Capitolo Secondo.I ComuniLoro origini.Altre concessioni imperiali protessero i comuni.Sull'origine di questi si è fin troppo discusso, attribuendola più specialmente alla gilda longobarda o al municipio romano; ma l'una non fu mai che un'angusta e semplice associazione commerciale, e l'altro era già una istituzione distrutta dalle invasioni dei barbari, seppellita dal loro regno unitario e feudale. Del municipio non si avevano da gran tempo memorie nemmeno nelle città come Napoli sfuggite all'azione del regno, quando la gilda appariva la prima volta a Genova nell'anno 1161. Il nuovo comune non poteva essere nemmeno la curia sopravissuta a Ravenna sino al sesto secolo e così svanita negli altri, che i nuovi giureconsulti s'imbrogliavano sul senso della sua parola, e le costituzioni 46 e 47 di Leone il Savio verso l'anno 890 vi accennavano già come ad antichità male conosciuta e facilmente erronea. Il comune è il borgo, la città creata nella nuova storia dalle rivoluzioni del regno, dalle insurrezioni contro i re, dalla chiesa che dirige il popolo, dai vescovadi che succedono alle curie romane, dai nuovi rapporti politici che raggruppano le genti, dalle necessità di una continua difesa che arma tutti contro tutti, dagli ultimi modi della libertà e dell'indipendenza, dal nuovo spirito che creando l'individuo dava una nuova individualità a tutte le forme della sua associazione.La lotta fra le città romane e le militari affrettò in queste ultime la formazione del comune: il moto federalista protetto dallo stesso regno contro l'impero svolse la prosperità e lo spirito di tutti i centri costretti a muoversi sopra se medesimi individualizzandosi in una fisonomia originale, che provasse la loro potenza. Le stesse milizie privilegiate dei conquistatori regnanti, respingendo dalle proprie file i vinti, dovettero addensarli, renderli più compatti, forzarli ad organizzare in seguito qualche istituzione capace di ospitare il loro presente e di preparare il loro futuro.Il comune, incominciato non si sa nè come nè quando, appare nella storia al terzo spostamento dell'impero con Ottone I che, sembrando crearlo con alcune concessioni, invece è piuttosto l'interprete che l'autore della rivoluzione comunale, un alleato anzichè un conquistatore, un presidente meglio che un re.Dopo Ottone I i conti non hanno più assoluto potere sulle città; nessun re concentra più le loro forze; ogni traccia dell'organizzazione unitaria scompare; ogni centro ducale si frange: i municipii si preparano già a lottare fra loro per ripetere colla grandezza delle vecchie marche la gloria di una vita, che la storia ammirerà per tutti i secoli. Invano alla morte di Ottone I Arduino d'Ivrea ritenta i moti di Berengario, ultimo pretendente; la sua proclamazione non è più che una commedia, la sua rivoluzione una rivolta, la sua impresa uno sbaraglio, la sua vita un brigantaggio, la sua fine in un convento una codardia. Quando più tardi nel 1024 un'altra cospirazione offre il regno italico a Guglielmo III duca di Aquitania, questi meno spaventato ancora da una guerra colla Germania che dalla sacrilega necessità di deporre tutti i vescovi ostili, declina l'offerta. I vescovi sono dunque i difensori della rivoluzione, che secondo l'antico disegno sviluppa il progresso della democrazia col tragico mezzo di una decadenza politica.Ma la distruzione del regno, ottenuta con tanto sagace fermezza di propositi dalla chiesa, colpisce il dogadoromano creato dai papi di Teodora e di Marozia, e distrugge la vecchia aristocrazia romana, mutando il nuovo papa in un vice-Dio delle moltitudini. La feudalità del contado insorge contro il patriziato romano, mentre per la recente donazione di Ottone le città romane si atteggiano invece a democrazia federale contro Roma umiliata dal pontefice oramai più imperiale che romano, e la suprema reazione repubblicana di Crescenzio, idealizzato poi da un patriottismo archeologico e allora abbandonato da tutte le forze vive del tempo, soccombe in un dramma mescolato di assassinio.Così per impadronirsi di tutta l'Italia Ottone I, invertendo la propria politica, cerca invano di ricostituire intorno a Capua, la feroce, un ducato vasto quanto un regno, giacchè non ostante l'aiuto di Pandolfo Testa di Ferro, feudatario e bandito di genio, ogni tentativo vi fallisce. Tutte le repubbliche si collegano con Bisanzio per sottrarsi a questa nuova minaccia di dominazione unitaria, Napoli insorge, Amalfi resiste, Venezia ricusa ogni tributo, Bari accetta il Catapane bizantino e diventa la Ravenna del mezzogiorno, finchè Capua stessa, presa nel movimento greco, si desta per sempre dal proprio ultimo sogno longobardo, e del regno si dissipa persino il ricordo.Vescovi e consoli.Il comune è la prima grande originalità della nuova storia. Romani e barbari, regno ed impero, non si mostrano più nella sua formazione: l'antica città greca e romana, che sviluppando l'idea dello stato politico aveva riempita la storia antica, non risorge nel comune, creazione di nuovi uomini in lotta per nuove libertà e che posseggono già le due idee universali della chiesa e dell'impero. Il comune non vuole diventare regno, non cerca la sovranità politica ma l'indipendenza sociale. L'impero è lo stato, la chiesa l'umanità; esso invece è la patria composta forse di poche case, circoscritta a un minimo territorio, che l'ombra della cattedralebasta a coprire e a difendere. Il comune, agglomerazione di famiglie ed associazioni d'industrie livellate dagl'invasori coll'oppressione ed uguagliate dalla chiesa colla propria libertà spirituale, deve svolgersi; se non riuscisse a crescere bisognerebbe ritornare al sistema pagano della servitù per mantenere la produzione, e il regresso nella storia è impossibile. Stranieri l'uno all'altro, i comuni non hanno nazione: chiusi nell'egoismo come in una corazza infrangibile, resistono a tutti i colpi, si dilatano senza mutare idea; sempre preoccupati di produrre tutto in se stessi e per se stessi, paiono la negazione delle due grandi unità mondiali della chiesa e dell'impero, ed invece ne sono la conferma, giacchè la nuova patria separata dall'idea di nazione potrà nella futura fusione dei comuni e nella formazione dei massimi stati evitare la separazione dell'antico mondo, nel quale ciascun popolo considerava barbari e nemici tutti gli altri.Le guerre dei comuni non avranno, per quanto atroci, i due caratteri antichi dell'odio di razze e della conquista politica, ma i grandi comuni assorbiranno i piccoli, lasciando loro i più essenziali caratteri. Gli interessi agricoli, commerciali, industriali saranno i motivi della politica comunale, mobile, feroce, senza scrupoli, piena d'indulgenze, di ritorni, di contraddizioni; capace di prendere le più varie forme politiche, di resistere a tutti i drammi, di sottomettersi a tutte le autorità, di ribellarsi a tutti i dominii per accrescere la libertà sociale, di agire, di produrre, di arricchirsi, di creare tutta quella civiltà, che dura ancora ed ebbe nel Rinascimento un meriggio senza pari nei giorni di tutte le storie.L'Italia comunale non volle mai unificarsi in regno come molti storici dell'attuale periodo rivoluzionario hanno preteso: le due lotte del regno contro l'impero romano e il bizantino, e dell'impero franco e germanico contro il regno, non avevano nella storia altro scopo, e non vi rimasero con altro significato che la formazione del comune; il quale percorrendo tutta la propria gammadoveva sviluppare il concetto e la forma dello stato moderno. Soffocarlo allora per la formazione di un regno nazionale sarebbe stato un capovolgere le leggi storiche, e un volere la fine negando il principio.La nuova lotta dei comuni contro l'impero non era per distruggere la sua tirannia ideale, ma per togliergli la dominazione ereditata dal regno, colla quale contrastava allo svolgersi della nuova vita. L'èra dei comuni si chiude come in una parentesi fra la caduta del regno e il sorgere dei principati. La rivoluzione comunale procede contro nobili, regi e feudali vigilanti come scolte nemiche; la cattedrale è la sola fortezza del comune, il campanile la sua unica torre.Alla caduta del regno ogni città ha due capi, il conte e il vescovo. Il primo, anche se indigeno, è ancora uno straniero della razza distrutta degli invasori e ne conserva i diritti; comanda, non lavora, non produce. Sua legge è la spada, suo costume la rapina, sua virtù la violenza. Il secondo è del popolo, nel popolo, col popolo; nullo in diritto, muta in armi le proprie immunità e ne copre parte della popolazione; padrone di Dio, può dirigerlo contro ogni nemico; arbitro della religione, può schiacciare le più dure coscienze. Divampa la lotta: il conte per vivere deve decimare, taglieggiare, rubare; il popolo per vivere deve isolare, allontanare, sopprimere il conte. Ma davanti al vescovo, protetto e protettore dell'impero, il conte deve fermarsi; ecco il baluardo dietro il quale il popolo fulmina il conte, che l'impero abbandona seguitando nella distruzione politica del regno. La lotta eguale in tutti i comuni, grandi o piccoli, si svolge per fasi predeterminate: una prima rivolta, una prima espulsione del conte, probabilmente un suo ritorno, la sua cacciata definitiva, dalla quale viene l'esaltazione del vescovo, che sostituendosi al conte nella giurisdizione regia muta il comune in una specie di piccola teocrazia. Quindi la prima costituzione del popolo non esprime ancora che la fusione delle maggiori famiglie del comune, cioè della nobiltà del vescovado colla superstite corte delconte, mentre il resto del comune è appena il resto; ma la convocazione dell'assemblea popolare nella chiesa, cangiata così in parlamento e aperta a tutte le discussioni per abituare fra non molto al pericolo di tutte le congiure, rivela presto i primi lineamenti del nuovo stato. Ogni forma politica della storia attuale è dunque nata in chiesa e colla chiesa.Milano, eroica avanguardia della nazione, condensa tutta la storia del tempo nella propria cronaca. Le vicende della guerra sono molte, il suo moto si propaga torcendosi sulle terre della chiesa contro i conti o i rettori nominati dal papa, si giova del terrore religioso gettato in tutte le coscienze cristiane dall'anno mille, investe i feudi incapaci di abbattere i loro capi feudali senza suicidarsi, costringe tutte le dinastie a popolarizzarsi. La famiglia di Canossa sfolgoreggia, l'altra dei Savoia aumenta, quella d'Este ramifica, e intorno ne spuntano altre cento. La rivoluzione guadagna Corsica e Sardegna, passa il Garigliano abolendo dogi e duchi, sollevando tutti i popoli del Mezzogiorno, riunendoli all'antica Italia, dalla quale si erano staccati all'urto della prima discesa longobarda. Mello, il grande eroe di Bari, per rovesciare la dominazione bizantina dei Catapani chiama i normanni dandosi all'imperatore Arrigo II; in Roma Gregorio VII, nemico dei conti e dei patrizi, compie contro l'imperatore, inteso a padroneggiare la grande urbe, sostenendovi i conti di Tuscolo, la stessa rivoluzione dei vescovi, e chiude per sempre il doppio periodo di Teodora e di Crescenzio.Ma i continui appelli dei conti traccheggiati, sconfitti, scannati decidono l'impero ad una reazione.Corrado II di Weibelingen discende le Alpi per mantenere in Italia l'equazione stabilitavi da Ottone I; la guerra è dunque fra legalità e progresso, tradizione ed innovazione, aristocrazia e democrazia. Senonchè la reazione, debole dappertutto, si logora in pochi scontri. Gli eroi della rivoluzione grandeggiano: Eriberto arcivescovo di Milano inventa il carroccio e lo addobbacolle bandiere della vittoria; tutte le città sono chiuse, Bonifacio marchese di Toscana tratta coll'imperatore da pari a pari, l'esercito invasore o non vince o non conserva se non quanto può occupare. E la riconciliazione tra i vescovi e l'imperatore Arrigo III consacra presto la loro rivoluzione, mentre i normanni, poeti di un dramma fulgente quanto breve, ne precipitano la soluzione impadronendosi di tutto il mezzogiorno per riceverne ginocchioni l'investitura dal pontefice loro prigioniero, e che finalmente realizza così tutta l'antica donazione di Pipino e di Carlomagno.Ma le città italiane non possono fermarsi all'espulsione del conte abbandonato nell'esilio dall'imperatore, poichè questi conservando il diritto di nominare i vescovi, può, collo sceglierli nella aristocrazia ostile al popolo, rialzare la tirannia abbattuta. Quindi la guerra ricomincia contro l'impero e nella regione della chiesa contro il papa per affidare l'elezione del vescovo ai preti e ai canonici del capitolo sempre in comunicazione diretta colla città.Nella nuova lotta, anche più ricca di drammi, Milano conserva ancora il posto d'onore. Arioaldo è il santo, Erlembardo l'eroe di questa seconda guerra, che si ripete in tutte le città regie e romane guidate da un altro santo e da un altro eroe, S. Pier Damiano e frate Ildebrando di Soana. Pullulano i miracoli, risorgono le ordalie, tutti gli strattagemmi e tutte le armi sono impiegate per assicurare contemporaneamente la libertà del comune e della chiesa colla libera elezione dei vescovi e dei papi. Infatti frate Ildebrando, gigantesca figura di atleta fra tutti quei minuti combattenti, austero fino alla inflessibilità e nullameno duttile sino alla menzogna, instancabile, intrepido, infallibile, prosegue la rivoluzione nella libera elezione dei papi, finchè, papa egli stesso, dichiara la guerra del sacerdozio all'impero. Questa volta l'urto non è tra pontefice e imperatore, ma fra i principii che rappresentano; il conflitto accidentale delle loro volontà sovrane si cangia in un'antitesi inconciliabile di due idee. GregorioVII con uno sforzo sublime di ardimento dichiara l'idea della chiesa superiore ad ogni altra e le sottopone conti, re, imperatori, città e popoli: reclama la libertà di tutte le nomine, di tutti i beni e di tutti i giudizi ecclesiastici. Il patto di Carlomagno si rompe, l'impero negato nella idea diventa pari all'antico regno longobardo. Mentre il papa ricusa di essere eletto dall'imperatore, questi ha d'uopo della consacrazione pontificia per essere tale. Gli imperatori sempre superiori al papato, che avevano salvato e ingrandito colle donazioni, vengono degradati da un loro vassallo; il papa, povero prete e semplice vescovo, che altre volte aveva pellegrinato mendicando al loro trono assolvendo i loro crimini e così spesso santificando i loro vizi, si erge improvvisamente loro innanzi come un giudice divino e un sovrano troppo alto perchè alcuna arma possa abbatterlo o qualche patto legarlo.Ma nella mistura dei poteri politici di allora l'affermazione di Gregorio VII concludeva alla distruzione dell'impero, nel quale avrebbe nominato vescovi, grandi elettori, con un dispotismo unitario più terribile di quello stesso imperiale. Quindi la rivoluzione si scinde tosto passando con forti masse nel campo dell'impero. I preti stessi incalzati dalla riforma, onde l'austero pontefice li minaccia, recalcitrano opponendo al papa la storia del papato, accusando di utopia la sua idea, imbrogliandone il dibattimento; mentre la battaglia sta per avvampare colla forza indomabile di due principii sintetizzanti gli interessi di due mondi, e il popolo, sempre sicuro nell'istinto della propria storia, si prepara a rovesciare il vecchio impero sotto i colpi di Gregorio VII e il nuovo papato sotto quelli di un altro cesare rigenerato.Nei quarantacinque anni della guerra per le investiture, dal 1077 al 1122, papa ed imperatore sembrano oscillare inesplicabilmente dalla sconfitta alla vittoria, poichè le città li seguono o li abbandonano secondo l'interesse della propria libertà; e quando cesare trionfa, le città lombarde passano al papa per ricondurlosul campo di battaglia; quando questi prevale, Roma e le città della donazione passano all'imperatore per moderare il loro capo legittimo. Ma il vinto, rialzato sempre dalla politica cittadina contro il vincitore, è naturalmente condannato ad accettare il progresso dovuto alla propria sconfitta. Per governarsi in così difficili ed improvvise inversioni il popolo non ha che a guardare in faccia i nobili, i suoi eterni nemici, e a gittarsi ciecamente contro la vittoria imperiale o pontificia che li ha insuperbiti; finchè il moto arrestandosi lascia l'Italia emancipata e capovolta, colle città lombarde strette al papa e le pontificie alleate coll'imperatore.Gli eroi di questa immensa tragedia finiscono tutti dolorosamente: Gregorio VII muore nell'esilio, Arrigo IV aspira invano al suicidio, incatenato dal destino alla vita come ad un supplizio; la contessa Matilde discende nel sepolcro avvolta nell'odio universale come in un sudario che le abbia gelato il sangue; ma nell'azione forse mai si videro più energiche e complesse figure.Così, mentre Roma si era sollevata contro il papa e la Germania in ritardo si rivoltava contro l'imperatore moltiplicando le antitesi italiane per le proprie contraddizioni tedesche, la testa ancora troppo giovane di Arrigo IV aveva come girato su se stessa. Invano il cardinale Ugo Bianco e l'arcivescovo Gualberto di Ravenna lo guidavano contro il papa, da essi scomunicato alla dieta di Worms e al concilio di Pavia; l'imperatore atterrito dalle rivoluzioni cattoliche della Germania era venuto a scalpicciare seminudo e scalzo sulla neve nel cortile di Canossa, implorando perdono da Gregorio e dalla contessa Matilde. Ma, perdonato e ribenedetto, si era destato come da un brutto sogno al primo soffio della rivoluzione italiana, che lo respingeva irresistibile contro il papato. Quindi da abbietto penitente mutato in magnifico imperatore e in terribile generale stava già per sopraffare Gregorio VII e la contessa, quando la rivoluzione germanica lo arrestavaancora, l'imperatrice Adelaide lo copriva di calunnie. Milano incoronava suo figlio Corrado re d'Italia, la crociata di Pietro eremita gli scoppiava sul capo come un uragano, il papa consacrava l'anticesare Rodolfo, l'Italia spaventata dalle vittorie imperiali si riconciliava col papa, e la Germania lo aggirava per un laberinto di tradimenti nei quali perdeva se stesso e la vita. Così dopo settantadue battaglie Arrigo IV errava mendico come Belisario e fra tanta gloria moriva quasi sconosciuto. Però la guerra, cessata con Arrigo V suo figlio, si riaccendeva per sospendersi ancora ad un primo ed incredibile compromesso, nel quale papa ed imperatore rinunciavano ad ogni reciproca pretensione, l'uno a tutte le antiche donazioni, l'altro a tutte le investiture; finchè scoppiando come una rissa nella basilica di San Pietro al momento dell'incoronazione finiva al trionfo del pontefice Pasquale II e della rivoluzione liberata dal doppio patto di Carlomagno e di Ottone.La chiesa e l'impero, rimasti alleati saranno d'ora innanzi nemici: quella armata della teologia e del vangelo, questo della giurisprudenza e della tradizione. La chiesa, separata dai propri credenti, è un istituto autonomo e autocefalo che ha conquistato un posto unico nella storia, al disopra di tutti i regni e di tutte le leggi. L'universalità della sua missione, la divinità della sua origine, l'unità del suo principio danno ai suoi sacerdoti il potere sul mondo. Siccome abbraccia tutti, nulla le sfugge, nè un individuo, nè un'idea.Ma contro di essa sta l'impero, vivente nella tradizione politica e sociale del mondo antico, vivo di tutte le libertà e i progressi del mondo moderno, custode della legge e protettore dell'indipendenza federale. Se il papa, arbitro di Dio, può dispensare da ogni obbligo e assolvere da ogni peccato, l'imperatore impone la fedeltà a tutti i contratti e punisce tutti i delitti; l'uno rappresenta l'arbitrio che unifica le leggi annullandole, l'altro la legalità che le precisa e le conserva. E in mezzo all'impero e alla chiesa, condannati ad estenuarsinello sforzo impossibile di sopprimersi reciprocamente, la rivoluzione libera e liberatrice prepara nei comuni gli stati moderni formando negli individui ancora imperfettamente eguagliati dal cristianesimo ed emancipati dalla federazione, i futuri cittadini di Machiavelli e di Mazzini.Intanto la geografia politica d'Italia si è profondamente mutata. Il papa regna su tutta l'Italia greca all'infuori di Venezia; in Sardegna, in Sicilia, in Corsica rappresenta la rivoluzione vescovile e la democrazia cattolica, alla quale deve restare fedele per non perdere i benefizi delle donazioni ottenute per dedizioni spontanee. L'antico regno conquistato da Carlomagno e mantenuto imperialmente da Ottone I è una federazione repubblicana, che ha la sua dieta a Roncaglia, le proprie democrazie nelle città dei vescovi, le proprie aristocrazie nei feudi dei conti, e costringe l'imperatore ad essere libero e legale. Questi due alti dominii, dividendo l'Italia in due grandi parti, nord e sud, dovranno urtarsi daccapo sotto la pressione di un progresso costretto ad equilibrarsi con uno scambio continuo.Infatti la guerra si dichiara immediatamente fra i due trionfatori rivoluzionari, il vescovo e il popolo: l'uno personaggio prodigioso, interprete del cielo a nome di Dio e signore di tutto il dominio temporale, perchè solo dinanzi a lui cessa la legge feudale del conte, ultramondano nel significato e nella tendenza della propria politica; il secondo, strano, multiplo, produttore, commerciante, così innamorato della terra da atteggiare la speranza del paradiso come una ripetizione della vita terrestre. All'ombra protettrice del duomo questi ha costituito il proprio organismo e sbozzata la propria forma; la sua testa sono i consoli, tutte le sue altre membra la moltitudine; dopo aver acquistata la coscienza della propria originalità coll'associarsi al vescovo nella lotta contro il conte, comprende ora la differenza della propria bottega coll'altare, dei giudizi consolari nelle liti di terra e di mare colle ordalie.Ma circospetto nella propria audacia perseverante, si limita ad insinuare la propria libertà fra quelle dei conti, dei vescovi, degli abati, delle diete, dei re, senza nulla modificare delle apparenze, e come un diritto non meno antico dei loro.Quindi i consoli affettano abilmente la propria antichità: le corporazioni delle arti si mutano in compagnie guerriere non ubbidienti più che alla loro voce laica: il primo popolo composto dei notabili della curia vescovile e comitale, annettendosi nuove famiglie estratte dalla moltitudine, seguita a rappresentarla per un diritto aristocratico di nascita simile a quello dei nobili: laonde distribuisce ai propri membri ogni funzione mutandosi in secondo popolo, più numeroso e compatto, più organico e più forte. Il vescovo è presto spodestato. I consoli, di minori fatti maggiori, invece di essere immobili nel proprio grado, come i vescovi e i conti, vi sono così fluidi da parere effimeri.Laonde, rinnovati continuamente sotto l'occhio vigile del popolo, non ne sono che i commessi. La necessità per loro di derivare ogni forza dai cittadini, non avendo come il vescovo influenza di religione o autorità di tradizione, li costringe a supplirvi con un consiglio di anziani scelto proporzionalmente fra i vari quartieri e rinnovabili ad ogni sei o dodici mesi. Ma questo consiglio, del quale si trova l'embrione anche nell'epoca di Carlomagno, diventa una specie di senato pei massimi affari della repubblica nascente, al disopra del grande consiglio o assemblea riunita la prima volta da Arioaldo e da Erlembaldo nelle lotte vescovili di Milano. Il parlamentarismo essendo iniziato, presto se ne stabiliscono le regole. Infatti l'assemblea universale non viene riserbata che ai casi estremi, nei quali la città venga compromessa dall'accettare o ricusare ordini pontificii o imperiali: la sua influenza scema ogni giorno sotto l'azione aristocratica del secondo popolo, che organizzandosi si sovrappone alla moltitudine.Il sistema elettorale del nuovo parlamentarismo, imitato su quello della chiesa che lascia alle propriegerarchie la nomina dei membri, permette ai consoli di eleggere gli anziani, i membri della credenza, persino i propri successori. Il popolo è dunque un'aristocrazia borghese formantesi al disopra della moltitudine per concessione della moltitudine stessa. Tutti gli statuti comunali italiani del tempo provano abbondantemente tale forma di diritto elettorale, ma questa usurpazione del popolo è così accetta alla moltitudine che passa come inavvertita, e i primi anni dell'èra consolare sino al 1133 rappresentano l'età dell'oro nella storia italiana; tutto è fatto in pubblico per il pubblico; moltitudine e popolo, rappresentato e rappresentante, si confondono in una sola idea e in una stessa volontà, mentre la rivoluzione consolare prosegue la vescovile ritorcendo il diritto romano contro il diritto longobardo. Giustiniano diventa un idolo, Pepo ed Irnerio sono i nuovi eroi dell'epoca, tutta la politica dei consoli si riassume nell'accettare la posizione intervertita delle città imperiali e pontificie, rimanendo amici dell'imperatore e del papa a rovescio della loro sovranità.Ma la rivoluzione consolare, per uscire nel secondo momento dalla propria oscurità e soppiantare il vescovo indarno resistente, deve elaborare la propria organizzazione parlamentare. Infatti i poteri al tempo stesso militari e civili dei consoli, troppo simili a quelli del conte, si scindono colla creazione dei consoli del comune e dei placiti, il numero dei quali, determinato come a Genova dal numero dei quartieri, cresce colla cifra variabile che rappresenta l'intensità della democrazia. Roma e Milano, quella coll'antipapa Anacleto II, questa col proprio vescovo Anselmo, affermano il secondo momento della rivoluzione consolare, affrettandolo anche nelle città regie, sempre più retrive delle romane, e sconvolgendo le regioni feudali per mutarne in consoli gli ultimi feudatari.La reazione pontificia ed imperiale, riuscita vana contro la rivoluzione dei vescovi, deve quindi investire questa dei consoli sotto la doppia direzione di papaInnocenzo II e di Lotario III imperatore velfo. Il papa è inerme, l'imperatore poco armato, giacchè per marciare su Roma non ha che 2000 cavalli, mentre l'antipapa Anacleto II e l'anticesare Corrado III sono sostenuti dalle maggiori città. San Bernardo è il grande oratore della reazione, Arnaldo da Brescia l'eroe della rivoluzione: si assomigliano e si urtano, entrambi austeri, forti d'ingegno, inflessibili nel carattere. Se l'eloquenza del primo è maestosa come il corso di un gran fiume, quella del secondo ha l'impeto e il fragore di un torrente: se quegli illumina, questi abbrucia. San Bernardo ripete l'utopia di Gregorio VII; ad Arnaldo la rivoluzione consolare suscita nel pensiero l'utopia di una risurrezione republicana. Ma tutti i moti di questa reazione, fiacchi e discordi, falliscono; le grandi città ne trionfano, Ruggero Normanno, invincibile entro Palermo, vi ospita l'antipapa Anacleto, abbraccia il suo scisma, e riunendo nella forte mano tutto il mezzogiorno riordina il proprio regno in senso unitario e consolare, per ritornare poi console vittorioso nel grembo della chiesa costretta a sanzionare la sua rivoluzione.Guerre municipali.Quindi la rivoluzione vincitrice della propria reazione si scatena in un tumulto inintelligibile di guerre municipali per determinare i contorni dei municipii educandone le forze. Dissipato ogni ricordo del regno, cessata la doppia pressione imperiale e pontificia sulle città, e costituitasi con una prima amministrazione indipendente la loro prima coscienza politica, tutte si guatano in cagnesco e si assalgono. La sola patria è il municipio, poichè di nazione non esiste nè ricordo nè aspirazione. Ogni frammento disgregato del regno animandosi ne ha concentrato i bisogni e le energie, ogni città vuole espandersi e soverchiare: le forze locali, le originalità latenti del nuovo sistema municipale sostituito a quello regio-imperiale esigono laguerra per prodursi. Ma il vecchio dualismo delle città regie romane dura tuttavia raddoppiato dalla rivoluzione vescovile e consolare, che avendo innalzato queste deve degradare quelle. Ecco il segreto della guerra, susseguente, ignorato dai cronisti, cercato da quasi tutti gli storici, sfuggito all'acume del Sismondi, colto magistralmente dall'ingegno divinatore del Ferrari.Se i motivi della nuova guerra municipale sono economici, la sua vera ragione è nella necessità per i comuni di svolgersi contro tutte le superstiti forme feudali, accrescendo le proprie città oltre la cinta del vescovado, conquistando le campagne ancora tenute dai signori, liberando le strade pei commerci, emancipando i fiumi, lavorando le terre, acquistando in fine la sovranità politica e sociale contro i centri regi sempre in ritardo. Le guerre sono quindi multiple, minute, spietate, incessanti: premio ne è la vita. Chi soccombe ha torto: tutte le armi, tutte le arti, tutte le infamie, tutti gli eroismi, vi cooperano nella stessa misura e vi producono il medesimo risultato. Il municipalismo italiano a distanza di secoli riproduce la storia greca per rifare una civiltà non meno splendida ed originale di quella. Nella feroce disciplina di una tale guerra tutte le idee si elaborano, tutte le forme si precisano, tutte le funzioni si distinguono; siccome ogni municipio riconcentra la storia di un regno nella propria cronaca, i suoi individui vi spiegano la forza dei maggiori uomini storici. Quindi le guerre senza pace vi paiono spesso senza risultato, appassionate sino alla demenza, abili oltre ogni genio, inesauste come la vita, inevitabili quanto la morte.Ma il loro effetto si mostra giorno per giorno nella crescente importanza dei comuni vincitori e nel decadimento dei comuni vinti; s'improvvisano republiche; sorgono fortezze, la strategia delle antiche vie militari è superata dalla nuova delle strade commerciali: il popolo inerme diventa un esercito, i mercanti si mutano in statisti, s'inizia tutta una legislazione, della quale i congegni parlamentari funzionano mirabilmentefra l'urto delle congiure e lo schianto delle sommosse, mentre le scienze proseguono tranquillamente negli studi a disseppellire il mondo antico, e le arti rinate trovano bellezze non meno originali delle greche o romane.In tale ambiente medioevale le guerre s'incrociano naturalmente come duelli tanto più efferati quanto più vi mancano i giudici di campo; gli avversari si battono senza leggi, si arrendono per ferire l'ultimo colpo, si assalgono alle spalle, avvelenano le armi. La politica municipale s'inspira dal duello in tutte le alleanze; nessuna idea generale o disegno comune. I nemici sono predeterminati dalla storia e dalla geografia: tutti i comuni debbono battersi entro il sistema municipale, che riserba la vittoria ai centri romani e produttori contro i centri regi e militari. Nella Lombardia, Milano, massima città romana e produttrice, è il centro di tutte le dualità e deve combattere Pavia, Lodi, Cremona: quindi i suoi duelli si ripetono colla stessa legge fra le altre città, Brescia e Bergamo, Pavia e Piacenza, Torino e Asti, Verona e Mantova, Treviso e Cividale, Firenze e Fiesole, Lucca e Pisa, Orvieto e Spoleto, Perugia e Chiusi, Fano e Pesaro, Roma e Tivoli, Faenza e Ravenna, Cagliari e Oristano in Sardegna, in tutte le provincie, nelle vallate più remote, fra i borghi più ignorati, nei comunelli più esigui, nelle abazie e nelle parrocchie.Giuseppe Ferrari nelleRivoluzioni d'Italiaha dato l'enumerazione cronologica ed alfabetica delle guerre municipali, disegnando la loro carta storica con incomparabile abilità. In tale quadro sublime di esattezza e di orrore si veggono 99 città militanti e si contano sino a 119 inimicizie costanti; ma questa tragedia male intesa e quindi condannata dagli storici posteriori come uno scoppio di malvagità demente, era nel secolo XII il solo progresso possibile ai comuni per mutarsi in minimi Stati. Quindi nessuna vittoria generale o pace definitiva poteva trovarsi a capo di queste guerre, nelle quali i combattenti acciecati dalle passioni e guidatidall'istinto camminavano sicuri sulla via della storia. Se il trionfo era riserbato alle città romane come centri veri della rivoluzione e della civiltà, non tutti i centri regi dovevano soccombere, perchè o la loro contraddizione storica all'idea del progresso non era assoluta, o un mutamento nella tattica stessa della storia li rendeva utilizzabili. Così Roma, Ravenna, Palermo, combattenti alla testa delle città regie, ne evitavano la sorte e rivaleggiavano di splendore e di avvenire coi nuovi comuni.Le discese di Federico Barbarossa.Mentre l'Italia, dibattendosi nelle convulsioni di una guerra anarchica, rompe tutte le proprie frontiere interne per frangere quelle del vecchio diritto imperiale pontificio, Federico Barbarossa alla testa della rivoluzione vescovile nella Germania, sempre in ritardo, si prepara a discendere le Alpi per combattere la rivoluzione consolare italiana come una insurrezione contro l'impero. Lodi e Como spianate da Milano gli chiedono vendetta: Pavia si ridesta, Cremona si avventa sulla antica rivale. Ma Federico, cui la Germania non ha accordato che soli 2000 cavalieri, invece di soffocare la guerra municipale diventa il generale di queste città regie insorte contro Milano; e dopo avere inutilmente infierito deve ritirarsi imperatore meno stimato di prima, vincitore non ancora abbastanza temuto. Senonchè la guerra municipale lo richiama. Superbo come un eroe, testardo nell'idea imperiale di Carlomagno, della quale gli sfuggono le modificazioni storiche già compiutesi, alla dieta di Roncaglia ottiene dai quattro dottori discepoli di Irnerio il verdetto che tutto, regalie e diritti, città e contee, appartiene all'impero. Questo errore dei quattro grandi giuristi, tante volte accusati di viltà, indica però solamente che la rivoluzione consolare non è ancora abbastanza cosciente per negare l'astratta idea dell'impero.Ma nemmeno questa volta Federico può battersi come imperatore: il nerbo del suo esercito è costituitodalle città regie alleate, ogni sua vittoria contro una città non è che vittoria della città rivale; se Milano soverchiata dal numero dei nemici capitola, egli capitano generale deve chiedere o rubare ostaggi a tutti i propri alleati per guarentirsi da tradimenti troppo improvvisi. Allora il suo ingegno politico cerca di riparare all'insufficienza della sua opera militare ordinando un vasto sistema di pacificazioni, che riconduca col terrore di esagerate penalità tutti i comuni sotto la giurisdizione dell'impero e tutti i sudditi sotto la legge. Giudici nominati direttamente dall'imperatore arrivano in ogni città per paralizzare il potere ribelle dei consoli e frenare gli odii municipali. Ma l'eroica Milano risponde a questa pacificazione con uno scoppio d'ire, che riaccendono la guerra; e l'imperatore sempre alla testa delle città regie deve smantellare Crema, abbattere Milano, seminare stragi, moltiplicare incendi. La vittoria questa volta è così vasta che par sua; senonchè tutte le città atterrite dal ritorno dell'antico regno gli si rivoltano subitamente, gli eserciti di Verona sbarrano i passi alpini quasi ad impedirgli ogni ritirata in Germania, nella quale non rientra che per rifornirsi di soldati e ripiombare daccapo sull'Italia. Questa volta la lega lombarda è già stretta, il papa vi è entrato, Milano è risorta, Alessandria creata contro Pavia, che capitana la lega regia. La guerra infuria in cento scontri per concludere nella battaglia di Legnano alla sconfitta dell'impero e alla emancipazione dei comuni. Il diritto politico moderno riceve quindi il battesimo al congresso di Costanza, nel quale la lega lombarda viene riconosciuta come autonoma entro la grande lega imperiale, e i comuni firmano il trattato come tanti stati.Ormai la loro sovranità è riconosciuta. Quantunque l'impero riceva ancora tributi, il suo diritto e la sua supremazia non sono più così assoluti. Ogni città è libera di seguitare le proprie guerre, d'ingrandirsi, di mutarsi in capitale di una piccola repubblica o di un piccolo regno. Il suo ordinamento interno viene lasciatobene proseguire nel tragico lavoro di selezione perchè la classe politica dei cittadini meglio si organizzi. Dell'antica Lombardia dei goti, dei longobardi, di Carlomagno, di Ottone, di Berengario non rimangono più tracce. Intorno ad essa Venezia sepolta nell'oscurità delle lagune è ancora fuori del patto di Carlomagno e non partecipa alle crisi della sua negazione; la Toscana, paralizzata dalla lotta fra Lucca e Pisa e dalle antitesi degli interessi marinari e terrestri, che tolgono a quest'ultima di accedere a una delle due leghe, rimane inerte, mentre la marca di Verona e l'antico esarcato vi entrano a seconda delle loro interessate inimicizie.E intanto che la lega lombarda ottiene il trionfo del sistema municipale contro l'impero inteso a soffocarlo con una ripristinazione del regno, Roma e Palermo ripetono sopra altro terreno e con diversa forma la stessa rivoluzione. Poichè Federico per mantenersi sulla linea di Carlomagno appoggia dapprincipio il pontefice contro l'insurrezione dei romani e disonora la propria prima vittoria consegnando Arnaldo da Brescia ad Adriano IV, il senato romano, risuscitato alla morte di questo dallo spirito di Arnaldo, costringe l'imperatore ad entrare nella rivoluzione municipale col sostenere l'antipapa Vittore III contro Alessandro III presidente della lega lombarda; poscia alla pace di Costanza, che sospendendo la guerra ne riconosce le conquiste della rivoluzione, il senato romano ottiene dal papa Clemente III un trattato solenne, col quale gli sono riconosciute le stesse franchigie politiche degli altri comuni, onde poi Arrigo VI nuovo imperatore arrivando in Roma per incoronarsi deve trattarne contemporaneamente col senato e col pontefice.A Palermo invece Guglielmo il Malo, resistendo a tutti i moti della reazione feudale incoraggiati dalle discese di Federico, regna da vero capo della democrazia consolare. Maione suo primo ministro, cittadino di Bari come Mello, ne continua la lotta contro l'aristocrazia, che si difende assassinandolo per essere tosto dispersae trucidata da una insurrezione di popolo. Quindi il re precipita da un'inerzia sospettata e sospettosa a tanto crudele tirannide da sbigottire anche gli storici più favorevoli alla causa della Sicilia, insino a che il suo successore sul finire della reazione viene chiamato Guglielmo il Buono, e Federico, già in guerra contro Alessandro III, avvisando l'utilità dell'amicizia con Palermo sempre in lotta coi baroni tutti alleati della chiesa, sposa al proprio figlio Arrigo VI l'unica erede delle due Sicilie. Così riconciliato colla grande rivoluzione italiana, dopo aver bruciato Asti, rovesciata Tortona, distrutta Milano, Federico Barbarossa diventa improvvisamente l'idolo e l'alleato di tutti contro le pertinaci pretese della Santa Sede; a Torino frena l'ignobile tirannia del conte Umberto III di Savoia, in Sardegna, sconfessando le due nomine di re concesse a Barisone e al duca di Baviera, finisce col vendere per 1300 marchi d'argento l'isola ai pisani, che sostengono la federazione di Cagliari, Torres e Gallura contro la regia Oristani.Ormai l'imperatore e il papa non sono che due consoli di una guerra, che nè Gregorio VII, nè Arrigo IV avrebbero compreso. Qualunque sieno le segrete pretensioni del loro pensiero individuale, la loro reciproca ostilità li costringe a riconoscere come alleati o nemici i nuovi poteri popolari esorbitanti da ogni formola imperiale o pontificia. Le vecchie favole giuridiche, già dominatrici del mondo, pesano ancora sul pensiero universale dell'epoca, ma non impediscono più la formazione dei nuovi organismi storici, entro i quali stanno riparate le grandi idee future. Infatti le crociate, splendido sogno ed incomparabile espediente della rivoluzione anteriore, declinano subitamente nell'èra dei consoli. Alla terza crociata di Riccardo Cuor di Leone, l'interesse delle colonie cristiane soverchia già quello della croce; poco dopo, l'altro d'Europa costringe i principi a ritornare nei propri stati per difendersi dalla rivoluzione consolare. Alla quarta crociata Arrigo IV non mira che ad impadronirsi della Sicilia e ad affievolire i signoridell'impero; alla quinta, predicata da Innocenzo III e accettata solo dalla nobiltà francese, i veneziani stipendiano i baroni per la conquista dell'impero bizantino, e l'avventura militare si risolve in una speculazione mercantile; alla sesta non aderisce che Andrea di Ungheria, re barbaro e bigotto; alla settima guidata da Federico II, il papa non avrà in mira che un agguato contro l'imperatore per togliergli le due Sicilie, e vi soccomberà in sua vece.Intanto l'entusiasmo politico assorbe già quello religioso, poichè l'effetto delle crociate a rovescio di ogni intenzione si esplica in una emancipazione economica delle terre e dei borghi dai feudatari, che ne hanno ceduto ai vassalli i più grevi diritti pel denaro necessario alla spedizione. La chiesa stessa, sottraendo nel 1153 al popolo e al clero volgare l'elezione del papa per affidarla al collegio dei cardinali, imita la rivoluzione dei consoli, che trasmettono al grande e piccolo consiglio del secondo popolo tutti i diritti dianzi riconosciuti nell'assemblea del primo. Dallo stesso anno 1153 ogni canonizzazione dovendo essere esclusivamente romana, la chiesa domina coll'entusiasmo pei nuovi santi il cuore delle moltitudini: si fondano gli ordini della Trinità, della Redenzione degli Schiavi e della Mercede; cinque congregazioni di eremiti si riuniscono in una, i cavalieri di Cristo si stringono coi cavalieri Teutonici, finchè la propaganda monacale, discendendo nella vita politica, irrompe con due nuovi ordini di frati profondamente originali e terribilmente guerrieri. Eroi della miseria, i francescani protestano colla moltitudine cenciosa contro la nuova privilegiata borghesia consolare, denunciando tutte le vanità della politica, della industria, del commercio; ma inesausti nell'opera consolano gli stessi dolori che esacerbano, assolvono tutti i peccati che combattono: nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di una democrazia senza patria e democratici di un assolutismo irresponsabile.Eroi del dogma, i domenicani organizzano invecela inquisizione come un governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è superiore a tutte le verità umane, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa, che fanatizza la moltitudine, bruciano città, disertano campagne, spaventano re, curvano papi, penetrano case e coscienze, imperano nel pensiero contro al pensiero; che nullameno respira sotto tutte le pressioni, sfugge a tutte le strette, esce da tutti i tranelli, brilla su tutti i roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista, trovando nello spasimo di questa secolare tragedia le voci più profonde dell'anima, e nella ginnastica di questo combattimento senza tregua le forze necessarie alla propria emancipazione finale.La guerra delle città ai castelli.Il riconoscimento del diritto di guerra conquistato dalle città nel trattato di Costanza le volta contro i castelli, che signoreggiando il contado le cingono come di tanti fortilizi nemici e misurano loro collo spazio la vita. I castellani sono feudatari discendenti dalle antiche invasioni, ultimi signori di una conquista, della quale la rivoluzione non ha ancora potuto trionfare. La lor vita ladra e militare contradice alla vita industriale dei borghesi: il contado, che si estende dalle mura di ogni città, è un campo nemico ove nessuno può avventurarsi senza essere spogliato o tassato; leggi e regolamenti cittadini non hanno forza oltre la cinta della città. Le vecchie differenze di razza, sebbene indebolite, sopravvivono tra feudatari e cittadini, dando alle loro idee una asprezza di antitesi irreducibile. La guerra è necessaria. Il castello soccomberà perchè l'imperatore, impotente a sostenere la prevalenza delle città regie, non riuscirà nemmeno a soccorrere i castellani, lontani gli uni dagli altri e senza lega politica fra sè medesimi, senza unità d'interesse e senza capo. Ricordàno Malaspina, fiorentino, è rimasto il più celebre e migliore cronista di questa guerra ripetuta con parità di drammi e di trionfi in tutte le contrade d'Italia.Invano papa ed imperatore, ubbidienti alla propria idea, sostengono i castellani come alleati naturali del proprio assolutismo; l'imperatore lontano, il papa inerme, nemici entrambi troppo spesso, non possono accordarsi in questa difesa degli stessi loro difensori: le città regie e le romane assaltano simultaneamente i castelli così che i castellani per ritardare di qualche tempo la loro caduta, debbono diventare soldati di una città contro un'altra, accettando le leggi della guerra municipale. Ma la vittoria medesima, alla quale cooperano, li assimila ai vinti, mentre i tradimenti sciolgono le alleanze strette dalla perfidia. Sovente i servi stessi, uomini del contado, insorgono contro i padroni per darsi alle città che, aristocratiche nel proprio assetto borghese, invece di naturalizzare i borghi li annullano. L'aggrovigliamento dei modi e delle forme politiche in quest'epoca non è meno indescrivibile della guerra, onde è prodotto. Così alcune volte il conte emancipa i grossi villaggi per opporli alla tirannica conquista della città e seguita a regnare sovra di essi come un moderno sovrano costituzionale, però sotto il raggio delle grandi città commerciali anche questo disperato espediente fallisce, e la guerra ai castelli cresce di ferocia pel ritardo del trionfo finale. Se la conquista materiale è lunga e penosa, il suo riconoscimento nella legalità contemporanea presenta anche maggiori difficoltà contro le due formule imperiale e pontificia, che non si possono nè preterire nè violare. Quindi il comune, deludendole con abilità apparentemente assurda, è costretto a dichiarare alleati i vinti e a riconoscerli proprietari delle terre conquistate, finchè, fatto più sicuro, toglie loro anche questa falsa indipendenza, li trasporta nella città e li condanna a risiedervi. Così al secondo popolo ne succede un terzo. La naturalizzazione delle famiglie feudali trasformate in aristocrazia cittadina esige che molte altre famiglie borghesi, recentemente o arricchite o illustrate dalle guerre, vengano chiamate a parte dei poteri e delle funzioni interne per resisterealla forza dei nuovi venuti, acquistati alla città, ma pronti a conquistarla.Infatti questi alzano palazzi simili a fortezze, li decorano di torri, armano famigliari, si cingono di clienti: le terre degli antichi dominii, rimaste loro come a proprietari, vincono in ricchezza qualunque patrimonio bottegaio; le loro attitudini guerresche di signori destano al tempo stesso l'ammirazione e l'invidia. La moltitudine dei cittadini, sui quali non gravano più come tanti re, simpatizza per loro contro le nuove angherie della città; la plebe allettata dalle loro lautezze attende un loro cenno per sollevarsi contro la borghesia privilegiata che la schiaccia. Un'altra lotta intestina è dunque inevitabile come la guerra municipale. I comuni non possono sopprimere la feudalità senza negare la chiesa e l'impero, i castellani non possono distruggere il commercio, l'industria e la libertà dei comuni, riconosciuti dalla chiesa e dall'impero, senza urtare nella stessa negazione e senza sopprimere la vita. Bisogna perciò che la lotta fra le due forme aristocratiche della feudalità e della borghesia, logorando le loro forze, muti la loro fisonomia insino a quando il popolo, ingrossato da tutti coloro che eccellono nella lotta, e ingrandito dal crescere della civiltà, si sovrapponga alle due fazioni, assorbendole nel proprio numero. Nelle prime fasi del combattimento il progresso è ottenuto con massacri furibondi e minime vittorie; se il palazzo del castellano concittadino viene abbattuto, le sue terre prosperano; se il castellano guida una sommossa, è forzato di gittare tutto il proprio denaro alla plebe che lo trasforma in capitali. La lotta circoscritta alla città vi affeziona tutti i partiti, i tempi dei castelli si allontanano, le aspirazioni al comando suppongono il comune signore di se stesso e delle campagne, la rivalità suddivide i feudali mentre il terrore mantiene uniti i borghesi. Quelli per comandare dovendo primeggiare, assorbono le idee della città; questi per non essere dominati trasportano nella politica le finezze del commercioe la pertinacia delle industrie, colle quali raddoppiano la propria importanza e la vitalità del comune.La guerra municipale si complica di giorno in giorno con una guerra sociale.Ma presto i consoli eletti annualmente appaiono insufficienti. La loro magistratura troppo breve per diventare autorevole consuma un numero prodigioso di uomini, che, costretti a diventare personaggi, dovrebbero tutti averne le capacità. Appena ridivenuti cittadini, gli odii destati dalla loro amministrazione li perseguitano; prima di essere nominati consoli diffidenze e calunnie li hanno già viziati; troppo partigiani per essere imparziali e troppo effimeri per inspirare timore, non rappresentano più che quella fase della rivoluzione, nella quale il comune uno ed unanime aveva fuori di se stesso l'obiettivo della guerra. D'altronde il giuoco della loro elezione, troppo facilmente falsato dalla corruzione del danaro o dalla violenza di una sommossa, tenta troppe cupidigie e si complica di troppe incertezze perchè duri lungamente in una lotta di tumulti incessanti e di passioni indisciplinabili. Laonde occorre un potere o tribunale più alto, solido e duraturo, cittadino insieme e feudale, che, dominando tutte le fazioni, costringa gli opposti diritti a rispettare il diritto comune. Una reminiscenza dei messi imperiali o dei giudici mandati nella prima reazione di Barbarossa a frenare i consoli suggerisce al comune il governo del podestà.Il podestà.Questo funzionario unico, investito di ogni funzione politica e giuridica dei consoli, è uno straniero. La sua autorità civica e feudale sovrasta all'anarchia; tiene corte come un sovrano, è magistrato come un cittadino, impera da soldato e da giurista ai due partiti, sui quali eseguisce egli stesso le proprie sentenze. Può chiamare all'armi i cittadini, trarre fuori dalle porte il carroccio, guidare la guerra, firmare la pace.Assedia i ribelli nei loro palazzi e li spiana, rende tutta una famiglia responsabile del crimine di uno solo, esilia i sospetti, amnistia i colpevoli, concilia, reprime, opprime, sopprime. Il suo dispotismo supera quello di tutti i tiranni perchè ha per scopo la libertà. Se non che il popolo non gli si sottomette senza garanzie, e però conserva i consoli riunendoli ad un maggiore consiglio di anziani, ne elegge un altro del podestà, quasi giunta amministrativa che lo consigli e diriga, mantiene la grande assemblea, e finalmente esige da lui un giuramento di fedeltà agli statuti e a tutte le giurisdizioni acquistate nelle vittorie contro i castellani. Qualunque trasgressione o distrazione del podestà è tariffata e multata: non gli si permettono parenti nella città o dimestichezze con alcun cittadino. Come un generale, che nessun'altra cura può distogliere dalla vigilanza del campo, egli non può nemmeno condurre nel proprio palazzo la moglie: finchè spirato il tempo della carica viene sottoposto ad un processo, nel quale ogni cittadino da lui offeso ha diritto di presentare la propria azione.La rivoluzione dei consoli sale dunque di un grado col podestà, decidendo questioni di alta sovranità senza permesso nè del papa, nè dell'imperatore. Tutto un nuovo ordine di legislazione s'inizia. Se le prime leggi giurate dal podestà non sono che le prime costituzioni del popolo persistenti come usi e costumi, nel nuovo esercizio, che egli ne fa come magistrato straniero, se ne precisano le formole; e a poco a poco ordinanze e regolamenti si moltiplicano, si applicano alla finanza, all'edilità, ai diritti personali e reali, cancellando il diritto longobardo col diritto romano, formando i cento statuti della nuova Italia.Non sempre il podestà raggiunge lo scopo della propria carica, ora egli stesso concittadino di nascita e cittadino di parte, o cittadino di nascita e concittadino di parte; ma la sua azione fatalmente ostile all'aristocrazia feudale è sempre benefica pei cittadini, e quella sottomette alla legge comune e questi educacolla costante rappresentazione dell'unità civile del governo. Infatti la sua crudele ed arbitraria imparzialità soffoca presto ogni tumulto, mentre la qualità di straniero necessaria alla sua carica, togliendo ad ambo le fazioni la possibilità d'impadronirsene, spoglia a poco a poco i loro misfatti di ogni carattere politico per lasciarli ricadere condannati nell'ignobile prosaicità dei delitti comuni. E quando esplode contro di lui la reazione pontificia ed imperiale, tutta la perfidia dei papi e il genio di Federico II non bastano a vincerlo.Questi, costretto a sdoppiare il proprio carattere nell'antitesi delle due nazioni sulle quali regna, combatte i podestà dell'alta Italia come despoti nomadi e democratici in guerra coi castellani, ultimi sudditi e soldati dell'impero. La rivoluzione tedesca uscita dal trattato di Costanza impone un altro combattimento alla rivoluzione italiana trionfante della guerra ai castelli. Ma il tempo di Barbarossa è passato; la stessa guerra municipale di città contro città sembra quasi rallentarsi per lasciare il campo a quella intestina di ogni comune. Federico II non trova più i numerosi e furibondi alleati di Barbarossa: il suo appoggio ai concittadini contro i cittadini invocanti il podestà come ultimo termine di un sillogismo, del quale i vescovi e i consoli erano stati le premesse, ridestando il terrore di una ripristinazione del regno, concorda contro di lui tutte le forze dormienti delle vecchie rivoluzioni. La reazione condannata al regresso si frange contro tutte le impossibilità della vita: quando i concittadini la seguono, i cittadini più numerosi la combattono; se i cittadini delle città militari la sostengono, i concittadini aiutati dalla lega lombarda l'osteggiano; nessuno dei due partiti può soggiogare l'altro mercè la dispotica neutralità del podestà, che esprime appunto l'equivalenza delle loro forze. Federico II avrebbe dovuto imporre a tutte le città un podestà straniero e strettamente imperiale, che cancellando ogni legge e franchigia dei comuni li pacificasse nella soggezione all'impero; ma il regno sarebbe così risorto sulle conquistedei vescovi, dei comuni, dei consoli, ed era impossibile.Quindi la vita e il genio di Federico II si dibattono vanamente entro quest'impresa, che tenta tutti i problemi e accenna a tutte le soluzioni senza darne alcuna; la sua guerra non rimane che un tentativo di reazione contro la guerra interna dei comuni. L'imperatore, anche là dove trionfa, non può mettere unità o direzione nel moto sparpagliantesi a lui d'intorno; il pontefice suo signore per l'investitura delle due Sicilie lo scomunica, gl'insidia Palermo, fomenta contro di lui tutta la reazione della bassa Italia per disfarne l'unità, nella quale è perito l'alto diritto della Santa Sede. L'immensa donazione delle provincie meridionali ottenuta da Carlomagno e da Ottone I non è più che un rimpianto per il papato, il quale aveva dovuto investirne i normanni e la vedeva, oramai fusa coll'impero nella persona di Federico II. Laonde il papa non risparmia perfidie a combatterlo. Ogni arma è buona, ogni delitto diviene santo per la santità dell'intenzione, che vuole sottrarre la chiesa al pericolo di soccombere all'impero. Federico più forte del papa, fa scacciare da Roma Gregorio IX, salta di Terrasanta in Terra di Lavoro, quando questi gli invade le Puglie, lo umilia, lo costringe a sconfessarsi. Più tardi Gregorio IX predica inutilmente la crociata contro l'imperatore e convoca un concilio per deporlo: il suo successore Innocenzo IV, esule da Roma, lo ritenta a Lione, ma ogni rivolta viene soffocata nelle stragi, l'insidia di Pier delle Vigne è punita colla cecità, tedeschi e saraceni difendono Palermo nei posti più avanzati del regno, perchè l'imperatore vi è egli stesso invincibile quale podestà.Invece i papi soccombono a Roma nella lotta contro il senatore e il podestà. Innocenzo III non resiste che per cedere negli ultimi giorni, Onorio III è scacciato due volte; Gregorio IX, che esordisce scomunicando l'imperatore Federico II, è inseguito fino a Perugia ed espulso altre due volte; Celestino IV muoreavvelenato dopo sedici giorni, e la fuga di tutti i cardinali sospende ogni nuova elezione, finchè Francia ed Inghilterra imponendo allo stesso Federico di sollecitarla, viene nominato Innocenzo IV. Ma sotto di lui trionfa appunto la rivoluzione del podestà colla nomina del bolognese Brancaleone dell'Andalò, al quale vengono accordati tre anni di dispotismo e numerosi ostaggi contro l'odio del pontefice. E tosto s'infervora la lotta fra i due poteri: Innocenzo IV, assediato nel proprio palazzo dai creditori come un castellano fallito, deve sollecitare la sprezzante protezione del podestà; più tardi Alessandro IV, riparato in Anagni, dirige la reazione feudale contro Brancaleone, che vinto è nuovamente reintegrato dal popolo e vendica con terribile giustizia l'effimera sconfitta.Tutte le predicazioni del papa contro l'imperatore, tutte le battaglie dell'imperatore contro il papa, tutta la guerra d'entrambi contro la rivoluzione finiscono al trionfo del podestà, primo magistrato e sola giustizia dell'epoca fra le carneficine di due partiti incapaci di schiacciarsi e la necessità del progresso, che sbozza nella sua magistratura, impersonale a forza di essere straniera, la figura del moderno magistrato indipendente dai governi ed astratto quanto la legge.Persino nel campo chiuso della teologia imperversa la grande guerra della democrazia contro la feudalità; e nel 1247 Giovanni da Parma, generale dell'ordine francescano, spingendo troppo in alto l'ascetismo del suo fondatore, predica la virtù di una nuova rivelazione superiore a quella di Cristo. Sarebbe il regno dello Spirito Santo, annunziato come distruzione del regno del figlio nella stessa guisa che questi aveva nel mosaismo distrutto il regno del padre. Ma Guglielmo di Saint-Amour alla testa dei dottori di Parigi, perorando nella chiesa una insurrezione quasi feudale, accusa di demagogia la libertà democratica dei francescani e mostra nelle incessanti tragedie di Roma la rovina della religione; finchè il papa, imparziale fra ì due partiti estremi come un podestà, soffoca la rivoltamistica dell'uno e l'insurrezione laica dell'altro per inaugurare nella scolastica la riconciliazione della scienza colla fede. Aristotele, già proscritto, diventa il maestro dei nuovi dottori; dogmi, miracoli, misteri primitivi, tutto è dichiarato evidente e quindi indiscutibile; ragione e natura sono egualmente rivelazione divina, ma si possono e si debbono interpretare per trovare il punto dove combaciano colla rivelazione cristiana: le contraddizioni fra la tradizione umana e la religiosa, fra il dramma della filosofia e la tragedia della rivoluzione, fra Dio e la natura, fra l'uomo e Dio, non sono che apparenze, illusioni della mente o vizi del cuore. La libertà è dunque permessa entro l'ambito della fede, mentre S. Tomaso e S. Bonaventura, i due genii dell'epoca, che ne consigliano nel pontefice il podestà universale, spengono tutte le strambe ed inutili sedizioni del pensiero religioso anteriore, preparando l'uno nella più vasta enciclopedia filosofica, l'altro nella più solida metafisica del cattolicismo il terreno alla filosofia del rinascimento.I guelfi e i ghibellini.Il trionfo del podestà nell'equilibrio di due partiti cessa quando, nell'impossibilità di sopprimersi reciprocamente e nel lungo esercizio della lotta, le due sètte sono troppo cresciute di numero e di forze. Il podestà, dittatore e giudice al tempo stesso, non può comandare che nell'infanzia e quindi nella debolezza delle due parti; appena la città è tutta divisa e il popolo da un canto e i grandi colla plebe dall'altro si scagliano al combattimento, la sua repressione dittatoriale e la sua giustizia arbitraria rimangono impotenti. La guerra sociale diventa civile, e si moltiplica tingendosi di tutti i colori della guerra municipale. Ai concittadini e ai cittadini, cioè ai feudali e ai borghesi, succedono nelle battaglie i guelfi e i ghibellini.La loro origine, nella quale si sono fanciullescamente perdute le fantasie dei primi cronisti, l'acume del Machiavelli e l'erudizione del Muratori, sta nellerivoluzioni anteriori a quella del podestà; la loro ragione nella necessità di proseguirle. Mentre i primi castellani deportati nella città l'odiavano e dovevano essere frenati dal podestà, i loro discendenti naturalizzati nel nuovo ambiente invece di sognarne la distruzione ne ambiscono la conquista. Il podestà è dunque inutile dal momento che la città non è più in pericolo. Nella nuova lotta impegnata nelle vie e per le piazze è scopo il possesso indiviso della città e il suo reggimento democratico o aristocratico.La vita degli individui si sviluppa nel partito e si consuma pel partito. La neutralità è assurda. Tutti i casi dell'esistenza si prestano a drammi politici, nei quali la morte falcia i personaggi a tutte le scene; i ghibellini sono i prosecutori degli antichi castellani, i guelfi i discendenti dei primi borghesi.La guerra, propagandosi in tutte le città e assorbendo odii municipali, inimicizie storiche, rivalità economiche, pretensioni politiche, dissidi sociali, si complica così da non parere più che un disordine di battaglie, una marea di espulsioni e di ritorni, un tumulto di vita e di morte, nel quale si distinguono solo i colori dei combattenti. Poichè tutte le città hanno un partito esiliato, le alleanze si stringono per parte, e ognuno trova la propria italianità e quindi la propria nazionalità nell'esilio. L'idea municipale è quindi sorpassata da quella di setta, mentre la persecuzione inflitta o patita per un principio non più angustamente cittadino crea rapporti, provoca sentimenti, concorda pensieri, unisce opere prima non solo sconosciute ma inconoscibili.Guelfi e ghibellini irreconciliabilmente nemici e reciprocamente invincibili, non sono che due forme del medesimo fatto e due momenti della stessa idea. Gli uni rappresentano una democrazia mal destra nelle armi se abile al governo, avara, nemica di ogni grandezza individuale e di ogni intellettuale libertà per rabbioso sentimento di uguaglianza; gli altri sono un'aristocrazia armigera, prodiga, altera di libertà legale, irrigiditaentro vecchie formole e quindi incapace di comprendere gli interessi mobili e multipli del popolo. La storia, imponendo loro un combattimento secolare senza vittorie, ottiene dai guelfi il progresso, la ricchezza, l'uguaglianza, la democrazia; dai ghibellini, il genio, il carattere, la libertà. Nella loro epoca intanto entrambi snaturano i due principii della chiesa e dell'impero, dai quali s'intitolano e pei quali sembrano battersi così fanaticamente da ingannare cronisti e storici. Infatti sul cominciare della lotta, nel 1250, l'impero è vacante e più tardi nel fervore degli scontri cittadini, Rodolfo di Asburgo è in pace colla chiesa: più tardi ancora imperatore e pontefice, capi ideali, restano fuori della guerra, cui discendono invertendola Nicola IV, Martino III, Giulio II, Leone X, Clemente VII come pontefici ghibellini, e Rodolfo d'Asburgo, Carlo IV e Roberto come imperatori guelfi. Le vittorie alternate dei due partiti consacrano tutto il progresso ottenuto dal vinto prima della sconfitta: la plebe, insondabile fondo nel quale ambe le sètte pescano forze, accoglie tutti i caduti e si alza con tutti i sorgenti: i suoi individui senza nome diventano cittadini combattendo nella città per la città; il partito è scuola di guerra, di diplomazia, di governo, di viaggi, d'eguaglianza, di libertà, di nazionalità, di italianità. Mentre il palazzo del grande minacciando la casa del borghese protegge il tugurio del povero; la casa del mercante attira nobili e plebei: il denaro e il potere, il mezzo e lo scopo della guerra disciplinano ed avvicinano tutti coloro che vorrebbero divergere. Quando trionfano i guelfi, arti e mestieri raddoppiano la massa del popolo ufficiale; quando prevalgono i ghibellini, le arti minori, i più vili mestieri, le industrie più spregiate, il popolo magro, i Ciompi, invadono la scena e vi conquistano un posto.Il Capitano del popolo.Quindi l'ordinamento della città subisce profonde mutazioni: all'arbitrato del podestà, che manteneva l'imparzialità, succede il regno delle parti. La dittaturascade al capitano del popolo, generale dei vincitori e proscrittore dei vinti, padrone e custode della repubblica, mentre il podestà scelto nel partito e dal partito trionfante, mantenendo appena le funzioni giudiziarie, si muta a grado a grado in carnefice.Ma il capitano, onnipotente e semplice cittadino, ha per organi e freni del governo il consiglio del popolo da lui presieduto in un palazzo speciale, il consiglio del comune presieduto dal podestà per le materie amministrative, l'antico consiglio degli anziani spesso diviso in due, la credenza per gli affari segreti di diplomazia e di polizia, il gran consiglio colle maggiori ampliazioni possibili allorquando si tratti di compromettere il maggior numero dei cittadini nelle publiche vendette; e il consiglio eslege, tirannico, assoluto, rappresenta il governo nel governo come la parte è il governo nello stato. Naturalmente tutte le corporazioni imitando l'esempio della repubblica costituiscono i loro consoli, i parlamenti, il capitano, si armano, sono partito ed esercito, vincitrici e vinte.E la guerra guelfo-ghibellina irrompe in tutte le città d'Italia, sconvolgendo con tale furore le posizioni politiche della guerra municipale che i vinti di un partito riparano presso il medesimo partito di una città anche nemica, e vi trovano accoglienze ed aiuti. Le nuove rivoluzioni sembrano propagate dal vento, esplodono come tanti gas ammorbando l'aria ed offuscando la luce. Poichè tutti i cittadini si fanno partigiani, tutti i banditi si arruolano nelle due parti. Ma presto i due disegni storici della guerra municipale e della guerra guelfo-ghibellina, entrambe generate dalla stessa guerra sociale indispensabile alla formazione del comune e del cittadino, s'incorporano assestandosi sulla base delle rivalità geografiche. Nelle città romane prevalgono i guelfi, nelle città regie trionfano i ghibellini attraverso vicende così confuse, che i cronisti vi si perdono e gli storici non possono inoltrarvi.A Firenze il dramma degli Uberti e dei Buondelmonti crea Farinata, che vietando ai ghibellini vincitori,ghibellino egli stesso, la distruzione di Firenze, afferma la differenza della nuova guerra colla precedente delle città contro i castelli: borghesi e feudali, cittadini e concittadini, guelfi e ghibellini, la patria è per tutti la stessa città. Quindi in ognuna di esse la rivalità si produce e prende nome da due delle maggiori famiglie dei due partiti, quasi ad accennare che nella futura rivoluzione, quando le parti saranno esauste e gl'interessi intermedi cresciuti, le famiglie vincenti ripeteranno il podestà sotto forma di tiranno. A Milano il duello comincia tra i Torriani e i Visconti, a Bologna lottano i Gallucci e i Carbonesi, a Modena gli Aigoni e i Grasolfi, a Faenza gli Accarisi e i Manfredi, a Bergamo i Colleoni e i Soardi, a Orvieto i Monaldeschi e i Filippeschi, ad Alessandria i Lanzavecchia e i Guasco, a Reggio i Roberti e i Sessi, a Camerino i Baschi e i Varano; mentre nelle città militari i partiti capovolgendosi mostrano la democrazia ghibellina e l'aristocrazia guelfa. Così Genova e le città nemiche di Firenze e di Milano sono tutte ghibelline di popolo e guelfe di nobiltà per meglio resistere all'espansione delle due grandi città odiate, che potrebbero col più fuggevole accordo imporre loro una durevole soggezione.Ezzelino da Romano.Ma fra tanta grandezza di drammi politici e guerreschi, nei quali talora è personaggio tutto un popolo o un solo individuo sembra centuplicarne la forza, assorbendone la vita collettiva nella propria unità passionale, nessuno uguaglia nemmeno nelle città militari quello ghibellino di Verona. Il suo eroe Ezzelino III da Romano, ariano figlio di ariano, diventa così grande che la sua epoca non può contenerlo e Dante solo, il poeta ghibellino di Firenze, potrà poi essergli paragonato. Dotto, incredulo, più freddo di un filosofo e più sensibile di un poeta, capitano fulmineo e politico improvvisatore, egli ha tutte le passioni del proprio tempo nel cuore e tutte le idee del rinascimento nella testa.Appena scoppia la guerra fra le due sètte Ezzelino stermina i guelfi, si associa in un triunvirato Buoso da Doara e Oberto Pelavicino, li dirige, li minaccia con sì terribile prontezza ed irresistibile abilità che tutta Italia piega sotto la sua mano, e le vittorie gli strappano in un grido d'entusiasmo il segreto del suo genio: io sorpasserò Carlomagno! Ma a questa minaccia la lega lombarda diventa guelfa, la Romagna si unisce alla lega, Treviso alla Romagna e l'assalgono. Ezzelino non piega, raddoppia i supplizi, prende Brescia, assedia Mantova, fronteggia tutti i nemici che aumentano e si mutano contro di lui in crociati; difende Padova, ritrascina Treviso nella propria alleanza, accampandosi con una temerità solamente giustificabile dal genio o dalla disperazione sotto le mura di Milano. Allora l'idea regia di Berengario, che lo trasportava così alto, vanisce come uno dei tanti miraggi della storia: le rivolte divampano sotto i piedi di Ezzelino, i tradimenti lo cingono, gli abbandoni lo scoprono. Solo, è ancora così terribile che la sua ritirata pare un trionfo, ma una ferita cogliendolo al tallone come Achille dissipa il terrore del suo nome e della sua spada. Ezzelino è vinto, preso, calpestato dai villani, riparato nella tenda dei traditori dalla loro stessa ammirazione, ove muore senza gettare un lamento, più sublime nella superbia di quest'ultimo silenzio che nel fracasso di tante incredibili vittorie. Ma Verona, da lui indimenticabilmente tiranneggiata, resta fedele alla sua opera, che ha democratizzato il senato degli ottanta, salariati e tolti alla nobiltà i magistrati, sconfitti i castellani delle campagne, prostrate le città nemiche, agguerrito il suo popolo sino a mutarlo in un invincibile esercito.A Palermo, altra città militare e ghibellina, l'idea regia di Ezzelino trionfa con Manfredi, bastardo di Federico II, che a forza di tradimenti carpisce il regno e vi si fonda contro il papa, dal quale sulle prime aveva ottenuto l'appoggio come capo ostile alla Germania e poco temibile. Invece Manfredi fa spargere la falsa notizia della morte di Corradino, gli prodiga funerali,si dichiara indipendente, favorisce i ghibellini di Roma, soccorre quelli di Toscana, s'affratella cogli altri dell'alta Italia, più piccolo e finalmente non più fortunato che Ezzelino, perchè i guelfi di Milano, di Firenze, delle Marche, di Napoli, di Messina, di Ascoli affrettano sul quadrante della storia l'ora della sua caduta.Tutta Italia è in fiamme; il Monferriato ghibellino sostiene Torino contro i conti di Savoia che vengono espulsi: la Corsica si strazia col partito trasmontano di Simoncello della Rocca e quello cismontano di Giovanninello della Pietra; la Sardegna si lacera fra Pisa e Genova; Ferrara ingrossa sul Po preparandosi all'urto di Venezia che sta per avanzarsi sulla terraferma; Brescia sanguina al seguito di Pelavicino; Parma e Piacenza si annodano come due serpenti, e non potendo soffocarsi si mordono; fra Cremona e Milano, Crema si sfinisce nella paura della prima e si perde nell'amicizia della seconda. Roma, riconoscendo l'impotenza del podestà a governarla, entra nel periodo delle due sètte colla nomina di due capitani del popolo; gli uni voglion Riccardo di Cornovaglia e gli altri Manfredi; i ghibellini Pietro d'Aragona e i guelfi Carlo d'Angiò.La guerra comprime tutte le forze della nazione per trarne scatti ed esplosioni senza numero e senza nome.Carlo d'Angiò.Infatti Carlo d'Angiò, pallido imitatore di Rodolfo in Germania e di S. Luigi in Francia, chiamato da Urbano IV per soffocare la rivoluzione delle due sètte, dopo lunghe trattative nelle quali i pontefici tentano di ridurlo a semplice vassallo della chiesa, giunge a Roma per conquistare il reame delle due Sicilie. Una terribile reazione guelfa lo sostiene contro Manfredi, facilitandogli la conquista che si compie con tutti i furori delle sètte. Palermo detronizzata soccombe a Napoli, nuova capitale; i francesi si sovrappongono come gli antichi normanni, i ghibellini sconfitti, dispersi,trucidati a migliaia diventano così deboli che il tragico tentativo di Corradino per riafferrare la corona sveva non fa che raddoppiare la loro disfatta. La vittoria guelfa propaga per tutta l'Italia, mentre il papa, indarno superbo di esserne l'arbitro supremo per aver chiamato Carlo d'Angiò a limitare il trionfo ghibellino, prosegue invano nel sogno di podestà imperiale. La Toscana, tutta ghibellina nel 1262, è tutta guelfa nel 1270; ogni città è insanguinata, diroccata, incendiata. Le espulsioni e i ritorni accumulano in pochi anni le tragedie di molti secoli, poichè la guerra guelfo-ghibellina infuria fra quella municipale e l'altra dei castelli. Ma le città, inceppanti il moto dell'èra consolare, lasciano ora circolare la corrente della nuova vita: la libertà, monopolio sotto il vescovo, i consoli e i podestà, si è estesa giù nelle arti e nei mestieri della plebe. Colle vecchie famiglie sono svaniti molti antichi pregiudizi, gli odii viventi hanno assorbito gli odii regi, generazioni progressive sono succedute alle generazioni granitiche dei primi tempi. L'Italia rozza e grossolana dei barbari è oramai splendida e rumorosa, le sue chiese sono ricamate nel marmo, sulle fronti de' suoi minacciosi palazzi balenano già i sorrisi degli ornati. I suoi feroci partigiani hanno modi e cultura di cavalieri; alcuni parlano il bel provenzale di Carlo d'Angiò, altri il delizioso italiano di Federico II. Dante, Petrarca, Boccaccio, il primo ghibellino, il secondo guelfo, il terzo imparziale, stanno per riassumere nell'incomparabile originalità dei propri capolavori la varietà feconda di quest'epoca ingrassata di lagrime e di sangue, nella quale la frenesia della vita vince il delirio della morte. L'orrore di tante battaglie è così necessario che le cronache anzichè esprimerlo sembrano economizzare quei lamenti, onde i futuri storici fuorviati da idee posteriori saranno prodighi. Le due tradizioni contradittorie dei guelfi e dei ghibellini, uscendo dai sogni mitologici e dalle etimologie infantili, si precisano e si elevano: questi si assimilano la causa dei longobardi contro i pontefici, dei conti contro i vescovi,dei castellani contro i mercanti, della casa dei Weibelingen contro la chiesa. Per essi l'imperatore è libertà sopra tutti e contro tutti, d'opera e di pensiero, capace di anteporre un astrologo ad un vescovo, Averroe al Vangelo, distinguendo gli uomini come la natura in forti e in deboli, in grandi e piccoli, coordinandoli colle gerarchie che consacrano nelle differenze sociali le disuguaglianze del valore personale. Ma i guelfi, imperiali quanto i ghibellini colla dinastia dei Welfi, oppongono loro l'eroismo secolare dei pontefici che vincono la barbarie longobarda, dei vescovi che limitano la tirannide dei conti, di Gregorio VII che sottomette l'impero, di Alessandro III capo della lega lombarda che vince l'imperatore, di un progresso sempre romano che opponeva il diritto di Giustiniano alle legislazioni barbariche, la propaganda delle conversioni alle invasioni, l'uguaglianza di tutti alla libertà di pochi, l'emancipazione del comune all'indipendenza eslege del feudo.Dopo trenta o quarant'anni di carneficine, dal 1240 al 1280, la rivoluzione guelfo-ghibellina non è ancora stremata. Attraverso azioni e reazioni incalcolabili l'armonia del sistema ha migliorato senza mutarsi; le città militari sono ancora ghibelline. Aquila, Benevento, Mantova, Forlì, Verona, il Monferrato, Pavia, Asti, Lodi, Pistoia, Arezzo, Siena, Genova, incrollabili sulle proprie basi, proseguono la lotta colla tenacità di un odio reso malleabile da una perfidia politica capace di raggiungere la sapienza; mentre dopo sedici anni di guerra civile e cinque papi invano imparziali e tre interregni, Roma trascina finalmente con Nicolò III il papato nel campo ghibellino contro le altre città romane guelfe; e guerre e rivoluzioni sembrano non dare ancora risultati. Infatti sotto il governo del capitano del popolo e l'amministrazione del podestà, lotta e scambio di partiti sono così disordinatamente rapidi da non potersene cogliere il frutto: bisogna quindi che la guerra, diventata stato normale della vita, atteggi colle proprie forme e discipline i governi perchè la vittoria dì una parte diventi davvero proficua, e la superstiteenergia dei vinti si canalizzi attraverso l'opera dei vincitori, fecondandola.I tiranni.Dal crescere della rivoluzione guelfo-ghibellina il capitano del popolo, assorbendo anche le funzioni del podestà, si muta in tiranno. Come capo e generale del partito, mentre la guerra politica e militare è più furibonda, questi sorge dalla vittoria per organizzarla: preterisce le procedure, viola i diritti, oltrepassa le sciocche pacificazioni predicate dai monaci, disciplina la milizia, riordina il governo colle idee della propria, parte togliendo che il suo contenuto storico si consumi in inutili tentativi. Le rivincite del partito sconfitto diventano così più tarde e difficili. Ogni idea ha tempo di maturarsi, e lo deve per vincere. La vecchia libertà municipale, troppo precocemente simile all'indipendenza individuale di noi moderni, svanisce; i consigli diventano corte o senato del tiranno, che nominandone i membri vi domina le votazioni. Alla testa del proprio partito e al disopra del partito vinto, il nuovo tiranno limita col proprio interesse le feroci rappresaglie della vittoria e mette modo agli odii, ordine alle vendette; condannato ad essere contemporaneamente amato, odiato e temuto, favorisce la plebe e frena il popolo, mentre la regolarità da lui imposta al disordine permanente della guerra asseconda tutti i lavori, compensando nella coscienza dei più la violazione di quasi tutti i diritti.D'altronde la guerra municipale, che involge la guerra guelfo-ghibellina, giustifica ogni arbitrio del tiranno.Difendendo la città colle forze meglio organizzate della propria parte e costringendo quella avversa ad allearsi colle città nemiche, questi legittima l'assolutismo delle proprie funzioni coll'assicurare con più vere alleanze e con più formidabili colpi l'avvenire della patria. La tirannia come unità diventa ragionedi vittoria: i comuni, dibattentisi ancora nelle convulsioni della prima lotta guelfo-ghibellina, non possono quindi resistere a quelli, che giunti alla seconda fase posseggono nel tiranno un generale ed un ministro costretto a non sbagliare mai sotto pena di perdere se stesso, il suo partito e la sua patria. La rivalità delle grandi famiglie, le insurrezioni subitanee, gli accidenti drammatici, onde prima era resa impossibile ogni vera combinazione politica e militare, assoggettati ora alla necessità del tiranno, si assettano secondo la propria importanza nel partito senza frangerlo; la fatalità del quale, più evidente nell'unicità del capo, prepara gli spiriti a quel senso misterioso di abile solidarietà e di libera sudditanza alla legge necessaria a formare il carattere del cittadino moderno. Ma tali sentimenti e idee non sono ancora che rudimentali: il tiranno forzato a meritare la classicità del proprio nome, o arrivando al potere o mantenendovisi coi supplizi, non può nemmeno garantirvisi fra passioni ancora troppo selvaggie e una coscienza publica troppo incerta. Quindi, superbo come un vincitore e implacabile come un vinto, perfido ed eroico, guelfo col popolo e ghibellino colla plebe, dovrà consumarsi nell'impossibilità d'impadronirsi di ogni comando; mentre l'orrore della guerra, dilatando la sua vita sino alle proporzioni di un dramma fantastico, la sottoporrà al ritmo disperato di tutte le cadute e di tutte le espulsioni.L'avvicendamento dei tiranni, ammirabile di precisione a Milano nel duello dei Visconti coi Torriani, comincia in ogni città secondo le sorti e le leggi della guerra, a Rimini fra Parcitade e Malatesta, a Ravenna fra i Polentani e i Traversari, a Ferrara tra Azzo d'Este e Torelli Salinguerra, a Treviso fra i Camino e i Romano, favorendo una democrazia dispotica, nella quale si conservano le vecchie cariche e i vecchi nomi. Le funzioni politiche sono guadagnate dalle nuove dinastie, gli uffici amministrativi meglio distinti e coordinati diventano invece sempre più impersonali a servizio del popolo e della plebe cresciuta.Nelle città militari come Mantova, Verona, Urbino, Pavia, la scena è anche più cupa perchè meno feconda la vita. Pisa, già sconfitta da Genova, prepara nella tragedia del conte Ugolino il tema forse al più tragico fra i canti di Dante, rivelando in un solo fatto lo spaventevole segreto di tutto un secolo, giacchè, tradita dalla vanità del conte Ugolino, non può essere salvata nemmeno dalla severità del suo successore Guido da Montefeltro: Genova si alza raggiante sul mare coprendolo di navi, inghirlandandolo di colonie e sfidando in Venezia un'altra rivale ben altrimenti grande e poderosa. Invece Firenze, ancora atteggiata a repubblica, è divisa come Perugia, Siena, Parma, Bologna fra comune e popolo, subisce due statuti, suona due campane tiene due consigli. Poichè il dualismo delle sètte paralizzando lo sviluppo della sua vita la rende inferiore alle città rivali. Giano della Bella tenta una rivoluzione contro i grandi, che farebbe di lui un tiranno plebeo; ma l'astuzia dei nobili lo rovescia, improvvisando invece l'ignobile tirannia del podestà Monfiorito da Padova senza riparare a nessuno inconveniente della vecchia libertà consolare. Il disordine della legislazione è tale nelle città libere, e l'indipendenza dei cittadini belligeranti così violenta, che una più alta tirannia diviene il più urgente dei bisogni e il solo mezzo di progresso. Le assemblee republicane vi si tengono in armi; la gelosia spaventata del popolo rinnova i consoli ogni trimestre e li imprigiona, li rende invisibili per mantenerli incorrotti; la penalità esagera il taglione e colpisce i parenti del reo; la clientela dei grandi è cangiata in compagnia di armati e la loro insolenza diviene tanto facile, che si debbono dare cauzioni al popolo per danni non ancora commessi. Così Brescia e Piacenza non sapendo crearsi un tiranno nominano Carlo d'Angiò, e pacificate dalla sua pressione svolgono le proprie dinastie.Nelle regioni feudali la tirannia procede con minori tragedie ma più scarsi benefizi, perchè nella storia il risultato di una contraddizione è sempre in ragione direttadella sua vastità e della sua durata. Il Monferrato, invaso dai Milanesi, salva la propria indipendenza, portando alla tirannia il figlio di Guglielmo IV Spadalunga caduto prigioniero di Alessandria; la casa di Savoia, non potendo assurgere all'unità della tirannia per l'inconciliabile dualismo de' suoi due governi di Piemonte e di Savoia, si spezza in due tirannie; mentre nelle due Sicilie i Vespri rompono l'unità francese di Napoli cancellando per metà il lavoro di Carlo d'Angiò colla resurrezione di Palermo sotto una dinastia ghibellina ed aragonese; e la grande famiglia dei Colonna, forte nella tradizione ghibellina del popolo romano, lotta di tirannia con Bonifacio VIII, equivoco temperamento egli stesso di settario e di tiranno.Bonifacio VIII e Enrico VII di Lussemburgo.Questa loro guerra, propagandosi a tutta l'Italia vi determina un supremo tentativo contro il progresso, rappresentato dai tiranni sull'atroce anarchia guelfo-ghibellina. Bonifacio VIII trascinato dalla ingovernabile molteplicità delle proprie macchinazioni, dopo aver chiamato Carlo di Valois alla conquista della Sicilia diventata aragonese e ghibellina, assale l'Aragona colla Francia, ma Giovanni da Procida, il grande cospiratore, e Ruggero Lauria, il grande ammiraglio, riparano tutte le debolezze della casa di Aragona mantenendole la Sicilia contro Napoli e Roma. Pisa evita la reazione nominando con satanica malizia Bonifacio stesso a proprio tiranno, Genova resiste collo schiacciare inesorabilmente tutti i guelfi che le rientrano, mentre i Torriani invece riconquistano Milano, e in tutte le altre città la reazione accelera il ritmo delle espulsioni senza profitto del pontefice, spaventato egli medesimo dalle catastrofi settarie della sua guerra ai tiranni.In questa nuova crisi le due sètte si suddividono in neo-guelfi e neo-ghibellini, o in guelfi bianchi e guelfi neri, così che l'intreccio dei partiti confonde l'esattezzadei cronisti ed offusca le idee degli storici. Alberto Scotti a Piacenza, Giberto Correggio a Parma, Corso Donati a Firenze, Maghinardo di Susinana e Uguccione della Faggiola grandeggiano fra le tenebre e i lampi di questo temporale politico, che sconvolge tutte le città per sostituirvi la tirannia di un forte a quella di un debole. Se nella guerra fra i Colonna e Bonifacio VIII la vittoria resta a quest'ultimo per l'insidioso consiglio di Guido da Montefeltro, la rivincita di Sciarra, che al soldo del re francese arresta e malmena in Anagni il papa vincitore, pareggia fra loro il conto; quindi l'avvelenamento di Benedetto IX perpetrato dai Colonna e la fuga di Clemente V in Avignone, feudo del re di Napoli, suo vassallo, emancipano finalmente Roma e guarantiscono il trionfo alla rivoluzione dei tiranni.Siamo al 1305, il secolo che resterà classico nella letteratura come aurora del mondo moderno. Cinque anni dopo l'esilio del pontefice almeno venti città sono passate dai guelfi ai ghibellini che abbondano di guerrieri, di capitani, di tiranni, di cronisti, di filosofi. Uguccione è dittatore a Pisa, Federico d'Aragona liberatore in Sicilia, Spinola sorpassa i Doria a Genova, Dino Compagni, oggi negato, è il primo cronista del tempo; Cecco d'Ascoli inizia con Pietro d'Abano la rivolta filosofica nella quale morirà Giordano Bruno e ne esperimenta il rogo; la poesia canta le stragi come un'allodola alta nei cieli sopra un campo di battaglia, e insegna le canzoni a Guido Cavalcanti, il sonetto a Guittone, educa in Cino da Pistoia il maestro di Petrarca, accarezza in Jacopone da Todi un'originalità popolaresca, bigotta e ribelle, eroica e gioviale, apprende a Marco Polo la nostalgia dell'Oriente sconosciuto, intanto che Dante, cacciato da Firenze alla discesa di Carlo di Valois, erra pallido e tetro per le terre d'Italia raccogliendo il gemito dei feriti fra l'urlo dei vincitori, avvelenandosi alla coppa di tutti i tradimenti, trasalendo di gioia infantile a tutte le bellezze della natura, fremendo come un eroe e declamandocome un profeta a tutte le catastrofi della rivoluzione, che gli nascondono col polverio delle rovine i profili dell'epoca nuova. Ma quantunque tutta la tempesta medioevale infurii nel suo spirito e il suo pensiero abbracci tutto lo scibile del tempo, egli vi è come uno sconosciuto. Non arriva e non può arrivare all'idea d'una Italia, ma ne fissa nullameno l'eloquio volgare; sogna inevitabilmente l'impero, e in questo sogno sembra intravedere qualche lineamento dello stato moderno; è il più grande cittadino di tutti i secoli, e la sua patria non è ancora che la sua città. L'esilio, facendolo nomade per tutta la vita, lo rende italiano, e dà ai suoi vizi di partigiano l'onnipotenza di una passione, che Eschilo non avrebbe indovinato e Shakespeare non potrà poi sorpassare. Quindi incomprensibile ed incompreso riunisce nel proprio genio e nel proprio poema tutta la natura e tutta la storia, tutto il mondo e tutto Dio, per creare la lingua più bella, la poesia più profonda, la visione più fantastica e più reale in un secolo che resterà alla testa di tutti gli altri come Cesare e Napoleone sulla fronte dei loro eserciti.E al suo grido di ghibellino invocante un'altra reazione imperiale, che schiacciando i tumulti di quella rivoluzione dei tiranni permetta alla neonata civiltà di fecondare il mondo, Arrigo VII, nuovo imperatore di Germania, scende le Alpi con attardata e magnanima ingenuità. Secondo l'idea del podestà, da lui rappresentato nelle nove città del Lussemburgo e nell'impero, ricusa persino di pronunciare i nomi di guelfo e di ghibellino, valuta i tiranni come avventurieri che la sua presenza basterà a mettere in fuga, giudica quella guerra civile una demenza di molti e una ribalderia di pochi intesi ad essere capitani per mutarsi in padroni. Il segreto dell'epoca gli sfugge insospettato.Ma la sua discesa provoca invece una reazione ghibellina nella quale Matteo Visconti sopprimendo Guido Torriani e Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, sostituisce la propria alla loro tirannia, mentre altri guelfi, profondamente abili, come Alberto Scotto di Piacenza,sfuggono la catastrofe secondandola, e ghibellini terribili come Cangrande della Scala e Bonacolsi di Mantova proseguono nell'opera propria senza degnare Arrigo VII nemmeno di un omaggio. Perciò la sua opera si esplica in una perpetua contraddizione che lo trascina d'inganno in inganno, attirandolo cogli applausi, stordendolo cogli abbandoni, inceppandolo colle resistenze, evitando sempre i suoi disegni colla perfidia, finchè la reazione torcendosi contro di lui lo costringe ad uscire dall'imparzialità per difendersi coll'appoggio di un partito.Tutte le città sulle quali contava smentono le sue previsioni e rosseggiano di stragi quasi irridendo alla sua pacificazione di podestà supremo; così che giungendo a Roma non ha più che Genova e Pisa al proprio seguito, e anche queste solo per odio del tiranno guelfo di Napoli, cui molte città come Faenza e Firenze si davano per sfuggire alla reazione ghibellina.Allora Arrigo VII, aggirato dai Colonna, dagli Orsini, dal re di Napoli, dal papa procrastinante la sua incoronazione, diventa il giocattolo di tutta l'Italia che lo minaccia, lo circuisce, lo insegue, assassina i suoi partigiani, sconfigge i suoi soldati, dissipa il ricordo della sua opera più presto ancora che non cancelli l'orma del suo piede fuggente, e forse gli fa dare un'ostia guelfa avvelenata dai monaci di Buonconvento. Così finiva la reazione e l'eroe invocato da Dante, egualmente vinto dai tiranni che aveva dovuto sanzionare come da quelli che aveva forzatamente nominati, dal re di Napoli che per lui diventa il protettore guelfo di tutti gli stati incapaci di bastare a se stessi, dal papa che lo inganna e lo accusa, dall'Italia che aveva bisogno dei propri tiranni per consumare le proprie sètte ed elaborare le proprie tirannie.Nè il papa, nè Roberto di Napoli possono quindi profittare delle sue sconfitte, o ritentando la sua opera evitarne gli errori.Dopo di lui la rivoluzione vittoriosa comincia a discutere la propria vittoria più in alto, entro l'infrangibiledualità della chiesa e dell'impero, interpretando l'uno colle idee ghibelline dei giureconsulti e l'altra colle idee guelfe dei teologi. La discussione rivela già una emancipazione conquistata nella storia contro la chiesa e l'impero dalle nuove forme politiche, sebbene ancora dominate dall'idealità delle due astrazioni sempre identiche malgrado la loro antitesi. Il papato di san Tommaso, di Egidio Colonna e di Tolomeo da Lucca nelDe regimine principumè lo stesso impero di Dante nelDe monarchia, entrambi concepiti in una unità che discende nella storia invece di sorgerne, realizzati da Dio con un sistema del quale la sua rivelazione ci ha affidata la chiave. Se il papato è religioso e l'impero laico, il loro fondamento è identico per l'unità del fondatore; le loro differenze non arrivano a produrre due fisonomie nella dualità dei loro assolutismi. Invano Dante crede di sottrarre l'impero alla supremazia del papato invocando la sua anteriorità e le parole di Cristo: il mio regno non è di questo mondo! L'impero rimane sempre un concetto monoteistico, ieratico, che toglie ogni libertà alla storia e alla vita. Più assurdo del papato, che in possesso di una rivelazione continua potrebbe dirigere l'una e l'altra sul binario delle proprie leggi, deve soccombere primo nella lotta; e infatti Dante abbandona presto la polemica filosofica per trasportarla nel poema dove scolpisce nel Dio cristiano un imperatore romano e un tiranno medioevale, egualmente impassibile nelle condanne e raffinato nei tormenti. Il suo Inferno è il riflesso dell'epoca: i dannati vi sentono ancora le passioni della vita, i loro peccati dispaiono nell'energia del racconto che li evoca, onde ne rimangono solamente le pene, nelle quali il paziente è spesso così superiore da umiliare persino Dio. Tutta la politica medioevale segue il poeta all'Inferno, in Purgatorio, in Paradiso; la sua collera ha le vampe solfuree delle bolgie, la sua voce scoppia come un fulmine, i suoi morti sono doppiamente vivi, i suoi aneddoti sono tante tragedie condensate, come il suo poema è la sintesi del mondo. Ma accettando la nuova tiranniaghibellina di Arrigo VII e delle corti di Verona e di Ravenna, egli accoglie dal guelfismo le più belle figure in Paradiso, perchè nella sua anima immensa la libertà non può separarsi dalla democrazia, e nel suo istinto infallibile di poeta la realtà necessariamente tirannica del secolo non contradice alla cordiale idealità di san Francesco d'Assisi.
Altre concessioni imperiali protessero i comuni.
Sull'origine di questi si è fin troppo discusso, attribuendola più specialmente alla gilda longobarda o al municipio romano; ma l'una non fu mai che un'angusta e semplice associazione commerciale, e l'altro era già una istituzione distrutta dalle invasioni dei barbari, seppellita dal loro regno unitario e feudale. Del municipio non si avevano da gran tempo memorie nemmeno nelle città come Napoli sfuggite all'azione del regno, quando la gilda appariva la prima volta a Genova nell'anno 1161. Il nuovo comune non poteva essere nemmeno la curia sopravissuta a Ravenna sino al sesto secolo e così svanita negli altri, che i nuovi giureconsulti s'imbrogliavano sul senso della sua parola, e le costituzioni 46 e 47 di Leone il Savio verso l'anno 890 vi accennavano già come ad antichità male conosciuta e facilmente erronea. Il comune è il borgo, la città creata nella nuova storia dalle rivoluzioni del regno, dalle insurrezioni contro i re, dalla chiesa che dirige il popolo, dai vescovadi che succedono alle curie romane, dai nuovi rapporti politici che raggruppano le genti, dalle necessità di una continua difesa che arma tutti contro tutti, dagli ultimi modi della libertà e dell'indipendenza, dal nuovo spirito che creando l'individuo dava una nuova individualità a tutte le forme della sua associazione.La lotta fra le città romane e le militari affrettò in queste ultime la formazione del comune: il moto federalista protetto dallo stesso regno contro l'impero svolse la prosperità e lo spirito di tutti i centri costretti a muoversi sopra se medesimi individualizzandosi in una fisonomia originale, che provasse la loro potenza. Le stesse milizie privilegiate dei conquistatori regnanti, respingendo dalle proprie file i vinti, dovettero addensarli, renderli più compatti, forzarli ad organizzare in seguito qualche istituzione capace di ospitare il loro presente e di preparare il loro futuro.
Il comune, incominciato non si sa nè come nè quando, appare nella storia al terzo spostamento dell'impero con Ottone I che, sembrando crearlo con alcune concessioni, invece è piuttosto l'interprete che l'autore della rivoluzione comunale, un alleato anzichè un conquistatore, un presidente meglio che un re.
Dopo Ottone I i conti non hanno più assoluto potere sulle città; nessun re concentra più le loro forze; ogni traccia dell'organizzazione unitaria scompare; ogni centro ducale si frange: i municipii si preparano già a lottare fra loro per ripetere colla grandezza delle vecchie marche la gloria di una vita, che la storia ammirerà per tutti i secoli. Invano alla morte di Ottone I Arduino d'Ivrea ritenta i moti di Berengario, ultimo pretendente; la sua proclamazione non è più che una commedia, la sua rivoluzione una rivolta, la sua impresa uno sbaraglio, la sua vita un brigantaggio, la sua fine in un convento una codardia. Quando più tardi nel 1024 un'altra cospirazione offre il regno italico a Guglielmo III duca di Aquitania, questi meno spaventato ancora da una guerra colla Germania che dalla sacrilega necessità di deporre tutti i vescovi ostili, declina l'offerta. I vescovi sono dunque i difensori della rivoluzione, che secondo l'antico disegno sviluppa il progresso della democrazia col tragico mezzo di una decadenza politica.
Ma la distruzione del regno, ottenuta con tanto sagace fermezza di propositi dalla chiesa, colpisce il dogadoromano creato dai papi di Teodora e di Marozia, e distrugge la vecchia aristocrazia romana, mutando il nuovo papa in un vice-Dio delle moltitudini. La feudalità del contado insorge contro il patriziato romano, mentre per la recente donazione di Ottone le città romane si atteggiano invece a democrazia federale contro Roma umiliata dal pontefice oramai più imperiale che romano, e la suprema reazione repubblicana di Crescenzio, idealizzato poi da un patriottismo archeologico e allora abbandonato da tutte le forze vive del tempo, soccombe in un dramma mescolato di assassinio.
Così per impadronirsi di tutta l'Italia Ottone I, invertendo la propria politica, cerca invano di ricostituire intorno a Capua, la feroce, un ducato vasto quanto un regno, giacchè non ostante l'aiuto di Pandolfo Testa di Ferro, feudatario e bandito di genio, ogni tentativo vi fallisce. Tutte le repubbliche si collegano con Bisanzio per sottrarsi a questa nuova minaccia di dominazione unitaria, Napoli insorge, Amalfi resiste, Venezia ricusa ogni tributo, Bari accetta il Catapane bizantino e diventa la Ravenna del mezzogiorno, finchè Capua stessa, presa nel movimento greco, si desta per sempre dal proprio ultimo sogno longobardo, e del regno si dissipa persino il ricordo.
Il comune è la prima grande originalità della nuova storia. Romani e barbari, regno ed impero, non si mostrano più nella sua formazione: l'antica città greca e romana, che sviluppando l'idea dello stato politico aveva riempita la storia antica, non risorge nel comune, creazione di nuovi uomini in lotta per nuove libertà e che posseggono già le due idee universali della chiesa e dell'impero. Il comune non vuole diventare regno, non cerca la sovranità politica ma l'indipendenza sociale. L'impero è lo stato, la chiesa l'umanità; esso invece è la patria composta forse di poche case, circoscritta a un minimo territorio, che l'ombra della cattedralebasta a coprire e a difendere. Il comune, agglomerazione di famiglie ed associazioni d'industrie livellate dagl'invasori coll'oppressione ed uguagliate dalla chiesa colla propria libertà spirituale, deve svolgersi; se non riuscisse a crescere bisognerebbe ritornare al sistema pagano della servitù per mantenere la produzione, e il regresso nella storia è impossibile. Stranieri l'uno all'altro, i comuni non hanno nazione: chiusi nell'egoismo come in una corazza infrangibile, resistono a tutti i colpi, si dilatano senza mutare idea; sempre preoccupati di produrre tutto in se stessi e per se stessi, paiono la negazione delle due grandi unità mondiali della chiesa e dell'impero, ed invece ne sono la conferma, giacchè la nuova patria separata dall'idea di nazione potrà nella futura fusione dei comuni e nella formazione dei massimi stati evitare la separazione dell'antico mondo, nel quale ciascun popolo considerava barbari e nemici tutti gli altri.
Le guerre dei comuni non avranno, per quanto atroci, i due caratteri antichi dell'odio di razze e della conquista politica, ma i grandi comuni assorbiranno i piccoli, lasciando loro i più essenziali caratteri. Gli interessi agricoli, commerciali, industriali saranno i motivi della politica comunale, mobile, feroce, senza scrupoli, piena d'indulgenze, di ritorni, di contraddizioni; capace di prendere le più varie forme politiche, di resistere a tutti i drammi, di sottomettersi a tutte le autorità, di ribellarsi a tutti i dominii per accrescere la libertà sociale, di agire, di produrre, di arricchirsi, di creare tutta quella civiltà, che dura ancora ed ebbe nel Rinascimento un meriggio senza pari nei giorni di tutte le storie.
L'Italia comunale non volle mai unificarsi in regno come molti storici dell'attuale periodo rivoluzionario hanno preteso: le due lotte del regno contro l'impero romano e il bizantino, e dell'impero franco e germanico contro il regno, non avevano nella storia altro scopo, e non vi rimasero con altro significato che la formazione del comune; il quale percorrendo tutta la propria gammadoveva sviluppare il concetto e la forma dello stato moderno. Soffocarlo allora per la formazione di un regno nazionale sarebbe stato un capovolgere le leggi storiche, e un volere la fine negando il principio.
La nuova lotta dei comuni contro l'impero non era per distruggere la sua tirannia ideale, ma per togliergli la dominazione ereditata dal regno, colla quale contrastava allo svolgersi della nuova vita. L'èra dei comuni si chiude come in una parentesi fra la caduta del regno e il sorgere dei principati. La rivoluzione comunale procede contro nobili, regi e feudali vigilanti come scolte nemiche; la cattedrale è la sola fortezza del comune, il campanile la sua unica torre.
Alla caduta del regno ogni città ha due capi, il conte e il vescovo. Il primo, anche se indigeno, è ancora uno straniero della razza distrutta degli invasori e ne conserva i diritti; comanda, non lavora, non produce. Sua legge è la spada, suo costume la rapina, sua virtù la violenza. Il secondo è del popolo, nel popolo, col popolo; nullo in diritto, muta in armi le proprie immunità e ne copre parte della popolazione; padrone di Dio, può dirigerlo contro ogni nemico; arbitro della religione, può schiacciare le più dure coscienze. Divampa la lotta: il conte per vivere deve decimare, taglieggiare, rubare; il popolo per vivere deve isolare, allontanare, sopprimere il conte. Ma davanti al vescovo, protetto e protettore dell'impero, il conte deve fermarsi; ecco il baluardo dietro il quale il popolo fulmina il conte, che l'impero abbandona seguitando nella distruzione politica del regno. La lotta eguale in tutti i comuni, grandi o piccoli, si svolge per fasi predeterminate: una prima rivolta, una prima espulsione del conte, probabilmente un suo ritorno, la sua cacciata definitiva, dalla quale viene l'esaltazione del vescovo, che sostituendosi al conte nella giurisdizione regia muta il comune in una specie di piccola teocrazia. Quindi la prima costituzione del popolo non esprime ancora che la fusione delle maggiori famiglie del comune, cioè della nobiltà del vescovado colla superstite corte delconte, mentre il resto del comune è appena il resto; ma la convocazione dell'assemblea popolare nella chiesa, cangiata così in parlamento e aperta a tutte le discussioni per abituare fra non molto al pericolo di tutte le congiure, rivela presto i primi lineamenti del nuovo stato. Ogni forma politica della storia attuale è dunque nata in chiesa e colla chiesa.
Milano, eroica avanguardia della nazione, condensa tutta la storia del tempo nella propria cronaca. Le vicende della guerra sono molte, il suo moto si propaga torcendosi sulle terre della chiesa contro i conti o i rettori nominati dal papa, si giova del terrore religioso gettato in tutte le coscienze cristiane dall'anno mille, investe i feudi incapaci di abbattere i loro capi feudali senza suicidarsi, costringe tutte le dinastie a popolarizzarsi. La famiglia di Canossa sfolgoreggia, l'altra dei Savoia aumenta, quella d'Este ramifica, e intorno ne spuntano altre cento. La rivoluzione guadagna Corsica e Sardegna, passa il Garigliano abolendo dogi e duchi, sollevando tutti i popoli del Mezzogiorno, riunendoli all'antica Italia, dalla quale si erano staccati all'urto della prima discesa longobarda. Mello, il grande eroe di Bari, per rovesciare la dominazione bizantina dei Catapani chiama i normanni dandosi all'imperatore Arrigo II; in Roma Gregorio VII, nemico dei conti e dei patrizi, compie contro l'imperatore, inteso a padroneggiare la grande urbe, sostenendovi i conti di Tuscolo, la stessa rivoluzione dei vescovi, e chiude per sempre il doppio periodo di Teodora e di Crescenzio.
Ma i continui appelli dei conti traccheggiati, sconfitti, scannati decidono l'impero ad una reazione.
Corrado II di Weibelingen discende le Alpi per mantenere in Italia l'equazione stabilitavi da Ottone I; la guerra è dunque fra legalità e progresso, tradizione ed innovazione, aristocrazia e democrazia. Senonchè la reazione, debole dappertutto, si logora in pochi scontri. Gli eroi della rivoluzione grandeggiano: Eriberto arcivescovo di Milano inventa il carroccio e lo addobbacolle bandiere della vittoria; tutte le città sono chiuse, Bonifacio marchese di Toscana tratta coll'imperatore da pari a pari, l'esercito invasore o non vince o non conserva se non quanto può occupare. E la riconciliazione tra i vescovi e l'imperatore Arrigo III consacra presto la loro rivoluzione, mentre i normanni, poeti di un dramma fulgente quanto breve, ne precipitano la soluzione impadronendosi di tutto il mezzogiorno per riceverne ginocchioni l'investitura dal pontefice loro prigioniero, e che finalmente realizza così tutta l'antica donazione di Pipino e di Carlomagno.
Ma le città italiane non possono fermarsi all'espulsione del conte abbandonato nell'esilio dall'imperatore, poichè questi conservando il diritto di nominare i vescovi, può, collo sceglierli nella aristocrazia ostile al popolo, rialzare la tirannia abbattuta. Quindi la guerra ricomincia contro l'impero e nella regione della chiesa contro il papa per affidare l'elezione del vescovo ai preti e ai canonici del capitolo sempre in comunicazione diretta colla città.
Nella nuova lotta, anche più ricca di drammi, Milano conserva ancora il posto d'onore. Arioaldo è il santo, Erlembardo l'eroe di questa seconda guerra, che si ripete in tutte le città regie e romane guidate da un altro santo e da un altro eroe, S. Pier Damiano e frate Ildebrando di Soana. Pullulano i miracoli, risorgono le ordalie, tutti gli strattagemmi e tutte le armi sono impiegate per assicurare contemporaneamente la libertà del comune e della chiesa colla libera elezione dei vescovi e dei papi. Infatti frate Ildebrando, gigantesca figura di atleta fra tutti quei minuti combattenti, austero fino alla inflessibilità e nullameno duttile sino alla menzogna, instancabile, intrepido, infallibile, prosegue la rivoluzione nella libera elezione dei papi, finchè, papa egli stesso, dichiara la guerra del sacerdozio all'impero. Questa volta l'urto non è tra pontefice e imperatore, ma fra i principii che rappresentano; il conflitto accidentale delle loro volontà sovrane si cangia in un'antitesi inconciliabile di due idee. GregorioVII con uno sforzo sublime di ardimento dichiara l'idea della chiesa superiore ad ogni altra e le sottopone conti, re, imperatori, città e popoli: reclama la libertà di tutte le nomine, di tutti i beni e di tutti i giudizi ecclesiastici. Il patto di Carlomagno si rompe, l'impero negato nella idea diventa pari all'antico regno longobardo. Mentre il papa ricusa di essere eletto dall'imperatore, questi ha d'uopo della consacrazione pontificia per essere tale. Gli imperatori sempre superiori al papato, che avevano salvato e ingrandito colle donazioni, vengono degradati da un loro vassallo; il papa, povero prete e semplice vescovo, che altre volte aveva pellegrinato mendicando al loro trono assolvendo i loro crimini e così spesso santificando i loro vizi, si erge improvvisamente loro innanzi come un giudice divino e un sovrano troppo alto perchè alcuna arma possa abbatterlo o qualche patto legarlo.
Ma nella mistura dei poteri politici di allora l'affermazione di Gregorio VII concludeva alla distruzione dell'impero, nel quale avrebbe nominato vescovi, grandi elettori, con un dispotismo unitario più terribile di quello stesso imperiale. Quindi la rivoluzione si scinde tosto passando con forti masse nel campo dell'impero. I preti stessi incalzati dalla riforma, onde l'austero pontefice li minaccia, recalcitrano opponendo al papa la storia del papato, accusando di utopia la sua idea, imbrogliandone il dibattimento; mentre la battaglia sta per avvampare colla forza indomabile di due principii sintetizzanti gli interessi di due mondi, e il popolo, sempre sicuro nell'istinto della propria storia, si prepara a rovesciare il vecchio impero sotto i colpi di Gregorio VII e il nuovo papato sotto quelli di un altro cesare rigenerato.
Nei quarantacinque anni della guerra per le investiture, dal 1077 al 1122, papa ed imperatore sembrano oscillare inesplicabilmente dalla sconfitta alla vittoria, poichè le città li seguono o li abbandonano secondo l'interesse della propria libertà; e quando cesare trionfa, le città lombarde passano al papa per ricondurlosul campo di battaglia; quando questi prevale, Roma e le città della donazione passano all'imperatore per moderare il loro capo legittimo. Ma il vinto, rialzato sempre dalla politica cittadina contro il vincitore, è naturalmente condannato ad accettare il progresso dovuto alla propria sconfitta. Per governarsi in così difficili ed improvvise inversioni il popolo non ha che a guardare in faccia i nobili, i suoi eterni nemici, e a gittarsi ciecamente contro la vittoria imperiale o pontificia che li ha insuperbiti; finchè il moto arrestandosi lascia l'Italia emancipata e capovolta, colle città lombarde strette al papa e le pontificie alleate coll'imperatore.
Gli eroi di questa immensa tragedia finiscono tutti dolorosamente: Gregorio VII muore nell'esilio, Arrigo IV aspira invano al suicidio, incatenato dal destino alla vita come ad un supplizio; la contessa Matilde discende nel sepolcro avvolta nell'odio universale come in un sudario che le abbia gelato il sangue; ma nell'azione forse mai si videro più energiche e complesse figure.
Così, mentre Roma si era sollevata contro il papa e la Germania in ritardo si rivoltava contro l'imperatore moltiplicando le antitesi italiane per le proprie contraddizioni tedesche, la testa ancora troppo giovane di Arrigo IV aveva come girato su se stessa. Invano il cardinale Ugo Bianco e l'arcivescovo Gualberto di Ravenna lo guidavano contro il papa, da essi scomunicato alla dieta di Worms e al concilio di Pavia; l'imperatore atterrito dalle rivoluzioni cattoliche della Germania era venuto a scalpicciare seminudo e scalzo sulla neve nel cortile di Canossa, implorando perdono da Gregorio e dalla contessa Matilde. Ma, perdonato e ribenedetto, si era destato come da un brutto sogno al primo soffio della rivoluzione italiana, che lo respingeva irresistibile contro il papato. Quindi da abbietto penitente mutato in magnifico imperatore e in terribile generale stava già per sopraffare Gregorio VII e la contessa, quando la rivoluzione germanica lo arrestavaancora, l'imperatrice Adelaide lo copriva di calunnie. Milano incoronava suo figlio Corrado re d'Italia, la crociata di Pietro eremita gli scoppiava sul capo come un uragano, il papa consacrava l'anticesare Rodolfo, l'Italia spaventata dalle vittorie imperiali si riconciliava col papa, e la Germania lo aggirava per un laberinto di tradimenti nei quali perdeva se stesso e la vita. Così dopo settantadue battaglie Arrigo IV errava mendico come Belisario e fra tanta gloria moriva quasi sconosciuto. Però la guerra, cessata con Arrigo V suo figlio, si riaccendeva per sospendersi ancora ad un primo ed incredibile compromesso, nel quale papa ed imperatore rinunciavano ad ogni reciproca pretensione, l'uno a tutte le antiche donazioni, l'altro a tutte le investiture; finchè scoppiando come una rissa nella basilica di San Pietro al momento dell'incoronazione finiva al trionfo del pontefice Pasquale II e della rivoluzione liberata dal doppio patto di Carlomagno e di Ottone.
La chiesa e l'impero, rimasti alleati saranno d'ora innanzi nemici: quella armata della teologia e del vangelo, questo della giurisprudenza e della tradizione. La chiesa, separata dai propri credenti, è un istituto autonomo e autocefalo che ha conquistato un posto unico nella storia, al disopra di tutti i regni e di tutte le leggi. L'universalità della sua missione, la divinità della sua origine, l'unità del suo principio danno ai suoi sacerdoti il potere sul mondo. Siccome abbraccia tutti, nulla le sfugge, nè un individuo, nè un'idea.
Ma contro di essa sta l'impero, vivente nella tradizione politica e sociale del mondo antico, vivo di tutte le libertà e i progressi del mondo moderno, custode della legge e protettore dell'indipendenza federale. Se il papa, arbitro di Dio, può dispensare da ogni obbligo e assolvere da ogni peccato, l'imperatore impone la fedeltà a tutti i contratti e punisce tutti i delitti; l'uno rappresenta l'arbitrio che unifica le leggi annullandole, l'altro la legalità che le precisa e le conserva. E in mezzo all'impero e alla chiesa, condannati ad estenuarsinello sforzo impossibile di sopprimersi reciprocamente, la rivoluzione libera e liberatrice prepara nei comuni gli stati moderni formando negli individui ancora imperfettamente eguagliati dal cristianesimo ed emancipati dalla federazione, i futuri cittadini di Machiavelli e di Mazzini.
Intanto la geografia politica d'Italia si è profondamente mutata. Il papa regna su tutta l'Italia greca all'infuori di Venezia; in Sardegna, in Sicilia, in Corsica rappresenta la rivoluzione vescovile e la democrazia cattolica, alla quale deve restare fedele per non perdere i benefizi delle donazioni ottenute per dedizioni spontanee. L'antico regno conquistato da Carlomagno e mantenuto imperialmente da Ottone I è una federazione repubblicana, che ha la sua dieta a Roncaglia, le proprie democrazie nelle città dei vescovi, le proprie aristocrazie nei feudi dei conti, e costringe l'imperatore ad essere libero e legale. Questi due alti dominii, dividendo l'Italia in due grandi parti, nord e sud, dovranno urtarsi daccapo sotto la pressione di un progresso costretto ad equilibrarsi con uno scambio continuo.
Infatti la guerra si dichiara immediatamente fra i due trionfatori rivoluzionari, il vescovo e il popolo: l'uno personaggio prodigioso, interprete del cielo a nome di Dio e signore di tutto il dominio temporale, perchè solo dinanzi a lui cessa la legge feudale del conte, ultramondano nel significato e nella tendenza della propria politica; il secondo, strano, multiplo, produttore, commerciante, così innamorato della terra da atteggiare la speranza del paradiso come una ripetizione della vita terrestre. All'ombra protettrice del duomo questi ha costituito il proprio organismo e sbozzata la propria forma; la sua testa sono i consoli, tutte le sue altre membra la moltitudine; dopo aver acquistata la coscienza della propria originalità coll'associarsi al vescovo nella lotta contro il conte, comprende ora la differenza della propria bottega coll'altare, dei giudizi consolari nelle liti di terra e di mare colle ordalie.Ma circospetto nella propria audacia perseverante, si limita ad insinuare la propria libertà fra quelle dei conti, dei vescovi, degli abati, delle diete, dei re, senza nulla modificare delle apparenze, e come un diritto non meno antico dei loro.
Quindi i consoli affettano abilmente la propria antichità: le corporazioni delle arti si mutano in compagnie guerriere non ubbidienti più che alla loro voce laica: il primo popolo composto dei notabili della curia vescovile e comitale, annettendosi nuove famiglie estratte dalla moltitudine, seguita a rappresentarla per un diritto aristocratico di nascita simile a quello dei nobili: laonde distribuisce ai propri membri ogni funzione mutandosi in secondo popolo, più numeroso e compatto, più organico e più forte. Il vescovo è presto spodestato. I consoli, di minori fatti maggiori, invece di essere immobili nel proprio grado, come i vescovi e i conti, vi sono così fluidi da parere effimeri.
Laonde, rinnovati continuamente sotto l'occhio vigile del popolo, non ne sono che i commessi. La necessità per loro di derivare ogni forza dai cittadini, non avendo come il vescovo influenza di religione o autorità di tradizione, li costringe a supplirvi con un consiglio di anziani scelto proporzionalmente fra i vari quartieri e rinnovabili ad ogni sei o dodici mesi. Ma questo consiglio, del quale si trova l'embrione anche nell'epoca di Carlomagno, diventa una specie di senato pei massimi affari della repubblica nascente, al disopra del grande consiglio o assemblea riunita la prima volta da Arioaldo e da Erlembaldo nelle lotte vescovili di Milano. Il parlamentarismo essendo iniziato, presto se ne stabiliscono le regole. Infatti l'assemblea universale non viene riserbata che ai casi estremi, nei quali la città venga compromessa dall'accettare o ricusare ordini pontificii o imperiali: la sua influenza scema ogni giorno sotto l'azione aristocratica del secondo popolo, che organizzandosi si sovrappone alla moltitudine.
Il sistema elettorale del nuovo parlamentarismo, imitato su quello della chiesa che lascia alle propriegerarchie la nomina dei membri, permette ai consoli di eleggere gli anziani, i membri della credenza, persino i propri successori. Il popolo è dunque un'aristocrazia borghese formantesi al disopra della moltitudine per concessione della moltitudine stessa. Tutti gli statuti comunali italiani del tempo provano abbondantemente tale forma di diritto elettorale, ma questa usurpazione del popolo è così accetta alla moltitudine che passa come inavvertita, e i primi anni dell'èra consolare sino al 1133 rappresentano l'età dell'oro nella storia italiana; tutto è fatto in pubblico per il pubblico; moltitudine e popolo, rappresentato e rappresentante, si confondono in una sola idea e in una stessa volontà, mentre la rivoluzione consolare prosegue la vescovile ritorcendo il diritto romano contro il diritto longobardo. Giustiniano diventa un idolo, Pepo ed Irnerio sono i nuovi eroi dell'epoca, tutta la politica dei consoli si riassume nell'accettare la posizione intervertita delle città imperiali e pontificie, rimanendo amici dell'imperatore e del papa a rovescio della loro sovranità.
Ma la rivoluzione consolare, per uscire nel secondo momento dalla propria oscurità e soppiantare il vescovo indarno resistente, deve elaborare la propria organizzazione parlamentare. Infatti i poteri al tempo stesso militari e civili dei consoli, troppo simili a quelli del conte, si scindono colla creazione dei consoli del comune e dei placiti, il numero dei quali, determinato come a Genova dal numero dei quartieri, cresce colla cifra variabile che rappresenta l'intensità della democrazia. Roma e Milano, quella coll'antipapa Anacleto II, questa col proprio vescovo Anselmo, affermano il secondo momento della rivoluzione consolare, affrettandolo anche nelle città regie, sempre più retrive delle romane, e sconvolgendo le regioni feudali per mutarne in consoli gli ultimi feudatari.
La reazione pontificia ed imperiale, riuscita vana contro la rivoluzione dei vescovi, deve quindi investire questa dei consoli sotto la doppia direzione di papaInnocenzo II e di Lotario III imperatore velfo. Il papa è inerme, l'imperatore poco armato, giacchè per marciare su Roma non ha che 2000 cavalli, mentre l'antipapa Anacleto II e l'anticesare Corrado III sono sostenuti dalle maggiori città. San Bernardo è il grande oratore della reazione, Arnaldo da Brescia l'eroe della rivoluzione: si assomigliano e si urtano, entrambi austeri, forti d'ingegno, inflessibili nel carattere. Se l'eloquenza del primo è maestosa come il corso di un gran fiume, quella del secondo ha l'impeto e il fragore di un torrente: se quegli illumina, questi abbrucia. San Bernardo ripete l'utopia di Gregorio VII; ad Arnaldo la rivoluzione consolare suscita nel pensiero l'utopia di una risurrezione republicana. Ma tutti i moti di questa reazione, fiacchi e discordi, falliscono; le grandi città ne trionfano, Ruggero Normanno, invincibile entro Palermo, vi ospita l'antipapa Anacleto, abbraccia il suo scisma, e riunendo nella forte mano tutto il mezzogiorno riordina il proprio regno in senso unitario e consolare, per ritornare poi console vittorioso nel grembo della chiesa costretta a sanzionare la sua rivoluzione.
Quindi la rivoluzione vincitrice della propria reazione si scatena in un tumulto inintelligibile di guerre municipali per determinare i contorni dei municipii educandone le forze. Dissipato ogni ricordo del regno, cessata la doppia pressione imperiale e pontificia sulle città, e costituitasi con una prima amministrazione indipendente la loro prima coscienza politica, tutte si guatano in cagnesco e si assalgono. La sola patria è il municipio, poichè di nazione non esiste nè ricordo nè aspirazione. Ogni frammento disgregato del regno animandosi ne ha concentrato i bisogni e le energie, ogni città vuole espandersi e soverchiare: le forze locali, le originalità latenti del nuovo sistema municipale sostituito a quello regio-imperiale esigono laguerra per prodursi. Ma il vecchio dualismo delle città regie romane dura tuttavia raddoppiato dalla rivoluzione vescovile e consolare, che avendo innalzato queste deve degradare quelle. Ecco il segreto della guerra, susseguente, ignorato dai cronisti, cercato da quasi tutti gli storici, sfuggito all'acume del Sismondi, colto magistralmente dall'ingegno divinatore del Ferrari.
Se i motivi della nuova guerra municipale sono economici, la sua vera ragione è nella necessità per i comuni di svolgersi contro tutte le superstiti forme feudali, accrescendo le proprie città oltre la cinta del vescovado, conquistando le campagne ancora tenute dai signori, liberando le strade pei commerci, emancipando i fiumi, lavorando le terre, acquistando in fine la sovranità politica e sociale contro i centri regi sempre in ritardo. Le guerre sono quindi multiple, minute, spietate, incessanti: premio ne è la vita. Chi soccombe ha torto: tutte le armi, tutte le arti, tutte le infamie, tutti gli eroismi, vi cooperano nella stessa misura e vi producono il medesimo risultato. Il municipalismo italiano a distanza di secoli riproduce la storia greca per rifare una civiltà non meno splendida ed originale di quella. Nella feroce disciplina di una tale guerra tutte le idee si elaborano, tutte le forme si precisano, tutte le funzioni si distinguono; siccome ogni municipio riconcentra la storia di un regno nella propria cronaca, i suoi individui vi spiegano la forza dei maggiori uomini storici. Quindi le guerre senza pace vi paiono spesso senza risultato, appassionate sino alla demenza, abili oltre ogni genio, inesauste come la vita, inevitabili quanto la morte.
Ma il loro effetto si mostra giorno per giorno nella crescente importanza dei comuni vincitori e nel decadimento dei comuni vinti; s'improvvisano republiche; sorgono fortezze, la strategia delle antiche vie militari è superata dalla nuova delle strade commerciali: il popolo inerme diventa un esercito, i mercanti si mutano in statisti, s'inizia tutta una legislazione, della quale i congegni parlamentari funzionano mirabilmentefra l'urto delle congiure e lo schianto delle sommosse, mentre le scienze proseguono tranquillamente negli studi a disseppellire il mondo antico, e le arti rinate trovano bellezze non meno originali delle greche o romane.
In tale ambiente medioevale le guerre s'incrociano naturalmente come duelli tanto più efferati quanto più vi mancano i giudici di campo; gli avversari si battono senza leggi, si arrendono per ferire l'ultimo colpo, si assalgono alle spalle, avvelenano le armi. La politica municipale s'inspira dal duello in tutte le alleanze; nessuna idea generale o disegno comune. I nemici sono predeterminati dalla storia e dalla geografia: tutti i comuni debbono battersi entro il sistema municipale, che riserba la vittoria ai centri romani e produttori contro i centri regi e militari. Nella Lombardia, Milano, massima città romana e produttrice, è il centro di tutte le dualità e deve combattere Pavia, Lodi, Cremona: quindi i suoi duelli si ripetono colla stessa legge fra le altre città, Brescia e Bergamo, Pavia e Piacenza, Torino e Asti, Verona e Mantova, Treviso e Cividale, Firenze e Fiesole, Lucca e Pisa, Orvieto e Spoleto, Perugia e Chiusi, Fano e Pesaro, Roma e Tivoli, Faenza e Ravenna, Cagliari e Oristano in Sardegna, in tutte le provincie, nelle vallate più remote, fra i borghi più ignorati, nei comunelli più esigui, nelle abazie e nelle parrocchie.
Giuseppe Ferrari nelleRivoluzioni d'Italiaha dato l'enumerazione cronologica ed alfabetica delle guerre municipali, disegnando la loro carta storica con incomparabile abilità. In tale quadro sublime di esattezza e di orrore si veggono 99 città militanti e si contano sino a 119 inimicizie costanti; ma questa tragedia male intesa e quindi condannata dagli storici posteriori come uno scoppio di malvagità demente, era nel secolo XII il solo progresso possibile ai comuni per mutarsi in minimi Stati. Quindi nessuna vittoria generale o pace definitiva poteva trovarsi a capo di queste guerre, nelle quali i combattenti acciecati dalle passioni e guidatidall'istinto camminavano sicuri sulla via della storia. Se il trionfo era riserbato alle città romane come centri veri della rivoluzione e della civiltà, non tutti i centri regi dovevano soccombere, perchè o la loro contraddizione storica all'idea del progresso non era assoluta, o un mutamento nella tattica stessa della storia li rendeva utilizzabili. Così Roma, Ravenna, Palermo, combattenti alla testa delle città regie, ne evitavano la sorte e rivaleggiavano di splendore e di avvenire coi nuovi comuni.
Mentre l'Italia, dibattendosi nelle convulsioni di una guerra anarchica, rompe tutte le proprie frontiere interne per frangere quelle del vecchio diritto imperiale pontificio, Federico Barbarossa alla testa della rivoluzione vescovile nella Germania, sempre in ritardo, si prepara a discendere le Alpi per combattere la rivoluzione consolare italiana come una insurrezione contro l'impero. Lodi e Como spianate da Milano gli chiedono vendetta: Pavia si ridesta, Cremona si avventa sulla antica rivale. Ma Federico, cui la Germania non ha accordato che soli 2000 cavalieri, invece di soffocare la guerra municipale diventa il generale di queste città regie insorte contro Milano; e dopo avere inutilmente infierito deve ritirarsi imperatore meno stimato di prima, vincitore non ancora abbastanza temuto. Senonchè la guerra municipale lo richiama. Superbo come un eroe, testardo nell'idea imperiale di Carlomagno, della quale gli sfuggono le modificazioni storiche già compiutesi, alla dieta di Roncaglia ottiene dai quattro dottori discepoli di Irnerio il verdetto che tutto, regalie e diritti, città e contee, appartiene all'impero. Questo errore dei quattro grandi giuristi, tante volte accusati di viltà, indica però solamente che la rivoluzione consolare non è ancora abbastanza cosciente per negare l'astratta idea dell'impero.
Ma nemmeno questa volta Federico può battersi come imperatore: il nerbo del suo esercito è costituitodalle città regie alleate, ogni sua vittoria contro una città non è che vittoria della città rivale; se Milano soverchiata dal numero dei nemici capitola, egli capitano generale deve chiedere o rubare ostaggi a tutti i propri alleati per guarentirsi da tradimenti troppo improvvisi. Allora il suo ingegno politico cerca di riparare all'insufficienza della sua opera militare ordinando un vasto sistema di pacificazioni, che riconduca col terrore di esagerate penalità tutti i comuni sotto la giurisdizione dell'impero e tutti i sudditi sotto la legge. Giudici nominati direttamente dall'imperatore arrivano in ogni città per paralizzare il potere ribelle dei consoli e frenare gli odii municipali. Ma l'eroica Milano risponde a questa pacificazione con uno scoppio d'ire, che riaccendono la guerra; e l'imperatore sempre alla testa delle città regie deve smantellare Crema, abbattere Milano, seminare stragi, moltiplicare incendi. La vittoria questa volta è così vasta che par sua; senonchè tutte le città atterrite dal ritorno dell'antico regno gli si rivoltano subitamente, gli eserciti di Verona sbarrano i passi alpini quasi ad impedirgli ogni ritirata in Germania, nella quale non rientra che per rifornirsi di soldati e ripiombare daccapo sull'Italia. Questa volta la lega lombarda è già stretta, il papa vi è entrato, Milano è risorta, Alessandria creata contro Pavia, che capitana la lega regia. La guerra infuria in cento scontri per concludere nella battaglia di Legnano alla sconfitta dell'impero e alla emancipazione dei comuni. Il diritto politico moderno riceve quindi il battesimo al congresso di Costanza, nel quale la lega lombarda viene riconosciuta come autonoma entro la grande lega imperiale, e i comuni firmano il trattato come tanti stati.
Ormai la loro sovranità è riconosciuta. Quantunque l'impero riceva ancora tributi, il suo diritto e la sua supremazia non sono più così assoluti. Ogni città è libera di seguitare le proprie guerre, d'ingrandirsi, di mutarsi in capitale di una piccola repubblica o di un piccolo regno. Il suo ordinamento interno viene lasciatobene proseguire nel tragico lavoro di selezione perchè la classe politica dei cittadini meglio si organizzi. Dell'antica Lombardia dei goti, dei longobardi, di Carlomagno, di Ottone, di Berengario non rimangono più tracce. Intorno ad essa Venezia sepolta nell'oscurità delle lagune è ancora fuori del patto di Carlomagno e non partecipa alle crisi della sua negazione; la Toscana, paralizzata dalla lotta fra Lucca e Pisa e dalle antitesi degli interessi marinari e terrestri, che tolgono a quest'ultima di accedere a una delle due leghe, rimane inerte, mentre la marca di Verona e l'antico esarcato vi entrano a seconda delle loro interessate inimicizie.
E intanto che la lega lombarda ottiene il trionfo del sistema municipale contro l'impero inteso a soffocarlo con una ripristinazione del regno, Roma e Palermo ripetono sopra altro terreno e con diversa forma la stessa rivoluzione. Poichè Federico per mantenersi sulla linea di Carlomagno appoggia dapprincipio il pontefice contro l'insurrezione dei romani e disonora la propria prima vittoria consegnando Arnaldo da Brescia ad Adriano IV, il senato romano, risuscitato alla morte di questo dallo spirito di Arnaldo, costringe l'imperatore ad entrare nella rivoluzione municipale col sostenere l'antipapa Vittore III contro Alessandro III presidente della lega lombarda; poscia alla pace di Costanza, che sospendendo la guerra ne riconosce le conquiste della rivoluzione, il senato romano ottiene dal papa Clemente III un trattato solenne, col quale gli sono riconosciute le stesse franchigie politiche degli altri comuni, onde poi Arrigo VI nuovo imperatore arrivando in Roma per incoronarsi deve trattarne contemporaneamente col senato e col pontefice.
A Palermo invece Guglielmo il Malo, resistendo a tutti i moti della reazione feudale incoraggiati dalle discese di Federico, regna da vero capo della democrazia consolare. Maione suo primo ministro, cittadino di Bari come Mello, ne continua la lotta contro l'aristocrazia, che si difende assassinandolo per essere tosto dispersae trucidata da una insurrezione di popolo. Quindi il re precipita da un'inerzia sospettata e sospettosa a tanto crudele tirannide da sbigottire anche gli storici più favorevoli alla causa della Sicilia, insino a che il suo successore sul finire della reazione viene chiamato Guglielmo il Buono, e Federico, già in guerra contro Alessandro III, avvisando l'utilità dell'amicizia con Palermo sempre in lotta coi baroni tutti alleati della chiesa, sposa al proprio figlio Arrigo VI l'unica erede delle due Sicilie. Così riconciliato colla grande rivoluzione italiana, dopo aver bruciato Asti, rovesciata Tortona, distrutta Milano, Federico Barbarossa diventa improvvisamente l'idolo e l'alleato di tutti contro le pertinaci pretese della Santa Sede; a Torino frena l'ignobile tirannia del conte Umberto III di Savoia, in Sardegna, sconfessando le due nomine di re concesse a Barisone e al duca di Baviera, finisce col vendere per 1300 marchi d'argento l'isola ai pisani, che sostengono la federazione di Cagliari, Torres e Gallura contro la regia Oristani.
Ormai l'imperatore e il papa non sono che due consoli di una guerra, che nè Gregorio VII, nè Arrigo IV avrebbero compreso. Qualunque sieno le segrete pretensioni del loro pensiero individuale, la loro reciproca ostilità li costringe a riconoscere come alleati o nemici i nuovi poteri popolari esorbitanti da ogni formola imperiale o pontificia. Le vecchie favole giuridiche, già dominatrici del mondo, pesano ancora sul pensiero universale dell'epoca, ma non impediscono più la formazione dei nuovi organismi storici, entro i quali stanno riparate le grandi idee future. Infatti le crociate, splendido sogno ed incomparabile espediente della rivoluzione anteriore, declinano subitamente nell'èra dei consoli. Alla terza crociata di Riccardo Cuor di Leone, l'interesse delle colonie cristiane soverchia già quello della croce; poco dopo, l'altro d'Europa costringe i principi a ritornare nei propri stati per difendersi dalla rivoluzione consolare. Alla quarta crociata Arrigo IV non mira che ad impadronirsi della Sicilia e ad affievolire i signoridell'impero; alla quinta, predicata da Innocenzo III e accettata solo dalla nobiltà francese, i veneziani stipendiano i baroni per la conquista dell'impero bizantino, e l'avventura militare si risolve in una speculazione mercantile; alla sesta non aderisce che Andrea di Ungheria, re barbaro e bigotto; alla settima guidata da Federico II, il papa non avrà in mira che un agguato contro l'imperatore per togliergli le due Sicilie, e vi soccomberà in sua vece.
Intanto l'entusiasmo politico assorbe già quello religioso, poichè l'effetto delle crociate a rovescio di ogni intenzione si esplica in una emancipazione economica delle terre e dei borghi dai feudatari, che ne hanno ceduto ai vassalli i più grevi diritti pel denaro necessario alla spedizione. La chiesa stessa, sottraendo nel 1153 al popolo e al clero volgare l'elezione del papa per affidarla al collegio dei cardinali, imita la rivoluzione dei consoli, che trasmettono al grande e piccolo consiglio del secondo popolo tutti i diritti dianzi riconosciuti nell'assemblea del primo. Dallo stesso anno 1153 ogni canonizzazione dovendo essere esclusivamente romana, la chiesa domina coll'entusiasmo pei nuovi santi il cuore delle moltitudini: si fondano gli ordini della Trinità, della Redenzione degli Schiavi e della Mercede; cinque congregazioni di eremiti si riuniscono in una, i cavalieri di Cristo si stringono coi cavalieri Teutonici, finchè la propaganda monacale, discendendo nella vita politica, irrompe con due nuovi ordini di frati profondamente originali e terribilmente guerrieri. Eroi della miseria, i francescani protestano colla moltitudine cenciosa contro la nuova privilegiata borghesia consolare, denunciando tutte le vanità della politica, della industria, del commercio; ma inesausti nell'opera consolano gli stessi dolori che esacerbano, assolvono tutti i peccati che combattono: nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di una democrazia senza patria e democratici di un assolutismo irresponsabile.
Eroi del dogma, i domenicani organizzano invecela inquisizione come un governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è superiore a tutte le verità umane, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa, che fanatizza la moltitudine, bruciano città, disertano campagne, spaventano re, curvano papi, penetrano case e coscienze, imperano nel pensiero contro al pensiero; che nullameno respira sotto tutte le pressioni, sfugge a tutte le strette, esce da tutti i tranelli, brilla su tutti i roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista, trovando nello spasimo di questa secolare tragedia le voci più profonde dell'anima, e nella ginnastica di questo combattimento senza tregua le forze necessarie alla propria emancipazione finale.
Il riconoscimento del diritto di guerra conquistato dalle città nel trattato di Costanza le volta contro i castelli, che signoreggiando il contado le cingono come di tanti fortilizi nemici e misurano loro collo spazio la vita. I castellani sono feudatari discendenti dalle antiche invasioni, ultimi signori di una conquista, della quale la rivoluzione non ha ancora potuto trionfare. La lor vita ladra e militare contradice alla vita industriale dei borghesi: il contado, che si estende dalle mura di ogni città, è un campo nemico ove nessuno può avventurarsi senza essere spogliato o tassato; leggi e regolamenti cittadini non hanno forza oltre la cinta della città. Le vecchie differenze di razza, sebbene indebolite, sopravvivono tra feudatari e cittadini, dando alle loro idee una asprezza di antitesi irreducibile. La guerra è necessaria. Il castello soccomberà perchè l'imperatore, impotente a sostenere la prevalenza delle città regie, non riuscirà nemmeno a soccorrere i castellani, lontani gli uni dagli altri e senza lega politica fra sè medesimi, senza unità d'interesse e senza capo. Ricordàno Malaspina, fiorentino, è rimasto il più celebre e migliore cronista di questa guerra ripetuta con parità di drammi e di trionfi in tutte le contrade d'Italia.
Invano papa ed imperatore, ubbidienti alla propria idea, sostengono i castellani come alleati naturali del proprio assolutismo; l'imperatore lontano, il papa inerme, nemici entrambi troppo spesso, non possono accordarsi in questa difesa degli stessi loro difensori: le città regie e le romane assaltano simultaneamente i castelli così che i castellani per ritardare di qualche tempo la loro caduta, debbono diventare soldati di una città contro un'altra, accettando le leggi della guerra municipale. Ma la vittoria medesima, alla quale cooperano, li assimila ai vinti, mentre i tradimenti sciolgono le alleanze strette dalla perfidia. Sovente i servi stessi, uomini del contado, insorgono contro i padroni per darsi alle città che, aristocratiche nel proprio assetto borghese, invece di naturalizzare i borghi li annullano. L'aggrovigliamento dei modi e delle forme politiche in quest'epoca non è meno indescrivibile della guerra, onde è prodotto. Così alcune volte il conte emancipa i grossi villaggi per opporli alla tirannica conquista della città e seguita a regnare sovra di essi come un moderno sovrano costituzionale, però sotto il raggio delle grandi città commerciali anche questo disperato espediente fallisce, e la guerra ai castelli cresce di ferocia pel ritardo del trionfo finale. Se la conquista materiale è lunga e penosa, il suo riconoscimento nella legalità contemporanea presenta anche maggiori difficoltà contro le due formule imperiale e pontificia, che non si possono nè preterire nè violare. Quindi il comune, deludendole con abilità apparentemente assurda, è costretto a dichiarare alleati i vinti e a riconoscerli proprietari delle terre conquistate, finchè, fatto più sicuro, toglie loro anche questa falsa indipendenza, li trasporta nella città e li condanna a risiedervi. Così al secondo popolo ne succede un terzo. La naturalizzazione delle famiglie feudali trasformate in aristocrazia cittadina esige che molte altre famiglie borghesi, recentemente o arricchite o illustrate dalle guerre, vengano chiamate a parte dei poteri e delle funzioni interne per resisterealla forza dei nuovi venuti, acquistati alla città, ma pronti a conquistarla.
Infatti questi alzano palazzi simili a fortezze, li decorano di torri, armano famigliari, si cingono di clienti: le terre degli antichi dominii, rimaste loro come a proprietari, vincono in ricchezza qualunque patrimonio bottegaio; le loro attitudini guerresche di signori destano al tempo stesso l'ammirazione e l'invidia. La moltitudine dei cittadini, sui quali non gravano più come tanti re, simpatizza per loro contro le nuove angherie della città; la plebe allettata dalle loro lautezze attende un loro cenno per sollevarsi contro la borghesia privilegiata che la schiaccia. Un'altra lotta intestina è dunque inevitabile come la guerra municipale. I comuni non possono sopprimere la feudalità senza negare la chiesa e l'impero, i castellani non possono distruggere il commercio, l'industria e la libertà dei comuni, riconosciuti dalla chiesa e dall'impero, senza urtare nella stessa negazione e senza sopprimere la vita. Bisogna perciò che la lotta fra le due forme aristocratiche della feudalità e della borghesia, logorando le loro forze, muti la loro fisonomia insino a quando il popolo, ingrossato da tutti coloro che eccellono nella lotta, e ingrandito dal crescere della civiltà, si sovrapponga alle due fazioni, assorbendole nel proprio numero. Nelle prime fasi del combattimento il progresso è ottenuto con massacri furibondi e minime vittorie; se il palazzo del castellano concittadino viene abbattuto, le sue terre prosperano; se il castellano guida una sommossa, è forzato di gittare tutto il proprio denaro alla plebe che lo trasforma in capitali. La lotta circoscritta alla città vi affeziona tutti i partiti, i tempi dei castelli si allontanano, le aspirazioni al comando suppongono il comune signore di se stesso e delle campagne, la rivalità suddivide i feudali mentre il terrore mantiene uniti i borghesi. Quelli per comandare dovendo primeggiare, assorbono le idee della città; questi per non essere dominati trasportano nella politica le finezze del commercioe la pertinacia delle industrie, colle quali raddoppiano la propria importanza e la vitalità del comune.
La guerra municipale si complica di giorno in giorno con una guerra sociale.
Ma presto i consoli eletti annualmente appaiono insufficienti. La loro magistratura troppo breve per diventare autorevole consuma un numero prodigioso di uomini, che, costretti a diventare personaggi, dovrebbero tutti averne le capacità. Appena ridivenuti cittadini, gli odii destati dalla loro amministrazione li perseguitano; prima di essere nominati consoli diffidenze e calunnie li hanno già viziati; troppo partigiani per essere imparziali e troppo effimeri per inspirare timore, non rappresentano più che quella fase della rivoluzione, nella quale il comune uno ed unanime aveva fuori di se stesso l'obiettivo della guerra. D'altronde il giuoco della loro elezione, troppo facilmente falsato dalla corruzione del danaro o dalla violenza di una sommossa, tenta troppe cupidigie e si complica di troppe incertezze perchè duri lungamente in una lotta di tumulti incessanti e di passioni indisciplinabili. Laonde occorre un potere o tribunale più alto, solido e duraturo, cittadino insieme e feudale, che, dominando tutte le fazioni, costringa gli opposti diritti a rispettare il diritto comune. Una reminiscenza dei messi imperiali o dei giudici mandati nella prima reazione di Barbarossa a frenare i consoli suggerisce al comune il governo del podestà.
Questo funzionario unico, investito di ogni funzione politica e giuridica dei consoli, è uno straniero. La sua autorità civica e feudale sovrasta all'anarchia; tiene corte come un sovrano, è magistrato come un cittadino, impera da soldato e da giurista ai due partiti, sui quali eseguisce egli stesso le proprie sentenze. Può chiamare all'armi i cittadini, trarre fuori dalle porte il carroccio, guidare la guerra, firmare la pace.Assedia i ribelli nei loro palazzi e li spiana, rende tutta una famiglia responsabile del crimine di uno solo, esilia i sospetti, amnistia i colpevoli, concilia, reprime, opprime, sopprime. Il suo dispotismo supera quello di tutti i tiranni perchè ha per scopo la libertà. Se non che il popolo non gli si sottomette senza garanzie, e però conserva i consoli riunendoli ad un maggiore consiglio di anziani, ne elegge un altro del podestà, quasi giunta amministrativa che lo consigli e diriga, mantiene la grande assemblea, e finalmente esige da lui un giuramento di fedeltà agli statuti e a tutte le giurisdizioni acquistate nelle vittorie contro i castellani. Qualunque trasgressione o distrazione del podestà è tariffata e multata: non gli si permettono parenti nella città o dimestichezze con alcun cittadino. Come un generale, che nessun'altra cura può distogliere dalla vigilanza del campo, egli non può nemmeno condurre nel proprio palazzo la moglie: finchè spirato il tempo della carica viene sottoposto ad un processo, nel quale ogni cittadino da lui offeso ha diritto di presentare la propria azione.
La rivoluzione dei consoli sale dunque di un grado col podestà, decidendo questioni di alta sovranità senza permesso nè del papa, nè dell'imperatore. Tutto un nuovo ordine di legislazione s'inizia. Se le prime leggi giurate dal podestà non sono che le prime costituzioni del popolo persistenti come usi e costumi, nel nuovo esercizio, che egli ne fa come magistrato straniero, se ne precisano le formole; e a poco a poco ordinanze e regolamenti si moltiplicano, si applicano alla finanza, all'edilità, ai diritti personali e reali, cancellando il diritto longobardo col diritto romano, formando i cento statuti della nuova Italia.
Non sempre il podestà raggiunge lo scopo della propria carica, ora egli stesso concittadino di nascita e cittadino di parte, o cittadino di nascita e concittadino di parte; ma la sua azione fatalmente ostile all'aristocrazia feudale è sempre benefica pei cittadini, e quella sottomette alla legge comune e questi educacolla costante rappresentazione dell'unità civile del governo. Infatti la sua crudele ed arbitraria imparzialità soffoca presto ogni tumulto, mentre la qualità di straniero necessaria alla sua carica, togliendo ad ambo le fazioni la possibilità d'impadronirsene, spoglia a poco a poco i loro misfatti di ogni carattere politico per lasciarli ricadere condannati nell'ignobile prosaicità dei delitti comuni. E quando esplode contro di lui la reazione pontificia ed imperiale, tutta la perfidia dei papi e il genio di Federico II non bastano a vincerlo.
Questi, costretto a sdoppiare il proprio carattere nell'antitesi delle due nazioni sulle quali regna, combatte i podestà dell'alta Italia come despoti nomadi e democratici in guerra coi castellani, ultimi sudditi e soldati dell'impero. La rivoluzione tedesca uscita dal trattato di Costanza impone un altro combattimento alla rivoluzione italiana trionfante della guerra ai castelli. Ma il tempo di Barbarossa è passato; la stessa guerra municipale di città contro città sembra quasi rallentarsi per lasciare il campo a quella intestina di ogni comune. Federico II non trova più i numerosi e furibondi alleati di Barbarossa: il suo appoggio ai concittadini contro i cittadini invocanti il podestà come ultimo termine di un sillogismo, del quale i vescovi e i consoli erano stati le premesse, ridestando il terrore di una ripristinazione del regno, concorda contro di lui tutte le forze dormienti delle vecchie rivoluzioni. La reazione condannata al regresso si frange contro tutte le impossibilità della vita: quando i concittadini la seguono, i cittadini più numerosi la combattono; se i cittadini delle città militari la sostengono, i concittadini aiutati dalla lega lombarda l'osteggiano; nessuno dei due partiti può soggiogare l'altro mercè la dispotica neutralità del podestà, che esprime appunto l'equivalenza delle loro forze. Federico II avrebbe dovuto imporre a tutte le città un podestà straniero e strettamente imperiale, che cancellando ogni legge e franchigia dei comuni li pacificasse nella soggezione all'impero; ma il regno sarebbe così risorto sulle conquistedei vescovi, dei comuni, dei consoli, ed era impossibile.
Quindi la vita e il genio di Federico II si dibattono vanamente entro quest'impresa, che tenta tutti i problemi e accenna a tutte le soluzioni senza darne alcuna; la sua guerra non rimane che un tentativo di reazione contro la guerra interna dei comuni. L'imperatore, anche là dove trionfa, non può mettere unità o direzione nel moto sparpagliantesi a lui d'intorno; il pontefice suo signore per l'investitura delle due Sicilie lo scomunica, gl'insidia Palermo, fomenta contro di lui tutta la reazione della bassa Italia per disfarne l'unità, nella quale è perito l'alto diritto della Santa Sede. L'immensa donazione delle provincie meridionali ottenuta da Carlomagno e da Ottone I non è più che un rimpianto per il papato, il quale aveva dovuto investirne i normanni e la vedeva, oramai fusa coll'impero nella persona di Federico II. Laonde il papa non risparmia perfidie a combatterlo. Ogni arma è buona, ogni delitto diviene santo per la santità dell'intenzione, che vuole sottrarre la chiesa al pericolo di soccombere all'impero. Federico più forte del papa, fa scacciare da Roma Gregorio IX, salta di Terrasanta in Terra di Lavoro, quando questi gli invade le Puglie, lo umilia, lo costringe a sconfessarsi. Più tardi Gregorio IX predica inutilmente la crociata contro l'imperatore e convoca un concilio per deporlo: il suo successore Innocenzo IV, esule da Roma, lo ritenta a Lione, ma ogni rivolta viene soffocata nelle stragi, l'insidia di Pier delle Vigne è punita colla cecità, tedeschi e saraceni difendono Palermo nei posti più avanzati del regno, perchè l'imperatore vi è egli stesso invincibile quale podestà.
Invece i papi soccombono a Roma nella lotta contro il senatore e il podestà. Innocenzo III non resiste che per cedere negli ultimi giorni, Onorio III è scacciato due volte; Gregorio IX, che esordisce scomunicando l'imperatore Federico II, è inseguito fino a Perugia ed espulso altre due volte; Celestino IV muoreavvelenato dopo sedici giorni, e la fuga di tutti i cardinali sospende ogni nuova elezione, finchè Francia ed Inghilterra imponendo allo stesso Federico di sollecitarla, viene nominato Innocenzo IV. Ma sotto di lui trionfa appunto la rivoluzione del podestà colla nomina del bolognese Brancaleone dell'Andalò, al quale vengono accordati tre anni di dispotismo e numerosi ostaggi contro l'odio del pontefice. E tosto s'infervora la lotta fra i due poteri: Innocenzo IV, assediato nel proprio palazzo dai creditori come un castellano fallito, deve sollecitare la sprezzante protezione del podestà; più tardi Alessandro IV, riparato in Anagni, dirige la reazione feudale contro Brancaleone, che vinto è nuovamente reintegrato dal popolo e vendica con terribile giustizia l'effimera sconfitta.
Tutte le predicazioni del papa contro l'imperatore, tutte le battaglie dell'imperatore contro il papa, tutta la guerra d'entrambi contro la rivoluzione finiscono al trionfo del podestà, primo magistrato e sola giustizia dell'epoca fra le carneficine di due partiti incapaci di schiacciarsi e la necessità del progresso, che sbozza nella sua magistratura, impersonale a forza di essere straniera, la figura del moderno magistrato indipendente dai governi ed astratto quanto la legge.
Persino nel campo chiuso della teologia imperversa la grande guerra della democrazia contro la feudalità; e nel 1247 Giovanni da Parma, generale dell'ordine francescano, spingendo troppo in alto l'ascetismo del suo fondatore, predica la virtù di una nuova rivelazione superiore a quella di Cristo. Sarebbe il regno dello Spirito Santo, annunziato come distruzione del regno del figlio nella stessa guisa che questi aveva nel mosaismo distrutto il regno del padre. Ma Guglielmo di Saint-Amour alla testa dei dottori di Parigi, perorando nella chiesa una insurrezione quasi feudale, accusa di demagogia la libertà democratica dei francescani e mostra nelle incessanti tragedie di Roma la rovina della religione; finchè il papa, imparziale fra ì due partiti estremi come un podestà, soffoca la rivoltamistica dell'uno e l'insurrezione laica dell'altro per inaugurare nella scolastica la riconciliazione della scienza colla fede. Aristotele, già proscritto, diventa il maestro dei nuovi dottori; dogmi, miracoli, misteri primitivi, tutto è dichiarato evidente e quindi indiscutibile; ragione e natura sono egualmente rivelazione divina, ma si possono e si debbono interpretare per trovare il punto dove combaciano colla rivelazione cristiana: le contraddizioni fra la tradizione umana e la religiosa, fra il dramma della filosofia e la tragedia della rivoluzione, fra Dio e la natura, fra l'uomo e Dio, non sono che apparenze, illusioni della mente o vizi del cuore. La libertà è dunque permessa entro l'ambito della fede, mentre S. Tomaso e S. Bonaventura, i due genii dell'epoca, che ne consigliano nel pontefice il podestà universale, spengono tutte le strambe ed inutili sedizioni del pensiero religioso anteriore, preparando l'uno nella più vasta enciclopedia filosofica, l'altro nella più solida metafisica del cattolicismo il terreno alla filosofia del rinascimento.
Il trionfo del podestà nell'equilibrio di due partiti cessa quando, nell'impossibilità di sopprimersi reciprocamente e nel lungo esercizio della lotta, le due sètte sono troppo cresciute di numero e di forze. Il podestà, dittatore e giudice al tempo stesso, non può comandare che nell'infanzia e quindi nella debolezza delle due parti; appena la città è tutta divisa e il popolo da un canto e i grandi colla plebe dall'altro si scagliano al combattimento, la sua repressione dittatoriale e la sua giustizia arbitraria rimangono impotenti. La guerra sociale diventa civile, e si moltiplica tingendosi di tutti i colori della guerra municipale. Ai concittadini e ai cittadini, cioè ai feudali e ai borghesi, succedono nelle battaglie i guelfi e i ghibellini.
La loro origine, nella quale si sono fanciullescamente perdute le fantasie dei primi cronisti, l'acume del Machiavelli e l'erudizione del Muratori, sta nellerivoluzioni anteriori a quella del podestà; la loro ragione nella necessità di proseguirle. Mentre i primi castellani deportati nella città l'odiavano e dovevano essere frenati dal podestà, i loro discendenti naturalizzati nel nuovo ambiente invece di sognarne la distruzione ne ambiscono la conquista. Il podestà è dunque inutile dal momento che la città non è più in pericolo. Nella nuova lotta impegnata nelle vie e per le piazze è scopo il possesso indiviso della città e il suo reggimento democratico o aristocratico.
La vita degli individui si sviluppa nel partito e si consuma pel partito. La neutralità è assurda. Tutti i casi dell'esistenza si prestano a drammi politici, nei quali la morte falcia i personaggi a tutte le scene; i ghibellini sono i prosecutori degli antichi castellani, i guelfi i discendenti dei primi borghesi.
La guerra, propagandosi in tutte le città e assorbendo odii municipali, inimicizie storiche, rivalità economiche, pretensioni politiche, dissidi sociali, si complica così da non parere più che un disordine di battaglie, una marea di espulsioni e di ritorni, un tumulto di vita e di morte, nel quale si distinguono solo i colori dei combattenti. Poichè tutte le città hanno un partito esiliato, le alleanze si stringono per parte, e ognuno trova la propria italianità e quindi la propria nazionalità nell'esilio. L'idea municipale è quindi sorpassata da quella di setta, mentre la persecuzione inflitta o patita per un principio non più angustamente cittadino crea rapporti, provoca sentimenti, concorda pensieri, unisce opere prima non solo sconosciute ma inconoscibili.
Guelfi e ghibellini irreconciliabilmente nemici e reciprocamente invincibili, non sono che due forme del medesimo fatto e due momenti della stessa idea. Gli uni rappresentano una democrazia mal destra nelle armi se abile al governo, avara, nemica di ogni grandezza individuale e di ogni intellettuale libertà per rabbioso sentimento di uguaglianza; gli altri sono un'aristocrazia armigera, prodiga, altera di libertà legale, irrigiditaentro vecchie formole e quindi incapace di comprendere gli interessi mobili e multipli del popolo. La storia, imponendo loro un combattimento secolare senza vittorie, ottiene dai guelfi il progresso, la ricchezza, l'uguaglianza, la democrazia; dai ghibellini, il genio, il carattere, la libertà. Nella loro epoca intanto entrambi snaturano i due principii della chiesa e dell'impero, dai quali s'intitolano e pei quali sembrano battersi così fanaticamente da ingannare cronisti e storici. Infatti sul cominciare della lotta, nel 1250, l'impero è vacante e più tardi nel fervore degli scontri cittadini, Rodolfo di Asburgo è in pace colla chiesa: più tardi ancora imperatore e pontefice, capi ideali, restano fuori della guerra, cui discendono invertendola Nicola IV, Martino III, Giulio II, Leone X, Clemente VII come pontefici ghibellini, e Rodolfo d'Asburgo, Carlo IV e Roberto come imperatori guelfi. Le vittorie alternate dei due partiti consacrano tutto il progresso ottenuto dal vinto prima della sconfitta: la plebe, insondabile fondo nel quale ambe le sètte pescano forze, accoglie tutti i caduti e si alza con tutti i sorgenti: i suoi individui senza nome diventano cittadini combattendo nella città per la città; il partito è scuola di guerra, di diplomazia, di governo, di viaggi, d'eguaglianza, di libertà, di nazionalità, di italianità. Mentre il palazzo del grande minacciando la casa del borghese protegge il tugurio del povero; la casa del mercante attira nobili e plebei: il denaro e il potere, il mezzo e lo scopo della guerra disciplinano ed avvicinano tutti coloro che vorrebbero divergere. Quando trionfano i guelfi, arti e mestieri raddoppiano la massa del popolo ufficiale; quando prevalgono i ghibellini, le arti minori, i più vili mestieri, le industrie più spregiate, il popolo magro, i Ciompi, invadono la scena e vi conquistano un posto.
Quindi l'ordinamento della città subisce profonde mutazioni: all'arbitrato del podestà, che manteneva l'imparzialità, succede il regno delle parti. La dittaturascade al capitano del popolo, generale dei vincitori e proscrittore dei vinti, padrone e custode della repubblica, mentre il podestà scelto nel partito e dal partito trionfante, mantenendo appena le funzioni giudiziarie, si muta a grado a grado in carnefice.
Ma il capitano, onnipotente e semplice cittadino, ha per organi e freni del governo il consiglio del popolo da lui presieduto in un palazzo speciale, il consiglio del comune presieduto dal podestà per le materie amministrative, l'antico consiglio degli anziani spesso diviso in due, la credenza per gli affari segreti di diplomazia e di polizia, il gran consiglio colle maggiori ampliazioni possibili allorquando si tratti di compromettere il maggior numero dei cittadini nelle publiche vendette; e il consiglio eslege, tirannico, assoluto, rappresenta il governo nel governo come la parte è il governo nello stato. Naturalmente tutte le corporazioni imitando l'esempio della repubblica costituiscono i loro consoli, i parlamenti, il capitano, si armano, sono partito ed esercito, vincitrici e vinte.
E la guerra guelfo-ghibellina irrompe in tutte le città d'Italia, sconvolgendo con tale furore le posizioni politiche della guerra municipale che i vinti di un partito riparano presso il medesimo partito di una città anche nemica, e vi trovano accoglienze ed aiuti. Le nuove rivoluzioni sembrano propagate dal vento, esplodono come tanti gas ammorbando l'aria ed offuscando la luce. Poichè tutti i cittadini si fanno partigiani, tutti i banditi si arruolano nelle due parti. Ma presto i due disegni storici della guerra municipale e della guerra guelfo-ghibellina, entrambe generate dalla stessa guerra sociale indispensabile alla formazione del comune e del cittadino, s'incorporano assestandosi sulla base delle rivalità geografiche. Nelle città romane prevalgono i guelfi, nelle città regie trionfano i ghibellini attraverso vicende così confuse, che i cronisti vi si perdono e gli storici non possono inoltrarvi.
A Firenze il dramma degli Uberti e dei Buondelmonti crea Farinata, che vietando ai ghibellini vincitori,ghibellino egli stesso, la distruzione di Firenze, afferma la differenza della nuova guerra colla precedente delle città contro i castelli: borghesi e feudali, cittadini e concittadini, guelfi e ghibellini, la patria è per tutti la stessa città. Quindi in ognuna di esse la rivalità si produce e prende nome da due delle maggiori famiglie dei due partiti, quasi ad accennare che nella futura rivoluzione, quando le parti saranno esauste e gl'interessi intermedi cresciuti, le famiglie vincenti ripeteranno il podestà sotto forma di tiranno. A Milano il duello comincia tra i Torriani e i Visconti, a Bologna lottano i Gallucci e i Carbonesi, a Modena gli Aigoni e i Grasolfi, a Faenza gli Accarisi e i Manfredi, a Bergamo i Colleoni e i Soardi, a Orvieto i Monaldeschi e i Filippeschi, ad Alessandria i Lanzavecchia e i Guasco, a Reggio i Roberti e i Sessi, a Camerino i Baschi e i Varano; mentre nelle città militari i partiti capovolgendosi mostrano la democrazia ghibellina e l'aristocrazia guelfa. Così Genova e le città nemiche di Firenze e di Milano sono tutte ghibelline di popolo e guelfe di nobiltà per meglio resistere all'espansione delle due grandi città odiate, che potrebbero col più fuggevole accordo imporre loro una durevole soggezione.
Ma fra tanta grandezza di drammi politici e guerreschi, nei quali talora è personaggio tutto un popolo o un solo individuo sembra centuplicarne la forza, assorbendone la vita collettiva nella propria unità passionale, nessuno uguaglia nemmeno nelle città militari quello ghibellino di Verona. Il suo eroe Ezzelino III da Romano, ariano figlio di ariano, diventa così grande che la sua epoca non può contenerlo e Dante solo, il poeta ghibellino di Firenze, potrà poi essergli paragonato. Dotto, incredulo, più freddo di un filosofo e più sensibile di un poeta, capitano fulmineo e politico improvvisatore, egli ha tutte le passioni del proprio tempo nel cuore e tutte le idee del rinascimento nella testa.Appena scoppia la guerra fra le due sètte Ezzelino stermina i guelfi, si associa in un triunvirato Buoso da Doara e Oberto Pelavicino, li dirige, li minaccia con sì terribile prontezza ed irresistibile abilità che tutta Italia piega sotto la sua mano, e le vittorie gli strappano in un grido d'entusiasmo il segreto del suo genio: io sorpasserò Carlomagno! Ma a questa minaccia la lega lombarda diventa guelfa, la Romagna si unisce alla lega, Treviso alla Romagna e l'assalgono. Ezzelino non piega, raddoppia i supplizi, prende Brescia, assedia Mantova, fronteggia tutti i nemici che aumentano e si mutano contro di lui in crociati; difende Padova, ritrascina Treviso nella propria alleanza, accampandosi con una temerità solamente giustificabile dal genio o dalla disperazione sotto le mura di Milano. Allora l'idea regia di Berengario, che lo trasportava così alto, vanisce come uno dei tanti miraggi della storia: le rivolte divampano sotto i piedi di Ezzelino, i tradimenti lo cingono, gli abbandoni lo scoprono. Solo, è ancora così terribile che la sua ritirata pare un trionfo, ma una ferita cogliendolo al tallone come Achille dissipa il terrore del suo nome e della sua spada. Ezzelino è vinto, preso, calpestato dai villani, riparato nella tenda dei traditori dalla loro stessa ammirazione, ove muore senza gettare un lamento, più sublime nella superbia di quest'ultimo silenzio che nel fracasso di tante incredibili vittorie. Ma Verona, da lui indimenticabilmente tiranneggiata, resta fedele alla sua opera, che ha democratizzato il senato degli ottanta, salariati e tolti alla nobiltà i magistrati, sconfitti i castellani delle campagne, prostrate le città nemiche, agguerrito il suo popolo sino a mutarlo in un invincibile esercito.
A Palermo, altra città militare e ghibellina, l'idea regia di Ezzelino trionfa con Manfredi, bastardo di Federico II, che a forza di tradimenti carpisce il regno e vi si fonda contro il papa, dal quale sulle prime aveva ottenuto l'appoggio come capo ostile alla Germania e poco temibile. Invece Manfredi fa spargere la falsa notizia della morte di Corradino, gli prodiga funerali,si dichiara indipendente, favorisce i ghibellini di Roma, soccorre quelli di Toscana, s'affratella cogli altri dell'alta Italia, più piccolo e finalmente non più fortunato che Ezzelino, perchè i guelfi di Milano, di Firenze, delle Marche, di Napoli, di Messina, di Ascoli affrettano sul quadrante della storia l'ora della sua caduta.
Tutta Italia è in fiamme; il Monferriato ghibellino sostiene Torino contro i conti di Savoia che vengono espulsi: la Corsica si strazia col partito trasmontano di Simoncello della Rocca e quello cismontano di Giovanninello della Pietra; la Sardegna si lacera fra Pisa e Genova; Ferrara ingrossa sul Po preparandosi all'urto di Venezia che sta per avanzarsi sulla terraferma; Brescia sanguina al seguito di Pelavicino; Parma e Piacenza si annodano come due serpenti, e non potendo soffocarsi si mordono; fra Cremona e Milano, Crema si sfinisce nella paura della prima e si perde nell'amicizia della seconda. Roma, riconoscendo l'impotenza del podestà a governarla, entra nel periodo delle due sètte colla nomina di due capitani del popolo; gli uni voglion Riccardo di Cornovaglia e gli altri Manfredi; i ghibellini Pietro d'Aragona e i guelfi Carlo d'Angiò.
La guerra comprime tutte le forze della nazione per trarne scatti ed esplosioni senza numero e senza nome.
Infatti Carlo d'Angiò, pallido imitatore di Rodolfo in Germania e di S. Luigi in Francia, chiamato da Urbano IV per soffocare la rivoluzione delle due sètte, dopo lunghe trattative nelle quali i pontefici tentano di ridurlo a semplice vassallo della chiesa, giunge a Roma per conquistare il reame delle due Sicilie. Una terribile reazione guelfa lo sostiene contro Manfredi, facilitandogli la conquista che si compie con tutti i furori delle sètte. Palermo detronizzata soccombe a Napoli, nuova capitale; i francesi si sovrappongono come gli antichi normanni, i ghibellini sconfitti, dispersi,trucidati a migliaia diventano così deboli che il tragico tentativo di Corradino per riafferrare la corona sveva non fa che raddoppiare la loro disfatta. La vittoria guelfa propaga per tutta l'Italia, mentre il papa, indarno superbo di esserne l'arbitro supremo per aver chiamato Carlo d'Angiò a limitare il trionfo ghibellino, prosegue invano nel sogno di podestà imperiale. La Toscana, tutta ghibellina nel 1262, è tutta guelfa nel 1270; ogni città è insanguinata, diroccata, incendiata. Le espulsioni e i ritorni accumulano in pochi anni le tragedie di molti secoli, poichè la guerra guelfo-ghibellina infuria fra quella municipale e l'altra dei castelli. Ma le città, inceppanti il moto dell'èra consolare, lasciano ora circolare la corrente della nuova vita: la libertà, monopolio sotto il vescovo, i consoli e i podestà, si è estesa giù nelle arti e nei mestieri della plebe. Colle vecchie famiglie sono svaniti molti antichi pregiudizi, gli odii viventi hanno assorbito gli odii regi, generazioni progressive sono succedute alle generazioni granitiche dei primi tempi. L'Italia rozza e grossolana dei barbari è oramai splendida e rumorosa, le sue chiese sono ricamate nel marmo, sulle fronti de' suoi minacciosi palazzi balenano già i sorrisi degli ornati. I suoi feroci partigiani hanno modi e cultura di cavalieri; alcuni parlano il bel provenzale di Carlo d'Angiò, altri il delizioso italiano di Federico II. Dante, Petrarca, Boccaccio, il primo ghibellino, il secondo guelfo, il terzo imparziale, stanno per riassumere nell'incomparabile originalità dei propri capolavori la varietà feconda di quest'epoca ingrassata di lagrime e di sangue, nella quale la frenesia della vita vince il delirio della morte. L'orrore di tante battaglie è così necessario che le cronache anzichè esprimerlo sembrano economizzare quei lamenti, onde i futuri storici fuorviati da idee posteriori saranno prodighi. Le due tradizioni contradittorie dei guelfi e dei ghibellini, uscendo dai sogni mitologici e dalle etimologie infantili, si precisano e si elevano: questi si assimilano la causa dei longobardi contro i pontefici, dei conti contro i vescovi,dei castellani contro i mercanti, della casa dei Weibelingen contro la chiesa. Per essi l'imperatore è libertà sopra tutti e contro tutti, d'opera e di pensiero, capace di anteporre un astrologo ad un vescovo, Averroe al Vangelo, distinguendo gli uomini come la natura in forti e in deboli, in grandi e piccoli, coordinandoli colle gerarchie che consacrano nelle differenze sociali le disuguaglianze del valore personale. Ma i guelfi, imperiali quanto i ghibellini colla dinastia dei Welfi, oppongono loro l'eroismo secolare dei pontefici che vincono la barbarie longobarda, dei vescovi che limitano la tirannide dei conti, di Gregorio VII che sottomette l'impero, di Alessandro III capo della lega lombarda che vince l'imperatore, di un progresso sempre romano che opponeva il diritto di Giustiniano alle legislazioni barbariche, la propaganda delle conversioni alle invasioni, l'uguaglianza di tutti alla libertà di pochi, l'emancipazione del comune all'indipendenza eslege del feudo.
Dopo trenta o quarant'anni di carneficine, dal 1240 al 1280, la rivoluzione guelfo-ghibellina non è ancora stremata. Attraverso azioni e reazioni incalcolabili l'armonia del sistema ha migliorato senza mutarsi; le città militari sono ancora ghibelline. Aquila, Benevento, Mantova, Forlì, Verona, il Monferrato, Pavia, Asti, Lodi, Pistoia, Arezzo, Siena, Genova, incrollabili sulle proprie basi, proseguono la lotta colla tenacità di un odio reso malleabile da una perfidia politica capace di raggiungere la sapienza; mentre dopo sedici anni di guerra civile e cinque papi invano imparziali e tre interregni, Roma trascina finalmente con Nicolò III il papato nel campo ghibellino contro le altre città romane guelfe; e guerre e rivoluzioni sembrano non dare ancora risultati. Infatti sotto il governo del capitano del popolo e l'amministrazione del podestà, lotta e scambio di partiti sono così disordinatamente rapidi da non potersene cogliere il frutto: bisogna quindi che la guerra, diventata stato normale della vita, atteggi colle proprie forme e discipline i governi perchè la vittoria dì una parte diventi davvero proficua, e la superstiteenergia dei vinti si canalizzi attraverso l'opera dei vincitori, fecondandola.
Dal crescere della rivoluzione guelfo-ghibellina il capitano del popolo, assorbendo anche le funzioni del podestà, si muta in tiranno. Come capo e generale del partito, mentre la guerra politica e militare è più furibonda, questi sorge dalla vittoria per organizzarla: preterisce le procedure, viola i diritti, oltrepassa le sciocche pacificazioni predicate dai monaci, disciplina la milizia, riordina il governo colle idee della propria, parte togliendo che il suo contenuto storico si consumi in inutili tentativi. Le rivincite del partito sconfitto diventano così più tarde e difficili. Ogni idea ha tempo di maturarsi, e lo deve per vincere. La vecchia libertà municipale, troppo precocemente simile all'indipendenza individuale di noi moderni, svanisce; i consigli diventano corte o senato del tiranno, che nominandone i membri vi domina le votazioni. Alla testa del proprio partito e al disopra del partito vinto, il nuovo tiranno limita col proprio interesse le feroci rappresaglie della vittoria e mette modo agli odii, ordine alle vendette; condannato ad essere contemporaneamente amato, odiato e temuto, favorisce la plebe e frena il popolo, mentre la regolarità da lui imposta al disordine permanente della guerra asseconda tutti i lavori, compensando nella coscienza dei più la violazione di quasi tutti i diritti.
D'altronde la guerra municipale, che involge la guerra guelfo-ghibellina, giustifica ogni arbitrio del tiranno.
Difendendo la città colle forze meglio organizzate della propria parte e costringendo quella avversa ad allearsi colle città nemiche, questi legittima l'assolutismo delle proprie funzioni coll'assicurare con più vere alleanze e con più formidabili colpi l'avvenire della patria. La tirannia come unità diventa ragionedi vittoria: i comuni, dibattentisi ancora nelle convulsioni della prima lotta guelfo-ghibellina, non possono quindi resistere a quelli, che giunti alla seconda fase posseggono nel tiranno un generale ed un ministro costretto a non sbagliare mai sotto pena di perdere se stesso, il suo partito e la sua patria. La rivalità delle grandi famiglie, le insurrezioni subitanee, gli accidenti drammatici, onde prima era resa impossibile ogni vera combinazione politica e militare, assoggettati ora alla necessità del tiranno, si assettano secondo la propria importanza nel partito senza frangerlo; la fatalità del quale, più evidente nell'unicità del capo, prepara gli spiriti a quel senso misterioso di abile solidarietà e di libera sudditanza alla legge necessaria a formare il carattere del cittadino moderno. Ma tali sentimenti e idee non sono ancora che rudimentali: il tiranno forzato a meritare la classicità del proprio nome, o arrivando al potere o mantenendovisi coi supplizi, non può nemmeno garantirvisi fra passioni ancora troppo selvaggie e una coscienza publica troppo incerta. Quindi, superbo come un vincitore e implacabile come un vinto, perfido ed eroico, guelfo col popolo e ghibellino colla plebe, dovrà consumarsi nell'impossibilità d'impadronirsi di ogni comando; mentre l'orrore della guerra, dilatando la sua vita sino alle proporzioni di un dramma fantastico, la sottoporrà al ritmo disperato di tutte le cadute e di tutte le espulsioni.
L'avvicendamento dei tiranni, ammirabile di precisione a Milano nel duello dei Visconti coi Torriani, comincia in ogni città secondo le sorti e le leggi della guerra, a Rimini fra Parcitade e Malatesta, a Ravenna fra i Polentani e i Traversari, a Ferrara tra Azzo d'Este e Torelli Salinguerra, a Treviso fra i Camino e i Romano, favorendo una democrazia dispotica, nella quale si conservano le vecchie cariche e i vecchi nomi. Le funzioni politiche sono guadagnate dalle nuove dinastie, gli uffici amministrativi meglio distinti e coordinati diventano invece sempre più impersonali a servizio del popolo e della plebe cresciuta.
Nelle città militari come Mantova, Verona, Urbino, Pavia, la scena è anche più cupa perchè meno feconda la vita. Pisa, già sconfitta da Genova, prepara nella tragedia del conte Ugolino il tema forse al più tragico fra i canti di Dante, rivelando in un solo fatto lo spaventevole segreto di tutto un secolo, giacchè, tradita dalla vanità del conte Ugolino, non può essere salvata nemmeno dalla severità del suo successore Guido da Montefeltro: Genova si alza raggiante sul mare coprendolo di navi, inghirlandandolo di colonie e sfidando in Venezia un'altra rivale ben altrimenti grande e poderosa. Invece Firenze, ancora atteggiata a repubblica, è divisa come Perugia, Siena, Parma, Bologna fra comune e popolo, subisce due statuti, suona due campane tiene due consigli. Poichè il dualismo delle sètte paralizzando lo sviluppo della sua vita la rende inferiore alle città rivali. Giano della Bella tenta una rivoluzione contro i grandi, che farebbe di lui un tiranno plebeo; ma l'astuzia dei nobili lo rovescia, improvvisando invece l'ignobile tirannia del podestà Monfiorito da Padova senza riparare a nessuno inconveniente della vecchia libertà consolare. Il disordine della legislazione è tale nelle città libere, e l'indipendenza dei cittadini belligeranti così violenta, che una più alta tirannia diviene il più urgente dei bisogni e il solo mezzo di progresso. Le assemblee republicane vi si tengono in armi; la gelosia spaventata del popolo rinnova i consoli ogni trimestre e li imprigiona, li rende invisibili per mantenerli incorrotti; la penalità esagera il taglione e colpisce i parenti del reo; la clientela dei grandi è cangiata in compagnia di armati e la loro insolenza diviene tanto facile, che si debbono dare cauzioni al popolo per danni non ancora commessi. Così Brescia e Piacenza non sapendo crearsi un tiranno nominano Carlo d'Angiò, e pacificate dalla sua pressione svolgono le proprie dinastie.
Nelle regioni feudali la tirannia procede con minori tragedie ma più scarsi benefizi, perchè nella storia il risultato di una contraddizione è sempre in ragione direttadella sua vastità e della sua durata. Il Monferrato, invaso dai Milanesi, salva la propria indipendenza, portando alla tirannia il figlio di Guglielmo IV Spadalunga caduto prigioniero di Alessandria; la casa di Savoia, non potendo assurgere all'unità della tirannia per l'inconciliabile dualismo de' suoi due governi di Piemonte e di Savoia, si spezza in due tirannie; mentre nelle due Sicilie i Vespri rompono l'unità francese di Napoli cancellando per metà il lavoro di Carlo d'Angiò colla resurrezione di Palermo sotto una dinastia ghibellina ed aragonese; e la grande famiglia dei Colonna, forte nella tradizione ghibellina del popolo romano, lotta di tirannia con Bonifacio VIII, equivoco temperamento egli stesso di settario e di tiranno.
Questa loro guerra, propagandosi a tutta l'Italia vi determina un supremo tentativo contro il progresso, rappresentato dai tiranni sull'atroce anarchia guelfo-ghibellina. Bonifacio VIII trascinato dalla ingovernabile molteplicità delle proprie macchinazioni, dopo aver chiamato Carlo di Valois alla conquista della Sicilia diventata aragonese e ghibellina, assale l'Aragona colla Francia, ma Giovanni da Procida, il grande cospiratore, e Ruggero Lauria, il grande ammiraglio, riparano tutte le debolezze della casa di Aragona mantenendole la Sicilia contro Napoli e Roma. Pisa evita la reazione nominando con satanica malizia Bonifacio stesso a proprio tiranno, Genova resiste collo schiacciare inesorabilmente tutti i guelfi che le rientrano, mentre i Torriani invece riconquistano Milano, e in tutte le altre città la reazione accelera il ritmo delle espulsioni senza profitto del pontefice, spaventato egli medesimo dalle catastrofi settarie della sua guerra ai tiranni.
In questa nuova crisi le due sètte si suddividono in neo-guelfi e neo-ghibellini, o in guelfi bianchi e guelfi neri, così che l'intreccio dei partiti confonde l'esattezzadei cronisti ed offusca le idee degli storici. Alberto Scotti a Piacenza, Giberto Correggio a Parma, Corso Donati a Firenze, Maghinardo di Susinana e Uguccione della Faggiola grandeggiano fra le tenebre e i lampi di questo temporale politico, che sconvolge tutte le città per sostituirvi la tirannia di un forte a quella di un debole. Se nella guerra fra i Colonna e Bonifacio VIII la vittoria resta a quest'ultimo per l'insidioso consiglio di Guido da Montefeltro, la rivincita di Sciarra, che al soldo del re francese arresta e malmena in Anagni il papa vincitore, pareggia fra loro il conto; quindi l'avvelenamento di Benedetto IX perpetrato dai Colonna e la fuga di Clemente V in Avignone, feudo del re di Napoli, suo vassallo, emancipano finalmente Roma e guarantiscono il trionfo alla rivoluzione dei tiranni.
Siamo al 1305, il secolo che resterà classico nella letteratura come aurora del mondo moderno. Cinque anni dopo l'esilio del pontefice almeno venti città sono passate dai guelfi ai ghibellini che abbondano di guerrieri, di capitani, di tiranni, di cronisti, di filosofi. Uguccione è dittatore a Pisa, Federico d'Aragona liberatore in Sicilia, Spinola sorpassa i Doria a Genova, Dino Compagni, oggi negato, è il primo cronista del tempo; Cecco d'Ascoli inizia con Pietro d'Abano la rivolta filosofica nella quale morirà Giordano Bruno e ne esperimenta il rogo; la poesia canta le stragi come un'allodola alta nei cieli sopra un campo di battaglia, e insegna le canzoni a Guido Cavalcanti, il sonetto a Guittone, educa in Cino da Pistoia il maestro di Petrarca, accarezza in Jacopone da Todi un'originalità popolaresca, bigotta e ribelle, eroica e gioviale, apprende a Marco Polo la nostalgia dell'Oriente sconosciuto, intanto che Dante, cacciato da Firenze alla discesa di Carlo di Valois, erra pallido e tetro per le terre d'Italia raccogliendo il gemito dei feriti fra l'urlo dei vincitori, avvelenandosi alla coppa di tutti i tradimenti, trasalendo di gioia infantile a tutte le bellezze della natura, fremendo come un eroe e declamandocome un profeta a tutte le catastrofi della rivoluzione, che gli nascondono col polverio delle rovine i profili dell'epoca nuova. Ma quantunque tutta la tempesta medioevale infurii nel suo spirito e il suo pensiero abbracci tutto lo scibile del tempo, egli vi è come uno sconosciuto. Non arriva e non può arrivare all'idea d'una Italia, ma ne fissa nullameno l'eloquio volgare; sogna inevitabilmente l'impero, e in questo sogno sembra intravedere qualche lineamento dello stato moderno; è il più grande cittadino di tutti i secoli, e la sua patria non è ancora che la sua città. L'esilio, facendolo nomade per tutta la vita, lo rende italiano, e dà ai suoi vizi di partigiano l'onnipotenza di una passione, che Eschilo non avrebbe indovinato e Shakespeare non potrà poi sorpassare. Quindi incomprensibile ed incompreso riunisce nel proprio genio e nel proprio poema tutta la natura e tutta la storia, tutto il mondo e tutto Dio, per creare la lingua più bella, la poesia più profonda, la visione più fantastica e più reale in un secolo che resterà alla testa di tutti gli altri come Cesare e Napoleone sulla fronte dei loro eserciti.
E al suo grido di ghibellino invocante un'altra reazione imperiale, che schiacciando i tumulti di quella rivoluzione dei tiranni permetta alla neonata civiltà di fecondare il mondo, Arrigo VII, nuovo imperatore di Germania, scende le Alpi con attardata e magnanima ingenuità. Secondo l'idea del podestà, da lui rappresentato nelle nove città del Lussemburgo e nell'impero, ricusa persino di pronunciare i nomi di guelfo e di ghibellino, valuta i tiranni come avventurieri che la sua presenza basterà a mettere in fuga, giudica quella guerra civile una demenza di molti e una ribalderia di pochi intesi ad essere capitani per mutarsi in padroni. Il segreto dell'epoca gli sfugge insospettato.
Ma la sua discesa provoca invece una reazione ghibellina nella quale Matteo Visconti sopprimendo Guido Torriani e Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, sostituisce la propria alla loro tirannia, mentre altri guelfi, profondamente abili, come Alberto Scotto di Piacenza,sfuggono la catastrofe secondandola, e ghibellini terribili come Cangrande della Scala e Bonacolsi di Mantova proseguono nell'opera propria senza degnare Arrigo VII nemmeno di un omaggio. Perciò la sua opera si esplica in una perpetua contraddizione che lo trascina d'inganno in inganno, attirandolo cogli applausi, stordendolo cogli abbandoni, inceppandolo colle resistenze, evitando sempre i suoi disegni colla perfidia, finchè la reazione torcendosi contro di lui lo costringe ad uscire dall'imparzialità per difendersi coll'appoggio di un partito.
Tutte le città sulle quali contava smentono le sue previsioni e rosseggiano di stragi quasi irridendo alla sua pacificazione di podestà supremo; così che giungendo a Roma non ha più che Genova e Pisa al proprio seguito, e anche queste solo per odio del tiranno guelfo di Napoli, cui molte città come Faenza e Firenze si davano per sfuggire alla reazione ghibellina.
Allora Arrigo VII, aggirato dai Colonna, dagli Orsini, dal re di Napoli, dal papa procrastinante la sua incoronazione, diventa il giocattolo di tutta l'Italia che lo minaccia, lo circuisce, lo insegue, assassina i suoi partigiani, sconfigge i suoi soldati, dissipa il ricordo della sua opera più presto ancora che non cancelli l'orma del suo piede fuggente, e forse gli fa dare un'ostia guelfa avvelenata dai monaci di Buonconvento. Così finiva la reazione e l'eroe invocato da Dante, egualmente vinto dai tiranni che aveva dovuto sanzionare come da quelli che aveva forzatamente nominati, dal re di Napoli che per lui diventa il protettore guelfo di tutti gli stati incapaci di bastare a se stessi, dal papa che lo inganna e lo accusa, dall'Italia che aveva bisogno dei propri tiranni per consumare le proprie sètte ed elaborare le proprie tirannie.
Nè il papa, nè Roberto di Napoli possono quindi profittare delle sue sconfitte, o ritentando la sua opera evitarne gli errori.
Dopo di lui la rivoluzione vittoriosa comincia a discutere la propria vittoria più in alto, entro l'infrangibiledualità della chiesa e dell'impero, interpretando l'uno colle idee ghibelline dei giureconsulti e l'altra colle idee guelfe dei teologi. La discussione rivela già una emancipazione conquistata nella storia contro la chiesa e l'impero dalle nuove forme politiche, sebbene ancora dominate dall'idealità delle due astrazioni sempre identiche malgrado la loro antitesi. Il papato di san Tommaso, di Egidio Colonna e di Tolomeo da Lucca nelDe regimine principumè lo stesso impero di Dante nelDe monarchia, entrambi concepiti in una unità che discende nella storia invece di sorgerne, realizzati da Dio con un sistema del quale la sua rivelazione ci ha affidata la chiave. Se il papato è religioso e l'impero laico, il loro fondamento è identico per l'unità del fondatore; le loro differenze non arrivano a produrre due fisonomie nella dualità dei loro assolutismi. Invano Dante crede di sottrarre l'impero alla supremazia del papato invocando la sua anteriorità e le parole di Cristo: il mio regno non è di questo mondo! L'impero rimane sempre un concetto monoteistico, ieratico, che toglie ogni libertà alla storia e alla vita. Più assurdo del papato, che in possesso di una rivelazione continua potrebbe dirigere l'una e l'altra sul binario delle proprie leggi, deve soccombere primo nella lotta; e infatti Dante abbandona presto la polemica filosofica per trasportarla nel poema dove scolpisce nel Dio cristiano un imperatore romano e un tiranno medioevale, egualmente impassibile nelle condanne e raffinato nei tormenti. Il suo Inferno è il riflesso dell'epoca: i dannati vi sentono ancora le passioni della vita, i loro peccati dispaiono nell'energia del racconto che li evoca, onde ne rimangono solamente le pene, nelle quali il paziente è spesso così superiore da umiliare persino Dio. Tutta la politica medioevale segue il poeta all'Inferno, in Purgatorio, in Paradiso; la sua collera ha le vampe solfuree delle bolgie, la sua voce scoppia come un fulmine, i suoi morti sono doppiamente vivi, i suoi aneddoti sono tante tragedie condensate, come il suo poema è la sintesi del mondo. Ma accettando la nuova tiranniaghibellina di Arrigo VII e delle corti di Verona e di Ravenna, egli accoglie dal guelfismo le più belle figure in Paradiso, perchè nella sua anima immensa la libertà non può separarsi dalla democrazia, e nel suo istinto infallibile di poeta la realtà necessariamente tirannica del secolo non contradice alla cordiale idealità di san Francesco d'Assisi.