Capitolo Primo.I prodromi

Capitolo Primo.I prodromiEffervescenza dell'opinione.Il fermento rivoluzionario cresceva.Tutta l'Europa era corsa da fremiti di rivolta: in Francia l'ibrida monarchia di Luigi Filippo, logora da oltre quindici anni di corruzione e senza base nella coscienza del paese, era ridotta alla vita precaria dei propri ministeri; la democrazia accresciuta di tutte le forze del socialismo, che dalla gloria di un'ammirabile letteratura passava intrepidamente alla tragedia dell'azione, l'assaliva da ogni parte rivelandone con implacabile critica la perfidia delle trame e l'inanità delle idee. In Germania il lavoro della ricostituzione nazionale, avviluppato nel panneggiamento di troppi sistemi storici e filosofici, si veniva sbrogliando coll'aiuto delle idee francesi più terribilmente logiche e chiare. L'Austria, rappresentante dell'assolutismo e del più eteroclito impero europeo, veniva quotidianamente assalita dalla democrazia tedesca nel nome della nazionalità e della libertà, mentre la Prussia, incapace di comprendere ancora la propria missione storica, si vedeva al tempo stesso blandita e oppugnata dai rivoluzionari a seconda del loro metodo costituzionale o giacobino. La Polonia scuoteva tratto tratto le proprie catene con impeti disperati; l'Ungheria ligia alla propria aristocrazia magiara resisteva con minacciosa energia alla depressione uguagliatrice della burocrazia viennese, chemirava a stringere l'unità dell'impero schiacciandovi tutte le differenze etnografiche e nazionali; l'Italia, terra mista e campo aperto a tutte le idee più disparate, si sollevava con fede improvvisa verso un trionfo indefinibile che avrebbe dovuto risolvere miracolosamente tutti i suoi centenari problemi.Le riforme concesse dopo il 1814, come espediente di governo per combattere la rivoluzione, sembravano ad un tratto divenute l'unico ideale dei popoli. L'indipendenza dallo straniero, nella quale si accordava ogni partito, era una tregua convenuta fra governo e rivoluzione nell'inconfutabile coscienza d'una necessità comune, una specie di campo chiuso al valore di tutti i combattenti e sventolante gioiosamente delle più varie bandiere. Il concetto di patria, così chiaro nella letteratura nazionale degli ultimi 30 anni e nullameno ancora così torbido nella coscienza delle masse, si effondeva improvvisamente come una poesia irresistibile nelle parole di tutti: non si ciarlava, non si cantava, non si ballava più che per l'Italia. Il sentimento nazionale educato dalla lunga opposizione all'Austria aveva finalmente conquistato la coscienza di se medesimo; nessuno osava più essere apertamente austriacante, poichè la logica del pensiero e l'onorabilità del carattere se ne sarebbero offese. Comunque l'Italia fosse infelice od oppressa, anzi per questo medesimo, bisognava essere italiani: l'orgoglio nazionale ridesto dal valore spiegato nei libri e nelle congiure degli ultimi tempi, osava finalmente riaffacciarsi alla storia. L'Italia ignota persino a se medesima nel secolo passato, poi invasa dallo strepito della rivoluzione francese come un immenso dormitorio, nel quale tutto un popolo d'infermi e di poveri sonnecchiava nell'ozio e nella fame, quindi riordinata violentemente a caserma dal primo impero, ridivenuta albergo dei propri principi fuggiti e degli antichi padroni stranieri nella ristorazione del '15, era adesso una terra inerme che parlava di armi, piena di dotti e di poeti, di congiurati e di politicanti, con una aristocrazia stretta intornoai troni come per difenderli dalle estranie influenze, con una borghesia destatasi all'immenso moto europeo e confusamente conscia che ogni fatto futuro sarebbe per lei una conquista, con un popolo al quale il rombo delle idee e le frequenti percosse della polizia avevano messo l'orgasmo della ribellione contro l'autorità senza giustizia e senza carattere nazionale.La necessità delle riforme, accresciuta tuttodì dall'esame delle condizioni politiche ma abbellita dalla improvvisa giocondità di un accordo fra popoli e governi, non presentava ancora nulla di troppo pericoloso; non si minacciavano più i principi; le classi non si astiavano più fra loro, una specie di benevolenza, metà ingenua e metà perfida, addormentava le diffidenze degl'interessi e le ripugnanze dei principii. Si capiva e si diceva che le riforme avrebbero condotto alle costituzioni, ma questa parola non molto meglio determinata delle altre non palesava ancora tutto il proprio contenuto rivoluzionario. L'aristocrazia sperava di conservarvi quasi tutti i vecchi privilegi, la borghesia di guadagnarvi parecchi diritti colla doppia forza del censo e della coltura, il popolo di liberarvisi da molte angherie. I veri rivoluzionari, ostinati nell'unità e nella republica, venivano giudicati alla stregua degli incorreggibili sanfedisti ed austriacanti: ogni regione d'Italia si accingeva al rinnovamento conservando nella vanità inevitabile della nuova opera le vecchie superbie delle autonomie. L'unità della patria, così bene affermata dalla letteratura, diventava unione nell'idea politica d'allora: si parlava di dieta, di lega doganale, di statuti uniformi; era una risurrezione medioevale che lasciava a Roma il papato, come se la rivoluzione e l'impero francese non l'avessero due volte soppresso, e tutte le antiche capitali nel loro storico antagonismo. Palermo risognava di emanciparsi da Napoli pur conservandone la dinastia, Genova vaneggiava contro Torino nei ricordi dell'antica repubblica, Firenze rimuginava i propri secolari disegni d'ingrandimento contro i ducati limitrofi, il Piemonte mirava alLombardo-Veneto come a preda troppo lungamente agognata, mentre Milano rammentava, con palpiti superbi di donna, la sua ultima gloria di capitale del regno italico, e Venezia, isolata nel silenzio delle lagune, fantasticava la libertà dinanzi alla gloria immortale dei propri monumenti.Era un idillio politico. Nessuna di quelle terribili passioni che covano le vere rivoluzioni, trapelava dalla scompostezza del nuovo moto: non fede religiosa, giacchè in Italia fu sempre scarsa, e il papato non fece che diminuirla e la religione cattolica era piuttosto ostile che favorevole ad ogni forma di rivoluzione italiana: non tradizione regia, capace di difendere le centenarie dinastie contro disegni giacobini e prepotenze imperiali; non odio al principato, disonoratosi nell'ultimo secolo con ogni bassezza morale e politica; non amore alla repubblica, che non fu mai italiana; non orgoglio di libertà, della quale era mistero il significato moderno; ma una irritazione prodotta dalla politica austriaca ed austriacante, e una velleità d'emancipazione che facesse senz'altre fatiche rifiorire il benessere materiale paesano. E il moto non era solamente federale per tradizione ma per un sottinteso ipocrita che, giudicandolo meno osteggiato così dai principi che dall'Austria, lo sperava più facile: forse quest'ultima, preoccupata da altre necessità interne, lo avrebbe lasciato passare e la rivoluzione si sarebbe svolta come una festa. Poi il caso o la fortuna d'Europa avrebbero aiutato.Si desiderava da suddito diventare cittadino, ma si aspettava questo da una concessione generosa di principe; si sarebbe voluta l'espulsione dell'Austria, ma si ripugnava alla coscrizione, alle enormi spese e agli immensi disastri, che una guerra nazionale avrebbe costato. Idea e passione politica non erano limpide ed ardenti che nei pochi rivoluzionari: il grosso partito riformista non aveva come tale nè l'una nè l'altra, e non pensava ai problemi della nazionalità, della sovranità e del papato; sottomesso ai principi non vedevain loro un principio ma un buon espediente contro l'avvento rivoluzionario del popolo; imbevuto di cattolicismo non ammetteva libertà religiosa, e ripugnava all'unità specialmente per terrore superstizioso di Roma; nemico dell'Austria, non la odiava abbastanza da accettare contro di essa una qualunque rivoluzione.A quella federale, che si veniva preparando, dovevano quindi mancare l'idea, il sentimento e lo scopo. Se l'antica federazione aveva significato l'individualizzarsi dei comuni nella disgregazione dell'impero, ed era stata invincibile come tutti i progressi, la nuova dopo la rivoluzione francese, che tende a costituire i popoli prima per nazioni e poscia per razze, non avrebbe avuto altro significato che di un esperimento rivoluzionario, nel quale l'Italia liquidasse il proprio passato. Mentre i moti del '21 e del '31 erano stati egoisticamente regionali, l'imminente rivoluzione del '48, svolgendosi federalmente con concessioni di statuti e lega di principi e una egemonia del pontefice, doveva essere la loro inevitabile conclusione. Così svanirebbero tutte le resistenze del mondo storico; e l'Italia, ricredutasi nell'inutilità di questo sforzo supremo, al quale era inconsciamente spinta dallo spirito moderno, aprirebbe il proprio terzo periodo storico della nazionalità.Nulla mancherà dunque dell'antica Italia in quest'ultima rivoluzione federale. Una stessa illusione vi accorderà tutti i partiti, costringendoli a fallare nel processo dell'azione rivoluzionaria perchè, meglio fusi da una sconfitta comune, si trovino nella necessità di ritentare più tardi una vera rivoluzione. Tutte le monarchie costrette a concedere lo stesso statuto, avanzandosi sul ponte infido del costituzionalismo verso la democrazia popolare, faranno la loro ultima riprova, ma quella solamente fra esse che saprà resistere all'esperimento costituzionale, avrà un avvenire. Naturalmente ciò dipenderà meno dalla sincerità del loro carattere in tutte egualmente ostile al riconoscimento della sovranità popolare, che dall'ambiente politico nel quale si compierà l'esperienza: quindi fra i due grossiregni napoletano e piemontese, intorno ai quali potrà agglomerarsi l'Italia futura, il vantaggio sarà per quest'ultimo.Ma poichè l'imminente rivoluzione federale dovrà esaurire le secolari forme storiche d'Italia, il suo impulso apparente verrà dal papato. L'Italia, tentando rinnovarsi nella modernità, non poteva essere che neoguelfa e riassumersi entro la più antica delle proprie istituzioni con uno sforzo d'unione senza unità e di nazione senza individualità. Dacchè l'impero francese sfasciandosi l'aveva lasciata ricadere nel passato più povera e più divisa da interessi inconciliabilmente rivali, solo la grandezza del papato, assicurandole una primazia cattolica, le dava ancora una ideale unità. Quindi basterebbe al papa il cenno più lieve ed ambiguo di riscossa perchè a tutti sembrasse più chiaro d'ogni più esplicita affermazione. Qualunque parola di Roma parrebbe contenere un programma, ogni sua promessa sembrerebbe maggiore dello stesso fatto compiuto. L'effervescenza classica, la superstizione religiosa, l'antica fede, l'immutata soggezione, galvanizzate dall'indefinibile senso rivoluzionario del secolo, si condenserebbero intorno al papato per spingerlo inconsapevole ed inconsapevolmente sulla via della rivoluzione: si vorrebbe con esso una crociata politica, gli si domanderebbero come molti anni addietro benedizioni ed anatemi miracolosi, gli s'imporrebbe di costringere Dio alla complicità di combinazioni diplomatiche che nessuna scienza di stato o volgare prudenza d'individuo potrebbe approvare. Il papato, idealmente ucciso dalla rivoluzione francese, oscillerebbe quindi sotto la pressione del pubblico sentimento, compiendo di suicidarsi coll'accordare una costituzione inconciliabile colla propria essenza, finchè, di cosmopolita fatto italiano e costretto a tradire l'uno e l'altro carattere, finirebbe abrogato da una republica romana, assurda ed effimera quanto la stessa rivoluzione federale.Intanto le corti italiane, travolte dall'impulso del papato all'esperimento delle costituzioni e di unaimpossibile lega militare contro l'Austria, si dibatteranno fra perfidie mostruose: la sollevazione contro lo straniero, precisando all'interno tutti coloro che non l'avranno aiutata o peggio l'avranno tradita, li designerà come nemici; l'impossibilità dell'unione spingerà all'unità, l'accordo giubilante coi principi si muterà in dissidio mortale coll'abrogazione degli statuti, il nuovo contatto colla rivoluzione europea spazzerà dalla coscienza nazionale gl'informi antichi concetti storici, i martirii delle successive congiure colpiranno molti riformisti divenuti rivoluzionari, mentre il Piemonte mantenendosi costituzionale diventerà il nocciolo della nazione futura.Pio IX.Alla morte di Gregorio XVI (1º giugno 1846) le popolazioni dello stato pontificio, come presaghe dei tempi nuovi, respirarono gioiosamente. Al conclave tosto adunato furono speditiMemorandume petizioni, che, sebbene male accolti, non scemarono la pubblica aspettazione; siccome si temevano sommosse, e il generale austriaco Radetzky si disponeva già ad occupare le Legazioni, grande era il fermento degli animi, ma il conclave, sbrogliandosi più sollecitamente del solito, proclamò pontefice contro ogni previsione il cardinale d'Imola, Mastai Ferretti. Era questi nuovo alla vita politica, senza nè partito nè capacità politica. Il Lambruschini, candidato austriaco, e il Gizzi, candidato popolare, rimasti esclusi, rappresentavano le due più grosse parti del conclave, che, inette a vincersi, avevano dovuto accordarsi sopra un nome neutro.Il nuovo pontefice, che si chiamò Pio IX, doveva, malgrado la inanità del proprio spirito, lasciare nella storia del papato una delle orme più profonde. Mite di temperamento e gioviale nel carattere, vanitoso quanto un attore e facile come un dilettante, era l'uomo più adatto al carnevale del momento, che intendeva a fare di tutto una festa scordando i problemi della politicanel fracasso della rettorica e avanzando per una fantasmagoria di illusioni sceniche verso la scabra realtà d'una rivoluzione presto soffocata nel sangue d'una guerra. Se Gregorio XVI era stato un teologo ed un tiranno, Pio IX fu un retore della teologia e della politica, egualmente incapace di comprendere la posizione del papato nel secolo e in Italia. Quindi invece di una vera riforma religiosa, quale l'invocavano i più grandi spiriti cattolici, non mirò che alla teatralità di affermazioni dogmatiche, atte a sbalordire la plebe e tendenti a condensare l'assolutismo papale senza prevederne i contraccolpi politici. L'ultimo dogma dell'infallibilità pontificia, che annulla il potere legislativo dell'episcopato, contradice infatti ben stranamente alla concessione dello statuto, che doveva rendere il papato parlamentare. Ma nessun papa svolse nel proprio pontificato più ricco repertorio di scene. Riformatore, poi rivoluzionario colla promulgazione dello statuto, eroe nazionale e banditore della crociata contro l'Austria, quindi reazionario, traditore e fuggiasco a Gaeta sotto l'egida del peggior tiranno d'Italia; decaduto dal trono per decreto della republica romana che aboliva il potere temporale, e ricondottovi da una coalizione monarchica che preludeva al secondo impero: più tardi battuto dalla conquista savoiarda aiutata da Napoleone III, e nullameno protetto da questo entro Roma; due volte assalito da Garibaldi ad Aspromonte e a Mentana, e rovesciato finalmente dalla monarchia italiana l'indomani di Sedan, Pio IX dovette fingersi prigioniero entro il Vaticano dichiarato inviolabile. Gloria ed infamia, nulla gli fu risparmiato. Sollevato a tutte le apoteosi dalla illusione politica di un momento, e percosso poco dopo dagli anatemi di tutte le coscienze italiane, potè proclamare il dogma dell'infallibilità pontificia in un concilio ecumenico, che la rivoluzione del 1870 disperse; accattone d'aiuti parricidi dopo le più ingenue vanterie patriottiche, imbrattato di stragi come le perugine malgrado la gioviale bonarietà d'animo, dominato da ministri concussionari come Antonelli,aggirato dai liberali e dai gesuiti, fu l'ultimo condottiero del papato, e ne divenne il becchino fra la più scettica indifferenza mondiale.Ma il mattimo del suo pontificato apparve così bello all'accesa fantasia d'Italia che tutto il mondo salutò acclamando.I primi atti politici del pontefice, benchè per se stessi non meravigliosi, destarono i più fervidi entusiasmi. Concesse un'amnistia così umiliante per la formula che alcuni, come il Mamiani, sentirono di doverla ricusare; nullameno questo perdono di papa parve ultimo miracolo del cattolicismo. Quindi una indefinibile ed unanime congiura lo circuì. Lo si vantò più buono e liberale che davvero non fosse, apponendo le sue dichiarazioni assolutiste ai segretari; il partito clericale medesimo si scisse in due, dei gregoriani e dei pïani a seconda delle tendenze reazionarie o novatrici. Ambasciatori da ogni parte del mondo, persino del sultano, venivano a congratularsi dell'opera riformatrice col nuovo pontefice; ma ad essere riformatore gli mancavano insieme genio e carattere.Infatti le prime commissioni consultive con ammissione di qualche laico illustre, come i giuristi Silvani e Pagani, l'una per lo studio della riforma processuale, l'altra con propositi meschini di educandato per la correzione dei costumi publici, e una terza per la costituzione del municipio romano, scoprirono tutta l'inanità de' suoi concetti politici. Ma il publico non potè e non volle accorgersene. Al suo entusiasmo bastavano alcuni mutamenti nel personale legatizio, poche e tenui modificazioni nella costituzione dei tribunali, e lo spiraglio aperto alla stampa colla nuova legge sulla censura, che parve illiberale persino al D'Azeglio.Intanto il delirio delle feste e delle acclamazioni cresceva. Una poesia carnevalesca avvolgeva la figura del pontefice, mettendo nel suo nome misericordioso il significato di tutte le perfezioni. Ogni giorno recava nuovi spettacoli di adorazione; la piccola e la grande letteratura bamboleggiava in panegirici al papa; invecedi osservarle, s'indovinavano attraverso i suoi atti e le sue parole le più spampanate promesse liberali. Pio IX era tutto, religione, patria, autorità e libertà fuse nel più stupendo accordo di genio e di santità. I giornali improvvisati, come ilContemporaneoe laBilanciaa Roma, ilFelsineoe l'Italianoa Bologna, questo diretto dal Berti-Pichat insigne agronomo, e quello dal Minghetti, che divenne poi celebre parlamentare, ditirambeggiavano con patriottica e comica ingenuità. Persino Garibaldi dall'America e Mazzini da Londra credettero buona tattica del momento scrivere a Pio IX due lettere assurde d'incoraggiamenti e di devozione. Così, la fede al nuovo papa liberale si radicava nell'opinione non solo d'Italia ma d'Europa, malgrado la contraddizione di molti suoi atti, attribuiti puerilmente alla sua posizione di capo di una istituzione vecchia di diciotto secoli e quindi atteggiata da abitudini, che nessuno sforzo avrebbe potuto mutare in un giorno. Il pontefice, ebbro di tanta popolarità, vi si abbandonava con gioia di attore. La sua stessa bellezza fisica, la potenza musicale della sua voce, per la quale invaniva almeno quanto pel grado di primo fra i cattolici, l'ammirazione d'Europa, la costanza di un trionfo che sembrava dilatarsi di giorno in giorno, tutto contribuiva a trascinarlo giù per la lubrica china della rivoluzione. Il grande tentativo liberale, iniziato nel cattolicismo per opera di Chateaubriand, e spinto con sì ammirabile vigore di stile dal Lamennais alle ultime conseguenze, favoriva la nuova interpretazione liberale del papato.I riformisti gongolavano. Gioberti era stimato profeta, Mazzini sembrava aver piegato, i principi guatavano stupiti il pontefice come attendendo un suo cenno per seguirlo, il mondo applaudiva, solo i più incorreggibili rivoluzionari tacevano soffocati dall'entusiasmo universale.Intanto con editto del 14 aprile 1847, ispirato dal famosoMemorandumdel 1831, s'instituiva la consulta di stato: tutti i legati e delegati dovevano presentareuna terna, dalla quale il sovrano avrebbe scelto un consultore per ogni provincia: i consultori siederebbero due anni in Roma e darebbero voto consultivo sulla sua amministrazione, l'ordinamento del municipio e gli affari interni dello stato. Era una lustra, che non riconosceva al popolo nessun diritto d'elezione e non gli offriva alcuna guarentigia. Poco dopo un motuproprio ordinava il consiglio dei ministri costituendolo del segretario, presidente e ministro degli affari esteri ed interni, del camerlengo per l'industria e il commercio, del prefetto delle acque e strade, del prelato presidente della guerra, del tesoriere e del governatore di Roma per la polizia. Il governo pontificio restava adunque sulle vecchie basi e col medesimo organismo prelatizio. Nemmeno questo bastò. Il popolo, infallibile nell'istinto politico, sentiva che il pontefice sarebbe andato più oltre, e che questi decreti erano piuttosto l'espressione del partito vaticano che dell'inevitabile compromesso già stretto fra il papa e la rivoluzione. Infatti l'Austria spaventata aumentava in Lombardia l'esercito di occupazione facendo subdole proposte a Guizot, ministro francese, perchè si adoperasse presso il pontefice a frenare il moto delle riforme e ad impedire quindi sommosse rivoluzionarie in Italia. Nel Vaticano era scoppiato il dissidio fra il Gizzi segretario e il papa: questi alle provocazioni dell'Austria rispose istituendo la guardia civica a Roma e promettendola alle provincie. Il Gizzi si dimise profetando la caduta del papato; i gregoriani già ringalluzziti dagli aiuti austriaci allibirono e tacquero momentaneamente nell'odio. Frattanto lo stato male ordinato in passato peggiorava fra il vecchio e il nuovo; sanfedisti e rivoluzionari, gregoriani e pïani, nelle provincie si percuotevano a morte; le commissioni governative eternavano i propri lavori, l'azione governativa sprovveduta degli antichi terrori polizieschi procedeva molle ed incerta, l'azione popolare cresceva gagliarda.Al Gizzi successe il cardinale Ferretti, legato a Pesaro. Quindi, per l'anniversario della concessa amnistia,una congiura, piuttosto desiderata che ordita dai residui polizieschi del governo gregoriano contro Pio IX, provocò tumulti liberali, che s'immaginarono di salvare il pontefice vincendo una battaglia cittadina. Così il popolo s'impossessò delle armi e il governo cadde in sua tutela, mentre l'Austria, troncando le ambagi, occupava risolutamente Ferrara. La prima grande scena del dramma era incominciata. Roma e Vienna inimicate avrebbero acceso la guerra fra l'Austria e l'Italia. Roma protestò energicamente, il gabinetto inglese la appoggiò; ma l'Austria tenne duro, giovandosi della Francia che per mezzo di Guizot consigliava al papa di restare amico dell'imperatore a qualunque costo. Senonchè la mossa spavalda di Metternich, anzichè frenare il papa sulla via pericolosa delle riforme, ve lo spinse più vivamente; le popolazioni frementi di sdegno all'odiosa provocazione si stringevano più fortemente al pontefice; tutti i municipii gli offrivano uomini e danari per una impresa di liberazione; la stampa, rompendo i confini della censura ed ampliando la questione, pindareggiava di unione d'Italia e d'indipendenza nazionale. Per la prima volta dopo tanti secoli un'ingiuria fatta al pontefice re di Roma veniva raccolta come un guanto da tutta la nazione.Pio IX, trascinato dalla logica segreta della rivoluzione a farsi iniziatore di una lega doganale, che avrebbe naturalmente preluso ad una lega politica, segnava un trattato doganale con Firenze e con Torino, costituiva il municipio romano, riordinava il ministero precisando le attribuzioni e la responsabilità di ogni ministro, apriva la consulta tentando inutilmente di scemarle nel discorso inaugurale il significato politico. Infatti i consultori nell'indirizzo di risposta gli esposero nella forma più rispettosa un largo programma di tendenze costituzionali e patriottiche. La loro inattuabilità non compresa dal popolo, pel quale tutto era segno di rivoluzione, non sgomentava i consultori: si andò fino a pretendere che il papa scomunicasse l'imperatore; e laBilancia, giornale dell'illustre Orioli, affermavaessere la scomunica un'arma superiore a tutte le altre di guerra.L'agitazione negli altri stati.Una protesta dei professori allo studio di Pisa contro l'installazione delle monache del Sacro Cuore cresceva tutto dì nelle stampe clandestine di Toscana, che invocavano riforme fingendo motupropri dai quali fossero accordate; il granduca Leopoldo, prima rattenuto dal terrore cieco dell'Austria, era adesso trascinato dall'irresistibile esempio di Pio IX. Tutto diventava pretesto di unione con Roma, la sottoscrizione per gli amnistiati poveri dello stato romano, il terremoto di Pisa e l'inondazione di Roma stessa. In questa si istituì una ambasciata toscana distinta dall'austriaca, si stabilì a Pisa una scuola normale, si nominarono commissioni per diffondere l'istruzione elementare. L'Austria premeva sul granduca a spaventarlo; i rivoluzionari si servivano del nome di Pio IX come di una salvaguardia per ogni dimostrazione liberale. Una nuova legge sulla stampa, colla quale si concedeva l'esame degli atti governativi, abilmente maneggiata dal Montanelli in un opuscolo, diventò arma contro il governo: questo, sempre più stretto dal blocco, ordinò nuovi codici, promise l'allargamento della consulta, una revisione organica dei municipi.I giornali pullularono: Salvagnoli nellaPatriapropugnava l'accordo della libertà col principato e quindi una lega di principi per la difesa dell'indipendenza italiana, La Farina nell'Albarepublicaneggiava, Montanelli sognava nell'Italiadietro al papato di Gioberti. La prima grossa battaglia giornalistica fu per l'istituzione della guardia civica, alla quale il duca ripugnava per istinto e per minaccie austriache, ma nella quale dovette consentire, travolto dalla marea assordante della publica opinione. L'armamento del popolo era il primo passo del principato all'abdicazione, gli altri furono segnati dai preparativi e dalla concessionefinale dello statuto. All'agitazione liberale crescevano adepti ed aiuti: il barone Bettino Ricasoli, che fu poi la più onesta ed altera figura fra i successori del conte di Cavour, scriveva petizioni al governo, guidando contro di esso la parte più assennata del paese, ma sperando tutto dalla persuasione; Gino Capponi, austero gentiluomo ed elegante letterato, capo di un'altra frazione del partito moderato, si riprometteva maggiormente da legali agitazioni. Il partito radicale aveva sede a Livorno, ove Guerrazzi ne era l'idolo e Bartelloni il più efficace tribuno; Centofanti e Montanelli guidavano l'università di Pisa. Intanto le scosse di Roma propagandosi, eccitavano le popolazioni e sbaldanzivano i governi: ogni avvenimento diventava festa, ogni festa dimostrazione; l'anniversario della morte dei Bandiera e della cacciata dei tedeschi da Genova, l'assunzione del papa, la morte a Genova del celebre agitatore irlandese O' Connell e di Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sonderbund a Lucerna, i ricevimenti per tutte le capitali italiane di Cobden e di Cormenin, provocavano esplosioni di rettorica rivoluzionaria e patriottica. Guerrazzi, commemorando a Gavinana la morte di Ferruccio, produsse quasi una rivolta: il principe Bonaparte di Canino, volgare ma coraggioso istrione politico, traversò la Toscana, poi Genova e finalmente Venezia, vestito da guardia civica romana, arringando e tirando il publico a teatrali giuramenti colle spade sguainate nel nome d'Italia. Le riforme concesse troppo tardi, mal volentieri e a sbalzi, anzichè placare il fermento l'accrescevano; il nome d'Italia, gridato da tutti, minacciava di morte i governi regionali; da Livorno si mandò a Garibaldi, divenuto glorioso in America per battaglie vinte, una spada d'onore, e una medaglia d'oro ad Anzani che con lui aveva colà organizzato la legione italiana.A Lucca, siccome Carlo Lodovico seguitava nei più turpi disordini, ricusandosi con insolente spavalderia a qualunque riforma liberale, il popolo offeso impegnava contro di lui una lotta, nella quale ebbe presto ilsopravvento. Allora il duca, spaurito e vessato dagli enormi debiti, precipitò la cessione del ducato alla Toscana; l'Austria intervenne in nome dei vecchi trattati per ottenere al duca di Modena la Lunigiana, chiave strategica della media Italia. Corsero ribalde trattative da tutte le parti, ma la regione restò momentaneamente a Modena spalleggiata da Vienna. La mala condotta di Leopoldo verso gli abitanti di Fivizzano, che gli si erano rivolti per non essere ceduti al duca di Modena ed avevano poi invocato persino Carlo Alberto e Pio IX, determinarono a Livorno una esplosione popolare, nella quale soffiò il Guerrazzi. Ne venne quasi una guerra civile, ma il duca fu sollecito al riparo, invadendo con grosse soldatesche la città ed arrestandovi tutti i caporioni. Il moto si disse sedato, però il governo non ne divenne più forte.Frattanto essendo morta (17 dicembre 1847) la duchessa di Parma, Maria Luigia, l'Austria ne profittò per prender maggior piede in Italia contro l'imminente rivoluzione. L'ex-duca di Lucca, divenuto duca di Parma per diritto di riversibilità, ne prese momentaneamente possesso, riconfermando dietro monito austriaco gli odiati ministri della defunta duchessa e rispondendo alle petizioni popolari, invocanti migliori leggi e municipii elettivi, col darsi in braccio a Vienna. Così, dopo aver venduto i propri sudditi di Lucca al granduca di Toscana al prezzo di uno scudo per testa, il 24 dicembre firmava un trattato coll'imperatore, concedendogli di occupare militarmente lo stato per interesse di comune difesa: al quale trattato avendo tosto acceduto il duca di Modena, l'Austria contro i patti del 1815 era fatta padrona del Po e degli Appennini. Quindi col pretesto di scortare il cadavere della duchessa trasportata alle tombe imperiali di Vienna, Metternich fece occupare colle artiglierie Parma, poi Modena.Ma tutta Italia guardava insistentemente a Carlo Alberto. L'istinto politico della rivoluzione intuiva che solo il Piemonte avrebbe potuto guidare una guerrad'indipendenza contro l'Austria, qualunque fosse il passato e il carattere del suo re. Carlo Alberto, attorniato dai gesuiti e dominato dal conte Solaro della Margherita, il più reazionario fra i ministri italiani, si sentiva passare entro l'anima assiderata il vento caldo della rivoluzione a risvegliarvi vecchi rimorsi e speranze. L'orgoglio tradizionale della sua casa, la sua stessa alterigia romantica di re assoluto e di cavaliere, lo traevano alla fortuna di una guerra che gli raddoppiasse i dominii, dandogli una vera supremazia su tutti i principi della penisola; ma il terrore delle idee rivoluzionarie, la bigotteria regia e cattolica, l'inguaribile dubbiezza del suo spirito incapace di affrontare risolutamente alcun problema, lo rattenevano sulla china delle riforme, irritando la sua gelosia per Pio IX. Quindi proibiva persino le funzioni ecclesiastiche celebranti il nuovo pontefice, pure offerendoglisi cavaliere contro l'Austria già discesa a Ferrara e minacciosa al Piemonte con un nuovo aumento di dazi sopra i suoi vini, quasi a sfida: accoglieva trionfalmente l'inglese Cobden apostolo del libero scambio, e seguiva la dottrina opposta del List, che aveva fondata in Germania la lega doganale; si ricusava alle riforme e scriveva una lettera ai comizio agrario di Casale, provocatrice come un bando di guerra contro l'Austria. Perplesso fra la diplomazia inglese, che per mezzo di lord Minto lo incuorava ad una rivoluzione costituzionale, e la politica francese che per mezzo del conte de Mortier tirava a riconciliarlo coll'Austria, non si risolveva per nessuna delle due: avrebbe voluto la guerra senza rivoluzione, guidando l'esercito e tenendo il popolo nella stessa calma obbedienza mediante poche riforme concesse per decreto reale. Nullameno il moto lo travolse. Il suo scudo fantastico col leone di Savoia straziante l'aquila di Asburgo e il motto scritto in francese da lui italiano «J'attends mon astre» esprimeva tutta la torbida poesia del suo pensiero: una visione di cavaliere antico, chiuso nell'angustia del proprio spirito e della propria corazza, concependo la rivoluzione comeuna festa di popolo e la guerra come il glorioso capriccio di un prode. Ma la storia, sempre più forte di ogni disegno individuale, lo trasse irresistibilmente alle riforme, che dovevano in tutti i principati italiani precedere gli statuti; onde, fra gli osanna del popolo, i suggerimenti ingenui o perfidi dei liberali e le querimonie della reazione, dovette con una serie di ordinanze modificare la legge comunale mettendovi a principio l'elezione popolare, abolire le giurisdizioni eccezionali, unificare con una nuova corte di cassazione la giurisprudenza del regno, frenare l'arbitrio della polizia affidata al ministro della guerra, slargare la legge sulla stampa, stabilire registri per lo stato civile, democratizzare le promozioni militari.Naturalmente queste riforme, anzichè recare immediati benefizi, sconvolsero il vecchio sistema politico, sollecitando le voglie rivoluzionarie dei liberali. La logica delle cose traeva irresistibilmente a maggiori concessioni: si denunciavano tutti gli abusi; l'orgoglio piemontese, vellicato dalla proclamazione nazionale del proprio re a generalissimo contro l'Austria, domandava insistentemente un altro più difficile primato colla promulgazione di uno statuto. Le questioni più vitali, dibattute quotidianamente nei giornali, esaltavano meglio che non illuminassero le menti; Valerio e Brofferio, l'uno nellaConcordia, l'altro nelMessaggero, guidavano la falange più ardita dei liberali; Balbo e Cavour nelRisorgimentosi destreggiavano in un liberalismo più tenero del principato che della libertà, più preoccupato dei mezzi che del fine. Il vecchio assetto della società sommossa da tante agitazioni politiche si screpolava; difettavano uomini e idee; la riforma scesa dai libri e dalle riunioni accademiche nelle strade non vi diveniva rivoluzione per difetto di passione e d'intelligenza nel popolo. Il sentimento più vivo di questo era l'avversione all'Austria, ma non l'odio vero capace dei miracoli di Grecia e di Spagna; la tradizione più salda era ancora regia, le aspirazioni liberali salivano dalla borghesia e si confondevano nell'incertezzadella sua cultura e nella imperfezione del suo carattere. Tutta la violenza era di parole e tutta l'opera di feste. Si temeva pazzamente dei gesuiti, le fazioni inviperivano nelle più astiose e stolide polemiche, la diffidenza scendeva e saliva dal popolo al principe, la vertigine del vuoto faceva turbinare tutte le teste. Due soli vedevano chiaro in tale tramestio, Mazzini e Metternich: quegli affermando recisamente che tutti gli ordigni dei moderati crollerebbero ben presto, e il popolo proromperebbe con manifestazioni da obbligare l'Austria ad invadere i paesi vicini; questi scorgendovi una sovversione rivoluzionaria che avrebbe forse guidato alla republica, ed affrettandosi a dichiarare in unMemorandumalle potenze che l'Italia erauna semplice espressione geograficae non sperando più che nelle inevitabili divisioni italiane. «Gli italiani fortunati s'invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre vincitori o vinti». E fu profezia.A Napoli, terra votata da secoli al più efferato dispotismo, l'impulso dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo. Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani, sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento. Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti. Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per unMemorandum, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppopoco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo, proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re! Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose fra il popolo e la sbirraglia.La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta, sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse per tentare d'organizzarsi a governo.I comitati costituitisi nella prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget, prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa; solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.Gli statuti.I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido. Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia, Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero. A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni: odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione imitata sulla francesenon era troppo liberale, e nullameno eccedeva forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000 abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge; libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e nei ministri da lui nominati.Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848 indissero il proprio parlamento.Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi, l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre, un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il disordine e disonorando lanuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda della Giovane Italia.La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono; Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore, Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro. Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti, resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare trascinavatutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà, i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto nel nuovo re costituzionale.Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili, il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848) chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè, dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad un patto fra questo e il popolo.La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa. Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno, spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero. Lo statutotoscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu migliore d'entrambi nella libertà religiosa.Maggiori feste, perchè più profondo era il contrasto dei due principii politici ecclesiastico e civile, occupavano Roma senza stancarla. Le riforme concesse, ma non ancora praticate e nella più parte impraticabili, avevano rotto la decrepita compagine dello Stato, senza spirarvi dentro nessun alito di vita nuova. Come per lo innanzi i prelati soli reggevano il governo e dovevano guidare un popolo riscosso dal rombo di molte rivoluzioni. L'entusiasmo pel pontefice, infervorandosi ogni giorno più, lo metteva così alto che quasi lo disinteressava dal governo: e questa inconscia abilità dello spirito publico ingannava papa, corte e piazza. Il giacobinismo inveiva ragionacchiando di tutto: le imprecazioni ai gesuiti si mescevano cogli osanna a Pio IX, la guardia civica decorava teatralmente ogni processione politica, mentre molti moderati cominciavano già a spaventarsi di un moto, nel quale tratto tratto si sentiva la rivoluzione, e i mazziniani vi si cacciavano invece soffiandovi come sopra un polverìo che nascondesse al governo la direzione della strada. Una protesta per il riordinamento della milizia come risposta alle provocazioni dell'Austria fu quindi mandata alla consulta; questa la trasmise al governo, che credette rispondere mostrando ai tre milioni dei propri sudditi gli altri 200 milioni di cattolici pronti in caso di guerra a morire per il papa. Vecchia rettorica, che avrebbe dovuto far sorridere anche coloro che la usavano! Ma il governo cedette ancora, e finì col nominare un principe romano a ministro della guerra. Ogni giorno crescevano le difficoltà; le riforme concedute sembravano giustamente scarse dopo la promulgazione degli statuti negli stati vicini; il segretario cardinale Ferretti si dimise; il Bofondi, che lo sostituì, non potè fare di meglio; il governo scese a patti col popolo in un proclama nel quale si promettevano ministri laici. Proruppero altre feste: Pio IX dal proprio balcone arringò la moltitudine, che gli giurò fede in un urlo didemenza e si acquetò come per incanto alla benedizione papale.L'antico governo prelatizio era dunque abbattuto, ma il fatto enorme non fu ben compreso in quella inesauribile baldoria. Il nuovo ministero, nel quale brillarono per ingegno Marco Minghetti e monsignor Morichini, non era già più moderato avendo ceduto la direzione della polizia al Galletti, rivoluzionario bolognese compromesso nei moti del 1844 ed affigliato ai circoli mazziniani. Tale ultima nomina era dovuta alla grande popolarità di questo, dietro la quale il neonato ministero provava già il bisogno di riparare. Galletti alla polizia e il tribuno Ciceruacchio in piazza formavano la parentesi della rivoluzione, che doveva soffocare il governo papale.Ma poichè questo, non sentendo dentro di sè alcun principio di vita, aspettava come forma viscida e morta dal di fuori l'impronta, che doveva atteggiarlo in una nuova sembianza di vita, a Roma pure si cominciò a parlare altamente di costituzione. Era la pretesa dell'impossibile. Il partito moderato vi conveniva gongolando, i rivoluzionari con abile perfidia spingevano alla prova. I disegni fioccavano: l'illustre padre Ventura ne dette fuori uno, nel quale con ingenua serietà proponeva due camere, l'una eletta dai comizi, l'altra costituita dal collegio dei cardinali; Pellegrino Rossi, ammirabile ed ammirato letterato di scienze sociali, mandato da Luigi Filippo al papa come ambasciatore e consigliere, faceva pompa d'esperienza costituzionale in avvisi al pontefice e ai prelati sulle forme e sulle funzioni di un papa parlamentare. La utopia del Gioberti stava quindi per prendere corpo: la storia, per uccidere più sicuramente il papato, gl'imponeva coll'impossibile prova d'una costituzione il più mostruoso dei suicidi.Al solito una rivoluzione di Parigi decise dell'ultima ambage del pontefice, e lo statuto fu promulgato.I suoi principii politici, inconciliabili nell'essenza e nella forma, vi si urtarono entro le più inattuabilidisposizioni: le camere invece di due furono tre, e la terza veniva formata dal collegio dei cardinali costituito in senato, e che discuteva e votava a scrutinio segreto. Le camere elettive non duravano in carica più di tre mesi: gli elettori erano una cerna assurda di censo e di capacità, che non rappresentava alcuna classe di popolo, e impediva anzi al popolo ogni rappresentanza. L'altro consiglio alto era vitalizio e di nomina sovrana; così i senati erano due, l'uno ecclesiastico e l'altro laico, entrambi ingranati nella stessa costituzione. Alle due camere erano vietate le leggi riguardanti gli affari ecclesiastici o misti, e tutto era misto nelle teoriche di Roma e nello stato romano: non dovevano influire sulle relazioni diplomatiche o religiose della santa sede, non potevano introdurre per qualsivoglia bisogno, alcuna variante nello statuto. Così l'immobilità caratteristica del governo papale si riaffermava nella nuova formula parlamentare essenzialmente progressiva. Lo statuto esprimeva il beneplacito del sovrano anzichè il diritto del popolo. Pio IX, concedendolo, aveva confessato di cedere all'andazzo dei tempi, ma, nonostante la promessa consegnata nell'ultimo articolo dello statuto, che questo sarebbe inserto in una bolla concistoriale secondo l'antico rito a perpetua memoria, non ne fu nulla. Pio IX, come Carlo Alberto e i Borboni, si teneva aperta una via al tradimento.L'assurdità di tale esperimento costituzionale non parve evidente che a ben pochi: l'antitesi delle due sovranità popolare e papale sfuggiva all'inesperienza dei molti e veniva negata per odio alla rivoluzione. Non si pensava ancora alle conseguenze di sviluppo. Come avrebbe potuto ammettere la chiesa l'emancipazione degli acattolici, l'abolizione delle proprie leggi sul sacrilegio, la bestemmia, l'eresia, le immunità, i privilegi, le giurisdizioni, la sorveglianza episcopale ai beni delle opere pie? Come avrebbe consentito i matrimoni e i funerali civili, la libertà di religione e d'istruzione? Come lo stato vi si sarebbe determinato in faccia allachiesa? Nel caso di un conflitto fra l'alto consiglio e il concistoro dei cardinali, chi avrebbe deciso? Il papa? E allora uno dei due corpi consultivi era inutile. In un conflitto più terribile, fra la camera elettiva e il papa, chi avrebbe sentenziato? Fatalmente gli elettori; e allora una rivoluzione avrebbe distrutto il barocco e artificioso edificio di questo statuto. Naturalmente il conflitto sarebbe scoppiato anche troppo presto. Nella imminente guerra coll'Austria Pio IX avrebbe agito da principe o da papa? Come pontefice era al di fuori e al di sopra di essa, come principe avrebbe dovuto guidarvi l'Italia. La distinzione fra questi due caratteri come si sarebbe espressa? Il mondo l'avrebbe intesa? All'Italia sarebbe bastata? Se lo statuto era una concessione del sovrano, non riconosceva diritti nel popolo; riconoscendogliene, il sovrano non era più che un rappresentante di esso come il parlamento. Ma allora il popolo aveva diritto di mutare anche questa nuova forma di governo, proclamando la repubblica: infatti questa fu proclamata molto più presto che gli stessi esaltati non si pensassero.Intanto il partito moderato vaneggiava al governo col più giovanile entusiasmo: giù nelle piazze il baccano delle feste assordava gli orecchi anche più duri. Il nuovo ministero si accinse all'opera con eccellenti intenzioni, ma senza idee rivoluzionarie, quantunque la rivoluzione straripasse per tutta l'Europa. A mezzo il mese si sapeva già che il cantone di Neuchâtel si era mutato per sollevazione, la dieta di Francoforte aveva sancito la libertà di stampa per gli stati della confederazione germanica, il re di Baviera concedute più libere istituzioni: Amburgo, Vittemberga, Sassonia tumultuavano, Vienna era in fiamme; se ne diceva espulsa la dinastia, l'Ungheria in armi.L'ora fatale per l'Italia era dunque discesa sul quadrante della storia. Unità o confederazione e guerra allo straniero, ecco il programma; armare il popolo, sollevarlo, profittando del suo entusiasmo, precipitarlo come una valanga sull'Austria atterrita e scomposta.riconquistare tutta Italia dimenticando in questa conquista ogni gelosia di principato, ogni riserva di statuto, ogni egoismo di regione, e l'Italia trionfante si ricomporrebbe, a seconda del proprio diritto. Solo una vera rivoluzione avrebbe potuto far questo, ma non era nell'anima nè dei popoli, nè dei principi. Così non si raggiunse nè l'unità, nè la federazione, e la guerra regia fu lombarda nelle sommosse, piemontese nelle battaglie, republicana negli assedi, italiana solo nei tradimenti e nelle sconfitte. Il numero dei volontari vi fu scarso, quasi nullo il carattere popolare, breve la durata, epico il valore dei rivoluzionari, infelice la condotta di tutti i governi traditori o traditi; gli statuti apparvero tranelli, la confederazione una lustra, le republiche un sogno, il principato piemontese insufficiente, quello napoletano straniero; Roma sola rappresentò tutto il mondo nell'abolizione del potere temporale, ma, accecata dal proprio lampo, volle essere romana anzichè italiana. Non vi fu rivoluzione interna giacchè nessuna classe ne sostituì un'altra al governo, carnevale e diplomazia viziarono la guerra, le campagne si scopersero austriacanti o clericali, l'idea rivoluzionaria impedì l'opera regia, questa vietò l'accordo nazionale, mentre libertà ed indipendenza si contraddicevano nella stessa impossibilità di attuazione, affrettando la disfatta di quest'ultima rivolta federale e costituzionale.Intanto che tutta Italia si sbizzarriva nel baccanale degli statuti, sciupandovi forze preziose, nel Lombardo-Veneto la tensione degli spiriti cresceva tutto giorno. Il problema rivoluzionario, così involuto negli altri stati, si semplificava sulle terre occupate dallo straniero nella suprema necessità della sua espulsione. Il dibattito delle future forme politiche vi era piuttosto querela di accademia che di partito: la tirannide austriaca era troppo dolorosa per concedere agli spiriti l'ozio necessario ad una simile discussione. Il conte Fiquelmont, mandato a sorreggere il fiacco vicerè Ranieri, aveva reso più triste l'azione della poliziaproibendo le ovazioni al nuovo pontefice, insidiando, violando coscienze e case. Una guerra si era accesa fra popolo e polizia, accanendosi coi più futili pretesti: i liberali immaginarono d'impoverire l'Austria non giuocando al lotto, non fumando e proibendo di fumare.Erano rappresaglie piuttosto di scolari che di uomini, e parvero eroismi e alcuni ne produssero. Ma se la diplomazia europea commossa a queste violenze sanguinose s'intrometteva a placarle, e il vicerè scendeva a bugiarde promesse, il vecchio Radetzki invece con indomabile baldanza stringeva la spada pronto a colpire. Sui confini intanto il Piemonte raddoppiava le guardie; il clero, esacerbato contro l'Austria per la ferrea disciplina impostagli e per gli sfregi usati a Pio IX, si schierava dal canto del popolo; persino la rappresentanza municipale, sempre modello di servilità amministrativa, osava sporgere una protesta contro l'ultimo editto minacciante tutti i cittadini della deportazione. Ma il governo austriaco, quantunque minacciato in tutta la varietà delle proprie provincie dalla stessa rivoluzione e forte solamente nella propria unità dinastica e burocratica, non cedeva. La sua politica di mezzo secolo, rendendolo inetto ai sùbiti cambiamenti imposti dall'opinione dei piccoli principati d'Italia, lo tirava piuttosto al rischio di una guerra che alle conseguenze imprevedibili degli agguati costituzionali. Così, mentre Milano si preparava con orgasmo minaccioso ad un supremo tentativo di riscossa, e Venezia sempre più mite cominciava appena con Manin e con Tommaseo l'agitazione legale domandando per mezzo della propria congregazione centrale qualche riforma, la cancelleria imperiale rispondeva con truce risolutezza e promulgava la legge stataria incarcerando Manin e Tommaseo come ribelli.La tensione era estrema in tutto l'impero. La rivoluzione scoppiata inaspettatamente a Vienna fugò prima l'onnipossente ministro, poi il debole imperatore.

Il fermento rivoluzionario cresceva.

Tutta l'Europa era corsa da fremiti di rivolta: in Francia l'ibrida monarchia di Luigi Filippo, logora da oltre quindici anni di corruzione e senza base nella coscienza del paese, era ridotta alla vita precaria dei propri ministeri; la democrazia accresciuta di tutte le forze del socialismo, che dalla gloria di un'ammirabile letteratura passava intrepidamente alla tragedia dell'azione, l'assaliva da ogni parte rivelandone con implacabile critica la perfidia delle trame e l'inanità delle idee. In Germania il lavoro della ricostituzione nazionale, avviluppato nel panneggiamento di troppi sistemi storici e filosofici, si veniva sbrogliando coll'aiuto delle idee francesi più terribilmente logiche e chiare. L'Austria, rappresentante dell'assolutismo e del più eteroclito impero europeo, veniva quotidianamente assalita dalla democrazia tedesca nel nome della nazionalità e della libertà, mentre la Prussia, incapace di comprendere ancora la propria missione storica, si vedeva al tempo stesso blandita e oppugnata dai rivoluzionari a seconda del loro metodo costituzionale o giacobino. La Polonia scuoteva tratto tratto le proprie catene con impeti disperati; l'Ungheria ligia alla propria aristocrazia magiara resisteva con minacciosa energia alla depressione uguagliatrice della burocrazia viennese, chemirava a stringere l'unità dell'impero schiacciandovi tutte le differenze etnografiche e nazionali; l'Italia, terra mista e campo aperto a tutte le idee più disparate, si sollevava con fede improvvisa verso un trionfo indefinibile che avrebbe dovuto risolvere miracolosamente tutti i suoi centenari problemi.

Le riforme concesse dopo il 1814, come espediente di governo per combattere la rivoluzione, sembravano ad un tratto divenute l'unico ideale dei popoli. L'indipendenza dallo straniero, nella quale si accordava ogni partito, era una tregua convenuta fra governo e rivoluzione nell'inconfutabile coscienza d'una necessità comune, una specie di campo chiuso al valore di tutti i combattenti e sventolante gioiosamente delle più varie bandiere. Il concetto di patria, così chiaro nella letteratura nazionale degli ultimi 30 anni e nullameno ancora così torbido nella coscienza delle masse, si effondeva improvvisamente come una poesia irresistibile nelle parole di tutti: non si ciarlava, non si cantava, non si ballava più che per l'Italia. Il sentimento nazionale educato dalla lunga opposizione all'Austria aveva finalmente conquistato la coscienza di se medesimo; nessuno osava più essere apertamente austriacante, poichè la logica del pensiero e l'onorabilità del carattere se ne sarebbero offese. Comunque l'Italia fosse infelice od oppressa, anzi per questo medesimo, bisognava essere italiani: l'orgoglio nazionale ridesto dal valore spiegato nei libri e nelle congiure degli ultimi tempi, osava finalmente riaffacciarsi alla storia. L'Italia ignota persino a se medesima nel secolo passato, poi invasa dallo strepito della rivoluzione francese come un immenso dormitorio, nel quale tutto un popolo d'infermi e di poveri sonnecchiava nell'ozio e nella fame, quindi riordinata violentemente a caserma dal primo impero, ridivenuta albergo dei propri principi fuggiti e degli antichi padroni stranieri nella ristorazione del '15, era adesso una terra inerme che parlava di armi, piena di dotti e di poeti, di congiurati e di politicanti, con una aristocrazia stretta intornoai troni come per difenderli dalle estranie influenze, con una borghesia destatasi all'immenso moto europeo e confusamente conscia che ogni fatto futuro sarebbe per lei una conquista, con un popolo al quale il rombo delle idee e le frequenti percosse della polizia avevano messo l'orgasmo della ribellione contro l'autorità senza giustizia e senza carattere nazionale.

La necessità delle riforme, accresciuta tuttodì dall'esame delle condizioni politiche ma abbellita dalla improvvisa giocondità di un accordo fra popoli e governi, non presentava ancora nulla di troppo pericoloso; non si minacciavano più i principi; le classi non si astiavano più fra loro, una specie di benevolenza, metà ingenua e metà perfida, addormentava le diffidenze degl'interessi e le ripugnanze dei principii. Si capiva e si diceva che le riforme avrebbero condotto alle costituzioni, ma questa parola non molto meglio determinata delle altre non palesava ancora tutto il proprio contenuto rivoluzionario. L'aristocrazia sperava di conservarvi quasi tutti i vecchi privilegi, la borghesia di guadagnarvi parecchi diritti colla doppia forza del censo e della coltura, il popolo di liberarvisi da molte angherie. I veri rivoluzionari, ostinati nell'unità e nella republica, venivano giudicati alla stregua degli incorreggibili sanfedisti ed austriacanti: ogni regione d'Italia si accingeva al rinnovamento conservando nella vanità inevitabile della nuova opera le vecchie superbie delle autonomie. L'unità della patria, così bene affermata dalla letteratura, diventava unione nell'idea politica d'allora: si parlava di dieta, di lega doganale, di statuti uniformi; era una risurrezione medioevale che lasciava a Roma il papato, come se la rivoluzione e l'impero francese non l'avessero due volte soppresso, e tutte le antiche capitali nel loro storico antagonismo. Palermo risognava di emanciparsi da Napoli pur conservandone la dinastia, Genova vaneggiava contro Torino nei ricordi dell'antica repubblica, Firenze rimuginava i propri secolari disegni d'ingrandimento contro i ducati limitrofi, il Piemonte mirava alLombardo-Veneto come a preda troppo lungamente agognata, mentre Milano rammentava, con palpiti superbi di donna, la sua ultima gloria di capitale del regno italico, e Venezia, isolata nel silenzio delle lagune, fantasticava la libertà dinanzi alla gloria immortale dei propri monumenti.

Era un idillio politico. Nessuna di quelle terribili passioni che covano le vere rivoluzioni, trapelava dalla scompostezza del nuovo moto: non fede religiosa, giacchè in Italia fu sempre scarsa, e il papato non fece che diminuirla e la religione cattolica era piuttosto ostile che favorevole ad ogni forma di rivoluzione italiana: non tradizione regia, capace di difendere le centenarie dinastie contro disegni giacobini e prepotenze imperiali; non odio al principato, disonoratosi nell'ultimo secolo con ogni bassezza morale e politica; non amore alla repubblica, che non fu mai italiana; non orgoglio di libertà, della quale era mistero il significato moderno; ma una irritazione prodotta dalla politica austriaca ed austriacante, e una velleità d'emancipazione che facesse senz'altre fatiche rifiorire il benessere materiale paesano. E il moto non era solamente federale per tradizione ma per un sottinteso ipocrita che, giudicandolo meno osteggiato così dai principi che dall'Austria, lo sperava più facile: forse quest'ultima, preoccupata da altre necessità interne, lo avrebbe lasciato passare e la rivoluzione si sarebbe svolta come una festa. Poi il caso o la fortuna d'Europa avrebbero aiutato.

Si desiderava da suddito diventare cittadino, ma si aspettava questo da una concessione generosa di principe; si sarebbe voluta l'espulsione dell'Austria, ma si ripugnava alla coscrizione, alle enormi spese e agli immensi disastri, che una guerra nazionale avrebbe costato. Idea e passione politica non erano limpide ed ardenti che nei pochi rivoluzionari: il grosso partito riformista non aveva come tale nè l'una nè l'altra, e non pensava ai problemi della nazionalità, della sovranità e del papato; sottomesso ai principi non vedevain loro un principio ma un buon espediente contro l'avvento rivoluzionario del popolo; imbevuto di cattolicismo non ammetteva libertà religiosa, e ripugnava all'unità specialmente per terrore superstizioso di Roma; nemico dell'Austria, non la odiava abbastanza da accettare contro di essa una qualunque rivoluzione.

A quella federale, che si veniva preparando, dovevano quindi mancare l'idea, il sentimento e lo scopo. Se l'antica federazione aveva significato l'individualizzarsi dei comuni nella disgregazione dell'impero, ed era stata invincibile come tutti i progressi, la nuova dopo la rivoluzione francese, che tende a costituire i popoli prima per nazioni e poscia per razze, non avrebbe avuto altro significato che di un esperimento rivoluzionario, nel quale l'Italia liquidasse il proprio passato. Mentre i moti del '21 e del '31 erano stati egoisticamente regionali, l'imminente rivoluzione del '48, svolgendosi federalmente con concessioni di statuti e lega di principi e una egemonia del pontefice, doveva essere la loro inevitabile conclusione. Così svanirebbero tutte le resistenze del mondo storico; e l'Italia, ricredutasi nell'inutilità di questo sforzo supremo, al quale era inconsciamente spinta dallo spirito moderno, aprirebbe il proprio terzo periodo storico della nazionalità.

Nulla mancherà dunque dell'antica Italia in quest'ultima rivoluzione federale. Una stessa illusione vi accorderà tutti i partiti, costringendoli a fallare nel processo dell'azione rivoluzionaria perchè, meglio fusi da una sconfitta comune, si trovino nella necessità di ritentare più tardi una vera rivoluzione. Tutte le monarchie costrette a concedere lo stesso statuto, avanzandosi sul ponte infido del costituzionalismo verso la democrazia popolare, faranno la loro ultima riprova, ma quella solamente fra esse che saprà resistere all'esperimento costituzionale, avrà un avvenire. Naturalmente ciò dipenderà meno dalla sincerità del loro carattere in tutte egualmente ostile al riconoscimento della sovranità popolare, che dall'ambiente politico nel quale si compierà l'esperienza: quindi fra i due grossiregni napoletano e piemontese, intorno ai quali potrà agglomerarsi l'Italia futura, il vantaggio sarà per quest'ultimo.

Ma poichè l'imminente rivoluzione federale dovrà esaurire le secolari forme storiche d'Italia, il suo impulso apparente verrà dal papato. L'Italia, tentando rinnovarsi nella modernità, non poteva essere che neoguelfa e riassumersi entro la più antica delle proprie istituzioni con uno sforzo d'unione senza unità e di nazione senza individualità. Dacchè l'impero francese sfasciandosi l'aveva lasciata ricadere nel passato più povera e più divisa da interessi inconciliabilmente rivali, solo la grandezza del papato, assicurandole una primazia cattolica, le dava ancora una ideale unità. Quindi basterebbe al papa il cenno più lieve ed ambiguo di riscossa perchè a tutti sembrasse più chiaro d'ogni più esplicita affermazione. Qualunque parola di Roma parrebbe contenere un programma, ogni sua promessa sembrerebbe maggiore dello stesso fatto compiuto. L'effervescenza classica, la superstizione religiosa, l'antica fede, l'immutata soggezione, galvanizzate dall'indefinibile senso rivoluzionario del secolo, si condenserebbero intorno al papato per spingerlo inconsapevole ed inconsapevolmente sulla via della rivoluzione: si vorrebbe con esso una crociata politica, gli si domanderebbero come molti anni addietro benedizioni ed anatemi miracolosi, gli s'imporrebbe di costringere Dio alla complicità di combinazioni diplomatiche che nessuna scienza di stato o volgare prudenza d'individuo potrebbe approvare. Il papato, idealmente ucciso dalla rivoluzione francese, oscillerebbe quindi sotto la pressione del pubblico sentimento, compiendo di suicidarsi coll'accordare una costituzione inconciliabile colla propria essenza, finchè, di cosmopolita fatto italiano e costretto a tradire l'uno e l'altro carattere, finirebbe abrogato da una republica romana, assurda ed effimera quanto la stessa rivoluzione federale.

Intanto le corti italiane, travolte dall'impulso del papato all'esperimento delle costituzioni e di unaimpossibile lega militare contro l'Austria, si dibatteranno fra perfidie mostruose: la sollevazione contro lo straniero, precisando all'interno tutti coloro che non l'avranno aiutata o peggio l'avranno tradita, li designerà come nemici; l'impossibilità dell'unione spingerà all'unità, l'accordo giubilante coi principi si muterà in dissidio mortale coll'abrogazione degli statuti, il nuovo contatto colla rivoluzione europea spazzerà dalla coscienza nazionale gl'informi antichi concetti storici, i martirii delle successive congiure colpiranno molti riformisti divenuti rivoluzionari, mentre il Piemonte mantenendosi costituzionale diventerà il nocciolo della nazione futura.

Alla morte di Gregorio XVI (1º giugno 1846) le popolazioni dello stato pontificio, come presaghe dei tempi nuovi, respirarono gioiosamente. Al conclave tosto adunato furono speditiMemorandume petizioni, che, sebbene male accolti, non scemarono la pubblica aspettazione; siccome si temevano sommosse, e il generale austriaco Radetzky si disponeva già ad occupare le Legazioni, grande era il fermento degli animi, ma il conclave, sbrogliandosi più sollecitamente del solito, proclamò pontefice contro ogni previsione il cardinale d'Imola, Mastai Ferretti. Era questi nuovo alla vita politica, senza nè partito nè capacità politica. Il Lambruschini, candidato austriaco, e il Gizzi, candidato popolare, rimasti esclusi, rappresentavano le due più grosse parti del conclave, che, inette a vincersi, avevano dovuto accordarsi sopra un nome neutro.

Il nuovo pontefice, che si chiamò Pio IX, doveva, malgrado la inanità del proprio spirito, lasciare nella storia del papato una delle orme più profonde. Mite di temperamento e gioviale nel carattere, vanitoso quanto un attore e facile come un dilettante, era l'uomo più adatto al carnevale del momento, che intendeva a fare di tutto una festa scordando i problemi della politicanel fracasso della rettorica e avanzando per una fantasmagoria di illusioni sceniche verso la scabra realtà d'una rivoluzione presto soffocata nel sangue d'una guerra. Se Gregorio XVI era stato un teologo ed un tiranno, Pio IX fu un retore della teologia e della politica, egualmente incapace di comprendere la posizione del papato nel secolo e in Italia. Quindi invece di una vera riforma religiosa, quale l'invocavano i più grandi spiriti cattolici, non mirò che alla teatralità di affermazioni dogmatiche, atte a sbalordire la plebe e tendenti a condensare l'assolutismo papale senza prevederne i contraccolpi politici. L'ultimo dogma dell'infallibilità pontificia, che annulla il potere legislativo dell'episcopato, contradice infatti ben stranamente alla concessione dello statuto, che doveva rendere il papato parlamentare. Ma nessun papa svolse nel proprio pontificato più ricco repertorio di scene. Riformatore, poi rivoluzionario colla promulgazione dello statuto, eroe nazionale e banditore della crociata contro l'Austria, quindi reazionario, traditore e fuggiasco a Gaeta sotto l'egida del peggior tiranno d'Italia; decaduto dal trono per decreto della republica romana che aboliva il potere temporale, e ricondottovi da una coalizione monarchica che preludeva al secondo impero: più tardi battuto dalla conquista savoiarda aiutata da Napoleone III, e nullameno protetto da questo entro Roma; due volte assalito da Garibaldi ad Aspromonte e a Mentana, e rovesciato finalmente dalla monarchia italiana l'indomani di Sedan, Pio IX dovette fingersi prigioniero entro il Vaticano dichiarato inviolabile. Gloria ed infamia, nulla gli fu risparmiato. Sollevato a tutte le apoteosi dalla illusione politica di un momento, e percosso poco dopo dagli anatemi di tutte le coscienze italiane, potè proclamare il dogma dell'infallibilità pontificia in un concilio ecumenico, che la rivoluzione del 1870 disperse; accattone d'aiuti parricidi dopo le più ingenue vanterie patriottiche, imbrattato di stragi come le perugine malgrado la gioviale bonarietà d'animo, dominato da ministri concussionari come Antonelli,aggirato dai liberali e dai gesuiti, fu l'ultimo condottiero del papato, e ne divenne il becchino fra la più scettica indifferenza mondiale.

Ma il mattimo del suo pontificato apparve così bello all'accesa fantasia d'Italia che tutto il mondo salutò acclamando.

I primi atti politici del pontefice, benchè per se stessi non meravigliosi, destarono i più fervidi entusiasmi. Concesse un'amnistia così umiliante per la formula che alcuni, come il Mamiani, sentirono di doverla ricusare; nullameno questo perdono di papa parve ultimo miracolo del cattolicismo. Quindi una indefinibile ed unanime congiura lo circuì. Lo si vantò più buono e liberale che davvero non fosse, apponendo le sue dichiarazioni assolutiste ai segretari; il partito clericale medesimo si scisse in due, dei gregoriani e dei pïani a seconda delle tendenze reazionarie o novatrici. Ambasciatori da ogni parte del mondo, persino del sultano, venivano a congratularsi dell'opera riformatrice col nuovo pontefice; ma ad essere riformatore gli mancavano insieme genio e carattere.

Infatti le prime commissioni consultive con ammissione di qualche laico illustre, come i giuristi Silvani e Pagani, l'una per lo studio della riforma processuale, l'altra con propositi meschini di educandato per la correzione dei costumi publici, e una terza per la costituzione del municipio romano, scoprirono tutta l'inanità de' suoi concetti politici. Ma il publico non potè e non volle accorgersene. Al suo entusiasmo bastavano alcuni mutamenti nel personale legatizio, poche e tenui modificazioni nella costituzione dei tribunali, e lo spiraglio aperto alla stampa colla nuova legge sulla censura, che parve illiberale persino al D'Azeglio.

Intanto il delirio delle feste e delle acclamazioni cresceva. Una poesia carnevalesca avvolgeva la figura del pontefice, mettendo nel suo nome misericordioso il significato di tutte le perfezioni. Ogni giorno recava nuovi spettacoli di adorazione; la piccola e la grande letteratura bamboleggiava in panegirici al papa; invecedi osservarle, s'indovinavano attraverso i suoi atti e le sue parole le più spampanate promesse liberali. Pio IX era tutto, religione, patria, autorità e libertà fuse nel più stupendo accordo di genio e di santità. I giornali improvvisati, come ilContemporaneoe laBilanciaa Roma, ilFelsineoe l'Italianoa Bologna, questo diretto dal Berti-Pichat insigne agronomo, e quello dal Minghetti, che divenne poi celebre parlamentare, ditirambeggiavano con patriottica e comica ingenuità. Persino Garibaldi dall'America e Mazzini da Londra credettero buona tattica del momento scrivere a Pio IX due lettere assurde d'incoraggiamenti e di devozione. Così, la fede al nuovo papa liberale si radicava nell'opinione non solo d'Italia ma d'Europa, malgrado la contraddizione di molti suoi atti, attribuiti puerilmente alla sua posizione di capo di una istituzione vecchia di diciotto secoli e quindi atteggiata da abitudini, che nessuno sforzo avrebbe potuto mutare in un giorno. Il pontefice, ebbro di tanta popolarità, vi si abbandonava con gioia di attore. La sua stessa bellezza fisica, la potenza musicale della sua voce, per la quale invaniva almeno quanto pel grado di primo fra i cattolici, l'ammirazione d'Europa, la costanza di un trionfo che sembrava dilatarsi di giorno in giorno, tutto contribuiva a trascinarlo giù per la lubrica china della rivoluzione. Il grande tentativo liberale, iniziato nel cattolicismo per opera di Chateaubriand, e spinto con sì ammirabile vigore di stile dal Lamennais alle ultime conseguenze, favoriva la nuova interpretazione liberale del papato.

I riformisti gongolavano. Gioberti era stimato profeta, Mazzini sembrava aver piegato, i principi guatavano stupiti il pontefice come attendendo un suo cenno per seguirlo, il mondo applaudiva, solo i più incorreggibili rivoluzionari tacevano soffocati dall'entusiasmo universale.

Intanto con editto del 14 aprile 1847, ispirato dal famosoMemorandumdel 1831, s'instituiva la consulta di stato: tutti i legati e delegati dovevano presentareuna terna, dalla quale il sovrano avrebbe scelto un consultore per ogni provincia: i consultori siederebbero due anni in Roma e darebbero voto consultivo sulla sua amministrazione, l'ordinamento del municipio e gli affari interni dello stato. Era una lustra, che non riconosceva al popolo nessun diritto d'elezione e non gli offriva alcuna guarentigia. Poco dopo un motuproprio ordinava il consiglio dei ministri costituendolo del segretario, presidente e ministro degli affari esteri ed interni, del camerlengo per l'industria e il commercio, del prefetto delle acque e strade, del prelato presidente della guerra, del tesoriere e del governatore di Roma per la polizia. Il governo pontificio restava adunque sulle vecchie basi e col medesimo organismo prelatizio. Nemmeno questo bastò. Il popolo, infallibile nell'istinto politico, sentiva che il pontefice sarebbe andato più oltre, e che questi decreti erano piuttosto l'espressione del partito vaticano che dell'inevitabile compromesso già stretto fra il papa e la rivoluzione. Infatti l'Austria spaventata aumentava in Lombardia l'esercito di occupazione facendo subdole proposte a Guizot, ministro francese, perchè si adoperasse presso il pontefice a frenare il moto delle riforme e ad impedire quindi sommosse rivoluzionarie in Italia. Nel Vaticano era scoppiato il dissidio fra il Gizzi segretario e il papa: questi alle provocazioni dell'Austria rispose istituendo la guardia civica a Roma e promettendola alle provincie. Il Gizzi si dimise profetando la caduta del papato; i gregoriani già ringalluzziti dagli aiuti austriaci allibirono e tacquero momentaneamente nell'odio. Frattanto lo stato male ordinato in passato peggiorava fra il vecchio e il nuovo; sanfedisti e rivoluzionari, gregoriani e pïani, nelle provincie si percuotevano a morte; le commissioni governative eternavano i propri lavori, l'azione governativa sprovveduta degli antichi terrori polizieschi procedeva molle ed incerta, l'azione popolare cresceva gagliarda.

Al Gizzi successe il cardinale Ferretti, legato a Pesaro. Quindi, per l'anniversario della concessa amnistia,una congiura, piuttosto desiderata che ordita dai residui polizieschi del governo gregoriano contro Pio IX, provocò tumulti liberali, che s'immaginarono di salvare il pontefice vincendo una battaglia cittadina. Così il popolo s'impossessò delle armi e il governo cadde in sua tutela, mentre l'Austria, troncando le ambagi, occupava risolutamente Ferrara. La prima grande scena del dramma era incominciata. Roma e Vienna inimicate avrebbero acceso la guerra fra l'Austria e l'Italia. Roma protestò energicamente, il gabinetto inglese la appoggiò; ma l'Austria tenne duro, giovandosi della Francia che per mezzo di Guizot consigliava al papa di restare amico dell'imperatore a qualunque costo. Senonchè la mossa spavalda di Metternich, anzichè frenare il papa sulla via pericolosa delle riforme, ve lo spinse più vivamente; le popolazioni frementi di sdegno all'odiosa provocazione si stringevano più fortemente al pontefice; tutti i municipii gli offrivano uomini e danari per una impresa di liberazione; la stampa, rompendo i confini della censura ed ampliando la questione, pindareggiava di unione d'Italia e d'indipendenza nazionale. Per la prima volta dopo tanti secoli un'ingiuria fatta al pontefice re di Roma veniva raccolta come un guanto da tutta la nazione.

Pio IX, trascinato dalla logica segreta della rivoluzione a farsi iniziatore di una lega doganale, che avrebbe naturalmente preluso ad una lega politica, segnava un trattato doganale con Firenze e con Torino, costituiva il municipio romano, riordinava il ministero precisando le attribuzioni e la responsabilità di ogni ministro, apriva la consulta tentando inutilmente di scemarle nel discorso inaugurale il significato politico. Infatti i consultori nell'indirizzo di risposta gli esposero nella forma più rispettosa un largo programma di tendenze costituzionali e patriottiche. La loro inattuabilità non compresa dal popolo, pel quale tutto era segno di rivoluzione, non sgomentava i consultori: si andò fino a pretendere che il papa scomunicasse l'imperatore; e laBilancia, giornale dell'illustre Orioli, affermavaessere la scomunica un'arma superiore a tutte le altre di guerra.

Una protesta dei professori allo studio di Pisa contro l'installazione delle monache del Sacro Cuore cresceva tutto dì nelle stampe clandestine di Toscana, che invocavano riforme fingendo motupropri dai quali fossero accordate; il granduca Leopoldo, prima rattenuto dal terrore cieco dell'Austria, era adesso trascinato dall'irresistibile esempio di Pio IX. Tutto diventava pretesto di unione con Roma, la sottoscrizione per gli amnistiati poveri dello stato romano, il terremoto di Pisa e l'inondazione di Roma stessa. In questa si istituì una ambasciata toscana distinta dall'austriaca, si stabilì a Pisa una scuola normale, si nominarono commissioni per diffondere l'istruzione elementare. L'Austria premeva sul granduca a spaventarlo; i rivoluzionari si servivano del nome di Pio IX come di una salvaguardia per ogni dimostrazione liberale. Una nuova legge sulla stampa, colla quale si concedeva l'esame degli atti governativi, abilmente maneggiata dal Montanelli in un opuscolo, diventò arma contro il governo: questo, sempre più stretto dal blocco, ordinò nuovi codici, promise l'allargamento della consulta, una revisione organica dei municipi.

I giornali pullularono: Salvagnoli nellaPatriapropugnava l'accordo della libertà col principato e quindi una lega di principi per la difesa dell'indipendenza italiana, La Farina nell'Albarepublicaneggiava, Montanelli sognava nell'Italiadietro al papato di Gioberti. La prima grossa battaglia giornalistica fu per l'istituzione della guardia civica, alla quale il duca ripugnava per istinto e per minaccie austriache, ma nella quale dovette consentire, travolto dalla marea assordante della publica opinione. L'armamento del popolo era il primo passo del principato all'abdicazione, gli altri furono segnati dai preparativi e dalla concessionefinale dello statuto. All'agitazione liberale crescevano adepti ed aiuti: il barone Bettino Ricasoli, che fu poi la più onesta ed altera figura fra i successori del conte di Cavour, scriveva petizioni al governo, guidando contro di esso la parte più assennata del paese, ma sperando tutto dalla persuasione; Gino Capponi, austero gentiluomo ed elegante letterato, capo di un'altra frazione del partito moderato, si riprometteva maggiormente da legali agitazioni. Il partito radicale aveva sede a Livorno, ove Guerrazzi ne era l'idolo e Bartelloni il più efficace tribuno; Centofanti e Montanelli guidavano l'università di Pisa. Intanto le scosse di Roma propagandosi, eccitavano le popolazioni e sbaldanzivano i governi: ogni avvenimento diventava festa, ogni festa dimostrazione; l'anniversario della morte dei Bandiera e della cacciata dei tedeschi da Genova, l'assunzione del papa, la morte a Genova del celebre agitatore irlandese O' Connell e di Confalonieri a Milano, la sconfitta del Sonderbund a Lucerna, i ricevimenti per tutte le capitali italiane di Cobden e di Cormenin, provocavano esplosioni di rettorica rivoluzionaria e patriottica. Guerrazzi, commemorando a Gavinana la morte di Ferruccio, produsse quasi una rivolta: il principe Bonaparte di Canino, volgare ma coraggioso istrione politico, traversò la Toscana, poi Genova e finalmente Venezia, vestito da guardia civica romana, arringando e tirando il publico a teatrali giuramenti colle spade sguainate nel nome d'Italia. Le riforme concesse troppo tardi, mal volentieri e a sbalzi, anzichè placare il fermento l'accrescevano; il nome d'Italia, gridato da tutti, minacciava di morte i governi regionali; da Livorno si mandò a Garibaldi, divenuto glorioso in America per battaglie vinte, una spada d'onore, e una medaglia d'oro ad Anzani che con lui aveva colà organizzato la legione italiana.

A Lucca, siccome Carlo Lodovico seguitava nei più turpi disordini, ricusandosi con insolente spavalderia a qualunque riforma liberale, il popolo offeso impegnava contro di lui una lotta, nella quale ebbe presto ilsopravvento. Allora il duca, spaurito e vessato dagli enormi debiti, precipitò la cessione del ducato alla Toscana; l'Austria intervenne in nome dei vecchi trattati per ottenere al duca di Modena la Lunigiana, chiave strategica della media Italia. Corsero ribalde trattative da tutte le parti, ma la regione restò momentaneamente a Modena spalleggiata da Vienna. La mala condotta di Leopoldo verso gli abitanti di Fivizzano, che gli si erano rivolti per non essere ceduti al duca di Modena ed avevano poi invocato persino Carlo Alberto e Pio IX, determinarono a Livorno una esplosione popolare, nella quale soffiò il Guerrazzi. Ne venne quasi una guerra civile, ma il duca fu sollecito al riparo, invadendo con grosse soldatesche la città ed arrestandovi tutti i caporioni. Il moto si disse sedato, però il governo non ne divenne più forte.

Frattanto essendo morta (17 dicembre 1847) la duchessa di Parma, Maria Luigia, l'Austria ne profittò per prender maggior piede in Italia contro l'imminente rivoluzione. L'ex-duca di Lucca, divenuto duca di Parma per diritto di riversibilità, ne prese momentaneamente possesso, riconfermando dietro monito austriaco gli odiati ministri della defunta duchessa e rispondendo alle petizioni popolari, invocanti migliori leggi e municipii elettivi, col darsi in braccio a Vienna. Così, dopo aver venduto i propri sudditi di Lucca al granduca di Toscana al prezzo di uno scudo per testa, il 24 dicembre firmava un trattato coll'imperatore, concedendogli di occupare militarmente lo stato per interesse di comune difesa: al quale trattato avendo tosto acceduto il duca di Modena, l'Austria contro i patti del 1815 era fatta padrona del Po e degli Appennini. Quindi col pretesto di scortare il cadavere della duchessa trasportata alle tombe imperiali di Vienna, Metternich fece occupare colle artiglierie Parma, poi Modena.

Ma tutta Italia guardava insistentemente a Carlo Alberto. L'istinto politico della rivoluzione intuiva che solo il Piemonte avrebbe potuto guidare una guerrad'indipendenza contro l'Austria, qualunque fosse il passato e il carattere del suo re. Carlo Alberto, attorniato dai gesuiti e dominato dal conte Solaro della Margherita, il più reazionario fra i ministri italiani, si sentiva passare entro l'anima assiderata il vento caldo della rivoluzione a risvegliarvi vecchi rimorsi e speranze. L'orgoglio tradizionale della sua casa, la sua stessa alterigia romantica di re assoluto e di cavaliere, lo traevano alla fortuna di una guerra che gli raddoppiasse i dominii, dandogli una vera supremazia su tutti i principi della penisola; ma il terrore delle idee rivoluzionarie, la bigotteria regia e cattolica, l'inguaribile dubbiezza del suo spirito incapace di affrontare risolutamente alcun problema, lo rattenevano sulla china delle riforme, irritando la sua gelosia per Pio IX. Quindi proibiva persino le funzioni ecclesiastiche celebranti il nuovo pontefice, pure offerendoglisi cavaliere contro l'Austria già discesa a Ferrara e minacciosa al Piemonte con un nuovo aumento di dazi sopra i suoi vini, quasi a sfida: accoglieva trionfalmente l'inglese Cobden apostolo del libero scambio, e seguiva la dottrina opposta del List, che aveva fondata in Germania la lega doganale; si ricusava alle riforme e scriveva una lettera ai comizio agrario di Casale, provocatrice come un bando di guerra contro l'Austria. Perplesso fra la diplomazia inglese, che per mezzo di lord Minto lo incuorava ad una rivoluzione costituzionale, e la politica francese che per mezzo del conte de Mortier tirava a riconciliarlo coll'Austria, non si risolveva per nessuna delle due: avrebbe voluto la guerra senza rivoluzione, guidando l'esercito e tenendo il popolo nella stessa calma obbedienza mediante poche riforme concesse per decreto reale. Nullameno il moto lo travolse. Il suo scudo fantastico col leone di Savoia straziante l'aquila di Asburgo e il motto scritto in francese da lui italiano «J'attends mon astre» esprimeva tutta la torbida poesia del suo pensiero: una visione di cavaliere antico, chiuso nell'angustia del proprio spirito e della propria corazza, concependo la rivoluzione comeuna festa di popolo e la guerra come il glorioso capriccio di un prode. Ma la storia, sempre più forte di ogni disegno individuale, lo trasse irresistibilmente alle riforme, che dovevano in tutti i principati italiani precedere gli statuti; onde, fra gli osanna del popolo, i suggerimenti ingenui o perfidi dei liberali e le querimonie della reazione, dovette con una serie di ordinanze modificare la legge comunale mettendovi a principio l'elezione popolare, abolire le giurisdizioni eccezionali, unificare con una nuova corte di cassazione la giurisprudenza del regno, frenare l'arbitrio della polizia affidata al ministro della guerra, slargare la legge sulla stampa, stabilire registri per lo stato civile, democratizzare le promozioni militari.

Naturalmente queste riforme, anzichè recare immediati benefizi, sconvolsero il vecchio sistema politico, sollecitando le voglie rivoluzionarie dei liberali. La logica delle cose traeva irresistibilmente a maggiori concessioni: si denunciavano tutti gli abusi; l'orgoglio piemontese, vellicato dalla proclamazione nazionale del proprio re a generalissimo contro l'Austria, domandava insistentemente un altro più difficile primato colla promulgazione di uno statuto. Le questioni più vitali, dibattute quotidianamente nei giornali, esaltavano meglio che non illuminassero le menti; Valerio e Brofferio, l'uno nellaConcordia, l'altro nelMessaggero, guidavano la falange più ardita dei liberali; Balbo e Cavour nelRisorgimentosi destreggiavano in un liberalismo più tenero del principato che della libertà, più preoccupato dei mezzi che del fine. Il vecchio assetto della società sommossa da tante agitazioni politiche si screpolava; difettavano uomini e idee; la riforma scesa dai libri e dalle riunioni accademiche nelle strade non vi diveniva rivoluzione per difetto di passione e d'intelligenza nel popolo. Il sentimento più vivo di questo era l'avversione all'Austria, ma non l'odio vero capace dei miracoli di Grecia e di Spagna; la tradizione più salda era ancora regia, le aspirazioni liberali salivano dalla borghesia e si confondevano nell'incertezzadella sua cultura e nella imperfezione del suo carattere. Tutta la violenza era di parole e tutta l'opera di feste. Si temeva pazzamente dei gesuiti, le fazioni inviperivano nelle più astiose e stolide polemiche, la diffidenza scendeva e saliva dal popolo al principe, la vertigine del vuoto faceva turbinare tutte le teste. Due soli vedevano chiaro in tale tramestio, Mazzini e Metternich: quegli affermando recisamente che tutti gli ordigni dei moderati crollerebbero ben presto, e il popolo proromperebbe con manifestazioni da obbligare l'Austria ad invadere i paesi vicini; questi scorgendovi una sovversione rivoluzionaria che avrebbe forse guidato alla republica, ed affrettandosi a dichiarare in unMemorandumalle potenze che l'Italia erauna semplice espressione geograficae non sperando più che nelle inevitabili divisioni italiane. «Gli italiani fortunati s'invidieranno, sfortunati si malediranno, discordi sempre vincitori o vinti». E fu profezia.

A Napoli, terra votata da secoli al più efferato dispotismo, l'impulso dato inconsciamente da Pio IX alla rivoluzione vi peggiorò il governo. Il re, impantanato nella più scempia bigotteria, lasciava compiere a ministri truci o rapaci, come il Del Carretto e il Santangelo, qualunque infame prepotenza: unica politica la repressione. Nullameno l'opposizione dei patriotti, quantunque più napoletani che italiani, sempre egualmente scarsi di idee e di coraggio, si ostinava al cimento. Infatti nella celebre protesta elaborata dal comitato rivoluzionario e scritta dal Settembrini, forma e sostanza erano del pari insufficienti. Prolissa come una requisitoria, sparsa qua e là di frasi pietiste a Pio IX, minuta e pedante nell'accusa, non esciva dal popolo e al popolo non si rivolgeva: pareva un appello all'Europa e non era che un'arringa d'avvocato senza severità di stile e veemenza di passione; negava e non riaffermava; uscita dall'anonimo si perdeva nel vago, più lamento ancora che protesta, troppo lunga per un proclama e troppo scomposta per unMemorandum, non abbastanza rivoluzionaria nell'intenzione e troppopoco italiana nel sentimento. Non pertanto parve ai liberali un capolavoro e un pericolo al governo. Questo, infellonito dalle accuse consegnate così a tutta la stampa europea, cercò a morte gli autori, che esularono o si nascosero. Ma il fermento aumentava minaccioso nelle provincie. Ai primi di settembre (1847) una sommossa scoppiava per opera dei fratelli Plutino e di Romeo a Reggio e a Messina, prontamente e ferocemente repressa. I generali Landi e Nunziante vi si copersero d'obbrobrio; Domenico Romeo vi fu trucidato e un suo nipote costretto a portarne la testa in giro per le ville. Ma quasi l'immanità della repressione fosse insufficiente, il re con editto dell'otto settembre invitava tutti i cittadini a farsi spie del trono dando sicurtà «che i loro nomi resterebbero sepolti negli arcani della polizia, che proporzionata all'utile sarebbe la ricompensa, e che la sovrana clemenza non lascierebbe alcun servigio senza premio». Un altro editto poco dopo prometteva trecento ducati a chi uccidesse, e mille a chi consegnasse dieci ribelli, dei quali si davano i nomi. A queste tiranniche empietà rispondevano, elogiando, le corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo, mentre Ferdinando II, come impazzito di ferocia e atterrito da una ovazione fattagli per il licenziamento del ministro Santangelo, proibiva con nuova ordinanza al popolo di gridare persino, Viva il re! Naturalmente l'ordinanza non fu obbedita e ne nacquero risse sanguinose fra il popolo e la sbirraglia.

La Sicilia, sempre implacabile nell'odio al governo napoletano, ne approfittava per insorgere un'altra volta. Uno scritto diffuso per Palermo il 12 gennaio 1848, vi chiamava tutti i siciliani alla rivolta, sfidando il governo come ad un torneo mortale. Il governatore militare bombardò prima la città; poi, trovata la resistenza troppo dura, tentò accordi; il conte d'Aquila sopraggiunto s'interpose chiedendo concessioni al re; Ferdinando spaventato alcune ne diede, molte altre ne promise; ma Palermo, fidente nel proprio sogno di autonomia, le respinse per tentare d'organizzarsi a governo.I comitati costituitisi nella prima ora della rivolta si restrinsero in uno solo: Ruggero Settimo ne fu presidente, Mariano Stabile segretario. La lotta proseguì feroce d'ambo le parti, ma le truppe napoletane dovettero indi a poco levare il campo. Per ultima orribile rappresaglia di guerra il generale De Sauget, prima d'imbarcarsi, fece aprire le carceri della città sguinzagliandovi dentro cinquemila galeotti. Frattanto la rivoluzione si era diffusa; solo qualche fortezza restava ancora ai regii nell'isola.

Il primo scoppio della rivoluzione federale vampeggiava dunque dalla Sicilia, che la storia non aveva mai potuto congiungere all'Italia, e nella quale nessuna conquista si era mai saldamente stabilita.

I fati incalzavano. L'insurrezione vittoriosa della Sicilia, atterrando la corte di Napoli, inanimì i liberali; l'Austria, inabilitata a soccorrere i Borboni, giacchè il papa offeso dell'occupazione di Ferrara vietava ogni transito pel proprio territorio, non bastava più a proteggerli; le provincie di terraferma tumultuavano, la plebe delle città era incerta, l'esercito per quanto numeroso non abbastanza solido. Il Cilento era in fiamme; Constabile Carducci con forte mano d'insorti minacciava Salerno; la resistenza avrebbe acceso la guerra, questa spaventò il re. A scongiurarla con vecchia abilità di famiglia, Ferdinando II pensò di concedere più che non gli si domandava, e diede la costituzione incaricandone Ferdinando Bozzelli, antico liberale che doveva poi disonorarsi nella cortigianeria di troppi tradimenti. I truci funzionari polizieschi furono congedati, s'instituì un nuovo ministero. A tanta prodigalità liberale il popolo esaltato proruppe in ovazioni: odii ed infamie furono dimenticate. I capi rivoluzionari al solito credettero nella lealtà del re, non si pensò al tradimento, si riprese l'idillio politico del '20 colla stessa ingenuità. La costituzione imitata sulla francesenon era troppo liberale, e nullameno eccedeva forse la capacità politica del paese: unica religione riconosciuta la cattolica, il potere legislativo nel re e nel parlamento diviso in due bracci, senato a nomina regia e a numero illimitato, la camera dei comuni per elezione popolare. I collegi elettorali erano di 40,000 abitanti, gli elettori culti o censiti, ma entrambe queste loro qualità ancora indeterminate; liberi i comuni, vietato l'assoldamento delle milizie straniere, istituita la guardia nazionale, riconosciuto il diritto di petizione, uguaglianza dei cittadini in faccia alla legge; libera stampa meno che sovra argomenti religiosi; cancellato ogni precedente e condanna politica. Il potere esecutivo risiedeva nel re e nei ministri da lui nominati.

Questo, che stordiva i napoletani, non bastò alla Sicilia ostinata nella propria autonomia o nella fede alla costituzione del '12. Così la guerra proseguiva con vantaggio crescente degl'insorti, che il 20 febbraio 1848 indissero il proprio parlamento.

Ma la costituzione, concessa dal re con traditrice riserva e accettata dai liberali con fanciullesca ingordigia, poco adatta ai costumi e mal compresa dalle masse, non funzionava. La corte segretamente alla testa del partito retrivo moltiplicava gli ostacoli: v'erano due governi, l'uno palese e l'altro invisibile, quello debole ed impacciato, questo attivo e spregiudicato; il parlamento stava per diventare, come sempre, un'accademia, il ministero fra astrattezze liberali e servili cortigianerie mal poteva imporsi al paese e alla corte; i vecchi poteri restavano con nomi nuovi disobbedendo e falsando ogni mutazione; nelle campagne insubordinate e spinte a tumulti si rapinava; la guardia nazionale poco o punto armata, organizzata appena per qualche rivista e incapace di alcun vero servizio, non giovava; l'aristocrazia invecchiata negli usi dispotici ricalcitrava all'obbedienza della borghesia trionfante; il popolo aspettava lautezze e sbraitava profittando della nuova licenza. Dimostrazioni succedevano a dimostrazioni, peggiorando il disordine e disonorando lanuova libertà. Si espulsero i gesuiti; la stampa abbietta ed irruente insudiciò ogni più illibata reputazione.

Tra il tumulto senza la rivoluzione e il mutamento senza la rinnovazione, d'Italia non si parlava ancora: appena s'erano aggiunti alla bandiera borbonica i tre colori resi nazionali dalla propaganda della Giovane Italia.

La costituzione di Napoli scrollò tutti i principati italiani. La antica rivalità fra Napoli e Torino si riaccese fatalmente, mentre la logica della storia trionfava d'ogni loro egoistica resistenza. Carlo Alberto tentò indarno di reagire contro questa suprema necessità degli ordini costituzionali, che pure avevano fatto la potenza mondiale dell'Inghilterra e permesso alla monarchia di ripiantarsi in Francia sul terreno ancora rovente della rivoluzione. Quindi, scrivendo a Leopoldo di Toscana, che lo richiedeva di consiglio, gli scopriva tutto un disegno di riforme atte ad appagare le più insaziabili esigenze del popolo, senza scemare d'una dramma l'autorità assoluta del re: secondo lui la monarchia parlamentare era il peggiore dei governi. Ma il fiotto della rivoluzione saliva urlando e schiumando intorno al suo trono; Toscana e Romagna barcollavano, Roma sembrava in preda al delirio, il Piemonte fremeva. I libri di Gioberti avendo popolarizzato l'odio ai gesuiti, nei quali l'infallibile istinto popolare vedeva l'ultima milizia del dispotismo, tutti i paesi insorgevano per espellerli. Napoli li aveva cacciati tumultuando, Fano si levava contro di essi a furore, Ancona e Sinigaglia si avventavano contro gli Ignorantelli loro propaggine. Faenza, Camerino e Ferrara seguivano l'esempio, la Sardegna li prendeva a sassate, Genova e Torino si ammutinavano contro di loro. Era una nuova crociata contro gli ultimi giannizzeri del papato, una violenza della libertà costretta a diventare dispotica per potersi stabilire. Carlo Alberto, che fino allora aveva governato coi gesuiti, resistè: nullameno, per ovviare i tumulti, dovette armare la guardia nazionale, mentre i tumulti crescevano egualmente e la passione popolare trascinavatutte le classi. Il re cedette: cominciato l'abbrivo, il resto precipitò. La stampa, non emancipata che a mezzo, chiese in quell'immunità del momento la costituzione; i liberali urlavano libertà, i moderati indicavano il parlamento come l'unico asilo ove risolvere le questioni imbrogliate dalla piazza, la diplomazia inglese aiutava coi consigli, la Francia stava per rovesciare l'avvilente monarchia di Luigi Filippo per ritentare un infelice esperimento repubblicano. I due grandi municipii di Genova e di Torino presero l'iniziativa domandando al re uno statuto: Carlo Alberto chiese consiglio al confessore, s'inabissò in penitenze, e finalmente lo concesse di regia autorità per cansare l'obbligo di giurarlo. Il triste congiurato del '21 non era ancora morto nel nuovo re costituzionale.

Ma poichè la patria, come la religione, non conosce peccati inespiabili, il popolo proruppe all'entusiasmo: tutto fu dimenticato per non ricordarsi che della nuova costituzione e delle parole bellicose, colle quali il re minacciava l'Austria. Infatti all'indomani (5 marzo 1848) chiamava sotto le bandiere tre classi dei contingenti militari. Non era ancora una sfida, ma era già più che una precauzione di guerra. Il nuovo statuto, alquanto più liberale del napoletano, non ne differiva nell'essenza; però, sorto in ambiente politico migliore, potè, dilatandosi in una costante interpretazione liberale, emendarsi di molti difetti e neutralizzare qualcuno dei principii dispotici che lo rendevano piuttosto simile ad una capricciosa elargizione di re, che ad un patto fra questo e il popolo.

La Toscana, presa così tra due fuochi, dovette ardere anch'essa. Malgrado le minaccie del Metternich, il quale veniva ripetendo al granduca di non riconoscergli, come semplice usufruttuario di un patrimonio imperiale, la facoltà di scemarvi i diritti con colpevoli concessioni al popolo, Leopoldo II, atterrito dai casi di Livorno, spinto, sospinto, respinto d'ogni parte, s'arrese a discrezione del popolo, preparandosi a salvarsi colla fuga appena i tempi ingrossassero. Lo statutotoscano, ricalcato su quello napoletano e piemontese, fu migliore d'entrambi nella libertà religiosa.

Maggiori feste, perchè più profondo era il contrasto dei due principii politici ecclesiastico e civile, occupavano Roma senza stancarla. Le riforme concesse, ma non ancora praticate e nella più parte impraticabili, avevano rotto la decrepita compagine dello Stato, senza spirarvi dentro nessun alito di vita nuova. Come per lo innanzi i prelati soli reggevano il governo e dovevano guidare un popolo riscosso dal rombo di molte rivoluzioni. L'entusiasmo pel pontefice, infervorandosi ogni giorno più, lo metteva così alto che quasi lo disinteressava dal governo: e questa inconscia abilità dello spirito publico ingannava papa, corte e piazza. Il giacobinismo inveiva ragionacchiando di tutto: le imprecazioni ai gesuiti si mescevano cogli osanna a Pio IX, la guardia civica decorava teatralmente ogni processione politica, mentre molti moderati cominciavano già a spaventarsi di un moto, nel quale tratto tratto si sentiva la rivoluzione, e i mazziniani vi si cacciavano invece soffiandovi come sopra un polverìo che nascondesse al governo la direzione della strada. Una protesta per il riordinamento della milizia come risposta alle provocazioni dell'Austria fu quindi mandata alla consulta; questa la trasmise al governo, che credette rispondere mostrando ai tre milioni dei propri sudditi gli altri 200 milioni di cattolici pronti in caso di guerra a morire per il papa. Vecchia rettorica, che avrebbe dovuto far sorridere anche coloro che la usavano! Ma il governo cedette ancora, e finì col nominare un principe romano a ministro della guerra. Ogni giorno crescevano le difficoltà; le riforme concedute sembravano giustamente scarse dopo la promulgazione degli statuti negli stati vicini; il segretario cardinale Ferretti si dimise; il Bofondi, che lo sostituì, non potè fare di meglio; il governo scese a patti col popolo in un proclama nel quale si promettevano ministri laici. Proruppero altre feste: Pio IX dal proprio balcone arringò la moltitudine, che gli giurò fede in un urlo didemenza e si acquetò come per incanto alla benedizione papale.

L'antico governo prelatizio era dunque abbattuto, ma il fatto enorme non fu ben compreso in quella inesauribile baldoria. Il nuovo ministero, nel quale brillarono per ingegno Marco Minghetti e monsignor Morichini, non era già più moderato avendo ceduto la direzione della polizia al Galletti, rivoluzionario bolognese compromesso nei moti del 1844 ed affigliato ai circoli mazziniani. Tale ultima nomina era dovuta alla grande popolarità di questo, dietro la quale il neonato ministero provava già il bisogno di riparare. Galletti alla polizia e il tribuno Ciceruacchio in piazza formavano la parentesi della rivoluzione, che doveva soffocare il governo papale.

Ma poichè questo, non sentendo dentro di sè alcun principio di vita, aspettava come forma viscida e morta dal di fuori l'impronta, che doveva atteggiarlo in una nuova sembianza di vita, a Roma pure si cominciò a parlare altamente di costituzione. Era la pretesa dell'impossibile. Il partito moderato vi conveniva gongolando, i rivoluzionari con abile perfidia spingevano alla prova. I disegni fioccavano: l'illustre padre Ventura ne dette fuori uno, nel quale con ingenua serietà proponeva due camere, l'una eletta dai comizi, l'altra costituita dal collegio dei cardinali; Pellegrino Rossi, ammirabile ed ammirato letterato di scienze sociali, mandato da Luigi Filippo al papa come ambasciatore e consigliere, faceva pompa d'esperienza costituzionale in avvisi al pontefice e ai prelati sulle forme e sulle funzioni di un papa parlamentare. La utopia del Gioberti stava quindi per prendere corpo: la storia, per uccidere più sicuramente il papato, gl'imponeva coll'impossibile prova d'una costituzione il più mostruoso dei suicidi.

Al solito una rivoluzione di Parigi decise dell'ultima ambage del pontefice, e lo statuto fu promulgato.

I suoi principii politici, inconciliabili nell'essenza e nella forma, vi si urtarono entro le più inattuabilidisposizioni: le camere invece di due furono tre, e la terza veniva formata dal collegio dei cardinali costituito in senato, e che discuteva e votava a scrutinio segreto. Le camere elettive non duravano in carica più di tre mesi: gli elettori erano una cerna assurda di censo e di capacità, che non rappresentava alcuna classe di popolo, e impediva anzi al popolo ogni rappresentanza. L'altro consiglio alto era vitalizio e di nomina sovrana; così i senati erano due, l'uno ecclesiastico e l'altro laico, entrambi ingranati nella stessa costituzione. Alle due camere erano vietate le leggi riguardanti gli affari ecclesiastici o misti, e tutto era misto nelle teoriche di Roma e nello stato romano: non dovevano influire sulle relazioni diplomatiche o religiose della santa sede, non potevano introdurre per qualsivoglia bisogno, alcuna variante nello statuto. Così l'immobilità caratteristica del governo papale si riaffermava nella nuova formula parlamentare essenzialmente progressiva. Lo statuto esprimeva il beneplacito del sovrano anzichè il diritto del popolo. Pio IX, concedendolo, aveva confessato di cedere all'andazzo dei tempi, ma, nonostante la promessa consegnata nell'ultimo articolo dello statuto, che questo sarebbe inserto in una bolla concistoriale secondo l'antico rito a perpetua memoria, non ne fu nulla. Pio IX, come Carlo Alberto e i Borboni, si teneva aperta una via al tradimento.

L'assurdità di tale esperimento costituzionale non parve evidente che a ben pochi: l'antitesi delle due sovranità popolare e papale sfuggiva all'inesperienza dei molti e veniva negata per odio alla rivoluzione. Non si pensava ancora alle conseguenze di sviluppo. Come avrebbe potuto ammettere la chiesa l'emancipazione degli acattolici, l'abolizione delle proprie leggi sul sacrilegio, la bestemmia, l'eresia, le immunità, i privilegi, le giurisdizioni, la sorveglianza episcopale ai beni delle opere pie? Come avrebbe consentito i matrimoni e i funerali civili, la libertà di religione e d'istruzione? Come lo stato vi si sarebbe determinato in faccia allachiesa? Nel caso di un conflitto fra l'alto consiglio e il concistoro dei cardinali, chi avrebbe deciso? Il papa? E allora uno dei due corpi consultivi era inutile. In un conflitto più terribile, fra la camera elettiva e il papa, chi avrebbe sentenziato? Fatalmente gli elettori; e allora una rivoluzione avrebbe distrutto il barocco e artificioso edificio di questo statuto. Naturalmente il conflitto sarebbe scoppiato anche troppo presto. Nella imminente guerra coll'Austria Pio IX avrebbe agito da principe o da papa? Come pontefice era al di fuori e al di sopra di essa, come principe avrebbe dovuto guidarvi l'Italia. La distinzione fra questi due caratteri come si sarebbe espressa? Il mondo l'avrebbe intesa? All'Italia sarebbe bastata? Se lo statuto era una concessione del sovrano, non riconosceva diritti nel popolo; riconoscendogliene, il sovrano non era più che un rappresentante di esso come il parlamento. Ma allora il popolo aveva diritto di mutare anche questa nuova forma di governo, proclamando la repubblica: infatti questa fu proclamata molto più presto che gli stessi esaltati non si pensassero.

Intanto il partito moderato vaneggiava al governo col più giovanile entusiasmo: giù nelle piazze il baccano delle feste assordava gli orecchi anche più duri. Il nuovo ministero si accinse all'opera con eccellenti intenzioni, ma senza idee rivoluzionarie, quantunque la rivoluzione straripasse per tutta l'Europa. A mezzo il mese si sapeva già che il cantone di Neuchâtel si era mutato per sollevazione, la dieta di Francoforte aveva sancito la libertà di stampa per gli stati della confederazione germanica, il re di Baviera concedute più libere istituzioni: Amburgo, Vittemberga, Sassonia tumultuavano, Vienna era in fiamme; se ne diceva espulsa la dinastia, l'Ungheria in armi.

L'ora fatale per l'Italia era dunque discesa sul quadrante della storia. Unità o confederazione e guerra allo straniero, ecco il programma; armare il popolo, sollevarlo, profittando del suo entusiasmo, precipitarlo come una valanga sull'Austria atterrita e scomposta.riconquistare tutta Italia dimenticando in questa conquista ogni gelosia di principato, ogni riserva di statuto, ogni egoismo di regione, e l'Italia trionfante si ricomporrebbe, a seconda del proprio diritto. Solo una vera rivoluzione avrebbe potuto far questo, ma non era nell'anima nè dei popoli, nè dei principi. Così non si raggiunse nè l'unità, nè la federazione, e la guerra regia fu lombarda nelle sommosse, piemontese nelle battaglie, republicana negli assedi, italiana solo nei tradimenti e nelle sconfitte. Il numero dei volontari vi fu scarso, quasi nullo il carattere popolare, breve la durata, epico il valore dei rivoluzionari, infelice la condotta di tutti i governi traditori o traditi; gli statuti apparvero tranelli, la confederazione una lustra, le republiche un sogno, il principato piemontese insufficiente, quello napoletano straniero; Roma sola rappresentò tutto il mondo nell'abolizione del potere temporale, ma, accecata dal proprio lampo, volle essere romana anzichè italiana. Non vi fu rivoluzione interna giacchè nessuna classe ne sostituì un'altra al governo, carnevale e diplomazia viziarono la guerra, le campagne si scopersero austriacanti o clericali, l'idea rivoluzionaria impedì l'opera regia, questa vietò l'accordo nazionale, mentre libertà ed indipendenza si contraddicevano nella stessa impossibilità di attuazione, affrettando la disfatta di quest'ultima rivolta federale e costituzionale.

Intanto che tutta Italia si sbizzarriva nel baccanale degli statuti, sciupandovi forze preziose, nel Lombardo-Veneto la tensione degli spiriti cresceva tutto giorno. Il problema rivoluzionario, così involuto negli altri stati, si semplificava sulle terre occupate dallo straniero nella suprema necessità della sua espulsione. Il dibattito delle future forme politiche vi era piuttosto querela di accademia che di partito: la tirannide austriaca era troppo dolorosa per concedere agli spiriti l'ozio necessario ad una simile discussione. Il conte Fiquelmont, mandato a sorreggere il fiacco vicerè Ranieri, aveva reso più triste l'azione della poliziaproibendo le ovazioni al nuovo pontefice, insidiando, violando coscienze e case. Una guerra si era accesa fra popolo e polizia, accanendosi coi più futili pretesti: i liberali immaginarono d'impoverire l'Austria non giuocando al lotto, non fumando e proibendo di fumare.

Erano rappresaglie piuttosto di scolari che di uomini, e parvero eroismi e alcuni ne produssero. Ma se la diplomazia europea commossa a queste violenze sanguinose s'intrometteva a placarle, e il vicerè scendeva a bugiarde promesse, il vecchio Radetzki invece con indomabile baldanza stringeva la spada pronto a colpire. Sui confini intanto il Piemonte raddoppiava le guardie; il clero, esacerbato contro l'Austria per la ferrea disciplina impostagli e per gli sfregi usati a Pio IX, si schierava dal canto del popolo; persino la rappresentanza municipale, sempre modello di servilità amministrativa, osava sporgere una protesta contro l'ultimo editto minacciante tutti i cittadini della deportazione. Ma il governo austriaco, quantunque minacciato in tutta la varietà delle proprie provincie dalla stessa rivoluzione e forte solamente nella propria unità dinastica e burocratica, non cedeva. La sua politica di mezzo secolo, rendendolo inetto ai sùbiti cambiamenti imposti dall'opinione dei piccoli principati d'Italia, lo tirava piuttosto al rischio di una guerra che alle conseguenze imprevedibili degli agguati costituzionali. Così, mentre Milano si preparava con orgasmo minaccioso ad un supremo tentativo di riscossa, e Venezia sempre più mite cominciava appena con Manin e con Tommaseo l'agitazione legale domandando per mezzo della propria congregazione centrale qualche riforma, la cancelleria imperiale rispondeva con truce risolutezza e promulgava la legge stataria incarcerando Manin e Tommaseo come ribelli.

La tensione era estrema in tutto l'impero. La rivoluzione scoppiata inaspettatamente a Vienna fugò prima l'onnipossente ministro, poi il debole imperatore.


Back to IndexNext