IX.La guerra civile.
La radice della guerra stava nel desiderio — e si potrebbe anche dire, in molti casi, nel bisogno — determinato da uno scarso sviluppo delle forze produttive, di vivere dell’altrui produzione, risolvendo con uno sforzo, presuntivamente minimo almeno nella durata, il problema della vita.
Questo fenomeno, che, all’esterno, ne’ rapporti di Stato a Stato, si manifestava con le forme di una guerra propria e dichiarata, aveva vita anche all’interno in forma più dissimulata e circoscritta, sia che si trattasse di disputarsi il frutto esclusivo delle imprese esterne, sia che si trattasse di cercare all’interno l’adattamento insufficientemente consentito nelle relazioni esteriori.
Questo parassitismo sociale muta di aspetto, di forma, d’intensità, è diretto o indiretto, più o meno esteso, si esercita direttamente sugli uominio li colpisce indirettamente attraverso le cose; ma persiste continuo e ininterrotto sotto il sistema dell’appropriazione privata de’ mezzi di produzione. Il fine si raggiunge esigendo servigî, in cambio di protezione, come nel caso de’ clienti, percependo una parte de’ frutti della terra, come nel caso degli addetti alla gleba di varia denominazione; escludendo dal possesso delle terre e dalle funzioni politiche una parte della popolazione, come nella contesa per l’agguagliamento de’ ceti, che ha tant’eco nella storia tradizionale romana; arrogandosi il possesso diretto dell’uomo, come nelnexum; ma, attraverso così varie modalità, volute dal diverso sviluppo economico e dalla migliore convenienza particolare e generale, uno è il punto di partenza, una la mèta.
L’estendersi della schiavitù, per effetto di una nuova fase della guerra, dando agli abbienti un più comodo ed economico mezzo di acquisto e una più assoluta disponibilità della forza di lavoro, aveva reso possibile di dichiarare l’inalienabilità della persona delcittadino; ma, risoluta vittoriosamente la questione della sua libertà formale, restava sempre da risolvere la questione ognor viva e presente dell’esistenza materiale. E, per coloro che non avevano parte al possesso della terra, lo schiavo straniero non solo non era stato un liberatore, ma era un concorrente.
Questa condizione di cose ha avuto la sua fase ultima, benchè non definitiva, nella formazione di un salariato, il cui primo nucleo andò sempre crescendo pel crescere del proletariatoe la sua concorrenza alla schiavitù, per la degenerazione progressiva di questa e la sua eliminazione definitiva[231]. Ma, durante questo processo di trasformazione più volte secolare, a principio del quale specialmente il salariato stentava più a trovare uno sfogo e ad attecchire, la contesa per l’emancipazione economica, cioè pel possesso di un mezzo di produzione specialmente fondiario e sussidiariamente per la ripartizione degli utili dello Stato, considerato come un’impresa comune, dovea essere viva, continua.
Il corpo organizzato, che lottava concorde e come ente unico, per l’acquisto o per la difesa di una preda, aveva in sè un permanente contrasto d’interessi, in vista dell’appropriazione privata di ogni possesso; e così, nel seno stesso degli aggregati politicamente organizzati, su di una scala più o meno vasta, sotto l’apparente uniformità e coesione, v’erano sordi e mal dissimulati contrasti, resi sempre più acuti da antitesi d’interessi, fomentati dalle passioni stesse a cui davano luogo. La piccolezza dello Stato, poi, e il fatto che nell’antichità la vita politica di un dominio, per quanto grande, si concentrava esclusivamente nella città dominante, facevano sì che i dissensi d’indole più generale si complicassero e s’inasprissero di tutti gli odî ereditarî di famiglie, di tutte le avversioni personali, di tuttele gare locali. Sicchè si aveva una guerra continua, or manifesta, or latente, di classi contro classi, di famiglie contro famiglie, di persone contro persone. E uno stato di cose che da Platone[232]si era compendiato in questa osservazione: «..... Ognuna di esse non si può chiamare una città, ma molte città. Perchè, comunque sia, ve ne sono due avverse tra loro, una de’ poveri, una de’ ricchi, e in ognuna di queste ve ne sono molte alla loro volta; e tu ti sbaglieresti assolutamente, se le volessi considerare come una sola città; considerandole invece come molte, dando agli uni le ricchezze, la potenza, le persone stesse degli altri, troveresti sempre molti alleati, pochi avversarî....». Un quadro che, come giustamente si è osservato, non può a meno di richiamare quanto, tanti secoli dopo, in un suo romanzo politico, diceva il Disraeli dell’Inghilterra contemporanea: «Sono proprio due popoli tra cui non esiste nessuna comunione, nessun sentimento comune, che si conoscono così poco nelle loro abitudini, ne’ loro pensieri e ne’ loro sentimenti, come se fossero le creature di diverse zone o gli abitanti di diversi pianeti»[233].
L’allargarsi degli orizzonti, il crescere de’ bisogni, la facilità d’arricchire non facevano che acuire questo stato di cose.
Uno scrittore latino[234]delinea così questanuova fase della vita a Roma: «Ma poichè le cose dello Stato ebbero incremento dalla laboriosità e dalla giustizia, e re potenti furono vinti in guerra e fiere nazioni e vaste popolazioni sottomesse con la forza, e Cartagine, emula della potenza romana, fu divelta dalle fondamenta ed ogni mare ed ogni terra era aperta innanzi a noi; la fortuna cominciò a incrudelire e a confondere ogni cosa. A quei che facilmente avevano tollerato fatiche, pericoli, vicende d’esito incerto ed aspre, parvero desiderabili ozio e ricchezze; tutte le altre cose misere e gravose... Poichè le ricchezze vennero in onore, e la gloria, il comando, la potenza dipendevano da quelle, cominciò a vacillare la virtù, la povertà cominciò a sembrare vergogna e la integrità malevolenza. Dalle ricchezze quindi emersero, a sopraffare la gioventù, lussuria, avarizia e superbia; rubare, consumare, far poco conto del proprio, desiderare l’altrui, non aver riguardo, nè misura rispetto al pudore e alla pudicizia, alle cose umane e alle divine confuse».
E, poco appresso, lo stesso storico fa parlare Catilina così[235]: «Dopo che lo Stato cadde in potere ed arbitrio di pochi, sempre re e tetrarchi sono loro tributari, popoli e nazioni sono tassati a loro favore; tutti noi altri, strenui e buoni, nobili ed ignobili fummo volgo, privi di ogni considerazione, di ogni autorità, avvinti a quelli, di cui, se la Repubblica fosse quale dovrebbe essere,noi saremmo lo spavento. Quindi sovranità, potenza, onore, ricchezza sono in mano loro o dove loro piace: a noi lasciano pericoli, ripulse, piati giudiziarî, miseria. Le quali cose sino a quando vorrete soffrir voi, fortissimi uomini? Non giova meglio morire valorosamente che perdere inonoratamente una vita misera e infelice, nella quale si sarà servito di ludibrio all’altrui superbia?... Qual mortale che abbia animo virile può tollerare che a quelli avanzino tante ricchezze da profonderne nel costruire in mare e nell’adeguare i monti, mentre a noi manca una sostanza familiare da poter sopperire al necessario? Che quelli possano avere di seguito due e più case, mentre a noi manca un lare familiare? Mentre comperano quadri, statue, cesellature, e diroccano nuovi edificî per costruirne altri, e infine in ogni maniera estorquono danaro, vessano, pure non possono con la somma loro libidine superare le ricchezze. Noi, invece, abbiamo l’indigenza a casa, fuori i debiti; triste la condizione dell’oggi, molto più aspro l’auspicio del domani: infine che cosa altro ci resta se non una misera anima?».
Questo stato continuo di tensione, spinto all’estremo, sotto l’azione di un avvenimento esterno, di un crescente dissesto interno, di una rivoluzione politica, precipitava finalmente verso la catastrofe; e allora tutte le ire, tutte le violenze si scatenavano senz’ordine, nè misura. Tutti i metodi di guerra, tutte le crudeltà, a cui i conflitti esterni avevano adusata l’una e l’altra parte, erano usati reciprocamente, aggravati e circuitidi tradimenti, d’insidie, di ragioni personali, quali potevano esservi tra vicino e vicino, nell’àmbito di uno stesso recinto.
Nel 370, per es., il popolo di Argo massacrava con la fustigazione millecinquecento persone. «Il popolo d’Argo — dice Isocrate[236]— si reca a soddisfazione di massacrare i ricchi, e si rallegra, ciò facendo, più che non facciano altri nell’uccidere i nemici». Delle condizioni del Peloponneso dice[237]: «Si temono i nemici meno de’ proprî concittadini. I ricchi preferirebbero gettare in mare le loro ricchezze anzi che darle a’ poveri: per questi, d’altra parte, niente è più gradito che lo spogliare i ricchi. Cessano i sacrifizî: sugli altari si sacrificano gli uomini. Più di una città ha ora più emigrati di quanti ne aveva prima l’intero Peloponneso».
E a questi scoppî violenti d’ira della piazza facevano riscontro da parte delle oligarchie gli stati d’assedio, le misure eccezionali, le proscrizioni in massa, le confische.
Oneste lotte intestine, di cui è materiata la storia antica, e che, mal placate da una certa beneficenza di Stato, riardevano continuamente, finivano di solito con l’indebolire la compagine dello Stato, facendolo preda di un nemico esterno più potente, o, sotto la doppia pressione del bisogno di resistere agli urti interni ed esterni, determinava il sorgere o il risorgere di un principato.
A Roma, si arrivò per questa via all’Impero, che importava un ambiente di relativa pace favorevole agl’interessi, specie del medio ceto, e alla sua eventuale ricostituzione, un freno all’aristocrazia avida, una migliore amministrazione del dominio, una sistemazione delle provvidenze pel proletariato.
Ma le dispute di successione tornavano, quando non era possibile stabilire o mantenere una dinastia, a compromettere gravemente la pace pubblica; e, prima di arrivare alla stessa prima costituzione dell’Impero, tutto il dominio aveva dovuto passare attraverso un lungo periodo di convulsioni e di guerra civile.
E niente vale forse a dare meglio un’idea di tutti gli episodî di essa, quanto la descrizione che ne dà Appiano, discorrendo del secondo triumvirato[238]:
«Nell’atto stesso che erano fatte le proscrizioni, si occuparono le porte e quante altre uscite vi erano delle città e i porti e le paludi e tutto quanto potesse dar sospetto di prestarsi a fuga o ad appiattamento: si fece in modo che i centurioni scorressero il paese, investigando, e ogni cosa si fece in questo stesso senso.
«Subito, adunque, in città e in campagna, dovunque ognuno si trovava, si vedevano repentine sorprese e uccisioni di vario genere e recisioni di teste per la taglia promessa a’ denunziatori e fughe inonorate e contegni sconvenientidi chi prima era ragguardevole. Poichè si nascondevano alcuni ne’ pozzi, altri in condotti luridi sotterranei, altri ne’ camini fumosi, o se ne stavano in gran silenzio sotto le incombenti tegole de’ tetti. Giacchè, non meno de’ sicarî, temevano alcuni le mogli o i figli non ben disposti verso di loro, altri i liberti e i servi, altri i debitori o i confinanti di fondi per l’avidità di avere le loro terre. Era come un erompere, tutto in una volta, di ciò che sin’allora era venuto suppurando, ed era spietata la vicenda di senatori, consoli o pretori o tribuni, o ancora in carica o già investiti di tali uffizî, cadenti in pianto a’ piedi del loro stesso servo, invocando salvatore e padrone lo schiavo. E il più spietato era che non trovassero mercè. Vi era tutto uno spettacolo di mali, non quali si scorgono nelle rivolte o nelle espugnazioni delle città: poichè non accadeva, come in quelle, che si temesse l’avversario o il nemico, rivolgendosi a’ proprî familiari: questi appunto si temevano più de’ sicarî, non temendoli come in guerra o nella sedizione, ma fatti d’improvviso, di familiari nemici, o per segreta inimicizia, o per donazioni ad essi promesse, o per oro ed argento che si avesse in casa. Per queste cose ciascuno diveniva infido verso i suoi di casa e anteponeva alla compassione il suo lucro. Chi si manteneva fido o benevolo, temeva di recare aiuto, o celare, o essere fin consapevole per la simiglianza delle pene. A ritroso l’incalzava il primo timor de’ diciassette [ipresiprima della proscrizione]. Poichè, allora, non essendostato proscritto alcuno, ma essendo improvvisamente stati presi quelli, tutti temevano le stesse cose e si sentivano compagni. Venute fuori le tavole di proscrizione, altri furono subito consegnati; altri, fatti securi di sè stessi e voltisi al lucro, davano la caccia ad altri per consegnarli, dietro una taglia, a’ sicarî. Dell’altro gran numero, alcuni saccheggiavano le case degli uccisi, e il guadagno li alienava dalla coscienza de’ mali presenti; altri più assennati e buoni erano colpiti dalla sorpresa ed era per essi più strano se consideravano come altre città erano state danneggiate dalle dissensioni e le aveva salvate la concordia; questa, l’avevano ruinata in precedenza le dissensioni de’ governanti e il loro accordo ora si rivelava in tali effetti. Morivano alcuni difendendosi dagli assalitori, altri non difendendosi e come soccombendo a una ingiusta loro violenza; ve n’erano anche che perivano di volontario digiuno e disfatti dalle piogge, che si affogavano in mare o si gettavano da’ tetti o si lanciavano nel fuoco, o andavano incontro a’ sicarî, o li mandavano a chiamare se indugiavano, mentre altri si nascondevano, o supplicavano senza dignità, o cercavano di scongiurare il male incombente a viva forza o con la corruzione. Alcuni perirono all’insaputa de’ triumviri, per errore o per insidia. E sapevano del non proscritto ucciso, quando si presentava la testa. Poichè i capi de’ proscritti si esponevano nel Fôro, presso i rostri, dove bisognava che venissero a prendere la mercede quelli che li portavano. Si osservavaparimenti la premura e la virtù d’altri, donne e giovinetti e fratelli e servi, che salvavano ricorrendo a molti stratagemmi e morivano insieme quando non riusciva ciò che avevano escogitato: altri si uccidevano sugli uccisi. Di quelli che fuggirono, alcuni perirono in naufragî, in tutto oppressi dalla fortuna; altri, inopinatamente, furono condotti a’ magistrati cittadini e a’ comandi degli eserciti e a’ trionfi...».