Capitolo Quarto.L'opposizione rivoluzionaria

Capitolo Quarto.L'opposizione rivoluzionariaDisfatta del mazzinianismo.In questo periodo l'opposizione rivoluzionaria riassunta con eccelsa grandezza personale da Giuseppe Mazzini si sdoppiò: la parte migliore proseguì infaticabile nell'opera contro tutti i tiranni d'Italia; l'altra, più sistematica ed intransigente, si torse contro il Piemonte, che mirando ad una egemonia sull'Italia veniva a contraddire fieramente principio democratico e forma republicana. Naturalmente lo sforzo maggiore dell'opposizione come partito fu contro il Piemonte. Nella guerra all'Austria e nell'odio alla reazione indigena convenivano quanti italiani avessero coscienza di patria mentre nell'idea della futura Italia tutti i partiti si urtavano. Il fallimento della grande rivoluzione federale, comprendendo anche la formula mazziniana, dava sovra essa un forte vantaggio alla nuova affermazione monarchica del Piemonte serbatosi costituzionale malgrado ogni rovescio. La tradizione regia e la tradizione republicana in lotta da molti secoli per il primato nella storia italiana si accingevano ad una suprema battaglia in quest'ultima preparazione rivoluzionaria. Da un canto stavano costumi, interessi, ordini costituiti di classi, gerarchie di ogni tempo e di ogni maniera: era in una parola tutta la vecchia Italia, che, sentendo i tempi novelli, voleva risorgere a vita politica di nazione, rimutando in se stessa solo quel tanto, che fosse strettamente necessario alla propriaricostituzione. Dall'altro urgeva lo spirito moderno rinnovato dalla grande rivoluzione francese intendendo il ricostituimento d'Italia nell'abolizione di tutti i privilegi storici e coll'avvento del popolo al governo.Capitanava la tradizione regia il conte Camillo di Cavour, guidava l'opposizione rivoluzionaria Giuseppe Mazzini.Forse mai nella lunga storia italiana vi fu lotta più grande di principii politici e di passione drammatica.Alla caduta di Roma, Mazzini, tardi, con pochi amici, quasi dimentico del proprio pericolo, riprese la via dell'esilio. Tutto un mondo era franato su lui, ma egli ne dominava la ruina, dalla quale l'Italia emergeva a stento come un immenso cadavere. La reazione trionfante risaliva su tutti i troni d'Italia, si rassodava sui vecchi troni d'Europa, aveva persino trascinato la republica francese a rovesciare la republica romana per spianare la strada ad un secondo impero napoleonico. L'eroico tentativo di Giuseppe Garibaldi, cacciatosi con quattromila uomini fra gli Appennini per chiamare gl'italiani ad una suprema riscossa, si era esaurito nella più infelice delle ritirate: il generale stesso, profugo e cercato a morte, aveva potuto scampare a stento fra la ressa delle pattuglie nemiche e l'accidia disperata del popolo.Mazzini riparò al solito nella Svizzera.Di là con lettera fiammeggiante di sdegno scrisse ai ministri francesi per la maggior parte consapevoli strumenti di reazione imperiale, denunciò all'Europa con accento di profeta le intenzioni liberticide di Luigi Bonaparte, rispose all'enciclica di Pio IX. Con una foga di attività, cui i disastri sofferti parevano sprone, fondò a Losanna un nuovo giornale, l'Italia del Popolo, e vi riagitò, instancabile cavaliere della libertà, tutte le idee della democrazia, moltiplicando intrepidamente gli avversari con attacchi simultanei a tutte le scuole socialiste, redigendo con spaventevole sobrietà la cronaca del dispotismo italiano, riannodando le rotte file delle società segrete a ripreparare nel fervore delle battaglierecenti più vaste congiure. A Roma aveva lasciato Giuseppe Petroni, republicano stoico ed oscuro che una prigionia ventenne illustrò poi, perchè Roma fosse centro ai nuovi propositi italiani: ma Roma era di tutta Italia la città meno incline per natura e per storia a passioni di rivolte democratiche. Dalla Sicilia, da Napoli, dalle Romagne, dai Ducati, dalla Lombardia sopratutto, gli giungevano voci frequenti di ribellione. Pareva che tutto il popolo fremesse ancora, nascondendo nel riposo della sconfitta più fiera preparazione di guerra. E Mazzini sempre fisso nel concetto di una rappresentanza popolare, prende sul serio l'atto (4 luglio 1849), col quale gli avanzi dell'Assemblea romana si erano spontaneamente costituiti in una specie di frammentario parlamento nazionale senza mandato e senza sede.Con esso crede possibile mantenere in Europa un'affermazione politica nazionale: quindi riassorbe questo introvabile parlamento in un comitato, del quale naturalmente rimane dittatore. Il primo manifesto (settembre 1850) in nome del comitato nazionale, equivoco a forza di essere conciliante, non parla che d'indipendenza, di libertà e d'unificazione come scopo, e ne pone a mezzi la guerra e la costituente: presso a poco la formula, che pochi anni dopo pronuncierà Daniele Manin. Ma piemontesi e lombardi fusionisti urlano all'utopia demagogica, mentre i repubblicani puri vi ravvisano sdegnosamente un atto di abdicazione e di piemontesismo. Il prestito nazionale italiano per dieci milioni di lire, da lui ideato ed emesso con cartelle segrete, non raggiunge che una somma ridicola: tutti i governi d'Italia vegliano sulla propaganda mazziniana, tutti i governi d'Europa tempestano di domande l'Inghilterra perchè espella il pericoloso agitatore. Ma egli, sempre maggiore apostolo che politico, al problema italico aggiunge quello di Europa, e con Ledru-Rollin, Arnoldo Ruge e Darasz fonda il comitato democratico europeo per riunire in un solo programma le forze e gli ideali divergenti della democrazia continentale:poco dopo si allea con Kossuth per prendere l'Austria fra due fuochi, smarrendo così nell'immensità di un disegno sempre crescente quel senso della realtà immediata e quel criterio esatto dei mezzi, che fanno della politica una scienza piuttosto d'azione che di pensiero.Se non che all'urto delle contraddizioni scoppianti in seno al partito stesso nazionale, Mazzini, costretto a precisare meglio il proprio programma, rispiega la bandiera republicana, e torna coll'incrollabile fede del popolo a risognare una rivoluzione di congiure. Il suo ideale democratico, svaporando, lascia nuda l'inguaribile miseria del disegno rivoluzionario. I maggiori capi l'osteggiano. Maestri, illustre economista, scorato, sconsiglia Mazzini dalla lotta per ritornare all'innocua propaganda dei libri; Montanelli, ancora esaltato di republicanismo, lo accusa di piaggiare il Piemonte; Cattaneo, che sulle prime aveva riconosciuta valida la costituzione in parlamento nazionale degli avanzi dell'assemblea romana, ostinato nell'idea del federalismo italiano, si isola iracondo nella scienza: Cernuschi declama sulla necessità di republicanizzare Mazzini; Sirtori, l'eroe della difesa di Venezia, si dimette geloso dal comitato nazionale; Manin a Parigi si chiude in un silenzio di disapprovazione; Garibaldi erra povero ed abbandonato per le Americhe; Giuseppe Ferrari discende nella lizza per scrivere un libro violento di critica, paradossale nella forma, ammirabile di penetrazione, nel quale, soffiando su tutti i sogni rivoluzionari, sostiene che l'Italia per risorgere deve farsi scettica e francese. E tale scetticismo non sarebbe poi stato che l'abbandono di tutte le formule idolatriche così mazziniane che papali, mentre la Francia sola poteva col proprio intervento integrare tutte le insufficienze dell'Italia alla rivoluzione. Così il grande filosofo della storia concordava inconsciamente nell'idea e nell'opera di Cavour. Ma Ferrari, dominato dai propri studi storici, restava federalista. La disgregazione del partito mazziniano aumentava di giorno in giorno:alla fede crescente nel Piemonte corrispondeva una sfiducia sempre più sconsolata nell'efficacia del programma rivoluzionario. Cesare Correnti, spirito fine e carattere oscillante, esprimeva per tutti questa incertezza politica colla formula scettica «nessun programma: ecco il nostro programma».D'altronde il partito monarchico piemontese spingeva alla dissoluzione del partito republicano con ogni mezzo. I giornali ministeriali con perversa abilità vilipendevano in esso uomini, idee, intenzioni, risultati: si seminava lo scetticismo, si dipingeva il partito come una setta, si confondevano ad arte i migliori patriotti coi ribaldi fatalmente assoldati o più fatalmente ancora penetrati nelle sue file, si spezzavano le riannodate congiure per compiangerne i martiri e calunniarne i proscritti. Nicomede Bianchi, diventato poi utile storiografo raccogliendo in vasta opera i materiali diplomatici per la storia moderna d'Italia, scrisse sulleVicende del mazzinianismoun libro inane e velenoso, che nullameno nocque gravemente al partito: Bianchi-Giovini scaricò sovra questo grossa parte del proprio odio al papato; il Gallenga si fece corrispondente delTimes, allora massimo fra i giornali inglesi, per vituperare l'opera degli esuli italiani; Carlo Pisacane, generoso ed intelligente ufficiale, che aveva ben meritato della difesa di Roma, si staccò da Mazzini per seguire Proudhon: Ausonio Franchi, dialettico poderoso, che di prete divenuto razionalista doveva poi dissolvendo ogni stazione del proprio pensiero ridiventare prete, nellaReligione del secolo XIXsgretolava con critica penetrante la formula fondamentale di MazziniDio e popolo. Altri republicani nobili ed austeri, come l'Anelli e il Vannucci, che aveva scritto l'ammirabile libro suiMartiri italiani, si rifuggivano negli studi o instavano più poco nella battaglia; giovani soldati come Giacomo Medici, o politici come Emilio Visconti-Venosta subivano già l'ascendente piemontese e si preparavano a disertare il campo.Nullameno Mazzini resisteva.Cacciato indegnamente dalla Svizzera per le pressioni di tutti i governi, da Londra dirigeva con prodigiosa energia il moto rivoluzionario. Nulla lo atterriva, nulla lo stancava; la sua fede reagiva sull'evidenza di ogni fatto contrario; la sua passione gli mostrava nell'orgasmo di pochi magnanimi un fermento irresistibile di tutto il popolo. Giovanni Battista Carpaneto, console sardo a Tangeri, ove aveva ospitato Garibaldi esule e derelitto, tentando una pubblica sottoscrizione per fornirgli un minuscolo bastimento mercantile, col quale potesse guadagnarsi la vita, non era riuscito che a venderne tre azioni; il prestito nazionale non era andato molto più oltre; ma questi due sintomi umilianti non scoraggiavano l'indomabile agitatore. Genova era la capitale dei rivoluzionari; Nicola Fabrizi, severa figura di soldato e di patriota, degna di campeggiare fra gli eroi di Plutarco, rifuggitosi dopo la caduta di Roma in Corsica e quindi in Malta, organizzava le congiure nel mezzogiorno; a Milano altre società politiche ricostituitesi malgrado il terrore della polizia ripreparavano altre giornate; Mantova era centro alle speranze ribelli del Veneto; i Ducati fremevano; Livorno sembrava pronta ad insorgere d'ora in ora. Mazzini spingeva e al tempo stesso era spinto dai più temerari fra i ribelli; ma tutte le congiure abortivano; l'ecatombe dei martiri, cominciata a Milano collo Sciesa, crebbe di giorno in giorno, i supplizi spesseggiarono, Mantova s'infamò di patiboli, la sommossa del 6 febbraio a Milano infelicemente condotta fu atrocemente soffocata, i moti nella Lunigiana e a Parma violentemente e facilmente repressi, l'ultimo tentativo nel Cadore del maggiore Calvi mancò. Evidentemente la rivoluzione era impossibile: fuorusciti e popolani si arrisicavano soli nelle sue disperate fazioni e morivano intrepidamente, o, sottraendosi colla fuga fra i rischi di ogni persecuzione, ritornavano più fieri alla prova; ma la massa del popolo guatava sbigottita, e la maggioranza della borghesia condannava quei conati, che peggioravano la sua situazione.Mazzini, gridato da tutti solo responsabile di tanti disastri, si mutava in un simbolo sinistro e fascinatore, mentre il Piemonte, unendosi agli altri governi per combatterlo, giustificava la reazione di coloro, che, alieni da tali modi rivoluzionari, volevano pur restare italiani di cuore. La sua posizione politica si faceva ogni giorno più insostenibile, dacchè agli antichi avversari si era aggiunto questo nuovo a pretendere l'indipendenza nazionale coll'iniziativa di un governo francamente parlamentare. Se Mazzini nella propria opera di democrazia europea dava al problema italiano un'irresistibile popolarità, che presto o tardi doveva renderlo accetto alla pubblica opinione, il conte di Cavour, oppugnando con destrezza spinta talvolta alla perversità il partito rivoluzionario, persuadeva i governi dell'attitudine degl'italiani ad un ordinato vivere politico compatibile cogl'interessi dinastici ancora dominanti in Europa.L'opposizione rivoluzionaria doveva dunque vedere fatalmente nel Piemonte il maggiore nemico. Con esso l'avvenire d'Italia non avrebbe potuto evitare una conquista regia troppo poco promettente malgrado ogni vanteria costituzionale, giacchè, per compiacere alla Francia e per terrore di Vienna, imprigionava i generosi scampati alle sommosse o alle condanne austriache. In questa lotta disuguale Mazzini sentiva che senza un'insurrezione almeno parzialmente trionfante era impossibile controbilanciare l'influenza del Piemonte. I ricordi guerreschi dell'ultima rivoluzione ribollivano nel suo spirito mantenendogli la fede nella potenza popolare: le concordi aspirazioni della democrazia europea gli facevano sperare una più vasta rivoluzione continentale, che ricomponesse la sbranate nazionalità. A Londra aveva costituita una società diAmici d'Italia, che lo sovvenivano di denaro; a Genova il suo giornale,L'Italia del Popolo, diretto da Savi e da Quadrio, combatteva aspramente la politica di Torino analizzandone con implacabile logica tutte le deficienze, mentre il governo lo vessava invano di sequestri,senza osare sopprimerlo per rispetto alla libertà statutaria. Le difficoltà aumentavano ogni giorno. Alla guerra di Oriente le diplomazie avevano ironicamente lusingato il Piemonte sino a fargli sperare la corona di Spagna pel duca di Genova e la Lombardia per Vittorio Emanuele, pur garantendo invece all'Austria l'integrità de' suoi possessi italiani: ma alleanza e guerra avevano dato non pertanto nuova importanza al piccolo stato. Ora i disegni napoleonici di una nuova dinastia murattiana a Napoli, fatalmente secondati da Cavour, attiravano sull'Italia il pericolo di un'altra dominazione straniera. In tale cospirazione entrarono infelicemente prima il Saliceti e il Ruffoni, poi il Montanelli e il Sirtori. Mazzini fu pronto al riparo, denunziando con eloquenti proteste i colpevoli tentativi: dalle prigioni napoletane Carlo Poerio e Silvio Spaventa risposero tragicamente «preferire di morire in carcere che stendere le loro mani pure a quell'avventuriero»; tutti gli esuli napoletani si unirono loro. Nullameno il disegno non fu politicamente abbandonato.La gloria conquistata dal Piemonte nella guerra di Crimea stabiliva la sua egemonia sull'Italia. Invano Mazzini per le persecuzioni prodigate agli insorti del 6 febbraio aveva posto ai ministri piemontesi il terribile dilemma: siete coll'Austria o con noi? Invano per l'accessione del Piemonte al trattato del 10 aprile 1854 ripetè al conte di Cavour: siete coll'Austria! Invano con uno sciagurato proclama ai soldati piemontesi chiamò una deportazione la loro andata in Crimea incitandoli alla rivolta, e previde mirabilmente tutti gli errori diplomatici della guerra: la vittoria morale ottenuta dal conte di Cavour al congresso di Parigi umiliava l'inutile eroismo di tutte le precedenti ribellioni. Finalmente la conversione di Manin al Piemonte affrettava l'ultimo schianto nel partito mazziniano.Con Mazzini non rimasero più che i republicani puri. Garibaldi, assalito dall'Italia del Popolocon ingiusta violenza per le vecchie gelosie del Rosselli nel comando durante l'assedio di Roma, dopo tutti quegliinutili e sanguinosi tentativi di rivolta, accettava l'iniziativa piemontese pur riserbandosi di sorpassarla. Allora il grande partito rivoluzionario fondato colla Giovine Italia rimase appena una setta, che Manin ingiuriò atrocemente, accusandola di predicare la teorica dell'assassinio politico, e sulla quale Garibaldi pei moti di Parma aveva gettato le terribili parole: Ingannati ed ingannatori!La tradizione republicana era vinta. Il sangue dei tremila martiri, straziali da tutti i tiranni indigeni e stranieri, non era bastato a rinvigorire la coscienza nazionale estenuata da tanti secoli di schiavitù: il prodigioso apostolato di Mazzini non aveva convertito che i migliori, ed anche questi, riconoscendo l'impossibilità immediata del suo programma, si rassegnavano all'iniziativa piemontese, per raggiungere col sacrificio della libertà democratica l'indipendenza nazionale.Mazzini medesimo ne fu scosso. La sua ultima formula «Per la nazione e colla nazione» meno esclusiva delle altre, non mirò che a mantenere il partito democratico all'avanguardia della rivoluzione, accettando il concorso del Piemonte, ma procrastinando a dopo la vittoria la decisione del paese sulla forma di governo. Era un principio di abdicazione, giacchè l'esiguità dei mezzi rivoluzionari in confronto dei forti preparativi guerreschi del Piemonte e delle sue necessarie alleanze in una guerra contro l'Austria avrebbe fatalmente subordinata la democrazia alla monarchia. D'altronde senza una poderosa insurrezione la democrazia non poteva essere accettata per vero partito d'azione. Mazzini come risposta alla sottoscrizione aperta da Manin in Francia per fornire cento cannoni ad Alessandria ne ideò un'altra di diecimila fucili da regalarsi alla prima città insorgente: ma Cavour vietò questa colletta pericolosa, che, armando i rivoluzionari poteva guastargli il sapiente giuoco di approcci, col quale circuiva la Francia. Ma senza denaro e senza armi un'insurrezione era impossibile. Peggio ancora la nuova SocietàNazionale del La Farina, disciplinata da Cavour, intralciava ogni mossa ai vecchi mazziniani.Tutto quel romanticismo del principio del secolo che aveva così enfaticamente atteggiato arti, scienze, filosofia e politica, sciupando con inconscie teatralità i migliori momenti della rivoluzione, vaniva ora al soffio dei minori interessi. Patria, libertà, democrazia discendevano dalla sfera luminosa dei principii a quella organica dei fatti: si voleva una ricostituzione d'Italia, ma senza pretendere di tutto rinnovare in una sola volta; si accettava la monarchia di Piemonte come un enorme progresso su tutti gli altri stati; si desiderava l'unità, ma accontentandosi di una unificazione qualsiasi, e si mirava sopratutto all'espulsione dell'Austria. I grandi problemi politici e religiosi, posti da Mazzini a capo della rivoluzione, non erano peranco maturi: bisognava giovarsi dell'opportunità, tradire forse i principii, mutare programma appena fosse utile, stringere la solidarietà dei maggiori interessi, mostrarsi scettici e pratici, frazionando il disegno italico per attuarlo parzialmente. L'epoca delle eroiche passioni era consunta: queste dovrebbero rianimarsi nei giorni delle imminenti battaglie, ma la direzione suprema della politica aveva ora a consigliarsi coi governi di Europa per offrir loro una forma accettabile di rivoluzione.Dal '21 al '48 il metodo rivoluzionario aveva sempre fallito. Mazzini lottava invano contro questa tradizione d'insuccessi. Se a lui solo si doveva il merito di avere accesa la febbre del patriottismo nell'anima della nazione, a lui solo del pari si dava la colpa di ritardare il vicino riscatto d'Italia con una superba caparbietà nel vecchio inattuabile programma democratico. In questa reazione contro di lui non si riconosceva più l'efficacia della sua intransigenza, per la quale, mantenendosi presenti allo spirito italiano i grandi ideali rivoluzionari, si sarebbe poi potuto con rapido intervento di ribellioni integrare le probabili insufficienze del disegno cavouriano. Si dimenticava che la più eccelsa grandezza del genio italiano stava appunto inquesta sublime ostinazione rivoluzionaria di Mazzini, che, prima di risolvere il problema italiano, lo unificava nel problema europeo, fondendo in una potente unità questioni religiose e politiche, prevenendo le più accettabili idee socialiste e fecondando i germi di quella democrazia, cui la monarchia nella ricostituzione della patria doveva essere coccia e cuna.Ma irresistibili necessità dialettiche traevano Mazzini a sempre maggiori sforzi di ribellione. Poichè l'Austria era troppo forte nel Lombardo-Veneto, e i Ducati troppo incerti, e la Toscana troppo molle, eccettuandone Livorno, solo le due Sicilie offrivano qualche probabilità di rivoluzione. Già il moto di Bentivegna e il regicidio di Agesilao Milano tradivano forti impazienze: Palermo, implacabile nell'odio contro Napoli, sembrava fervere di patriottismo italiano; la corona di Sicilia offerta al duca di Genova durante la rivoluzione del '48 aveva schiarito l'idea dell'unificazione; si erano avviate pratiche con lord Palmerston e coi capi della legione anglo-italiana fondata dal Fabrizi a Malta, così che l'illustre ministro inglese se ne era servito per contrastare ai disegni napoleonici sul reame. A Napoli s'allargava il lavoro segreto dei patrioti divisi fra unitari monarchici, nazionali e murattiani. Bisognava per resistere all'influenza del Piemonte provocare una rivoluzione nel mezzogiorno, che come stato libero e lontano dall'Austria avrebbe potuto ricostituirsi senza immediato intervento straniero.Una rivoluzione trionfante a Napoli e a Palermo avrebbe forzato il Piemonte a dichiarare la guerra all'Austria, sotto pena di perdere il proprio primato italiano: tutto il resto d'Italia ne andrebbe sossopra.Mazzini vi si infervorò. Già Alberto Mario, il più squisito cavaliere della nuova borghesia, come D'Azeglio era il più amabile della vecchia aristocrazia piemontese, ma di lui più fine nell'ingegno e più avventuroso nel carattere, aveva fino dal 1852 proposto di tentare una sollevazione nel Napoletano anzichè nella Lombardia: più tardi Garibaldi, aderendo ad un disegnodi Panizzi, celebre bibliotecario delBritish Museum, per liberare Settembrini e gli altri prigionieri dal carcere di Ventotene, accettava di tentarvi uno sbarco con un battello a vapore, ma questo affondò traversando la Manica. Quindi Carlo Pisacane meditò a Genova di scendere sulle coste siciliane o napoletane con poca truppa ad iniziarvi la rivoluzione.L'impresa patriottica e romantica affascinò le menti dei maggiori rivoluzionari. Mazzini, rappattumatosi con Pisacane dopo un breve dissidio di teoriche politiche, venne segretamente a Genova (1856) per concordare mezzi e disegni: egli intendeva contemporaneamente sollevare Genova per forzare il Piemonte alla guerra contro l'Austria e al soccorso di Pisacane, senza calcolare che una ribellione a Genova in quel momento avrebbe costretto il Piemonte alla guerra civile per necessità di difesa, togliendo così alla guerra nazionale il più valido concorso. Era l'ultimo errore della sua opposizione cominciata colla spedizione di Savoia, e doveva finire in più infelice tragedia.Carlo Pisacane fu quindi il martire della nuova impresa, nella quale pochi anni dopo Garibaldi doveva sfolgorare eroe trionfante: oggi il giovine partito socialista lo vanta antesignano, e cerca ogni modo d'ingrandirlo, per farne un rivale di Mazzini.Carlo Pisacane.Questo principe, orfano, povero, educato al collegio della Nunziatella in Napoli sua patria, paggio alla corte borbonica, poi ufficiale ed ingegnere, si era presto distinto per merito in alcune opere ferroviarie. Ma sospetto per il carattere mite ed austero ai superiori, e poco dopo forzato da un amore infelice a fuggire a Londra, si arruolava nella legione straniera militante per la Francia contro gli arabi d'Algeria. Di là ai primi scoppi della rivoluzione correva a Milano, vi ricusava il grado di colonnello per campeggiare tosto sul Tirolo colla legione Borra, e vi era ferito. Respinto dai capi,che il disastro sbaragliava dovunque, incontrandosi nella Svizzera con Mazzini, ne subiva l'irresistibile ascendente: quindi Mazzini, diventato triumviro della republica romana, lo nominava per la sua bella tempra di soldato allo stato maggiore per la difesa della grande città. Qui Pisacane si rivelava fra i migliori ufficiali in ammirabili servigi; ma Roma cadeva, e l'esodo di tutti lo travolgeva più povero e più nobile di prima per le contrade d'Europa. Pochi avevano sospettato delle sue grandi qualità, nessuno aveva ancora avuto campo di misurarle. Il suo primo libro,Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, passò inosservato, quantunque fosse forse la migliore scrittura di guerra allora pubblicata; però in essa Pisacane non aveva compreso il genio originale di Garibaldi.Ma ricoverato finalmente a Genova e sopportatovi a stento dal sospettoso governo piemontese, Pisacane vi si isola nello studio, raddoppiando con istinti di novatore e con amarezza di esule la ribellione del proprio pensiero. Come in tutte le più belle figure di quel tempo, anche in lui fermenta una poesia romantica, che lo attira ad avventure intellettuali e guerresche: una segreta tristezza gli acuisce il senso critico, una inesausta generosità lo spinge oltre il problema politico verso il fondo tenebroso ed ululante delle questioni sociali. Quindi la rivoluzione italiana non diventa per lui che un incidente, del quale le lotte e il trionfo non scemeranno di un'oncia l'immane massa di miserie millenarie, che pesano sul popolo.Il suo spirito, malgrado la nativa dolcezza, è già ateo, ma questo ateismo non esprime ancora che una dolorosa reazione del suo sentimento sull'idea popolare di una provvidenza divina. La religiosità di Mazzini lo irrita, l'inevitabile e soffocante disciplina del partito rivoluzionario lo esaspera al punto che la passione della libertà gli si trasforma inconsciamente in una smania d'insubordinazione. Nell'irresistibile foga di una prima critica egli non crede più a nulla: Austria e Piemonte gli sembrano due governi egualmente oppressori,sebbene quello sia straniero: ogni religione è il capolavoro di una ipocrisia, ogni idea ultramondana uno sciocco abbandono della terra. Così cercando istintivamente, come tutti i ribelli, le giustificazioni della propria rivolta nel passato, si caccia attraverso la storia. Senza studi e senza metodo critico si vi smarrisce tosto, malgrado l'unicità dell'idea che lo guida. I suoi autori sono napoletani, Vico, Pagano, Filangeri: sovra i due primi ridipinge confusamente il quadro dell'antichissima Italia: ignora gli studi posteriori, interpreta ogni decadenza come una caduta morale ed economica dovuta alla tirannia del capitale. Rifà la storia di Roma sui manuali di scuola, vede nel cristianesimo un regresso, nel papato una frode colossale, nel medio evo una tenebra, nei comuni un'oasi popolare, che spiega colle odierne teoriche socialiste. Tutta la lunga storia italica sfugge così alla penetrazione del suo ingegno, che nullameno ne illumina tratto tratto qualche problema. Mentre un arido materialismo economico gli contende pressochè tutte le rivelazioni del passato, la passione degli studi militari, eccitata dal più nobile patriottismo, lo spinge a vedere nei romani il modello di tutti i popoli guerrieri. Colla loro legione egli spiega ogni loro vittoria, esamina minutamente la loro tattica, segue lo sviluppo della loro strategia, analizza a una a una le loro più famose battaglie, critica e sentenzia con superba e meditata coscienza della propria capacità. E dove un patriottismo retrospettivo non lo accieca, come nello studio sopra Scipione che vorrebbe superiore ad Annibale, i suoi giudizi lo elevano fra i migliori maestri dell'arte militare. Quindi, arrivando al rinascimento, coglie magistralmente le incomparabili qualità guerriere di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino, assiste fremendo al decadimento delle armi italiane, valuta l'opera rinnovatrice di Montecuccoli, di Gustavo Adolfo, di Federico II e di Napoleone I, si appassiona agli inescusabili disastri dell'ultima rivoluzione italiana; ma, fuorviato dall'esempio della grande Convenzione francese, che con improvvisatieserciti cittadini sconfiggeva quelli stanziali di tutta Europa, ricade con Mazzini nell'illusione di una guerra e di una vittoria popolare.Perciò, immaginando l'Italia ricostituita in nazione, schizza coraggiosamente i primi lineamenti del suo esercito sociale.Nei quattroSaggiche di lui ci rimangono e che furono stampati dopo la sua morte, quello pel quale ora gli venne vera importanza politica, è il terzo dellaRivoluzione. Scientificamente e letterariamente è quasi senza valore: vi mancano del pari principii filosofici ed economici; è confuso, diffuso, scarso di argomenti, povero di materiali, incerto nel metodo, inconsapevole nelle conseguenze. Dei maggiori socialisti francesi, dai quali deriva, quegli che più vi traspare è Proudhon, ma senza il rilievo del suo stile e l'irresistibile ingranaggio della sua logica. Naturalmente vi fa da fondamento il teorema di Bentham sulla ricerca della felicità; la critica agli ordini della società vi muove da un concetto di giustizia: solo la formula vacua — Libertà ed Associazione — contraddicendo alle costruzioni sistematiche del socialismo d'allora, che pretendevano ridurre il mondo ad una monotona vita mezzo di caserma e mezzo di convento, rivela l'indipendenza del suo spirito. In questo saggio, dietro i classici esempi di Saint-Simon, di Fourier, di Cabet, di Proudhon, è redatto anche il nuovo patto sociale con ingenua facilità e con alcuni commenti, dai quali s'indovina in Pisacane un convenzionale in ritardo. La necessità di una pronta e spietata distruzione sociale vi è affermata alteramente.Questa l'opera del suo spirito, che solo l'ultima impresa della sua vita ha potuto illustrare così, da alzarlo oggi all'onore di campione del partito socialista italiano.Ma l'aridezza materialistica che ne rende più squallido il dilettantismo storico, e l'insufficienza di dottrine economiche che le tolgono ogni valore fra i tanti studi socialistici di Francia, di Germania e di Russia,sono vivamente compensate dalle sue ammirabili contraddizioni colla natura spirituale dell'autore. Questo ateo ha la passione di tutti gli ideali, questo anarchico distruggitore non invidia e non odia: nessun vizio ha mai contaminato la sua vita, nessuna ambizione diminuito il merito dei suoi molti sacrifici. Volontario nella rivoluzione e nel socialismo, non si è mai ricordato di essere nato principe, e vi è rimasto gran signore; la sua nuova famiglia cresciuta da un adulterio vive nella castità di un unico amore; la sua utopia non è che il voto di un gran cuore, e rimane incompresa in quella tormenta di passioni politiche, che si esauriscono alla vigilia della rivoluzione unitaria.Infatti Pisacane, riattirato dalla generosità dell'animo nelle lotte del momento, a trentanove anni gitta i libri come inefficaci alla patria, e si vota alla morte per sollevare con uno sforzo supremo le due Sicilie contro il Borbone. Il suo testamento politico è sublime d'ingenuità. Dopo aver dichiarato di non credere al beneficio di nessuna costituzione, e che neppure la rivoluzione politica gioverà al popolo, nullameno si avventura nella più arrischiata delle spedizioni. Il suo istinto maggiore della sua ragione, il suo cuore più alto del suo intelletto, lo spronano ad un olocausto senza fede e senza speranza, meraviglioso ed assurdo.Ma nell'azione egli sembra ritrovare tutto se stesso. Le sue più belle qualità sfolgorano improvvisamente: dimentica il breve dissidio con Mazzini, si rituffa nelle cospirazioni coll'ardore di un neofita e la bravura di un cavaliere. Preso nell'irresistibile illusione di Mazzini che fida sempre nel popolo, egli napoletano crede che i napoletani aspettino solo un esempio per insorgere: scendere sulle rive del mezzogiorno con un pugno di congiurati, ribellarlo, cacciare i Borboni, sollevare tutta Italia, diventa il suo sogno. Nella miseria di mezzi del partito rivoluzionario e per la necessità di eludere la sospettosa polizia piemontese, egli medita d'imbarcarsi con pochi compagni sopra un vapore postale, d'impossessarsene sorprendendo l'equipaggio, econ esso approdare nel regno. La prima prova gli fallisce, quindi si avventura solo a Napoli per meglio saggiare il terreno. Tutto gli pare pronto; la fatalità di una vera rivoluzione dopo gli ultimi insuccessi nella Lunigiana lo incalza. Il 25 giugno 1857 s'imbarca con alcuni amici sulCagliari, vapore sardo, diretto verso la Sardegna: Rosolino Pilo, altro principe siciliano del sangue d'Angiò, deve raggiungerlo in mare con una seconda imbarcazione di congiurati; ma, sbattuto dalla tempesta e sviato dalla nebbia, vi si smarrisce: nullameno Pisacane riesce ad impadronirsi delCagliari. Allora si dirige sull'isola di Ponza, vi sbarca, vi libera 323 prigionieri, per la maggior parte politici, e si difila sul golfo di Policastro. A Genova nulla è ancora trapelato dell'impresa, a Napoli nessuno sospetta di uno sbarco. I congiurati toccano la spiaggia di Sapri al grido di: viva l'Italia e viva la republica! ma i contadini sbigottiti guatano senza comprendere. Una prima vittoria dei ribelli sopra alcune squadre di gendarmi non basta a persuadere le campagne. Allora Pisacane colla piccola schiera s'addentra nella terra per la via di Sala, cercando di guadagnare i monti e sperandovi migliore accoglienza; se non che una grossa mano di regi spiccata da Salerno lo arresta e lo sconfigge. L'impresa è perduta, ogni scampo precluso. Un nucleo di cinquanta superstiti stretto intorno a Pisacane può nullameno ritirarsi sul Cilento, ma la novella della disfatta, il timore delle milizie incalzanti i fuggiaschi, l'avidità dei premi promessi, le feroci eccitazioni del clero scatenano la plebe alla strage. Pisacane, sopraffatto dopo eroica difesa, è finito a colpi di ronca dai villani, quasi tutti i suoi compagni scannati; i soldati regi vollero o poterono appena salvarne alcuni per trarli in trionfo a Napoli. Fra questi fu Giovanni Nicotera, robusta tempra di soldato e di politico, divenuto poi ministro del regno d'Italia, e che venne allora cogli altri condannato a morte. Il processo al solito passò d'infamia in infamia, si tentò di disonorare gli accusati; peggio ancora i murattiani, aspramente combattuti daNicotera negl'interrogatorii levarono indegne grida di tradimento, associandosi al governo borbonico.Intanto Mazzini a Genova falliva nell'ultimo conato di sollevare la città, e il governo piemontese rivaleggiava col napoletano nella ferocia della repressione contro i ribelli.Maurizio Quadrio a Livorno non era stato più fortunato, tentando una insurrezione contro il granduca. Il partito rivoluzionario era vinto.La pubblica opinione, unanime nel condannare l'infelice impresa di Pisacane, non volle nemmeno ammirarne l'eroismo: la stampa liberale monarchica ne vilipese idea, uomini e risultato; quella reazionaria ne parlò come di un caso di brigantaggio; l'Europa abituata a tali insuccessi delle rivoluzioni italiane, non se ne commosse. Solo Victor Hugo coll'infallibile divinazione dei poeti comprese il fato di questi nuovi argonauti della libertà e scrisse: «John Brown è più grande di Washington, Carlo Pisacane più grande di Garibaldi».La disfatta di Pisacane prostrò il partito rivoluzionario: il Piemonte crebbe d'importanza, il mazzinianismo non fu più che una setta, il federalismo una scuola. I murattiani, indipendenti o ligi al Piemonte, non miravano che a migliorare il proprio governo napoletano con una nuova dinastia, abbandonando ogni ideale italiano e democratico: alcuni altri, dotti e dottrinari, come Cesare Cantù, predicavano possibile la libertà in qualunque forma di governo anche straniero, e, separandola così dall'indipendenza e dalla democrazia, la rendevano parola senza senso e senza attrazione. In fondo nessun partito aveva un programma limpido e un ordinamento adeguato di mezzi. Iniziativa regia e iniziativa rivoluzionaria si rivelavano del pari insufficienti: l'iniziativa anche questa volta doveva essere francese.Mazzini, abbandonato dai migliori seguaci, ridiventava nuovamente apostolo, scrivendo di se stesso con accento disperato: «Io non sono che una voce chegrida azione»; e la gridava su tutti i toni, ammonendo, rampognando, difendendosi, accusando gli avversari, chiedendo l'elemosina all'Europa per questo popolo d'Italia, Belisario della libertà, e nullameno accendendogli sulla fronte la fiamma del proprio genio, per mostrarlo come campione di una terza epoca civile.La preparazione rivoluzionaria cominciata dal 1831 era compiuta.

In questo periodo l'opposizione rivoluzionaria riassunta con eccelsa grandezza personale da Giuseppe Mazzini si sdoppiò: la parte migliore proseguì infaticabile nell'opera contro tutti i tiranni d'Italia; l'altra, più sistematica ed intransigente, si torse contro il Piemonte, che mirando ad una egemonia sull'Italia veniva a contraddire fieramente principio democratico e forma republicana. Naturalmente lo sforzo maggiore dell'opposizione come partito fu contro il Piemonte. Nella guerra all'Austria e nell'odio alla reazione indigena convenivano quanti italiani avessero coscienza di patria mentre nell'idea della futura Italia tutti i partiti si urtavano. Il fallimento della grande rivoluzione federale, comprendendo anche la formula mazziniana, dava sovra essa un forte vantaggio alla nuova affermazione monarchica del Piemonte serbatosi costituzionale malgrado ogni rovescio. La tradizione regia e la tradizione republicana in lotta da molti secoli per il primato nella storia italiana si accingevano ad una suprema battaglia in quest'ultima preparazione rivoluzionaria. Da un canto stavano costumi, interessi, ordini costituiti di classi, gerarchie di ogni tempo e di ogni maniera: era in una parola tutta la vecchia Italia, che, sentendo i tempi novelli, voleva risorgere a vita politica di nazione, rimutando in se stessa solo quel tanto, che fosse strettamente necessario alla propriaricostituzione. Dall'altro urgeva lo spirito moderno rinnovato dalla grande rivoluzione francese intendendo il ricostituimento d'Italia nell'abolizione di tutti i privilegi storici e coll'avvento del popolo al governo.

Capitanava la tradizione regia il conte Camillo di Cavour, guidava l'opposizione rivoluzionaria Giuseppe Mazzini.

Forse mai nella lunga storia italiana vi fu lotta più grande di principii politici e di passione drammatica.

Alla caduta di Roma, Mazzini, tardi, con pochi amici, quasi dimentico del proprio pericolo, riprese la via dell'esilio. Tutto un mondo era franato su lui, ma egli ne dominava la ruina, dalla quale l'Italia emergeva a stento come un immenso cadavere. La reazione trionfante risaliva su tutti i troni d'Italia, si rassodava sui vecchi troni d'Europa, aveva persino trascinato la republica francese a rovesciare la republica romana per spianare la strada ad un secondo impero napoleonico. L'eroico tentativo di Giuseppe Garibaldi, cacciatosi con quattromila uomini fra gli Appennini per chiamare gl'italiani ad una suprema riscossa, si era esaurito nella più infelice delle ritirate: il generale stesso, profugo e cercato a morte, aveva potuto scampare a stento fra la ressa delle pattuglie nemiche e l'accidia disperata del popolo.

Mazzini riparò al solito nella Svizzera.

Di là con lettera fiammeggiante di sdegno scrisse ai ministri francesi per la maggior parte consapevoli strumenti di reazione imperiale, denunciò all'Europa con accento di profeta le intenzioni liberticide di Luigi Bonaparte, rispose all'enciclica di Pio IX. Con una foga di attività, cui i disastri sofferti parevano sprone, fondò a Losanna un nuovo giornale, l'Italia del Popolo, e vi riagitò, instancabile cavaliere della libertà, tutte le idee della democrazia, moltiplicando intrepidamente gli avversari con attacchi simultanei a tutte le scuole socialiste, redigendo con spaventevole sobrietà la cronaca del dispotismo italiano, riannodando le rotte file delle società segrete a ripreparare nel fervore delle battaglierecenti più vaste congiure. A Roma aveva lasciato Giuseppe Petroni, republicano stoico ed oscuro che una prigionia ventenne illustrò poi, perchè Roma fosse centro ai nuovi propositi italiani: ma Roma era di tutta Italia la città meno incline per natura e per storia a passioni di rivolte democratiche. Dalla Sicilia, da Napoli, dalle Romagne, dai Ducati, dalla Lombardia sopratutto, gli giungevano voci frequenti di ribellione. Pareva che tutto il popolo fremesse ancora, nascondendo nel riposo della sconfitta più fiera preparazione di guerra. E Mazzini sempre fisso nel concetto di una rappresentanza popolare, prende sul serio l'atto (4 luglio 1849), col quale gli avanzi dell'Assemblea romana si erano spontaneamente costituiti in una specie di frammentario parlamento nazionale senza mandato e senza sede.

Con esso crede possibile mantenere in Europa un'affermazione politica nazionale: quindi riassorbe questo introvabile parlamento in un comitato, del quale naturalmente rimane dittatore. Il primo manifesto (settembre 1850) in nome del comitato nazionale, equivoco a forza di essere conciliante, non parla che d'indipendenza, di libertà e d'unificazione come scopo, e ne pone a mezzi la guerra e la costituente: presso a poco la formula, che pochi anni dopo pronuncierà Daniele Manin. Ma piemontesi e lombardi fusionisti urlano all'utopia demagogica, mentre i repubblicani puri vi ravvisano sdegnosamente un atto di abdicazione e di piemontesismo. Il prestito nazionale italiano per dieci milioni di lire, da lui ideato ed emesso con cartelle segrete, non raggiunge che una somma ridicola: tutti i governi d'Italia vegliano sulla propaganda mazziniana, tutti i governi d'Europa tempestano di domande l'Inghilterra perchè espella il pericoloso agitatore. Ma egli, sempre maggiore apostolo che politico, al problema italico aggiunge quello di Europa, e con Ledru-Rollin, Arnoldo Ruge e Darasz fonda il comitato democratico europeo per riunire in un solo programma le forze e gli ideali divergenti della democrazia continentale:poco dopo si allea con Kossuth per prendere l'Austria fra due fuochi, smarrendo così nell'immensità di un disegno sempre crescente quel senso della realtà immediata e quel criterio esatto dei mezzi, che fanno della politica una scienza piuttosto d'azione che di pensiero.

Se non che all'urto delle contraddizioni scoppianti in seno al partito stesso nazionale, Mazzini, costretto a precisare meglio il proprio programma, rispiega la bandiera republicana, e torna coll'incrollabile fede del popolo a risognare una rivoluzione di congiure. Il suo ideale democratico, svaporando, lascia nuda l'inguaribile miseria del disegno rivoluzionario. I maggiori capi l'osteggiano. Maestri, illustre economista, scorato, sconsiglia Mazzini dalla lotta per ritornare all'innocua propaganda dei libri; Montanelli, ancora esaltato di republicanismo, lo accusa di piaggiare il Piemonte; Cattaneo, che sulle prime aveva riconosciuta valida la costituzione in parlamento nazionale degli avanzi dell'assemblea romana, ostinato nell'idea del federalismo italiano, si isola iracondo nella scienza: Cernuschi declama sulla necessità di republicanizzare Mazzini; Sirtori, l'eroe della difesa di Venezia, si dimette geloso dal comitato nazionale; Manin a Parigi si chiude in un silenzio di disapprovazione; Garibaldi erra povero ed abbandonato per le Americhe; Giuseppe Ferrari discende nella lizza per scrivere un libro violento di critica, paradossale nella forma, ammirabile di penetrazione, nel quale, soffiando su tutti i sogni rivoluzionari, sostiene che l'Italia per risorgere deve farsi scettica e francese. E tale scetticismo non sarebbe poi stato che l'abbandono di tutte le formule idolatriche così mazziniane che papali, mentre la Francia sola poteva col proprio intervento integrare tutte le insufficienze dell'Italia alla rivoluzione. Così il grande filosofo della storia concordava inconsciamente nell'idea e nell'opera di Cavour. Ma Ferrari, dominato dai propri studi storici, restava federalista. La disgregazione del partito mazziniano aumentava di giorno in giorno:alla fede crescente nel Piemonte corrispondeva una sfiducia sempre più sconsolata nell'efficacia del programma rivoluzionario. Cesare Correnti, spirito fine e carattere oscillante, esprimeva per tutti questa incertezza politica colla formula scettica «nessun programma: ecco il nostro programma».

D'altronde il partito monarchico piemontese spingeva alla dissoluzione del partito republicano con ogni mezzo. I giornali ministeriali con perversa abilità vilipendevano in esso uomini, idee, intenzioni, risultati: si seminava lo scetticismo, si dipingeva il partito come una setta, si confondevano ad arte i migliori patriotti coi ribaldi fatalmente assoldati o più fatalmente ancora penetrati nelle sue file, si spezzavano le riannodate congiure per compiangerne i martiri e calunniarne i proscritti. Nicomede Bianchi, diventato poi utile storiografo raccogliendo in vasta opera i materiali diplomatici per la storia moderna d'Italia, scrisse sulleVicende del mazzinianismoun libro inane e velenoso, che nullameno nocque gravemente al partito: Bianchi-Giovini scaricò sovra questo grossa parte del proprio odio al papato; il Gallenga si fece corrispondente delTimes, allora massimo fra i giornali inglesi, per vituperare l'opera degli esuli italiani; Carlo Pisacane, generoso ed intelligente ufficiale, che aveva ben meritato della difesa di Roma, si staccò da Mazzini per seguire Proudhon: Ausonio Franchi, dialettico poderoso, che di prete divenuto razionalista doveva poi dissolvendo ogni stazione del proprio pensiero ridiventare prete, nellaReligione del secolo XIXsgretolava con critica penetrante la formula fondamentale di MazziniDio e popolo. Altri republicani nobili ed austeri, come l'Anelli e il Vannucci, che aveva scritto l'ammirabile libro suiMartiri italiani, si rifuggivano negli studi o instavano più poco nella battaglia; giovani soldati come Giacomo Medici, o politici come Emilio Visconti-Venosta subivano già l'ascendente piemontese e si preparavano a disertare il campo.

Nullameno Mazzini resisteva.

Cacciato indegnamente dalla Svizzera per le pressioni di tutti i governi, da Londra dirigeva con prodigiosa energia il moto rivoluzionario. Nulla lo atterriva, nulla lo stancava; la sua fede reagiva sull'evidenza di ogni fatto contrario; la sua passione gli mostrava nell'orgasmo di pochi magnanimi un fermento irresistibile di tutto il popolo. Giovanni Battista Carpaneto, console sardo a Tangeri, ove aveva ospitato Garibaldi esule e derelitto, tentando una pubblica sottoscrizione per fornirgli un minuscolo bastimento mercantile, col quale potesse guadagnarsi la vita, non era riuscito che a venderne tre azioni; il prestito nazionale non era andato molto più oltre; ma questi due sintomi umilianti non scoraggiavano l'indomabile agitatore. Genova era la capitale dei rivoluzionari; Nicola Fabrizi, severa figura di soldato e di patriota, degna di campeggiare fra gli eroi di Plutarco, rifuggitosi dopo la caduta di Roma in Corsica e quindi in Malta, organizzava le congiure nel mezzogiorno; a Milano altre società politiche ricostituitesi malgrado il terrore della polizia ripreparavano altre giornate; Mantova era centro alle speranze ribelli del Veneto; i Ducati fremevano; Livorno sembrava pronta ad insorgere d'ora in ora. Mazzini spingeva e al tempo stesso era spinto dai più temerari fra i ribelli; ma tutte le congiure abortivano; l'ecatombe dei martiri, cominciata a Milano collo Sciesa, crebbe di giorno in giorno, i supplizi spesseggiarono, Mantova s'infamò di patiboli, la sommossa del 6 febbraio a Milano infelicemente condotta fu atrocemente soffocata, i moti nella Lunigiana e a Parma violentemente e facilmente repressi, l'ultimo tentativo nel Cadore del maggiore Calvi mancò. Evidentemente la rivoluzione era impossibile: fuorusciti e popolani si arrisicavano soli nelle sue disperate fazioni e morivano intrepidamente, o, sottraendosi colla fuga fra i rischi di ogni persecuzione, ritornavano più fieri alla prova; ma la massa del popolo guatava sbigottita, e la maggioranza della borghesia condannava quei conati, che peggioravano la sua situazione.

Mazzini, gridato da tutti solo responsabile di tanti disastri, si mutava in un simbolo sinistro e fascinatore, mentre il Piemonte, unendosi agli altri governi per combatterlo, giustificava la reazione di coloro, che, alieni da tali modi rivoluzionari, volevano pur restare italiani di cuore. La sua posizione politica si faceva ogni giorno più insostenibile, dacchè agli antichi avversari si era aggiunto questo nuovo a pretendere l'indipendenza nazionale coll'iniziativa di un governo francamente parlamentare. Se Mazzini nella propria opera di democrazia europea dava al problema italiano un'irresistibile popolarità, che presto o tardi doveva renderlo accetto alla pubblica opinione, il conte di Cavour, oppugnando con destrezza spinta talvolta alla perversità il partito rivoluzionario, persuadeva i governi dell'attitudine degl'italiani ad un ordinato vivere politico compatibile cogl'interessi dinastici ancora dominanti in Europa.

L'opposizione rivoluzionaria doveva dunque vedere fatalmente nel Piemonte il maggiore nemico. Con esso l'avvenire d'Italia non avrebbe potuto evitare una conquista regia troppo poco promettente malgrado ogni vanteria costituzionale, giacchè, per compiacere alla Francia e per terrore di Vienna, imprigionava i generosi scampati alle sommosse o alle condanne austriache. In questa lotta disuguale Mazzini sentiva che senza un'insurrezione almeno parzialmente trionfante era impossibile controbilanciare l'influenza del Piemonte. I ricordi guerreschi dell'ultima rivoluzione ribollivano nel suo spirito mantenendogli la fede nella potenza popolare: le concordi aspirazioni della democrazia europea gli facevano sperare una più vasta rivoluzione continentale, che ricomponesse la sbranate nazionalità. A Londra aveva costituita una società diAmici d'Italia, che lo sovvenivano di denaro; a Genova il suo giornale,L'Italia del Popolo, diretto da Savi e da Quadrio, combatteva aspramente la politica di Torino analizzandone con implacabile logica tutte le deficienze, mentre il governo lo vessava invano di sequestri,senza osare sopprimerlo per rispetto alla libertà statutaria. Le difficoltà aumentavano ogni giorno. Alla guerra di Oriente le diplomazie avevano ironicamente lusingato il Piemonte sino a fargli sperare la corona di Spagna pel duca di Genova e la Lombardia per Vittorio Emanuele, pur garantendo invece all'Austria l'integrità de' suoi possessi italiani: ma alleanza e guerra avevano dato non pertanto nuova importanza al piccolo stato. Ora i disegni napoleonici di una nuova dinastia murattiana a Napoli, fatalmente secondati da Cavour, attiravano sull'Italia il pericolo di un'altra dominazione straniera. In tale cospirazione entrarono infelicemente prima il Saliceti e il Ruffoni, poi il Montanelli e il Sirtori. Mazzini fu pronto al riparo, denunziando con eloquenti proteste i colpevoli tentativi: dalle prigioni napoletane Carlo Poerio e Silvio Spaventa risposero tragicamente «preferire di morire in carcere che stendere le loro mani pure a quell'avventuriero»; tutti gli esuli napoletani si unirono loro. Nullameno il disegno non fu politicamente abbandonato.

La gloria conquistata dal Piemonte nella guerra di Crimea stabiliva la sua egemonia sull'Italia. Invano Mazzini per le persecuzioni prodigate agli insorti del 6 febbraio aveva posto ai ministri piemontesi il terribile dilemma: siete coll'Austria o con noi? Invano per l'accessione del Piemonte al trattato del 10 aprile 1854 ripetè al conte di Cavour: siete coll'Austria! Invano con uno sciagurato proclama ai soldati piemontesi chiamò una deportazione la loro andata in Crimea incitandoli alla rivolta, e previde mirabilmente tutti gli errori diplomatici della guerra: la vittoria morale ottenuta dal conte di Cavour al congresso di Parigi umiliava l'inutile eroismo di tutte le precedenti ribellioni. Finalmente la conversione di Manin al Piemonte affrettava l'ultimo schianto nel partito mazziniano.

Con Mazzini non rimasero più che i republicani puri. Garibaldi, assalito dall'Italia del Popolocon ingiusta violenza per le vecchie gelosie del Rosselli nel comando durante l'assedio di Roma, dopo tutti quegliinutili e sanguinosi tentativi di rivolta, accettava l'iniziativa piemontese pur riserbandosi di sorpassarla. Allora il grande partito rivoluzionario fondato colla Giovine Italia rimase appena una setta, che Manin ingiuriò atrocemente, accusandola di predicare la teorica dell'assassinio politico, e sulla quale Garibaldi pei moti di Parma aveva gettato le terribili parole: Ingannati ed ingannatori!

La tradizione republicana era vinta. Il sangue dei tremila martiri, straziali da tutti i tiranni indigeni e stranieri, non era bastato a rinvigorire la coscienza nazionale estenuata da tanti secoli di schiavitù: il prodigioso apostolato di Mazzini non aveva convertito che i migliori, ed anche questi, riconoscendo l'impossibilità immediata del suo programma, si rassegnavano all'iniziativa piemontese, per raggiungere col sacrificio della libertà democratica l'indipendenza nazionale.

Mazzini medesimo ne fu scosso. La sua ultima formula «Per la nazione e colla nazione» meno esclusiva delle altre, non mirò che a mantenere il partito democratico all'avanguardia della rivoluzione, accettando il concorso del Piemonte, ma procrastinando a dopo la vittoria la decisione del paese sulla forma di governo. Era un principio di abdicazione, giacchè l'esiguità dei mezzi rivoluzionari in confronto dei forti preparativi guerreschi del Piemonte e delle sue necessarie alleanze in una guerra contro l'Austria avrebbe fatalmente subordinata la democrazia alla monarchia. D'altronde senza una poderosa insurrezione la democrazia non poteva essere accettata per vero partito d'azione. Mazzini come risposta alla sottoscrizione aperta da Manin in Francia per fornire cento cannoni ad Alessandria ne ideò un'altra di diecimila fucili da regalarsi alla prima città insorgente: ma Cavour vietò questa colletta pericolosa, che, armando i rivoluzionari poteva guastargli il sapiente giuoco di approcci, col quale circuiva la Francia. Ma senza denaro e senza armi un'insurrezione era impossibile. Peggio ancora la nuova SocietàNazionale del La Farina, disciplinata da Cavour, intralciava ogni mossa ai vecchi mazziniani.

Tutto quel romanticismo del principio del secolo che aveva così enfaticamente atteggiato arti, scienze, filosofia e politica, sciupando con inconscie teatralità i migliori momenti della rivoluzione, vaniva ora al soffio dei minori interessi. Patria, libertà, democrazia discendevano dalla sfera luminosa dei principii a quella organica dei fatti: si voleva una ricostituzione d'Italia, ma senza pretendere di tutto rinnovare in una sola volta; si accettava la monarchia di Piemonte come un enorme progresso su tutti gli altri stati; si desiderava l'unità, ma accontentandosi di una unificazione qualsiasi, e si mirava sopratutto all'espulsione dell'Austria. I grandi problemi politici e religiosi, posti da Mazzini a capo della rivoluzione, non erano peranco maturi: bisognava giovarsi dell'opportunità, tradire forse i principii, mutare programma appena fosse utile, stringere la solidarietà dei maggiori interessi, mostrarsi scettici e pratici, frazionando il disegno italico per attuarlo parzialmente. L'epoca delle eroiche passioni era consunta: queste dovrebbero rianimarsi nei giorni delle imminenti battaglie, ma la direzione suprema della politica aveva ora a consigliarsi coi governi di Europa per offrir loro una forma accettabile di rivoluzione.

Dal '21 al '48 il metodo rivoluzionario aveva sempre fallito. Mazzini lottava invano contro questa tradizione d'insuccessi. Se a lui solo si doveva il merito di avere accesa la febbre del patriottismo nell'anima della nazione, a lui solo del pari si dava la colpa di ritardare il vicino riscatto d'Italia con una superba caparbietà nel vecchio inattuabile programma democratico. In questa reazione contro di lui non si riconosceva più l'efficacia della sua intransigenza, per la quale, mantenendosi presenti allo spirito italiano i grandi ideali rivoluzionari, si sarebbe poi potuto con rapido intervento di ribellioni integrare le probabili insufficienze del disegno cavouriano. Si dimenticava che la più eccelsa grandezza del genio italiano stava appunto inquesta sublime ostinazione rivoluzionaria di Mazzini, che, prima di risolvere il problema italiano, lo unificava nel problema europeo, fondendo in una potente unità questioni religiose e politiche, prevenendo le più accettabili idee socialiste e fecondando i germi di quella democrazia, cui la monarchia nella ricostituzione della patria doveva essere coccia e cuna.

Ma irresistibili necessità dialettiche traevano Mazzini a sempre maggiori sforzi di ribellione. Poichè l'Austria era troppo forte nel Lombardo-Veneto, e i Ducati troppo incerti, e la Toscana troppo molle, eccettuandone Livorno, solo le due Sicilie offrivano qualche probabilità di rivoluzione. Già il moto di Bentivegna e il regicidio di Agesilao Milano tradivano forti impazienze: Palermo, implacabile nell'odio contro Napoli, sembrava fervere di patriottismo italiano; la corona di Sicilia offerta al duca di Genova durante la rivoluzione del '48 aveva schiarito l'idea dell'unificazione; si erano avviate pratiche con lord Palmerston e coi capi della legione anglo-italiana fondata dal Fabrizi a Malta, così che l'illustre ministro inglese se ne era servito per contrastare ai disegni napoleonici sul reame. A Napoli s'allargava il lavoro segreto dei patrioti divisi fra unitari monarchici, nazionali e murattiani. Bisognava per resistere all'influenza del Piemonte provocare una rivoluzione nel mezzogiorno, che come stato libero e lontano dall'Austria avrebbe potuto ricostituirsi senza immediato intervento straniero.

Una rivoluzione trionfante a Napoli e a Palermo avrebbe forzato il Piemonte a dichiarare la guerra all'Austria, sotto pena di perdere il proprio primato italiano: tutto il resto d'Italia ne andrebbe sossopra.

Mazzini vi si infervorò. Già Alberto Mario, il più squisito cavaliere della nuova borghesia, come D'Azeglio era il più amabile della vecchia aristocrazia piemontese, ma di lui più fine nell'ingegno e più avventuroso nel carattere, aveva fino dal 1852 proposto di tentare una sollevazione nel Napoletano anzichè nella Lombardia: più tardi Garibaldi, aderendo ad un disegnodi Panizzi, celebre bibliotecario delBritish Museum, per liberare Settembrini e gli altri prigionieri dal carcere di Ventotene, accettava di tentarvi uno sbarco con un battello a vapore, ma questo affondò traversando la Manica. Quindi Carlo Pisacane meditò a Genova di scendere sulle coste siciliane o napoletane con poca truppa ad iniziarvi la rivoluzione.

L'impresa patriottica e romantica affascinò le menti dei maggiori rivoluzionari. Mazzini, rappattumatosi con Pisacane dopo un breve dissidio di teoriche politiche, venne segretamente a Genova (1856) per concordare mezzi e disegni: egli intendeva contemporaneamente sollevare Genova per forzare il Piemonte alla guerra contro l'Austria e al soccorso di Pisacane, senza calcolare che una ribellione a Genova in quel momento avrebbe costretto il Piemonte alla guerra civile per necessità di difesa, togliendo così alla guerra nazionale il più valido concorso. Era l'ultimo errore della sua opposizione cominciata colla spedizione di Savoia, e doveva finire in più infelice tragedia.

Carlo Pisacane fu quindi il martire della nuova impresa, nella quale pochi anni dopo Garibaldi doveva sfolgorare eroe trionfante: oggi il giovine partito socialista lo vanta antesignano, e cerca ogni modo d'ingrandirlo, per farne un rivale di Mazzini.

Questo principe, orfano, povero, educato al collegio della Nunziatella in Napoli sua patria, paggio alla corte borbonica, poi ufficiale ed ingegnere, si era presto distinto per merito in alcune opere ferroviarie. Ma sospetto per il carattere mite ed austero ai superiori, e poco dopo forzato da un amore infelice a fuggire a Londra, si arruolava nella legione straniera militante per la Francia contro gli arabi d'Algeria. Di là ai primi scoppi della rivoluzione correva a Milano, vi ricusava il grado di colonnello per campeggiare tosto sul Tirolo colla legione Borra, e vi era ferito. Respinto dai capi,che il disastro sbaragliava dovunque, incontrandosi nella Svizzera con Mazzini, ne subiva l'irresistibile ascendente: quindi Mazzini, diventato triumviro della republica romana, lo nominava per la sua bella tempra di soldato allo stato maggiore per la difesa della grande città. Qui Pisacane si rivelava fra i migliori ufficiali in ammirabili servigi; ma Roma cadeva, e l'esodo di tutti lo travolgeva più povero e più nobile di prima per le contrade d'Europa. Pochi avevano sospettato delle sue grandi qualità, nessuno aveva ancora avuto campo di misurarle. Il suo primo libro,Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, passò inosservato, quantunque fosse forse la migliore scrittura di guerra allora pubblicata; però in essa Pisacane non aveva compreso il genio originale di Garibaldi.

Ma ricoverato finalmente a Genova e sopportatovi a stento dal sospettoso governo piemontese, Pisacane vi si isola nello studio, raddoppiando con istinti di novatore e con amarezza di esule la ribellione del proprio pensiero. Come in tutte le più belle figure di quel tempo, anche in lui fermenta una poesia romantica, che lo attira ad avventure intellettuali e guerresche: una segreta tristezza gli acuisce il senso critico, una inesausta generosità lo spinge oltre il problema politico verso il fondo tenebroso ed ululante delle questioni sociali. Quindi la rivoluzione italiana non diventa per lui che un incidente, del quale le lotte e il trionfo non scemeranno di un'oncia l'immane massa di miserie millenarie, che pesano sul popolo.

Il suo spirito, malgrado la nativa dolcezza, è già ateo, ma questo ateismo non esprime ancora che una dolorosa reazione del suo sentimento sull'idea popolare di una provvidenza divina. La religiosità di Mazzini lo irrita, l'inevitabile e soffocante disciplina del partito rivoluzionario lo esaspera al punto che la passione della libertà gli si trasforma inconsciamente in una smania d'insubordinazione. Nell'irresistibile foga di una prima critica egli non crede più a nulla: Austria e Piemonte gli sembrano due governi egualmente oppressori,sebbene quello sia straniero: ogni religione è il capolavoro di una ipocrisia, ogni idea ultramondana uno sciocco abbandono della terra. Così cercando istintivamente, come tutti i ribelli, le giustificazioni della propria rivolta nel passato, si caccia attraverso la storia. Senza studi e senza metodo critico si vi smarrisce tosto, malgrado l'unicità dell'idea che lo guida. I suoi autori sono napoletani, Vico, Pagano, Filangeri: sovra i due primi ridipinge confusamente il quadro dell'antichissima Italia: ignora gli studi posteriori, interpreta ogni decadenza come una caduta morale ed economica dovuta alla tirannia del capitale. Rifà la storia di Roma sui manuali di scuola, vede nel cristianesimo un regresso, nel papato una frode colossale, nel medio evo una tenebra, nei comuni un'oasi popolare, che spiega colle odierne teoriche socialiste. Tutta la lunga storia italica sfugge così alla penetrazione del suo ingegno, che nullameno ne illumina tratto tratto qualche problema. Mentre un arido materialismo economico gli contende pressochè tutte le rivelazioni del passato, la passione degli studi militari, eccitata dal più nobile patriottismo, lo spinge a vedere nei romani il modello di tutti i popoli guerrieri. Colla loro legione egli spiega ogni loro vittoria, esamina minutamente la loro tattica, segue lo sviluppo della loro strategia, analizza a una a una le loro più famose battaglie, critica e sentenzia con superba e meditata coscienza della propria capacità. E dove un patriottismo retrospettivo non lo accieca, come nello studio sopra Scipione che vorrebbe superiore ad Annibale, i suoi giudizi lo elevano fra i migliori maestri dell'arte militare. Quindi, arrivando al rinascimento, coglie magistralmente le incomparabili qualità guerriere di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino, assiste fremendo al decadimento delle armi italiane, valuta l'opera rinnovatrice di Montecuccoli, di Gustavo Adolfo, di Federico II e di Napoleone I, si appassiona agli inescusabili disastri dell'ultima rivoluzione italiana; ma, fuorviato dall'esempio della grande Convenzione francese, che con improvvisatieserciti cittadini sconfiggeva quelli stanziali di tutta Europa, ricade con Mazzini nell'illusione di una guerra e di una vittoria popolare.

Perciò, immaginando l'Italia ricostituita in nazione, schizza coraggiosamente i primi lineamenti del suo esercito sociale.

Nei quattroSaggiche di lui ci rimangono e che furono stampati dopo la sua morte, quello pel quale ora gli venne vera importanza politica, è il terzo dellaRivoluzione. Scientificamente e letterariamente è quasi senza valore: vi mancano del pari principii filosofici ed economici; è confuso, diffuso, scarso di argomenti, povero di materiali, incerto nel metodo, inconsapevole nelle conseguenze. Dei maggiori socialisti francesi, dai quali deriva, quegli che più vi traspare è Proudhon, ma senza il rilievo del suo stile e l'irresistibile ingranaggio della sua logica. Naturalmente vi fa da fondamento il teorema di Bentham sulla ricerca della felicità; la critica agli ordini della società vi muove da un concetto di giustizia: solo la formula vacua — Libertà ed Associazione — contraddicendo alle costruzioni sistematiche del socialismo d'allora, che pretendevano ridurre il mondo ad una monotona vita mezzo di caserma e mezzo di convento, rivela l'indipendenza del suo spirito. In questo saggio, dietro i classici esempi di Saint-Simon, di Fourier, di Cabet, di Proudhon, è redatto anche il nuovo patto sociale con ingenua facilità e con alcuni commenti, dai quali s'indovina in Pisacane un convenzionale in ritardo. La necessità di una pronta e spietata distruzione sociale vi è affermata alteramente.

Questa l'opera del suo spirito, che solo l'ultima impresa della sua vita ha potuto illustrare così, da alzarlo oggi all'onore di campione del partito socialista italiano.

Ma l'aridezza materialistica che ne rende più squallido il dilettantismo storico, e l'insufficienza di dottrine economiche che le tolgono ogni valore fra i tanti studi socialistici di Francia, di Germania e di Russia,sono vivamente compensate dalle sue ammirabili contraddizioni colla natura spirituale dell'autore. Questo ateo ha la passione di tutti gli ideali, questo anarchico distruggitore non invidia e non odia: nessun vizio ha mai contaminato la sua vita, nessuna ambizione diminuito il merito dei suoi molti sacrifici. Volontario nella rivoluzione e nel socialismo, non si è mai ricordato di essere nato principe, e vi è rimasto gran signore; la sua nuova famiglia cresciuta da un adulterio vive nella castità di un unico amore; la sua utopia non è che il voto di un gran cuore, e rimane incompresa in quella tormenta di passioni politiche, che si esauriscono alla vigilia della rivoluzione unitaria.

Infatti Pisacane, riattirato dalla generosità dell'animo nelle lotte del momento, a trentanove anni gitta i libri come inefficaci alla patria, e si vota alla morte per sollevare con uno sforzo supremo le due Sicilie contro il Borbone. Il suo testamento politico è sublime d'ingenuità. Dopo aver dichiarato di non credere al beneficio di nessuna costituzione, e che neppure la rivoluzione politica gioverà al popolo, nullameno si avventura nella più arrischiata delle spedizioni. Il suo istinto maggiore della sua ragione, il suo cuore più alto del suo intelletto, lo spronano ad un olocausto senza fede e senza speranza, meraviglioso ed assurdo.

Ma nell'azione egli sembra ritrovare tutto se stesso. Le sue più belle qualità sfolgorano improvvisamente: dimentica il breve dissidio con Mazzini, si rituffa nelle cospirazioni coll'ardore di un neofita e la bravura di un cavaliere. Preso nell'irresistibile illusione di Mazzini che fida sempre nel popolo, egli napoletano crede che i napoletani aspettino solo un esempio per insorgere: scendere sulle rive del mezzogiorno con un pugno di congiurati, ribellarlo, cacciare i Borboni, sollevare tutta Italia, diventa il suo sogno. Nella miseria di mezzi del partito rivoluzionario e per la necessità di eludere la sospettosa polizia piemontese, egli medita d'imbarcarsi con pochi compagni sopra un vapore postale, d'impossessarsene sorprendendo l'equipaggio, econ esso approdare nel regno. La prima prova gli fallisce, quindi si avventura solo a Napoli per meglio saggiare il terreno. Tutto gli pare pronto; la fatalità di una vera rivoluzione dopo gli ultimi insuccessi nella Lunigiana lo incalza. Il 25 giugno 1857 s'imbarca con alcuni amici sulCagliari, vapore sardo, diretto verso la Sardegna: Rosolino Pilo, altro principe siciliano del sangue d'Angiò, deve raggiungerlo in mare con una seconda imbarcazione di congiurati; ma, sbattuto dalla tempesta e sviato dalla nebbia, vi si smarrisce: nullameno Pisacane riesce ad impadronirsi delCagliari. Allora si dirige sull'isola di Ponza, vi sbarca, vi libera 323 prigionieri, per la maggior parte politici, e si difila sul golfo di Policastro. A Genova nulla è ancora trapelato dell'impresa, a Napoli nessuno sospetta di uno sbarco. I congiurati toccano la spiaggia di Sapri al grido di: viva l'Italia e viva la republica! ma i contadini sbigottiti guatano senza comprendere. Una prima vittoria dei ribelli sopra alcune squadre di gendarmi non basta a persuadere le campagne. Allora Pisacane colla piccola schiera s'addentra nella terra per la via di Sala, cercando di guadagnare i monti e sperandovi migliore accoglienza; se non che una grossa mano di regi spiccata da Salerno lo arresta e lo sconfigge. L'impresa è perduta, ogni scampo precluso. Un nucleo di cinquanta superstiti stretto intorno a Pisacane può nullameno ritirarsi sul Cilento, ma la novella della disfatta, il timore delle milizie incalzanti i fuggiaschi, l'avidità dei premi promessi, le feroci eccitazioni del clero scatenano la plebe alla strage. Pisacane, sopraffatto dopo eroica difesa, è finito a colpi di ronca dai villani, quasi tutti i suoi compagni scannati; i soldati regi vollero o poterono appena salvarne alcuni per trarli in trionfo a Napoli. Fra questi fu Giovanni Nicotera, robusta tempra di soldato e di politico, divenuto poi ministro del regno d'Italia, e che venne allora cogli altri condannato a morte. Il processo al solito passò d'infamia in infamia, si tentò di disonorare gli accusati; peggio ancora i murattiani, aspramente combattuti daNicotera negl'interrogatorii levarono indegne grida di tradimento, associandosi al governo borbonico.

Intanto Mazzini a Genova falliva nell'ultimo conato di sollevare la città, e il governo piemontese rivaleggiava col napoletano nella ferocia della repressione contro i ribelli.

Maurizio Quadrio a Livorno non era stato più fortunato, tentando una insurrezione contro il granduca. Il partito rivoluzionario era vinto.

La pubblica opinione, unanime nel condannare l'infelice impresa di Pisacane, non volle nemmeno ammirarne l'eroismo: la stampa liberale monarchica ne vilipese idea, uomini e risultato; quella reazionaria ne parlò come di un caso di brigantaggio; l'Europa abituata a tali insuccessi delle rivoluzioni italiane, non se ne commosse. Solo Victor Hugo coll'infallibile divinazione dei poeti comprese il fato di questi nuovi argonauti della libertà e scrisse: «John Brown è più grande di Washington, Carlo Pisacane più grande di Garibaldi».

La disfatta di Pisacane prostrò il partito rivoluzionario: il Piemonte crebbe d'importanza, il mazzinianismo non fu più che una setta, il federalismo una scuola. I murattiani, indipendenti o ligi al Piemonte, non miravano che a migliorare il proprio governo napoletano con una nuova dinastia, abbandonando ogni ideale italiano e democratico: alcuni altri, dotti e dottrinari, come Cesare Cantù, predicavano possibile la libertà in qualunque forma di governo anche straniero, e, separandola così dall'indipendenza e dalla democrazia, la rendevano parola senza senso e senza attrazione. In fondo nessun partito aveva un programma limpido e un ordinamento adeguato di mezzi. Iniziativa regia e iniziativa rivoluzionaria si rivelavano del pari insufficienti: l'iniziativa anche questa volta doveva essere francese.

Mazzini, abbandonato dai migliori seguaci, ridiventava nuovamente apostolo, scrivendo di se stesso con accento disperato: «Io non sono che una voce chegrida azione»; e la gridava su tutti i toni, ammonendo, rampognando, difendendosi, accusando gli avversari, chiedendo l'elemosina all'Europa per questo popolo d'Italia, Belisario della libertà, e nullameno accendendogli sulla fronte la fiamma del proprio genio, per mostrarlo come campione di una terza epoca civile.

La preparazione rivoluzionaria cominciata dal 1831 era compiuta.


Back to IndexNext