Capitolo VII

Capitolo VIIaltre novelle al primo codice(Levitico,xix,xx,xviii)Come sopra già ci venne fatto di accennare (pag. 15), i capitolixvii–xxvidel Levitico constano di leggi e di riti di diversa indole, cosicchè non presentano fra loro vera unità, e mostrano ancora notevoli differenze di stile fra le loro diverse parti. Perciò contrariamente alla opinione di alcuni critici che vedono in questi capitoli un codice per sè stante, che forma quasi il passaggio nello svolgimento religioso e civile del popolo ebreo fra la legge del Deuteronomio e quella del codice sacerdotale,[237]assentiamo più volentieri allʼopinione di quelli che tengono questi capitoli di più autori e di più età, raccolti poi da un più recente compilatore.[238]Ma non parleremo qui se non di quelle parti chepossonsi con qualche probabilità tenere anteriori al Deuteronomio, le altre esamineremo al debito luogo.Il capitolo xix è una raccolta di varie raccomandazioni religiose, morali e di rito, che da un lato fanno riscontro al Decalogo e al codice dellʼEsodoxx–xxiii, dallʼaltro ad alcune leggi del Deuteronomio. Ma si presentano più nello stile parenetico dellʼesortatore morale che del vero e proprio legislatore, tanto più che non sono per nulla accompagnate da sanzioni penali, dovendosi tenere, come fra poco meglio spiegheremo, per interpolazioni di più recente mano i vv. 6–8, e 20–22.Incomincia questo nostro capitolo dal concetto di sopra già notato che il popolo dʼIsraele doveva essere santo, come santo è il suo Dio, quindi raccomanda il rispetto ai genitori, lʼosservanza del sabato come giorno santificato al riposo, e lʼadorazione di un solo Dio.1. 2.Jahveh parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta lʼadunanza dei figli dʼIsraele, e dirai loro: Santi siate, perchè santo io Jahveh vostro Dio.3.Ognuno sua madre e suo padre temete; e osservate i miei sabati, io Jahveh Dio vostro.4.Non vi volgete aglʼidoli e Dei di getto non fate a voi, io Jahveh Dio vostro.5.E quando sacrificate sacrifizi pacifici a Jahveh, a vostro piacere sacrificateli.In questi primi cinque versi si ripetono sotto forma diversa tre precetti del Decalogo, e si lascia come nel codice dellʼEsodo (xix, 24) piena libertà in quanto allʼoffrire i sacrifizi.È aliena interamente dallo stile di tutto questo luogo che in breve forma raccomanda i precetti, senza fermarsi a lungo sopra nessuno, la prescrizione dei tre versi che seguono (6–8) di dover mangiare nei due primi giorni la carne del sacrifizio, di bruciarla, se neavanzasse fino al terzo, e la sanzione penale che se fosse in questo mangiata, chi avesse in tal modo prevaricato sarebbe distrutto dal suo popolo.[239]Mentre a molti veri e propri delitti, come fra poco vedremo, non si pone in questo nostro capitolo sanzione penale, stando contento lʼautore alla raccomandazione dì astenersene, non è possibile che egli stesso abbia posto la sanzione penale alla trasgressione di un rito rispetto al sacrifizio. Ma è da credersi che o lʼautore del codice sacerdotale, o lʼultimo compilatore combinando con quello questi e altri passi, trovata in questo punto menzione del sacrifizio pacifico, vi abbia inserito la stessa prescrizione rituale che si trova in altro luogo. (Levitico,vii, 17, 18).[240]I precetti di carità verso i poveri e i forestieri, di cui abbiamo già trovato qualche esempio nel piccolo codice dellʼEsodo, hanno qui un più ampio svolgimento, imponendosi di lasciare a loro benefizio una parte delle ricolte.9.E nel vostro mietere la mèsse delle vostre terre, non terminare di mietere lʼestremità del tuo campo, e non raccogliere la spigolatura della tua mèsse.10.E la tua vigna non racimolare, nè raccoglierne gli sparsi granelli, abbandonali al povero e allo straniero: io sono Jahveh Dio vostro.Non riporteremo qui tutte le sottili distinzioni alle quali è sceso intorno a questi precetti di carità il posteriore rituale rabbinico, avendosi in questo punto unintiero trattato dellaMishnah[241]in otto capitoli, sul quale però non abbiamoGhemarà babilonese, ma solo quella gerosolimitana. Sono da notarsi peraltro alcune disposizioni rabbiniche tutte a vantaggio dei poveri. Se il testo biblico raccomanda di lasciare nel mietere lʼestrema parte del campo a benefizio deglʼindigenti, parrebbe che ciò avesse voluto dirsi soltanto per tutte le specie di fromenti; ai quali si applica propriamente la parola mietere. Ma i Rabbini stabilirono in principio generale che ogni specie di alimento, che può conservarsi, che cresce dalla terra, che si raccoglie in un dato tempo, e si ripone per conservarlo, debba essere sottoposto a questa donazione per i poveri; dimodochè vi compresero oltre i frumenti anche i legumi e quelle specie di piante i cui frutti si ripongono per conservarsi, come i cornioli,[242]i carubi, i noci, i mandorli, le viti, i granati, gli olivi e le palme.[243]Stabilirono ancora che questa estrema parte da lasciarsi ai poveri non potesse essere, al minimo, inferiore a un sessantesimo.[244]Intorno poi al non racimolare la vite, dal testo biblico apparirebbe che si raccomandasse di lasciare ai poveri i piccoli grappoli sparsi qua e là, che sogliono restare, fatta la vendemmia. Ma i talmudisti hanno stabilito che racemoli si chiamano tutte quelle uve che non sono raccolte in grossi grappoli, dimodochè se una vite producesse il suo frutto tutto inquesta maniera, tutto dovrebbe lasciarsi ai poveri, secondo lʼopinione di un dottore, la quale prevalse contro quella dʼun altro che diversamente opinava.[245]A questi precetti di carità seguono, più in forma di raccomandazioni che di leggi, insegnamenti morali concernenti le relazioni fra uomo e uomo, per la proprietà, per il rispetto alla persona, e alla vita, per lʼamministrazione della giustizia, e anche per quella umanità degli intimi sentimenti, senza la quale non può darsi vero consorzio civile.11.Non rubate, e non mentite, e non siate falsi ciascuno contro il suo prossimo.12.E non giurate per il mio nome in falso, profanando il nome del tuo Dio: io Jahveh.13.Non opprimere il tuo compagno, e non rapire; non rimanga la paga del mercenario presso di te fino la mattina.14.Non maledire il sordo, e davanti il cieco non porre inciampo, e temerai del tuo Dio: io Jahveh.15.Non fate torto nel giudicare; non aver rispetto al povero, non avere ossequio al grande, con giustizia giudica il tuo prossimo.16.Non andare sparlando fra le tue genti, non sorgere contro il sangue del tuo compagno: io Jahveh.17.Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendi pure il tuo prossimo, e non ti aggravare per lui di peccato.18.Non prendere vendetta, e non serbare rancore contro i figli del tuo popolo, anzi ama il tuo compagno come te: io Jahveh.In questi precetti, che sono in parte ripetizione e in parte ampliazione del Decalogo e delle susseguenti leggi, i talmudisti hanno voluto trovare anche precise prescrizioni legali, se non per tutti, almeno per alcuni di essi. Intorno al primo: «non rubate» già sopra abbiamo notato che è questa per essi la vera proibizione di attentare allʼaltrui proprietà, mentre il precetto corrispondente del Decalogo «non rubare» siriferirebbe solo al plagio,[246]e la legge sul furto (Esodo,xxi, 37,xxii, 3), conterrebbe la sanzione penale, la quale secondo un principio di esegesi talmudica già sopra esposto (pag. 37) non potrebbe stare senza una disposizione proibitiva. Non è da tacersi nemmeno che un dottore talmudico intese questo passo del Levitico in modo anche più morale, volendo trovarvi la proibizione della rappresaglia, e inibendo così al derubato di portar via da sè stesso al ladro lʼoggetto rubatogli.[247]Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al comando di non negare la restituzione di un deposito.[248]Il non esser falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare in falso per negare un debito.[249]La proibizione poi di non giurare in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento. Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo, essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per uno di questi.[250]Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione di non defraudare il salario dei mercenari[251]per qualunque titolo sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltruiper violenza, mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253]E il non porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254]Nulla di nuovo aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia, se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]Il non insorgere contro il sangue del prossimo significa secondo la lettera non far nulla che possa recar nocumento allʼaltrui vita. E forse non a torto lʼAben Ezra vede qui un nesso con la precedente proibizione, perchè il diffamare può essere talvolta, come cagione remota, un attentato contro la vita. Ma i talmudisti vollero trovarci insegnamenti di ben altra portata morale, cioè lʼobbligo di deporre come testimone, quando alcuno sia stato presente al fattoportato in giudizio, e il dovere di difendere il prossimo quando si veda in pericolo di morte;[256]e così tradusse anche il Luzzatto «nè rimanerti spettatore [inerte] nel pericolo della vita del tuo prossimo».Senza allontanarsi poi dal significato letterale, molto bene notarono gli stessi talmudisti che il precetto dinon odiare il fratello nel cuore, proibisce anche il solo sentimento dellʼodio, sebbene non manifestato con atti ingiuriosi e offensivi.[257]Il riprendere il prossimo, se lo crediamo in colpa, appare nel significato letterale del testo una concessione connessa con lʼavvertimento che precede di non odiarlo, e con ciò che poi segue di non sopportare per causa di lui peccato; perchè riprendendo il compagno del suo fallo, non si serba contro di lui sentimento avverso, e quindi non si cade in questo peccato. Ma i talmudisti del riprendere il prossimo, se in colpa, ne fecero un dovere, e dando tuttʼaltro senso alle parole che seguono le intesero come se significassero «tu hai il dovere di riprenderlo, fino al punto però, che la riprensione non sia per lui cagione dì vergogna.[258]Finalmente sul precetto di amare il compagno come sè stesso, il celebre ʼAqibà si contentò di esprimere queste notevoli parole: «Questo è un grande principio nella legge».[259]Ai sovra esposti precetti di moralità succedono alcuni religiosi, che però rientrano nel principio generale di conformare la vita a regole di purità e santità:19.I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260]non si ponga sopra di te.[261]23.E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto, tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi.24.E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per celebrazione a Jahveh.25.E nellʼanno quinto mangerete il suo frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio vostro.26.Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni.27.Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i lati della tua barba.28.E incisione per morto non ponete nelle vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io Jahveh.Il precetto di non confondere le specie nè per la riproduzione degli animali, nè per la coltura della terra e nemmeno negli abiti è da tenersi come motivato dal rispetto che si voleva imporre alle leggi naturali, le quali lʼarbitrio dellʼuomo non deve alterare, e però questi precetti sono preceduti dalle parole, imiei statuti osserverete, cioè quelle eterne leggi che Jahveh creatore ha istituito. Quindi quelle parole nel testo hanno la loro ragione dʼessere, e non si capisce troppo perchè da qualche critico vogliano tenersi come interpolate. Non così i tre versi 20–22 che per il contenuto sono estranei a tutto lʼargomento del nostro capitolo, e per la forma ne differiscono talmente da dover credere che appartengono veramente ad altro autore.[262]Gli traduciamo, acciocchè il lettore possa da sè stesso giudicarne.20.E quando uomo giacesse con donna in accoppiamento carnale, ed essa fosse serva appartenente ad altrʼuomo, ma non fosse riscattata, nè le fosse data libertà, punizione se ne farà; ma non morranno, perchè non era libera.21.E porterà il suo sacrifizio della colpa a Jahveh, alla porta della tenda della congregazione, un montone espiatorio.22.Ed espierà per lui il sacerdote col montone espiatorio dinanzi Jahveh per il suo peccato che avrà commesso, e sarà perdonato del suo peccato che avrà commesso.Per quanto i concetti in questo capitolo si succedano con una certa libertà, pure siccome dallʼaltro lato un qualunque nesso non manca, almeno dividendoli in gruppi generali, il lettore resta da prima meravigliato, vedendo interrotta la continuazione dei pensieri fra il precetto di non promiscuare le diverse specie e quello di non mangiare i frutti degli alberi primaticci per i primi tre anni. Perchè questi due precetti hanno in certo modo tra loro una qualche relazione, come attinenti ambedue allʼagricoltura, e non si può intendere perchè sarebbe posta fra lʼuno e lʼaltro questa legge così precisa sulla unione illegittima con una schiava che appartenga ad altri. In secondo luogo poi tutto il contenuto di questo capitolo non è di leggi precise e determinate accompagnate dalla sanzione penale, ma di precetti e avvertimenti generali di religione, moralità e giustizia. Si capirebbe che lʼautore su questo punto avesse fatto una raccomandazione in termini generali per imporre il rispetto della donna altrui; ma il prendere a considerare uno specialissimo caso, e non certo il più grave in questo genere, anzi il più lieve, e il porviancora la sanzione penale, non si accorda in nessun modo con tutto il resto, se non dobbiamo dire che troppo ne dissente. In terzo luogo la forma delle espressioni è onninamente diversa, e sotto più rispetti.Prima di tutto, gli altri avvertimenti di questo nostro capitolo sono in seconda persona, ora al singolare, ora al plurale, ma sempre come una raccomandazione diretta a tutto il popolo, ora considerato come un ente collettivo, e ora volgendosi ad ognuno dei suoi individui. Qui invece, lasciato il discorso diretto, si suppone in terza persona il caso di alcuno che commetta quel tale peccato. Questo subitaneo cangiamento di stile è troppo brusco e inaspettato per potere appartenere a uno stesso scrittore.Ma più di questo colpisce la straordinaria e slombata diffusione di questi tre versi messi a confronto colla rapida e verbosa concisione di tutto il resto. Chi osservi quanta materia è condensata in questo capitolo, e come i precetti sono tutti espressi nella più stringata forma sentenziosa non potrà capacitarsi che uno stesso autore abbia impiegato tante inutili parole, in questi tre versi. Nè si citi come altro esempio di diffusione il precetto sugli alberi primaticci; perchè se questo è spiegato con più parole che gli altri, erano però tutte necessarie a rendere chiaro il concetto, e nulla vi si potrebbe togliere come inutile. Mentre nei tre versi in questione è proprio la diffusione oziosa, in cui lo scrittore del codice sacerdotale si compiace, quando si tratti di ciò che attiene al culto. Per la qual cosa è da credersi che qui abbiamo una interpolazione, di cui possiamo tanto più renderci ragione nel seguente modo.Il capitolo venti tratta principalmente delle unioni illecite sia per adulterio, sia per incesto, sia per accoppiamento infame o bestiale; ma non annovera fra gli altri questo caso di unirsi a una donna di condizione servile, i cui sponsali per non essere stata posta in libertà non erano tenuti legittimi.Ora o lo scrittore del codice sacerdotale nellʼaccogliere nella sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile del capitoloxx, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete sempre questa forma:e uomo che giacesseecc.; similmente come essi tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitoloxx, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non condannabile con la pena capitale (xx, 19–22). Imperocchè, trattandosi non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col termine diBiqqoreth, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio espiatorio.[263]Secondo invece il significato letterale del testo dovevano essere tutti e duesottoposti alla stessa pena, qualunque questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte originaria e integrale di questo nostro capitolo.Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori. Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265]Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi, lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetàdei Noachidi (Genesi,ix, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione, e non è da preferirsi quella della versione alessandrina:non mangiate sui monti,[266]che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e idolatriche.I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale, sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267]Tanto era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio, permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri mezzi.[268]Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di persona rispettabile?[270]È verissimo che fra incrudelire nel proprio corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito, e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del Levitico, (x, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab e Abihu,[271]giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in segno di doloree di disperazione, come si rileva da molti passi della Scrittura;[272]ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio, quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro cuore e non i vostri abiti» (Joel,ii, 13). Dobbiamo dire dunque che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa del Pentateuco.Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche superstiziose.29.Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.30.I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io Jahveh.31.Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.32.Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricoreread arti divinatorie sono ripetizione dei v. 3be 26b, dimodochè si potrebbe con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche oggetto, nè coi piedi polverosi.[273]Meschine minuzie, a cui certo non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio Santuario venerate».Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.33.E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre, non lʼopprimete.34.Come un indigeno tra voi sia per voi lo straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.35.Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso, e nel contenente.36.Bilancie giuste, pesi giusti,Efàh[274]giusto,Hin[275]giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro, che vi feci escire dalla terra dʼEgitto.37.E osserverete tutte le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete quelle: io Jahveh.I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276]Del resto il contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio, cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277]È si può dire che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime, e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.I capitolixviiiexxdel Levitico sono fra loro molto affini nel contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (xviii, 21,xx, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.Il capitoloxxcontiene di più la proibizione di ricorrere a certe specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitoloxix, e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (xxi, 17); e una raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25), senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti intorno a questo punto, stabiliti nel cap.xi. Ma sarebbe impossibile che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove il solito ripiego talmudico che nel capitoloxviiiabbiamo la sola proibizione, mentre nel capitoloxxsi contiene ancora la sanzione penale,perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitoloxviiinon avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche nel capitoloxviiiuna generale sanzione penale è stabilita per tutti i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29). Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo. Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso, cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr.xviii, 26–29,xx, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo facendone lʼanalisi.Il capitoloxx, dopo brevissima introduzione che dice doversi queste leggi esporre al popolo dʼIsraele, incomincia col proibire il culto del Dio Moloch consistente nel sacrificare ad esso i figli, bruciandoli. Questa proibizione incombe tanto agli Ebrei quanto agli stranieri che avessero dimora stabile nel paese, e il colpevole era condannato alla lapidazione (v. 2). Di più si soggiunge che Dio si sarebbe volto contro questo colpevole per distruggerlo dal popolo (v. 3). La quale espressione non contraddice alla sanzione penale del verso antecedente, come a prima vista potrebbe sembrare. Imperocchè alcuno potrebbe dire: se il colpevole era sottoposto alla lapidazione come a sanzione penale che doveva infliggersi dai tribunali umani, a che allora la giustizia divina? Ma è facile supplire a ciò che in questi due versi è sottinteso, cioè che la provvidenza divina avrebbe punito il colpevole, quando la giustizia umana per qualunque ragione non lo avesse colto. Sottinteso al quale suppliscono i due versi seguenti (4, 5), ma che giusto appunto per ciò noi crediamo interpolazione introdotta nel testo primitivo, come chiosa a spiegare quello che pareva non troppo chiaramente espresso.[279]Altrimenti non si capirebbe come uno stesso scrittore avesse ripetuto nel v. 5 quello che già aveva detto nel v. 3. Ad ogni modo però qui troviamo alternarsi la sanzione penale umana con quella divina, espressa per tre casi con frase identica, cioè che Jahveh avrebbe volto la sua faccia contro la persona del colpevole e lʼavrebbedistrutta dal suo popolo (Levit.,xvii, 11;xx, 3, 5, 6). Stando alla lettera del testo questo non può significare, se non che la Provvidenza avrebbe punito il colpevole con una morte precoce. I rabbini vi hanno aggiunto ancora di morire senza prole,[280]e questa è quella punizione provvidenziale da essi conosciuta sotto il nome diChareth(distruzione), che da ora in poi per brevità anche noi chiameremo con questo nome ebraico.Viene poi proibito (v. 6) il dirigersi a certe specie di arte divinatorie, come nel v. 31 del capitolo precedente, e anche qui la sanzione penale è del tutto lasciata alla Provvidenza.Questi due primi precetti sono sotto altra forma la stessa raccomandazione fatta nel capitoloxxdi tenersi fedeli alla religione e al culto del solo Jahveh. Verso il quale gli Ebrei dovevano essere santi, osservandone le istituzioni, imperocchè per mezzo di queste li santificava (vv. 7, 8). Anche qui troviamo il precetto della osservanza verso i genitori, ma sotto la forma proibitiva di non maledirli, accompagnata dalla sanzione della pena di morte (v. 9), come abbiamo già sopra spiegato (pag. 104) sul testo dellʼEsodo (xxi, 17).Seguono poi le leggi sulle unioni proibite. In prima lʼadulterio, poi lʼincesto con la moglie del padre, e con la nuora, la sodomia, lʼincesto con la figlia e con la madre della moglie, e il coito bestiale (vv. 10–16). Tutti questi delitti sono puniti con la pena capitale, senza che il testo scritturale ne abbia determinatoil modo, eccetto per lʼunione incestuosa con una donna e con la madre di lei, per la quale è specificato che si dovevano bruciare. Però mentre il testo parla chiaro di un vero e proprio bruciamento, i talmudisti stabilirono che dovesse eseguirsi la condanna facendo trangugiare del piombo strutto. La ragione da essi addotta per giustificare tale interpretazione è che in questa esecuzione capitale doveva rimanere il cadavere del condannato, cosa impossibile in un vero e proprio bruciamento. Con quanta verità potesse poi ciò accordarsi con le espressioni del testo è inutile domandare ai talmudisti, quando già sappiamo quale fosse il loro metodo esegetico. Apparisce dallʼaltra parte anche dal Talmud stesso che talvolta lʼesecuzione fosse fatta abbruciando il condannato col rogo.[281]Lʼadulterio secondo i talmudisti era punito con la strangolazione,[282]e gli altri delitti di sopra enumerati con la lapidazione.[283]Tanto poi per il testo biblico quanto per il Talmud nel coito bestiale veniva condannato a questo genere di morte non solo lʼuomo o la donna che se ne fossero resi colpevoli, ma anche lʼanimale. E a questo proposito domandano con ragione i talmudisti: se la persona umana è colpevole, qual colpa può imputarsi al bruto? E rispondono che ragione di dover uccidere anchʼesso, è lʼessere stato stromento di danno per lʼuomo; oppure che, venuto lo sconcio a pubblica cognizione mediante il processo, non deve lasciarsi in vita lʼanimale, perchè atto a rammentare lo scandalo.[284]Lʼincesto con la sorella, sia paterna o materna, è proibito nel v. 17, ma con una sanzione penale espressa in forma differente da quelle che precedono.E saranno, si dice in questo caso,distrutti alla presenza della gente del loro popolo: scoprì la vergogna della sua sorella, sopporti il suo delitto.Lʼessere distrutti alla presenza del popolopare che significhi essere sottoposti alla pena capitale; ma i talmudisti hanno voluto vedere anche qui uno di quei casi del loroChareth, nei quali lʼumana giustizia non poteva infliggere ai colpevoli se non la pena della fustigazione, lasciando alla Provvidenza la cura del resto; e così hanno interpretato ogni qual volta il testo si esprime con identiche o simili frasi.[285]Ma qui fa dʼuopo distinguere. Sia pur vero che la Scrittura abbia inteso di lasciare la cura della sanzione penale alla Provvidenza nei tre luoghi poco sopra enumerati dove Jahveh stesso avrebbe detto:volgerò la mia faccia contro quella persona e la distruggerò; ma non lo stesso può dirsi quando il testo dice:quella persona sarà distrutta, oquelle persone saranno distrutte dal loro popolo. Con altra forma allora si è voluto imporre la pena capitale; e tanto più ciò appare manifesto nel nostro verso 17, dove aggiungesi ancora:alla presenza della gente del loro popolo. Parole che hanno bene un significato, se trattasi di una pena che dovesse infliggersi dalla giustizia umana, ma in una morte lasciata alla cura della Provvidenza non significano più nulla. Non potrebbero neanche significare che la giustizia divina si farebbe palese: perchè anche i giusti e i buoni muojono spesso in età giovanile e senza figli: come avrebbe potutolo scrittore di questo nostro luogo pensare che la gente distinguesse se la morte di tal genere sarebbe provvidenziale e in pena di qualche commesso delitto? Si deve dunque concludere che quando la legge scritturale usa lʼespressione:sarà distrutta la persona, osaranno distrutte, se trattasi di più colpevoli, ha voluto porre come sanzione la pena capitale, sebbene i rabbini abbiano voluto vederci soltanto il provvidenzialeChareth, lasciando in questo caso allʼumana giustizia la sola pena della fustigazione.Parificato allʼincesto con la sorella è lʼaccoppiamento con una donna durante il mestruo (v. 18), la quale proibizione è da riporsi fra i riti di purità; tenendosi come cosa impurissima il flusso mestruale. Anzi i talmudisti fondandosi sopra un altro passo del Levitico (xv, 19–24, 33), spinsero la proibizione fino al punto di tenere la donna impura, anche dopo il mestruo, per tutto il tempo, sia pur questo lunghissimo, che non si sia purificata mediante una abluzione generale in un bagno,[286]che per la capacità e per la qualità dellʼacqua raccoltavi adempia a moltissime minuzie rituali, che essi si compiacquero di ammassare così in questo punto come in tutti gli altri delle pratiche religiose.Lʼincesto con la zia, o sorella del padre, o della madre, o moglie del zio paterno, e quello con la moglie del fratello sono proibiti, ma lasciati punire alla Provvidenza (19–21), perchè il testo dice soltanto sopporterannoil loro peccato, e morranno senza prole. I rabbini hanno veduto anche qui il loroChareth, e ammessa come sanzione umana la fustigazione. Vedremopoi a suo luogo quando esporremo la legislazione del Deuteronomio quale restrizione fu posta allʼincesto con la moglie del fratello. A questi casi dʼincesto lʼautore del capitoloxviiiaggiunse ancora quelli con gli antenati (v. 7) e con i discendenti (v. 10), taciuti forse dallʼautore del cap.xxcome supposti più contrarii degli altri alla stessa natura, e per conseguenza non necessari a prevedersi dalla legge. Ma oltre questi nel cap. xviii è proibita come incestuosa anche lʼunione con la sorella della moglie, questa vivente (v. 18).Alla fine poi del nostro capitoloxxsi proibiscono le pratiche negromantiche e divinatorie, sottoponendo i colpevoli alla pena della lapidazione. E questa è certo una aggiunta o dellʼautore del codice sacerdotale, o del finale compilatore. Perchè enunciata già la proibizione nel v. 6, doveva in quel medesimo luogo aggiungersi la sanzione della pena capitale, se una pratica in sostanza nulla più che superstiziosa, avesse voluto dallʼautore sottoporsi alla più grave delle punizioni, mentre, come abbiamo visto, contento di proibirla, ne lasciò la sanzione alla giustizia divina. Ma sarebbe inesplicabile che uno stesso scrittore dopo essersi a lungo trattenuto sopra leggi di altro genere, tornasse in ultimo a parlare di una prevaricazione già trattata, per sottoporla a una sanzione penale diversa da quella stabilita da prima. Inoltre poi il capitoloxxè in sè uno scritto molto armonico e unico nel concetto dʼimporre agli Israeliti lʼosservanza di certi riti e di certe leggi, come a quelli che dovevano essere fra tutti i popoli santi appo Jahveh. Perciò esso ha la sua logica e naturale conchiusione col v. 26: «E sarete a me santi, perchè santo io Jahveh, e ho separato voi dai popoli per essere a me». Come sarebbepossibile che dopo queste espressioni, che assumono e conchiudono nellʼidea di santità tutti i particolari sovra esposti, uno scrittore avesse guastato lʼunità della sua composizione per ritornare sopra una proibizione, della quale già aveva trattato? Certo nellʼetà dello scrittore sacerdotale, o in quella del finale compilatore, il rigorismo teocratico fu sì oltre spinto da tenere anche le superstizioni negromantiche e divinatorie come una vera infrazione al puro monoteismo, e perciò punibili con la pena capitale al pari dei peccati dellʼadorazione di altri Dei, e della idolatria. Quindi si è voluto supplire con questʼaggiunta a ciò che nella legge più antica sembrava manchevole.Il contenuto principale di questi due capitolixviiiexxdel Levitico, il quale si aggira principalmente intorno allo stabilire quali siano i gradi di parentela che impediscono il matrimonio, ci fa credere che essi siano fra le leggi assai per tempo stabilite nella vita civile del popolo ebreo, e per conseguenza promulgate come aggiunta al primo codice dellʼEsodoxx–xxiiiprima della legislazione deuteronomica. Un punto come questo così importante per regolare le relazioni di famiglia non può essere rimasto a lungo indeterminato, o lasciato soltanto al capriccio della consuetudine; e perciò siccome il primo codice mirava principalmente come abbiamo visto, a tutelare la libertà, la vita, e la proprietà, è ragionevole il supporre che si sia quindi sentito il bisogno di regolare con norme fisse ciò che era permesso, e ciò che era proibito in fatto di unioni matrimoniali. Tanto più ciò sembrerà naturale, quando si pensi che presso gli Ebrei, o almeno nella parte di essi intellettualmente più elevata, lʼunione matrimoniale fra certi gradi di parentela era tenuta unainfrazione a quella norma di vita pura e santa, cui il popolo eletto da Jahveh doveva informarsi. E che a fissare le leggi regolatrici di questo punto si sia ritardato nel popolo ebreo fino ai tempi dellʼesilio, o anche posteriormente, noi non possiamo in alcun modo indurci a crederlo. Perciò teniamo per fermo che senzʼalcuna ragione lʼHorst sentenzi che sia impossibile dare la prova che qualche cosa della legge del Leviticoxi,xvii–xxvisia anteriore al Deuteronomio, mentre la più parte di essa appartiene chiaramente a un posteriore grado di svolgimento.[287]Seguiamo invece, come molto più probabile, lʼopinione del Kleinert,[288]che alcune parti e precisamente quelle da noi esposte pone anteriori al Deuteronomio, quantunque del tutto dissentiamo da lui nel fissare la data per la compilazione della legge in questo libro contenuta.Ora in quanto ai due capitoli del Levitico presi da noi in esame resta la difficoltà di spiegare come e perchè le stesse leggi con poche diversità nei particolari abbiano avuto una doppia compilazione, e quale fra i due sia lʼanteriore. A questa difficoltà non puossi rispondere che con ipotesi più o meno probabili.Osserviamo che il culto del Dio Moloch è proibito nel capitoloxxin una forma molto più estesa, che nelxviii, e con una sanzione penale molto rigorosa, che nellʼaltro luogo è taciuta, e si proibiscono ancora le pratiche negromantiche, di cui nelxviiinon si fa menzione. Questo cʼinduce a credere che il capitoloxxsia stato scritto in un tempo in cui il culto politeistico e le pratiche che ne facevan parte eranotuttora seguite nel popolo ebreo, mentre lo scrittore del capitoloxviiisentiva meno il bisogno di promulgare, su questo punto, leggi proibitive. In secondo luogo poi ognuna delle leggi intorno alle unioni incestuose, o per altro titolo proibite, è accompagnata nel capitoloxxda una sanzione penale, che non in tutti i casi è eguale, ma differisce, come abbiamo visto, ora per il grado, ora soltanto per il modo della esecuzione. Se bene si riflette, questo è necessario nella prima promulgazione di una legge; mentre nel capitoloxviiila sanzione penale è espressa una sol volta in termini generali e indeterminati (v. 29), involgendo in una sola punizione tutti i delitti e i peccati sovra esposti. A che potrebbe servire una legge proibitiva, quando questa non istabilisse nel medesimo tempo a quali conseguenze si troverebbe esposto chi la infrangesse?È logico pensare precisamente il contrario del principio esegetico dei talmudisti. Essi dicono: la sanzione penale non potrebbe esserci nella legge senza una antecedente esplicita proibizione. Ma appunto la sanzione penale implicitamente contiene la proibizione, mentre questa disgiunta da quella resta senza efficacia. Se la legge decreta: Chi uccide deve essere condannato a morte, ciò basta per riporre lʼomicidio fra i delitti. Ma se la legge dice soltanto: non devi uccidere; essa non è compiuta, perchè non mi fa sapere a che pena lʼomicida deve essere sottoposto. Nè si tragga alcuna obbiezione dal modo come è composto il Decalogo; imperocchè questo, piuttosto che una vera e propria legge nel senso rigoroso di tale parola, è un compendio dei più importanti precetti religiosi o morali, che costituiscono il fondamento della legge, e che quindi ha bisogno di trovare nella piùampia compilazione di questa il suo svolgimento. E lo stesso si dica anche per il capitoloxixdel Levitico. Perciò si può capire che lʼautore del capitoloxviii, avendo innanzi a sè le leggi delxxsi sia contentato di ripeterle, e in parte ampliarle, senza aggiungerci la sanzione penale; ma se egli fosse stato il primo autore di tali leggi tale mancanza sarebbe inesplicabile. Per ultimo il modo come lʼautore del cap.xviiiparla dei popoli antecedenti possessori della Palestina, dimostra che da molto tempo essi erano distrutti (v. 28), attribuendo questa distruzione al non essersi mantenuti puri da simili peccati; mentre lʼautore del capitoloxx, sebbene certo di molto posteriore alla conquista, sa meglio conservare nelle espressioni la situazione di chi considerava la distruzione di quei popoli come un fatto non ancora compiuto. Per queste ragioni noi crediamo il capitoloxxanteriore alxviii. Ma resta sempre a spiegarsi perchè lʼautore di questo avrebbe di nuovo ripetuto leggi che per la maggior parte già esistevano. E qui possono farsi due ipotesi. O i due autori appartenevano ai due diversi stati di Samaria e di Giudea, sentendosi nellʼuno e nellʼaltro il bisogno di fissare tale specie di leggi, e ciò spiegherebbe ancora la diversità fondamentale che fra lʼuno e lʼaltro passa nella sanzione penale. Oppure il più moderno autore, vedendo forse come tali leggi spesso sʼinfrangessero, si sentì mosso da ardore religioso e morale a nuovamente bandirle, più come una raccomandazione morale che come una legge positiva. Imperocchè la ragione principale addotta dallʼautore del capitolo xviii per tenersi lontani da simili profanazioni è quella di non seguire i costumi corrotti e impuri degli Egiziani, e dei popoli antecedenti possessoridella Palestina. Come ancora è da tenersi raccomandazione morale appartenente alla dottrina profetica la minaccia che la infrazione di tali precetti sarebbe stata seguita dalla perdita del paese conquistato. La quale ipotesi spiegherebbe ancora come il secondo autore si sia contentato di accennare per le generali una indeterminata sanzione penale (v. 29), quando già il più antico legislatore a ogni trasgressione ne aveva assegnata una propria. Se pure il v. 29 è da tenersi autentico della originaria composizione, e non piuttosto da credersi col Kayser[289]aggiunta del compilatore.Qui, a nostro avviso, deve fermarsi ogni ipotesi intorno alle parti legislative dellʼEsodo e del Levitico, che possono, se non nella loro integra forma presente, almeno per il loro contenuto, giudicarsi come intermedie fra il primo piccolo codice dellʼEsodoxx–xxiii, e il più esteso e posteriore del Deuteronomio. E di queste, che potrebbero in certo modo chiamarsi Novelle diamo qui come un quadro assuntivo.1.oIstituzione di Magistrati–Esodo,xviii,21–262.oDistruzione dei popoli cananei e amalechiti»xxiii,20–43»xvii,14–163.oCommemorazione dellʼescita dallʼEgitto, rito delle azzime, consacrazione dei primogeniti»xii,21–27»xiii,3–164.oDistinzione degli animali puri e impuri permessi e proibiti come ciboLevit.,xi,in parte5.oPrescrizioni sulla lebbra–»xiii,6.oNazireato–Num.,vi,2–87.oPrescrizioni religiose e morali per la santità della vita»xix, 1–5, 9–19, 23–378.oLeggi sulle unioni carnali proibite, contro il culto del Dio Moloch, e contro le pratiche divinatorieNum.,xx,xviiiSi avverta però che non si è voluto in questa tabella stabilire in verun modo un ordine cronologico, perchè mancano a nostro avviso assolutamente glʼindizii per poterlo fissare con qualche ragionevole probabilità. Si può supporre però che le leggi indicate sotto i numeri 1, 2, 3 abbiano preceduto le altre.

Capitolo VIIaltre novelle al primo codice(Levitico,xix,xx,xviii)Come sopra già ci venne fatto di accennare (pag. 15), i capitolixvii–xxvidel Levitico constano di leggi e di riti di diversa indole, cosicchè non presentano fra loro vera unità, e mostrano ancora notevoli differenze di stile fra le loro diverse parti. Perciò contrariamente alla opinione di alcuni critici che vedono in questi capitoli un codice per sè stante, che forma quasi il passaggio nello svolgimento religioso e civile del popolo ebreo fra la legge del Deuteronomio e quella del codice sacerdotale,[237]assentiamo più volentieri allʼopinione di quelli che tengono questi capitoli di più autori e di più età, raccolti poi da un più recente compilatore.[238]Ma non parleremo qui se non di quelle parti chepossonsi con qualche probabilità tenere anteriori al Deuteronomio, le altre esamineremo al debito luogo.Il capitolo xix è una raccolta di varie raccomandazioni religiose, morali e di rito, che da un lato fanno riscontro al Decalogo e al codice dellʼEsodoxx–xxiii, dallʼaltro ad alcune leggi del Deuteronomio. Ma si presentano più nello stile parenetico dellʼesortatore morale che del vero e proprio legislatore, tanto più che non sono per nulla accompagnate da sanzioni penali, dovendosi tenere, come fra poco meglio spiegheremo, per interpolazioni di più recente mano i vv. 6–8, e 20–22.Incomincia questo nostro capitolo dal concetto di sopra già notato che il popolo dʼIsraele doveva essere santo, come santo è il suo Dio, quindi raccomanda il rispetto ai genitori, lʼosservanza del sabato come giorno santificato al riposo, e lʼadorazione di un solo Dio.1. 2.Jahveh parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta lʼadunanza dei figli dʼIsraele, e dirai loro: Santi siate, perchè santo io Jahveh vostro Dio.3.Ognuno sua madre e suo padre temete; e osservate i miei sabati, io Jahveh Dio vostro.4.Non vi volgete aglʼidoli e Dei di getto non fate a voi, io Jahveh Dio vostro.5.E quando sacrificate sacrifizi pacifici a Jahveh, a vostro piacere sacrificateli.In questi primi cinque versi si ripetono sotto forma diversa tre precetti del Decalogo, e si lascia come nel codice dellʼEsodo (xix, 24) piena libertà in quanto allʼoffrire i sacrifizi.È aliena interamente dallo stile di tutto questo luogo che in breve forma raccomanda i precetti, senza fermarsi a lungo sopra nessuno, la prescrizione dei tre versi che seguono (6–8) di dover mangiare nei due primi giorni la carne del sacrifizio, di bruciarla, se neavanzasse fino al terzo, e la sanzione penale che se fosse in questo mangiata, chi avesse in tal modo prevaricato sarebbe distrutto dal suo popolo.[239]Mentre a molti veri e propri delitti, come fra poco vedremo, non si pone in questo nostro capitolo sanzione penale, stando contento lʼautore alla raccomandazione dì astenersene, non è possibile che egli stesso abbia posto la sanzione penale alla trasgressione di un rito rispetto al sacrifizio. Ma è da credersi che o lʼautore del codice sacerdotale, o lʼultimo compilatore combinando con quello questi e altri passi, trovata in questo punto menzione del sacrifizio pacifico, vi abbia inserito la stessa prescrizione rituale che si trova in altro luogo. (Levitico,vii, 17, 18).[240]I precetti di carità verso i poveri e i forestieri, di cui abbiamo già trovato qualche esempio nel piccolo codice dellʼEsodo, hanno qui un più ampio svolgimento, imponendosi di lasciare a loro benefizio una parte delle ricolte.9.E nel vostro mietere la mèsse delle vostre terre, non terminare di mietere lʼestremità del tuo campo, e non raccogliere la spigolatura della tua mèsse.10.E la tua vigna non racimolare, nè raccoglierne gli sparsi granelli, abbandonali al povero e allo straniero: io sono Jahveh Dio vostro.Non riporteremo qui tutte le sottili distinzioni alle quali è sceso intorno a questi precetti di carità il posteriore rituale rabbinico, avendosi in questo punto unintiero trattato dellaMishnah[241]in otto capitoli, sul quale però non abbiamoGhemarà babilonese, ma solo quella gerosolimitana. Sono da notarsi peraltro alcune disposizioni rabbiniche tutte a vantaggio dei poveri. Se il testo biblico raccomanda di lasciare nel mietere lʼestrema parte del campo a benefizio deglʼindigenti, parrebbe che ciò avesse voluto dirsi soltanto per tutte le specie di fromenti; ai quali si applica propriamente la parola mietere. Ma i Rabbini stabilirono in principio generale che ogni specie di alimento, che può conservarsi, che cresce dalla terra, che si raccoglie in un dato tempo, e si ripone per conservarlo, debba essere sottoposto a questa donazione per i poveri; dimodochè vi compresero oltre i frumenti anche i legumi e quelle specie di piante i cui frutti si ripongono per conservarsi, come i cornioli,[242]i carubi, i noci, i mandorli, le viti, i granati, gli olivi e le palme.[243]Stabilirono ancora che questa estrema parte da lasciarsi ai poveri non potesse essere, al minimo, inferiore a un sessantesimo.[244]Intorno poi al non racimolare la vite, dal testo biblico apparirebbe che si raccomandasse di lasciare ai poveri i piccoli grappoli sparsi qua e là, che sogliono restare, fatta la vendemmia. Ma i talmudisti hanno stabilito che racemoli si chiamano tutte quelle uve che non sono raccolte in grossi grappoli, dimodochè se una vite producesse il suo frutto tutto inquesta maniera, tutto dovrebbe lasciarsi ai poveri, secondo lʼopinione di un dottore, la quale prevalse contro quella dʼun altro che diversamente opinava.[245]A questi precetti di carità seguono, più in forma di raccomandazioni che di leggi, insegnamenti morali concernenti le relazioni fra uomo e uomo, per la proprietà, per il rispetto alla persona, e alla vita, per lʼamministrazione della giustizia, e anche per quella umanità degli intimi sentimenti, senza la quale non può darsi vero consorzio civile.11.Non rubate, e non mentite, e non siate falsi ciascuno contro il suo prossimo.12.E non giurate per il mio nome in falso, profanando il nome del tuo Dio: io Jahveh.13.Non opprimere il tuo compagno, e non rapire; non rimanga la paga del mercenario presso di te fino la mattina.14.Non maledire il sordo, e davanti il cieco non porre inciampo, e temerai del tuo Dio: io Jahveh.15.Non fate torto nel giudicare; non aver rispetto al povero, non avere ossequio al grande, con giustizia giudica il tuo prossimo.16.Non andare sparlando fra le tue genti, non sorgere contro il sangue del tuo compagno: io Jahveh.17.Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendi pure il tuo prossimo, e non ti aggravare per lui di peccato.18.Non prendere vendetta, e non serbare rancore contro i figli del tuo popolo, anzi ama il tuo compagno come te: io Jahveh.In questi precetti, che sono in parte ripetizione e in parte ampliazione del Decalogo e delle susseguenti leggi, i talmudisti hanno voluto trovare anche precise prescrizioni legali, se non per tutti, almeno per alcuni di essi. Intorno al primo: «non rubate» già sopra abbiamo notato che è questa per essi la vera proibizione di attentare allʼaltrui proprietà, mentre il precetto corrispondente del Decalogo «non rubare» siriferirebbe solo al plagio,[246]e la legge sul furto (Esodo,xxi, 37,xxii, 3), conterrebbe la sanzione penale, la quale secondo un principio di esegesi talmudica già sopra esposto (pag. 37) non potrebbe stare senza una disposizione proibitiva. Non è da tacersi nemmeno che un dottore talmudico intese questo passo del Levitico in modo anche più morale, volendo trovarvi la proibizione della rappresaglia, e inibendo così al derubato di portar via da sè stesso al ladro lʼoggetto rubatogli.[247]Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al comando di non negare la restituzione di un deposito.[248]Il non esser falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare in falso per negare un debito.[249]La proibizione poi di non giurare in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento. Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo, essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per uno di questi.[250]Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione di non defraudare il salario dei mercenari[251]per qualunque titolo sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltruiper violenza, mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253]E il non porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254]Nulla di nuovo aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia, se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]Il non insorgere contro il sangue del prossimo significa secondo la lettera non far nulla che possa recar nocumento allʼaltrui vita. E forse non a torto lʼAben Ezra vede qui un nesso con la precedente proibizione, perchè il diffamare può essere talvolta, come cagione remota, un attentato contro la vita. Ma i talmudisti vollero trovarci insegnamenti di ben altra portata morale, cioè lʼobbligo di deporre come testimone, quando alcuno sia stato presente al fattoportato in giudizio, e il dovere di difendere il prossimo quando si veda in pericolo di morte;[256]e così tradusse anche il Luzzatto «nè rimanerti spettatore [inerte] nel pericolo della vita del tuo prossimo».Senza allontanarsi poi dal significato letterale, molto bene notarono gli stessi talmudisti che il precetto dinon odiare il fratello nel cuore, proibisce anche il solo sentimento dellʼodio, sebbene non manifestato con atti ingiuriosi e offensivi.[257]Il riprendere il prossimo, se lo crediamo in colpa, appare nel significato letterale del testo una concessione connessa con lʼavvertimento che precede di non odiarlo, e con ciò che poi segue di non sopportare per causa di lui peccato; perchè riprendendo il compagno del suo fallo, non si serba contro di lui sentimento avverso, e quindi non si cade in questo peccato. Ma i talmudisti del riprendere il prossimo, se in colpa, ne fecero un dovere, e dando tuttʼaltro senso alle parole che seguono le intesero come se significassero «tu hai il dovere di riprenderlo, fino al punto però, che la riprensione non sia per lui cagione dì vergogna.[258]Finalmente sul precetto di amare il compagno come sè stesso, il celebre ʼAqibà si contentò di esprimere queste notevoli parole: «Questo è un grande principio nella legge».[259]Ai sovra esposti precetti di moralità succedono alcuni religiosi, che però rientrano nel principio generale di conformare la vita a regole di purità e santità:19.I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260]non si ponga sopra di te.[261]23.E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto, tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi.24.E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per celebrazione a Jahveh.25.E nellʼanno quinto mangerete il suo frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio vostro.26.Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni.27.Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i lati della tua barba.28.E incisione per morto non ponete nelle vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io Jahveh.Il precetto di non confondere le specie nè per la riproduzione degli animali, nè per la coltura della terra e nemmeno negli abiti è da tenersi come motivato dal rispetto che si voleva imporre alle leggi naturali, le quali lʼarbitrio dellʼuomo non deve alterare, e però questi precetti sono preceduti dalle parole, imiei statuti osserverete, cioè quelle eterne leggi che Jahveh creatore ha istituito. Quindi quelle parole nel testo hanno la loro ragione dʼessere, e non si capisce troppo perchè da qualche critico vogliano tenersi come interpolate. Non così i tre versi 20–22 che per il contenuto sono estranei a tutto lʼargomento del nostro capitolo, e per la forma ne differiscono talmente da dover credere che appartengono veramente ad altro autore.[262]Gli traduciamo, acciocchè il lettore possa da sè stesso giudicarne.20.E quando uomo giacesse con donna in accoppiamento carnale, ed essa fosse serva appartenente ad altrʼuomo, ma non fosse riscattata, nè le fosse data libertà, punizione se ne farà; ma non morranno, perchè non era libera.21.E porterà il suo sacrifizio della colpa a Jahveh, alla porta della tenda della congregazione, un montone espiatorio.22.Ed espierà per lui il sacerdote col montone espiatorio dinanzi Jahveh per il suo peccato che avrà commesso, e sarà perdonato del suo peccato che avrà commesso.Per quanto i concetti in questo capitolo si succedano con una certa libertà, pure siccome dallʼaltro lato un qualunque nesso non manca, almeno dividendoli in gruppi generali, il lettore resta da prima meravigliato, vedendo interrotta la continuazione dei pensieri fra il precetto di non promiscuare le diverse specie e quello di non mangiare i frutti degli alberi primaticci per i primi tre anni. Perchè questi due precetti hanno in certo modo tra loro una qualche relazione, come attinenti ambedue allʼagricoltura, e non si può intendere perchè sarebbe posta fra lʼuno e lʼaltro questa legge così precisa sulla unione illegittima con una schiava che appartenga ad altri. In secondo luogo poi tutto il contenuto di questo capitolo non è di leggi precise e determinate accompagnate dalla sanzione penale, ma di precetti e avvertimenti generali di religione, moralità e giustizia. Si capirebbe che lʼautore su questo punto avesse fatto una raccomandazione in termini generali per imporre il rispetto della donna altrui; ma il prendere a considerare uno specialissimo caso, e non certo il più grave in questo genere, anzi il più lieve, e il porviancora la sanzione penale, non si accorda in nessun modo con tutto il resto, se non dobbiamo dire che troppo ne dissente. In terzo luogo la forma delle espressioni è onninamente diversa, e sotto più rispetti.Prima di tutto, gli altri avvertimenti di questo nostro capitolo sono in seconda persona, ora al singolare, ora al plurale, ma sempre come una raccomandazione diretta a tutto il popolo, ora considerato come un ente collettivo, e ora volgendosi ad ognuno dei suoi individui. Qui invece, lasciato il discorso diretto, si suppone in terza persona il caso di alcuno che commetta quel tale peccato. Questo subitaneo cangiamento di stile è troppo brusco e inaspettato per potere appartenere a uno stesso scrittore.Ma più di questo colpisce la straordinaria e slombata diffusione di questi tre versi messi a confronto colla rapida e verbosa concisione di tutto il resto. Chi osservi quanta materia è condensata in questo capitolo, e come i precetti sono tutti espressi nella più stringata forma sentenziosa non potrà capacitarsi che uno stesso autore abbia impiegato tante inutili parole, in questi tre versi. Nè si citi come altro esempio di diffusione il precetto sugli alberi primaticci; perchè se questo è spiegato con più parole che gli altri, erano però tutte necessarie a rendere chiaro il concetto, e nulla vi si potrebbe togliere come inutile. Mentre nei tre versi in questione è proprio la diffusione oziosa, in cui lo scrittore del codice sacerdotale si compiace, quando si tratti di ciò che attiene al culto. Per la qual cosa è da credersi che qui abbiamo una interpolazione, di cui possiamo tanto più renderci ragione nel seguente modo.Il capitolo venti tratta principalmente delle unioni illecite sia per adulterio, sia per incesto, sia per accoppiamento infame o bestiale; ma non annovera fra gli altri questo caso di unirsi a una donna di condizione servile, i cui sponsali per non essere stata posta in libertà non erano tenuti legittimi.Ora o lo scrittore del codice sacerdotale nellʼaccogliere nella sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile del capitoloxx, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete sempre questa forma:e uomo che giacesseecc.; similmente come essi tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitoloxx, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non condannabile con la pena capitale (xx, 19–22). Imperocchè, trattandosi non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col termine diBiqqoreth, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio espiatorio.[263]Secondo invece il significato letterale del testo dovevano essere tutti e duesottoposti alla stessa pena, qualunque questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte originaria e integrale di questo nostro capitolo.Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori. Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265]Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi, lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetàdei Noachidi (Genesi,ix, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione, e non è da preferirsi quella della versione alessandrina:non mangiate sui monti,[266]che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e idolatriche.I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale, sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267]Tanto era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio, permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri mezzi.[268]Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di persona rispettabile?[270]È verissimo che fra incrudelire nel proprio corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito, e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del Levitico, (x, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab e Abihu,[271]giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in segno di doloree di disperazione, come si rileva da molti passi della Scrittura;[272]ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio, quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro cuore e non i vostri abiti» (Joel,ii, 13). Dobbiamo dire dunque che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa del Pentateuco.Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche superstiziose.29.Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.30.I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io Jahveh.31.Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.32.Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricoreread arti divinatorie sono ripetizione dei v. 3be 26b, dimodochè si potrebbe con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche oggetto, nè coi piedi polverosi.[273]Meschine minuzie, a cui certo non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio Santuario venerate».Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.33.E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre, non lʼopprimete.34.Come un indigeno tra voi sia per voi lo straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.35.Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso, e nel contenente.36.Bilancie giuste, pesi giusti,Efàh[274]giusto,Hin[275]giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro, che vi feci escire dalla terra dʼEgitto.37.E osserverete tutte le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete quelle: io Jahveh.I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276]Del resto il contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio, cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277]È si può dire che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime, e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.I capitolixviiiexxdel Levitico sono fra loro molto affini nel contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (xviii, 21,xx, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.Il capitoloxxcontiene di più la proibizione di ricorrere a certe specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitoloxix, e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (xxi, 17); e una raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25), senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti intorno a questo punto, stabiliti nel cap.xi. Ma sarebbe impossibile che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove il solito ripiego talmudico che nel capitoloxviiiabbiamo la sola proibizione, mentre nel capitoloxxsi contiene ancora la sanzione penale,perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitoloxviiinon avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche nel capitoloxviiiuna generale sanzione penale è stabilita per tutti i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29). Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo. Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso, cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr.xviii, 26–29,xx, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo facendone lʼanalisi.Il capitoloxx, dopo brevissima introduzione che dice doversi queste leggi esporre al popolo dʼIsraele, incomincia col proibire il culto del Dio Moloch consistente nel sacrificare ad esso i figli, bruciandoli. Questa proibizione incombe tanto agli Ebrei quanto agli stranieri che avessero dimora stabile nel paese, e il colpevole era condannato alla lapidazione (v. 2). Di più si soggiunge che Dio si sarebbe volto contro questo colpevole per distruggerlo dal popolo (v. 3). La quale espressione non contraddice alla sanzione penale del verso antecedente, come a prima vista potrebbe sembrare. Imperocchè alcuno potrebbe dire: se il colpevole era sottoposto alla lapidazione come a sanzione penale che doveva infliggersi dai tribunali umani, a che allora la giustizia divina? Ma è facile supplire a ciò che in questi due versi è sottinteso, cioè che la provvidenza divina avrebbe punito il colpevole, quando la giustizia umana per qualunque ragione non lo avesse colto. Sottinteso al quale suppliscono i due versi seguenti (4, 5), ma che giusto appunto per ciò noi crediamo interpolazione introdotta nel testo primitivo, come chiosa a spiegare quello che pareva non troppo chiaramente espresso.[279]Altrimenti non si capirebbe come uno stesso scrittore avesse ripetuto nel v. 5 quello che già aveva detto nel v. 3. Ad ogni modo però qui troviamo alternarsi la sanzione penale umana con quella divina, espressa per tre casi con frase identica, cioè che Jahveh avrebbe volto la sua faccia contro la persona del colpevole e lʼavrebbedistrutta dal suo popolo (Levit.,xvii, 11;xx, 3, 5, 6). Stando alla lettera del testo questo non può significare, se non che la Provvidenza avrebbe punito il colpevole con una morte precoce. I rabbini vi hanno aggiunto ancora di morire senza prole,[280]e questa è quella punizione provvidenziale da essi conosciuta sotto il nome diChareth(distruzione), che da ora in poi per brevità anche noi chiameremo con questo nome ebraico.Viene poi proibito (v. 6) il dirigersi a certe specie di arte divinatorie, come nel v. 31 del capitolo precedente, e anche qui la sanzione penale è del tutto lasciata alla Provvidenza.Questi due primi precetti sono sotto altra forma la stessa raccomandazione fatta nel capitoloxxdi tenersi fedeli alla religione e al culto del solo Jahveh. Verso il quale gli Ebrei dovevano essere santi, osservandone le istituzioni, imperocchè per mezzo di queste li santificava (vv. 7, 8). Anche qui troviamo il precetto della osservanza verso i genitori, ma sotto la forma proibitiva di non maledirli, accompagnata dalla sanzione della pena di morte (v. 9), come abbiamo già sopra spiegato (pag. 104) sul testo dellʼEsodo (xxi, 17).Seguono poi le leggi sulle unioni proibite. In prima lʼadulterio, poi lʼincesto con la moglie del padre, e con la nuora, la sodomia, lʼincesto con la figlia e con la madre della moglie, e il coito bestiale (vv. 10–16). Tutti questi delitti sono puniti con la pena capitale, senza che il testo scritturale ne abbia determinatoil modo, eccetto per lʼunione incestuosa con una donna e con la madre di lei, per la quale è specificato che si dovevano bruciare. Però mentre il testo parla chiaro di un vero e proprio bruciamento, i talmudisti stabilirono che dovesse eseguirsi la condanna facendo trangugiare del piombo strutto. La ragione da essi addotta per giustificare tale interpretazione è che in questa esecuzione capitale doveva rimanere il cadavere del condannato, cosa impossibile in un vero e proprio bruciamento. Con quanta verità potesse poi ciò accordarsi con le espressioni del testo è inutile domandare ai talmudisti, quando già sappiamo quale fosse il loro metodo esegetico. Apparisce dallʼaltra parte anche dal Talmud stesso che talvolta lʼesecuzione fosse fatta abbruciando il condannato col rogo.[281]Lʼadulterio secondo i talmudisti era punito con la strangolazione,[282]e gli altri delitti di sopra enumerati con la lapidazione.[283]Tanto poi per il testo biblico quanto per il Talmud nel coito bestiale veniva condannato a questo genere di morte non solo lʼuomo o la donna che se ne fossero resi colpevoli, ma anche lʼanimale. E a questo proposito domandano con ragione i talmudisti: se la persona umana è colpevole, qual colpa può imputarsi al bruto? E rispondono che ragione di dover uccidere anchʼesso, è lʼessere stato stromento di danno per lʼuomo; oppure che, venuto lo sconcio a pubblica cognizione mediante il processo, non deve lasciarsi in vita lʼanimale, perchè atto a rammentare lo scandalo.[284]Lʼincesto con la sorella, sia paterna o materna, è proibito nel v. 17, ma con una sanzione penale espressa in forma differente da quelle che precedono.E saranno, si dice in questo caso,distrutti alla presenza della gente del loro popolo: scoprì la vergogna della sua sorella, sopporti il suo delitto.Lʼessere distrutti alla presenza del popolopare che significhi essere sottoposti alla pena capitale; ma i talmudisti hanno voluto vedere anche qui uno di quei casi del loroChareth, nei quali lʼumana giustizia non poteva infliggere ai colpevoli se non la pena della fustigazione, lasciando alla Provvidenza la cura del resto; e così hanno interpretato ogni qual volta il testo si esprime con identiche o simili frasi.[285]Ma qui fa dʼuopo distinguere. Sia pur vero che la Scrittura abbia inteso di lasciare la cura della sanzione penale alla Provvidenza nei tre luoghi poco sopra enumerati dove Jahveh stesso avrebbe detto:volgerò la mia faccia contro quella persona e la distruggerò; ma non lo stesso può dirsi quando il testo dice:quella persona sarà distrutta, oquelle persone saranno distrutte dal loro popolo. Con altra forma allora si è voluto imporre la pena capitale; e tanto più ciò appare manifesto nel nostro verso 17, dove aggiungesi ancora:alla presenza della gente del loro popolo. Parole che hanno bene un significato, se trattasi di una pena che dovesse infliggersi dalla giustizia umana, ma in una morte lasciata alla cura della Provvidenza non significano più nulla. Non potrebbero neanche significare che la giustizia divina si farebbe palese: perchè anche i giusti e i buoni muojono spesso in età giovanile e senza figli: come avrebbe potutolo scrittore di questo nostro luogo pensare che la gente distinguesse se la morte di tal genere sarebbe provvidenziale e in pena di qualche commesso delitto? Si deve dunque concludere che quando la legge scritturale usa lʼespressione:sarà distrutta la persona, osaranno distrutte, se trattasi di più colpevoli, ha voluto porre come sanzione la pena capitale, sebbene i rabbini abbiano voluto vederci soltanto il provvidenzialeChareth, lasciando in questo caso allʼumana giustizia la sola pena della fustigazione.Parificato allʼincesto con la sorella è lʼaccoppiamento con una donna durante il mestruo (v. 18), la quale proibizione è da riporsi fra i riti di purità; tenendosi come cosa impurissima il flusso mestruale. Anzi i talmudisti fondandosi sopra un altro passo del Levitico (xv, 19–24, 33), spinsero la proibizione fino al punto di tenere la donna impura, anche dopo il mestruo, per tutto il tempo, sia pur questo lunghissimo, che non si sia purificata mediante una abluzione generale in un bagno,[286]che per la capacità e per la qualità dellʼacqua raccoltavi adempia a moltissime minuzie rituali, che essi si compiacquero di ammassare così in questo punto come in tutti gli altri delle pratiche religiose.Lʼincesto con la zia, o sorella del padre, o della madre, o moglie del zio paterno, e quello con la moglie del fratello sono proibiti, ma lasciati punire alla Provvidenza (19–21), perchè il testo dice soltanto sopporterannoil loro peccato, e morranno senza prole. I rabbini hanno veduto anche qui il loroChareth, e ammessa come sanzione umana la fustigazione. Vedremopoi a suo luogo quando esporremo la legislazione del Deuteronomio quale restrizione fu posta allʼincesto con la moglie del fratello. A questi casi dʼincesto lʼautore del capitoloxviiiaggiunse ancora quelli con gli antenati (v. 7) e con i discendenti (v. 10), taciuti forse dallʼautore del cap.xxcome supposti più contrarii degli altri alla stessa natura, e per conseguenza non necessari a prevedersi dalla legge. Ma oltre questi nel cap. xviii è proibita come incestuosa anche lʼunione con la sorella della moglie, questa vivente (v. 18).Alla fine poi del nostro capitoloxxsi proibiscono le pratiche negromantiche e divinatorie, sottoponendo i colpevoli alla pena della lapidazione. E questa è certo una aggiunta o dellʼautore del codice sacerdotale, o del finale compilatore. Perchè enunciata già la proibizione nel v. 6, doveva in quel medesimo luogo aggiungersi la sanzione della pena capitale, se una pratica in sostanza nulla più che superstiziosa, avesse voluto dallʼautore sottoporsi alla più grave delle punizioni, mentre, come abbiamo visto, contento di proibirla, ne lasciò la sanzione alla giustizia divina. Ma sarebbe inesplicabile che uno stesso scrittore dopo essersi a lungo trattenuto sopra leggi di altro genere, tornasse in ultimo a parlare di una prevaricazione già trattata, per sottoporla a una sanzione penale diversa da quella stabilita da prima. Inoltre poi il capitoloxxè in sè uno scritto molto armonico e unico nel concetto dʼimporre agli Israeliti lʼosservanza di certi riti e di certe leggi, come a quelli che dovevano essere fra tutti i popoli santi appo Jahveh. Perciò esso ha la sua logica e naturale conchiusione col v. 26: «E sarete a me santi, perchè santo io Jahveh, e ho separato voi dai popoli per essere a me». Come sarebbepossibile che dopo queste espressioni, che assumono e conchiudono nellʼidea di santità tutti i particolari sovra esposti, uno scrittore avesse guastato lʼunità della sua composizione per ritornare sopra una proibizione, della quale già aveva trattato? Certo nellʼetà dello scrittore sacerdotale, o in quella del finale compilatore, il rigorismo teocratico fu sì oltre spinto da tenere anche le superstizioni negromantiche e divinatorie come una vera infrazione al puro monoteismo, e perciò punibili con la pena capitale al pari dei peccati dellʼadorazione di altri Dei, e della idolatria. Quindi si è voluto supplire con questʼaggiunta a ciò che nella legge più antica sembrava manchevole.Il contenuto principale di questi due capitolixviiiexxdel Levitico, il quale si aggira principalmente intorno allo stabilire quali siano i gradi di parentela che impediscono il matrimonio, ci fa credere che essi siano fra le leggi assai per tempo stabilite nella vita civile del popolo ebreo, e per conseguenza promulgate come aggiunta al primo codice dellʼEsodoxx–xxiiiprima della legislazione deuteronomica. Un punto come questo così importante per regolare le relazioni di famiglia non può essere rimasto a lungo indeterminato, o lasciato soltanto al capriccio della consuetudine; e perciò siccome il primo codice mirava principalmente come abbiamo visto, a tutelare la libertà, la vita, e la proprietà, è ragionevole il supporre che si sia quindi sentito il bisogno di regolare con norme fisse ciò che era permesso, e ciò che era proibito in fatto di unioni matrimoniali. Tanto più ciò sembrerà naturale, quando si pensi che presso gli Ebrei, o almeno nella parte di essi intellettualmente più elevata, lʼunione matrimoniale fra certi gradi di parentela era tenuta unainfrazione a quella norma di vita pura e santa, cui il popolo eletto da Jahveh doveva informarsi. E che a fissare le leggi regolatrici di questo punto si sia ritardato nel popolo ebreo fino ai tempi dellʼesilio, o anche posteriormente, noi non possiamo in alcun modo indurci a crederlo. Perciò teniamo per fermo che senzʼalcuna ragione lʼHorst sentenzi che sia impossibile dare la prova che qualche cosa della legge del Leviticoxi,xvii–xxvisia anteriore al Deuteronomio, mentre la più parte di essa appartiene chiaramente a un posteriore grado di svolgimento.[287]Seguiamo invece, come molto più probabile, lʼopinione del Kleinert,[288]che alcune parti e precisamente quelle da noi esposte pone anteriori al Deuteronomio, quantunque del tutto dissentiamo da lui nel fissare la data per la compilazione della legge in questo libro contenuta.Ora in quanto ai due capitoli del Levitico presi da noi in esame resta la difficoltà di spiegare come e perchè le stesse leggi con poche diversità nei particolari abbiano avuto una doppia compilazione, e quale fra i due sia lʼanteriore. A questa difficoltà non puossi rispondere che con ipotesi più o meno probabili.Osserviamo che il culto del Dio Moloch è proibito nel capitoloxxin una forma molto più estesa, che nelxviii, e con una sanzione penale molto rigorosa, che nellʼaltro luogo è taciuta, e si proibiscono ancora le pratiche negromantiche, di cui nelxviiinon si fa menzione. Questo cʼinduce a credere che il capitoloxxsia stato scritto in un tempo in cui il culto politeistico e le pratiche che ne facevan parte eranotuttora seguite nel popolo ebreo, mentre lo scrittore del capitoloxviiisentiva meno il bisogno di promulgare, su questo punto, leggi proibitive. In secondo luogo poi ognuna delle leggi intorno alle unioni incestuose, o per altro titolo proibite, è accompagnata nel capitoloxxda una sanzione penale, che non in tutti i casi è eguale, ma differisce, come abbiamo visto, ora per il grado, ora soltanto per il modo della esecuzione. Se bene si riflette, questo è necessario nella prima promulgazione di una legge; mentre nel capitoloxviiila sanzione penale è espressa una sol volta in termini generali e indeterminati (v. 29), involgendo in una sola punizione tutti i delitti e i peccati sovra esposti. A che potrebbe servire una legge proibitiva, quando questa non istabilisse nel medesimo tempo a quali conseguenze si troverebbe esposto chi la infrangesse?È logico pensare precisamente il contrario del principio esegetico dei talmudisti. Essi dicono: la sanzione penale non potrebbe esserci nella legge senza una antecedente esplicita proibizione. Ma appunto la sanzione penale implicitamente contiene la proibizione, mentre questa disgiunta da quella resta senza efficacia. Se la legge decreta: Chi uccide deve essere condannato a morte, ciò basta per riporre lʼomicidio fra i delitti. Ma se la legge dice soltanto: non devi uccidere; essa non è compiuta, perchè non mi fa sapere a che pena lʼomicida deve essere sottoposto. Nè si tragga alcuna obbiezione dal modo come è composto il Decalogo; imperocchè questo, piuttosto che una vera e propria legge nel senso rigoroso di tale parola, è un compendio dei più importanti precetti religiosi o morali, che costituiscono il fondamento della legge, e che quindi ha bisogno di trovare nella piùampia compilazione di questa il suo svolgimento. E lo stesso si dica anche per il capitoloxixdel Levitico. Perciò si può capire che lʼautore del capitoloxviii, avendo innanzi a sè le leggi delxxsi sia contentato di ripeterle, e in parte ampliarle, senza aggiungerci la sanzione penale; ma se egli fosse stato il primo autore di tali leggi tale mancanza sarebbe inesplicabile. Per ultimo il modo come lʼautore del cap.xviiiparla dei popoli antecedenti possessori della Palestina, dimostra che da molto tempo essi erano distrutti (v. 28), attribuendo questa distruzione al non essersi mantenuti puri da simili peccati; mentre lʼautore del capitoloxx, sebbene certo di molto posteriore alla conquista, sa meglio conservare nelle espressioni la situazione di chi considerava la distruzione di quei popoli come un fatto non ancora compiuto. Per queste ragioni noi crediamo il capitoloxxanteriore alxviii. Ma resta sempre a spiegarsi perchè lʼautore di questo avrebbe di nuovo ripetuto leggi che per la maggior parte già esistevano. E qui possono farsi due ipotesi. O i due autori appartenevano ai due diversi stati di Samaria e di Giudea, sentendosi nellʼuno e nellʼaltro il bisogno di fissare tale specie di leggi, e ciò spiegherebbe ancora la diversità fondamentale che fra lʼuno e lʼaltro passa nella sanzione penale. Oppure il più moderno autore, vedendo forse come tali leggi spesso sʼinfrangessero, si sentì mosso da ardore religioso e morale a nuovamente bandirle, più come una raccomandazione morale che come una legge positiva. Imperocchè la ragione principale addotta dallʼautore del capitolo xviii per tenersi lontani da simili profanazioni è quella di non seguire i costumi corrotti e impuri degli Egiziani, e dei popoli antecedenti possessoridella Palestina. Come ancora è da tenersi raccomandazione morale appartenente alla dottrina profetica la minaccia che la infrazione di tali precetti sarebbe stata seguita dalla perdita del paese conquistato. La quale ipotesi spiegherebbe ancora come il secondo autore si sia contentato di accennare per le generali una indeterminata sanzione penale (v. 29), quando già il più antico legislatore a ogni trasgressione ne aveva assegnata una propria. Se pure il v. 29 è da tenersi autentico della originaria composizione, e non piuttosto da credersi col Kayser[289]aggiunta del compilatore.Qui, a nostro avviso, deve fermarsi ogni ipotesi intorno alle parti legislative dellʼEsodo e del Levitico, che possono, se non nella loro integra forma presente, almeno per il loro contenuto, giudicarsi come intermedie fra il primo piccolo codice dellʼEsodoxx–xxiii, e il più esteso e posteriore del Deuteronomio. E di queste, che potrebbero in certo modo chiamarsi Novelle diamo qui come un quadro assuntivo.1.oIstituzione di Magistrati–Esodo,xviii,21–262.oDistruzione dei popoli cananei e amalechiti»xxiii,20–43»xvii,14–163.oCommemorazione dellʼescita dallʼEgitto, rito delle azzime, consacrazione dei primogeniti»xii,21–27»xiii,3–164.oDistinzione degli animali puri e impuri permessi e proibiti come ciboLevit.,xi,in parte5.oPrescrizioni sulla lebbra–»xiii,6.oNazireato–Num.,vi,2–87.oPrescrizioni religiose e morali per la santità della vita»xix, 1–5, 9–19, 23–378.oLeggi sulle unioni carnali proibite, contro il culto del Dio Moloch, e contro le pratiche divinatorieNum.,xx,xviiiSi avverta però che non si è voluto in questa tabella stabilire in verun modo un ordine cronologico, perchè mancano a nostro avviso assolutamente glʼindizii per poterlo fissare con qualche ragionevole probabilità. Si può supporre però che le leggi indicate sotto i numeri 1, 2, 3 abbiano preceduto le altre.

altre novelle al primo codice

(Levitico,xix,xx,xviii)

Come sopra già ci venne fatto di accennare (pag. 15), i capitolixvii–xxvidel Levitico constano di leggi e di riti di diversa indole, cosicchè non presentano fra loro vera unità, e mostrano ancora notevoli differenze di stile fra le loro diverse parti. Perciò contrariamente alla opinione di alcuni critici che vedono in questi capitoli un codice per sè stante, che forma quasi il passaggio nello svolgimento religioso e civile del popolo ebreo fra la legge del Deuteronomio e quella del codice sacerdotale,[237]assentiamo più volentieri allʼopinione di quelli che tengono questi capitoli di più autori e di più età, raccolti poi da un più recente compilatore.[238]Ma non parleremo qui se non di quelle parti chepossonsi con qualche probabilità tenere anteriori al Deuteronomio, le altre esamineremo al debito luogo.

Il capitolo xix è una raccolta di varie raccomandazioni religiose, morali e di rito, che da un lato fanno riscontro al Decalogo e al codice dellʼEsodoxx–xxiii, dallʼaltro ad alcune leggi del Deuteronomio. Ma si presentano più nello stile parenetico dellʼesortatore morale che del vero e proprio legislatore, tanto più che non sono per nulla accompagnate da sanzioni penali, dovendosi tenere, come fra poco meglio spiegheremo, per interpolazioni di più recente mano i vv. 6–8, e 20–22.

Incomincia questo nostro capitolo dal concetto di sopra già notato che il popolo dʼIsraele doveva essere santo, come santo è il suo Dio, quindi raccomanda il rispetto ai genitori, lʼosservanza del sabato come giorno santificato al riposo, e lʼadorazione di un solo Dio.

1. 2.Jahveh parlò a Mosè, dicendo: Parla a tutta lʼadunanza dei figli dʼIsraele, e dirai loro: Santi siate, perchè santo io Jahveh vostro Dio.3.Ognuno sua madre e suo padre temete; e osservate i miei sabati, io Jahveh Dio vostro.4.Non vi volgete aglʼidoli e Dei di getto non fate a voi, io Jahveh Dio vostro.5.E quando sacrificate sacrifizi pacifici a Jahveh, a vostro piacere sacrificateli.

In questi primi cinque versi si ripetono sotto forma diversa tre precetti del Decalogo, e si lascia come nel codice dellʼEsodo (xix, 24) piena libertà in quanto allʼoffrire i sacrifizi.

È aliena interamente dallo stile di tutto questo luogo che in breve forma raccomanda i precetti, senza fermarsi a lungo sopra nessuno, la prescrizione dei tre versi che seguono (6–8) di dover mangiare nei due primi giorni la carne del sacrifizio, di bruciarla, se neavanzasse fino al terzo, e la sanzione penale che se fosse in questo mangiata, chi avesse in tal modo prevaricato sarebbe distrutto dal suo popolo.[239]Mentre a molti veri e propri delitti, come fra poco vedremo, non si pone in questo nostro capitolo sanzione penale, stando contento lʼautore alla raccomandazione dì astenersene, non è possibile che egli stesso abbia posto la sanzione penale alla trasgressione di un rito rispetto al sacrifizio. Ma è da credersi che o lʼautore del codice sacerdotale, o lʼultimo compilatore combinando con quello questi e altri passi, trovata in questo punto menzione del sacrifizio pacifico, vi abbia inserito la stessa prescrizione rituale che si trova in altro luogo. (Levitico,vii, 17, 18).[240]

I precetti di carità verso i poveri e i forestieri, di cui abbiamo già trovato qualche esempio nel piccolo codice dellʼEsodo, hanno qui un più ampio svolgimento, imponendosi di lasciare a loro benefizio una parte delle ricolte.

9.E nel vostro mietere la mèsse delle vostre terre, non terminare di mietere lʼestremità del tuo campo, e non raccogliere la spigolatura della tua mèsse.10.E la tua vigna non racimolare, nè raccoglierne gli sparsi granelli, abbandonali al povero e allo straniero: io sono Jahveh Dio vostro.

Non riporteremo qui tutte le sottili distinzioni alle quali è sceso intorno a questi precetti di carità il posteriore rituale rabbinico, avendosi in questo punto unintiero trattato dellaMishnah[241]in otto capitoli, sul quale però non abbiamoGhemarà babilonese, ma solo quella gerosolimitana. Sono da notarsi peraltro alcune disposizioni rabbiniche tutte a vantaggio dei poveri. Se il testo biblico raccomanda di lasciare nel mietere lʼestrema parte del campo a benefizio deglʼindigenti, parrebbe che ciò avesse voluto dirsi soltanto per tutte le specie di fromenti; ai quali si applica propriamente la parola mietere. Ma i Rabbini stabilirono in principio generale che ogni specie di alimento, che può conservarsi, che cresce dalla terra, che si raccoglie in un dato tempo, e si ripone per conservarlo, debba essere sottoposto a questa donazione per i poveri; dimodochè vi compresero oltre i frumenti anche i legumi e quelle specie di piante i cui frutti si ripongono per conservarsi, come i cornioli,[242]i carubi, i noci, i mandorli, le viti, i granati, gli olivi e le palme.[243]Stabilirono ancora che questa estrema parte da lasciarsi ai poveri non potesse essere, al minimo, inferiore a un sessantesimo.[244]

Intorno poi al non racimolare la vite, dal testo biblico apparirebbe che si raccomandasse di lasciare ai poveri i piccoli grappoli sparsi qua e là, che sogliono restare, fatta la vendemmia. Ma i talmudisti hanno stabilito che racemoli si chiamano tutte quelle uve che non sono raccolte in grossi grappoli, dimodochè se una vite producesse il suo frutto tutto inquesta maniera, tutto dovrebbe lasciarsi ai poveri, secondo lʼopinione di un dottore, la quale prevalse contro quella dʼun altro che diversamente opinava.[245]

A questi precetti di carità seguono, più in forma di raccomandazioni che di leggi, insegnamenti morali concernenti le relazioni fra uomo e uomo, per la proprietà, per il rispetto alla persona, e alla vita, per lʼamministrazione della giustizia, e anche per quella umanità degli intimi sentimenti, senza la quale non può darsi vero consorzio civile.

11.Non rubate, e non mentite, e non siate falsi ciascuno contro il suo prossimo.12.E non giurate per il mio nome in falso, profanando il nome del tuo Dio: io Jahveh.13.Non opprimere il tuo compagno, e non rapire; non rimanga la paga del mercenario presso di te fino la mattina.14.Non maledire il sordo, e davanti il cieco non porre inciampo, e temerai del tuo Dio: io Jahveh.15.Non fate torto nel giudicare; non aver rispetto al povero, non avere ossequio al grande, con giustizia giudica il tuo prossimo.16.Non andare sparlando fra le tue genti, non sorgere contro il sangue del tuo compagno: io Jahveh.17.Non odiare il tuo fratello in cuor tuo, riprendi pure il tuo prossimo, e non ti aggravare per lui di peccato.18.Non prendere vendetta, e non serbare rancore contro i figli del tuo popolo, anzi ama il tuo compagno come te: io Jahveh.

In questi precetti, che sono in parte ripetizione e in parte ampliazione del Decalogo e delle susseguenti leggi, i talmudisti hanno voluto trovare anche precise prescrizioni legali, se non per tutti, almeno per alcuni di essi. Intorno al primo: «non rubate» già sopra abbiamo notato che è questa per essi la vera proibizione di attentare allʼaltrui proprietà, mentre il precetto corrispondente del Decalogo «non rubare» siriferirebbe solo al plagio,[246]e la legge sul furto (Esodo,xxi, 37,xxii, 3), conterrebbe la sanzione penale, la quale secondo un principio di esegesi talmudica già sopra esposto (pag. 37) non potrebbe stare senza una disposizione proibitiva. Non è da tacersi nemmeno che un dottore talmudico intese questo passo del Levitico in modo anche più morale, volendo trovarvi la proibizione della rappresaglia, e inibendo così al derubato di portar via da sè stesso al ladro lʼoggetto rubatogli.[247]

Il secondo precetto «non mentite» i talmudisti lo restringono al comando di non negare la restituzione di un deposito.[248]Il non esser falsi contro il prossimo lo intendono per la proibizione di non giurare in falso per negare un debito.[249]La proibizione poi di non giurare in falso sul nome divino, siccome sarebbe ripetizione del terzo comando del Decalogo, dai talmudisti è applicata a un nuovo insegnamento. Quindi interpetrano che nel Decalogo si parli del solo ineffabile tetragramma, e qui di qualunque dei nomi attribuiti allʼessere supremo, essendo eguale colpa il giurare in falso tanto per quello, quanto per uno di questi.[250]

Il comando di non opprimere il prossimo lo restringono alla proibizione di non defraudare il salario dei mercenari[251]per qualunque titolo sia, tanto la mercede delle persone quanto delle cose. Rispetto a non rapire, distinguono bene che sia il prendere lʼaltruiper violenza, mentre il rubare del v. 11 è più propriamente con frode.[252]

Molto moralmente poi i talmudisti hanno esteso la proibizione di non maledire il sordo anche ad ogni altra sorta di persona.[253]E il non porre inciampo dinanzi al cieco lo interpetrarono per non dare consigli fallaci agli inesperti, quasi detti ciechi della mente, e ancora per non offrire altrui occasione a cadere in peccato.[254]Nulla di nuovo aggiunsero per ciò che concerne lʼamministrazione della giustizia, se non che il precetto che secondo la lettera proibisce di sparlare dʼaltrui, fu da alcuni dottori inteso in modo tutto diverso come un avvertimento ai giudici per non essere benigni a una delle parti contendenti in giudizio e aspri verso lʼaltra; e da alcuni anche per avvertire i giudici di non rivelare il segreto del voto, quando fossero di diversa opinione. Ma altri dottori gli mantennero il significato letterale di un avvertimento contro la diffamazione.[255]

Il non insorgere contro il sangue del prossimo significa secondo la lettera non far nulla che possa recar nocumento allʼaltrui vita. E forse non a torto lʼAben Ezra vede qui un nesso con la precedente proibizione, perchè il diffamare può essere talvolta, come cagione remota, un attentato contro la vita. Ma i talmudisti vollero trovarci insegnamenti di ben altra portata morale, cioè lʼobbligo di deporre come testimone, quando alcuno sia stato presente al fattoportato in giudizio, e il dovere di difendere il prossimo quando si veda in pericolo di morte;[256]e così tradusse anche il Luzzatto «nè rimanerti spettatore [inerte] nel pericolo della vita del tuo prossimo».

Senza allontanarsi poi dal significato letterale, molto bene notarono gli stessi talmudisti che il precetto dinon odiare il fratello nel cuore, proibisce anche il solo sentimento dellʼodio, sebbene non manifestato con atti ingiuriosi e offensivi.[257]

Il riprendere il prossimo, se lo crediamo in colpa, appare nel significato letterale del testo una concessione connessa con lʼavvertimento che precede di non odiarlo, e con ciò che poi segue di non sopportare per causa di lui peccato; perchè riprendendo il compagno del suo fallo, non si serba contro di lui sentimento avverso, e quindi non si cade in questo peccato. Ma i talmudisti del riprendere il prossimo, se in colpa, ne fecero un dovere, e dando tuttʼaltro senso alle parole che seguono le intesero come se significassero «tu hai il dovere di riprenderlo, fino al punto però, che la riprensione non sia per lui cagione dì vergogna.[258]

Finalmente sul precetto di amare il compagno come sè stesso, il celebre ʼAqibà si contentò di esprimere queste notevoli parole: «Questo è un grande principio nella legge».[259]

Ai sovra esposti precetti di moralità succedono alcuni religiosi, che però rientrano nel principio generale di conformare la vita a regole di purità e santità:

19.I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260]non si ponga sopra di te.[261]23.E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto, tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi.24.E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per celebrazione a Jahveh.25.E nellʼanno quinto mangerete il suo frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio vostro.26.Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni.27.Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i lati della tua barba.28.E incisione per morto non ponete nelle vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io Jahveh.

19.I miei statuti osserverete: il tuo bestiame non farai accoppiare di due diverse specie, il tuo campo non seminerai di specie diversa, e abito di due specie di lana e lino[260]non si ponga sopra di te.[261]

23.E quando sarete giunti nella terra, e pianterete qualunque albero fruttifero, tagliategli il prepuzio, il suo frutto, tre anni saranno a voi come incirconcisi, non se ne mangi.24.E nellʼanno quarto sarà tutto il suo frutto santo per celebrazione a Jahveh.25.E nellʼanno quinto mangerete il suo frutto per raccoglierne per voi il prodotto. Io Jahveh Dio vostro.

26.Non mangiate col sangue, non usate nè augurii nè divinazioni.27.Non vi rasate a tondo nei lati del capo, e non guastare i lati della tua barba.28.E incisione per morto non ponete nelle vostre carni, nè segno dʼincisione non mettete in voi: Io Jahveh.

Il precetto di non confondere le specie nè per la riproduzione degli animali, nè per la coltura della terra e nemmeno negli abiti è da tenersi come motivato dal rispetto che si voleva imporre alle leggi naturali, le quali lʼarbitrio dellʼuomo non deve alterare, e però questi precetti sono preceduti dalle parole, imiei statuti osserverete, cioè quelle eterne leggi che Jahveh creatore ha istituito. Quindi quelle parole nel testo hanno la loro ragione dʼessere, e non si capisce troppo perchè da qualche critico vogliano tenersi come interpolate. Non così i tre versi 20–22 che per il contenuto sono estranei a tutto lʼargomento del nostro capitolo, e per la forma ne differiscono talmente da dover credere che appartengono veramente ad altro autore.[262]Gli traduciamo, acciocchè il lettore possa da sè stesso giudicarne.

20.E quando uomo giacesse con donna in accoppiamento carnale, ed essa fosse serva appartenente ad altrʼuomo, ma non fosse riscattata, nè le fosse data libertà, punizione se ne farà; ma non morranno, perchè non era libera.21.E porterà il suo sacrifizio della colpa a Jahveh, alla porta della tenda della congregazione, un montone espiatorio.22.Ed espierà per lui il sacerdote col montone espiatorio dinanzi Jahveh per il suo peccato che avrà commesso, e sarà perdonato del suo peccato che avrà commesso.

Per quanto i concetti in questo capitolo si succedano con una certa libertà, pure siccome dallʼaltro lato un qualunque nesso non manca, almeno dividendoli in gruppi generali, il lettore resta da prima meravigliato, vedendo interrotta la continuazione dei pensieri fra il precetto di non promiscuare le diverse specie e quello di non mangiare i frutti degli alberi primaticci per i primi tre anni. Perchè questi due precetti hanno in certo modo tra loro una qualche relazione, come attinenti ambedue allʼagricoltura, e non si può intendere perchè sarebbe posta fra lʼuno e lʼaltro questa legge così precisa sulla unione illegittima con una schiava che appartenga ad altri. In secondo luogo poi tutto il contenuto di questo capitolo non è di leggi precise e determinate accompagnate dalla sanzione penale, ma di precetti e avvertimenti generali di religione, moralità e giustizia. Si capirebbe che lʼautore su questo punto avesse fatto una raccomandazione in termini generali per imporre il rispetto della donna altrui; ma il prendere a considerare uno specialissimo caso, e non certo il più grave in questo genere, anzi il più lieve, e il porviancora la sanzione penale, non si accorda in nessun modo con tutto il resto, se non dobbiamo dire che troppo ne dissente. In terzo luogo la forma delle espressioni è onninamente diversa, e sotto più rispetti.

Prima di tutto, gli altri avvertimenti di questo nostro capitolo sono in seconda persona, ora al singolare, ora al plurale, ma sempre come una raccomandazione diretta a tutto il popolo, ora considerato come un ente collettivo, e ora volgendosi ad ognuno dei suoi individui. Qui invece, lasciato il discorso diretto, si suppone in terza persona il caso di alcuno che commetta quel tale peccato. Questo subitaneo cangiamento di stile è troppo brusco e inaspettato per potere appartenere a uno stesso scrittore.

Ma più di questo colpisce la straordinaria e slombata diffusione di questi tre versi messi a confronto colla rapida e verbosa concisione di tutto il resto. Chi osservi quanta materia è condensata in questo capitolo, e come i precetti sono tutti espressi nella più stringata forma sentenziosa non potrà capacitarsi che uno stesso autore abbia impiegato tante inutili parole, in questi tre versi. Nè si citi come altro esempio di diffusione il precetto sugli alberi primaticci; perchè se questo è spiegato con più parole che gli altri, erano però tutte necessarie a rendere chiaro il concetto, e nulla vi si potrebbe togliere come inutile. Mentre nei tre versi in questione è proprio la diffusione oziosa, in cui lo scrittore del codice sacerdotale si compiace, quando si tratti di ciò che attiene al culto. Per la qual cosa è da credersi che qui abbiamo una interpolazione, di cui possiamo tanto più renderci ragione nel seguente modo.

Il capitolo venti tratta principalmente delle unioni illecite sia per adulterio, sia per incesto, sia per accoppiamento infame o bestiale; ma non annovera fra gli altri questo caso di unirsi a una donna di condizione servile, i cui sponsali per non essere stata posta in libertà non erano tenuti legittimi.

Ora o lo scrittore del codice sacerdotale nellʼaccogliere nella sua opera queste più antiche piccole raccolte di leggi, o lʼultimo compilatore del Pentateuco, ha voluto supplire a questa che per lui era una omissione, ed ha aggiunto questi tre versi, imitando lo stile del capitoloxx, perchè ivi, esemplificando i diversi casi, si ripete sempre questa forma:e uomo che giacesseecc.; similmente come essi tre versi incominciano. E più si aggiunge, come in tutto il capitoloxx, la sanzione penale. È però ad ogni modo notevole che questa legge sia qui fuori del suo luogo, giacchè il nesso logico dei concetti la vorrebbe piuttosto fra gli altri casi di unione proibita e non condannabile con la pena capitale (xx, 19–22). Imperocchè, trattandosi non di moglie legittima, non era questa unione, come nel vero e proprio adulterio, punita di morte; ma da un lato sʼimponeva un sacrifizio espiatorio, dallʼaltro poi i colpevoli erano sottoposti anche ad un altro genere di punizione che il testo non determina, ma esprime col termine diBiqqoreth, poco chiaro, perchè leggesi solo in questo luogo. Secondo i talmudisti la pena consisteva nella flagellazione per la donna, e non per lʼuomo che ne usciva col solo sacrifizio espiatorio.[263]Secondo invece il significato letterale del testo dovevano essere tutti e duesottoposti alla stessa pena, qualunque questa si fosse, sebbene lʼobbligo del sacrifizio espiatorio pare che incombesse solo allʼuomo. Di più i talmudisti hanno voluto restringere questo caso alla sola serva di origine non ebrea e sposata a un servo ebreo, ma non ancora posta in condizione di piena libertà.[264]

Torniamo ora allʼesposizione di quei precetti che formano parte originaria e integrale di questo nostro capitolo.

Il precetto di non mangiare dei frutti degli alberi primaticci nei primi tre anni è da un lato un insegnamento dʼagricoltura; perchè svettando gli alberi novelli prima che fioriscano e fruttifichino, si ottiene che non se ne disperda il succo mentre sono troppo teneri, e che dopo qualche anno crescano più rigogliosi e diano frutti migliori. Dallʼaltro lato poi il precetto concerneva in qualche modo anche il culto, in quanto dovendosi consacrare le primizie al Signore, si voleva che fossero frutti degni da ciò, e non miseri come quelli degli alberi troppo novellini. E tanto su questo precetto, quanto su quello contro la promiscuazione delle specie nulla diremo delle numerose distinzioni rabbiniche contenute in due trattati della Mishnah.[265]Tutti gli altri precetti tendono ad allontanare gli Ebrei da pratiche o superstiziose o semi barbare in uso presso molti dei popoli antichi.

Il comando di non cibarsi di sangue tendeva a mitigare i costumi, lʼorigine del qual rito volle poi trovarsi così antica che lo scrittore sacerdotale ne fece rimontare il primo comandamento sino allʼetàdei Noachidi (Genesi,ix, 4–6). Se pure in questo nostro luogo deve seguirsi la lezione del testo ebraico da me adottata nella traduzione, e non è da preferirsi quella della versione alessandrina:non mangiate sui monti,[266]che proibirebbe i sacrifizi ad altri Dei soliti a farsi sulle alture, e che starebbe in più stretto nesso con le altre due proibizioni che seguono di non usare nè augurii nè arti divinatorie, come pratiche anche queste di religioni politeistiche e idolatriche.

I talmudisti poi, trovando la proibizione di cibarsi di sangue in altri luoghi del Pentateuco, secondo il loro principio esegetico, che la legge non deve contenere ripetizioni inutili, dedussero da questo nostro testo altri riti. Di non mangiare nessuna parte di un animale, sino a che non sia compiutamente morto; di non cibarsi della carne dei sacrifizii fino che il sangue raccolto nei bacini non fosse versato sullʼaltare; di non fare convitto funebre pei condannati a morte; e più moralmente di tutti, se non con più verità, Rabbì `Aqibà voleva che fosse proibito ai giudici di prendere qualunque nutrimento nel giorno in cui si eseguiva una sentenza capitale da essi decretata.[267]Tanto era lʼorrore che certi buoni rabbini sentivano per la pena di morte.

In quanto agli altri precetti nessuna modificazione notevole introdussero i talmudisti, se non che intorno al radersi lʼestremità della barba e del capo restrinsero la proibizione al solo rasoio, permettendo di tagliare o anche svellere i peli e i capelli con altri mezzi.[268]Lʼuso poi ti tondersi in tal modo il capo, e radersi lʼestremità della barba pare che fosse speciale degli Arabi.[269]

Anche nelle pratiche del lutto la legge ebraica voleva allontanare da quegli eccessi cui si abbandonavano e si abbandonano ancora genti barbare, incrudelendo come segno di disperazione contro il proprio corpo. Ma non è proprio allora contrario a questʼintendimento della legge scritturale il rito rabbinico che impone di stracciarsi le vesti in segno di lutto non solo alla morte dei prossimi parenti, ma anche per qualunque individuo, alla cui decessione uno si trovi presente, e anche per la semplice notizia che se ne apprenda quando si tratti di persona rispettabile?[270]È verissimo che fra incrudelire nel proprio corpo, e stracciarsi le vesti passa qualche differenza. Ma anche questo è costume di popoli barbari, massime poi quando sia imposto come rito, e non provenga come espressione spontanea di disperato dolore. Tanto più che nessun altro fondamento scritturale i rabbini poterono trovare a questo loro rito, se non il comando contenuto in altro luogo del Levitico, (x, 6) e diretto ad Aron e ai suoi figliuoli di non lacerarsi le vesti per la morte degli altri due figli dello stesso Aron, Nadab e Abihu,[271]giacchè erano nei giorni della consacrazione, e non dovevano abbandonarsi a nessuna pratica di lutto. Ma da questo comando proibitivo, non se ne può desumere lʼobbligo inverso in ogni altro caso. Sia pure che fosse uso degli Ebrei di stracciarsi le vesti in segno di doloree di disperazione, come si rileva da molti passi della Scrittura;[272]ma un uso non può mai divenire un rito obbligatorio, quando la legge tace, e anzi in certi casi lo proibisce, dimostrando in questa maniera non dʼimporlo, ma tutto al più di tollerarlo.

Abbiamo inoltre un profeta che disapprova questa ostentazione esteriore di mestizia, quando non sia accompagnata collʼinterno sentimento, e dice a chiare note e con bellissima espressione: «lacerate il vostro cuore e non i vostri abiti» (Joel,ii, 13). Dobbiamo dire dunque che tale rito rabbinico di stracciarsi le vesti in segno di lutto è contrario non meno alla lettera che allo spirito della legge religiosa del Pentateuco.

Seguono nel testo altri precetti che concernono in parte il costume e la morale, e in parte la religione e lʼallontanamento da altre pratiche superstiziose.

29.Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.30.I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io Jahveh.31.Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.32.Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.

29.Non profanare la tua figlia per farla prostituta, e non si prostituisca il paese nè si riempia dʼinfamia.

30.I miei sabati osservate, e il mio Santuario venerate, io Jahveh.

31.Non vi volgete ai necromanti, e agli indovini, non cercate di contaminarvi con essi: io Jahveh vostro Dio.

32.Davanti alla canizie alzati, e rispetta la presenza del vecchio, e temi del tuo Dio: io Jahveh.

Nel comando di non prostituire le proprie figlie non è da vedersi soltanto un insegnamento di buon costume, ma anche una proibizione di seguire certi infami culti molto praticati dai popoli asiatici. La raccomandazione di osservare il sabato, e di non ricoreread arti divinatorie sono ripetizione dei v. 3be 26b, dimodochè si potrebbe con qualche ragionevolezza dubitare che i versi 30 e 31 non facessero parte della originaria composizione di questo nostro capitolo. Ma si potrebbero in qualche modo difendere, perchè alla proibizione di seguire le infami pratiche di certi culti, poteva risvegliarsi nella mente dello scrittore il concetto di raccomandare lʼosservanza di quelle feste che erano imposte dal culto di Jahveh, e di rispettare il luogo a lui consacrato, quasi come salvaguardia e antidoto per non festeggiare le solennità di altri Dei, e per non accorrere ai loro templi. E ciò ha potuto forse nellʼautore far passare sopra allʼinconveniente della ripetizione. Come pure le arti divinatorie proibite nel v. 31 non sono precisamente quelle del v. 26, ma indicate con termini più speciali, e forse, come di pratiche più in uso presso i popoli vicini, più necessario si vedeva il raccomandarne lʼastensione.

I rabbini poi dallʼessere qui ripetuto il precetto dellʼosservanza del sabato unitamente a quello del rispetto del Santuario vollero dedurne il rito, che il riposo del sabato non doveva essere posto in non cale nemmeno per la edificazione del Santuario. E il rispetto per questo luogo lo spinsero tantʼoltre che imposero di non dovere camminare nel colle, sul quale era edificato il tempio, nè col bastone, nè con la bisaccia, nè coi sandali, nè colla cintura dove si lega qualche oggetto, nè coi piedi polverosi.[273]Meschine minuzie, a cui certo non pensava chi aveva in mente più elevato concetto, scrivendo «il mio Santuario venerate».

Finalmente questa raccolta di morali e religiosi insegnamenti termina con due raccomandazioni, lʼuna di benevolenza per gli stranieri, e lʼaltra di osservare in ogni cosa la giustizia, dando ad ognuno il suo.

33.E quando abiti con te uno straniero nelle vostre terre, non lʼopprimete.34.Come un indigeno tra voi sia per voi lo straniero, che presso voi abita, e lo amerai come te, perchè stranieri foste nella terra dʼEgitto: io Jahveh Dio vostro.

35.Non fate iniquità nella giustizia, nella misura, nel peso, e nel contenente.36.Bilancie giuste, pesi giusti,Efàh[274]giusto,Hin[275]giusto sia a voi: io Jahveh Iddio vostro, che vi feci escire dalla terra dʼEgitto.37.E osserverete tutte le mie istituzioni e tutte le mie leggi, ed eseguirete quelle: io Jahveh.

I rabbini intesero in significato anche più benigno della lettera il precetto a favore degli stranieri, perchè vollero che non fossero oppressi non solo con i fatti, ma nemmeno con le parole, e stimarono peccato il rinfacciar loro la passata loro condizione in seno ad altre religioni, quando si fossero convertiti allʼebraismo.[276]Del resto il contenuto di tutto questo nostro capitolo è proprio una transizione fra alcune leggi del piccolo codice dellʼEsodo, e altre del Deuteronomio, cosa già osservata con molta ragione dal Vellhausen.[277]È si può dire che siano da un lato ripetizione e in parte amplificazione delle prime, e dallʼaltro avviamento alle seconde. Anche gli antichi rabbini videro che in questo luogo si conteneva come in compendio tutta la legge, e alcuni dissero che ne comprendeva i sommi capi, altri che era sotto altra forma una ripetizione del Decalogo.[278]

In quanto al tempo della composizione di questo nostro capitolo crediamo di non andare errati, ponendolo nella età intermedia fra la promulgazione del primo codice e quella del Deuteronomio. Crediamo di più che lʼautore ne sia stato un profeta, o almeno uno appartenente alle scuole profetiche, perchè lʼintendimento generale di questo piccolo scritto è la santità della vita e la moralità dei costumi e delle azioni, fine al quale più che ad ogni altro hanno mirato con la parola e con gli scritti i profeti e i loro seguaci. Ma, se si volesse fissarne più precisamente lʼetà, mancherebbe ogni serio argomento per fondarci, non che una certa, nemmeno qualche probabile conclusione.

I capitolixviiiexxdel Levitico sono fra loro molto affini nel contenuto, in quanto proibiscono il culto del Dio Moloch (xviii, 21,xx, 2–5), e stabiliscono le varie specie di unioni carnali proibite come incestuose, o adulterine, o pederastiche, o bestiali.

Il capitoloxxcontiene di più la proibizione di ricorrere a certe specie di divinazioni (v. 6), come abbiamo visto nel capitoloxix, e lʼaltro di maledire i genitori, come nellʼEsodo (xxi, 17); e una raccomandazione di distinguere gli animali puri dagli impuri (v. 25), senza darne nessuna regola, lo che prova la preesistenza dei riti intorno a questo punto, stabiliti nel cap.xi. Ma sarebbe impossibile che uno stesso autore a così breve distanza avesse ripetuto le stesse disposizioni legislative rispetto a ciò che forma lʼargomento principale di questi due capitoli. Nè vale meglio qui che altrove il solito ripiego talmudico che nel capitoloxviiiabbiamo la sola proibizione, mentre nel capitoloxxsi contiene ancora la sanzione penale,perchè questo secondo luogo è sufficiente per lʼuna e per lʼaltra cosa. Ad ogni modo se uno solo fosse lʼautore di questi due passi, non si sa vedere perchè nello scrivere il capitoloxviiinon avrebbe aggiunto subito alla disposizione proibitiva la sanzione penale, per aspettare poi a riprendere lʼargomento, come se mai fosse stato trattato, e allora soltanto parlare delle pene. Oltrechè anche nel capitoloxviiiuna generale sanzione penale è stabilita per tutti i delitti e peccati antecedentemente esposti, dicendo che le persone che gli avessero commessi sarebbero distrutte dal loro popolo (v. 29). Conviene poi dire che ognuno di questi due capitoli ci si presenta nella sua forma come un solo scritto indipendente, che ha in sè unità di argomento e di composizione, con un principio e una conclusione che ne forma un tutto compiuto, nè vi si contiene alcun riferimento di uno allʼaltro, come si aspetterebbe naturalmente da un autore, che col secondo scritto avesse in certo modo voluto compiere il primo. Tanto più che il concetto dominante in ambedue i capitoli è lo stesso, cioè dʼimporre agli Ebrei norme di santità di vita, che gli tenessero lontani dai costumi idolatrici, o corrotti, o superstiziosi dei popoli vicini. Dove è da notare che a questo proposito anche la ripetizione delle stesse raccomandazioni quasi con le identiche frasi (cfr.xviii, 26–29,xx, 22–23) rimane inesplicabile in un solo scrittore che si sarebbe inutilmente copiato. È ragionevole dunque conchiudere che in questi due capitoli abbiamo due composizioni di leggi miranti allo stesso scopo, ma di autori e di tempi diversi, quantunque forse non molto lontani, ma pure sempre quanto basta a spiegare alcune diversità e in qualche particolare concetto e nella forma, che ora vedremo facendone lʼanalisi.

Il capitoloxx, dopo brevissima introduzione che dice doversi queste leggi esporre al popolo dʼIsraele, incomincia col proibire il culto del Dio Moloch consistente nel sacrificare ad esso i figli, bruciandoli. Questa proibizione incombe tanto agli Ebrei quanto agli stranieri che avessero dimora stabile nel paese, e il colpevole era condannato alla lapidazione (v. 2). Di più si soggiunge che Dio si sarebbe volto contro questo colpevole per distruggerlo dal popolo (v. 3). La quale espressione non contraddice alla sanzione penale del verso antecedente, come a prima vista potrebbe sembrare. Imperocchè alcuno potrebbe dire: se il colpevole era sottoposto alla lapidazione come a sanzione penale che doveva infliggersi dai tribunali umani, a che allora la giustizia divina? Ma è facile supplire a ciò che in questi due versi è sottinteso, cioè che la provvidenza divina avrebbe punito il colpevole, quando la giustizia umana per qualunque ragione non lo avesse colto. Sottinteso al quale suppliscono i due versi seguenti (4, 5), ma che giusto appunto per ciò noi crediamo interpolazione introdotta nel testo primitivo, come chiosa a spiegare quello che pareva non troppo chiaramente espresso.[279]Altrimenti non si capirebbe come uno stesso scrittore avesse ripetuto nel v. 5 quello che già aveva detto nel v. 3. Ad ogni modo però qui troviamo alternarsi la sanzione penale umana con quella divina, espressa per tre casi con frase identica, cioè che Jahveh avrebbe volto la sua faccia contro la persona del colpevole e lʼavrebbedistrutta dal suo popolo (Levit.,xvii, 11;xx, 3, 5, 6). Stando alla lettera del testo questo non può significare, se non che la Provvidenza avrebbe punito il colpevole con una morte precoce. I rabbini vi hanno aggiunto ancora di morire senza prole,[280]e questa è quella punizione provvidenziale da essi conosciuta sotto il nome diChareth(distruzione), che da ora in poi per brevità anche noi chiameremo con questo nome ebraico.

Viene poi proibito (v. 6) il dirigersi a certe specie di arte divinatorie, come nel v. 31 del capitolo precedente, e anche qui la sanzione penale è del tutto lasciata alla Provvidenza.

Questi due primi precetti sono sotto altra forma la stessa raccomandazione fatta nel capitoloxxdi tenersi fedeli alla religione e al culto del solo Jahveh. Verso il quale gli Ebrei dovevano essere santi, osservandone le istituzioni, imperocchè per mezzo di queste li santificava (vv. 7, 8). Anche qui troviamo il precetto della osservanza verso i genitori, ma sotto la forma proibitiva di non maledirli, accompagnata dalla sanzione della pena di morte (v. 9), come abbiamo già sopra spiegato (pag. 104) sul testo dellʼEsodo (xxi, 17).

Seguono poi le leggi sulle unioni proibite. In prima lʼadulterio, poi lʼincesto con la moglie del padre, e con la nuora, la sodomia, lʼincesto con la figlia e con la madre della moglie, e il coito bestiale (vv. 10–16). Tutti questi delitti sono puniti con la pena capitale, senza che il testo scritturale ne abbia determinatoil modo, eccetto per lʼunione incestuosa con una donna e con la madre di lei, per la quale è specificato che si dovevano bruciare. Però mentre il testo parla chiaro di un vero e proprio bruciamento, i talmudisti stabilirono che dovesse eseguirsi la condanna facendo trangugiare del piombo strutto. La ragione da essi addotta per giustificare tale interpretazione è che in questa esecuzione capitale doveva rimanere il cadavere del condannato, cosa impossibile in un vero e proprio bruciamento. Con quanta verità potesse poi ciò accordarsi con le espressioni del testo è inutile domandare ai talmudisti, quando già sappiamo quale fosse il loro metodo esegetico. Apparisce dallʼaltra parte anche dal Talmud stesso che talvolta lʼesecuzione fosse fatta abbruciando il condannato col rogo.[281]

Lʼadulterio secondo i talmudisti era punito con la strangolazione,[282]e gli altri delitti di sopra enumerati con la lapidazione.[283]Tanto poi per il testo biblico quanto per il Talmud nel coito bestiale veniva condannato a questo genere di morte non solo lʼuomo o la donna che se ne fossero resi colpevoli, ma anche lʼanimale. E a questo proposito domandano con ragione i talmudisti: se la persona umana è colpevole, qual colpa può imputarsi al bruto? E rispondono che ragione di dover uccidere anchʼesso, è lʼessere stato stromento di danno per lʼuomo; oppure che, venuto lo sconcio a pubblica cognizione mediante il processo, non deve lasciarsi in vita lʼanimale, perchè atto a rammentare lo scandalo.[284]

Lʼincesto con la sorella, sia paterna o materna, è proibito nel v. 17, ma con una sanzione penale espressa in forma differente da quelle che precedono.E saranno, si dice in questo caso,distrutti alla presenza della gente del loro popolo: scoprì la vergogna della sua sorella, sopporti il suo delitto.

Lʼessere distrutti alla presenza del popolopare che significhi essere sottoposti alla pena capitale; ma i talmudisti hanno voluto vedere anche qui uno di quei casi del loroChareth, nei quali lʼumana giustizia non poteva infliggere ai colpevoli se non la pena della fustigazione, lasciando alla Provvidenza la cura del resto; e così hanno interpretato ogni qual volta il testo si esprime con identiche o simili frasi.[285]Ma qui fa dʼuopo distinguere. Sia pur vero che la Scrittura abbia inteso di lasciare la cura della sanzione penale alla Provvidenza nei tre luoghi poco sopra enumerati dove Jahveh stesso avrebbe detto:volgerò la mia faccia contro quella persona e la distruggerò; ma non lo stesso può dirsi quando il testo dice:quella persona sarà distrutta, oquelle persone saranno distrutte dal loro popolo. Con altra forma allora si è voluto imporre la pena capitale; e tanto più ciò appare manifesto nel nostro verso 17, dove aggiungesi ancora:alla presenza della gente del loro popolo. Parole che hanno bene un significato, se trattasi di una pena che dovesse infliggersi dalla giustizia umana, ma in una morte lasciata alla cura della Provvidenza non significano più nulla. Non potrebbero neanche significare che la giustizia divina si farebbe palese: perchè anche i giusti e i buoni muojono spesso in età giovanile e senza figli: come avrebbe potutolo scrittore di questo nostro luogo pensare che la gente distinguesse se la morte di tal genere sarebbe provvidenziale e in pena di qualche commesso delitto? Si deve dunque concludere che quando la legge scritturale usa lʼespressione:sarà distrutta la persona, osaranno distrutte, se trattasi di più colpevoli, ha voluto porre come sanzione la pena capitale, sebbene i rabbini abbiano voluto vederci soltanto il provvidenzialeChareth, lasciando in questo caso allʼumana giustizia la sola pena della fustigazione.

Parificato allʼincesto con la sorella è lʼaccoppiamento con una donna durante il mestruo (v. 18), la quale proibizione è da riporsi fra i riti di purità; tenendosi come cosa impurissima il flusso mestruale. Anzi i talmudisti fondandosi sopra un altro passo del Levitico (xv, 19–24, 33), spinsero la proibizione fino al punto di tenere la donna impura, anche dopo il mestruo, per tutto il tempo, sia pur questo lunghissimo, che non si sia purificata mediante una abluzione generale in un bagno,[286]che per la capacità e per la qualità dellʼacqua raccoltavi adempia a moltissime minuzie rituali, che essi si compiacquero di ammassare così in questo punto come in tutti gli altri delle pratiche religiose.

Lʼincesto con la zia, o sorella del padre, o della madre, o moglie del zio paterno, e quello con la moglie del fratello sono proibiti, ma lasciati punire alla Provvidenza (19–21), perchè il testo dice soltanto sopporterannoil loro peccato, e morranno senza prole. I rabbini hanno veduto anche qui il loroChareth, e ammessa come sanzione umana la fustigazione. Vedremopoi a suo luogo quando esporremo la legislazione del Deuteronomio quale restrizione fu posta allʼincesto con la moglie del fratello. A questi casi dʼincesto lʼautore del capitoloxviiiaggiunse ancora quelli con gli antenati (v. 7) e con i discendenti (v. 10), taciuti forse dallʼautore del cap.xxcome supposti più contrarii degli altri alla stessa natura, e per conseguenza non necessari a prevedersi dalla legge. Ma oltre questi nel cap. xviii è proibita come incestuosa anche lʼunione con la sorella della moglie, questa vivente (v. 18).

Alla fine poi del nostro capitoloxxsi proibiscono le pratiche negromantiche e divinatorie, sottoponendo i colpevoli alla pena della lapidazione. E questa è certo una aggiunta o dellʼautore del codice sacerdotale, o del finale compilatore. Perchè enunciata già la proibizione nel v. 6, doveva in quel medesimo luogo aggiungersi la sanzione della pena capitale, se una pratica in sostanza nulla più che superstiziosa, avesse voluto dallʼautore sottoporsi alla più grave delle punizioni, mentre, come abbiamo visto, contento di proibirla, ne lasciò la sanzione alla giustizia divina. Ma sarebbe inesplicabile che uno stesso scrittore dopo essersi a lungo trattenuto sopra leggi di altro genere, tornasse in ultimo a parlare di una prevaricazione già trattata, per sottoporla a una sanzione penale diversa da quella stabilita da prima. Inoltre poi il capitoloxxè in sè uno scritto molto armonico e unico nel concetto dʼimporre agli Israeliti lʼosservanza di certi riti e di certe leggi, come a quelli che dovevano essere fra tutti i popoli santi appo Jahveh. Perciò esso ha la sua logica e naturale conchiusione col v. 26: «E sarete a me santi, perchè santo io Jahveh, e ho separato voi dai popoli per essere a me». Come sarebbepossibile che dopo queste espressioni, che assumono e conchiudono nellʼidea di santità tutti i particolari sovra esposti, uno scrittore avesse guastato lʼunità della sua composizione per ritornare sopra una proibizione, della quale già aveva trattato? Certo nellʼetà dello scrittore sacerdotale, o in quella del finale compilatore, il rigorismo teocratico fu sì oltre spinto da tenere anche le superstizioni negromantiche e divinatorie come una vera infrazione al puro monoteismo, e perciò punibili con la pena capitale al pari dei peccati dellʼadorazione di altri Dei, e della idolatria. Quindi si è voluto supplire con questʼaggiunta a ciò che nella legge più antica sembrava manchevole.

Il contenuto principale di questi due capitolixviiiexxdel Levitico, il quale si aggira principalmente intorno allo stabilire quali siano i gradi di parentela che impediscono il matrimonio, ci fa credere che essi siano fra le leggi assai per tempo stabilite nella vita civile del popolo ebreo, e per conseguenza promulgate come aggiunta al primo codice dellʼEsodoxx–xxiiiprima della legislazione deuteronomica. Un punto come questo così importante per regolare le relazioni di famiglia non può essere rimasto a lungo indeterminato, o lasciato soltanto al capriccio della consuetudine; e perciò siccome il primo codice mirava principalmente come abbiamo visto, a tutelare la libertà, la vita, e la proprietà, è ragionevole il supporre che si sia quindi sentito il bisogno di regolare con norme fisse ciò che era permesso, e ciò che era proibito in fatto di unioni matrimoniali. Tanto più ciò sembrerà naturale, quando si pensi che presso gli Ebrei, o almeno nella parte di essi intellettualmente più elevata, lʼunione matrimoniale fra certi gradi di parentela era tenuta unainfrazione a quella norma di vita pura e santa, cui il popolo eletto da Jahveh doveva informarsi. E che a fissare le leggi regolatrici di questo punto si sia ritardato nel popolo ebreo fino ai tempi dellʼesilio, o anche posteriormente, noi non possiamo in alcun modo indurci a crederlo. Perciò teniamo per fermo che senzʼalcuna ragione lʼHorst sentenzi che sia impossibile dare la prova che qualche cosa della legge del Leviticoxi,xvii–xxvisia anteriore al Deuteronomio, mentre la più parte di essa appartiene chiaramente a un posteriore grado di svolgimento.[287]Seguiamo invece, come molto più probabile, lʼopinione del Kleinert,[288]che alcune parti e precisamente quelle da noi esposte pone anteriori al Deuteronomio, quantunque del tutto dissentiamo da lui nel fissare la data per la compilazione della legge in questo libro contenuta.

Ora in quanto ai due capitoli del Levitico presi da noi in esame resta la difficoltà di spiegare come e perchè le stesse leggi con poche diversità nei particolari abbiano avuto una doppia compilazione, e quale fra i due sia lʼanteriore. A questa difficoltà non puossi rispondere che con ipotesi più o meno probabili.

Osserviamo che il culto del Dio Moloch è proibito nel capitoloxxin una forma molto più estesa, che nelxviii, e con una sanzione penale molto rigorosa, che nellʼaltro luogo è taciuta, e si proibiscono ancora le pratiche negromantiche, di cui nelxviiinon si fa menzione. Questo cʼinduce a credere che il capitoloxxsia stato scritto in un tempo in cui il culto politeistico e le pratiche che ne facevan parte eranotuttora seguite nel popolo ebreo, mentre lo scrittore del capitoloxviiisentiva meno il bisogno di promulgare, su questo punto, leggi proibitive. In secondo luogo poi ognuna delle leggi intorno alle unioni incestuose, o per altro titolo proibite, è accompagnata nel capitoloxxda una sanzione penale, che non in tutti i casi è eguale, ma differisce, come abbiamo visto, ora per il grado, ora soltanto per il modo della esecuzione. Se bene si riflette, questo è necessario nella prima promulgazione di una legge; mentre nel capitoloxviiila sanzione penale è espressa una sol volta in termini generali e indeterminati (v. 29), involgendo in una sola punizione tutti i delitti e i peccati sovra esposti. A che potrebbe servire una legge proibitiva, quando questa non istabilisse nel medesimo tempo a quali conseguenze si troverebbe esposto chi la infrangesse?

È logico pensare precisamente il contrario del principio esegetico dei talmudisti. Essi dicono: la sanzione penale non potrebbe esserci nella legge senza una antecedente esplicita proibizione. Ma appunto la sanzione penale implicitamente contiene la proibizione, mentre questa disgiunta da quella resta senza efficacia. Se la legge decreta: Chi uccide deve essere condannato a morte, ciò basta per riporre lʼomicidio fra i delitti. Ma se la legge dice soltanto: non devi uccidere; essa non è compiuta, perchè non mi fa sapere a che pena lʼomicida deve essere sottoposto. Nè si tragga alcuna obbiezione dal modo come è composto il Decalogo; imperocchè questo, piuttosto che una vera e propria legge nel senso rigoroso di tale parola, è un compendio dei più importanti precetti religiosi o morali, che costituiscono il fondamento della legge, e che quindi ha bisogno di trovare nella piùampia compilazione di questa il suo svolgimento. E lo stesso si dica anche per il capitoloxixdel Levitico. Perciò si può capire che lʼautore del capitoloxviii, avendo innanzi a sè le leggi delxxsi sia contentato di ripeterle, e in parte ampliarle, senza aggiungerci la sanzione penale; ma se egli fosse stato il primo autore di tali leggi tale mancanza sarebbe inesplicabile. Per ultimo il modo come lʼautore del cap.xviiiparla dei popoli antecedenti possessori della Palestina, dimostra che da molto tempo essi erano distrutti (v. 28), attribuendo questa distruzione al non essersi mantenuti puri da simili peccati; mentre lʼautore del capitoloxx, sebbene certo di molto posteriore alla conquista, sa meglio conservare nelle espressioni la situazione di chi considerava la distruzione di quei popoli come un fatto non ancora compiuto. Per queste ragioni noi crediamo il capitoloxxanteriore alxviii. Ma resta sempre a spiegarsi perchè lʼautore di questo avrebbe di nuovo ripetuto leggi che per la maggior parte già esistevano. E qui possono farsi due ipotesi. O i due autori appartenevano ai due diversi stati di Samaria e di Giudea, sentendosi nellʼuno e nellʼaltro il bisogno di fissare tale specie di leggi, e ciò spiegherebbe ancora la diversità fondamentale che fra lʼuno e lʼaltro passa nella sanzione penale. Oppure il più moderno autore, vedendo forse come tali leggi spesso sʼinfrangessero, si sentì mosso da ardore religioso e morale a nuovamente bandirle, più come una raccomandazione morale che come una legge positiva. Imperocchè la ragione principale addotta dallʼautore del capitolo xviii per tenersi lontani da simili profanazioni è quella di non seguire i costumi corrotti e impuri degli Egiziani, e dei popoli antecedenti possessoridella Palestina. Come ancora è da tenersi raccomandazione morale appartenente alla dottrina profetica la minaccia che la infrazione di tali precetti sarebbe stata seguita dalla perdita del paese conquistato. La quale ipotesi spiegherebbe ancora come il secondo autore si sia contentato di accennare per le generali una indeterminata sanzione penale (v. 29), quando già il più antico legislatore a ogni trasgressione ne aveva assegnata una propria. Se pure il v. 29 è da tenersi autentico della originaria composizione, e non piuttosto da credersi col Kayser[289]aggiunta del compilatore.

Qui, a nostro avviso, deve fermarsi ogni ipotesi intorno alle parti legislative dellʼEsodo e del Levitico, che possono, se non nella loro integra forma presente, almeno per il loro contenuto, giudicarsi come intermedie fra il primo piccolo codice dellʼEsodoxx–xxiii, e il più esteso e posteriore del Deuteronomio. E di queste, che potrebbero in certo modo chiamarsi Novelle diamo qui come un quadro assuntivo.

Si avverta però che non si è voluto in questa tabella stabilire in verun modo un ordine cronologico, perchè mancano a nostro avviso assolutamente glʼindizii per poterlo fissare con qualche ragionevole probabilità. Si può supporre però che le leggi indicate sotto i numeri 1, 2, 3 abbiano preceduto le altre.


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