XXXVI.[10 maggio 1560, ore 5 s.]XXXVI. — Nel vero il tempo stringe, gli avvenimenti precipitano, e dentro le ventiquattro ore tutte le stranezze saranno al termine. Stava intento il Duca co' suoi più intimi a mettere terra e piote sui parapetti dellanuova fortezza, quando la sera istessa del ripetuto giorno dieci di maggio, alle cinque vespertine, giugneva colà tutto trafelato il cavaliere don Ugo Coppons, spedito in gran diligenza sur una fregata da Malta con lettere del Grammaestro allo stesso duca di Medina ed al Doria, per avvisarli ambedue che la sera del sette era stata veduta dall'isola del Gozzo tutta l'armata ottomana, forte di ottanta galèe e di più altri legni, navigare di lungo per Ostrolibeccio verso di loro, dopo aver fatto nella isola medesima acqua e carne.[10 maggio 1560, al tramonto.]Avute le lettere e sentite le relazioni dei testimonî di fatto e di vista, avrebbe dovuto il Medina, come dopo segnalato beneficio della provvidenza, ringraziare Iddio, e subito a un fiato imbarcar la gente, lasciare presidio nella fortezza, e ridurre l'armata a salvamento in Sicilia. Sarebbesi levato a cavaliere e avrebbe gittato il nemico tra due fuochi a consumarsi, intra la fortezza delle Gerbe di fronte e l'armata cristiana alle spalle. Ma le stranezze che avevano sempre preceduto e seguìto il corso di questa spedizione, non potevano cessare nel momento supremo: anzi dovevano crescere per la novità ed urgenza del caso. Tutti volevano dirne, tutti diversamente: dunque per la maggior parte a sproposito. E il Medina, come se da vero ci fossero delle dubbiezze a risolvere, faceva raccogliere i capitani maggiori in consiglio presso Giannandrea, surto sopra le Peschiere, davanti al Forte, a due miglia da terra. Perdita di tempo, diversità di sentenze, accrescimento di disordine. Scipione Doria proponeva di abbozzarsi sulle gomene con tutta l'armata, navi e galere ben ristrette, sotto al castello: e voleva quivi aspettando il nemico, riceverlo a cannonate[612].Ma gli altri di comun consentimento escludevano la vana proposta: e ciò non tanto per la inferiorità del numero e per l'abbattimento della gente, quanto per la penuria dell'acqua e dei viveri; avendo già tolto di bordo quasi ogni cosa, e messo tutto nei magazzini e nelle cisterne della nuova fortezza. In quel modo i Turchi, temporeggiando per poco, avrebber potuto vincere senza combattere; e stringere il progresso della fame coi giannizzeri alla guardia del mare, e coi Gerbini sguinzagliati dalla parte di terra.Quantunque però quasi tutti, come ho detto, rifiutassero la battaglia per giustissime ragioni; pochi tuttavia sollecitavano l'immediata partenza da quell'infausto arenale, dove non si poteva restare un'ora senza pericolo, nè combattere un minuto senza rovina. La maggior parte pensavano di aver sempre tempo a ritirarsi, perchè l'armata nemica doveva (a parer loro) andare prima a Tripoli, chiamarne Dragut, e intendersi con lui sul piano di battaglia[613]. Laonde concludevano che tra due o tre giorni potrebbero levar la gente a bell'agio, e far l'acquata, e mettersi in salvo.A questa tristissima opinione, che fu poi causa di infiniti disastri, tuttochè sostenuta dalla maggioranza, due soli voti trovo contrarî: e sono del generale genovesee del romano. Giannandrea minacciava apertamente volersi partire nella notte con tutta l'armata, e pronosticava la comparsa dei Turchi per la mattina seguente[614]. Flaminio senza pretensioni, senza profezie, senza minacce, sostenuto soltanto dalla ragione e dalla esperienza, faceva di convincere l'intelletto dei compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al largo allora allora; unico partito per salvare l'armata navale e quanto più di gente si poteva, posciachè il forte era al caso di sostenersi da sè, e di ricevere a un bisogno anche gli ajuti. Egli fece vincere il partito[615]. Quale nel discorso, tale mostrossi Flaminio nelle opere: maestro di guerra, eccellente marino, schivo di lusinghe, inteso al comun bene, fermo al suo posto. E la tempra dell'animo suo meglio pei fatti proprî tra poco rifermerà, che non per gli elogi altrui, sempre scarsi infino al presente intorno ai nostri campioni.Se non che sopravvenuto in consiglio il duca di Medina non voleva a niun patto consentire alla deliberazione già presa; e chiedeva almeno un giorno di tempo per dare ricapito a quei soldati che (non essendo del presidio) si trovavano in terra pei lavori del forte: innanzi ai quali, prima di allontanarsi, aveva impegnato la sua fede di tornare, di levarli, e di non partirsi senza di loro. Vedi Capitano sapiente a patteggiare sulla disciplina de' suoi soldati, ed a preferire le sue parole alla pubblica salute! Per questi rispetti, credendosi colui a suo senno nell'obbligo della stolta promessa, tanto scongiurò, e disse, e fece, che finalmente Plinio Tomacelli,non volendo disgustarlo in quell'estremo, prese le sue parti, e strinse Giannandrea ad aspettare anche un poco. Col consenso del Doria, il Medina conchiuse di rimettere la partenza al giorno seguente[616]. Non v'ha dubbio. La lettera del commissario Machiavelli al suo Sovrano parla troppo esplicitamente dell'accusa; la risposta del Tomacelli fugge troppo evasiva per abbatterla; e l'analisi del contradittorio resta comprovata e ribadita dal fatto. Differita la partenza.Sia pur dunque concesso al Medina il trattenersi per la promessa, ed a Giannandrea il consentirgli per la violenza: questo però non toglie nè all'uno nè all'altro in caso simile l'obbligo di provvedere alle emergenze possibili, secondo gli avvisi. Essi avevano la suprema autorità anche sopra i confederati, costretti alla obbedienza dall'ordine dei rispettivi sovrani: essi dovevano almeno aringare l'armata in battaglia con istruzioni concordi e determinate a tutti i capitani per governarsi da savî, per resistere da prodi, per ritirarsi compatti. Ma in vece indugiarono per indugiare, negletto ogniapparecchio: come se il nemico non potesse venire, perchè la maggioranza del consiglio così pensava; o come se avendo escluso il combattimento di elezione, non dovessero tenersi pronti alla difesa di necessità[617]. Anzi con questo il Medina maggiormente confuse gli altrui pensamenti, annunciando al pubblico un pericolo urgente, e senza riparo.[10 maggio 1560, la notte.]Esso, uscito di consiglio a notte inoltrata, fece pubblicare ai soldati la decisione della partenza per la giornata del sabato successivo, e però si allestissero. Scoppiò di presente la confusione: questi lodava, quegli biasimava, altri non voleva restare addietro, chi chiamava lo schifo, e chi Michele e chi Martino, e chi a guazzo per imbarcarsi sui palischermi chi a gambe per mettersi al sicuro nella fortezza[618]. Il Duca, desideroso di contentar tutti, confuse pur tutti colle speranze e colle promesse al di sopra del suo potere. Il pánico e il disordine crebbero al sommo durante la notte. Ognuno per sè, infino ai barbari, capirono la folle disperazione: tanto che lo Sceicco dell'isola e il re del Caruano montati a cavallo, fuggirono via, senza pigliar commiatoda persona[619]. E come se ciò non bastasse, ecco dopo la seconda guardia turbarsi il mare; e il vento infino a lì disteso da Ostroscirocco e favorevole alla partenza, saltare e fermarsi a Grecotramontana, quasi per prua; cosa invero sinistra, che pronosticava la rovina imminente dell'armata, cui nè anche volendo era più concesso di potersi facilmente allontanare[620].XXXVII.[11 maggio 1560, all'alba.]XXXVII. — Le stranezze, quantunque grandissime nella notte, crebbero a doppio la mattina dell'infelicissimo giorno di sabato undici di maggio. Il Medinaceli aveva gran che a fare su e giù tra la campagna e la marina per condurre seco i soldati, secondo la promessa; Giannandrea rodevasi sulla Reale, aspettando il Vicerè e gli affidati; e gli altri capitani di mare, mandati in terra gli schifi a levare le fanterie e a compiere l'acquata, apparecchiavansi a una corsa intorno per un po' di scoperta, senza niuna prescrizione determinata nè per combattere nè per fuggire[621].Intanto Pialì, pascià del mare, informato pienamente dagli stessi Gerbini dello stato e confusione dei Cristiani, non volendo dividere la facil gloria nè con Dragut nè con altri, senza volgersi a Tripoli, erasene venuto verso le Peschiere, dove sapea essere l'ancoraggio dell'armatanostra. Tenendosi in giolito e sopravvento, aspettava il giorno chiaro per investire.Tra quelle nebbie, che quasi sempre nel mattino velano le basse spiagge delle regioni africane, qualcuno cominciò a vedere certi bastimenti: e appresso dando la voce e cominciando a fare strepito e rumore, tutti riconobbero l'armata nemica, e tutti crebbero intricamento e confusione. Scipione Doria, quel desso che voleva abbozzar le gomene, ed era stato messo capofila del largo per la scoperta, fu il primo a fuggir via verso Malta[622]. Giannandrea dall'altra parte fece vela, corse due bordate, volse in senso contrario, poggiò al vento, investì in terra sotto la fortezza, e andò a chiudercisi dentro, abbandonata in secco la Reale[623]. La maggior parte dell'armata, seguendone l'esempio e lo stendardo, chi prima, chi dopo, rovesciarono il bordo per arrenarsi meglio in diverse direzioni, tanto pur di mettersi in terra, e di mandar la gente correndo a rifugio nel forte.[11 maggio 1560, la mattina.]Luccialì, capo di vanguardia, veduti tali strani einconsiderati movimenti, dette dentro con tanta sicurezza, che al primo colpo pigliò e rimise venti galere: quattro del Doria, compresa la Reale, due di Roma, due di Sicilia, due di Firenze, una di Monaco, quattro di diversi, tutte di Napoli, e insieme quattordici navi di alto bordo, e più di cinquemila cristiani tra soldati e marinari[624]. Appresso Pialì e i Barbareschi gittaronsi a falciare di seconda mano qualunque legno là intorno non era stato ancor concio. Dove tutta la bravura in continuati scontri, e per ogni maniera di caccie e di sutterfugi, finiva o colla resa in mare, o coll'arrenamento alla spiaggia[625]. Giannandrea e il Medina dal ballatojo supremo del forte, dove eransi rifugiati, volgendo attorno lo sguardo, potevano vedere nel giro la propria e l'altrui rovina: navi e galere in mano ai Turchi, soldati e capitani cinti di catene, bastimenti grossi e sottili infranti alla riva, tutt'altrove rottami, e del continuo uscir gente dal pelago, a nuoto o sopra tavole, chi avvolto di miseri cenci, chi tutto nudo, e lunghe file di fuggitivi correre a ripararsi nel forte. La guarnigione, fattasi sugli spalti e sui ponti, accoglieva gl'infelici: ma impietriti nel dolore guardavansi in faccia l'un l'altro senza mutarsi nè anche una parola; dimostrando però nell'aspetto somma pietà verso i compagni, e profonda indignazione contro chi era in colpa d'aver condotto le armi cristiane a tanta vergogna e a tanto strazio.XXXVIII.[11 maggio 1560, mezzodì.]XXXVIII. — In mezzo al generale scompiglio, mentre l'armata cristiana per infiniti modi disbarattavasi, vi furono alcuni capitani che, senza smarrire, cercarono nell'arte nautica lo scampo alle poche galèe non ancora assalite dal nemico. Essi non avevano che una sola via di salute, ma pericolosa e difficile. Occorreva spelagare, spuntando apertamente l'estrema destra del nemico, coi bastardi all'orza, fatto il carro al più presso del vento; e poi a remi crescere l'abbrivo, correggere lo scarroccio, sforzare il capo di Sfax, e mettersi pel canale delle Cherchene. Questa precisa manovra, piena di fortuna e di ardimento, che poteva esser tentata soltanto colla vela latina, orzeggiando a poco più di quattro quarte di vento, e facendo forza sui grandi bastardi anche a rischio di scavezzare le antenne; questa manovra, dico, che metteva altresì il nemico nella stessa necessità di prueggiare e nel medesimo rischio di rompere, come ebbe il principio da una galèa di Malta, così la pronta imitazione di una genovese, delle capitane di Roma, e di Firenze, e di parecchie sensili, l'una appresso all'altra, infino al cavaliere Gil d'Andrada che veniva alla coda di tutti. Degna mostra dell'arte sul mare nell'arduo maneggio dei legni! Ecco ritte le antenne maggiori, eccovi distesi cinquecento metri di cotone in un solo triangolo, ecco ciascuna galèa parallela alla conserva, e ciascuna a gara nella corsa. La prua a Maestro quarta di Bora, la spinta da Grecotramontana, il carro al vento, l'orza (per dispetto in questo caso dei pedanti) alla destra, lasca l'osta di sottovento, tesata l'opposta, cazzata la scotta, la barra a richiamo; e il naviglio nel contrasto di tante forze alla banda, sollevandosi e ricadendo, come il cavallo nei salti delle barriere. Ti sembra arrestarsi nella levata, madi altrettanto lo vedi trascorrere nella ricaduta, e fendere l'acqua a tagliuzzi continuati e progressivi. Il piloto tien l'occhio alla rotta ed al pennello, desideroso che il vento gli ridondi: e il nocchiero affidato alla rigida verga dell'antennale, che gli scusa bolina, stringe il vento; e col fischio e colla voce ripete: Carica! all'orza, alla scotta, all'osta, alla drizza!Se non che l'arte degli eccellenti marini maggiormente accendeva le voglie e l'emulazione degli imbaldanziti nemici, i quali, trovandosi più vicini, di presente pigliavano la caccia contro i fuggenti, con impeto così grande, e con tanta furia di cannonate, che venuti da presso alla galèa dell'Andrada, già colle nude scimitarre alla mano stavano per investirla ed arrembarla, quando nel medesimo punto il Capitano romano porgeva inaspettato soccorso al Cavaliero spagnuolo.La capitana di Roma, bellissima di forme e ricchissima di ornati, andava all'orza a raso sotto vela meglio di ogni altra galèa[626]. Condotta da intrepido capitano, e difesa da egregi soldati coi prodi gentiluomini della casa Orsina, sarebbe stata delle prime a salvamento in Sicilia, se all'improvviso non se le fosse rotta in tronco l'antenna maestra alla trinche dell'osta[627]. Caduta a precipizio la penna, squarciata la vela, rotti quasi tutti i remi di sottovento, e impigliatosi lo strascico nel timone, restò immobile di mezzo al pelago. Non si avvilì per questo Flaminio, non mainò la bandiera, nondette la spada, non si fece conoscere personaggio di alto affare e di gran riscatto, non si arrese. Pensò ai compagni. E dappoichè non poteva più sperare di mettere in salvo il suo legno, la sua gente e sè stesso, prese il nobile partito di coprire le reliquie dell'armata cristiana, e di proteggere a suo potere la ritirata degli altri. Aprì il fuoco contro i Turchi: e questi da lui provocati, e mossi pur dalla cupidigia di saccheggiare la bella capitana che dava di sè ricchissima mostra, lasciarono l'Andrada, e l'impeto loro rivolsero tutti contro Flaminio solo[628]. Terribile momento di lotta suprema, di fuoco, di ferro e di sangue: momento degno di memoria, ed unico fatto onorevole della giornata. L'Orsino ed i Romani combattono infino all'estremo, restandovi quasi tutti tagliati a pezzi[629]. Possiamo pensare da ogni parte cresciuti i nemici, oppressi i difensori, ferito, morto, calpestato l'Orsino: e finalmente dai grembi della scomposta vela, tra le scimitarre dei Turchi alla loro usanza, uscir fuori menata pe' capelli la bella e nobil testa di Flaminio, cui pur nell'ultimo palpito battendo le ciglia fia dato minacciare i nemici[630].L'egregio fatto del prode capitano di grande famiglia, e di più grande città, mi sono studiato tanto meglio rilevare da quel che brevemente ne dicono le storie comuni, quanto manco se n'è tenuto conto nelle memorie domestiche. Il glorioso nome del moderno Curzio, pronto a dar la vita pel pubblico bene, e a suggellare col senno e col valore, vivendo e morendo, le glorie di Roma; il nome, ripeto, non si trova scritto nel catalogo de' suoi, manca ai genealogisti della famiglia, disparve nel pelago insieme colle ossa tra i gorghi africani, senza cippo, senza lapida, senza ricordo[631]. Squilli adunque più alta la tromba della storia, perchè non si abbia a dire anche di lui, come di tanti altri si è detto, che alla fortuna chi ben fa dispiace.Intanto vada pur lieto il venturoso cavaliero Gil d'Andrada: egli è salvo. E la memoria dell'Orsino romano, suo protettore alle Gerbe, lo renderà amico del romano Colonnese negli intricati successi di Lepanto. Piglino ipirati la capitana di Flaminio, e la serbino dieci anni; chè penserà a tempo Ruggero degli Oddi a riscattarla da prode per forza d'armi nella grande battaglia. Ma senza scorrere da lungi ricercando altre conseguenze che fruttino onore all'estinto campione, basterà guardarci qui intorno nella stessa mattina e pochi minuti dopo la sua morte per abbatterci nel pietoso tratto di quel suo Paggio, donde possiam raccogliere quanto ricco tesoro di onore e di magnanimità aveva saputo Flaminio colle parole e coll'esempio anche nei pargoli della sua casa trasfondere.Piangeva dirotto il giovanetto afflitto di vedersi schiavo: e sbigottito dalla morte crudele del suo Signore, guardava fisso dai bandini sul mare, dove ne era stata gittata la salma, quando fu scosso dalla nota voce di un malvagio di catena, che a lui rivolto dicevagli esser pur giunto il tempo tanto desiderato di averlo in potere e di farne strazio. Ciò non fia mai, gridò il Paggio, ch'abbia io a cadere nelle mani di sì vile uomo. Il mio Signore mi ha difeso e mi difende, vivo o morto, all'ombra della sua grandezza sarò sicuro. Il fanciullo girò lo sguardo, e non vide dinanzi altro che schiavi o nemici. Non seppe, non pensò nella sua semplicità se non al Signore nel mare. Gittossi capovolto tra i gorghi, e non fu riveduto mai più[632].[Maggio-luglio 1560.]Io non dissimulo, pur dinanzi a voi che leggete, la compassione ed il pianto: però datemi tregua, e vibasti nel resto il compendio delle nostre sciagure[633]. Giannandrea di notte sopra piccola barca dal forte fuggì in Sicilia, dando al vecchio Zio l'estrema consolazione di saperlo salvo, e di morire in pace, come dobbiamo ricordare, addì venticinque di novembre, nella sua età di anni novantaquattro[634]. Il Medina similmente di nascosto con un navicello riparossi in Sicilia, procurando celare alla vista del popolo la sua vergogna, e l'immenso cordoglio onde era straziato per le pubbliche e private disgrazie, e per la perdita di un figlio giovanetto, teneramente amato, che gli fu poscia dai Turchi fatto morire[635]. Don Alvaro de Sande si difese per due mesi nella nuova fortezza, quantunque sfiduciato di soccorso: mancatigli tutti gli elementi della vita, vuote di acqua le cisterne alla sete ardente, l'aria corrotta intorno dai cadaveri insepolti, il fuoco spento sul focolare per difetto di combustibile, e la terra soperchiata dalla rena, fuggì, fu preso, e andò schiavo coi compagni per la via di Costantinopoli, dopo aver veduto all'ultimo di luglio dello stesso anno cadere il forte, e sul loro giaciglio gli infermi e i feriti per mano dei Turchi messi al filo della spada[636]. Dura tuttavia, orrendo spettacolo, su quellariva la funerea piramide, murata coi teschi dei nostri soldati e marinari[637]. Il vento aquilonare percuote ancora dopo tre secoli le aride ossa degl'infelici, e fischia tra le vuote occhiaje, a testimonianza perenne della moslemica barbarie nel cospetto dei navigatori di ogni nazione, che quivi ricordano la perdita di diciottomila uomini, di ventisette galere, di trenta bastimenti da carico, e di quattordici vascelli di alto bordo.Della squadra romana nulla più tornò indietro, essendosi perdute al primo scontro le sensili, e poscia in battaglia la Capitana. Galeazzo Farnese menato a Costantinopoli e poi riscosso, prese servigio coi Veneziani, governò e difese Zara in Dalmazia. Del capitan Filippo e degli altri non più memoria. Ucciso dai nemici il Generale, dispersi gli ufficiali, imprigionate le genti di capo, perdute le ciurme, rotto il magistero e la tradizione, termino doloroso questo periodo della mia storia, lasciando le patrie sponde alla mercè dei pirati, tra i gemiti e le lacrime che le vedovate spose, gli orfani figli e i vecchi derelitti traggono dolorando sulla perdita dei loro congiunti.Niuno dall'altra parte potrebbe adesso esprimere a parole la baldanza dei pirati e l'orgoglio degli ottomani, divenuti padroni, e riputati ormai invincibili per mare. In questi giorni Solimano e Selim, Luccialì e Dragut aprono il petto a più larghe speranze, disegnanonovelle conquiste, e deliberano cominciare da Malta e da Cipro. A noi non resta che preparare gli animi e forbire le armi per le future riscosse, rimettere in sesto le fortificazioni littorane, e difenderci almeno in casa nostra dagli insulti dei barbari. Tempo verrà che la giornata delle Gerbe, vinta dalle orde turchesche e piratiche, e principalissimo fondamento della loro superbia, sarà scritta nei fasti della marina come ultimo termine dei loro trionfi.FINE.
[10 maggio 1560, ore 5 s.]
XXXVI. — Nel vero il tempo stringe, gli avvenimenti precipitano, e dentro le ventiquattro ore tutte le stranezze saranno al termine. Stava intento il Duca co' suoi più intimi a mettere terra e piote sui parapetti dellanuova fortezza, quando la sera istessa del ripetuto giorno dieci di maggio, alle cinque vespertine, giugneva colà tutto trafelato il cavaliere don Ugo Coppons, spedito in gran diligenza sur una fregata da Malta con lettere del Grammaestro allo stesso duca di Medina ed al Doria, per avvisarli ambedue che la sera del sette era stata veduta dall'isola del Gozzo tutta l'armata ottomana, forte di ottanta galèe e di più altri legni, navigare di lungo per Ostrolibeccio verso di loro, dopo aver fatto nella isola medesima acqua e carne.
[10 maggio 1560, al tramonto.]
Avute le lettere e sentite le relazioni dei testimonî di fatto e di vista, avrebbe dovuto il Medina, come dopo segnalato beneficio della provvidenza, ringraziare Iddio, e subito a un fiato imbarcar la gente, lasciare presidio nella fortezza, e ridurre l'armata a salvamento in Sicilia. Sarebbesi levato a cavaliere e avrebbe gittato il nemico tra due fuochi a consumarsi, intra la fortezza delle Gerbe di fronte e l'armata cristiana alle spalle. Ma le stranezze che avevano sempre preceduto e seguìto il corso di questa spedizione, non potevano cessare nel momento supremo: anzi dovevano crescere per la novità ed urgenza del caso. Tutti volevano dirne, tutti diversamente: dunque per la maggior parte a sproposito. E il Medina, come se da vero ci fossero delle dubbiezze a risolvere, faceva raccogliere i capitani maggiori in consiglio presso Giannandrea, surto sopra le Peschiere, davanti al Forte, a due miglia da terra. Perdita di tempo, diversità di sentenze, accrescimento di disordine. Scipione Doria proponeva di abbozzarsi sulle gomene con tutta l'armata, navi e galere ben ristrette, sotto al castello: e voleva quivi aspettando il nemico, riceverlo a cannonate[612].Ma gli altri di comun consentimento escludevano la vana proposta: e ciò non tanto per la inferiorità del numero e per l'abbattimento della gente, quanto per la penuria dell'acqua e dei viveri; avendo già tolto di bordo quasi ogni cosa, e messo tutto nei magazzini e nelle cisterne della nuova fortezza. In quel modo i Turchi, temporeggiando per poco, avrebber potuto vincere senza combattere; e stringere il progresso della fame coi giannizzeri alla guardia del mare, e coi Gerbini sguinzagliati dalla parte di terra.
Quantunque però quasi tutti, come ho detto, rifiutassero la battaglia per giustissime ragioni; pochi tuttavia sollecitavano l'immediata partenza da quell'infausto arenale, dove non si poteva restare un'ora senza pericolo, nè combattere un minuto senza rovina. La maggior parte pensavano di aver sempre tempo a ritirarsi, perchè l'armata nemica doveva (a parer loro) andare prima a Tripoli, chiamarne Dragut, e intendersi con lui sul piano di battaglia[613]. Laonde concludevano che tra due o tre giorni potrebbero levar la gente a bell'agio, e far l'acquata, e mettersi in salvo.
A questa tristissima opinione, che fu poi causa di infiniti disastri, tuttochè sostenuta dalla maggioranza, due soli voti trovo contrarî: e sono del generale genovesee del romano. Giannandrea minacciava apertamente volersi partire nella notte con tutta l'armata, e pronosticava la comparsa dei Turchi per la mattina seguente[614]. Flaminio senza pretensioni, senza profezie, senza minacce, sostenuto soltanto dalla ragione e dalla esperienza, faceva di convincere l'intelletto dei compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al largo allora allora; unico partito per salvare l'armata navale e quanto più di gente si poteva, posciachè il forte era al caso di sostenersi da sè, e di ricevere a un bisogno anche gli ajuti. Egli fece vincere il partito[615]. Quale nel discorso, tale mostrossi Flaminio nelle opere: maestro di guerra, eccellente marino, schivo di lusinghe, inteso al comun bene, fermo al suo posto. E la tempra dell'animo suo meglio pei fatti proprî tra poco rifermerà, che non per gli elogi altrui, sempre scarsi infino al presente intorno ai nostri campioni.
Se non che sopravvenuto in consiglio il duca di Medina non voleva a niun patto consentire alla deliberazione già presa; e chiedeva almeno un giorno di tempo per dare ricapito a quei soldati che (non essendo del presidio) si trovavano in terra pei lavori del forte: innanzi ai quali, prima di allontanarsi, aveva impegnato la sua fede di tornare, di levarli, e di non partirsi senza di loro. Vedi Capitano sapiente a patteggiare sulla disciplina de' suoi soldati, ed a preferire le sue parole alla pubblica salute! Per questi rispetti, credendosi colui a suo senno nell'obbligo della stolta promessa, tanto scongiurò, e disse, e fece, che finalmente Plinio Tomacelli,non volendo disgustarlo in quell'estremo, prese le sue parti, e strinse Giannandrea ad aspettare anche un poco. Col consenso del Doria, il Medina conchiuse di rimettere la partenza al giorno seguente[616]. Non v'ha dubbio. La lettera del commissario Machiavelli al suo Sovrano parla troppo esplicitamente dell'accusa; la risposta del Tomacelli fugge troppo evasiva per abbatterla; e l'analisi del contradittorio resta comprovata e ribadita dal fatto. Differita la partenza.
Sia pur dunque concesso al Medina il trattenersi per la promessa, ed a Giannandrea il consentirgli per la violenza: questo però non toglie nè all'uno nè all'altro in caso simile l'obbligo di provvedere alle emergenze possibili, secondo gli avvisi. Essi avevano la suprema autorità anche sopra i confederati, costretti alla obbedienza dall'ordine dei rispettivi sovrani: essi dovevano almeno aringare l'armata in battaglia con istruzioni concordi e determinate a tutti i capitani per governarsi da savî, per resistere da prodi, per ritirarsi compatti. Ma in vece indugiarono per indugiare, negletto ogniapparecchio: come se il nemico non potesse venire, perchè la maggioranza del consiglio così pensava; o come se avendo escluso il combattimento di elezione, non dovessero tenersi pronti alla difesa di necessità[617]. Anzi con questo il Medina maggiormente confuse gli altrui pensamenti, annunciando al pubblico un pericolo urgente, e senza riparo.
[10 maggio 1560, la notte.]
Esso, uscito di consiglio a notte inoltrata, fece pubblicare ai soldati la decisione della partenza per la giornata del sabato successivo, e però si allestissero. Scoppiò di presente la confusione: questi lodava, quegli biasimava, altri non voleva restare addietro, chi chiamava lo schifo, e chi Michele e chi Martino, e chi a guazzo per imbarcarsi sui palischermi chi a gambe per mettersi al sicuro nella fortezza[618]. Il Duca, desideroso di contentar tutti, confuse pur tutti colle speranze e colle promesse al di sopra del suo potere. Il pánico e il disordine crebbero al sommo durante la notte. Ognuno per sè, infino ai barbari, capirono la folle disperazione: tanto che lo Sceicco dell'isola e il re del Caruano montati a cavallo, fuggirono via, senza pigliar commiatoda persona[619]. E come se ciò non bastasse, ecco dopo la seconda guardia turbarsi il mare; e il vento infino a lì disteso da Ostroscirocco e favorevole alla partenza, saltare e fermarsi a Grecotramontana, quasi per prua; cosa invero sinistra, che pronosticava la rovina imminente dell'armata, cui nè anche volendo era più concesso di potersi facilmente allontanare[620].
[11 maggio 1560, all'alba.]
XXXVII. — Le stranezze, quantunque grandissime nella notte, crebbero a doppio la mattina dell'infelicissimo giorno di sabato undici di maggio. Il Medinaceli aveva gran che a fare su e giù tra la campagna e la marina per condurre seco i soldati, secondo la promessa; Giannandrea rodevasi sulla Reale, aspettando il Vicerè e gli affidati; e gli altri capitani di mare, mandati in terra gli schifi a levare le fanterie e a compiere l'acquata, apparecchiavansi a una corsa intorno per un po' di scoperta, senza niuna prescrizione determinata nè per combattere nè per fuggire[621].
Intanto Pialì, pascià del mare, informato pienamente dagli stessi Gerbini dello stato e confusione dei Cristiani, non volendo dividere la facil gloria nè con Dragut nè con altri, senza volgersi a Tripoli, erasene venuto verso le Peschiere, dove sapea essere l'ancoraggio dell'armatanostra. Tenendosi in giolito e sopravvento, aspettava il giorno chiaro per investire.
Tra quelle nebbie, che quasi sempre nel mattino velano le basse spiagge delle regioni africane, qualcuno cominciò a vedere certi bastimenti: e appresso dando la voce e cominciando a fare strepito e rumore, tutti riconobbero l'armata nemica, e tutti crebbero intricamento e confusione. Scipione Doria, quel desso che voleva abbozzar le gomene, ed era stato messo capofila del largo per la scoperta, fu il primo a fuggir via verso Malta[622]. Giannandrea dall'altra parte fece vela, corse due bordate, volse in senso contrario, poggiò al vento, investì in terra sotto la fortezza, e andò a chiudercisi dentro, abbandonata in secco la Reale[623]. La maggior parte dell'armata, seguendone l'esempio e lo stendardo, chi prima, chi dopo, rovesciarono il bordo per arrenarsi meglio in diverse direzioni, tanto pur di mettersi in terra, e di mandar la gente correndo a rifugio nel forte.
[11 maggio 1560, la mattina.]
Luccialì, capo di vanguardia, veduti tali strani einconsiderati movimenti, dette dentro con tanta sicurezza, che al primo colpo pigliò e rimise venti galere: quattro del Doria, compresa la Reale, due di Roma, due di Sicilia, due di Firenze, una di Monaco, quattro di diversi, tutte di Napoli, e insieme quattordici navi di alto bordo, e più di cinquemila cristiani tra soldati e marinari[624]. Appresso Pialì e i Barbareschi gittaronsi a falciare di seconda mano qualunque legno là intorno non era stato ancor concio. Dove tutta la bravura in continuati scontri, e per ogni maniera di caccie e di sutterfugi, finiva o colla resa in mare, o coll'arrenamento alla spiaggia[625]. Giannandrea e il Medina dal ballatojo supremo del forte, dove eransi rifugiati, volgendo attorno lo sguardo, potevano vedere nel giro la propria e l'altrui rovina: navi e galere in mano ai Turchi, soldati e capitani cinti di catene, bastimenti grossi e sottili infranti alla riva, tutt'altrove rottami, e del continuo uscir gente dal pelago, a nuoto o sopra tavole, chi avvolto di miseri cenci, chi tutto nudo, e lunghe file di fuggitivi correre a ripararsi nel forte. La guarnigione, fattasi sugli spalti e sui ponti, accoglieva gl'infelici: ma impietriti nel dolore guardavansi in faccia l'un l'altro senza mutarsi nè anche una parola; dimostrando però nell'aspetto somma pietà verso i compagni, e profonda indignazione contro chi era in colpa d'aver condotto le armi cristiane a tanta vergogna e a tanto strazio.
[11 maggio 1560, mezzodì.]
XXXVIII. — In mezzo al generale scompiglio, mentre l'armata cristiana per infiniti modi disbarattavasi, vi furono alcuni capitani che, senza smarrire, cercarono nell'arte nautica lo scampo alle poche galèe non ancora assalite dal nemico. Essi non avevano che una sola via di salute, ma pericolosa e difficile. Occorreva spelagare, spuntando apertamente l'estrema destra del nemico, coi bastardi all'orza, fatto il carro al più presso del vento; e poi a remi crescere l'abbrivo, correggere lo scarroccio, sforzare il capo di Sfax, e mettersi pel canale delle Cherchene. Questa precisa manovra, piena di fortuna e di ardimento, che poteva esser tentata soltanto colla vela latina, orzeggiando a poco più di quattro quarte di vento, e facendo forza sui grandi bastardi anche a rischio di scavezzare le antenne; questa manovra, dico, che metteva altresì il nemico nella stessa necessità di prueggiare e nel medesimo rischio di rompere, come ebbe il principio da una galèa di Malta, così la pronta imitazione di una genovese, delle capitane di Roma, e di Firenze, e di parecchie sensili, l'una appresso all'altra, infino al cavaliere Gil d'Andrada che veniva alla coda di tutti. Degna mostra dell'arte sul mare nell'arduo maneggio dei legni! Ecco ritte le antenne maggiori, eccovi distesi cinquecento metri di cotone in un solo triangolo, ecco ciascuna galèa parallela alla conserva, e ciascuna a gara nella corsa. La prua a Maestro quarta di Bora, la spinta da Grecotramontana, il carro al vento, l'orza (per dispetto in questo caso dei pedanti) alla destra, lasca l'osta di sottovento, tesata l'opposta, cazzata la scotta, la barra a richiamo; e il naviglio nel contrasto di tante forze alla banda, sollevandosi e ricadendo, come il cavallo nei salti delle barriere. Ti sembra arrestarsi nella levata, madi altrettanto lo vedi trascorrere nella ricaduta, e fendere l'acqua a tagliuzzi continuati e progressivi. Il piloto tien l'occhio alla rotta ed al pennello, desideroso che il vento gli ridondi: e il nocchiero affidato alla rigida verga dell'antennale, che gli scusa bolina, stringe il vento; e col fischio e colla voce ripete: Carica! all'orza, alla scotta, all'osta, alla drizza!
Se non che l'arte degli eccellenti marini maggiormente accendeva le voglie e l'emulazione degli imbaldanziti nemici, i quali, trovandosi più vicini, di presente pigliavano la caccia contro i fuggenti, con impeto così grande, e con tanta furia di cannonate, che venuti da presso alla galèa dell'Andrada, già colle nude scimitarre alla mano stavano per investirla ed arrembarla, quando nel medesimo punto il Capitano romano porgeva inaspettato soccorso al Cavaliero spagnuolo.
La capitana di Roma, bellissima di forme e ricchissima di ornati, andava all'orza a raso sotto vela meglio di ogni altra galèa[626]. Condotta da intrepido capitano, e difesa da egregi soldati coi prodi gentiluomini della casa Orsina, sarebbe stata delle prime a salvamento in Sicilia, se all'improvviso non se le fosse rotta in tronco l'antenna maestra alla trinche dell'osta[627]. Caduta a precipizio la penna, squarciata la vela, rotti quasi tutti i remi di sottovento, e impigliatosi lo strascico nel timone, restò immobile di mezzo al pelago. Non si avvilì per questo Flaminio, non mainò la bandiera, nondette la spada, non si fece conoscere personaggio di alto affare e di gran riscatto, non si arrese. Pensò ai compagni. E dappoichè non poteva più sperare di mettere in salvo il suo legno, la sua gente e sè stesso, prese il nobile partito di coprire le reliquie dell'armata cristiana, e di proteggere a suo potere la ritirata degli altri. Aprì il fuoco contro i Turchi: e questi da lui provocati, e mossi pur dalla cupidigia di saccheggiare la bella capitana che dava di sè ricchissima mostra, lasciarono l'Andrada, e l'impeto loro rivolsero tutti contro Flaminio solo[628]. Terribile momento di lotta suprema, di fuoco, di ferro e di sangue: momento degno di memoria, ed unico fatto onorevole della giornata. L'Orsino ed i Romani combattono infino all'estremo, restandovi quasi tutti tagliati a pezzi[629]. Possiamo pensare da ogni parte cresciuti i nemici, oppressi i difensori, ferito, morto, calpestato l'Orsino: e finalmente dai grembi della scomposta vela, tra le scimitarre dei Turchi alla loro usanza, uscir fuori menata pe' capelli la bella e nobil testa di Flaminio, cui pur nell'ultimo palpito battendo le ciglia fia dato minacciare i nemici[630].
L'egregio fatto del prode capitano di grande famiglia, e di più grande città, mi sono studiato tanto meglio rilevare da quel che brevemente ne dicono le storie comuni, quanto manco se n'è tenuto conto nelle memorie domestiche. Il glorioso nome del moderno Curzio, pronto a dar la vita pel pubblico bene, e a suggellare col senno e col valore, vivendo e morendo, le glorie di Roma; il nome, ripeto, non si trova scritto nel catalogo de' suoi, manca ai genealogisti della famiglia, disparve nel pelago insieme colle ossa tra i gorghi africani, senza cippo, senza lapida, senza ricordo[631]. Squilli adunque più alta la tromba della storia, perchè non si abbia a dire anche di lui, come di tanti altri si è detto, che alla fortuna chi ben fa dispiace.
Intanto vada pur lieto il venturoso cavaliero Gil d'Andrada: egli è salvo. E la memoria dell'Orsino romano, suo protettore alle Gerbe, lo renderà amico del romano Colonnese negli intricati successi di Lepanto. Piglino ipirati la capitana di Flaminio, e la serbino dieci anni; chè penserà a tempo Ruggero degli Oddi a riscattarla da prode per forza d'armi nella grande battaglia. Ma senza scorrere da lungi ricercando altre conseguenze che fruttino onore all'estinto campione, basterà guardarci qui intorno nella stessa mattina e pochi minuti dopo la sua morte per abbatterci nel pietoso tratto di quel suo Paggio, donde possiam raccogliere quanto ricco tesoro di onore e di magnanimità aveva saputo Flaminio colle parole e coll'esempio anche nei pargoli della sua casa trasfondere.
Piangeva dirotto il giovanetto afflitto di vedersi schiavo: e sbigottito dalla morte crudele del suo Signore, guardava fisso dai bandini sul mare, dove ne era stata gittata la salma, quando fu scosso dalla nota voce di un malvagio di catena, che a lui rivolto dicevagli esser pur giunto il tempo tanto desiderato di averlo in potere e di farne strazio. Ciò non fia mai, gridò il Paggio, ch'abbia io a cadere nelle mani di sì vile uomo. Il mio Signore mi ha difeso e mi difende, vivo o morto, all'ombra della sua grandezza sarò sicuro. Il fanciullo girò lo sguardo, e non vide dinanzi altro che schiavi o nemici. Non seppe, non pensò nella sua semplicità se non al Signore nel mare. Gittossi capovolto tra i gorghi, e non fu riveduto mai più[632].
[Maggio-luglio 1560.]
Io non dissimulo, pur dinanzi a voi che leggete, la compassione ed il pianto: però datemi tregua, e vibasti nel resto il compendio delle nostre sciagure[633]. Giannandrea di notte sopra piccola barca dal forte fuggì in Sicilia, dando al vecchio Zio l'estrema consolazione di saperlo salvo, e di morire in pace, come dobbiamo ricordare, addì venticinque di novembre, nella sua età di anni novantaquattro[634]. Il Medina similmente di nascosto con un navicello riparossi in Sicilia, procurando celare alla vista del popolo la sua vergogna, e l'immenso cordoglio onde era straziato per le pubbliche e private disgrazie, e per la perdita di un figlio giovanetto, teneramente amato, che gli fu poscia dai Turchi fatto morire[635]. Don Alvaro de Sande si difese per due mesi nella nuova fortezza, quantunque sfiduciato di soccorso: mancatigli tutti gli elementi della vita, vuote di acqua le cisterne alla sete ardente, l'aria corrotta intorno dai cadaveri insepolti, il fuoco spento sul focolare per difetto di combustibile, e la terra soperchiata dalla rena, fuggì, fu preso, e andò schiavo coi compagni per la via di Costantinopoli, dopo aver veduto all'ultimo di luglio dello stesso anno cadere il forte, e sul loro giaciglio gli infermi e i feriti per mano dei Turchi messi al filo della spada[636]. Dura tuttavia, orrendo spettacolo, su quellariva la funerea piramide, murata coi teschi dei nostri soldati e marinari[637]. Il vento aquilonare percuote ancora dopo tre secoli le aride ossa degl'infelici, e fischia tra le vuote occhiaje, a testimonianza perenne della moslemica barbarie nel cospetto dei navigatori di ogni nazione, che quivi ricordano la perdita di diciottomila uomini, di ventisette galere, di trenta bastimenti da carico, e di quattordici vascelli di alto bordo.
Della squadra romana nulla più tornò indietro, essendosi perdute al primo scontro le sensili, e poscia in battaglia la Capitana. Galeazzo Farnese menato a Costantinopoli e poi riscosso, prese servigio coi Veneziani, governò e difese Zara in Dalmazia. Del capitan Filippo e degli altri non più memoria. Ucciso dai nemici il Generale, dispersi gli ufficiali, imprigionate le genti di capo, perdute le ciurme, rotto il magistero e la tradizione, termino doloroso questo periodo della mia storia, lasciando le patrie sponde alla mercè dei pirati, tra i gemiti e le lacrime che le vedovate spose, gli orfani figli e i vecchi derelitti traggono dolorando sulla perdita dei loro congiunti.
Niuno dall'altra parte potrebbe adesso esprimere a parole la baldanza dei pirati e l'orgoglio degli ottomani, divenuti padroni, e riputati ormai invincibili per mare. In questi giorni Solimano e Selim, Luccialì e Dragut aprono il petto a più larghe speranze, disegnanonovelle conquiste, e deliberano cominciare da Malta e da Cipro. A noi non resta che preparare gli animi e forbire le armi per le future riscosse, rimettere in sesto le fortificazioni littorane, e difenderci almeno in casa nostra dagli insulti dei barbari. Tempo verrà che la giornata delle Gerbe, vinta dalle orde turchesche e piratiche, e principalissimo fondamento della loro superbia, sarà scritta nei fasti della marina come ultimo termine dei loro trionfi.
FINE.