Capitolo Sesto.I principati

Capitolo Sesto.I principatiIl secolo XV.Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria, perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà delle forme politiche fioriscono in Italia.Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V pacifica la penisola, riunendolain una crociata che svapora in parole, e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane. Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati, guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa. Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi. L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo, la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere semplicemente una decorazione di corte, lareligione troppo poco sentita per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico, innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e degli imperatori.Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo, assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci, brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non guidare ancora la storia europea.Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio: l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione moltiplicai modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna, Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza, Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo, Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio, la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù; questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi semprebello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi adoratori.Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la scienza distrae e la politica urge. Pulci nelMorgante Maggioreirride all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano, le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana, passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini, per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo, costretto a scolpirele tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le figure simboliche del tempo.Impossibilità del regno.I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e dalle vecchie discordie comunali e settarie.II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana. Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia, stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino non può scaturire che da tale tragedia. Nessunprogresso materiale, nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole, era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati, potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello stato e del cittadino odierno.Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lotrasmetteva con ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati; la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e nell'individuo collettivo.L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi,aveva così scarsa italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni, sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima, sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese; Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire l'Italia in due o tre corpi.Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto l'influsso del papato politico che del cattolicismo.D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato colla superioritàdella propria forza spirituale tutta l'Europa, riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale, smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti che vuota di significati e di ideali.Lodovico il Moro e Alessandro Borgia.Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzocon uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano. Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica. L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma, esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo. Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro, penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico, ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcunesue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie, scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino, ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre superiore a tutti gli avvenimenti.Ma il papato con a capo Giulio II, il forte nemico dei Borgia, prosegue nell'idea del regno senza contraddizioni di ducati domestici. La restaurazione pontificia si presenta come l'ultima forza e gloria dell'Italia. Solo il papato, sostenuto dal proprio principio religioso contro le pretese di tutta l'Europa cattolica, può impedire che l'Italia, incapace della propria unità nazionale, non si unifichi come provincia conquistata da qualche regno straniero. La necessità per il papato di costituire un regno salva l'Italia: Giulio II, presentandosi come il restauratore di quello, si precipita vecchionella lotta coll'ardore di un giovane eroe. Poichè Venezia si è dilatata nelle Romagne idealmente acquisite alla chiesa dalle imprese dei Borgia, egli si avventa sulla republica: al tempo stesso veemente e profondo nella politica, riunisce contro l'altera republica nella lega di Cambray (1508) l'imperatore Massimiliano, re Luigi XII e Ferdinando il Cattolico; la republica resiste intrepidamente a questo sforzo di tutta l'Europa, ma vinta alla battaglia di Agnadello perde in un'ora le conquiste di un secolo. Il grande principato della chiesa è costituito; Bologna e Perugia vi sono perite prima; il ducato di Urbino ne è un vassallaggio che riproduce nella politica di Giulio II l'errore capitale di quella dei Borgia, inevitabile allora nel trapasso dei principati ai regni. Ferrara, agognata e minacciata, diventerà presto o tardi il forte baluardo del regno pontificio al nord.Infatti Giulio II, sdegnato e pensoso dell'opera francese, si stacca dalla lega di Cambray per stringerne un'altra contro la Francia con Venezia, Ferdinando e gli svizzeri. Massimiliano rappattumatosi per denaro coi veneziani abbandona i francesi, che perdono alla battaglia di Ravenna tutti i vantaggi ottenuti da quella di Agnadello. Genova, che aveva tentato invano nel 1506 una rivolta contro di essi con Paolo da Novi, doge plebeo alla testa della plebe, la compie ora (1512) con Giano Fregoso; Massimiliano Sforza rientra trionfalmente a Milano piuttosto come vicario imperiale che quale duca indipendente; Firenze riconquista Pisa toltale dalla prima invasione di Carlo VIII, e perde nella seconda maggiore signoria dei Medici la repubblica improvvisata dall'eroismo religioso e dalla demenza politica di frate Savonarola. Tutte le altre piccole signorie o republiche attardate hanno dovuto capitolare in questa ultima crisi dei principati. Solo la chiesa è uscita trionfante dall'arringo perchè sola in Italia ha un'idea necessaria all'Europa e una forma politica da conquistare; ma Giulio II, aprendo il gran secolo cui Leone X darà il nome, non sospetta nemmeno che la ristorazionedel papato, mal giudicato poi dal Machiavelli e da tutti gli storici posteriori, debba fatalmente coincidere colla Riforma di Lutero. Poichè l'Italia cessando di capitanare il progresso europeo non può come la Grecia ritirarsi dalla storia, svolge mirabilmente e consolida nel regno papale l'ostacolo necessario alla Riforma; quindi disciplina la tradizione cattolica, costringe i papi alla costituzione di un regno e li pareggia ai grandi re per dare loro l'indipendenza necessaria ad una tirannia ideale. La Riforma, già scoppiata inavvertitamente in Germania, si troverà così dinanzi riunite le due vecchie idee del papato e dell'impero per meglio vincerle in una guerra secolare, emancipando per sempre il pensiero politico e religioso nella storia. Il papato, costretto dalla vita italiana a mutarsi in piccolo reame, rivelerà più facilmente tutte le proprie brutture e inconciliabili contraddizioni ideali; l'impero, invocandolo, ne diverrà il gendarme invano prepotente; tutte le libertà e l'avvenire saranno dal canto della Riforma, tutte le servitù e il passato dietro Roma; mentre l'Italia inerte spettatrice dell'immensa lotta, della quale gli episodi insanguineranno le sue contrade, sembrerà perdervi ogni indipendenza di pensiero e di vita pur conservando nella vicenda di soggezione a stranieri, spesso mutati e sempre inevitabili, la fede di una futura unità nazionale in tre regni sopravviventi fra le rovine dei principati, la Savoia, le due Sicilie e la Chiesa.Leone X e Lutero.La restaurazione di Giulio II non si arresta alla sua morte, perchè le vere idee politiche s'incarnano, ma non si subordinano agli individui.Il suo successore Leone X, meno vasto nell'ingegno e forte nel carattere, ha tutte le qualità necessarie al proprio periodo. Se la casa dei Medici, d'onde esce, gli apprende la vanità di Alessandro Borgia inteso a costruire nelle Romagne un ducato al proprio figlio Valentino, l'opera di Giulio lo persuade come lo statodella chiesa non possa più essere distratto in alcuna combinazione domestica: quindi, abolendo la republica fiorentina e reintegrando i propri nipoti in una signoria male dissimulata, coordina la politica italiana a quella della chiesa. Senza la tirannia dei Medici Firenze sarebbe stata conquistata dalla Spagna o dalla Francia come Napoli e Milano. Solo il papato, caduto in mano ai Medici nell'ora in cui doveva comporsi a regno, poteva dare a Firenze quell'immunità che salvava le terre della chiesa. La Savoia e Venezia, quella troppo alta, questa troppo marittima, entrambe ai confini d'Italia, potevano evitare la servitù minacciata a tutta la penisola; Firenze posta come un ostacolo fra la conquista napoletana e la lombarda avrebbe dovuto esservi fatalmente assimilata nella voracità delle prime guerre senza l'intervento di una potenza superiore. I pontefici medicei furono i suoi patroni. Leone X anzichè liberarsi del sogno di Alessandro Borgia lo ripetè ad Urbino, raddoppiandolo a Parma; ma nelle tergiversazioni della sua politica, ove s'imbrogliarono poi tanti storici, non fece che cedere all'inconscia necessità di opporre gli uni agli altri i nuovi conquistatori d'Italia, ingrandendo nei loro reciproci disastri il regno della chiesa, alzandolo nella storia come una nuova Palestina sacra a tutti i credenti, e nella quale Roma sarebbe stata piuttosto Atene che Gerusalemme.Le contraddizioni ideali del papato si urtarono quindi nella maggiore delle crisi. Mentre come regno costringeva la politica di Leone ad una corruttela assassina, che lo scetticismo epicureo di una corte formicolante di pittori, di letterati e di cortigiane commentava anche più impuramente; come istituzione divina sollevandosi al di sopra dei vecchi credenti e dei nuovi eretici acquistava una compattezza ed una personalità senza riscontro in tutta la sua storia. La nuova inevitabile tirannia ideale, colorandosi di tutte le infamie della tirannia politica, dava alle critiche della Riforma la giustezza, la precisione necessaria a coordinare nella storia tutte le ribellioni spirituali esaurentisida tanti anni in drammi inutili ed incompresi. La Riforma era la sovranità dell'individuo cristiano in faccia a Dio, il papato era la subordinazione di Dio e del credente nell'interpretazione vaticana; qualunque applicazione della libertà, anche contraddicendola, doveva venire dalla Riforma, tutte le resistenze autoritarie sarebbero inspirate e legittimate dal papato.Il suo regno, sembrando contrastare alla formazione del regno italico, per una critica più acuta fu invece il solo ostacolo alla conquista spagnuola dell'Italia, che avrebbe ridotta la grande patria della federazione ad un'unità senza vita e senza fisonomia. L'egoismo del papato costretto a difendersi da tutte le aggressioni impedì la totalità di ogni conquista straniera. Il vario concetto dei papi nell'ubbidire a questa storica necessità (e alcuni fra essi avrebbero voluto magari la rovina d'Italia e nessuno di loro pensò mai all'interesse della grande patria italiana) non mutò l'opera del papato. Quindi la storia, come scienza di un sistema nel quale i fatti derivano dalle idee e si compiono coll'assorbimento di tutte le passioni, deve oggi affermarlo serenamente al disopra degli ultimi clamori ghibellini e giacobini, che insultano nel papato, già libero dal proprio potere temporale, gl'inutili e criminosi impedimenti da esso opposti alla recente formazione del regno nazionale.Al momento della Riforma l'espansione francese, dovuta semplicemente alla superiorità del suo governo unitario su quello federale germanico nella prontezza delle mosse politiche e militari, deve cedere dinanzi alla necessità ideale che richiama nella lotta la vecchia idea dell'impero. La restaurazione pontificia di Giulio II si abbina alla restaurazione imperiale di Carlo V. Non è più l'Italia che lotta contro questi due poteri supremi, ma la Germania: l'ira cristiana di Dante diventa collera protestante nel petto di Lutero. Alla morte di Luigi XII, invano ostinato eroicamente alla conquista del milanese, e colla successione di Francesco I, cavaliere valoroso e grottesco, si disegna sulfondo del secolo la grande figura di Carlo V. Arciduca dei Paesi Bassi, erede di Spagna e di Germania, egli diviene involontariamente la sintesi dell'impero e l'ultimo imperatore. La Spagna riproduce in un istante indimenticabile di gloria la vecchia unità romana fusa nella nuova unità cattolica; ma la federazione, processo moderno dell'individuazione degli stati, è dentro di essa, e la Riforma, che deve formare l'individualità del cittadino coll'emancipazione del credente, è dentro e fuori di essa. L'espansione francese non ha e non può avere valore. Invano Francesco I discende le Alpi, vince a Marignano, e compra dalla viltà dell'ultimo Sforza per 30,000 scudi il ducato di Milano; più invano minaccia il reame di Napoli e si destreggia in una politica di leghe, nella quale i trattati succedono ai trattati: Carlo V, comparendo sulla scena della storia, lo rilega istantaneamente al secondo posto coll'imporgli la fatalità di una guerra, nella quale la Francia deve soccombere.Infatti la scempia vanità di Francesco I aspirante all'impero moltiplica i pretesti della lotta: la Spagna, già in possesso di tutto il mezzogiorno d'Italia e coll'eredità dell'impero germanico succeduta in ogni diritto dell'antico patto di Ottone, non può evitare l'impresa di Milano. Leone X più duttile di entrambi gli avversari offre a Francesco I il suo concorso per la conquista di Napoli contro la cessione alla chiesa di tutto il territorio di qua dal Garigliano, e a Carlo V la sua cooperazione alla conquista di Milano contro la cessione di Parma e Piacenza e la conferma di Reggio e Modena. Carlo V, più largo, stringe il patto col pontefice. La guerra si accende nella Navarra, nel Lussemburgo, in Italia; è sospesa alla morte di Leone (1521), ricomincia con Adriano VI, si complica colla diserzione del Borbone, si allunga coll'inutile spedizione del Bonnivet nel Milanese e colla fallita invasione in Provenza del Borbone, finchè si chiude col più terribile disastro francese a Pavia. Francesco I vinto e prigioniero lascia l'Italia alla Spagna. Clemente VII, unaltro Medici succeduto a Leone, meno splendido, ma forse più astuto, che aveva stretto un nuovo patto con Francesco I all'ultim'ora, si trova solo e nemico contro il vincente imperatore, al quale la Riforma impone di allearsi con Roma. L'equivoco di tale politica doveva presto dissiparsi nella chiarezza ideale della storia, ma il suo imbroglio supremo fu tale che Guicciardini, la testa più forte di allora, vi si perdette e Machiavelli ne delirò.La dominazione spagnuola mise i tremiti della paura in tutti i principati italiani raggruppandoli in una lega, nella quale tutti sentendosi egualmente perduti trattavano separatamente e segretamente coll'imperatore per aprirsi una via di salvezza. Le idee più pazze si urtarono nelle più incredibili combinazioni; il Morone voleva offrire la corona d'Italia al marchese di Pescara, generale dell'imperatore e con questi imbronciato; il Machiavelli proponeva un esercito nazionale con alla testa Giovanni dalle Bande Nere: il senato di Milano inerme, credendo ancora nello Sforza, il più inetto fra gli inetti, ricusava di assumere il governo in nome dell'imperatore; poi il Frundsberg calava le Alpi coi lanzichenecchi per strangolare il papa, il cardinale Colonna a capo di ottocento cavalieri e tremila fanti assaltava Clemente VII nel Vaticano, il Borbone dava il sacco a Roma; mentre Firenze ritentava per l'ultima volta l'insana prova della republica, e Andrea Doria pari all'antico Timoleone e al futuro Washington, grande di ragione nella follia di tutti, liberava Genova colla gloria dei propri trionfi e coll'eroismo della propria virtù.Ma il papa si sottopose finalmente alla Spagna ottenendone nel trattato di Barcellona quanto nessuna vittoria avrebbe mai potuto dargli; il suo stato, l'esarcato, il dominio su Roma, persino quello alto sulle due Sicilie, tutto gli fu riconfermato. Carlo V non gli chiese che l'incoronazione a Bologna e l'anatema contro gli eretici. La nuova incoronazione non era più il riconoscimento del vecchio impero romano risorto inquello di Carlomagno o nell'altro di Ottone, ma l'estremo patto delle due supreme autorità politica e religiosa egualmente minacciate dalla Riforma e minaccianti contro di essa. L'impero unitario di Carlo V poteva e doveva presto scindersi, ma il patto del pontefice si sarebbe ripetuto con tutti i re contro l'emancipazione di tutti i popoli, finchè la rivoluzione trionfante, attirando quelli nella propria orbita e costringendo il loro interesse nel proprio, li ribellasse contro il pontefice. In quel giorno il regno dei papi diventato inutile nella storia sarebbe condannato, e la sua disparizione avverrebbe come una scena del gran dramma rivoluzionario nell'ora e colla decorazione prestabilita.Col nuovo patto fra la chiesa e l'impero, la geografia e la storia italiana rimangono definitivamente fissate: Venezia possiede quanto aveva perduto contro la lega di Cambray; il Milanese sotto il larvato governo dell'ultimo Sforza, e le due Sicilie appartengono alla Spagna; la Savoia, cresciuta fra i disastri degli altri, ha inghiottito quasi tutto il Monferrato; Mantova è fatta ducato; Firenze si prepara a trasformarsi in un granducato sotto i Medici dopo l'inutile eroismo di una resistenza republicana, nella quale la nullaggine dell'idea sarà ancora superata dalla scempia volgarità politica del suo processo; Genova republicana come Venezia, Siena con un fantasma di signoria, Bologna con una larva di libertà guelfa, Lucca con un'apparenza di libertà ghibellina, tutte piegano sotto il patronato della Spagna abbastanza forte per rattenervi ogni regionale velleità conquistatrice, e abbastanza indulgente per rispettarvi le forme del federalismo sempre necessariamente protetto dal papa.La corruzione di quest'epoca meravigliosa, cominciata coi Borgia e finita coi Medici, è una conseguenza fatale della sua liquidazione politica: le grandi qualità del carattere e dell'ingegno mancano a tutti i suoi più illustri individui, se le si tolgono Michelangelo e Andrea Doria; la mobilità degli eventi, l'assenza delle idee, l'impossibilità di ogni originalità, annullano tuttigli ingegni, dominano tutti i temperamenti. La pittura rifugiata nella bellezza soccombe alla tragedia che agita l'anima di Michelangelo, la poesia muore nell'ironia inconsapevole dell'Ariosto, la Riforma brucia nel rogo acceso dalla demenza di Savonarola, la politica delira nelle formole di Machiavelli, la storia si distende come una trama patente, ma incomprensibile davanti allo sguardo di Guicciardini, la religione muta il proprio rito in carnevale per le aule vaticane, la coscienza regionale politica, che aveva creato dei partigiani come Dante, non produce più che dei diplomatici come il Morone.Dopo l'esclamazione di Leonardo da Vinci: io servo chi mi paga! il Giovio tempera una penna d'argento e una penna d'oro a seconda del prezzo pel quale deve scrivere; e con più inconsapevole modernità Pietro Aretino, supremo condottiero della stampa, vi riassume il genio e la perfidia dei condottieri delle battaglie colla stessa imparzialità mercantile.La liquidazione italiana è compiuta; gli ultimi conati delle città, ancora indipendenti o quasi, sono cessati. La follia republicana di Savonarola non dura più che nei sommessi rimpianti degli ultimi Piagnoni; l'obbedienza vicariale di Francesco Sforza succede alla temeraria indipendenza di Lodovico il Moro; il dramma di Squarcialupo in Sicilia s'acqueta come estrema convulsione dell'uccisa casa d'Aragona; le tergiversazioni di Leone X e di Clemente VII, ultimi tremiti del grande moto di Giulio II, s'arrestano nella quiete stagnante che sorprende la vita italiana. Il medio evo è conchiuso, tutti i vecchi partiti disarmati: i signori non sono più che aristocratici, il cavaliere si muta in gentiluomo aspettando da Baldassare Castiglione il nuovo codice delCortegiano: non più eroi, non più partigiani, non più passioni. Le vecchie patrie sono scomparse, la nuova grande patria non è ancora formata. L'uomo e il cittadino sono in elaborazione, la futura libertà sarà democratica, non republicana; la futura indipendenza dovrà essere nazionale o non essere. L'immensatragedia, che sta per iniziarsi, si svolgerà nell'intimo della coscienza lungi dai campi di battaglia e dalle riunioni politiche; in essa lo spirito trionferà della morte nella libertà della scienza e della religione.Lodovico Ariosto e Nicolò Machiavelli.Ma l'Italia decade.Le sue arti, le sue scienze, la sua cultura sono ancora superiori a quelle degli stranieri che la conquistano, ma la sua idea storica, o meglio ancora l'esaurimento della sua idea, la condannano ad una decadenza simile a quella dei greci sorpresi dai romani, o dei romani assaliti dai barbari e dai cristiani. La sua forza federale resiste come stadio dell'individuazione dello stato, ma si arresta nell'impossibilità del regno; il suo papato vi arriva ma creando in se stesso l'antitesi nella quale deve soccombere: tutte le sue originalità sono finite, le sue virtù non hanno più campo, i suoi vizi ne hanno troppo. Nullameno l'Italia, sicura di non morire, non ha nè languori d'infermo, nè malinconie di condannato; e mentre l'esaltazione religiosa della Germania, precipitantesi nella nuova lotta ideale, oltrepassa i limiti del delirio per cadere in quelli del grottesco, essa sdoppia in due uomini tutta l'incredulità del proprio carattere e del proprio pensiero: Ariosto e Machiavelli.L'Ariosto sogna, sorride, ride, deride: il suo poema si svolge in tutti i luoghi, fra un tumulto di scene nel panorama mobile di una decorazione, che mette la stessa verità nel fantastico e nel reale, accorda la medesima importanza a tutti gli episodi, prodiga la stessa bellezza a tutti i temi. Il disordine è la sua legge, la vivacità è la sua vita; senza principio e senza fine, non ha nè ideali, nè trama. Uno stesso sogno evoca tutto il medio evo, e una stessa derisione lo annienta: gli uomini vi sono trattati come le donne, nessuna impresa meglio condotta di una avventura, nessuna verità più sicura della follia. Il poeta si muove attraverso i propricanti urtandoli e scomponendoli, indifferente alle macchie di sangue e ai profumi dei fiori, distribuendo il medesimo sorriso alle figure più delicate e alle più impure, come un incantatore incantato egli stesso dalla forza del proprio incantesimo. Se il suo cervello è pieno, la sua coscienza è vuota: la nazione, cui appartiene, non ha nulla da dirgli, nè egli nulla da risponderle. Così la vita diventa per lui una fantasmagoria, che l'arte coglie senza dare alle proprie immagini maggior valore che non ne abbiano gli oggetti; Dio è un fantasma come gli altri, la patria un palcoscenico per dei personaggi immaginari, la virtù un costume di cavaliere e di dama, il vizio il fondo bestiale necessario a tutti gli animali anche umani. Le passioni, che sono sempre il fuoco di una idea acceso entro un cuore o entro un cervello, non illuminano e non bruciano mai le pagine del poeta: nulla è vero perchè tutto è effimero, ma tutto è bello perchè apparente. E il poeta, che ride di tutto, non sorride che alla bellezza di una parola o di un sentimento, di un paesaggio o di una figura, di una voce o di un verso. La sua sensibilità è così mobile e sincera, così pronta e fugace, che le lagrime si mescolano al riso e l'entusiasmo all'ironia; spesso, anzi troppo spesso, lo si vede sottrarsi alla commozione di una tenerezza con un motto osceno, o ergersi da una situazione scabrosa con uno scatto eroico. La sua anima di poeta non aspira a nulla, non rimpiange nulla, trastullata, beata nel giuoco radiante e sonoro delle apparenze, che confondono mitologia e storia, maghi e santi, epoche e religioni in un ateismo inconsapevole della propria decadenza, in un abbandono ignaro della propria abdicazione. Mentre Lutero, trascinando l'umanità nella teologia, la spinge a morire per la verità di certe interpretazioni dei libri santi coll'entusiasmo tragico di una libera fede, che riprendendo il dialogo interrotto dell'uomo con Dio rinsalda la catena del progresso storico spezzata in Italia; il grande poeta italiano, ignaro della rivoluzione germanica, sogna, sorride, ride, deride, e conoscendola seguiterebbe egualmentea sognare, sorridere, ridere e deridere. Per la coscienza poetica dell'Ariosto non vi sono che apparenze, delle quali l'unica verità è la bellezza; per la coscienza politica di Machiavelli non vi sono che combinazioni, delle quali l'unica verità è il successo.Segretario di secondo grado nella republica, portato alla politica piuttosto dalla passione del temperamento che dalle attitudini dell'ingegno, Machiavelli non vi reca nè coscienza, nè idealità, nè metodo. L'ateismo del suo spirito, togliendo ogni significato alla vita e alla storia, non scorge in entrambe che una lotta di forme, nella quale la vittoria resta sempre e fatalmente al più forte. Il mondo non ha per Machiavelli nè disegno, nè scopo. Tutti gli uomini vi sono uguali in tutte le epoche. La marcia dell'umanità nella storia si cangia in una ridda intorno al potere politico, che tutti agognano, e pochi forti o robusti conquistano. Secondo lui l'uomo non ha che passioni e interessi: il governo dello stato non è quindi che governo di passioni e di interessi individuali. Famiglia, comune, regione, stato, umanità non esistono che come cornice insignificante, entro la quale le forze aggressive degli individui si danno libera carriera. La storia antica è così uguale alla moderna che basterebbe riprodurne i successi ed evitarne gli errori per aver sempre ragione di tutto e di tutti. Così ilPrincipe, codice della scienza politica di Machiavelli, è un repertorio di massime per dominare tutti gli eventi e raggiungere tutti gli scopi, maneggiando, ingannando, assoggettando, massacrando gli individui. Ogni epoca, ogni fatto, vi è considerato solitario e come prodotto dell'abilità o dell'inettitudine d'un uomo. La morale vi è assente, ma più assente di essa la storia e la filosofia. Il popolo non pensa, perchè il sovrano pensa per tutti pensando a sè solo; l'impero è il rapporto di una coscienza egoistica con una incoscienza universale. Ma questo codice della politica, questo catechismo della tirannia e della rivolta, sempre egualmente considerate come interessi avversari, separato dalla vita e dalla storia, si risolve in un commentariodi entrambe, altrettanto falso che inutile. I suoi precetti vuoti, le sue regole astratte, i suoi consigli a doppio senso, sono come i teoremi ingegnosamente sterili dell'arte poetica: invece di servire ad opere future, sono modi frammentari di opere passate; l'imitazione vi resta confusa coll'invenzione; il dato inconscio di ogni creazione, il genio e il carattere dell'ambiente e dell'uomo, vi sono assolutamente trascurati.Laonde Machiavelli, che si erige a maestro di tutti i furbi, rimane il più ingenuo di tutti i politici nell'azione del proprio tempo, non comprende, non prevede, non giunge a nulla. La sua vita è una successione di disinganni e di miserie. Assetato di comando, non riesce nemmeno a rendere accetta la propria obbedienza, aderisce da volgare impiegato alla republica di Soderini senza indovinare l'imminente ristorazione dei Medici; si dà aria di capitano, e la sua Ordinanza è sconfitta a Prato nel modo più ridicolo; interrogato dal cardinale Clemente, rettore di Firenze per Leone X sul migliore assetto di governo in Firenze, gli consiglia la republica e dedica contemporaneamente ilPrincipea Giuliano dei Medici per insegnargli le arti del dispotismo col modello del Valentino; trascinato dalla rettorica del proprio temperamento artistico si trova involontariamente mescolato nella congiura del Boscoli, e n'esce colla più ignobile servilità; spaventato da questo disastro non osa partecipare alla congiura del Soderini, e si acconcia come scrittore di storie sotto i Medici, invocando sempre inutilmente da essi un impiego e mentendo sovra di essi nelle storie come il più ordinario cortigiano. Il suo odio non è che per il clero e il suo disprezzo per la religione, della quale non sente e non comprende lo spirito. Come contemporaneo di Savonarola coglie in lui la demenza non l'idea della Riforma; come legato in Germania non vi sospetta nemmeno la rivoluzione che muterà il mondo. Il suo patriottismo non ha che la sincerità di un calore poetico, il quale si agghiaccia a ogni difficoltà. Quindi, non prevedendo la rivolta contro il cardinale Passerini e l'ultima cacciatadei Medici, viene isolato, maledetto da tutti, e muore incompreso anche a se medesimo.Le sue lettere politiche sono la più terribile critica della sua incapacità al governo: nessuna previdenza o intelligenza dei fatti in esse; nella discesa di Carlo VIII non vede il preludio della decadenza italica; l'invasione di Luigi XII, che chiude l'Italia nella parentesi di una doppia conquista, gli sembra naturale, lodevole, degna della propria collaborazione, se non vi fosse quell'errore di non voler colonizzare la Lombardia asportandone gli abitanti e trasportandovi francesi secondo l'uso degli antichi. Si entusiasma del Valentino e, non accorgendosi dell'antitesi della sua opera, la crede stabile, mentre sparisce nell'intervallo di un conclave; non indovina la lega di Cambray, la sconfitta di Venezia, la ristaurazione di Giulio II, la cacciata ultima dei francesi. Al momento in cui Lutero tuona sul mondo e Carlo V vi domina coll'immensa espansione spagnuola, teme che gli svizzeri possano invadere l'Italia riducendola a servitù; al momento di morire crede consunto il papato, e il papato è già divenuto l'ultima forza italiana, e la scoperta di questa idea sarà la gloria del Giovio. La sua migliore fantasia, il suo concetto più vuoto e meno conscio, è l'unità d'Italia, per la quale non ha nè disegno nè metodo. Nelle proprie storie non ha còlto il carattere nei tentativi impossibili dei goti, dei longobardi, dei Berengari, dei Romano, dei Visconti, degli Scaligeri, di Ladislao, dei veneziani, di Luigi XII; non ha compreso l'incapacità e l'impossibilità del regno in Italia, ha fallato sull'azione del papato, gli è sfuggita quella delle republiche e dei principati; e non pertanto l'ardore della sua fantasia, la luce del suo ingegno, trionfano di tutti questi errori coll'assurdo, strappandogli dalla penna la più bella, sincera e candida invocazione all'unità d'Italia, simile ad una profezia del Petrarca, e che si chiude con quattro versi del Petrarca.Come l'Ariosto, Machiavelli non ha capito il propriotempo, e lo ha interpretato coll'immaginazione; la poesia dell'uno e la politica dell'altro sono identiche: nessuna virtù, nessun ideale, nessuna idea. Gli eroi di Machiavelli uccidono colla medesima insensibilità di quelli dell'Ariosto; storia e poema sono una stessa successione di scene, nelle quali l'interesse è tutto nell'azione sempre interrotta e sempre ricominciata; nè il popolo, nè la coscienza esistono per loro. Chi vince ha ragione, e vince sempre il più forte; ma vittoria e sconfitta non mutano nulla al dramma che non va al di là della scena, e non lasciano conseguenze perchè non contengono concetti. I due ingegni dell'Ariosto e del Machiavelli si assomigliano; entrambi poetici, sereni, insensibili, fatti di arte e nell'arte, plastici e colorati, danno rilievo a tutto che disegnano: non credono a nulla, non si appassionano di nulla. Ariosto e Machiavelli contemporanei s'ignorano: trasportandoli in Germania, dove si elabora la nuova coscienza, si crederebbero in un manicomio; nella superbia della propria destrezza e della propria empietà non comprenderebbero nè la più piccola delle angoscie, nè la meno pura delle esigenze della nuova tragedia religiosa e politica. La loro mancanza di fede e la loro inconsapevolezza sono una conseguenza delle condizioni italiane: nè Ariosto, nè Machiavelli intendono Dante, l'ultima fede del quale è morta col misticismo di Colombo. Ariosto e Machiavelli sono già cortigiani senza più alcuna delle antiche fierezze dei partigiani o dei cittadini comunali: ambedue si sentono mancare sotto l'Italia; e, non potendo afferrarne la ragione, il primo, che è un poeta della vita, ripara nel sogno, il secondo, che è un poeta della politica, sogna la tirannia su tutti gli avvenimenti con un codice di massime come gli alchimisti si preparano a sognare il dispotismo sulla natura colla pietra filosofale.La retrogradazione d'Italia.Ma se l'Italia passa nel 1530 alla coda della storia politica d'Europa, dalla caduta dell'impero romanoall'avvento della riforma, ne è stata non solo l'avanguardia ma il centro ideale. Senza l'Italia, nella quale sorgono e si urtano i due termini dell'impero e del papato, gigantesche pile su cui l'umanità getta il ponte dalla propria storia antica alla storia moderna, la vita europea non avrebbe avuto nè tradizione, nè progresso. Dall'Italia si diffonde la conversione cristiana e quella parte di cultura romana che può sopravvivere; in Italia spuntano le originalità della nuova creazione; sull'Italia basa l'impero che rattiene ancora nel mondo l'unità necessaria alla diffusione del cristianesimo e al federalismo generatore degli stati moderni. Tutte le altre nazioni, dalla Russia all'Inghilterra, dalla Scandinavia all'Ungheria, dalla Spagna, che respinge l'oriente, alla Francia, che resiste a tutti, hanno d'uopo della idea italiana, e domandano all'Italia il segreto della propria vita, aspettano dall'Italia il segnale delle proprie rivoluzioni. Tutte le legislazioni europee s'informano del doppio elemento cristiano e romano: al di sopra di tutte le anime sta il papa, alla testa di tutti i duci l'imperatore. Senza le due formole italiane della chiesa e dell'impero l'Europa non sarebbe uscita dal caos; senza Roma il mondo antico dispare e il mondo moderno non appare; senza la contraddizione ideale del papa e dell'imperatore la feudalità è invincibile per il popolo, e senza la loro duplice unità le coscienze ricadono dalla storia nella natura.Per tutto il medio evo l'Italia è il centro, la passione, la ragione d'Europa, elabora le leggi del mondo, salva l'antichità, prepara l'avvenire, arma il clero, consacra e sconsacra imperatori, spinge e rattiene i popoli, diffonde la religione, maneggia la politica, prodiga capolavori d'ogni genere, resiste a tutti i modi della sventura: illumina e riscalda, pensa e sente, mantiene per un processo infallibile e misterioso al proprio pensiero e al proprio sentimento il carattere dell'universalità.Ma nel 1530 l'Europa moderna è creata; e il grande ufficio storico dell'Italia si limita a mutare il papatoe l'impero in ostacolo, per dare alla Riforma l'obbiettivo e l'energia di se stessa. La storia italiana, che procedeva con febbrile rapidità di rivoluzione in rivoluzione, si arresta quindi coi propri principati sotto la conquista spagnuola, mutandosi in una cronaca di Torino, di Roma o di Napoli. Venezia dura, non vive; Firenze vive, non crea; Roma governa, non regna; Napoli regna e governa inutilmente; Torino regna e governa oscuramente. La tragedia, nazionale in Germania, in Inghilterra e in Francia, discende a dramma individuale in Italia, giacchè il suo spirito troppo superficiale nel secolo di Leone X si è rituffato nelle proprie insondabili profondità sino al gran giorno, nel quale Napoleone I alla testa della rivoluzione francese ritenterà la ricostituzione del regno.

Collo stabilirsi delle grandi signorie i campi armati subiscono la stessa miseria da loro creata nelle città. All'infuori di Francesco Sforza, che solo fra tutti ha potuto innestarsi sul vecchio tronco dei Visconti, gli altri condottieri, impotenti a crearsi una signoria, perdono d'un tratto ogni importanza per ridiscendere al livello degli antichi mercenari sotto il potere politico dei grossi signori. L'epoca eroica è conchiusa. Piccinino, figlio di Niccolò, non credendolo soccombe ad un agguato tesogli da Ferdinando d'Aragona: i nuovi generali sono signori che riprendono il mestiere dei condottieri per portarvi l'ordine della loro nuova funzione. Il problema del secolo XV si è risolto colla costituzione dei principati. Le nuove capitali sono Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo nella Sicilia non più indipendente, Aiaccio e Bastia nella Corsica, Cagliari e Sassari nella Sardegna: le antiche sono scomparse irrevocabilmente dalla storia. Le ultime republiche non lo sono più che di nome e aderiscono alla federazione dei nuovi stati, che proclama nella sconfitta dell'unità il trionfo delle individualità regionali. Tutte le varietà delle forme politiche fioriscono in Italia.

Mentre i turchi prendono Costantinopoli, nel 1453 il pontefice Nicolò V pacifica la penisola, riunendolain una crociata che svapora in parole, e sopravvive nella prima pace stretta tra le grandi potenze italiane. Più tardi, quando l'espansione di Venezia minaccia l'Italia, tutti gli stati si collegano contro di essa; più tardi ancora la lega si rinnova per la difesa di Ferrara, e due anni dopo Venezia rientra nella federazione. Il nuovo trattato sopprime per sempre la memoria dei guelfi e dei ghibellini, riconosce l'indipendenza sovrana degli stati, guarantisce loro reciprocamente il non intervento, assolda un condottiere a spese comuni e le riparte proporzionandole all'estensione geografica. L'antica unità romana ed imperiale è dunque sparita. Se le vecchie libertà republicane riavvampano ancora nelle congiure dell'Olgiati a Milano o dei Pazzi a Firenze, e il sogno unitario non è ancora dissipato a Venezia; se drammi in ritardo insanguinano tuttavia molte città, e i papi mirano già a più vasta restaurazione pontificia contro i recenti stati mentre nuovi stranieri stanno per discendere le Alpi; nullameno lo splendore di questa rivoluzione dei condottieri è più vivido che in ogni altra antecedente, e il genio politico di Lorenzo dei Medici diventato capo morale della lega annunzia al mondo una nuova èra politica. L'Italia libera, federale, ricca, colta, abbagliante di pensiero, stupefacente di opere, è più che mai la primogenita d'Europa. Tutti i popoli della penisola sembrano riposarsi nell'eleganza sapiente della nuova vita dalle tragiche fatiche di tanti secoli di rivoluzioni.

Un'altra società si era già formata e si veniva formando su nuove basi. L'unità nazionale penetrava nelle coscienze coi capolavori della pittura e della letteratura, coi trattati della politica, collo scambio dei commerci e delle classi. La democrazia trionfante colla signoria aveva livellato le maggiori differenze: il principato, troppo grande per sparire nella persona del principe, il popolo troppo cosciente per non cercare il principio razionale della legge in ogni ordine del governo, la nuova cultura troppo varia, scettica e passionata per essere semplicemente una decorazione di corte, lareligione troppo poco sentita per impedire i primi slanci della filosofia e le prime investigazioni delle scienze, le antiche indipendenze mutate in orgogli cittadini, la coscienza di un primato mondiale, un epicureismo fine, energico, innamorato delle idee ed accorto dei fatti, tutto concorreva a fare della nuova civiltà il principio di un mondo. Si aveva ancora l'indipendenza nei singoli stati e si viveva già in una certa eguaglianza: l'unità regionale non arrivava ancora alla nazionale, ma negava nullameno con serenità derisoria le vecchie unità dei papi e degli imperatori.

Però la coscienza morale sbattuta da tante catastrofi non aveva più nè criteri, nè ideali precisi. Le sue passioni si erano logorate nella loro stessa tragedia, i suoi bisogni si davano libera carriera nelle gioie della pace fra i capolavori quotidiani di un'arte incomparabile. Questo trionfo non era una transazione ma una conclusione: l'Italia in sino allora rimorchiatrice del mondo non poteva andare più oltre. Dopo averlo emancipato dall'impero e dal papato, logorandoli e sottomettendoli alla ragione della propria storia, saprebbe ancora scoprire l'America con Colombo, la stampa con Castaldi, con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci trovare il metodo sperimentale, dare un modello delle storie con Guicciardini, un codice della politica con Machiavelli, la satira di tutto il medio evo con Ariosto, rinnovare Dante con Michelangelo, assicurare più tardi la rivelazione astronomica con Galileo, creare un popolo di artisti e di statue, resuscitare tutta l'antichità coll'erudizione, improvvisare un'eleganza superiore a quella dei greci, brillare di scienza e d'incredulità, di ricchezze e di pensiero, ma non guidare ancora la storia europea.

Regno e rivoluzione religiosa sono per essa egualmente impossibili.

Quindi attraverso la gloria del secolo XV cominciano già i segni della decadenza. Nessuno succede più a Dante, a Petrarca, a Boccaccio: l'originalità sembra esausta nella letteratura mentre l'erudizione moltiplicai modelli diseppellendoli nell'antichità; si direbbe che la coscienza vuota di avvenire si precipiti sul passato. Alla passione dei fatti presenti, che dovrebbe animare l'arte, succede quella dei fatti passati; Crisolora portando l'ellenismo da Costantinopoli suscita un entusiasmo indescrivibile. Leonardo Bruni interpreta i vecchi filosofi greci, Flavio Biondo è il primo geografo dell'Italia antica e moderna, Pastrengo scrive la prima biografia universale, Poggio Bracciolini inizia storie, viaggi e polemiche, ammirabile di spudoratezza e di penetrazione, di servilità e di originalità; Aurispa, Barsizza, Traversari frugano archivi e biblioteche per rimettere in circolazione classici ignorati. Una traduzione di Tucidide e di Polibio è pagata quanto una città; Coluccio Salutati, incoronato come il Petrarca e tanto a lui inferiori, scrive come lui lettere che sono avvenimenti; Filelfo, Valla, Bessarione, Giorgio di Trebisonda discutono fra loro con una frenesia di passione che li spinge a ferirsi col pugnale dopo essersi contusi colle invettive, mentre il mondo li ammira e li applaude, gitta loro gemme e sorrisi, titoli e corone. La empietà diventa un orgoglio, la bellezza una religione, la dottrina una potenza, Platone e Aristotele rinnovano nella nuova chiesa dei dotti il contrasto di San Paolo e di San Pietro, dividendo i campi del pensiero filosofico ed assicurando alla filosofia lo stesso trionfo della pittura sulla religione. Idea e bellezza divengono le due verità supreme: la religione non è che la credibilità delle forme più basse della filosofia, la rappresentazione delle quali pericolava sotto l'ispirazione di un odio alla natura e al mondo. Ma la filosofia domina col pensiero, e la pittura glielo abbellisce. L'antica Maria del cristianesimo si muta nella Madonna del Petrarca, immagine immacolata e voluttuosa; il Padre Eterno non è più che un Giove Olimpico coi lineamenti inteneriti dalla tragedia di Gesù; questi più bello di un Adone, di una bellezza fra il femminile e il maschile, non soffre più che nello spirito e deve conservarsi semprebello, anche sotto le battiture e sopra la croce, per commuovere i nuovi adoratori.

Poliziano incapace d'intendere Dante rifà un Petrarca più plastico, con suoni più dolci e colori più carnei; Lorenzo dei Medici sembra ritrovare qualche nota di Anacreonte pei canti carnascialeschi, nei quali la brutalità dei costumi anteriori e la corruzione dei costumi presenti si uniscono nullameno per indicare una decadenza, che l'arte abbellisce, la scienza distrae e la politica urge. Pulci nelMorgante Maggioreirride all'impero e alla chiesa con una satira mescolante mitologia cristiana e pagana, storia e religione, senza coscienza nè dell'una nè dell'altra, e gualcendo come per chiasso quasi tutte le figure del proprio poema, che Boiardo dovrà ricomporre ed Ariosto recare ad insuperabile bellezza.

Il teatro manca perchè manca la coscienza: la vita storica italiana trionfa delle proprie contraddizioni politiche, ma non ha contraddizioni ideali capaci di mutare i suoi assassinii in drammi. Gli eroi abbondano, le scene sono troppe, le peripezie incessanti, le catastrofi incalcolabili, eppure la tragedia non irrompe nell'arte. Tutti scherzano dopo la rivoluzione dei condottieri; la pittura non ama che la forma e il colore, la letteratura che la frase e l'erudizione. Fede e passione avevano creato Dante; scetticismo ed epicureismo preparano in Pulci l'Ariosto. Shakespeare fallirà alla gloria d'Italia perchè Savonarola non può essere Wiclef; nè Paolo Sarpi, Lutero. Solo Michelangelo sarà tragico, quasi per dimostrare che nel secolo XV l'anima italiana, passata dalle lettere nelle arti, non si esprime più che con immagini, per un inesplicabile segreto della storia perfezionando la propria facoltà di rappresentazione quando appunto le veniva intimamente mancando ogni coscienza. Mentre Lutero protesterà a nome di Dio contro il papa, Michelangelo minaccerà lo stesso Giulio II dipingendo le collere e i terrori divini per tutte le vòlte del Vaticano; quando la libertà di Dante spirerà sotto la signoria dei Medici, Michelangelo, costretto a scolpirele tombe dei tiranni, si vendicherà mettendo sulla fronte di uno tra loro la tragica concentrazione del problema affaticante il nuovo secolo, e atteggerà di dantesco dolore tutte le figure simboliche del tempo.

I principati governano l'Italia libera da ogni autorità straniera e dalle vecchie discordie comunali e settarie.

II progresso politico ottenuto colle ultime rivoluzioni si traduce già in progresso civile, ma i principati, che lo attuano, dovrebbero come queste contenere la potenzialità di una più alta forma per lasciargli con più libera carriera la possibilità di creazioni originali. Ed invece i principati rappresentano l'ultimo termine dell'originalità italiana. Tutte le altre nazioni d'Europa, sempre accodate alla storia d'Italia, stanno per sorpassarla: questa non può produrre spiriti religiosi come Torquemada e Gerson perchè la sua fede cattolica manca al tempo stesso di passione e di disciplina; non conquistare nuovi mondi come il Portogallo e la Spagna perchè tutta piena di repubbliche marinare e di marinai, come Colombo, Cabotto e Vespucci, non ha creduto nè al loro genio, nè alla loro opera. La gloria delle armi d'ora innanzi apparterrà quindi ai francesi e agli svizzeri, quella delle imminenti riforme religiose all'Inghilterra e alla Germania, nella quale l'istinto federale seguita quella splendida vita di piccole o mezzane circoscrizioni che avevano illustrato la vita italiana dalla morte di Odoacre a quella di Lorenzo de' Medici. Per salvare l'Italia dalla irreparabile decadenza e mantenerla alla testa della civiltà europea bisognerebbe rifarle una coscienza morale e politica, tuffandola in una tragedia ideale che le scoprisse nel fondo del vecchio cristianesimo e della nuova filosofia, combattenti contro il papato, il segreto di una più alta libertà spirituale. La personalità dello stato e del cittadino non può scaturire che da tale tragedia. Nessunprogresso materiale, nessuna bontà di congegni o di ordinamenti politici, potrebbero creare i due tipi del cittadino e dello stato moderno. Se il cristianesimo era stato un'emancipazione della natura dalle imminenti divinità pagane che l'infestavano coi capricci delle loro volontà, e la sua conquista di Roma si era svolta come liberazione dall'unitarismo imperiale soffocante nella cornice del passato ogni avvenire; se le invasioni dei barbari avevano rinvigorito con infusione di sangue vergine e di intatte potenze la decrepita individualità mediterranea; se l'impero romano era lentamente dileguato attraverso quelli di Carlomagno, di Ottone e del nuovo Massimiliano sino a non esser più che un ricordo e una decorazione; se il cittadino del comune italiano, quantunque più debole, era più complesso dell'antico cittadino romano; nè il cristianesimo, nè il cattolicismo, nè i barbari, nè i comuni cresciuti a principati, potevano senza una più profonda rivoluzione assurgere all'idea dello stato e del cittadino odierno.

Il cristianesimo sintetizzato dal cattolicismo si appesantiva sulla recente coscienza non meno del paganesimo sulla coscienza filosofica dei tempi di Augusto: l'altezza de' suoi principii diminuita dalle interpretazioni papali, invece di elevare i pensieri, impediva gli sguardi. Bisognava emancipare nuovamente la coscienza religiosa per ridarle l'estasi eroica di altri dialoghi con Dio nella superbia feconda di una sovranità spirituale superiore ad ogni potere mondano. Le incarnazioni domestiche religiose e politiche dell'autorità ne oscuravano il principio stesso: le differenze sociali, per quanto scemate nei fatti, rimanevano infrangibili nei sentimenti; ogni padrone si sentiva maggiore del servo, ogni servo conservava qualche cosa dello schiavo; i governi, invece di essere l'espressione organica del diritto pubblico, significavano il resultato di un compromesso fra le sommosse del popolo inasprito da bisogni o sollecitato da idee misteriose e le concessioni del sovrano, qualunque ne fosse il nome, che si reputava padrone dello stato e lo conquistava, lo conservava, lotrasmetteva con ogni mezzo, senza nemmeno sentire nella propria autorità una delegazione popolare e nella propria attività una rappresentanza legale. Tesoro pubblico e tesoro regio erano tutt'uno, ogni cittadino non valeva ancora che nella propria classe, e con essa e per essa solamente poteva ottenere giustizia; quindi le famiglie organizzate feudalmente, le corporazioni e i mestieri mutanti ogni novizio in uno schiavo e ogni associazione in una camorra, la giustizia ridotta a una capricciosa perfezione o ad un'infamia dell'arbitrio, la religione nemica delle scienze, le arti serve dei principi, il commercio senz'altra garanzia che la cointeressenza dei reggitori pubblici, l'industria sospettata nelle scoperte, non difesa nelle privative, abbandonata nei risultati; la vita privata senza virtù, la vita publica senza l'idea di nazione, di stato, di governo, di rappresentanti e di rappresentati, senza l'unità della sovranità che dev'essere identica nell'individuo singolo e nell'individuo collettivo.

L'Italia nata e cresciuta federale non poteva passare al regno.

Per giungere a quest'idea le sarebbe abbisognata una forte coscienza politica unitaria e un'immensa forza di conquista in qualcuno de' suoi tanti principati. Invece tutta la vita e la storia italiana si erano svolte nella negazione del regno iniziato da Odoacre: nessun conquistatore barbaro o capo indigeno, per quanto abile nella politica e prode nelle armi, aveva potuto diventare re d'Italia. Da Berengario ad Ezzelino, da Giovanni Galeazzo a Ladislao, dagli Scaligeri ai Savoia, da Pavia a Venezia, avventurieri, eroi, tiranni, signori, republiche, a tutti il sogno della conquista italiana era balenato nella mente e a molti aveva costato la vita senza nemmeno permettere loro di tradurlo nella sincerità di una pretesa. L'Italia aveva dovuto crescere nel federalismo e col federalismo. Ora il passaggio dalla federazione al regno era anche più difficile per l'aumentata importanza dei principati sugli antichi comuni. Napoli, soggetta agli Aragonesi,aveva così scarsa italianità che la sua conquista, impossibile per cento altre ragioni, sarebbe sembrata a tutti il trionfo di un'impresa straniera; la Savoia più francese che italiana, senza vita civile, povera e rapace, non si era ancora abbastanza mescolata nella storia nazionale: come mai Venezia, Napoli, Firenze e Milano avrebbero ceduto a Torino o a Chambéry? Milano limitata dal Po, stretta fra le forze marittime di Venezia e quelle montanare della Savoia, non avrebbe potuto sdoppiarsi abbastanza per dominarle entrambe; Firenze, scettica e coltissima, sfuggiva nella Toscana con incomparabile destrezza a tutte le prese; Venezia, bizantina e quasi ieratica nella propria organizzazione, non poteva mutarla per assoggettare l'Italia senza prima suicidarsi. Ma Roma sopratutto, caduta naturalmente nella signoria del papa, non poteva essere conquistata da nessun principe senza una rivoluzione religiosa che disarmasse il pontefice in faccia ai popoli; e senza Roma o contro Roma ogni unità italiana era assurda. La rivoluzione del regno non poteva uscire in Italia da quella dei principati: troppe differenze regionali separavano tutti questi piccoli stati, rendendoli fra loro più stranieri che non con tutto il resto d'Europa: nessuna republica o dinastia o lega o matrimonio avrebbero bastato nemmeno a riunire l'Italia in due o tre corpi.

Se la Spagna, federale come l'Italia, aveva raggiunto con Ferdinando d'Aragona e con Isabella di Castiglia l'unità regia, era questo un frutto della lunga guerra sostenuta contro gli arabi e i mori, nella quale la necessità della difesa tendendo sempre all'unificazione doveva fatalmente fargliela trovare nella conquista dell'indipendenza; poi la Spagna aveva un forte sentimento religioso, reso più vivo dall'urto secolare col maomettanismo, e invece l'Italia scettica subiva piuttosto l'influsso del papato politico che del cattolicismo.

D'altronde nella storia europea un regno italico del secolo XV sarebbe stato senza scopo e senza significato: l'unità italiana avrebbe dominato colla superioritàdella propria forza spirituale tutta l'Europa, riproducendovi la tirannia romana ed impedendo l'individualizzarsi delle altre nazioni, mentre il papato soppresso in Italia da una impossibile unità regia o republicana avrebbe reso egualmente impossibile nella riforma quell'ideale tragedia, dalla quale la coscienza europea doveva derivare la libertà religiosa a fondamento della libertà politica.

L'Italia necessaria alla storia moderna, come la Grecia alla storia antica, nel medesimo ufficio di elaborazione per tutte le idee e le forme politiche, doveva somigliarle anche in questo: che non arriverebbe colle proprie forze a conquistare l'unità nazionale. Solamente l'Europa potrebbe costituire il regno italico quando, creati colla riforma tedesca e le rivoluzioni inglese e francese lo stato e il cittadino nella loro più pura identità, discenderebbe poi a realizzarli dovunque convergendo lo sforzo di tutte le proprie attività contro i residui medioevali della propria storia. Individuo, stato, umanità, il gran ternario della vita storica moderna, nella quale ogni termine è identico e composto degli altri due, impediva nel secolo XV all'Italia la sua unità nazionale. L'interesse della storia europea e le necessità della coscienza mondiale, aspettante dalle rivoluzioni germanica, inglese e francese la liberazione dall'unità cattolica, dovevano quindi valere e valsero più dell'interesse e della coscienza italiana. La quale, smarrendo improvvisamente la logica infallibile di tanti secoli di rivoluzioni, parve non comprendere più quelle che si iniziavano dappertutto, e si perdette in una vita altrettanto piena di avvenimenti che vuota di significati e di ideali.

Alla morte di Lorenzo dei Medici (1492) e di Innocenzo VIII la lega dei principi italiani si ruppe. Altre gelosie si accesero fra Napoli e Milano; Lodovico il Moro usurpatore del ducato al nipote Gian Galeazzocon uno dei soliti drammi domestici, atterrito dalla nuova lega stretta contro di lui da Venezia, Firenze, Roma e Napoli, invocò contemporaneamente l'aiuto della Francia e dell'imperatore Massimiliano. Questa, che fu chiamata perfidia ed era la vecchia politica di tutte le rivoluzioni italiane, divenne il grande atto della servitù italica. L'Italia corsa per tanti secoli da invasioni d'ogni sorta, ne aveva sempre trionfato, utilizzandole perfino nei peggiori disastri; ma, esaurita allora nella propria potenzialità politica, si lasciò prostrare dalla calata di Carlo VIII di Francia, quantunque più effimera di quella di Enrico di Lussemburgo. Invano il Moro spaventato dagli incredibili successi di re Carlo, che ricordandosi importunamente di Valentina Visconti e di Carlo d'Angiò pretendeva all'eredità di Milano e di Napoli e traversava tutta Italia nel sogno trionfale dell'antico dominio franco, cercò riparo alla propria imprudenza riannodando contro di lui una lega anche più formidabile dell'altra, contro la quale lo aveva invocato; invano, ricomponendosi dallo sbalordimento dalla prima sorpresa, costrinse re Carlo a rientrare in Francia dopo l'inutile vittoria di Fornovo. L'Italia incapace di mutarsi in regno, deve finire preda delle nazioni vicine che lo sono già o stanno per diventarlo. Infatti poco dopo Luigi XII ridiscende le Alpi, fa prigioniero il Moro, penetra nel reame di Napoli cogli spagnuoli di Ferdinando il Cattolico, ma invece di spartirlo con lui secondo il trattato segreto, gli si volta contro, per tenerselo intero come vecchia appendice del ducato d'Angiò.

L'indipendenza della federazione italiana, così sicura poco prima, ha perduto i due più grossi stati; la sua vita chiusa nella parentesi di una conquista francese prova già i primi sintomi dell'asfissia. Il suo avvenire politico è chiuso. L'appello del Moro all'imperatore Massimiliano non può rievocare la vecchia dominazione imperiale, ma un'altra ne sorge a Roma con Alessandro Borgia, empio fra i più empi ed accorti pontefici. Poichè il papato si era assiso in Roma e in alcunesue provincie come una signoria destinata a svolgersi quotidianamente in principato, sente d'un tratto crescersi la necessità del regno. Milano soggiogata, Napoli caduta, Firenze respinta nel passato dalla nuova espulsione dei Medici, suggeriscono fatalmente alla politica del Vaticano il disegno di una conquista, che, slargando i confini del principato, dia alla chiesa l'estensione e l'importanza di un regno. I vecchi titoli delle donazioni di Carlomagno e di Ottone sono ancora là per giustificare qualunque impresa. Ma Alessandro Borgia, insignoritosi del pontificato colla perfidia di un Gabrino Fondulo, interpreta questa idea politica colla propria passione di avventuriero, sognando di costituire entro la chiesa e contro la chiesa un grosso ducato al proprio figlio Valentino, maggiore di lui nella profondità satanica dell'ingegno e nella potenza delle armi. La inconciliabile antitesi di quest'impresa sfugge non solo ai due Borgia, ma al Machiavelli. Il duca Valentino raddoppia invano eroismi, sfolgorando nelle vittorie, scivolando attraverso ogni combinazione politica, impadronendosi della Romagna, pacificandola con un mirabile governo. Il suo genio multiplo e indomabile resiste a tutti i rovesci, gira gli ostacoli che non si lasciano abbattere, finchè Alessandro Borgia muore e il Valentino, ammalato, ha appena il tempo di fuggire, lanciando alla storia, che rovescia l'edificio del suo sogno, la sfida di un orgoglio sempre superiore a tutti gli avvenimenti.

Ma il papato con a capo Giulio II, il forte nemico dei Borgia, prosegue nell'idea del regno senza contraddizioni di ducati domestici. La restaurazione pontificia si presenta come l'ultima forza e gloria dell'Italia. Solo il papato, sostenuto dal proprio principio religioso contro le pretese di tutta l'Europa cattolica, può impedire che l'Italia, incapace della propria unità nazionale, non si unifichi come provincia conquistata da qualche regno straniero. La necessità per il papato di costituire un regno salva l'Italia: Giulio II, presentandosi come il restauratore di quello, si precipita vecchionella lotta coll'ardore di un giovane eroe. Poichè Venezia si è dilatata nelle Romagne idealmente acquisite alla chiesa dalle imprese dei Borgia, egli si avventa sulla republica: al tempo stesso veemente e profondo nella politica, riunisce contro l'altera republica nella lega di Cambray (1508) l'imperatore Massimiliano, re Luigi XII e Ferdinando il Cattolico; la republica resiste intrepidamente a questo sforzo di tutta l'Europa, ma vinta alla battaglia di Agnadello perde in un'ora le conquiste di un secolo. Il grande principato della chiesa è costituito; Bologna e Perugia vi sono perite prima; il ducato di Urbino ne è un vassallaggio che riproduce nella politica di Giulio II l'errore capitale di quella dei Borgia, inevitabile allora nel trapasso dei principati ai regni. Ferrara, agognata e minacciata, diventerà presto o tardi il forte baluardo del regno pontificio al nord.

Infatti Giulio II, sdegnato e pensoso dell'opera francese, si stacca dalla lega di Cambray per stringerne un'altra contro la Francia con Venezia, Ferdinando e gli svizzeri. Massimiliano rappattumatosi per denaro coi veneziani abbandona i francesi, che perdono alla battaglia di Ravenna tutti i vantaggi ottenuti da quella di Agnadello. Genova, che aveva tentato invano nel 1506 una rivolta contro di essi con Paolo da Novi, doge plebeo alla testa della plebe, la compie ora (1512) con Giano Fregoso; Massimiliano Sforza rientra trionfalmente a Milano piuttosto come vicario imperiale che quale duca indipendente; Firenze riconquista Pisa toltale dalla prima invasione di Carlo VIII, e perde nella seconda maggiore signoria dei Medici la repubblica improvvisata dall'eroismo religioso e dalla demenza politica di frate Savonarola. Tutte le altre piccole signorie o republiche attardate hanno dovuto capitolare in questa ultima crisi dei principati. Solo la chiesa è uscita trionfante dall'arringo perchè sola in Italia ha un'idea necessaria all'Europa e una forma politica da conquistare; ma Giulio II, aprendo il gran secolo cui Leone X darà il nome, non sospetta nemmeno che la ristorazionedel papato, mal giudicato poi dal Machiavelli e da tutti gli storici posteriori, debba fatalmente coincidere colla Riforma di Lutero. Poichè l'Italia cessando di capitanare il progresso europeo non può come la Grecia ritirarsi dalla storia, svolge mirabilmente e consolida nel regno papale l'ostacolo necessario alla Riforma; quindi disciplina la tradizione cattolica, costringe i papi alla costituzione di un regno e li pareggia ai grandi re per dare loro l'indipendenza necessaria ad una tirannia ideale. La Riforma, già scoppiata inavvertitamente in Germania, si troverà così dinanzi riunite le due vecchie idee del papato e dell'impero per meglio vincerle in una guerra secolare, emancipando per sempre il pensiero politico e religioso nella storia. Il papato, costretto dalla vita italiana a mutarsi in piccolo reame, rivelerà più facilmente tutte le proprie brutture e inconciliabili contraddizioni ideali; l'impero, invocandolo, ne diverrà il gendarme invano prepotente; tutte le libertà e l'avvenire saranno dal canto della Riforma, tutte le servitù e il passato dietro Roma; mentre l'Italia inerte spettatrice dell'immensa lotta, della quale gli episodi insanguineranno le sue contrade, sembrerà perdervi ogni indipendenza di pensiero e di vita pur conservando nella vicenda di soggezione a stranieri, spesso mutati e sempre inevitabili, la fede di una futura unità nazionale in tre regni sopravviventi fra le rovine dei principati, la Savoia, le due Sicilie e la Chiesa.

La restaurazione di Giulio II non si arresta alla sua morte, perchè le vere idee politiche s'incarnano, ma non si subordinano agli individui.

Il suo successore Leone X, meno vasto nell'ingegno e forte nel carattere, ha tutte le qualità necessarie al proprio periodo. Se la casa dei Medici, d'onde esce, gli apprende la vanità di Alessandro Borgia inteso a costruire nelle Romagne un ducato al proprio figlio Valentino, l'opera di Giulio lo persuade come lo statodella chiesa non possa più essere distratto in alcuna combinazione domestica: quindi, abolendo la republica fiorentina e reintegrando i propri nipoti in una signoria male dissimulata, coordina la politica italiana a quella della chiesa. Senza la tirannia dei Medici Firenze sarebbe stata conquistata dalla Spagna o dalla Francia come Napoli e Milano. Solo il papato, caduto in mano ai Medici nell'ora in cui doveva comporsi a regno, poteva dare a Firenze quell'immunità che salvava le terre della chiesa. La Savoia e Venezia, quella troppo alta, questa troppo marittima, entrambe ai confini d'Italia, potevano evitare la servitù minacciata a tutta la penisola; Firenze posta come un ostacolo fra la conquista napoletana e la lombarda avrebbe dovuto esservi fatalmente assimilata nella voracità delle prime guerre senza l'intervento di una potenza superiore. I pontefici medicei furono i suoi patroni. Leone X anzichè liberarsi del sogno di Alessandro Borgia lo ripetè ad Urbino, raddoppiandolo a Parma; ma nelle tergiversazioni della sua politica, ove s'imbrogliarono poi tanti storici, non fece che cedere all'inconscia necessità di opporre gli uni agli altri i nuovi conquistatori d'Italia, ingrandendo nei loro reciproci disastri il regno della chiesa, alzandolo nella storia come una nuova Palestina sacra a tutti i credenti, e nella quale Roma sarebbe stata piuttosto Atene che Gerusalemme.

Le contraddizioni ideali del papato si urtarono quindi nella maggiore delle crisi. Mentre come regno costringeva la politica di Leone ad una corruttela assassina, che lo scetticismo epicureo di una corte formicolante di pittori, di letterati e di cortigiane commentava anche più impuramente; come istituzione divina sollevandosi al di sopra dei vecchi credenti e dei nuovi eretici acquistava una compattezza ed una personalità senza riscontro in tutta la sua storia. La nuova inevitabile tirannia ideale, colorandosi di tutte le infamie della tirannia politica, dava alle critiche della Riforma la giustezza, la precisione necessaria a coordinare nella storia tutte le ribellioni spirituali esaurentisida tanti anni in drammi inutili ed incompresi. La Riforma era la sovranità dell'individuo cristiano in faccia a Dio, il papato era la subordinazione di Dio e del credente nell'interpretazione vaticana; qualunque applicazione della libertà, anche contraddicendola, doveva venire dalla Riforma, tutte le resistenze autoritarie sarebbero inspirate e legittimate dal papato.

Il suo regno, sembrando contrastare alla formazione del regno italico, per una critica più acuta fu invece il solo ostacolo alla conquista spagnuola dell'Italia, che avrebbe ridotta la grande patria della federazione ad un'unità senza vita e senza fisonomia. L'egoismo del papato costretto a difendersi da tutte le aggressioni impedì la totalità di ogni conquista straniera. Il vario concetto dei papi nell'ubbidire a questa storica necessità (e alcuni fra essi avrebbero voluto magari la rovina d'Italia e nessuno di loro pensò mai all'interesse della grande patria italiana) non mutò l'opera del papato. Quindi la storia, come scienza di un sistema nel quale i fatti derivano dalle idee e si compiono coll'assorbimento di tutte le passioni, deve oggi affermarlo serenamente al disopra degli ultimi clamori ghibellini e giacobini, che insultano nel papato, già libero dal proprio potere temporale, gl'inutili e criminosi impedimenti da esso opposti alla recente formazione del regno nazionale.

Al momento della Riforma l'espansione francese, dovuta semplicemente alla superiorità del suo governo unitario su quello federale germanico nella prontezza delle mosse politiche e militari, deve cedere dinanzi alla necessità ideale che richiama nella lotta la vecchia idea dell'impero. La restaurazione pontificia di Giulio II si abbina alla restaurazione imperiale di Carlo V. Non è più l'Italia che lotta contro questi due poteri supremi, ma la Germania: l'ira cristiana di Dante diventa collera protestante nel petto di Lutero. Alla morte di Luigi XII, invano ostinato eroicamente alla conquista del milanese, e colla successione di Francesco I, cavaliere valoroso e grottesco, si disegna sulfondo del secolo la grande figura di Carlo V. Arciduca dei Paesi Bassi, erede di Spagna e di Germania, egli diviene involontariamente la sintesi dell'impero e l'ultimo imperatore. La Spagna riproduce in un istante indimenticabile di gloria la vecchia unità romana fusa nella nuova unità cattolica; ma la federazione, processo moderno dell'individuazione degli stati, è dentro di essa, e la Riforma, che deve formare l'individualità del cittadino coll'emancipazione del credente, è dentro e fuori di essa. L'espansione francese non ha e non può avere valore. Invano Francesco I discende le Alpi, vince a Marignano, e compra dalla viltà dell'ultimo Sforza per 30,000 scudi il ducato di Milano; più invano minaccia il reame di Napoli e si destreggia in una politica di leghe, nella quale i trattati succedono ai trattati: Carlo V, comparendo sulla scena della storia, lo rilega istantaneamente al secondo posto coll'imporgli la fatalità di una guerra, nella quale la Francia deve soccombere.

Infatti la scempia vanità di Francesco I aspirante all'impero moltiplica i pretesti della lotta: la Spagna, già in possesso di tutto il mezzogiorno d'Italia e coll'eredità dell'impero germanico succeduta in ogni diritto dell'antico patto di Ottone, non può evitare l'impresa di Milano. Leone X più duttile di entrambi gli avversari offre a Francesco I il suo concorso per la conquista di Napoli contro la cessione alla chiesa di tutto il territorio di qua dal Garigliano, e a Carlo V la sua cooperazione alla conquista di Milano contro la cessione di Parma e Piacenza e la conferma di Reggio e Modena. Carlo V, più largo, stringe il patto col pontefice. La guerra si accende nella Navarra, nel Lussemburgo, in Italia; è sospesa alla morte di Leone (1521), ricomincia con Adriano VI, si complica colla diserzione del Borbone, si allunga coll'inutile spedizione del Bonnivet nel Milanese e colla fallita invasione in Provenza del Borbone, finchè si chiude col più terribile disastro francese a Pavia. Francesco I vinto e prigioniero lascia l'Italia alla Spagna. Clemente VII, unaltro Medici succeduto a Leone, meno splendido, ma forse più astuto, che aveva stretto un nuovo patto con Francesco I all'ultim'ora, si trova solo e nemico contro il vincente imperatore, al quale la Riforma impone di allearsi con Roma. L'equivoco di tale politica doveva presto dissiparsi nella chiarezza ideale della storia, ma il suo imbroglio supremo fu tale che Guicciardini, la testa più forte di allora, vi si perdette e Machiavelli ne delirò.

La dominazione spagnuola mise i tremiti della paura in tutti i principati italiani raggruppandoli in una lega, nella quale tutti sentendosi egualmente perduti trattavano separatamente e segretamente coll'imperatore per aprirsi una via di salvezza. Le idee più pazze si urtarono nelle più incredibili combinazioni; il Morone voleva offrire la corona d'Italia al marchese di Pescara, generale dell'imperatore e con questi imbronciato; il Machiavelli proponeva un esercito nazionale con alla testa Giovanni dalle Bande Nere: il senato di Milano inerme, credendo ancora nello Sforza, il più inetto fra gli inetti, ricusava di assumere il governo in nome dell'imperatore; poi il Frundsberg calava le Alpi coi lanzichenecchi per strangolare il papa, il cardinale Colonna a capo di ottocento cavalieri e tremila fanti assaltava Clemente VII nel Vaticano, il Borbone dava il sacco a Roma; mentre Firenze ritentava per l'ultima volta l'insana prova della republica, e Andrea Doria pari all'antico Timoleone e al futuro Washington, grande di ragione nella follia di tutti, liberava Genova colla gloria dei propri trionfi e coll'eroismo della propria virtù.

Ma il papa si sottopose finalmente alla Spagna ottenendone nel trattato di Barcellona quanto nessuna vittoria avrebbe mai potuto dargli; il suo stato, l'esarcato, il dominio su Roma, persino quello alto sulle due Sicilie, tutto gli fu riconfermato. Carlo V non gli chiese che l'incoronazione a Bologna e l'anatema contro gli eretici. La nuova incoronazione non era più il riconoscimento del vecchio impero romano risorto inquello di Carlomagno o nell'altro di Ottone, ma l'estremo patto delle due supreme autorità politica e religiosa egualmente minacciate dalla Riforma e minaccianti contro di essa. L'impero unitario di Carlo V poteva e doveva presto scindersi, ma il patto del pontefice si sarebbe ripetuto con tutti i re contro l'emancipazione di tutti i popoli, finchè la rivoluzione trionfante, attirando quelli nella propria orbita e costringendo il loro interesse nel proprio, li ribellasse contro il pontefice. In quel giorno il regno dei papi diventato inutile nella storia sarebbe condannato, e la sua disparizione avverrebbe come una scena del gran dramma rivoluzionario nell'ora e colla decorazione prestabilita.

Col nuovo patto fra la chiesa e l'impero, la geografia e la storia italiana rimangono definitivamente fissate: Venezia possiede quanto aveva perduto contro la lega di Cambray; il Milanese sotto il larvato governo dell'ultimo Sforza, e le due Sicilie appartengono alla Spagna; la Savoia, cresciuta fra i disastri degli altri, ha inghiottito quasi tutto il Monferrato; Mantova è fatta ducato; Firenze si prepara a trasformarsi in un granducato sotto i Medici dopo l'inutile eroismo di una resistenza republicana, nella quale la nullaggine dell'idea sarà ancora superata dalla scempia volgarità politica del suo processo; Genova republicana come Venezia, Siena con un fantasma di signoria, Bologna con una larva di libertà guelfa, Lucca con un'apparenza di libertà ghibellina, tutte piegano sotto il patronato della Spagna abbastanza forte per rattenervi ogni regionale velleità conquistatrice, e abbastanza indulgente per rispettarvi le forme del federalismo sempre necessariamente protetto dal papa.

La corruzione di quest'epoca meravigliosa, cominciata coi Borgia e finita coi Medici, è una conseguenza fatale della sua liquidazione politica: le grandi qualità del carattere e dell'ingegno mancano a tutti i suoi più illustri individui, se le si tolgono Michelangelo e Andrea Doria; la mobilità degli eventi, l'assenza delle idee, l'impossibilità di ogni originalità, annullano tuttigli ingegni, dominano tutti i temperamenti. La pittura rifugiata nella bellezza soccombe alla tragedia che agita l'anima di Michelangelo, la poesia muore nell'ironia inconsapevole dell'Ariosto, la Riforma brucia nel rogo acceso dalla demenza di Savonarola, la politica delira nelle formole di Machiavelli, la storia si distende come una trama patente, ma incomprensibile davanti allo sguardo di Guicciardini, la religione muta il proprio rito in carnevale per le aule vaticane, la coscienza regionale politica, che aveva creato dei partigiani come Dante, non produce più che dei diplomatici come il Morone.

Dopo l'esclamazione di Leonardo da Vinci: io servo chi mi paga! il Giovio tempera una penna d'argento e una penna d'oro a seconda del prezzo pel quale deve scrivere; e con più inconsapevole modernità Pietro Aretino, supremo condottiero della stampa, vi riassume il genio e la perfidia dei condottieri delle battaglie colla stessa imparzialità mercantile.

La liquidazione italiana è compiuta; gli ultimi conati delle città, ancora indipendenti o quasi, sono cessati. La follia republicana di Savonarola non dura più che nei sommessi rimpianti degli ultimi Piagnoni; l'obbedienza vicariale di Francesco Sforza succede alla temeraria indipendenza di Lodovico il Moro; il dramma di Squarcialupo in Sicilia s'acqueta come estrema convulsione dell'uccisa casa d'Aragona; le tergiversazioni di Leone X e di Clemente VII, ultimi tremiti del grande moto di Giulio II, s'arrestano nella quiete stagnante che sorprende la vita italiana. Il medio evo è conchiuso, tutti i vecchi partiti disarmati: i signori non sono più che aristocratici, il cavaliere si muta in gentiluomo aspettando da Baldassare Castiglione il nuovo codice delCortegiano: non più eroi, non più partigiani, non più passioni. Le vecchie patrie sono scomparse, la nuova grande patria non è ancora formata. L'uomo e il cittadino sono in elaborazione, la futura libertà sarà democratica, non republicana; la futura indipendenza dovrà essere nazionale o non essere. L'immensatragedia, che sta per iniziarsi, si svolgerà nell'intimo della coscienza lungi dai campi di battaglia e dalle riunioni politiche; in essa lo spirito trionferà della morte nella libertà della scienza e della religione.

Ma l'Italia decade.

Le sue arti, le sue scienze, la sua cultura sono ancora superiori a quelle degli stranieri che la conquistano, ma la sua idea storica, o meglio ancora l'esaurimento della sua idea, la condannano ad una decadenza simile a quella dei greci sorpresi dai romani, o dei romani assaliti dai barbari e dai cristiani. La sua forza federale resiste come stadio dell'individuazione dello stato, ma si arresta nell'impossibilità del regno; il suo papato vi arriva ma creando in se stesso l'antitesi nella quale deve soccombere: tutte le sue originalità sono finite, le sue virtù non hanno più campo, i suoi vizi ne hanno troppo. Nullameno l'Italia, sicura di non morire, non ha nè languori d'infermo, nè malinconie di condannato; e mentre l'esaltazione religiosa della Germania, precipitantesi nella nuova lotta ideale, oltrepassa i limiti del delirio per cadere in quelli del grottesco, essa sdoppia in due uomini tutta l'incredulità del proprio carattere e del proprio pensiero: Ariosto e Machiavelli.

L'Ariosto sogna, sorride, ride, deride: il suo poema si svolge in tutti i luoghi, fra un tumulto di scene nel panorama mobile di una decorazione, che mette la stessa verità nel fantastico e nel reale, accorda la medesima importanza a tutti gli episodi, prodiga la stessa bellezza a tutti i temi. Il disordine è la sua legge, la vivacità è la sua vita; senza principio e senza fine, non ha nè ideali, nè trama. Uno stesso sogno evoca tutto il medio evo, e una stessa derisione lo annienta: gli uomini vi sono trattati come le donne, nessuna impresa meglio condotta di una avventura, nessuna verità più sicura della follia. Il poeta si muove attraverso i propricanti urtandoli e scomponendoli, indifferente alle macchie di sangue e ai profumi dei fiori, distribuendo il medesimo sorriso alle figure più delicate e alle più impure, come un incantatore incantato egli stesso dalla forza del proprio incantesimo. Se il suo cervello è pieno, la sua coscienza è vuota: la nazione, cui appartiene, non ha nulla da dirgli, nè egli nulla da risponderle. Così la vita diventa per lui una fantasmagoria, che l'arte coglie senza dare alle proprie immagini maggior valore che non ne abbiano gli oggetti; Dio è un fantasma come gli altri, la patria un palcoscenico per dei personaggi immaginari, la virtù un costume di cavaliere e di dama, il vizio il fondo bestiale necessario a tutti gli animali anche umani. Le passioni, che sono sempre il fuoco di una idea acceso entro un cuore o entro un cervello, non illuminano e non bruciano mai le pagine del poeta: nulla è vero perchè tutto è effimero, ma tutto è bello perchè apparente. E il poeta, che ride di tutto, non sorride che alla bellezza di una parola o di un sentimento, di un paesaggio o di una figura, di una voce o di un verso. La sua sensibilità è così mobile e sincera, così pronta e fugace, che le lagrime si mescolano al riso e l'entusiasmo all'ironia; spesso, anzi troppo spesso, lo si vede sottrarsi alla commozione di una tenerezza con un motto osceno, o ergersi da una situazione scabrosa con uno scatto eroico. La sua anima di poeta non aspira a nulla, non rimpiange nulla, trastullata, beata nel giuoco radiante e sonoro delle apparenze, che confondono mitologia e storia, maghi e santi, epoche e religioni in un ateismo inconsapevole della propria decadenza, in un abbandono ignaro della propria abdicazione. Mentre Lutero, trascinando l'umanità nella teologia, la spinge a morire per la verità di certe interpretazioni dei libri santi coll'entusiasmo tragico di una libera fede, che riprendendo il dialogo interrotto dell'uomo con Dio rinsalda la catena del progresso storico spezzata in Italia; il grande poeta italiano, ignaro della rivoluzione germanica, sogna, sorride, ride, deride, e conoscendola seguiterebbe egualmentea sognare, sorridere, ridere e deridere. Per la coscienza poetica dell'Ariosto non vi sono che apparenze, delle quali l'unica verità è la bellezza; per la coscienza politica di Machiavelli non vi sono che combinazioni, delle quali l'unica verità è il successo.

Segretario di secondo grado nella republica, portato alla politica piuttosto dalla passione del temperamento che dalle attitudini dell'ingegno, Machiavelli non vi reca nè coscienza, nè idealità, nè metodo. L'ateismo del suo spirito, togliendo ogni significato alla vita e alla storia, non scorge in entrambe che una lotta di forme, nella quale la vittoria resta sempre e fatalmente al più forte. Il mondo non ha per Machiavelli nè disegno, nè scopo. Tutti gli uomini vi sono uguali in tutte le epoche. La marcia dell'umanità nella storia si cangia in una ridda intorno al potere politico, che tutti agognano, e pochi forti o robusti conquistano. Secondo lui l'uomo non ha che passioni e interessi: il governo dello stato non è quindi che governo di passioni e di interessi individuali. Famiglia, comune, regione, stato, umanità non esistono che come cornice insignificante, entro la quale le forze aggressive degli individui si danno libera carriera. La storia antica è così uguale alla moderna che basterebbe riprodurne i successi ed evitarne gli errori per aver sempre ragione di tutto e di tutti. Così ilPrincipe, codice della scienza politica di Machiavelli, è un repertorio di massime per dominare tutti gli eventi e raggiungere tutti gli scopi, maneggiando, ingannando, assoggettando, massacrando gli individui. Ogni epoca, ogni fatto, vi è considerato solitario e come prodotto dell'abilità o dell'inettitudine d'un uomo. La morale vi è assente, ma più assente di essa la storia e la filosofia. Il popolo non pensa, perchè il sovrano pensa per tutti pensando a sè solo; l'impero è il rapporto di una coscienza egoistica con una incoscienza universale. Ma questo codice della politica, questo catechismo della tirannia e della rivolta, sempre egualmente considerate come interessi avversari, separato dalla vita e dalla storia, si risolve in un commentariodi entrambe, altrettanto falso che inutile. I suoi precetti vuoti, le sue regole astratte, i suoi consigli a doppio senso, sono come i teoremi ingegnosamente sterili dell'arte poetica: invece di servire ad opere future, sono modi frammentari di opere passate; l'imitazione vi resta confusa coll'invenzione; il dato inconscio di ogni creazione, il genio e il carattere dell'ambiente e dell'uomo, vi sono assolutamente trascurati.

Laonde Machiavelli, che si erige a maestro di tutti i furbi, rimane il più ingenuo di tutti i politici nell'azione del proprio tempo, non comprende, non prevede, non giunge a nulla. La sua vita è una successione di disinganni e di miserie. Assetato di comando, non riesce nemmeno a rendere accetta la propria obbedienza, aderisce da volgare impiegato alla republica di Soderini senza indovinare l'imminente ristorazione dei Medici; si dà aria di capitano, e la sua Ordinanza è sconfitta a Prato nel modo più ridicolo; interrogato dal cardinale Clemente, rettore di Firenze per Leone X sul migliore assetto di governo in Firenze, gli consiglia la republica e dedica contemporaneamente ilPrincipea Giuliano dei Medici per insegnargli le arti del dispotismo col modello del Valentino; trascinato dalla rettorica del proprio temperamento artistico si trova involontariamente mescolato nella congiura del Boscoli, e n'esce colla più ignobile servilità; spaventato da questo disastro non osa partecipare alla congiura del Soderini, e si acconcia come scrittore di storie sotto i Medici, invocando sempre inutilmente da essi un impiego e mentendo sovra di essi nelle storie come il più ordinario cortigiano. Il suo odio non è che per il clero e il suo disprezzo per la religione, della quale non sente e non comprende lo spirito. Come contemporaneo di Savonarola coglie in lui la demenza non l'idea della Riforma; come legato in Germania non vi sospetta nemmeno la rivoluzione che muterà il mondo. Il suo patriottismo non ha che la sincerità di un calore poetico, il quale si agghiaccia a ogni difficoltà. Quindi, non prevedendo la rivolta contro il cardinale Passerini e l'ultima cacciatadei Medici, viene isolato, maledetto da tutti, e muore incompreso anche a se medesimo.

Le sue lettere politiche sono la più terribile critica della sua incapacità al governo: nessuna previdenza o intelligenza dei fatti in esse; nella discesa di Carlo VIII non vede il preludio della decadenza italica; l'invasione di Luigi XII, che chiude l'Italia nella parentesi di una doppia conquista, gli sembra naturale, lodevole, degna della propria collaborazione, se non vi fosse quell'errore di non voler colonizzare la Lombardia asportandone gli abitanti e trasportandovi francesi secondo l'uso degli antichi. Si entusiasma del Valentino e, non accorgendosi dell'antitesi della sua opera, la crede stabile, mentre sparisce nell'intervallo di un conclave; non indovina la lega di Cambray, la sconfitta di Venezia, la ristaurazione di Giulio II, la cacciata ultima dei francesi. Al momento in cui Lutero tuona sul mondo e Carlo V vi domina coll'immensa espansione spagnuola, teme che gli svizzeri possano invadere l'Italia riducendola a servitù; al momento di morire crede consunto il papato, e il papato è già divenuto l'ultima forza italiana, e la scoperta di questa idea sarà la gloria del Giovio. La sua migliore fantasia, il suo concetto più vuoto e meno conscio, è l'unità d'Italia, per la quale non ha nè disegno nè metodo. Nelle proprie storie non ha còlto il carattere nei tentativi impossibili dei goti, dei longobardi, dei Berengari, dei Romano, dei Visconti, degli Scaligeri, di Ladislao, dei veneziani, di Luigi XII; non ha compreso l'incapacità e l'impossibilità del regno in Italia, ha fallato sull'azione del papato, gli è sfuggita quella delle republiche e dei principati; e non pertanto l'ardore della sua fantasia, la luce del suo ingegno, trionfano di tutti questi errori coll'assurdo, strappandogli dalla penna la più bella, sincera e candida invocazione all'unità d'Italia, simile ad una profezia del Petrarca, e che si chiude con quattro versi del Petrarca.

Come l'Ariosto, Machiavelli non ha capito il propriotempo, e lo ha interpretato coll'immaginazione; la poesia dell'uno e la politica dell'altro sono identiche: nessuna virtù, nessun ideale, nessuna idea. Gli eroi di Machiavelli uccidono colla medesima insensibilità di quelli dell'Ariosto; storia e poema sono una stessa successione di scene, nelle quali l'interesse è tutto nell'azione sempre interrotta e sempre ricominciata; nè il popolo, nè la coscienza esistono per loro. Chi vince ha ragione, e vince sempre il più forte; ma vittoria e sconfitta non mutano nulla al dramma che non va al di là della scena, e non lasciano conseguenze perchè non contengono concetti. I due ingegni dell'Ariosto e del Machiavelli si assomigliano; entrambi poetici, sereni, insensibili, fatti di arte e nell'arte, plastici e colorati, danno rilievo a tutto che disegnano: non credono a nulla, non si appassionano di nulla. Ariosto e Machiavelli contemporanei s'ignorano: trasportandoli in Germania, dove si elabora la nuova coscienza, si crederebbero in un manicomio; nella superbia della propria destrezza e della propria empietà non comprenderebbero nè la più piccola delle angoscie, nè la meno pura delle esigenze della nuova tragedia religiosa e politica. La loro mancanza di fede e la loro inconsapevolezza sono una conseguenza delle condizioni italiane: nè Ariosto, nè Machiavelli intendono Dante, l'ultima fede del quale è morta col misticismo di Colombo. Ariosto e Machiavelli sono già cortigiani senza più alcuna delle antiche fierezze dei partigiani o dei cittadini comunali: ambedue si sentono mancare sotto l'Italia; e, non potendo afferrarne la ragione, il primo, che è un poeta della vita, ripara nel sogno, il secondo, che è un poeta della politica, sogna la tirannia su tutti gli avvenimenti con un codice di massime come gli alchimisti si preparano a sognare il dispotismo sulla natura colla pietra filosofale.

Ma se l'Italia passa nel 1530 alla coda della storia politica d'Europa, dalla caduta dell'impero romanoall'avvento della riforma, ne è stata non solo l'avanguardia ma il centro ideale. Senza l'Italia, nella quale sorgono e si urtano i due termini dell'impero e del papato, gigantesche pile su cui l'umanità getta il ponte dalla propria storia antica alla storia moderna, la vita europea non avrebbe avuto nè tradizione, nè progresso. Dall'Italia si diffonde la conversione cristiana e quella parte di cultura romana che può sopravvivere; in Italia spuntano le originalità della nuova creazione; sull'Italia basa l'impero che rattiene ancora nel mondo l'unità necessaria alla diffusione del cristianesimo e al federalismo generatore degli stati moderni. Tutte le altre nazioni, dalla Russia all'Inghilterra, dalla Scandinavia all'Ungheria, dalla Spagna, che respinge l'oriente, alla Francia, che resiste a tutti, hanno d'uopo della idea italiana, e domandano all'Italia il segreto della propria vita, aspettano dall'Italia il segnale delle proprie rivoluzioni. Tutte le legislazioni europee s'informano del doppio elemento cristiano e romano: al di sopra di tutte le anime sta il papa, alla testa di tutti i duci l'imperatore. Senza le due formole italiane della chiesa e dell'impero l'Europa non sarebbe uscita dal caos; senza Roma il mondo antico dispare e il mondo moderno non appare; senza la contraddizione ideale del papa e dell'imperatore la feudalità è invincibile per il popolo, e senza la loro duplice unità le coscienze ricadono dalla storia nella natura.

Per tutto il medio evo l'Italia è il centro, la passione, la ragione d'Europa, elabora le leggi del mondo, salva l'antichità, prepara l'avvenire, arma il clero, consacra e sconsacra imperatori, spinge e rattiene i popoli, diffonde la religione, maneggia la politica, prodiga capolavori d'ogni genere, resiste a tutti i modi della sventura: illumina e riscalda, pensa e sente, mantiene per un processo infallibile e misterioso al proprio pensiero e al proprio sentimento il carattere dell'universalità.

Ma nel 1530 l'Europa moderna è creata; e il grande ufficio storico dell'Italia si limita a mutare il papatoe l'impero in ostacolo, per dare alla Riforma l'obbiettivo e l'energia di se stessa. La storia italiana, che procedeva con febbrile rapidità di rivoluzione in rivoluzione, si arresta quindi coi propri principati sotto la conquista spagnuola, mutandosi in una cronaca di Torino, di Roma o di Napoli. Venezia dura, non vive; Firenze vive, non crea; Roma governa, non regna; Napoli regna e governa inutilmente; Torino regna e governa oscuramente. La tragedia, nazionale in Germania, in Inghilterra e in Francia, discende a dramma individuale in Italia, giacchè il suo spirito troppo superficiale nel secolo di Leone X si è rituffato nelle proprie insondabili profondità sino al gran giorno, nel quale Napoleone I alla testa della rivoluzione francese ritenterà la ricostituzione del regno.


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