Or narrinsi i miracoli umani: fornite le fortificazioni nel tempestar dell'assedio: fatto un popol di soldati: nè età, nè sesso provarsi imbelle: null'opra dura a niuno: vigilie, interminabil disagio, penuria sostenuti senza fiatare: uno scherzo la morte: e più, invidia e discordia incatenate: pensiero in tanta moltitudine un solo, far salva Messina. In pochi dì, là dov'era accostevole a scale, arduo drizzasi il muro; ove fiacco, si rassoda; ove il luogo nol comporta, steccati, argini di botti, fascine: a giusta distanza dalle cortine esteriori fabbricano un contramuro. E cavan fondamenta, e murano, e assestan travi, e insieme combattono, quanti son umani nella città; vincendo lor passione gl'infermi corpi, le schive usanze, le vanità degli ordini. Nobili, giuristi, mercatanti, artigiani, infima plebe, sacerdoti, e frati, e vecchi, e fanciulli all'opra tutti secondo lor posse; intenti ed ansiosi, dice Saba Malaspina, quale sciame ch'affatichi intorno a suoi favi. Donne cresciute in dilicatissimo vivere, d'ogni età, d'ogni taglia fur viste a gara sudar sotto il peso di pietre e calcina; e lì, tra il fioccar de' colpi, recarne a' lavoranti; girare per le mura dispensando pane e polenta, dissetandoli d'acqua, mescendo vini; e più di belle parole confortavanli: «Animo, cittadini! Nel nome della Beata Vergine, durate alle fatiche. Vi serbi alla patria Iddio. Egli il vede e difenderà Messina.» In questo gli altri Siciliani, eludendo l'oste pe' tragetti de' monti, aiutavano la città di gente, d'armi, e di vittuaglie. Crebbe la virtù de' Messinesi con l'uopo e coi rischi, durò tutto l'assedio, e più valida ogni giorno rendea la difesa[24]. {163}
Perseverando siffattamente i cittadini, e stando fermo Carlo nel disegno di ridurli senza battaglia, s'aprì una pratica per mezzo del cardinal Ghepardo, ch'entrovvi, richiedente o richiesto (varian su di ciò le istorie),[25] e carico certamente di clemenze del papa e del re; ma uom non era da maneggiarle con inganno. Il preso reggimento portò che i cittadini l'accogliessero con onori di principe, come legato del pontefice; onde fu condotto tra' plausi alla cattedrale; appresentategli le chiavi della città, e da Alaimo il baston del comando. Pregavanlo prendesse lo stato nel nome della santa romana Chiesa; desse un reggitore alla città; a questi pagherebbero i tributi debiti al sovrano; ma lungi, lungi i Francesi; dalla terra della Chiesa li scacciasse per Dio. A che Gherardo, secondo suoi mandati, rispondea: gravissime lor peccata; pure la Chiesa richiamarli con affetto di madre; a lui commesso di riconciliar {164} Messina col suo re, e lietamente il farebbe; ma non parlasser di patti, che non n'è luogo tra sudditi e monarca; sperassero in Carlo, magnanimo, clemente, il quale perdonar saprebbe alla città, serbare i gastighi a' soli efferati omicidi; vano architettar altre pratiche; ubbidissero, e ne rimarrebber contenti. «Messina, conchiudea, s'affida nel grembo della Chiesa; in suo nome la risegno io a re Carlo.» E Alaimo: «A Carlo no,» con voce di tuono proruppe, e gli strappava il baston del comando: «No, padre, vaneggi: i Francesi mai più, finchè sangue e spade avrem noi!» Somiglianti parole in suon di varie voci scoppiarono dalla moltitudine; alla quale invan replicava Gherardo, invan essa a lui: perilchè cessando il negoziato a pien popolo, deputaronsi trenta de' più notevoli cittadini, a cercare in ragionar più queto, qualche strada agli accordi.
Venian proponendo patti al re disdicevoli, a Messina pericolosissimi, e peggio al rimanente della Sicilia: perdonasse Carlo alla città; gli bastasser l'entrate de' tempi del Buon Guglielmo; nè soldato nè ministro francese in Messina mettesse pie'; la si reggesse per uom latino a scelta dal re: dai quali termini il legato non valse a rimuoverli un passo. Onde, o ch'ei se ne riferisse al re, e questi ricusasse tutt'altri patti che di resa a discrezione, com'alcuno scrive; o che il cardinale conoscesse la mente di Carlo sì addentro da non averla a ricercar nuovamente, risoluto ei disdisse l'accordo; con isdegno grandissimo de' cittadini. E tra i popolani più ardenti, che fremeano e schiamazzavano a tal niego, alcuno drizzandosi a Gherardo il rimbrottò[26]: «Vedi candor di pastori che consiglianti ignudo {165} porgere il collo al manigoldo perch'abbia clemenza! Quante ore dura la clemenza di Carlo? Lungi da noi cuor di selce, torti ingegni, insidiose lingue: voi ne vendeste al Francese; ci riscattammo con l'arme noi; ed or che vi offriamo temperata signoria della bella Sicilia, la schifa Martino, e si fa mezzano al Francese, non vicario del Cristo di mansuetudine e amore. Oh temete, temete la giustizia del Cristo! E tu riedi al tiranno angioino, per dirgli che nè lioni nè volpi mai più entreranno in Messina!» Allibito al minaccevole aspetto del popolo, frettoloso uscia Gherardo; scomunicata pria la città; e ingiunto a tutti chierici che in tre dì ne sgomberassero; ai rettori del comune, che in quaranta dì comparissero a corte del papa[27].
Tacqui d'una epistola di Martino, che Giachetto, il Villani, e la Storia della cospirazione portan come letta da Gherardo a' Messinesi, non riferita punto dagli scrittori degni di maggior fede, e zeppa d'ingiurie, fuor dal sonante stile della romana curia, da' concetti della bolla che deputava Gherardo, e dall'oprar tutto del papa e di Carlo in que' primi tempi. Fabbricata la giudico perciò da' detti autori, che mal intrecciano, com'altrove notai, queste istorie del vespro. Nè meglio regge l'altro supposto[28], che Gherardo suggerisse a Carlo d'assentir l'accordo con Messina, {166} e violarlo, insignorito che fosse della città; perocchè s'ai Messinesi spiacque nel caldo di loro speranze la ripulsa del legato, ammirava tutta la Sicilia poi, com'afferma Speciale, quel suo onesto e franco negoziare; talchè se l'ebbe in rinomanza di santo[29].
Com'ei scornato e mesto fe' ritorno al campo, tanto furor prese i soldati, assetati della vasta preda della città, che, non aspettato comando, tumultuosi diero a stormeggiar le mura: e venner indi con più agevolezza respinti[30]. Bella prova anco feano i nostri ne' minori ma ordinati assalti rinnovellati poscia ogni dì; perchè Carlo, vedendo che per sole minacce non si piegava la città agli accordi, volle farle sentir più viva la punta del coltello alla gola. Ma ne seguì l'effetto contrario; perchè la vigilanza de' nostri deludea tutt'ingegni dell'inimico; il loro saettame l'affliggea di morti e ferite; la fortuna favorevole in ogni fazione a' cittadini dava a' loro animi la sicurezza della vittoria; ne togliea la speranza ai soldati di Carlo. E invano il re, fatte venir le genti da Milazzo, poneale a campo nel borgo di San Giovanni, ov'oggi, estesa la città oltre l'antico cerchio, è il Priorato e indi il borgo di San Leo, e così l'accerchiava da settentrione e da mezzogiorno, ove il terreno parea più comodo alle offese; lasciando libero solo l'aspro colle guardato dal castel di Matagrifone. Questo a' Messinesi fu nulla; se non che temendo pei difficoltati sussidi qualche stremo di penuria, mandaron via, duro ma inevitabil partito, la minutaglia più inetta all'arme; la quale tapinando per le campagne, cadde, inutil preda, in man dei nemici. Con molto lor sangue ritentavan essi poi con forti impeti, il dì quindici agosto la Capperrina, il due settembre le mura a settentrione. Ributtati sempre, sfogarono risarchiando con nuove scorrerie il contado; {167} steser fino alle chiese le mani ladre; manomisero i sacerdoti; trascinarono al campo il sacro arredo, la croce, la effigie della divina madre, e li barattarono vilmente[31]: atti d'impotente furore, che dovean mostrare a' più veggenti come Carlo disperasse già dell'impresa.
Acerbe novelle conturbavano l'animo di Carlo: venuto d'Affrica con forte stuolo di navi Pier d'Aragona; cintagli in Palermo la corona del reame; gli animi de' Siciliani avvalorarsi; adunarsi le forze; riguardare all'assediata città, che non fiaccavasi nè per insulto di guerra, nè per fame. A un assalto pertanto si deliberò, universale ed estremo[32]. Era il quattordici di settembre. Allo schiarire del dì, appresentossi l'oste a cerchio, dal piano, dal monte in ordinanza, con macchine e infiniti ordegni; splendenti in lor armature cavalcano per le schiere i baroni; Carlo esorta i suoi a combatter no, sclamava, ma a far macello de' vili borghesi. A un tempo l'armata con una tramontana gagliarda, a golfo lanciato investia la bocca del porto; ed era primo in fila uno smisurato naviglio, pien d'uomini e di macchine, guernito di cuoia contro i fuochi, il quale col possente urto spezzasse {168} la catena. Ma questa Alaimo avea con maravigliosa cura affortificato. Schieravansi dentro dalla catena quattordici galee armate di strenua gioventù, e tramezze sei navi cariche di mangani e altri ingegni; fuori, s'ascondean tese sott'acqua, grosse reti che rompessero il momento degli ostili navigli: sorgea sulla riva un ridotto di forte legname; e in quello munitissimi d'arme i combattenti più feroci.
Quivi la prima zuffa appiccossi. Difilandosi la maggior nave sopra il ridotto d'Alaimo, impigliasi nelle reti, con sassi e dardi tempestanla i nostri, le gittano i fuochi, le squarcian le vele; e mentre pur tenea la battaglia, saltato il vento a ostro, tutta sdrucita e sgomenata fu forza che si ritraesse, e la flotta con lei. Il perchè tutta la virtù de' difenditori alla parte di terra fu volta; ove terribile e diverso tante turbe portavan l'assalto. Qui a far breccia drizzano i gatti[33] contro la muraglia, o sottentrano a zapparla da pie'; qui ov'è più bassa, appoggian le scale, approcciano le cicogne[34]; gli altri stuoli co' tiri delle saette fan prova a cacciar dallo spaldo i Messinesi. Ed essi rispondeano virilmente con un grandinar di ciottoli e frecce; versavan olio e pece bollente su i più innoltrati: gittavan massi e fuoco greco alle scale. Nell'ondeggiar della sorte in sì accanita {169} lotta, ascesero alquanti sul muro; ma non n'ebber che diversa la via della morte, non bersagliati da lungi, spacciati da petto a petto co' brandi. Alaimo sfavillante in volto, corre per ogni luogo, agli steccati, agli spaldi, ov'è maggior l'uopo, ove più aspro il pericolo; sopravvede i movimenti del nimico, regge tutta la difesa, rifornisce gli stanchi co' freschi guerrieri, supplisce l'arme, esorta, e combatte. Con esso i condottieri, i cittadini di maggior nome adopran tutti secondo la prova estrema e disperata: in tutto il popolo è una virtù. «Viva Messina e libertà;» e torna la lena a' petti, e s'addoppia il vigore alle braccia, e non è chi curi di colpi e di morte. Nel fitto nembo de' tiri vedeansi le donne sopraccorrer franche, piene i grembiali di sassi, cariche di saette a fasci, di fiaschi e cibi a ristorare i forti fratelli. E quali mostrando lor bambini in braccio, ricordavano che li sgozzerebbe quello spietato straniero; e che vedrebbero rapite le sacre vergini, contaminati i casti letti, strage e vergogna, e spianata Messina, se fino al l'ultimo fiato non si pugnasse. Così infiammati i nostri da' più santi affetti dell'animo, i nimici da avarizia e paura de' duci, travagliavansi da mattino a vespro; ma la furia dello assalto indarno contro la nobil cittade si consumò. Stendeasi a pie' delle mura spaventosa ghirlanda di fracassate macchine, spezzate armi, cadaveri mutili e abbronzati atteggiati in ogni più strana convulsione di morte; e fu maggiore assai il macello de' Francesi che degli Italiani dell'oste, perchè, noti alle insegne, men li bersagliavano i nostri. Il re sul limitare della chiesa di Santa Maria, rodeasi di rabbia agli impotenti assalti, quando un dottor Bonaccorso[35] l'imberciò dalle mura con bel tiro di {170} mangano. Cadderne due cavalieri francesi, fattisi innanti in quell'attimo per caso, o eroic'atto; e il re lasciava precipitosamente il luogo, perdendo nell'avversa fortuna quell'indomito suo coraggio. Alfine visto ch'anelanti e sanguinosi d'ogni dove piegavano i suoi e il tristo dì volgeva a sera, fece suonare a raccolta. Un grido rintronò a questo per tutta la corona de' muri; e impetuosamente i cittadini saltando fuora, inseguiano i ritraentisi come in rotta, motteggiavanli e ammazzavanli; che infin sotto gli occhi del re spogliarono i cadaveri. E seguiva in città un abbracciarsi a vicenda, un lagrimar di gioia, un tripudio cui null'altro al mondo agguaglia. Alaimo, l'eroe di Messina, ricordava le geste, rendea merto a' più valorosi a nome della patria, e tra i più valorosi alle donne, delle quali alcuna riportò onor di ferite in quella tenzone. Poco lutto a queste gioie si mescolò, per aver pugnato i nostri da' ripari. La notte uno stuolo condotto da Leucio arrisicatissimo combattitore, con nuova strage si saziò dei nemici, sorprese gli assonnati, i desti contenne con la paura, e tornossi carico di bottino.
Indi quanta esultanza nella città, rammarico e spavento lasciava quel sanguinoso giorno nel campo. Qual toro sgarato, dice il Neocastro, gittossi Carlo a giacere, men da fatica che dal cruccio dell'animo: e girava intorno lo sguardo, e vedea scoramento; ripensava a Messina, alla Sicilia, a Piero, e maggiori dispetti il dilaniavano. L'assalto non rinnovò più mai; ma con forti posti occupò le uscite; pose i mangani a scagliar contro le porte una tempesta di sassi[36]. Scese anco il superbo a tentar la fede {171} d'Alaimo, senza comprendere che da tanta altezza di virtù non si precipita al più schifo ed esecrando vitupero della tradigione. Offrivagli occultamente: perdonata ogni colpa a Messina, fuorchè a sei de' più facinorosi; a lui diecimila once d'oro, rendita di annue once dugento, onori e dignità a suo grado: mandavagli pergamena bianca col suggello reale: Alaimo scrivesse. E Alaimo, fattagli fiera risposta, tornava ad esortare i cittadini; tornava a provveder le difese: e a rallegrar la plebe afflitta dallo stretto blocco, apriva i granai occultati da antiveggenza nei primi tempi. Del resto non si patì penuria; sovvenendo anco la pescagione, sì abbondante che Bartolomeo de Neocastro l'appone a miracolo[37]. Messina vincitrice rideasi ormai dell'assedio, quando l'avvenimento di Pier d'Aragona l'accelerò a lietissima fine.
[1] Gio. Villani, lib. 7, cap. 61, 62. Queste son le parole, ch'egli mette in bocca a re Carlo.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit. pag. 265.
Giach. Malespini, cap. 210.
[2] Bart. de Neocastro, cap. 31.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
[3] Docum. VI. La rivelazione di Messina era accaduta il 28 aprile; il 9 maggio Carlo scrisse questa lettera a Filippo l'Ardito. Abbiamo nella citata raccolta di Rymer, tom. I, part. 2, pag. 204, l'avviso che Ferrante di Castiglia dava a re Eduardo d'Inghilterra il 26 maggio della rivoluzione di Sicilia, ma senza particolareggiare i fatti.
[4] Saba Malaspina, cont., pag. 361.
Gio. Villani, Giachetto Malespini, e Cron. della cospirazione diProcida, ne' luoghi citati di sopra.
[5] Bolla in Raynald, Ann. ecc. 1282, §§. dal 13 al 18.
[6]Ave rex Judeorum, et dabant ei alapam; ave rex Judeorum, et dabant ei alapam.Gio. Villani, lib. 7, cap. 63.
[7] Docum. VII.
[8] Saba Malaspina, cont., pag. 361, Villani, Giachetto Malespini, e la Cron. della cospirazione nei luoghi citati.
[9] Raynald, Ann. ecc. 1282, §. 20.
La bolla è data d'Orvieto a 4 giugno 1282.
[10] Capitoli del regno di Napoli, 10 giugno 1282.Post corruptionis amara discrimina, pag. 26 e seg.
[11] Saba Malaspina, cont., pag. 367.
[12] Gio. Villani, lib. 7, cap. 64, 65.
Paolino di Pietro, in Muratori, R. I. S., tom. XXVI, pag. 88.
Anon. chron. sic., cap. 39.
Saba Malaspina, cont., pag. 367, 368, 381.
Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 270.
Montaner, cap. 43.
Bart. de Neocastro, cap. 32.
D'Esclot, cap. 82.
Annali di Genova, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576.
Diversamente essi riferiscono il numero dell'oste. Barlolomeo de Neocastro, magnificator delle lodi messinesi, porta 24 mila cavalli e 90 mila fanti. Speciale novera soltanto le navi a 300. L'Anonymi chron. sic. dice solo:cum magno, immo cum maximo exercitu. Il Villani dà a Carlo «più di 5 mila cavalli e popolo senza numero», e 130 legni grossi, senza contar gli altri di servigio. Saba Malaspina, cont., pag. 381, 60 mila fanti dopo le stragi dell'assedio. Montaner 15 mila cavalli, e 100 navi, e fanti senza numero. D'Esclot 15 mila cavalli, 150 mila fanti, e 80 tra teride e galee, senza i legni minori, nè le grosse navi. Il frate autore delle Geste de' conti di Barcellona, a cap. 28, nella Marca Hispanica del Baluzio, dice 14 mila i cavalli di re Carlo. Scrivean 60 mila fanti e 22 mila cavalli gli Annali di Genova, aggiugnendout comuniter fertur ab omnibus. In questo luogo degli Annali di Genova è da notare che, certo per error di copia o di stampa, si dice portato quest'esercito dalDictus vero rex Petrus, quando il capitolo parla dell'Angioino, e dello sbarco a Santa Maria di Roccamadore; e di re Pietro avea già narrato l'arrivo a Trapani, e tante altre particolarità da non lasciar luogo a dubbio. La Cron. an. sic. porta 15 mila cavalli.
[13] Bart. de Neocastro, cap. 31.
[14] Bart. de Neocastro, cap. 32 e 34.
[15] Bart. de Neocastro, cap. 33, 35, 36.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 66.
Dei quali il primo porta 500 cavalli e 5,000 fanti su 35 tra teride e galee; il secondo con maggiore verosimiglianza, 1,000 uomini su 60 navi; e l'altro 800 cavalieri e più pedoni.
Saba Malaspina, cont., pag. 373, porta 500 cavalli e 1,000 pedoni, ma riferisce questa fazione come avvenuta dopo il cominciamento dell'assedio di Messina. In questo s'accordan con esso Gio. Villani, e la Cron. della cospirazione, loc. cit., pag. 266.
A me è parso, quanto al tempo, seguir Neocastro e Speciale, sì per esser nazionali, e sì perchè non è probabile che i Messinesi quando furono assediati da tanto esercito, volessero o potessero mandar gente alla difesa di Milazzo.
I documenti che è venuto fatto di trovare ai tempi presenti, aggiungono molta fede all'autorità del Neocastro e dello Speciale, attestando irrefragabilmente molti particolari riferiti da loro. Tale il riscatto di Arrigo Rosso, di cui il Neocastro. Si ritrae dal diploma ch'io pubblico nel docum. XII, e da un altro dato di Avellino il 26 marzo 1284, che al par di moltissimi altri citerò senza pubblicarlo, per non raddoppiar la mole di questo libro, che non è codice diplomatico. La somma di tal diploma del 26 marzo, tratto come il primo dal r. archivio di Napoli, reg. 1283, A. fog. 125, a t. è questa: «per misericordia» abbiam liberato Arrigo Rosso da Messina, preso nel conflitto di Milazzo: egli ha domandato quetanza dall'amministrazione della Segrezia di Calabria che un tempo maneggiò, ed ha offerto a ciò mille once: accettiamo il danaro, e accordiam la quetanza.
Ma notisi che l'ordine della liberazione è dato il 29 marzo, e la quetanza per le mille once il 26, nella quale si dice, per salvar le apparenze, essersi già messo in libertà il prigioniero. Il ripiego fu trovato naturalmente perchè non volea confessarsi riscatto per un cittadino non preso, come credeano gli angioini, in giusta guerra, ma ribelle colto con le armi alla mano.
[16] Bart. de Neocastro, cap. 36 e 37.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5.
[17] Diploma del 15 agosto 1282, in Gallo, Annali di Messina, tom.II, pag. 131.
Diploma del ….. 1282, nei Mss. della Bibl. com. di Palermo, Q. q.H. 4, fog. 117.
Si ritrae che questo nobil uomo era stato nel 1274 giustiziere in Principato e terra Beneventana, da un diploma di agosto 1274, pubblicato dal sacerdote Buscemi nella vita di Giovanni di Procida, docum. 4, sopra una copia ms. della Bibl. com. di Palermo, cavata dal r. archivio di Napoli; nella quale è l'errore:Alaymo de Lentini militi Justitiario Principatus et Terræ Laborisin vece diTerre Beneventane, come dice l'originale, ch'io ho riscontrato nel registro segnato 1273, A, fog. 267 a t.
In un altro diploma del r. archivio di Napoli, reg. segnato 1270, B, fog. 9, a t. in data del 29 ottobre 1279, per alcune prestazioni alla chiesa di Messina, si legge al margine:Alaymo de Lentini et sociis secretis Sicilie. Donde si conferma che Alaimo era nobile uomo, adoperato ne' maggiori ufici dello stato, e ricco da prender in affitto quel della Segrezia. Un altro diploma del penultimo febbraio 1278, r. archivio di Napoli, reg. 1268, A, fog. 141, è indirizzato a Giovanni di Lentini milite, consigliere e famigliare del re: e questo Giovanni si vede portulano e procuratore di Sicilia in molti altri diplomi dello stesso anno 1278, reg. citato, fog. 96, 137, 138, ec.
[18] Bart. de Neocastro, cap. 38.
Gli Annali di Genova, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, portan lo sbarco a 3 agosto, forse confondendolo col cominciamento degli assalti.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 65, seguendo Giachetto Malespini, cap. 211, dice a 6 luglio.
Saba Malaspina, cont., nota come le ciurme si dessero a mangiar le uve già mezzo mature per la bella esposizione del luogo; il che ne' primi di luglio non potea certo avvenire.
E ciò sempre più mi conferma della poca fede che meritino ilVillani e i suoi guidatori, o seguaci in queste istorie delvespro.
D'Esclot, cap. 82, dice senza data lo sbarco aSanta Maria deRocha-Mador.
[19] Bart. de Neocastro, cap. 38.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 5 e 7.
Saba Malaspina, cont., pag. 368 e 369.
D'Esclot, cap. 82.
Il Neocastro dice, che in questa torricella si ascondeva unpantaleone. Forse era nome proprio di quelli che si davano alle macchine, come oggidì alle navi e alle campane. D'Esclot, cap. 42, e Buchon, nota, pag. 597, ed. 1840.
[20] Ribaldi si diceano i saccomanni, o i soldati più vili. Questa voce appunto in sua latinità adopra lo Speciale.
[21] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 6.
Saba Malaspina, cont., pag. 369-70.
Giachetto Malespini, cap. 211.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 68.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 268.
Fra Tolomeo da Lucca, Hist. Ecc., lib. 21, cap. 6, in Muratori, R.I. S., tom. XI.
[22] Bart. de Neocastro, cap. 39. Si noti che qui e in altri luoghi io talvolta riporto le parole medesime dello storico contemporaneo, là dove mi sembrano più vivaci.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 68.
[23] Bart. de Neocastro, cap. 40.
Rocco Pirri, Sicilia Sacra, tom. I, pag. 407.
[24] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 7.
Saba Malaspina, cont., pag. 372.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 6º.
Giachetto Malespini, cap. 211; i quali due trascrivono ilprincipio della canzone:
Deh com'egli è gran pietateDelle donne di Messina,Veggendole scapigliatePortando pietre e calcina.Iddio gli dea briga e travagliaA chi Messina vuol guastare, ec.
Bart. de Neocastro, cap. 42, narrando un assalto dato alla città,fa menzione degli stessi particolari.
Gli aiuti delle altre città confermansi da un diploma del 15 agosto 1282, in Gallo, Annali di Messina, tom. II, pag. 131, nel quale si legge il titolo:Tempore dominii sacrosanctae Romanae Ecclesiae, et felicis Communitatis Messanae anno primo. Nos Alaimus de Leontino, Miles, Capitaneus civitatum Messanae, Cataniae, et a Tusa usque ad Aguliam Augustae; consilium et comune praedictae civitates Messanae, etc.
Per questo fu accordata ai cittadini di Siracusa nel comune e distretto di Messina, la franchigia delle dogane, dritti di pesi e misure, e altre gravezze, in merito d'aver mandato giusta forza di cavalli e di fanti, nel presente assediodell'ingente esercitodi re Carlo, e d'aver tenuto fede a Messina.
[25] Bart. de Neocastro tien la prima di queste opinioni; Giachetto Malespini, seguito dal Villani e dalla Cron. an. sic., la seconda; Saba Malaspina, senza dir nè l'uno nè l'altro, porta il fatto della venuta del cardinale a Messina.
[26] Saba Malaspina, cont., pag. 371, scrivequidam Antropi cives archipopulares. Alla interpretazione dell'Antropiindarno mi sono affaticato. L'egregio mio amico G. Daita, professor di eloquenza in Palermo, giovane d'alto ingegno e molta perizia nelle lettere latine, pensa che con quella voce, che in greco suonauomo, Malaspina volesse significar filantropi, o veramente scaltri, bravi, uomini di tutta botta. Io aggiognerei che forse l'Antropi(che si vede così con la prima lettera maiuscola nel testo pubblicato dal di Gregorio) potrebbe essere nome proprio di qualche famiglia.
[27] Bart. de Neocastro, cap. 41.
Saba Malaspina, cont., pag 370-71.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 66 e 67.
Giachetto Malespini, cap. 211.
Cron. della cospirazione di Procida, pag. 267.
Nic. Speciale, lib. 5, cap. 9.
La risposta d'Alaimo, e le rampogne de' Messinesi al legato quando si ruppe il trattato, l'ho cavato in gran parte da Neocastro e da Malaspina.
[28] Gio. Villani, lib. 7, cap. 66.
[29] Nic. Speciale, lib. 5, cap. 9.
[30] Saba Malaspina, cont., pag. 371.
[31] Bart. de Neocastro, cap. 41.
Saba Malaspina, cont., pag. 371-72-73.
Di questo tempo v'hanno nel r. archivio di Napoli pochi diplomi, com'è ben naturale. Ne noterem tre, i quali se non ispargon molta luce su i fatti che narriamo, servono ad attestare la permanenza di re Carlo nel campo. L'uno è datoin castris in obsidione Messane, a 3 settembre undecima Ind. (1282) per armenti in terraferma; l'altro nello stesso luogo il 10 settembre per alcuni cavalieri mercenari, reg. segnato 1283, E, fog. 1 e 14. Ibid., a fog. 14 si legge un diploma più importante, con la stessa data del campo sotto Messina a 7 settembre. Carlo rifiutava tre galee di Marsiglia che voleano entrare ai suoi soldi, e diceva egli averne pur troppe. Su queste galee la principessa di Salerno sua nuora, era andata da Marsiglia fino alla riviera di Genova, ove sbarcò per venire a Napoli per terra col marito. Le galee erano andate anco a Napoli, e s'offrivano ai servigi del re.
[32] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 14.
[33] Stromento da batter le mura, che terminavasi in un capo di gatto, come appo gli antichi l'ariete.
Chiamavasi anche gatto una fortissima tettoia mobile su ruote o altrimenti, di che coprivansi gli assalitori mentre percotean le mura. Era la tettoia di grosse travi a graticcio, coperta di assi, e foderata di cuoio, e talvolta anche sormontata di uno strato di terra, da scemare e sostener l'urto di ciò che gettasser d'in su i muri gli assediati. Vedi d'Esclot, cap. 161 e seg., e Bartolomeo de Neocastro, cap. 110, che ne fanno menzione, l'uno nell'assedio di Girona, l'altro in quel d'Agosta.
[34] Torricciuole di legno mobili su ruote interiori. In cima v'era congegnata una lunga trave, che serviva di ponte agli assalitori, calandosi sul muro quand'era approcciata la torricella. Questa così somigliava a una cicogna che stenda il lungo collo; e propriamente si chiamava cicogna o telone la trave. Veg. Niccolò Speciale, lib. 3, cap. 22, nell'assedio del Castel d'Aci.
[35] Bartolomeo de Neocastro dicemaestro. Questo vocabolo aggiunto a titoli d'uficio era dignità: maestro giustiziere, maestro de' conti; aggiunto ad arte avea il significato che oggi conserva in Italia. Ma par che ai soli dottori in medicina o altra scienza si dicesse assolutamente maestro, in titolo d'onore: di che, per lasciar le tante memorie pubblicate e notissime de' secoli XIII e XIV, citerò solo le numerose cedole reali ad avvocati, medici, e cerusici, chiamati tutti assolutamentemagister, ch'è appuntoil dottore o professored'oggidì.
[36] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 14.
Bart. de Neocastro, cap. 42.
[37] Bart. de Neocastro, cap. 43.
Cagione della debolezza del governo preso nella rivoluzione. Si pensa a Pier d'Aragona. Sua partenza di Catalogna per Affrica; fatti militari; ambasceria a Roma. Parlamento in Palermo, che sceglie Pietro a re. Com'ei guadagna gli animi de' suoi, e accetta la corona. Viene a Trapani. È gridato re in Palermo. Disposizioni per soccorrer Messina; oratori di Pietro a Carlo; ultimi fatti d'arme nell'assedio. Carlo sen ritrae con perdita e onta. Giugno a settembre 1282.
Degno argomento è di considerazione come venendo re Carlo sopra la Sicilia, debolmente qui si reggesse lo stato, poco appresso rivoluzione sì violenta, e mentre le municipalità vigorosamente operavano. Perciocchè in queste gli uomini, vedendosi in viso, s'intendean tra loro molto vivamente ne' bisogni comuni; e i capitani e i consigli di popolo lor forze drizzavano a pronti fatti. Ma nella nazione, i parlamenti gridando il nome della Chiesa s'eran rimasti dal creare una signoria, o, come oggidì suona, potere esecutivo; e indi mancava nel maggior uopo la virtù del comando. Non ebbela il parlamento, perchè non si fe' permanente; e perchè d'altronde la riputazion dello stato, passando in questo tempo dai popolani ne' nobili, nell'atto del mutamento non era forte in alcuno. Dapprima, il dicemmo, tutto fu brio di repubblica, e ordini democratici. Poi, dileguandosi quella spinta, la parte baronale preponderò, per l'avvantaggio delle sostanze, e le consuetudini degli uomini; e perchè all'ostil contegno di Roma, agli armamenti di re Carlo, il popolo non pensò più a tenere il governo dello stato, ma soltanto a fuggir l'empio giogo; onde affidossi a coloro che sopra ogni altro parean savi e possenti. Perciò al primo capitan di Messina succedea Alaimo, e chiamavanlo allo stesso uficio tutte le terre per gran tratto delle costiere di settentrione {173} e levante; perciò Macalda, moglie d'Alaimo, ne tenea le veci in Catania[1]; perciò se nei primi parlamenti leggiam solo di sindichi e capitani di popolo, vanta Speciale in cotesti successivi la frequenza degli adunati nobili e savi personaggi[2]. La quale mutazione condusse a un'altra maggiore. Degli ottimati, alcuni per le pratiche anteriori tenean forse a Pietro: riconosceano i più il dritto della Costanza: tutti la monarchia più che la repubblica amavano; nè vedeano in tanto pericolo altro migliore partito che ubbidire ad un solo. A chiamarlo intesero dunque; e in ciò affidati si rimaser da tutt'altro generoso imprendimento, mentre Messina fortuneggiava, e con lei la comun libertà. Solo con le forze che vi s'eran chiuse, e con quegli spessi ardimenti di trafugarvi armati e vivanda[3], soccorreanla, chè tenesse contro l'esercito nemico infino all'avvenimento del re d'Aragona.
Questi diversi umori de' popolani e de' nobili, questo mutamento dello stato da' primi ne' secondi, richiedendo e tempo e opportune circostanze al pien loro effetto, ne seguì che irresoluti e divisi ondeggiarono i Siciliani a lungo sul partito di chiamar l'Aragonese. Le pratiche s'incominciaron private ed occulte da' partigiani, non in modo pubblico dalle città. Indi vaghe notizie abbiamo del primo appicco di quelle; che i diversi scrittori diversamente narrano, perchè pochi potean saperne, o amavano a dirne il vero[4]. Ma certo e' pare che Pietro dopo la rivoluzione caldamente {174} si fece a brigar qui coi suoi partigiani per usarla a suo pro; e ch'ei della Sicilia avea brama assai più ardente, che non la Sicilia di lui.
S'armava e tacea tuttavolta il re d'Aragona, quando l'isola si sollevò; restando sepolti per sempre in quel cupo animo i primitivi disegni; che tal non sembra la finta guerra d'Affrica, perch'ei non avrebbe operato da savio a tacerla sì pertinace al papa e a re Filippo, con certezza di fomentare i sospetti. Ritraesi inoltre, che segretissime pratiche avesse ei tenuto col principe di Costantina; il quale minacciato dal re di Tunisi, gittavasi a implorar cristiani aiuti, e a Pietro[5], profferia riconoscerlo per signore, e aprirgli la via a larghi acquisti in Affrica, dove alle armi d'Aragona si sarebber voltati i moltissimi cristiani che a' soldi di Tunisi militavano[6]. Sia dunque che Pietro tentasse doppio gioco, d'Affrica e di Sicilia, o che macchinasse quella impresa come scala a quest'altra, cominciò a scoprirsi alquanto con mandare un oratore a chieder al papa aiuti per guerra contro Saraceni: a che non rispondendo Martino[7], l'Aragonese in fin di primavera, {175} quando gli erano pervenuti senza dubbio gli avvisi de' fatti di Sicilia, affrettò ogni suo apparecchiamento alla guerra. L'opra d'un mese, dice Montaner, in otto dì fornivasi sotto gli occhi del re. Adunossi picciola forza di cavalli, e molta di eletti fanti leggieri[8]: la più parte dell'oste si trovò a porto Fangos presso Tortosa il dì venti maggio[9]: e allor Pietro con estrema cura ogni cosa ordinò all'assetto della regia casa e del regno. Accelera il matrimonio d'Alfonso suo con Eleonora figliuola d'Eduardo I d'Inghilterra; deputando i vescovi di Tarragona e di Valenza a dare per lui il paterno assentimento[10]. Destina a reggenti dello stato il medesimo Alfonso e la regina Costanza. Fa testamento, con istituire Alfonso erede de' reami d'Aragona e Valenza e del contado di Barcellona: e leggiamo ancora che di presente ne cedea la sovranità al figliuolo, chiamando in gran segreto testimoni alla rinunzia, Pietro Queralto, Gilaberto de Cruyllas, Giovanni di Procida, Blasco Perez de Azlor, e Bernardo de Mopahon; atto consigliato da antiveggenza dì ciò che avrebbe fatto contro di lui la corte di Roma, o piuttosto finto dopo la deposizione, per eluderla nelle forme, e mostrar ceduta la corona al figliuolo, innanzi che il papa si avvisasse strapparla al padre[11]. Il tre giugno {176} infine[12], accomiatatosi dalla reina, e benedetti con molta tenerezza i figliuoli, salpa con l'armata: ed era tuttavia {177} segreta l'impresa. Discosto che fu venti miglia, l'ammiraglio percorrendo sur un battello tutte le navi, fè volgere a porto Maone; diè ad ogni capitano un plico suggellato da aprirsi poi all'uscir da quel porto. Stettervi pochi dì finché, avuti avvisi da Costantina, Pietro comandò di far vela: e allora l'almossariffo di Minorca, saracino e minacciato sempre dalle armi d'Aragona, appostosi al vero disegno dal corso delle navi e altri indizi, ne mandò avviso in Affrica per una saettia, che passò inosservata oltre la flotta catalana[13]. Arrivò questa il ventotto di giugno[14], con dieci o dodici migliaia tra fanti e cavalli[15], al porto di Collo[16] nella provincia di Costantina. {178}
Trovò Pietro mutata quivi ogni cosa per l'annunzio precorso, o loquacità del Saraceno alleato, o tradimento altrui. Abbandonato era in Collo il porto, e la città: e da mercatanti pisani seppe indi a poco, ucciso il signore, e Costantina in man dei nemici: ma quanto più perduta parea l'impresa, tanto più per grand'osare e gran vedere ei rifulse innanti i Catalani, e con la gloria si cattivò quegli indipendenti animi. Al veder solinga e muta la spiaggia, il soldato temea frode de' barbari; esitava fino al predare; e negava entrar nella terra, se non era pel re. Tutto solo con un compagno si fa egli alle porte; smonta di cavallo, mette l'orecchio a fior di terreno per coglier qualche leggiero rimbombo: e fatto certo che persona viva non v'ha, rassicurando i suoi, entra egli primo. Solo indi, o con pochi, cavalcava a riconoscere il paese; con pronte arti rafforzava il campo; guardava i passi; spiava ogni movimento dei nemici: e venendosi alle mani, tra i più feroci quasi temerario pugnava. Le geste non ci faremo a narrare, scorgendone le memorie maravigliose tutte, e diverse tra loro; perchè gli ambasciadori mandati al papa, o i soldati che raccontaronle o scrisserle, ingrandian favoleggiando le migliaia di migliaia di barbari; gli spaventevoli scontri; il macello; la virtù dei fedeli; i memorabili fatti de' baroni dell'oste. La somma è, che da religione e abborrimento di violenza straniera, le torme de' cavalli arabi piombaron su i Catalani, che li avanzavano d'arte e d'animo e li respinser indi con molta uccisione. Ma non bastavan essi nè ad espugnar Costantina, nè ad innoltrarsi altrimenti nel nimico paese[17]. {179}
Dopo questi fatti d'arme, nuov'arte, suggerita da Loria e dagli altri usciti italiani, divisava il re ad aggirar le genti sue; e insieme tener a bada il papa, che non vibrasse anzi tempo i suoi colpi; onestare appo gli altri potentati la meditata impresa; vincer le ultime dubbiezze in Sicilia. Chiamati i principali dello esercito, di loro assentimento inviò al papa con due galee Guglielmo di Castelnuovo e Pietro Queralto, che sponessero la sconfitta degli infedeli, e chiedessero i favori soliti in tali guerre: legato apostolico; bando della croce; protezion della Chiesa sulle terre del re e de' suoi in Ispagna; e le decime ecclesiastiche, raccolte già e serbate. Queste grazie, ei pensava, consentite renderebbel sì forte da potersi scoprir senza pericolo, negate darebber pretesto a volgersi ad altra impresa[18]. Ma gli oratori navigando d'Affrica a Montefiascone, ove papa Martino fuggiva il caldo della state, o i romori già surti in Italia contro parte guelfa[19], approdarono, come se sforzati da' venti, in Palermo; mentre i baroni e i sindichi delle città ragunati a parlamento, in gravissima cura si travagliavano[20].
Nella chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, bel monumento de' tempi normanni, ch'or addimandasi della Martorana, sedeva il parlamento costernato e ansioso per {180} l'assedio di Messina, trovando scarsi tutti i partiti, e dall'uno correndo all'altro, com'avviene negli estremi pericoli. E parlava alcun già da disperato di fuggir dalla misera patria, quando il Queralto, testè arrivato, appresentossi in parlamento a mostrare una via di salvezza: chiamassero al regno Pier d'Aragona, principe di gran mente, di gran valore, vicino con gente agguerrita, spalleggiato da indisputabili dritti alla corona. Messo questo partito dunque tra i consapevoli e gli sbigottiti, d'un subito fu vinto; deliberandosi d'offrire a Pietro la corona, a patto ch'osservasse tutte leggi, franchige, e costumi del tempo di Guglielmo il Buono, e soccorresse la Sicilia con le sue forze fino a scacciarne i nimici[21]: del quale messaggio mandavansi apportatori in Affrica con lettere e pien mandato di tutte le siciliane città, Niccolò Coppola da Palermo e Pain Porcella catalano[22]. Bartolomeo de Neocastro aggiugne {181} fede alle sollecitazioni del re d'Aragona e alle disposizioni degli animi nel parlamento, col narrar semplicemente[23], che Giovanni Guercio cavaliere, il giudice Francesco Longobardo professor di dritto, e il giudice Rinaldo de' Limogi, inviati già prima da Messina a Palermo per trattar la chiamata di Pietro, avvenutisi in Palermo con gli oratori del re, speditamente il negozio ultimavano. Mentr'ei così scrive, il semplice Anonimo porta il Queralto approdato per caso in Palermo; e il cortigiano Speciale o favoleggia o simboleggia d'un vecchio ispirato, fattosi di repente nel costernato parlamento ad arringare. Ma niuno non vede che nè fortuito caso fu, nè miracolo questo meditato colpo di scena, sviluppo delle pratiche de' nostri ottimati con re Pietro. Se tramaron essi fin dai tempi di Niccolò III, se v'ha parte di vero ne' maneggi del Procida in Sicilia, trionfava in questo parlamento, non già nel vespro, l'antica congiura.
Giunti Castelnuovo e Queralto a Montefiascone, lietamente li udì il papa; per vero credendo rivolto addosso a' Mori quel sospettato armamento del re; ma non assentia di leggieri le inchieste, avvolgendosi negli indugi della romana curia; e dicea le decime ecclesiastiche servire a' soli luoghi santi, non a tutta guerra contro Saracini: tanto che gli ambasciadori, sdegnati o infingendosi, tolto commiato appena, tornavansi in Affrica[24], ammoniti forse da cardinali nimici a parte francese, che Pietro nulla sperasse da papa Martino, ma pensasse egli a' suoi fatti[25]. E in Affrica già aveano gli oratori siciliani con accomodate parole {182} offerto a Pietro il trono[26]; ed ei sceneggiando avea replicato: gradire questa lealtà al sangue svevo: stargli a cuore la Sicilia: pure gli desser tempo a risolversi su partito sì grave. Rappresental tosto, dissimulando quel suo ardentissimo desiderio, agli adunati baroni e notabili dello esercito; tra' quali chi consigliava l'andata al bello e facile acquisto, e chi dissuadeala, mostrando: provocherebbe sul reame d'Aragona l'ira del papa, le armi di Francia; per ambizione di novella corona metterebbesi a repentaglio l'antica; essere Carlo potente troppo; e le genti di Aragona use a battagliar co' Mori, non contro cavalleria sì forte; rifinite chieder la patria e il riposo; ripugnare a una aggression sopra cristiani: e d'altronde come prenderebbesi guerra sì grande senza la sovrana autorità delle corti di Catalogna e Aragona? A quegli ostacoli tacque parecchi dì Pietro, nè fiatò perchè molti, senza tor pure commiato, facean ritorno in patria[27]: ma lavorando occulto, prese a poco a poco gli animi de' principali dell'oste. Quando ne fu sicurato, rispondeva agli oratori di Sicilia: accettar la corona secondo gli ordini del buon Guglielmo, e promettere la difesa[28]; scrivea al re d'Inghilterra, e forse {183} anco ad altri potentati, lasciare pe' nieghi del papa la guerra sopra infedeli, e chiamato in questo dalle città di Sicilia, andarvi a rivendicare i dritti della Costanza e dei suoi figli[29]. Risolutamente poi comanda la partenza, con ciò che libero sia ciascuno a rimanersi; che se i compagni d'arme l'abbandonino, ei solo andrà. Per queste arti, seguito da' più, con ventidue galee, una nave, e altri legni minori, e poche forze di terra diè ai venti le vele[30].
Il dì penultimo d'agosto, dopo cinque di viaggio, prese terra a Trapani, con giubilo grande del popolo, e maggiore de' nobili, affaccendati a gara nelle cerimonie della corte che quel dì risorgeano in Sicilia: e baroni montarono sulla nave del re, lo addussero a città, resser su quattro lance il pallio di seta e d'oro sotto il quale egli incedeva; e fu più lieto chi tenne le redini del destriero; gli altri a piè seguianlo, e con essi giovanetti e donzelle, danzando e cantando al suon di stromenti; il popolo a gran voce: «Benvenuto, gridava, il suo re, mandato dal Cielo a liberarlo dall'atroce nemico.» In queste prime allegrezze Palmiero Abate il presenta di ricchi doni, e largamente dispensa grano alle soldatesche. Pietro cavalcò il quattro settembre alla volta della capitale: mandovvi con l'armata e le bagaglie Ramondo Marquet. E quivi a maggiori dimostrazioni s'abbandonò il popolo, più frequente, e stato primo nella rivoluzione, onde peggiore aspettavasi la vendetta angioina. Per ben sei miglia si fece incontro al principe, il menò a trionfo, e all'entrare in città sì forte surse {184} il plauso della moltitudine, il grido de' soldati, e lo squillo delle trombe, che rintronò, scrive Saba Malaspina, fin a Morreale, città a quattro miglia in sul poggio a libeccio di Palermo. Con tal gioia andò Pietro in palagio; ebber le sue genti larga ospitalità per le case de' cittadini[31].
Ma da' festeggiamenti, le luminarie, le ferie de' lavorieri, e i presenti di danaro, che Montaner dice ricusati dal re, si venne a solennità più augusta. Al terzo dì, scrive d'Esclot, adunavasi in Palermo il parlamento de' baroni, cavalieri, e rappresentanti delle città e ville. Ai quali Pietro domandava, se per vero deliberato avessero la profferta della corona fattagli in Affrica dagli ambasciadori: e un cavaliero rispondea di sì; e poichè tutto il parlamento a una voce l'assentì: «Degnisi ora il re, ripigliava quel cavaliero, accordar le franchige de' tempi del buon re Guglielmo, e lascerà memoria di sè gratissima, eterna, e cattiverà i Siciliani a ogni voler suo.» Pietro accordolle; e ne promesse i diplomi. Allora tutti i parlamentari levandosi in piè, gli giuravano fedeltà; un gran banchetto imbandivasi al re e a' cavalieri[32]. Ma non credo vero, com'altri scrive, che indi si cingesse a Pietro la corona {185} dei re di Sicilia, e che tal cerimonia fornisse il vescovo di Cefalù[33]. Allora a nome della Sicilia indirizzossi al papa un {186} altro nobile scritto, più misurato della prima rimostranza; come portava il novello governo regio e baronale. In esso, replicate a lungo le enormezze della tirannide straniera, toccossi della signoria profferta dopo il vespro al sommo pontefice, e ricusata; onde la nazione s'era volta ad altro principe; e il sommo Iddio, in luogo del vicario di san Pietro, un altro Pietro, scherza così lo scritto, aveale mandato. Con ciò ricordarono a Martino severamente, ch'ei francese, sulla cattedra dell'apostolo dovea ascoltare la verità, non le passioni di parte; nè a dritta piegar nè a manca; nè proceder contro i Siciliani sì tempestosamente[34]. {187}
Ristretti in questo mezzo col re i più intinti nella rivoluzione, e tutti gli esuli del regno di Puglia, affollantisi pieni di speranza alla nuova corte, deliberavan sulle fazioni da imprendere contro il nemico[35]. Del che eran tanto più solleciti, quanto ne' privati ragionari si mormorava già la trista sembianza della gente catalana; male in arnese; lacera e abbronzata ne' travagli d'Affrica; ondechè i nostri poc'aiuto la estimaron dapprima contro i cavalier francesi, nè se ne sgannarono che ai fatti[36]. E però avvisatisi di far assegnamento sulle lor sole braccia, e su' militari consigli del re, ansiosamente chiedeano i Siciliani d'esser condotti a Messina; che a tutti tardava liberar la generosa città[37]. Pietro usando questo ardore, allor mandò intorno la grida: che tutt'uomo da' quindici anni a' sessanta si trovasse in Palermo entro un mese, armato, e con vivanda per trenta dì[38]. Ed ei con molta prestezza con le milizie più spedite mosse per la strada di Nicosia e Randazzo; seguendolo, ciascuna come potea, le altre schiere che s'ivano adunando: e fece veleggiare il navilio alla volta del Faro. Manifesto disegno era dunque affamar Carlo nel campo, tagliandogli per mare le comunicazioni con la Calabria, e su pei monti ogni via a foraggiare nell'isola; il qual consiglio appone a Giovanni di Procida chi il fa protagonista della tragedia del vespro. Con certezza istorica si sa che Pietro, disposte così le forze, bandiva solennemente la guerra; e a Carlo a quest'effetto spacciava Pietro Queralto, Ruy Ximenes de {188} Luna, e Guglielmo Aymerich, giudice di Barcellona, con giusta scorta d'armati[39].
Per due frati carmelitani domandaron costoro salvocondotto a re Carlo[40]; il quale sognando potere in brev'ora parlar da vincitore, ai frati rispondea darebbelo a capo a due dì; e comandava quel generale assalto del quattordici settembre, che gli tornò sì funesto. Al secondo dì dalla battaglia, ancorchè giacesse in letto, tutto rappigliato, spossato, affranto, arso d'infermità e peggio di rabbia[41], assentì a veder gli ambasciatori, che già venuti al campo, e cortesemente raccolti con grossiera ospitalità, sotto guardia strettissima aspettavano[42]. Ammesso Queralto dinanzi al re sedente in letto su ricchissimi drappi di seta, presentò le credenziali; e Carlo a lui, troncando le cerimonie: «Alla buon ora di' su;» e datagli un'altra lettera di Pietro, senza guardarla, gittavala sulle coltri; ardea tutto d'impazienza {189} aspettando il dir del Catalano. Perciò questi brevemente si fe' ad esporre l'ambasciata del suo signore, richiedente il conte d'Angiò e di Provenza che lasciasse la terra di Sicilia, a torto occupata, atrocemente manomessa, in cui aiuto il re d'Aragona s'era mosso come signor naturale, pel diritto dei suoi figliuoli. A queste parole, i brividi della febbre preser l'antico monarca; convulso ammutolì. Poi rosicando il bastone, com'ei solea per soperchio furore, interrotto e minaccioso rispondea: non esser la Sicilia nè sua, nè di Pietro d'Aragona, ma della santa romana Chiesa; ei difendeala, e saprebbe far pentire il temerario occupatore. Queste ed altre superbissime parole, secondo altri cronisti, scrisse a Pietro[43]. E intanto per far sembiante di non curare, o per ingannar loro e i Messinesi, lasciò {190} andar alla città gli ambasciadori stessi a profferir tregua d'otto dì. Fu vano, perch'Alaimo non conoscendo i legati, {191} li ributtava; ond'eglino tornavano al campo francese, ed eranvi senza risposta intrattenuti finchè il campo si levò. {192} I Messinesi poi, che non avean creduto a Queralto l'avvenimento del re d'Aragona[44], n'ebber certezza entro pochi dì per Niccolò de' Palizzi messinese e Andrea di Procida, entrambi nobili usciti, mandati dal re in lor soccorso con cinquecento balestrieri delle isole Baleari. Costoro, valicati {193} per tragetti e alpestri sentieri i monti a ridosso alla città, da quella banda non istretta per anco da' nemici, di notte appresentaronsi alla Capperrina; e riconosciuti i condottieri, e con grande allegrezza raccolti, spiegavan su i muri lo stendardo reale d'Aragona[45].
Già fin dal primo arrivo degli ambasciadori, teneano i nemici novello consiglio, a disputare non più dell'assalto o blocco della città, ma della lor propria salvezza. Perciocchè sapendo per sicura spia uscite dal porto di Palermo molte galee sottili armate di Catalani e Siciliani, Arrighin de' Mari, ammiraglio di Carlo, rimostravagli vivamente non potersi difendere; in tre dì sarebbegli addosso il nemico ad affondare e bruciare i trasporti[46]. Quant'aspro il caso, apparvero diverse allora le menti. Affrontar la flotta ad un tempo, e correr sopra il re d'Aragona: accamparsi in alcun forte sito presso la città co' balestrieri mercenari, accomiatando le milizie feudali: prender pria de' nemici i passi de' monti: star all'assedio tuttavia con l'esercito intero, finchè consumasser la vivanda, che n'avean anco per due mesi; tra disegni sì fatti vagavano i parlatori più feroci. Pandolfo conte d'Acerra, e molti con lui, mostran all'incontro dileguata ogni speranza di ridur la città con quell'esercito scoraggiato, stracco, assottigliato per morbi {194} e partenza di gran gente ch'avea fornito il servigio feudale: ma le genti nemiche inanimirsi, ingrossare per la riputazion del re d'Aragona: ben costui saprebbe adoprare i Siciliani su le montagne: e il mare, il mare tra le autunnali tempeste il terrebbero i nimici, padroni di sicurissimo porto: romperebbero i legni napoletani su quelle aperte spiagge: e intanto chi raffrenerebbe Reggio, invasa già dagli umori della ribellione? E come ritrarsi poi se la estrema Calabria tumultuasse? Esausta aggiugnean la Calabria di viveri: il paese intorno Messina, fatto da loro stessi un deserto: per fame e avvisaglie perirebbe l'esercito, assediato alla sua volta tra 'l mare, i monti, e quella indomabile Messina. Per tali ragioni, dietro dibatter lungo, deliberossi il ritorno[47]; ma per allora si tacque.
E Carlo sfogò il dispetto con atti disperati ed assurdi. Sguinzaglia i suoi a un ultimo sterminio delle campagne; che cadde su i luoghi sacri, poich'altro non rimaneva men guasto; e andò sì oltre, che fin le colonne e le travi strascinarono al campo; e nel monistero di nostra Donna delle Scale spogliarono gli altari, e ruppero e contaminarono ogni cosa. Poi il re saltando all'estremo opposto, offre ai Messinesi di rimetter tutte lor colpe, consentir tutte inchieste, sol che tornino sotto il suo nome: ed essi con onta e scherno rifiutano[48]. I tradimenti anco tentò, praticando col giudice Arrigo de Parisio, il notaio Simone del {195} Tempio, Giovanni Schaldapidochu, e un Romano, che di furto mettesser in città le sue genti; i quali furono scoperti e puniti nel capo. L'insospettito popolo di Messina allora, tumultuando chiamava al supplizio Federigo di Falcone, che forse avea consigliato la resa, brontolando «il mal fatto ne basti;» e minacciava anco Baldovin Mussone, il deposto capitano, che intendendo la venuta di Pietro, occultamente era uscito dalla città per andarne al re; ma i contadini di Monforte, credendol indettato coi nemici, l'avean preso e condotto a Messina. Alaimo salvò entrambi, imprigionandoli nel castel di Matagrifone[49].
Soprastato in questi vani pensieri alcun dì, intese Carlo con maggiore rammarico l'esser della città da un Morello, ch'uscito in sembianza di paltoniere, e preso da' soldati, affermava il tenacissimo proponimento alla difesa; e aggiugnea sue favole di sterminate provvedigioni di vittuaglie; bande novellamente scritte; disegni contro la vita del re, imminenti, atroci, ordinati con cinquecento cavalieri spagnuoli e duemila pedoni messinesi, che giurato avvessero al comune d'irrompere disperatamente nelle regie tende in una improvvisa sortita de' cittadini, nella quale il grido di guerra sarebbe «al campo, al campo[50].» Fosse arte o caso, questo dir del prigione che parve cominciato ad avverarsi in pochi giorni, diede la pinta al re; il quale ripugnando a partirsi, aspettava e differiva.
A toglier ch'altri stuoli entrassero in città sull'orme di Palizzi e d'Andrea Procida, il dì ventiquattro settembre re Carlo avea fatto occupare il palagio dell'arcivescovo, poco lungi dalle mura. Un de' suoi più fidati mandovvi con dugento soldati, che muniti di steccato e fosso nello edifizio per sè fortissimo, teneano il passo della via di Sant'Agostino a ponente della città. Ma Alaimo incontanente divisa {196} un bel colpo. Di suo comando, Leucio e altri condottieri arrisicatissimi, in gran segreto con iscelte bande di giovani, usciti a notte da Messina, per vie diverse giungono intorno al palagio; e tre da tre lati si appressarono; Leucio dall'altra banda, tenutosi indietro, in un uliveto imboscossi. Come il disco della luna spuntò dai monti di Calabria, ch'era il segno prefisso da Alaimo, i primi mettendo altissimo un grido «Cristo già vince,» dan dentro ferocemente ne' ripari; tagliano a pezzi il presidio; il capitano colto nel suo letto stesso, vergheggiano a morte. Quanti di lor mani fuggono all'uliveto, son dalle genti di Leucio ammazzati. E repente da' silenzi della città uno scoppio di voci «Al campo, al campo,» uno stormeggiar di campane, un dar nelle conche e nelle trombe, un percuotere caldaie e panche, rintronano orrendamente: schiuse le porte, accanite turbe prorompono. Sorse atroce scompiglio nell'oste. Senz'ascoltar comando o rampogna, mezz'ignudi fuggian qua e là per gli alloggiamenti; e chi ai poggi, e alla marina i più, sentendosi già sul collo il formidato re d'Aragona. Saltando dal sonno, Carlo corse gran tratto con gli altri al mare, percosso dal presagito grido: «Al campo, al campo;» finchè tornato a sè stesso, vergognando sostò, e si fece a racchetare il tumulto. Carichi di preda rientrano i Messinesi in città: e raggiornando, ostentano su per le mura il tronco braccio del capitano del ridotto, con villanie appellando Carlo coi suoi tutti che vengano a rimirarlo[51]. {197}
Allor Carlo non più soprattenne la levata dell'assedio, che divulgata non ostante il segreto, finì di rovinare i soldati; al segno che nè onta de' nimici li raccendea, nè per militare orgoglio almeno serbavan contegno. Al primo dì valicò la regina, venuta a questo campo come a teatro: e le macchine da guerra e' lavorieri fur traghettati, tanto o quanto posatamente. Ma imbarcatosi il re[52], nei due giorni appresso le altre genti si precipitarono al passaggio con tal pressa, e confusi ordini, e obblio di lor cose e di sè stessi, che rassembrava sconfitta. Un andare e tornar di vele per lo stretto, un abbaruffarsi intorno le barche, un bestemmiar gli avari marinai, e lor noli eccedenti il pregio delle cose; e abbandonati come portava il caso, per gli alloggiamenti, per la marina, cavalli disciolti o uccisi dai propri padroni, e arnesi, e robe, e botti di vini, legnami da macchine, grani, vittuaglie accatastati o mezzo arsi per pressa, attestavan la condizione di quel dianzi fioritissimo esercito. I nostri martellaronlo nella ritirata con impetuose sortite; talchè a protegger l'imbarco si costruì alla meglio un riparo, e ordinovvisi forte banda di cavalli sotto il conte di Borgogna. Con tutto ciò da cinquecento uomini furon trucidati, e salmeria grandissima di preda riportata in città[53]. Recarono tra le altre spoglie il padiglion grande {198} del comune di Firenze, nella cieca fuga mal difeso o gittato; e l'appendeano in voto nel maggior tempio[54].
Ebbe questo memorabil esito l'assedio di Messina. Tra le gare, fanciullesche sì ma parricide, onde la patria nostra cadde lacera e schiava, splende indivisa la gloria delle due maggiori città nella rivoluzione del vespro. Ne levò l'insegna Palermo; rapì seco la Sicilia intera al gran fatto: non assestato il reame per anco, e minacciato da tant'oste, Messina il salvò con quella eroica difesa. Indi la fama a celebrar di Messina il capitano, i cittadini, le donne; e di codeste animose e gentili cantava la rinascente musa d'Italia; e le altre siciliane spose e donzelle, come da ammirazione si fa, prendeano ad imitare il lusso di lor fogge e ornamenti; che dileguato il pericolo, ripigliossi ogni dilicato vivere tra i commerci, le industrie, le ricchezze della valente città[55]. Di stranieri non pugnavano per lei nello assedio che sessanta Spagnuoli: v'eran da cento Genovesi, Viniziani, Anconitani, Pisani[56]. Del resto nè cittadini esercitati all'arme pria dell'assedio, nè avea fortificazioni, se non che rovinose, e slegate tra loro[57]: onde in molte parti fu mestieri supplirvi con le barrate; e pressochè senz'avvantaggio di luogo molti affronti si combatterono. Diversa in vero da quella dei nostri dì, e men {199} dura agli oppugnati, l'arte degli assedi allor era; men destre e compatte che i nostri stanziali quelle antiche milizie; ma quant'arte di guerra fiorì in quei guerrieri tempi, l'avea esercitato, può dirsi fin da fanciullo, tra il sangue delle battaglie, il vincitor di Manfredi; sperimentati i suoi capitani; ferocissimi quegli oltramontani avventurieri; i soldati d'Italia nè inesperti in quella età nè inviliti. Provveduti di tutte macchine, obbedienti, ordinati, sommavano a un di presso a settantamila al cominciar dell'assedio: nè a tanto numero forse giugneano, presi tutti insieme d'ogni sesso coi poppanti e i decrepiti, quanti umani rinserrava la città. Per sessantaquattro giorni la campeggiò tanto esercito, venuto in sua baldanza, che copriva il mare; e tornossi sgomenato, mutilo, a fronte bassa, ingozzando oltraggi, poco men ch'a dirotta fuggendo. Altri dirà che nell'assedio della città, che ne' disegni della guerra contro l'isola, fallava in molte parti re Carlo; ma posto pur ciò, non son da supporre sì grossolani gli errori, nè che ei non sapesse ripararli: e certo è che molti assalti diede con tutte le forze di mare e di terra, ne' quali la virtù de' cittadini fu che il rispinse. A questa dunque si dia la vittoria dell'assedio. Alla vittoria di Messina, alle difficoltà de' monti e del mare, al cuor degli altri Siciliani, e alle forze ormai concentrate per la riputazione di Pietro si dia, che null'altro danno tornasse al rimanente dell'isola da tanta mole di guerra, e primo furor di vendetta[58].
[1] Bart. de Neocastro, cap. 43.
[2] Lib. 1, cap. 8 e 9.
[3] Questi aiuti, che il Neocastro dissimula un poco, sono accennati da Speciale, lib. 1, cap. 7 e 16.
[4] Non merita piena fede Bartolomeo de Neocastro, che le attribuisce (cap. 21) ai Palermitani, narrando come sbigottiti a veder nimico il papa, e Messina leale ancora a casa d'Angiò, deliberassero, persuasi da un Ugone Talach, di gittarsi in braccio all'Aragonese, con tanta prestezza, che Niccolò Coppola orator loro, sciogliea per Catalogna il dì 27 aprile. Il Neocastro incespa nel computo del tempo, con dir che giunto Niccolò in otto giorni alle Baleari, una fortuna di mare spingealo sulle spiagge d'Affrica; dove s'avvenne in re Pietro, che egli medesimo afferma partito di Spagna il 17 maggio, e per più autorevole testimonianza si sa approdato in Affrica il 28 giugno. Segue a intessere il suo racconto: che non volendo il re entrare in quella impresa senza intender l'animo dei Messinesi, rispondea manderebbe a ciò suoi fidati, ma nulla prometteva intanto. Così dà tempo e sembianze a questa pratica, a maggior vanto di Messina sua; senza pure accorgersi che Messina splendea di tanta gloria verace, da doversi sdegnar l'accattata.
Lo Speciale, il d'Esclot, il Montaner, e Saba Malaspina non parlan d'altro, che dell'ambasceria pubblica, della quale ora diremo.
I racconti del Villani, lib. 7, cap. 69, e della Cronaca anonima della cospirazione son sì lontani da tutte queste testimonianze istoriche, da nemmeno farsene parola. Essi non mancano di mandare orator dei Siciliani a Pietro il loro protagonista Giovanni di Procida.
[5] Saba Malaspina, cont., pag. 361.
Cron. S. Bert., in Martene e Durand, Thes. Nov. An., t. III, p. 762.
[6] Montaner, cap. 44.
D'Esclot cap. 77 e 78.
[7] Diploma di Pier d'Aragona del 19 (agosto?) 1282; Docum. VIII.
[8] D'Esclot, cap. 77 e 78.
Montaner, cap. 46, 4º.
[9] Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 13.
Veg. anche Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, nella MarcaHispanica del Baluzio.
[10] Diploma dato di Port Sangos o Fangos il 1 giugno 1282, in Rymer,atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 210.
[11] Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 19 e 20.
Parecchi documenti confermano l'esistenza di questa donazione segreta; lasciandoci sempre nel dubbio, se il re l'avesse fatto veramente in giugno 1282, o finto nel 1283. Sono essi:
1º. Un breve di Martino IV a Filippo l'Ardito, d'Orvieto 10 settembre 1283, negli archivi del reame di Francia, J. 714, 5. Il re avea mandato due ambasciatori per sapere se la concessione del regno d'Aragona ad uno de' suoi figliuoli, che allor si trattava, potesse incontrare ostacolo nella rinunzia di Pietro in favor d'Alfonso. Il papa rispondea che non s'era allegata questa eccezione, ma che in ogni modo egli e 'l collegio de' cardinali, la teneano come futilissima e di niun valore.
2º. Una rimostranza degli arcivescovi, vescovi e altri prelati, de' maestri de' Templari, Ospedalieri e altri ordini religiosi militari, de' conti, visconti, baroni, delle università di città e ville e di tutti i popoli infine de' reami d'Aragona e Valenza e della contea di Barcellona, indirizzata a papa Onorio IV, e a tutto il collegio de' cardinali, scritta in carta bombicina, con la nota d'essersi copiata inquatuor foliis papiri, e mandata alla corte romana; negli archivi del reame di Francia J. 588. 27. La nazione Aragonese e Catalana chiedea la rivocazione della concessione, che Martino ingannato avea fatto a favore di Carlo di Valois; e pregava il papa che non la sottomettesse alla dominazione francese, ma lasciasse pacificamente regnare Alfonso. Tolta la rettorica, le ragioni erano: che Giacomo il Conquistatore, con assentimento di Pietro suo figliuolo allora infermo, avea fatto donazione de' regni al nipote Alfonso: che il dì della coronazione di Pietro in Saragozza, tutti i baroni aveano giurato di ubbidire dopo la sua morte ad Alfonso: che Pietro, secondo gli usi di Spagna, donòinter vivosi suoi stati al figliuolo, e dichiarò che li terrebbe da lui in usufrutto durante la propria vita: che infine li avea lasciato per testamento al medesimo Alfonso: e che tutti questi atti erano antecedenti all'impresa di Sicilia, e a qualsiasi altra offesa che Pietro avesse recato alla santa sede. Sostenuto così il dritto perfetto d'Alfonso, si allega ch'egli non n'era punto decaduto, perchè non avea avuto alcuna parte all'impresa di Sicilia. S'aggiugne che la nazione anche ignorava questa impresa, e di buona fede credea preparato l'armamento contro i nemici del nome cristiano;maxime cum hoc idem Dominus P. (Petrus) aperte diceret se facturus, ac se hoc velle facere ipso facto probaret, dum ad partes Sarracenorum, cum decenti bellatorum societate se contulit, et pro debellandis inimicis fidei, romane Ecclesie auxilium postulavit.
3º. Finalmente si fa parola della donazione ad Alfonso nella bolla di Bonifazio VIII, data il 21 giugno 1295, per la quale furon resi a Giacomo i regni, come li tenea Pietro,antequam Ecclesiam offendisset in aliquo, et de predictis regnis et comitatus in quondam Alphonsum primogenitum ejus, donationem, ut dicitur, contulisset.Raynald, Ann. ecc., 1295.
[12] Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 19 e 20.
Per le date ho seguito, ancorchè non contemporaneo, questo autore, che potè correggerle compilando gli annali su i contemporanei e i diplomi.
[13] Montaner, cap. 49, 50.
D'Esclot, cap. 79, 80.
Surita, Ann. d'Aragona, lib. 4, cap. 19 e 20. Almossariffo era il titolo del feudatario, o principe saraceno di Minorca; forse da un vocabolo arabo che suonerebbe in italiano: nobile, esaltato, salito a dignità.
[14] Annali genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, e Geste dei conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit., i quali ho creduto seguire piuttosto che Neocastro, che porta la partenza di Spagna il 17 maggio, e Villani, lib. 7, cap. 69, il quale seguendo Giachetto Malespini, la differisce infino a luglio.
All'autorità degli Annali genovesi e del contemporaneo catalano per queste date, aggiungon fede il testè citato diploma del 1 giugno 1282, e il testamento di re Pietro, del quale è una copia tra i Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 1, fog. 119, dato di porto Fangos il 2 giugno.
[15] Gli Annali genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, dicono 10,000 fanti, 350 cavalli, 19 galee, 4 navi, ed 8 teride. Saba Malaspina, cont., pag. 364. allegando per questa impresa d'Affrica una relazione presentata al papa, porta 1,400 cavalli, e 8,000 fanti con le picche, oltre i balestrieri. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 69, dà a Pietro 50 galee, molti legni di carico, e 800 cavalli. Bartolomeo de Neocastro, ch'è sempre in sull'ingrandire, dice 900 cavalli, 30,000 fanti, 24 galee, 10 navi, e 10 vascelli a remi. D'Esclot 800 cavalli, 15,000 fanti, e 140 vele. Montaner 20,000 fanti, 8,000 balestrieri, oltre i cavalli, e 150 vele. A me è parso tenermi piuttosto agli Annali di Genova, ch'han maggiore autorità, s'accostano a d'Esclot, e portano il numero più credibile.
[16] Il nome di questa terra è storpiato diversamente ne' diversi ricordi de' tempi; de' quali un la dice Ancalle, uno Antola, altri Altoy; i più esatti Alcoyl o Alcolla, che è il giusto nome preceduto dall'articolo arabicoal.
[17] Saba Malaspina, cont., pag. 361 e 367.
Bart. de Neocastro, cap. 17.
D'Esclot, cap. 80, 83, 89.
Montaner, cap. 51, 53, 55, 85.
[18] Saba Malaspina, cont., pag. 375.
Montaner, cap. 52.
D'Esclot, cap. 84, 85.
Geste de' conti di Barcellona, cap. 28, loc. cit.
Diploma di Pier d'Aragona, in Rymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II, pag. 208.
Surita, lib. 4, cap. 21.
Il Montaner e il d'Esclot portan come sincera e schietta questa missione al papa.
[19] Saba Malaspina, cont., pag. 376.
[20] Anon. chron. sic., cap. 40.
Queste sollecitazioni a' Siciliani sono apposte a Pietro dal Nangis, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 539; e sì da papa Martino nel processo, che leggesi appo Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 21.
[21] Queste condizioni, taciute dagli altri, e pur necessarie, son riferite dal d'Esclot, cap. 90, 91.
[22] Anon. chron. sic., cap. 40.
Nic. Speciale, lib. 1, cap. 8 e 9.
Saba Malaspina, cont., pag. 373, 374.
Ann. genovesi, in Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576.
Pao. di Pietro, in Muratori, R. I. S., tom. XXVI, agg. pag. 37.
D'Esclot, cap. 87.
Montaner, cap. 54.
Giach. Malespini, cap. 212.
Gio. Villani, lib. 7, cap. 69.
Cron. della cospirazione di Procida, loc. cit., pag. 269. Questi tre ultimi, in loro errore, portano Giovanni di Procida ito ambasciador de' Siciliani a re Pietro.