APPENDICE.

APPENDICE.Esposizione ed esame di tutte le autorità istoriche sul fatto del vespro.Questa rivoluzione, ricordata da tutti gli storici che toccan quell’epoca, in cui fu maravigliosissimo avvenimento, è stata di ciascuno figurata a suo modo; e copiandosi a vicenda gli scrittori, si è alterato dall’uno all’altro il fatto, si son confuse e smarrite le cagioni. Ne’ cap. V e VI io n’ho scritto quanto mi par si ritragga di vero, comparando ed esaminando sottilmente tutte le autorità istoriche de’ tempi; ho delineato il ragionamento, che alla mia conchiusione conduce. In questa appendice, ne vengo ai particolari. Torno a mente al leggitore, che per autorità istoriche intendo: 1o. gli scrittori contemporanei, messi a riscontro tra loro, e valutati secondo le parti che ciascun tenne, la postura in cui si trovò a sapere i fatti, la critica e la esattezza che da a vedere: 2o. i documenti, che pongo in secondo luogo, perchè nel presente caso pochi se ne trovan di tali da stabilir fuori contrasto la verità, ma sol possono rischiarare le testimonianze degl’istorici, e aggiugnere o scemar fede a loro detti: 3o. la tradizione, in quanto valga dopo cinque secoli e mezzo di viver civile: 4o. la necessità di cagioni d’alcuni fatti seguenti, che non cadono in dubbio.E cominciando dagli scrittori contemporanei o molto vicini a que’ tempi, è da notar che sono Francesi, Catalani,Siciliani o d’altre parti d’Italia, e questi ultimi o Guelfi o Ghibellini; ondechè i più scrissero da spirito di parte, pochissimi ne furono scevri, o meglio che le parti amarono il vero. Pertanto di questa rivoluzione alcuni, senza toccar le cagioni, dicon l’uccisione dei Francesi in Sicilia, con qualche circostanza isolata ovvero oziosa, e nulla più. Altri intessono sottilmente una cospirazione; e ne fanno effetto immediato e palpabile il tumulto del vespro. Altri infine, accennando qual più qual meno gli apparecchiamenti e i desideri di Pietro d’Aragona, raccontano il tumulto di Palermo, senz’altrimenti connetterlo con quelli; com’effetto dell’odio alla tirannia angioina, scoppiato a un tratto, per ingiuria, in una festa popolare. Secondo queste tre classi divideremo le testimonianze istoriche poste qui a disamina.Nella prima si noverano Ricobaldo Ferrarese (Muratori, R. I. S., tom. IX); i frammenti d’Istorie Pisane (ibidem); le due biografie di papa Martino IV (ibidem, tom. III, parte 1a, pag. 608 e 609, parte 2a, pag. 430); il nostro fra Corrado, che, inorridito delle fiere vicende passate sotto gli occhi suoi, rifuggiva dal particolareggiarle (ibidem, tom. I, pag. 729); il frate Catalano autor delle Geste de’ conti di Barcellona (Marca Hispanica, per Baluzio, capit. 28), che dice della chiamata di Pietro, dell’assedio di Messina, e dell’obbedienza negata a Carlo in Sicilia, ma non della sanguinosa rivoluzione che die’ principio a questi fatti; il Cantinelli (Chronicon, in Mittarelli, Rer. Faventinarum script., Venezia, 1771, pag. 276); un anonimo fiorentino (pubblicato dal Baluzio, Miscellanea, tom. IV, pag. 104, ed. Lucca), breve ma esatto, il quale narra, senza dir di congiura «che nel 1289 in calende d’aprile si ribellò Palermo, e poi a sommossa de’ Palermitani tutta la Sicilia;» e altri scrittori che inutile sarebbe a noverare, perchè nessuna luce sen trae.Stretta investigazione meritano gli scrittori Francesi, cioè l’autore del Ms. della vittoria di Carlo d’Angiò, Guglielmo Nangis, l’autore della Cronaca del monastero di San Bertino; e i fabbri Italiani della congiura, Ricordano Malespini, Giovanni Villani, l’autore della Storia anonima della cospirazione di Procida, e con essi frate Francesco Pipino, l’autor della Cronaca d’Asti, il Boccaccio, il Petrarca.Nel Ms. della vittoria di Carlo (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 850), si legge che Pier d’Aragona, apparecchiando un navilio contro Carlo re di Sicilia, Siculorum monitu et uxoris, mandò ambasciadori al papa, infingendosi voler andare con grande oste sopra i barbari d’Affrica. Poi narrasi, che di febbraio (1282), un leon marino portato ad Orvieto prognosticasse co’ suoi pianti le calamità che sovrastavano; e qui finisce la cronaca. In essa è notevol solo il Siculorum monitu, che si potrebbe per altro interpretare per consigli degli usciti Siciliani rifuggitisi in corte d’Aragona.Più espresso il Nangis. Secondo lui Pier di Aragona, ingrato ai re di Francia, stigato dalla moglie, co’ Siciliani,qui jam contra regem Siciliae Carolum conspiraverant, confoederatus est. Nam missi Siculorum, Panormitanorum maxime et Messanensium, ad ipsum tum convenerant, dicentes quod si contra regem Carolum vellet cum ipsis insorgere et eosdem tueri, de caetero ipsam in regem et dominum reciperent et haberent..... Circa idem tempus(1281) Petrus Arragoniae rex assensum dedit Siculis qui contra dominum suum regem Siciliae Carolum conspiraverant, etc. Indi, toccando l’impresa preparata da Carlo contro l’imperadore di Costantinopoli, che si ritrae da tutti gli altri istorici, ne parla il Nangis come di novella crociata al racquisto di Gerusalemme. Soggiugne che, tornati appena gli ambasciatori siciliani dalla corte di Pietro, i Palermitani e’ Messinesiribellaronsi; Pietro uditolo s’armò ad aiutarli; ma infìnse andar sopra i barbari in Affrica, e per messaggi confortava i Siciliani. Di Giovanni di Procida ei non parla; ma senza dubbio ne’ riferiti luoghi si contien l’accusa della congiura di Pietro coi notabili di Sicilia (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 537, 538, 539). Prendendo dunque ad esaminare l’autorità del Nangis, diremo che, lette alla distesa le biografie dei re di Francia di quei tempi, ch’ei compilò, ognuno il vede lodator larghissimo de’ suoi signori, come frate e scrittor di corte; e comprendasi di leggieri come dovesse narrare sol ciò che passava per vero nella corte di Francia. Così nei fatti della guerra portata sopra Aragona l’anno 1285 e in altri, il biografo dissimula, ingrandisce, rimpicciolisce, guasta, com’ei crede maggior gloria de’ reali di Francia. A ciò s’aggiunga che dopo quella crudele strage de’ Francesi in Sicilia, l’esacerbata opinione pubblica in Francia non dovea accreditare altro, che il maggior biasimo dei Siciliani e di re Pietro d’Aragona; dovea aggravar l’eccidio con la premeditazione e col tradimento; denigrare la esaltazione del nuovo re con una macchia di congiura; così anche onestar la caduta dominazione di Carlo: perchè congiurar si può contro tutti i governi, ma di una rivoluzione disperata dei popoli, il governo solo ha la colpa. Di più, scrisse il Nangis dopo la ricordata guerra d’Aragona, ingiustissima sempre, ma che men parea, quanti più neri misfatti si addossassero a Piero. Per queste ragioni la testimonianza sua, di per sè sola, è men degna di fede. Nulla le aggiugne o toglie l’antica versione francese che sen trova nelle cronache di San Dionigi, e recentemente è stata ripubblicata a fronte del testo latino del Nangis (Rer. gallic. et franc. script., tom. XX. Paris, 1840); nè anco io ne farei parola, se questa versione, che per lo più tralascia molti squarci del testo, qui non sopprimesse la diceria su idritti di Pietro d’Aragona al trono di Sicilia, e aggiugnesse al testo, che Pietro mandò due cavalieri in Sicilia per vedere se la regina Costanza gli avesse detto il vero su le disposizioni de’ Siciliani; e che fattosen certo e stabilita la rivoluzione,ceulz de Palernes et de Meschines et de toutes les autres bonnes villes seignerent les huis des François par nuit, et quand il vint au point du jour qu’ils pourrent entour eulz voir, si occistrent tous ceulz qu’ils pourrent trouver, etc. Or questo racconto, che muta il vespro Siciliano in alba Siciliana, dice de’ Palermitani, de Messinesi, e della più parte degli altri Siciliani, come se in una medesima città, la notte avessero segnato le porte dei Francesi, e, allo schiarire del giorno, cominciato la strage, appena potettero distinguere da’ segni, le case ch’essi medesimi avean saputo riconoscere e segnare la notte. Si vede chiarissima in tal racconto la favola della uccisione contemporanea, con una inverìsimiglianza di più. Gli eruditi sono in dubbio se questa traduzione debba attribuirsi allo stesso Nangis. Io penso che un contemporaneo il quale scrisse con esattezza, se non la cagione, almeno il fatto, non abbia potuto poi guastare il fatto con sì grossolane favole: e però non saprei trarne argomento a indebolire vieppiù l’autorità del Nangis; ma suppongo piuttosto che la traduzione, o fu fatta, o almeno in questo luogo interpolata da altra mano, in tempo posteriore.La Cronaca infine del monastero di San Bertino, più vagamente del Nangis dice della macchinazione (in Martene e Durand, Thes, Nov. Anecd., tom. III, pag. 762 e seg.). Scrive che Pier d’Aragona, pretendendo la Sicilia pel dritto della moglie, si adoprava,nunc commotiones, nunc seditiones excitans, nunc amicos sibi secrete concilians; semper, in quantum poterat, laborans ad finem intentum; tantochè commosse i barbari di Tunis contro i cristiani; cosa non vera, nè utile ad alcuno intento di Pietro; come nonvere sono quelle sommosse e sedizioni prima del vespro, che anzi durò pienissima infino a quel dì la calma del servaggio.Per suam etiam astutiam, segue il cronista,commotionem excitavit in regno Siciliae. Mandatus tandem ab eis, in Siciliam venit, dominium sibi usurpavit, et se in regem Siciliae coronari fecit; e del resto narra avvenuto in Palermo il primo tumulto, e il progresso della rivoluzione nell’isola. Io non avrei qui noverato questa cronaca, se tutta fosse scritta da Giovanni Iperio, vissuto un secolo dopo il vespro. Ma perchè gli eruditi editori nelle prefazioni, op. cit., pag 441 a 444, han creduto la prima parte opera d’uno scrittore del secol xiii, non l’ho voluto passar qui sotto silenzio. A chiunque appartenga lo squarcio risguardante il vespro siciliano, è da notare che i particolari sono più minuti che nel Nangis, e per lo contrario molto più vaghe le allusioni alle trame de’ Siciliani con Pier d’Aragona.Passando agl’Italiani noi troviamo la tradizione della congiura in Ricordano Malespini, e ’l suo continuatore Giachetto Malespini, e in Giovanni Villani (Muratori, R. I. S., tom. VIII e XIII), che sono propriamente gli autori della fama di Giovanni di Procida, e da loro tutti gli altri han copiato il racconto. Ma prima si rifletta che queste tre autorità si riducono a una sola; quella cioè di Giachetto. Le trame della congiura non poteano esser manifeste in una città guelfa d’Italia prima del fatto del vespro. Ora Ricordano, che minutamente le racconta prima del vespro, cioè sotto l’anno 1281, per lo meno cessò di scrivere in quel tempo, anche dandogli il privilegio di vivere e di conservar tutte le sue facoltà fino a cento anni: perch’ei medesimo assicura essere andato giovanetto in Roma l’anno milledugento. È chiaro dunque che Ricordano non potè dettare quegli ultimi capitoli della sua cronica; e ch’essi son opera di Giachetto suo continuatore,o almeno interpolati da lui, perchè narrando il fatto del vespro, e apponendolo alla congiura, volle inserire il racconto della congiura nella Cronaca di Ricordano che correa fino al 1281.Quanto al Villani, ei dovea essere o bambino o fanciullo nel 1282, e certo cominciò a scrivere molti anni appresso; e il suo racconto della congiura e il fatto del vespro, sono non presi ma trascritti di parola in parola, il primo dalla Cronaca attribuita a Ricordano, l’altro dalla continuazione di Giachetto, con qualche lieve circostanza di più o di meno, che non toglie la evidenza del plagio, riconosciuto ben dal Muratori nelle sue prefazioni a’ Malespini e al Villani. Prendendo dunque a esaminare insieme i racconti del Villani e di Giachetto, che per la perfetta coincidenza si riducono a un solo, veggiam che costoro come Fiorentini, vivuti mentre la città reggeasi del tutto a parte Guelfa e si rafforzava della riputazione dei re di Napoli contro le rivali città di Toscana, senza pudore parteggiano, più che gli scrittori francesi; perchè la vicinanza rinfoca tutte le passioni. Indi ad ogni parola scopron gli animi Guelfi, e nimicissìmi a’ Siciliani. Del Villani, così il Muratori nota nella prefazione citata di sopra, doverglisi prestar poca fede nelle vicende di parti guelfa e ghibellina dopo i tempi dell’imperador Federigo secondo. S’aggiunga, ch’egli era forse più ingiusto per umor di famiglia; poichè ne’ diplomi del duello fermato tra re Pietro e re Carlo, si legge tra i nomi de’ mallevadori di Carlo (veggasi il capit. IX, voi 1, pag. 210) un Giovanni Villani, forse parente dello storico. Non son pochi gli errori in cui caddero cotesti scrittori, ch’eran per altro lontani dalla Sicilia, e disposti a colorire la narrazione come paresse peggiore pe’ loro nemici; che così sempre si è fatto e si farà anche senza il proponimento di calunniare. E lasceremo, perchè si può apporre ai copisti, l’errore di Giachetto, che porta il tumultodel vespro a tre marzo. Ricordano e Villani raccontan quella improbabilissima corruzione di Niccolò III, comperato da Procida col danaro del Paleologo; suppongon che re Pietro d’Aragona pe’ suoi preparamenti domandasse un sussidio di moneta al re di Francia, quando si sa che una delle ragioni principali, con cui difendeva il suo segreto intorno lo scopo dell’impresa, era di prepararla senza alcun aiuto d’altrui. Giachetto e Villani portano, con errore evidente, il tumulto del vespro incominciato a Morreale, poichè s’erano adunati in Palermo «a pasquare, i baroni e’ caporali che teneano mano al tradimento;» dicono come nella festa un Francese prendesse una donna per farle oltraggio; e indi nascesse la briga, incalzata da’ congiurati; i quali nella zuffa ebber la peggio, poi uccisero tutti i Francesi in Palermo, e andando alle lor terre, commossero tutta l’isola. Nell’assedio di Messina i due cronisti non son più esatti; recando una lettera di Martino, apocrifa e foggiata senza riscontro alcuno con le idee che scernonsi nelle bolle messe fuori in quell’incontro (V. il cap. VII). Essi di più, raggirando su Procida sempre la lor macchina, il fanno mandare ambasciadore da’ Siciliani a Pietro, per offrirgli la corona, quando gl’istorici Siciliani e Catalani, che non poteano nè ignorare, nè tacere nome sì grande, dicono incaricati tutt’altri dell’importante messaggio. In questi e in tanti simili fatti, che notiamo nel corso del nostro lavoro, si scernon sempre i ridetti istorici male informati, fallaci, parziali.Maravigliosa è la uniformità del lor dettato con quel d’una Cronaca anonima in antica lingua siciliana, che corre dal 1279 infino ad ottobre 1282 (di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 243 e seg.). Questa coincidenza, creduta argomento di veracità della Cronaca, e il sapore antico della lingua e dello stile, persuasero al di Gregorio, che contemporaneo fosse questo scritto, del quale s’ignoradel tutto l’autore, ma ce n’ha un Ms. in carta di bambagia, posseduto al presente dall’erudito e gentile uomo, il principe di San Giorgio Spinelli di Napoli, che per l’ortografia e la forma de’ caratteri con lettere iniziali azzurre o vermiglie e vestigia di dorature, appartiene senza dubbio al secol xiv. Questo antico Ms. pervenuto al presente possessore forse da Messina, era del tutto ignoto in Sicilia nel secol passato; talmentechè di Gregorio pubblicò la Cronaca nella sua Biblioteca Aragonese sopra una copia del secolo xvii, con ortografia diversissima dal Ms. del San Giorgio, e queste altre differenze, che innanzi il Ms. di San Giorgio si legge;Quistu esti lu Rebellamentu di Sichilia lu quali hordinau effichi fari Misser iohanni di prochita contra lu reCarlu p., e che il luogo della lezione del Gregorio (pag. 264),et incalzaru la briga cantra li francischi cu li palermitani, e li homini a rimuri di petri e di armi gridandu «moranu li franzisi;» et intraru dintra la gitati cu grandi rumuri lu capitanu che era tardu pri lu re Carlu, etc.; ha nel Ms. del San Giorgio la bella variante:Incalzaru la briga contra li franchischi et livaru A rimuri efforo a li armi li franchischi cum li palermitani et li homini a rimuri di petti e di armi gridandu moranu li franchischi et Intrara in la chitati cum grandi rimuri et foru per li plazi et quanti franchischi trouavanu tutti li auchidianu Infra quilli rimuri lu capitanu chi era tandu per lu Re Carlu, etc.Tuttavia nè l’antichità di questo Ms. nè quella dello stile e della lingua, alla quale s’appigliò il di Gregorio, non avendo per le mani altra copia che del secolo xvii, e volendo ad ogni modo raccomandare la Cronaca come contemporanea, nè l’una nè l’altra, io dico, posson portare a un’approssimazione sì stretta, da giudicare precisamente se l’autore fiorisse in fin del secolo xiii o nei principî, o nel fine del xiv; e indi se contemporaneo fosse al vespro, o quanto discosto. L’altro argomento, ch’è la coincidenzacol Villani, o meglio diremo Malespini, proverebbe il contrario, cioè che l’autor della Cronaca siciliana avesse avuto per le mani quella de’ Fiorentini; perchè si riscontrano con picciol divario la disposizione dei fatti, gl’incidenti, spesso le parole, più spesso gli errori; il che mai non avviene quando due scrittori, senza conoscersi l’un l’altro, dettino il medesimo avvenimento, foss’anco brevissimo e semplice. Le differenze poi son queste: che la parte aneddotica e drammatica è molto più ampia nella Cronaca siciliana, e che qualche data o nome di luogo è diverso, or con maggiore esattezza o probabilità dalla parte del Siciliano, or il contrario. Per esempio, il Siciliano scrive che Procida nel 1279 si trovasse in Sicilia (nè il dice proscritto e nascoso); quando da’ diplomi allegati da noi nel cap. V, vol. 1. p. 92, si vede chiarito ribelle e uscito infin dal 1270; e si sa che riparò a corte del re d’Aragona. Ma, quel ch’è più, il veggiamo incerto ed erroneo sul giorno della sollevazione di Palermo:Eccu chi fu vinuto lu misi di aprili, l’annu di li milliducentaottantadui, la martedì di la Pasqua di la Resurrezioni; quando e’ si vede certamente che quel martedì cadde il 31 marzo. Or che un Siciliano, vivuto di que’ tempi, avesse potuto errare o dimenticar questo giorno, io nol so comprendere; e da ciò potrebbe argomentarsi l’antichità men rimota di questa Cronaca, perchè sendo avvenuta nel corso d’aprile la strage in tutte le altre città di Sicilia, molti anni appresso si ricordava aprile come il tempo del riscatto; e l’autor siciliano, avute per le mani le cronache de’ Fiorentini, vi corresse a suo modo l’epoca; come fece del coronamento di re Pietro, asserito da quelli, negato da lui; e sì del luogo della prima sollevazione, portata da quelli in Morreale, da lui, e qui con esattezza,in un locu lu quali si chiama Santo Spirito, ch’era il nome della chiesa, non della campagna. Le quali correzioni portano a credere che il Sicilianodopo i Fiorentini, non questi dopo lui avessero scritto; perchè i primi non sarebbero inciampati nell’errore del luogo della prima rissa, o avrebbero seguito il Siciliano nell’errore del tempo.Perilchè mi è venuto in mente un supposto intorno questa Cronaca. Io penso che l’autore scrisse verso la metà del secolo xiv e fu della famiglia Procida, o attenente ed amico a quella; che nel regno dì Federigo d’Aragona, come si è veduto nel capitolo XV, Giovanni di Procida voltò a parte angioina, e con lui alcuni della famiglia. Quest’anonimo dunque, cliente o partigiano dei figliuoli di Procida, pieno d’umori guelfi, vivendo fuori dalla patria, s’imbattè nella cronaca de’ Malespini o del Villani; alla quale aggiunse or qualche verità, or qualche errore cavato dalla tradizione e tendente ad esaltar Giovanni di Procida; e ne dette quel che in oggi chiameremmo romanzo storico, o una istoria frammischiata di finzioni e novelle; come son di certo la debolezza, la paura, i pianti di tutti que’ grandi che si suppose trattasser la congiura con Procida. Certo egli è che parecchi Siciliani sotto Pietro, Giacomo e Federigo d’Aragona, or a ragione or a torto, furon puniti, o uscirono come ribelli, e ben potè avvenire che alcun d’essi o de’ loro figliuoli restassero fuori di Sicilia anche dopo la pace; certo che un germe, ancorchè debolissimo, di parte francese o guelfa o, come appo noi chiamavasi, di Ferracani, restò in Sicilia; certo che questa Cronaca, difforme dalle altre nostre di que’ tempi, si riscontra nelle parti più essenziali con quella de’ Guelfi Malespini e Villani. Di essa l’autore non si sa; il tempo non si sa; e assai debole testimonianza ne sembra. Il di Gregorio, pubblicandola per lo primo, mutila del principio, che poi si è dato alla luce (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, docum. 4), notò con allegrezza molti luoghi in cui risponde al Surita, senza riflettere che il Surita, autordel secoloxvi, togliea que’ fatti da essa appunto e dal Villani.Seguono nella medesima classe gli scrittori che primi aggiunsero alla cospirazione la favola della uccision dei Francesi per tutta l’isola in un dì. Frate Francesco Pipino, che fiorì ai tempi di re Roberto (Francesco Pipino, lib. 3, cap. 19, in Muratori, R. I. S., tom. IX, p. 695), cioè nei principi del secol xiv, ma al dir di Muratori (ibid., Prefazione) poco diligente e spesso rapportator di favole e maraviglie, narra ancor questa, ma assai timidamente. Dapprima descrive le oppressioni e violenze de’ Francesi, donde nacque una sedizione in Palermo, e la chiamata di Pier d’Aragona ch’era ad oste in Affrica. Ma parendogli poco, soggiugne:Hujus autem rei novitatem tractasse ac procurasse fertur multis periculis, sudoribus, oc dispendiis, magister Joannes de Procida, olim notarius, phisicus, et logotheta regis Manfredi(ibid., pag. 686 e seg.); e discorre minutamente la cospirazione, i soccorsi di danaro dati a re Pietro dal Paleologo, e da papa Niccolò (qui pagante e non pagato); fa ordinare da Procida che in un giorno assegnato tutti i Siciliani si levassero, e nel medesimo dì Pietro si partisse con la flotta: le quali due cose, ei soggiugne, riuscirono appunto; quindi Pietro venne in Messina, e incoronossi nelle feste di Pasqua del 1282. Fascio di anacronismi, errori e grossolane inverosimiglianze, che non è uopo confutare, quand’ei medesimo, che affastellar solea alla cieca, le porta col salvaguardia delfertur; e narra il medesimo fatto in due modi, l’uno della sollevazione casuale in Palermo, propagata nell’isola, l’altro della uccisione contemporanea in tutta l’isola. Nel capitolo che contien la prima narrazione ei mette l’intitolazione:De Carolo seniore Siciliae Rege, ex chronicis; onde si vede che la prima trasse da croniche, quella seconda dalla voce popolare, senza dire qual delle due credesse la vera, chè ben il dovea,trattandosi di un fatto sì grande, e sì diverso secondo che all’una o all’altra si prestasse fede.Peggio la cronaca d’Asti, la quale fa durare sol tre mesi le pratiche del Procida, che gli altri portano condotte in tre anni; e racconta quel miracoloso eccidio per tutta Sicilia in un dì; e manda ad assaltare l’Aragona, col re di Francia, lo stesso re Carlo, ch’era morto parecchi mesi innanzi. Perciò della cronaca d’Asti non ci impacceremo più a lungo.Finalmente la stessa favola di una strage universale al tocco del vespro, fu scritta da Giovanni Boccaccio, ne’ Casi degli uomini illustri (lib. 9, cap. 19); nè è da maravigliare, che meglio di sessant’anni appresso il fatto, il novellatore toscano, dimorato a lungo in Napoli, e amante d’una figliuola di re Roberto, abbia spacciato il racconto che piaceva più nella corte angioina, e l’abbia scritto così di volo, non in istoria giusta, ma in una tal maniera di biografie, tendente a mostrare le strane vicende della fortuna.Il Petrarca, contemporaneo del Boccaccio e non del vespro siciliano, nell’Itinerario siriaco, tiene ancor l’opinione che Giovanni di Procida fosse autor principale della rivoluzione di Sicilia, per privato risentimento. Del rimanente nè dice della cospirazione, nè accenna altri particolari; e si mostra anco poco informato della patria di Giovanni, che scambia col titol della signoria. La sue parole son queste:Vicina hic Prochita est, parva insula, sed unde nuper magnus quidam vir surrexit, Johannes ille qui formidatum Karoli diadema non veritus, et gravis memor iniuriae, et majora si licuisset ausurus, ultionis loco huic regi Siciliam abstulisse, etc. (tom. 1, pag. 620). Non è fuor di proposito qui aggiugnere, che il Petrarca fu attenente alla corte di Napoli; e ricordare un diploma di re Roberto, dato il 2 aprile 1331, che lo eleggea suo cappellano,citato dal Vivenzio, Istoria del regno di Napoli, tom. II, pag. 358.Prendendo adesso a dir degl’istorici, strettamente contemporanei tutti, che o non parlano di pratiche antecedenti al vespro, o non attribuiscono a quelle il vespro, io mi sento ripetere, che ai Siciliani e agli Spagnuoli poco sia da attendere, perchè vollero per amor di nazione passar sotto silenzio la congiura. E io ammetto questa diffidenza; e mi guardo dalle reticenze e dalle esagerazioni che si debbon trovare negli scrittori di questa parte; ma niuno dirà, che i fatti debban piuttosto cercarsi in quelli delle altre genti, lontane di luogo o di commerci; e che tra due classi di partigiani, se pur si voglia, meritino maggior fede gli avversi a noi, che i nostri. Indi è bene degli uni e degli altri dubitare, e starcene a più sode autorità: e così m’ingegnerò di fare; fidandomi di me in questo, che l’amor della patria grandissimo, mi conforta anzi a onorarla col vero; che a pargoleggiare con poveri inorpellamenti.Di questo vizio in vero non so condannar l’anonimo che scrisse in latino la Cronaca di Sicilia, pubblicata in varie collezioni, e più correttamente dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II); la qual Cronaca dai dotti (ibid., p. 109 e 119) si tiene contemporanea, e degna di molta fede. Questo semplice cronista, sollecito di trascrivere i documenti, e parco assai di parole proprie, se darebbe qualche ombra col tacere il caso di Droetto, e narrar come nella piazza della chiesa di SantoSpirito molti Palermitani cominciassero a gridare: «Morte ai Francesi,» dilegua poco appresso ogni dubbio soggiungendo: «Et sic rebellantes subito, sicut Domino placati, contra ipsum Carolum, cum nulla praeveniret exinde aliqua provisio, etc. Si raccomanda inoltre l’anonimo per molta diligenza ed esattezza nell’epoca di cui trattiamo.In quella visse Niccolò Speciale, uom di alto stato e dimolte lettere, secondo i suoi tempi; ito nel 1334 ambasciadore di re Federigo II di Sicilia a papa Benedetto XII (Prefazione del Muratori, ristampata dal di Gregorio nel tom. I della Bibliot. arag,, p. 285), Indi abbiamo per questo istorico un bene e un male; il bene, che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri o ritratto da vicino; il male, che potè peccar di prudenza cortigiana contro la verità. Infatti, riguardo ai tempi di Federigo, non son senza questo studio alcuni luoghi della sua istoria; e quanto al vespro, tace i disegni anteriori di re Pietro, nè io mi terrei al suo silenzio della cospirazione, se altre autorità non ne avessi. Narrando il caso di Droetto, lo Speciale segue:Tunc Panormitani omnes, quod diu concaperant, operi st accingunt, quasi vocem illam coelitus accepissent, che deve intendersi del proponimento di vendetta e affranchimento che nudre ogni popolo oppresso, s’ei non è schiavo vilissimo nel sangue; perchè tutt’altra spiegazione è tolta dalle espresse parole che il tumulto avveniva: nullo comunicato consilio (loc. cit., p. 301). Questa negazione precisa di trattato precedente, dee far molto peso in un uomo come Speciale, che avrebbe forse dissimulato tacendo, ma non mai asseverata una bugia, in un fatto gravissimo e di necessità notissimo.Crescon di forzna tali ragioni parlando di Bartolomeo de Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina nella rivoluzione (Carta del 10 maggio 1282, ne’ Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116), indi avvocato del fisco, e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia a papa Onorio (nel di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 4, Prefaz. del Muratori). Perch’ei si trovò, non che nel vigor dell’età, ma in mezzo a pubblici affari, in questi tempi della rivoluzione; scrisse con fresca memoria, pria del 1295, chiamando nel suo proemio ancorare di Sicilia Giacomo, e infante Federigo l’Aragonese, e conducendo la narrazione infino all’anno 1293: nè da’ suoi scritti trasparisce arte alcuna cortigianesca, ma candore e preoccupazione di patriotta messinese di que’ tempi. Il buon Bartolomeo dunque, francamente dice (cap. 16) dell’antico disegno di Pier d’Aragona sopra il reame di Sicilia, e delle armi apprestate in Catalogna; ma venendo al fatto del vespro, il narra con semplicità, in guisa da non far sospettare nè macchina celata in quel tumulto, nè reticenza nella narrazione. D’altronde è da notare, com’ei non era punto cortese verso Palermo, e scendea fino a vanti e finzion puerili per esaltar Messina sulla città sorella; vizi reciproci allora e per lungo tempo da poi, de’ quali le due città, rinsavite, or piangono e con esse la Sicilia tutta. Talmentechè scrivendo il Neocastro sotto gli auspici della rivoluzione vittoriosa, non avrebbe ei mancato, se il fatto gliene avesse dato l’appicco, dal far partecipare anche i Messinesi nella gloria del virile cominciamento; nè dal togliere all’emula città l’onore d’una subita sollevazione a vendetta, più nobile sempre di ogni pratica occulta. Se l’anonimo, lo Speciale e ’l Neocastro tacquer dunque la congiura di Procida, è da conchiudere, che o non fu, o non operò nella rivoluzione; la quale se fosse stata effetto immediato di quella, nè lo avrebbero potuto ignorare, nè avrebbero avuto la fronte di passarlo sotto silenzio.Tengon lo stesso metro due altri contemporanei catalani, Ramondo Montaner e Bernardo D’Esclot, dei cui scritti infino a qui non si è fatto abbastanza tesoro nelle istorie di Sicilia; perciocchè il primo da pochi dei nostri, in pochi luoghi fu citato; il D’Esclot è stato ignorato più di lui, non ostantechè il Surita lo venga nominando di tratto in tratto negli Annali d’Aragona. Montaner nacque in Peralada nel 1265 o 1275 (chè ci ha una variante nelsuo testo.—Barcellona, 1562); militò sotto Piero d’Aragona, Giacomo e Federigo di Sicilia; e nel 1325 o 1335, tornato vecchio in patria, si die’ a stender la Cronaca. Soldato di ventura, superstizioso, vantator di sua gente, e soprattutto dei re, storpia nomi e fatti, massime favellando d’altri paesi; e intorno i casi di Carlo d’Angiò e degli ultimi principi di casa Sveva innanzi il 1282, reca strane favole, con stile talvolta vivace, talvolta noioso per moralizzar troppo, sempre pien di religione, di civil senno e di esperienza militare. Ondechè nei fatti di questa Cronaca, (che spesso sembran tolti di peso dalle narrazioni volgari de’ guerrieri e marinai, e spesso confusi nella memoria dell’autore, che incominciò a scrivere nel sessantesim’anno dell’età sua,) è da andare con assai riguardo di critica; massime ne’ primi tempi della dominazione aragonese in Sicilia, ne’ quali non è certo se Montaner venisse nell’isola. Questo autore fa parola (cap. 25 a 42) del proponimento di Pietro a vendicare Manfredi e Corradino, ed Enzo (egli aggiugne, chiamandolo Eus); e degli armamenti che preparava. Senz’altro passa, nel cap. 43, a raccontare il tumulto di Palermo, nella festa a una chiesa presso il ponte dell’Ammiraglio, che invero non è discosto dalla chiesa di Santo Spirito. Dice delle ingiurie alle donne; e che i Francesi col pretesto di frugare per l’arme los metian la ma (così in suo catalanesco) e les pecigavan e per les mammelles, e poi zoppicando continua a raccontar l’andata di Piero in Affrica; dove a magnifìcare il suo re, fa venire, con vele negre alle galee e vestiti a gramaglie, gli ambasciatori di Palermo e delle altre città; li fa parlar da fanciulli e da schiavi; e sì via procede nella narrazione.Ben altra gravita istorica s’ammira nel D’Esclot, cavalier catalano, che scrisse nel 1300 (D’Esclot, tradotto in casigliano da Raffaele Cervera.—– Barcellona 1616, Pref.del traduttore; e Notizia del Buchon, innanti la ed. del genuino testo catalano.—– Parigi 1840). Questo autore non è scevro di tale spirito nazionale che trascende alla vanità; ma il veggiamo benissimo informato de’ fatti, penetrante nelle cagioni, pregevole per ordine nella narrazione e dignità di stile. Porta in compendio parecchi documenti, che con molta fedeltà rispondono agli originali pubblicati gran tempo appresso in altri paesi. Nondimeno pende troppo a parte regia, ma senza viltà. Costui tace al tutto i disegni del re d’Aragona; degli armamenti dice che fossero apparecchiati per la impresa d’Affrica, che assai minutamente descrive. In Affrica, fa venire a Pietro gli ambasciatori di Sicilia; e da lui accettar il reame, confermando tutte le leggi, privilegi, e costumi del tempo di Guglielmo II. Descrive il fatto del vespro, come gli altri contemporanei di maggiore autorità, cagionato dagl’insopportabili aggravi, e nato per le ingiurie alle donne, e le percosse agli uomini che sen querelavano. Tutti questi casi, non affastellati, nè discorsi sbadatamente, ma con estrema diligenza e nesso d’idee (lib. 1, cap. 17, della traduz. spagnuola; o cap. 77 e seg. del testo catalano).Ma posti da canto gli scrittori di parte nostra, noi troviamo il vespro nella stessa guisa rappresentato dagl’indifferenti e dagli stessi avversari. L’autore della Cronaca intitolata:Praeclara Francorum facinora, che fu certo Francese, dice dinon modicum apparatumdi Pier d’Aragona; e dei sospetti che destò in papa Martino e in re Carlo. Indi narra come i Palermitani uccideano,succensa rabie, Gallicos qui morabantur ibidem..... Deinde regi Carolo tota Cicilia fuit rebellans, et supra se Petrum regem Aragonum in suum defensorem ac dominum vocaverant, etc. (Duchesne, Hist franc. script., tom. V, pag. 786, anno 1281)» Or che questo Francese, il quale non fa un secco cenno del caso, nè se ne mostra male informato, parli dìpreparamenti di Pietro, e non di congiure, ma della sollevazione, è secondo me non lieve argomento.Degli scrittori italiani, vari d’umori e molti anco Guelfi, è lunga la lista. Il Memoriale dei podestà di Reggio, scritto in questo tempo da un Guelfo senza cervello, non risparmia i Siciliani, nè Pietro; scrive (in Muratori, R. I. S., tom. VIII, p, 1155) che si trattava di matrimonio tra un figlio di Pietro e una figliuola di Carlo; che l’Aragonese s’infinse di andar sopra gl’infedeli, e:sub specie pacis et parentelae abstulit fraudolenter, etc. il regno di Sicilia. Questo fraudolenter non si riferisce ad altro che alle sembianze di pace, perchè la Cronaca narra del vespro (ibid., p. 1151) che i Sicilianirebelles fuerunt regi Karolo, e uccisero i Francesi. Nulla di congiura coi baroni siciliani; anzi aggiugne, che Pietro fe’ l’impresa di Sicilia aiutato dal re di Castiglia e dal Paleologo.La Cronaca di Parma, contemporanea anch’essa, narra il caso un po’ diversamente dagli altri. Un Francese percosse del piè un Palermitano; indi la rissa, il grido universale, e la strage;et Siculi miserunt pro dicto regi Aragonae; e continua una breve narrazione degli avvenimenti (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 801, anno 1282). Non vi è traccia di accordi nè di trame.Fra Tolomeo da Lucca, pure contemporaneo, particolareggia le pratiche di Pier d’Aragona col Paleologo, e afferma aver visto il trattato. Papa Martino, a sollecitazione di Carlo, scomunicò l’imperator greco; questi mandò a Pier d’Aragona, Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con moneta; l’Aragonese allestiva l’armata; domandato dal papa, rispondea: taglierebbesi la lingua anzi che dir lo scopo. Dietro ciò viene il tumulto di Palermo, scoppiato per le molte ingiurie che si soffrivano; e seguon minutamente i fatti. Una sola vaga parola ci ha da notare, che la rivoluzione seguì,foventeil rePietro, per le sollecitazioni della moglie. Ma tra tanti minuti ragguagli, nulla di venuta del Procida in Sicilia, di congiura co’ baroni; e quelfoventesi riferisce senza dubbio al favor che poi diè alla rivoluzione, o a qualche vago incoraggiamento prima (Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 3, 4, 5, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186, 1187; e lo stesso negli Annali, ibid., pag. 1293).Ferreto Vicentino, autor d’una Cronaca dal 1250 al 1318, nel qual tempo probabilmente ei visse, reca similmente le pratiche dell’imperator greco e del re d’Aragona; le esortazioni fatte a questi da Giovanni di Procida; il danaro dato, e gli armamenti. Del resto è poco esatto; porta l’andata di Pietro, di Catalogna a Messina direttamente; e fa pattuire il duello nel tempo dell’assedio di quella città, per evitare la strage. Non parla de’ Siciliani senza biasimo; e notevol è ch’ei dice chiamato Pietro dai maggiori del regno, che, ammazzati i Francesi, avean preso iniquamente lo stato; il che esclude ogn’idea di cospirazione antecedente di costoro col re (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 952, 953).In un’antica Cronaca napolitana (Raccolta di Croniche, Diarii ec, Napoli 1780, presso Bernardo Perger, tom. II, pag. 30) leggiamo: «1282.L’isola de Sicilia se rebellò contro re Carlo I e donasse a re D. Pietro de Aragona; quale rivoltazione fo per violentia che un Francese volse fare a una donna.»Giordano, nel Ms. Vaticano, non altrimenti narra il vespro, che con le parole:Succensa est primo stupenda rabies, propter enim enormitates Gallicorum(in Raynald, Ann. ecc., 1282. §. 12).Paolino di Pietro, contemporaneo, mercatante fiorentino, e scevro, per quanto si ritrae, da studio di parte in queste nostre vicende, racconta la sollevazione in queste parole, che per la grazia della lingua e semplicità anticaci piace trascrivere:E incominciosse in Palermo, perchè andando ad una festa per mare, alquanti di Palermo fecero lor segnore, e levaro un’insegna per gabbo ed a sollazzo; ed alquanti Francesi per orgoglio la volsero abbattere; e quelli non lasciando e difendendola, vennero alle mani; e i Palermitani non curandoli in mare, ed i Franceschi non credendo ch’elli avessero l’ardire, combattero ed ucciserli. Per la qual cosa la terra fu sotto l’arme; e li Franceschi combattendo con li Palermitani, per paura di non morire tutti, si difesero, ed ucciserli tutti, e grandi e piccioli, e buoni e rei. E poi alla sommossa di Palermo, che parve opera divina ovvero diabolica, tutte le terre di Sicilia fecero il somigliante; sicchè in meno d’otto dì in tutta la Sicilia non rimase, niuno Francesco. Il re di Raona, sentendo questo, fece ambasciatori, profferendo avere e persona, e ritornò diqua, non avendo sopra Saracinì acquistato niente; ed arrivò in Sardegna; ed ivi stando ebbe dai Siciliani ambasciadori e sindachi con pien mandato; e andò in Sicilia; e di volere si fece loro re(Muratori, R. I. S., Aggiunta, tom. XXVI, pag. 73). La quale narrazione, ancorchè diversa dal vero, prova che in Italia s’incominciò a raccontare diversamente il fatto del vespro, errando talor nelle circostanze, e più sovente nelle cagioni, perchè più facile è; ma che Paolino di Pietro s’imbattè solamente negli errori dei fatti.Non così il grave scrittore degli Annali di Genova. Fu questi Giacomo d’Auria, o Doria, che gli Annali, principiati da Caffari, continuò dal 1280 al 1293. Uomo d’alta affare nella repubblica, per carico pubblico ei scrisse le cose de’ suoi stessi tempi, viste con gli occhi propri, o ritratte da testimoni degni di fede, nel popol di Genova, mercatante e navigante, che avea commerci frequentissimi con Sicilia e anche con Napoli; tantochè alcune galee genovesi vennero ad osteggiar Messina a’ soldi di re Carlo; e Genovesi eran anco entro Messina e in altri luoghi di Sicilianel tempo della rivoluzione; e più numero nè militarono nelle armate nostre e nemiche nelle guerre seguenti. Donde ognun vede se abbian questi annali pregio di esattezza, sano giudizio, e anco, fino a un certo punto, imparzialità; non vedendosi piegare a nessun lato la narrazione dei fatti; e potendosi francamente conchiudere, che lo scrittore tenesse più al dover d’istorico, che agli umori della propria famiglia ghibellina. O lo scrittore premette espressamente, che furono causa del tumulto le oppressioni e aggravi de’ Francesi; che furono occasione gl’insulti che fean essi alle donne,eas inhoneste alloquentes et tangentes. Sicque subito tumulto surrexit in populo; nè parla punto di macchinazioni; ma con grande esattezza nota i fatti; ed espressamente porta chiamato re Pietro dai Siciliani, mentr’era in Affrica, e non avea nulla operato d’importanza (Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, 577). Quanto valga questa testimonianza degli Annali di Genova non occorre dimostrarlo.Più forte sarà quella di Saba Malaspina. Le istorie del quale si han divise in due parti: la prima che giugne infino al 1275, pubblicata, tra gli altri, dal Muratori (R. I. S. tom. VIII); la continuazione infino al 1285, per noi importantissima, data in luce dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II). Questi dotti nelle prefazioni notavano la gran fede che si debba all’istorico, prestantissimo secondo i suoi tempi. Ei fu Romano (de urbe, leggesi nel fin della istoria, in di Gregorio, loc. cit., pag. 423), decano di Malta, e segretario di papa Martino IV; e scrisse negli anni 1284 e 1285, con fresca memoria de’ narrati avvenimenti. Nel principio del libro protesta:nec ambages inserere, aut incredibilia immiscere, sed vera, vel similia; quae aut vidi, aut videre potui, vel audivi communibus divulgata sermonibus: e ben potea tener la parola stando appresso Martino, quando la corte di Roma era centro dellapolitica di tutta cristianità e governava al tutto il regno di Napoli nei pericoli della siciliana rivoluzione; talmentechè è probabilissimo, che lo stesso Malaspina scrivesse molte delle sentenze e bolle di Martino, e trattasse gli affarì più gravi; è certo ch’ei ne fu appieno sciente. Infatti la narrazione sua, quando tocca i processi della corte di Roma contro Pier d’Aragona, s’accorda perfettamente con gli originali al presente pubblicati; quando scorre i vizi del governo angioino, si riscontra con le leggi di quello, o le contrarie promulgate appresso il vespro; e vi si legge:frequentissime vidi ... vidique occasione custodiæ ... vidi quoque gravius ... vidi plus, ec., con che si dichiara espressamente testimone oculare. Inoltre, narrando i fatti del vespro, ci apprende e ordini pubblici, e nomi, e aneddoti lasciati indietro fin dagl’istorici nazionali, come sarebbe la immediata federazione de’ Corleonesi co’ Palermitani, che si riscontra appunto col diploma del 3 aprile 1282; ond’è manifesto che Malaspina vantaggia per informazione ogni altro scrittor di que’ tempi. Nè della veracità sua sarebbe da dubitare, fuorchè quando biasima Pier d’Aragona e i Siciliani, in ciò che torni a lode o scusa loro non mai; perchè Malaspina fu perdutamente guelfo; e guelfamente scrive; acerbo contro noi, contro re Pietro, cui chiama lione e serpente; lodatore di re Carlo, se non che amichevolmente si duole che per negligenza non raffrenasse le ribalderie de’ suoi, delle quali scrive con maggior ira, per due cagioni: risentimento di animo giusto al veder così fatti soprusi; rammarico d’un guelfo, che sapea sol per questi levata sì fiera tempesta contro la sua parte. Malaspina conduce così questo periodo.Discorre le angherie degli oficiali di re Carlo; indi alcuni avvenimenti d’Italia pria della morte di Niccolò III; e qui incomincia a parlare di Pier d’Aragona. Porta come Giovanni di Procida e Ruggier Loria lo confortavano a venireal conquisto di Sicilia; com’ei si armava; quali sospetti destò in Carlo, nel re di Francia, negli stati Barbareschi. Ripiglia poi le cose d’Italia dopo la morte di Niccolò; passa ai preparamenti di Carlo contro il Paleologo alla mala contentezza che accrebbero ne’ suoi sudditi; al mal governo dei vicari di Carlo in Roma. E con un’apostrofe lunghissima a quel re, gli torna a mente averlo lodato a cielo per tutta Italia, e avere commendato la sua dominazione; ma non sapergli perdonare due colpe: avarizia e negligenza. «Tante battaglie, sclama, hai vinto e vinceresti; e inespugnabili stanno questi due vizi!» Salta di qui al fatto del vespro (Bibl. aragonese, tom. II, pag. 331 a 354); il quale appone agli oltraggi recati alle donne e non ingozzati dagl’indocili nostri bravi: il progresso della rivoluzione ritrae in guisa da non lasciar sospetto d’una trama che si sviluppi, ma dar evidenza lucidissima d’una sedizione, che inonda di sangue la capitale, e, fatta gigante, invade tutta l’isola. Malaspina non fa parola, nè prima nè poi, di congiura, d’intesa qualunque tra re Pietro e i baroni o le città siciliane (ibid., pag. 354 a 360); nè in tutta la sua narrazione se ne vede orma. Nè questo egli aggiugne a’ rimbrotti che mette in bocca a re Carlo nell’accettare il duello (ibid., pag. 388); nè altro appone a Pietro, che essersi armato prima; e aver, dopo lo sbarco in Affrica, domandato a papa Martino aiuti che non poteva ottenere, per trarne pretesto a voltarsi all’impresa di Sicilia, ove i popoli, già ordinati in repubblica, lo chiamavano al trono. Questo è dunque il peggio, che un focoso partigiano della corte di Roma e di re Carlo, ma verace e inteso dei fatti, sapesse scrivere della siciliana rivoluzione! niuno mi dirà che Malaspina non potesse saper la congiura; che, saputala, avesse ritegno a bandirla a tutto il mondo!Dante in tre versi ritrasse compiutamente il vespro:Quella sinistra riva che si lavaDi Rodano, poich’è misto con Sorga,Per suo signore a tempo m’aspettava;E quel corno d’Ausonia che s’imborgaDi Bari, di Gaeta e di Crotona,Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.Fulgeami già in fronte la coronaDi quella terra che il Danubio rigaPoi che le ripe tedesche abbandona;E la bella Trinacria che caligaTra Pachino e Peloro, sopra il golfoChe riceve da Euro maggior brigaNon per Tifeo, ma per nascente solfo,Attesi avrebbe li suoi regi ancoraNati per me di Carlo e di Ridolfo,Se mala signoria, che sempre accoraI popoli soggetti, non avesseMosso Palermo a gridar: Mora, mora.Parad., c. 8.A’ lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s’estenda la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza istorica della Divina Commedia intorno i fatti d’Italia; la possanza di quella mente a scrutar le cagioni delle cose, e stamparle ne’ pochi tratti co’ quali suol delineare un gran quadro, sì che nulla vi resti a desiderare; l’autorità infine dell’Alighieri, come contemporaneo al vespro. E a chi noi sente con evidenza, non dimostrerò io, che quelle parole, in bocca di Carlo Martello, tolgano affatto il supposto di congiura baronale. Noterò bene che Dante, qui non solo tratteggiò la causa, ma ancora una delle circostanze più segnalate del tumulto, che fu il perpetuo grido: «Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi!» Onde que’ tre versi resteranno per sempre come la più forte, precisa e fedele dipintura, che ingegno d’uomo far potesse del vespro siciliano. E, secondo me, vanno errati quei commentatori i quali, seguendo il racconto tenuto finoraper vero, veggon l’oro bizantino recato da Giovanni di Procida a Niccolò III, nello:E guarda ben la mal tolta moneta,Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.Inf., c. 19.Il cenno che nel cap. V abbiam fatto del pontificato di Niccolò, basterà a mostrare, ch’ei fu ben ardito contro Carlo pria del 1280, quando si suppone, sulla testimonianza del Villani, questa corruzione. L’avea spogliato delle dignità di vicario in Toscana e senator di Roma, battuto e attraversato in mille guise Niccolò, dal primo istante che pose il piè sulla cattedra di san Pietro (Murat. Ann. d’Italia, an. 1278); onde l’ardimento contro Carlo, più tosto si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di Niccolò, trapassato nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio stanno alla non dubbia appropriazione delle decime ecclesiastiche e del ritratto degli stati della Chiesa (Veg. Francesco Pipino, op. cit., lib. IV, c. 20), che alla baratteria di cui vogliono accagionare l’alto animo dell’Orsino. Del resto, tinto o no che sia stato il papa nella cospirazione, ciò non proverebbe che la cospirazione partorisse il vespro; anzi, se Dante quella conobbe, e al vespro die’ un’altra cagione, più forte argomento è dalla mia parte. Nè è da lasciare inosservato il silenzio del poeta su questo Giovanni di Procida, morto nel 1299, il quale se fosse stato autor della ribellione di Sicilia, Dante non avrebbe pretermesso di locarlo tra i grandi, o buoni o ribaldi; ma egli nol giudicò degno dell’uno nè dell’altro.Passando dalle tradizioni scritte ai diplomi, si potrebbe credere che la corte di Roma, entrata in sospetto di re Pietro, sol per gli armamenti che si vedean fare ne’ porti della Spagna pensasse a lui più fortemente, quando ebbel’annunzio della sollevazione siciliana. Così nella bolla data il dì dell’Ascensione del 1282, cioè 37 giorni dopo il vespro di Palermo, querelasi il papa (Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 15), che molti protervi intenti a molestare re Carlo e la Chiesa, si sforzassero a raccendere in Sicilia la fiamma della discordia;ad id sua stadia inique congerunt; ad id suarum virium potentiam coacervant, manus presumptuosas apponunt, et etiam occulti favoris auxilium largiuntur.... onde ammonisce i re, feudatari, cittadini e uomini qualunque (ibid. §§. 16 e 17), che non si colleghino con le comunità di Sicilia ribelli, nè lor diano consiglio, aiuto, o favore. Ma queste pratiche accennate dalla corte di Roma, tutte presenti e non passate, quand’anche si riferissero a Pietro, sarebber quelle presso la repubblica siciliana per farsi chiamare al trono, non le macchinazioni che produssero il vespro.Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia,non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit(Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta,quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata,rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur.... poichè Pietro,dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie,machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter.Indi,quaesito coloredi osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, diexibito, a Piero,consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motividella concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulladiffidatione premissa, quod proditionis non caret nota(Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che:de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, alquale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua:reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato inSicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse:ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit(Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di:suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi:scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales personeCalabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole cheSiculorum gravis et periculosa commocionel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).Tutti questi documenti mostrano ad evidenza che infino a tutto il secolo xiii, nè la corte di Roma, nè quella di Napoli ebber mai fronte di parlar di congiura siciliana; anzi, tratte dalla forza dell’evidenza, accettarono la manifesta cagione della rivoluzione dell’ottantadue, com’io l’ho ritratto. Ma coll’andar del tempo pensarono dipinger più nero il fatto, del quale già la verità s’incominciava a corrompere e dileguare. Il veggiamo in due diplomi, l’un di re Roberto dato il 2, l’altro di re Federigo II di Sicilia dato il 3 settembre 1314; mentre Roberto assediava Trapani, Federigo strignea Roberto. Avvenne allora, che un corsale napolitano prese una nave delle isole Baleari che mercatava in Sicilia, e che la città di Barcellona ne domandò a Roberto la restituzione. Costui dunque, scrivendo al comune di Barcellona, ingegnavasi a sostener buona la preda; e tra le altre ragioni allegava:quod homines insulae Siciliae a longissimis retro temporibus, rebellionis, perfidiae et hostilitatis improbe spiritum assumentes, contra clarae memoriae progenitores nostros proditionaliter rebellarunt, etc.; il qualeproditionalitersi può intendere o perfidamente, ovvero con delitto di maestà, che per la diffalta al giuramento, si volle chiamar tradigione. Ma Federigo, confutando tutte le ragioni, largamente anco dicea della ingiusta aggressione di Carlo contro re Manfredi, dell’empia tirannide con cui condusse a disperazione i popoli del regno preso da Pietro.Non igitur, continua,scribi debuit quod proditionaliter rebellassent, cum rebellationemhujusmodi nullum propositum, nullaque factio, vel conspirans conjuratio praecessisset; et licebat nec minus eis liberis, quod servilis status hominibus erat licitum, ut confugientes ad Ecclesiam, saevitiam effugerent, etc ... Quomodo igitur ipsos Siculos proditores fuisse dici debuti sive scribi?etc. Così ribatte in ambo i sensi questa taccia di tradimento; dimostrando, che non ci fu cospirazione, e che potea la Sicilia a buon dritto scuotere il giogo dell’usurpatore. Non ritraggiamo che Roberto avesse replicato. E considerando quanto dubbia fu l’accusa, quanto asseverante e particolareggiata la risposta, possiam conchiudere, che trentadue anni dopo il fatto, quando si era potuto conoscere appieno tutta la macchina, se la corte di Napoli pur la fingea, non mancavano ragioni da confutarla e negarla.Ma la tradizione popolare, altri dice, porta infino ai nostri dì Procida e la congiura; e in un avvenimento nazionale sì grande, la tradizione non erra. Rispondo, che fallace è sempre; e di niun peso contro le maggiori autorità istoriche. Di più la tradizione verbale, presso i popoli barbari è guasta da bizzarria e ignoranza; presso i popoli inciviliti da bizzarria, da ignoranza e dalle istorie scritte. Queste scendono infino al volgo, più ripetute quanto più strane; il volgo e gli scrittori le alterano a gara. La tradizione genera la istoria scritta, e questa talvolta genera la tradizione. Così, volgendoci a’ nostri racconti volgari del vespro, troviamo la uccisione di tutti i Francesi per tutta l’isola in un dì; Giovanni di Procida, infintosi matto, girar la Sicilia con una cerbottana, susurrando a tutti all’orecchio, per dire ai Francesi pazze cose, ai Siciliani il segreto della congiura; e, mescolati a queste grosse fole, alcuni fatti ch’han sembianza di vero, come la prova della pronunzia a sceverar Francesi da nazionali nell’eccidio, e il rifiuto di Sperlinga. E l’eccidio contemporaneo è prettamente la favola di fra Francesco Pipino, della Cronacad’Asti, ec,, penetrata appo noi per cronache scritte o per tradizione di ciarle, quando la genuina tradizione nazionale con l’andar de’ tempi si diradò. A contrastar dunque la testimonianza di scrittori gravissimi o documenti, non si porti innanzi ciò che il volgo dice.Riflettendo poi sulle sembianze politiche della sommossa di Palermo e de’ fatti che ne seguitavano, parrà inverosimile, e direi quasi assurdo, il supposto della congiura. Giovanni di Procida, nobil uomo, fidatissimo del re d’Aragona, mosso da amor di patria, odio a Carlo, o devozione all’Aragonese, praticava, secondo il Villani e gli altri della sua parte, perchè Pietro salisse al trono di Sicilia. Praticava con Niccolò, col Paleologo, e co’ baroni siciliani. Or lasciati da parte gli accordi con potentati stranieri, che tendean solo ad aggiugnere riputazione e forze a re Pietro, e poteano servir sempre, data o non data la congiura in Sicilia; il trattato di Procida coi nostri baroni dovea mirare a questi due effetti: che scacciassero i Francesi; e che chiamassero il re d’Aragona. I baroni dall’altro canto doveano, pria di gittare il dado, esser certi che Pietro stesse pronto in sull’armi, per aiutarli nel primo principio, o nei primi pericoli; dopo il fatto doveano, o gridar lui re, o almeno prender essi lo stato. Tutto il contrario si ricava dalle testimonianze degli stessi cronisti raccontatori della cospirazione, non che degli altri. Cominciò in Palermo il 31 marzo, si consumò in Messina il 28 aprile questa siciliana rivoluzione; e Pier d’ Aragona tuttavia faceva spalmar navi e scriver soldati in Catalogna, infino al 3 giugno. Partito allora, si drizza alle isole Baleari; vi soggiorna due settimane; indi fa vela, e il 28 giugno approda in Affrica; trattenendovisi a guerreggiare co’ barbari fin oltre mezz’agosto: mentre re Carlo, che avea in punto l’esercito per la impresa di Grecia, strignea già fieramente Messina; e si dovea aspettar sopra la Sicilia piùspedito e più pronto ch’ei non fu. Se dunque a re Pietro eran mestieri due mesi più di tempo ad allestire l’armata, non è credibile per niun modo, che i congiurati scelto avesser la pasqua per cominciare il gran fatto, come Malespini e Villani portano espressamente.E sia pure che una impazienza, o un pericolo de’ cospiratori li avesse affrettato; e suppongasi che Pietro, per tenere un poco più la maschera, avesse voluto rischiar tutta l’impresa con differir tuttavolta la sua venuta; non si negherà che in Sicilia gli autori della rivoluzione doveano prender essi lo stato. Ma noi non solamente non veggiam punto nè poco Giovanni di Procida nel fatto del vespro, nè tra i capitani di popolo del primo periodo incontriamo alcuno de’ nomi riferiti da Malespini, da Villani e dall’anonimo scrittor della cospirazione; ma nè anco alcuno de’ grandi feudatari siciliani; nè delle famiglie più cospicue in que’ tempi. In un luogo popolani senz’alcun titolo di nobiltà; in un altro son fatti capitani di popolo uomini senza vassallaggio, fors’anco senza grande avere, e soltanto militi, ossia cavalieri, ch’era onoranza della persona, non già stato politico; i quali furon trascelti, come usi alle armi, o per altra loro riputazione personale. Così in Palermo Ruggier Mastrangelo con due cavalieri e un popolano; in Corleone Bonifazio, e altri in altri luoghi: e così anche de’ consiglieri, tra i quali si notano molti giurisperiti, cioè uomini del popolo, che la plebe infelicemente suol porre volentieri al reggimento delle sue rivoluzioni, credendoli dello stesso suo sangue e di mente molto maggiore. Veggiam di più la sollevazione propagata nell’isola secondo il corso delle armi palermitane, non già per movimenti spartiti che si potessero attribuire ai feudatari; veggiamo assai comuni mettere a fil di spada i Francesi, e pur tentennare al chiarirsi ribelli, cioè abbandonarsi all’impeto dell’ira e della vendetta, senza saperne altro scopo; veggiamla sollevazione in Messina cominciata dalla plebe, contrastante anzi una parte dei nobili; e per ogni luogo gridato il governo a comune sotto la protezion della Chiesa, ch’era escluder Pietro e i feudatari, i quali non avean parte nel reggimento a comune. Gli adunati sindichi delle città e terre deliberano delle cose pubbliche; i comuni si strìngono con reciproci vincoli di federazione; Palermo e Messina tengon la somma delle cose, e a pien popolo prendon le loro deliberazioni. Ove son dunque «i baroni e’ caporali» del Malespini? Se le forze della congiura cagionavano il 31 marzo e le sollevazioni delle altre città; se de’ baroni cospiratori era la riputazione della vittoria; dovean essi compier lo intento, non venirne al dominio della Chiesa e alla repubblica, nè lasciar questa costituirsi con ordini popolani e uomini o popolani o della nobiltà minore e cittadinesca, Aggiungasi, che il dominio della Chiesa portava ostacol maggiore al re d’Aragona, che non più all’usurpator francese, ma al sommo pontefice veniva a togliere il reame: onde niuno mi persuaderà che Pietro, o uomini che praticavan con lui, avessero mai scelto tal partito. Aggiungasi, che con questi ordini, più debole tornava la rivoluzione; mancando un nome di re, una sembianza di legittimità monarchica, un centro di forze da accrescere riputazione, rapire i timidi come gli animosi, gl’interessati come i generosi. Non era infine senza sospetto gridar la repubblica in un’isola sì vicina alle repubbliche italiane, che potea assodarsi in quegli ordini popolani. Impossibil è, per natura umana e necessità sociale, che principe ambizioso, congiurato con baroni del secol decimoterzo, vincendo, abbandonasser lo stato in quell’andare. E basterebbe sol questo a disdire tutti gl’istorici del tempo, se tutti dicessero il vespro effetto immediato della congiura. Raccogliendo dunque il detto fin qui, abbiamo, che portano il vespro effetto immediato della congiura pochissimicronisti francesi, d’altronde non molto gravi, la istoria dei guelfi Malespini, seguita dal più guelfo Villani, e dalla Cronaca siciliana d’incerto autore, d’incerto tempo; alla narrazion de’ quali aggiugneano incredibil favola la Cronaca d’Asti, e Boccaccio, vivuto mezzo secolo appresso; e la stessa narrava dubbiamente il favoleggiante frate Pipino: tutti renduti sospetti da spirito di parte, lontananza di tempo e di luogo, e copia di altri errori. Non è più valida la tradizione che oggi troviamo in Sicilia, guasta dal tempo e dagli scrittori. Per lo contrario, lasciando anco i siciliani Speciale, Neocastro, e l’anonimo, e i catalani Montaner e D’Esclot, contemporanei e di autorità non lieve, noi leggiam la sollevazione di Palermo casuale e nata dal più non poterne, in un Francese, e in nove scrittori di vari luoghi d’Italia, tra’ quali Auria, Saba Malaspina e Dante, degni tanto di fede, e il secondo più, perchè famigliare del papa. I documenti del tempo, slmilmente, non dicono la congiura di Pietro co’ Siciliani, nè il vespro effetto di essa; ma che quel re facea disegni da lungo tempo sull’isola, e che seguita la rivoluzione, tanto adoprossi con artifizi e sollecitazioni, che il vôto soglio occupò. Gli ordini pubblici e gli uomini messi su nella rivoluzione, provan impossibile la narrazione degli scrittori guelfi. Ma ben si scorgono gli anteriori disegni di Pietro, dal Neocastro, dal Montaner, da Saba Malaspina, dal Memoriale de’ podestà di Reggio; e le sue pratiche col Paleologo da Tolomeo da Lucca e Ferreto Vicentino; e gli uni e le altre, dalle carte pontificie e di Carlo di Angiò. Sembra infine che ne porgano il bandolo Tolomeo, Ferreto e Saba Malaspina; perchè, nella stessa guisa che fanno Montaner e il Neocastro, dopo un cenno de’ disegni di Pietro sopra la Sicilia, i detti tre istorici portano, senza legarlo a quelli, il tumulto del vespro, e ne indican anzi le cagioni. Or se essi furono a tempo a saper le pratiche col Paleologo, il doveano esserea sapere il rimanente della cospirazione; e l’avrebbero scritto, se fosse stato pur vero.Indi tutto qual è si scerne, tra tanto viluppo d’autorità istoriche, il progresso de’ fatti. La pessima signoria straniera puzzava in Sicilia, sì che nobile o popolano non v’era che non bramasse uscirne. I grossi proprietari, che sogliono esser sempre più cauti e lenti, avean forse dato ascolto alle istigazioni del re d’Aragona; il quale consigliavasi con parecchi usciti di parte sveva, e adoprava principalmente tra questi Giovanni di Procida, non patriotta, ma destro, accorto e audace ministro d’un principe straniero, contro il tiranno della propria sua patria. Re Pietro, aiutato per comun interesse dal Paleologo, e connivente papa Niccolò, preparava un’armata e un piccolo esercito; con le quali forze potrebbe credersi ch’ei divisava dapprima portar la guerra in Sicilia col favor de’ baroni; perchè se avesse immaginato infin dal 1281 la finta impresa d’Affrica, con la medesima simulazione avrebbe fatto le viste di comunicarla a Francia, al papa e a Carlo, invece di ribadire i sospetti con quel suo silenzio. Mentre Pietro s’armava, e i nobili bilanciavano, e, concedasi pure, stigavano gli animi in Sicilia, ma non si dava principio alle opere, nè forse si sarebbe mai dato; il popolo di Palermo die’ dentro; innasprito per la nuova stretta di violenze di Giovanni di San Remigio, e acceso dagli oltraggi alle donne, rapito dalla tenzone che ne seguì. Il popolo scannò i Francesi; e ordinò lo stato a suo modo, perch’ei fu che vinse. E qui è da tornare a mente, che la feudalità fu sempre moderata in Sicilia nelle dominazioni normanna e sveva; che le grandi città demaniali aveano umori popolani, sì come in Italia, in Alemagna, in Provenza, in Catalogna, in Inghilterra; che le stesse terre feudali godean appo noi ordini di municipio non dipendenti dal barone; ch’era fresca e gradita la memoria della repubblica del cinquantaquattro, e vicinol’esempio delle città italiane; che infine il baronaggio, rinnovato in gran parte sotto Carlo, dovea essere odiato vieppiù per la gente nuova e per gli abusi nuovi. Perciò il popol di Palermo gridò la repubblica: e com’egli armato corse l’isola, l’esempio, la forza, la influenza delle stesse cause, portaron rapidamente tutta l’isola alla repubblica. Ci avea in Sicilia ottimati e popolo; nè i primi amavan forse reggimento democratico, ma per l’impeto e la riputazione della rivoluzione si stettero. Lasciaron fare; e insieme strinsero le loro pratiche con Pietro, non potendo nè metter su una oligarchia, nè soffrir la repubblica a popolo: e per la influenza delle proprietà, per la riputazione della prosapia e degli uomini, in un paese, scosso sì da movimento popolano, ma avvezzo da lunghissimo tempo al baronaggio moderato, s’impadronirono alfine de’ consigli pubblici. Pietro, che non potea dritto venir sopra l’isola, perchè ciò sarebbe stato apertamente portar guerra alla Chiesa e alla repubblica, non all’usurpatore, immaginò la impresa d’Affrica, per mostrarsi armato e vicino. Allora i nobili valser tanto nel parlamento, da farlo chiamare al trono: e così, supposta anche la congiura aristocratica estesa quanto si voglia, si argomenterebbe che la medesima, sviata dai suoi primitivi disegni per la rivoluzione del vespro, li consumasse civilmente dopo cinque mesi, nel parlamento.Ma i racconti del vespro, della esaltazione di Pietro, de’ disegni di costui, delle pratiche col Paleologo e coi Siciliani, molti anni corsero per tutta Italia e oltremonti, senza stampa, nè comunicazioni agevoli nè frequenti, guasti da uomini parteggianti, ignoranti, avvezzi a credere il falso, e non credere il vero, perchè troppo semplice. In Francia e nell’Italia guelfa la narrazione, com’avviene, prese colore dalle opinioni, e peggio si alterò. Di que’ che avean praticato con Pietro, alcuno, vantando sè medesimoe i suoi, in un trattato tenebroso per sua natura, portò innanti vero e bugia, e tutto gli si credea: si ravvicinarono congiura, vespro, venuta di Pietro. Ma pure gli uomini più diligenti e informati seppero il vero in que’ primi principi. Di lì a pochi anni, la tradizione di voce si corruppe; le cronache niuno leggeale, o credea alle più strane; si sapea grandissima la potenza di re Carlo, e parea «quasi cosa maravigliosa e impossibile» (Giovanni Villani, cap. 56) ed «opera divina ovvero diabolica» (Paolino di Pietro, loc. cit.) questa ribellione di Sicilia; onde la si cominciò ad attribuire ad una causa non meno maravigliosa: la cospirazione di tre potentati coi maggiori baroni di Sicilia. I partigiani della corte di Napoli, trovando più onesto essersi perduta la Sicilia per una pratica sì infernale, che per sollevazione, propagarono via più quella voce. La rissa di Santo Spirito divenne scoppio della congiura; i ventotto dì che penò la rivoluzione a compiersi in tutta l’isola, si strinsero a due ore; il tocco del vespro fu il segno; si fece cospirare per tre anni tutto il popolo di Sicilia. Così pervennero i fatti ai raccoglitori d’istorie ne’ secoli d’appresso; e per caso, o seduzione della lingua e dello stile, le cronache di Malespini e Villani si trovaron le più divulgate.Indi, per tacere di tanti altri, Angelo di Costanzo, autore del secol xvi, senza citazioni di contemporanei, e tenendosi alla favola non pur narrata da’ due scrittori fiorentini, portava l’eccidio in due ore per tutta l’isola (Storia del regno di Napoli, lib. 2); e non par vero come Denina (Rivol. d’Italia, lib. 13, cap. 3, 4) rimandi a lui; e come Giannone (Storia civile del regno di Napoli, lib. 20, cap. 5), segua questa favola, e presti più fede al racconto inverosimile del Costanzo, che al Malespini, al Villani, ec., da lui d’altronde citati. Nello stesso errore cadde il Capecelatro (Storia di Napoli, parte 4, lib. 1), anche dopo citata la storia in dialetto siciliano, che contienquello della congiura, non la fola dell’eccidio contemporaneo.A questa non si appiglia alcun altro scrittore di nome.Il Suromonte (Storia di Napoli, lib. 3) segue al tutto Villani: così anche Surita (Annali d’Aragona, lib. 4, cap. 17), ch’era diligente e non altro.De’ nostri, Maurolico (Lib. 4, an. 1282), e Fazzello (Deca 2, lib. 8, cap. 4), raccontan ambo i modi di spiegar la rivoluzione, cioè la congiura e l’odio concepito per la mala signoria, e sfogato per l’occasione dell’oltraggio di Droetto. Mugnos (Ragguagli del vespro siciliano) affastella senza discernimento congiura, oppressioni, ingiuria di Droetto, che fa soffrire alla figliuola di Ruggiero Mastrangelo, secondo lui, un de’ congiurati più grossi; e reca, con nomi e giorni e con tutti i particolari, le occasioni per le quali si sollevò ciascun’altra città dell’isola; che son favole mal tessute. Al solito non cita contemporanei; nè noi ci dobbiamo affaticare alla confutazione di questo vanitoso oriundo spagnuolo del secento. Burigny, francese, ma storico di Sicilia, tenuto per l’ordinario in minor conto che non merita, narra la congiura e ’l caso di Droetto; e comechè presti fede agli autori più recenti e allo stesso Mugnos, ne trae una giusta conchiusione: che l’eccidio fosse stato accidentale (Storia di Sicilia, Parte 2, lib. 1, cap. 2). Il Caruso, Inveges, Aprile, Gallo, Bonfiglio e i tanti altri annalisti che ingombrano le nostre biblioteche, tengon lo stesso metro dei nominati di sopra. E il semplice e laborioso di Blasi s’avvicina al segno, conchiudendo: «che la preparata congiura, che dovea scoppiare in un giorno in tutta l’isola, per un improvviso accidente anticipò;» nel qual modo gli parve avere accordato tutti i racconti diversi.Ma gli storici stranieri di maggior polso, o sostengono l’opinione ch’io ho seguito, o se le avvicinano assai. Quelsobrio Muratori (Annali d’Italia, 1282) raccontata la congiura, come scrissero Villani e Malespini, continua: Ora avvenne che nel dì 30 di marzo, e secondo altri nel 31, i Palermitani, prese le armi, ec., e narra il fatto senza altrimenti connetterlo con la congiura. Dalle stesse fonti Sismondi, con più immaginativa, trae che Procida procurasse la rivoluzione di Sicilia «non congiurando, ma eccitando le passioni del popolo; e mandando in Palermo i nobili e i militari (così interpreta la voce caporali di Giachetto Malespini) per poter governare il movimento, sicuro che l’occasione non sarebbe mancata.» Nondimeno egli attribuisce la sollevazione all’insulto; non parla altrimenti dei soci di Procida; e narra la uccisione successiva nel resto dell’isola (Hist. des Répub. ital. du moyen Age, ch. 22). Prima del Sismondi il Bréquigny, avvezzo alle più pazienti ricerche, e a quell’esame rigoroso che diffida di tutt’autorità, avea notato in poche pagine i fatti del vespro siciliano, ricavati da’ documenti; ne avea conchiuso, «vedersi chiaramente che la rivoluzione della Sicilia non fu una congiura, e che non v’ebbe punto congiura.» (Magasin Encyclopèdique, tom. II. Paris, an. iii, 1795, pag. 500 a 512). La stessa opinione tiene M. Koch (Tableau des Rèvolutions de l’Europe, tom. I. Paris, 1823, pag. 175); il quale aggiugne non creder più verosimile della uccisione contemporanea in tutta l’isola, «quella trama con Pietro d’Aragona, perchè i Palermitani alzarono lo stendardo della Chiesa, deliberati a darsi al papa, ec.» Nè diversamente pensò Shoell (Cours d’Histoire des États européens, Paris–Berlin, tom. VI, pag. 49). E per nominare in ultimo due de’ più vasti ingegni del secolo xviii, finirò il novero con Voltaire e Gibbon. Il primo, nella rapida corsa sulle vicende delle società umane, si fermò un istante sul vespro siciliano; seppe scernere la congiura dal fatto; affermò aver Giovannidi Procida preparato gli spiriti, ma il caso della donna cagionato l’uccisione (Essai sur l’esprit et les mœurs des nations, ch. 61). Con esamina forse più accurata, l’autor della Decadenza e ruina dello impero romano, lasciò in dubbio la cagione de’ fatti, raccontati d’altronde con la maggiore esattezza storica (Decline and fall of the Roman Empire, ch. 62). «Si può chiamare in dubbio, ei disse, se il subito scoppio di Palermo fosse stato effetto del caso o d’un disegno:» e ciò che il fa rimanere in questo dubbio, è un errore: la supposta dimora di Pietro sulla costa d’Affrica al tempo del nostro vespro. Però deride il patriotta Speciale d’aver dissimulato ogni pratica antecedente, col dir seguita la sollevazione,nullo comunicato consilio, mentre Pietro «per caso» si trovava con un’armata sulla costa d’Affrica. Se lo storico inglese avesse riscontrato i tempi, ed avrebbe risparmiato quel frizzo a Speciale, e deposto ogni dubbio sulla cagione: perchè il 31 marzo si mosse Palermo; il 29 aprile non v’era città in Sicilia che tenesse pe’ Francesi; e Pietro non partì di Spagna per Affrica che in giugno, quando nei consigli siciliani era messo il partito per lui, quando forse alcun pubblico messaggio gli era giunto di Sicilia.Degli scrittori recenti che han toccato questo punto d’istoria io non parlo. Certo diversità di giudizio non è offesa a begl’ingegni. Non parmi necessario confutar di parola in parola i loro scritti, perch’io credo che la dimostrazione abbastanza si contenga nel fin qui detto.FINE DELL’APPENDICE.

APPENDICE.Esposizione ed esame di tutte le autorità istoriche sul fatto del vespro.Questa rivoluzione, ricordata da tutti gli storici che toccan quell’epoca, in cui fu maravigliosissimo avvenimento, è stata di ciascuno figurata a suo modo; e copiandosi a vicenda gli scrittori, si è alterato dall’uno all’altro il fatto, si son confuse e smarrite le cagioni. Ne’ cap. V e VI io n’ho scritto quanto mi par si ritragga di vero, comparando ed esaminando sottilmente tutte le autorità istoriche de’ tempi; ho delineato il ragionamento, che alla mia conchiusione conduce. In questa appendice, ne vengo ai particolari. Torno a mente al leggitore, che per autorità istoriche intendo: 1o. gli scrittori contemporanei, messi a riscontro tra loro, e valutati secondo le parti che ciascun tenne, la postura in cui si trovò a sapere i fatti, la critica e la esattezza che da a vedere: 2o. i documenti, che pongo in secondo luogo, perchè nel presente caso pochi se ne trovan di tali da stabilir fuori contrasto la verità, ma sol possono rischiarare le testimonianze degl’istorici, e aggiugnere o scemar fede a loro detti: 3o. la tradizione, in quanto valga dopo cinque secoli e mezzo di viver civile: 4o. la necessità di cagioni d’alcuni fatti seguenti, che non cadono in dubbio.E cominciando dagli scrittori contemporanei o molto vicini a que’ tempi, è da notar che sono Francesi, Catalani,Siciliani o d’altre parti d’Italia, e questi ultimi o Guelfi o Ghibellini; ondechè i più scrissero da spirito di parte, pochissimi ne furono scevri, o meglio che le parti amarono il vero. Pertanto di questa rivoluzione alcuni, senza toccar le cagioni, dicon l’uccisione dei Francesi in Sicilia, con qualche circostanza isolata ovvero oziosa, e nulla più. Altri intessono sottilmente una cospirazione; e ne fanno effetto immediato e palpabile il tumulto del vespro. Altri infine, accennando qual più qual meno gli apparecchiamenti e i desideri di Pietro d’Aragona, raccontano il tumulto di Palermo, senz’altrimenti connetterlo con quelli; com’effetto dell’odio alla tirannia angioina, scoppiato a un tratto, per ingiuria, in una festa popolare. Secondo queste tre classi divideremo le testimonianze istoriche poste qui a disamina.Nella prima si noverano Ricobaldo Ferrarese (Muratori, R. I. S., tom. IX); i frammenti d’Istorie Pisane (ibidem); le due biografie di papa Martino IV (ibidem, tom. III, parte 1a, pag. 608 e 609, parte 2a, pag. 430); il nostro fra Corrado, che, inorridito delle fiere vicende passate sotto gli occhi suoi, rifuggiva dal particolareggiarle (ibidem, tom. I, pag. 729); il frate Catalano autor delle Geste de’ conti di Barcellona (Marca Hispanica, per Baluzio, capit. 28), che dice della chiamata di Pietro, dell’assedio di Messina, e dell’obbedienza negata a Carlo in Sicilia, ma non della sanguinosa rivoluzione che die’ principio a questi fatti; il Cantinelli (Chronicon, in Mittarelli, Rer. Faventinarum script., Venezia, 1771, pag. 276); un anonimo fiorentino (pubblicato dal Baluzio, Miscellanea, tom. IV, pag. 104, ed. Lucca), breve ma esatto, il quale narra, senza dir di congiura «che nel 1289 in calende d’aprile si ribellò Palermo, e poi a sommossa de’ Palermitani tutta la Sicilia;» e altri scrittori che inutile sarebbe a noverare, perchè nessuna luce sen trae.Stretta investigazione meritano gli scrittori Francesi, cioè l’autore del Ms. della vittoria di Carlo d’Angiò, Guglielmo Nangis, l’autore della Cronaca del monastero di San Bertino; e i fabbri Italiani della congiura, Ricordano Malespini, Giovanni Villani, l’autore della Storia anonima della cospirazione di Procida, e con essi frate Francesco Pipino, l’autor della Cronaca d’Asti, il Boccaccio, il Petrarca.Nel Ms. della vittoria di Carlo (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 850), si legge che Pier d’Aragona, apparecchiando un navilio contro Carlo re di Sicilia, Siculorum monitu et uxoris, mandò ambasciadori al papa, infingendosi voler andare con grande oste sopra i barbari d’Affrica. Poi narrasi, che di febbraio (1282), un leon marino portato ad Orvieto prognosticasse co’ suoi pianti le calamità che sovrastavano; e qui finisce la cronaca. In essa è notevol solo il Siculorum monitu, che si potrebbe per altro interpretare per consigli degli usciti Siciliani rifuggitisi in corte d’Aragona.Più espresso il Nangis. Secondo lui Pier di Aragona, ingrato ai re di Francia, stigato dalla moglie, co’ Siciliani,qui jam contra regem Siciliae Carolum conspiraverant, confoederatus est. Nam missi Siculorum, Panormitanorum maxime et Messanensium, ad ipsum tum convenerant, dicentes quod si contra regem Carolum vellet cum ipsis insorgere et eosdem tueri, de caetero ipsam in regem et dominum reciperent et haberent..... Circa idem tempus(1281) Petrus Arragoniae rex assensum dedit Siculis qui contra dominum suum regem Siciliae Carolum conspiraverant, etc. Indi, toccando l’impresa preparata da Carlo contro l’imperadore di Costantinopoli, che si ritrae da tutti gli altri istorici, ne parla il Nangis come di novella crociata al racquisto di Gerusalemme. Soggiugne che, tornati appena gli ambasciatori siciliani dalla corte di Pietro, i Palermitani e’ Messinesiribellaronsi; Pietro uditolo s’armò ad aiutarli; ma infìnse andar sopra i barbari in Affrica, e per messaggi confortava i Siciliani. Di Giovanni di Procida ei non parla; ma senza dubbio ne’ riferiti luoghi si contien l’accusa della congiura di Pietro coi notabili di Sicilia (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 537, 538, 539). Prendendo dunque ad esaminare l’autorità del Nangis, diremo che, lette alla distesa le biografie dei re di Francia di quei tempi, ch’ei compilò, ognuno il vede lodator larghissimo de’ suoi signori, come frate e scrittor di corte; e comprendasi di leggieri come dovesse narrare sol ciò che passava per vero nella corte di Francia. Così nei fatti della guerra portata sopra Aragona l’anno 1285 e in altri, il biografo dissimula, ingrandisce, rimpicciolisce, guasta, com’ei crede maggior gloria de’ reali di Francia. A ciò s’aggiunga che dopo quella crudele strage de’ Francesi in Sicilia, l’esacerbata opinione pubblica in Francia non dovea accreditare altro, che il maggior biasimo dei Siciliani e di re Pietro d’Aragona; dovea aggravar l’eccidio con la premeditazione e col tradimento; denigrare la esaltazione del nuovo re con una macchia di congiura; così anche onestar la caduta dominazione di Carlo: perchè congiurar si può contro tutti i governi, ma di una rivoluzione disperata dei popoli, il governo solo ha la colpa. Di più, scrisse il Nangis dopo la ricordata guerra d’Aragona, ingiustissima sempre, ma che men parea, quanti più neri misfatti si addossassero a Piero. Per queste ragioni la testimonianza sua, di per sè sola, è men degna di fede. Nulla le aggiugne o toglie l’antica versione francese che sen trova nelle cronache di San Dionigi, e recentemente è stata ripubblicata a fronte del testo latino del Nangis (Rer. gallic. et franc. script., tom. XX. Paris, 1840); nè anco io ne farei parola, se questa versione, che per lo più tralascia molti squarci del testo, qui non sopprimesse la diceria su idritti di Pietro d’Aragona al trono di Sicilia, e aggiugnesse al testo, che Pietro mandò due cavalieri in Sicilia per vedere se la regina Costanza gli avesse detto il vero su le disposizioni de’ Siciliani; e che fattosen certo e stabilita la rivoluzione,ceulz de Palernes et de Meschines et de toutes les autres bonnes villes seignerent les huis des François par nuit, et quand il vint au point du jour qu’ils pourrent entour eulz voir, si occistrent tous ceulz qu’ils pourrent trouver, etc. Or questo racconto, che muta il vespro Siciliano in alba Siciliana, dice de’ Palermitani, de Messinesi, e della più parte degli altri Siciliani, come se in una medesima città, la notte avessero segnato le porte dei Francesi, e, allo schiarire del giorno, cominciato la strage, appena potettero distinguere da’ segni, le case ch’essi medesimi avean saputo riconoscere e segnare la notte. Si vede chiarissima in tal racconto la favola della uccisione contemporanea, con una inverìsimiglianza di più. Gli eruditi sono in dubbio se questa traduzione debba attribuirsi allo stesso Nangis. Io penso che un contemporaneo il quale scrisse con esattezza, se non la cagione, almeno il fatto, non abbia potuto poi guastare il fatto con sì grossolane favole: e però non saprei trarne argomento a indebolire vieppiù l’autorità del Nangis; ma suppongo piuttosto che la traduzione, o fu fatta, o almeno in questo luogo interpolata da altra mano, in tempo posteriore.La Cronaca infine del monastero di San Bertino, più vagamente del Nangis dice della macchinazione (in Martene e Durand, Thes, Nov. Anecd., tom. III, pag. 762 e seg.). Scrive che Pier d’Aragona, pretendendo la Sicilia pel dritto della moglie, si adoprava,nunc commotiones, nunc seditiones excitans, nunc amicos sibi secrete concilians; semper, in quantum poterat, laborans ad finem intentum; tantochè commosse i barbari di Tunis contro i cristiani; cosa non vera, nè utile ad alcuno intento di Pietro; come nonvere sono quelle sommosse e sedizioni prima del vespro, che anzi durò pienissima infino a quel dì la calma del servaggio.Per suam etiam astutiam, segue il cronista,commotionem excitavit in regno Siciliae. Mandatus tandem ab eis, in Siciliam venit, dominium sibi usurpavit, et se in regem Siciliae coronari fecit; e del resto narra avvenuto in Palermo il primo tumulto, e il progresso della rivoluzione nell’isola. Io non avrei qui noverato questa cronaca, se tutta fosse scritta da Giovanni Iperio, vissuto un secolo dopo il vespro. Ma perchè gli eruditi editori nelle prefazioni, op. cit., pag 441 a 444, han creduto la prima parte opera d’uno scrittore del secol xiii, non l’ho voluto passar qui sotto silenzio. A chiunque appartenga lo squarcio risguardante il vespro siciliano, è da notare che i particolari sono più minuti che nel Nangis, e per lo contrario molto più vaghe le allusioni alle trame de’ Siciliani con Pier d’Aragona.Passando agl’Italiani noi troviamo la tradizione della congiura in Ricordano Malespini, e ’l suo continuatore Giachetto Malespini, e in Giovanni Villani (Muratori, R. I. S., tom. VIII e XIII), che sono propriamente gli autori della fama di Giovanni di Procida, e da loro tutti gli altri han copiato il racconto. Ma prima si rifletta che queste tre autorità si riducono a una sola; quella cioè di Giachetto. Le trame della congiura non poteano esser manifeste in una città guelfa d’Italia prima del fatto del vespro. Ora Ricordano, che minutamente le racconta prima del vespro, cioè sotto l’anno 1281, per lo meno cessò di scrivere in quel tempo, anche dandogli il privilegio di vivere e di conservar tutte le sue facoltà fino a cento anni: perch’ei medesimo assicura essere andato giovanetto in Roma l’anno milledugento. È chiaro dunque che Ricordano non potè dettare quegli ultimi capitoli della sua cronica; e ch’essi son opera di Giachetto suo continuatore,o almeno interpolati da lui, perchè narrando il fatto del vespro, e apponendolo alla congiura, volle inserire il racconto della congiura nella Cronaca di Ricordano che correa fino al 1281.Quanto al Villani, ei dovea essere o bambino o fanciullo nel 1282, e certo cominciò a scrivere molti anni appresso; e il suo racconto della congiura e il fatto del vespro, sono non presi ma trascritti di parola in parola, il primo dalla Cronaca attribuita a Ricordano, l’altro dalla continuazione di Giachetto, con qualche lieve circostanza di più o di meno, che non toglie la evidenza del plagio, riconosciuto ben dal Muratori nelle sue prefazioni a’ Malespini e al Villani. Prendendo dunque a esaminare insieme i racconti del Villani e di Giachetto, che per la perfetta coincidenza si riducono a un solo, veggiam che costoro come Fiorentini, vivuti mentre la città reggeasi del tutto a parte Guelfa e si rafforzava della riputazione dei re di Napoli contro le rivali città di Toscana, senza pudore parteggiano, più che gli scrittori francesi; perchè la vicinanza rinfoca tutte le passioni. Indi ad ogni parola scopron gli animi Guelfi, e nimicissìmi a’ Siciliani. Del Villani, così il Muratori nota nella prefazione citata di sopra, doverglisi prestar poca fede nelle vicende di parti guelfa e ghibellina dopo i tempi dell’imperador Federigo secondo. S’aggiunga, ch’egli era forse più ingiusto per umor di famiglia; poichè ne’ diplomi del duello fermato tra re Pietro e re Carlo, si legge tra i nomi de’ mallevadori di Carlo (veggasi il capit. IX, voi 1, pag. 210) un Giovanni Villani, forse parente dello storico. Non son pochi gli errori in cui caddero cotesti scrittori, ch’eran per altro lontani dalla Sicilia, e disposti a colorire la narrazione come paresse peggiore pe’ loro nemici; che così sempre si è fatto e si farà anche senza il proponimento di calunniare. E lasceremo, perchè si può apporre ai copisti, l’errore di Giachetto, che porta il tumultodel vespro a tre marzo. Ricordano e Villani raccontan quella improbabilissima corruzione di Niccolò III, comperato da Procida col danaro del Paleologo; suppongon che re Pietro d’Aragona pe’ suoi preparamenti domandasse un sussidio di moneta al re di Francia, quando si sa che una delle ragioni principali, con cui difendeva il suo segreto intorno lo scopo dell’impresa, era di prepararla senza alcun aiuto d’altrui. Giachetto e Villani portano, con errore evidente, il tumulto del vespro incominciato a Morreale, poichè s’erano adunati in Palermo «a pasquare, i baroni e’ caporali che teneano mano al tradimento;» dicono come nella festa un Francese prendesse una donna per farle oltraggio; e indi nascesse la briga, incalzata da’ congiurati; i quali nella zuffa ebber la peggio, poi uccisero tutti i Francesi in Palermo, e andando alle lor terre, commossero tutta l’isola. Nell’assedio di Messina i due cronisti non son più esatti; recando una lettera di Martino, apocrifa e foggiata senza riscontro alcuno con le idee che scernonsi nelle bolle messe fuori in quell’incontro (V. il cap. VII). Essi di più, raggirando su Procida sempre la lor macchina, il fanno mandare ambasciadore da’ Siciliani a Pietro, per offrirgli la corona, quando gl’istorici Siciliani e Catalani, che non poteano nè ignorare, nè tacere nome sì grande, dicono incaricati tutt’altri dell’importante messaggio. In questi e in tanti simili fatti, che notiamo nel corso del nostro lavoro, si scernon sempre i ridetti istorici male informati, fallaci, parziali.Maravigliosa è la uniformità del lor dettato con quel d’una Cronaca anonima in antica lingua siciliana, che corre dal 1279 infino ad ottobre 1282 (di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 243 e seg.). Questa coincidenza, creduta argomento di veracità della Cronaca, e il sapore antico della lingua e dello stile, persuasero al di Gregorio, che contemporaneo fosse questo scritto, del quale s’ignoradel tutto l’autore, ma ce n’ha un Ms. in carta di bambagia, posseduto al presente dall’erudito e gentile uomo, il principe di San Giorgio Spinelli di Napoli, che per l’ortografia e la forma de’ caratteri con lettere iniziali azzurre o vermiglie e vestigia di dorature, appartiene senza dubbio al secol xiv. Questo antico Ms. pervenuto al presente possessore forse da Messina, era del tutto ignoto in Sicilia nel secol passato; talmentechè di Gregorio pubblicò la Cronaca nella sua Biblioteca Aragonese sopra una copia del secolo xvii, con ortografia diversissima dal Ms. del San Giorgio, e queste altre differenze, che innanzi il Ms. di San Giorgio si legge;Quistu esti lu Rebellamentu di Sichilia lu quali hordinau effichi fari Misser iohanni di prochita contra lu reCarlu p., e che il luogo della lezione del Gregorio (pag. 264),et incalzaru la briga cantra li francischi cu li palermitani, e li homini a rimuri di petri e di armi gridandu «moranu li franzisi;» et intraru dintra la gitati cu grandi rumuri lu capitanu che era tardu pri lu re Carlu, etc.; ha nel Ms. del San Giorgio la bella variante:Incalzaru la briga contra li franchischi et livaru A rimuri efforo a li armi li franchischi cum li palermitani et li homini a rimuri di petti e di armi gridandu moranu li franchischi et Intrara in la chitati cum grandi rimuri et foru per li plazi et quanti franchischi trouavanu tutti li auchidianu Infra quilli rimuri lu capitanu chi era tandu per lu Re Carlu, etc.Tuttavia nè l’antichità di questo Ms. nè quella dello stile e della lingua, alla quale s’appigliò il di Gregorio, non avendo per le mani altra copia che del secolo xvii, e volendo ad ogni modo raccomandare la Cronaca come contemporanea, nè l’una nè l’altra, io dico, posson portare a un’approssimazione sì stretta, da giudicare precisamente se l’autore fiorisse in fin del secolo xiii o nei principî, o nel fine del xiv; e indi se contemporaneo fosse al vespro, o quanto discosto. L’altro argomento, ch’è la coincidenzacol Villani, o meglio diremo Malespini, proverebbe il contrario, cioè che l’autor della Cronaca siciliana avesse avuto per le mani quella de’ Fiorentini; perchè si riscontrano con picciol divario la disposizione dei fatti, gl’incidenti, spesso le parole, più spesso gli errori; il che mai non avviene quando due scrittori, senza conoscersi l’un l’altro, dettino il medesimo avvenimento, foss’anco brevissimo e semplice. Le differenze poi son queste: che la parte aneddotica e drammatica è molto più ampia nella Cronaca siciliana, e che qualche data o nome di luogo è diverso, or con maggiore esattezza o probabilità dalla parte del Siciliano, or il contrario. Per esempio, il Siciliano scrive che Procida nel 1279 si trovasse in Sicilia (nè il dice proscritto e nascoso); quando da’ diplomi allegati da noi nel cap. V, vol. 1. p. 92, si vede chiarito ribelle e uscito infin dal 1270; e si sa che riparò a corte del re d’Aragona. Ma, quel ch’è più, il veggiamo incerto ed erroneo sul giorno della sollevazione di Palermo:Eccu chi fu vinuto lu misi di aprili, l’annu di li milliducentaottantadui, la martedì di la Pasqua di la Resurrezioni; quando e’ si vede certamente che quel martedì cadde il 31 marzo. Or che un Siciliano, vivuto di que’ tempi, avesse potuto errare o dimenticar questo giorno, io nol so comprendere; e da ciò potrebbe argomentarsi l’antichità men rimota di questa Cronaca, perchè sendo avvenuta nel corso d’aprile la strage in tutte le altre città di Sicilia, molti anni appresso si ricordava aprile come il tempo del riscatto; e l’autor siciliano, avute per le mani le cronache de’ Fiorentini, vi corresse a suo modo l’epoca; come fece del coronamento di re Pietro, asserito da quelli, negato da lui; e sì del luogo della prima sollevazione, portata da quelli in Morreale, da lui, e qui con esattezza,in un locu lu quali si chiama Santo Spirito, ch’era il nome della chiesa, non della campagna. Le quali correzioni portano a credere che il Sicilianodopo i Fiorentini, non questi dopo lui avessero scritto; perchè i primi non sarebbero inciampati nell’errore del luogo della prima rissa, o avrebbero seguito il Siciliano nell’errore del tempo.Perilchè mi è venuto in mente un supposto intorno questa Cronaca. Io penso che l’autore scrisse verso la metà del secolo xiv e fu della famiglia Procida, o attenente ed amico a quella; che nel regno dì Federigo d’Aragona, come si è veduto nel capitolo XV, Giovanni di Procida voltò a parte angioina, e con lui alcuni della famiglia. Quest’anonimo dunque, cliente o partigiano dei figliuoli di Procida, pieno d’umori guelfi, vivendo fuori dalla patria, s’imbattè nella cronaca de’ Malespini o del Villani; alla quale aggiunse or qualche verità, or qualche errore cavato dalla tradizione e tendente ad esaltar Giovanni di Procida; e ne dette quel che in oggi chiameremmo romanzo storico, o una istoria frammischiata di finzioni e novelle; come son di certo la debolezza, la paura, i pianti di tutti que’ grandi che si suppose trattasser la congiura con Procida. Certo egli è che parecchi Siciliani sotto Pietro, Giacomo e Federigo d’Aragona, or a ragione or a torto, furon puniti, o uscirono come ribelli, e ben potè avvenire che alcun d’essi o de’ loro figliuoli restassero fuori di Sicilia anche dopo la pace; certo che un germe, ancorchè debolissimo, di parte francese o guelfa o, come appo noi chiamavasi, di Ferracani, restò in Sicilia; certo che questa Cronaca, difforme dalle altre nostre di que’ tempi, si riscontra nelle parti più essenziali con quella de’ Guelfi Malespini e Villani. Di essa l’autore non si sa; il tempo non si sa; e assai debole testimonianza ne sembra. Il di Gregorio, pubblicandola per lo primo, mutila del principio, che poi si è dato alla luce (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, docum. 4), notò con allegrezza molti luoghi in cui risponde al Surita, senza riflettere che il Surita, autordel secoloxvi, togliea que’ fatti da essa appunto e dal Villani.Seguono nella medesima classe gli scrittori che primi aggiunsero alla cospirazione la favola della uccision dei Francesi per tutta l’isola in un dì. Frate Francesco Pipino, che fiorì ai tempi di re Roberto (Francesco Pipino, lib. 3, cap. 19, in Muratori, R. I. S., tom. IX, p. 695), cioè nei principi del secol xiv, ma al dir di Muratori (ibid., Prefazione) poco diligente e spesso rapportator di favole e maraviglie, narra ancor questa, ma assai timidamente. Dapprima descrive le oppressioni e violenze de’ Francesi, donde nacque una sedizione in Palermo, e la chiamata di Pier d’Aragona ch’era ad oste in Affrica. Ma parendogli poco, soggiugne:Hujus autem rei novitatem tractasse ac procurasse fertur multis periculis, sudoribus, oc dispendiis, magister Joannes de Procida, olim notarius, phisicus, et logotheta regis Manfredi(ibid., pag. 686 e seg.); e discorre minutamente la cospirazione, i soccorsi di danaro dati a re Pietro dal Paleologo, e da papa Niccolò (qui pagante e non pagato); fa ordinare da Procida che in un giorno assegnato tutti i Siciliani si levassero, e nel medesimo dì Pietro si partisse con la flotta: le quali due cose, ei soggiugne, riuscirono appunto; quindi Pietro venne in Messina, e incoronossi nelle feste di Pasqua del 1282. Fascio di anacronismi, errori e grossolane inverosimiglianze, che non è uopo confutare, quand’ei medesimo, che affastellar solea alla cieca, le porta col salvaguardia delfertur; e narra il medesimo fatto in due modi, l’uno della sollevazione casuale in Palermo, propagata nell’isola, l’altro della uccisione contemporanea in tutta l’isola. Nel capitolo che contien la prima narrazione ei mette l’intitolazione:De Carolo seniore Siciliae Rege, ex chronicis; onde si vede che la prima trasse da croniche, quella seconda dalla voce popolare, senza dire qual delle due credesse la vera, chè ben il dovea,trattandosi di un fatto sì grande, e sì diverso secondo che all’una o all’altra si prestasse fede.Peggio la cronaca d’Asti, la quale fa durare sol tre mesi le pratiche del Procida, che gli altri portano condotte in tre anni; e racconta quel miracoloso eccidio per tutta Sicilia in un dì; e manda ad assaltare l’Aragona, col re di Francia, lo stesso re Carlo, ch’era morto parecchi mesi innanzi. Perciò della cronaca d’Asti non ci impacceremo più a lungo.Finalmente la stessa favola di una strage universale al tocco del vespro, fu scritta da Giovanni Boccaccio, ne’ Casi degli uomini illustri (lib. 9, cap. 19); nè è da maravigliare, che meglio di sessant’anni appresso il fatto, il novellatore toscano, dimorato a lungo in Napoli, e amante d’una figliuola di re Roberto, abbia spacciato il racconto che piaceva più nella corte angioina, e l’abbia scritto così di volo, non in istoria giusta, ma in una tal maniera di biografie, tendente a mostrare le strane vicende della fortuna.Il Petrarca, contemporaneo del Boccaccio e non del vespro siciliano, nell’Itinerario siriaco, tiene ancor l’opinione che Giovanni di Procida fosse autor principale della rivoluzione di Sicilia, per privato risentimento. Del rimanente nè dice della cospirazione, nè accenna altri particolari; e si mostra anco poco informato della patria di Giovanni, che scambia col titol della signoria. La sue parole son queste:Vicina hic Prochita est, parva insula, sed unde nuper magnus quidam vir surrexit, Johannes ille qui formidatum Karoli diadema non veritus, et gravis memor iniuriae, et majora si licuisset ausurus, ultionis loco huic regi Siciliam abstulisse, etc. (tom. 1, pag. 620). Non è fuor di proposito qui aggiugnere, che il Petrarca fu attenente alla corte di Napoli; e ricordare un diploma di re Roberto, dato il 2 aprile 1331, che lo eleggea suo cappellano,citato dal Vivenzio, Istoria del regno di Napoli, tom. II, pag. 358.Prendendo adesso a dir degl’istorici, strettamente contemporanei tutti, che o non parlano di pratiche antecedenti al vespro, o non attribuiscono a quelle il vespro, io mi sento ripetere, che ai Siciliani e agli Spagnuoli poco sia da attendere, perchè vollero per amor di nazione passar sotto silenzio la congiura. E io ammetto questa diffidenza; e mi guardo dalle reticenze e dalle esagerazioni che si debbon trovare negli scrittori di questa parte; ma niuno dirà, che i fatti debban piuttosto cercarsi in quelli delle altre genti, lontane di luogo o di commerci; e che tra due classi di partigiani, se pur si voglia, meritino maggior fede gli avversi a noi, che i nostri. Indi è bene degli uni e degli altri dubitare, e starcene a più sode autorità: e così m’ingegnerò di fare; fidandomi di me in questo, che l’amor della patria grandissimo, mi conforta anzi a onorarla col vero; che a pargoleggiare con poveri inorpellamenti.Di questo vizio in vero non so condannar l’anonimo che scrisse in latino la Cronaca di Sicilia, pubblicata in varie collezioni, e più correttamente dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II); la qual Cronaca dai dotti (ibid., p. 109 e 119) si tiene contemporanea, e degna di molta fede. Questo semplice cronista, sollecito di trascrivere i documenti, e parco assai di parole proprie, se darebbe qualche ombra col tacere il caso di Droetto, e narrar come nella piazza della chiesa di SantoSpirito molti Palermitani cominciassero a gridare: «Morte ai Francesi,» dilegua poco appresso ogni dubbio soggiungendo: «Et sic rebellantes subito, sicut Domino placati, contra ipsum Carolum, cum nulla praeveniret exinde aliqua provisio, etc. Si raccomanda inoltre l’anonimo per molta diligenza ed esattezza nell’epoca di cui trattiamo.In quella visse Niccolò Speciale, uom di alto stato e dimolte lettere, secondo i suoi tempi; ito nel 1334 ambasciadore di re Federigo II di Sicilia a papa Benedetto XII (Prefazione del Muratori, ristampata dal di Gregorio nel tom. I della Bibliot. arag,, p. 285), Indi abbiamo per questo istorico un bene e un male; il bene, che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri o ritratto da vicino; il male, che potè peccar di prudenza cortigiana contro la verità. Infatti, riguardo ai tempi di Federigo, non son senza questo studio alcuni luoghi della sua istoria; e quanto al vespro, tace i disegni anteriori di re Pietro, nè io mi terrei al suo silenzio della cospirazione, se altre autorità non ne avessi. Narrando il caso di Droetto, lo Speciale segue:Tunc Panormitani omnes, quod diu concaperant, operi st accingunt, quasi vocem illam coelitus accepissent, che deve intendersi del proponimento di vendetta e affranchimento che nudre ogni popolo oppresso, s’ei non è schiavo vilissimo nel sangue; perchè tutt’altra spiegazione è tolta dalle espresse parole che il tumulto avveniva: nullo comunicato consilio (loc. cit., p. 301). Questa negazione precisa di trattato precedente, dee far molto peso in un uomo come Speciale, che avrebbe forse dissimulato tacendo, ma non mai asseverata una bugia, in un fatto gravissimo e di necessità notissimo.Crescon di forzna tali ragioni parlando di Bartolomeo de Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina nella rivoluzione (Carta del 10 maggio 1282, ne’ Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116), indi avvocato del fisco, e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia a papa Onorio (nel di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 4, Prefaz. del Muratori). Perch’ei si trovò, non che nel vigor dell’età, ma in mezzo a pubblici affari, in questi tempi della rivoluzione; scrisse con fresca memoria, pria del 1295, chiamando nel suo proemio ancorare di Sicilia Giacomo, e infante Federigo l’Aragonese, e conducendo la narrazione infino all’anno 1293: nè da’ suoi scritti trasparisce arte alcuna cortigianesca, ma candore e preoccupazione di patriotta messinese di que’ tempi. Il buon Bartolomeo dunque, francamente dice (cap. 16) dell’antico disegno di Pier d’Aragona sopra il reame di Sicilia, e delle armi apprestate in Catalogna; ma venendo al fatto del vespro, il narra con semplicità, in guisa da non far sospettare nè macchina celata in quel tumulto, nè reticenza nella narrazione. D’altronde è da notare, com’ei non era punto cortese verso Palermo, e scendea fino a vanti e finzion puerili per esaltar Messina sulla città sorella; vizi reciproci allora e per lungo tempo da poi, de’ quali le due città, rinsavite, or piangono e con esse la Sicilia tutta. Talmentechè scrivendo il Neocastro sotto gli auspici della rivoluzione vittoriosa, non avrebbe ei mancato, se il fatto gliene avesse dato l’appicco, dal far partecipare anche i Messinesi nella gloria del virile cominciamento; nè dal togliere all’emula città l’onore d’una subita sollevazione a vendetta, più nobile sempre di ogni pratica occulta. Se l’anonimo, lo Speciale e ’l Neocastro tacquer dunque la congiura di Procida, è da conchiudere, che o non fu, o non operò nella rivoluzione; la quale se fosse stata effetto immediato di quella, nè lo avrebbero potuto ignorare, nè avrebbero avuto la fronte di passarlo sotto silenzio.Tengon lo stesso metro due altri contemporanei catalani, Ramondo Montaner e Bernardo D’Esclot, dei cui scritti infino a qui non si è fatto abbastanza tesoro nelle istorie di Sicilia; perciocchè il primo da pochi dei nostri, in pochi luoghi fu citato; il D’Esclot è stato ignorato più di lui, non ostantechè il Surita lo venga nominando di tratto in tratto negli Annali d’Aragona. Montaner nacque in Peralada nel 1265 o 1275 (chè ci ha una variante nelsuo testo.—Barcellona, 1562); militò sotto Piero d’Aragona, Giacomo e Federigo di Sicilia; e nel 1325 o 1335, tornato vecchio in patria, si die’ a stender la Cronaca. Soldato di ventura, superstizioso, vantator di sua gente, e soprattutto dei re, storpia nomi e fatti, massime favellando d’altri paesi; e intorno i casi di Carlo d’Angiò e degli ultimi principi di casa Sveva innanzi il 1282, reca strane favole, con stile talvolta vivace, talvolta noioso per moralizzar troppo, sempre pien di religione, di civil senno e di esperienza militare. Ondechè nei fatti di questa Cronaca, (che spesso sembran tolti di peso dalle narrazioni volgari de’ guerrieri e marinai, e spesso confusi nella memoria dell’autore, che incominciò a scrivere nel sessantesim’anno dell’età sua,) è da andare con assai riguardo di critica; massime ne’ primi tempi della dominazione aragonese in Sicilia, ne’ quali non è certo se Montaner venisse nell’isola. Questo autore fa parola (cap. 25 a 42) del proponimento di Pietro a vendicare Manfredi e Corradino, ed Enzo (egli aggiugne, chiamandolo Eus); e degli armamenti che preparava. Senz’altro passa, nel cap. 43, a raccontare il tumulto di Palermo, nella festa a una chiesa presso il ponte dell’Ammiraglio, che invero non è discosto dalla chiesa di Santo Spirito. Dice delle ingiurie alle donne; e che i Francesi col pretesto di frugare per l’arme los metian la ma (così in suo catalanesco) e les pecigavan e per les mammelles, e poi zoppicando continua a raccontar l’andata di Piero in Affrica; dove a magnifìcare il suo re, fa venire, con vele negre alle galee e vestiti a gramaglie, gli ambasciatori di Palermo e delle altre città; li fa parlar da fanciulli e da schiavi; e sì via procede nella narrazione.Ben altra gravita istorica s’ammira nel D’Esclot, cavalier catalano, che scrisse nel 1300 (D’Esclot, tradotto in casigliano da Raffaele Cervera.—– Barcellona 1616, Pref.del traduttore; e Notizia del Buchon, innanti la ed. del genuino testo catalano.—– Parigi 1840). Questo autore non è scevro di tale spirito nazionale che trascende alla vanità; ma il veggiamo benissimo informato de’ fatti, penetrante nelle cagioni, pregevole per ordine nella narrazione e dignità di stile. Porta in compendio parecchi documenti, che con molta fedeltà rispondono agli originali pubblicati gran tempo appresso in altri paesi. Nondimeno pende troppo a parte regia, ma senza viltà. Costui tace al tutto i disegni del re d’Aragona; degli armamenti dice che fossero apparecchiati per la impresa d’Affrica, che assai minutamente descrive. In Affrica, fa venire a Pietro gli ambasciatori di Sicilia; e da lui accettar il reame, confermando tutte le leggi, privilegi, e costumi del tempo di Guglielmo II. Descrive il fatto del vespro, come gli altri contemporanei di maggiore autorità, cagionato dagl’insopportabili aggravi, e nato per le ingiurie alle donne, e le percosse agli uomini che sen querelavano. Tutti questi casi, non affastellati, nè discorsi sbadatamente, ma con estrema diligenza e nesso d’idee (lib. 1, cap. 17, della traduz. spagnuola; o cap. 77 e seg. del testo catalano).Ma posti da canto gli scrittori di parte nostra, noi troviamo il vespro nella stessa guisa rappresentato dagl’indifferenti e dagli stessi avversari. L’autore della Cronaca intitolata:Praeclara Francorum facinora, che fu certo Francese, dice dinon modicum apparatumdi Pier d’Aragona; e dei sospetti che destò in papa Martino e in re Carlo. Indi narra come i Palermitani uccideano,succensa rabie, Gallicos qui morabantur ibidem..... Deinde regi Carolo tota Cicilia fuit rebellans, et supra se Petrum regem Aragonum in suum defensorem ac dominum vocaverant, etc. (Duchesne, Hist franc. script., tom. V, pag. 786, anno 1281)» Or che questo Francese, il quale non fa un secco cenno del caso, nè se ne mostra male informato, parli dìpreparamenti di Pietro, e non di congiure, ma della sollevazione, è secondo me non lieve argomento.Degli scrittori italiani, vari d’umori e molti anco Guelfi, è lunga la lista. Il Memoriale dei podestà di Reggio, scritto in questo tempo da un Guelfo senza cervello, non risparmia i Siciliani, nè Pietro; scrive (in Muratori, R. I. S., tom. VIII, p, 1155) che si trattava di matrimonio tra un figlio di Pietro e una figliuola di Carlo; che l’Aragonese s’infinse di andar sopra gl’infedeli, e:sub specie pacis et parentelae abstulit fraudolenter, etc. il regno di Sicilia. Questo fraudolenter non si riferisce ad altro che alle sembianze di pace, perchè la Cronaca narra del vespro (ibid., p. 1151) che i Sicilianirebelles fuerunt regi Karolo, e uccisero i Francesi. Nulla di congiura coi baroni siciliani; anzi aggiugne, che Pietro fe’ l’impresa di Sicilia aiutato dal re di Castiglia e dal Paleologo.La Cronaca di Parma, contemporanea anch’essa, narra il caso un po’ diversamente dagli altri. Un Francese percosse del piè un Palermitano; indi la rissa, il grido universale, e la strage;et Siculi miserunt pro dicto regi Aragonae; e continua una breve narrazione degli avvenimenti (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 801, anno 1282). Non vi è traccia di accordi nè di trame.Fra Tolomeo da Lucca, pure contemporaneo, particolareggia le pratiche di Pier d’Aragona col Paleologo, e afferma aver visto il trattato. Papa Martino, a sollecitazione di Carlo, scomunicò l’imperator greco; questi mandò a Pier d’Aragona, Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con moneta; l’Aragonese allestiva l’armata; domandato dal papa, rispondea: taglierebbesi la lingua anzi che dir lo scopo. Dietro ciò viene il tumulto di Palermo, scoppiato per le molte ingiurie che si soffrivano; e seguon minutamente i fatti. Una sola vaga parola ci ha da notare, che la rivoluzione seguì,foventeil rePietro, per le sollecitazioni della moglie. Ma tra tanti minuti ragguagli, nulla di venuta del Procida in Sicilia, di congiura co’ baroni; e quelfoventesi riferisce senza dubbio al favor che poi diè alla rivoluzione, o a qualche vago incoraggiamento prima (Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 3, 4, 5, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186, 1187; e lo stesso negli Annali, ibid., pag. 1293).Ferreto Vicentino, autor d’una Cronaca dal 1250 al 1318, nel qual tempo probabilmente ei visse, reca similmente le pratiche dell’imperator greco e del re d’Aragona; le esortazioni fatte a questi da Giovanni di Procida; il danaro dato, e gli armamenti. Del resto è poco esatto; porta l’andata di Pietro, di Catalogna a Messina direttamente; e fa pattuire il duello nel tempo dell’assedio di quella città, per evitare la strage. Non parla de’ Siciliani senza biasimo; e notevol è ch’ei dice chiamato Pietro dai maggiori del regno, che, ammazzati i Francesi, avean preso iniquamente lo stato; il che esclude ogn’idea di cospirazione antecedente di costoro col re (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 952, 953).In un’antica Cronaca napolitana (Raccolta di Croniche, Diarii ec, Napoli 1780, presso Bernardo Perger, tom. II, pag. 30) leggiamo: «1282.L’isola de Sicilia se rebellò contro re Carlo I e donasse a re D. Pietro de Aragona; quale rivoltazione fo per violentia che un Francese volse fare a una donna.»Giordano, nel Ms. Vaticano, non altrimenti narra il vespro, che con le parole:Succensa est primo stupenda rabies, propter enim enormitates Gallicorum(in Raynald, Ann. ecc., 1282. §. 12).Paolino di Pietro, contemporaneo, mercatante fiorentino, e scevro, per quanto si ritrae, da studio di parte in queste nostre vicende, racconta la sollevazione in queste parole, che per la grazia della lingua e semplicità anticaci piace trascrivere:E incominciosse in Palermo, perchè andando ad una festa per mare, alquanti di Palermo fecero lor segnore, e levaro un’insegna per gabbo ed a sollazzo; ed alquanti Francesi per orgoglio la volsero abbattere; e quelli non lasciando e difendendola, vennero alle mani; e i Palermitani non curandoli in mare, ed i Franceschi non credendo ch’elli avessero l’ardire, combattero ed ucciserli. Per la qual cosa la terra fu sotto l’arme; e li Franceschi combattendo con li Palermitani, per paura di non morire tutti, si difesero, ed ucciserli tutti, e grandi e piccioli, e buoni e rei. E poi alla sommossa di Palermo, che parve opera divina ovvero diabolica, tutte le terre di Sicilia fecero il somigliante; sicchè in meno d’otto dì in tutta la Sicilia non rimase, niuno Francesco. Il re di Raona, sentendo questo, fece ambasciatori, profferendo avere e persona, e ritornò diqua, non avendo sopra Saracinì acquistato niente; ed arrivò in Sardegna; ed ivi stando ebbe dai Siciliani ambasciadori e sindachi con pien mandato; e andò in Sicilia; e di volere si fece loro re(Muratori, R. I. S., Aggiunta, tom. XXVI, pag. 73). La quale narrazione, ancorchè diversa dal vero, prova che in Italia s’incominciò a raccontare diversamente il fatto del vespro, errando talor nelle circostanze, e più sovente nelle cagioni, perchè più facile è; ma che Paolino di Pietro s’imbattè solamente negli errori dei fatti.Non così il grave scrittore degli Annali di Genova. Fu questi Giacomo d’Auria, o Doria, che gli Annali, principiati da Caffari, continuò dal 1280 al 1293. Uomo d’alta affare nella repubblica, per carico pubblico ei scrisse le cose de’ suoi stessi tempi, viste con gli occhi propri, o ritratte da testimoni degni di fede, nel popol di Genova, mercatante e navigante, che avea commerci frequentissimi con Sicilia e anche con Napoli; tantochè alcune galee genovesi vennero ad osteggiar Messina a’ soldi di re Carlo; e Genovesi eran anco entro Messina e in altri luoghi di Sicilianel tempo della rivoluzione; e più numero nè militarono nelle armate nostre e nemiche nelle guerre seguenti. Donde ognun vede se abbian questi annali pregio di esattezza, sano giudizio, e anco, fino a un certo punto, imparzialità; non vedendosi piegare a nessun lato la narrazione dei fatti; e potendosi francamente conchiudere, che lo scrittore tenesse più al dover d’istorico, che agli umori della propria famiglia ghibellina. O lo scrittore premette espressamente, che furono causa del tumulto le oppressioni e aggravi de’ Francesi; che furono occasione gl’insulti che fean essi alle donne,eas inhoneste alloquentes et tangentes. Sicque subito tumulto surrexit in populo; nè parla punto di macchinazioni; ma con grande esattezza nota i fatti; ed espressamente porta chiamato re Pietro dai Siciliani, mentr’era in Affrica, e non avea nulla operato d’importanza (Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, 577). Quanto valga questa testimonianza degli Annali di Genova non occorre dimostrarlo.Più forte sarà quella di Saba Malaspina. Le istorie del quale si han divise in due parti: la prima che giugne infino al 1275, pubblicata, tra gli altri, dal Muratori (R. I. S. tom. VIII); la continuazione infino al 1285, per noi importantissima, data in luce dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II). Questi dotti nelle prefazioni notavano la gran fede che si debba all’istorico, prestantissimo secondo i suoi tempi. Ei fu Romano (de urbe, leggesi nel fin della istoria, in di Gregorio, loc. cit., pag. 423), decano di Malta, e segretario di papa Martino IV; e scrisse negli anni 1284 e 1285, con fresca memoria de’ narrati avvenimenti. Nel principio del libro protesta:nec ambages inserere, aut incredibilia immiscere, sed vera, vel similia; quae aut vidi, aut videre potui, vel audivi communibus divulgata sermonibus: e ben potea tener la parola stando appresso Martino, quando la corte di Roma era centro dellapolitica di tutta cristianità e governava al tutto il regno di Napoli nei pericoli della siciliana rivoluzione; talmentechè è probabilissimo, che lo stesso Malaspina scrivesse molte delle sentenze e bolle di Martino, e trattasse gli affarì più gravi; è certo ch’ei ne fu appieno sciente. Infatti la narrazione sua, quando tocca i processi della corte di Roma contro Pier d’Aragona, s’accorda perfettamente con gli originali al presente pubblicati; quando scorre i vizi del governo angioino, si riscontra con le leggi di quello, o le contrarie promulgate appresso il vespro; e vi si legge:frequentissime vidi ... vidique occasione custodiæ ... vidi quoque gravius ... vidi plus, ec., con che si dichiara espressamente testimone oculare. Inoltre, narrando i fatti del vespro, ci apprende e ordini pubblici, e nomi, e aneddoti lasciati indietro fin dagl’istorici nazionali, come sarebbe la immediata federazione de’ Corleonesi co’ Palermitani, che si riscontra appunto col diploma del 3 aprile 1282; ond’è manifesto che Malaspina vantaggia per informazione ogni altro scrittor di que’ tempi. Nè della veracità sua sarebbe da dubitare, fuorchè quando biasima Pier d’Aragona e i Siciliani, in ciò che torni a lode o scusa loro non mai; perchè Malaspina fu perdutamente guelfo; e guelfamente scrive; acerbo contro noi, contro re Pietro, cui chiama lione e serpente; lodatore di re Carlo, se non che amichevolmente si duole che per negligenza non raffrenasse le ribalderie de’ suoi, delle quali scrive con maggior ira, per due cagioni: risentimento di animo giusto al veder così fatti soprusi; rammarico d’un guelfo, che sapea sol per questi levata sì fiera tempesta contro la sua parte. Malaspina conduce così questo periodo.Discorre le angherie degli oficiali di re Carlo; indi alcuni avvenimenti d’Italia pria della morte di Niccolò III; e qui incomincia a parlare di Pier d’Aragona. Porta come Giovanni di Procida e Ruggier Loria lo confortavano a venireal conquisto di Sicilia; com’ei si armava; quali sospetti destò in Carlo, nel re di Francia, negli stati Barbareschi. Ripiglia poi le cose d’Italia dopo la morte di Niccolò; passa ai preparamenti di Carlo contro il Paleologo alla mala contentezza che accrebbero ne’ suoi sudditi; al mal governo dei vicari di Carlo in Roma. E con un’apostrofe lunghissima a quel re, gli torna a mente averlo lodato a cielo per tutta Italia, e avere commendato la sua dominazione; ma non sapergli perdonare due colpe: avarizia e negligenza. «Tante battaglie, sclama, hai vinto e vinceresti; e inespugnabili stanno questi due vizi!» Salta di qui al fatto del vespro (Bibl. aragonese, tom. II, pag. 331 a 354); il quale appone agli oltraggi recati alle donne e non ingozzati dagl’indocili nostri bravi: il progresso della rivoluzione ritrae in guisa da non lasciar sospetto d’una trama che si sviluppi, ma dar evidenza lucidissima d’una sedizione, che inonda di sangue la capitale, e, fatta gigante, invade tutta l’isola. Malaspina non fa parola, nè prima nè poi, di congiura, d’intesa qualunque tra re Pietro e i baroni o le città siciliane (ibid., pag. 354 a 360); nè in tutta la sua narrazione se ne vede orma. Nè questo egli aggiugne a’ rimbrotti che mette in bocca a re Carlo nell’accettare il duello (ibid., pag. 388); nè altro appone a Pietro, che essersi armato prima; e aver, dopo lo sbarco in Affrica, domandato a papa Martino aiuti che non poteva ottenere, per trarne pretesto a voltarsi all’impresa di Sicilia, ove i popoli, già ordinati in repubblica, lo chiamavano al trono. Questo è dunque il peggio, che un focoso partigiano della corte di Roma e di re Carlo, ma verace e inteso dei fatti, sapesse scrivere della siciliana rivoluzione! niuno mi dirà che Malaspina non potesse saper la congiura; che, saputala, avesse ritegno a bandirla a tutto il mondo!Dante in tre versi ritrasse compiutamente il vespro:Quella sinistra riva che si lavaDi Rodano, poich’è misto con Sorga,Per suo signore a tempo m’aspettava;E quel corno d’Ausonia che s’imborgaDi Bari, di Gaeta e di Crotona,Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.Fulgeami già in fronte la coronaDi quella terra che il Danubio rigaPoi che le ripe tedesche abbandona;E la bella Trinacria che caligaTra Pachino e Peloro, sopra il golfoChe riceve da Euro maggior brigaNon per Tifeo, ma per nascente solfo,Attesi avrebbe li suoi regi ancoraNati per me di Carlo e di Ridolfo,Se mala signoria, che sempre accoraI popoli soggetti, non avesseMosso Palermo a gridar: Mora, mora.Parad., c. 8.A’ lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s’estenda la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza istorica della Divina Commedia intorno i fatti d’Italia; la possanza di quella mente a scrutar le cagioni delle cose, e stamparle ne’ pochi tratti co’ quali suol delineare un gran quadro, sì che nulla vi resti a desiderare; l’autorità infine dell’Alighieri, come contemporaneo al vespro. E a chi noi sente con evidenza, non dimostrerò io, che quelle parole, in bocca di Carlo Martello, tolgano affatto il supposto di congiura baronale. Noterò bene che Dante, qui non solo tratteggiò la causa, ma ancora una delle circostanze più segnalate del tumulto, che fu il perpetuo grido: «Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi!» Onde que’ tre versi resteranno per sempre come la più forte, precisa e fedele dipintura, che ingegno d’uomo far potesse del vespro siciliano. E, secondo me, vanno errati quei commentatori i quali, seguendo il racconto tenuto finoraper vero, veggon l’oro bizantino recato da Giovanni di Procida a Niccolò III, nello:E guarda ben la mal tolta moneta,Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.Inf., c. 19.Il cenno che nel cap. V abbiam fatto del pontificato di Niccolò, basterà a mostrare, ch’ei fu ben ardito contro Carlo pria del 1280, quando si suppone, sulla testimonianza del Villani, questa corruzione. L’avea spogliato delle dignità di vicario in Toscana e senator di Roma, battuto e attraversato in mille guise Niccolò, dal primo istante che pose il piè sulla cattedra di san Pietro (Murat. Ann. d’Italia, an. 1278); onde l’ardimento contro Carlo, più tosto si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di Niccolò, trapassato nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio stanno alla non dubbia appropriazione delle decime ecclesiastiche e del ritratto degli stati della Chiesa (Veg. Francesco Pipino, op. cit., lib. IV, c. 20), che alla baratteria di cui vogliono accagionare l’alto animo dell’Orsino. Del resto, tinto o no che sia stato il papa nella cospirazione, ciò non proverebbe che la cospirazione partorisse il vespro; anzi, se Dante quella conobbe, e al vespro die’ un’altra cagione, più forte argomento è dalla mia parte. Nè è da lasciare inosservato il silenzio del poeta su questo Giovanni di Procida, morto nel 1299, il quale se fosse stato autor della ribellione di Sicilia, Dante non avrebbe pretermesso di locarlo tra i grandi, o buoni o ribaldi; ma egli nol giudicò degno dell’uno nè dell’altro.Passando dalle tradizioni scritte ai diplomi, si potrebbe credere che la corte di Roma, entrata in sospetto di re Pietro, sol per gli armamenti che si vedean fare ne’ porti della Spagna pensasse a lui più fortemente, quando ebbel’annunzio della sollevazione siciliana. Così nella bolla data il dì dell’Ascensione del 1282, cioè 37 giorni dopo il vespro di Palermo, querelasi il papa (Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 15), che molti protervi intenti a molestare re Carlo e la Chiesa, si sforzassero a raccendere in Sicilia la fiamma della discordia;ad id sua stadia inique congerunt; ad id suarum virium potentiam coacervant, manus presumptuosas apponunt, et etiam occulti favoris auxilium largiuntur.... onde ammonisce i re, feudatari, cittadini e uomini qualunque (ibid. §§. 16 e 17), che non si colleghino con le comunità di Sicilia ribelli, nè lor diano consiglio, aiuto, o favore. Ma queste pratiche accennate dalla corte di Roma, tutte presenti e non passate, quand’anche si riferissero a Pietro, sarebber quelle presso la repubblica siciliana per farsi chiamare al trono, non le macchinazioni che produssero il vespro.Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia,non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit(Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta,quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata,rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur.... poichè Pietro,dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie,machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter.Indi,quaesito coloredi osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, diexibito, a Piero,consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motividella concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulladiffidatione premissa, quod proditionis non caret nota(Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che:de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, alquale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua:reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato inSicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse:ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit(Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di:suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi:scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales personeCalabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole cheSiculorum gravis et periculosa commocionel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).Tutti questi documenti mostrano ad evidenza che infino a tutto il secolo xiii, nè la corte di Roma, nè quella di Napoli ebber mai fronte di parlar di congiura siciliana; anzi, tratte dalla forza dell’evidenza, accettarono la manifesta cagione della rivoluzione dell’ottantadue, com’io l’ho ritratto. Ma coll’andar del tempo pensarono dipinger più nero il fatto, del quale già la verità s’incominciava a corrompere e dileguare. Il veggiamo in due diplomi, l’un di re Roberto dato il 2, l’altro di re Federigo II di Sicilia dato il 3 settembre 1314; mentre Roberto assediava Trapani, Federigo strignea Roberto. Avvenne allora, che un corsale napolitano prese una nave delle isole Baleari che mercatava in Sicilia, e che la città di Barcellona ne domandò a Roberto la restituzione. Costui dunque, scrivendo al comune di Barcellona, ingegnavasi a sostener buona la preda; e tra le altre ragioni allegava:quod homines insulae Siciliae a longissimis retro temporibus, rebellionis, perfidiae et hostilitatis improbe spiritum assumentes, contra clarae memoriae progenitores nostros proditionaliter rebellarunt, etc.; il qualeproditionalitersi può intendere o perfidamente, ovvero con delitto di maestà, che per la diffalta al giuramento, si volle chiamar tradigione. Ma Federigo, confutando tutte le ragioni, largamente anco dicea della ingiusta aggressione di Carlo contro re Manfredi, dell’empia tirannide con cui condusse a disperazione i popoli del regno preso da Pietro.Non igitur, continua,scribi debuit quod proditionaliter rebellassent, cum rebellationemhujusmodi nullum propositum, nullaque factio, vel conspirans conjuratio praecessisset; et licebat nec minus eis liberis, quod servilis status hominibus erat licitum, ut confugientes ad Ecclesiam, saevitiam effugerent, etc ... Quomodo igitur ipsos Siculos proditores fuisse dici debuti sive scribi?etc. Così ribatte in ambo i sensi questa taccia di tradimento; dimostrando, che non ci fu cospirazione, e che potea la Sicilia a buon dritto scuotere il giogo dell’usurpatore. Non ritraggiamo che Roberto avesse replicato. E considerando quanto dubbia fu l’accusa, quanto asseverante e particolareggiata la risposta, possiam conchiudere, che trentadue anni dopo il fatto, quando si era potuto conoscere appieno tutta la macchina, se la corte di Napoli pur la fingea, non mancavano ragioni da confutarla e negarla.Ma la tradizione popolare, altri dice, porta infino ai nostri dì Procida e la congiura; e in un avvenimento nazionale sì grande, la tradizione non erra. Rispondo, che fallace è sempre; e di niun peso contro le maggiori autorità istoriche. Di più la tradizione verbale, presso i popoli barbari è guasta da bizzarria e ignoranza; presso i popoli inciviliti da bizzarria, da ignoranza e dalle istorie scritte. Queste scendono infino al volgo, più ripetute quanto più strane; il volgo e gli scrittori le alterano a gara. La tradizione genera la istoria scritta, e questa talvolta genera la tradizione. Così, volgendoci a’ nostri racconti volgari del vespro, troviamo la uccisione di tutti i Francesi per tutta l’isola in un dì; Giovanni di Procida, infintosi matto, girar la Sicilia con una cerbottana, susurrando a tutti all’orecchio, per dire ai Francesi pazze cose, ai Siciliani il segreto della congiura; e, mescolati a queste grosse fole, alcuni fatti ch’han sembianza di vero, come la prova della pronunzia a sceverar Francesi da nazionali nell’eccidio, e il rifiuto di Sperlinga. E l’eccidio contemporaneo è prettamente la favola di fra Francesco Pipino, della Cronacad’Asti, ec,, penetrata appo noi per cronache scritte o per tradizione di ciarle, quando la genuina tradizione nazionale con l’andar de’ tempi si diradò. A contrastar dunque la testimonianza di scrittori gravissimi o documenti, non si porti innanzi ciò che il volgo dice.Riflettendo poi sulle sembianze politiche della sommossa di Palermo e de’ fatti che ne seguitavano, parrà inverosimile, e direi quasi assurdo, il supposto della congiura. Giovanni di Procida, nobil uomo, fidatissimo del re d’Aragona, mosso da amor di patria, odio a Carlo, o devozione all’Aragonese, praticava, secondo il Villani e gli altri della sua parte, perchè Pietro salisse al trono di Sicilia. Praticava con Niccolò, col Paleologo, e co’ baroni siciliani. Or lasciati da parte gli accordi con potentati stranieri, che tendean solo ad aggiugnere riputazione e forze a re Pietro, e poteano servir sempre, data o non data la congiura in Sicilia; il trattato di Procida coi nostri baroni dovea mirare a questi due effetti: che scacciassero i Francesi; e che chiamassero il re d’Aragona. I baroni dall’altro canto doveano, pria di gittare il dado, esser certi che Pietro stesse pronto in sull’armi, per aiutarli nel primo principio, o nei primi pericoli; dopo il fatto doveano, o gridar lui re, o almeno prender essi lo stato. Tutto il contrario si ricava dalle testimonianze degli stessi cronisti raccontatori della cospirazione, non che degli altri. Cominciò in Palermo il 31 marzo, si consumò in Messina il 28 aprile questa siciliana rivoluzione; e Pier d’ Aragona tuttavia faceva spalmar navi e scriver soldati in Catalogna, infino al 3 giugno. Partito allora, si drizza alle isole Baleari; vi soggiorna due settimane; indi fa vela, e il 28 giugno approda in Affrica; trattenendovisi a guerreggiare co’ barbari fin oltre mezz’agosto: mentre re Carlo, che avea in punto l’esercito per la impresa di Grecia, strignea già fieramente Messina; e si dovea aspettar sopra la Sicilia piùspedito e più pronto ch’ei non fu. Se dunque a re Pietro eran mestieri due mesi più di tempo ad allestire l’armata, non è credibile per niun modo, che i congiurati scelto avesser la pasqua per cominciare il gran fatto, come Malespini e Villani portano espressamente.E sia pure che una impazienza, o un pericolo de’ cospiratori li avesse affrettato; e suppongasi che Pietro, per tenere un poco più la maschera, avesse voluto rischiar tutta l’impresa con differir tuttavolta la sua venuta; non si negherà che in Sicilia gli autori della rivoluzione doveano prender essi lo stato. Ma noi non solamente non veggiam punto nè poco Giovanni di Procida nel fatto del vespro, nè tra i capitani di popolo del primo periodo incontriamo alcuno de’ nomi riferiti da Malespini, da Villani e dall’anonimo scrittor della cospirazione; ma nè anco alcuno de’ grandi feudatari siciliani; nè delle famiglie più cospicue in que’ tempi. In un luogo popolani senz’alcun titolo di nobiltà; in un altro son fatti capitani di popolo uomini senza vassallaggio, fors’anco senza grande avere, e soltanto militi, ossia cavalieri, ch’era onoranza della persona, non già stato politico; i quali furon trascelti, come usi alle armi, o per altra loro riputazione personale. Così in Palermo Ruggier Mastrangelo con due cavalieri e un popolano; in Corleone Bonifazio, e altri in altri luoghi: e così anche de’ consiglieri, tra i quali si notano molti giurisperiti, cioè uomini del popolo, che la plebe infelicemente suol porre volentieri al reggimento delle sue rivoluzioni, credendoli dello stesso suo sangue e di mente molto maggiore. Veggiam di più la sollevazione propagata nell’isola secondo il corso delle armi palermitane, non già per movimenti spartiti che si potessero attribuire ai feudatari; veggiamo assai comuni mettere a fil di spada i Francesi, e pur tentennare al chiarirsi ribelli, cioè abbandonarsi all’impeto dell’ira e della vendetta, senza saperne altro scopo; veggiamla sollevazione in Messina cominciata dalla plebe, contrastante anzi una parte dei nobili; e per ogni luogo gridato il governo a comune sotto la protezion della Chiesa, ch’era escluder Pietro e i feudatari, i quali non avean parte nel reggimento a comune. Gli adunati sindichi delle città e terre deliberano delle cose pubbliche; i comuni si strìngono con reciproci vincoli di federazione; Palermo e Messina tengon la somma delle cose, e a pien popolo prendon le loro deliberazioni. Ove son dunque «i baroni e’ caporali» del Malespini? Se le forze della congiura cagionavano il 31 marzo e le sollevazioni delle altre città; se de’ baroni cospiratori era la riputazione della vittoria; dovean essi compier lo intento, non venirne al dominio della Chiesa e alla repubblica, nè lasciar questa costituirsi con ordini popolani e uomini o popolani o della nobiltà minore e cittadinesca, Aggiungasi, che il dominio della Chiesa portava ostacol maggiore al re d’Aragona, che non più all’usurpator francese, ma al sommo pontefice veniva a togliere il reame: onde niuno mi persuaderà che Pietro, o uomini che praticavan con lui, avessero mai scelto tal partito. Aggiungasi, che con questi ordini, più debole tornava la rivoluzione; mancando un nome di re, una sembianza di legittimità monarchica, un centro di forze da accrescere riputazione, rapire i timidi come gli animosi, gl’interessati come i generosi. Non era infine senza sospetto gridar la repubblica in un’isola sì vicina alle repubbliche italiane, che potea assodarsi in quegli ordini popolani. Impossibil è, per natura umana e necessità sociale, che principe ambizioso, congiurato con baroni del secol decimoterzo, vincendo, abbandonasser lo stato in quell’andare. E basterebbe sol questo a disdire tutti gl’istorici del tempo, se tutti dicessero il vespro effetto immediato della congiura. Raccogliendo dunque il detto fin qui, abbiamo, che portano il vespro effetto immediato della congiura pochissimicronisti francesi, d’altronde non molto gravi, la istoria dei guelfi Malespini, seguita dal più guelfo Villani, e dalla Cronaca siciliana d’incerto autore, d’incerto tempo; alla narrazion de’ quali aggiugneano incredibil favola la Cronaca d’Asti, e Boccaccio, vivuto mezzo secolo appresso; e la stessa narrava dubbiamente il favoleggiante frate Pipino: tutti renduti sospetti da spirito di parte, lontananza di tempo e di luogo, e copia di altri errori. Non è più valida la tradizione che oggi troviamo in Sicilia, guasta dal tempo e dagli scrittori. Per lo contrario, lasciando anco i siciliani Speciale, Neocastro, e l’anonimo, e i catalani Montaner e D’Esclot, contemporanei e di autorità non lieve, noi leggiam la sollevazione di Palermo casuale e nata dal più non poterne, in un Francese, e in nove scrittori di vari luoghi d’Italia, tra’ quali Auria, Saba Malaspina e Dante, degni tanto di fede, e il secondo più, perchè famigliare del papa. I documenti del tempo, slmilmente, non dicono la congiura di Pietro co’ Siciliani, nè il vespro effetto di essa; ma che quel re facea disegni da lungo tempo sull’isola, e che seguita la rivoluzione, tanto adoprossi con artifizi e sollecitazioni, che il vôto soglio occupò. Gli ordini pubblici e gli uomini messi su nella rivoluzione, provan impossibile la narrazione degli scrittori guelfi. Ma ben si scorgono gli anteriori disegni di Pietro, dal Neocastro, dal Montaner, da Saba Malaspina, dal Memoriale de’ podestà di Reggio; e le sue pratiche col Paleologo da Tolomeo da Lucca e Ferreto Vicentino; e gli uni e le altre, dalle carte pontificie e di Carlo di Angiò. Sembra infine che ne porgano il bandolo Tolomeo, Ferreto e Saba Malaspina; perchè, nella stessa guisa che fanno Montaner e il Neocastro, dopo un cenno de’ disegni di Pietro sopra la Sicilia, i detti tre istorici portano, senza legarlo a quelli, il tumulto del vespro, e ne indican anzi le cagioni. Or se essi furono a tempo a saper le pratiche col Paleologo, il doveano esserea sapere il rimanente della cospirazione; e l’avrebbero scritto, se fosse stato pur vero.Indi tutto qual è si scerne, tra tanto viluppo d’autorità istoriche, il progresso de’ fatti. La pessima signoria straniera puzzava in Sicilia, sì che nobile o popolano non v’era che non bramasse uscirne. I grossi proprietari, che sogliono esser sempre più cauti e lenti, avean forse dato ascolto alle istigazioni del re d’Aragona; il quale consigliavasi con parecchi usciti di parte sveva, e adoprava principalmente tra questi Giovanni di Procida, non patriotta, ma destro, accorto e audace ministro d’un principe straniero, contro il tiranno della propria sua patria. Re Pietro, aiutato per comun interesse dal Paleologo, e connivente papa Niccolò, preparava un’armata e un piccolo esercito; con le quali forze potrebbe credersi ch’ei divisava dapprima portar la guerra in Sicilia col favor de’ baroni; perchè se avesse immaginato infin dal 1281 la finta impresa d’Affrica, con la medesima simulazione avrebbe fatto le viste di comunicarla a Francia, al papa e a Carlo, invece di ribadire i sospetti con quel suo silenzio. Mentre Pietro s’armava, e i nobili bilanciavano, e, concedasi pure, stigavano gli animi in Sicilia, ma non si dava principio alle opere, nè forse si sarebbe mai dato; il popolo di Palermo die’ dentro; innasprito per la nuova stretta di violenze di Giovanni di San Remigio, e acceso dagli oltraggi alle donne, rapito dalla tenzone che ne seguì. Il popolo scannò i Francesi; e ordinò lo stato a suo modo, perch’ei fu che vinse. E qui è da tornare a mente, che la feudalità fu sempre moderata in Sicilia nelle dominazioni normanna e sveva; che le grandi città demaniali aveano umori popolani, sì come in Italia, in Alemagna, in Provenza, in Catalogna, in Inghilterra; che le stesse terre feudali godean appo noi ordini di municipio non dipendenti dal barone; ch’era fresca e gradita la memoria della repubblica del cinquantaquattro, e vicinol’esempio delle città italiane; che infine il baronaggio, rinnovato in gran parte sotto Carlo, dovea essere odiato vieppiù per la gente nuova e per gli abusi nuovi. Perciò il popol di Palermo gridò la repubblica: e com’egli armato corse l’isola, l’esempio, la forza, la influenza delle stesse cause, portaron rapidamente tutta l’isola alla repubblica. Ci avea in Sicilia ottimati e popolo; nè i primi amavan forse reggimento democratico, ma per l’impeto e la riputazione della rivoluzione si stettero. Lasciaron fare; e insieme strinsero le loro pratiche con Pietro, non potendo nè metter su una oligarchia, nè soffrir la repubblica a popolo: e per la influenza delle proprietà, per la riputazione della prosapia e degli uomini, in un paese, scosso sì da movimento popolano, ma avvezzo da lunghissimo tempo al baronaggio moderato, s’impadronirono alfine de’ consigli pubblici. Pietro, che non potea dritto venir sopra l’isola, perchè ciò sarebbe stato apertamente portar guerra alla Chiesa e alla repubblica, non all’usurpatore, immaginò la impresa d’Affrica, per mostrarsi armato e vicino. Allora i nobili valser tanto nel parlamento, da farlo chiamare al trono: e così, supposta anche la congiura aristocratica estesa quanto si voglia, si argomenterebbe che la medesima, sviata dai suoi primitivi disegni per la rivoluzione del vespro, li consumasse civilmente dopo cinque mesi, nel parlamento.Ma i racconti del vespro, della esaltazione di Pietro, de’ disegni di costui, delle pratiche col Paleologo e coi Siciliani, molti anni corsero per tutta Italia e oltremonti, senza stampa, nè comunicazioni agevoli nè frequenti, guasti da uomini parteggianti, ignoranti, avvezzi a credere il falso, e non credere il vero, perchè troppo semplice. In Francia e nell’Italia guelfa la narrazione, com’avviene, prese colore dalle opinioni, e peggio si alterò. Di que’ che avean praticato con Pietro, alcuno, vantando sè medesimoe i suoi, in un trattato tenebroso per sua natura, portò innanti vero e bugia, e tutto gli si credea: si ravvicinarono congiura, vespro, venuta di Pietro. Ma pure gli uomini più diligenti e informati seppero il vero in que’ primi principi. Di lì a pochi anni, la tradizione di voce si corruppe; le cronache niuno leggeale, o credea alle più strane; si sapea grandissima la potenza di re Carlo, e parea «quasi cosa maravigliosa e impossibile» (Giovanni Villani, cap. 56) ed «opera divina ovvero diabolica» (Paolino di Pietro, loc. cit.) questa ribellione di Sicilia; onde la si cominciò ad attribuire ad una causa non meno maravigliosa: la cospirazione di tre potentati coi maggiori baroni di Sicilia. I partigiani della corte di Napoli, trovando più onesto essersi perduta la Sicilia per una pratica sì infernale, che per sollevazione, propagarono via più quella voce. La rissa di Santo Spirito divenne scoppio della congiura; i ventotto dì che penò la rivoluzione a compiersi in tutta l’isola, si strinsero a due ore; il tocco del vespro fu il segno; si fece cospirare per tre anni tutto il popolo di Sicilia. Così pervennero i fatti ai raccoglitori d’istorie ne’ secoli d’appresso; e per caso, o seduzione della lingua e dello stile, le cronache di Malespini e Villani si trovaron le più divulgate.Indi, per tacere di tanti altri, Angelo di Costanzo, autore del secol xvi, senza citazioni di contemporanei, e tenendosi alla favola non pur narrata da’ due scrittori fiorentini, portava l’eccidio in due ore per tutta l’isola (Storia del regno di Napoli, lib. 2); e non par vero come Denina (Rivol. d’Italia, lib. 13, cap. 3, 4) rimandi a lui; e come Giannone (Storia civile del regno di Napoli, lib. 20, cap. 5), segua questa favola, e presti più fede al racconto inverosimile del Costanzo, che al Malespini, al Villani, ec., da lui d’altronde citati. Nello stesso errore cadde il Capecelatro (Storia di Napoli, parte 4, lib. 1), anche dopo citata la storia in dialetto siciliano, che contienquello della congiura, non la fola dell’eccidio contemporaneo.A questa non si appiglia alcun altro scrittore di nome.Il Suromonte (Storia di Napoli, lib. 3) segue al tutto Villani: così anche Surita (Annali d’Aragona, lib. 4, cap. 17), ch’era diligente e non altro.De’ nostri, Maurolico (Lib. 4, an. 1282), e Fazzello (Deca 2, lib. 8, cap. 4), raccontan ambo i modi di spiegar la rivoluzione, cioè la congiura e l’odio concepito per la mala signoria, e sfogato per l’occasione dell’oltraggio di Droetto. Mugnos (Ragguagli del vespro siciliano) affastella senza discernimento congiura, oppressioni, ingiuria di Droetto, che fa soffrire alla figliuola di Ruggiero Mastrangelo, secondo lui, un de’ congiurati più grossi; e reca, con nomi e giorni e con tutti i particolari, le occasioni per le quali si sollevò ciascun’altra città dell’isola; che son favole mal tessute. Al solito non cita contemporanei; nè noi ci dobbiamo affaticare alla confutazione di questo vanitoso oriundo spagnuolo del secento. Burigny, francese, ma storico di Sicilia, tenuto per l’ordinario in minor conto che non merita, narra la congiura e ’l caso di Droetto; e comechè presti fede agli autori più recenti e allo stesso Mugnos, ne trae una giusta conchiusione: che l’eccidio fosse stato accidentale (Storia di Sicilia, Parte 2, lib. 1, cap. 2). Il Caruso, Inveges, Aprile, Gallo, Bonfiglio e i tanti altri annalisti che ingombrano le nostre biblioteche, tengon lo stesso metro dei nominati di sopra. E il semplice e laborioso di Blasi s’avvicina al segno, conchiudendo: «che la preparata congiura, che dovea scoppiare in un giorno in tutta l’isola, per un improvviso accidente anticipò;» nel qual modo gli parve avere accordato tutti i racconti diversi.Ma gli storici stranieri di maggior polso, o sostengono l’opinione ch’io ho seguito, o se le avvicinano assai. Quelsobrio Muratori (Annali d’Italia, 1282) raccontata la congiura, come scrissero Villani e Malespini, continua: Ora avvenne che nel dì 30 di marzo, e secondo altri nel 31, i Palermitani, prese le armi, ec., e narra il fatto senza altrimenti connetterlo con la congiura. Dalle stesse fonti Sismondi, con più immaginativa, trae che Procida procurasse la rivoluzione di Sicilia «non congiurando, ma eccitando le passioni del popolo; e mandando in Palermo i nobili e i militari (così interpreta la voce caporali di Giachetto Malespini) per poter governare il movimento, sicuro che l’occasione non sarebbe mancata.» Nondimeno egli attribuisce la sollevazione all’insulto; non parla altrimenti dei soci di Procida; e narra la uccisione successiva nel resto dell’isola (Hist. des Répub. ital. du moyen Age, ch. 22). Prima del Sismondi il Bréquigny, avvezzo alle più pazienti ricerche, e a quell’esame rigoroso che diffida di tutt’autorità, avea notato in poche pagine i fatti del vespro siciliano, ricavati da’ documenti; ne avea conchiuso, «vedersi chiaramente che la rivoluzione della Sicilia non fu una congiura, e che non v’ebbe punto congiura.» (Magasin Encyclopèdique, tom. II. Paris, an. iii, 1795, pag. 500 a 512). La stessa opinione tiene M. Koch (Tableau des Rèvolutions de l’Europe, tom. I. Paris, 1823, pag. 175); il quale aggiugne non creder più verosimile della uccisione contemporanea in tutta l’isola, «quella trama con Pietro d’Aragona, perchè i Palermitani alzarono lo stendardo della Chiesa, deliberati a darsi al papa, ec.» Nè diversamente pensò Shoell (Cours d’Histoire des États européens, Paris–Berlin, tom. VI, pag. 49). E per nominare in ultimo due de’ più vasti ingegni del secolo xviii, finirò il novero con Voltaire e Gibbon. Il primo, nella rapida corsa sulle vicende delle società umane, si fermò un istante sul vespro siciliano; seppe scernere la congiura dal fatto; affermò aver Giovannidi Procida preparato gli spiriti, ma il caso della donna cagionato l’uccisione (Essai sur l’esprit et les mœurs des nations, ch. 61). Con esamina forse più accurata, l’autor della Decadenza e ruina dello impero romano, lasciò in dubbio la cagione de’ fatti, raccontati d’altronde con la maggiore esattezza storica (Decline and fall of the Roman Empire, ch. 62). «Si può chiamare in dubbio, ei disse, se il subito scoppio di Palermo fosse stato effetto del caso o d’un disegno:» e ciò che il fa rimanere in questo dubbio, è un errore: la supposta dimora di Pietro sulla costa d’Affrica al tempo del nostro vespro. Però deride il patriotta Speciale d’aver dissimulato ogni pratica antecedente, col dir seguita la sollevazione,nullo comunicato consilio, mentre Pietro «per caso» si trovava con un’armata sulla costa d’Affrica. Se lo storico inglese avesse riscontrato i tempi, ed avrebbe risparmiato quel frizzo a Speciale, e deposto ogni dubbio sulla cagione: perchè il 31 marzo si mosse Palermo; il 29 aprile non v’era città in Sicilia che tenesse pe’ Francesi; e Pietro non partì di Spagna per Affrica che in giugno, quando nei consigli siciliani era messo il partito per lui, quando forse alcun pubblico messaggio gli era giunto di Sicilia.Degli scrittori recenti che han toccato questo punto d’istoria io non parlo. Certo diversità di giudizio non è offesa a begl’ingegni. Non parmi necessario confutar di parola in parola i loro scritti, perch’io credo che la dimostrazione abbastanza si contenga nel fin qui detto.FINE DELL’APPENDICE.

Esposizione ed esame di tutte le autorità istoriche sul fatto del vespro.

Questa rivoluzione, ricordata da tutti gli storici che toccan quell’epoca, in cui fu maravigliosissimo avvenimento, è stata di ciascuno figurata a suo modo; e copiandosi a vicenda gli scrittori, si è alterato dall’uno all’altro il fatto, si son confuse e smarrite le cagioni. Ne’ cap. V e VI io n’ho scritto quanto mi par si ritragga di vero, comparando ed esaminando sottilmente tutte le autorità istoriche de’ tempi; ho delineato il ragionamento, che alla mia conchiusione conduce. In questa appendice, ne vengo ai particolari. Torno a mente al leggitore, che per autorità istoriche intendo: 1o. gli scrittori contemporanei, messi a riscontro tra loro, e valutati secondo le parti che ciascun tenne, la postura in cui si trovò a sapere i fatti, la critica e la esattezza che da a vedere: 2o. i documenti, che pongo in secondo luogo, perchè nel presente caso pochi se ne trovan di tali da stabilir fuori contrasto la verità, ma sol possono rischiarare le testimonianze degl’istorici, e aggiugnere o scemar fede a loro detti: 3o. la tradizione, in quanto valga dopo cinque secoli e mezzo di viver civile: 4o. la necessità di cagioni d’alcuni fatti seguenti, che non cadono in dubbio.

E cominciando dagli scrittori contemporanei o molto vicini a que’ tempi, è da notar che sono Francesi, Catalani,Siciliani o d’altre parti d’Italia, e questi ultimi o Guelfi o Ghibellini; ondechè i più scrissero da spirito di parte, pochissimi ne furono scevri, o meglio che le parti amarono il vero. Pertanto di questa rivoluzione alcuni, senza toccar le cagioni, dicon l’uccisione dei Francesi in Sicilia, con qualche circostanza isolata ovvero oziosa, e nulla più. Altri intessono sottilmente una cospirazione; e ne fanno effetto immediato e palpabile il tumulto del vespro. Altri infine, accennando qual più qual meno gli apparecchiamenti e i desideri di Pietro d’Aragona, raccontano il tumulto di Palermo, senz’altrimenti connetterlo con quelli; com’effetto dell’odio alla tirannia angioina, scoppiato a un tratto, per ingiuria, in una festa popolare. Secondo queste tre classi divideremo le testimonianze istoriche poste qui a disamina.

Nella prima si noverano Ricobaldo Ferrarese (Muratori, R. I. S., tom. IX); i frammenti d’Istorie Pisane (ibidem); le due biografie di papa Martino IV (ibidem, tom. III, parte 1a, pag. 608 e 609, parte 2a, pag. 430); il nostro fra Corrado, che, inorridito delle fiere vicende passate sotto gli occhi suoi, rifuggiva dal particolareggiarle (ibidem, tom. I, pag. 729); il frate Catalano autor delle Geste de’ conti di Barcellona (Marca Hispanica, per Baluzio, capit. 28), che dice della chiamata di Pietro, dell’assedio di Messina, e dell’obbedienza negata a Carlo in Sicilia, ma non della sanguinosa rivoluzione che die’ principio a questi fatti; il Cantinelli (Chronicon, in Mittarelli, Rer. Faventinarum script., Venezia, 1771, pag. 276); un anonimo fiorentino (pubblicato dal Baluzio, Miscellanea, tom. IV, pag. 104, ed. Lucca), breve ma esatto, il quale narra, senza dir di congiura «che nel 1289 in calende d’aprile si ribellò Palermo, e poi a sommossa de’ Palermitani tutta la Sicilia;» e altri scrittori che inutile sarebbe a noverare, perchè nessuna luce sen trae.Stretta investigazione meritano gli scrittori Francesi, cioè l’autore del Ms. della vittoria di Carlo d’Angiò, Guglielmo Nangis, l’autore della Cronaca del monastero di San Bertino; e i fabbri Italiani della congiura, Ricordano Malespini, Giovanni Villani, l’autore della Storia anonima della cospirazione di Procida, e con essi frate Francesco Pipino, l’autor della Cronaca d’Asti, il Boccaccio, il Petrarca.

Nel Ms. della vittoria di Carlo (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 850), si legge che Pier d’Aragona, apparecchiando un navilio contro Carlo re di Sicilia, Siculorum monitu et uxoris, mandò ambasciadori al papa, infingendosi voler andare con grande oste sopra i barbari d’Affrica. Poi narrasi, che di febbraio (1282), un leon marino portato ad Orvieto prognosticasse co’ suoi pianti le calamità che sovrastavano; e qui finisce la cronaca. In essa è notevol solo il Siculorum monitu, che si potrebbe per altro interpretare per consigli degli usciti Siciliani rifuggitisi in corte d’Aragona.

Più espresso il Nangis. Secondo lui Pier di Aragona, ingrato ai re di Francia, stigato dalla moglie, co’ Siciliani,qui jam contra regem Siciliae Carolum conspiraverant, confoederatus est. Nam missi Siculorum, Panormitanorum maxime et Messanensium, ad ipsum tum convenerant, dicentes quod si contra regem Carolum vellet cum ipsis insorgere et eosdem tueri, de caetero ipsam in regem et dominum reciperent et haberent..... Circa idem tempus(1281) Petrus Arragoniae rex assensum dedit Siculis qui contra dominum suum regem Siciliae Carolum conspiraverant, etc. Indi, toccando l’impresa preparata da Carlo contro l’imperadore di Costantinopoli, che si ritrae da tutti gli altri istorici, ne parla il Nangis come di novella crociata al racquisto di Gerusalemme. Soggiugne che, tornati appena gli ambasciatori siciliani dalla corte di Pietro, i Palermitani e’ Messinesiribellaronsi; Pietro uditolo s’armò ad aiutarli; ma infìnse andar sopra i barbari in Affrica, e per messaggi confortava i Siciliani. Di Giovanni di Procida ei non parla; ma senza dubbio ne’ riferiti luoghi si contien l’accusa della congiura di Pietro coi notabili di Sicilia (Duchesne, Hist. franc. script., tom. V, pag. 537, 538, 539). Prendendo dunque ad esaminare l’autorità del Nangis, diremo che, lette alla distesa le biografie dei re di Francia di quei tempi, ch’ei compilò, ognuno il vede lodator larghissimo de’ suoi signori, come frate e scrittor di corte; e comprendasi di leggieri come dovesse narrare sol ciò che passava per vero nella corte di Francia. Così nei fatti della guerra portata sopra Aragona l’anno 1285 e in altri, il biografo dissimula, ingrandisce, rimpicciolisce, guasta, com’ei crede maggior gloria de’ reali di Francia. A ciò s’aggiunga che dopo quella crudele strage de’ Francesi in Sicilia, l’esacerbata opinione pubblica in Francia non dovea accreditare altro, che il maggior biasimo dei Siciliani e di re Pietro d’Aragona; dovea aggravar l’eccidio con la premeditazione e col tradimento; denigrare la esaltazione del nuovo re con una macchia di congiura; così anche onestar la caduta dominazione di Carlo: perchè congiurar si può contro tutti i governi, ma di una rivoluzione disperata dei popoli, il governo solo ha la colpa. Di più, scrisse il Nangis dopo la ricordata guerra d’Aragona, ingiustissima sempre, ma che men parea, quanti più neri misfatti si addossassero a Piero. Per queste ragioni la testimonianza sua, di per sè sola, è men degna di fede. Nulla le aggiugne o toglie l’antica versione francese che sen trova nelle cronache di San Dionigi, e recentemente è stata ripubblicata a fronte del testo latino del Nangis (Rer. gallic. et franc. script., tom. XX. Paris, 1840); nè anco io ne farei parola, se questa versione, che per lo più tralascia molti squarci del testo, qui non sopprimesse la diceria su idritti di Pietro d’Aragona al trono di Sicilia, e aggiugnesse al testo, che Pietro mandò due cavalieri in Sicilia per vedere se la regina Costanza gli avesse detto il vero su le disposizioni de’ Siciliani; e che fattosen certo e stabilita la rivoluzione,ceulz de Palernes et de Meschines et de toutes les autres bonnes villes seignerent les huis des François par nuit, et quand il vint au point du jour qu’ils pourrent entour eulz voir, si occistrent tous ceulz qu’ils pourrent trouver, etc. Or questo racconto, che muta il vespro Siciliano in alba Siciliana, dice de’ Palermitani, de Messinesi, e della più parte degli altri Siciliani, come se in una medesima città, la notte avessero segnato le porte dei Francesi, e, allo schiarire del giorno, cominciato la strage, appena potettero distinguere da’ segni, le case ch’essi medesimi avean saputo riconoscere e segnare la notte. Si vede chiarissima in tal racconto la favola della uccisione contemporanea, con una inverìsimiglianza di più. Gli eruditi sono in dubbio se questa traduzione debba attribuirsi allo stesso Nangis. Io penso che un contemporaneo il quale scrisse con esattezza, se non la cagione, almeno il fatto, non abbia potuto poi guastare il fatto con sì grossolane favole: e però non saprei trarne argomento a indebolire vieppiù l’autorità del Nangis; ma suppongo piuttosto che la traduzione, o fu fatta, o almeno in questo luogo interpolata da altra mano, in tempo posteriore.

La Cronaca infine del monastero di San Bertino, più vagamente del Nangis dice della macchinazione (in Martene e Durand, Thes, Nov. Anecd., tom. III, pag. 762 e seg.). Scrive che Pier d’Aragona, pretendendo la Sicilia pel dritto della moglie, si adoprava,nunc commotiones, nunc seditiones excitans, nunc amicos sibi secrete concilians; semper, in quantum poterat, laborans ad finem intentum; tantochè commosse i barbari di Tunis contro i cristiani; cosa non vera, nè utile ad alcuno intento di Pietro; come nonvere sono quelle sommosse e sedizioni prima del vespro, che anzi durò pienissima infino a quel dì la calma del servaggio.Per suam etiam astutiam, segue il cronista,commotionem excitavit in regno Siciliae. Mandatus tandem ab eis, in Siciliam venit, dominium sibi usurpavit, et se in regem Siciliae coronari fecit; e del resto narra avvenuto in Palermo il primo tumulto, e il progresso della rivoluzione nell’isola. Io non avrei qui noverato questa cronaca, se tutta fosse scritta da Giovanni Iperio, vissuto un secolo dopo il vespro. Ma perchè gli eruditi editori nelle prefazioni, op. cit., pag 441 a 444, han creduto la prima parte opera d’uno scrittore del secol xiii, non l’ho voluto passar qui sotto silenzio. A chiunque appartenga lo squarcio risguardante il vespro siciliano, è da notare che i particolari sono più minuti che nel Nangis, e per lo contrario molto più vaghe le allusioni alle trame de’ Siciliani con Pier d’Aragona.

Passando agl’Italiani noi troviamo la tradizione della congiura in Ricordano Malespini, e ’l suo continuatore Giachetto Malespini, e in Giovanni Villani (Muratori, R. I. S., tom. VIII e XIII), che sono propriamente gli autori della fama di Giovanni di Procida, e da loro tutti gli altri han copiato il racconto. Ma prima si rifletta che queste tre autorità si riducono a una sola; quella cioè di Giachetto. Le trame della congiura non poteano esser manifeste in una città guelfa d’Italia prima del fatto del vespro. Ora Ricordano, che minutamente le racconta prima del vespro, cioè sotto l’anno 1281, per lo meno cessò di scrivere in quel tempo, anche dandogli il privilegio di vivere e di conservar tutte le sue facoltà fino a cento anni: perch’ei medesimo assicura essere andato giovanetto in Roma l’anno milledugento. È chiaro dunque che Ricordano non potè dettare quegli ultimi capitoli della sua cronica; e ch’essi son opera di Giachetto suo continuatore,o almeno interpolati da lui, perchè narrando il fatto del vespro, e apponendolo alla congiura, volle inserire il racconto della congiura nella Cronaca di Ricordano che correa fino al 1281.

Quanto al Villani, ei dovea essere o bambino o fanciullo nel 1282, e certo cominciò a scrivere molti anni appresso; e il suo racconto della congiura e il fatto del vespro, sono non presi ma trascritti di parola in parola, il primo dalla Cronaca attribuita a Ricordano, l’altro dalla continuazione di Giachetto, con qualche lieve circostanza di più o di meno, che non toglie la evidenza del plagio, riconosciuto ben dal Muratori nelle sue prefazioni a’ Malespini e al Villani. Prendendo dunque a esaminare insieme i racconti del Villani e di Giachetto, che per la perfetta coincidenza si riducono a un solo, veggiam che costoro come Fiorentini, vivuti mentre la città reggeasi del tutto a parte Guelfa e si rafforzava della riputazione dei re di Napoli contro le rivali città di Toscana, senza pudore parteggiano, più che gli scrittori francesi; perchè la vicinanza rinfoca tutte le passioni. Indi ad ogni parola scopron gli animi Guelfi, e nimicissìmi a’ Siciliani. Del Villani, così il Muratori nota nella prefazione citata di sopra, doverglisi prestar poca fede nelle vicende di parti guelfa e ghibellina dopo i tempi dell’imperador Federigo secondo. S’aggiunga, ch’egli era forse più ingiusto per umor di famiglia; poichè ne’ diplomi del duello fermato tra re Pietro e re Carlo, si legge tra i nomi de’ mallevadori di Carlo (veggasi il capit. IX, voi 1, pag. 210) un Giovanni Villani, forse parente dello storico. Non son pochi gli errori in cui caddero cotesti scrittori, ch’eran per altro lontani dalla Sicilia, e disposti a colorire la narrazione come paresse peggiore pe’ loro nemici; che così sempre si è fatto e si farà anche senza il proponimento di calunniare. E lasceremo, perchè si può apporre ai copisti, l’errore di Giachetto, che porta il tumultodel vespro a tre marzo. Ricordano e Villani raccontan quella improbabilissima corruzione di Niccolò III, comperato da Procida col danaro del Paleologo; suppongon che re Pietro d’Aragona pe’ suoi preparamenti domandasse un sussidio di moneta al re di Francia, quando si sa che una delle ragioni principali, con cui difendeva il suo segreto intorno lo scopo dell’impresa, era di prepararla senza alcun aiuto d’altrui. Giachetto e Villani portano, con errore evidente, il tumulto del vespro incominciato a Morreale, poichè s’erano adunati in Palermo «a pasquare, i baroni e’ caporali che teneano mano al tradimento;» dicono come nella festa un Francese prendesse una donna per farle oltraggio; e indi nascesse la briga, incalzata da’ congiurati; i quali nella zuffa ebber la peggio, poi uccisero tutti i Francesi in Palermo, e andando alle lor terre, commossero tutta l’isola. Nell’assedio di Messina i due cronisti non son più esatti; recando una lettera di Martino, apocrifa e foggiata senza riscontro alcuno con le idee che scernonsi nelle bolle messe fuori in quell’incontro (V. il cap. VII). Essi di più, raggirando su Procida sempre la lor macchina, il fanno mandare ambasciadore da’ Siciliani a Pietro, per offrirgli la corona, quando gl’istorici Siciliani e Catalani, che non poteano nè ignorare, nè tacere nome sì grande, dicono incaricati tutt’altri dell’importante messaggio. In questi e in tanti simili fatti, che notiamo nel corso del nostro lavoro, si scernon sempre i ridetti istorici male informati, fallaci, parziali.

Maravigliosa è la uniformità del lor dettato con quel d’una Cronaca anonima in antica lingua siciliana, che corre dal 1279 infino ad ottobre 1282 (di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 243 e seg.). Questa coincidenza, creduta argomento di veracità della Cronaca, e il sapore antico della lingua e dello stile, persuasero al di Gregorio, che contemporaneo fosse questo scritto, del quale s’ignoradel tutto l’autore, ma ce n’ha un Ms. in carta di bambagia, posseduto al presente dall’erudito e gentile uomo, il principe di San Giorgio Spinelli di Napoli, che per l’ortografia e la forma de’ caratteri con lettere iniziali azzurre o vermiglie e vestigia di dorature, appartiene senza dubbio al secol xiv. Questo antico Ms. pervenuto al presente possessore forse da Messina, era del tutto ignoto in Sicilia nel secol passato; talmentechè di Gregorio pubblicò la Cronaca nella sua Biblioteca Aragonese sopra una copia del secolo xvii, con ortografia diversissima dal Ms. del San Giorgio, e queste altre differenze, che innanzi il Ms. di San Giorgio si legge;Quistu esti lu Rebellamentu di Sichilia lu quali hordinau effichi fari Misser iohanni di prochita contra lu reCarlu p., e che il luogo della lezione del Gregorio (pag. 264),et incalzaru la briga cantra li francischi cu li palermitani, e li homini a rimuri di petri e di armi gridandu «moranu li franzisi;» et intraru dintra la gitati cu grandi rumuri lu capitanu che era tardu pri lu re Carlu, etc.; ha nel Ms. del San Giorgio la bella variante:Incalzaru la briga contra li franchischi et livaru A rimuri efforo a li armi li franchischi cum li palermitani et li homini a rimuri di petti e di armi gridandu moranu li franchischi et Intrara in la chitati cum grandi rimuri et foru per li plazi et quanti franchischi trouavanu tutti li auchidianu Infra quilli rimuri lu capitanu chi era tandu per lu Re Carlu, etc.

Tuttavia nè l’antichità di questo Ms. nè quella dello stile e della lingua, alla quale s’appigliò il di Gregorio, non avendo per le mani altra copia che del secolo xvii, e volendo ad ogni modo raccomandare la Cronaca come contemporanea, nè l’una nè l’altra, io dico, posson portare a un’approssimazione sì stretta, da giudicare precisamente se l’autore fiorisse in fin del secolo xiii o nei principî, o nel fine del xiv; e indi se contemporaneo fosse al vespro, o quanto discosto. L’altro argomento, ch’è la coincidenzacol Villani, o meglio diremo Malespini, proverebbe il contrario, cioè che l’autor della Cronaca siciliana avesse avuto per le mani quella de’ Fiorentini; perchè si riscontrano con picciol divario la disposizione dei fatti, gl’incidenti, spesso le parole, più spesso gli errori; il che mai non avviene quando due scrittori, senza conoscersi l’un l’altro, dettino il medesimo avvenimento, foss’anco brevissimo e semplice. Le differenze poi son queste: che la parte aneddotica e drammatica è molto più ampia nella Cronaca siciliana, e che qualche data o nome di luogo è diverso, or con maggiore esattezza o probabilità dalla parte del Siciliano, or il contrario. Per esempio, il Siciliano scrive che Procida nel 1279 si trovasse in Sicilia (nè il dice proscritto e nascoso); quando da’ diplomi allegati da noi nel cap. V, vol. 1. p. 92, si vede chiarito ribelle e uscito infin dal 1270; e si sa che riparò a corte del re d’Aragona. Ma, quel ch’è più, il veggiamo incerto ed erroneo sul giorno della sollevazione di Palermo:Eccu chi fu vinuto lu misi di aprili, l’annu di li milliducentaottantadui, la martedì di la Pasqua di la Resurrezioni; quando e’ si vede certamente che quel martedì cadde il 31 marzo. Or che un Siciliano, vivuto di que’ tempi, avesse potuto errare o dimenticar questo giorno, io nol so comprendere; e da ciò potrebbe argomentarsi l’antichità men rimota di questa Cronaca, perchè sendo avvenuta nel corso d’aprile la strage in tutte le altre città di Sicilia, molti anni appresso si ricordava aprile come il tempo del riscatto; e l’autor siciliano, avute per le mani le cronache de’ Fiorentini, vi corresse a suo modo l’epoca; come fece del coronamento di re Pietro, asserito da quelli, negato da lui; e sì del luogo della prima sollevazione, portata da quelli in Morreale, da lui, e qui con esattezza,in un locu lu quali si chiama Santo Spirito, ch’era il nome della chiesa, non della campagna. Le quali correzioni portano a credere che il Sicilianodopo i Fiorentini, non questi dopo lui avessero scritto; perchè i primi non sarebbero inciampati nell’errore del luogo della prima rissa, o avrebbero seguito il Siciliano nell’errore del tempo.

Perilchè mi è venuto in mente un supposto intorno questa Cronaca. Io penso che l’autore scrisse verso la metà del secolo xiv e fu della famiglia Procida, o attenente ed amico a quella; che nel regno dì Federigo d’Aragona, come si è veduto nel capitolo XV, Giovanni di Procida voltò a parte angioina, e con lui alcuni della famiglia. Quest’anonimo dunque, cliente o partigiano dei figliuoli di Procida, pieno d’umori guelfi, vivendo fuori dalla patria, s’imbattè nella cronaca de’ Malespini o del Villani; alla quale aggiunse or qualche verità, or qualche errore cavato dalla tradizione e tendente ad esaltar Giovanni di Procida; e ne dette quel che in oggi chiameremmo romanzo storico, o una istoria frammischiata di finzioni e novelle; come son di certo la debolezza, la paura, i pianti di tutti que’ grandi che si suppose trattasser la congiura con Procida. Certo egli è che parecchi Siciliani sotto Pietro, Giacomo e Federigo d’Aragona, or a ragione or a torto, furon puniti, o uscirono come ribelli, e ben potè avvenire che alcun d’essi o de’ loro figliuoli restassero fuori di Sicilia anche dopo la pace; certo che un germe, ancorchè debolissimo, di parte francese o guelfa o, come appo noi chiamavasi, di Ferracani, restò in Sicilia; certo che questa Cronaca, difforme dalle altre nostre di que’ tempi, si riscontra nelle parti più essenziali con quella de’ Guelfi Malespini e Villani. Di essa l’autore non si sa; il tempo non si sa; e assai debole testimonianza ne sembra. Il di Gregorio, pubblicandola per lo primo, mutila del principio, che poi si è dato alla luce (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, docum. 4), notò con allegrezza molti luoghi in cui risponde al Surita, senza riflettere che il Surita, autordel secoloxvi, togliea que’ fatti da essa appunto e dal Villani.

Seguono nella medesima classe gli scrittori che primi aggiunsero alla cospirazione la favola della uccision dei Francesi per tutta l’isola in un dì. Frate Francesco Pipino, che fiorì ai tempi di re Roberto (Francesco Pipino, lib. 3, cap. 19, in Muratori, R. I. S., tom. IX, p. 695), cioè nei principi del secol xiv, ma al dir di Muratori (ibid., Prefazione) poco diligente e spesso rapportator di favole e maraviglie, narra ancor questa, ma assai timidamente. Dapprima descrive le oppressioni e violenze de’ Francesi, donde nacque una sedizione in Palermo, e la chiamata di Pier d’Aragona ch’era ad oste in Affrica. Ma parendogli poco, soggiugne:Hujus autem rei novitatem tractasse ac procurasse fertur multis periculis, sudoribus, oc dispendiis, magister Joannes de Procida, olim notarius, phisicus, et logotheta regis Manfredi(ibid., pag. 686 e seg.); e discorre minutamente la cospirazione, i soccorsi di danaro dati a re Pietro dal Paleologo, e da papa Niccolò (qui pagante e non pagato); fa ordinare da Procida che in un giorno assegnato tutti i Siciliani si levassero, e nel medesimo dì Pietro si partisse con la flotta: le quali due cose, ei soggiugne, riuscirono appunto; quindi Pietro venne in Messina, e incoronossi nelle feste di Pasqua del 1282. Fascio di anacronismi, errori e grossolane inverosimiglianze, che non è uopo confutare, quand’ei medesimo, che affastellar solea alla cieca, le porta col salvaguardia delfertur; e narra il medesimo fatto in due modi, l’uno della sollevazione casuale in Palermo, propagata nell’isola, l’altro della uccisione contemporanea in tutta l’isola. Nel capitolo che contien la prima narrazione ei mette l’intitolazione:De Carolo seniore Siciliae Rege, ex chronicis; onde si vede che la prima trasse da croniche, quella seconda dalla voce popolare, senza dire qual delle due credesse la vera, chè ben il dovea,trattandosi di un fatto sì grande, e sì diverso secondo che all’una o all’altra si prestasse fede.

Peggio la cronaca d’Asti, la quale fa durare sol tre mesi le pratiche del Procida, che gli altri portano condotte in tre anni; e racconta quel miracoloso eccidio per tutta Sicilia in un dì; e manda ad assaltare l’Aragona, col re di Francia, lo stesso re Carlo, ch’era morto parecchi mesi innanzi. Perciò della cronaca d’Asti non ci impacceremo più a lungo.

Finalmente la stessa favola di una strage universale al tocco del vespro, fu scritta da Giovanni Boccaccio, ne’ Casi degli uomini illustri (lib. 9, cap. 19); nè è da maravigliare, che meglio di sessant’anni appresso il fatto, il novellatore toscano, dimorato a lungo in Napoli, e amante d’una figliuola di re Roberto, abbia spacciato il racconto che piaceva più nella corte angioina, e l’abbia scritto così di volo, non in istoria giusta, ma in una tal maniera di biografie, tendente a mostrare le strane vicende della fortuna.

Il Petrarca, contemporaneo del Boccaccio e non del vespro siciliano, nell’Itinerario siriaco, tiene ancor l’opinione che Giovanni di Procida fosse autor principale della rivoluzione di Sicilia, per privato risentimento. Del rimanente nè dice della cospirazione, nè accenna altri particolari; e si mostra anco poco informato della patria di Giovanni, che scambia col titol della signoria. La sue parole son queste:Vicina hic Prochita est, parva insula, sed unde nuper magnus quidam vir surrexit, Johannes ille qui formidatum Karoli diadema non veritus, et gravis memor iniuriae, et majora si licuisset ausurus, ultionis loco huic regi Siciliam abstulisse, etc. (tom. 1, pag. 620). Non è fuor di proposito qui aggiugnere, che il Petrarca fu attenente alla corte di Napoli; e ricordare un diploma di re Roberto, dato il 2 aprile 1331, che lo eleggea suo cappellano,citato dal Vivenzio, Istoria del regno di Napoli, tom. II, pag. 358.

Prendendo adesso a dir degl’istorici, strettamente contemporanei tutti, che o non parlano di pratiche antecedenti al vespro, o non attribuiscono a quelle il vespro, io mi sento ripetere, che ai Siciliani e agli Spagnuoli poco sia da attendere, perchè vollero per amor di nazione passar sotto silenzio la congiura. E io ammetto questa diffidenza; e mi guardo dalle reticenze e dalle esagerazioni che si debbon trovare negli scrittori di questa parte; ma niuno dirà, che i fatti debban piuttosto cercarsi in quelli delle altre genti, lontane di luogo o di commerci; e che tra due classi di partigiani, se pur si voglia, meritino maggior fede gli avversi a noi, che i nostri. Indi è bene degli uni e degli altri dubitare, e starcene a più sode autorità: e così m’ingegnerò di fare; fidandomi di me in questo, che l’amor della patria grandissimo, mi conforta anzi a onorarla col vero; che a pargoleggiare con poveri inorpellamenti.

Di questo vizio in vero non so condannar l’anonimo che scrisse in latino la Cronaca di Sicilia, pubblicata in varie collezioni, e più correttamente dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II); la qual Cronaca dai dotti (ibid., p. 109 e 119) si tiene contemporanea, e degna di molta fede. Questo semplice cronista, sollecito di trascrivere i documenti, e parco assai di parole proprie, se darebbe qualche ombra col tacere il caso di Droetto, e narrar come nella piazza della chiesa di SantoSpirito molti Palermitani cominciassero a gridare: «Morte ai Francesi,» dilegua poco appresso ogni dubbio soggiungendo: «Et sic rebellantes subito, sicut Domino placati, contra ipsum Carolum, cum nulla praeveniret exinde aliqua provisio, etc. Si raccomanda inoltre l’anonimo per molta diligenza ed esattezza nell’epoca di cui trattiamo.

In quella visse Niccolò Speciale, uom di alto stato e dimolte lettere, secondo i suoi tempi; ito nel 1334 ambasciadore di re Federigo II di Sicilia a papa Benedetto XII (Prefazione del Muratori, ristampata dal di Gregorio nel tom. I della Bibliot. arag,, p. 285), Indi abbiamo per questo istorico un bene e un male; il bene, che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri o ritratto da vicino; il male, che potè peccar di prudenza cortigiana contro la verità. Infatti, riguardo ai tempi di Federigo, non son senza questo studio alcuni luoghi della sua istoria; e quanto al vespro, tace i disegni anteriori di re Pietro, nè io mi terrei al suo silenzio della cospirazione, se altre autorità non ne avessi. Narrando il caso di Droetto, lo Speciale segue:Tunc Panormitani omnes, quod diu concaperant, operi st accingunt, quasi vocem illam coelitus accepissent, che deve intendersi del proponimento di vendetta e affranchimento che nudre ogni popolo oppresso, s’ei non è schiavo vilissimo nel sangue; perchè tutt’altra spiegazione è tolta dalle espresse parole che il tumulto avveniva: nullo comunicato consilio (loc. cit., p. 301). Questa negazione precisa di trattato precedente, dee far molto peso in un uomo come Speciale, che avrebbe forse dissimulato tacendo, ma non mai asseverata una bugia, in un fatto gravissimo e di necessità notissimo.

Crescon di forzna tali ragioni parlando di Bartolomeo de Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina nella rivoluzione (Carta del 10 maggio 1282, ne’ Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116), indi avvocato del fisco, e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia a papa Onorio (nel di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 4, Prefaz. del Muratori). Perch’ei si trovò, non che nel vigor dell’età, ma in mezzo a pubblici affari, in questi tempi della rivoluzione; scrisse con fresca memoria, pria del 1295, chiamando nel suo proemio ancorare di Sicilia Giacomo, e infante Federigo l’Aragonese, e conducendo la narrazione infino all’anno 1293: nè da’ suoi scritti trasparisce arte alcuna cortigianesca, ma candore e preoccupazione di patriotta messinese di que’ tempi. Il buon Bartolomeo dunque, francamente dice (cap. 16) dell’antico disegno di Pier d’Aragona sopra il reame di Sicilia, e delle armi apprestate in Catalogna; ma venendo al fatto del vespro, il narra con semplicità, in guisa da non far sospettare nè macchina celata in quel tumulto, nè reticenza nella narrazione. D’altronde è da notare, com’ei non era punto cortese verso Palermo, e scendea fino a vanti e finzion puerili per esaltar Messina sulla città sorella; vizi reciproci allora e per lungo tempo da poi, de’ quali le due città, rinsavite, or piangono e con esse la Sicilia tutta. Talmentechè scrivendo il Neocastro sotto gli auspici della rivoluzione vittoriosa, non avrebbe ei mancato, se il fatto gliene avesse dato l’appicco, dal far partecipare anche i Messinesi nella gloria del virile cominciamento; nè dal togliere all’emula città l’onore d’una subita sollevazione a vendetta, più nobile sempre di ogni pratica occulta. Se l’anonimo, lo Speciale e ’l Neocastro tacquer dunque la congiura di Procida, è da conchiudere, che o non fu, o non operò nella rivoluzione; la quale se fosse stata effetto immediato di quella, nè lo avrebbero potuto ignorare, nè avrebbero avuto la fronte di passarlo sotto silenzio.

Tengon lo stesso metro due altri contemporanei catalani, Ramondo Montaner e Bernardo D’Esclot, dei cui scritti infino a qui non si è fatto abbastanza tesoro nelle istorie di Sicilia; perciocchè il primo da pochi dei nostri, in pochi luoghi fu citato; il D’Esclot è stato ignorato più di lui, non ostantechè il Surita lo venga nominando di tratto in tratto negli Annali d’Aragona. Montaner nacque in Peralada nel 1265 o 1275 (chè ci ha una variante nelsuo testo.—Barcellona, 1562); militò sotto Piero d’Aragona, Giacomo e Federigo di Sicilia; e nel 1325 o 1335, tornato vecchio in patria, si die’ a stender la Cronaca. Soldato di ventura, superstizioso, vantator di sua gente, e soprattutto dei re, storpia nomi e fatti, massime favellando d’altri paesi; e intorno i casi di Carlo d’Angiò e degli ultimi principi di casa Sveva innanzi il 1282, reca strane favole, con stile talvolta vivace, talvolta noioso per moralizzar troppo, sempre pien di religione, di civil senno e di esperienza militare. Ondechè nei fatti di questa Cronaca, (che spesso sembran tolti di peso dalle narrazioni volgari de’ guerrieri e marinai, e spesso confusi nella memoria dell’autore, che incominciò a scrivere nel sessantesim’anno dell’età sua,) è da andare con assai riguardo di critica; massime ne’ primi tempi della dominazione aragonese in Sicilia, ne’ quali non è certo se Montaner venisse nell’isola. Questo autore fa parola (cap. 25 a 42) del proponimento di Pietro a vendicare Manfredi e Corradino, ed Enzo (egli aggiugne, chiamandolo Eus); e degli armamenti che preparava. Senz’altro passa, nel cap. 43, a raccontare il tumulto di Palermo, nella festa a una chiesa presso il ponte dell’Ammiraglio, che invero non è discosto dalla chiesa di Santo Spirito. Dice delle ingiurie alle donne; e che i Francesi col pretesto di frugare per l’arme los metian la ma (così in suo catalanesco) e les pecigavan e per les mammelles, e poi zoppicando continua a raccontar l’andata di Piero in Affrica; dove a magnifìcare il suo re, fa venire, con vele negre alle galee e vestiti a gramaglie, gli ambasciatori di Palermo e delle altre città; li fa parlar da fanciulli e da schiavi; e sì via procede nella narrazione.

Ben altra gravita istorica s’ammira nel D’Esclot, cavalier catalano, che scrisse nel 1300 (D’Esclot, tradotto in casigliano da Raffaele Cervera.—– Barcellona 1616, Pref.del traduttore; e Notizia del Buchon, innanti la ed. del genuino testo catalano.—– Parigi 1840). Questo autore non è scevro di tale spirito nazionale che trascende alla vanità; ma il veggiamo benissimo informato de’ fatti, penetrante nelle cagioni, pregevole per ordine nella narrazione e dignità di stile. Porta in compendio parecchi documenti, che con molta fedeltà rispondono agli originali pubblicati gran tempo appresso in altri paesi. Nondimeno pende troppo a parte regia, ma senza viltà. Costui tace al tutto i disegni del re d’Aragona; degli armamenti dice che fossero apparecchiati per la impresa d’Affrica, che assai minutamente descrive. In Affrica, fa venire a Pietro gli ambasciatori di Sicilia; e da lui accettar il reame, confermando tutte le leggi, privilegi, e costumi del tempo di Guglielmo II. Descrive il fatto del vespro, come gli altri contemporanei di maggiore autorità, cagionato dagl’insopportabili aggravi, e nato per le ingiurie alle donne, e le percosse agli uomini che sen querelavano. Tutti questi casi, non affastellati, nè discorsi sbadatamente, ma con estrema diligenza e nesso d’idee (lib. 1, cap. 17, della traduz. spagnuola; o cap. 77 e seg. del testo catalano).

Ma posti da canto gli scrittori di parte nostra, noi troviamo il vespro nella stessa guisa rappresentato dagl’indifferenti e dagli stessi avversari. L’autore della Cronaca intitolata:Praeclara Francorum facinora, che fu certo Francese, dice dinon modicum apparatumdi Pier d’Aragona; e dei sospetti che destò in papa Martino e in re Carlo. Indi narra come i Palermitani uccideano,succensa rabie, Gallicos qui morabantur ibidem..... Deinde regi Carolo tota Cicilia fuit rebellans, et supra se Petrum regem Aragonum in suum defensorem ac dominum vocaverant, etc. (Duchesne, Hist franc. script., tom. V, pag. 786, anno 1281)» Or che questo Francese, il quale non fa un secco cenno del caso, nè se ne mostra male informato, parli dìpreparamenti di Pietro, e non di congiure, ma della sollevazione, è secondo me non lieve argomento.

Degli scrittori italiani, vari d’umori e molti anco Guelfi, è lunga la lista. Il Memoriale dei podestà di Reggio, scritto in questo tempo da un Guelfo senza cervello, non risparmia i Siciliani, nè Pietro; scrive (in Muratori, R. I. S., tom. VIII, p, 1155) che si trattava di matrimonio tra un figlio di Pietro e una figliuola di Carlo; che l’Aragonese s’infinse di andar sopra gl’infedeli, e:sub specie pacis et parentelae abstulit fraudolenter, etc. il regno di Sicilia. Questo fraudolenter non si riferisce ad altro che alle sembianze di pace, perchè la Cronaca narra del vespro (ibid., p. 1151) che i Sicilianirebelles fuerunt regi Karolo, e uccisero i Francesi. Nulla di congiura coi baroni siciliani; anzi aggiugne, che Pietro fe’ l’impresa di Sicilia aiutato dal re di Castiglia e dal Paleologo.

La Cronaca di Parma, contemporanea anch’essa, narra il caso un po’ diversamente dagli altri. Un Francese percosse del piè un Palermitano; indi la rissa, il grido universale, e la strage;et Siculi miserunt pro dicto regi Aragonae; e continua una breve narrazione degli avvenimenti (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 801, anno 1282). Non vi è traccia di accordi nè di trame.

Fra Tolomeo da Lucca, pure contemporaneo, particolareggia le pratiche di Pier d’Aragona col Paleologo, e afferma aver visto il trattato. Papa Martino, a sollecitazione di Carlo, scomunicò l’imperator greco; questi mandò a Pier d’Aragona, Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con moneta; l’Aragonese allestiva l’armata; domandato dal papa, rispondea: taglierebbesi la lingua anzi che dir lo scopo. Dietro ciò viene il tumulto di Palermo, scoppiato per le molte ingiurie che si soffrivano; e seguon minutamente i fatti. Una sola vaga parola ci ha da notare, che la rivoluzione seguì,foventeil rePietro, per le sollecitazioni della moglie. Ma tra tanti minuti ragguagli, nulla di venuta del Procida in Sicilia, di congiura co’ baroni; e quelfoventesi riferisce senza dubbio al favor che poi diè alla rivoluzione, o a qualche vago incoraggiamento prima (Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 3, 4, 5, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186, 1187; e lo stesso negli Annali, ibid., pag. 1293).

Ferreto Vicentino, autor d’una Cronaca dal 1250 al 1318, nel qual tempo probabilmente ei visse, reca similmente le pratiche dell’imperator greco e del re d’Aragona; le esortazioni fatte a questi da Giovanni di Procida; il danaro dato, e gli armamenti. Del resto è poco esatto; porta l’andata di Pietro, di Catalogna a Messina direttamente; e fa pattuire il duello nel tempo dell’assedio di quella città, per evitare la strage. Non parla de’ Siciliani senza biasimo; e notevol è ch’ei dice chiamato Pietro dai maggiori del regno, che, ammazzati i Francesi, avean preso iniquamente lo stato; il che esclude ogn’idea di cospirazione antecedente di costoro col re (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 952, 953).

In un’antica Cronaca napolitana (Raccolta di Croniche, Diarii ec, Napoli 1780, presso Bernardo Perger, tom. II, pag. 30) leggiamo: «1282.L’isola de Sicilia se rebellò contro re Carlo I e donasse a re D. Pietro de Aragona; quale rivoltazione fo per violentia che un Francese volse fare a una donna.»

Giordano, nel Ms. Vaticano, non altrimenti narra il vespro, che con le parole:Succensa est primo stupenda rabies, propter enim enormitates Gallicorum(in Raynald, Ann. ecc., 1282. §. 12).

Paolino di Pietro, contemporaneo, mercatante fiorentino, e scevro, per quanto si ritrae, da studio di parte in queste nostre vicende, racconta la sollevazione in queste parole, che per la grazia della lingua e semplicità anticaci piace trascrivere:E incominciosse in Palermo, perchè andando ad una festa per mare, alquanti di Palermo fecero lor segnore, e levaro un’insegna per gabbo ed a sollazzo; ed alquanti Francesi per orgoglio la volsero abbattere; e quelli non lasciando e difendendola, vennero alle mani; e i Palermitani non curandoli in mare, ed i Franceschi non credendo ch’elli avessero l’ardire, combattero ed ucciserli. Per la qual cosa la terra fu sotto l’arme; e li Franceschi combattendo con li Palermitani, per paura di non morire tutti, si difesero, ed ucciserli tutti, e grandi e piccioli, e buoni e rei. E poi alla sommossa di Palermo, che parve opera divina ovvero diabolica, tutte le terre di Sicilia fecero il somigliante; sicchè in meno d’otto dì in tutta la Sicilia non rimase, niuno Francesco. Il re di Raona, sentendo questo, fece ambasciatori, profferendo avere e persona, e ritornò diqua, non avendo sopra Saracinì acquistato niente; ed arrivò in Sardegna; ed ivi stando ebbe dai Siciliani ambasciadori e sindachi con pien mandato; e andò in Sicilia; e di volere si fece loro re(Muratori, R. I. S., Aggiunta, tom. XXVI, pag. 73). La quale narrazione, ancorchè diversa dal vero, prova che in Italia s’incominciò a raccontare diversamente il fatto del vespro, errando talor nelle circostanze, e più sovente nelle cagioni, perchè più facile è; ma che Paolino di Pietro s’imbattè solamente negli errori dei fatti.

Non così il grave scrittore degli Annali di Genova. Fu questi Giacomo d’Auria, o Doria, che gli Annali, principiati da Caffari, continuò dal 1280 al 1293. Uomo d’alta affare nella repubblica, per carico pubblico ei scrisse le cose de’ suoi stessi tempi, viste con gli occhi propri, o ritratte da testimoni degni di fede, nel popol di Genova, mercatante e navigante, che avea commerci frequentissimi con Sicilia e anche con Napoli; tantochè alcune galee genovesi vennero ad osteggiar Messina a’ soldi di re Carlo; e Genovesi eran anco entro Messina e in altri luoghi di Sicilianel tempo della rivoluzione; e più numero nè militarono nelle armate nostre e nemiche nelle guerre seguenti. Donde ognun vede se abbian questi annali pregio di esattezza, sano giudizio, e anco, fino a un certo punto, imparzialità; non vedendosi piegare a nessun lato la narrazione dei fatti; e potendosi francamente conchiudere, che lo scrittore tenesse più al dover d’istorico, che agli umori della propria famiglia ghibellina. O lo scrittore premette espressamente, che furono causa del tumulto le oppressioni e aggravi de’ Francesi; che furono occasione gl’insulti che fean essi alle donne,eas inhoneste alloquentes et tangentes. Sicque subito tumulto surrexit in populo; nè parla punto di macchinazioni; ma con grande esattezza nota i fatti; ed espressamente porta chiamato re Pietro dai Siciliani, mentr’era in Affrica, e non avea nulla operato d’importanza (Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, 577). Quanto valga questa testimonianza degli Annali di Genova non occorre dimostrarlo.

Più forte sarà quella di Saba Malaspina. Le istorie del quale si han divise in due parti: la prima che giugne infino al 1275, pubblicata, tra gli altri, dal Muratori (R. I. S. tom. VIII); la continuazione infino al 1285, per noi importantissima, data in luce dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II). Questi dotti nelle prefazioni notavano la gran fede che si debba all’istorico, prestantissimo secondo i suoi tempi. Ei fu Romano (de urbe, leggesi nel fin della istoria, in di Gregorio, loc. cit., pag. 423), decano di Malta, e segretario di papa Martino IV; e scrisse negli anni 1284 e 1285, con fresca memoria de’ narrati avvenimenti. Nel principio del libro protesta:nec ambages inserere, aut incredibilia immiscere, sed vera, vel similia; quae aut vidi, aut videre potui, vel audivi communibus divulgata sermonibus: e ben potea tener la parola stando appresso Martino, quando la corte di Roma era centro dellapolitica di tutta cristianità e governava al tutto il regno di Napoli nei pericoli della siciliana rivoluzione; talmentechè è probabilissimo, che lo stesso Malaspina scrivesse molte delle sentenze e bolle di Martino, e trattasse gli affarì più gravi; è certo ch’ei ne fu appieno sciente. Infatti la narrazione sua, quando tocca i processi della corte di Roma contro Pier d’Aragona, s’accorda perfettamente con gli originali al presente pubblicati; quando scorre i vizi del governo angioino, si riscontra con le leggi di quello, o le contrarie promulgate appresso il vespro; e vi si legge:frequentissime vidi ... vidique occasione custodiæ ... vidi quoque gravius ... vidi plus, ec., con che si dichiara espressamente testimone oculare. Inoltre, narrando i fatti del vespro, ci apprende e ordini pubblici, e nomi, e aneddoti lasciati indietro fin dagl’istorici nazionali, come sarebbe la immediata federazione de’ Corleonesi co’ Palermitani, che si riscontra appunto col diploma del 3 aprile 1282; ond’è manifesto che Malaspina vantaggia per informazione ogni altro scrittor di que’ tempi. Nè della veracità sua sarebbe da dubitare, fuorchè quando biasima Pier d’Aragona e i Siciliani, in ciò che torni a lode o scusa loro non mai; perchè Malaspina fu perdutamente guelfo; e guelfamente scrive; acerbo contro noi, contro re Pietro, cui chiama lione e serpente; lodatore di re Carlo, se non che amichevolmente si duole che per negligenza non raffrenasse le ribalderie de’ suoi, delle quali scrive con maggior ira, per due cagioni: risentimento di animo giusto al veder così fatti soprusi; rammarico d’un guelfo, che sapea sol per questi levata sì fiera tempesta contro la sua parte. Malaspina conduce così questo periodo.

Discorre le angherie degli oficiali di re Carlo; indi alcuni avvenimenti d’Italia pria della morte di Niccolò III; e qui incomincia a parlare di Pier d’Aragona. Porta come Giovanni di Procida e Ruggier Loria lo confortavano a venireal conquisto di Sicilia; com’ei si armava; quali sospetti destò in Carlo, nel re di Francia, negli stati Barbareschi. Ripiglia poi le cose d’Italia dopo la morte di Niccolò; passa ai preparamenti di Carlo contro il Paleologo alla mala contentezza che accrebbero ne’ suoi sudditi; al mal governo dei vicari di Carlo in Roma. E con un’apostrofe lunghissima a quel re, gli torna a mente averlo lodato a cielo per tutta Italia, e avere commendato la sua dominazione; ma non sapergli perdonare due colpe: avarizia e negligenza. «Tante battaglie, sclama, hai vinto e vinceresti; e inespugnabili stanno questi due vizi!» Salta di qui al fatto del vespro (Bibl. aragonese, tom. II, pag. 331 a 354); il quale appone agli oltraggi recati alle donne e non ingozzati dagl’indocili nostri bravi: il progresso della rivoluzione ritrae in guisa da non lasciar sospetto d’una trama che si sviluppi, ma dar evidenza lucidissima d’una sedizione, che inonda di sangue la capitale, e, fatta gigante, invade tutta l’isola. Malaspina non fa parola, nè prima nè poi, di congiura, d’intesa qualunque tra re Pietro e i baroni o le città siciliane (ibid., pag. 354 a 360); nè in tutta la sua narrazione se ne vede orma. Nè questo egli aggiugne a’ rimbrotti che mette in bocca a re Carlo nell’accettare il duello (ibid., pag. 388); nè altro appone a Pietro, che essersi armato prima; e aver, dopo lo sbarco in Affrica, domandato a papa Martino aiuti che non poteva ottenere, per trarne pretesto a voltarsi all’impresa di Sicilia, ove i popoli, già ordinati in repubblica, lo chiamavano al trono. Questo è dunque il peggio, che un focoso partigiano della corte di Roma e di re Carlo, ma verace e inteso dei fatti, sapesse scrivere della siciliana rivoluzione! niuno mi dirà che Malaspina non potesse saper la congiura; che, saputala, avesse ritegno a bandirla a tutto il mondo!Dante in tre versi ritrasse compiutamente il vespro:

Quella sinistra riva che si lavaDi Rodano, poich’è misto con Sorga,Per suo signore a tempo m’aspettava;

E quel corno d’Ausonia che s’imborgaDi Bari, di Gaeta e di Crotona,Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la coronaDi quella terra che il Danubio rigaPoi che le ripe tedesche abbandona;

E la bella Trinacria che caligaTra Pachino e Peloro, sopra il golfoChe riceve da Euro maggior briga

Non per Tifeo, ma per nascente solfo,Attesi avrebbe li suoi regi ancoraNati per me di Carlo e di Ridolfo,

Se mala signoria, che sempre accoraI popoli soggetti, non avesseMosso Palermo a gridar: Mora, mora.

Parad., c. 8.

A’ lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s’estenda la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza istorica della Divina Commedia intorno i fatti d’Italia; la possanza di quella mente a scrutar le cagioni delle cose, e stamparle ne’ pochi tratti co’ quali suol delineare un gran quadro, sì che nulla vi resti a desiderare; l’autorità infine dell’Alighieri, come contemporaneo al vespro. E a chi noi sente con evidenza, non dimostrerò io, che quelle parole, in bocca di Carlo Martello, tolgano affatto il supposto di congiura baronale. Noterò bene che Dante, qui non solo tratteggiò la causa, ma ancora una delle circostanze più segnalate del tumulto, che fu il perpetuo grido: «Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi!» Onde que’ tre versi resteranno per sempre come la più forte, precisa e fedele dipintura, che ingegno d’uomo far potesse del vespro siciliano. E, secondo me, vanno errati quei commentatori i quali, seguendo il racconto tenuto finoraper vero, veggon l’oro bizantino recato da Giovanni di Procida a Niccolò III, nello:

E guarda ben la mal tolta moneta,Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.

Inf., c. 19.

Il cenno che nel cap. V abbiam fatto del pontificato di Niccolò, basterà a mostrare, ch’ei fu ben ardito contro Carlo pria del 1280, quando si suppone, sulla testimonianza del Villani, questa corruzione. L’avea spogliato delle dignità di vicario in Toscana e senator di Roma, battuto e attraversato in mille guise Niccolò, dal primo istante che pose il piè sulla cattedra di san Pietro (Murat. Ann. d’Italia, an. 1278); onde l’ardimento contro Carlo, più tosto si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di Niccolò, trapassato nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio stanno alla non dubbia appropriazione delle decime ecclesiastiche e del ritratto degli stati della Chiesa (Veg. Francesco Pipino, op. cit., lib. IV, c. 20), che alla baratteria di cui vogliono accagionare l’alto animo dell’Orsino. Del resto, tinto o no che sia stato il papa nella cospirazione, ciò non proverebbe che la cospirazione partorisse il vespro; anzi, se Dante quella conobbe, e al vespro die’ un’altra cagione, più forte argomento è dalla mia parte. Nè è da lasciare inosservato il silenzio del poeta su questo Giovanni di Procida, morto nel 1299, il quale se fosse stato autor della ribellione di Sicilia, Dante non avrebbe pretermesso di locarlo tra i grandi, o buoni o ribaldi; ma egli nol giudicò degno dell’uno nè dell’altro.

Passando dalle tradizioni scritte ai diplomi, si potrebbe credere che la corte di Roma, entrata in sospetto di re Pietro, sol per gli armamenti che si vedean fare ne’ porti della Spagna pensasse a lui più fortemente, quando ebbel’annunzio della sollevazione siciliana. Così nella bolla data il dì dell’Ascensione del 1282, cioè 37 giorni dopo il vespro di Palermo, querelasi il papa (Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 15), che molti protervi intenti a molestare re Carlo e la Chiesa, si sforzassero a raccendere in Sicilia la fiamma della discordia;ad id sua stadia inique congerunt; ad id suarum virium potentiam coacervant, manus presumptuosas apponunt, et etiam occulti favoris auxilium largiuntur.... onde ammonisce i re, feudatari, cittadini e uomini qualunque (ibid. §§. 16 e 17), che non si colleghino con le comunità di Sicilia ribelli, nè lor diano consiglio, aiuto, o favore. Ma queste pratiche accennate dalla corte di Roma, tutte presenti e non passate, quand’anche si riferissero a Pietro, sarebber quelle presso la repubblica siciliana per farsi chiamare al trono, non le macchinazioni che produssero il vespro.

Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia,non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit(Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta,quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata,rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur.... poichè Pietro,dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie,machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter.Indi,quaesito coloredi osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, diexibito, a Piero,consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motividella concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulladiffidatione premissa, quod proditionis non caret nota(Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che:de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, alquale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.

Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua:reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!

Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato inSicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).

Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse:ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit(Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).

Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di:suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi:scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales personeCalabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole cheSiculorum gravis et periculosa commocionel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).

Tutti questi documenti mostrano ad evidenza che infino a tutto il secolo xiii, nè la corte di Roma, nè quella di Napoli ebber mai fronte di parlar di congiura siciliana; anzi, tratte dalla forza dell’evidenza, accettarono la manifesta cagione della rivoluzione dell’ottantadue, com’io l’ho ritratto. Ma coll’andar del tempo pensarono dipinger più nero il fatto, del quale già la verità s’incominciava a corrompere e dileguare. Il veggiamo in due diplomi, l’un di re Roberto dato il 2, l’altro di re Federigo II di Sicilia dato il 3 settembre 1314; mentre Roberto assediava Trapani, Federigo strignea Roberto. Avvenne allora, che un corsale napolitano prese una nave delle isole Baleari che mercatava in Sicilia, e che la città di Barcellona ne domandò a Roberto la restituzione. Costui dunque, scrivendo al comune di Barcellona, ingegnavasi a sostener buona la preda; e tra le altre ragioni allegava:quod homines insulae Siciliae a longissimis retro temporibus, rebellionis, perfidiae et hostilitatis improbe spiritum assumentes, contra clarae memoriae progenitores nostros proditionaliter rebellarunt, etc.; il qualeproditionalitersi può intendere o perfidamente, ovvero con delitto di maestà, che per la diffalta al giuramento, si volle chiamar tradigione. Ma Federigo, confutando tutte le ragioni, largamente anco dicea della ingiusta aggressione di Carlo contro re Manfredi, dell’empia tirannide con cui condusse a disperazione i popoli del regno preso da Pietro.Non igitur, continua,scribi debuit quod proditionaliter rebellassent, cum rebellationemhujusmodi nullum propositum, nullaque factio, vel conspirans conjuratio praecessisset; et licebat nec minus eis liberis, quod servilis status hominibus erat licitum, ut confugientes ad Ecclesiam, saevitiam effugerent, etc ... Quomodo igitur ipsos Siculos proditores fuisse dici debuti sive scribi?etc. Così ribatte in ambo i sensi questa taccia di tradimento; dimostrando, che non ci fu cospirazione, e che potea la Sicilia a buon dritto scuotere il giogo dell’usurpatore. Non ritraggiamo che Roberto avesse replicato. E considerando quanto dubbia fu l’accusa, quanto asseverante e particolareggiata la risposta, possiam conchiudere, che trentadue anni dopo il fatto, quando si era potuto conoscere appieno tutta la macchina, se la corte di Napoli pur la fingea, non mancavano ragioni da confutarla e negarla.

Ma la tradizione popolare, altri dice, porta infino ai nostri dì Procida e la congiura; e in un avvenimento nazionale sì grande, la tradizione non erra. Rispondo, che fallace è sempre; e di niun peso contro le maggiori autorità istoriche. Di più la tradizione verbale, presso i popoli barbari è guasta da bizzarria e ignoranza; presso i popoli inciviliti da bizzarria, da ignoranza e dalle istorie scritte. Queste scendono infino al volgo, più ripetute quanto più strane; il volgo e gli scrittori le alterano a gara. La tradizione genera la istoria scritta, e questa talvolta genera la tradizione. Così, volgendoci a’ nostri racconti volgari del vespro, troviamo la uccisione di tutti i Francesi per tutta l’isola in un dì; Giovanni di Procida, infintosi matto, girar la Sicilia con una cerbottana, susurrando a tutti all’orecchio, per dire ai Francesi pazze cose, ai Siciliani il segreto della congiura; e, mescolati a queste grosse fole, alcuni fatti ch’han sembianza di vero, come la prova della pronunzia a sceverar Francesi da nazionali nell’eccidio, e il rifiuto di Sperlinga. E l’eccidio contemporaneo è prettamente la favola di fra Francesco Pipino, della Cronacad’Asti, ec,, penetrata appo noi per cronache scritte o per tradizione di ciarle, quando la genuina tradizione nazionale con l’andar de’ tempi si diradò. A contrastar dunque la testimonianza di scrittori gravissimi o documenti, non si porti innanzi ciò che il volgo dice.

Riflettendo poi sulle sembianze politiche della sommossa di Palermo e de’ fatti che ne seguitavano, parrà inverosimile, e direi quasi assurdo, il supposto della congiura. Giovanni di Procida, nobil uomo, fidatissimo del re d’Aragona, mosso da amor di patria, odio a Carlo, o devozione all’Aragonese, praticava, secondo il Villani e gli altri della sua parte, perchè Pietro salisse al trono di Sicilia. Praticava con Niccolò, col Paleologo, e co’ baroni siciliani. Or lasciati da parte gli accordi con potentati stranieri, che tendean solo ad aggiugnere riputazione e forze a re Pietro, e poteano servir sempre, data o non data la congiura in Sicilia; il trattato di Procida coi nostri baroni dovea mirare a questi due effetti: che scacciassero i Francesi; e che chiamassero il re d’Aragona. I baroni dall’altro canto doveano, pria di gittare il dado, esser certi che Pietro stesse pronto in sull’armi, per aiutarli nel primo principio, o nei primi pericoli; dopo il fatto doveano, o gridar lui re, o almeno prender essi lo stato. Tutto il contrario si ricava dalle testimonianze degli stessi cronisti raccontatori della cospirazione, non che degli altri. Cominciò in Palermo il 31 marzo, si consumò in Messina il 28 aprile questa siciliana rivoluzione; e Pier d’ Aragona tuttavia faceva spalmar navi e scriver soldati in Catalogna, infino al 3 giugno. Partito allora, si drizza alle isole Baleari; vi soggiorna due settimane; indi fa vela, e il 28 giugno approda in Affrica; trattenendovisi a guerreggiare co’ barbari fin oltre mezz’agosto: mentre re Carlo, che avea in punto l’esercito per la impresa di Grecia, strignea già fieramente Messina; e si dovea aspettar sopra la Sicilia piùspedito e più pronto ch’ei non fu. Se dunque a re Pietro eran mestieri due mesi più di tempo ad allestire l’armata, non è credibile per niun modo, che i congiurati scelto avesser la pasqua per cominciare il gran fatto, come Malespini e Villani portano espressamente.

E sia pure che una impazienza, o un pericolo de’ cospiratori li avesse affrettato; e suppongasi che Pietro, per tenere un poco più la maschera, avesse voluto rischiar tutta l’impresa con differir tuttavolta la sua venuta; non si negherà che in Sicilia gli autori della rivoluzione doveano prender essi lo stato. Ma noi non solamente non veggiam punto nè poco Giovanni di Procida nel fatto del vespro, nè tra i capitani di popolo del primo periodo incontriamo alcuno de’ nomi riferiti da Malespini, da Villani e dall’anonimo scrittor della cospirazione; ma nè anco alcuno de’ grandi feudatari siciliani; nè delle famiglie più cospicue in que’ tempi. In un luogo popolani senz’alcun titolo di nobiltà; in un altro son fatti capitani di popolo uomini senza vassallaggio, fors’anco senza grande avere, e soltanto militi, ossia cavalieri, ch’era onoranza della persona, non già stato politico; i quali furon trascelti, come usi alle armi, o per altra loro riputazione personale. Così in Palermo Ruggier Mastrangelo con due cavalieri e un popolano; in Corleone Bonifazio, e altri in altri luoghi: e così anche de’ consiglieri, tra i quali si notano molti giurisperiti, cioè uomini del popolo, che la plebe infelicemente suol porre volentieri al reggimento delle sue rivoluzioni, credendoli dello stesso suo sangue e di mente molto maggiore. Veggiam di più la sollevazione propagata nell’isola secondo il corso delle armi palermitane, non già per movimenti spartiti che si potessero attribuire ai feudatari; veggiamo assai comuni mettere a fil di spada i Francesi, e pur tentennare al chiarirsi ribelli, cioè abbandonarsi all’impeto dell’ira e della vendetta, senza saperne altro scopo; veggiamla sollevazione in Messina cominciata dalla plebe, contrastante anzi una parte dei nobili; e per ogni luogo gridato il governo a comune sotto la protezion della Chiesa, ch’era escluder Pietro e i feudatari, i quali non avean parte nel reggimento a comune. Gli adunati sindichi delle città e terre deliberano delle cose pubbliche; i comuni si strìngono con reciproci vincoli di federazione; Palermo e Messina tengon la somma delle cose, e a pien popolo prendon le loro deliberazioni. Ove son dunque «i baroni e’ caporali» del Malespini? Se le forze della congiura cagionavano il 31 marzo e le sollevazioni delle altre città; se de’ baroni cospiratori era la riputazione della vittoria; dovean essi compier lo intento, non venirne al dominio della Chiesa e alla repubblica, nè lasciar questa costituirsi con ordini popolani e uomini o popolani o della nobiltà minore e cittadinesca, Aggiungasi, che il dominio della Chiesa portava ostacol maggiore al re d’Aragona, che non più all’usurpator francese, ma al sommo pontefice veniva a togliere il reame: onde niuno mi persuaderà che Pietro, o uomini che praticavan con lui, avessero mai scelto tal partito. Aggiungasi, che con questi ordini, più debole tornava la rivoluzione; mancando un nome di re, una sembianza di legittimità monarchica, un centro di forze da accrescere riputazione, rapire i timidi come gli animosi, gl’interessati come i generosi. Non era infine senza sospetto gridar la repubblica in un’isola sì vicina alle repubbliche italiane, che potea assodarsi in quegli ordini popolani. Impossibil è, per natura umana e necessità sociale, che principe ambizioso, congiurato con baroni del secol decimoterzo, vincendo, abbandonasser lo stato in quell’andare. E basterebbe sol questo a disdire tutti gl’istorici del tempo, se tutti dicessero il vespro effetto immediato della congiura. Raccogliendo dunque il detto fin qui, abbiamo, che portano il vespro effetto immediato della congiura pochissimicronisti francesi, d’altronde non molto gravi, la istoria dei guelfi Malespini, seguita dal più guelfo Villani, e dalla Cronaca siciliana d’incerto autore, d’incerto tempo; alla narrazion de’ quali aggiugneano incredibil favola la Cronaca d’Asti, e Boccaccio, vivuto mezzo secolo appresso; e la stessa narrava dubbiamente il favoleggiante frate Pipino: tutti renduti sospetti da spirito di parte, lontananza di tempo e di luogo, e copia di altri errori. Non è più valida la tradizione che oggi troviamo in Sicilia, guasta dal tempo e dagli scrittori. Per lo contrario, lasciando anco i siciliani Speciale, Neocastro, e l’anonimo, e i catalani Montaner e D’Esclot, contemporanei e di autorità non lieve, noi leggiam la sollevazione di Palermo casuale e nata dal più non poterne, in un Francese, e in nove scrittori di vari luoghi d’Italia, tra’ quali Auria, Saba Malaspina e Dante, degni tanto di fede, e il secondo più, perchè famigliare del papa. I documenti del tempo, slmilmente, non dicono la congiura di Pietro co’ Siciliani, nè il vespro effetto di essa; ma che quel re facea disegni da lungo tempo sull’isola, e che seguita la rivoluzione, tanto adoprossi con artifizi e sollecitazioni, che il vôto soglio occupò. Gli ordini pubblici e gli uomini messi su nella rivoluzione, provan impossibile la narrazione degli scrittori guelfi. Ma ben si scorgono gli anteriori disegni di Pietro, dal Neocastro, dal Montaner, da Saba Malaspina, dal Memoriale de’ podestà di Reggio; e le sue pratiche col Paleologo da Tolomeo da Lucca e Ferreto Vicentino; e gli uni e le altre, dalle carte pontificie e di Carlo di Angiò. Sembra infine che ne porgano il bandolo Tolomeo, Ferreto e Saba Malaspina; perchè, nella stessa guisa che fanno Montaner e il Neocastro, dopo un cenno de’ disegni di Pietro sopra la Sicilia, i detti tre istorici portano, senza legarlo a quelli, il tumulto del vespro, e ne indican anzi le cagioni. Or se essi furono a tempo a saper le pratiche col Paleologo, il doveano esserea sapere il rimanente della cospirazione; e l’avrebbero scritto, se fosse stato pur vero.

Indi tutto qual è si scerne, tra tanto viluppo d’autorità istoriche, il progresso de’ fatti. La pessima signoria straniera puzzava in Sicilia, sì che nobile o popolano non v’era che non bramasse uscirne. I grossi proprietari, che sogliono esser sempre più cauti e lenti, avean forse dato ascolto alle istigazioni del re d’Aragona; il quale consigliavasi con parecchi usciti di parte sveva, e adoprava principalmente tra questi Giovanni di Procida, non patriotta, ma destro, accorto e audace ministro d’un principe straniero, contro il tiranno della propria sua patria. Re Pietro, aiutato per comun interesse dal Paleologo, e connivente papa Niccolò, preparava un’armata e un piccolo esercito; con le quali forze potrebbe credersi ch’ei divisava dapprima portar la guerra in Sicilia col favor de’ baroni; perchè se avesse immaginato infin dal 1281 la finta impresa d’Affrica, con la medesima simulazione avrebbe fatto le viste di comunicarla a Francia, al papa e a Carlo, invece di ribadire i sospetti con quel suo silenzio. Mentre Pietro s’armava, e i nobili bilanciavano, e, concedasi pure, stigavano gli animi in Sicilia, ma non si dava principio alle opere, nè forse si sarebbe mai dato; il popolo di Palermo die’ dentro; innasprito per la nuova stretta di violenze di Giovanni di San Remigio, e acceso dagli oltraggi alle donne, rapito dalla tenzone che ne seguì. Il popolo scannò i Francesi; e ordinò lo stato a suo modo, perch’ei fu che vinse. E qui è da tornare a mente, che la feudalità fu sempre moderata in Sicilia nelle dominazioni normanna e sveva; che le grandi città demaniali aveano umori popolani, sì come in Italia, in Alemagna, in Provenza, in Catalogna, in Inghilterra; che le stesse terre feudali godean appo noi ordini di municipio non dipendenti dal barone; ch’era fresca e gradita la memoria della repubblica del cinquantaquattro, e vicinol’esempio delle città italiane; che infine il baronaggio, rinnovato in gran parte sotto Carlo, dovea essere odiato vieppiù per la gente nuova e per gli abusi nuovi. Perciò il popol di Palermo gridò la repubblica: e com’egli armato corse l’isola, l’esempio, la forza, la influenza delle stesse cause, portaron rapidamente tutta l’isola alla repubblica. Ci avea in Sicilia ottimati e popolo; nè i primi amavan forse reggimento democratico, ma per l’impeto e la riputazione della rivoluzione si stettero. Lasciaron fare; e insieme strinsero le loro pratiche con Pietro, non potendo nè metter su una oligarchia, nè soffrir la repubblica a popolo: e per la influenza delle proprietà, per la riputazione della prosapia e degli uomini, in un paese, scosso sì da movimento popolano, ma avvezzo da lunghissimo tempo al baronaggio moderato, s’impadronirono alfine de’ consigli pubblici. Pietro, che non potea dritto venir sopra l’isola, perchè ciò sarebbe stato apertamente portar guerra alla Chiesa e alla repubblica, non all’usurpatore, immaginò la impresa d’Affrica, per mostrarsi armato e vicino. Allora i nobili valser tanto nel parlamento, da farlo chiamare al trono: e così, supposta anche la congiura aristocratica estesa quanto si voglia, si argomenterebbe che la medesima, sviata dai suoi primitivi disegni per la rivoluzione del vespro, li consumasse civilmente dopo cinque mesi, nel parlamento.

Ma i racconti del vespro, della esaltazione di Pietro, de’ disegni di costui, delle pratiche col Paleologo e coi Siciliani, molti anni corsero per tutta Italia e oltremonti, senza stampa, nè comunicazioni agevoli nè frequenti, guasti da uomini parteggianti, ignoranti, avvezzi a credere il falso, e non credere il vero, perchè troppo semplice. In Francia e nell’Italia guelfa la narrazione, com’avviene, prese colore dalle opinioni, e peggio si alterò. Di que’ che avean praticato con Pietro, alcuno, vantando sè medesimoe i suoi, in un trattato tenebroso per sua natura, portò innanti vero e bugia, e tutto gli si credea: si ravvicinarono congiura, vespro, venuta di Pietro. Ma pure gli uomini più diligenti e informati seppero il vero in que’ primi principi. Di lì a pochi anni, la tradizione di voce si corruppe; le cronache niuno leggeale, o credea alle più strane; si sapea grandissima la potenza di re Carlo, e parea «quasi cosa maravigliosa e impossibile» (Giovanni Villani, cap. 56) ed «opera divina ovvero diabolica» (Paolino di Pietro, loc. cit.) questa ribellione di Sicilia; onde la si cominciò ad attribuire ad una causa non meno maravigliosa: la cospirazione di tre potentati coi maggiori baroni di Sicilia. I partigiani della corte di Napoli, trovando più onesto essersi perduta la Sicilia per una pratica sì infernale, che per sollevazione, propagarono via più quella voce. La rissa di Santo Spirito divenne scoppio della congiura; i ventotto dì che penò la rivoluzione a compiersi in tutta l’isola, si strinsero a due ore; il tocco del vespro fu il segno; si fece cospirare per tre anni tutto il popolo di Sicilia. Così pervennero i fatti ai raccoglitori d’istorie ne’ secoli d’appresso; e per caso, o seduzione della lingua e dello stile, le cronache di Malespini e Villani si trovaron le più divulgate.

Indi, per tacere di tanti altri, Angelo di Costanzo, autore del secol xvi, senza citazioni di contemporanei, e tenendosi alla favola non pur narrata da’ due scrittori fiorentini, portava l’eccidio in due ore per tutta l’isola (Storia del regno di Napoli, lib. 2); e non par vero come Denina (Rivol. d’Italia, lib. 13, cap. 3, 4) rimandi a lui; e come Giannone (Storia civile del regno di Napoli, lib. 20, cap. 5), segua questa favola, e presti più fede al racconto inverosimile del Costanzo, che al Malespini, al Villani, ec., da lui d’altronde citati. Nello stesso errore cadde il Capecelatro (Storia di Napoli, parte 4, lib. 1), anche dopo citata la storia in dialetto siciliano, che contienquello della congiura, non la fola dell’eccidio contemporaneo.

A questa non si appiglia alcun altro scrittore di nome.

Il Suromonte (Storia di Napoli, lib. 3) segue al tutto Villani: così anche Surita (Annali d’Aragona, lib. 4, cap. 17), ch’era diligente e non altro.

De’ nostri, Maurolico (Lib. 4, an. 1282), e Fazzello (Deca 2, lib. 8, cap. 4), raccontan ambo i modi di spiegar la rivoluzione, cioè la congiura e l’odio concepito per la mala signoria, e sfogato per l’occasione dell’oltraggio di Droetto. Mugnos (Ragguagli del vespro siciliano) affastella senza discernimento congiura, oppressioni, ingiuria di Droetto, che fa soffrire alla figliuola di Ruggiero Mastrangelo, secondo lui, un de’ congiurati più grossi; e reca, con nomi e giorni e con tutti i particolari, le occasioni per le quali si sollevò ciascun’altra città dell’isola; che son favole mal tessute. Al solito non cita contemporanei; nè noi ci dobbiamo affaticare alla confutazione di questo vanitoso oriundo spagnuolo del secento. Burigny, francese, ma storico di Sicilia, tenuto per l’ordinario in minor conto che non merita, narra la congiura e ’l caso di Droetto; e comechè presti fede agli autori più recenti e allo stesso Mugnos, ne trae una giusta conchiusione: che l’eccidio fosse stato accidentale (Storia di Sicilia, Parte 2, lib. 1, cap. 2). Il Caruso, Inveges, Aprile, Gallo, Bonfiglio e i tanti altri annalisti che ingombrano le nostre biblioteche, tengon lo stesso metro dei nominati di sopra. E il semplice e laborioso di Blasi s’avvicina al segno, conchiudendo: «che la preparata congiura, che dovea scoppiare in un giorno in tutta l’isola, per un improvviso accidente anticipò;» nel qual modo gli parve avere accordato tutti i racconti diversi.

Ma gli storici stranieri di maggior polso, o sostengono l’opinione ch’io ho seguito, o se le avvicinano assai. Quelsobrio Muratori (Annali d’Italia, 1282) raccontata la congiura, come scrissero Villani e Malespini, continua: Ora avvenne che nel dì 30 di marzo, e secondo altri nel 31, i Palermitani, prese le armi, ec., e narra il fatto senza altrimenti connetterlo con la congiura. Dalle stesse fonti Sismondi, con più immaginativa, trae che Procida procurasse la rivoluzione di Sicilia «non congiurando, ma eccitando le passioni del popolo; e mandando in Palermo i nobili e i militari (così interpreta la voce caporali di Giachetto Malespini) per poter governare il movimento, sicuro che l’occasione non sarebbe mancata.» Nondimeno egli attribuisce la sollevazione all’insulto; non parla altrimenti dei soci di Procida; e narra la uccisione successiva nel resto dell’isola (Hist. des Répub. ital. du moyen Age, ch. 22). Prima del Sismondi il Bréquigny, avvezzo alle più pazienti ricerche, e a quell’esame rigoroso che diffida di tutt’autorità, avea notato in poche pagine i fatti del vespro siciliano, ricavati da’ documenti; ne avea conchiuso, «vedersi chiaramente che la rivoluzione della Sicilia non fu una congiura, e che non v’ebbe punto congiura.» (Magasin Encyclopèdique, tom. II. Paris, an. iii, 1795, pag. 500 a 512). La stessa opinione tiene M. Koch (Tableau des Rèvolutions de l’Europe, tom. I. Paris, 1823, pag. 175); il quale aggiugne non creder più verosimile della uccisione contemporanea in tutta l’isola, «quella trama con Pietro d’Aragona, perchè i Palermitani alzarono lo stendardo della Chiesa, deliberati a darsi al papa, ec.» Nè diversamente pensò Shoell (Cours d’Histoire des États européens, Paris–Berlin, tom. VI, pag. 49). E per nominare in ultimo due de’ più vasti ingegni del secolo xviii, finirò il novero con Voltaire e Gibbon. Il primo, nella rapida corsa sulle vicende delle società umane, si fermò un istante sul vespro siciliano; seppe scernere la congiura dal fatto; affermò aver Giovannidi Procida preparato gli spiriti, ma il caso della donna cagionato l’uccisione (Essai sur l’esprit et les mœurs des nations, ch. 61). Con esamina forse più accurata, l’autor della Decadenza e ruina dello impero romano, lasciò in dubbio la cagione de’ fatti, raccontati d’altronde con la maggiore esattezza storica (Decline and fall of the Roman Empire, ch. 62). «Si può chiamare in dubbio, ei disse, se il subito scoppio di Palermo fosse stato effetto del caso o d’un disegno:» e ciò che il fa rimanere in questo dubbio, è un errore: la supposta dimora di Pietro sulla costa d’Affrica al tempo del nostro vespro. Però deride il patriotta Speciale d’aver dissimulato ogni pratica antecedente, col dir seguita la sollevazione,nullo comunicato consilio, mentre Pietro «per caso» si trovava con un’armata sulla costa d’Affrica. Se lo storico inglese avesse riscontrato i tempi, ed avrebbe risparmiato quel frizzo a Speciale, e deposto ogni dubbio sulla cagione: perchè il 31 marzo si mosse Palermo; il 29 aprile non v’era città in Sicilia che tenesse pe’ Francesi; e Pietro non partì di Spagna per Affrica che in giugno, quando nei consigli siciliani era messo il partito per lui, quando forse alcun pubblico messaggio gli era giunto di Sicilia.

Degli scrittori recenti che han toccato questo punto d’istoria io non parlo. Certo diversità di giudizio non è offesa a begl’ingegni. Non parmi necessario confutar di parola in parola i loro scritti, perch’io credo che la dimostrazione abbastanza si contenga nel fin qui detto.

FINE DELL’APPENDICE.


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