SCENA IV.

(piano a Valerio)Io non lo so; ma so quello che hai fatto tu;.... una sciocchezza!CatoneChe cosa borbotti anche tu? Tu che vai sempre a cercarmi in Grecia gli argomenti delle tue commedie?Plauto(da sè)La burrasca si volge su me!(a Catone)Dei buoni! Ma i poeti, nelle commedie, fanno tutti così. Spacciano i fatti loro come avvenuti ad Atene,acciò la favola paia più facile a mandar giù.... Piace il greco? Diamo alla commedia il sapor greco; ma sia romano l'amaro; questo è l'essenziale. Tu sai quel che dicono gl'intendenti di me; che mi son gittato il pallio greco addosso, ma alla scapestrata, così che di sotto mi scappa d'ogni parte la toga.CatoneEd è più degna portatura, la toga! Ah, giuro a Saturno, e ad Opi, vecchi dèi paesani; o ci casco sotto, o sradico fin le ultime barbe di questi cialtroni da Roma.SCENA IV.Licinia,Fulviae Detti.(Licinia e Fulvia sono vestite come nell'Atto primo, ma senza il ricinio in capo.)Licinia(a Valerio, che è andato incontro alle donne, fino alla fauce)Che è ciò? In collera forse? Abbiamo udito a gridare....CatoneAh, siete qua, voi, maestre di greco?LiciniaDi greco? e chi lo sa, il greco?CatoneEh, non lo si sa? ragione di più per cincischiarlo. È la lingua alla moda; che importa non saperla? ci si prova ugualmente e si fa quanto bastaper disimparare la propria. E non è solo la lingua che si perde; è il costume che si corrompe; è la fibra romana che s'infiacchisce. O padre Quirino! Ancora non sono i cent'anni da che Pirro minacciava di abbattere la giovine potenza romana; son forse venti, che, dopo la strage di Canne, Maertale consigliava d'incalzare alle porte di Roma; Cartagine è in piedi; Annibale è vivo ancora e fremente vendetta; e già i romani credono di potere impunemente gittar fra le ciarpe gli austeri costumi che furono la loro difesa, e diedero loro la padronanza d'Italia!PlautoMarco, non sei tu troppo severo con essi?CatoneNon sono severo. Amo ciò che facevano i nostri padri; vorrei che i figli fossero di quella tempra su cui si fiaccarono i ferri di tante nazioni congiurate ai danni di Roma. Si traligna, te lo dico io, si traligna. Ami le citazioni greche? Eccotene una. Noi siamo infemminiti; non sapremmo più tendere l'arco di Ulisse; i nervi intorpidiscono nel braccio. Ah, i nostri padri non conoscevano mica tante delicature, e non erano meno felici per questo! Una casa comoda, senza sfoggio di marmi, di arredi e di vasellame d'argento; il rame luccicava alla parete e la sobrietà negli occhi; servi erano quanti bastavano a lavorare la terra, non già per accudire agli svariati uffizi di portinaio, cameriere, valletto, arricciator dicapegli, coppiere, scalco, cantiniere, cuoco, sguattero e va dicendo. Allora i padroni faticavano in compagnia dei servi, davano loro l'esempio de' gravi travagli e de' pasti frugali, sotto il pergolato domestico. Io mi glorio di queste mani, che hanno seminato esse il mio grano e potato le mie viti; me ne glorio assai più che di vederle impugnare questo bastoncello d'avorio. Austere erano le nostre madri, perchè traevano la vita nel loro santuario, preparando il pasto, intendendo alla nettezza della casa, o torcendo il fuso, mentre venian ragionando d'antiche storie e di fortissimi esempi alla famiglia raunata. I giovani, allora, succinti, abbronzati dal sole, crescevano saldi alla fatica, destri ai giuochi del Marte sabino, non già alle amorose follie del Marte greco. Anch'essi concedevano un'ora alla gioia, si sollazzavano anch'essi, ma di gaie favole campestri, piene di sale paesano, che davano il riso facile e largo.PlautoRiso che tu hai dimenticato stamane, tornando da Tuscolo.CatoneAh, gli è vero, Tito Maccio, e tu mi riprendi a ragione di questa mia sfuriata. Ma se mi fanno uscire ad ogni tratto dai gangheri! Basta, siam gravi e pacati; non è egli vero, Erennio? Qui non bisogna avvilire la dignità dell'ufficio.ErennioQuando il Console tuona contro i molli costumi, egli è sempre nella dignità dell'ufficio.CatoneAh, ah! Bravo, Erennio! Tu almeno non citi dal greco. Andiamo, via; l'ora è tarda, e questa benedetta dignità dell'uffizio ci chiama al campo di Marte.LiciniaSei giunto pur dianzi!...CatoneCi ho le mie legioni da passare in rassegna. Cara mia, a giorni si parte. Sarei già in viaggio per questa impresa di Spagna, se Marco Fundanio non m'avesse gittato quella sua proposta tra' piedi. Cassare la legge Oppia! Una legge che, se non la ci fosse, bisognerebbe proporla! O dove è andato a pigliar l'imbeccata, quel ragazzaccio di Fundanio? Già si capisce; me lo avran sobillato le belle patrizie! Queste poppatole non pensano ad altro che a lisciarsi, a razzimarsi, a coprirsi d'oro e di porpora, come di gualdrappe e sonagli si cuoprono i cavalli alla fiera.... Mettimele in qualche commedia, Tito Maccio, e ci faremo un po' di buon sangue.LiciniaMarito mio.... poichè ti vedo di buon umore.CatoneAnzi buonissimo. Di' su! Non ti amo io sempre anche quando alzo un pochino la voce?LiciniaEpperò ardisco parlare. Tu l'hai col tribuno Fundanio. Ma che c'è egli di male, se le donne chiedono di potersi ornare un tal poco, per piacer meglio ai mariti?Plauto(da sè)Ai mariti! ben detto!CatoneChe c'è? Che c'è? che siete sciocche e sguaiate. Ohè, dico, non mi mettete la casa a soqquadro! Poc'anzi il servo che pizzica di greco; adesso la ribellione alle leggi. Ah, volete lo sfarzo! Vi darò tutto io! Avrete porpora ed oro a staia, ancelle, staffieri e donzelli e carrozze da scarrozzare! All'uscio non picchieranno che visitatori a modo! il ricamatore, l'orefice, il lanaiuolo; trecconi, merciai di frange d'oro, di tuniche, di camicette; tintori, vuoi in color di fiamma, vuoi di violetto, o di cera; sartori d'abiti, colle maniche alla foggia asiatica; rigattieri, tessitori, profumieri, e più sorte di calzolai, che vi calzino, ora alla greca ed ora alla romana. Ve li darò io, i fronzoli; ve lo darò io lo sfoggio, da piacer meglio ai mariti. Vedrete che larghezza di console! Roma è guasta; bisogna correggerla, risanarla col ferro e col fuoco, incominciando di qua. Che te ne sembra, Valerio? Saremo noi così sori, da lasciarci soverchiare dalla ambizione e dalla follia delle donne? Suvvia, che pensi?ValerioAh, io?... Penso che le donne son pure inesplicabili, coi loro capricci.(Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna con Valerio, si muove per andarsene, verso la fauce)CatoneE bisogna frenarle!... Dove vai tu?(a Fulvia)Fèrmati, e fa tuo pro' dei consigli! Oh, vedete qua, che cosa mi tocca di udire in casa mia? contro il diritto e la maestà maritale? Da brave, bandite il vecchio costume e mettetevi le leggi sotto i piedi! Oramai, non vi mancherà più che di ber vino e di costituirvi in repubblica di Amazzoni.Erennio(da sè, in disparte)La donna che berrà vino, sia flagellata dal marito e poi ripudiata. È legge di Romolo.CatoneAndiamo via, se no, perdo il mio buon umore e Plauto mi riprenderà di bel nuovo. Venite?(a Plauto e a Valerio)Erennio, precedimi e raduna gli altri littori. Piglierete i fasci colle scuri, poichè si va fuor del Pomerio, al campo di Marte.(Erennio esce)A voi altre il buon dì, e non mi preparate altre molestie; intendiamoci!(Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia, che non lo degna pur d'uno sguardo; indi, inchinatosi a Licinia, si allontana, in atto disperato)Plauto(accompagnandosi a Valerio)Amico mio, quest'oggi, non fai che sciocchezze. Da prima citi Leonida al fratello; adesso dài della capricciosa alla sorella.ValerioAh! darei del capo ne' muri.PlautoSenti, fa meglio ancora; dà un giro in piazza; lascia il Console pe' fatti suoi e torna qua, ad implorare il tuo perdono.(Plauto e Valerio escono)SCENA V.FulviaeLicinia,sole.FulviaFinalmente, sono andati. Ah! non ne potevo già più.LiciniaHai udito tuo fratello, che tantafera?FulviaHo udito Valerio che gli teneva bordone, io! Tutto a modo suo, che pare il suo eco!LiciniaConfessa, per altro, che sei stata troppo in contegno con lui. Poverino! Egli soffriva, come se fosse alla tortura.FulviaTi pare? Ne godo; soffra un pochino anche lui. Oh, io non amo gli uomini così umili ed obbedienti...LiciniaCogli altri uomini?FulviaCi s'intende. Ed egli imparerà a volersi mettere sulle pedate di mio fratello, a chinar la testa, come se parlasse un oracolo, a dirgli così sia, in tutto e per tutto. Dimmi, cognata; come ti è parso che se ne andasse?LiciniaColle mani ne' capegli. Non vorrei che se li strappasse, povero giovinotto!FulviaOh, imparerà, imparerà a disprezzare le donne! Lascia che strappi!LiciniaPurchè non pigli i tuoi rigori sul sodo e non si allontani per sempre!FulviaMi spaventi, cognata! Credi che davvero non tornerà? Oh, se non tornasse, se non tornasse subito, sento che l'odierei.LiciniaIh, che furia! Non avrai da odiare; il tuo scongiuro fa effetto. Hanno aperto l'uscio di casa. Mi par lui, nell'androne.FulviaSì, è lui. Che cosa viene a fare? Io me ne vado.LiciniaEh via, fanciullona! Andrò io e farete la pace. Questo qua non è così intrattabile come il Console.(esce dalla fauce)FulviaTe ne vai? Ah, eccolo sotto l'atrio!(siede in fretta e piglia un pezzo di stoffa, per mettersi a cucire)SCENA VI.FulviaeValerioValerio(avanzandosi peritoso verso di lei)Fulvia!Fulvia(alzando gli occhi in atto di meraviglia)Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa?ValerioOh, nulla.(si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei)Lavori?FulviaLo vedi.Valerio(accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia)Che è ciò?FulviaLana.ValerioChe risposta!FulviaE qual altra, se è lana? Non hai tu occhi?ValerioAh, così non li avessi....(Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza)che non sarei venuto in tanta pena!FulviaTi senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi....(in atto di smettere il lavoro)ValerioNo, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me.FulviaE tu va da un medico.ValerioNon valgono i medici, per questo mio male!FulviaUn male insanabile, adunque?ValerioBen dici, insanabile!(accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi)FulviaFatti più in là; mi togli la luce.ValerioMa, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte.FulviaIo non la penso così.ValerioE sia; eccoti servita!(ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso)«Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego.FulviaParli con me? Credevo che tu leggessi.ValerioSì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta?FulviaChi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non so nulla.ValerioAh! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa.FulviaE tu dilla.ValerioMa temo che tu vada in collera....FulviaE tu non la dire.ValerioInfine.... la gente dice....FulviaChe cosa dice la gente?ValerioChe io.... ti amo.FulviaAh, dice, questo? Ma tu avrai risposto....ValerioChe è vero.FulviaCortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa nulla.... di quanto dice la gente.ValerioBugia! E perchè?FulviaPerchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e distribuire il còmpito alle fantesche.ValerioIo?FulviaE dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio....ValerioIo?FulviaE le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito animale....ValerioIo, Fulvia? Ma io non ho detto ciò?FulviaFundanio t'ha udito.ValerioFundanio!... il tribuno?FulviaLui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta?ValerioMa non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah! Marco Fundanio avrà da fare con me!FulviaSì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro....ValerioAl Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà rendermi conto....FulviaDi ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque? Siam pazze?ValerioNon ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono.FulviaGli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai risposto al Console?ValerioA tuo fratello? Al grande Catone?FulviaAh, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno, che ha paura di dire il fatto suo ad un Console!ValerioChe parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto della mia vita.FulviaOrbene, imitalo e non se ne parli più.Valerio(dopo una breve pausa)Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per....FulviaLasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa.ValerioTi aiuto a dipanarla?FulviaNo. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che debbono essere la forza e il presidio di Roma?Valerio(passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo)Che cosa fai?FulviaMe l'hai già chiesto una volta.ValerioE tu non m'hai risposto.FulviaSegno che non credevo necessario di dirtelo.ValerioÈ lunga assai; mi pareva una veste nuziale.FulviaE so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?...ValerioAh, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come....FulviaLascia i paragoni.ValerioSì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro, emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove ci hai la vena che corrisponde al cuore.FulviaChe c'entro io?ValerioAh, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la miasperata. Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi, andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella, nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo, ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco,preparati sul mio limitare; nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello....FulviaAh, non ha più padre?ValerioNo, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore.FulviaE non l'hai chiesta?ValerioNo, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione.Fulvia(alzandosi da sedere)Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale.ValerioAh, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò!Fulvia(con accento ironico, passeggiando lungo la scena)Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini.ValerioMa che debbo io fare? Mettermi contro di lui?Fulvia(fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio)Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro, quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio. Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadinila ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della forza.ValerioHai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?... Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a contrasto col console; io non sono da tanto.FulviaAh, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio. Guadagnalo.ValerioFulvia, te ne scongiuro....FulviaNon una parola di più!ValerioDimmi, almeno.... Mi ami tu?Fulvia(dopo essere rimasta alquanto perplessa)No!(si libera da lui, e fugge per la fauce)ValerioAh! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu corri oggi un gran risico!(si allontana precipitoso)FINE DELL'ATTO SECONDOIL PROLOGOA sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a' piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga nera.Signori, io sono il Còrago.... non vi spaventi il vocabolo!... sono colui che nei teatri romani forniva le decorazioni, i vestiti, le macchine e tutti gli apparati scenici, raccogliendo in sè i moderni uffici di vestiarista, attrezzista e trovarobe. Non son nuovo alle chiacchiere in pubblico; i comici antichi mi usarono spesso la cortesia di farmi venire sul proscenio, per chiarire l'intreccio e dire tutte quelle cose che all'autore mettesse conto di far sapere alla gente. E questa cicalata era il Prologo.Il Prologo dopo il second'atto! E perchè no? Plauto l'ha messo qualche volta dopo il terzo, facendogli anche tener le veci di quarto, per riempire una tela, che gli riuscìa troppo smilza. Al quale proposito, l'autore m'incarica di dirvi che, s'egli non è andato oltre i tre atti, così fece per guadagnarsi la vostra benevolenza. Si ascoltano più volentieri i supplicantiche parlano meno. D'altra parte, i cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio.La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero, visibile da tuttii lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a' suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de' greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica.Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine,e' ci avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto.ATTO TERZOLa scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù. — Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri. — Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra.SCENA PRIMACatoneeErennioCatoneMa si può dar di peggio? Vedete come mi hanno stazzonato quelle Megère. E mancò poco non mi facessero a brandelli la toga!Erennio(avvicinandosi)Che hai, prestantissimo Console? La repubblica avrebbe ricevuto in te alcun detrimento?CatoneSmetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga, dimandandogli il suo voto contro la legge!Vergogna! Io, io, ho dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio? Non arrossisci anche tu?ErennioPerchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori son di betulla; ma....CatoneMa tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba di furie, scaturite d'inferno?ErennioOh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio, aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge.CatoneVedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo. Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo.ErennioLascia fare; ho la consegna.(fa il gesto di menare a tondo il suo fascio)Catone(avviandosi)Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi gli uomini?(esce a sinistra)SCENA II.Erenniosolo, indiMirrina,Birria,Materinae uno stuolo di Donne.ErennioAh! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo l'ingresso.(si pianta dinanzi alla porta per cui è entrato Catone)Mirrina(affacciandosi all'intercolonnio, seguita dallo compagne)È entrato per di qua. Donne, seguiamolo!Birria(a Mirrina)Purchè non sia per fargli il bocchìno!MirrinaTira via, sciocco!ErennioOlà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro!Mirrina(avvicinandosi sempre più, insieme colla folla)Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i romani.ErennioEcco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante. Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in città, sia punito di morte.BirriaVa là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col Console.Erennio

(piano a Valerio)

(piano a Valerio)

Io non lo so; ma so quello che hai fatto tu;.... una sciocchezza!

Catone

Che cosa borbotti anche tu? Tu che vai sempre a cercarmi in Grecia gli argomenti delle tue commedie?

Plauto

(da sè)

(da sè)

La burrasca si volge su me!

(a Catone)

(a Catone)

Dei buoni! Ma i poeti, nelle commedie, fanno tutti così. Spacciano i fatti loro come avvenuti ad Atene,acciò la favola paia più facile a mandar giù.... Piace il greco? Diamo alla commedia il sapor greco; ma sia romano l'amaro; questo è l'essenziale. Tu sai quel che dicono gl'intendenti di me; che mi son gittato il pallio greco addosso, ma alla scapestrata, così che di sotto mi scappa d'ogni parte la toga.

Catone

Ed è più degna portatura, la toga! Ah, giuro a Saturno, e ad Opi, vecchi dèi paesani; o ci casco sotto, o sradico fin le ultime barbe di questi cialtroni da Roma.

Licinia,Fulviae Detti.

(Licinia e Fulvia sono vestite come nell'Atto primo, ma senza il ricinio in capo.)

Licinia

(a Valerio, che è andato incontro alle donne, fino alla fauce)

(a Valerio, che è andato incontro alle donne, fino alla fauce)

Che è ciò? In collera forse? Abbiamo udito a gridare....

Catone

Ah, siete qua, voi, maestre di greco?

Licinia

Di greco? e chi lo sa, il greco?

Catone

Eh, non lo si sa? ragione di più per cincischiarlo. È la lingua alla moda; che importa non saperla? ci si prova ugualmente e si fa quanto bastaper disimparare la propria. E non è solo la lingua che si perde; è il costume che si corrompe; è la fibra romana che s'infiacchisce. O padre Quirino! Ancora non sono i cent'anni da che Pirro minacciava di abbattere la giovine potenza romana; son forse venti, che, dopo la strage di Canne, Maertale consigliava d'incalzare alle porte di Roma; Cartagine è in piedi; Annibale è vivo ancora e fremente vendetta; e già i romani credono di potere impunemente gittar fra le ciarpe gli austeri costumi che furono la loro difesa, e diedero loro la padronanza d'Italia!

Plauto

Marco, non sei tu troppo severo con essi?

Catone

Non sono severo. Amo ciò che facevano i nostri padri; vorrei che i figli fossero di quella tempra su cui si fiaccarono i ferri di tante nazioni congiurate ai danni di Roma. Si traligna, te lo dico io, si traligna. Ami le citazioni greche? Eccotene una. Noi siamo infemminiti; non sapremmo più tendere l'arco di Ulisse; i nervi intorpidiscono nel braccio. Ah, i nostri padri non conoscevano mica tante delicature, e non erano meno felici per questo! Una casa comoda, senza sfoggio di marmi, di arredi e di vasellame d'argento; il rame luccicava alla parete e la sobrietà negli occhi; servi erano quanti bastavano a lavorare la terra, non già per accudire agli svariati uffizi di portinaio, cameriere, valletto, arricciator dicapegli, coppiere, scalco, cantiniere, cuoco, sguattero e va dicendo. Allora i padroni faticavano in compagnia dei servi, davano loro l'esempio de' gravi travagli e de' pasti frugali, sotto il pergolato domestico. Io mi glorio di queste mani, che hanno seminato esse il mio grano e potato le mie viti; me ne glorio assai più che di vederle impugnare questo bastoncello d'avorio. Austere erano le nostre madri, perchè traevano la vita nel loro santuario, preparando il pasto, intendendo alla nettezza della casa, o torcendo il fuso, mentre venian ragionando d'antiche storie e di fortissimi esempi alla famiglia raunata. I giovani, allora, succinti, abbronzati dal sole, crescevano saldi alla fatica, destri ai giuochi del Marte sabino, non già alle amorose follie del Marte greco. Anch'essi concedevano un'ora alla gioia, si sollazzavano anch'essi, ma di gaie favole campestri, piene di sale paesano, che davano il riso facile e largo.

Plauto

Riso che tu hai dimenticato stamane, tornando da Tuscolo.

Catone

Ah, gli è vero, Tito Maccio, e tu mi riprendi a ragione di questa mia sfuriata. Ma se mi fanno uscire ad ogni tratto dai gangheri! Basta, siam gravi e pacati; non è egli vero, Erennio? Qui non bisogna avvilire la dignità dell'ufficio.

Erennio

Quando il Console tuona contro i molli costumi, egli è sempre nella dignità dell'ufficio.

Catone

Ah, ah! Bravo, Erennio! Tu almeno non citi dal greco. Andiamo, via; l'ora è tarda, e questa benedetta dignità dell'uffizio ci chiama al campo di Marte.

Licinia

Sei giunto pur dianzi!...

Catone

Ci ho le mie legioni da passare in rassegna. Cara mia, a giorni si parte. Sarei già in viaggio per questa impresa di Spagna, se Marco Fundanio non m'avesse gittato quella sua proposta tra' piedi. Cassare la legge Oppia! Una legge che, se non la ci fosse, bisognerebbe proporla! O dove è andato a pigliar l'imbeccata, quel ragazzaccio di Fundanio? Già si capisce; me lo avran sobillato le belle patrizie! Queste poppatole non pensano ad altro che a lisciarsi, a razzimarsi, a coprirsi d'oro e di porpora, come di gualdrappe e sonagli si cuoprono i cavalli alla fiera.... Mettimele in qualche commedia, Tito Maccio, e ci faremo un po' di buon sangue.

Licinia

Marito mio.... poichè ti vedo di buon umore.

Catone

Anzi buonissimo. Di' su! Non ti amo io sempre anche quando alzo un pochino la voce?

Licinia

Epperò ardisco parlare. Tu l'hai col tribuno Fundanio. Ma che c'è egli di male, se le donne chiedono di potersi ornare un tal poco, per piacer meglio ai mariti?

Plauto

(da sè)

(da sè)

Ai mariti! ben detto!

Catone

Che c'è? Che c'è? che siete sciocche e sguaiate. Ohè, dico, non mi mettete la casa a soqquadro! Poc'anzi il servo che pizzica di greco; adesso la ribellione alle leggi. Ah, volete lo sfarzo! Vi darò tutto io! Avrete porpora ed oro a staia, ancelle, staffieri e donzelli e carrozze da scarrozzare! All'uscio non picchieranno che visitatori a modo! il ricamatore, l'orefice, il lanaiuolo; trecconi, merciai di frange d'oro, di tuniche, di camicette; tintori, vuoi in color di fiamma, vuoi di violetto, o di cera; sartori d'abiti, colle maniche alla foggia asiatica; rigattieri, tessitori, profumieri, e più sorte di calzolai, che vi calzino, ora alla greca ed ora alla romana. Ve li darò io, i fronzoli; ve lo darò io lo sfoggio, da piacer meglio ai mariti. Vedrete che larghezza di console! Roma è guasta; bisogna correggerla, risanarla col ferro e col fuoco, incominciando di qua. Che te ne sembra, Valerio? Saremo noi così sori, da lasciarci soverchiare dalla ambizione e dalla follia delle donne? Suvvia, che pensi?

Valerio

Ah, io?... Penso che le donne son pure inesplicabili, coi loro capricci.

(Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna con Valerio, si muove per andarsene, verso la fauce)

(Fulvia, che fino ad ora è stata arcigna con Valerio, si muove per andarsene, verso la fauce)

Catone

E bisogna frenarle!... Dove vai tu?

(a Fulvia)

(a Fulvia)

Fèrmati, e fa tuo pro' dei consigli! Oh, vedete qua, che cosa mi tocca di udire in casa mia? contro il diritto e la maestà maritale? Da brave, bandite il vecchio costume e mettetevi le leggi sotto i piedi! Oramai, non vi mancherà più che di ber vino e di costituirvi in repubblica di Amazzoni.

Erennio

(da sè, in disparte)

(da sè, in disparte)

La donna che berrà vino, sia flagellata dal marito e poi ripudiata. È legge di Romolo.

Catone

Andiamo via, se no, perdo il mio buon umore e Plauto mi riprenderà di bel nuovo. Venite?

(a Plauto e a Valerio)

(a Plauto e a Valerio)

Erennio, precedimi e raduna gli altri littori. Piglierete i fasci colle scuri, poichè si va fuor del Pomerio, al campo di Marte.

(Erennio esce)

(Erennio esce)

A voi altre il buon dì, e non mi preparate altre molestie; intendiamoci!

(Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia, che non lo degna pur d'uno sguardo; indi, inchinatosi a Licinia, si allontana, in atto disperato)

(Catone esce. Valerio si accosta a Fulvia, che non lo degna pur d'uno sguardo; indi, inchinatosi a Licinia, si allontana, in atto disperato)

Plauto

(accompagnandosi a Valerio)

(accompagnandosi a Valerio)

Amico mio, quest'oggi, non fai che sciocchezze. Da prima citi Leonida al fratello; adesso dài della capricciosa alla sorella.

Valerio

Ah! darei del capo ne' muri.

Plauto

Senti, fa meglio ancora; dà un giro in piazza; lascia il Console pe' fatti suoi e torna qua, ad implorare il tuo perdono.

(Plauto e Valerio escono)

(Plauto e Valerio escono)

FulviaeLicinia,sole.

Fulvia

Finalmente, sono andati. Ah! non ne potevo già più.

Licinia

Hai udito tuo fratello, che tantafera?

Fulvia

Ho udito Valerio che gli teneva bordone, io! Tutto a modo suo, che pare il suo eco!

Licinia

Confessa, per altro, che sei stata troppo in contegno con lui. Poverino! Egli soffriva, come se fosse alla tortura.

Fulvia

Ti pare? Ne godo; soffra un pochino anche lui. Oh, io non amo gli uomini così umili ed obbedienti...

Licinia

Cogli altri uomini?

Fulvia

Ci s'intende. Ed egli imparerà a volersi mettere sulle pedate di mio fratello, a chinar la testa, come se parlasse un oracolo, a dirgli così sia, in tutto e per tutto. Dimmi, cognata; come ti è parso che se ne andasse?

Licinia

Colle mani ne' capegli. Non vorrei che se li strappasse, povero giovinotto!

Fulvia

Oh, imparerà, imparerà a disprezzare le donne! Lascia che strappi!

Licinia

Purchè non pigli i tuoi rigori sul sodo e non si allontani per sempre!

Fulvia

Mi spaventi, cognata! Credi che davvero non tornerà? Oh, se non tornasse, se non tornasse subito, sento che l'odierei.

Licinia

Ih, che furia! Non avrai da odiare; il tuo scongiuro fa effetto. Hanno aperto l'uscio di casa. Mi par lui, nell'androne.

Fulvia

Sì, è lui. Che cosa viene a fare? Io me ne vado.

Licinia

Eh via, fanciullona! Andrò io e farete la pace. Questo qua non è così intrattabile come il Console.

(esce dalla fauce)

(esce dalla fauce)

Fulvia

Te ne vai? Ah, eccolo sotto l'atrio!

(siede in fretta e piglia un pezzo di stoffa, per mettersi a cucire)

(siede in fretta e piglia un pezzo di stoffa, per mettersi a cucire)

FulviaeValerio

Valerio

(avanzandosi peritoso verso di lei)

(avanzandosi peritoso verso di lei)

Fulvia!

Fulvia

(alzando gli occhi in atto di meraviglia)

(alzando gli occhi in atto di meraviglia)

Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa?

Valerio

Oh, nulla.

(si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei)

(si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei)

Lavori?

Fulvia

Lo vedi.

Valerio

(accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia)

(accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia)

Che è ciò?

Fulvia

Lana.

Valerio

Che risposta!

Fulvia

E qual altra, se è lana? Non hai tu occhi?

Valerio

Ah, così non li avessi....

(Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza)

(Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza)

che non sarei venuto in tanta pena!

Fulvia

Ti senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi....

(in atto di smettere il lavoro)

(in atto di smettere il lavoro)

Valerio

No, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me.

Fulvia

E tu va da un medico.

Valerio

Non valgono i medici, per questo mio male!

Fulvia

Un male insanabile, adunque?

Valerio

Ben dici, insanabile!

(accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi)

(accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi)

Fulvia

Fatti più in là; mi togli la luce.

Valerio

Ma, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte.

Fulvia

Io non la penso così.

Valerio

E sia; eccoti servita!

(ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso)

(ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso)

«Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego.

Fulvia

Parli con me? Credevo che tu leggessi.

Valerio

Sì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta?

Fulvia

Chi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non so nulla.

Valerio

Ah! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa.

Fulvia

E tu dilla.

Valerio

Ma temo che tu vada in collera....

Fulvia

E tu non la dire.

Valerio

Infine.... la gente dice....

Fulvia

Che cosa dice la gente?

Valerio

Che io.... ti amo.

Fulvia

Ah, dice, questo? Ma tu avrai risposto....

Valerio

Che è vero.

Fulvia

Cortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa nulla.... di quanto dice la gente.

Valerio

Bugia! E perchè?

Fulvia

Perchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e distribuire il còmpito alle fantesche.

Valerio

Io?

Fulvia

E dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio....

Valerio

Io?

Fulvia

E le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito animale....

Valerio

Io, Fulvia? Ma io non ho detto ciò?

Fulvia

Fundanio t'ha udito.

Valerio

Fundanio!... il tribuno?

Fulvia

Lui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta?

Valerio

Ma non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah! Marco Fundanio avrà da fare con me!

Fulvia

Sì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro....

Valerio

Al Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà rendermi conto....

Fulvia

Di ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque? Siam pazze?

Valerio

Non ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono.

Fulvia

Gli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai risposto al Console?

Valerio

A tuo fratello? Al grande Catone?

Fulvia

Ah, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno, che ha paura di dire il fatto suo ad un Console!

Valerio

Che parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto della mia vita.

Fulvia

Orbene, imitalo e non se ne parli più.

Valerio

(dopo una breve pausa)

(dopo una breve pausa)

Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per....

Fulvia

Lasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa.

Valerio

Ti aiuto a dipanarla?

Fulvia

No. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che debbono essere la forza e il presidio di Roma?

Valerio

(passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo)

(passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo)

Che cosa fai?

Fulvia

Me l'hai già chiesto una volta.

Valerio

E tu non m'hai risposto.

Fulvia

Segno che non credevo necessario di dirtelo.

Valerio

È lunga assai; mi pareva una veste nuziale.

Fulvia

E so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?...

Valerio

Ah, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come....

Fulvia

Lascia i paragoni.

Valerio

Sì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro, emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove ci hai la vena che corrisponde al cuore.

Fulvia

Che c'entro io?

Valerio

Ah, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la miasperata. Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi, andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella, nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo, ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco,preparati sul mio limitare; nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello....

Fulvia

Ah, non ha più padre?

Valerio

No, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore.

Fulvia

E non l'hai chiesta?

Valerio

No, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione.

Fulvia

(alzandosi da sedere)

(alzandosi da sedere)

Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale.

Valerio

Ah, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò!

Fulvia

(con accento ironico, passeggiando lungo la scena)

(con accento ironico, passeggiando lungo la scena)

Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini.

Valerio

Ma che debbo io fare? Mettermi contro di lui?

Fulvia

(fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio)

(fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio)

Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro, quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio. Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadinila ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della forza.

Valerio

Hai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?... Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a contrasto col console; io non sono da tanto.

Fulvia

Ah, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio. Guadagnalo.

Valerio

Fulvia, te ne scongiuro....

Fulvia

Non una parola di più!

Valerio

Dimmi, almeno.... Mi ami tu?

Fulvia

(dopo essere rimasta alquanto perplessa)

(dopo essere rimasta alquanto perplessa)

No!

(si libera da lui, e fugge per la fauce)

(si libera da lui, e fugge per la fauce)

Valerio

Ah! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu corri oggi un gran risico!

(si allontana precipitoso)

(si allontana precipitoso)

FINE DELL'ATTO SECONDO

A sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a' piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga nera.

A sipario calato, si avanza sul proscenio il Còrago. Egli porta una lunga sottana, di colore amaranto, che giunge fino a' piedi, con un paio di lunghissime e larghe maniche, le quali coprono l'intero braccio, fino ai polsi. Ha in mano una verga nera.

Signori, io sono il Còrago.... non vi spaventi il vocabolo!... sono colui che nei teatri romani forniva le decorazioni, i vestiti, le macchine e tutti gli apparati scenici, raccogliendo in sè i moderni uffici di vestiarista, attrezzista e trovarobe. Non son nuovo alle chiacchiere in pubblico; i comici antichi mi usarono spesso la cortesia di farmi venire sul proscenio, per chiarire l'intreccio e dire tutte quelle cose che all'autore mettesse conto di far sapere alla gente. E questa cicalata era il Prologo.

Il Prologo dopo il second'atto! E perchè no? Plauto l'ha messo qualche volta dopo il terzo, facendogli anche tener le veci di quarto, per riempire una tela, che gli riuscìa troppo smilza. Al quale proposito, l'autore m'incarica di dirvi che, s'egli non è andato oltre i tre atti, così fece per guadagnarsi la vostra benevolenza. Si ascoltano più volentieri i supplicantiche parlano meno. D'altra parte, i cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio.

La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?

Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero, visibile da tuttii lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a' suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de' greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica.

Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine,e' ci avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto.

La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù. — Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri. — Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra.

La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù. — Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri. — Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra.

CatoneeErennio

Catone

Ma si può dar di peggio? Vedete come mi hanno stazzonato quelle Megère. E mancò poco non mi facessero a brandelli la toga!

Erennio

(avvicinandosi)

(avvicinandosi)

Che hai, prestantissimo Console? La repubblica avrebbe ricevuto in te alcun detrimento?

Catone

Smetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga, dimandandogli il suo voto contro la legge!Vergogna! Io, io, ho dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio? Non arrossisci anche tu?

Erennio

Perchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori son di betulla; ma....

Catone

Ma tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba di furie, scaturite d'inferno?

Erennio

Oh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio, aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge.

Catone

Vedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo. Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo.

Erennio

Lascia fare; ho la consegna.

(fa il gesto di menare a tondo il suo fascio)

(fa il gesto di menare a tondo il suo fascio)

Catone

(avviandosi)

(avviandosi)

Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi gli uomini?

(esce a sinistra)

(esce a sinistra)

Erenniosolo, indiMirrina,Birria,Materinae uno stuolo di Donne.

Erennio

Ah! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo l'ingresso.

(si pianta dinanzi alla porta per cui è entrato Catone)

(si pianta dinanzi alla porta per cui è entrato Catone)

Mirrina

(affacciandosi all'intercolonnio, seguita dallo compagne)

(affacciandosi all'intercolonnio, seguita dallo compagne)

È entrato per di qua. Donne, seguiamolo!

Birria

(a Mirrina)

(a Mirrina)

Purchè non sia per fargli il bocchìno!

Mirrina

Tira via, sciocco!

Erennio

Olà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro!

Mirrina

(avvicinandosi sempre più, insieme colla folla)

(avvicinandosi sempre più, insieme colla folla)

Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i romani.

Erennio

Ecco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante. Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in città, sia punito di morte.

Birria

Va là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col Console.

Erennio


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