Capitolo Primo.Le repubblicheRivoluzione francese.La grande rivoluzione agitante tutta l'Europa si svolse in Francia; nessuna dopo quella del cristianesimo fu più rapida, vasta e profonda: il mondo intero ne uscì rinnovato.Essa negò la monarchia cristiana nella sua trinità di re, aristocrazia e religione per sostituirvi la sovranità popolare, il governo della borghesia e la superiorità della giustizia filosofica sulla giustizia cristiana. La sua passione era la libertà, le sue forze quelle dell'industrialismo contro il militarismo, il suo programma l'uguaglianza civile; il suo spirito era classico, il suo temperamento insubordinato. Appena comparsa sulla scena storica, entro le forme antiche dei parlamenti, le ruppe ed invase, rovesciando tutti gli ordini. Incalcolabili dolori, inesauribili speranze la spingevano. La monarchia borbonica, rappresentata dal meno cattivo e dal più inetto de' suoi re, scese al disotto del ridicolo e dell'infamia nella propria resistenza, trincerandosi entro la bigotteria cattolica ed invocando lo straniero. La plebe ruggì; sessanta mila banditi, prodotti dalle fiscalità incredibili dell'ultimo regime, accorsero in bande a Parigi e s'improvvisarono eroi, carnefici, popolo, pubblico, sovrano. L'aristocrazia o seguì nel tradimento di un volontario esilio la corte, o si chiuse nei propri castelli, o si buttò per nativa generositào per tarda ipocrisia nella rivoluzione; e ovunque fu trucidata. Il clero, incredulo e corrotto, disparve quasi nella prima lotta per ricomparire più tardi coraggiosamente alla testa d'insurrezioni realiste e parricide; la borghesia vincitrice e vittoriosa fu travolta dallo stesso uragano che la portava a rovesciare tutto dinanzi a sè. La successione febbrile e fantastica delle forme politiche nella rivoluzione superò ogni tragedia, sgominando previsioni di sapienti, abilità di pratici, pretensioni di tribuni, combinazioni di partiti, intrepidezze di fanatici, disperazioni di deboli e di forti.L'Europa, destandosi dal sogno arcadico delle riforme, allibì, e, improvvisamente pentita delle proprie idee, armò con senile imprevidenza tutte le antiche monarchie contro la rivoluzione francese. Il pericolo era imminente, ogni dinastia minacciata, tutto l'antico assetto politico sommosso. Ciascun'ora recava da Parigi annunzi di stragi: decapitati il re e la regina, nobili e preti passati a fil di spada, distrutti i castelli, incendiati i conventi, dichiarata la guerra a tutti i re, gridata libertà a tutti i popoli. I rivoluzionari apparivano sulla scena sinistri ed affascinanti, per sparire quasi istantaneamente, precipitati nel medesimo gorgo che inghiottiva l'aristocrazia, o troncati dalla stessa mannaia che aveva tagliata la testa del re. Luigi XVI, prima di essere giustiziato, aveva dovuto deporre il bilancio della monarchia innanzi alla convenzione come davanti ad una assemblea di creditori, che lo avessero condannato per fallimento doloso; aristocrazia e clero, commessi della regalità, avevano subìto le sorte del principale. Non più diritto divino, non più supremazie storiche di vincitori e di vinti stabilite nel medio evo, non più autorità di pontefici e di Dio confiscanti la terra a nome del cielo ed imperanti al pensiero col doppio mito della rivelazione e della risurrezione. La politica, che, rappresentando sino allora l'abilità dell'interesse regio sopra o contro l'interesse nazionale, aveva sempre pensato ed operato nel mistero, improvvisamente trascinata in piazza non è più cheuna discussione di tutti, nell'interesse di tutti, necessariamente tumultuosa, aggressiva, intrattabile in quell'ora suprema di delirio e di distruzione. Dio, disperso nei cieli, abbandona sulla terra i propri altari; la monarchia non trova giustificazione ai propri titoli, l'aristocrazia ai propri gradi, il clero alla propria autorità. La ragione trionfa, la scienza sovrasta, la filosofia si esalta, la politica delira. Nulla è più rispettato, perchè tutto deve essere ridiscusso; la demenza imperversa tra la foga irrefrenabile delle passioni necessarie all'immane sforzo di sconvolgere tutto il passato; la frenesia della libertà riproduce quindi l'insania del dispotismo; una distruzione maniaca seppellisce i guastatori sotto le rovine; uomini e partiti si dissolvono entro la trama sempre lacerata e sempre rammendata di un parlamentarismo, che imitazioni classiche ed estranee ordiscono e passioni nazionali ed istantanee stracciano.La guerra civile avvampa prima che regii e preti l'attizzino; le coscienze violate urlano, martiri e carnefici lottano d'eroismo, il mondo atterrito e nauseato torce lo sguardo dall'instancabile carneficina, l'Europa si coalizza e si avventa sulla Francia per toglierle, liberando Luigi XVI, di compiere intera la rivoluzione. Senonchè la Francia, galvanizzata dal pericolo, illuminata dall'istinto, taglia la testa al proprio re e la gitta come una sfida all'Europa monarchica. La sfida è raccolta, ma la vittoria resta alla Francia. Esausta, senza denaro, lacerata dalle fazioni, smezzata dalla guerra civile, essa lancia nullameno un milione e mezzo di coscritti a tutte le frontiere; inesperienza e tradimenti di generali non la perdono; il genio e la passione riparano a tutto, trionfano di tutto. La storia si muta in poema, la tragedia sta per tramontare nell'epopea. Il popolo, che nella demenza delle prime ore ha massacrato quasi tutta l'aristocrazia della scienza e del patriziato, ne improvvisa un'altra di eroi, di generali, di ministri, che sconfiggono gli eserciti di Federico II, le diplomazie dell'Austria, i complotti di Roma, le macchinazioni dell'Inghilterra. Dal 1789 al 1796 la bufera rivoluzionaria non rallenta un minuto. La suaopera di distruzione è così rapida ed universale che nessun occhio può cogliere tra il polverio delle macerie l'originale fisonomia dell'epoca, che vi comincia: pare un guasto ed è una rinnovazione, un massacro ed è un olocausto, un delirio ed ogni colpo vi è infallibile, una passione ed è un'idea, una improvvisazione ed è un sistema, un sistema ed è un mondo.L'America aveva cominciato poco prima coll'insurrezione degli Stati Uniti; l'Europa ricomincia colla rivoluzione della Francia. Bisogna quindi che una guerra trascini questa fuori dei propri confini: tutte le monarchie europee, rovesciate dalla rivoluzione francese, riveleranno nella caduta la propria vacuità, ma per risollevarsi dovranno tendere la mano ai popoli. Quando un popolo rialza un re, finisce di essergli suddito; appena il diritto divino patteggia col diritto umano, cessa di essere un diritto; quando un clero è costretto a discutere la propria religione, la fede in essa è già morta; allorchè spunta l'elettore, il monarca scompare. La sovranità è inscindibile. La formula conciliativa delle moderne costituzioni esprime, tentando coprirla, l'antitesi di un'idea nuova con una forma antica; ma ogni idea, presto o tardi, deve trovare di per sè la propria forma. Nessuna forma vuota ha mai potuto o potrà mai riprodurre la propria idea svanita: vi è generazione, non risurrezione: ogni corpo ha un'anima, nessun cadavere può rianimarsi.Al rompere della rivoluzione francese, l'Italia vi è così poco preparata, che il Bertola (1787) nella prefazione della propria filosofia della storia dichiara che l'Europa non teme più rivoluzioni, e Pietro Verri, uno dei migliori, entusiasmato per le benigne intenzioni di Leopoldo II salito al trono d'Austria, consiglia a tutti di diventare buoni sudditi del nuovo monarca. A Pistoia e a Livorno sono scoppiati tali tumulti contro le riforme leopoldine da costringere il nuovo granduca Ferdinando III a sospenderne e a ritirarne alcune; a Napoli la prepotenza di Acton, Silio inglese di Messalina austriaca, fa dimenticare la benefica onnipotenza delTanucci; Dutillot e Bogino, già caduti in disgrazia, si sono ritirati dalla politica.Le armi della nazione scarseggiavano; pochi gli armati, e tra essi troppi stranieri. Il Piemonte manteneva ancora quindici castelli e trentacinque mila soldati; Genova, abbastanza bene fortificata, poco più di un migliaio e mezzo; altrettanti Modena, la metà di questi Parma, due centinaia Lucca, quattro mila la Toscana, cinque o sei mila il papa colle fortezze del Po, d'Ancona e di Civitavecchia; duemila stranieri, alcuni bastimenti, l'arsenale non assolutamente sprovvisto, Venezia. Acton a Napoli ringagliardiva con futile vanità il naviglio e riordinava l'esercito con istruttori francesi, licenziando gli svizzeri, restringendo in due reggimenti gli spagnuoli, i fiamminghi e gl'irlandesi, aggiungendo un battaglione di cacciatori albanesi al reggimento Reale Macedonia di greci. La Lombardia, forte per Mantova e Milano, non assoldava più di quattro mila uomini cerniti dagli ergastoli o ingaggiati. L'abisso, che separava il popolo dal governo, lo divideva pure dall'esercito. Quarantotto anni di pace avevano tolto da ogni memoria l'immagine della guerra, favorendo la putrefazione della coscienza pubblica.L'antica Italia dei guelfi e dei ghibellini, così inesaustamente e terribilmente guerriera, non era certo riconoscibile in questa ultima Italia di cavalieri serventi e di eserciti inservibili, ove Ferdinando IV con cinica profezia poteva dire delle proprie milizie «scapperanno, scapperanno!».Quindi la rivoluzione francese dagli stati generali con impetuoso e rapido crescendo arriva alla costituzione del 1791; il re spaventato fugge affrettando la catastrofe; ma scoperto a Varennes e ripreso, la sua causa è ormai separata da quella della rivoluzione. Le ostilità fra corte e rivoluzione rifiammeggiano, le plebi tumultuano. All'assemblea costituente, tosto disciolta, succede la legislativa tutta composta di membri nuovi; l'Europa freme, i popoli esultano, i re si alleano minacciosamente ed emanano il proclama insolente diPillnitz. L'assemblea legislativa alla minaccia dell'invasione risponde imponendo agli emigrati di ritornare entro un anno in Francia sotto pena della confisca dei beni, e al clero il giuramento civico. La coscienza falsa e bigotta di Luigi XVI ricalcitra; la sua diplomazia, costretta a dichiarare la guerra a Francesco II d'Austria, che pretendeva si rendessero Avignone al papa e i diritti feudali ai principi tedeschi proprietari dell'Alsazia, tratta ancora segretamente con Vienna; alcuni rovesci all'aprirsi della campagna spargono nella nazione la paura del tradimento; finalmente il veto contro la deportazione dei preti, e il manifesto ingiurioso del duca di Brunswick, minacciante Parigi di un'esecuzione militare se fosse recato oltraggio alla famiglia reale, persuadono tutti che la corte è il nemico, il popolo insorge, invade le Tuileries, sforza le prigioni, massacra svizzeri, prigionieri, preti, aristocratici. Il delirio del sangue sale a tutte le teste, mentre l'entusiasmo patriottico infiamma tutti i cuori. Volontari accorrono sotto le bandiere da tutti gli angoli della Francia. Dumouriez, succeduto a Lafayette, batte i prussiani a Valmy (1792); Custine entra trionfante a Spira, a Worms, a Magonza, a Francoforte; Montesquieu occupa Chambéry, Anselme ghermisce Nizza al re di Savoia collegatosi all'Austria e alla Prussia contro la Francia.Ma la rivoluzione vittoriosa alle frontiere raddoppia la propria vittoria all'interno e processa il re. La storia non aveva ancora avuto uguale giudizio; diritto divino e diritto umano, elettore e monarca sono di fronte: soccombe il re. La monarchia, uccisa nell'idea, non risorgerà che finzione di se medesima, sottomessa nel nuovo diritto costituzionale alla sovranità popolare. Quindi tutte le monarchie europee colpite al cuore da questa negazione del loro principio si coalizzano: Inghilterra. Spagna, Olanda s'aggiungono all'Austria, alla Prussia e al Piemonte contro la Francia. La convenzione superbamente eroica dichiara loro la guerra. Le prime armi sono infelici; la Vandea violata nellapropria coscienza religiosa ed esasperata dalla decapitazione del re insorge. La guerra civile si mescola così alla guerra straniera, mentre la rivoluzione accampata a Parigi fra banditi indisciplinabili, plebi sanguinarie e partiti implacabili, senza denaro, senz'organizzazione, senza autorità, oppugnata dall'aristocrazia, combattuta dal clero, non abbastanza aiutata dalla borghesia, raddoppia il proprio eroismo, moltiplica il proprio genio, risponde colla morte alla morte, muta il massacro in governo, improvvisa quindici eserciti di centomila soldati ciascuno, arriva col trionfo della Montagna sulla Gironda all'esplicazione della propria formula finale. In questa vertigine di sangue la sua opera legislativa prosegue falsa nei metodi, violenta nelle forme, ma infallibile nei concetti. Tutto cede alla fatalità della sua idea. Mentre a Parigi i partiti trucidandosi l'un l'altro alzano una piramide di cadaveri, che gela l'Europa di orrore, gli eserciti republicani dissipano gli eserciti regi con una furia e una facilità di uragano. Pichegru e Jourdan battono gli austro-inglesi a Monseron e a Fleurus (1794): lo statolder fugge e gli stati generali proclamano la republica batava. Dumas, padre del grande romanziere, snida gli austro-sardi dai passi alpini del piccolo San Bernardo e del Cenisio; Dumerbin sconfigge i sardi a Saorgio e s'impadronisce di Savona; Dugommier ricacciati gli spagnuoli oltre i Pirenei, li prostra alla Montagna Nera in una battaglia di quattro giorni, nella quale muore vittorioso. Quindi Pérignon, suo successore, penetra nella Catalogna, e Moncey, sostituito a Mailer nei Pirenei occidentali, conquista la Biscaglia e l'Alava.Il rombo di tante vittorie spaventa così Federico Guglielmo II di Prussia che, staccandolo dalla coalizione gli persuade la pace di Basilea, nella quale cede alla Francia il Reno per confine: quindi gli Elettori di Sassonia, di Annover e Assia Cassel, il granduca di Toscana e poco dopo la Spagna, seguendo il prudente esempio, riconoscono la republica francese.Ma le due maggiori potenze dell'Austria e dell'Inghilterra, quantunque sconfitte in più battaglie, stannopronte alla riscossa: l'Inghilterra tiene vittoriosa i mari, la Vandea eroicamente reazionaria si batte ancora per la corte vilmente raminga e per l'aristocrazia più vilmente agglomerata a Coblenza. A questo punto (1795) andò in vigore la costituzione dell'anno III, che affidava il potere legislativo a due consigli, i cinquecento e gli anziani, e l'esecutivo a un direttorio di cinque membri eletti dal corpo legislativo: dopo di che si riprese la guerra. Carnot, incomparabile organizzatore della vittoria, tracciò egli stesso il disegno per la campagna del 1796, secondo il quale i tre eserciti della Sambra e Mosa, del Reno e dell'Italia avrebbero dovuto prendere simultaneamente l'offensiva. Ma i due primi, guidati da Jourdan e Moreau, avendo commesso l'errore di avanzarsi sovra due linee parallele invece che convergenti, furono sconfitti dall'arciduca Carlo: il terzo scese in Italia con Napoleone Bonaparte, fanciullo come Annibale e forse il solo degno di essergli paragonato.Condizioni della penisola.Allo scoppio della rivoluzione francese esistevano in Italia quattro maniere di governo: quello austriaco nei ducati di Milano e di Mantova; la teocrazia negli stati romani; la republica medioevale a Venezia, a Genova, a Lucca e a San Marino; stavano ducati e regni indipendenti, la Toscana, Parma, Modena, le due Sicilie e il Piemonte. Nelle republiche il patriziato erasi insignorito del governo, identificandosi collo stato, ma fossilizzandosi nella più grottesca e vacua delle forme; la burocrazia austriaca fondata da Giuseppe II nella Lombardia vi contrastava a tutte le tradizioni feudali e clericali; Parma e Modena, ubbidiente agli impulsi borbonici francesi, si erano esaurite oppugnando le pretensioni di Roma; il movimento riformista delle due Sicilie e della Toscana, scendendo dall'alto attraverso capricci di sovrani e sapienza di ministri, aveva piuttosto sommosso che illuminato le coscienze, spostandomolti interessi senza organizzarne alcuno. A Roma una falsa teocrazia, assalita e screditata in ogni parte, conservava nullameno costumi e idee medioevali: la sua legislazione si componeva ancora di ottantaquattromila leggi, la sua politica considerava Napoli, Milano, Genova, Parma e Modena come stati rivoluzionari, e vi prodigava ogni sorta di consigli e di richiami per eccitarvi una reazione religiosa. Il Piemonte, che negli ultimi due secoli era stato il regno più vivo d'Italia e nel quale sembrava prepararsi la nuova politica nazionale, arrestatosi improvvisamente, affettava pietà cattolica ed amore al feudalismo, mentre tutti gli altri stati battagliavano riformando contro Roma.Nè governi, nè popoli erano dunque pronti a una rivoluzione: la coscienza degli uni era chiusa, quella degli altri vuota.Al rombo della tempesta francese tutti i principi italiani sbigottirono: Pio VI propose un'alleanza sul genere di quella di Pillnitz, che naturalmente non potè essere stretta; Napoli stava imbronciata col papa per la chinea; Venezia temeva pel proprio commercio; l'Austria dubitava anche allora di ogni lega italiana; il duca di Modena, massaio volgare e vigliacco, preparava un grosso tesoro per fuggirsene; la Toscana, più aperta alle nuove idee, simpatizzava ingenuamente per la republica francese, e fu poi la prima a riconoscerla; il Piemonte, vano della propria antica capacità militare e più facilmente minacciato di ogni altro nella Savoia, davasi l'aria di armare. Vittorio Amedeo III, legato per molti matrimoni ai Borboni, aveva ospitato gli emigrati, mutando Torino in una fucina di contro-rivoluzione: quindi impazzando del proprio grado di re cristiano, aveva per le sollecitazioni dei preti, dei fuorusciti e del nuovo imperatore preso l'offensiva (1792). Ma i soldati piemontesi, imbozzacchiti dalla lunga pace e capitanati dalla più inetta aristocrazia di corte, si copersero di ridicolo, abbandonando più di una provincia in mano al nemico. Genova, dominata dai riguardi mercantili e timida di una alleanza così col Piemontecome coll'Austria, mentre vorrebbe restare neutrale, viene incalzata a decidersi dalle prepotenze inglesi, che assalgono sino nel suo porto le navi francesi; la Corsica, delirante per la nuova libertà concessale dalla republica francese, risogna l'antica indipendenza, e Pasquale Paoli, il suo eroe più puro, offusca tutta la propria vita coll'errore supremo di cedere l'isola all'Inghilterra per timore della volubile fede francese. Venezia ospita a Verona Luigi XVIII sempre inteso da lungi a miserabili congiure realiste, e lo caccia poi alla prima intimazione francese; Roma, in sulle prime riguardosa per paura dei furori rivoluzionari, ed esasperata poi dalle persecuzioni al clero, lancia scomuniche contro la republica francese, facendo trucidare dalla propria plebaglia Ugo Basville. A Napoli la reazione cominciata colla sostituzione dell'inglese Acton al toscano Tanucci prosegue con terribili forme inquisitoriali: la corte, resa crudele dalla paura e fanatica dall'odio, istituisce una giunta di stato con poteri esorbitanti; si accumulano prove su ventimila rei, sospetti su cinquantamila; le prime ingenue dimostrazioni liberali provocano esecuzioni; tre giovanetti esordiscono nel martirio. La regina Carolina delirante dichiara di stimare una spia meglio di un gentiluomo, i libri di Filangeri sono bruciati dal boia, re Ferdinando non esce più dalla propria colonia di San Leucio, sozzo lupanare nel quale intendeva forse riprodurre la Città del Sole di Campanella, che per segnare decreti di morte. La corte ricusa gli ambasciatori francesi; poi, atterrita dalla squadra dell'ammiraglio Latouche, li riceve, promette la neutralità e la viola alleandosi all'Inghilterra per assaltare Tolone. Intanto per far denari ruba gli argenti alle chiese, spoglia i banchi, ed improvvisa un esercito e un'armata relativamente enormi, ma di nessun valore. Ma poichè nel periodo del Terrore il re di Piemonte, per ribrezzo dei republicani, non osa allearsi coi lionesi e coi provenzali insorti a guerra civile, la republica, soffocati prontamente quei moti nel sangue, spingeKellermann, abilmente impetuoso, nella Savoia; Ventimiglia ed Oneglia sono invase: altri francesi piombano dal Cenisio, Saorgio è espugnato, il colle di Tenda preso. Nullameno il Piemonte, decaduto dall'antico valore resiste colla vecchia pertinacia; e, cessato il Terrore, mentre Prussia e Spagna si compongono colla republica, esso dura alla guerra coll'alleanza dell'Austria. Quindi Scherer, spalleggiato vigorosamente da Massena e Serrurier, batte il generale Colli a Loano; l'Austria manda Beaulieu e la Francia contrappone Napoleone Bonaparte.Discesa di Napoleone.La guerra cresce istantaneamente. Napoleone, italiano, giovane e genio, muta improvvisamente strategia e tattica; questa perfeziona sull'esempio di Federico II, quella inventa colla prodigiosa facilità degli antichi condottieri. Vi è in lui del Nicolò Piccinino, ma raddoppiato da un ingegno politico che mira più alto e più lontano. Egli stesso s'ignora, ma, rivelandosi al mondo, si scopre a se medesimo. L'Austria sola è nemica della Francia: quindi colpirla con una guerra rapida, impetuosa ed irresistibile, ecco il suo disegno. Alla testa di trentasei mila uomini, laceri, scalzi, entusiasti, circondato da vecchi generali e da eroi ancora sconosciuti si dirupa sull'Italia. Vincitore a Montenotte, pel passo di Millesimo sbocca sul centro nemico, separa austriaci e piemontesi, si piega su questi; da Cherasco bandisce all'Italia il primo proclama di libertà e concede al re di Sardegna, tardi atterrito, un armistizio, pel quale s'impadronisce di quante fortezze gli occorrono. Secondo le idee del direttorio, la Lombardia doveva essere conquistata per ridarla all'Austria in cambio dei Paesi Bassi; ma Bonaparte accarezza già forse in mente altro pensiero. Quindi, appena quetato il Piemonte, perseguita Beaulieu, lo inganna, passa il Po a Piacenza, lo batte a Fombio, lo sgomina a Codogno, lo prostra a Lodi, lo ricaccia oltre il Mincio, edentra a Milano. Parve un sogno ed era un risveglio. L'antica metropoli lombarda rivale di Roma risorgeva col vecchio antagonismo. Napoleone parlava di libertà, e sopprimeva la giunta di governo affidando l'amministrazione al municipio senza definirlo, ordinando guardie nazionali, permettendo tutte le speranze di una vita indipendente, vessando e taglieggiando peggio che per necessità di guerra. Le contraddizioni fra i modi di conquista e le dichiarazioni liberali esasperarono quindi gli umori reazionariamente patriottici; onde Pavia, insorgendo indarno, soccombe nell'atroce punizione di un saccheggio.Ma Bonaparte infrancato dalla sosta incalza ancora Beaulieu sino al Tirolo: Venezia decrepitamente imbecille crede sfuggire al problema, che la urge, sottraendolo al consiglio, ed evitare la guerra chiudendosi in una neutralità disarmata. Ma tutti violano il suo territorio: Napoleone entra a Verona, cinge Mantova di assedio. Se non che questa fortezza essendo troppo ben munita per cedere ai primi assalti, egli con assennata temerità ripassa il Po, prende Ferrara, entra a Bologna, ove il senato risognando l'antica indipendenza municipale gli presta un giuramento equivoco, col quale vorrebbe sottrarsi al giogo pontificio. Il papa, prima così violento contro i francesi, ruina improvvisamente a patti umilianti, e si degrada sino a pubblicare un monitorio, immortale esempio di viltà, nel quale a nome della religione inculca a tutti i popoli di obbedire i loro reggitori quali si siano, mirando così ad ammansire i nuovi conquistatori francesi che occupavano tutta la fronte superiore de' suoi stati. Il duca di Modena, fuggito a Venezia, ha ceduto la città e pagato parte del proprio tesoro; a quello di Parma è stata concessa una tregua avvilente; la Toscana, incapace di difendersi, si abbassa sino a chiedere che Livorno le sia tolto piuttosto per la via di Pisa che per quella di Firenze; il re di Napoli, pazzo di terrore, consacra al cielo la propria corona, implora dai vescovi prediche guerriere, domanda ai sudditi di conservarsitranquilli, e, disdicendo la propria alleanza coll'Austria, ottiene egli pure una tregua, che gli pare una vittoria.Giammai nella storia italiana era stata più unanime codardia. Intanto, malgrado il desolante saccheggio di ogni tesoro artistico e scientifico avaramente e impudentemente organizzato da Napoleone, la fermentazione delle idee liberali procede a scoppi e a fumacchi: il contagio republicano s'appiglia a tutta l'Italia, l'inettitudine dei principi anima alla rivoluzione, la rilassatezza di ogni governo alla rivolta; volgo e feccia di ogni classe mestano e sbraveggiano; congiure regie e liberali s'attraversano; gli inglesi soffiano e pagano.L'Austria, ancora non doma, rimanda Wurmser al soccorso di Mantova, ma anche questi, non meno facilmente sconfitto dal giovane capitano, riesce appena a gittarsi nella piazza per rimanervi assediato; Alvinczy, altro generalissimo sceso alla riscossa, è battuto definitivamente a Rivoli dopo molto armeggiare, e l'imprendibile fortezza deve arrendersi al genio di Napoleone.Questa vittoria, cacciando gli austriaci dall'Italia, la sottometteva ai francesi. Poco dopo, Napoleone con marcia arditissima torna sull'Adige per assalire Vienna, troppo tardi e invano difesa dal migliore de' suoi generali, l'arciduca Carlo. Questi, sconfitto al Tagliamento e all'Isonzo, deve ritirarsi colle baionette alle reni; le alpi Noriche sono già di Bonaparte, ma il direttorio non può mandare l'esercito del Reno a congiungersi con quello d'Italia, e l'Austria per questa volta salvata accetta la pace di Leoben (1797), nella quale, cedendo Belgio e Lombardia alla Francia, acquista per tradimento di Napoleone la Venezia.Costituzioni republicane.All'apparire degli eserciti francesi la scena politica italiana muta improvvisamente di aspetto. Il dispotismo illuminato dei principi retrograda sulle vie delle riforme,mentre la corte romana, dianzi combattuta nel nome della libertà, viene vivamente invocata come appoggio supremo all'autorità pericolante. La borghesia colta accetta accademicamente le nuove idee, come sentendosi chiamata al governo, e s'improvvisa republicana; ovunque spuntano giacobini italiani più retori e infinitamente meno coraggiosi dei giacobini francesi; l'arcadia poetica risorge nell'arcadia politica; scoppiano declamazioni e congiure. Si parla di libertà e si prosegue ad aspettarla come un dono dalla Francia, che invece la gualcisce e la scema ogni giorno; mancano tradizione e coscienza politica. Tutto è gazzarra, improvvisazione, ladroneccio e plagio; i democratici riscaldano a freddo i furori rivoluzionari francesi, che già tendevano ad agghiacciarsi; gli aristocratici risognano una republica patrizia, nella quale conservare la stessa importanza con mutati privilegi; s'ordiscono sètte. Il patriottismo paesano, angusto ma sincero, offeso dalle rapine francesi, rigetta le nuove idee; la fede religiosa s'adonta della nuova tirannia atea; l'emancipazione francese assomiglia nelle apparenze alla servitù tedesca.Ma attraverso tutte le contraddizioni il contagio della libertà si propaga: le idee francesi compensano i modi della dominazione francese, la costituzione delle nuove republiche italiane è tal fatto che, per quanto effimero ed incompiuto, rimescola tutti gli spiriti e crea una nuova generazione di uomini. A Milano e a Bologna si fondano due republiche, la cisalpina e la cispadana. Erasi da prima costituito un comitato per preparare la costituzione alla cisalpina; ma naturalmente il direttorio, imbevuto di classico spirito rivoluzionario e da conquistatore, impose la propria. Vi furono quindi quattro direttori e quattro congregazioni di costituzione, di giurisprudenza, di finanza e di guerra; un consiglio generale di 160 membri e uno degli anziani di 80. Però si ebbe un nome, una bandiera e un esercito; Bonaparte, come un condottiero antico, dettava e imperava. Nel Piemonte, ricaduto sotto il vassallaggiodella Francia come ai tempi della Riforma, Carlo Emanuele IV, più nullo di Vittorio Amedeo III, subiva vessazioni ed ingiurie, reagendo con inutile stizza contro le congiure giacobine, che dissolvevano il suo governo: persino la Sardegna era insorta domandando gli Stamenti. La republica di Venezia, dopo aver agonizzato nella più supina codardia accettando anche di rimutare la propria costituzione dietro un ordine francese, aveva trovato nel tradimento di Napoleone, che l'abbandonava all'Austria in cambio della Lombardia dichiarata indipendente e del Belgio ceduto alla Francia, un motivo drammatico col quale rendere decente la propria morte. Dieci giorni dopo soccombeva l'aristocrazia di Genova, che, sostenuta sulle prime dalla plebe, non aveva poi saputo opporre alle truppe francesi se non pochi tumulti a Polcevera e ad Albaro. Poco appresso una sommossa scoppiata a Roma, nella quale rimase ucciso il generale francese Duphot, decise della caduta del papato. Questo aveva già rinnegato ogni verità assoluta delle proprie pretese, cedendo nel trattato di Tolentino (1797) il contado Venesino alla Francia, e alla Cispadana Ferrara, Bologna e la Romagna; il papa atterrito era inutilmente disceso dalle altezze medioevali della scomunica alle piaggerie del monitorio, destreggiandosi colla viltà di vani espedienti fra le strette della rivoluzione. Quindi il generale Berthier dietro ordini del direttorio marciava su Roma, ove, penetrato senza colpo ferire, si stanziava al Quirinale, piantando sul Campidoglio l'albero della libertà ed imponendo al papa di abdicare. Ma questi, vinto e prigioniero come re, ricusa improvvisamente come pontefice di rinunciare al regno, di cui è depositario; laonde, cacciatone, migra a Siena per andare a morire a Valenza dimenticato nel trambusto dell'epopea napoleonica. Una republica romana, sonora e vacua, di forme antiche e senza vita moderna, risorge dopo migliaia di anni fra le rovine del Foro e il silenzio del Vaticano come fantastica decorazione carnevalesca, che basta nullameno a surrogare l'inutilità di un regnopapale. Il suo fatto storicamente enorme passa quindi inosservato: appena Vienna e Napoli se ne querelano, e i trasteverini per vanagloria offesa di borgo privilegiato tumultuano. Ma per convincere tutti che il papato non ha più fede nel proprio regno politico, ecco giungere l'enciclica di Pio VI sul nuovo giuramento da prestarsi a Roma di odio alla monarchia secondo la classica e declamatoria formula rivoluzionaria, e spiegare con ingenua sottigliezza come un cristiano, non dovendo odiare nessun governo, possa però giurare soggezione alla republica. L'enciclica sciogliendo così i sudditi dal giuramento di fedeltà al papa dava più che l'abdicazione ricusata non avesse potuto impedire.Intanto re Ferdinando di Napoli, sollecitato dalla rovina delle finanze proprie e del regno nel mantenere su piede di guerra sessanta mila inutili soldati, e dalle istanze dei reazionari che lo circondano, urge Piemonte e Toscana perchè si uniscano con lui per abbattere la Francia. Napoleone, terrore epico e fantastico di tutti i principi italiani, è in Egitto, terra della morte: le sabbie del deserto hanno paralizzato lo slancio del suo esercito e ne saranno forse il sudario. Quindi Ferdinando, incuorato da promesse austriache e russe, chiama Mack alla testa del proprio esercito, e marcia su Roma. Championnet, sbandato negli accantonamenti d'inverno, non può vietargli l'ingresso: Ferdinando entra come un trionfatore nella città eterna, vi richiama il papa, e dall'alto del Campidoglio con voce di coniglio proclama all'Europa «che i re sono svegliati». Ma i nuovi crociati saccheggiano il Vaticano, indi fuggono col re prudentemente travestito dinanzi a Championnet pronto alla riscossa. Questi li perseguita, li sgomina, giunge per le campagne sollevate a furore regio e religioso dai preti sotto le mura di Napoli. Allora la corte, spogliati ladramente musei e banchi, fugge sul naviglio di Nelson in Sicilia, ove la popolazione, ingenuamente retriva e sempre nemica di Napoli per tradizione autonoma, li accoglie festosamente.L'anarchia insanguina Napoli assediata: la plebaglia incitata dai preti e fervida d'entusiasmo resiste all'invasione francese; la borghesia culta e fanatica di libertà arriva invece sino al tradimento patteggiando con Championnet: deliri e carneficine disonorano la difesa dei lazzaroni, che improvvisano un governo e un esercito con Michele lo Pazzo, nuovo e più eroico Masaniello. Ma la guerra civili fra rivoluzionari e regii apre le porte di Napoli a Championnet, che, affermandosi napoletano con scaltrezza politica, e dando una guardia d'onore a San Gennaro, seda prontamente gli umori feroci della plebe.L'improvvisazione delle republiche cisalpina, cispadana e romana diventa a Napoli esplosione. Il popolo vi si mescola per l'abolizione di poche gabelle: si sciolgono subito i fidecommessi, i dominii feudali, le giurisdizioni e il satellizio baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli nobiliari; si correggono le banche. La republica partenopea, in questo maggiore delle altre, si dà una costituzione per la maggior parte opera di Mario Pagano, nella quale qualche cosa è salvata all'originalità paesana dalla imitazione francese; ma invece di sviluppare quanto restava di vitale nelle vecchie leggi e tradizioni, tutto viene abbandonato a chimere classiche. Si ristabiliscono i censori e gli efori, confondendo il principio di sovranità con quello di rappresentanza; si astrae da ogni realtà storica, si dimentica ogni immediata convenienza.Il governo vi è poco più di un'accademia di retori e di filosofi sognanti e sottilizzanti all'infinito sui principii; ma vi brillano caratteri di splendore lirico e di purezza adamantina. Le feste vi si succedono colla rapidità delle leggi, mentre nè città nè campagne intendono nulla a questa republica; gli usi e le clientele feudali e clericali vi rimangono fiorenti, la barbarie irritata dall'antitesi del classicismo rivoluzionario sta per prorompere, gli interessi violentemente spostati si coalizzano e preparano armi omicide. Giammai piùmagico sogno ebbe più tragico risveglio, nè più miti e sereni rivoluzionari apparvero sulla scena storica per sparire nel turbine di una catastrofe. La republica partenopea pare un melodramma scritto per una accademia e invece recitato pel popolo da una compagnia di poeti e di scienziati. Solo forse fra tutti Melchiorre Delfico, che vi partecipò, seppe scriverne una critica mirabile di acutezza e di buon senso.Ma intanto il direttorio, appesantendo la mano sulla republica partenopea, vi leva una contribuzione di ottanta milioni; indi spedisce Faypoult commissario contro Championnet, troppo mite, al quale finisce per sostituire Macdonald, precipitando il governo nella tristissima condizione di essere odiato dagli aristocratici, maledetto dal clero, biasimato dai democratici, oppresso dagli stranieri, con troppa libertà formale e troppo poca indipendenza politica, senza nè disciplina di partito, nè consenso di popolo, in faccia alla Sicilia fanaticamente reazionaria e aiutata da tutti i nemici della Francia. Ma questa, come consapevole dell'imminente reazione, affrettando l'unificazione dispotico-rivoluzionaria di tutta la penisola, aveva già costretto re Carlo Emanuele IV, assalito quasi contemporaneamente da sommosse giacobine e dalle republiche genovese e cisalpina, a cedere prima la cittadella di Torino, quindi ad abdicare. Re Carlo, meno abbietto ma non meno vile di re Ferdinando, dopo inutili ed umilianti querele aveva consentito l'abdicazione, consegnando prigioniero il suo ultimo ministro Priocca, feroce quanto onesto reazionario, e comandando persino ai piemontesi di ubbidire al nuovo governo. Poi giunto in Sardegna, fuori del tiro del cannone francese, ritirava la data abdicazione siccome impostagli dalla violenza, quasi che un re per timore della morte potesse abdicare in mani straniere senza consenso di popolo. Così sembrava allora finire ignobilmente la dinastia dei Savoia, guerriera e crudele, più fortunata nella duplicità che potente nelle armi; mentre il granduca Ferdinando III di Toscana, costretto dai medesimi procedimenti rivoluzionaria dimettersi senza avere nel trambusto disonorato il proprio governo con vane e sanguinarie reazioni, partiva da Firenze altero come un gentiluomo, e ricusando persino di portare seco una cassetta dei camei appartenenti al museo. Per una di quelle antitesi, che danno così spesso alla storia la vivacità di una commedia, il migliore dei principi italiani, il solo capace d'imporre rispetto ai giacobini coll'aristocratica nobiltà del carattere e coll'onesta intelligenza di governo era allora un austriaco! Lucca nei medesimi giorni era tolta alla propria decrepita aristocrazia dal generale Serrurier, e mutata in republica sovra il solito modello.L'apparente risultato di questa prima rivoluzione era quindi di stabilire in Italia il governo democratico: tutti gli stati vi diventavano republicani. Dell'antica Italia dei municipi, delle signorie, dei principati, dei regni non restava più nulla.Assetto rivoluzionario.Un'altra èra incominciava. Milano a capo della rivoluzione era la capitale della cisalpina, che, fusa colla cispadana, comprendeva tutta la Lombardia austriaca coi ducati di Mantova, Modena e Massa, con Bergamo, Brescia, Crema, la Valtellina, le tre legazioni di Bologna, Ferrara, e dell'Emilia sino a Pesaro; Venezia, diventata provincia tedesca, aveva lasciato ai turchi e ai russi le sue ultime provincie ionie; il Piemonte si era volontariamente annesso alla Francia; Firenze, Roma, Napoli, Lucca saggiavano la propria republica. Ma nessuna era più stato nè possedeva vero governo. Un'antitesi irriducibile stava in fondo a questa rivoluzione, che dava la libertà e toglieva l'indipendenza, emancipava la coscienza e sopprimeva la personalità politica. Invano la cisalpina, avendo ottenuto un riconoscimento ufficiale dalla Francia, riceveva ambasciatori da tutta l'Italia, dalla Spagna e persino dal pontefice, cui aveva tolto parecchie provincie; il rifiutodell'Austria a riconoscerla, perchè sottomessa alla Francia e difesa da un corpo francese di occupazione, svelava l'assoluta nullità della sua forma politica. Infatti appena fondata e riconosciuta, Trouvé giungendovi con mandato del direttorio ne rimutava la costituzione a forma più aristocratica, cacciando colle baionette i deputati dal consiglio; poi il generale Brune e Fouché la rimaneggiavano ancora nominando e destituendo.La rivoluzione non era ancora che nelle idee, e così torbida che i migliori cervelli ne ammalavano. Tutta la storia e la tradizione italiana parevano dimenticate: si viveva nel sogno, nell'entusiasmo e nella cabala. I furbi arruffavano, i generosi s'infiammavano e s'impermalivano. Il popolo per tre secoli, sino dall'epoca delle grosse signorie, divezzato dal governo, non aveva nè concetti, nè carattere politico; l'inazione della lunga servitù e la passione della superstizione religiosa lo avevano paralizzato. L'improvvisazione confondeva tutti. Congegni amministrativi e municipali andavano rotti: impossibile rinsaldarli ai nuovi per ottenere il necessario giuoco meccanico. Le Provincie sconosciute l'una all'altra; nessun fatto comune fra loro se non questa conquista francese assurda nel suo dono della libertà, tirannica nell'imposizione della costituzione, spogliatrice per contribuzioni e rapine, labile e contraddittoria in tutti i provvedimenti. Non una città, un principio, una famiglia, un uomo che servisse di unità. Il popolo inetto ed inerte, al quale i preti solo potevano soffiare nell'orecchio parole capaci di farlo prorompere contro i francesi, come a Verona, a Lugo, a Pavia, in Piemonte, nel Napoletano; l'aristocrazia composta ancora di cicisbei e di cavalieri serventi, e solo spasimante di vanità e di privilegi; la borghesia chiusa nell'angustia dei propri negozi, o sbalestrata fuori di se medesima dal tumulto delle idee rivoluzionarie, senza nè ideali precisi, nè pratica alcuna di governo. Non si aveva nè il concetto della federazione, nè quello dell'unità; l'abitudine della servitù secolaretoglieva l'idea e il carattere dell'indipendenza, mostrando nei francesi dei nuovi signori. Infatti il Piemonte, dopo un supremo tentativo del suo re per ottenere dal direttorio ingrandimenti in Lombardia, secondo la vecchia politica di Savoia, si era annesso alla Francia, e la cisalpina sfiduciata di se medesima stipulava col direttorio che ventimila francesi stanzierebbero sempre nella Lombardia per difenderla. Di libertà si declamava con fervore comico e sincero, con frasi classiche e giacobine, senza intendere nulla nè dei principii, nè degli ordini: v'era smania di emanciparsi dagli ultimi legami medioevali e dal dispotismo dei principi e dei papi, ma come per trarre l'ultima conseguenza del grande periodo anteriore delle riforme. I patrioti erano partigiani della Francia, i reazionari per contraccolpo difendevano la nazionalità; i liberali volevano la tirannide rivoluzionaria; i conservatori rievocavano il vecchio dispotismo colla prepotenza del suo ordine, nel quale le plebi godevano della più comoda e profittevole anarchia.Quindi il problema italico non fu discusso in nessuna republica italiana. Milano non pose davvero la propria candidatura a capitale della confederazione o dell'unità. Roma non riapparve colla magia della sua eterna gloria, e malgrado la propria rivoluzione rimase sempre nel concetto di tutti come la città del pontefice; di Napoli lontana si parlava come di stato straniero; la Toscana gentile e quieta sembrò fra tanto frastuono affettare la compostezza. L'idea, il principio, l'unità nuova dell'Italia erano a Parigi; la negazione degli stati italiani anteriori non produceva novelle affermazioni: non si pensava all'indomani, alla catastrofe che potrebbe ingoiare tutti quei governi provvisori; non si proponevano leghe difensive, non si coordinavano armi e finanze. La cisalpina aveva un esercito proprio, ma ordinato da istruttori francesi e appartenente alla Francia.Tranne la Sicilia e la Sardegna, rimaste fedeli ai loro re per gelosa rivalità di autonomia, nessuno degli stati e dei governi italiani aveva saputo trovare all'ultim'oraun sentimento o una idea per difendersi. Erano dunque finiti anche prima. Ma nulla di originale sorgeva dalle rovine.L'Italia republicana non era che il fantasma del proprio cadavere regio, evocato dalla magica forza della rivoluzione francese.Vi erano allora tre partiti: regio, democratico e nazionale. Il primo e più forte dei tre aveva le masse brute, capaci di sollevarsi per una strage, poi il clero, i vecchi governi colla loro tradizione e coll'organismo spezzato non morto, coll'odio allo straniero rapinante e col fanatismo religioso. Ma pronto per una reazione, associandosi alla prima coalizione europea, questo partito non aveva altro programma che il passato, altra idea che la negazione della rivoluzione. Quello democratico invece, tratto dal nulla e costituito signore officiale dell'Italia, aveva per alleato il direttorio, essendone fatalmente il servo. Le sue idee astratte e cosmopolite fuori della storia e della tradizione, senza abbastanza solidità o elasticità per il governo, non raggiungevano nè l'indipendenza, nè la libertà. Laonde pareva ai più composto di pazzi e di avventurieri, che, volendo rimutare istantaneamente tutto, riuscivano solo a tutto fracassare. Il terzo partito, nazionale, si era mostrato la prima volta (1796) nella Lega Nera, poi nel 1798 formò la Società dei Raggi: quindi, eletta sede a Bologna, stendeva le ramificazioni per tutta l'Italia. Era suo principale intendimento ottenere l'indipendenza d'Italia, subordinando il moto democratico all'ascendente di un patriziato republicano sull'antico stampo veneto o genovese; e perciò sorseroclubsantifrancesi a Napoli, in Lombardia e in Piemonte. Ma se la sua intenzione era giusta, il modo della sua idea s'imbrogliava nel passato. Un patriziato sul modello di Venezia e di Genova non poteva sorgere fuori di quelle republiche, e molto meno poi creare una nuova Italia, essendo esso medesimo piuttosto un effetto che una causa: d'altronde una novella aristocrazia rivoluzionaria e conservatrice, indipendente e liberale, senza una monarchiao una republica preordinata, era un altro fantasma, una rievocazione classica come tante dei giacobini. Così il partito nazionale, confessando da se medesimo la propria nullaggine, si nascose per operare nel mistero di una setta invece di agire apertamente e publicamente sulle masse; e più tardi, preso fra due fuochi, si disciolse per passare nelle file del partito francese, o peggio ancora in quelle del partito imperiale.La reazione austro-russa.Intanto una formidabile reazione si preparava entro la nuova coalizione europea.La fortuna di Francia intristiva; il suo esercito e il suo miglior generale sembravano cercare inutilmente per l'Egitto e per la Siria le antiche orme di Alessandro Magno; i suoi soldati effettivi non erano più che centocinquantamila, le sue finanze erano esauste, le rapine nei paesi protetti non v'ingrassavano che gli amministratori; scarsa in tutti gli ordini la subordinazione, troppo viva la lotta tra esaltati e patriotti, generale la stanchezza della lunga rivoluzione e delle troppe guerre. Nullameno bisognava resistere a questa seconda coalizione. La linea di difesa dal Texel al Faro era forse la più lunga di tutta la storia moderna: Scherer comandava l'esercito d'Italia, Macdonald quello di Napoli, Massena quello di Svizzera, Jourdan quello del Danubio, Bernadotte quello sul Reno, Brune quello di Olanda.Già al congresso di Rastadt alcuni ministri francesi erano stati proditoriamente massacrati da ussari austriaci. Suvoroff s'avanzava terribile nella Moravia; l'Inghilterra sublime nella tenacità dell'odio e dell'avarizia mercantile, gettava denaro e fiamme dovunque; l'Austria, condensandosi in uno sforzo supremo, muoveva 225,000 soldati, quantunque s'impedisse anticipatamente ogni vittoria legando colla pedanteria del consiglio aulico l'ingegno dei propri generali.L'Italia regia e cattolica si risollevava.Sino dallo stabilirsi della republica partenopea erano scoppiate tali ribellioni nelle provincie, che obbligarono il neonato governo a feroci repressioni: i francesi di Championnet riscuotendo le contribuzioni rubavano e maltrattavano; baroni, preti e corte aizzavano; ogni pretesto poteva d'ora in ora diventare causa. Infatti quattro fuorusciti còrsi, che si spacciano improvvisamente e impudentemente per principi borbonici, bastano a determinare una rivolta: il cardinale Ruffo, astutamente terribile come un condottiero del rinascimento, raccozza tosto alcune bande e sbarca in Calabria per ingrossarle in esercito. Campagne, città, villaggi, casolari tumultuano nel nome della religione, colla frenesia della morte. L'insurrezione diventa crociata, mescolando fanatismi e superstizioni di ogni sorta: il cardinale prodiga assoluzioni a tutti gli eccessi, stupra e benedice, incendia ed affoga: peggiore di lui, re Ferdinando nomina generali e chiama amici i capitani cannibali di quelle orde, mentre a Napoli i republicani divagano ancora nell'ideale. Ma l'insurrezione si propaga alla novella di tutta Europa congiurata contro la Francia; il direttorio, quasi per compromettere maggiormente la posizione della republica partenopea, dichiara i beni della corona di Napoli patrimonio della Francia. Fu l'ultimo tracollo. Invano due colonne di republicani si spiccano per la Calabria guidate da Giuseppe Schipani e da Ettore Carafa; più invano quest'ultimo moltiplica eroismi che lo assomigliano ad Aiace, giacchè la classica idealità e l'idillico platonismo del governo tolgono animo e forze ad ogni resistenza. La discordia sconvolgendo tutti i campi incrocia le scomuniche del cardinale Capece al cardinale Ruffo e di questo a quello; l'inane republica per sostenersi invoca fanciullescamente l'aiuto di Francia impegnata in ben altra contesa, e si espande in querele per l'abbandono. Ma l'esercito della Santa Sede, come la chiamavano allora, avanza raddoppiando di ferocia; Macdonald, richiamato in Lombardia per aiuto a Moreau già battuto a Cassano, ha il tempo appenadi ributtare uno sbarco di anglo-siculi a Castellamare, e parte cedendo la republica alla morte. Tutto precipita intorno ad essa. Non armi, non denaro, non popolo, nullameno il governo invasato d'eroica teatralità dimentica ogni più volgare prudenza sino a respingere le assennate proposte del generale Matera per una sospensione della costituzione e per organizzare il Terrore. Si prosegue nelle feste e nelle declamazioni. L'enfasi tocca il grottesco per ridiventare sublime nel martirio: «pera la republica piuttosto che commettere una violenza», fu l'ultima formula del governo. E perì.Congiure realiste vampeggiano a Napoli prima ancora che sia bloccata per mare e per terra: il direttorio dichiara la patria in pericolo e mette finalmente all'asta i beni della corona, ma per non trovare più che un solo compratore; Michele lo Pazzo, convertito alla repubblica, offre di armare ventimila lazzaroni, e il governo per timore di tradimento rifugge da questa suprema misura. Allora le bande calabresi, turche, russe, inglesi assaltano la città, conquistandola malgrado gl'incredibili eroismi dei difensori. Il presidio francese assiste inerte alla battaglia, inerte alla carneficina dopo la vittoria, inerte alla capitolazione, che la regina Carolina e Nelson violarono malgrado l'inopinata onorevole resistenza del cardinale Ruffo: quindi patteggia la propria resa consegnando ai borbonici i republicani napoletani militanti fra le proprie file. Trentamila persone furono imprigionate, trecento vittime illustri tratte al patibolo, sei mila republicani perirono tra le fila dei combattenti o tra i supplizi, sette mila sospetti vennero condannati all'esilio o costretti a salvarsi colla fuga. Si bandirono fanciulli di dodici anni, furono bruciati prigionieri per le piazze, venduta la loro carne, mangiata publicamente. Mario Pagano il maggior filosofo, Cirillo il miglior scienziato, Vincenzo Russo il più eloquente oratore, Caracciolo il più prode ammiraglio, Ettore Carafa il più prodigioso eroe, Eleonora Pimentel la più bella sibilla della republica,tutti perirono giustiziati colla sublime serenità di sognatori, che nemmeno lo spavento della morte poteva destare.Poi su questa ruina ideale s'aggravò, immonda rovina, la restaurazione borbonica.Intanto Macdonald accorse verso Lombardia al soccorso di Moreau, mentre intorno tutta la campagna napoletana arde e mareggia. Coll'esercito diviso in due corpi, egli si dirige rapidamente su Roma; costretto, saccheggia San Germano, brucia Isola; a Roma lascia artiglierie e salmerie, difilandosi rapido per la Toscana. Quivi pure la sollevazione regia e religiosa ha sconvolto Arezzo e Cortona. Macdonald prende questa, minaccia quella, ma incalzato dalle necessità sempre più urgenti di Moreau, si affretta a calare arditamente per la valle del Panaro. Era tempo ed era tardi. Moreau, riparato in Liguria per avere almeno libera la ritirata in Francia dal Colle di Tenda, era cinto dagli austriaci di Melas e dai russi di Suvoroff: tutto sembrava perduto per la Francia nell'alta Italia. Scherer, surrogato a Joubert sul principio della guerra e rotto due volte da Kray a Verona e a Magnano, aveva già dovuto cedere il comando supremo a Moreau, per fuggire fra le esecrazioni dei republicani. Moreau, raccattando l'impero sopra un campo di sconfitta e non riuscendo ad impedire la congiunzione di Suvoroff cogli austriaci, sconfitto da forze preponderanti a Cassano, era stato costretto ad abbandonare Milano ai vincitori e a riparare oltre il Po in Alessandria. Milano, invasa dai confederati, li aveva acclamati stordendoli di feste e di servilità: si erano cacciati, arrestati i republicani; si era invocata la ripristinazione della servitù austriaca con omelie eTe Deum, mentre d'un tratto di penna Francesco II condannava quattrocento giacobini a trascinare le navi alle bocche di Cattaro; primo martirio che doveva destare nella coscienza italiana l'odio di patria allo straniero.In Piemonte sollevazioni sanguinarie avevano preceduto la conquista di Suwaroff; quindi Torino capitolavae il Fiorella, ultimo difensore della rocca, resisteva solo per soccombere onorevolmente.Tutta la cisalpina e il Piemonte erano dunque perduti per la Francia e per la rivoluzione. I confederati avevano ripreso Roma scacciandone il generale Garnier; nella Toscana reggeva per il granduca, riparato a Vienna e riacclamato dalla plebe, un Sommariva.Quindi il generale Macdonald, scontrati austriaci e russi alla Trebbia, mentre Moreau ingrossato di qualche aiuto mandava Victor a tendergli la mano, moltiplicando invano arte e valore, ne forza il passo in tre battaglie, e sempre sanguinosamente respinto, minacciato d'estrema rovina, con meravigliosa ritirata sfugge per la Toscana in Liguria. Il generale Moreau, costretto ad avanzarsi, solo, con mossa fortunata ed ardita libera Tortona dall'assedio; ma la fortuna francese ruina egualmente d'ogni parte. Tutte le fortezze capitolano; Joubert, rimandato generalissimo in Italia con nuovo esercito, è sconfitto ed ucciso alla prima battaglia di Novi; Championnet, che si accinge a vendicarlo, muore anche più infelicemente dal dolore di essere rotto; Mantova si arrende a Kray, Clément deve cedere Cuneo, Mounier perdere Ancona.La ristorazione regia e religiosa è compiuta: solo il Piemonte e lo stato pontificio non vi si ricompongono nella vecchia integrità. Suvoroff, già risalito verso la Svizzera, dove l'indomabile Massena lo attende per distruggerlo, aveva indarno voluto ricostituire il Piemonte per ridarlo a Carlo Emanuele, sebbene questi con insigne viltà non avesse osato durante la guerra sbarcare dalla Sardegna per mettersi alla testa delle proprie truppe. Ma l'Austria, quasi sollecitata da tanta ignavia, aveva con astuta ingordigia sventato ogni disegno dell'onesto barbaro, badando invece ad occupare con uguale intenzione di conquista le tre legazioni della cisalpina. Così e colla Venezia, la Lombardia e mezzo il Piemonte avrebbe alzato contro Francia un baluardo imprendibile. Suvoroff, troppo ingenuo politicamente per comprendere tale giuoco, abbandonavaquindi l'Italia, da lui riconquistata con effimere vittorie alla reazione europea, per vanire fra le grandi Alpi come un ciclone incomprensibile ed inutile.Il moto republicano sembrava cessato.Infatti se nella sua prima irresistibile espansione dovuta alle vittorie francesi il popolo si era appena mosso, ora invece si cacciava con impeto universale nella reazione provocata dall'Austria. Il grido di «morte ai giacobini» risonava per ogni dove; da Napoli i furori assassini si erano propagati ad Arezzo, a Cuneo, a Cortona, a Genova, alle Romagne, a Milano, a Torino, a Roma. I preti soffiavano, ma l'odio alla rivoluzione era istintivo nell'anima popolare. Le rapine e le taglie francesi sovra una nazione tanto abituata ai dolori delle servitù straniere non bastavano a spiegare l'unanime ferocia di quest'odio: il fervore della superstizione, giacchè vera passione religiosa in Italia non fu mai, poteva concorrere nella furia della reazione, ma era insufficiente a promuoverla. D'altronde la coscienza politica della moltitudine non aveva patito dai francesi violazione nè di nazionalità nè di libertà, mentre tutti i governi antecedenti non erano meno stranieri ed oppressori, e a Napoli s'aggravava la peggiore delle tirannidi, in Lombardia pesava l'Austria, in Piemonte gli ultimi re stringevano tutti i freni, e nello stato pontificio lo sgoverno dei papi sgomentava persino la servilità lodatrice degli scrittori.L'unanimità delle violenze popolari era dunque prodotta dall'urto ideale della rivoluzione francese nella coscienza storica dell'Italia cristallizzata nelle forme monarchiche e papali. La condizione spirituale ed economica del popolo vi era infatti confortata dal lungo uso della servitù e dalla quiete egoistica, nella quale i governi lo lasciavano senza chiamarlo mai all'armi o costringerlo a faticare per le vie del progresso. E poichè l'abbiezione come ogni altro modo della vita ha i propri vantaggi, e crea col tempo abitudini ribelli ad ogni mutamento, una specie di benessere animale dava alla coscienza popolare l'illusione di unafelicità, che nessun altro straniero o padrone avrebbero avuto diritto di turbare. Le catastrofi e le guerre immense della Francia per aver fatta la propria rivoluzione, ingigantite e falsate dai racconti di tutti, spaventavano il popolo. I giacobini italiani, costretti a violare ogni regionale individualità senza poter nemmeno accennare alla costituzione di uno stato libero ed uno, sembravano naturalmente pazzi e parricidi, giacchè il loro programma imponeva la guerra contro tutti, persino in casa; e il popolo non voleva battersi. La rivoluzione, concepita nella fatalità della propria idea e del proprio processo, significava un aumento di miseria per incalcolabili spese militari, e il popolo era anche troppo povero; significava l'abbandono della religione, giacchè il papa era contro la rivoluzione, e il popolo era superstizioso; significava un governo di borghesi arruffoni e venturieri, poichè i pochi buoni erano sconosciuti al volgo ignorante, e il popolo, padroni per padroni, preferiva gli antichi riveriti per tradizione e che sapeva fiacchi. Poi i principi per spingerlo alla reazione lo avevano sguinzagliato, lasciando libera carriera a tutti i suoi istinti bestiali, mentre i giacobini nella loro prima espansione non avevano parlato che di libertà e di ordine con frasi così classiche e con astrazioni così vuote che il popolo non vi aveva capito gran cosa. La sua coscienza politica non era ancora che napoletana, ligure, lombarda, toscana, veneta, così contornata e limitata da ognuno di questi stati frammentari che la necessità della loro federazione non avrebbe potuto essere intesa che dai principi, e quella più alta dell'unità offendeva mortalmente tutte le gelose individualità regionali. Così, quando alla prova dei fatti, unico argomento per la masse, i giacobini non seppero nè piantare governi liberi, nè attuare prontamente riforme sociali, che alleviando le miserie popolari convincessero le coscienze con un improvviso benessere; e le spese, e le taglie e tutti i mali della guerra crebbero sugli antichi dolori, il popolo, non vedendo nella rivoluzione che un peggioramento, insorsea brigantaggio intorno agli eserciti degli alleati che si battevano per i principi. Di questi nessuno seppe essere nè re, nè soldato, nè uomo. Il problema dell'unità e della libertà italica non esisteva ancora per il popolo.I liberali furono compassionevoli per incapacità politica e per tragici martirii. Erano scienziati, artisti, belli spiriti, liberi pensatori, non concordi in una sola idea, non affratellati in un unico sentimento, non rannodati da alcun metodo. Servi quanto il popolo e dal popolo disertati, domandavano alla Francia l'unità, la libertà, l'indipendenza e quella personalità politica, che ognuno deve creare in se stesso; e poichè la Francia, dibattendosi essa medesima nell'antitesi dei propri dati rivoluzionari colle proprie tradizioni di conquista e colle necessità dei propri interessi immediati, non poteva concedere una costituzione senza violarla considerando fatalmente i paesi liberati come soggetti, i giacobini italiani strillavano all'abbandono e al tradimento. Avrebbero voluto tutto senza far nulla: stipulavano un presidio francese nella cisalpina invece di attuarvi la coscrizione come in Francia; a Napoli ricusavano d'armare i lazzari volonterosi e invocavano dal direttorio un esercito; le poche legioni lombarde unite a Scherer nel primo scoppio della reazione furono insignificanti di opere e di aiuto, le liguri mandate da Moreau verso Macdonald alla Trebbia furono disperse al primo urto; Lahoz, il miglior generale italiano nella patria dei più grandi generali del mondo e nel paese che aveva vissuto dieci secoli di guerra e per la guerra, passò prontamente e senza gloria dai rivoluzionari agli imperiali. L'altro generale italiano, Pino, che lo prostrò in uno scontro ariostesco all'assedio di Ancona, era egli stesso guerriero di scarso valore. Non un diplomatico o uno statista apparve nelle tante republiche improvvisate, che richiamasse la gloria politica del medio evo e del rinascimento. Rivoluzione e reazione rimasero allo stesso livello intellettuale; la viltà dei principi fu compensata dalla declamatoria insufficienza o dall'inutile solitario eroismo dei rivoluzionari.Era e doveva essere uno sfacelo.Bisognava che i principati e i regni sorti dal rinascimento cadessero, mentre le improvvisazioni rivoluzionarie incomprese dal popolo fallivano come i tentativi isolati dei pensatori e degli scrittori nel periodo antecedente. L'Italia, troppo più addietro della Francia nel corso politico, guadagnava però in tale trambusto la doppia coscienza dell'esaurimento del proprio passato e della necessità di un futuro diverso. I principi reintegrati non potrebbero più ottenere il cieco rispetto di prima, poichè nessuno crederebbe più alla loro stabilità dopo così facile caduta; i republicani, cacciati dalla reazione e ospitati in Francia, vi stringerebbero nella umiliazione di quella sconfitta la prima lega nazionale. Infatti il loro manifesto squillante di rettorica al direttorio, affermando la libera unità d'Italia e invocandola ancora puerilmente dalla Francia, non parlava più di unità cisalpine o partenopee. Fra la ruina dei principati solo il papato risorgeva più idealmente vigoroso. Se come regno la sua decadenza era pari a quella dei Borboni e dei Savoia, avendo col trattato di Tolentino abbandonato parte delle proprie terre e permesso coll'enciclica di Pio VI ai romani di giurar fede alla republica, e nella furia della reazione invocati russi e turchi, benedetti i cannibali di Ruffo e di Branda-Luciani, approvata lo superstizione che nominava sant'Antonio protettore di Napoli contro san Gennaro reo in faccia al popolo di avere compito il proprio miracolo del sangue per ordine di Championnet; nullameno era stato l'unità e la forza spirituale della reazione. Tutti i principi lo sentivano e piegavano innanzi ad esso. Re Ferdinando di Napoli poteva nella stupidità della propria natura pretendere come l'Austria a conquistare qualche terra papalina dal proprio canto, entrando la seconda volta a Roma per cacciare il generale Garnier, ma il papato lo dominava nella persona del cardinale Ruffo. La lotta dei principati contro la chiesa nel periodo delle riforme s'investiva in un'alleanza di quelli con questa contro la rivoluzione. Scienzae filosofia dovevano quindi gettare la maschera per passare francamente nel campo democratico. D'ora innanzi il papato, traendo dalla accettata infallibilità dei propri dati religiosi argomento per la verità del proprio assolutismo politico, sarebbe la suprema forza ideale dei principi italiani contro l'unità e la libertà d'Italia; ma, rovesciato al pari di loro dalla rivoluzione republicana, dovrà essere una seconda volta soppresso con loro dalla rivoluzione imperiale di Napoleone, per perdere nella coscienza italiana ogni valore storico e sparire per sempre entro la formazione di una terza Italia.
La grande rivoluzione agitante tutta l'Europa si svolse in Francia; nessuna dopo quella del cristianesimo fu più rapida, vasta e profonda: il mondo intero ne uscì rinnovato.
Essa negò la monarchia cristiana nella sua trinità di re, aristocrazia e religione per sostituirvi la sovranità popolare, il governo della borghesia e la superiorità della giustizia filosofica sulla giustizia cristiana. La sua passione era la libertà, le sue forze quelle dell'industrialismo contro il militarismo, il suo programma l'uguaglianza civile; il suo spirito era classico, il suo temperamento insubordinato. Appena comparsa sulla scena storica, entro le forme antiche dei parlamenti, le ruppe ed invase, rovesciando tutti gli ordini. Incalcolabili dolori, inesauribili speranze la spingevano. La monarchia borbonica, rappresentata dal meno cattivo e dal più inetto de' suoi re, scese al disotto del ridicolo e dell'infamia nella propria resistenza, trincerandosi entro la bigotteria cattolica ed invocando lo straniero. La plebe ruggì; sessanta mila banditi, prodotti dalle fiscalità incredibili dell'ultimo regime, accorsero in bande a Parigi e s'improvvisarono eroi, carnefici, popolo, pubblico, sovrano. L'aristocrazia o seguì nel tradimento di un volontario esilio la corte, o si chiuse nei propri castelli, o si buttò per nativa generositào per tarda ipocrisia nella rivoluzione; e ovunque fu trucidata. Il clero, incredulo e corrotto, disparve quasi nella prima lotta per ricomparire più tardi coraggiosamente alla testa d'insurrezioni realiste e parricide; la borghesia vincitrice e vittoriosa fu travolta dallo stesso uragano che la portava a rovesciare tutto dinanzi a sè. La successione febbrile e fantastica delle forme politiche nella rivoluzione superò ogni tragedia, sgominando previsioni di sapienti, abilità di pratici, pretensioni di tribuni, combinazioni di partiti, intrepidezze di fanatici, disperazioni di deboli e di forti.
L'Europa, destandosi dal sogno arcadico delle riforme, allibì, e, improvvisamente pentita delle proprie idee, armò con senile imprevidenza tutte le antiche monarchie contro la rivoluzione francese. Il pericolo era imminente, ogni dinastia minacciata, tutto l'antico assetto politico sommosso. Ciascun'ora recava da Parigi annunzi di stragi: decapitati il re e la regina, nobili e preti passati a fil di spada, distrutti i castelli, incendiati i conventi, dichiarata la guerra a tutti i re, gridata libertà a tutti i popoli. I rivoluzionari apparivano sulla scena sinistri ed affascinanti, per sparire quasi istantaneamente, precipitati nel medesimo gorgo che inghiottiva l'aristocrazia, o troncati dalla stessa mannaia che aveva tagliata la testa del re. Luigi XVI, prima di essere giustiziato, aveva dovuto deporre il bilancio della monarchia innanzi alla convenzione come davanti ad una assemblea di creditori, che lo avessero condannato per fallimento doloso; aristocrazia e clero, commessi della regalità, avevano subìto le sorte del principale. Non più diritto divino, non più supremazie storiche di vincitori e di vinti stabilite nel medio evo, non più autorità di pontefici e di Dio confiscanti la terra a nome del cielo ed imperanti al pensiero col doppio mito della rivelazione e della risurrezione. La politica, che, rappresentando sino allora l'abilità dell'interesse regio sopra o contro l'interesse nazionale, aveva sempre pensato ed operato nel mistero, improvvisamente trascinata in piazza non è più cheuna discussione di tutti, nell'interesse di tutti, necessariamente tumultuosa, aggressiva, intrattabile in quell'ora suprema di delirio e di distruzione. Dio, disperso nei cieli, abbandona sulla terra i propri altari; la monarchia non trova giustificazione ai propri titoli, l'aristocrazia ai propri gradi, il clero alla propria autorità. La ragione trionfa, la scienza sovrasta, la filosofia si esalta, la politica delira. Nulla è più rispettato, perchè tutto deve essere ridiscusso; la demenza imperversa tra la foga irrefrenabile delle passioni necessarie all'immane sforzo di sconvolgere tutto il passato; la frenesia della libertà riproduce quindi l'insania del dispotismo; una distruzione maniaca seppellisce i guastatori sotto le rovine; uomini e partiti si dissolvono entro la trama sempre lacerata e sempre rammendata di un parlamentarismo, che imitazioni classiche ed estranee ordiscono e passioni nazionali ed istantanee stracciano.
La guerra civile avvampa prima che regii e preti l'attizzino; le coscienze violate urlano, martiri e carnefici lottano d'eroismo, il mondo atterrito e nauseato torce lo sguardo dall'instancabile carneficina, l'Europa si coalizza e si avventa sulla Francia per toglierle, liberando Luigi XVI, di compiere intera la rivoluzione. Senonchè la Francia, galvanizzata dal pericolo, illuminata dall'istinto, taglia la testa al proprio re e la gitta come una sfida all'Europa monarchica. La sfida è raccolta, ma la vittoria resta alla Francia. Esausta, senza denaro, lacerata dalle fazioni, smezzata dalla guerra civile, essa lancia nullameno un milione e mezzo di coscritti a tutte le frontiere; inesperienza e tradimenti di generali non la perdono; il genio e la passione riparano a tutto, trionfano di tutto. La storia si muta in poema, la tragedia sta per tramontare nell'epopea. Il popolo, che nella demenza delle prime ore ha massacrato quasi tutta l'aristocrazia della scienza e del patriziato, ne improvvisa un'altra di eroi, di generali, di ministri, che sconfiggono gli eserciti di Federico II, le diplomazie dell'Austria, i complotti di Roma, le macchinazioni dell'Inghilterra. Dal 1789 al 1796 la bufera rivoluzionaria non rallenta un minuto. La suaopera di distruzione è così rapida ed universale che nessun occhio può cogliere tra il polverio delle macerie l'originale fisonomia dell'epoca, che vi comincia: pare un guasto ed è una rinnovazione, un massacro ed è un olocausto, un delirio ed ogni colpo vi è infallibile, una passione ed è un'idea, una improvvisazione ed è un sistema, un sistema ed è un mondo.
L'America aveva cominciato poco prima coll'insurrezione degli Stati Uniti; l'Europa ricomincia colla rivoluzione della Francia. Bisogna quindi che una guerra trascini questa fuori dei propri confini: tutte le monarchie europee, rovesciate dalla rivoluzione francese, riveleranno nella caduta la propria vacuità, ma per risollevarsi dovranno tendere la mano ai popoli. Quando un popolo rialza un re, finisce di essergli suddito; appena il diritto divino patteggia col diritto umano, cessa di essere un diritto; quando un clero è costretto a discutere la propria religione, la fede in essa è già morta; allorchè spunta l'elettore, il monarca scompare. La sovranità è inscindibile. La formula conciliativa delle moderne costituzioni esprime, tentando coprirla, l'antitesi di un'idea nuova con una forma antica; ma ogni idea, presto o tardi, deve trovare di per sè la propria forma. Nessuna forma vuota ha mai potuto o potrà mai riprodurre la propria idea svanita: vi è generazione, non risurrezione: ogni corpo ha un'anima, nessun cadavere può rianimarsi.
Al rompere della rivoluzione francese, l'Italia vi è così poco preparata, che il Bertola (1787) nella prefazione della propria filosofia della storia dichiara che l'Europa non teme più rivoluzioni, e Pietro Verri, uno dei migliori, entusiasmato per le benigne intenzioni di Leopoldo II salito al trono d'Austria, consiglia a tutti di diventare buoni sudditi del nuovo monarca. A Pistoia e a Livorno sono scoppiati tali tumulti contro le riforme leopoldine da costringere il nuovo granduca Ferdinando III a sospenderne e a ritirarne alcune; a Napoli la prepotenza di Acton, Silio inglese di Messalina austriaca, fa dimenticare la benefica onnipotenza delTanucci; Dutillot e Bogino, già caduti in disgrazia, si sono ritirati dalla politica.
Le armi della nazione scarseggiavano; pochi gli armati, e tra essi troppi stranieri. Il Piemonte manteneva ancora quindici castelli e trentacinque mila soldati; Genova, abbastanza bene fortificata, poco più di un migliaio e mezzo; altrettanti Modena, la metà di questi Parma, due centinaia Lucca, quattro mila la Toscana, cinque o sei mila il papa colle fortezze del Po, d'Ancona e di Civitavecchia; duemila stranieri, alcuni bastimenti, l'arsenale non assolutamente sprovvisto, Venezia. Acton a Napoli ringagliardiva con futile vanità il naviglio e riordinava l'esercito con istruttori francesi, licenziando gli svizzeri, restringendo in due reggimenti gli spagnuoli, i fiamminghi e gl'irlandesi, aggiungendo un battaglione di cacciatori albanesi al reggimento Reale Macedonia di greci. La Lombardia, forte per Mantova e Milano, non assoldava più di quattro mila uomini cerniti dagli ergastoli o ingaggiati. L'abisso, che separava il popolo dal governo, lo divideva pure dall'esercito. Quarantotto anni di pace avevano tolto da ogni memoria l'immagine della guerra, favorendo la putrefazione della coscienza pubblica.
L'antica Italia dei guelfi e dei ghibellini, così inesaustamente e terribilmente guerriera, non era certo riconoscibile in questa ultima Italia di cavalieri serventi e di eserciti inservibili, ove Ferdinando IV con cinica profezia poteva dire delle proprie milizie «scapperanno, scapperanno!».
Quindi la rivoluzione francese dagli stati generali con impetuoso e rapido crescendo arriva alla costituzione del 1791; il re spaventato fugge affrettando la catastrofe; ma scoperto a Varennes e ripreso, la sua causa è ormai separata da quella della rivoluzione. Le ostilità fra corte e rivoluzione rifiammeggiano, le plebi tumultuano. All'assemblea costituente, tosto disciolta, succede la legislativa tutta composta di membri nuovi; l'Europa freme, i popoli esultano, i re si alleano minacciosamente ed emanano il proclama insolente diPillnitz. L'assemblea legislativa alla minaccia dell'invasione risponde imponendo agli emigrati di ritornare entro un anno in Francia sotto pena della confisca dei beni, e al clero il giuramento civico. La coscienza falsa e bigotta di Luigi XVI ricalcitra; la sua diplomazia, costretta a dichiarare la guerra a Francesco II d'Austria, che pretendeva si rendessero Avignone al papa e i diritti feudali ai principi tedeschi proprietari dell'Alsazia, tratta ancora segretamente con Vienna; alcuni rovesci all'aprirsi della campagna spargono nella nazione la paura del tradimento; finalmente il veto contro la deportazione dei preti, e il manifesto ingiurioso del duca di Brunswick, minacciante Parigi di un'esecuzione militare se fosse recato oltraggio alla famiglia reale, persuadono tutti che la corte è il nemico, il popolo insorge, invade le Tuileries, sforza le prigioni, massacra svizzeri, prigionieri, preti, aristocratici. Il delirio del sangue sale a tutte le teste, mentre l'entusiasmo patriottico infiamma tutti i cuori. Volontari accorrono sotto le bandiere da tutti gli angoli della Francia. Dumouriez, succeduto a Lafayette, batte i prussiani a Valmy (1792); Custine entra trionfante a Spira, a Worms, a Magonza, a Francoforte; Montesquieu occupa Chambéry, Anselme ghermisce Nizza al re di Savoia collegatosi all'Austria e alla Prussia contro la Francia.
Ma la rivoluzione vittoriosa alle frontiere raddoppia la propria vittoria all'interno e processa il re. La storia non aveva ancora avuto uguale giudizio; diritto divino e diritto umano, elettore e monarca sono di fronte: soccombe il re. La monarchia, uccisa nell'idea, non risorgerà che finzione di se medesima, sottomessa nel nuovo diritto costituzionale alla sovranità popolare. Quindi tutte le monarchie europee colpite al cuore da questa negazione del loro principio si coalizzano: Inghilterra. Spagna, Olanda s'aggiungono all'Austria, alla Prussia e al Piemonte contro la Francia. La convenzione superbamente eroica dichiara loro la guerra. Le prime armi sono infelici; la Vandea violata nellapropria coscienza religiosa ed esasperata dalla decapitazione del re insorge. La guerra civile si mescola così alla guerra straniera, mentre la rivoluzione accampata a Parigi fra banditi indisciplinabili, plebi sanguinarie e partiti implacabili, senza denaro, senz'organizzazione, senza autorità, oppugnata dall'aristocrazia, combattuta dal clero, non abbastanza aiutata dalla borghesia, raddoppia il proprio eroismo, moltiplica il proprio genio, risponde colla morte alla morte, muta il massacro in governo, improvvisa quindici eserciti di centomila soldati ciascuno, arriva col trionfo della Montagna sulla Gironda all'esplicazione della propria formula finale. In questa vertigine di sangue la sua opera legislativa prosegue falsa nei metodi, violenta nelle forme, ma infallibile nei concetti. Tutto cede alla fatalità della sua idea. Mentre a Parigi i partiti trucidandosi l'un l'altro alzano una piramide di cadaveri, che gela l'Europa di orrore, gli eserciti republicani dissipano gli eserciti regi con una furia e una facilità di uragano. Pichegru e Jourdan battono gli austro-inglesi a Monseron e a Fleurus (1794): lo statolder fugge e gli stati generali proclamano la republica batava. Dumas, padre del grande romanziere, snida gli austro-sardi dai passi alpini del piccolo San Bernardo e del Cenisio; Dumerbin sconfigge i sardi a Saorgio e s'impadronisce di Savona; Dugommier ricacciati gli spagnuoli oltre i Pirenei, li prostra alla Montagna Nera in una battaglia di quattro giorni, nella quale muore vittorioso. Quindi Pérignon, suo successore, penetra nella Catalogna, e Moncey, sostituito a Mailer nei Pirenei occidentali, conquista la Biscaglia e l'Alava.
Il rombo di tante vittorie spaventa così Federico Guglielmo II di Prussia che, staccandolo dalla coalizione gli persuade la pace di Basilea, nella quale cede alla Francia il Reno per confine: quindi gli Elettori di Sassonia, di Annover e Assia Cassel, il granduca di Toscana e poco dopo la Spagna, seguendo il prudente esempio, riconoscono la republica francese.
Ma le due maggiori potenze dell'Austria e dell'Inghilterra, quantunque sconfitte in più battaglie, stannopronte alla riscossa: l'Inghilterra tiene vittoriosa i mari, la Vandea eroicamente reazionaria si batte ancora per la corte vilmente raminga e per l'aristocrazia più vilmente agglomerata a Coblenza. A questo punto (1795) andò in vigore la costituzione dell'anno III, che affidava il potere legislativo a due consigli, i cinquecento e gli anziani, e l'esecutivo a un direttorio di cinque membri eletti dal corpo legislativo: dopo di che si riprese la guerra. Carnot, incomparabile organizzatore della vittoria, tracciò egli stesso il disegno per la campagna del 1796, secondo il quale i tre eserciti della Sambra e Mosa, del Reno e dell'Italia avrebbero dovuto prendere simultaneamente l'offensiva. Ma i due primi, guidati da Jourdan e Moreau, avendo commesso l'errore di avanzarsi sovra due linee parallele invece che convergenti, furono sconfitti dall'arciduca Carlo: il terzo scese in Italia con Napoleone Bonaparte, fanciullo come Annibale e forse il solo degno di essergli paragonato.
Allo scoppio della rivoluzione francese esistevano in Italia quattro maniere di governo: quello austriaco nei ducati di Milano e di Mantova; la teocrazia negli stati romani; la republica medioevale a Venezia, a Genova, a Lucca e a San Marino; stavano ducati e regni indipendenti, la Toscana, Parma, Modena, le due Sicilie e il Piemonte. Nelle republiche il patriziato erasi insignorito del governo, identificandosi collo stato, ma fossilizzandosi nella più grottesca e vacua delle forme; la burocrazia austriaca fondata da Giuseppe II nella Lombardia vi contrastava a tutte le tradizioni feudali e clericali; Parma e Modena, ubbidiente agli impulsi borbonici francesi, si erano esaurite oppugnando le pretensioni di Roma; il movimento riformista delle due Sicilie e della Toscana, scendendo dall'alto attraverso capricci di sovrani e sapienza di ministri, aveva piuttosto sommosso che illuminato le coscienze, spostandomolti interessi senza organizzarne alcuno. A Roma una falsa teocrazia, assalita e screditata in ogni parte, conservava nullameno costumi e idee medioevali: la sua legislazione si componeva ancora di ottantaquattromila leggi, la sua politica considerava Napoli, Milano, Genova, Parma e Modena come stati rivoluzionari, e vi prodigava ogni sorta di consigli e di richiami per eccitarvi una reazione religiosa. Il Piemonte, che negli ultimi due secoli era stato il regno più vivo d'Italia e nel quale sembrava prepararsi la nuova politica nazionale, arrestatosi improvvisamente, affettava pietà cattolica ed amore al feudalismo, mentre tutti gli altri stati battagliavano riformando contro Roma.
Nè governi, nè popoli erano dunque pronti a una rivoluzione: la coscienza degli uni era chiusa, quella degli altri vuota.
Al rombo della tempesta francese tutti i principi italiani sbigottirono: Pio VI propose un'alleanza sul genere di quella di Pillnitz, che naturalmente non potè essere stretta; Napoli stava imbronciata col papa per la chinea; Venezia temeva pel proprio commercio; l'Austria dubitava anche allora di ogni lega italiana; il duca di Modena, massaio volgare e vigliacco, preparava un grosso tesoro per fuggirsene; la Toscana, più aperta alle nuove idee, simpatizzava ingenuamente per la republica francese, e fu poi la prima a riconoscerla; il Piemonte, vano della propria antica capacità militare e più facilmente minacciato di ogni altro nella Savoia, davasi l'aria di armare. Vittorio Amedeo III, legato per molti matrimoni ai Borboni, aveva ospitato gli emigrati, mutando Torino in una fucina di contro-rivoluzione: quindi impazzando del proprio grado di re cristiano, aveva per le sollecitazioni dei preti, dei fuorusciti e del nuovo imperatore preso l'offensiva (1792). Ma i soldati piemontesi, imbozzacchiti dalla lunga pace e capitanati dalla più inetta aristocrazia di corte, si copersero di ridicolo, abbandonando più di una provincia in mano al nemico. Genova, dominata dai riguardi mercantili e timida di una alleanza così col Piemontecome coll'Austria, mentre vorrebbe restare neutrale, viene incalzata a decidersi dalle prepotenze inglesi, che assalgono sino nel suo porto le navi francesi; la Corsica, delirante per la nuova libertà concessale dalla republica francese, risogna l'antica indipendenza, e Pasquale Paoli, il suo eroe più puro, offusca tutta la propria vita coll'errore supremo di cedere l'isola all'Inghilterra per timore della volubile fede francese. Venezia ospita a Verona Luigi XVIII sempre inteso da lungi a miserabili congiure realiste, e lo caccia poi alla prima intimazione francese; Roma, in sulle prime riguardosa per paura dei furori rivoluzionari, ed esasperata poi dalle persecuzioni al clero, lancia scomuniche contro la republica francese, facendo trucidare dalla propria plebaglia Ugo Basville. A Napoli la reazione cominciata colla sostituzione dell'inglese Acton al toscano Tanucci prosegue con terribili forme inquisitoriali: la corte, resa crudele dalla paura e fanatica dall'odio, istituisce una giunta di stato con poteri esorbitanti; si accumulano prove su ventimila rei, sospetti su cinquantamila; le prime ingenue dimostrazioni liberali provocano esecuzioni; tre giovanetti esordiscono nel martirio. La regina Carolina delirante dichiara di stimare una spia meglio di un gentiluomo, i libri di Filangeri sono bruciati dal boia, re Ferdinando non esce più dalla propria colonia di San Leucio, sozzo lupanare nel quale intendeva forse riprodurre la Città del Sole di Campanella, che per segnare decreti di morte. La corte ricusa gli ambasciatori francesi; poi, atterrita dalla squadra dell'ammiraglio Latouche, li riceve, promette la neutralità e la viola alleandosi all'Inghilterra per assaltare Tolone. Intanto per far denari ruba gli argenti alle chiese, spoglia i banchi, ed improvvisa un esercito e un'armata relativamente enormi, ma di nessun valore. Ma poichè nel periodo del Terrore il re di Piemonte, per ribrezzo dei republicani, non osa allearsi coi lionesi e coi provenzali insorti a guerra civile, la republica, soffocati prontamente quei moti nel sangue, spingeKellermann, abilmente impetuoso, nella Savoia; Ventimiglia ed Oneglia sono invase: altri francesi piombano dal Cenisio, Saorgio è espugnato, il colle di Tenda preso. Nullameno il Piemonte, decaduto dall'antico valore resiste colla vecchia pertinacia; e, cessato il Terrore, mentre Prussia e Spagna si compongono colla republica, esso dura alla guerra coll'alleanza dell'Austria. Quindi Scherer, spalleggiato vigorosamente da Massena e Serrurier, batte il generale Colli a Loano; l'Austria manda Beaulieu e la Francia contrappone Napoleone Bonaparte.
La guerra cresce istantaneamente. Napoleone, italiano, giovane e genio, muta improvvisamente strategia e tattica; questa perfeziona sull'esempio di Federico II, quella inventa colla prodigiosa facilità degli antichi condottieri. Vi è in lui del Nicolò Piccinino, ma raddoppiato da un ingegno politico che mira più alto e più lontano. Egli stesso s'ignora, ma, rivelandosi al mondo, si scopre a se medesimo. L'Austria sola è nemica della Francia: quindi colpirla con una guerra rapida, impetuosa ed irresistibile, ecco il suo disegno. Alla testa di trentasei mila uomini, laceri, scalzi, entusiasti, circondato da vecchi generali e da eroi ancora sconosciuti si dirupa sull'Italia. Vincitore a Montenotte, pel passo di Millesimo sbocca sul centro nemico, separa austriaci e piemontesi, si piega su questi; da Cherasco bandisce all'Italia il primo proclama di libertà e concede al re di Sardegna, tardi atterrito, un armistizio, pel quale s'impadronisce di quante fortezze gli occorrono. Secondo le idee del direttorio, la Lombardia doveva essere conquistata per ridarla all'Austria in cambio dei Paesi Bassi; ma Bonaparte accarezza già forse in mente altro pensiero. Quindi, appena quetato il Piemonte, perseguita Beaulieu, lo inganna, passa il Po a Piacenza, lo batte a Fombio, lo sgomina a Codogno, lo prostra a Lodi, lo ricaccia oltre il Mincio, edentra a Milano. Parve un sogno ed era un risveglio. L'antica metropoli lombarda rivale di Roma risorgeva col vecchio antagonismo. Napoleone parlava di libertà, e sopprimeva la giunta di governo affidando l'amministrazione al municipio senza definirlo, ordinando guardie nazionali, permettendo tutte le speranze di una vita indipendente, vessando e taglieggiando peggio che per necessità di guerra. Le contraddizioni fra i modi di conquista e le dichiarazioni liberali esasperarono quindi gli umori reazionariamente patriottici; onde Pavia, insorgendo indarno, soccombe nell'atroce punizione di un saccheggio.
Ma Bonaparte infrancato dalla sosta incalza ancora Beaulieu sino al Tirolo: Venezia decrepitamente imbecille crede sfuggire al problema, che la urge, sottraendolo al consiglio, ed evitare la guerra chiudendosi in una neutralità disarmata. Ma tutti violano il suo territorio: Napoleone entra a Verona, cinge Mantova di assedio. Se non che questa fortezza essendo troppo ben munita per cedere ai primi assalti, egli con assennata temerità ripassa il Po, prende Ferrara, entra a Bologna, ove il senato risognando l'antica indipendenza municipale gli presta un giuramento equivoco, col quale vorrebbe sottrarsi al giogo pontificio. Il papa, prima così violento contro i francesi, ruina improvvisamente a patti umilianti, e si degrada sino a pubblicare un monitorio, immortale esempio di viltà, nel quale a nome della religione inculca a tutti i popoli di obbedire i loro reggitori quali si siano, mirando così ad ammansire i nuovi conquistatori francesi che occupavano tutta la fronte superiore de' suoi stati. Il duca di Modena, fuggito a Venezia, ha ceduto la città e pagato parte del proprio tesoro; a quello di Parma è stata concessa una tregua avvilente; la Toscana, incapace di difendersi, si abbassa sino a chiedere che Livorno le sia tolto piuttosto per la via di Pisa che per quella di Firenze; il re di Napoli, pazzo di terrore, consacra al cielo la propria corona, implora dai vescovi prediche guerriere, domanda ai sudditi di conservarsitranquilli, e, disdicendo la propria alleanza coll'Austria, ottiene egli pure una tregua, che gli pare una vittoria.
Giammai nella storia italiana era stata più unanime codardia. Intanto, malgrado il desolante saccheggio di ogni tesoro artistico e scientifico avaramente e impudentemente organizzato da Napoleone, la fermentazione delle idee liberali procede a scoppi e a fumacchi: il contagio republicano s'appiglia a tutta l'Italia, l'inettitudine dei principi anima alla rivoluzione, la rilassatezza di ogni governo alla rivolta; volgo e feccia di ogni classe mestano e sbraveggiano; congiure regie e liberali s'attraversano; gli inglesi soffiano e pagano.
L'Austria, ancora non doma, rimanda Wurmser al soccorso di Mantova, ma anche questi, non meno facilmente sconfitto dal giovane capitano, riesce appena a gittarsi nella piazza per rimanervi assediato; Alvinczy, altro generalissimo sceso alla riscossa, è battuto definitivamente a Rivoli dopo molto armeggiare, e l'imprendibile fortezza deve arrendersi al genio di Napoleone.
Questa vittoria, cacciando gli austriaci dall'Italia, la sottometteva ai francesi. Poco dopo, Napoleone con marcia arditissima torna sull'Adige per assalire Vienna, troppo tardi e invano difesa dal migliore de' suoi generali, l'arciduca Carlo. Questi, sconfitto al Tagliamento e all'Isonzo, deve ritirarsi colle baionette alle reni; le alpi Noriche sono già di Bonaparte, ma il direttorio non può mandare l'esercito del Reno a congiungersi con quello d'Italia, e l'Austria per questa volta salvata accetta la pace di Leoben (1797), nella quale, cedendo Belgio e Lombardia alla Francia, acquista per tradimento di Napoleone la Venezia.
All'apparire degli eserciti francesi la scena politica italiana muta improvvisamente di aspetto. Il dispotismo illuminato dei principi retrograda sulle vie delle riforme,mentre la corte romana, dianzi combattuta nel nome della libertà, viene vivamente invocata come appoggio supremo all'autorità pericolante. La borghesia colta accetta accademicamente le nuove idee, come sentendosi chiamata al governo, e s'improvvisa republicana; ovunque spuntano giacobini italiani più retori e infinitamente meno coraggiosi dei giacobini francesi; l'arcadia poetica risorge nell'arcadia politica; scoppiano declamazioni e congiure. Si parla di libertà e si prosegue ad aspettarla come un dono dalla Francia, che invece la gualcisce e la scema ogni giorno; mancano tradizione e coscienza politica. Tutto è gazzarra, improvvisazione, ladroneccio e plagio; i democratici riscaldano a freddo i furori rivoluzionari francesi, che già tendevano ad agghiacciarsi; gli aristocratici risognano una republica patrizia, nella quale conservare la stessa importanza con mutati privilegi; s'ordiscono sètte. Il patriottismo paesano, angusto ma sincero, offeso dalle rapine francesi, rigetta le nuove idee; la fede religiosa s'adonta della nuova tirannia atea; l'emancipazione francese assomiglia nelle apparenze alla servitù tedesca.
Ma attraverso tutte le contraddizioni il contagio della libertà si propaga: le idee francesi compensano i modi della dominazione francese, la costituzione delle nuove republiche italiane è tal fatto che, per quanto effimero ed incompiuto, rimescola tutti gli spiriti e crea una nuova generazione di uomini. A Milano e a Bologna si fondano due republiche, la cisalpina e la cispadana. Erasi da prima costituito un comitato per preparare la costituzione alla cisalpina; ma naturalmente il direttorio, imbevuto di classico spirito rivoluzionario e da conquistatore, impose la propria. Vi furono quindi quattro direttori e quattro congregazioni di costituzione, di giurisprudenza, di finanza e di guerra; un consiglio generale di 160 membri e uno degli anziani di 80. Però si ebbe un nome, una bandiera e un esercito; Bonaparte, come un condottiero antico, dettava e imperava. Nel Piemonte, ricaduto sotto il vassallaggiodella Francia come ai tempi della Riforma, Carlo Emanuele IV, più nullo di Vittorio Amedeo III, subiva vessazioni ed ingiurie, reagendo con inutile stizza contro le congiure giacobine, che dissolvevano il suo governo: persino la Sardegna era insorta domandando gli Stamenti. La republica di Venezia, dopo aver agonizzato nella più supina codardia accettando anche di rimutare la propria costituzione dietro un ordine francese, aveva trovato nel tradimento di Napoleone, che l'abbandonava all'Austria in cambio della Lombardia dichiarata indipendente e del Belgio ceduto alla Francia, un motivo drammatico col quale rendere decente la propria morte. Dieci giorni dopo soccombeva l'aristocrazia di Genova, che, sostenuta sulle prime dalla plebe, non aveva poi saputo opporre alle truppe francesi se non pochi tumulti a Polcevera e ad Albaro. Poco appresso una sommossa scoppiata a Roma, nella quale rimase ucciso il generale francese Duphot, decise della caduta del papato. Questo aveva già rinnegato ogni verità assoluta delle proprie pretese, cedendo nel trattato di Tolentino (1797) il contado Venesino alla Francia, e alla Cispadana Ferrara, Bologna e la Romagna; il papa atterrito era inutilmente disceso dalle altezze medioevali della scomunica alle piaggerie del monitorio, destreggiandosi colla viltà di vani espedienti fra le strette della rivoluzione. Quindi il generale Berthier dietro ordini del direttorio marciava su Roma, ove, penetrato senza colpo ferire, si stanziava al Quirinale, piantando sul Campidoglio l'albero della libertà ed imponendo al papa di abdicare. Ma questi, vinto e prigioniero come re, ricusa improvvisamente come pontefice di rinunciare al regno, di cui è depositario; laonde, cacciatone, migra a Siena per andare a morire a Valenza dimenticato nel trambusto dell'epopea napoleonica. Una republica romana, sonora e vacua, di forme antiche e senza vita moderna, risorge dopo migliaia di anni fra le rovine del Foro e il silenzio del Vaticano come fantastica decorazione carnevalesca, che basta nullameno a surrogare l'inutilità di un regnopapale. Il suo fatto storicamente enorme passa quindi inosservato: appena Vienna e Napoli se ne querelano, e i trasteverini per vanagloria offesa di borgo privilegiato tumultuano. Ma per convincere tutti che il papato non ha più fede nel proprio regno politico, ecco giungere l'enciclica di Pio VI sul nuovo giuramento da prestarsi a Roma di odio alla monarchia secondo la classica e declamatoria formula rivoluzionaria, e spiegare con ingenua sottigliezza come un cristiano, non dovendo odiare nessun governo, possa però giurare soggezione alla republica. L'enciclica sciogliendo così i sudditi dal giuramento di fedeltà al papa dava più che l'abdicazione ricusata non avesse potuto impedire.
Intanto re Ferdinando di Napoli, sollecitato dalla rovina delle finanze proprie e del regno nel mantenere su piede di guerra sessanta mila inutili soldati, e dalle istanze dei reazionari che lo circondano, urge Piemonte e Toscana perchè si uniscano con lui per abbattere la Francia. Napoleone, terrore epico e fantastico di tutti i principi italiani, è in Egitto, terra della morte: le sabbie del deserto hanno paralizzato lo slancio del suo esercito e ne saranno forse il sudario. Quindi Ferdinando, incuorato da promesse austriache e russe, chiama Mack alla testa del proprio esercito, e marcia su Roma. Championnet, sbandato negli accantonamenti d'inverno, non può vietargli l'ingresso: Ferdinando entra come un trionfatore nella città eterna, vi richiama il papa, e dall'alto del Campidoglio con voce di coniglio proclama all'Europa «che i re sono svegliati». Ma i nuovi crociati saccheggiano il Vaticano, indi fuggono col re prudentemente travestito dinanzi a Championnet pronto alla riscossa. Questi li perseguita, li sgomina, giunge per le campagne sollevate a furore regio e religioso dai preti sotto le mura di Napoli. Allora la corte, spogliati ladramente musei e banchi, fugge sul naviglio di Nelson in Sicilia, ove la popolazione, ingenuamente retriva e sempre nemica di Napoli per tradizione autonoma, li accoglie festosamente.L'anarchia insanguina Napoli assediata: la plebaglia incitata dai preti e fervida d'entusiasmo resiste all'invasione francese; la borghesia culta e fanatica di libertà arriva invece sino al tradimento patteggiando con Championnet: deliri e carneficine disonorano la difesa dei lazzaroni, che improvvisano un governo e un esercito con Michele lo Pazzo, nuovo e più eroico Masaniello. Ma la guerra civili fra rivoluzionari e regii apre le porte di Napoli a Championnet, che, affermandosi napoletano con scaltrezza politica, e dando una guardia d'onore a San Gennaro, seda prontamente gli umori feroci della plebe.
L'improvvisazione delle republiche cisalpina, cispadana e romana diventa a Napoli esplosione. Il popolo vi si mescola per l'abolizione di poche gabelle: si sciolgono subito i fidecommessi, i dominii feudali, le giurisdizioni e il satellizio baronali, i servigi di corpo, le decime, le caccie riservate, i titoli nobiliari; si correggono le banche. La republica partenopea, in questo maggiore delle altre, si dà una costituzione per la maggior parte opera di Mario Pagano, nella quale qualche cosa è salvata all'originalità paesana dalla imitazione francese; ma invece di sviluppare quanto restava di vitale nelle vecchie leggi e tradizioni, tutto viene abbandonato a chimere classiche. Si ristabiliscono i censori e gli efori, confondendo il principio di sovranità con quello di rappresentanza; si astrae da ogni realtà storica, si dimentica ogni immediata convenienza.
Il governo vi è poco più di un'accademia di retori e di filosofi sognanti e sottilizzanti all'infinito sui principii; ma vi brillano caratteri di splendore lirico e di purezza adamantina. Le feste vi si succedono colla rapidità delle leggi, mentre nè città nè campagne intendono nulla a questa republica; gli usi e le clientele feudali e clericali vi rimangono fiorenti, la barbarie irritata dall'antitesi del classicismo rivoluzionario sta per prorompere, gli interessi violentemente spostati si coalizzano e preparano armi omicide. Giammai piùmagico sogno ebbe più tragico risveglio, nè più miti e sereni rivoluzionari apparvero sulla scena storica per sparire nel turbine di una catastrofe. La republica partenopea pare un melodramma scritto per una accademia e invece recitato pel popolo da una compagnia di poeti e di scienziati. Solo forse fra tutti Melchiorre Delfico, che vi partecipò, seppe scriverne una critica mirabile di acutezza e di buon senso.
Ma intanto il direttorio, appesantendo la mano sulla republica partenopea, vi leva una contribuzione di ottanta milioni; indi spedisce Faypoult commissario contro Championnet, troppo mite, al quale finisce per sostituire Macdonald, precipitando il governo nella tristissima condizione di essere odiato dagli aristocratici, maledetto dal clero, biasimato dai democratici, oppresso dagli stranieri, con troppa libertà formale e troppo poca indipendenza politica, senza nè disciplina di partito, nè consenso di popolo, in faccia alla Sicilia fanaticamente reazionaria e aiutata da tutti i nemici della Francia. Ma questa, come consapevole dell'imminente reazione, affrettando l'unificazione dispotico-rivoluzionaria di tutta la penisola, aveva già costretto re Carlo Emanuele IV, assalito quasi contemporaneamente da sommosse giacobine e dalle republiche genovese e cisalpina, a cedere prima la cittadella di Torino, quindi ad abdicare. Re Carlo, meno abbietto ma non meno vile di re Ferdinando, dopo inutili ed umilianti querele aveva consentito l'abdicazione, consegnando prigioniero il suo ultimo ministro Priocca, feroce quanto onesto reazionario, e comandando persino ai piemontesi di ubbidire al nuovo governo. Poi giunto in Sardegna, fuori del tiro del cannone francese, ritirava la data abdicazione siccome impostagli dalla violenza, quasi che un re per timore della morte potesse abdicare in mani straniere senza consenso di popolo. Così sembrava allora finire ignobilmente la dinastia dei Savoia, guerriera e crudele, più fortunata nella duplicità che potente nelle armi; mentre il granduca Ferdinando III di Toscana, costretto dai medesimi procedimenti rivoluzionaria dimettersi senza avere nel trambusto disonorato il proprio governo con vane e sanguinarie reazioni, partiva da Firenze altero come un gentiluomo, e ricusando persino di portare seco una cassetta dei camei appartenenti al museo. Per una di quelle antitesi, che danno così spesso alla storia la vivacità di una commedia, il migliore dei principi italiani, il solo capace d'imporre rispetto ai giacobini coll'aristocratica nobiltà del carattere e coll'onesta intelligenza di governo era allora un austriaco! Lucca nei medesimi giorni era tolta alla propria decrepita aristocrazia dal generale Serrurier, e mutata in republica sovra il solito modello.
L'apparente risultato di questa prima rivoluzione era quindi di stabilire in Italia il governo democratico: tutti gli stati vi diventavano republicani. Dell'antica Italia dei municipi, delle signorie, dei principati, dei regni non restava più nulla.
Un'altra èra incominciava. Milano a capo della rivoluzione era la capitale della cisalpina, che, fusa colla cispadana, comprendeva tutta la Lombardia austriaca coi ducati di Mantova, Modena e Massa, con Bergamo, Brescia, Crema, la Valtellina, le tre legazioni di Bologna, Ferrara, e dell'Emilia sino a Pesaro; Venezia, diventata provincia tedesca, aveva lasciato ai turchi e ai russi le sue ultime provincie ionie; il Piemonte si era volontariamente annesso alla Francia; Firenze, Roma, Napoli, Lucca saggiavano la propria republica. Ma nessuna era più stato nè possedeva vero governo. Un'antitesi irriducibile stava in fondo a questa rivoluzione, che dava la libertà e toglieva l'indipendenza, emancipava la coscienza e sopprimeva la personalità politica. Invano la cisalpina, avendo ottenuto un riconoscimento ufficiale dalla Francia, riceveva ambasciatori da tutta l'Italia, dalla Spagna e persino dal pontefice, cui aveva tolto parecchie provincie; il rifiutodell'Austria a riconoscerla, perchè sottomessa alla Francia e difesa da un corpo francese di occupazione, svelava l'assoluta nullità della sua forma politica. Infatti appena fondata e riconosciuta, Trouvé giungendovi con mandato del direttorio ne rimutava la costituzione a forma più aristocratica, cacciando colle baionette i deputati dal consiglio; poi il generale Brune e Fouché la rimaneggiavano ancora nominando e destituendo.
La rivoluzione non era ancora che nelle idee, e così torbida che i migliori cervelli ne ammalavano. Tutta la storia e la tradizione italiana parevano dimenticate: si viveva nel sogno, nell'entusiasmo e nella cabala. I furbi arruffavano, i generosi s'infiammavano e s'impermalivano. Il popolo per tre secoli, sino dall'epoca delle grosse signorie, divezzato dal governo, non aveva nè concetti, nè carattere politico; l'inazione della lunga servitù e la passione della superstizione religiosa lo avevano paralizzato. L'improvvisazione confondeva tutti. Congegni amministrativi e municipali andavano rotti: impossibile rinsaldarli ai nuovi per ottenere il necessario giuoco meccanico. Le Provincie sconosciute l'una all'altra; nessun fatto comune fra loro se non questa conquista francese assurda nel suo dono della libertà, tirannica nell'imposizione della costituzione, spogliatrice per contribuzioni e rapine, labile e contraddittoria in tutti i provvedimenti. Non una città, un principio, una famiglia, un uomo che servisse di unità. Il popolo inetto ed inerte, al quale i preti solo potevano soffiare nell'orecchio parole capaci di farlo prorompere contro i francesi, come a Verona, a Lugo, a Pavia, in Piemonte, nel Napoletano; l'aristocrazia composta ancora di cicisbei e di cavalieri serventi, e solo spasimante di vanità e di privilegi; la borghesia chiusa nell'angustia dei propri negozi, o sbalestrata fuori di se medesima dal tumulto delle idee rivoluzionarie, senza nè ideali precisi, nè pratica alcuna di governo. Non si aveva nè il concetto della federazione, nè quello dell'unità; l'abitudine della servitù secolaretoglieva l'idea e il carattere dell'indipendenza, mostrando nei francesi dei nuovi signori. Infatti il Piemonte, dopo un supremo tentativo del suo re per ottenere dal direttorio ingrandimenti in Lombardia, secondo la vecchia politica di Savoia, si era annesso alla Francia, e la cisalpina sfiduciata di se medesima stipulava col direttorio che ventimila francesi stanzierebbero sempre nella Lombardia per difenderla. Di libertà si declamava con fervore comico e sincero, con frasi classiche e giacobine, senza intendere nulla nè dei principii, nè degli ordini: v'era smania di emanciparsi dagli ultimi legami medioevali e dal dispotismo dei principi e dei papi, ma come per trarre l'ultima conseguenza del grande periodo anteriore delle riforme. I patrioti erano partigiani della Francia, i reazionari per contraccolpo difendevano la nazionalità; i liberali volevano la tirannide rivoluzionaria; i conservatori rievocavano il vecchio dispotismo colla prepotenza del suo ordine, nel quale le plebi godevano della più comoda e profittevole anarchia.
Quindi il problema italico non fu discusso in nessuna republica italiana. Milano non pose davvero la propria candidatura a capitale della confederazione o dell'unità. Roma non riapparve colla magia della sua eterna gloria, e malgrado la propria rivoluzione rimase sempre nel concetto di tutti come la città del pontefice; di Napoli lontana si parlava come di stato straniero; la Toscana gentile e quieta sembrò fra tanto frastuono affettare la compostezza. L'idea, il principio, l'unità nuova dell'Italia erano a Parigi; la negazione degli stati italiani anteriori non produceva novelle affermazioni: non si pensava all'indomani, alla catastrofe che potrebbe ingoiare tutti quei governi provvisori; non si proponevano leghe difensive, non si coordinavano armi e finanze. La cisalpina aveva un esercito proprio, ma ordinato da istruttori francesi e appartenente alla Francia.
Tranne la Sicilia e la Sardegna, rimaste fedeli ai loro re per gelosa rivalità di autonomia, nessuno degli stati e dei governi italiani aveva saputo trovare all'ultim'oraun sentimento o una idea per difendersi. Erano dunque finiti anche prima. Ma nulla di originale sorgeva dalle rovine.
L'Italia republicana non era che il fantasma del proprio cadavere regio, evocato dalla magica forza della rivoluzione francese.
Vi erano allora tre partiti: regio, democratico e nazionale. Il primo e più forte dei tre aveva le masse brute, capaci di sollevarsi per una strage, poi il clero, i vecchi governi colla loro tradizione e coll'organismo spezzato non morto, coll'odio allo straniero rapinante e col fanatismo religioso. Ma pronto per una reazione, associandosi alla prima coalizione europea, questo partito non aveva altro programma che il passato, altra idea che la negazione della rivoluzione. Quello democratico invece, tratto dal nulla e costituito signore officiale dell'Italia, aveva per alleato il direttorio, essendone fatalmente il servo. Le sue idee astratte e cosmopolite fuori della storia e della tradizione, senza abbastanza solidità o elasticità per il governo, non raggiungevano nè l'indipendenza, nè la libertà. Laonde pareva ai più composto di pazzi e di avventurieri, che, volendo rimutare istantaneamente tutto, riuscivano solo a tutto fracassare. Il terzo partito, nazionale, si era mostrato la prima volta (1796) nella Lega Nera, poi nel 1798 formò la Società dei Raggi: quindi, eletta sede a Bologna, stendeva le ramificazioni per tutta l'Italia. Era suo principale intendimento ottenere l'indipendenza d'Italia, subordinando il moto democratico all'ascendente di un patriziato republicano sull'antico stampo veneto o genovese; e perciò sorseroclubsantifrancesi a Napoli, in Lombardia e in Piemonte. Ma se la sua intenzione era giusta, il modo della sua idea s'imbrogliava nel passato. Un patriziato sul modello di Venezia e di Genova non poteva sorgere fuori di quelle republiche, e molto meno poi creare una nuova Italia, essendo esso medesimo piuttosto un effetto che una causa: d'altronde una novella aristocrazia rivoluzionaria e conservatrice, indipendente e liberale, senza una monarchiao una republica preordinata, era un altro fantasma, una rievocazione classica come tante dei giacobini. Così il partito nazionale, confessando da se medesimo la propria nullaggine, si nascose per operare nel mistero di una setta invece di agire apertamente e publicamente sulle masse; e più tardi, preso fra due fuochi, si disciolse per passare nelle file del partito francese, o peggio ancora in quelle del partito imperiale.
Intanto una formidabile reazione si preparava entro la nuova coalizione europea.
La fortuna di Francia intristiva; il suo esercito e il suo miglior generale sembravano cercare inutilmente per l'Egitto e per la Siria le antiche orme di Alessandro Magno; i suoi soldati effettivi non erano più che centocinquantamila, le sue finanze erano esauste, le rapine nei paesi protetti non v'ingrassavano che gli amministratori; scarsa in tutti gli ordini la subordinazione, troppo viva la lotta tra esaltati e patriotti, generale la stanchezza della lunga rivoluzione e delle troppe guerre. Nullameno bisognava resistere a questa seconda coalizione. La linea di difesa dal Texel al Faro era forse la più lunga di tutta la storia moderna: Scherer comandava l'esercito d'Italia, Macdonald quello di Napoli, Massena quello di Svizzera, Jourdan quello del Danubio, Bernadotte quello sul Reno, Brune quello di Olanda.
Già al congresso di Rastadt alcuni ministri francesi erano stati proditoriamente massacrati da ussari austriaci. Suvoroff s'avanzava terribile nella Moravia; l'Inghilterra sublime nella tenacità dell'odio e dell'avarizia mercantile, gettava denaro e fiamme dovunque; l'Austria, condensandosi in uno sforzo supremo, muoveva 225,000 soldati, quantunque s'impedisse anticipatamente ogni vittoria legando colla pedanteria del consiglio aulico l'ingegno dei propri generali.
L'Italia regia e cattolica si risollevava.
Sino dallo stabilirsi della republica partenopea erano scoppiate tali ribellioni nelle provincie, che obbligarono il neonato governo a feroci repressioni: i francesi di Championnet riscuotendo le contribuzioni rubavano e maltrattavano; baroni, preti e corte aizzavano; ogni pretesto poteva d'ora in ora diventare causa. Infatti quattro fuorusciti còrsi, che si spacciano improvvisamente e impudentemente per principi borbonici, bastano a determinare una rivolta: il cardinale Ruffo, astutamente terribile come un condottiero del rinascimento, raccozza tosto alcune bande e sbarca in Calabria per ingrossarle in esercito. Campagne, città, villaggi, casolari tumultuano nel nome della religione, colla frenesia della morte. L'insurrezione diventa crociata, mescolando fanatismi e superstizioni di ogni sorta: il cardinale prodiga assoluzioni a tutti gli eccessi, stupra e benedice, incendia ed affoga: peggiore di lui, re Ferdinando nomina generali e chiama amici i capitani cannibali di quelle orde, mentre a Napoli i republicani divagano ancora nell'ideale. Ma l'insurrezione si propaga alla novella di tutta Europa congiurata contro la Francia; il direttorio, quasi per compromettere maggiormente la posizione della republica partenopea, dichiara i beni della corona di Napoli patrimonio della Francia. Fu l'ultimo tracollo. Invano due colonne di republicani si spiccano per la Calabria guidate da Giuseppe Schipani e da Ettore Carafa; più invano quest'ultimo moltiplica eroismi che lo assomigliano ad Aiace, giacchè la classica idealità e l'idillico platonismo del governo tolgono animo e forze ad ogni resistenza. La discordia sconvolgendo tutti i campi incrocia le scomuniche del cardinale Capece al cardinale Ruffo e di questo a quello; l'inane republica per sostenersi invoca fanciullescamente l'aiuto di Francia impegnata in ben altra contesa, e si espande in querele per l'abbandono. Ma l'esercito della Santa Sede, come la chiamavano allora, avanza raddoppiando di ferocia; Macdonald, richiamato in Lombardia per aiuto a Moreau già battuto a Cassano, ha il tempo appenadi ributtare uno sbarco di anglo-siculi a Castellamare, e parte cedendo la republica alla morte. Tutto precipita intorno ad essa. Non armi, non denaro, non popolo, nullameno il governo invasato d'eroica teatralità dimentica ogni più volgare prudenza sino a respingere le assennate proposte del generale Matera per una sospensione della costituzione e per organizzare il Terrore. Si prosegue nelle feste e nelle declamazioni. L'enfasi tocca il grottesco per ridiventare sublime nel martirio: «pera la republica piuttosto che commettere una violenza», fu l'ultima formula del governo. E perì.
Congiure realiste vampeggiano a Napoli prima ancora che sia bloccata per mare e per terra: il direttorio dichiara la patria in pericolo e mette finalmente all'asta i beni della corona, ma per non trovare più che un solo compratore; Michele lo Pazzo, convertito alla repubblica, offre di armare ventimila lazzaroni, e il governo per timore di tradimento rifugge da questa suprema misura. Allora le bande calabresi, turche, russe, inglesi assaltano la città, conquistandola malgrado gl'incredibili eroismi dei difensori. Il presidio francese assiste inerte alla battaglia, inerte alla carneficina dopo la vittoria, inerte alla capitolazione, che la regina Carolina e Nelson violarono malgrado l'inopinata onorevole resistenza del cardinale Ruffo: quindi patteggia la propria resa consegnando ai borbonici i republicani napoletani militanti fra le proprie file. Trentamila persone furono imprigionate, trecento vittime illustri tratte al patibolo, sei mila republicani perirono tra le fila dei combattenti o tra i supplizi, sette mila sospetti vennero condannati all'esilio o costretti a salvarsi colla fuga. Si bandirono fanciulli di dodici anni, furono bruciati prigionieri per le piazze, venduta la loro carne, mangiata publicamente. Mario Pagano il maggior filosofo, Cirillo il miglior scienziato, Vincenzo Russo il più eloquente oratore, Caracciolo il più prode ammiraglio, Ettore Carafa il più prodigioso eroe, Eleonora Pimentel la più bella sibilla della republica,tutti perirono giustiziati colla sublime serenità di sognatori, che nemmeno lo spavento della morte poteva destare.
Poi su questa ruina ideale s'aggravò, immonda rovina, la restaurazione borbonica.
Intanto Macdonald accorse verso Lombardia al soccorso di Moreau, mentre intorno tutta la campagna napoletana arde e mareggia. Coll'esercito diviso in due corpi, egli si dirige rapidamente su Roma; costretto, saccheggia San Germano, brucia Isola; a Roma lascia artiglierie e salmerie, difilandosi rapido per la Toscana. Quivi pure la sollevazione regia e religiosa ha sconvolto Arezzo e Cortona. Macdonald prende questa, minaccia quella, ma incalzato dalle necessità sempre più urgenti di Moreau, si affretta a calare arditamente per la valle del Panaro. Era tempo ed era tardi. Moreau, riparato in Liguria per avere almeno libera la ritirata in Francia dal Colle di Tenda, era cinto dagli austriaci di Melas e dai russi di Suvoroff: tutto sembrava perduto per la Francia nell'alta Italia. Scherer, surrogato a Joubert sul principio della guerra e rotto due volte da Kray a Verona e a Magnano, aveva già dovuto cedere il comando supremo a Moreau, per fuggire fra le esecrazioni dei republicani. Moreau, raccattando l'impero sopra un campo di sconfitta e non riuscendo ad impedire la congiunzione di Suvoroff cogli austriaci, sconfitto da forze preponderanti a Cassano, era stato costretto ad abbandonare Milano ai vincitori e a riparare oltre il Po in Alessandria. Milano, invasa dai confederati, li aveva acclamati stordendoli di feste e di servilità: si erano cacciati, arrestati i republicani; si era invocata la ripristinazione della servitù austriaca con omelie eTe Deum, mentre d'un tratto di penna Francesco II condannava quattrocento giacobini a trascinare le navi alle bocche di Cattaro; primo martirio che doveva destare nella coscienza italiana l'odio di patria allo straniero.
In Piemonte sollevazioni sanguinarie avevano preceduto la conquista di Suwaroff; quindi Torino capitolavae il Fiorella, ultimo difensore della rocca, resisteva solo per soccombere onorevolmente.
Tutta la cisalpina e il Piemonte erano dunque perduti per la Francia e per la rivoluzione. I confederati avevano ripreso Roma scacciandone il generale Garnier; nella Toscana reggeva per il granduca, riparato a Vienna e riacclamato dalla plebe, un Sommariva.
Quindi il generale Macdonald, scontrati austriaci e russi alla Trebbia, mentre Moreau ingrossato di qualche aiuto mandava Victor a tendergli la mano, moltiplicando invano arte e valore, ne forza il passo in tre battaglie, e sempre sanguinosamente respinto, minacciato d'estrema rovina, con meravigliosa ritirata sfugge per la Toscana in Liguria. Il generale Moreau, costretto ad avanzarsi, solo, con mossa fortunata ed ardita libera Tortona dall'assedio; ma la fortuna francese ruina egualmente d'ogni parte. Tutte le fortezze capitolano; Joubert, rimandato generalissimo in Italia con nuovo esercito, è sconfitto ed ucciso alla prima battaglia di Novi; Championnet, che si accinge a vendicarlo, muore anche più infelicemente dal dolore di essere rotto; Mantova si arrende a Kray, Clément deve cedere Cuneo, Mounier perdere Ancona.
La ristorazione regia e religiosa è compiuta: solo il Piemonte e lo stato pontificio non vi si ricompongono nella vecchia integrità. Suvoroff, già risalito verso la Svizzera, dove l'indomabile Massena lo attende per distruggerlo, aveva indarno voluto ricostituire il Piemonte per ridarlo a Carlo Emanuele, sebbene questi con insigne viltà non avesse osato durante la guerra sbarcare dalla Sardegna per mettersi alla testa delle proprie truppe. Ma l'Austria, quasi sollecitata da tanta ignavia, aveva con astuta ingordigia sventato ogni disegno dell'onesto barbaro, badando invece ad occupare con uguale intenzione di conquista le tre legazioni della cisalpina. Così e colla Venezia, la Lombardia e mezzo il Piemonte avrebbe alzato contro Francia un baluardo imprendibile. Suvoroff, troppo ingenuo politicamente per comprendere tale giuoco, abbandonavaquindi l'Italia, da lui riconquistata con effimere vittorie alla reazione europea, per vanire fra le grandi Alpi come un ciclone incomprensibile ed inutile.
Il moto republicano sembrava cessato.
Infatti se nella sua prima irresistibile espansione dovuta alle vittorie francesi il popolo si era appena mosso, ora invece si cacciava con impeto universale nella reazione provocata dall'Austria. Il grido di «morte ai giacobini» risonava per ogni dove; da Napoli i furori assassini si erano propagati ad Arezzo, a Cuneo, a Cortona, a Genova, alle Romagne, a Milano, a Torino, a Roma. I preti soffiavano, ma l'odio alla rivoluzione era istintivo nell'anima popolare. Le rapine e le taglie francesi sovra una nazione tanto abituata ai dolori delle servitù straniere non bastavano a spiegare l'unanime ferocia di quest'odio: il fervore della superstizione, giacchè vera passione religiosa in Italia non fu mai, poteva concorrere nella furia della reazione, ma era insufficiente a promuoverla. D'altronde la coscienza politica della moltitudine non aveva patito dai francesi violazione nè di nazionalità nè di libertà, mentre tutti i governi antecedenti non erano meno stranieri ed oppressori, e a Napoli s'aggravava la peggiore delle tirannidi, in Lombardia pesava l'Austria, in Piemonte gli ultimi re stringevano tutti i freni, e nello stato pontificio lo sgoverno dei papi sgomentava persino la servilità lodatrice degli scrittori.
L'unanimità delle violenze popolari era dunque prodotta dall'urto ideale della rivoluzione francese nella coscienza storica dell'Italia cristallizzata nelle forme monarchiche e papali. La condizione spirituale ed economica del popolo vi era infatti confortata dal lungo uso della servitù e dalla quiete egoistica, nella quale i governi lo lasciavano senza chiamarlo mai all'armi o costringerlo a faticare per le vie del progresso. E poichè l'abbiezione come ogni altro modo della vita ha i propri vantaggi, e crea col tempo abitudini ribelli ad ogni mutamento, una specie di benessere animale dava alla coscienza popolare l'illusione di unafelicità, che nessun altro straniero o padrone avrebbero avuto diritto di turbare. Le catastrofi e le guerre immense della Francia per aver fatta la propria rivoluzione, ingigantite e falsate dai racconti di tutti, spaventavano il popolo. I giacobini italiani, costretti a violare ogni regionale individualità senza poter nemmeno accennare alla costituzione di uno stato libero ed uno, sembravano naturalmente pazzi e parricidi, giacchè il loro programma imponeva la guerra contro tutti, persino in casa; e il popolo non voleva battersi. La rivoluzione, concepita nella fatalità della propria idea e del proprio processo, significava un aumento di miseria per incalcolabili spese militari, e il popolo era anche troppo povero; significava l'abbandono della religione, giacchè il papa era contro la rivoluzione, e il popolo era superstizioso; significava un governo di borghesi arruffoni e venturieri, poichè i pochi buoni erano sconosciuti al volgo ignorante, e il popolo, padroni per padroni, preferiva gli antichi riveriti per tradizione e che sapeva fiacchi. Poi i principi per spingerlo alla reazione lo avevano sguinzagliato, lasciando libera carriera a tutti i suoi istinti bestiali, mentre i giacobini nella loro prima espansione non avevano parlato che di libertà e di ordine con frasi così classiche e con astrazioni così vuote che il popolo non vi aveva capito gran cosa. La sua coscienza politica non era ancora che napoletana, ligure, lombarda, toscana, veneta, così contornata e limitata da ognuno di questi stati frammentari che la necessità della loro federazione non avrebbe potuto essere intesa che dai principi, e quella più alta dell'unità offendeva mortalmente tutte le gelose individualità regionali. Così, quando alla prova dei fatti, unico argomento per la masse, i giacobini non seppero nè piantare governi liberi, nè attuare prontamente riforme sociali, che alleviando le miserie popolari convincessero le coscienze con un improvviso benessere; e le spese, e le taglie e tutti i mali della guerra crebbero sugli antichi dolori, il popolo, non vedendo nella rivoluzione che un peggioramento, insorsea brigantaggio intorno agli eserciti degli alleati che si battevano per i principi. Di questi nessuno seppe essere nè re, nè soldato, nè uomo. Il problema dell'unità e della libertà italica non esisteva ancora per il popolo.
I liberali furono compassionevoli per incapacità politica e per tragici martirii. Erano scienziati, artisti, belli spiriti, liberi pensatori, non concordi in una sola idea, non affratellati in un unico sentimento, non rannodati da alcun metodo. Servi quanto il popolo e dal popolo disertati, domandavano alla Francia l'unità, la libertà, l'indipendenza e quella personalità politica, che ognuno deve creare in se stesso; e poichè la Francia, dibattendosi essa medesima nell'antitesi dei propri dati rivoluzionari colle proprie tradizioni di conquista e colle necessità dei propri interessi immediati, non poteva concedere una costituzione senza violarla considerando fatalmente i paesi liberati come soggetti, i giacobini italiani strillavano all'abbandono e al tradimento. Avrebbero voluto tutto senza far nulla: stipulavano un presidio francese nella cisalpina invece di attuarvi la coscrizione come in Francia; a Napoli ricusavano d'armare i lazzari volonterosi e invocavano dal direttorio un esercito; le poche legioni lombarde unite a Scherer nel primo scoppio della reazione furono insignificanti di opere e di aiuto, le liguri mandate da Moreau verso Macdonald alla Trebbia furono disperse al primo urto; Lahoz, il miglior generale italiano nella patria dei più grandi generali del mondo e nel paese che aveva vissuto dieci secoli di guerra e per la guerra, passò prontamente e senza gloria dai rivoluzionari agli imperiali. L'altro generale italiano, Pino, che lo prostrò in uno scontro ariostesco all'assedio di Ancona, era egli stesso guerriero di scarso valore. Non un diplomatico o uno statista apparve nelle tante republiche improvvisate, che richiamasse la gloria politica del medio evo e del rinascimento. Rivoluzione e reazione rimasero allo stesso livello intellettuale; la viltà dei principi fu compensata dalla declamatoria insufficienza o dall'inutile solitario eroismo dei rivoluzionari.
Era e doveva essere uno sfacelo.
Bisognava che i principati e i regni sorti dal rinascimento cadessero, mentre le improvvisazioni rivoluzionarie incomprese dal popolo fallivano come i tentativi isolati dei pensatori e degli scrittori nel periodo antecedente. L'Italia, troppo più addietro della Francia nel corso politico, guadagnava però in tale trambusto la doppia coscienza dell'esaurimento del proprio passato e della necessità di un futuro diverso. I principi reintegrati non potrebbero più ottenere il cieco rispetto di prima, poichè nessuno crederebbe più alla loro stabilità dopo così facile caduta; i republicani, cacciati dalla reazione e ospitati in Francia, vi stringerebbero nella umiliazione di quella sconfitta la prima lega nazionale. Infatti il loro manifesto squillante di rettorica al direttorio, affermando la libera unità d'Italia e invocandola ancora puerilmente dalla Francia, non parlava più di unità cisalpine o partenopee. Fra la ruina dei principati solo il papato risorgeva più idealmente vigoroso. Se come regno la sua decadenza era pari a quella dei Borboni e dei Savoia, avendo col trattato di Tolentino abbandonato parte delle proprie terre e permesso coll'enciclica di Pio VI ai romani di giurar fede alla republica, e nella furia della reazione invocati russi e turchi, benedetti i cannibali di Ruffo e di Branda-Luciani, approvata lo superstizione che nominava sant'Antonio protettore di Napoli contro san Gennaro reo in faccia al popolo di avere compito il proprio miracolo del sangue per ordine di Championnet; nullameno era stato l'unità e la forza spirituale della reazione. Tutti i principi lo sentivano e piegavano innanzi ad esso. Re Ferdinando di Napoli poteva nella stupidità della propria natura pretendere come l'Austria a conquistare qualche terra papalina dal proprio canto, entrando la seconda volta a Roma per cacciare il generale Garnier, ma il papato lo dominava nella persona del cardinale Ruffo. La lotta dei principati contro la chiesa nel periodo delle riforme s'investiva in un'alleanza di quelli con questa contro la rivoluzione. Scienzae filosofia dovevano quindi gettare la maschera per passare francamente nel campo democratico. D'ora innanzi il papato, traendo dalla accettata infallibilità dei propri dati religiosi argomento per la verità del proprio assolutismo politico, sarebbe la suprema forza ideale dei principi italiani contro l'unità e la libertà d'Italia; ma, rovesciato al pari di loro dalla rivoluzione republicana, dovrà essere una seconda volta soppresso con loro dalla rivoluzione imperiale di Napoleone, per perdere nella coscienza italiana ogni valore storico e sparire per sempre entro la formazione di una terza Italia.