivano le più disparate conseguenze. Talvolta il decadimento conduce alla miseria la più squallida, tal altra mirabilmente abbellisce, e agli stupendi edifici rôsi dagli anni aggiunge una novella e diversa poesia; mentre ad alcune costruzioni, scevre d'intendimento artistico, dona un incanto che non ebbero mai. Se in qualche via deserta, mal selciata d'una città di provincia, vedete ad un tratto sorgere al vostro fianco uno di que' magnifici palazzi di stile barocco, che conservano ancora un pallido riflesso della sontuosità passata, con i suoi pesanti ornamenti spezzati qua e là, con le ricche inferriate arrugginite, con le malerbe ch'escono d'in tra le pietre e l'umido muschio che oblitera lo stemma del portone, avete di certo pensato, che nei lieti giorni della dovizia e della maestà non aveva quella bellezza vetusta che ora più d'ogni altra vi attrae e vi fa sostare. Ma se invece vi si presenta allo sguardo la elegante ed odiosa «casa di campagna» del negoziante di candele arricchito, tutta nuova e luccicante, dipinta a ghirigori giallognoli e rosa, con le persiane turchine, preceduta dal giardino «ben tenuto,» con la piccola barca ch'entra nella piccola grotta a lato del piccolo lago artificiale, non vi passerà mai per la mente che fra un secolo un poeta potrà forse fermarsi dinanzi a quel cancello e restare assorto davanti allo stupendo disordine che la natura, ritornata padrona di quell'angolo, vi avrà fatto, sostituendo alla cattiva prosa architettonica del droghiere defunto, la sua instancabile e feconda improvvisazione.

La villa di cui raccontiamo la storia, ch'è quasi una leggenda, era situata in un punto che non vogliamo troppo determinare, non lontano da Tivoli; e mentre era stata altre volte sontuosissima e splendidamente abitata, lasciata ora quasi nell'abbandono e dimora soltanto d'un vecchio domestico, aveva precisamente subìto una di codeste trasformazioni. Anticamente i principi d'Ostellio che n'erano padroni, vi conducevano la splendida vita delle villeggiature romane e vi tenevano, come suol dirsi, casa aperta; ma ora da due generazioni avevano smesso d'andarvi. Il penultimo proprietario aveva sempre vissuto fuori d'Italia, scorrendo l'Europa per missioni diplomatiche ed era morto lontano e dimentico affatto della sua villa, che già aveva molto perduto dell'antico splendore. L'ultimo poi e presente padrone, era un giovane elegante che preferiva assai le vie delle capitali e si curava della villa ancora meno del padre.

Pietro, il vecchio servitore lasciatovi alla custodia, vi abitava solo, e col lungo starvi aveva finito a far quasi parte della villa egli stesso. In quella solitudine era divenuto taciturno, scambiando solo qualche parola con i guardaboschi ed i contadini. Adorava i suoi padroni e tutti quelli che avevano con essi relazione, e forse più ancora adorava quella casa, cui gli doleva di vedere così abbandonata, quella casa dove aveva passata quasi tutta la sua lunga e monotona esistenza e dove avrebbe certo finito i suoi giorni. Ogni mattina, appena alzato spolverava le vaste sale, come se da un momento all'altro aspettasse l'arrivo di qualcuno, poi girava pel giardino e per il parco,—cercando in tutti i modi di riparare alla incuria dei signori, e circondando quel palazzo tutto suo di cure quasi paterne. Vedendolo aggirarsi per i vastissimi appartamenti, a passo un po' incerto ma svelto ancora, con la testa china, incuteva il rispetto dovuto al vecchio ed al solitario; sulla fronte, nello sguardo, nell'atteggiamento, in tutta la sua persona, si scorgeva l'impronta lasciata sull'uomo da una sola idea, e la purezza di coscienza che deriva dalla tranquillità e dalla rassegnazione; e insieme si vedeva che fuori di quella villa e dei suoi padroni nulla esisteva per lui; la sua dimora e le sue affezioni erano parimente ristrette e vaste.

Non tutti immaginano i curiosi effetti che talvolta derivano da una vita come quella del vecchio Pietro. La solitudine, le poche e semplici idee, che possono diventare idee fisse, hanno senza dubbio una influenza sul cervello. A forza di star solo, con i soliti pensieri in testa e gli antichi affetti rinchiusi in cuore, quel vecchio s'era fatto strano. Era diventato sordo, ed aveva preso l'abitudine disoliloquizzaread alta voce. Quando discorreva con alcuno, parlava brevemente ed a sentenze. Ripeteva spesso le medesime cose, mostrando una grande tenacità di pensiero. Parlava abitualmente del giovane padrone che doveva arrivare, dello splendore che doveva nuovamente rifulgere sulla villa; scordandosi degli anni trascorsi senza che cotesta sua speranza si fosse avverata. Il principe era venuto soltanto qualche rara volta, con lieta e numerosa brigata; e benchè Pietro fosse allora stato scandalizzato da ciò che aveva visto e udito, pure era stato ben contento di quella breve visita; ne aveva lungamente parlato e aveva in cuor suo sperato che si ripetesse. Altra volta erano venuti gli amici senza di lui, il che, sebbene non gli avesse dato un gran piacere, tuttavia era stato per lui un avvenimento. Ma, da molto tempo, non s'erano più ripetute nemmeno queste brevi apparizioni; e quantunque sapesse il principe lontano lontano, pure non cessava mai dallo sperare. Ogni mattina, seriamente, tranquillamente, parlando con sè, scuotendo il capo, metteva ogni cosa in bell'ordine. Stava talvolta assorto in pensieri, guardando la sua imagine riflessa nei grandi specchi. Era nello stato d'animo di chi aspetta sempre. Se il principe fosse entrato d'improvviso, egli ne sarebbe stato lietissimo, ma non certo stupito. Desinava in un'ampia stanza, attigua alla cucina, a lato d'un alto camino in marmo bigio, dove d'inverno ardevano dei tronchi d'albero quasi interi, in compagnia d'una vecchia donna di casa, più sorda di lui, e d'un grosso cane nero, fedele e intelligente, che da lunghi anni divideva con loro il pasto e prendeva quasi una parte eguale nella conversazione.

Nell'inverno, la villa era triste e oscura, il giardino desolato; e nel vasto parco non si scorgevano che gli scheletri degli alberi sul suolo indurito. Passeggiando per quei viali affatto spogli, con a lato i cespugli regolarmente tagliati in forme ornamentali, scorgendo qua e là tra i rami secchi le statue condannate alla nudità, quali bizzarramente mutilate, quali mal sostenute dai piedestalli infraciditi, vi sentivate un freddo penetrare nell'anima, derivante sopratutto dall'effetto del malinconico spettacolo. Il palazzo, superbo edificio nello stile del Rinascimento, con due grandi ali sporgenti, tutto a ornati e ricche lesene pittoricamente guaste, con davanti un vasto terrazzo che dava adito alle sale, a cui si saliva per cinque gradini larghissimi, vi rattristava esso pure; e più ancora se penetravate nelle vaste sale deserte, in cui nulla s'udiva tranne l'eco de' vostri passi e non si vedeva alcuno se non i personaggi silenziosi degli affreschi impalliditi e dei logori arazzi.

Ma di primavera, allo spuntare del primo fiorellino, tutto cambiava. Più che altrove era incantevole in quella villa abbandonata il risvegliarsi delle cose. Uno dopo l'altro tutti gli uccelli del bosco cominciavano il loro canto, e tutto un concento di trilli riempiva i lunghi viali. V'era qualcosa di tumultuoso nella rapidità con cui le piante verdeggiavano e i prati si smaltavano di fiori. Nessun giardiniere era pronto a correggere la intemperanza della natura. I folti cespugli erano pieni di rose, e le nuove frondi uscivano in disordine attraverso alle forme architettoniche a dispetto d'ogni simmetria. I ramoscelli sboccianti s'attortigliavano pazzamente intorno alle statue, e le dee di marmo sembravano sorridere nel vedersi abbracciate da quelle piante parassite; delle frondi novelle uscivano quasi d'improvviso dai tempii di verdura e in uno slancio inconsapevole prendevano d'assalto le Veneri di granito. Dovunque spiccavano le viole.

Dalla prima giornata di primavera quel parco si sarebbe potuto paragonare ad una sinfonia, che cominciando lieta e leggera andasse a poco a poco allargandosi in un magnifico crescendo—per giungere finalmente alla pace profonda, fresca, indescrivibile dell'estate.

Allora, alla garrula contentezza del principio, allo scoppio di allegria, succedeva una gioia intensa, rattenuta. Gli augelletti si nascondevano nei folti inaccessibili e cantavano sommessi. I verdi si facevano più oscuri, ed erano tanto fronzuti gli alberi, che internandosi per i sentieri tranquilli, in alcuni punti sembravano neri. Le cascate trasparenti e bianche scendevano con monotona armonia le scalinate di pietra annerita e verdeggiante. Una frescura di cui è impossibile farsi un'idea, regnava in quei siti. I raggi del sole non potevano farsi strada. V'era un'ombra impenetrabile deliziosa, non scevra di mistero. In alcuni punti non si sapeva più dove s'era, tanto apparivano profondamente freschi, umidi, solitari, lontanissimi dal resto del mondo. Uno di questi punti era a fianco dell'ala sinistra del palazzo. V'era un circolo irregolare di alte piante le cui cime frondose intercettavano i raggi, e non lasciavano scorgere che ad angustissimi spicchi l'azzurro del cielo. Alcuni rami si spingevano sul palazzo, coprivano gli stipiti a ghirlande, e pareva volessero entrare per l'ampie finestre del primo piano. Più sotto, foltissimi boschetti col loro cupo verde formavano un asilo quasi inaccessibile. In mezzo v'era un piccolo lago naturale, di forma elittica, irregolare; l'acqua n'era nettissima, ma non limpida. Specchiandosi pareva di guardarsi in un vetro opaco. Alcune piante acquatiche dalle larghissime foglie pallide galleggiavano qua e là. Proprio sull'orlo v'erano delle macchie di fiori candidissimi a pistilli colorati d'una specie assai curiosa. Gli alberi si riunivano al disopra formando una vôlta d'un verde tanto oscuro che in alcuni punti l'acqua era bruna. Qua e là i contorni delle foglie vi si riflettevano distintamente. Il suolo era quasi tutto coperto d'un'erbetta d'un verde smorto, morbidissima. Ivi regnava l'ombra e il silenzio. L'aria era profumata. Ma quel sito non era allegro; sembrava invece pieno d'un gaudio misterioso. Pareva che dovesse uscire da quei cespugli qualche apparizione mitologica; poteva credersi un recesso creato per celare agli occhi mortali gli amori delle dee. V'era una pace ineffabile, completa, amorosa.

Correva il mese di giugno. La villa e il giardino erano nel più bel momento. La indicibile calma del meriggio pesava sulla campagna. Il sole batteva a piombo—ma in quelle ombre tranquille, al fresco zampillare delle fontane, sull'erba umida regnava un'atmosfera paradisiaca. Le cascate sembravano aspettare che le ninfe del bosco nella loro olimpica nudità andassero a bagnarsi. Le statue parevano lamentarsi della loro solitudine. Il parco era uno splendore. Tutte le tinte di verde, dal più tenero al più severo, vi si univano. Persino il vecchio Pietro si sentiva ringiovanito da tutta quella festa estiva. Sorrideva da sè guardando dalle finestre aperte quel trionfo della natura. Ciò lo rendeva quasi allegro; più che mai scuoteva la polvere dalle tende di velluto, e toglieva le ragnatele dalle dorature degli spigoli.

Un giorno—bellissimo tra que' bei giorni—in quell'ora incantevole, in cui il calore comincia a scemare e una lievissima brezza spirando commove l'erba ed i fiori, il vecchio domestico se ne stava tranquillamente seduto sulla terrazza dell'ala destra, quando a un tratto si scosse, spalancò gli occhi e guardò fissamente verso un punto del viale, che con una vasta curva conduceva fino alla porta d'ingresso.

Era una vista insolita. Su quel viale, a una ventina di passi di distanza, s'avanzava lentamente una fulgida coppia, un giovanetto e una fanciulla, stretti l'uno all'altro—come evocati dalla immaginazione d'un poeta. Egli era alto snello, simile a un paggio; ella era bionda, sontuosamente vestita da sposa, tutta in bianco, idealmente bella.

Sembravano un'apparizione.

Pietro, benchè non dovesse essere facilmente stupito da nessun arrivo, pure non osava credere ai propri occhi e temeva d'esser in preda a un'allucinazione: pure s'alzò e mosse incontro ai due che venivano; e più s'avvicinava, più s'accorgeva della realtà della loro presenza. Ma, allo stesso tempo, osservò su quei due visi giovanili l'espressione d'un mal celato turbamento che lottava con la balda contentezza dei loro sguardi amorosi. Procedevano lenti ed incerti, e quando videro il vecchio che veniva loro incontro, si soffermarono; ma poi, fattosi animo, ripresero il loro cammino.

Egli era tanto elegante della persona, che perfino il brutto costume allora di moda (era sul principio del secolo) non gli stava male. Sul suo corpo di sculturale bellezza qualunque vestito sarebbe sembrato un anacronismo. Era alto, e la svelta ma virile prestanza della sua figura contrastava col viso delicato e troppo bello, da cui non era ancor sparita la rosea freschezza dell'infanzia. Aveva l'occhio grande, pieno di vita e di languore insieme, i capelli bruni e ricciuti che gli lambivano il collo bianchissimo, il suo costume era scuro, stretto al corpo; portava stivali e un piccolo mantello che gli s'attortigliava intorno e gli cadeva sul braccio sinistro. Al destro s'appoggiava con un indicibile abbandono la bellissima compagna; i cui capelli che parevano oro in fusione, e gli occhi color di cielo, contrastavano con quelli di lui, mentre s'accordava l'espressione, identica su quei due visi diversi.

Ella pure era in quella età quando appena sboccia dalla fanciulla la donna. V'era nel suo incedere e nella ricchezza del suo abito da fidanzata qualche cosa di principesco. Eppure nulla potevasi immaginare di più blando del suo sorriso, nè di più dolce del suo sguardo; ma quando quella pupilla volgevasi a lui, facevasi ardente.

Pietro potè solo accorgersi della suprema ed adolescente bellezza di quei due, nel primo momento; dopo, rimasto abbagliato e confuso, abbassò gli occhi e stette rispettoso come aspettasse i loro comandi.

Ma essi del pari, come già s'è detto, sembravano imbarazzati.—In quell'istante s'udì un rumore di ruote, e poi si vide una carrozza passare tra gli alberi, allontanarsi; era certo quella che li aveva condotti. Allora il vecchio domestico, timidamente offrì loro i suoi servigi. Parve che a tali detti riprendessero coraggio; si consultarono prima con lo sguardo, poi si dissero qualche parola all'orecchio, e finalmente la fanciulla rivolse a Pietro il suo indescrivibile sorriso; ambedue accennarono di sì col capo e lo seguirono in casa.

Qualche tempo dopo, l'aspetto della villa era affatto mutato, quasi scomparsa la tristezza delle vaste sale.—Pietro s'affaccendava sempre più, tutto ringalluzzito; un misterioso sorriso di contentezza illuminavagli il volto, divenuto gioviale. L'atmosfera stessa pareva diversa. Le finestre dell'ala sinistra che guardavano su quel piccolo, freschissimo lago, di cui già s'è parlato, stavano aperte.

Quello era l'appartamento abitato dai due ospiti sconosciuti; situato nella parte più antica della casa, si componeva di una vasta sala, riccamente addobbata, ma con le tappezzerie sdruscite assai; di due altre stanze, una amplissima, l'altra meno, tanto alte che sembrava d'essere in una torre; e di un gabinetto dipinto a fresco, dove il tempo aveva corretto la fantasia molto procace del pittore. Per giungere a questo appartamento bisognava attraversare la fila di salotti che riempivano il corpo di mezzo del palazzo.

La camera, le cui finestre si aprivano sopra quell'oasi deliziosa, di cui s'è detto, non era stata abitata da tempo immemorabile. La vôlta, arrotondata quasi come la cupola d'un tempio, dipinta a colori delicatissimi e coperta di dorature, a fogliami e rabeschi, sarebbe stata abbagliante, se gli anni non avessero tolto il luccichìo degli ornamenti e sbiadite le tinte. Un magnifico drappo di seta celeste ed argento a fiorami, di tinta cangievole ed a riflessi più chiari, copriva le pareti. I mobili bizzarramente scolpiti. Il letto, altissimo, a colonne intagliate, tra le quali cadevano le cortine in pieghe sontuose, occupava quasi tutta una parete. In faccia le due finestre, per le quali la luce penetrava smorzata dalle frondose cime degli alberi. In questa stanza il silenzio pareva maggiore che nelle altre.

Dal momento dell'arrivo dei due fanciulli, tutto era cambiato. Pietro, rimasto sbalordito, sedotto sulle prime, s'era poi come innamorato dei due innamorati. Li serviva come avessero appartenuto alla famiglia dei suoi padroni. Le sue giornate ora erano riempite; la sua vita aveva uno scopo. S'occupava di loro più che poteva; nelle ore di solitudine, o a mensa con la vecchia donna, stava forse più pensieroso che per lo passato, ma si sentiva meno triste. Quali fossero i vari pensieri che passavano in quella sua testa curva, non è certo facile l'indovinare. Senza dubbio, egli doveva, malgrado la contentezza che provava per quel poema vivente venuto ad illuminare la sua monotona esistenza, essere molto imbarazzato se tentava di spiegarsi l'arrivo straordinario di quei due. Ma, lo ripetiamo, non sapremmo proprio dire a che cosa riflettesse, quando se ne stava con la fronte in mano seduto vicino al focolare spento della vasta cucina. Supponeva forse che fossero amici del principe? Una o due volte aveva rispettosamente rivolto al giovine qualche domanda in proposito; ma ottenendo solo risposte assai incerte. Ma non poteva dubitare che quei due sposi (li credeva tali) fossero altissimi personaggi, e che il suo padrone sarebbe stato onorato di ospitare nella sua villa; benchè nel modo ch'erano giunti, nella loro taciturnità e in varie altre cose, vi fosse certo un non so che di strano e molto dell'inesplicabile.

Ma sopratutto egli capiva che li amava. Subito aveva sentito per loro una irresistibile simpatia; il suo vecchio cuore da tanto tempo muto s'era come risvegliato dinanzi a loro, e provava per essi un affetto che di giorno in giorno cresceva.

Agli altri abitanti della villa aveva detto che li conosceva, che dovessero servirli come fossero i padroni. Sulle prime s'era lambiccato il cervello per indovinare chi fossero e donde venissero; ma più voleva loro bene, meno s'occupava di ciò; con l'aumentare dell'affetto scemava in lui la curiosità. Dopo pochi giorni gli sembrò naturalissimo di vederli; e in fine comprese che non avrebbe più potuto vivere senza di loro; non gli passava per la mente che forse un giorno sarebbe giunto in cui avrebbero dovuto partire; li amava intensamente. E allo stesso tempo diminuiva a poco a poco in lui il suo consueto desiderio di rivedere il principe; poichè la fulgente presenza di quei due felici lo distraeva dal suo antico pensiero.

Essi rappresentavano inconsci l'amore nella sua espressione più pura, più divina. Vivevano, ma sembravano al di fuori della vita; si vedeva che ne ignoravano tutto, le lotte, i dolori, le colpe. Più ancora che un sogno fatto reale, erano la incarnazione d'un poema. Dei cento colori ond'è dipinta l'esistenza, essi non ne conoscevano che uno—l'azzurro; dei sentimenti, ignoravano tutto fuorchè l'amore, e di questo non sentivano nè il fuoco che incendia, ne il veleno che rode, ma soltanto l'ambrosia celeste e la immensa luce che rischiara. Essi erano un purissimo romanzo in azione, una poesia; nessun dramma era stato tra di loro. Nel tumultuoso viavai d'una gran città, in quel vortice affaccendato d'interessi, di passioni, di cupidigie, dove il tragico passa rasente al comico, dove s'intralciano il male ed il bene, dove si vive in modo affrettato e febbrile, essi sarebbero stati uno straordinario contrasto, una nota isolata e dolcissima in fragoroso concerto. Nella solitudine invece della villa abbandonata e sontuosa, essi armonizzavano mirabilmente con la natura che li circondava. Quel parco verdeggiante e misterioso era lo scenario richiesto per quel roseo poema.

Si vedevano la mattina, in quell'ora freschissima quando la notturna rugiada tremola ancora sull'erbe e sulle foglie, comparire sul terrazzo; e ogni volta sembravano al Pietro un'apparizione nuova, poichè non sapeva abituarsi a non ammirarli. Di là, passando pei larghi viali dalle curve eleganti, dove, allontanandosi, formavano una stupenda macchietta, s'internavano nel folto del parco, e andavano a perdersi negli ombrosi recessi, dove vedevano l'azzurro del cielo attraverso agli interstizi dei rami, senza altri testimoni che gli abitatori dei nidi, nascosti tra le frondi. E nelle calde ore del meriggio obliavano nella frescura di quei siti segreti, i raggi cocenti del sole che percotevano la casa ed i prati. E quelle ore passavano ineffabili; tutte d'una sola tinta, ma non monotone: rapidissime e lente.

Appena che il vecchio domestico li scorgeva in distanza, il suo sguardo si fissava su di loro, nè più lo distaccava. Più li guardava, più rimaneva estatico; più cresceva in quel suo cuore, da tanto tempo vuoto, l'affetto che subito aveva loro portato, e che diventava ora quasi paterno. Con quanta gioia imbandiva loro la mensa frugale, ma ricca d'apparato, nell'ampio salotto a stucco ed a freschi, dove una volta i suoi padroni tanto allegramente banchettavano! Com'era lieto, quanta serena contentezza gli riempieva l'anima, quando nella luce dorata del crepuscolo, da una finestra, li vedeva in mezzo al prato, illuminati dai raggi purpurei del sole calante! Per la prima volta egli comprendeva tutta la indicibile bellezza di quei tramonti.

Rimanevano là lungamente. Il verde degli alberi passava per tutte le tinte, poi l'ultimo raggio si spegneva, spariva e non rimaneva che la chiara e smorta luce del crepuscolo ad illuminare la scena. In quel fuggevole istante tutto prendeva in quel luogo un aspetto fantastico. Si sarebbe potuto dimenticare d'essere in questo mondo, e quei due, d'una bellezza soprannaturale, aiutavano a far obliare. Ma erano brevi assai quei crepuscoli; ben tosto la luna, già vagamente disegnata nel cielo, spandeva sul parco la sua bianca luce; e la tenebra calava d'improvviso. La forma dei cespugli e i profili delle statue si perdevano nella notte, i contorni si smarrivano, tutto facevasi indistinto, e a gruppi lucenti le stelle s'accendevano nel firmamento.

Allora regnava una pace indescrivibile. V'era qualcosa in quella scena di solenne e di sacro. La vôlta celeste, oscura e sublime, si stendeva immensa, tutta tempestata di stelle, eterna traduzione dell'infinito per le menti umane. Nel parco e dovunque, silenzio profondo. Tutto riposava; solo dei soffi misteriosi correvano qua e là. La natura stessa dormiva; il vasto palazzo quasi non sembrava abitato.

Ma, in un angolo dell'ala sinistra, alle finestre di quella camera che abbiamo descritta, e che guardavano su quel lago (di notte tanto opaco e quasi pauroso), dietro le pesanti cortine pareva che si sarebbe potuto scorgere una luce diffusa, indistinta. Quella luce appariva misteriosa e dolce. Pareva che su quel punto l'azzurro del firmamento fosse più profondo e le stelle fulgenti d'una luce più arcana, e che da quelle boscaglie e da quel lago sorgessero spiriti invisibili ed emanassero ignoti profumi. E quella parte di casa sembrava circondata da un nimbo, quasi fosse un tempio.

Se una creatura sovrumana, librata nello spazio, avesse allora gettato uno sguardo su questa nostra terra oscura, certo quel punto le sarebbe apparso luminoso. Una immensa poesia era raccolta in quell'angolo obliato. È difficile immaginare qualcosa di più dolce di quel romanzo, di cui lo scenario è il palazzo ed il parco abbandonati, ed i personaggi quel vecchio solitario e quei due felici.

Che v'era al di fuori, in quella società turbolenta, infelice, insaziabile? Essi non lo sapevano, non se ne curavano: qualunque catastrofe, qualunque trionfo avrebbe potuto accadere a pochi passi; era possibile che gl'imperi crollassero, che nuovi regni sorgessero, che tutto venisse sconvolto: essi non se ne sarebbero accorti. Che premeva loro? Al di là del ricinto il mondo finiva per essi.

Come avevano potuto quei due sottrarsi alla legge comune? Com'era stato permesso che la villa, inutile da tanto tempo, avesse ora il cómpito di nascondere quei due evasi della prigione sociale? La sicurezza in cui si trovavano sarebbe durata a lungo? Era possibile che l'invidia non venisse tra poco a turbare quella calma beata e suprema? La loro parte di male non sarebbe venuta a incoglierli? Il destino li avrebbe per molto tempo ancora dimenticati?

Essi conservavano una indicibile serenità, quella serenità che nega il male e non vi crede. Parevano una creazione del Tiziano fatta vivente, di quelle figure eternamente giovanili, bionde e felici, che il grande artista poneva in mezzo a una di quelle ricche scene veneziane, fulgenti d'oro e di porpora, con in fondo l'immutabile turchino del cielo. Essi non erano affetti da alcuna delle malattie moderne, e certo nessuna malinconia li poteva sorprendere, nessun presentimento funestare. Il tempo non esisteva quasi per essi, come non esisteva il mondo circostante. Nello stesso modo che non s'accorgevano della società, nel loro paradisiaco isolamento, così essi non sapevano ch'esistesse il passato e l'avvenire, tanto erano assorti nell'ora presente. Passato non ne avevano; poichè appena usciti dall'infanzia s'erano trovati immersi d'improvviso, non nella realtà; ma nella poesia dell'esistenza; avvenire non ne vedevano, non temendo nulla, nè potevano sperare di più, poichè tutto intorno e dentro loro si fermava nella suprema beatitudine dell'amore… Com'erano i loro volti rosei e fulgenti, senza possibilità di rughe, gli occhi tranquilli, illuminati ed incapaci di pianto, così i loro cuori scevri di timori e di mali, le loro menti prive di tenebra e di mestizia, Quelle due anime, come quei due corpi, erano belle, divine, fatte l'una per l'altra.

Essi rappresentavano quella cosa tanto sublime e tanto rara quaggiù: l'unione di due esseri che realmente devono essere riuniti; l'amore nella sua perfezione. Poichè è impossibile non appaia chiaro a chiunque abbia molto pensato, che l'amore su questa terra è una eccezione. Negare l'amore è la più assurda bestemmia; pretendere che tutti lo sentano è diminuirlo e non comprenderlo. Moltissime vite son prive d'amore (naturalmente si prende qui la parola nel suo significato alto e completo), altre non ne conoscono che dei momenti fuggevoli, dei tocchi per così dire. Pochissimi lo sentono davvero in tutta la sua sublime pienezza; quelli amano per sempre.

Tra questi fortunati, i nostri due erano fortunatissimi. Appartenevano alla classe privilegiata, e s'erano trovati. Quanti sarebbero capaci d'amare se s'incontrassero! Inoltre, il loro sogno s'era fatto reale in tutta la sua pienezza. Com'era ciò accaduto? Saremmo tanto imbarazzati a rispondere, quanto il vecchio Pietro. O non v'erano mai stati ostacoli fra di essi, o li avevano infranti; ora nulla li poteva dividere. Come uscivano essi da una società tanto malvagia e ammalata, irrequieta e falsa? Certo essi ne sorgevano, come talvolta tra le pietre d'un edificio solenne e senza poesia sboccia un fiore involontario, profumato. Ma scorre molto tempo prima che una ruvida mano lo venga a strappare?

Sembrava non travedessero nemmeno la possibilità d'alcun pericolo. Le ore, i giorni passavano tranquilli e sublimi; senza che la loro serenità venisse mai meno. Parevano gli abitatori naturali di quel luogo, sorti d'in tra l'ombre del bosco, creazione spontanea, vivente emanazione di quella solitudine. Non si rammentavano certo d'esservi giunti poco prima, non ideavano di dover partire; quel loro soggiorno non aveva quasi avuto principio, non poteva certo aver fine. L'amore aveva come consacrato quel sito; quella profonda quiete aveva reso inaccessibile agli altri la loro felicità. Essi rappresentavano qualcosa di sovrumano; erano sotto una protezione suprema, e nulla di terreno poteva riuscir loro pauroso.

E il vecchio Pietro, dopo la sua lunga vita monotona, si scaldava al sole di quell'amore. Istintivamente, d'improvviso, egli aveva compreso tutta la poesia che quei due emanavano; e stava assorto dinanzi a loro in continua contemplazione. Sul principio aveva talvolta sentito per essi delle strane, inesplicabili malinconie; ma ora erano sparite, non temeva più, tanto la serenità che spandevano d'intorno era contagiosa.

Una mattina il cielo si annuvolò. Pietro si sentiva mesto e se ne stava sul terrazzo, contemplando al solito i due giovanetti che venivano dal fondo del parco. Non gli erano mai sembrati così belli; s'avanzavano lentamente, con molti fiori di vivacissimi colori tra le mani. Un raggio di sole che squarciava due nuvoloni quasi neri, cadeva su di loro ad illuminarli. La fanciulla parlava ed il giovane ascoltava, guardandola. Quando furono giunti al palazzo dalla parte opposta a quella dov'era Pietro, si soffermarono un istante, poi salirono i gradini, ed entrarono.

La malinconia del vecchio s'aumentò non vedendoli più ricomparire. Passò più d'un'ora senza che egli si togliesse dalla sua immobilità. Poi fu scosso da un rumore indistinto che gli colpì debolmente l'orecchio, ed un istante dopo vide due uomini in fondo al prato, due sconosciuti, che sembravano riccamente vestiti, e gesticolavano con molta vivacità. Questo spettacolo insolito lo turbò. Vide i due dopo un istante internarsi nel folto del parco. S'alzò e più presto che potè, si pose in cammino per raggiungerli, pigliando una scorciatoia.

Girò un bel pezzo senza poterli incontrare; poi, quando meno se l'aspettava, se li vide dinanzi, attraverso ai rami d'un cespuglio che lo nascondevano agli occhi loro. S'accorse allora che non portavano dei ricchi costumi, come gli era sembrato in distanza, ma delle livree gallonate. Parlavano a voce abbastanza alta perchè, malgrado la sordità, potesse udire i loro discorsi:

—Ah, caro mio, quando ci penso ne rido ancora! gli parve che l'uno dicesse.

—Svignarsela il giorno stesso delle nozze e nella carrozza del padrone? l'altro rispose.

—Dello sposo, soggiunse il primo.

Pietro si sentì un freddo al cuore.

—La più bella poi è d'esser venuti qui.

—Quello sarebbe proprio…. (qui alcune parole a sommessa voce). Ma credi che siano qui?

—Ne son certo.

—Se si trovano, guai a loro!

Il vecchio non volle udirne di più; pallido, tremante, corse verso casa. Non cercheremo di spiegare i pensieri che lo travagliarono in quel tragitto. Il cuore gli batteva forte, le labbra tremolanti balbettavano parole incoerenti. Tutte le sue paure s'avveravano; si presentavano dinanzi agli occhi—terribili. Salì frettoloso gli scaglioni del terrazzo, per correre ad avvisarli del pericolo. Traversò due grandi sale; alla terza s'arrestò di botto e sentì le ginocchia piegare sotto il peso dell'emozione. Tre altri uomini—signori questi—erano nella sala.

Appena lo videro, uno di essi, un gentiluomo piccolo, grosso, tarchiato, con due occhietti cattivi, s'avanzò verso di lui.

—Vecchio! egli disse, voi siete un servitore della casa?

Di natura umile, timida, abituata all'obbedienza, Pietro non era mai stato coraggioso. Eppure, d'improvviso, si rinfrancò, non tremò più, guardò in faccia a colui che gli parlava e rispose senza esitare:

—Sì, signore. Ho servito i principi d'Ostellio da cinquanta anni.

Vi sono delle nature che in certi momenti supremi cambiano ad un tratto. Pietro era di queste. Chi lo rinfrancò?—L'idea stessa dell'imminenza del pericolo che sovrastava a quelle due teste adorate, di quel pericolo ancora ignoto e tremendo, che egli non comprendeva, ma che lo atterriva, fece a un tratto di quel vecchio intimidito dalla solitudine, un uomo risoluto.

Quando aveva visto quei tre nella sala, aveva sentito d'esser giunto troppo tardi; ora gli pareva di poterli ancora salvare.

—Giurate di rispondere la verità, continuò lo sconosciuto.

—Lo giuro.

—Avete ospitato in questa villa un giovanetto ed una fanciulla?

—No, non li ho nemmeno visti.—Era forse la prima volta che Pietro mentiva.

—Badate che io sono mandato dal vostro padrone; rispondendo a me, è come se rispondeste a lui.

Pietro fu un po' scosso da queste parole.

….. Non avete dunque ricoverato nessuno?

—Nessuno, signore.

Vi fu una pausa. Poi uno degli altri soggiunse:

—Vedremo se avete detto la verità.—E vôlto agli altri:—È meglio assicurarci coi nostri occhi. Venite.

Uscirono dalla sala dalla stessa parte d'onde Pietro era venuto. Appena fu solo egli precipitò dall'altra, salì una scaletta segreta e si trovò nell'ala sinistra del palazzo, all'uscio dell'appartamento dei due amanti, mentre gli altri giravano dal lato opposto della villa.

Bussò, nessuno rispose. Gridò sommessamente:—Aprite, aprite per carità!—Bussò di nuovo;—invano.

Goccie fredde di sudore gl'inumidivano la fronte canuta. Picchiò convulso, delirante; scosse la porta; nessuna risposta. Allora quel vecchio fu preso dalla disperazione. Proruppe in un profluvio di parole incoerenti; era una preghiera, eloquente nel suo fervore, disordinata e strana…. S'inginocchiò dinanzi a quell'uscio, lo afferrò con rabbia, tentò di scuoterlo piangendo, ma tutto inutilmente.

Eppure egli era certo ch'essi erano in quella camera; prima perchè li aveva visti dirigersi per quella parte e non erano altrove, poi perchè l'uscio era chiuso di dentro.

Cominciò a gridare; annunciò loro ch'erano perseguitati, che bisognava fuggire, li supplicò di aprire, di aver pietà di lui, di loro stessi; disse che il tempo stringeva, che s'udivano i passi dei loro nemici, che fra un minuto non si sarebbe più in tempo…. E, pregando con la facondia della passione, singhiozzava.

Ma l'uscio rimaneva inesorabilmente chiuso.

I passi s'avvicinarono, una porta si aprì e cinque o sei persone entrarono.

Cosa incredibile! Pietro riprese ancora coraggio, intese che bisognava dissimulare, ed ebbe la forza di nascondere il terribile turbamento.

—Non s'è trovato nessuno, disse uno che fin là non aveva parlato. Non ci rimane più che entrare lì. Apri quell'uscio.

—È inutile, rispose Pietro. Non posso, non ho la chiave; è smarrita.È una stanza che serve da ripostiglio.

Qui un nuovo personaggio entrò in scena; era un uomo alto, imperioso, dai capelli neri, dal viso abbronzito, dall'espressione cinica e dura.

—Andiamo, Pietro, non far sciocchezze. Non mi riconosci? Apri quell'uscio.

Il vecchio trasalì e spalancò gli occhi; era il suo padrone, il principe d'Ostellio, che da tanto tempo non aveva visto.

Come lo aveva desiderato! Quanto aveva sperato di vederlo! Se fosse giunto qualche tempo prima, quando era solo nella villa, come sarebbe stato felice, felice d'una gioia indescrivibile! Come gli sarebbe caduto ai piedi al più piccolo cenno, come gli avrebbe baciate le mani!

Ora non si mosse. V'era qualcuno ch'egli amava assai più del suo padrone. Sentiva una strana emozione e nel suo vecchio cuore uno straordinario sussulto. Involontariamente, gli occhi gli si empirono di lagrime. Ma la lotta fu breve, il nuovo amore fu più forte dell'antico.

Egli balbettò, interrompendosi per l'emozione:

—La riverisco, Eccellenza. Mi perdoni…. non posso aprire… la chiave non c'è…. è inutile… non c'è nessuno… La stanza è vuota… Mi scusi….

—Che hai, mio buon Pietro, perchè sei tanto turbato? Hai perduta la chiave?—Ebbene, signori, animo, abbattiamo quest'uscio. E s'avanzarono.

Il vecchio aveva perso la testa. Un delirio lo colse. Quei due ch'egli amava alla follìa, se li vide dinanzi agli occhi, come in una visione. Bisognava salvarli! Questi non dovevano entrare!—Si vedeva davanti il suo padrone tanto rispettato una volta, ed ora sentiva d'improvviso d'odiarlo!

Non pensò alla inutilità d'ogni suo sforzo. Si piantò fermo contro l'uscio, non più curvato, non più umile. Il suo occhio brillava, il suo corpo era dritto come quello d'un giovane, i suoi pugni erano stretti alla difesa.

Tutti si soffermarono.

Ma l'esitazione non durò che un istante. Due s'avanzarono, e lo scartarono d'un colpo. Poi tutti appoggiarono le spalle contro l'uscio, che con un forte rumore cedette e rovinò.

Pietro cadde. Il principe entrò per il primo.

La stanza era vuota. Non v'era nessuno. Erano scomparsi. Dalle finestre entravano i raggi del sole e l'olezzo dei fiori. Una calma da eden regnava là dentro. Un indistinto, penetrante profumo riempiva la camera. Qualche passero addomesticato era entrato, e se ne stava rannicchiato tra le cortine del letto. Quella stanza appariva allegra, festosa, quasi ironica. Era deserta; ma una immensa gioia v'era sparsa—accumulata.


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