IX.[20 maggio 1550.]IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo posto, e seguì l'armata contro Dragut inAfrica, dove si voleva abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro, ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare, ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro. Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata. Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati, deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero, comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi infino alpresente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani, anteriore all'invasione degli Arabi[251].Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là; oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa; nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue fatiche nonsopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a talento.X.[28 maggio 1550.]X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite dalla piazza[253],i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254][29 maggio 1550.]Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti: però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello, figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia. La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali, mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìodi carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole, tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la pazienza di chicchessia[256].[Giugno 1550.]Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglieriee fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia, il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale, trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte, dicendo volersene andare colle solegalèe di Napoli ad inseguire Dragut pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto dell'Imperatore[259].[24 giugno 1550.]Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla piazza voluta espugnare.XI.[26 giugno 1550.]XI. — Eccoci dunque un'altra volta dopo cinque secoli coll'armata cristiana a fronte degli islamiti sotto lemura di Afrodisio: le stesse ragioni ci guidano ora nel mezzo del cinquecento contro Dragut, che già ci guidarono nello scorcio dell'undecimo secolo contro Timino[260]. Sovrani ambedue del medesimo stato, e simili tra loro nelle crudeltà, nelle rapine, nell'infestamento dei mari e dei nostri paesi. Identica la città antica e moderna nel medesimo sito: perciò le conservo l'istesso classico nome, comunemente usato dai contemporanei. Nome più dolce, e non soggetto ai sospirosi squarci gutturali nè agli equivoci grossieri, come gli equivalenti arabi e medievali di Mêhdiah e di Africa[261]. Ricordate una rupe circondata dal pelago per ogni parte, meno che dove una lingua di angusto passaggio sporge sull'altipiano dalla terraferma alla città? Mettetela coll'asse maggiore di due chilometri dentro il mare da Ponentelibeccio a Grecolevante, datele un mezzo chilometro di larghezza, coronate il ciglione di torri, e avrete il prospetto della capitale di Timino e di Dragutte, come tuttavia si mantiene colle antiche sue cupole, co' suoi minaretti,e colle altre bizzarrie dell'architettura moresca, conforme agli avanzi tuttavia conservati in Sicilia, nelle Spagne, e più che altrove in Egitto.Volendo ora rendere chiaro il racconto, mi bisogna dire con precisione lo stato militare della piazza; perchè i fatti dell'attacco sono intimamente connessi coi dati della difesa, ed ambedue colle opere della fortificazione. Gran disdetta, per chi scrive dopo tre secoli, il silenzio e talvolta la confusione dei primi scrittori, i quali o per oscitanza, o per difetto di cognizioni tecniche, non si spiegano a dovere intorno alle condizioni principali di questo genere. Essi mi hanno tenuto più giorni perplesso, e quasi direi sfiduciato di poter spiegare prima a me stesso e poscia agli altri l'andamento dell'assedio. Se dovessi metterci io una cinta di mio genio, avrei pronto il disegno, acconcio alla qualità del sito: chiudere l'istmo, dove è più angusto per trecento metri; mettere due baluardi reali simmetrici e casamattati alle estremità; cinquanta metri alle facce, venticinque ai fianchi, dugento alla cortina; tre cavalieri a scoprire la campagna; fosso, opere esteriori, e batterie per tutta la fronte e di rovescio sulle due ripe del mare. In somma vorrei ripetere per Afrodisio il lavoro fatto per Nepi dal Sangallo: il quale in questo modo ha fortificato l'angusta fronte, donde soltanto si può avere l'accesso alla città, per essere ogni altro lato sopra dorso di rupe isolata tra precipitosi abbissi[262]. Ma nel fatto di Afrodisio non troviamci così: e checchè ne dicano i cinquecentisti di baluardi, di bastioni, di rivellini e di fianchi, non eravi nulla dellanuova maniera. I fatti dell'assedio escludono la stretta interpretazione delle parole: e certamente la grandezza della spesa deve aver ritenuto Dragut a contentarsi delle antiche mura in quel luogo, come ritenne i cavalieri di Malta in Tripoli al vecchio sistema[263]. Dopo il conquisto soltanto vedremo i disegni nuovi degli ingegneri per ridurla alla moderna.Dunque non abbiamo ora a cercare novità di architettura militare, ma soltanto la durata delle antiche difese. Sulla fronte di verso terra da un mare all'altro per lo spazio di sopra a trecento metri una muraglia alta grossa e soda, difesa da sette torri: quattro di pianta rettangolare, due rotonde, ed una di mezzo chiamata il Rivellino. Vuolsi intendere un torrione più grosso, più sporgente, coll'angolo rivolto alla campagna, di faccie e fianchi ugualmente grandi, e di pianta pentagonale[264]. Niuno pigli maraviglia di antica torre pentagonacol sagliente alla campagna: poco comune invero, ma non ignota del tutto. Bastami citare in conferma la torre del mastio in Astura, più antica dei Frangipani[265]; le cinque o sei torri egualmente pentagone del tempo di Federigo II alle mura di Viterbo[266]; le due fiancheggianti la porta di Silivria presso Costantinopoli, certamente anteriori a Maometto II; e le tre di Lucera del tempo degli Svevi[267]; senza mettere a conto le molte di Nola, perchè fabricate alla fine del quattrocento, che è epoca pel nostro proposito troppo recente[268]. Continuandomi intorno ad Afrodisio, trovo la grossezza dei muri infino a quindici piedi, equivalenti nella sezione a cinque metri per tutto il ricinto principale; e innanzi al medesimo trovo una seconda cinta di muro esteriore in figura di barbacane, grosso per metà del primo; e tra i due muri il fosso largo e profondo[269]. Sistema da essere ricordato, perchè serve come di preludio ai pensamenti del Machiavellosull'arte della guerra. Una sola porta verso terra, aggirata a più risvolte di androni ciechi tra ponti e trabocchetti, da non potersi passare senza i brividi[270]: e per tutte le altre parti la città difendevasi da sè, stante la sua posizione inaccessibile di precipizî tra il mare e i dirupi, aggiuntovi pure al sommo un giro di muraglione turrito. Restami a dire del porto nascosto in una insenata tra due rupi pel rombo di scirocco sulla linea centrale della città: porto capace di contenere i suoi trenta o quaranta bastimenti da corso a stazione sicura, e ben munita di torri e catene[271]. Arrogi il parco di numerosa e bellissima artiglieria: cannoni di grosso calibro, e colubrine di lunga passata per ogni parte.Al governo della piazza presiedeva Assan-rays nipote di Dragut, giovane di gran coraggio; e con lui milletrecento veterani tra soldati e marinari, più altri quattrocento venuti di Alessandria in soccorso con due navi, proprio di quei giorni che l'armata nostra (espugnato Monasterio) erasi gittata a Trapani per levarne il Vicerè e le munizioni già dette. Presidio sufficiente alle sortite, e sovrabbondante alle difese: poteano metterne mille alla campagna, e sulla linea di attacco otto per metro.XII.[28 giugno 1550.]XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai soldati il consueto riposo prima diesporli alle fazioni di terra, dopo il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra, tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso presidio concentrato in un punto solo.Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi, gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi vedere correre squadronati inordinanza quattromila cinquecento soldati: la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo, e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274].Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme, le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano comunemente in ogni assedio[275].XIII.[1 luglio 1550.]XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri, valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri, presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù: e dovepur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda. Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i primi dieci giorni della batteria.[11 luglio 1550.]Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono, portandosi appresso in gran numero i feriti[277].L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi compier l'opera incominciatacontinuando la batteria di fronte, e chi la dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano, moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui davano il nome di Barbieri e di Barbierotti;titoli che durano ancora nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali, e di seguire i suggerimenti del comandante.Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il sollievodella religione; e le parole di pace per la bocca de' sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»XIV.[15 luglio 1550.]XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare, ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda. Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti stampatiin Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285], alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito, non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»[18 luglio 1550.]Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera, ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine, tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria: piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono nel nostro secolo.Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.[20 luglio 1550.]La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere, non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda,senza ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.XV.[21 luglio 1550.]XV. — Intrattanto cannonate continue alle mura, scaramucce perpetue col presidio, e giornèa quotidiana per la fascina. Nel tempo di quest'ultima più umile fazione si aveva spesso spesso a menar le mani, o all'andata o al ritorno, contro certe imboscate di Mori e di Beduini attizzati da Dragut con lettere, promesse e minacce. Fra gli altri erasi reso celebre un Cavaliero africano, che non fu mai veduto uscir fuori di caverna o di bosco o di altro riposto nascondiglio, che non ottenesse alcun segnalato vantaggio. Costui compariva solo or qua or là improvvisamente; e talvolta alla testa di otto cavalli e di circa trenta pedoni, tutto ammantato di bianco, e cavalcando nobile corsiero di bianco mantello, chiazzato di bajo alla criniera e alla coda. Il giorno seguente alla partenza dello Sforza toccò a Giordano Orsino farne la conoscenza, e portarne i ricordi. Imperciocchè Giordano proprio in quel primo giorno, privo della consueta compagnia, pensò distrarsi con Astorre Baglioni e alcuni altri gentiluomini fiorentini e romani, seguendo la carovana dei taglialegna: desideroso pur di osservare meglio la campagna, e di vedere da presso la qualità e i prodotti delle terre africane. Se non che la cavalcata andò più lontano che non si conveniva; tanto che volendo ritornare tutti insieme a cavallo di piccoli, ma briosi barberi, si avvidero essere l'ora già tarda, e i guastatori colla scorta partiti dall'oliveto. Per maggior disdetta vennero veduti all'Orsino certi volatili pellegrini di bei colori tra quelle solitudini posarsi sulla cima degli alberi non molto lontano dalla via: ed egli, che aveva seco sospeso all'arcione l'archibusetto a ruota, col quale era uso fare bellissimi colpi, s'appartò con quello in manoalquanto dai compagni, seguendo copertamente tra le macerie la direzione della preda. Quando ecco uscir fuori improvvisamente il Moro dal bianco mantello, e con tal prestezza investire di zagaglia l'Orsino, che in un subito gli trapassò il braccio sinistro e lo gittò da cavallo, senza dargli tempo di voltare nè faccia nè arme[294]. E già messo piede a terra e sguainata la scimitarra gli avrebbe troncata la testa, se Astorre ratto come suona il suo nome, a briglia sciolta e chiamando ad alta voce i compagni, non si fosse gittato pel primo e risolutamente contro l'offensore, costringendolo a risaltare in sella, e a fuggir via: non tanto però confusamente, che colui non si portasse al guinzaglio il cavallin di Giordano, e non gridasse a più riprese: Cristiani, un'altra volta più attenti! Il Baglione tuttavia e gli altri, desiderosi di dargli la risposta più che di parola, galoppavangli appresso a spron battuto; sì che il Moro per salvarsi fu costretto di rilasciare all'istesso Baglioni, che eragli quasi ai garetti, il cavallino predato; e senza altra novità si sottrasse. La brigata di ritorno pensava alla necessità della vigilanza e circospezione, quando si è in guerra pel paese nemico; e come ogni diletto, ancorchè onesto, può divenir fatale, se distoglie l'uomo dall'attendere alle cose di maggior momento ed alla guardia di sè stesso.Or noi leviam di terra il mal ferito Orsino, e rimeniamlo a bordo per curarlo: che avrà a fare tra brevepiù degna prova[295]. E perchè tutti sogliono volgersi alla storia, e da lei aspettare giudizî, e lode, e biasimo, secondo le opere, mi sia concesso di soddisfare al debito mio e al desiderio delle onorate persone, rendendo a nome dell'Orsino e dell'inclita sua casa pubbliche grazie, non vendute nè compre, ad Astorre Baglioni. Le povere parole di romito scrittore faccian ghirlanda al caro capo del gentil Cavaliero perugino; e restino scolpite attorno al suo nome in vece della corona di quercia che da altri avrebbe dovuto ricevere per avere salvato sul campo la vita di un cittadino romano[296].XVI.[22 luglio 1550.]XVI. — Volgiamci adesso al principale avversario contro chi si fa la guerra. Dragut già da tre mesi batte il mare da lontano, facendo il più che può insulto, danno e vergogna ai naviganti ed ai paesi littorani della cristianità, coll'intendimento di strapparne l'armata dall'Africa. Ma non per questo i soldati e marinari nostri rallentavano l'assedio, sapendo che il tristo non potrebbe arrischiarsi sulle coste d'Italia, senza correre pericolo di restarvi avviluppato da forze maggiori; e che sulle coste di Spagna troverebbe in guardia con dodici buone galere don Bernardino di Mendoza a tenerlo in rispetto. Perciò lo strattagemma non produsse effetto favorevole ai disegni suoi: anzi l'espose a parecchi rovesci, tra i quali gravissimo lo scacco toccatogli sulle coste occidentali della Sardegna; dove essendosi arrischiato a sbarcare per far preda e per espugnare una terra, queiterribili isolani si levarono a stormo, e non solo ricacciaronlo alle navi, ma gli ammazzarono circa quattrocento scherani[297].Dopo cotal fazione più che mai avvilito, e abbandonato dagli Algerini stanchi di lui, si trovò molto basso con soli quindici o venti piccoli bastimenti. Nondimeno rilevando quanto degli antichi spiriti gli restava, e risoluto di spendere per sua salvezza i tesori corseggiando in tanti anni accumulati, tornò celatamente in Barberia, e si diè a correre le maggiori città, picchiando alle porte degli amici suoi: rappresentava a tutti il pericolo, che egli diceva comune; prometteva e donava largamente, intendeva scioglier l'assedio e far gente. Scrisse al re di Tunisi e a quello del Caruano, fu a Sfax, a Tagiora, alle Cherchere, e specialmente alle Gerbe, tanto che raccolse da ogni parte un tremila settecento Mori, ottocento Turchi, e sessanta cavalli. Indi scrisse al Nipote in Afrodisio di tenersi pronto pel venticinque del mese, che egli verrebbe dalla parte di terra a soccorrerlo, ed a congiungersi con lui.Le lettere di Dragut entrarono nella piazza, come poi si seppe, portate di notte da esperto marangone; il quale durante il giorno, tenutosi nascosto nell'oliveto, e poi tra le tenebre messosi a nuoto, prese la direzione del porto facendosi riconoscere alle guardie per quello che era. L'esercito dei Mori similmente, marciando a gran giornate, giunse al sito convenuto, cinque miglia lungi dalla piazza assediata, e Dragut la stessa notte del ventidue, venuto per mare con alcune sue galeotte, gittossi in terra con ottocento Turchi, per mettersi allatesta della sua gente. In somma grossa tempesta si addensava sul capo degli assedianti, senza che niuno ne avesse sentore: salvo che si udivano aggressioni più del solito frequenti contro i soldati o contro cavalieri sbandati intorno all'oliveto[298].XVII.[25 luglio 1550.]XVII. — La mattina del venticinque tre compagnie di dugencinquanta uomini l'una, spalleggiando ducento guastatori siciliani, condotti in Africa dal Vega, eran sull'incamminarsi agli oliveti per legnare, secondo il consueto, quando il Vicerè informato allora allora di certe dicerie correnti tra i Mori alleati faceva uscire con loro altre tre compagnie, e tutti sotto due sole bandiere, per coprire il numero, e metteavi per mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, governatore della Goletta: uomo che, per essere più di ogni altro pratico delle insidie e delle scaramucce moresche, era stato fatto venire a posta, e trattenuto al campo[299]. La colonna marciava in bell'ordine: ottanta file per diciassette righe. I picchieri armati di corsaletti alla vanguardia e alla retroguardia, nella battaglia gli archibugeri, alla coda i guastatori, a destra e a sinistra due catene di moschettieri. Queste genti, appressandosi all'oliveto, vedevano qua e là Mori e Turchi in piccoli drappelli, massime intorno a certe muraglie diroccate pei campi: ed essendosi avvicinate al bosco consueto, scoprirono finalmente il grosso dei nemici,che a primo aspetto fu stimato di quasi tremila fanti. Dragut, la cui presenza era ignota ai nostri, e ignota restò fino al termine della giornata[300], erasi tenuto nascosto perchè la colonna si allontanasse più e più dalle trincere: ma avendola oramai vicina con suo gran vantaggio di numero e di posizione studiosamente scelta, faceva dar nelle trombe, e assaltava il fronte dello squadrone. A quello scontro don Luigi Perez da bravo spagnuolo correndo avanti a cavallo gridava: «Animo, amici, avanti, e dagli alla trista canaglia: Santiago, e dagli!»[301].Si attacca la scaramuccia alla destra e alla sinistra, cresce la mischia sul fronte, e al rumore tutti si riscuotono dal campo, dalla piazza e dal mare. Tutti vorrebbero esser là: e non potendo altrimenti, ciascuno manda l'ajuto ai suoi e lo sgomento ai nemici con altissime voci e col rombo del cannone. Le galere specialmente, accostatesi di fianco, tengono coi loro corsieri in rispetto i barbari: e non ostante la grande distanza al secondo o al terzo rimbalzo squartano o maciullano fanti e cavalli[302]. Il Vega, veduta l'azione impegnata, lascia don Garzia alla guardia delle trincere, e si avanza colle riserve,opportunamente giugnendo a sostenere la colonna sul terreno, dove non cede un palmo. In quella le maniche dei moschettieri si spiegano con soverchia larghezza, intesi a coprire le spalle dell'ordinanza, sì come i nemici minacciano girarla; e il Vicerè manda Luigi Perez a raccoglierli a segno. Già don Luigi ha rannodato il cordone di sinistra, e già galoppando trapassa alla destra, dove trova maggior difficoltà, e più fiero riscontro: mentre chiede soccorsi per ricongiungere allo squadrone l'altra manica, una palla di schioppo di un beduino appostato sugli alberi lo coglie nel petto, e gli esce dagli arnioni[303]. Sentendosi ferito a morte, volge le briglie per mettersi tra suoi: ma prima di potervi arrivare, cade morto in terra, e il cavallo gli si ferma allato. I Musulmani in furia per avere il cadavere, gli Spagnuoli in furore per ricuperarlo. Si viene alle strette: scimitarre contro spade, lancie contro picche, schioppi contro archibusi, saette contro pugnali. Contuttociò gli Spagnoli raccolgono la salma, rimettonla di traverso sul cavallo, e si rannodano allo squadrone.Intanto i guastatori, come se nulla fosse intorno, avevano compito il lavoro della fascina, e preso il carico delle legne e delle ramaglie: però il Vega ordina che dalla stessa parte, cioè dalla sinistra, si ritiri al campo la colonna, ed esso stesso mettesi alla coda per sostenere i suoi, e per tirarsi appresso i nemici sotto al fuoco delle trincere[304]. Marciano in ritirata: sempre colla faccia volta al nemico, sempre combattendo,e sempre incontrati da gente fresca di soccorso. Notevole in questa ritirata il ricordo dell'artiglieria di campagna maneggiata sui carretti, per tenere addietro la piena dei barbari[305].In quel momento Assan-rais che dalle sue torri vede lo squadrone in ritirata, Dragut sulla pesta, e le trincere più che mai sguernite, caccia fuori della piazza il presidio, risoluto a fare l'estrema prova di spianare i lavori, di chiodare le artiglierie, e di dar mano agli amici, secondo le istruzioni da tre giorni ricevute. Se costui fosse riescito nell'intento, la campagna di Afrodisio sarebbe a ricordare funesta quanto quella d'Algeri. Ma don Garzia è sul posto, e quivi di piè fermo sostiene l'assalto di Assano: il Ferramolino dirige i fuochi sulla fronte delle trincere, fiancheggiate per filo radente, e munite di molte artiglierie e di archibusoni da posta. Ambedue scopano d'infilata a metraglia; e il Vicerè, trovandosi oramai vicino, rimanda dentro mano mano maggior rinforzo. Fatte inutili e disperate prove con molta strage de' suoi, Assano si ritira in fretta, e tanto prestamente fa chiudere le porte innanzi al rincalzo dei nostri, che molti dei suoi, per rientrare nella piazza, sono costretti gittarsi a nuoto nel mare[306].Dragut collo sguardo di pirata aveva seguite tutte le fasi del combattimento. Vedeva intatto lo squadrone, rimessa la fascina, ricacciata la sortita, assicurate le trincere. Tutto al rovescio dei suoi disegni. Nè in principio per sorpresa, nè appresso per forza, nè in fine pel concorso del nipote, non aveva mai potuto venire a capo di nulla. Molto meno confidava di vincere l'accampamento,munito di argini, di fossi e di numerose artiglierie. Pressato dalla volubile accozzaglia della gente raccogliticcia, tirossi indietro. Spese la notte in consulte inutili, e il giorno seguente sciolse le bande dei Mori, e se ne tornò coi Turchi verso le Gerbe. Di là tanto meglio, quanto da luogo più vicino e sicuro, attese a considerare il procedimento dell'assedio: sempre pronto ad ogni occasione che mai potesse la fortuna mettergli avanti.Così passò la grande giornata del venticinque, nella quale si parve in tutto il suo splendore la bravura e la fermezza delle fanterie spagnuole, che non avevano pari in quel tempo per stabilità sul terreno, secondo gli ordini con che le aveva disciplinate Gonsalvo. Si parve eziandio l'antico metodo delle milizie deputate a combattere alla spicciolata, in branchetti o in cordoni distesi oltre alla fronte di battaglia, come fanno oggidì i bersaglieri. Di più ci ritornano le artiglierie minute da campagna coi loro carretti; e notiamo i bei tiri di rimbalzo delle galere a distanza di più che due miglia. Nè vuolsi tacere la savia direzione di tutti i capitani dal mare, sul campo, alle trincere; e l'intrepidezza dei guastatori nel compiere il loro servigio sotto il fuoco del nemico.XVIII.[30 luglio 1550 ]XVIII. — Dato il primo governo a circa dugento feriti, e resi gli ultimi onori a un'ottantina di morti, specialmente al prode don Luigi Perez, tornò nell'esercito e nell'armata la consueta giovialità, cresciuta dalla speranza di successi migliori. E perchè gl'infermi in cura avessero a essere meglio provveduti, senza crescere fastidio ai combattenti, ordinarono a Marco Centurioni, luogotenente del Doria, di portarli con dieci galere agli spedali di Trapani; e poi esso scorresse infino a Napoli,a Livorno, alla Spezia e a Genova, per raccogliere da quei centri gente e munizioni, secondo l'ordine dell'Imperatore a tutti i suoi ministri in Italia, tanto che l'impresa d'Africa giugnesse a buon termine[307]. Quando salparono le dieci galèe del Centurioni, si aspettavano di ritorno le cinque dello Sforza; e al tempo stesso Dragut sguinzagliava alcune delle sue fuste per codiarne i movimenti, e per non lasciarsi cogliere, come il vecchio maestro, con tutti i legni in un punto solo.Qui mi vien bene aggiugnere alcuni fatti minuti di costoro presso la spiaggia romana, durante l'anno del giubilèo: fatti narrati da scrittore contemporaneo[308]. Tre ladroni, sciolti dalla brigata di Dragut, eransi messi in società tra loro, e in busca pel Tirreno: chiamavasi l'uno Cametto, l'altro il Bagascia, e l'ultimo il Bollato. Ladri nomi, come ognun sente, e certamente imposti dai nostri e loro amici, conforme ai meriti. Essi venivano con tre legni, due fuste e un brigantino: e insieme di notte al primo abbordo presso Napoli cattivarono una grossa nave carica di vini, che il vicerè don Pietro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinari, e mandarono alla Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all'isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circèo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l'incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempoda Gaeta, e vôlti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubilèo. Pensate rubalderia di Turchi! presero a un tratto pellegrini, marinari e tartana; e consegnarono ogni cosa al Bollato, perchè col suo brigantino di scorta menasse gli schiavi e il naviglio al mercato della Maometta. Le due fuste vennero avanti alla foce del Tevere, cercando se altri volesse entrare od uscire senza spese di rimburchio: ma scoperti dalla torre Bovacciana, allora più propinqua al lido, e salutati di alcune cannonate, tirarono oltre. Non furono guari lontano, che si parò un bastimento di Civitavecchia diretto al Tevere: ed i pirati addosso. Allora il padrone non potendo tornare addietro pel vento di Ponentemaestro, nè volendo allargarsi a mare, animò la sua gente, distese tutto il cotone, aggiunse sei remi, e prese a correre verso la Fiumara, sempre tenendosi dalla parte di terra il più che poteva. Le fuste più leggiere, e fornite di maggior remeggio, dopo strettissima caccia già già erano per investirlo; e allora il padrone, che aveva anche a questo provveduto, mollava la scotte, dava fondo a due ferri, e abbandonava il bastimento, fuggendo collo schifo e con tutti i suoi marinari a salvamento in Ostia. I pirati nondimeno salparono le áncore, menaronsi il bastimento, rubarono ogni cosa, e poi l'abbandonarono quaranta miglia al largo.Questo fatto pose di mal umore Cametto contro il Bagascia, perchè costui sconsigliato nella caccia aveva troppo stretto il nemico alla spiaggia, in vece di sforzarlo ad allargarsi; e con ciò cresciuto favore alla fuga delle persone. Ebbero tra loro di male parole, e si separarono, dicendo il Bagascia volersene tornare in Barberia per bisogno di panatica. Al contrario se ne andò solo all'Elba, dove scoperto dalle guardie, e assalito da due barconi dell'isola col rinforzo di molti soldati, combattèlunga pezza, dette e toccò le busse: ma in fine gli riusci di smucciar via, tuttochè mal concio; e corse a ripararsi prima in Bona, poi in Algeri, dove fece mercato del bottino e dei prigioni.Cametto altresì solo restò sulla Spiaggia romana per due giorni, e poi navigò a Talamone. Colà ebbe incontro quattro galeotte di Dragut, appartenenti alla schiuma di un altro stuolo: e tutti insieme quei furfanti fecero gran baldoria per l'allegrezza di essersi incontrati; dandosi a vicenda l'uno l'altro le notizie di quanto avevano lasciato in Africa, e trovato in Italia. Andarono quattro giorni insieme, fino a capo Côrso; poi si divisero, continuando le galeotte a ponente verso la Spagna; e tirandosi Cametto a ostro per la Corsica e per la Sardegna. Nella prima isola prese un povero prete di campagna nella stessa sua pieve, fuggitone a precipizio il vicario più destro e più giovane. In Sardegna ghermì due fanciulli che nuotavano per sollazzo alla riva. E prolungandosi per quelle costiere, ogni notte gittava in terra dieci o dodici uomini a far preda per le campagne, attaccandosi a tutto, posto che si potesse trasportare. Ma essendosi i Sardi riscossi chi a piè chi a cavallo per ricuperare le persone e le cose perdute, indarno Cametto spese altri otto giorni a ronzare intorno a quelle rive: tutto era guardato e difeso. Però volse la vela verso Biserta, rendendo suo malgrado onorata testimonianza alla virtù dei Sardi[309]. Trista condizione della dimora, dei viaggi e dei commerci per le nostre marine.XIX.[31 luglio 1550.]XIX. — In quella Carlo Sforza, speditosi da Roma, e ripresa a Napoli la capitana e le munizioni che ho detto, veniva a golfo lanciato verso l'Africa, non senza cacciarsi dattorno lo sciame dei pirati, dalle cui mani alle Eolie pur riscuoteva una fregata napolitana con tutta la gente[310]. Il suo ritorno all'armata ed al campo, che fu il trentuno dello stesso mese di luglio, ravvivò la speranza di sollecita espugnazione, e più che mai rivolse i pensieri altrui alle batterie di costa verso la marina, sul debole della piazza, secondo che egli aveva sempre proposto. Di questo suo pensamento, con lunghi e stringenti discorsi, durante la traversata, erasi studiato di far capaci i due ingegneri che aveva preso seco a Palermo: coi quali per maggior convincimento, e prima di mettere piede in terra, scórse a bello studio tutta intorno la penisola fortificata, segnando col dito a quei signori i punti che meglio degli altri potevano essere con buon successo battuti; e pigliandone i rilievi dalla poppa del suo schelmo[311]. Seguo in questa parte la perizia di Carlo Botta, che usa la voce Schelmo per sincope di palischermo, quasi a ogni pagina del Viaggio intorno al globo: e per questa stessa ragione mi sembra termine molto acconcio ad esprimere per eccellenza la barca assegnata all'uso personale del comandante: perchè come si distingue per la ricchezza e nobiltà delle forme, cosìanche vada per la concisione e forza del nome meglio in armonia colla dignità della persona[312].I due ingegneri, chiamati con gran pressa dalla Sicilia dopo la battaglia dell'Oliveto, e indi menati al campo dalla prima galèa di passaggio per quelle parti, che fu proprio la capitana di Roma[313], passano ambedue presso che ignoti nella storia dell'arte; e però più meritevoli di special ricordo, come abbiam detto del Ferramolino. Il primo, chiamato Andronico Arduini, oriundo di nobile famiglia messinese[314], nato in Rodi, bombardiere di vaglia in quell'assedio, fattosi poscia seguace del Martinengo, divenne eccellente nel maneggio delle artiglierie, negli ingegni delle macchine, e nelle dottrine della nuova fortificazione militare[315]. Dunque di origine e di scuola italiana, quantunque per andare meglio a' versi dei padroni di Spagna si facesse chiamare col nome di capitano Spinosa, sì come ripetono sempre gli scrittori di quella nazione[316].Dell'altro parlano quasi tutti implicitamente; ma il solo Orazio Nocella da Terni, attore e testimonio dei fatti, nei commentarî stampati in Roma, esplicitamente ricorda il nome, dicendo[317]: «Presa la città di Afrodisio, tra le molte provvisioni del Vicerè vuolsi ricordare la proposta di renderla più forte, e più difendevole, anche con poca gente. Laonde al signor Prato, nobile architetto, di cui si serve continuamente per le sue fabbriche, e per le fortificazioni delle città e d'altri luoghi, die' commissione di farne il disegno, e di mandarne la figura all'Imperatore, lavorata e finita come si costuma per mostrarne l'artificio.... Il modello, prestamente composto, fu presentato a Cesare da Giovanni Ossorio di Quignones, insieme colle notizie della felice espugnazione e conquista.» Dunque anche il Prato era presente al campo, e pigliava parte all'espugnazione, e aveva il carico dei lavori, quantunque non sia espressamente scritto dal Salazar e dagli altri[318]. Il nome del Prato è certamente italiano, come ognun vede, e forse di quella stessa famiglia da Lecce, donde un secolo prima si era generato Leonardo Prato, cavaliere gerosolimitano, cui i sovrani aragonesi avean dato il carico di riparare le fortificazioni di Otranto, dopo la celebre cacciata dei Turchi[319]. Ora che abbiamo fra noi il Ferramolino,l'Arduino, ed il Prato, passiamo a considerarne le opere magistrali.XX.[4 agosto 1550.]XX. — Dei lavori precedenti sul campo non fa bisogno altro commento: gabbioni, fascine, terrapieni, fossi, trincere, e due parallele, secondo il metodo ordinario. Dalla parte della piazza due muraglie, l'una a riparo dell'altra, il fosso in mezzo, la breccia difficile, l'assalto impossibile. Il Ferramolino si volge alle mine: ma non può camminare di lungo sotterra, dove a ogni passo incontra due ostacoli insuperabili; pietra viva, ed acqua morta[320]. Condizioni geologiche necessarie del sito, quando si dice rupe presso al mare sottoposta a monti più alti e vicini. Venuti gli altri ingegneri, deliberano insieme di accostarsi alla piazza e di attaccarle il minatore per mezzo di una galleria di nuova forma, e acconcia quanto più si può alla qualità del terreno. Cavamento fino a trovare il macigno, ripari laterali di terra e fascina, e copertura superiore di travate e panconi da nascondere e difendere i lavoranti e i minatori.[18 agosto 1550.]La galleria divisata venne presso che compiuta, non ostante il fuoco continuo della piazza, e l'opposizione dei nemici vigilantissimi ai nostri danni. Se non che la notte seguente, che la travata s'appressava alla scarpa del muraglione, quei Turchi terribili dalle loro feritojeannaffiarono i palchi di catrame, e vi gittarono sopra giunco, ginestra, stipa e fuoco; a spegnere il quale perchè niuno venisse appostarono tutta la loro archibuseria. Pensate il Ferramolino là sotto colle trombe, coll'acqua e colla terra ad affogare ed a vincere l'incendio: pensate quegli altri a replicare catrame, tizzoni e archibugiate. In somma tre volte domate, tre volte riaccese le fiamme: morendovi molti soldati e guastatori chi cotto, chi trafitto: e urlando i Turchi ad ogni bel colpo dalle feritoje basse del torrione. Finalmente toccò una palla in fronte al Ferramolino, che vi restò gelato sul colpo[321]. Prode ed infelice ingegnero! troppo raffidato nell'arte tua, lasciasti le ossa ascose nella terra dei barbari, e il nome presso che obliato nel tuo stesso paese! L'estremo vale dello storico scusi il monumento della tua tomba, e tenga viva la memoria delle tue benemerenze nell'affetto dei posteri, dovunque alligna cortesia.[28 agosto 1550.]Sottentrò l'Arduino alla testa degli ingegneri, prese la direzione dell'assedio, e depose il pensiero delle mine. Uomo nuovo, doveva far novità: venuto dal mare collo Sforza, doveva sforzare dal mare. Mutò subito la postura delle batterie. Salvo alcuni pezzi di fronte, presso al centro del campo e del quartier generale, trasportò il resto di grosso calibro all'estrema destra per batterel'ultimo angolo della fronte verso levante; dove il muro, per essere sul pendio della rupe, non montava più grosso di sette palmi, e pareva privo di contrafforti anteriori e di fosso. All'alba del giovedì ventotto di agosto, essendo ogni cosa in punto, l'Arduino aprì il fuoco della nuova batteria, e se ne videro subito effetti stupendi[322]. La debolezza del muro, la grossezza dei calibri, la vicinanza di dugencinquanta metri, e più di tutto la direzione normale dei colpi facevano a pezzo a pezzo cascar giù la muraglia, e con tale prestezza, che quei di dentro non erano in tempo nè a sgombrar le macerie, nè a riparar la rottura. Indarno i Turchi abbarcavano tavole, terra e fardelli di cotone e di lana; indarno Assano in persona conduceva al lavoro gli operaj; indarno tagliate e traverse. La nostra artiglieria scopava ogni cosa da quella parte: e non restava che un po' di torrione a demolire, perchè senza molestia dei fianchi si potesse ordinare a sicurtà l'assalto. Ma quel torrione stava duro, come gli altri della fronte: strigneva il tempo, bisognava far presto, non dare agli assediati la comodità di riparare. In somma era necessario ajutarsi con tiri perpendicolari dalla parte del mare.E perchè il luogo ristretto, le acque poco fonde, e la suggezione alla numerosa e terribile artiglieria della piazza, non permettevano senza gravissimo pericolo il ronzare delle galere, come si era fatto a Corone, alla Goletta e a Castelnovo, si pensò adoperarvi una macchinanavale, cui era riserbato finalmente il vanto principale della vittoria.XXI.[31 agosto 1550.]XXI. — Questa macchina doveva essere in sostanza una grossa batteria galleggiante da accostarsi facilmente per mare al punto voluto sbrecciare: macchina di gran piazza, formata con due navigli incatenati in un sol corpo, fornita da molte e grosse artiglierie, e ben riparata dalle offese nemiche per sicurezza di sè stessa, dei pezzi e dei serventi. Fu pronta in pochi giorni: e tra poco ne vedremo meglio la costruzione e il servigio.Intanto se alcuno domanderà il nome dell'egregio inventore, deve mettersi meco tra le varietà dei libri e delle sentenze. Chi dice il Ferramolino, per averne lasciato il disegno prima di morire: chi ne dà il merito al Doria, al Vega, o a don Garzia; chi propriamente all'Arduino; chi dice esserselo preso da sè Giulio Cesare Brancaccio; e chi doversi cercare più abbasso un siciliano, un galeotto, uno schiavo, un rinnegato[323]. Dunque possiamo conchiudere che gl'inventori furono tutti: e tanto meglio la diversità delle altrui opinioni confermerà la nostra, quanto è pur vero che gli uomini, stretti dalle medesime necessità, tornano sempre agli stessi ripieghi. Fin dai tempi di Mitridate e di Scipione si sono viste macchine composte con due o più bastimenti incatenati tra loro: ne parla Tito Livio, Appiano Alessandrino, Festo, Vegezio, Vitruvio[324]. E senza andartanto lontano, per ogni altro tempo si è veduto nei nostri porti spianare in lungo e in largo gran piazza sopra alcuni bastimenti legati insieme, volendosi riunire in mezzo al mare per maggior sollazzo molta gente a danze, a conviti, e simili[325]. Dunque senza pretendere vanto di bell'ingegno poteva facilmente chiunque al modo istesso proporre di piantarvi il giuoco di una batteria di grossi cannoni; come gli antichi sopra due o più bastimenti collegati piantato avevano gli arieti cozzanti, le torri mobili, le scale volanti, e i ponti di assalto e di traghetto. Io stesso nella storia marinaresca del Medio èvo ne ho parlato diverse volte; e più vi ho messo la speciale descrizione di una di queste macchine, vittoriosamente spinta l'anno 1218 ad espugnare la torre del Nilo innanzi a Damiata[326]. Si faceva doppia, o scempia, o tripla, secondo il numero dei bastimenti componenti; e fin dalla rimota antichità pelasga con voce comune ai Latini ed ai Greci si chiamava la Sambuca, per la ragione dei canapi obbliquamente distesi tra la torre, l'ariete e la scala, alla similitudine delle corde tra il corpo e l'arco nello strumento musicale dello stesso nome.Venuta poscia l'invenzione della polvere di guerra, e smessi gli arieti con tutto il resto, nondimeno la macchinaconservò l'istesso nome di Sambuca, perchè ordinata allo stesso fine. Però invece dei vecchi arnesi si fornì dei nuovi cannoni: di che ho pur detto qualcosa nel mio Marcantonio Colonna per l'anno 1572, quando una macchina di questo genere per espugnare Modone fu costruita con pessimo effetto dall'architetto Giuseppe Buono[327]. E qui calco a bello studio il cognome dell'architetto, e dico Buono, perchè così leggo nei Documenti colonnesi e vaticani, così nelle storie dell'Adriani fiorentino e del Sereno romano, e così nelle scritture dei contemporanei[328]; non trovandosi altrove Bonello, che nel Paruta veneziano e posteriore, certamente per errore di stampa o simile. Accade a chicchessia, anche ai più diligenti ed assennati scrittori. Valga per tutti l'esempio del chiarissimo Carlo Promis, altrettanto dotto che accurato, il quale nondimeno, preso in un punto da certa vertigine tra il testo e le note, confonde in poche righe luoghi, tempi, e persone: Buono con Bonello, Afrodisio con Tripoli, e l'ultima campagna della Goletta mette nel 1572, che fu recisamente due anni dopo, ai ventitrè di agosto 1574[329]. Non fo io professione di censore: ma ho l'obbligo di difendere la verità storica, e di mantenere gli assunti miei.Dunque i nostri capitani volendo battere la piazza dalla parte del mare, facilmente convennero di mettereallo sbaraglio due sole galere: una genovese, chiamata la Brava; ed una siciliana, detta la Califfa. Alle quali, avendo prestamente levato alberi, antenne e ogni altro attrezzo, attraversarono gli alberi stessi e le antenne loro da poppa e da prua, incatenandole insieme tanto strettamente, da formare un ponte solo, non soggetto a barcollare perchè equilibrato sopra due punti stabili, cioè sulle due chiglie. Poi le maestranze spianarono la coverta; e avanti a chiodar panconi, a livellare piatteforme, a condurre parapetti, ad aprire troniere, e a mettervi per riparo gabbioni terrapienati, alti di palmi dodici, profondi di quindici; e ben ristretti con traversoni, puntelli, bracciuoli, legami, chiovagione: fortissimo e portentoso lavoro. Indi il capitan Arduini incavalcò alla banda destra della macchina nove pezzi di artiglieria grossa sui carri da esser maneggiati tanto comodamente quanto sopra qualunque piattaforma murata: e perchè la macchina meglio avesse a sostenere il gran peso, ed a resistere ad ogni percossa dei nemici, la circondò con una ghirlanda di botti vuote, ben chiuse e stagne, ed imbracate a corto per disotto alla carena[330]: Lavoro eseguito presto e bene dalle navali maestranze; e copertamente dietro alle galèe ed alle navi dell'armata, perchè i nemici non ne avessero sentore[331].
[20 maggio 1550.]
IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo posto, e seguì l'armata contro Dragut inAfrica, dove si voleva abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro, ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.
I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare, ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro. Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata. Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati, deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero, comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi infino alpresente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani, anteriore all'invasione degli Arabi[251].
Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là; oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa; nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue fatiche nonsopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a talento.
[28 maggio 1550.]
X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite dalla piazza[253],i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254]
[29 maggio 1550.]
Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti: però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello, figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia. La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali, mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìodi carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole, tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la pazienza di chicchessia[256].
[Giugno 1550.]
Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglieriee fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.
Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia, il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale, trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte, dicendo volersene andare colle solegalèe di Napoli ad inseguire Dragut pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].
Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto dell'Imperatore[259].
[24 giugno 1550.]
Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla piazza voluta espugnare.
[26 giugno 1550.]
XI. — Eccoci dunque un'altra volta dopo cinque secoli coll'armata cristiana a fronte degli islamiti sotto lemura di Afrodisio: le stesse ragioni ci guidano ora nel mezzo del cinquecento contro Dragut, che già ci guidarono nello scorcio dell'undecimo secolo contro Timino[260]. Sovrani ambedue del medesimo stato, e simili tra loro nelle crudeltà, nelle rapine, nell'infestamento dei mari e dei nostri paesi. Identica la città antica e moderna nel medesimo sito: perciò le conservo l'istesso classico nome, comunemente usato dai contemporanei. Nome più dolce, e non soggetto ai sospirosi squarci gutturali nè agli equivoci grossieri, come gli equivalenti arabi e medievali di Mêhdiah e di Africa[261]. Ricordate una rupe circondata dal pelago per ogni parte, meno che dove una lingua di angusto passaggio sporge sull'altipiano dalla terraferma alla città? Mettetela coll'asse maggiore di due chilometri dentro il mare da Ponentelibeccio a Grecolevante, datele un mezzo chilometro di larghezza, coronate il ciglione di torri, e avrete il prospetto della capitale di Timino e di Dragutte, come tuttavia si mantiene colle antiche sue cupole, co' suoi minaretti,e colle altre bizzarrie dell'architettura moresca, conforme agli avanzi tuttavia conservati in Sicilia, nelle Spagne, e più che altrove in Egitto.
Volendo ora rendere chiaro il racconto, mi bisogna dire con precisione lo stato militare della piazza; perchè i fatti dell'attacco sono intimamente connessi coi dati della difesa, ed ambedue colle opere della fortificazione. Gran disdetta, per chi scrive dopo tre secoli, il silenzio e talvolta la confusione dei primi scrittori, i quali o per oscitanza, o per difetto di cognizioni tecniche, non si spiegano a dovere intorno alle condizioni principali di questo genere. Essi mi hanno tenuto più giorni perplesso, e quasi direi sfiduciato di poter spiegare prima a me stesso e poscia agli altri l'andamento dell'assedio. Se dovessi metterci io una cinta di mio genio, avrei pronto il disegno, acconcio alla qualità del sito: chiudere l'istmo, dove è più angusto per trecento metri; mettere due baluardi reali simmetrici e casamattati alle estremità; cinquanta metri alle facce, venticinque ai fianchi, dugento alla cortina; tre cavalieri a scoprire la campagna; fosso, opere esteriori, e batterie per tutta la fronte e di rovescio sulle due ripe del mare. In somma vorrei ripetere per Afrodisio il lavoro fatto per Nepi dal Sangallo: il quale in questo modo ha fortificato l'angusta fronte, donde soltanto si può avere l'accesso alla città, per essere ogni altro lato sopra dorso di rupe isolata tra precipitosi abbissi[262]. Ma nel fatto di Afrodisio non troviamci così: e checchè ne dicano i cinquecentisti di baluardi, di bastioni, di rivellini e di fianchi, non eravi nulla dellanuova maniera. I fatti dell'assedio escludono la stretta interpretazione delle parole: e certamente la grandezza della spesa deve aver ritenuto Dragut a contentarsi delle antiche mura in quel luogo, come ritenne i cavalieri di Malta in Tripoli al vecchio sistema[263]. Dopo il conquisto soltanto vedremo i disegni nuovi degli ingegneri per ridurla alla moderna.
Dunque non abbiamo ora a cercare novità di architettura militare, ma soltanto la durata delle antiche difese. Sulla fronte di verso terra da un mare all'altro per lo spazio di sopra a trecento metri una muraglia alta grossa e soda, difesa da sette torri: quattro di pianta rettangolare, due rotonde, ed una di mezzo chiamata il Rivellino. Vuolsi intendere un torrione più grosso, più sporgente, coll'angolo rivolto alla campagna, di faccie e fianchi ugualmente grandi, e di pianta pentagonale[264]. Niuno pigli maraviglia di antica torre pentagonacol sagliente alla campagna: poco comune invero, ma non ignota del tutto. Bastami citare in conferma la torre del mastio in Astura, più antica dei Frangipani[265]; le cinque o sei torri egualmente pentagone del tempo di Federigo II alle mura di Viterbo[266]; le due fiancheggianti la porta di Silivria presso Costantinopoli, certamente anteriori a Maometto II; e le tre di Lucera del tempo degli Svevi[267]; senza mettere a conto le molte di Nola, perchè fabricate alla fine del quattrocento, che è epoca pel nostro proposito troppo recente[268]. Continuandomi intorno ad Afrodisio, trovo la grossezza dei muri infino a quindici piedi, equivalenti nella sezione a cinque metri per tutto il ricinto principale; e innanzi al medesimo trovo una seconda cinta di muro esteriore in figura di barbacane, grosso per metà del primo; e tra i due muri il fosso largo e profondo[269]. Sistema da essere ricordato, perchè serve come di preludio ai pensamenti del Machiavellosull'arte della guerra. Una sola porta verso terra, aggirata a più risvolte di androni ciechi tra ponti e trabocchetti, da non potersi passare senza i brividi[270]: e per tutte le altre parti la città difendevasi da sè, stante la sua posizione inaccessibile di precipizî tra il mare e i dirupi, aggiuntovi pure al sommo un giro di muraglione turrito. Restami a dire del porto nascosto in una insenata tra due rupi pel rombo di scirocco sulla linea centrale della città: porto capace di contenere i suoi trenta o quaranta bastimenti da corso a stazione sicura, e ben munita di torri e catene[271]. Arrogi il parco di numerosa e bellissima artiglieria: cannoni di grosso calibro, e colubrine di lunga passata per ogni parte.
Al governo della piazza presiedeva Assan-rays nipote di Dragut, giovane di gran coraggio; e con lui milletrecento veterani tra soldati e marinari, più altri quattrocento venuti di Alessandria in soccorso con due navi, proprio di quei giorni che l'armata nostra (espugnato Monasterio) erasi gittata a Trapani per levarne il Vicerè e le munizioni già dette. Presidio sufficiente alle sortite, e sovrabbondante alle difese: poteano metterne mille alla campagna, e sulla linea di attacco otto per metro.
[28 giugno 1550.]
XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai soldati il consueto riposo prima diesporli alle fazioni di terra, dopo il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra, tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso presidio concentrato in un punto solo.
Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi, gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi vedere correre squadronati inordinanza quattromila cinquecento soldati: la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo, e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.
Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.
Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274].Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme, le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano comunemente in ogni assedio[275].
[1 luglio 1550.]
XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri, valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri, presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù: e dovepur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda. Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i primi dieci giorni della batteria.
[11 luglio 1550.]
Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono, portandosi appresso in gran numero i feriti[277].
L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi compier l'opera incominciatacontinuando la batteria di fronte, e chi la dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano, moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui davano il nome di Barbieri e di Barbierotti;titoli che durano ancora nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali, e di seguire i suggerimenti del comandante.
Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il sollievodella religione; e le parole di pace per la bocca de' sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»
[15 luglio 1550.]
XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare, ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda. Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti stampatiin Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285], alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito, non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»
[18 luglio 1550.]
Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera, ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine, tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria: piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono nel nostro secolo.Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.
[20 luglio 1550.]
La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere, non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda,senza ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»
Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.
[21 luglio 1550.]
XV. — Intrattanto cannonate continue alle mura, scaramucce perpetue col presidio, e giornèa quotidiana per la fascina. Nel tempo di quest'ultima più umile fazione si aveva spesso spesso a menar le mani, o all'andata o al ritorno, contro certe imboscate di Mori e di Beduini attizzati da Dragut con lettere, promesse e minacce. Fra gli altri erasi reso celebre un Cavaliero africano, che non fu mai veduto uscir fuori di caverna o di bosco o di altro riposto nascondiglio, che non ottenesse alcun segnalato vantaggio. Costui compariva solo or qua or là improvvisamente; e talvolta alla testa di otto cavalli e di circa trenta pedoni, tutto ammantato di bianco, e cavalcando nobile corsiero di bianco mantello, chiazzato di bajo alla criniera e alla coda. Il giorno seguente alla partenza dello Sforza toccò a Giordano Orsino farne la conoscenza, e portarne i ricordi. Imperciocchè Giordano proprio in quel primo giorno, privo della consueta compagnia, pensò distrarsi con Astorre Baglioni e alcuni altri gentiluomini fiorentini e romani, seguendo la carovana dei taglialegna: desideroso pur di osservare meglio la campagna, e di vedere da presso la qualità e i prodotti delle terre africane. Se non che la cavalcata andò più lontano che non si conveniva; tanto che volendo ritornare tutti insieme a cavallo di piccoli, ma briosi barberi, si avvidero essere l'ora già tarda, e i guastatori colla scorta partiti dall'oliveto. Per maggior disdetta vennero veduti all'Orsino certi volatili pellegrini di bei colori tra quelle solitudini posarsi sulla cima degli alberi non molto lontano dalla via: ed egli, che aveva seco sospeso all'arcione l'archibusetto a ruota, col quale era uso fare bellissimi colpi, s'appartò con quello in manoalquanto dai compagni, seguendo copertamente tra le macerie la direzione della preda. Quando ecco uscir fuori improvvisamente il Moro dal bianco mantello, e con tal prestezza investire di zagaglia l'Orsino, che in un subito gli trapassò il braccio sinistro e lo gittò da cavallo, senza dargli tempo di voltare nè faccia nè arme[294]. E già messo piede a terra e sguainata la scimitarra gli avrebbe troncata la testa, se Astorre ratto come suona il suo nome, a briglia sciolta e chiamando ad alta voce i compagni, non si fosse gittato pel primo e risolutamente contro l'offensore, costringendolo a risaltare in sella, e a fuggir via: non tanto però confusamente, che colui non si portasse al guinzaglio il cavallin di Giordano, e non gridasse a più riprese: Cristiani, un'altra volta più attenti! Il Baglione tuttavia e gli altri, desiderosi di dargli la risposta più che di parola, galoppavangli appresso a spron battuto; sì che il Moro per salvarsi fu costretto di rilasciare all'istesso Baglioni, che eragli quasi ai garetti, il cavallino predato; e senza altra novità si sottrasse. La brigata di ritorno pensava alla necessità della vigilanza e circospezione, quando si è in guerra pel paese nemico; e come ogni diletto, ancorchè onesto, può divenir fatale, se distoglie l'uomo dall'attendere alle cose di maggior momento ed alla guardia di sè stesso.
Or noi leviam di terra il mal ferito Orsino, e rimeniamlo a bordo per curarlo: che avrà a fare tra brevepiù degna prova[295]. E perchè tutti sogliono volgersi alla storia, e da lei aspettare giudizî, e lode, e biasimo, secondo le opere, mi sia concesso di soddisfare al debito mio e al desiderio delle onorate persone, rendendo a nome dell'Orsino e dell'inclita sua casa pubbliche grazie, non vendute nè compre, ad Astorre Baglioni. Le povere parole di romito scrittore faccian ghirlanda al caro capo del gentil Cavaliero perugino; e restino scolpite attorno al suo nome in vece della corona di quercia che da altri avrebbe dovuto ricevere per avere salvato sul campo la vita di un cittadino romano[296].
[22 luglio 1550.]
XVI. — Volgiamci adesso al principale avversario contro chi si fa la guerra. Dragut già da tre mesi batte il mare da lontano, facendo il più che può insulto, danno e vergogna ai naviganti ed ai paesi littorani della cristianità, coll'intendimento di strapparne l'armata dall'Africa. Ma non per questo i soldati e marinari nostri rallentavano l'assedio, sapendo che il tristo non potrebbe arrischiarsi sulle coste d'Italia, senza correre pericolo di restarvi avviluppato da forze maggiori; e che sulle coste di Spagna troverebbe in guardia con dodici buone galere don Bernardino di Mendoza a tenerlo in rispetto. Perciò lo strattagemma non produsse effetto favorevole ai disegni suoi: anzi l'espose a parecchi rovesci, tra i quali gravissimo lo scacco toccatogli sulle coste occidentali della Sardegna; dove essendosi arrischiato a sbarcare per far preda e per espugnare una terra, queiterribili isolani si levarono a stormo, e non solo ricacciaronlo alle navi, ma gli ammazzarono circa quattrocento scherani[297].
Dopo cotal fazione più che mai avvilito, e abbandonato dagli Algerini stanchi di lui, si trovò molto basso con soli quindici o venti piccoli bastimenti. Nondimeno rilevando quanto degli antichi spiriti gli restava, e risoluto di spendere per sua salvezza i tesori corseggiando in tanti anni accumulati, tornò celatamente in Barberia, e si diè a correre le maggiori città, picchiando alle porte degli amici suoi: rappresentava a tutti il pericolo, che egli diceva comune; prometteva e donava largamente, intendeva scioglier l'assedio e far gente. Scrisse al re di Tunisi e a quello del Caruano, fu a Sfax, a Tagiora, alle Cherchere, e specialmente alle Gerbe, tanto che raccolse da ogni parte un tremila settecento Mori, ottocento Turchi, e sessanta cavalli. Indi scrisse al Nipote in Afrodisio di tenersi pronto pel venticinque del mese, che egli verrebbe dalla parte di terra a soccorrerlo, ed a congiungersi con lui.
Le lettere di Dragut entrarono nella piazza, come poi si seppe, portate di notte da esperto marangone; il quale durante il giorno, tenutosi nascosto nell'oliveto, e poi tra le tenebre messosi a nuoto, prese la direzione del porto facendosi riconoscere alle guardie per quello che era. L'esercito dei Mori similmente, marciando a gran giornate, giunse al sito convenuto, cinque miglia lungi dalla piazza assediata, e Dragut la stessa notte del ventidue, venuto per mare con alcune sue galeotte, gittossi in terra con ottocento Turchi, per mettersi allatesta della sua gente. In somma grossa tempesta si addensava sul capo degli assedianti, senza che niuno ne avesse sentore: salvo che si udivano aggressioni più del solito frequenti contro i soldati o contro cavalieri sbandati intorno all'oliveto[298].
[25 luglio 1550.]
XVII. — La mattina del venticinque tre compagnie di dugencinquanta uomini l'una, spalleggiando ducento guastatori siciliani, condotti in Africa dal Vega, eran sull'incamminarsi agli oliveti per legnare, secondo il consueto, quando il Vicerè informato allora allora di certe dicerie correnti tra i Mori alleati faceva uscire con loro altre tre compagnie, e tutti sotto due sole bandiere, per coprire il numero, e metteavi per mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, governatore della Goletta: uomo che, per essere più di ogni altro pratico delle insidie e delle scaramucce moresche, era stato fatto venire a posta, e trattenuto al campo[299]. La colonna marciava in bell'ordine: ottanta file per diciassette righe. I picchieri armati di corsaletti alla vanguardia e alla retroguardia, nella battaglia gli archibugeri, alla coda i guastatori, a destra e a sinistra due catene di moschettieri. Queste genti, appressandosi all'oliveto, vedevano qua e là Mori e Turchi in piccoli drappelli, massime intorno a certe muraglie diroccate pei campi: ed essendosi avvicinate al bosco consueto, scoprirono finalmente il grosso dei nemici,che a primo aspetto fu stimato di quasi tremila fanti. Dragut, la cui presenza era ignota ai nostri, e ignota restò fino al termine della giornata[300], erasi tenuto nascosto perchè la colonna si allontanasse più e più dalle trincere: ma avendola oramai vicina con suo gran vantaggio di numero e di posizione studiosamente scelta, faceva dar nelle trombe, e assaltava il fronte dello squadrone. A quello scontro don Luigi Perez da bravo spagnuolo correndo avanti a cavallo gridava: «Animo, amici, avanti, e dagli alla trista canaglia: Santiago, e dagli!»[301].
Si attacca la scaramuccia alla destra e alla sinistra, cresce la mischia sul fronte, e al rumore tutti si riscuotono dal campo, dalla piazza e dal mare. Tutti vorrebbero esser là: e non potendo altrimenti, ciascuno manda l'ajuto ai suoi e lo sgomento ai nemici con altissime voci e col rombo del cannone. Le galere specialmente, accostatesi di fianco, tengono coi loro corsieri in rispetto i barbari: e non ostante la grande distanza al secondo o al terzo rimbalzo squartano o maciullano fanti e cavalli[302]. Il Vega, veduta l'azione impegnata, lascia don Garzia alla guardia delle trincere, e si avanza colle riserve,opportunamente giugnendo a sostenere la colonna sul terreno, dove non cede un palmo. In quella le maniche dei moschettieri si spiegano con soverchia larghezza, intesi a coprire le spalle dell'ordinanza, sì come i nemici minacciano girarla; e il Vicerè manda Luigi Perez a raccoglierli a segno. Già don Luigi ha rannodato il cordone di sinistra, e già galoppando trapassa alla destra, dove trova maggior difficoltà, e più fiero riscontro: mentre chiede soccorsi per ricongiungere allo squadrone l'altra manica, una palla di schioppo di un beduino appostato sugli alberi lo coglie nel petto, e gli esce dagli arnioni[303]. Sentendosi ferito a morte, volge le briglie per mettersi tra suoi: ma prima di potervi arrivare, cade morto in terra, e il cavallo gli si ferma allato. I Musulmani in furia per avere il cadavere, gli Spagnuoli in furore per ricuperarlo. Si viene alle strette: scimitarre contro spade, lancie contro picche, schioppi contro archibusi, saette contro pugnali. Contuttociò gli Spagnoli raccolgono la salma, rimettonla di traverso sul cavallo, e si rannodano allo squadrone.
Intanto i guastatori, come se nulla fosse intorno, avevano compito il lavoro della fascina, e preso il carico delle legne e delle ramaglie: però il Vega ordina che dalla stessa parte, cioè dalla sinistra, si ritiri al campo la colonna, ed esso stesso mettesi alla coda per sostenere i suoi, e per tirarsi appresso i nemici sotto al fuoco delle trincere[304]. Marciano in ritirata: sempre colla faccia volta al nemico, sempre combattendo,e sempre incontrati da gente fresca di soccorso. Notevole in questa ritirata il ricordo dell'artiglieria di campagna maneggiata sui carretti, per tenere addietro la piena dei barbari[305].
In quel momento Assan-rais che dalle sue torri vede lo squadrone in ritirata, Dragut sulla pesta, e le trincere più che mai sguernite, caccia fuori della piazza il presidio, risoluto a fare l'estrema prova di spianare i lavori, di chiodare le artiglierie, e di dar mano agli amici, secondo le istruzioni da tre giorni ricevute. Se costui fosse riescito nell'intento, la campagna di Afrodisio sarebbe a ricordare funesta quanto quella d'Algeri. Ma don Garzia è sul posto, e quivi di piè fermo sostiene l'assalto di Assano: il Ferramolino dirige i fuochi sulla fronte delle trincere, fiancheggiate per filo radente, e munite di molte artiglierie e di archibusoni da posta. Ambedue scopano d'infilata a metraglia; e il Vicerè, trovandosi oramai vicino, rimanda dentro mano mano maggior rinforzo. Fatte inutili e disperate prove con molta strage de' suoi, Assano si ritira in fretta, e tanto prestamente fa chiudere le porte innanzi al rincalzo dei nostri, che molti dei suoi, per rientrare nella piazza, sono costretti gittarsi a nuoto nel mare[306].
Dragut collo sguardo di pirata aveva seguite tutte le fasi del combattimento. Vedeva intatto lo squadrone, rimessa la fascina, ricacciata la sortita, assicurate le trincere. Tutto al rovescio dei suoi disegni. Nè in principio per sorpresa, nè appresso per forza, nè in fine pel concorso del nipote, non aveva mai potuto venire a capo di nulla. Molto meno confidava di vincere l'accampamento,munito di argini, di fossi e di numerose artiglierie. Pressato dalla volubile accozzaglia della gente raccogliticcia, tirossi indietro. Spese la notte in consulte inutili, e il giorno seguente sciolse le bande dei Mori, e se ne tornò coi Turchi verso le Gerbe. Di là tanto meglio, quanto da luogo più vicino e sicuro, attese a considerare il procedimento dell'assedio: sempre pronto ad ogni occasione che mai potesse la fortuna mettergli avanti.
Così passò la grande giornata del venticinque, nella quale si parve in tutto il suo splendore la bravura e la fermezza delle fanterie spagnuole, che non avevano pari in quel tempo per stabilità sul terreno, secondo gli ordini con che le aveva disciplinate Gonsalvo. Si parve eziandio l'antico metodo delle milizie deputate a combattere alla spicciolata, in branchetti o in cordoni distesi oltre alla fronte di battaglia, come fanno oggidì i bersaglieri. Di più ci ritornano le artiglierie minute da campagna coi loro carretti; e notiamo i bei tiri di rimbalzo delle galere a distanza di più che due miglia. Nè vuolsi tacere la savia direzione di tutti i capitani dal mare, sul campo, alle trincere; e l'intrepidezza dei guastatori nel compiere il loro servigio sotto il fuoco del nemico.
[30 luglio 1550 ]
XVIII. — Dato il primo governo a circa dugento feriti, e resi gli ultimi onori a un'ottantina di morti, specialmente al prode don Luigi Perez, tornò nell'esercito e nell'armata la consueta giovialità, cresciuta dalla speranza di successi migliori. E perchè gl'infermi in cura avessero a essere meglio provveduti, senza crescere fastidio ai combattenti, ordinarono a Marco Centurioni, luogotenente del Doria, di portarli con dieci galere agli spedali di Trapani; e poi esso scorresse infino a Napoli,a Livorno, alla Spezia e a Genova, per raccogliere da quei centri gente e munizioni, secondo l'ordine dell'Imperatore a tutti i suoi ministri in Italia, tanto che l'impresa d'Africa giugnesse a buon termine[307]. Quando salparono le dieci galèe del Centurioni, si aspettavano di ritorno le cinque dello Sforza; e al tempo stesso Dragut sguinzagliava alcune delle sue fuste per codiarne i movimenti, e per non lasciarsi cogliere, come il vecchio maestro, con tutti i legni in un punto solo.
Qui mi vien bene aggiugnere alcuni fatti minuti di costoro presso la spiaggia romana, durante l'anno del giubilèo: fatti narrati da scrittore contemporaneo[308]. Tre ladroni, sciolti dalla brigata di Dragut, eransi messi in società tra loro, e in busca pel Tirreno: chiamavasi l'uno Cametto, l'altro il Bagascia, e l'ultimo il Bollato. Ladri nomi, come ognun sente, e certamente imposti dai nostri e loro amici, conforme ai meriti. Essi venivano con tre legni, due fuste e un brigantino: e insieme di notte al primo abbordo presso Napoli cattivarono una grossa nave carica di vini, che il vicerè don Pietro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinari, e mandarono alla Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all'isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circèo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l'incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempoda Gaeta, e vôlti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubilèo. Pensate rubalderia di Turchi! presero a un tratto pellegrini, marinari e tartana; e consegnarono ogni cosa al Bollato, perchè col suo brigantino di scorta menasse gli schiavi e il naviglio al mercato della Maometta. Le due fuste vennero avanti alla foce del Tevere, cercando se altri volesse entrare od uscire senza spese di rimburchio: ma scoperti dalla torre Bovacciana, allora più propinqua al lido, e salutati di alcune cannonate, tirarono oltre. Non furono guari lontano, che si parò un bastimento di Civitavecchia diretto al Tevere: ed i pirati addosso. Allora il padrone non potendo tornare addietro pel vento di Ponentemaestro, nè volendo allargarsi a mare, animò la sua gente, distese tutto il cotone, aggiunse sei remi, e prese a correre verso la Fiumara, sempre tenendosi dalla parte di terra il più che poteva. Le fuste più leggiere, e fornite di maggior remeggio, dopo strettissima caccia già già erano per investirlo; e allora il padrone, che aveva anche a questo provveduto, mollava la scotte, dava fondo a due ferri, e abbandonava il bastimento, fuggendo collo schifo e con tutti i suoi marinari a salvamento in Ostia. I pirati nondimeno salparono le áncore, menaronsi il bastimento, rubarono ogni cosa, e poi l'abbandonarono quaranta miglia al largo.
Questo fatto pose di mal umore Cametto contro il Bagascia, perchè costui sconsigliato nella caccia aveva troppo stretto il nemico alla spiaggia, in vece di sforzarlo ad allargarsi; e con ciò cresciuto favore alla fuga delle persone. Ebbero tra loro di male parole, e si separarono, dicendo il Bagascia volersene tornare in Barberia per bisogno di panatica. Al contrario se ne andò solo all'Elba, dove scoperto dalle guardie, e assalito da due barconi dell'isola col rinforzo di molti soldati, combattèlunga pezza, dette e toccò le busse: ma in fine gli riusci di smucciar via, tuttochè mal concio; e corse a ripararsi prima in Bona, poi in Algeri, dove fece mercato del bottino e dei prigioni.
Cametto altresì solo restò sulla Spiaggia romana per due giorni, e poi navigò a Talamone. Colà ebbe incontro quattro galeotte di Dragut, appartenenti alla schiuma di un altro stuolo: e tutti insieme quei furfanti fecero gran baldoria per l'allegrezza di essersi incontrati; dandosi a vicenda l'uno l'altro le notizie di quanto avevano lasciato in Africa, e trovato in Italia. Andarono quattro giorni insieme, fino a capo Côrso; poi si divisero, continuando le galeotte a ponente verso la Spagna; e tirandosi Cametto a ostro per la Corsica e per la Sardegna. Nella prima isola prese un povero prete di campagna nella stessa sua pieve, fuggitone a precipizio il vicario più destro e più giovane. In Sardegna ghermì due fanciulli che nuotavano per sollazzo alla riva. E prolungandosi per quelle costiere, ogni notte gittava in terra dieci o dodici uomini a far preda per le campagne, attaccandosi a tutto, posto che si potesse trasportare. Ma essendosi i Sardi riscossi chi a piè chi a cavallo per ricuperare le persone e le cose perdute, indarno Cametto spese altri otto giorni a ronzare intorno a quelle rive: tutto era guardato e difeso. Però volse la vela verso Biserta, rendendo suo malgrado onorata testimonianza alla virtù dei Sardi[309]. Trista condizione della dimora, dei viaggi e dei commerci per le nostre marine.
[31 luglio 1550.]
XIX. — In quella Carlo Sforza, speditosi da Roma, e ripresa a Napoli la capitana e le munizioni che ho detto, veniva a golfo lanciato verso l'Africa, non senza cacciarsi dattorno lo sciame dei pirati, dalle cui mani alle Eolie pur riscuoteva una fregata napolitana con tutta la gente[310]. Il suo ritorno all'armata ed al campo, che fu il trentuno dello stesso mese di luglio, ravvivò la speranza di sollecita espugnazione, e più che mai rivolse i pensieri altrui alle batterie di costa verso la marina, sul debole della piazza, secondo che egli aveva sempre proposto. Di questo suo pensamento, con lunghi e stringenti discorsi, durante la traversata, erasi studiato di far capaci i due ingegneri che aveva preso seco a Palermo: coi quali per maggior convincimento, e prima di mettere piede in terra, scórse a bello studio tutta intorno la penisola fortificata, segnando col dito a quei signori i punti che meglio degli altri potevano essere con buon successo battuti; e pigliandone i rilievi dalla poppa del suo schelmo[311]. Seguo in questa parte la perizia di Carlo Botta, che usa la voce Schelmo per sincope di palischermo, quasi a ogni pagina del Viaggio intorno al globo: e per questa stessa ragione mi sembra termine molto acconcio ad esprimere per eccellenza la barca assegnata all'uso personale del comandante: perchè come si distingue per la ricchezza e nobiltà delle forme, cosìanche vada per la concisione e forza del nome meglio in armonia colla dignità della persona[312].
I due ingegneri, chiamati con gran pressa dalla Sicilia dopo la battaglia dell'Oliveto, e indi menati al campo dalla prima galèa di passaggio per quelle parti, che fu proprio la capitana di Roma[313], passano ambedue presso che ignoti nella storia dell'arte; e però più meritevoli di special ricordo, come abbiam detto del Ferramolino. Il primo, chiamato Andronico Arduini, oriundo di nobile famiglia messinese[314], nato in Rodi, bombardiere di vaglia in quell'assedio, fattosi poscia seguace del Martinengo, divenne eccellente nel maneggio delle artiglierie, negli ingegni delle macchine, e nelle dottrine della nuova fortificazione militare[315]. Dunque di origine e di scuola italiana, quantunque per andare meglio a' versi dei padroni di Spagna si facesse chiamare col nome di capitano Spinosa, sì come ripetono sempre gli scrittori di quella nazione[316].
Dell'altro parlano quasi tutti implicitamente; ma il solo Orazio Nocella da Terni, attore e testimonio dei fatti, nei commentarî stampati in Roma, esplicitamente ricorda il nome, dicendo[317]: «Presa la città di Afrodisio, tra le molte provvisioni del Vicerè vuolsi ricordare la proposta di renderla più forte, e più difendevole, anche con poca gente. Laonde al signor Prato, nobile architetto, di cui si serve continuamente per le sue fabbriche, e per le fortificazioni delle città e d'altri luoghi, die' commissione di farne il disegno, e di mandarne la figura all'Imperatore, lavorata e finita come si costuma per mostrarne l'artificio.... Il modello, prestamente composto, fu presentato a Cesare da Giovanni Ossorio di Quignones, insieme colle notizie della felice espugnazione e conquista.» Dunque anche il Prato era presente al campo, e pigliava parte all'espugnazione, e aveva il carico dei lavori, quantunque non sia espressamente scritto dal Salazar e dagli altri[318]. Il nome del Prato è certamente italiano, come ognun vede, e forse di quella stessa famiglia da Lecce, donde un secolo prima si era generato Leonardo Prato, cavaliere gerosolimitano, cui i sovrani aragonesi avean dato il carico di riparare le fortificazioni di Otranto, dopo la celebre cacciata dei Turchi[319]. Ora che abbiamo fra noi il Ferramolino,l'Arduino, ed il Prato, passiamo a considerarne le opere magistrali.
[4 agosto 1550.]
XX. — Dei lavori precedenti sul campo non fa bisogno altro commento: gabbioni, fascine, terrapieni, fossi, trincere, e due parallele, secondo il metodo ordinario. Dalla parte della piazza due muraglie, l'una a riparo dell'altra, il fosso in mezzo, la breccia difficile, l'assalto impossibile. Il Ferramolino si volge alle mine: ma non può camminare di lungo sotterra, dove a ogni passo incontra due ostacoli insuperabili; pietra viva, ed acqua morta[320]. Condizioni geologiche necessarie del sito, quando si dice rupe presso al mare sottoposta a monti più alti e vicini. Venuti gli altri ingegneri, deliberano insieme di accostarsi alla piazza e di attaccarle il minatore per mezzo di una galleria di nuova forma, e acconcia quanto più si può alla qualità del terreno. Cavamento fino a trovare il macigno, ripari laterali di terra e fascina, e copertura superiore di travate e panconi da nascondere e difendere i lavoranti e i minatori.
[18 agosto 1550.]
La galleria divisata venne presso che compiuta, non ostante il fuoco continuo della piazza, e l'opposizione dei nemici vigilantissimi ai nostri danni. Se non che la notte seguente, che la travata s'appressava alla scarpa del muraglione, quei Turchi terribili dalle loro feritojeannaffiarono i palchi di catrame, e vi gittarono sopra giunco, ginestra, stipa e fuoco; a spegnere il quale perchè niuno venisse appostarono tutta la loro archibuseria. Pensate il Ferramolino là sotto colle trombe, coll'acqua e colla terra ad affogare ed a vincere l'incendio: pensate quegli altri a replicare catrame, tizzoni e archibugiate. In somma tre volte domate, tre volte riaccese le fiamme: morendovi molti soldati e guastatori chi cotto, chi trafitto: e urlando i Turchi ad ogni bel colpo dalle feritoje basse del torrione. Finalmente toccò una palla in fronte al Ferramolino, che vi restò gelato sul colpo[321]. Prode ed infelice ingegnero! troppo raffidato nell'arte tua, lasciasti le ossa ascose nella terra dei barbari, e il nome presso che obliato nel tuo stesso paese! L'estremo vale dello storico scusi il monumento della tua tomba, e tenga viva la memoria delle tue benemerenze nell'affetto dei posteri, dovunque alligna cortesia.
[28 agosto 1550.]
Sottentrò l'Arduino alla testa degli ingegneri, prese la direzione dell'assedio, e depose il pensiero delle mine. Uomo nuovo, doveva far novità: venuto dal mare collo Sforza, doveva sforzare dal mare. Mutò subito la postura delle batterie. Salvo alcuni pezzi di fronte, presso al centro del campo e del quartier generale, trasportò il resto di grosso calibro all'estrema destra per batterel'ultimo angolo della fronte verso levante; dove il muro, per essere sul pendio della rupe, non montava più grosso di sette palmi, e pareva privo di contrafforti anteriori e di fosso. All'alba del giovedì ventotto di agosto, essendo ogni cosa in punto, l'Arduino aprì il fuoco della nuova batteria, e se ne videro subito effetti stupendi[322]. La debolezza del muro, la grossezza dei calibri, la vicinanza di dugencinquanta metri, e più di tutto la direzione normale dei colpi facevano a pezzo a pezzo cascar giù la muraglia, e con tale prestezza, che quei di dentro non erano in tempo nè a sgombrar le macerie, nè a riparar la rottura. Indarno i Turchi abbarcavano tavole, terra e fardelli di cotone e di lana; indarno Assano in persona conduceva al lavoro gli operaj; indarno tagliate e traverse. La nostra artiglieria scopava ogni cosa da quella parte: e non restava che un po' di torrione a demolire, perchè senza molestia dei fianchi si potesse ordinare a sicurtà l'assalto. Ma quel torrione stava duro, come gli altri della fronte: strigneva il tempo, bisognava far presto, non dare agli assediati la comodità di riparare. In somma era necessario ajutarsi con tiri perpendicolari dalla parte del mare.
E perchè il luogo ristretto, le acque poco fonde, e la suggezione alla numerosa e terribile artiglieria della piazza, non permettevano senza gravissimo pericolo il ronzare delle galere, come si era fatto a Corone, alla Goletta e a Castelnovo, si pensò adoperarvi una macchinanavale, cui era riserbato finalmente il vanto principale della vittoria.
[31 agosto 1550.]
XXI. — Questa macchina doveva essere in sostanza una grossa batteria galleggiante da accostarsi facilmente per mare al punto voluto sbrecciare: macchina di gran piazza, formata con due navigli incatenati in un sol corpo, fornita da molte e grosse artiglierie, e ben riparata dalle offese nemiche per sicurezza di sè stessa, dei pezzi e dei serventi. Fu pronta in pochi giorni: e tra poco ne vedremo meglio la costruzione e il servigio.
Intanto se alcuno domanderà il nome dell'egregio inventore, deve mettersi meco tra le varietà dei libri e delle sentenze. Chi dice il Ferramolino, per averne lasciato il disegno prima di morire: chi ne dà il merito al Doria, al Vega, o a don Garzia; chi propriamente all'Arduino; chi dice esserselo preso da sè Giulio Cesare Brancaccio; e chi doversi cercare più abbasso un siciliano, un galeotto, uno schiavo, un rinnegato[323]. Dunque possiamo conchiudere che gl'inventori furono tutti: e tanto meglio la diversità delle altrui opinioni confermerà la nostra, quanto è pur vero che gli uomini, stretti dalle medesime necessità, tornano sempre agli stessi ripieghi. Fin dai tempi di Mitridate e di Scipione si sono viste macchine composte con due o più bastimenti incatenati tra loro: ne parla Tito Livio, Appiano Alessandrino, Festo, Vegezio, Vitruvio[324]. E senza andartanto lontano, per ogni altro tempo si è veduto nei nostri porti spianare in lungo e in largo gran piazza sopra alcuni bastimenti legati insieme, volendosi riunire in mezzo al mare per maggior sollazzo molta gente a danze, a conviti, e simili[325]. Dunque senza pretendere vanto di bell'ingegno poteva facilmente chiunque al modo istesso proporre di piantarvi il giuoco di una batteria di grossi cannoni; come gli antichi sopra due o più bastimenti collegati piantato avevano gli arieti cozzanti, le torri mobili, le scale volanti, e i ponti di assalto e di traghetto. Io stesso nella storia marinaresca del Medio èvo ne ho parlato diverse volte; e più vi ho messo la speciale descrizione di una di queste macchine, vittoriosamente spinta l'anno 1218 ad espugnare la torre del Nilo innanzi a Damiata[326]. Si faceva doppia, o scempia, o tripla, secondo il numero dei bastimenti componenti; e fin dalla rimota antichità pelasga con voce comune ai Latini ed ai Greci si chiamava la Sambuca, per la ragione dei canapi obbliquamente distesi tra la torre, l'ariete e la scala, alla similitudine delle corde tra il corpo e l'arco nello strumento musicale dello stesso nome.
Venuta poscia l'invenzione della polvere di guerra, e smessi gli arieti con tutto il resto, nondimeno la macchinaconservò l'istesso nome di Sambuca, perchè ordinata allo stesso fine. Però invece dei vecchi arnesi si fornì dei nuovi cannoni: di che ho pur detto qualcosa nel mio Marcantonio Colonna per l'anno 1572, quando una macchina di questo genere per espugnare Modone fu costruita con pessimo effetto dall'architetto Giuseppe Buono[327]. E qui calco a bello studio il cognome dell'architetto, e dico Buono, perchè così leggo nei Documenti colonnesi e vaticani, così nelle storie dell'Adriani fiorentino e del Sereno romano, e così nelle scritture dei contemporanei[328]; non trovandosi altrove Bonello, che nel Paruta veneziano e posteriore, certamente per errore di stampa o simile. Accade a chicchessia, anche ai più diligenti ed assennati scrittori. Valga per tutti l'esempio del chiarissimo Carlo Promis, altrettanto dotto che accurato, il quale nondimeno, preso in un punto da certa vertigine tra il testo e le note, confonde in poche righe luoghi, tempi, e persone: Buono con Bonello, Afrodisio con Tripoli, e l'ultima campagna della Goletta mette nel 1572, che fu recisamente due anni dopo, ai ventitrè di agosto 1574[329]. Non fo io professione di censore: ma ho l'obbligo di difendere la verità storica, e di mantenere gli assunti miei.
Dunque i nostri capitani volendo battere la piazza dalla parte del mare, facilmente convennero di mettereallo sbaraglio due sole galere: una genovese, chiamata la Brava; ed una siciliana, detta la Califfa. Alle quali, avendo prestamente levato alberi, antenne e ogni altro attrezzo, attraversarono gli alberi stessi e le antenne loro da poppa e da prua, incatenandole insieme tanto strettamente, da formare un ponte solo, non soggetto a barcollare perchè equilibrato sopra due punti stabili, cioè sulle due chiglie. Poi le maestranze spianarono la coverta; e avanti a chiodar panconi, a livellare piatteforme, a condurre parapetti, ad aprire troniere, e a mettervi per riparo gabbioni terrapienati, alti di palmi dodici, profondi di quindici; e ben ristretti con traversoni, puntelli, bracciuoli, legami, chiovagione: fortissimo e portentoso lavoro. Indi il capitan Arduini incavalcò alla banda destra della macchina nove pezzi di artiglieria grossa sui carri da esser maneggiati tanto comodamente quanto sopra qualunque piattaforma murata: e perchè la macchina meglio avesse a sostenere il gran peso, ed a resistere ad ogni percossa dei nemici, la circondò con una ghirlanda di botti vuote, ben chiuse e stagne, ed imbracate a corto per disotto alla carena[330]: Lavoro eseguito presto e bene dalle navali maestranze; e copertamente dietro alle galèe ed alle navi dell'armata, perchè i nemici non ne avessero sentore[331].