XXI.

[24 ottobre 1541.]Erano insieme attelate nella linea principale di fronte settanta galèe, cioè diciotto di Spagna, venti del Doria, dodici di Napoli, dieci di Sicilia, sette di Roma e quattro di Malta, con al centro l'Imperatore e le altre capitane imbandierate e in armi: a tergo trecento navi da carico, piene di soldati, di munizioni e di artiglieria; e appresso altrettante navette minori di sussidio e di complemento per trentamila uomini da sbarco delle tre nazioni. Colonnelli delle fanterie italiane, Camillo Colonna di Roma e Agostino Spinola di Genova: capitan generale il marchese del Vasto[129].Non prenderò a descrivere la inospita costa d'Algeri, dove tante mutazioni sono avvenute del tempo nostro, molto più che non avrò a fermarmi lungamente alla sua vista. L'attacco di Algeri per Carlo V può dirsi tragedia di un atto solo. Quindi basterà accennare che l'armata sorgeva distesa nel golfo, a piccola distanza dalla città, tra il capo di Mattaffusso da levante e il capo di Cassino da ponente, sopra fondo di fangonero e tenace. Ferma sugli ormeggi passava senza alcuna novità due giorni, ordinati al riposo delle fanterie, in gran parte deboli e mareggiate dalla fastidiosa navigazione, prima di esporle in terra a fronte dei nemici: molto più vedendosi attorno il mare tuttavia grosso e frangente sul lido, quantunque il vento si fosse calmato.Dentro alla piazza non era gran presidio: quasi tutti i pirati, memori del successo di Tunisi, avevano coi loro legni già preso la fuga. Restavano solamente ottocento turchi veterani, e cinque mila mori assoldati, oltre la numerosa cavalleria dei Beduini per la campagna. Il governatore supremo dell'armi Assan-agà, rinnegato sardo, allievo ed amico intimo di Barbarossa, disegnava menare in lungo più che si potesse la fazione; confidando nell'entusiasmo di quei popoli, nell'esempio di altre simili invasioni sfallite agli Spagnuoli, e principalmente nei rovesci della stagione che si potevano facilmente prevedere. Con questo Assano si faceva beffe dell'araldo, che gli portava l'intimazione della resa a nome di Cesare.[26 ottobre 1541.]All'alba del ventisei incominciava lo sbarco dell'esercito a levante della piazza, così: le galèe entravano sotto alle grosse navi, riceveano alla scala le fanterie colle sole armi manesche, poscia i soldati medesimi cogli schifi delle galere e sotto la protezione del loro cannone, saltavano in terra, ordinandosi sul lido, mano mano che arrivavano, per mantenere il terreno occupato. Sul mezzodì, ingrossatisi già gli squadroni fino a ventimila uomini, l'Imperatore istesso poneva piede in terra e montava a cavallo, e disponeva l'accampamento e le prime operazioni contro la piazza; seguendoloappresso i capitani e gentiluomini della sua casa militare a poco a poco che venivano in terra i destrieri e le barde. Il barchereccio da carico doveva convogliare appresso le bagaglie, i viveri, le munizioni, le artiglierie. Operazioni condotte sempre combattendo contro gli Arabi; i quali di galoppo a briglia sciolta con badalucchi continui ed assalimenti repentini molestavanci dovunque paresse loro di poterci offendere. Opportunamente però, e qui lo ricordo per la storia dell'artiglieria, si era provveduto al modo di contenere gli insulti dei cavalli nemici, assegnando a ciascun corpo delle nazioni diverse tre pezzetti da campagna; i quali maneggiati a dovere producevano effetti stupendi. Nulla meglio del cannone, al quale non erano assueti, faceva imbizzarrire e fuggir via le mandre dei Beduini[130]. Con quest'ordine occuparono le alture, e passarono la prima notte all'addiaccio. Trista notte per le privazioni, per la pioggia continua e pel freddo.[27 ottobre 1541.]Compivasi lo sbarco delle fanterie la mattina del ventisette, e già metteansi dentro terra al lungo trasporto delle salmerie e delle provvisioni, intanto che l'esercito marciava arditamente per investire la piazza. Continue le avvisaglie, gli agguati, i combattimenti con molta bravura e poco frutto. Le masse a stento si difendevano.La pioggia avea disteso un guazzo di fanghiglione tenace per la campagna, dove i picchieri non potevano agiatamente maneggiare l'armi d'asta, nè i cavalli caricare; e gli archibugi, allora tutti a miccio, stavano come inutile ingombro nelle mani dei soldati: guasta la polvere, bagnate le corde, spenti i fuochi[131]. Si noti il fatto non certamente di piccolo momento per la diffusione del fucile a ruota, come appresso dirò. Nondimeno si ebbero ad ammirare diversi tratti di singolar bravura per parte dei nostri. Un cavaliero ardì avanzarsi infino alla porta di Algeri, e lasciarvi confitto per segno il pugnale: un altro di grande statura e di forze gagliarde afferrò un turco per un braccio, e, trattolo giù da cavallo, l'uccise in terra a colpi di stocco: il capitan Lucidi della squadra romana, tuttochè ferito, non si peritò di farsi incontro ed assalire a corpo a corpo colla spada il più terribile e grande combattitore nemico e distenderlo morto ai suoi piedi[132]. Così passò la giornata del ventisette.XXI.XXI. — Più calzante al nostro proposito viene il discorso che abbiamo a fare intorno alla marina, tutta turbata l'istessa sera del ventisette. Il sole tramonta sotto il velo di densa caligine. Non colori brillanti di crepuscolo, non azzurro ranciato di cielo, nè chiarezza lucente di mare: ma tinte fosche, aria umida, acqua torbida, e dal lato boreale una lontana parata di nugoloni oscuri, pesanti, immobili in prima sera; e poscia mano mano sorgenti e torreggianti più e più in alto, senza altra luce che qualche guizzo di baleno. Il piloto impensierito pronostica da quella parte il vento furioso di Tramontana, traversia funesta del rivaggio; e ansiosamente cerca tra nube e nube il punto ortivo della temuta stella, già nota ai miei lettori[133]. Osservato diligentemente e con segni sinistri il tramonto del sole e la levata della stella, sibila e risquittisce il fischietto del comito e del nocchiero: e tutti i marinari dalla tolda a riva son pronti per la manovra di mal tempo alla sicurezza delle navi e delle galèe. Vedete da ogni parte ammainare le antenne e i pennoni, sghindare di gabbia, arridare gli stragli e le sartie; e giù in coverta chiudere le boccaporte, parare i portelli, trincare le artiglierie, mettere le tende a pendio; ed altri in mezzo colle barche assicurare gli ormeggi, filare i calumi, attrezzare i pennelli: crescere di fuori nel mare gomene, ferri, gherlini; e di dentro bozze, paglietti e trinchesulle bitte. Intanto avanza la notte, e insieme la furia del vento, la gonfiezza del mare e l'oscurità del cielo: cadono rovesci di pioggia obliqua tra lampi paurosi, e scrosci di folgori, e scoppî di tuoni, ripercossi da tutti i monti nel bujo. Le onde corrono infuriate verso la costa, gittansi rapidissime sugli scogli, saltano alle creste, e ricadono come torrenti spumosi. Odi ronfìo profondo di mare, e fischio rabbioso di vento, e vedi quanto v'ha di più terribile nella confusa battaglia degli elementi. Là in mezzo apprende il marino a vincere il sentimento del terrore, e a pigliar pratica del suo mestiero.[28 ottobre 1541.]Fattosi giorno, chi si trova accampato tra i pantani, stretto di vittuaglia, e privo di ogni comunicazione coll'armata, alla incerta apprensione della oscura notte vede succedere la trista realtà di spaventoso sguardo. Lunghi cordoni di onde accavallate biancheggiano intorno al lido, valli e colline alla rinfusa sul mare; orizzonte ristretto dalle nubi, e la volta del cielo simile alla tinta livida dell'acqua. In piccolo spazio settecento navigli di ogni grandezza, tutti umili e dimessi: tutte le alberature ridotte a metà, tutti i fianchi paralleli, tutte le poppe opposte al vento, tutte le teste legate agli ormeggi: gusci oscuri, circondati da liste bianche di spuma, mosse e mutate in ogni senso. Ma al tempo stesso quei legni, chi più chi meno, dall'una o dall'altra banda a perpetuo contrasto si scuotono: talvolta li vedi sbandati fin quasi a trabocco; e improvvisamente sollevati di poppa fino a mostrarti la chiglia; e poi, arrizzati davanti, tutta presentarti la coverta, inondata d'acqua e di spume correnti giù dagli ombrinali. Fissa oltracciò losguardo, e vedi continuato contrasto di ciascun legno cogli ormeggi suoi, secondo le diverse forze spinte, e chiamate dell'onde, del vento e delle gomene. Eccoli barcolloni più volte alle bande; e poi bruscamente dare indietro, traendo fuori d'acqua tutta tesata la lunghezza dei canapi: eccoli all'improvviso farsi avanti verso il ferro, mollando i calumi; e poi barcollando e rifuggendo tesarli un'altra volta: sempre con durissime tentennate. Chi ha pratica, ed ha visto di simile, egli soltanto può distinguere il discorso tecnico dal romantico.Dopo quindici ore di rabbiosa procella col vento sferratore di Tramontana, tra le continue strappate delle gomene, e il consentimento sforzato dei legni, cominciano le falle, e il gettito, e le grosse avarie. Sartie e manovre a pezzi, cime fileggianti in bando tutte da una parte a seconda del vento; alberi scavezzi a precipizio, palischermi infranti, murate e fianchi sdruciti, rottami sparti e trabalzati sulle onde. Chi si trova debole di corbame, o fiacco d'ormeggio, entra in distretta: a questo il canapo stremato si strappa; a quello le bitte e le coste gli vanno appresso. L'uno piomba nel fondo con tutta la gente; l'altro, miserabile spettacolo, irreparabilmente sferra, ed è gittato dai flutti a perdizione sulla costa. Lo sferrare in bocca dei marinari è maledizione assolutamente intransitiva, alla quale attivamente non si opera come nel salpare, ma si è soggetti come nel morire; e vale perdere i ferri, e la ritenuta delle gomene, e la conserva dei compagni; Esser portato a precipizio dalla violenza del vento e del mare. Via dunque di qua il maniscalco arcigno che sferra attivamente le bestie al travaglio; via il ringhioso pedante che sferra a rovescio la penna sulla carta; via le sferre di ogni altro prosuntuoso mestatore. Sferrano altrimenti i miseri marinari; e in men che si dice, il grosso mare e il vento rabbiosonelle secche e sugli scogli li percuote a certissimo naufragio. Vengono abbrivati, urtano nei bassi, cadono gli alberi, e lo scafo sbattuto dai marosi sul duro letto si apre, e va in pezzi. Della gente in quel momento, chi piomba nell'abisso per non uscirne mai più, chi resta maciullato dalle onde sugli scogli, e chi cade trafitto dalla scimitarra degli Arabi. Costoro guardano il lido avidi di strage, e non danno quartiere.Ciò non pertanto la capitale sventura pareva rifugio ai miseri, stanchi dei travagli del mare. Tanto era grande lo spavento e la perturbazione! Scaduta la disciplina, molti volevano volontariamente investire in terra, mettendosi nelle stesse condizioni che altri per violenza pativa. La smania di levarsi dal pelago, la corrosione progressiva delle gomene, la difficoltà di sgottar la sentina, la disperazione di non potersi lungamente sostenere, massime alla cieca nella notte ormai vicina, condusse non pochi al tristissimo partito di tagliar le gomene, messo in non cale il divieto dei capitani[134]. Tanto che sull'ora di vespro più di cencinquanta bastimenti di ogni maniera e quindici galere erano sul lido miserabilmente infranti, non essendo più altro a vedere in quella parte, che rottami, alberi, bariglioni, tavole, corde, cenci, attrezzi, corredi, e uomini che di mezzo sorgevano per iscampare, e invece trovavano più pronta lamorte, o tra i gorghi del mare, o tra gli acciacchi degli scogli, o sotto alle spade dei nemici[135].In quella Andrea Doria non ismentì la fama di esperto ed intrepido marino: avrebbe potuto facilmente salvare sè stesso e l'armata nel porto vicino di Bugia; ma non volle mai abbandonare l'Imperatore e l'esercito, quantunque gli pesasse gravissima la perdita di quasi tutte le sue galere pel sollevamento della gente e pel taglio delle gomene, essendosi dovuto piegare al tristo espediente l'istesso Giannettino[136]. L'incauto giovane insieme con tanti altri sarebbevi restato morto, se l'Imperatore, vedendolo naufragato alla riva, e chiedere coi segnali il soccorso, non avesse mandato di gran fretta don Antonio d'Aragona con tre compagnie di Italiani a cavarlo fuori dalla rabbia degli Arabi e del mare[137]. Grazia singolarissima, usata a lui solo per riguardo dello zio: chè gli altri si lasciavano alla loro ventura, non forse altrimenti tutta l'armata si avesse a gittare in terra, e tutti i bastimenti a rovina, senza speranza di ritorno a nessuno.Grandiosa tra tanto schianto comparisce alla vista di tutti la figura dell'Orsino, l'arte e la virtù dei Romani, la saldezza dei petti e dei legni, la bravura deisoldati e dei marinari. Essi fermi, intrepidi, intatti; essi riguardati con maraviglia, essi citati ad esempio[138]. La squadra di Malta, per colpa dei marinari, già era in procinto di naufragio: e i forsennati a colpi di scure avrebbero senza dubbio eseguito il tristo proposito di tagliare le gomene e di dare in terra, se il comandante di quella capitana, mostrando da una parte la disciplina dei Romani, e dall'altro la punta della spada sguainata, non si fosse opposto; minacciando risolutamente la morte al primo che di ciò si fosse ardito[139]. Pei fatti di Algeri, e per le lodi da tutti ripetute alla squadra romana, Ottavio Farnese, genero dell'Imperatore, formò primamente il disegno di appoggiare nella sua casa, come poi seguì, la compra di esse galere.[29 ottobre 1541.]L'Imperatore e gli altri accampati miseramente tra fossi e dirupi, abbattuti nell'animo alla vista continua di tante sciagure; perduta nel mare l'artiglieria d'assedio insieme coi barconi di rimburchio, dove l'avevano il giorno avanti discesa; corrotte o assorbite dal pelago le munizioni e le vittovaglie, si trovavano a mal partito. Carpire le radici salvatiche, macellare i cavalli, e pel fuoco raccogliere in giornèa le tavole dei bastimenti naufragati, bastava nel giorno seguente a nutricare di insolitopasto trenta mila uomini: ma non poteva durar lungamente. In quella veniva a Carlo una lettera di Andrea, portatagli a nuoto da intrepido marangone, assicurato anche meglio da un fodero di sugheri. Andrea scongiurava l'Imperatore a levarsi di là, se non voleva vedere tutti sommersi o massacrati; esortavalo a venirsene verso il capo Mattaffuso, dove sperava poterlo raccogliere, e rimenare in Europa. Carlo, perduta ogni speranza di conquista, accettò le conclusioni del Doria: dètte i segnali, e imprese la ritirata a piccole tappe in tre giorni, sempre combattendo cogli Arabi sul destro fianco ed alla coda.[30 ottobre.]La sera del ventinove essendosi calmato il vento, e potendo salpare i ferri verso il largo (ma non approdare al lido, dove l'onde infuriate tuttavia orribilmente frangevano), il Doria sparò il tiro dell'avviso, perchè nella notte ciascuno si riattrezzasse a dovere e si mettesse in punto di far vela al primo segno. La mattina del trenta prese il vento colle poche galere che gli restavano: e, sempre sostenuto dalla squadra romana, condusse il convoglio delle navi all'àncora nella cala del Mattaffuso, dove è sicura stallìa per tutti i venti, salvochè da Ponentemaestro. Le galere di Malta sotto colore di necessità si allontanarono[140]. Al contrario le nostre continuaronsi nell'assistenza degli afflitti, levarono le genti dalla spiaggia, servironle all'imbarco, le scortarono al porto di Bugia, tenuto allora dagli Spagnoli, quantunque sempre perseguitate dalla pertinacia delle tempeste,e dal sentimento delle altrui avarie. Solo disastro per noi un colpo di mare, che nelle acque di Bugia scoprì la poppa della Capitana nostra, e ne strappò l'immagine del Santo protettore[141]. Del resto fino all'ultimo, coll'arte e col magisterio dei marinari e degli ufficiali governandosi, evitarono le disgrazie più e più funeste nella ritirata di quell'armata: servirono l'Imperatore, assicurarono l'esercito. Indi per Biserta, la Favignana e le Eolie, se ne tornarono dolenti, altrettanto che onorati e salvi, al porto di Civitavecchia.XXII.[25 aprile 1542.]XXII. — Dopo l'aspro rovescio, papa Paolo maggiormente si strinse col Conte, prevedendo dai nemici molestie maggiori, e dagli amici maggiori richieste. Però a tenore dei capitoli lo avvisò di duplicare la forza dell'armamento, e di tenere al soldo nell'estate seguente sei galèe, lasciandogliene una fuor di linea a suo privato comodo: essendo che egli sempre continuava a tenerne quattro di sua proprietà, oltre alle tre consuete della Camera. Le ragioni e le spese di tale rinforzo sono espresse nella seguente costituzione, che volgarizzo col testo a fronte, perchè importante ed inedita[142].«Paolo papa terzo a tutti i singoli, cui le letterepresenti saranno mostrate, salute ec. — Chiamati senza nostro merito per superna disposizione al regime dell'ovile del Signore, volontieri attendiamo secondo il dover nostro a provvedere tutto ciò che riguarda il buono stato e conservazione del medesimo, e a mettere efficacemente in opera i mezzi che occorrono, perchè la nostra greggia non vada a strazio tra gli artigli dei lupi rapaci. Certamente a tutti deve esser noto come il ferocissimo tiranno dei Turchi, venuto l'anno passato nel regno d'Ungheria alla testa di numeroso esercito, dopo lacrimevole strage di soldati cristiani, sotto le mura di Buda ha rotto il campo del carissimo in Cristo figliuolo nostro Ferdinando illustre re dei Romani e di Ungheria, che intendeva a ricuperare coll'armi quella piazza; e in vece il Turco vi si è maggiormente assodato: nè contento a ciò, appresta ora altri eserciti di terra ed altre armate di mare per entrare più avanti, e sottomettere il resto di quel regno, e forse anche la Germania e l'Italia. Vedendo dunque imminente il gravissimo pericolo di tutta la cristianità per le costui invasioni, e per la discordia dei nostri principi, tra i molti rimedîda noi pensati, abbiamo risoluto di aggiugnere tre galèe alle altre tre che sempre tiene la Sede apostolica, e fornirle secondo si conviene di gente, vettuaglie, e di armamenti necessari alla guerra, perchè formato in tal modo il nucleo di giusta squadra o possano da sè difendere la Spiaggia romana, o presentandosi l'occasione anche più lontano possano perseguitare e cacciare il nemico. La salute della maggior parte di questi nostri paesi principalmente dipende dalla esecuzione di tale divisamento. E perchè non possiamo noi sostenerne la spesa, nè col danaro dell'erario esausto, nè colle gabelle ordinarie assegnate ad altre spese, bisogna che da coloro caviamo il sussidio, alla cui salute provvediamo. Sperando adunque che tutti i sudditi nostri, persuasi del manifesto bisogno, sosterranno volentieri questo peso, noi per moto proprio, certa scienza e pienezza della apostolica potestà, per tenore delle presenti vogliamo e comandiamo che le città, terre e luoghi soggetti mediate o immediate alla sede apostolica, per sei mesi soltanto prossimi futuri, debbano mantenere e pagare ciascuno la sua quota, secondo la tabella che pubblicherà il dilettofiglio Guidascanio Sforza diacono cardinale di sant'Eustachio e camerlengo, e tutti ugualmente debbano versare il danaro assegnato nelle casse e nei termini indicati dall'istesso Camerlengo. Nè alcun vi sia che presuma andare esente dal mettere la sua porzione sotto pretesto di qualsivoglia privilegio o immunità, ma tutti indistintamente siano tenuti a contribuire, decretando che in questo modo e non altrimenti si abbia a giudicare e a diffinire da qualunque giudice e commissario di qualsivoglia autorità rivestito, fosse pur cardinale della santa romana Chiesa, eccetera.»Dato in Roma addì venticinque di aprile 1542, del nostro pontificato anno ottavo.»In queste lettere si parla della discordia dei principi maggiori, si prevede la guerra tra loro, si dubita di ulteriori progressi del Turco, si accenna a qualche lontana spedizione, e si afferma la necessità di fare da sè, senza aspettarsi il soccorso altrui. Tutte sentenze, dalla prima all'ultima, confermate pei fatti. Il Conte colla squadra rinforzata, e la consueta compagnia dei gentiluomini della sua casa prese a difendere la Spiaggia. Ebbe per camerata e per allievo Giulio Podiani, patrizio reatino dei signori di Piediluco e di Poggiobustone, che poi vedremo crescere di autorità sul mare coi Farnesi e coiFieschi[143]. Sbrattò da ogni parte i nemici, prese parecchi bastimenti piratici, e fece prigione quel giovane ladrone chiamato Scirocco; cui poi divenuto famoso ammiraglio, governatore di Alessandria, e gran faccendiero all'assedio di Malta, vedremo comandante a Lepanto dell'ala destra nell'armata dell'imperatore Selim[144]. In somma la Spiaggia romana nel quarantadue era da tutti i naviganti osservata, come sicura più di ogni altra tra le marine d'Italia sul Tirreno; e vi convenivano assai legni a comprare frumenti, di che era tutt'altrove gran caro[145]. Al tempo stesso papa Paolo, istantemente richiesto dal re Ferdinando, mandava in soccorso degli Ungari Alessandro Vitelli da Castello con tremila fanti romani, al cui valore i nostri scrittori e gli stranieri attribuirono gran parte della onorata difesa di Pest[146].Francesco di Francia altresì e Carlo di Spagna ripigliarono la guerra tra loro. Dovevano i due emuli passar la vita consumandosi insieme a danno dei popoli,specialmente d'Italia, in continui contrasti, tramezzati da brevi e false amicizie. Per qualche tempo Francesco aveva lasciato di molestare il rivale, tenuto in rispetto dalla tregua stabilita per dieci anni all'Acquamorta nel trentotto, come è detto: ma dopo l'infelice spedizione d'Algeri, veduto il sinistro delle forze spagnuole, e tolto il pretesto dall'uccisione di Antonio Rincone e di Cesare Fregoso, suoi ambasciatori (che, passando di Lombardia verso Venezia, andavano a secreti maneggi in Constantinopoli), dichiarava rotta la tregua; e fin dalla primavera di quest'anno moveva guerra a Carlo in quattro punti lontani da noi, Fiandra, Piccardia, Rossiglione e Brabante: di che non dobbiamo occuparci.XXIII.[1543.]XXIII. — Più da vicino ci tocca la lega scoperta al principio di quest'anno tra Francesco e Solimano ai danni di Carlo; o per dir meglio a rovina del cristianesimo e di tutti noi, ed a perpetua infamia di lui Francesco e dei suoi complici, non di tutta la nazione francese, come sempre ho detto e ripetuto imparzialmente dei nostrani e degli stranieri, quando ho dovuto biasimare gli oltraggi alla fede, e al pubblico bene della civiltà e della religione. Tanto nell'odio contro Carlo era accecato colui, che per vendicarsene chiamava Barbarossa a molestare gli stati del rivale in Italia: e Carlo il cattolico, per non essere da meno di Francesco il cristianissimo, faceva lega con Arrigo d'Inghilterra, famoso pel ripudio della sorella di sua madre, e per le rivolture religiose[147]. Così vie meglio agli occhi di ciascuno deve rilevare il non far troppo conto delle belle parole, ma di tenersi ai fatti.[Marzo 1543.]Per queste ragioni di guerra tra casa di Francia e casa d'Austria, coi Turchi di mezzo sulle nostre marine, avvenne un'altra occultazione del conte dell'Anguillara. Tutta la casa Orsina correva a parte francese, e tutta la Colonnese a parte spagnola: questi gelosi di quelli, ambedue dei Doria, e così via via. Catena di miserie domestiche per le altrui comodità. Quindi non potendo più il Conte combattere i Turchi senza offendere i Francesi uniti con loro, prese congedo; e menandosi appresso le quattro galere di sua proprietà, se ne andò a Marsiglia, dove quel Re lo accolse con molte carezze, e gli dètte l'Ordine di san Michele, e lo fece luogotenente generale di tutte le sue armate di mare[148]. A questi tempi, e durante il congedo, voglionsi ridurre i doni fatti e ricambiati tra l'Orsino e Barbarossa, di che tutti i biografi parlano; e specialmente le dieci tavolette liscie coi veri ritratti dei dieci sultani in miniatura: cose da non esser noverate tra le più felici della sua vita. E bene se n'ebbe esso stesso a pentire (come molti altri andativi prima e dopo), disgustato dei sospetti del re Francesco e della gelosia dei cortigiani. Anzi non potendo mai tanto parer musulmano, quanto costoro avrebbero voluto, patì prigionia, ed ebbe a gran ventura il ritornarsene.XXIV.[Aprile 1543.]XXIV. — Intanto il Pontefice, restato con tre sole galèe, e tutta l'armata turchesca vicina, chiamò a sè il capitan Bartolommeo Peretti da Talamone, che era stato luogotenente del Conte[149]. Nominatolo comandante della squadretta, gli ordinò di andarsene subitamente a Malta, e di tenersi là al sicuro colle tre galèe, infino a che Barbarossa non fosse passato; sapendosi per certo che tra poco doveva venire nel mar Tirreno, diretto a Marsiglia, e aspettato dal re Francesco. Il capitano Peretti, uomo di gran valore, scritto alla nobiltà di Siena, accasato con una dei Migliorati di Pisa; pel cognome, per lo stemma, e per le relazioni dei posteri ci fa pensare alla sua consanguinità coi Peretti portati in Roma da Sisto V: comunemente dicendosi da uno stesso ceppo illirico essersi derivati quelli della Marca, di Toscana e di Corsica, per la emigrazione notissima degli Albanesi, che dopo la morte di Scanderbeg fuggivano a torme dal dominio dei Turchi[150]. Il valoroso discendente degli ultimi campionidella Macedonia ci si mostra prima comandante di fanti pei Senesi, poi nel trentasei venturiero sul mare con una galèa, nel trentotto capitano coll'Orsino, nel quaranta suo luogotenente, e finalmente in quest'anno successore: però quasi sempre nei servigi della marina romana, ai quali erasi dato di preferenza, avvegnachè talvolta negli intervalli di scioverno o di congedo abbia fatto da sè o con altri per mare e per terra[151].[Maggio 1543.]Il capitan Peretti non ebbe gran che da indugiare per mettersi in salvo, essendo Barbarossa uscito di Costantinopoli nel mese d'aprile coll'armata ottomana e piratica: settanta galere, cinquanta legni minori, cento navi grosse, e quattordici mila turchi di sbarco, accompagnati da Antonio Polino, ambasciatore del re di Francia, e direttore della tregenda. Costoro alla fine di giugno per lo stretto di Messina fecero capo a Reggio di Calabria, donde tutto il popolo spaventato erasi fuggito ai monti. Di là gl'infelici vedevano nel giorno il sacco, e nella notte l'incendio della patria. Altri ed altri appresso videro nello stesso modo ruine, saccheggi e fuoco per le riviere della Calabria e della Campania, e infinita gente di ogni sesso e condizione imbrancata sulle galere turchesche a perpetua schiavitù[152]. La temerità di Barbarossa nella passata trionfale giunse in fino alle rive delTevere, donde bravando e minacciando sarebbe voluto venire a veder Roma e il Papa, se non fosse stato ritenuto a stento dal Francese. Piena la città di costernazione per più giorni, e i popoli delle campagne e delle terre vicine tutti in fuga, cercando ricovero nelle fortezze e nei luoghi sicuri. Fatta l'acquata nel Tevere, i Turchi passarono a Nizza, ebbero a patti la città, bombardarono il castello, saccheggiarono il contado: e finalmente si ritirarono a svernare nei porti di Marsiglia e di Tolone[153]. Colà a maggior confusione dei miseri Cristiani fatti schiavi, ed ammassati come vili giumenti sopra i legni infedeli, si facevano bellissime feste in onore di Barbarossa e dei Turchi. Scellerati![Settembre 1543.]Intanto il capitan Bartolommeo, tornato da Malta a Civitavecchia alla larga appresso all'armata ottomana, e avute nuove istruzioni da Roma, prestamente ne ripartiva coll'ardito disegno di entrare nell'Arcipelago e di dare il guasto alle marine dei nemici, lasciate in abbandono da Barbarossa. Voleasi fargli danno e vergogna, ed anche indurlo a levarsi presto dai nostri mari. Tornò dunque a Malta colle tre galere, vi giunse addì ventotto di settembre, nel qual giorno presentò al Grammaestro e al consiglio due brevi del Papa per avere seco di conserva le galere dei Cavalieri a difesa comune[154]. Ma non sembrando a quei signori convenientel'invito, per la confusione dei Turchi coi Francesi; e non volendo, come dicevano, mettersi al pericolo di combattere gli uni in vece degli altri, o vero tirarsi addosso il risentimento simultaneo di tutti e due, lasciarono i Romani senza conserva.[Ottobre e dicembre 1543.]Andò dunque solo il capitan Bartolommeo: e solo in quest'anno tra tutti i Cristiani ardì scorrere in arme i mari di Levante contro i pirati e contro le orde turchesche. Nella qual crociera fece cose degnissime di memoria, per questa sola ragione ite in dimenticanza, perchè niuno tra noi ha trattato di proposito la storia della milizia navale. Che se appresso vorrà qualcuno metterci la mano, sappia di non dover pigliare a opera i libri stampati: perché quanto mai si poteva cavare di là, l'ho fatto io. Sì bene gli prometto gran frutto se cercherà negli archivi, tanto da avvantaggiarne il capitale che io lascio. Dalle lettere, dai giornali, dagli strumenti potranno derivarsi in maggior copia i particolari: ma la sostanza dei fatti, l'ordine dei tempi, ed i caratteri dei personaggi staranno sempre dove e come io gli ho posti. Valga l'esempio del capitan Bartolommeo, del quale ora parliamo: certamente egli fece quest'anno strepitose prodezze, ma i ragguagli ci mancano, meno quei pochi che si sono potuti raggranellare dagli archivi sanesi e fiorentini[155]. Eseguì l'ardimentoso disegno, scorse per l'Arcipelago, si fece vedere alla bocca di Dardanelli, scese nel ritorno a Metellino, dette il guasto alla villa di Barbarossa, e sulla fine dell'anno rimenò in Civitavecchiale tre galèe cariche di preda, e piene di prigionieri[156]. Non sopravvisse lungamente al suo trionfo: fuggitosi di Roma per certi sospetti (forse potrebbono essere questioni coi Camerali pei quarti delle prede), se ne andò in Siena malato; e quivi, quantunque giovane di quarant'anni, morissi addì sei di febbrajo dell'anno seguente.[6 febbraio 1544.]La morte del capitano Bartolommeo, come cosa di rilievo, fu scritta al duca Cosimo di Toscana dal Duretti residente ducale in Siena, così[157]: «Il capitan Bartolommeo da Talamone, che già era capitano delle galèe del Papa, quale per timore si fuggì da Roma, se ne venne qui in Siena ammalato di mal di pietra, la quale si fece cavare sei giorni sono; et o per difetto di chi la cavò, o per quel che si sia, si è morto; che ha arrecato universalmente malagevolezza e danno a tutta questa repubblica et a le sue terre di mare; per ciò che egli, oltre essere molto valente della persona, era ancor di molto credito. Hanno fatto questi signori onore alla sua sepoltura, et in somma è molto doluto, et è stato grandissimo danno.» L'Ugurgeri ci ha conservato la memoriadella lapida onoraria, che si leggeva a suo tempo nella chiesa di san Francesco, in questi termini[158]: «A Bartolommeo Peretti da Talamone, già capitano di fanti al servizio di questa repubblica: il quale, messosi dappoi sul mare con una galèa, divenne celebre navigatore e capitano della navale armata pontificia, che egli felicemente governò per quattro anni. Ultimamente navigando tutte quasi le marine dell'Asia contro i Turchi, carco di preda e di prigioni tornò, e morissi in mezzo al corso degli onori. Ottavio al fortissimo ed ottimo padre. Visse anni quaranta, spirò addì sei di febbrajo 1544.»Non parlo del suo testamento, perchè rimonta a tempo anteriore di quasi otto anni prima della morte. Forse quando egli cominciò a correre di lungo il mare in compagnia del conte dell'Anguillara scrisse per ogni evento le disposizioni della sua ultima volontà[159]. Sì bene posso aggiugnere, per cortesia del chiaro signor Luciano Banchi direttore dell'archivio di Stato in Siena,conservarsi in quei registri il ricordo dei pagamenti fatti per due epitaffi in marmo alla memoria di esso capitano, da metterne uno in Siena a san Francesco, e l'altro non si dice dove: quantunque ciascuno possa pensare alla chiesa di Talamone, insieme col corpo, o coi precordî dell'illustre defunto, che da quel luogo aveva preso il nome[160]. Ma che? Il fuoco incalzava anche per le chiese, anche sotto ai marmi, anche nelle ossa il capitan Peretti. La lapida postagli dal figlio in san Francesco andò perduta nell'incendio di quella chiesa l'anno 1655; e dell'altra in quest'anno medesimo si narra per opera di Barbarossa quel trattamento che tra poco vedremo.[Marzo 1544.]Morto adunque il Peretti, e ritrattosi già prima l'Orsino, le galèe camerali restarono per poco sotto il governo del capitan Francesco de' Nobili, infino a tanto che non le comperò dalla Camera la casa Farnese a nome di Orazio terzogenito di Pierluigi, il quale le prese cogli stessi patti e capitoli dell'Orsino[161]. Segno che la crociera del Peretti aveva eccitato l'emulazione dei grandi, e che all'Orsino era riservato il ritorno.XXV.[Maggio 1544.]XXV. — Nè per tutto questo Barbarossa si levò mai dai porti di Francia. Sentì nel vivo l'ingiuria fattagli dal Capitano di Roma; quando tanti altri, che parevanomaggiori, l'onoravano in Francia: pensò alla vendetta pel corso della primavera, e svernò in Tolone e nei porti vicini con quella pubblica corruzione, anche dei provenzali, che ciascuno può intendere. Alla buona stagione riprese il mare per rimenare il ferro a contrappelo in Italia. Primamente si posò a Vado presso Savona, e avrebbe distrutto il borgo felice per la sua magnifica rada, se dalla repubblica di Genova con grosse somme non fosse stato prestamente redento quel luogo e tutto il resto del dominio. Poscia diè fondo all'Elba, minacciando sangue e fuoco se non gli veniva subito subito restituito un garzonetto, figlio del famoso Giudèo.[22 giugno 1544.]Del qual vecchio pirata, avendo promesso in alcun luogo dire la fine, ora ricordo che egli per questi tempi dimorava in Suez presso il mar Rosso, come ammiraglio di Solimano alla difesa di quei commerci e navigazioni contro i Portoghesi delle Indie. Sazio di onori, di ricchezze e di poteri, l'ammiraglio del mar Rosso piangeva sempre nel cuore, richiamando il prediletto suo figlio, perduto con tutti i suoi bastimenti a Tunisi nel trentacinque. Il fanciullo, allora decenne e mozzo sull'armata, preso prigione dal principe di Piombino, erasi cresciuto e nobilmente allevato come proprio figliuolo nella casa di lui; dove, battezzatosi di spontanea volontà, viveva onorato e benvoluto da tutti. Alle richieste, di Barbarossa, rispondeva assennato: esser pronto di ritornare liberamente a rivedere il padre, perchè cosa giusta; e richiedere per onor di lui che le terre e le isole dei suoi benefattori non patissero danno. Andò dunque in Egitto: dove il padre, imbevuto dei principî della legge mosaica, dalla quale tanto di perfezione ridonda alla natural legge della paternità, ardentementelo desiderava. Ma quando un giorno all'improvviso, tra splendida compagnia di servi e di ministri ordinatigli intorno da Barbarossa, rivide il figlio, dopo dieci anni già grande, bello e costumato, il Giudèo ne prese tanta allegrezza, e con sì grande espansione d'affetto abbracciollo, che sollevatoglisi il cuore, in poco d'ora cadde morto[162]. Pietoso e rarissimo caso, cui tra tutti i terribili compagni del tristo mestiere niuno forse più di lui poteva trovarsi soggetto.[25 giugno 1544.]Ora a noi, chè Barbarossa si accosta alle nostre marine: e prima occupa per sorpresa Talamone, fa schiavi quanti incontra, trae dalla chiesa le memorie del capitan Bartolommeo, scuote le tombe, brucia le ossa, sparge le ceneri al vento[163]. Nella maremma di Siena arde Monterano, e piglia Portercole dopo breve resistenza. Orbetello si salva soltanto per la sua posizione,e pei rinforzi mandativi dal duca Cosimo. Non così il Giglio: donde Barbarossa cava gran preda di bestiame e di schiavi, e lasciavi ogni cosa cenere. Poi si accinge a disfogare la sua rabbia contro chi lo ha messo in ripicco; e viene deliberato di bruciare in Civitavecchia le galere, i marinari, ogni cosa. Che se il terribile pirata l'indomita ira ritenne a non venire all'effetto, ciò vuolsi attribuire alla fortezza del luogo, ben munito da Bramante e dal Sangallo, e meglio difeso dal capitan de' Nobili e dai nostri marinari; anzi che al rispetto del re di Francia, o de' suoi ministri, o delle terre del Papa[164]. Gli storici nostri municipali al solito non ne sanno nulla.[1 luglio 1544.]Quindi la tempesta dei musulmani, menata da Barbarossa nel Regno, si scaricò sull'isola d'Ischia, feudo del marchese del Vasto, nemicissimo della congrega turco-gallica. I ladroni scesero in terra di notte, presero schiavi quasi tutti gli abitatori della campagna, bruciarono i grossi villaggi, specialmente Forìo; e non potuto avere il castello principale per essere ben difeso e inaccessibile sopra rupe nel mare, andarono nella baja di Pozzuolo, fecero bottino a Procida, presero Lipari con settemila prigionieri, arsero Cariati, empirono di strage e ruine la Calabria, e finalmente carichi di preda volsero a Costantinopoli, traendosi appresso incatena infiniti Cristiani, cui non potendo convenientemente nutricare, lasciavanli in gran parte di fame, di sete, di stenti morire; e gittavanli, come inutile e funesto ingombro, nel mare[165]. Gli altri squallidi, impietriti nel dolore, e privi d'ogni umano conforto, navigavano maledicendo la crudeltà delle furie musulmane, e l'ambizione dei principi cristiani, che a loro comodo funestavano l'Italia di tanto crudeli ribalderie. Orrori sul mare pei Turchi, e guerra accanita per Francesco e per Carlo in Piemonte, in Lombardia, e nelle viscere della Francia con gravissima infamia di chi la maneggiava. E quando da ogni parte i popoli disperati chiedevano tregua a tanti mali, senza vederne la fine; allora, contro la comune opinione, a due frati spagnoli dell'abito di san Domenico era riservata la grazia di poter ammansire i feroci animi di coloro, pe' cui rancori a ferro e a fuoco andavano quasi tutti i popoli della Cristianità. Fra Pietro di Soto, consigliere dell'Imperatore, e fra Gabriello di Gusman direttore della regina di Francia, araldi di pace, s'interposero tra le spade dei combattenti; e riuscirono dopo molti stenti sull'entrante di agosto a quei preliminari, che poscia fermarono il diciotto di settembre la pace detta dal luogo di Crespy[166]. Cessate le guerre, finalmente fu tempo di aprire nell'anno seguente il tanto sospirato Concilio generale di Trento.XXVI.[10 agosto 1544.]XXVI. — Chiunque studia le storie del mondo, e s'incontra nei perpetui litigi degli uomini, deve più d'ogni altro intendere la infinita sapienza della legge di mutua carità; senza di che le creature ragionevoli si fanno simili alle belve feroci. Non vi è altra formola per la pace, nè si possono altrimenti finire i dissidî privati e pubblici: se no, questi succedono a quelli, e quelli a questi con tortuosa, ma infrangibile catena. Così ora per punto nella nostra storia, cessate le guerre de' principi maggiori, ma non deposti i rancori dei partigiani, succedono per conseguenza i dissidî privati ai pubblici con tanta perturbazione e sì gran disordine, che niuno potrebbe imaginarne non che prevederne la enormezza, se non vi fosse condotto dai fatti medesimi e dalle loro ragioni. Ne dirò brevemente, perchè non posso ancora separarmi dall'Orsino: il quale avvegnachè non entri nello scompiglio che ora ci stringe, nondimeno sta sempre lì dietro le quinte per ripigliare, come di fatto ripiglierà per conseguenza, il comando. Non ancora avevano i negoziatori di Crespy firmato i capitoli della pace tra le grandi potenze, ed ecco i partigiani attaccarsi tra loro con quelle astiosità, che poi toccarono il sommo nella congiura dei Fieschi in Genova, dove cadde Giannettino; e nella congiura dell'Anguisciola in Piacenza, dove seguillo Pierluigi; e tutto ciò strettamente connesso coi fatti della nostra marina, avvegnachè da niuno fin qui osservata, secondo la sua importanza. Eccone il filo.[15 agosto 1544.]Era passato di vita quel monsignor Imperial Doria, vescovo di Sagona in Corsica, del quale per incidenteabbiam fatto parola nel quarto libro; e memore dei beneficî e della parentela, aveva lasciato erede di certe sue rendite nel regno di Napoli (ingrandite, come è solito, dalla fama) lo stesso principe Andrea Doria, perchè ne avesse a sollevare dalla miseria alcuni poverissimi della stessa loro famiglia. Se non che volendo Andrea entrare al possesso dell'eredità, trovò l'ostacolo dei Camerali romani, che avevano già fatto giudizio di tirare i beni del vescovo defunto alla camera degli spogli. Vero è che incominciata la lite e venuti i protesti, il cardinal Farnese aveva fatto proporre ad Andrea di transigere con lui nella metà dei beni, ed anche nel tutto, purchè lo ricevesse come dono: ma l'altro, consigliato dai suoi avvocati, e riputandosi maggiormente offeso dalla liberalità, che parevagli oltraggiosa, deliberò con pericoloso e corsaresco consiglio di smaccare i Farnesi, avversarî politici, e di ricattarsene da sè. Avvisò Giannettino suo nipote, e s'intese con lui, perchè catturasse e portasse a Genova le quattro galere, proprietà come è detto dei Farnesi, che la Camera apostolica teneva al soldo per la guardia consueta.Dopo la ritirata di Barbarossa, Giannettino Doria colle galere della sua casa al soldo di Spagna erasi ridotto a Napoli; e colà per dargli mano aveva altresì fatto raunanza la squadra nostra, condotta dal provveditore e luogotenente generale di Orazio Farnese, che era per questi tempi il capitano Francesco de Nobili da Lucca, più volte nominato avanti, e più da nominare in seguito[167]. La mattina del quindici di agosto, intantoche si spedivano alcune faccende di sua commissione in Napoli, Francesco uscì dal porto colla squadra, e fece una passeggiata di esercizio fino a Torre del Greco. Al ritorno fuori del porto trovò Giannettino sul passo con quindici galere: il quale, fattolo chiamare al suo bordo, dissegli volersi servire della squadra romana infino a Genova. Dopo diverse repliche da una parte e dall'altra, Giannettino uscì tutto aperto e tutto ardito nel mostrare di avere la forza in mano, e di esser pronto ad usargli violenza. L'altro protestò contro il tradimento, e non potendo nè volendo combattere con lui, uscì di bordo, e andò a presentare i suoi reclami alla Nunciatura di Napoli[168]. Giannettino al contrario mandò subito a levare dalle nostre galere i soldati, e ogni altro ricalcitrante, e a mettervi gente dei suoi; coi quali, senza punto indugiarsi, l'istesso giorno prese la via di Genova, menandosi appresso catturata la squadra papale[169]. Non però di meno prima di partirsi per tutta sua giustificazionepresso il Vicerè, cui lasciava all'improvviso il tristo retaggio dei litigi con Roma, scrisse il seguente biglietto[170]: «Io mi sono assicurato delle galere del Papa: e non l'ho fatto intendere a V. E. innanzi, per non li fare disservitio. Non vengo da Lei per trovarmi in punto di andare a Genova, e comandimi se posso servirla.»Andarono via l'istessa notte: e il giorno seguente alterossi papa Paolo grandemente, tanto che pose a general sequestro i beni dei Genovesi in tutto lo Stato, e minacciò di voler procedere severamente contro gli usurpatori. Tutta la casa Farnese attorno soffiava sul fuoco, massime Pierluigi, futuro duca di Parma, ed uomo per vecchie rancure nemicissimo della casa Doria. Però Andrea, dopo alquanti giorni, mosso anche dalle rimostranze della sua repubblica, e non volendo interporre l'autorità di Cesare nel privato negozio, di propria volontà liberò dal sequestro le quattro galèe, e le rimise in Civitavecchia; contentandosi di aver mostrato che non gli mancava nè animo, nè forza da far risentimento. Dopo di che Paolo III ebbe per bene di chiamarsi soddisfatto; e la causa dell'eredità, rimessa alla curia di Napoli, fu decisa in favore di Andrea.Ma il disordine non finì lì; duravano i partiti, celavansi le vendette e gli odî: ed era scritto nei fati di casa Doria che una sola di quelle galèe cavate da Civitavecchia sarebbe bastata a catturarne venti nella darsena di Genova, e a mettere in ponte il dominio di Carlo e di Andrea nella stessa città.XXVII.[Giugno 1545.]XXVII. — Imperciocchè tornata la squadra in Civitavecchia, i ministri del Papa e dei Farnesi si lasciaronointendere di volersene levare il peso, e darne la condotta ad alcuno che le comprasse e tenesse a suo conto, sotto le condizioni consuete di mutuo vantaggio, specialmente per la guardia della Spiaggia romana. La conclusione del negozio tardò un anno, e intanto la squadra nel giugno seguente, sotto l'amministrazione diretta della Camera, e la condotta del capitan Francesco de' Nobili, navigava a Malta; avendo il Grammaestro offerto al Papa alquanti schiavi da rinforzare le ciurme, purchè gli piacesse mandare le galèe a prendergli, ed a fare una corsa coi Cavalieri suoi, e cogli altri concorrenti contro Dragut[171]. Furono insieme colà del mese di giugno diciotto galere: tre di Roma, quattro di Malta, quattro di Sicilia, tre del visconte Cicala, due del principe di Monaco, e due del marchese di Terranova, che ai ventitrè del mese sciolsero di conserva e si posero a lungo corso per le coste di Barberia, alla Galitta, a capo Bono, a Tunisi, alle Conigliere, alle Cherchene e per tutte quelle isole, senza aver mai trovato una vela di nemici, salvo che la prima sera nelle acque di Trapani sei galeotte, le quali si salvarono dalla caccia per l'oscurità della notte; e ne dettero subito conto a Dragut ed agli altri pirati, per quello che ne fu giudicato dappoi. Ai sedici di luglio, scioltasi in Malta la detta raunanza, le nostre galèe ripresero la strada di Civitavecchia, quando finalmente si aveva a concludere la vendita dei legni, e l'appalto del mantenimento, secondo le forme consuete dei precedenti capitoli.[23 ottobre 1545.]Il duca Pierluigi di Parma pose più di ogni altro le mani in questa faccenda; e ne trattò con uno dei Sauli di Genova; ne ebbe domanda anche da Piero Strozzi, e da Adamo Centurioni; e finalmente nell'occasione della visita di omaggio che facevagli Gianluigi Fieschi pel feudo di Calestano, strinse con lui il negozio delle galèe, tanto che addì ventitrè di ottobre dell'anno medesimo 1545 concluse col Fiesco in Piacenza l'atto di vendita[172]. Nel contratto si legge quattro galèe, Capitana, Padrona, Vittoria e Caterinetta: prezzo trentaquattro mila scudi d'oro, da pagare in tre rate; la prima subito, e le altre alla fine dei due anni seguenti: garanzia sull'ipoteca del feudo di Calestano. Ora non mi dà l'animo di aggiugnere altro, nè di esaminare il mercato: ne parlerò tra poco con miglior fondamento e opportunità. Intanto posso asserire che dal solo prezzo, senza inventario e senza carati, non si può arguire frode nell'intenzione dei contraenti.[Maggio 1546.]Sì bene dai fatti successivi, dai documenti, e dalla concorde testimonianza dei contemporanei risulta che l'animo del Fiesco fin d'allora covava magagna: perchè non si era mai impacciato nè voleva impacciarsi di navigazioni e di galèe; ma intendeva mutare lo stato di Genova, cacciandone gli Spagnoli e la casa Doria. Non facciam repliche di Catilina, nè di Cicerone, nè di altri personaggi o scrittori di classica antichità: gli è il tramestìo di Genova, solito per quei tempi, tra la plebe, i nobili, il cappellaccio e gli stranieri. I Genovesi m'intendono. Qui abbiamo la scossa delle indomite fazioni francese e spagnola, che intendono a scavalcarsi. Ciò che i signori Fregosi avean fatto agli Adorni coll'ajuto dei Rovereschi, e gli Adorni ai Fregosi coll'ajuto dei Medicei, e ciò che Andrea Doria aveva fatto a tuttaddue coll'ajuto degli Austriaci, voleva il Fiesco fare a tutti e tre col consentimento dei Borbonici. Se fosse riuscito nell'intento sarebbe divenuto doge, cappellaccio, e forse più. Ma perchè cadde, restossi vituperato oltre il dovere nella memoria dei posteri. Difficile è stato e sarà sempre, tanto per la politica quanto per la morale, il maneggiare congiure: e similmente è stato e sarà sempre disonesto l'aggravare nel doppio i caduti, e il tenere diverse misure per gli stessi falli.Venne il Conte in Roma del mese di maggio pel possesso delle galere, e per la firma della condotta[173]: nè è da stupire se nella stessa città i ministri, i cortigiani,e ogni altro a giovane signore e novello capitano facessero liete accoglienze, e parole di cortesia e di felici augurî. Ed egli con molto bel garbo, mostrandosi contento, pigliava possesso in Civitavecchia, sottoscriveva in Roma i capitoli consueti della guardia, cogli annuali vantaggi e pesi consueti; e poneva in sua vece comandante sulle tre galèe assoldate il conte Girolamo suo fratello minore, del quale non ho a dir nulla rispetto alla marina, se non che governavasi col capitano Giulio Podiani[174]. Sì bene devo avvertire che la Caterinetta, perchè non compresa nei soldi camerali tra le altre tre galèe della guardia, restava fuor di linea agli ordini particolari del conte Gianluigi, il quale facevala navigare da Civitavecchia a Genova sotto il governo del padron Giacopo Conti[175], col disegno di acquistar grazia e autorità nel popolo, e di tenersi attorno gente armata per terra e per mare, senza destare troppi sospetti, e senza scoprire il disegno che nel profondo del cuore chiudeva.[24 dicembre 1546.]Questa Caterinetta specialmente da Civitavecchia alla fine dell'anno chiamò col padrone Giacopo Conti: e l'ebbe nel porto di Genova la vigilia di Natale, quando si avvicinava il giorno assegnato al compimento dei suoi propositi[176]. Pei quali aveva già dato voce di voler armare quella galea di gran rinforzo, e similmente accrescere gente di spada e di remo nelle altre tre, sotto colore di mandarle al corso: facendo così venire da' suoi feudi uomini di fiducia, alcuni alla scoperta, altri celatamente, parte nelle sue case, e parte sopra questo bastimento, col quale si preparava all'ultima prova della famosa congiura[177]. Tutti parlano di questa galèa, meno l'Olivieri: e tutti, fuorchè lui, come di principalissimo strumento per coprire e terminare il disegno[178].[2 gennajo 1547.]La notte di domenica del secondo sopra il terzo giorno dell'anno quarantasette il conte Gianluigi Fieschi chiamò seco a cena Giambattista Verrina principalissimo confidente, molti amici ed uomini armati: propose il partito della congiura, ebbe l'approvazione di molti, e pose gli altri alle strette di consentire con lui. La maggior parte di coloro, attoniti alla novità, e commossi alle parole di libertà, popolo e patria, che ripetutamente echeggiavano, giurarono seguirlo. In quella, stando la città senza sospetto, e quasi disarmata, occuparono facilmente la porta degli Archi a santo Stefano verso il Bisagno, e quella di san Tommaso alla Lanterna; il capitan Borgognino dalla parte di terra scalava la darsena, e la Caterinetta ne occupava la bocca dalla parte del mare[179]. Essa dava col cannone il segno, essarinchiudeva, e s'impadroniva di tutte le galèe di casa Doria. Allora Giannettino, tratto al rumore, cadeva morto da un'archibugiata di Agostino Bigellotti da Barga; Andrea quasi solo fuggiva a cavallo fino a Sestri, a vela fino a Voltri, e in lettiga fino al castello di Masone. Il Fiesco per un'ora restava padrone della città.Certamente avrebbe potuto in quella notte menar via da Genova venti galèe, come altri ne avea menate quattro da Civitavecchia: ma il Conte aveva disegni diversi pel capo, e in quel tramestio gli tuffò tutti insieme colla vita nel mare. Fuor di sè pei primi successi, mentre ratto scorreva dall'una all'altra di quelle galèe, mancatagli sotto una palancola di trapasso, cadde nel mare armato come era di tutto punto, e di sopraccollo tre o quattro congiurati, tutti insieme nel fondo sopra di lui. Dove egli non potutosi ajutare di nuoto per la grave armadura, e per la confusione ed oscurità della notte non veduto nè soccorso dai compagni, restossi, come fu ripescato dopo alquanti giorni, morto nella melma.Per questa perdita, mancato il capo della congiura, invilirono i complici, rilevossi il partito contrario, e cadde l'impresa: ma d'accordo colla Signoria, e col patto della impunità promulgata e sottoscritta da Ambrogio Senarega, cancelliere del Senato. Non guari dopo tornò il vecchio Andrea più possente di prima, tornarono sitibondi di vendetta i padroni di Spagna, e cominciarono a lavorare i giudici ed i carnefici a dispettodei patti, e secondo l'esigenza delle pubbliche e private discordie. Anzi più, allora allora si affilarono i coltelli, pe' quali addì dieci di settembre dell'anno medesimo il duca Pierluigi Farnese nella sua camera dentro la cittadella di Piacenza fu fatto a pezzi. Sempre e dovunque si vede avvenire l'istessa cosa: e tale mercede ciascuno ricevere, quale ne fa altrui.La Caterinetta fuggì da Genova: sbarcò a Nizza alcuni prigionieri che aveva a bordo, tra i quali il capitan Lercari, e si riparò in Marsiglia, ricevuta a gran festa dai Francesi[180]. Le altre tre stettero in Civitavecchia: richieste da Carlo V, come beni di suo ribelle; richieste da Scipione Fieschi, come erede del defunto; e più richieste e tenute da Orazio Farnese, come creditore del prezzo non pagato[181].XXVIII.[22 marzo 1548.]XXVIII. — Dopo questi successi tutti in Roma e alla marina richiamavano l'Orsino; e il Papa istesso diceva non esservi altr'uomo che in quelle circostanze potesse rimettere a sesto la squadra, e rilevarne la fortuna. Perciò Orazio Farnese che non aveva ricevuto nè poteva più ricevere dai Fieschi il residuo del danaro allescadenze pattuite, così consigliato da papa Paolo, le vendette al conte Gentil Virginio Orsini per diciassette mila e cinquecento scudi d'oro in oro, come dall'istrumento rogato in Roma addì ventidue di marzo 1548, per gli atti di Girolamo da Terni, notajo e cancelliere della Camera[182].Dal documento possiamo arguìre la divisione dei beni liberi lasciati dal duca Pierluigi ai suoi figli; e l'assegnamento delle quattro galere ad Orazio, che già le aveva possedute[183]. E ciò anche per rispetto al suo genio militare, ed alle politiche inclinazioni favorevoli alla Francia: dove poi, sposato alla Diana giovane di Pottieri naturale di Arrigo II, giovanissimo morì combattendo alla difesa della piazza di Hesdin nell'Artoà, da esso stesso fortificata con tanta maestria, che lui vivo non si sarebbe mai potuta espugnare; come disse il celebregenerale napolitano Giambattista Castaldo all'Imperatore, quando l'ebbe per suo ordine riveduta[184].Similmente dallo stesso istrumento abbiamo la continuata presenza del capitan Francesco de' Nobili di Lucca, sempre aderente agli Orsini, ai Farnesi ed agli Sforza nelle cose della marina. Abbiamo i nomi delle tre galèe restateci, Capitana, Padrona e Vittoria; meno la Caterinetta, già pagata nella prima rata dei Fieschi; che sarebbe stata presa in Genova, se non fosse fuggita a Marsiglia. Abbiamo finalmente nell'ultima chiamata dell'Orsino, tutto francese, una prova evidente dei mutati disegni della romana curia verso la corte di Spagna: i cui eccessi, come crescevano fastidio a Paolo III, così dovevano poscia produrre la guerra di Paolo IV.[Giugno 1548.]Non guari dopo la compra delle tre galèe, furono pubblicati i capitoli della condotta, precedentemente rifermata dal cardinal Guidascanio Sforza al conte Gentile[185]. Capitoli da non ripetere, perchè simili agli altrigià prodotti, riserbando a suo tempo la pubblicazione di quei totalmente nuovi, che saranno concertati tra la Camera e il capitan Francesco Centurioni[186]. Ora fa pressa la fine del libro. Il conte Gentile riprese le redini colla consueta sua diligenza e saviezza: pose sul cantiere una galèa nuova da sostituire alla Caterinetta, e dopo cinque mesi l'ebbe pronta a varare presso all'istesso porto di Civitavecchia; costruita sotto la sua direzione dalle maestranze medesime che teneva nella squadra. Armò le galere, fece alcuni viaggi intorno alle isole vicine. Se non che nel meglio de' suoi apparecchi, venuto infermo qui in Roma del mese d'agosto, pose fine alla vita e al capitanato, ed ora lo pone a questo mio libro.[Agosto 1548.]Fu uomo per grandezza d'animo e per antico senno onorato in Italia e fuori; ricercato dalla Francia, e sempre altrettanto osservato dalla Spagna: capitano e marinaro eccellentissimo del suo tempo, salito ai primi gradi nelle armate navali con titoli meno pomposi, ma più autorevoli dei moderni; attore e testimonio romano delle tre famose giornate di Tunisi, della Prèvesa e d'Algeri: vincitore di Dragut, di Mamì e di Scirocco. Edificò nei suoi stati le rôcche di Monterano, diStigliano, di Cervetri, e dell'Anguillara. Non ebbe discendenza maschile, e la contèa passò a Paologiordano suo cugino. La Maddalena sua figlia, maritata a Giampaolo di Renzo da Cere; e la Caterina secondogenita, maritata a Trajano Spinelli principe di Scalèa, eredi de' beni liberi, vendettero l'istesso anno le tre galere e il fusto di nuova costruzione, ancorchè disarmato, al cavalier Carlo Sforza, novello capitano, del quale avremo a parlare nel libro seguente.

[24 ottobre 1541.]

Erano insieme attelate nella linea principale di fronte settanta galèe, cioè diciotto di Spagna, venti del Doria, dodici di Napoli, dieci di Sicilia, sette di Roma e quattro di Malta, con al centro l'Imperatore e le altre capitane imbandierate e in armi: a tergo trecento navi da carico, piene di soldati, di munizioni e di artiglieria; e appresso altrettante navette minori di sussidio e di complemento per trentamila uomini da sbarco delle tre nazioni. Colonnelli delle fanterie italiane, Camillo Colonna di Roma e Agostino Spinola di Genova: capitan generale il marchese del Vasto[129].

Non prenderò a descrivere la inospita costa d'Algeri, dove tante mutazioni sono avvenute del tempo nostro, molto più che non avrò a fermarmi lungamente alla sua vista. L'attacco di Algeri per Carlo V può dirsi tragedia di un atto solo. Quindi basterà accennare che l'armata sorgeva distesa nel golfo, a piccola distanza dalla città, tra il capo di Mattaffusso da levante e il capo di Cassino da ponente, sopra fondo di fangonero e tenace. Ferma sugli ormeggi passava senza alcuna novità due giorni, ordinati al riposo delle fanterie, in gran parte deboli e mareggiate dalla fastidiosa navigazione, prima di esporle in terra a fronte dei nemici: molto più vedendosi attorno il mare tuttavia grosso e frangente sul lido, quantunque il vento si fosse calmato.

Dentro alla piazza non era gran presidio: quasi tutti i pirati, memori del successo di Tunisi, avevano coi loro legni già preso la fuga. Restavano solamente ottocento turchi veterani, e cinque mila mori assoldati, oltre la numerosa cavalleria dei Beduini per la campagna. Il governatore supremo dell'armi Assan-agà, rinnegato sardo, allievo ed amico intimo di Barbarossa, disegnava menare in lungo più che si potesse la fazione; confidando nell'entusiasmo di quei popoli, nell'esempio di altre simili invasioni sfallite agli Spagnuoli, e principalmente nei rovesci della stagione che si potevano facilmente prevedere. Con questo Assano si faceva beffe dell'araldo, che gli portava l'intimazione della resa a nome di Cesare.

[26 ottobre 1541.]

All'alba del ventisei incominciava lo sbarco dell'esercito a levante della piazza, così: le galèe entravano sotto alle grosse navi, riceveano alla scala le fanterie colle sole armi manesche, poscia i soldati medesimi cogli schifi delle galere e sotto la protezione del loro cannone, saltavano in terra, ordinandosi sul lido, mano mano che arrivavano, per mantenere il terreno occupato. Sul mezzodì, ingrossatisi già gli squadroni fino a ventimila uomini, l'Imperatore istesso poneva piede in terra e montava a cavallo, e disponeva l'accampamento e le prime operazioni contro la piazza; seguendoloappresso i capitani e gentiluomini della sua casa militare a poco a poco che venivano in terra i destrieri e le barde. Il barchereccio da carico doveva convogliare appresso le bagaglie, i viveri, le munizioni, le artiglierie. Operazioni condotte sempre combattendo contro gli Arabi; i quali di galoppo a briglia sciolta con badalucchi continui ed assalimenti repentini molestavanci dovunque paresse loro di poterci offendere. Opportunamente però, e qui lo ricordo per la storia dell'artiglieria, si era provveduto al modo di contenere gli insulti dei cavalli nemici, assegnando a ciascun corpo delle nazioni diverse tre pezzetti da campagna; i quali maneggiati a dovere producevano effetti stupendi. Nulla meglio del cannone, al quale non erano assueti, faceva imbizzarrire e fuggir via le mandre dei Beduini[130]. Con quest'ordine occuparono le alture, e passarono la prima notte all'addiaccio. Trista notte per le privazioni, per la pioggia continua e pel freddo.

[27 ottobre 1541.]

Compivasi lo sbarco delle fanterie la mattina del ventisette, e già metteansi dentro terra al lungo trasporto delle salmerie e delle provvisioni, intanto che l'esercito marciava arditamente per investire la piazza. Continue le avvisaglie, gli agguati, i combattimenti con molta bravura e poco frutto. Le masse a stento si difendevano.La pioggia avea disteso un guazzo di fanghiglione tenace per la campagna, dove i picchieri non potevano agiatamente maneggiare l'armi d'asta, nè i cavalli caricare; e gli archibugi, allora tutti a miccio, stavano come inutile ingombro nelle mani dei soldati: guasta la polvere, bagnate le corde, spenti i fuochi[131]. Si noti il fatto non certamente di piccolo momento per la diffusione del fucile a ruota, come appresso dirò. Nondimeno si ebbero ad ammirare diversi tratti di singolar bravura per parte dei nostri. Un cavaliero ardì avanzarsi infino alla porta di Algeri, e lasciarvi confitto per segno il pugnale: un altro di grande statura e di forze gagliarde afferrò un turco per un braccio, e, trattolo giù da cavallo, l'uccise in terra a colpi di stocco: il capitan Lucidi della squadra romana, tuttochè ferito, non si peritò di farsi incontro ed assalire a corpo a corpo colla spada il più terribile e grande combattitore nemico e distenderlo morto ai suoi piedi[132]. Così passò la giornata del ventisette.

XXI. — Più calzante al nostro proposito viene il discorso che abbiamo a fare intorno alla marina, tutta turbata l'istessa sera del ventisette. Il sole tramonta sotto il velo di densa caligine. Non colori brillanti di crepuscolo, non azzurro ranciato di cielo, nè chiarezza lucente di mare: ma tinte fosche, aria umida, acqua torbida, e dal lato boreale una lontana parata di nugoloni oscuri, pesanti, immobili in prima sera; e poscia mano mano sorgenti e torreggianti più e più in alto, senza altra luce che qualche guizzo di baleno. Il piloto impensierito pronostica da quella parte il vento furioso di Tramontana, traversia funesta del rivaggio; e ansiosamente cerca tra nube e nube il punto ortivo della temuta stella, già nota ai miei lettori[133]. Osservato diligentemente e con segni sinistri il tramonto del sole e la levata della stella, sibila e risquittisce il fischietto del comito e del nocchiero: e tutti i marinari dalla tolda a riva son pronti per la manovra di mal tempo alla sicurezza delle navi e delle galèe. Vedete da ogni parte ammainare le antenne e i pennoni, sghindare di gabbia, arridare gli stragli e le sartie; e giù in coverta chiudere le boccaporte, parare i portelli, trincare le artiglierie, mettere le tende a pendio; ed altri in mezzo colle barche assicurare gli ormeggi, filare i calumi, attrezzare i pennelli: crescere di fuori nel mare gomene, ferri, gherlini; e di dentro bozze, paglietti e trinchesulle bitte. Intanto avanza la notte, e insieme la furia del vento, la gonfiezza del mare e l'oscurità del cielo: cadono rovesci di pioggia obliqua tra lampi paurosi, e scrosci di folgori, e scoppî di tuoni, ripercossi da tutti i monti nel bujo. Le onde corrono infuriate verso la costa, gittansi rapidissime sugli scogli, saltano alle creste, e ricadono come torrenti spumosi. Odi ronfìo profondo di mare, e fischio rabbioso di vento, e vedi quanto v'ha di più terribile nella confusa battaglia degli elementi. Là in mezzo apprende il marino a vincere il sentimento del terrore, e a pigliar pratica del suo mestiero.

[28 ottobre 1541.]

Fattosi giorno, chi si trova accampato tra i pantani, stretto di vittuaglia, e privo di ogni comunicazione coll'armata, alla incerta apprensione della oscura notte vede succedere la trista realtà di spaventoso sguardo. Lunghi cordoni di onde accavallate biancheggiano intorno al lido, valli e colline alla rinfusa sul mare; orizzonte ristretto dalle nubi, e la volta del cielo simile alla tinta livida dell'acqua. In piccolo spazio settecento navigli di ogni grandezza, tutti umili e dimessi: tutte le alberature ridotte a metà, tutti i fianchi paralleli, tutte le poppe opposte al vento, tutte le teste legate agli ormeggi: gusci oscuri, circondati da liste bianche di spuma, mosse e mutate in ogni senso. Ma al tempo stesso quei legni, chi più chi meno, dall'una o dall'altra banda a perpetuo contrasto si scuotono: talvolta li vedi sbandati fin quasi a trabocco; e improvvisamente sollevati di poppa fino a mostrarti la chiglia; e poi, arrizzati davanti, tutta presentarti la coverta, inondata d'acqua e di spume correnti giù dagli ombrinali. Fissa oltracciò losguardo, e vedi continuato contrasto di ciascun legno cogli ormeggi suoi, secondo le diverse forze spinte, e chiamate dell'onde, del vento e delle gomene. Eccoli barcolloni più volte alle bande; e poi bruscamente dare indietro, traendo fuori d'acqua tutta tesata la lunghezza dei canapi: eccoli all'improvviso farsi avanti verso il ferro, mollando i calumi; e poi barcollando e rifuggendo tesarli un'altra volta: sempre con durissime tentennate. Chi ha pratica, ed ha visto di simile, egli soltanto può distinguere il discorso tecnico dal romantico.

Dopo quindici ore di rabbiosa procella col vento sferratore di Tramontana, tra le continue strappate delle gomene, e il consentimento sforzato dei legni, cominciano le falle, e il gettito, e le grosse avarie. Sartie e manovre a pezzi, cime fileggianti in bando tutte da una parte a seconda del vento; alberi scavezzi a precipizio, palischermi infranti, murate e fianchi sdruciti, rottami sparti e trabalzati sulle onde. Chi si trova debole di corbame, o fiacco d'ormeggio, entra in distretta: a questo il canapo stremato si strappa; a quello le bitte e le coste gli vanno appresso. L'uno piomba nel fondo con tutta la gente; l'altro, miserabile spettacolo, irreparabilmente sferra, ed è gittato dai flutti a perdizione sulla costa. Lo sferrare in bocca dei marinari è maledizione assolutamente intransitiva, alla quale attivamente non si opera come nel salpare, ma si è soggetti come nel morire; e vale perdere i ferri, e la ritenuta delle gomene, e la conserva dei compagni; Esser portato a precipizio dalla violenza del vento e del mare. Via dunque di qua il maniscalco arcigno che sferra attivamente le bestie al travaglio; via il ringhioso pedante che sferra a rovescio la penna sulla carta; via le sferre di ogni altro prosuntuoso mestatore. Sferrano altrimenti i miseri marinari; e in men che si dice, il grosso mare e il vento rabbiosonelle secche e sugli scogli li percuote a certissimo naufragio. Vengono abbrivati, urtano nei bassi, cadono gli alberi, e lo scafo sbattuto dai marosi sul duro letto si apre, e va in pezzi. Della gente in quel momento, chi piomba nell'abisso per non uscirne mai più, chi resta maciullato dalle onde sugli scogli, e chi cade trafitto dalla scimitarra degli Arabi. Costoro guardano il lido avidi di strage, e non danno quartiere.

Ciò non pertanto la capitale sventura pareva rifugio ai miseri, stanchi dei travagli del mare. Tanto era grande lo spavento e la perturbazione! Scaduta la disciplina, molti volevano volontariamente investire in terra, mettendosi nelle stesse condizioni che altri per violenza pativa. La smania di levarsi dal pelago, la corrosione progressiva delle gomene, la difficoltà di sgottar la sentina, la disperazione di non potersi lungamente sostenere, massime alla cieca nella notte ormai vicina, condusse non pochi al tristissimo partito di tagliar le gomene, messo in non cale il divieto dei capitani[134]. Tanto che sull'ora di vespro più di cencinquanta bastimenti di ogni maniera e quindici galere erano sul lido miserabilmente infranti, non essendo più altro a vedere in quella parte, che rottami, alberi, bariglioni, tavole, corde, cenci, attrezzi, corredi, e uomini che di mezzo sorgevano per iscampare, e invece trovavano più pronta lamorte, o tra i gorghi del mare, o tra gli acciacchi degli scogli, o sotto alle spade dei nemici[135].

In quella Andrea Doria non ismentì la fama di esperto ed intrepido marino: avrebbe potuto facilmente salvare sè stesso e l'armata nel porto vicino di Bugia; ma non volle mai abbandonare l'Imperatore e l'esercito, quantunque gli pesasse gravissima la perdita di quasi tutte le sue galere pel sollevamento della gente e pel taglio delle gomene, essendosi dovuto piegare al tristo espediente l'istesso Giannettino[136]. L'incauto giovane insieme con tanti altri sarebbevi restato morto, se l'Imperatore, vedendolo naufragato alla riva, e chiedere coi segnali il soccorso, non avesse mandato di gran fretta don Antonio d'Aragona con tre compagnie di Italiani a cavarlo fuori dalla rabbia degli Arabi e del mare[137]. Grazia singolarissima, usata a lui solo per riguardo dello zio: chè gli altri si lasciavano alla loro ventura, non forse altrimenti tutta l'armata si avesse a gittare in terra, e tutti i bastimenti a rovina, senza speranza di ritorno a nessuno.

Grandiosa tra tanto schianto comparisce alla vista di tutti la figura dell'Orsino, l'arte e la virtù dei Romani, la saldezza dei petti e dei legni, la bravura deisoldati e dei marinari. Essi fermi, intrepidi, intatti; essi riguardati con maraviglia, essi citati ad esempio[138]. La squadra di Malta, per colpa dei marinari, già era in procinto di naufragio: e i forsennati a colpi di scure avrebbero senza dubbio eseguito il tristo proposito di tagliare le gomene e di dare in terra, se il comandante di quella capitana, mostrando da una parte la disciplina dei Romani, e dall'altro la punta della spada sguainata, non si fosse opposto; minacciando risolutamente la morte al primo che di ciò si fosse ardito[139]. Pei fatti di Algeri, e per le lodi da tutti ripetute alla squadra romana, Ottavio Farnese, genero dell'Imperatore, formò primamente il disegno di appoggiare nella sua casa, come poi seguì, la compra di esse galere.

[29 ottobre 1541.]

L'Imperatore e gli altri accampati miseramente tra fossi e dirupi, abbattuti nell'animo alla vista continua di tante sciagure; perduta nel mare l'artiglieria d'assedio insieme coi barconi di rimburchio, dove l'avevano il giorno avanti discesa; corrotte o assorbite dal pelago le munizioni e le vittovaglie, si trovavano a mal partito. Carpire le radici salvatiche, macellare i cavalli, e pel fuoco raccogliere in giornèa le tavole dei bastimenti naufragati, bastava nel giorno seguente a nutricare di insolitopasto trenta mila uomini: ma non poteva durar lungamente. In quella veniva a Carlo una lettera di Andrea, portatagli a nuoto da intrepido marangone, assicurato anche meglio da un fodero di sugheri. Andrea scongiurava l'Imperatore a levarsi di là, se non voleva vedere tutti sommersi o massacrati; esortavalo a venirsene verso il capo Mattaffuso, dove sperava poterlo raccogliere, e rimenare in Europa. Carlo, perduta ogni speranza di conquista, accettò le conclusioni del Doria: dètte i segnali, e imprese la ritirata a piccole tappe in tre giorni, sempre combattendo cogli Arabi sul destro fianco ed alla coda.

[30 ottobre.]

La sera del ventinove essendosi calmato il vento, e potendo salpare i ferri verso il largo (ma non approdare al lido, dove l'onde infuriate tuttavia orribilmente frangevano), il Doria sparò il tiro dell'avviso, perchè nella notte ciascuno si riattrezzasse a dovere e si mettesse in punto di far vela al primo segno. La mattina del trenta prese il vento colle poche galere che gli restavano: e, sempre sostenuto dalla squadra romana, condusse il convoglio delle navi all'àncora nella cala del Mattaffuso, dove è sicura stallìa per tutti i venti, salvochè da Ponentemaestro. Le galere di Malta sotto colore di necessità si allontanarono[140]. Al contrario le nostre continuaronsi nell'assistenza degli afflitti, levarono le genti dalla spiaggia, servironle all'imbarco, le scortarono al porto di Bugia, tenuto allora dagli Spagnoli, quantunque sempre perseguitate dalla pertinacia delle tempeste,e dal sentimento delle altrui avarie. Solo disastro per noi un colpo di mare, che nelle acque di Bugia scoprì la poppa della Capitana nostra, e ne strappò l'immagine del Santo protettore[141]. Del resto fino all'ultimo, coll'arte e col magisterio dei marinari e degli ufficiali governandosi, evitarono le disgrazie più e più funeste nella ritirata di quell'armata: servirono l'Imperatore, assicurarono l'esercito. Indi per Biserta, la Favignana e le Eolie, se ne tornarono dolenti, altrettanto che onorati e salvi, al porto di Civitavecchia.

[25 aprile 1542.]

XXII. — Dopo l'aspro rovescio, papa Paolo maggiormente si strinse col Conte, prevedendo dai nemici molestie maggiori, e dagli amici maggiori richieste. Però a tenore dei capitoli lo avvisò di duplicare la forza dell'armamento, e di tenere al soldo nell'estate seguente sei galèe, lasciandogliene una fuor di linea a suo privato comodo: essendo che egli sempre continuava a tenerne quattro di sua proprietà, oltre alle tre consuete della Camera. Le ragioni e le spese di tale rinforzo sono espresse nella seguente costituzione, che volgarizzo col testo a fronte, perchè importante ed inedita[142].

«Paolo papa terzo a tutti i singoli, cui le letterepresenti saranno mostrate, salute ec. — Chiamati senza nostro merito per superna disposizione al regime dell'ovile del Signore, volontieri attendiamo secondo il dover nostro a provvedere tutto ciò che riguarda il buono stato e conservazione del medesimo, e a mettere efficacemente in opera i mezzi che occorrono, perchè la nostra greggia non vada a strazio tra gli artigli dei lupi rapaci. Certamente a tutti deve esser noto come il ferocissimo tiranno dei Turchi, venuto l'anno passato nel regno d'Ungheria alla testa di numeroso esercito, dopo lacrimevole strage di soldati cristiani, sotto le mura di Buda ha rotto il campo del carissimo in Cristo figliuolo nostro Ferdinando illustre re dei Romani e di Ungheria, che intendeva a ricuperare coll'armi quella piazza; e in vece il Turco vi si è maggiormente assodato: nè contento a ciò, appresta ora altri eserciti di terra ed altre armate di mare per entrare più avanti, e sottomettere il resto di quel regno, e forse anche la Germania e l'Italia. Vedendo dunque imminente il gravissimo pericolo di tutta la cristianità per le costui invasioni, e per la discordia dei nostri principi, tra i molti rimedîda noi pensati, abbiamo risoluto di aggiugnere tre galèe alle altre tre che sempre tiene la Sede apostolica, e fornirle secondo si conviene di gente, vettuaglie, e di armamenti necessari alla guerra, perchè formato in tal modo il nucleo di giusta squadra o possano da sè difendere la Spiaggia romana, o presentandosi l'occasione anche più lontano possano perseguitare e cacciare il nemico. La salute della maggior parte di questi nostri paesi principalmente dipende dalla esecuzione di tale divisamento. E perchè non possiamo noi sostenerne la spesa, nè col danaro dell'erario esausto, nè colle gabelle ordinarie assegnate ad altre spese, bisogna che da coloro caviamo il sussidio, alla cui salute provvediamo. Sperando adunque che tutti i sudditi nostri, persuasi del manifesto bisogno, sosterranno volentieri questo peso, noi per moto proprio, certa scienza e pienezza della apostolica potestà, per tenore delle presenti vogliamo e comandiamo che le città, terre e luoghi soggetti mediate o immediate alla sede apostolica, per sei mesi soltanto prossimi futuri, debbano mantenere e pagare ciascuno la sua quota, secondo la tabella che pubblicherà il dilettofiglio Guidascanio Sforza diacono cardinale di sant'Eustachio e camerlengo, e tutti ugualmente debbano versare il danaro assegnato nelle casse e nei termini indicati dall'istesso Camerlengo. Nè alcun vi sia che presuma andare esente dal mettere la sua porzione sotto pretesto di qualsivoglia privilegio o immunità, ma tutti indistintamente siano tenuti a contribuire, decretando che in questo modo e non altrimenti si abbia a giudicare e a diffinire da qualunque giudice e commissario di qualsivoglia autorità rivestito, fosse pur cardinale della santa romana Chiesa, eccetera.

»Dato in Roma addì venticinque di aprile 1542, del nostro pontificato anno ottavo.»

In queste lettere si parla della discordia dei principi maggiori, si prevede la guerra tra loro, si dubita di ulteriori progressi del Turco, si accenna a qualche lontana spedizione, e si afferma la necessità di fare da sè, senza aspettarsi il soccorso altrui. Tutte sentenze, dalla prima all'ultima, confermate pei fatti. Il Conte colla squadra rinforzata, e la consueta compagnia dei gentiluomini della sua casa prese a difendere la Spiaggia. Ebbe per camerata e per allievo Giulio Podiani, patrizio reatino dei signori di Piediluco e di Poggiobustone, che poi vedremo crescere di autorità sul mare coi Farnesi e coiFieschi[143]. Sbrattò da ogni parte i nemici, prese parecchi bastimenti piratici, e fece prigione quel giovane ladrone chiamato Scirocco; cui poi divenuto famoso ammiraglio, governatore di Alessandria, e gran faccendiero all'assedio di Malta, vedremo comandante a Lepanto dell'ala destra nell'armata dell'imperatore Selim[144]. In somma la Spiaggia romana nel quarantadue era da tutti i naviganti osservata, come sicura più di ogni altra tra le marine d'Italia sul Tirreno; e vi convenivano assai legni a comprare frumenti, di che era tutt'altrove gran caro[145]. Al tempo stesso papa Paolo, istantemente richiesto dal re Ferdinando, mandava in soccorso degli Ungari Alessandro Vitelli da Castello con tremila fanti romani, al cui valore i nostri scrittori e gli stranieri attribuirono gran parte della onorata difesa di Pest[146].

Francesco di Francia altresì e Carlo di Spagna ripigliarono la guerra tra loro. Dovevano i due emuli passar la vita consumandosi insieme a danno dei popoli,specialmente d'Italia, in continui contrasti, tramezzati da brevi e false amicizie. Per qualche tempo Francesco aveva lasciato di molestare il rivale, tenuto in rispetto dalla tregua stabilita per dieci anni all'Acquamorta nel trentotto, come è detto: ma dopo l'infelice spedizione d'Algeri, veduto il sinistro delle forze spagnuole, e tolto il pretesto dall'uccisione di Antonio Rincone e di Cesare Fregoso, suoi ambasciatori (che, passando di Lombardia verso Venezia, andavano a secreti maneggi in Constantinopoli), dichiarava rotta la tregua; e fin dalla primavera di quest'anno moveva guerra a Carlo in quattro punti lontani da noi, Fiandra, Piccardia, Rossiglione e Brabante: di che non dobbiamo occuparci.

[1543.]

XXIII. — Più da vicino ci tocca la lega scoperta al principio di quest'anno tra Francesco e Solimano ai danni di Carlo; o per dir meglio a rovina del cristianesimo e di tutti noi, ed a perpetua infamia di lui Francesco e dei suoi complici, non di tutta la nazione francese, come sempre ho detto e ripetuto imparzialmente dei nostrani e degli stranieri, quando ho dovuto biasimare gli oltraggi alla fede, e al pubblico bene della civiltà e della religione. Tanto nell'odio contro Carlo era accecato colui, che per vendicarsene chiamava Barbarossa a molestare gli stati del rivale in Italia: e Carlo il cattolico, per non essere da meno di Francesco il cristianissimo, faceva lega con Arrigo d'Inghilterra, famoso pel ripudio della sorella di sua madre, e per le rivolture religiose[147]. Così vie meglio agli occhi di ciascuno deve rilevare il non far troppo conto delle belle parole, ma di tenersi ai fatti.

[Marzo 1543.]

Per queste ragioni di guerra tra casa di Francia e casa d'Austria, coi Turchi di mezzo sulle nostre marine, avvenne un'altra occultazione del conte dell'Anguillara. Tutta la casa Orsina correva a parte francese, e tutta la Colonnese a parte spagnola: questi gelosi di quelli, ambedue dei Doria, e così via via. Catena di miserie domestiche per le altrui comodità. Quindi non potendo più il Conte combattere i Turchi senza offendere i Francesi uniti con loro, prese congedo; e menandosi appresso le quattro galere di sua proprietà, se ne andò a Marsiglia, dove quel Re lo accolse con molte carezze, e gli dètte l'Ordine di san Michele, e lo fece luogotenente generale di tutte le sue armate di mare[148]. A questi tempi, e durante il congedo, voglionsi ridurre i doni fatti e ricambiati tra l'Orsino e Barbarossa, di che tutti i biografi parlano; e specialmente le dieci tavolette liscie coi veri ritratti dei dieci sultani in miniatura: cose da non esser noverate tra le più felici della sua vita. E bene se n'ebbe esso stesso a pentire (come molti altri andativi prima e dopo), disgustato dei sospetti del re Francesco e della gelosia dei cortigiani. Anzi non potendo mai tanto parer musulmano, quanto costoro avrebbero voluto, patì prigionia, ed ebbe a gran ventura il ritornarsene.

[Aprile 1543.]

XXIV. — Intanto il Pontefice, restato con tre sole galèe, e tutta l'armata turchesca vicina, chiamò a sè il capitan Bartolommeo Peretti da Talamone, che era stato luogotenente del Conte[149]. Nominatolo comandante della squadretta, gli ordinò di andarsene subitamente a Malta, e di tenersi là al sicuro colle tre galèe, infino a che Barbarossa non fosse passato; sapendosi per certo che tra poco doveva venire nel mar Tirreno, diretto a Marsiglia, e aspettato dal re Francesco. Il capitano Peretti, uomo di gran valore, scritto alla nobiltà di Siena, accasato con una dei Migliorati di Pisa; pel cognome, per lo stemma, e per le relazioni dei posteri ci fa pensare alla sua consanguinità coi Peretti portati in Roma da Sisto V: comunemente dicendosi da uno stesso ceppo illirico essersi derivati quelli della Marca, di Toscana e di Corsica, per la emigrazione notissima degli Albanesi, che dopo la morte di Scanderbeg fuggivano a torme dal dominio dei Turchi[150]. Il valoroso discendente degli ultimi campionidella Macedonia ci si mostra prima comandante di fanti pei Senesi, poi nel trentasei venturiero sul mare con una galèa, nel trentotto capitano coll'Orsino, nel quaranta suo luogotenente, e finalmente in quest'anno successore: però quasi sempre nei servigi della marina romana, ai quali erasi dato di preferenza, avvegnachè talvolta negli intervalli di scioverno o di congedo abbia fatto da sè o con altri per mare e per terra[151].

[Maggio 1543.]

Il capitan Peretti non ebbe gran che da indugiare per mettersi in salvo, essendo Barbarossa uscito di Costantinopoli nel mese d'aprile coll'armata ottomana e piratica: settanta galere, cinquanta legni minori, cento navi grosse, e quattordici mila turchi di sbarco, accompagnati da Antonio Polino, ambasciatore del re di Francia, e direttore della tregenda. Costoro alla fine di giugno per lo stretto di Messina fecero capo a Reggio di Calabria, donde tutto il popolo spaventato erasi fuggito ai monti. Di là gl'infelici vedevano nel giorno il sacco, e nella notte l'incendio della patria. Altri ed altri appresso videro nello stesso modo ruine, saccheggi e fuoco per le riviere della Calabria e della Campania, e infinita gente di ogni sesso e condizione imbrancata sulle galere turchesche a perpetua schiavitù[152]. La temerità di Barbarossa nella passata trionfale giunse in fino alle rive delTevere, donde bravando e minacciando sarebbe voluto venire a veder Roma e il Papa, se non fosse stato ritenuto a stento dal Francese. Piena la città di costernazione per più giorni, e i popoli delle campagne e delle terre vicine tutti in fuga, cercando ricovero nelle fortezze e nei luoghi sicuri. Fatta l'acquata nel Tevere, i Turchi passarono a Nizza, ebbero a patti la città, bombardarono il castello, saccheggiarono il contado: e finalmente si ritirarono a svernare nei porti di Marsiglia e di Tolone[153]. Colà a maggior confusione dei miseri Cristiani fatti schiavi, ed ammassati come vili giumenti sopra i legni infedeli, si facevano bellissime feste in onore di Barbarossa e dei Turchi. Scellerati!

[Settembre 1543.]

Intanto il capitan Bartolommeo, tornato da Malta a Civitavecchia alla larga appresso all'armata ottomana, e avute nuove istruzioni da Roma, prestamente ne ripartiva coll'ardito disegno di entrare nell'Arcipelago e di dare il guasto alle marine dei nemici, lasciate in abbandono da Barbarossa. Voleasi fargli danno e vergogna, ed anche indurlo a levarsi presto dai nostri mari. Tornò dunque a Malta colle tre galere, vi giunse addì ventotto di settembre, nel qual giorno presentò al Grammaestro e al consiglio due brevi del Papa per avere seco di conserva le galere dei Cavalieri a difesa comune[154]. Ma non sembrando a quei signori convenientel'invito, per la confusione dei Turchi coi Francesi; e non volendo, come dicevano, mettersi al pericolo di combattere gli uni in vece degli altri, o vero tirarsi addosso il risentimento simultaneo di tutti e due, lasciarono i Romani senza conserva.

[Ottobre e dicembre 1543.]

Andò dunque solo il capitan Bartolommeo: e solo in quest'anno tra tutti i Cristiani ardì scorrere in arme i mari di Levante contro i pirati e contro le orde turchesche. Nella qual crociera fece cose degnissime di memoria, per questa sola ragione ite in dimenticanza, perchè niuno tra noi ha trattato di proposito la storia della milizia navale. Che se appresso vorrà qualcuno metterci la mano, sappia di non dover pigliare a opera i libri stampati: perché quanto mai si poteva cavare di là, l'ho fatto io. Sì bene gli prometto gran frutto se cercherà negli archivi, tanto da avvantaggiarne il capitale che io lascio. Dalle lettere, dai giornali, dagli strumenti potranno derivarsi in maggior copia i particolari: ma la sostanza dei fatti, l'ordine dei tempi, ed i caratteri dei personaggi staranno sempre dove e come io gli ho posti. Valga l'esempio del capitan Bartolommeo, del quale ora parliamo: certamente egli fece quest'anno strepitose prodezze, ma i ragguagli ci mancano, meno quei pochi che si sono potuti raggranellare dagli archivi sanesi e fiorentini[155]. Eseguì l'ardimentoso disegno, scorse per l'Arcipelago, si fece vedere alla bocca di Dardanelli, scese nel ritorno a Metellino, dette il guasto alla villa di Barbarossa, e sulla fine dell'anno rimenò in Civitavecchiale tre galèe cariche di preda, e piene di prigionieri[156]. Non sopravvisse lungamente al suo trionfo: fuggitosi di Roma per certi sospetti (forse potrebbono essere questioni coi Camerali pei quarti delle prede), se ne andò in Siena malato; e quivi, quantunque giovane di quarant'anni, morissi addì sei di febbrajo dell'anno seguente.

[6 febbraio 1544.]

La morte del capitano Bartolommeo, come cosa di rilievo, fu scritta al duca Cosimo di Toscana dal Duretti residente ducale in Siena, così[157]: «Il capitan Bartolommeo da Talamone, che già era capitano delle galèe del Papa, quale per timore si fuggì da Roma, se ne venne qui in Siena ammalato di mal di pietra, la quale si fece cavare sei giorni sono; et o per difetto di chi la cavò, o per quel che si sia, si è morto; che ha arrecato universalmente malagevolezza e danno a tutta questa repubblica et a le sue terre di mare; per ciò che egli, oltre essere molto valente della persona, era ancor di molto credito. Hanno fatto questi signori onore alla sua sepoltura, et in somma è molto doluto, et è stato grandissimo danno.» L'Ugurgeri ci ha conservato la memoriadella lapida onoraria, che si leggeva a suo tempo nella chiesa di san Francesco, in questi termini[158]: «A Bartolommeo Peretti da Talamone, già capitano di fanti al servizio di questa repubblica: il quale, messosi dappoi sul mare con una galèa, divenne celebre navigatore e capitano della navale armata pontificia, che egli felicemente governò per quattro anni. Ultimamente navigando tutte quasi le marine dell'Asia contro i Turchi, carco di preda e di prigioni tornò, e morissi in mezzo al corso degli onori. Ottavio al fortissimo ed ottimo padre. Visse anni quaranta, spirò addì sei di febbrajo 1544.»

Non parlo del suo testamento, perchè rimonta a tempo anteriore di quasi otto anni prima della morte. Forse quando egli cominciò a correre di lungo il mare in compagnia del conte dell'Anguillara scrisse per ogni evento le disposizioni della sua ultima volontà[159]. Sì bene posso aggiugnere, per cortesia del chiaro signor Luciano Banchi direttore dell'archivio di Stato in Siena,conservarsi in quei registri il ricordo dei pagamenti fatti per due epitaffi in marmo alla memoria di esso capitano, da metterne uno in Siena a san Francesco, e l'altro non si dice dove: quantunque ciascuno possa pensare alla chiesa di Talamone, insieme col corpo, o coi precordî dell'illustre defunto, che da quel luogo aveva preso il nome[160]. Ma che? Il fuoco incalzava anche per le chiese, anche sotto ai marmi, anche nelle ossa il capitan Peretti. La lapida postagli dal figlio in san Francesco andò perduta nell'incendio di quella chiesa l'anno 1655; e dell'altra in quest'anno medesimo si narra per opera di Barbarossa quel trattamento che tra poco vedremo.

[Marzo 1544.]

Morto adunque il Peretti, e ritrattosi già prima l'Orsino, le galèe camerali restarono per poco sotto il governo del capitan Francesco de' Nobili, infino a tanto che non le comperò dalla Camera la casa Farnese a nome di Orazio terzogenito di Pierluigi, il quale le prese cogli stessi patti e capitoli dell'Orsino[161]. Segno che la crociera del Peretti aveva eccitato l'emulazione dei grandi, e che all'Orsino era riservato il ritorno.

[Maggio 1544.]

XXV. — Nè per tutto questo Barbarossa si levò mai dai porti di Francia. Sentì nel vivo l'ingiuria fattagli dal Capitano di Roma; quando tanti altri, che parevanomaggiori, l'onoravano in Francia: pensò alla vendetta pel corso della primavera, e svernò in Tolone e nei porti vicini con quella pubblica corruzione, anche dei provenzali, che ciascuno può intendere. Alla buona stagione riprese il mare per rimenare il ferro a contrappelo in Italia. Primamente si posò a Vado presso Savona, e avrebbe distrutto il borgo felice per la sua magnifica rada, se dalla repubblica di Genova con grosse somme non fosse stato prestamente redento quel luogo e tutto il resto del dominio. Poscia diè fondo all'Elba, minacciando sangue e fuoco se non gli veniva subito subito restituito un garzonetto, figlio del famoso Giudèo.

[22 giugno 1544.]

Del qual vecchio pirata, avendo promesso in alcun luogo dire la fine, ora ricordo che egli per questi tempi dimorava in Suez presso il mar Rosso, come ammiraglio di Solimano alla difesa di quei commerci e navigazioni contro i Portoghesi delle Indie. Sazio di onori, di ricchezze e di poteri, l'ammiraglio del mar Rosso piangeva sempre nel cuore, richiamando il prediletto suo figlio, perduto con tutti i suoi bastimenti a Tunisi nel trentacinque. Il fanciullo, allora decenne e mozzo sull'armata, preso prigione dal principe di Piombino, erasi cresciuto e nobilmente allevato come proprio figliuolo nella casa di lui; dove, battezzatosi di spontanea volontà, viveva onorato e benvoluto da tutti. Alle richieste, di Barbarossa, rispondeva assennato: esser pronto di ritornare liberamente a rivedere il padre, perchè cosa giusta; e richiedere per onor di lui che le terre e le isole dei suoi benefattori non patissero danno. Andò dunque in Egitto: dove il padre, imbevuto dei principî della legge mosaica, dalla quale tanto di perfezione ridonda alla natural legge della paternità, ardentementelo desiderava. Ma quando un giorno all'improvviso, tra splendida compagnia di servi e di ministri ordinatigli intorno da Barbarossa, rivide il figlio, dopo dieci anni già grande, bello e costumato, il Giudèo ne prese tanta allegrezza, e con sì grande espansione d'affetto abbracciollo, che sollevatoglisi il cuore, in poco d'ora cadde morto[162]. Pietoso e rarissimo caso, cui tra tutti i terribili compagni del tristo mestiere niuno forse più di lui poteva trovarsi soggetto.

[25 giugno 1544.]

Ora a noi, chè Barbarossa si accosta alle nostre marine: e prima occupa per sorpresa Talamone, fa schiavi quanti incontra, trae dalla chiesa le memorie del capitan Bartolommeo, scuote le tombe, brucia le ossa, sparge le ceneri al vento[163]. Nella maremma di Siena arde Monterano, e piglia Portercole dopo breve resistenza. Orbetello si salva soltanto per la sua posizione,e pei rinforzi mandativi dal duca Cosimo. Non così il Giglio: donde Barbarossa cava gran preda di bestiame e di schiavi, e lasciavi ogni cosa cenere. Poi si accinge a disfogare la sua rabbia contro chi lo ha messo in ripicco; e viene deliberato di bruciare in Civitavecchia le galere, i marinari, ogni cosa. Che se il terribile pirata l'indomita ira ritenne a non venire all'effetto, ciò vuolsi attribuire alla fortezza del luogo, ben munito da Bramante e dal Sangallo, e meglio difeso dal capitan de' Nobili e dai nostri marinari; anzi che al rispetto del re di Francia, o de' suoi ministri, o delle terre del Papa[164]. Gli storici nostri municipali al solito non ne sanno nulla.

[1 luglio 1544.]

Quindi la tempesta dei musulmani, menata da Barbarossa nel Regno, si scaricò sull'isola d'Ischia, feudo del marchese del Vasto, nemicissimo della congrega turco-gallica. I ladroni scesero in terra di notte, presero schiavi quasi tutti gli abitatori della campagna, bruciarono i grossi villaggi, specialmente Forìo; e non potuto avere il castello principale per essere ben difeso e inaccessibile sopra rupe nel mare, andarono nella baja di Pozzuolo, fecero bottino a Procida, presero Lipari con settemila prigionieri, arsero Cariati, empirono di strage e ruine la Calabria, e finalmente carichi di preda volsero a Costantinopoli, traendosi appresso incatena infiniti Cristiani, cui non potendo convenientemente nutricare, lasciavanli in gran parte di fame, di sete, di stenti morire; e gittavanli, come inutile e funesto ingombro, nel mare[165]. Gli altri squallidi, impietriti nel dolore, e privi d'ogni umano conforto, navigavano maledicendo la crudeltà delle furie musulmane, e l'ambizione dei principi cristiani, che a loro comodo funestavano l'Italia di tanto crudeli ribalderie. Orrori sul mare pei Turchi, e guerra accanita per Francesco e per Carlo in Piemonte, in Lombardia, e nelle viscere della Francia con gravissima infamia di chi la maneggiava. E quando da ogni parte i popoli disperati chiedevano tregua a tanti mali, senza vederne la fine; allora, contro la comune opinione, a due frati spagnoli dell'abito di san Domenico era riservata la grazia di poter ammansire i feroci animi di coloro, pe' cui rancori a ferro e a fuoco andavano quasi tutti i popoli della Cristianità. Fra Pietro di Soto, consigliere dell'Imperatore, e fra Gabriello di Gusman direttore della regina di Francia, araldi di pace, s'interposero tra le spade dei combattenti; e riuscirono dopo molti stenti sull'entrante di agosto a quei preliminari, che poscia fermarono il diciotto di settembre la pace detta dal luogo di Crespy[166]. Cessate le guerre, finalmente fu tempo di aprire nell'anno seguente il tanto sospirato Concilio generale di Trento.

[10 agosto 1544.]

XXVI. — Chiunque studia le storie del mondo, e s'incontra nei perpetui litigi degli uomini, deve più d'ogni altro intendere la infinita sapienza della legge di mutua carità; senza di che le creature ragionevoli si fanno simili alle belve feroci. Non vi è altra formola per la pace, nè si possono altrimenti finire i dissidî privati e pubblici: se no, questi succedono a quelli, e quelli a questi con tortuosa, ma infrangibile catena. Così ora per punto nella nostra storia, cessate le guerre de' principi maggiori, ma non deposti i rancori dei partigiani, succedono per conseguenza i dissidî privati ai pubblici con tanta perturbazione e sì gran disordine, che niuno potrebbe imaginarne non che prevederne la enormezza, se non vi fosse condotto dai fatti medesimi e dalle loro ragioni. Ne dirò brevemente, perchè non posso ancora separarmi dall'Orsino: il quale avvegnachè non entri nello scompiglio che ora ci stringe, nondimeno sta sempre lì dietro le quinte per ripigliare, come di fatto ripiglierà per conseguenza, il comando. Non ancora avevano i negoziatori di Crespy firmato i capitoli della pace tra le grandi potenze, ed ecco i partigiani attaccarsi tra loro con quelle astiosità, che poi toccarono il sommo nella congiura dei Fieschi in Genova, dove cadde Giannettino; e nella congiura dell'Anguisciola in Piacenza, dove seguillo Pierluigi; e tutto ciò strettamente connesso coi fatti della nostra marina, avvegnachè da niuno fin qui osservata, secondo la sua importanza. Eccone il filo.

[15 agosto 1544.]

Era passato di vita quel monsignor Imperial Doria, vescovo di Sagona in Corsica, del quale per incidenteabbiam fatto parola nel quarto libro; e memore dei beneficî e della parentela, aveva lasciato erede di certe sue rendite nel regno di Napoli (ingrandite, come è solito, dalla fama) lo stesso principe Andrea Doria, perchè ne avesse a sollevare dalla miseria alcuni poverissimi della stessa loro famiglia. Se non che volendo Andrea entrare al possesso dell'eredità, trovò l'ostacolo dei Camerali romani, che avevano già fatto giudizio di tirare i beni del vescovo defunto alla camera degli spogli. Vero è che incominciata la lite e venuti i protesti, il cardinal Farnese aveva fatto proporre ad Andrea di transigere con lui nella metà dei beni, ed anche nel tutto, purchè lo ricevesse come dono: ma l'altro, consigliato dai suoi avvocati, e riputandosi maggiormente offeso dalla liberalità, che parevagli oltraggiosa, deliberò con pericoloso e corsaresco consiglio di smaccare i Farnesi, avversarî politici, e di ricattarsene da sè. Avvisò Giannettino suo nipote, e s'intese con lui, perchè catturasse e portasse a Genova le quattro galere, proprietà come è detto dei Farnesi, che la Camera apostolica teneva al soldo per la guardia consueta.

Dopo la ritirata di Barbarossa, Giannettino Doria colle galere della sua casa al soldo di Spagna erasi ridotto a Napoli; e colà per dargli mano aveva altresì fatto raunanza la squadra nostra, condotta dal provveditore e luogotenente generale di Orazio Farnese, che era per questi tempi il capitano Francesco de Nobili da Lucca, più volte nominato avanti, e più da nominare in seguito[167]. La mattina del quindici di agosto, intantoche si spedivano alcune faccende di sua commissione in Napoli, Francesco uscì dal porto colla squadra, e fece una passeggiata di esercizio fino a Torre del Greco. Al ritorno fuori del porto trovò Giannettino sul passo con quindici galere: il quale, fattolo chiamare al suo bordo, dissegli volersi servire della squadra romana infino a Genova. Dopo diverse repliche da una parte e dall'altra, Giannettino uscì tutto aperto e tutto ardito nel mostrare di avere la forza in mano, e di esser pronto ad usargli violenza. L'altro protestò contro il tradimento, e non potendo nè volendo combattere con lui, uscì di bordo, e andò a presentare i suoi reclami alla Nunciatura di Napoli[168]. Giannettino al contrario mandò subito a levare dalle nostre galere i soldati, e ogni altro ricalcitrante, e a mettervi gente dei suoi; coi quali, senza punto indugiarsi, l'istesso giorno prese la via di Genova, menandosi appresso catturata la squadra papale[169]. Non però di meno prima di partirsi per tutta sua giustificazionepresso il Vicerè, cui lasciava all'improvviso il tristo retaggio dei litigi con Roma, scrisse il seguente biglietto[170]: «Io mi sono assicurato delle galere del Papa: e non l'ho fatto intendere a V. E. innanzi, per non li fare disservitio. Non vengo da Lei per trovarmi in punto di andare a Genova, e comandimi se posso servirla.»

Andarono via l'istessa notte: e il giorno seguente alterossi papa Paolo grandemente, tanto che pose a general sequestro i beni dei Genovesi in tutto lo Stato, e minacciò di voler procedere severamente contro gli usurpatori. Tutta la casa Farnese attorno soffiava sul fuoco, massime Pierluigi, futuro duca di Parma, ed uomo per vecchie rancure nemicissimo della casa Doria. Però Andrea, dopo alquanti giorni, mosso anche dalle rimostranze della sua repubblica, e non volendo interporre l'autorità di Cesare nel privato negozio, di propria volontà liberò dal sequestro le quattro galèe, e le rimise in Civitavecchia; contentandosi di aver mostrato che non gli mancava nè animo, nè forza da far risentimento. Dopo di che Paolo III ebbe per bene di chiamarsi soddisfatto; e la causa dell'eredità, rimessa alla curia di Napoli, fu decisa in favore di Andrea.

Ma il disordine non finì lì; duravano i partiti, celavansi le vendette e gli odî: ed era scritto nei fati di casa Doria che una sola di quelle galèe cavate da Civitavecchia sarebbe bastata a catturarne venti nella darsena di Genova, e a mettere in ponte il dominio di Carlo e di Andrea nella stessa città.

[Giugno 1545.]

XXVII. — Imperciocchè tornata la squadra in Civitavecchia, i ministri del Papa e dei Farnesi si lasciaronointendere di volersene levare il peso, e darne la condotta ad alcuno che le comprasse e tenesse a suo conto, sotto le condizioni consuete di mutuo vantaggio, specialmente per la guardia della Spiaggia romana. La conclusione del negozio tardò un anno, e intanto la squadra nel giugno seguente, sotto l'amministrazione diretta della Camera, e la condotta del capitan Francesco de' Nobili, navigava a Malta; avendo il Grammaestro offerto al Papa alquanti schiavi da rinforzare le ciurme, purchè gli piacesse mandare le galèe a prendergli, ed a fare una corsa coi Cavalieri suoi, e cogli altri concorrenti contro Dragut[171]. Furono insieme colà del mese di giugno diciotto galere: tre di Roma, quattro di Malta, quattro di Sicilia, tre del visconte Cicala, due del principe di Monaco, e due del marchese di Terranova, che ai ventitrè del mese sciolsero di conserva e si posero a lungo corso per le coste di Barberia, alla Galitta, a capo Bono, a Tunisi, alle Conigliere, alle Cherchene e per tutte quelle isole, senza aver mai trovato una vela di nemici, salvo che la prima sera nelle acque di Trapani sei galeotte, le quali si salvarono dalla caccia per l'oscurità della notte; e ne dettero subito conto a Dragut ed agli altri pirati, per quello che ne fu giudicato dappoi. Ai sedici di luglio, scioltasi in Malta la detta raunanza, le nostre galèe ripresero la strada di Civitavecchia, quando finalmente si aveva a concludere la vendita dei legni, e l'appalto del mantenimento, secondo le forme consuete dei precedenti capitoli.

[23 ottobre 1545.]

Il duca Pierluigi di Parma pose più di ogni altro le mani in questa faccenda; e ne trattò con uno dei Sauli di Genova; ne ebbe domanda anche da Piero Strozzi, e da Adamo Centurioni; e finalmente nell'occasione della visita di omaggio che facevagli Gianluigi Fieschi pel feudo di Calestano, strinse con lui il negozio delle galèe, tanto che addì ventitrè di ottobre dell'anno medesimo 1545 concluse col Fiesco in Piacenza l'atto di vendita[172]. Nel contratto si legge quattro galèe, Capitana, Padrona, Vittoria e Caterinetta: prezzo trentaquattro mila scudi d'oro, da pagare in tre rate; la prima subito, e le altre alla fine dei due anni seguenti: garanzia sull'ipoteca del feudo di Calestano. Ora non mi dà l'animo di aggiugnere altro, nè di esaminare il mercato: ne parlerò tra poco con miglior fondamento e opportunità. Intanto posso asserire che dal solo prezzo, senza inventario e senza carati, non si può arguire frode nell'intenzione dei contraenti.

[Maggio 1546.]

Sì bene dai fatti successivi, dai documenti, e dalla concorde testimonianza dei contemporanei risulta che l'animo del Fiesco fin d'allora covava magagna: perchè non si era mai impacciato nè voleva impacciarsi di navigazioni e di galèe; ma intendeva mutare lo stato di Genova, cacciandone gli Spagnoli e la casa Doria. Non facciam repliche di Catilina, nè di Cicerone, nè di altri personaggi o scrittori di classica antichità: gli è il tramestìo di Genova, solito per quei tempi, tra la plebe, i nobili, il cappellaccio e gli stranieri. I Genovesi m'intendono. Qui abbiamo la scossa delle indomite fazioni francese e spagnola, che intendono a scavalcarsi. Ciò che i signori Fregosi avean fatto agli Adorni coll'ajuto dei Rovereschi, e gli Adorni ai Fregosi coll'ajuto dei Medicei, e ciò che Andrea Doria aveva fatto a tuttaddue coll'ajuto degli Austriaci, voleva il Fiesco fare a tutti e tre col consentimento dei Borbonici. Se fosse riuscito nell'intento sarebbe divenuto doge, cappellaccio, e forse più. Ma perchè cadde, restossi vituperato oltre il dovere nella memoria dei posteri. Difficile è stato e sarà sempre, tanto per la politica quanto per la morale, il maneggiare congiure: e similmente è stato e sarà sempre disonesto l'aggravare nel doppio i caduti, e il tenere diverse misure per gli stessi falli.

Venne il Conte in Roma del mese di maggio pel possesso delle galere, e per la firma della condotta[173]: nè è da stupire se nella stessa città i ministri, i cortigiani,e ogni altro a giovane signore e novello capitano facessero liete accoglienze, e parole di cortesia e di felici augurî. Ed egli con molto bel garbo, mostrandosi contento, pigliava possesso in Civitavecchia, sottoscriveva in Roma i capitoli consueti della guardia, cogli annuali vantaggi e pesi consueti; e poneva in sua vece comandante sulle tre galèe assoldate il conte Girolamo suo fratello minore, del quale non ho a dir nulla rispetto alla marina, se non che governavasi col capitano Giulio Podiani[174]. Sì bene devo avvertire che la Caterinetta, perchè non compresa nei soldi camerali tra le altre tre galèe della guardia, restava fuor di linea agli ordini particolari del conte Gianluigi, il quale facevala navigare da Civitavecchia a Genova sotto il governo del padron Giacopo Conti[175], col disegno di acquistar grazia e autorità nel popolo, e di tenersi attorno gente armata per terra e per mare, senza destare troppi sospetti, e senza scoprire il disegno che nel profondo del cuore chiudeva.

[24 dicembre 1546.]

Questa Caterinetta specialmente da Civitavecchia alla fine dell'anno chiamò col padrone Giacopo Conti: e l'ebbe nel porto di Genova la vigilia di Natale, quando si avvicinava il giorno assegnato al compimento dei suoi propositi[176]. Pei quali aveva già dato voce di voler armare quella galea di gran rinforzo, e similmente accrescere gente di spada e di remo nelle altre tre, sotto colore di mandarle al corso: facendo così venire da' suoi feudi uomini di fiducia, alcuni alla scoperta, altri celatamente, parte nelle sue case, e parte sopra questo bastimento, col quale si preparava all'ultima prova della famosa congiura[177]. Tutti parlano di questa galèa, meno l'Olivieri: e tutti, fuorchè lui, come di principalissimo strumento per coprire e terminare il disegno[178].

[2 gennajo 1547.]

La notte di domenica del secondo sopra il terzo giorno dell'anno quarantasette il conte Gianluigi Fieschi chiamò seco a cena Giambattista Verrina principalissimo confidente, molti amici ed uomini armati: propose il partito della congiura, ebbe l'approvazione di molti, e pose gli altri alle strette di consentire con lui. La maggior parte di coloro, attoniti alla novità, e commossi alle parole di libertà, popolo e patria, che ripetutamente echeggiavano, giurarono seguirlo. In quella, stando la città senza sospetto, e quasi disarmata, occuparono facilmente la porta degli Archi a santo Stefano verso il Bisagno, e quella di san Tommaso alla Lanterna; il capitan Borgognino dalla parte di terra scalava la darsena, e la Caterinetta ne occupava la bocca dalla parte del mare[179]. Essa dava col cannone il segno, essarinchiudeva, e s'impadroniva di tutte le galèe di casa Doria. Allora Giannettino, tratto al rumore, cadeva morto da un'archibugiata di Agostino Bigellotti da Barga; Andrea quasi solo fuggiva a cavallo fino a Sestri, a vela fino a Voltri, e in lettiga fino al castello di Masone. Il Fiesco per un'ora restava padrone della città.

Certamente avrebbe potuto in quella notte menar via da Genova venti galèe, come altri ne avea menate quattro da Civitavecchia: ma il Conte aveva disegni diversi pel capo, e in quel tramestio gli tuffò tutti insieme colla vita nel mare. Fuor di sè pei primi successi, mentre ratto scorreva dall'una all'altra di quelle galèe, mancatagli sotto una palancola di trapasso, cadde nel mare armato come era di tutto punto, e di sopraccollo tre o quattro congiurati, tutti insieme nel fondo sopra di lui. Dove egli non potutosi ajutare di nuoto per la grave armadura, e per la confusione ed oscurità della notte non veduto nè soccorso dai compagni, restossi, come fu ripescato dopo alquanti giorni, morto nella melma.

Per questa perdita, mancato il capo della congiura, invilirono i complici, rilevossi il partito contrario, e cadde l'impresa: ma d'accordo colla Signoria, e col patto della impunità promulgata e sottoscritta da Ambrogio Senarega, cancelliere del Senato. Non guari dopo tornò il vecchio Andrea più possente di prima, tornarono sitibondi di vendetta i padroni di Spagna, e cominciarono a lavorare i giudici ed i carnefici a dispettodei patti, e secondo l'esigenza delle pubbliche e private discordie. Anzi più, allora allora si affilarono i coltelli, pe' quali addì dieci di settembre dell'anno medesimo il duca Pierluigi Farnese nella sua camera dentro la cittadella di Piacenza fu fatto a pezzi. Sempre e dovunque si vede avvenire l'istessa cosa: e tale mercede ciascuno ricevere, quale ne fa altrui.

La Caterinetta fuggì da Genova: sbarcò a Nizza alcuni prigionieri che aveva a bordo, tra i quali il capitan Lercari, e si riparò in Marsiglia, ricevuta a gran festa dai Francesi[180]. Le altre tre stettero in Civitavecchia: richieste da Carlo V, come beni di suo ribelle; richieste da Scipione Fieschi, come erede del defunto; e più richieste e tenute da Orazio Farnese, come creditore del prezzo non pagato[181].

[22 marzo 1548.]

XXVIII. — Dopo questi successi tutti in Roma e alla marina richiamavano l'Orsino; e il Papa istesso diceva non esservi altr'uomo che in quelle circostanze potesse rimettere a sesto la squadra, e rilevarne la fortuna. Perciò Orazio Farnese che non aveva ricevuto nè poteva più ricevere dai Fieschi il residuo del danaro allescadenze pattuite, così consigliato da papa Paolo, le vendette al conte Gentil Virginio Orsini per diciassette mila e cinquecento scudi d'oro in oro, come dall'istrumento rogato in Roma addì ventidue di marzo 1548, per gli atti di Girolamo da Terni, notajo e cancelliere della Camera[182].

Dal documento possiamo arguìre la divisione dei beni liberi lasciati dal duca Pierluigi ai suoi figli; e l'assegnamento delle quattro galere ad Orazio, che già le aveva possedute[183]. E ciò anche per rispetto al suo genio militare, ed alle politiche inclinazioni favorevoli alla Francia: dove poi, sposato alla Diana giovane di Pottieri naturale di Arrigo II, giovanissimo morì combattendo alla difesa della piazza di Hesdin nell'Artoà, da esso stesso fortificata con tanta maestria, che lui vivo non si sarebbe mai potuta espugnare; come disse il celebregenerale napolitano Giambattista Castaldo all'Imperatore, quando l'ebbe per suo ordine riveduta[184].

Similmente dallo stesso istrumento abbiamo la continuata presenza del capitan Francesco de' Nobili di Lucca, sempre aderente agli Orsini, ai Farnesi ed agli Sforza nelle cose della marina. Abbiamo i nomi delle tre galèe restateci, Capitana, Padrona e Vittoria; meno la Caterinetta, già pagata nella prima rata dei Fieschi; che sarebbe stata presa in Genova, se non fosse fuggita a Marsiglia. Abbiamo finalmente nell'ultima chiamata dell'Orsino, tutto francese, una prova evidente dei mutati disegni della romana curia verso la corte di Spagna: i cui eccessi, come crescevano fastidio a Paolo III, così dovevano poscia produrre la guerra di Paolo IV.

[Giugno 1548.]

Non guari dopo la compra delle tre galèe, furono pubblicati i capitoli della condotta, precedentemente rifermata dal cardinal Guidascanio Sforza al conte Gentile[185]. Capitoli da non ripetere, perchè simili agli altrigià prodotti, riserbando a suo tempo la pubblicazione di quei totalmente nuovi, che saranno concertati tra la Camera e il capitan Francesco Centurioni[186]. Ora fa pressa la fine del libro. Il conte Gentile riprese le redini colla consueta sua diligenza e saviezza: pose sul cantiere una galèa nuova da sostituire alla Caterinetta, e dopo cinque mesi l'ebbe pronta a varare presso all'istesso porto di Civitavecchia; costruita sotto la sua direzione dalle maestranze medesime che teneva nella squadra. Armò le galere, fece alcuni viaggi intorno alle isole vicine. Se non che nel meglio de' suoi apparecchi, venuto infermo qui in Roma del mese d'agosto, pose fine alla vita e al capitanato, ed ora lo pone a questo mio libro.

[Agosto 1548.]

Fu uomo per grandezza d'animo e per antico senno onorato in Italia e fuori; ricercato dalla Francia, e sempre altrettanto osservato dalla Spagna: capitano e marinaro eccellentissimo del suo tempo, salito ai primi gradi nelle armate navali con titoli meno pomposi, ma più autorevoli dei moderni; attore e testimonio romano delle tre famose giornate di Tunisi, della Prèvesa e d'Algeri: vincitore di Dragut, di Mamì e di Scirocco. Edificò nei suoi stati le rôcche di Monterano, diStigliano, di Cervetri, e dell'Anguillara. Non ebbe discendenza maschile, e la contèa passò a Paologiordano suo cugino. La Maddalena sua figlia, maritata a Giampaolo di Renzo da Cere; e la Caterina secondogenita, maritata a Trajano Spinelli principe di Scalèa, eredi de' beni liberi, vendettero l'istesso anno le tre galere e il fusto di nuova costruzione, ancorchè disarmato, al cavalier Carlo Sforza, novello capitano, del quale avremo a parlare nel libro seguente.


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