CAPITOLO XII.

Allora nei consigli di Giacomo si tramò un colpo di stato. Portatosi in Palermo, ei dà segretissimo avviso ai Catalani de' vicini luoghi, fosser cavalieri, officiali del fisco, o fanti di presidio in castella, che tutti trovinsi a Trapani a tal dì; mandavi nove galee catalane delle quattordici di Marquet; vi sopraccorre egli stesso con buono stuol di cavalli; nè il fa intender che alcuni dì appresso ad Alaimo, il quale ripudiato dalla corte, per altra via andò a Trapani con Macalda. Ma un dì, quasi tornandolo in grazia, adunato il consiglio, Giacomo chiama inaspettatamente Alaimo[37]: e rivolto a lui, toccava i pericoli che si vedean sovrastare non ostanti le fresche vittorie; il padre non muoversi per lettera o messaggio a mandar grossi aiuti; non veder, {292} dicea, chi potesse svolgerlo, se non che Alaimo; salvasse egli la patria e la corona; andasse al re, sulle galee lì pronte a tornare in Catalogna: e finito il dir dell'infante, più efficaci di lui i consiglieri facean ressa ad Alaimo. Li comprese; non vide scampo il grande; li guardò in volto; e rispose che andrebbe. Lo stesso giorno dunque, che fu il diciannove novembre dell'ottantaquattro, entrò in nave; ebbe cruda tempesta a Favignana, sì che una galea ruppe a Levanzo; con le rimagnenti a Barcellona arrivò. Quivi tutto lieto in volto l'accoglie re Pietro; ascolta, loda, promette che faranno insieme ritorno in Sicilia: vezzi leonini, che nè Alaimo nè altri ingannarono[38].

Comandato avea senza dubbio Pietro medesimo questo rapimento d'Alaimo, in un con la dimostrazione di condannare il principe di Salerno, strettamente connessavi, com'anzi dicemmo, e dagli storici, per amor di parte o dubbiose notizie, narrata variamente sì, ma in modo da non dilungarsi gran tratto dal vero, e lasciarci vedere in fondo che fu artifizio per ritrovare i ligi della corte e i resistenti; per troncar tutte pratiche, spaventando e i nostri e i prigioni; per ridestar le antiche passioni del popolo a tanto strepito; e prepararsi lodi di longanimità con trattener la scure che sospendeasi sul capo al figliuol di re Carlo. E avea Alaimo, o in adunanza pubblica o in maneggi privati, contrastato questa condannagione del principe; il che forse fu cagion principale del suo precipizio[39]. Ma divulgato {293} questo in un baleno per tutta l'isola, con maraviglia e dolore dell'universale, caddene l'animo ai partigiani d'Alaimo, crebbe a que' della corte. Ond'ecco l'ammiraglio con la fama delle recenti imprese, seguito da una mano d'usciti del reame di Napoli, gittasi a sollevar la plebaglia di Messina, gridando tradimento contro i migliori che teneano per Alaimo. Rabbiosa e diversa, chiamando a morte i prigioni francesi, corre la canaglia alle case d'Alaimo, ove assai n'erano, e al palagio del re, che serravane cencinquanta sotto la guardia di venti soldati catalani: e qui seguia grand'esempio di virtù da una parte, di atrocità dall'altra, a mostrare a che estremi opposti portinsi gli uomini. Perchè i Catalani alla prima fecer testa; ma vedendosi sforzati, sciolgono i prigioni, e armatili alla meglio, lor dicono: «Insieme, per le vostre vite combatteremo,» e da finestre, da tetti, coi tegoli, con le armi ributtano gli assalitori, ancorchè ingrossati al romore. Allora gli usciti gridarono al fuoco; e mettean cataste intorno il palagio. {294} Soffocati dal fumo, quei miseri saltan dalle finestre, chieggon mercè; ma son trafitti, ripinti semivivi nelle fiamme; e narra Malaspina degli usciti tal altro orrore, che nè il credo io, nè il dirò[40]. Prigioni e guardie, ei ripiglia, tutti periano. Il Neocastro tace quelle crudeltà, scema anco i prigioni a sessanta; altri li porta a dugento, e ricorda le fiamme[41]. L'umanità della regina, e la fortezza di Matagrifone, salvarono con molti altri il principe.

Poi si tenne un parlamento in Palermo a deliberare di lui; dove, dice il Neocastro, tutti accordavansi a mandarlo a morte in vendetta di Corradino, se non che dissentirono i Messinesi con Giacomo e la reina. A questo aggiungon fede, non ostante il divario delle circostanze, il Montaner, Giachetto Malespini, il Villani, e sì una lettera di re Alfonso di Aragona a Eduardo d'Inghilterra, nella quale trattando di pace con Carlo II si afferma condannato lui dai Siciliani, e scampato dal re. Favoleggiò un altro contemporaneo, che la regina un venerdì facesse intendere a Carlo d'apparecchiarsi alla morte; e che poi gli perdonasse per la sua fortezza a tal nunzio, e la rassegnazione a morire lo stesso dì che si ricorda la passione di Cristo; ma tal novella nacque manifestamente dal vero fatto narrato dianzi. Certo è che il principe in questo tempo, per tor luogo ad attentati in favor di lui, o contro, fu tramutato nel castel di Cefalù. Liberati gli altri prigioni, tutti sotto fede di {295} non militar contro noi; ma non altri che Galard poi la osservò[42].

Macalda intanto, sol essa non isbigottita tra tanti suoi partigiani, sperando tuttavia volger sossopra ogni cosa, andata era in Messina: ma con tal audacia fe' rincrudire i governanti, i quali incontanente promulgan reo d'alto tradimento Alaimo; spoglianlo dei beni, e dispensanli a lor favoriti o partigiani; fan perir di mannaia a Girgenti il tredici gennaio Matteo Scaletta, fratel di Macalda, confessante, diceasi, congiura col cognato. Indi a diciannove febbraio incarcerarono nel castel di Messina la stessa Macalda co' figli; alla quale era nulla tal rea fortuna, sì che ilare e contegnosa passava il tempo a giocare col principe arabo e co' famigliari; e una volta, quando portossi l'ammiraglio a strapparle i titoli del feudo di Ficarra, essa, come nell'alto della possanza, il garrì: «Bel merto ne rende il padron tuo! Compagno, non re, il chiamammo; ed egli usurpa lo stato, e di soci fatti n'ha servi[43]. Bene a noi sta; ma digli che non muterei questi miei ceppi nè il palco, col suo trono pien di misfatti!» Sembra tuttavia che la sventura consumasse quest'animo che non potea domare; e che Macalda tosto morisse in prigione, perchè la storia null'altro ne dice di lei. Non andò guari che Alaimo co' nipoti Adenolfo di Mineo e Giovanni di Mazzarino, nel campo di Pietro in Catalogna fur sostenuti. Un corriero diceasi preso con lettere di Alaimo al re di Francia, piene di tradimenti: ch'ei domandava sicurtà per sè e' nipoti, e l'andrebbe a trovare, e fiderebbesi con dieci galee rivoltar {296} la Sicilia a casa d'Angiò. Mostrolle Piero ad Alaimo, il quale negò; onde fu lasciato, e vegliato: ma i nipoti indi a poco uccisero un segretario che le avea scritto. Scoperto l'omicidio, un famigliare e Adenolfo alla tortura il confessano, e Adenolfo anche la tentata tradigione con Francia; e però con Alaimo e Giovanni è chiuso nel castel d'Ilerda. Re Pietro fin qui. Più crudo il figlio, salito al trono di Sicilia procacciava lor morte[44]. Poco del resto è da credere a questi misfatti, come li spacciò da lontano la corte aragonese. Que' che s'apposero ad Alaimo in Sicilia non son meno incerti. Ne tacciono i due scrittori catalani, come per coscienza di colpa de' lor signori. Malaspina scrive, che Giacomo nimicava il leontino per aver contrariato la condannagione del principe. Il Neocastro nol fa nè reo nè innocente, ma portato dalla superbia della moglie; e parla incerto, come ammirator dell'eroe di Messina, e ministro insieme di re Giacomo. Di documenti non avvi altro che il mandato del supplizio d'Alaimo nell'ottantasette, sì scuro[45], che, se delitto prova, è di Giacomo, il quale senza forme di giudizio assassinò il glorioso vecchio. Portò costui la pena d'aver puntellato di tutta la sua riputazione re Pietro contro Gualtiero di Caltagirone e' sollevati dell'ottantatrè. E del rimanente furon sole sue colpe, gli obblighi di casa d'Aragona, la gloria della difesa Messina, del dato reame, la riverenza e amor di tutta Sicilia, la grandezza con poca modestia, e sopra tutto l'invidia di Procida e Loria, non cittadini ma venturieri, pronti a sagrificare ogni cosa a chi lor dispensava beni e comando.

Mentre que' primi casi d'Alaimo travagliavano la Sicilia, re Carlo consumava le forze del regno e sè stesso, nel delirio di tornar sopra l'isola. Ritirandosi, inseguito dall'armata nostra, sostò pochi giorni a Cotrone; ove crebbe a {297} cento doppi lo scompiglio de' moltissimi disertori: e indi tutto dispettoso e truce passò il re a Brindisi[46]; e trovò per conforto gli avvisi d'un altro insulto di quel Corrado di Antiochia, che adoprò sì caldo nell'impresa di Corradino. Costui, adunati esuli del regno e altra gente presso i confini, ove imperava in nome la Chiesa, in effetto ogni sfrenato feudatario o ladrone, entrò a mano armata in Abruzzo al racquisto della contea di Alba. Il conte di Campania li fronteggiò e ruppe[47]: ei rife' testa, aiutato di danari dalla reina Costanza[48]. Un Adinolfo surto in quel tempo stesso a turbar la Campania, disfatto fu da Giovanni d'Eppe con le genti pontificie. Perugia ancora, Urbino, Orvieto e altre città d'Italia levarono in capo contro la Chiesa e parte guelfa, tuttavia poderosa, ma duramente percossa in re Carlo[49].

E questi vinto dal disagio, convalescente di quartana, rodeasi tra mille cure: in man dei nemici il figlio: saltati essi in terraferma: perduto armamenti, uomini, spesa: affogar nei debiti del danaro accattato in Francia, e per ogni luogo d'Italia: e come sopperire agli smisurati bisogni della guerra, se i popoli di Napoli sbuffano, e negan quasi apertamente e gabelle e collette[50]? Nondimeno dissimulando alla meglio, e facendo sempre gran dire della guerra che porterebbe la vegnente primavera ei stesso in Sicilia {298} e il re di Francia in Aragona[51], provvede a racconciar le navi; scrivere por forza i marinai; vittovagliar tutte le castella; adunar grani; preparar biscotto; fabbricar immenso numero di saette e altre arme e arnesi fabbrili: alletta i feudatari al militare servigio, permettendo che levassero nuove sovvenzioni da' vassalli[52]. E anelando sempre {299} danari, poich'ebbe esauste le altre fonti[53], portato dall'antico vizio, bandì una colletta generale, calandosi pure a persuadere e pregar quasi i popoli. Bandiva ad essi, che se Dio fosse ancor Dio, egli ch'avea domi i re e' regni a un girar di ciglio, espugnerebbe sì quest'isoletta di Sicilia; e avrebbel fatto incontanente, aggiugnea, se non che sursegli improvviso nimico il ribaldo Pier d'Aragona; onde fu mestieri altrimenti ordinar la guerra, ingaggiarsi al duello, muover Francia contro il reame d'Aragona; e tornato in Italia, la sola carestia gli avea tolto di mettere sotto il giogo i Siciliani. «La mia causa, sclamava, è vostra; domi i ribelli, avran fine i travagli; pace e giustizia faran fiorire il reame.» Ma perchè a quello sforzo bisognava moneta, chiedea quest'anno a tutti i comuni la colletta usata, e undici per cento di più a chiunque non tenesse a molestia di sovvenire alquanto più largamente il suo re[54]. Così, tentennando tra bisogno di danaro e necessaria temperanza, comandava si riscuotesse la colletta anzi tempo; e insieme {300} chiamava parlamento in Foggia per lo dì primo dicembre. A Melfi indi il tramutò per lo minor caro del vitto. Ebbe sospetto in quel tempo, e forse da calunnie, che tre giudici suoi, tra quali un Quintavalle, e Tommaso di Brindisi, barese, praticassero tradimento di bruciargli la flotta; onde chiamatili a sè, mandolli alle forche come ladroni, non risguardando all'onore e privilegio dell'uficio. Dopo questi esempi non grati a' sudditi, conturbato e febbricitante va a Melfi, sperando nel parlamento gran cose.

Perciò impaziente il fa adunare, rimanendosi egli in palagio, infermo, o per dispetto delle note disposizioni degli animi: e negatigli novelli tributi, a precipizio lo scioglie. Indi al solito rifugio tornò di papa Martino; che prodigalissimo del non suo, gli avea dato poc'anzi un'altra decima per tre anni su tutte chiese d'Italia, e ribandito avea la croce contro l'isola dei ribelli. Corrieri sopra corrieri mandavagli il re; sognando già danari, indi uomini ed armi, e nuova guerra: e dissimulava ad altrui ed a sè medesimo il morbo che lo tirava alla tomba[55].

In grave età, colpito al petto, distrutto di rammarico e rabbia, cadde in una febbre continua; talchè a fatica di Melfi si trasse a Foggia, a incontrar la regina Margherita, che tornava di Provenza; con la quale assai dolorosa la vista fu, e Carlo appena ebbe forza di stender a lei le tremule braccia[56]. Allor fu la prima volta che senza inganno {301} sollecitò il papa alla riforma del governo[57]. Raccomandò al papa lo straziato e pericolante reame, che per la prigionia del figliuolo non potea lasciare a certo successore; se non che sostituirvi, e non sappiamo con quali condizioni, Carlo Martello, primogenito del principe di Salerno, giovanotto di dodici anni, col conte d'Artois per tutore o baiulo, come si disse, e per capitan generale Giovanni di Monforte, conte di Squillaci; salvo sempre il piacimento del sommo pontefice. Istituì Filippo l'Ardito tutore delle contee, non della persona del novello conte, di Provenza e d'Angiò, finchè Carlo lo Zoppo non fosse liberato della prigione, o, morendovi, non uscisse di minorità Carlo Martello, o il seguente fratel di costui; al quale effetto scrisse a Filippo un dì pria di morire, chiamandolo sola speranza e rifugio della schiatta d'Angiò, e scongiurandolo pei vincoli del comun sangue che non ricusasse la tutela. Indi con molta pietà confesso delle peccata e comunicatosi, infino all'ultimo fiato ingannò il mondo o sè stesso, dicendo che sperava perdono da Dio per aver fatto l'impresa di Sicilia e di Puglia più a onor di santa Chiesa e ben dell'anima sua, che da cupidigia di regno. Così a Foggia spirava il dì sette gennaio milledugentottantacinque, nel sessantesimoquinto anno dell'età sua, diciannovesimo del regno[58]. {302} Villani guelfo, favoleggia che lo stesso dì predicossi la sua morte a Parigi per frate Arlotto de' minori e Giardin da Carmignola maestro dello studio, ambo lodati astrologhi[59]. Il siciliano Speciale notò, come in quel tempo spaventevol tremuoto scosse l'Etna; e poi squarciandosi il fianco orientale del monte, ne sgorgò fiume di lava che correa sulla chiesa del romitaggio di santo Stefano, ma giuntavi, si spartì in due rami senza pure lambirla[60]. Un frate spagnuolo in vece di prodigi sul fato di Carlo, scrisse il nobil contegno del re d'Aragona, che risapendolo all'assedio d'Albarazzin, senz'allegrezza sclamò, esser morto un dei più prodi cavalieri che fossero stati unque al mondo[61]. {303}

Mancato un tanto re, papa Martino faceasi a riparare la ruina del regno, e avvantaggiarne la romana corte. Incontanente, col voto del sacro collegio, die' compagno ad Artois il cardinal Gherardo legato; ambo dicendo deputati dalla romana Chiesa a baiuli del regno, finchè il principe di Salerno non esca di prigione, o il papa altrimenti non voglia[62]: sottile accorgimento, che ammoniva la casa d'Aragona a non fidar troppo sul valore del pegno ch'avea in mano; e ricordava al mondo la pretensione del dominio del papa sul reame di Sicilia, di cui teneasi vacante il trono, o dubbia la persona del re. Indi i diplomi del tempo variamente s'hanno intitolati e senza legge, or col nome di Carlo primogenito del principe di Salerno, or con quello più vago di eredi e successori di Carlo I, e talvolta vi si aggiungono i nomi de' due baiuli, o leggonsi questi soli[63]. Più salutare consiglio fu quello di mandare ad effetto la riforma, non compiuta nei capitoli di Santo Martino, ove la principalissima parte, rimessa al papa, restava incerta come per l'addietro. Or Martino da senno volle i nuovi ordinamenti; come alla giustizia si ha ricorso ove adoprar non puossi violenza. Scrivea essere stato richiesto di quella riforma da re Carlo al tempo dell'andata a Bordeaux, e or novellamente; averla maturato a lungo; di presente promulgherebbela[64]. Aggiunse un sussidio di centomila lire tornesi perchè Artois s'armasse alla difesa[65]. {304} Le quali provvisioni e la saviezza e robusta man dei reggenti, massime d'Artois, sostennero il trono, o vacante, o dubbio tra un prigione e un fanciullo, con sudditi vogliosi di novità[66], e nimico vicino, quantunque indebolito per sospetti in Sicilia, e in Aragona turbolenze civili e guerra straniera. Pertanto Corrado di Antiochia riassaltando gli Abruzzi, fu rincacciato[67]: nelle altre province non si voltarono a re Pietro che tre ville marittime Gallipoli, Cerchiaro, e San Lucido[68].

Ma riparata appena la perdita di re Carlo, un'altra ne piombò sul governo di Napoli, non apposta come quella prima a cordoglio d'ambizione o fatiche di guerra. Allo scorcio di marzo, in Perugia, papa Martino, nimico fierissimo di Sicilia, morì, dicono alcuni, d'una scorpacciata d'anguille, che solea nudrir di latte e in vernaccia affogare: di che leggiadramente l'avea morso una satira del tempo[69], intitolata Primo principio de' mali, effigiando lui in manto e triregno, con una bandiera alla man destra, in segno delle attizzate guerre, e a sinistra un'anguilla ergentesi verso un augellino, che posato sulla mitra, reggendosi con le sparse ali s'inchinava a beccarla[70]. Altri scrive, ben altramente di Martino[71]. Ma i cardinali senza indugio, {305} chè punto non ne pativano i tempi, rifean pontefice Giacomo de' Savelli, romano, non per anco sacerdote, attratto e invalido della persona, destro d'ingegno, procacciante l'util de' suoi più che l'altrui danno; il quale si nomò Onorio IV[72]. Costui senza la prontezza ligia di Martino, tenne lo stesso metro, per l'antico disegno della romana corte. Avrebbe forse Onorio raffrenato il re di Napoli potente e ambizioso; dovea sostener adesso quel trono vacillante, che metteva in pericolo tutta la parte guelfa in Italia. Porse moneta dunque ad Artois[73]; confermò ai bisogni della guerra di Sicilia le decime delle chiese italiane[74]; raccomandò agli stranieri principi gli eredi di Carlo d'Angiò: e ne resta di lui una lettera a Ridolfo imperadore, perchè non contendesse il pagamento delle decime ecclesiastiche dei suoi dominî al re di Francia, già involto in assai spese per la guerra sopra Aragona[75].

E noti sono nelle istorie del reame di Napoli i due statuti, ch'Onorio sanciva a sedici settembre di quest'anno ottantacinque, preparati già da Martino. Nel primo dei quali raffermavansi con l'apostolica autorità tutti i privilegi ecclesiastici decretati nel parlamento di Santo Martino, come dianzi ricordammo[76]. L'altro risguarda il governo civile; dove dopo lungo preambolo, che apponea al tutto la ribellione di Sicilia alle avanie e ingiustizie del governo, trascrissersi e ampliaronsi le leggi del medesimo parlamento di Santo Martino, e molte più se ne dettero a guarentigia delle persone e dell'avere di ogni classe di sudditi. {306} Si disdisse l'iniquo spogliamento dei naufraghi: a favor delle famiglie de' baroni si estese ai fratelli e lor discendenti il dritto di redare i feudi: il militare servigio o l'adoamento si limitò alle guerre entro i confini del regno: e soprattutto si vietaron le collette, fuorchè nei quattro casi feudali; e si assegnò la somma da potersi levare in ciascuno di quelli. Io non so se debbasi lodar come guarentigia più forte dei sudditi, o biasimar di usurpazione sulla autorità regia, il richiamo de' comuni alla santa sede, decretato nelle costituzioni medesime; e lo interdetto sulla privata cappella del re alle prime violazioni di queste franchige, la scomunica persistendovi[77]: ma certo non potea la corte di Roma adoprare a miglior intento civile le spirituali armi. Questi capitoli Onorio fe' con molta sollecitudine promulgare da Gherardo per tutto il reame di Napoli, e massime nei luoghi più vicini a Sicilia[78]; e osservaronsi per poco. Poi increbbero ai governanti, come imposti da Roma, o larghi troppo; nè ebber luogo nel corpo delle leggi di quel reame[79].

Insieme con queste buone leggi Onorio adoprava non buone arti, suscitando in Sicilia congiure. A ciò mandovvi furtivamente due frati predicatori, Perron d'Aidone, siciliano, e Antonio del Monte, pugliese; i quali iti a Randazzo, recavano a Guglielmo abate di Maniace lettere pontificie con autorità di largheggiar indulgenze a chiunque per la Chiesa si ribellasse. Sospesi eran gli animi per la strepitosa guerra del re di Francia contro Aragona; freschi i torti d'Alaimo, e gli umori che ne dieron pretesto; le costituzioni di papa Onorio, più larghe de' presenti ordini pubblici in Sicilia. Indi l'abate con gravi parole di religione, trovò tosto seguaci due nipoti suoi, per nome {307} Niccolò e Francesco, messinesi, Bonamico de Randi milite, Giovanni Celamida da Traina, e più altri di Randazzo; indettatisi con giuramento a tradire, non so qual credeano, la patria o il re. E sì l'autorità del papa accecava le menti, che i due frati, passati a Messina, avean ricetto nel chiostro delle suore di santa Maria delle Scale; dal qual sicuro nido misteriosi usciano ad annodare lor fili. Ma la cospirazione allargandosi trapelò. Un Matteo da Termini, messovi sulle tracce dall'infante Giacomo, appostò alfine i due frati predicatori, aiutato da due frati minori, Simone da Ragusa e Raimondo, catalano; i quali il fecer cogliere a casa una femminuccia mendica. Addotti allo infante, senza pur minaccia, svelavan per ordine il trattato; e rimandati erano a Napoli con vestimenta, danaro, e barca apposta; per clemenza non già, ma contemplazione e paura del papa. L'abate fuggì: preso a Palermo, il mandavan prigione a Malta; indi a Messina; e infine libero a corte di Roma. I men rei, al contrario, gastigati severamente: dicollati a Messina i nipoti dell'abate; Celamida alle forche; Bonamico, gittatosi nei boschi dell'Etna a levar mano di disperati, fu accarezzato e svolto a parte regia dalle arti di Matteo da Termini[80]. Così la congiura si dissipò in Sicilia; mentre in Aragona terminava, senz'altro frutto che d'atti crudeli e mortalità infinita, la guerra che, tornando alquanto indietro nei tempi, ci faremo a narrare.

[1] Saba Malaspina, cont., pag. 411.

Giachetto Malespini, cap. 222.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 94.

Memoriale de' podestà di Reggio, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1158.

Tolomeo da Lucca, ibid., lib. 24, cap. 11, pag. 1190 e 1294.

Ferreto Vicentino, Ibid., tom. IX, pag. 955.

Cron. di San Bertino, op. cit., tom. III, pag. 765. Epistola diCarlo a papa Martino, data il 9 giugno 1284, nel Testa, Vita diFederigo II di Sicilia, docum. 2.

Il numero delle galee di re Carlo è cavato dai diplomi, che s'accordano con d'Esclot, cap. 119. Ho scritto numero tondo, perchè ci sarebbe il divario di due o tre, che nascea dal computare or le sole galee, or anco i galeoni e qualche altro legno grosso.

[2] Saba Malaspina, cont., pag. 411.

[3] Giachetto Malespini, cap. 222.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 94.

[4] Nangis, in Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 543.

Francesco Pipino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 693.

[5] Giachetto e Villani come sopra. Con minori particolarità ne scrivon anco Niccolò Speciale, lib. 1, cap. 28; e l'autor della vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, pag. 611.

[6] Docum. XVIII.

[7] Lettere di Carlo, date il 9 e il 14 giugno, nel Testa, Vite di Federigo II di Sicilia, docum. 1 e 2.

In un'altra del 10 giugno, che si legge, come le precedenti, nel r. archivio di Napoli, registro segnato 1283, A, fog. 150, Carlo chiedeva al papa le bande di Giovanni d'Eppe, scrivendo tra le altre efficaci parole che:Sicut capitis sanitas vel languor in membris, sic in meis negotiis eiusdem Ecclesie status et dispositio sentiatur.E con ciò forse voleva far intendere al papa la posizione inversa, del bisogno che la Chiesa avea di lui. Veggansi inoltre:

Diploma dato di Napoli il 10 giugno 1284, per armarsi e fornirsi di vivanda le 19 galee e 2 teride, ch'erano nel porto di Napoli (le fuggitive della battaglia del dì 5), r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 188, a t.

Diploma dato di Napoli il 20 giugno, duodecima Ind. (1284) per consegnarsi ad Arrigo Macedonio 2,000lanzones ferratos, per l'armata che dovea andare in Sicilia, reg. medesimo, fog. 157.

Diploma dato di Napoli a 20 giugno duodecima Ind. (1284), peiviveri a due galeoni di 72 remi, capitanati da Giovanni diCoronato, e Navarro, genovesi, r. archivio di Napoli, reg. diCarlo II, seg. 1291, A, fog. 4, a t.

Diploma dato di Napoli a 21 giugno duodecima Ind. (1284), Giovannide Burlasio giovane, e Rinaldo d'Avella sono eletti capitanidell'armata di Principato e Terra di Lavoro, r. archivio diNapoli, reg. seg. 1283, A, fog. 155.

Molti altri scambi di officiali pubblici veggonsi in tutto questo registro dalla venuta di Carlo I, in giugno 1284, fino alla ritirata a Brindisi.

[8] Saba Malaspina, cont., pag. 418.

[9] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 41, ove è una epistola del 24luglio 1284.

[10] Saba Malaspina, cont., pag. 412:Gentes per totam fereItaliam auxiliatrici conventione collectae, etc.

[11] Saba Malaspina, cont., pag. 412, 413.

Bart. de Neocastro, cap. 78.

Nic. Speciale, lib. 1, cap, 28.

Giachetto Malespini, cap. 222.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 94.

Da questi scrittori non si vede che Carlo durante l'assedio di Reggio stesse per lo più alla Catona; ma il mostrano senza alcun dubbio i diplomi del r. archivio di Napoli, su i quali ho compilato il seguente itinerario: e valga a raffermare, e in qualche luogo a correggere, le tradizioni istoriche intorno a quest'ultima impresa di Carlo I.

1284—9 a 21 giugno—Napoli—reg. 1283, A, fog. 18 a t. 150, 155, 157, 188 a t.; e 1291, A, fog. 4, a t.

19 luglio—Catona—reg. 1283, A, fog. 5, a t.

20 a 29 luglio—Fossa di Catona—reg. 1283, A, fog. 5, 34 e 54.

31 luglio a 2 agosto—Campo allo assedio di Reggio—reg. 1283, A, fog. 5 a t. 34, 166, 166 a t. e 167.

4 agosto—Campo presso Amendolia—reg. 1283, A, fog. 167.

5 a 10 agosto—Campo alla spiaggia di Bruzzano—reg. 1283, A, fog. 5 a t. 24, 34, 34 a t. 45, 50, 158, 167; e reg. 1283, E, fog. 2.

17 agosto—Cotrone—reg. 1283, A, fog. 159.

18 a 20 agosto—Cotrone e Brindisi—reg. 1283, A, fog. 9, 174 a t. 158, 158 a t. 34 a t. 35; e 1283, E, fog. 2.

22 agosto—Cotrone—reg. 1283, A, fog. 160 e 170.

23 agosto a 7 ottobre—Brindisi—reg. 1283, A, fog. 6, 8 a t. 12 a t. 24, 25, 35 a t. 36, 174 a t. 175.

8 ottobre—Melfi—reg. 1283, A, fog. 179, a t.

10 ottobre a 15 novembre—Brindisi—reg. 1283, A, fog. 6 a t. 7, 7 a t. 8, 26, 27, 27 a t. e 47, a t.

26 novembre—Barletta—reg. 1283, A, fog. 12, a t.

1 a 21 dicembre—Melfi—reg. 1283, A, fog. 8 a t. 13 a t. 50, 179 a t.; e reg. 1283, E, fog. 2.

1285—7 gennaio—Foggia—reg. 1285, A, fog. 14 a t. Quest'ultimo fu dato il medesimo giorno della morte di Carlo I. Contiene una concessione a Guglielmo de Griffis, milite e famigliare suo. È scritto con altro inchiostro, e carattere frettoloso; e può al par indicare o una beneficenza di lui negli ultimi istanti della sua vita, o forse una frode.

[12] Bart. de Neocastro, cap. 78.

Saba Malaspina, cont., pag. 413, 414.

[13] Saba Malaspina, ibid.

[14] Si scorge tal dubbio da' seguenti diplomi:

Diploma dato inFovea Cathonea 29 luglio duodecima Ind. Ai mercatanti e preposti alle vittuaglie per l'esercito in Cotrone. Subito navighino pel capo di Bruzzano, e riceveranno gli ordini suoi, reg. 1283, A, fog. 166 a t.

Diploma dato al Campo sotto Reggio il 31 luglio duodecima Ind. a tutti i vegnenti allo esercito reale. Non piglin la via di Monteleone e del piano di S. Martino, ma di Cotrone e Gerace. A Gerace avranno nuove del re e dell'esercito, per sapere ove trovarli. Ibid., fog. 166.

Della stessa data del 31 luglio v'ha un diploma pel quale il re confermava agli uomini di Seminara le immunità, libertà e privilegi conceduti dal principe di Salerno in contemplazione della loro fedeltà e de' danni ch'avean sostenuto dal nemico. Ibid., fog. 166 a t.

[15] Veg. sempre l'itinerario posto in nota alla pagina precedente.

[16] Argomento le pratiche in Sicilia:

1º. Dalle parole del d'Esclot, cap. 119, che dice come in primavera dell'84 il principe di Salerno si apprestava a passare in Sicilia,con volentat de alguns homens traydors qui eren en Cecilia. Costoro dovean certo continuare col padre le pratiche tenute col figlio pochi mesi innanzi.

2º. Dalla reazione che avvenne in Sicilia dopo la ritirata di re Carlo, per opera dei più accaniti partigiani della casa d'Aragona e della rivoluzione del vespro.

3º. Dalla elezione del conte Roberto d'Artois a vicario generale in Sicilia, con pien potere di perdonare e dar guarentigie, docum. XX e XXI.

[17] Diplomadato in Castris in licore Brutzania 5 agosto duodecima Ind. (1284). Si mandin subito al re per mare alcune macchine e stromenti da guerra. Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 167.

Diploma dato dello stesso campo di Bruzzano il 6 agosto perchè da Mantea si portassero subito all'esercito le macchine e i picconi già preparati per ordine del principe di Salerno, ibid., fog. 167.

Vari diplomi datiin Fovea Cathonea 29 luglio ein Castris in lictore Brutzania 5 e 6 agosto, perchè si mandassero a Brindisi e Cotrone quantunque grani, legumi, carni salate e macchine da guerra, ibid., fog. 189.

Diplomain Castris in lictore Brutzania 7 agosto. All'abate di S. Stefano del Bosco perchè incontanente faccia costruire per uso dello esercito 500 assi e piuoli per scale, e gliene mandi con istromenti da falegname, ibid., fog. 168 e 169.

Diploma dato ivi l'8 agosto, per gran copia di frumenti e vittuaglie, Ibid., fog. 169.

[18] Docum. XX e XXI.

[19] Questa data si ritrae dal Neocastro; e compie appunto l'intervallo dal 10 al 17 agosto che rimarrebbe nello itinerario compilato su i diplomi.

[20] Bart. de Neocastro, cap. 78 e 80. Da quest'ultimo si scorge che Giacomo era in Messina.

[21] Giachetto Malespini, cap. 222.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 94, che dice ancora della mancanza delle vittuaglie.

[22] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 28.

Anon. chron. sic., cap. 48.

[23] Saba Malaspina, cont., pag. 413, 414.

Docum. XXIII.

[24] Provano lo scompiglio dell'esercito e dell'armata di Carlo, i diplomi citati nella nota seguente.

Gli umori de' popoli in Calabria e nelle province di sopra, si argomentano da' provvedimenti di Carlo che, mentre era lì con un esercito per occupar la Sicilia, creava capitani generaliad guerramin quei luoghi, come si vede da' seguenti diplomi.

Diploma dato inFovea Catunea 20 luglio duodecima Ind. (1284) per mettersi danaro e vittuaglie a disposizione di Pietro Ruffo conte di Catanzaro, capitan generale in Calabria, r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 5.

Diploma dato inFovea Cathonea 27 luglio duodecima Ind. al medesimo conte di Catanzaro con lo stesso uficio di capitan generale in Calabria, ibid., fog. 166 e 172.

Tre diplomi dati al campo sotto Reggio il 1 e il 2 agosto duodecima Ind. Ruggier Sanseverino conte di Marsico è eletto capitan generale in val di Crati. Gli è commesso di difender quella provincia dai nemici e ribelli che la travagliavano, ibid., fog. 166 a t. e 167.

Diploma dato di Cotrone a 22 agosto duodecima Ind. (1284). Per informazioni pervenute al re si diede lo scambio al conte di Catanzaro nel detto uficio di capitan generale in Calabria; e gli fu sostituito Tommaso di Sanseverino figliuolo del conte di Marsico, ibid., fog. 160.

[25] Docum. XIX e XXII.

Diplomi datiin campisin obsidione Regiia 2 agosto duodecima Ind. (1284). Agli uomini di Martorano e d'altre città. Mandino subito catturati i marinai esubsalientes(erano quelli destinati al maneggio delle vele) che senza commiato lasciavano l'armata regia, e si spacciavano campati dalle mani de' Siciliani, r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 166.

Diplomi dati del campo a Bruzzano il 6 agosto duodecima Ind. perchè a Squillaci e in altri luoghi si ricercassero i disertori della flotta, e a prevenir quelli dell'esercito si ponessero guardie de' terrazzani a tutti i passi vicini al campo, cioè: Nicastro, S. Biaggio, e altri. Si guardi che non passino travestiti da mercatanti, ibid., fog. 167, a t.

Diploma dato del campo a Bruzzano il 7 agosto, per custodirsi come sopra, per cagion de' disertori, i passi di Cotrone, Sanseverino, Tatina, Rocca Bernarda e vicinanze, ibid.

Diploma dato del campo di Bruzzano il 9 agosto duodecima Ind. (1284). Ordinovvisi di fare per tutte le terre marittime, una rigorosa inquisizione di coloro che avessero ricevuto stipendi per l'armata, e l'avesser lasciato; e di prenderli e mozzar loro il piè sinistro, ibid., fog. 54.

Diploma dato di Cotrone a 17 agosto, agli uomini di Castrovillari, che facciano stretta guardia per catturare questi disertori dell'armata, ibid., fog. 159.

Diploma dato di Cotrone a 17 agosto, agli uomini di Castellamare, per mandargli prigioni i marinai disertori, ibid., fog. 169, a t.

Diploma dato di Brindisi il 7 settembre tredicesima Ind. perchè da Taranto gli si mandassero alcune galee delle isole e costiere del golfo di Napoli, abbandonate senza permesso da' nocchieri, vogadori e sussalienti, ibid., fog. 161.

Diploma dato di Brindisi a 9 settembre tredicesima Ind. (1284) per farsi catturare i marinai delle navi provenzali che, disarmata la flotta, fuggissero, ibid., fog. 6.

Due diplomi, dati di Brindisi il 9 settembre, perchè si ritenesse,anche con la forza, Giovanni de Coronato genovese, che da Tarantosi volea partire per Genova col suo galeone, ibid., fog. 162.

Diploma dato di Brindisi a 12 ottobre tredicesima Ind. È un'altra lettera circolare per catturarsi i disertori della flotta, ibid., fog. 6, a t.

[26] Bart. de Neocastro, cap. 79.

[27] Bart. de Neocastro, cap. 80.

Saba Malaspina, cont., pag. 414.

[28] Saba Malaspina, cont., pag. 414, 415.

[29] Tutte queste fazioni con poco divario leggonsi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 82.

Saba Malaspina, cont., pag. 415 a 417.

Le confermano ancora i documenti qui notati:

Diploma dato del campo sotto Reggio il 2 agosto duodecima Ind. (1284) a Riccardo Claremont, riguardanti sei terrazzani di Chiaramonte presi da costui per lor mali portamenti,adherendo et favendo Frederico Musca proditori et mugaveris inimicis nostris. Nel r. archivio di Napoli, reg. segn. 1283, A, fog. 166, a t.

Diploma dato di Brindisi il 3 settembre tredicesima Ind. (1284) a Riccardo di Lauria e ai cittadini di Maratea. Sapendo i danni e le molestie che tuttodì soffrivano dai nemici, il re esortavali a tener fermo, promettea aiuto e compensi larghissimi; fidassero nella sua possanza e virtù, ibid., fog. 163, a t.

Diploma dato di Brindisi il 5 settembre tredicesima Ind. Avendo testè inteso l'eccellenza del re che gl'infedeli almugaveri fossero corsi in masnade infino alle terre di Riccardo di Chiaramonte nei confini delle province di Basilicata e Principato, comandava a quei due giustizieri di adunar le loro forze di cavalli e fanti, e combattere questi nemici, ibid., fog. 60, a t.

Diploma dato di Brindisi il 6 settembre tredicesima Ind. indirizzato a Riccardo di Claremont, permettendogli di richiedere ostaggi da alcuni suoi vassalli, sospetti nelle presenti turbazioni; e di ridurre sotto le fortezze gli abitanti de' casali in pianura, ibid., fog. 161.

Diploma dato di Melfi a 8 ottobre tredicesima Ind. per fornirsi danaro a Roberto conte d'Artois, vicario generale In Calabria, al quale n'era mestieri per vari negozi, ibid., fog. 179, a t.

Diploma dato di Brindisi il 26 ottobre tredicesima Ind. Giovanni di Salerno è eletto capitan generalead guerramcontro i ribelli e nemici di Scalea. Comandasi di aiutarlo a' giustizieri di Basilicata, Principato e val di Crati, agli uomini di quelle province, ed a Riccardo di Chiaramonte, ibid., fog. 51, a t.

Diploma dato di Brindisi il 26 ottobre per destinarsi un capitano in Maratea, avendo i nemici occupato Scalea e i luoghi vicini, ibid., fog. 51, a t.

Diploma dato di Brindisi a 8 novembre tredicesima Ind. Il giustiziere di Basilicata per mezzo di Bellono Bello da Messina, notaio e familiare del re, gli avea domandato quale eseguir prima tra tanti suoi ordini; cioè di raccorre la moneta della sovvenzione, d'aiutare Riccardo Chiaramonte, ec. Carlo scrivea che pensasse alla moneta, e differisse il resto, ibid., fog. 52.

Diploma dato di Brindisi il 14 novembre per mandarsi 100 salme di frumento a Maratea, che soffriva la penuria, oltre le scorrerie e gl'insulti de' nemici, ibid., fog. 52, a t.

[30] Bart. de Neocastro, cap. 83 e 84.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 30.

Montaner, cap. 117, il quale porta con anacronismo questa correria dopo il passaggio di Giacomo in Calabria, e la confonde con le altre che Loria fece di quel tempo in Levante.

Del resto la descrizione geografica di questi istorici, si riscontra con quante oggidì n'abbiamo più accurate. Quest'isola è detta anche Zebiba, e tolse il nome o il diè, a quella qualità d'uva che chiamiam così in Sicilia. Giace a 34° 10' di latitudine sett. e 9° di longitudine orientale dal meridiano di Parigi. La cinge una sirte di qualche dieci miglia di raggio, e da 3 a 7 braccia di profondità, che si stende a guisa d'istmo infino al continente, e potea una volta passarsi a guazzo. Plinio scrive che i barbari ruppero un ponte che la congiungea alla terraferma. Produce quest'isola ulive, fichi, uva, e il famoso loto de' Greci antichi.

[31] Ciò non fu immediatamente dopo la conquista, perchè fino al gennaio 1285, i suoi titoli erano: ammiraglio di Aragona e di Sicilia, signor di Castiglione, Francavilla, Novara, Linguaglossa e Tremestieri. Da un diploma del 25 gennaio 1285, nei Mss. della Biblioteca comunale di Palermo Q. q. G. 1, pag. 147.

[32] Bart. de Neocastro, cap. 85.

[33] Bart. de Neocastro, cap. 86.

[34] Queste riflessioni nascono dalla esamina di tutti i fatti sparsi nel presente capitolo, e in particolare da que' d'Alaimo, e dell'eccidio de' prigioni in Messina, e del giudizio contro il principe di Salerno. Pei sospetti di pratiche angioine in Sicilia, veggasi ciò ch'è detto di sopra a pag. 277, nota 5. Confermali il Nangis nella vita di Filippo l'Ardito, Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 544, ove si legge:Sed quia Siculi principem Salernae Carolum quem captum tenebant, de urbe Messanae ad quoddam castellum Siciliae transtulerant, volentes cum ipso, sicut sibi dictum fuerat, reconciliari, timens Siculorum infidelitatem, etc.I quali umori poteano esser veri, ancorchè il Nangis apertamente errasse nella cagione del tramutamento del principe di Salerno da Messina a Cefalù, che fu appunto la contraria.

Veggasi anche Saba Malaspina, cont., pag. 420 e 421; e ilNeocastro, cap. 86, 88, 89.

[35] Bart. de Neocastro, cap. 86.

[36] Montaner cap. 95.

[37] Bart. de Neocastro, cap. 87.

[38] Bart. de Neocastro, cap. 88.

[39] Secondo il catalano Montaner, cap. 113, 114, i governanti di Sicilia, liberata la minutaglia dei prigioni della battaglia di Napoli, domandavano al re a Barcellona: che far de' nobili, che del principe? e convocavano di lì a due mesi, per dar tempo alla risposta, un parlamento a Messina. S'ebbero incontanente lettere del re, segretissime, fuorchè alla regina, a' figli e all'ammiraglio; ma tutto che s'oprò fu dettato da quelle. Indi adunato il parlamento de' nobili, sindichi delle città, e Messinesi a pien popolo, Giacomo tornava a mente i fatti di Manfredi e Corradino, quasi chiedendone vendetta nel sangue dell'unico figliuolo di re Carlo: onde tutti il chiamarono a morte, e la sentenza fu distesa; ma Giacomo inaspettatamente, per campare il principe di Salerno, lo fè imbarcare alla volta di Catalogna: il che prova quanto mal ricordavasi il fatto Montaner, e quanto volea inorpellarlo a lode di Giacomo. Saba Malaspina, cont., pag. 420, 421, scrive ancora del parlamento in Messina, supponendo che gli usciti napoletani persuadessero la regina a quella vendetta; perilchè chiamati dall'isola tutta i nemici più fieri del nome francese, fu posto il partito; ma contrastandolo i Messinesi, il parlamento scioglieasi a tumulto; e gli esuli sfogavano con ammazzare quanti colsero de' prigioni. Questo scrittore aggiugne, che Giacomo fieramente nimicava parecchi nobili per aver negato di andare al parlamento, o di condannare il principe; tra i quali Alaimo di Lentini, famoso e caro per tutta Sicilia, onde per torlo dal centro delle sue forze, a tradimento l'addusse in Palermo, e poi in Aragona il tramandò. Il Neocastro, cap. 87, 88, non dice di parlamento in Messina, ma in Palermo, adunato dopo il tumulto contro i prigioni in Messina. Dalle quali testimonianze si vede dubbio se prima dell'ammazzamento de' prigioni ci fosse stato un parlamento in Messina; ma risaltan sempre scolpitamente gli umori e le cagioni che io scrivo nel testo.

[40]Multorum quoque viscera, quae crudeli gladio nonnulli delectabantur exules aperire, ignis subiecti torrent in pruina, et iam assata in naturali cupiditate famelica lambunt, et immittunt etiam in crudelem stomacum velut cibum, etc.

[41] Bart. de Neocastro, cap. 88.

Saba Malaspina, cont., pag. 420, 421.

Giachetto Malespini, cap. 224.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 96.

Ricobaldo Ferrarese, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 142.

Francesco Pipino, ibid., cap. 18.

[42] Bart. de Neocastro, cap. 88, 89.

Francesco Pipino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, cap. 18.

Giachetto Malespini, cap. 224.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 96.

Epistola di Alfonso a Eduardo, data il 4 gennaio 1289-90, inRymer, Atti pubblici d'Inghilterra, tom. II.

[43] Bart. de Neocastro, cap. 88, 89, 91.

[44] Bart. de Neocastro, cap. 96.

[45] Leggasi in Bartolomeo de Neocastro, cap. 109.

[46] Veggasi l'itinerario posto di sopra, e a pag. 280, i diplomi dati di Cotrone e di Brindisi pe' disertori.

[47] Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 15.

Saba Malaspina, cont., pag. 419.

Diploma dato di Brindisi a dì 8 novembre tredicesima Ind. (1284), dal quale si vede che Stefano Angelone avea dato un castello su i confini del contado di Molise ai traditori, tra i quali era Corrado d'Antiochia. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 8.

[48] Saba Malaspina, ibid.

[49] Raynald, Ann. ecc., 1284, §. 16.

[50] Saba Malaspina, cont., pag. 417.

[51] Veggasi il docum. XXIII.

Diploma dato di Brindisi il 6 settembre tredicesima Ind. (1284) a Riccardo Milite e a' Saraceni di Lucera. «Per appagare il vostro desiderio vi diciamo esser giunti salvi in Brindisi, e soggiornarvi sani ed ilari; intendendo virilmente e potentemente alla confusione de' nemici e ribelli siciliani. Si custodiscan bene le corazze e gli archi d'osso dei Saraceni che sono stati al nostro esercito, e si aspetti la nuova impresa.» Nel r. archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 161, a t.

[52] Malaspina, loc. cit., e i seguenti documenti:

Diplomi dati di Cotrone dal 21 al 24 agosto duodecima Ind. (1284) e di Brindisi dal 2 al 27 settembre tredicesima Ind. (1284), che i feudatari chiamati al servigio militare potessero riscuotere sovvenzioni, ossiaaiutorida' lor vassalli. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 9.

Altro dato di Brindisi il 2 ottobre, col quale si comanda di portar legname per la riparazione dell'armata. Ibid., fog. 46, a t.

Diploma dato di Brindisi il 2 ottobre tredicesima Ind. Proponendosi nella vegnente primavera tornare in Sicilia con armata ed esercito, ordina che nessun uomo di mare esca dai porti del regno, ma che tutti aspettino per servire nell'armata. Ibid., fog. 177, a t.

Diploma dato di Brindisi il 7 ottobre tredicesima Ind. È una lettera circolare perchè si fabbrichi gran quantità di quadrella di uno e due piè. Ibid., fog. 6, a t.

Altro diploma dato di Brindisi il 9 ottobre tredicesima Ind., perfarsi subito 50 mila saette per archi, ben astate, ferrate, eimpennate di penne d'avoltoio. Ibid., fog. 46.

Altra circolare data anche di Brindisi il 10 ottobre, perchès'adunasse copia di frumento e d'orzo pe' bisogni dell'esercito.Ibid., fog. 7.

Altra circolare data di Brindisi il 20 ottobre, per munirsi conestrema cura le fortezze di viveri per un anno. Ibid., fog. 7, at.

Altra data di Brindisi il 21 ottobre, per farsi biscotto. Ibid.,fog. 38, a t.

Altra del 15 novembre, per biscotto, Ibid., fog. 47, a t., e altredisposizioni al medesimo effetto, fog. 46 a 58.

Diploma dato di Barletta il 25 novembre tredicesima Ind., per vari arnesi fabbrili necessari all'esercito. Sarebbe importante a chi volesse illustrare l'arte militare di quel tempo. Ibid., fog. 48.

Altra circolare data di Melfi il 1 dicembre, per vittovagliarsi le fortezze. Ibid., fog. 8, a t.

[53] Diploma dato di Brindisi a 5 settembre tredicesima Ind. (1284). È una circolare ai giustizieri perchè prendan moneta per ogni verso, e subito la mandino al re, pei suoiardua et immensa negotia. Nel r. archivio di Napoli, reg. seg. 1283, A, fog. 6.

Diploma dato di Brindisi il 15 settembre tredicesima Ind. È la scritta del ricevuto di once 1,400 da mercatanti di Pistoia, la più parte in fiorin d'oro alla ragione di 5 per oncia, per conto dell'imprestito di once 28,890, fatto a Carlo principe di Salerno dalla santa sede, sulle decime ecclesiastiche destinate all'impresa di Terrasanta. Ibid., fog. 162.

Veggasi anche un altro diploma dato di Brindisi a 10 novembre tredicesima Ind. È una lettera circolare con disperata chiesta di danari, pe' tanti bisogni, e massime per la riparazione della flotta che nella vegnente primavera, con l'aiuto di Dio, passerebbe sopra i ribelli di Sicilia. Ibid., fog, 8.

[54] Docum. XXIII.

[55] Saba Malaspina, cont., pag. 417, 418, 419. Anche Ricobaldo Ferrarese, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 142 e 252. Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29, e lib. 6, cip. 10; Francesco Pipino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 695, e parecchi altri attribuiscon la morte di re Carlo al dolore e dispetto di que' casi della guerra di Sicilia.

[56] Saba Malaspina, cont., pag. 421.

Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 11; in Muratori, R. I.S., tom. XI.

Un diploma di Carlo I dato di Melfi il 14 dicembre tredicesimaInd., provvide alle spese per lo viaggio della regina. Nel r.archivio di Napoli, reg. 1283, A, fog. 8, a t.

[57] Bolla di Martino, in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 3.

[58] Saba Malaspina, cont., pag. 422.

Giachetto Malespini, cap. 223.

Bart. de Neocastro, cap. 90.

Gio. Villani, lib. 7, cap. 95.

Montaner, cap. 118.

Cronache del Regno di Napoli, editore Perger, tom. I, pag. 31 e 58. Quivi si dice la morte di Carlo nel 1284, contando gli anni dal 25 marzo.

Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29.

Ferreto Vicentino, in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 955; e la più parte degli altri contemporanei.

L'istituzione di Filippo l'Ardito a tutore delle contee di Provenza e d'Angiò si legge nel docum. XXIV. Dopo ciò ho creduto mettere in dubbio la tradizione de' citati scrittori che portano lasciato a dirittura il regno a Carlo Martello. Carlo I non volle certamente dividere il regno dalle contee, perchè lasciò anche queste a Carlo Martello nel caso della morte di Carlo lo Zoppo. Non sembra dunque probabile ch'egli avesse stabilito due ordini diversi di successione, chiamando Carlo Martello al regno appena uscisse di minorità, e alle contee solamente dopo la morte del padre in prigione. Dall'altro canto può darsi che Carlo I credesse provvedere abbastanza al governo della Provenza e dell'Angiò durante la prigionia del signor naturale, con quello espediente di fare un tutore delle contee piuttosto che del conte; ma non giudicasse nè legittimo nè sicuro partito di lasciar la corona reale a un prigione, o vôto il trono fino alla sua liberazione. La riconosciuta sovranità suprema della corte di Roma, e il non trovarsi preveduto il caso nella legge dell'investitura accresceano forse la difficoltà: nè è impossibile che Carlo non potendole scegliere, le abbia saltate rimettendosene al papa. Io non ho voluto supplire con l'analogia alla mancanza del fatto; ed ho lasciato in dubbio i termini della sostituzione di Carlo Martello, come restarono negli atti de' governanti di Napoli fino alla liberazione di Carlo II.

La età di Carlo I erroneamente rapportata dalla Cronaca d'Asti, inMuratori, R. I. S., tom. XI, pag. 164, si ricava dal P. Anselme,Hist. généalogique et chronologique de la Maison royale de France,tom. I, cap. 14, pag. 191.

La elezione del conte di Squillaci si conferma dal diploma 1º deltom. II dell'Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli,notato qui appresso; la condizione della scelta d'Artois leggesiin Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 5.

[59] Gio. Villani, lib. 7, cap, 95.

[60] Nic. Speciale, lib. 1, cap. 29.

[61] Geste de' conti di Barcellona, cap. 26, nella Marca Hispanica del Baluzio.

[62] Raynald, Ann. ecc., 1285, §§. 5, 6, 7, 8, bolla del 14 febbraio.

[63] Elenco delle pergamene del r. archivio di Napoli, tom. II, diplomi dalla pag. 1 a 43, e annotazione 1 alla pag. 2.

[64] Raynald, Ann. ecc. 1285, §. 3, bolla del 9 febbraio.

[65] Chron. Mon. S. Bertini, in Martene e Durand, Thes. Nov. Anecd., tom. III, pag. 765.

Nangis, Vita di Filippo l'Ardito, in Duchesne, Hist. franc.script., tom. V, pag. 543.

Vita di Martino IV, in Muratori, R. I. S., tom. III, pag. 611.

Francesco Pipino, lib. 4, cap. 21, in Muratori, R. I. S., tom, IX, pag. 726.

[66] Nangis, loc. cit.; Francesco Pipino, loc. cit.

[67] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 9.

[68] Bart. de Neocastro, cap. 90.

[69] È attribuita a un abate Gioacchino. Francesco Pipino, loc. cit., lib. 4, cap. 20.

[70] Dal Torso fu, e purga per digiunoLe anguille di Bolsena e la vernaccia.DANTE,Purgat., c. 24.

e ciò che nota in questo luogo Benvenuto da Imola.

Francesco Pipino, lib. 4, cap. 21, in Muratori, R. I. S., tom. IX,pag. 726, il quale rapporta i due versacci:

Gaudeant anguille quod mortuus est homo ille.Qui quasi morte reas excoriabat eas.

Della morte di questo pontefice e non della cagione, dicono ancoraGiovanni Villani, lib. 7, cap. 106. Ricobaldo, loc. cit., ec.

[71] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 12.

[72] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 14.

Tolomeo da Lucca, Hist. Ecc., lib. 24, cap. 13, in Muratori, R. I.S., tom. XI.

[73] Nangis, loc. cit., pag. 544.

Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 16.

[74] Raynald, ibid.

[75] Raynald, ibid., §. 23, breve del 1º agosto 1285.

[76] Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 43, e seg.

[77] Raynald, Ann. ecc., 1285, §§. 29 a 51.

[78] Ibid., §. 53.

[79] Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, lib. XI, cap. 1.

[80] Bart. de Neocastro, cap. 98.

Opere della corte di Roma contro Pietro d'Aragona. Concessione di quel reame a Carlo di Valois. Protestazioni e pratiche di Pietro. Contese di lui con le Corti di Aragona. Lega di que' baroni; grande esercito e armata che apparecchiansi in Francia. Invasione del Rossiglione, poi della Catalogna. Straordinaria fortezza e perseveranza di re Pietro; assedio di Girona. Morìa nel campo francese. Pietro ripiglia le offese. Fazioni di mare. Loria con l'armata siciliana riporta segnalata vittoria su i Francesi. Ritirata di re Filippo, e sua morte. Carlo lo Zoppo mandato prigione in Catalogna. Morte di Pietro. 1282-1285.

La guerra sopra Aragona, pensata al primo fallir dell'impresa di Sicilia, per avviluppar Pietro in tal briga nel suo antico reame, che lasciasse la difesa del nuovo, si macchinò poco men che tre anni, tra Carlo, papa Martino e Filippo l'Ardito. Di leggieri crederò a Martino, che parecchi baroni francesi stigavano a quella il re, dicendo insopportabili ormai le offese di Pier d'Aragona, e vergogna al sangue reale e a tutta la nazion francese, se non ne pigliasse vendetta[1]; perchè par che il risentimento della strage del vespro tutto si fosse volto contro il re d'Aragona, quando si vide ch'ei ne raccoglieva i frutti, e incalzava e sfregiava sempre più la casa d'Angiò, e facea scorrer nuovo sangue francese ne' combattimenti di Calabria. Le arti de' grandi infiammaron certo il sentimento pubblico; menando tanto romore del duello; gridando Pietro codardo perchè lo schivava, e traditore perchè avea assalito Carlo in Sicilia senza disfida. D'altronde la corte di Francia, sollecitata e piaggiata assiduamente da casa d'Angiò[2], e allettata dall'onore di ristorarla in Italia, ben potea desiderare una impresa, che insieme promettea larghi {309} acquisti oltre i Pirenei. La nazione, pronta per indole alla guerra, v'era anco sospinta dalle condizioni sociali, e dall'uso alle crociate: chè perfetta crociata fu questa, sì alle bandiere, e sì all'intento de' crocesegnati, divenuto sì basso e profano nel secolo decimoterzo. È notevole che nel trattare tal impresa detta sacra e suscitata dalla corte di Roma, si manifestò ne' consigli di Filippo una insolita gelosia e diffidenza contro lei, un desiderio a spillare i danari ecclesiastici, un accorgimento e contegno di cui Martino si maravigliò, si adontò, ma gli fu forza sopportarlo. I principî d'ordine monarchico, prevalsi nel regno di san Luigi e messi già in opera contro la feudalità, si sollevavan contro la potenza papale; e preparavano la lotta di Bonifazio con Filippo il Bello.

Il primo divisamento in Francia fu di muover la guerra senza frasi: volean le decime delle rendite ecclesiastiche, ed eran pronti a pigliare le armi: il vescovo di Dol e Raoul d'Estrées, maresciallo di Francia, portarono al papa questa ambasceria di Filippo sul fin dell'anno ottantadue. Ma quegli rispose che volea meglio colorire la cosa; aspettar che Pietro persistesse nella occupazione della Sicilia fino a un termine dato; e poi con forme di giustizia e gravi sentenze compilar l'atto della disposizione del regno d'Aragona: e così fece, scrive egli, con molta prestezza, fidando in Dio e nella Francia, che fosse pronta sempre ad eseguir con le armi il giudizio della corte di Roma[3]. Ad accrescere il premio, mise fuori un'altra bolla che spogliava Pietro del reame di Valenza[4]. Volle impedire l'ingrandimento della Francia nella guerra che si dovea sostener col suo sangue, dichiarando contro il voto di parecchi {310} cardinali[5] che concederebbe que' reami a un de' figliuoli di Filippo l'Ardito, a scelta del re o della santa sede s'ei tardasse, eccetto il primogenito sempre. Nè lasciò occasione d'allungar la mano nei patti fondamentali della nuova dinastia; pretendendo immunità ecclesiastiche larghissime, omaggio e censo a Roma[6]. A trattar queste e le altre condizioni dell'impresa, avea già inviato legato pontificio Giovanni Chollet, cardinal di Santa Cecilia; che venne a corte di Francia con Carlo d'Angiò innanti il dì del duello[7]; e con quell'autorità, scrive Montaner[8] che dalla terra annoda e scioglie ne' cieli, annullò i giuramenti della lega di Filippo con Pier d'Aragona. Durò assai più fatica a vincer le opinioni de' consiglieri del re, dette di sopra e accettate da' prelati e baroni, che componeano il parlamento, non scaduto per anco a mera corte di giustizia, e rappresentante, com'or direbbesi, gl'interessi della nazione, o delle classi privilegiate che se ne arrogavano il nome.

Nè credo confondere i nomi e le idee d'oggidì con quei del secol decimoterzo, se dico che non solo la corte di Francia volle far patti accorti con Roma, ma che anco il parlamento non amava gittar su la nazione tutto il peso d'una guerra che a lei nulla giovava, ma a Carlo d'Angiò, alla {311} corte di Roma e ad alcun de' figli di Filippo l'Ardito. Perchè nel primo disegno detto dinanzi si chieser le sole decime per tre anni in quel ch'era allora il reame di Francia; ma trattandosi l'investitura come voleala il papa, si domandarono le decime per tutta cristianità, o almeno per quattro anni nella più parte del territorio francese d'oggidì; e le prime annate dei beneficî ecclesiastici nuovamente provveduti; i legati pii, e altri sussidi; oltre le indulgenze, l'autorità della commutazione de' voti; e alcune condizioni che mantenessero la dignità del re verso la corte di Roma; e si sostennero le libertà ecclesiastiche de' popoli d'Aragona: ma soprattutto si pretesero tai favori del papa sia che il parlamento consigliasse il re, sia che lo sconsigliasse, che è a dire se la nazione concorresse o no alla impresa in favor del figliuolo del re. Adirossene il papa; rispose a Filippo il nove gennaio dell'ottantaquattro, chiamando scandalosa l'inchiesta delle annate dei beneficî; orribile a udirsi quella delle concessioni nel caso che il parlamento sconsigliasse; assurda l'altra delle decime in tutta cristianità; e in bel modo rimproverò Filippo e il parlamento di mala fede, d'incostanza, d'ignavia, d'abbandonar la santa sede e la casa d'Angiò, di macchiare il nome francese e dar argomento alle lingue de' suoi nemici. Ma, come fa chi ha maggior voglia, cominciò a piegarsi alle stesse inchieste di cui lagnavasi[9]; mandò al legato, in tante lettere diverse, l'assentimento alle varie condizioni; e gli commise che persistendo il re, gli cedesse[10]. Queste concessioni e le arti del legato conseguiron l'intento.

Chiamati in Parigi i prelati e i baroni, il venti febbraio milledugentottantaquattro, il re lor significava le ultime negoziazioni; e metteva il partito della guerra. Presero tempo d'un giorno a deliberare, di tre a rispondere; e il dì {312} ventuno assai per tempo adunavansi nel palagio reale; divisi in due sale i prelati da' baroni, e assente il re. Il legato che non era lontano nè si rimase a man giunte, fingea poi gran maraviglia della ispirazione per cui virtù le due camere, lontane e ignare de' procedimenti l'una dell'altra, deliberassero la guerra in un medesimo istante. La camera de' baroni mandò prima il messaggio a' prelati; il legato non tardò a far venire il re co' suoi cortigiani; e il medesimo giorno in pien parlamento, innanzi a gran moltitudine l'arcivescovo di Bourges e Simone de Nigel annunziavano a Filippo la deliberazione; Filippo ringraziava, e assentiva l'impresa: il giorno appresso, convocato di nuovo il parlamento, fe' intender la scelta fermata in persona di Carlo di Valois, suo secondo figliuolo[11]. Giurò per costui il padre; il cardinale conferì al fanciullo l'investitura de' regni d'Aragona e Valenza e del contado di Barcellona[12] con istrano rito di porgli in capo un cappello; onde, perchè la terra poi non ebbe, re del cappello il motteggiavano[13]. Ratificò il papa a dì primo marzo; die' la bolla di concessione in buona forma il tre maggio[14]. Lo stesso giorno trasferisce al cardinal di Santa Cecilia piena autorità in Francia, Navarra, Aragona, Valenza, Maiorca, e tutt'altre province ov'era intendimento di levar genti, o {313} portar la guerra; concede per quattro anni le decime dei beni ecclesiastici nel reame di Francia, e nelle province del Viennese, Lione, Liege, Metz, Verdun, Toul, Besançon, Tarantaise, Embrun; e fino in città appartenenti allo impero e altre lontane contrade[15]. Indi commette al legato di predicar la croce; accorda le indulgenze come in guerra di luoghi santi[16]; e oltre le decime, anco i legati pii[17], e un prestito su le somme già raccolte per l'impresa di Gerusalemme, e altri favori che il re domandava, uno dei quali era richiesto da' baroni, dichiarando tenuti i crociati a pagar loro le taglie e prestazioni solite[18]. Ebbe anche le decime ecclesiastiche ne' suoi dominî Giacomo re di Maiorca e conte del Rossiglione, fratello di re Pietro. Ei volendosi scioglier dall'omaggio feudale alla corona aragonese, avea colto il destro di voltarsi contro il fratello, mostrando d'ubbidire alla Chiesa[19]. Fu di tanto più vile, che dissimulò a lungo lo accordo co' nemici della sua {314} schiatta, fermato nell'ottantatrè, riconoscendo anco tener dal re di Francia Montpellier e Lans; e che promise per solenne scritto di dargli i passi della Catalogna, vittuaglie, fortezze, e di combatter contro il fratello: patti d'empietà che giurò sul vangelo[20], e che attiraron su la sua patria le più atroci calamità.

Ma Pietro saputa la prima sentenza del papa, e preparandosi a renderla vana coi fatti, volle combatterla anco nelle forme. Richiamossene prima per ambasciadori; dei quali altri dal nimico fu preso, alla romana corte pervennero Arnaldo di Rexach e Bernardo de Orlè[21]; che esposte le ragioni del re, per lui chiedean sicurtà a difendersi in persona innanti il sacro collegio; e proponean compromesso in cinque principi di cristianità; ma rispinti dal papa assai duramente, protestarono, e della sentenza appellaronsi, scrive il Montaner, a Dio e a san Pietro, con uno scritto in buona forma per man di notaio[22]. Fantasia che bene sta ai tempi; e nascea da un giusto argomento di re Pietro, comune a' più alti ingegni di quell'età, e fortemente scolpito in tutte le memorie nostre d'allora, ch'era, distinguer sempre la religione dalla Chiesa; lagnarsi ove occorresse del papa, ma esaltar sempre la fede cristiana. Nè da altro forse fu dettato il motto degli agostali d'oro battuti in Sicilia con l'aquila siciliana nel dritto, e il nome della regina Costanza e sopra quello il motto «Cristo vince, Cristo regna, Cristo comanda;» e nel rovescio l'armi d'Aragona, il nome di Pietro, e su quello «La somma possanza in Dio è[23].» Apparecchiavasi come ultimo {315} capo di difesa, per ischivar anco la quistione del dritto della corte di Roma, quella donazione de' reami ad Alfonso, di cui parlammo di sopra[24]; ma Pietro non l'usò perchè la lite si trattò poi con la spada. Anzi sentendo la propria sua forza nel navilio, e negli ordini d'entrambi i reami d'Aragona e Sicilia, scherzava su la sentenza del papa, chiamandosi non più re, ma Pier d'Aragona, cavaliere, padre di due re, e signor dei mari[25]. Con la stessa non curanza e col brio d'un cavalier trovadore, ei poetò in provenzale: turbarlo sì questa mostra de' gigli; ma si vedrebbe alle prove se gli torrebbero il baston giallo e vermiglio, o se troverebbe la perdizione in Ispagna chi verrebbe a cercarvi la perdonanza: per sè ei non chiedeva armadura in questa guerra, sol che la sua donna lo confortasse con un sorriso[26].

Un'altra ambasceria inviò in Francia a dolersi della rotta fede; ove ai suoi legati non pur fu dato di vedere il {316} re[27]: e lo stesso avvenne alla reina Margherita, madre di Filippo, che parlar volle di pace[28]. Indarno ancora ne mosse pratiche Eduardo, re d'Inghilterra, prima per suoi ambasciadori in Guascogna, poscia per lettere all'abate di San Dionigi; perchè il legato, ben trascelto da papa Martino, sturbò ogni mite consiglio[29]. Nondimeno non potè Pietro portar l'Inglese alla guerra contro Francia, che pur non ne mancavano altre cagioni. Non altrimenti gli tornò il chieder soccorsi all'imperatore Ridolfo, profferendo cedergli suoi dritti sulla contea di Savoia, e aiutarlo in Italia contro parte guelfa[30]. Più assegnamento facea sopra Sancio di Castiglia, da lui favoreggiato nella ribellion contro il padre; il quale or morto, e usurpato il reame da Sancio, venne Pietro con esso lui a spessi abboccamenti, e fermarono aiuto scambievole, e larghe promesse n'ebbe, ma all'uopo non sel trovò[31]. Nei quali maneggi affaticatosi indarno il re d'Aragona da giugno dell'ottantatrè infino allo entrar dell'ottantacinque, vedea già le armi di Francia alle porte, nè era un sol potentato straniero che si levasse per lui.


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