Capitolo Quarto.Schemi republicaniFirenze.La rivoluzione federale, unanime nel sentimento dell'indipendenza nazionale e nell'istinto della libertà statutaria, doveva necessariamente, dopo tutte le prove fallite del principato, tentare un più alto esperimento colle republiche, rivelando la formula della rivoluzione avvenire. Ma se dei regni uno solo aveva resistito allo Statuto, mantenendolo sotto la doppia violenza d'una invasione militare e d'una democrazia eslege aiutata dagli equivoci della insurrezione nazionale, nessuna republica poteva affermarsi vitalmente nell'immenso tumulto di quella liquidazione del passato. Il principio democratico, brillando un istante sul Campidoglio nella più abbagliante purezza, quasi a diradare le tenebre di tutte le antitesi politiche, era anticipatamente costretto a vanire nella gloria d'un poema, nel quale il fatto politico rimarrebbe appena come una trama. Nè la storia, nè La civiltà italiana erano ancora tali da consentire intera la doppia rivelazione della democrazia e delle nazionalità.Un esperimento republicano era nullameno necessario per dissipare le ultime illusioni della federazione, che nella republica cercava istintivamente la conciliazione dello stato antico colla democrazia moderna, e garantire l'originalità del principio democratico subdolamente assorbito negli statuti dal principato. CosìGenova già fusa col Piemonte, mentre questo stava per fondersi coll'Italia dandole la propria unità costituzionale, non arriva che ad una inutile insurrezione, reazionaria nel patriottismo municipale, anarchica nel processo politico, tragica in quell'ora di sconfitta per tutta la nazione: Livorno, sollevandosi contro Firenze, riassume tutta l'impazienza della democrazia costretta dalla propria incapacità a diventare demagogia: Siena, insorta poco dopo per difendere il granduca traditore e fuggiasco, soddisfa per l'ultima volta l'antico rancore municipale, e quindi osteggia simultaneamente Firenze e la democrazia: Venezia inalbera la secolare bandiera di San Marco, poi l'abbassa per sostituire il vessillo italiano, finalmente la risolleva quasi per festeggiare con funebre pompa l'agonia della propria republica, e chiude per sempre l'epoca della federazione italiana come era uscita dai comuni e Lorenzo il Magnifico l'aveva gloriosamente disciplinata nella prima lega italica: Firenze, liberata dalla monarchia colla fuga del granduca, incerta fra le vanità dei vecchi ricordi republicani e le tendenze democratiche attuali, tergiversa colla tradizionale doppiezza procrastinando ogni decisione per un governo monarchico o republicano, toscano federale o romano e quindi unitario, finchè l'ora storica passa, e, sorpresa da una reazione municipale, ricade nel granducato. Roma sola, centro eterno d'Italia, sente che la prima affermazione dell'epoca nuova non può venire all'Italia che da essa, e s'affretta con inconscio crescendo ad abbattere il potere temporale dei papi e a proclamare la republica: così passato ed avvenire italiano si fondono per la terza volta nel suo avvenire politico.In questa gamma Firenze è una penombra, Venezia un tramonto, Roma un'aurora: Firenze soccombe in un dubbio, Venezia in un sogno, Roma in una rivelazione. Ciò che Firenze risorta a breve agonia non ha osato, Venezia lo compie morendo; ciò che l'Italia insorta ha sentito, Roma lo attua in una republica effimera, ma profezia di maggiore republica. Venezia rappresental'Italia antica, Firenze l'Italia del momento, Roma l'Italia dell'avvenire: Venezia risuscita in Manin il suo ultimo doge guerriero. Firenze ripete in Guerrazzi il suo ultimo priore turbolento, Roma trova in Mazzini il suo ultimo apostolo.Ma intanto che le republiche cadono, seppellendo il passato e squarciando il futuro, il Piemonte si assoda nella stessa bufera che lo squassa, e salva nella monarchia la forma della non lontana unità d'Italia.Dopo i casi di Livorno, nei quali si era fin troppo chiarita la insufficienza del nuovo governo granducale e che avevano condotto al potere il Guerrazzi e il Montanelli, la posizione politica della Toscana rispetto alla rivoluzione italiana toccava il massimo della crisi. I costituzionali, esauritisi nelle rapide successioni ministeriali, che dall'energia dittatoria del Ridolfi erano discese all'onesta condiscendenza del Capponi, stavano come ritirati dall'agone: le loro tendenze aristocratiche, la loro stessa capacità parlamentare e sopratutto l'angusto patriottismo, che vedeva l'Italia solamente attraverso e molto dopo la Toscana, li rendeva inetti alle supreme manifestazioni di quello stesso moto politico. L'avvenimento del Guerrazzi, poeta cresciuto nell'ira di tutti i contrasti e mutato da ultimo in tribuno implacabilmente superbo d'opposizione, significava apertamente la sconfitta del partito moderato. Infatti il Montanelli, letterato elegiaco e politico insino allora neo-guelfo, che il ritorno dai campi cruenti di Curtatone, ove lo si era pianto per morto, circondava di un'aureola di eroismo, appena chiamato al governo di Livorno per rappattumarla con Firenze, vi proclamava di proprio capo una costituente italiana, più larga di quella del Gioberti, poichè riconosceva al popolo la facoltà di rassettare tutti gli stati secondo l'interesse generale. Era la prima affermazione toscana nella rivoluzione, che da oltre un anno affaticava l'Italia. Con essa Firenze sorpassava politicamente Torino; ma poco chiara nel concetto, incerta nel processo, proclamata piuttosto da un individuo che da una regione, questa costituente dell'ultim'ora non poteva discenderea realtà politica. La Toscana vi si annullava anticipatamente, sottomettendosi al verdetto di tutta Italia, ma conservando nell'animo l'egoismo della propria autonomia: il granduca vi si sentiva perduto, i moderati vi si riconoscevano condannati. Di rimpatto la demagogia inevitabile in quel sobbollimento di spiriti vi acquistava importanza: un'amnistia generale veniva proclamata, si parlava di guerra con più alta ciancia. Il granduca, chiuso scaltramente in se stesso, lasciava fare e faceva anzi quanto la nuova scena politica esigeva, non fidando più che in un prossimo intervento austriaco.Appoggiato sulla piazza e da questa scosso a ogni minuto, il nuovo ministero si trovava nell'impossibilità di governare: oscuri demagoghi s'imponevano ai ministri; esausto il tesoro, nullo l'esercito, confusa l'opinione, sconvolti ordini e partiti. Guerrazzi s'irrigidiva con superba fibra di despota minacciando contro i nuovi disordini, ma la mancanza d'uno scopo politico dava alla sua energia l'odiosità d'una repressione a favore del granduca, mentre invece s'illanguidiva nell'illusione di conciliare le tradizioni autoritarie di casa Lorena colla rivoluzione in una politica ostile all'Austria e diffidente della rivoluzione. Montanelli scriveva al cospiratore La Cecilia: «Dio ci guardi da una republica romana». Guerrazzi denunciava le voglie conquistatrici del Piemonte alla vanità paesana, profetando la servitù di Toscana se quello crescesse di territorio nella guerra coll'Austria: Giuseppe Giusti atterrito dal disordine delle piazze riparava nel rimpianto del passato: solo il Niccolini, inconvertibilmente giacobino, si manteneva fedele alla rivoluzione, ma, chiuso nell'Accademia come in una carcere, per sdegno feroce della troppa commedia politica, ricusava d'uscirne e di ricevervi visitatori. Intanto si procedeva per la costituente, dichiarandola a suffragio universale: eleggibile qualunque italiano dai venticinque anni in su, elettore qualunque cittadino sopra il ventunesimo anno; unica pregiudiziale, si ottenesse prima la liberazioneintera d'Italia. Il granduca aprendo la nuova Camera (10 gennaio 1849) permise al ministero di presentare in suo nome al parlamento il disegno di legge per la elezione dei rappresentanti toscani alla costituente italiana, ma poco dopo fuggiva a Siena, scusandosi colla scomunica papale lanciata contro coloro che di qualunque guisa favorissero la costituente. Il ministero si sconcertò; il popolo adunatosi in piazza della Signoria, come ai tempi migliori del medioevo, delegò pieni poteri ad un triumvirato composto di Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni. Senonchè, dichiarata la decadenza del granduca, bisognava o proclamare la repubblica, o fondersi con quella di Roma, o darsi al Piemonte: e i triumviri non osando alcuna decisione, si credettero abili col rimettere alla futura costituente il problema d'un governo per la Toscana. Intanto scoppiavano disordini; Siena gridava: viva il duca e morte alla costituente!; a San Frediano e ad Empoli i contadini eccitati dal clero si levavano minacciando; mentre il granduca, spaventato dal tumulto, malgrado i consigli di tutte le diplomazie e la fedeltà del generale Laugier, ancora alla testa delle truppe e ricusante di riconoscere il governo provvisorio, fuggiva a Gaeta. Allora Livorno proclama la republica, Guerrazzi tentenna, poi con teatrali apparati marcia contro il Laugier, che le truppe abbandonano. La confusione regna sovrana: al primo triumvirato ne succede un altro di difesa sempre col Guerrazzi alla testa; non si osa dapprima proclamare la Costituente italiana: Mazzini ottiene con una predica in piazza un voto popolare per la fusione della republica toscana con quella romana, ma all'indomani nessuno più se ne ricorda. Poi il governo rinfrancato decreta che nello stesso giorno si eleggano i rappresentanti per l'assemblea legislativa toscana e per la Costituente italiana da tenersi in Roma. Le difficoltà parlamentari delle due assemblee investite d'uguali poteri persuadono una correzione processuale, statuendo che l'assemblea toscana abbia facoltà per decidere se e con quali condizioni lo stato toscano debba unirsia Roma, e per comporre coi deputati romani la Costituente dell'Italia centrale. Ogni deputato poteva essere investito dei due mandati.Intanto il trambusto demagogico peggiorava. La reazione granducale aiutata dal clero, dai nobili, dai moderati, da tutti, minacciava apertamente: i democratici poco saldi nel sentimento e sprovvisti d'una qualunque idea politica, si lasciavano trasportare dalla tempesta; solo Guerrazzi si mostrava forte, ma piuttosto per alterigia di volontà che per coscienza. Le elezioni riuscirono scarse di numero: l'ultima rotta di Carlo Alberto a Novara tarpava le ali all'ultima speranza; l'Austria ingrossava già alle frontiere; l'assemblea atterrita ricusava di votare la fusione con Roma. Montanelli, tardi rinsavito, l'avrebbe voluta almeno per compiacenza di politico, primo nell'ardimento di proclamare la costituente; ma Guerrazzi invece resisteva per indomabile vanità di toscano e di letterato contro Mazzini: l'assemblea, preoccupata già di scagionarsi pel futuro, concesse a Guerrazzi autorità dittatoria e a Montanelli come compenso un'ambasceria per Parigi.Poco dopo con 42 voti contro 24 si respingeva solennemente ogni disegno di unificazione con Roma, e Guerrazzi cadeva come un tirannuccio medioevale per una rissa scoppiata fra la sua guardia pretoriana di livornesi ed alcuni cittadini. Plebe ed aristocrazia, quella per ignava brutalità, questa per rancore di classe e forse per un'ultima illusione di salvare così lo statuto, s'accordarono a rovesciare il dittatore e a risollevare gli stemmi granducali: il municipio rimasto in potere dei moderati capitanò la reazione, coprendola coi nomi ancora venerati di Gino Capponi e di Bettino Ricasoli. Guerrazzi, che aveva già disertato la parte democratica, si umiliò troppo tardi, troppo vilmente e troppo indarno ai nuovi vincitori, dai quali fu gettato in carcere per salvarlo dal furore della canaglia; e forse in parte fu vero.L'illustre scrittore, riuscito così meschino statista,e che, fanatico d'impero dittatorio e d'incredulità politica, aveva dato alla insulsa incertezza della Toscana nella grande crisi italica la pompa della propria eloquenza, credette scolparsi in unaApologiaaltrettanto veemente di passione che sottile di logica curialesca, ma riuscì invece alla dimostrazione di quanta infermità senile ed infantile dolorasse allora il pensiero nazionale.Infatti non egli solo, quantunque rivoluzionario nell'ingegno e nel carattere, fallava il principio e il modo della rivoluzione, giacchè i suoi abili avversari parlamentari, richiamando con umile manifesto il granduca, nella doppia illusione di conservare così lo statuto e di preservare la patria da una invasione austriaca, furono crudelmente ingannati. Il granduca sospese a tempo indefinito la costituzione, dopo averla riconfermata nella risposta all'appello del municipio; e il generale tedesco D'Aspre, occupate Lucca e Pisa, domata nel sangue la resistenza di Livorno, entrò vittorioso a Firenze per restarvi a tutela della dinastia e a terrore dei patriotti sino al 1857.La rivoluzione toscana era vinta senza aver combattuto, consunta senza traccia nel passato e senza speranza nell'avvenire: Firenze ridiventava una prefettura austriaca, bella di arte e di sventura, calmando nel rancore e nella paura della nuova reazione i propri dissensi politici.Gino Capponi, il più nobile fra gl'illusi reazionari, che richiamato il granduca, si erano poi dimessi al ritorno degli austriaci, aveva trovato per tutti un motto sublime di eroismo, quando, cieco e menato a braccio per le vie di Firenze, incontrando a caso uno dei primi battaglioni tedeschi, esclamava piangendo: «Sia benedetto Dio, almeno non li veggo!»La notte del giorno nel quale il popolo di Firenze, adunato in piazza della Signoria, dichiarando decaduto il granduca, eleggeva al governo provvisorio Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, la Costituente romana decretava l'abolizione del papato temporale.Proclamazione della republica.Già al primo annunzio della Costituente le provincie romane si erano scosse vivamente. Gli ultimi entusiasmi provocati dall'elezione di Pio IX si mescevano ai nuovi, amalgamando idee ed impressioni nel popolo ancora troppo diverso e scarso di civiltà per ben comprendere il significato di un periodo rivoluzionario così complicato. Per tutta la squallida solitudine dell'Agro, per la Sabina, per l'alta Umbria, nelle Marche, lungo il litorale adriatico, all'infuori di qualche città, il popolo viveva ancora nella più supina ignoranza: tirannia di clero e di signori imprigionava la sua vita; non abitudini politiche, non intelligenza di governo che permettesse di sentirsi cittadini; spesso carattere robusto e fazioso, più spesso molle e servile; perduto nelle memorie ogni ricordo di guerra; tutti i paesi dislocati e rivali; la religione indiscussa ed indiscutibile come rito, incompresa ed incomprensibile come ideale; inerte il concetto di patria, confuso quello di nazione; poca la passione di lotta e la capacità di sacrificio. Il governo vi era ancora più spregiato che odiato; la rivoluzione più insubordinazione che ribellione; inetti e timidi gli aristocratici; i borghesi cupidi, intriganti e conservatori per tradizione, quantunque esaltati nella ciarla rivoluzionaria e più ancora nella fisima della conciliazione fra autonomie e nazionalità, papismo e libertà; il popolo bigotto col clero, prono coll'aristocrazia, chiassoso coi borghesi, fra se medesimo rissante, facile a brigantaggio nelle campagne e alle sètte nelle città, non uso all'armi e abborrente da ogni sacrificio di danaro.Si era delirato per Pio IX e si delirò per la Costituente; ma se il delirio prima era in tutti, dopo fu di pochi, e peggiorò in soprusi e feste di sbracati danzanti intorno all'albero della libertà. Una minoranza nullameno vi brillava, divisa anch'essa in due campi: i moderati, incaponiti nel parlamentarismo papale, vedevanoancora nella nuova rivoluzione un sacrilegio e una anarchia; i rivoluzionari, cresciuti alla scuola di Mazzini nell'estasi superba della propria utopia, guardavano già alla terza Roma repubblicana alta sul mondo come la Roma dei Cesari e dei papi. Fra tutte le provincie pontificie le più generose di pensiero e di azione erano le Romagne: Bologna capitale vi faceva da focolare e Ravenna da fucina: nell'una si affinavano le idee, nell'altra le spade.Nel primo bollore degli spiriti prodotto dalla guerra all'Austria, si era creduto all'espulsione dei tedeschi odiati come stranieri e come gendarmi del governo papale: poi l'allocuzione del 29 aprile, soffiando su tutte le speranze, ridestò più feroci i vecchi odii. I costituzionali decaddero, i rivoluzionari dianzi reietti ottennero favore, il lavorìo delle sètte si moltiplicò, mentre la demenza di un'idea intelligibile ed irresistibile aggirava tutte le teste, infiammando tutti i cuori.Roma, Costituente, Republica diventarono il gran ternario di tutti i discorsi: non si aveva coscienza della situazione politica, non si analizzava, non si prevedeva: tornarono le feste pïane e le baldorie patriottiche fra urli di morte e private vendette. I costituzionali, abbandonati dal papa, non osavano più contrastare apertamente: una proposta di certo marchese Ranuzzi bolognese, perchè Bologna si staccasse da Roma per non seguirla nella ribellione al pontefice, non ebbe nè voti nè seguaci: l'opposizione dello Sterbini per mantenere alla rivoluzione un carattere municipalmente romano, mentre da ogni parte d'Italia già i rivoluzionari accorrevano in Roma, svanì. La Giunta suprema di governo, nominata dal Parlamento moribondo ad impedire la rivoluzione, dovette invece sciogliere i consigli e convocare la Costituente; le rinunzie di tutti i legati e prolegati nelle provincie, anzichè seminare diffidenze, crebbero il fermento; le scomuniche del papa si mutarono in sferzate, e i suoi appelli alle armi straniere in prove decisive di tradimento.Parecchi ecclesiastici rapiti nell'onda rivoluzionaria ne temperavano il colore irreligioso, così che non vi fu reazione contro il clero: alcuni fra essi brillarono di santa poesia come Ugo Bassi; altri si mostrarono potentemente ciarlatani come Gavazzi; alcuni eroicamente semplici come don Giovanni Verità. L'inevitabile disordine del momento non ebbe quindi troppo dolorose conseguenze, malgrado l'insensatezza del governo che graziava un numero enorme di galeotti. Mentre il governo provvisorio con generosa prontezza accordava a Carlo Alberto in trattato segreto di occupare per le necessità della nuova guerra contro l'Austria le proprie provincie, impegnandosi per tutto il tempo dell'occupazione a vettovagliare le truppe, quantunque egli ricusasse ogni riconoscimento politico e seguitasse a trattare officiosamente col papa sino ad offrirgli di ricondurlo a Roma colle armi; mentre il Montanelli armeggiava con incredibile fantasticheria per ottenere che la Costituente romana votasse la presidenza del granduca Leopoldo, e Mamiani invece sognava quella di Carlo Alberto, e Manin a nome di Venezia scriveva lettere di condoglianza al papa, e il Castellani ambasciatore veneto a Roma osteggiava apertamente il governo provvisorio, tutti i circoli rivoluzionari si allearono stabilendo a Roma una congregazione centrale, che divenne naturalmente base e leva del nuovo governo, e fu il primo grande plebiscito unitario.Ma in tanto fermento di animi ed inestricabili complicazioni di eventi politici, l'entusiasmo rivoluzionario non cresceva a vera passione. Bologna scongiurava il Latour generale degli svizzeri a non abbandonarla ubbidendo agli ordini del papa, che lo richiamava a Gaeta per unirlo senza dubbio all'esercito borbonico di invasione, e a forza di preghiere lo persuadeva: e ciò per timore del popolaccio sguinzagliatosi nella rilassatezza della polizia. Pareva trionfo conservare armata in città l'unica milizia francamente ostile: non si arruolavano volontari, non si mettevano chierici, clericalie moderati nell'impossibilità di tradire. L'accademia politica proseguiva, giacchè la proclamazione dell'imminente republica non doveva concludere che ad una affermazione ideale. La istituzione giacobina della Giunta di pubblica sicurezza con poteri discrezionali non era che una imitazione teatrale della grande rivoluzione francese, e non commise i terribili arbitrii necessari a tutte le vere rivoluzioni. Se le poche leggi promulgate illegalmente dal governo provvisorio sui fedecommessi, sulle procedure civili, sul macinato, e l'emissione di tre milioni di carta monetata, la pubblicazione della legge sui comuni già elaborata dal Mamiani, le note, i proclami, gli sforzi per accrescere la fede negli animi e la passione nei cuori sembravano accennare ad un vero governo rivoluzionario capace di cose maggiori, mentre la vittoria di Cavaignac per le vie di Parigi sui rivoluzionari e l'altra anche maggiore su Cavaignac di Luigi Bonaparte, eletto presidente della republica, toglievano l'ultima speranza di simpatie e di aiuti stranieri, nullameno le pratiche con Gaeta e col Gioberti per una impossibile conciliazione col papa, allorchè questi chiamava tutta Europa contro Roma, e tutta Europa si disponeva ad accorrere, rendevano il governo provvisorio troppo simile a tutti gli altri governi italiani. La fisima del papato non gli era ancora passata, la republica imminente non gli pareva ancora probabile.Finalmente le elezioni indette dal governo furono fatte dai circoli con qualche rissa, molto spettacolo di baldorie e moltissime irregolarità: chierici e clericali vi si astennero, i costituzionali vi andarono sbandati, la vittoria restò naturalmente ai rivoluzionari. Così l'immenso loro significato politico nella storia del papato fu piuttosto espresso che compreso.Il giorno 5 febbraio l'Assemblea Costituente si adunava nel palazzo della Cancelleria.L'assemblea, scarsa di numero, arrivava appena a centoquaranta rappresentanti; più scarsa d'ingegni e di caratteri, ignorava la condotta del governo provvisorio,i maneggi diplomatici di Torino e di Gaeta, temeva dell'Europa, dubitava di se medesima, sentendosi spinta da una forza arcana ad una meta egualmente misteriosa. La propaganda mazziniana, per quanto avesse destato dal secolare letargo i migliori spiriti e soffiato sulle passioni della folla, non era bastata a schiarire nelle coscienze il troppo significato della parola republica. Le stesse teoriche di Mazzini, fatalmente amalgamate di religione e di politica, d'arte e di socialismo, imbrogliavano anche nelle menti più limpide la possibilità di una republica, alla quale classi dirette e dirigenti si riconoscevano del pari immature. Nullameno l'istinto storico urgeva. Dopo il suicidio del papato colla concessione dello statuto e l'abdicazione del papa colla fuga a Gaeta, e le stragi del Borbone, i tradimenti di Carlo Alberto, le inutili annessioni della Lombardia, le incertezze della Toscana e la disperata risoluzione di Venezia, Roma, eterno centro ideale d'Italia, inevitabile base di ogni nuovo stato italiano, doveva risolvere il problema del papato sorto con essa e con essa ancora torreggiante sulla storia, soverchiandolo colla dichiarazione di un principio più civilmente cattolico. Il papato era stato l'infrangibile unità e l'incomparabile organo del cattolicismo, regno sui regni, impero sugli imperi, fonte di tutti i diritti divini: la republica doveva essere la formula e la forma della democrazia moderna, proclamata a Roma e da Roma al mondo, più vasta di tutte le religioni, come supremazia del diritto umano sul diritto divino, colla sovranità pareggiata dell'individuo e del popolo, colla libertà del pensiero frenata solo dall'autorità del pensiero. Ma essa non poteva ancora rivelarsi che come verbo, e quella larva di governo necessaria alla sua proclamazione avrebbe necessariamente avuto tutte le evanescenti ed indefinibili mutabilità dei fantasmi. L'immenso fatto della terza Roma del popolo, secondo la bella frase di Mazzini, lascierebbe quindi indifferente la Urbe e le provincie, mentre l'Europa se ne accorgerebbe appena, anche combattendolo, e la republica romana,rovinando subitamente sulla più vasta rovina del papato, s'illuminerebbe dei colori dell'aurora ai lampi della parola di Mazzini e della spada di Garibaldi.L'assemblea appena radunata dovette necessariamente affrontare il problema del proprio stato. La fuga del papa e la reazione europea le facevano intorno un vuoto spaventoso. Si sentiva da tutti che la causa della rivoluzione italiana era perduta, e che il papa sarebbe ritornato; nessun ordine o classe di popolo, acclamando la repubblica, la comprendeva; si diceva che la republica sarebbe morta, ma non si voleva morire con lei. Nullameno bisognava proclamarla: ogni accomodamento col papa si era già riconosciuto impossibile, poi un accomodamento avrebbe non risolto il problema, ma provato che problema non v'era; i sogni di un Carlo Alberto o di un Leopoldo re di Roma erano demenze fra le tante del tempo. Il papato non poteva essere sostituito da alcuna piccola monarchia: solo un'idea più grande di esso poteva cassarlo dalla storia per fare poi di Roma la futura capitale d'Italia.L'Armellini, aprendo la seduta, recitò un discorso, nel quale le idee superavano fatalmente le parole: era un appello alla democrazia universale e una dichiarazione superba della nuova sovranità popolare; la goffaggine inevitabile della teatralità non scemava l'immenso valore del fatto. L'assemblea, cacciata da quel discorso mazziniano nel problema di scegliere un governo parve smarrirsi in insipide arringhe, mentre Garibaldi coll'infallibile intuizione degli eroi esclamava: «A che perder tempo? Ogni minuto di ritardo è un delitto; viva la republica!». Ma l'assemblea volle assoggettarne la grande proclamazione a tutte le pratiche parlamentari: i republicani vi si mostrarono inetti, i costituzionali sperduti. Mamiani tentò in un discorso pedantescamente classico di provare l'impossibilità della republica in quel nuovo furiare della reazione monarchica per tutta Europa e nell'impreparazione del popolo, per concludere poi ingenuamente col rimettere la soluzione del problema alla Costituentefederativa italiana, cui la sconfitta della rivoluzione nazionale aveva già tolto ogni speranza di convocazione; l'Audinot, succeduto al Minghetti nel comando del gruppo bolognese, si credette abile cercando procrastinare ogni soluzione con un decreto che affermasse impossibili tutti i governi non subordinati alla sovranità popolare. Erano gli ultimi espedienti del costituzionalismo, l'inconscia estrema ipocrisia dei neo-guelfi contro la nuova democrazia republicana.La battaglia si accalorò nella votazione: vinse la repubblica. Il decreto ne fu redatto dal Filopanti, delirante fantasia di scienziato e di politico, al quale il ridicolo di troppi libri stampati poi non toglierà questa unica incomparabile fortuna.Articolo 1º: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello stato romano.Articolo 2º: Il pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua spirituale potestà.Articolo 3º: La forma del governo sarà la democrazia pura e prenderà il nome glorioso della republica romana.Articolo 4º: La republica romana avrà col resto d'Italia le relazioni, che esige la nazionalità comune.Il giorno dopo, la proclamazione si ripeteva con solenne teatralità in Campidoglio.Questo decreto rivela il segreto politico della nuova republica. Invece di affermare superbamente la superiorità dello stato sulla chiesa col rimettere il cattolicismo nella posizione di tutte le altre religioni, essa offriva spontaneamente guarentigie al papa detronizzato, legittimando così le sue diffidenze e quelle di tutta Europa: invece di proclamare altamente l'unità e la libertà italiana, annunciava che avrebbe avuto col resto d'Italia le relazioni volute dalla nazionalità comune. La formula federale sopravviveva dunque nella republica romana, che come stato era un non senso e come governo una impossibilità. La sua condanna nella logica della storia derivava dal suo stesso decreto difondazione, pel quale l'Italia in faccia a Roma non era che il resto della nazione, mentre la grandezza della sua affermazione sta ancora enorme sul papato abbattuto nella proclamata sovranità popolare.Dopo questo decreto, la republica deve perire. La sua formula politica sottomessa all'idea federale, non è meno falsa di quella di Venezia e di Palermo, di Napoli e di Torino: una republica romana, mentre l'indipendenza e la libertà d'Italia soccombono sotto l'Austria e i principi tradiscono i propri statuti, diventa al tempo stesso un anacronismo e una impossibilità. La sua vita sarà quindi fulgida come un'ode e sanguinosa come una tragedia, breve e teatrale, superba di principii e guasta da espedienti.Colla solita imitazione classica l'assemblea nomina tosto un primo triumvirato d'italiani, responsabile ed amovibile, Armellini, Montecchi e Saliceti; un avvocato, un cospiratore, un giurista: quest'ultimo il migliore. Al ministero rimane presidente monsignor Muzzarelli per aver votato l'abolizione del papato; Aurelio Saffi è nominato all'interno, Campello alla guerra, Sterbini ai lavori pubblici. Le provincie festeggiano con clamorose gazzarre l'avvento della republica; nell'assemblea qualcuno giacobinizzando vorrebbe denunciare al popolo i deputati che hanno votato contro la republica, ma il feroce appello vanisce nella rettorica e timida bonomia dei più; non si osa mandare commissari nelle provincie secondo l'esempio della grande Convenzione per sollevarle; appena appena le plebaglie si permettono qualche sconcezza e i giornali qualche diatriba. Il governo toscano impantanato nella propria politica autonoma promette e procrastina la fusione; Haynau, il più atroce fra gli sgherri austriaci, cogliendo il pretesto di un tumulto, occupa e taglieggia Ferrara. Nessun governo riconosce la nuova republica: Mamiani alla testa di un gruppo di costituzionali è uscito dimettendosi dall'assemblea, l'Audinot rimastovi capitano dei costituzionali intransigenti vi oppugnacon abbastanza abilità parlamentare qualunque misura rivoluzionaria.Si vota una legge di adesione alla republica, ma non si osa applicarla davvero, e primo l'Armellini domanda il permesso di usare indulgenza cogl'impiegati e coi militi, che si chiariscono ostili alla republica; si acclama l'incameramento dei beni ecclesiastici, si riconosce il debito nazionale, si studia qualche temperamento per le finanze. Queste, naturalmente oberate, presentano poca elasticità; abbonda la carta moneta, difetta il credito, manca ogni assetto razionale d'imposta; si emettono un milione e trecentomila scudi, dei quali novecentomila deve prestare la banca romana e quattrocentomila sussidiare il commercio. Inetti espedienti finanziari, che uscivano da più inette discussioni. Poi si ricorse ad un prestito forzoso di ⅕ sino a ⅔ sulle rendite annuali superiori ai duemila scudi netti, colpendo così i più ricchi; ma la forma del pagamento a rate in tanta urgenza di caso rese più che dubbi i pochi vantaggi di tale prestito. Malgrado l'effervescenza di alcuni circoli politici non si operava rivoluzionariamente: i giacobini romani si mostravano deboli di passioni e di idee: cicaleggio e non eloquenza, vapori non sangue al capo. L'aristocrazia aveva emigrato alla chetichella o stava nascosta negli ampi palagi; la borghesia, sperduta nel trambusto, non arrischiava di partecipare ad un potere, che la paura le faceva riconoscere effimero; il popolo non comprendeva la grandezza ideale del nuovo principio valutando fin troppo bene le impotenze del nuovo governo; la plebe usava del rilassamento poliziesco per prorompere ad assassinii senza carattere e a scenate senza forza. Quantunque la guerra fra il Piemonte e l'Austria stesse per ricominciare, e Venezia fosse già assediata, e occupata Ferrara, e il papa da Gaeta mestasse intrighi e lanciasse allocuzioni sopra allocuzioni per attirare su Roma una crociata nemica, il fervore rivoluzionario non cresceva. Il ministero della guerra, incredibilmente malconcio dalla tradizione prelatizia, non miglioravacoi nuovi reggitori: finalmente poterono entrarvi il Calandrelli e il Mezzacapo, che raggranellarono un esercito povero di numero e di potenza. Nei quadri sommava ad oltre 30,000 uomini, ma in fatto ne superava di poco il terzo, e la maggior parte erano volontari: fra questi più agguerriti e già celebri i legionarii di Garibaldi.Non si ardì fare appello all'insurrezione popolare e bandire la leva in massa, perchè l'indifferenza del popolo era pari alla bonarietà dell'assemblea.Per ora tutto procedeva abbastanza regolarmente: gli assassinii, che funestavano alcune provincie, non erano certo nè più numerosi nè più efferati che nei tempi gregoriani: poi un conte Laderchi ad Imola e Felice Orsini ad Ancona li repressero con severa prontezza. I tribunali, fra quel rimpasto di vecchio e di nuovo, di abolizioni e d'istituzioni, funzionavano passabilmente, la polizia stessa, quantunque mal guidata, non si mostrava peggiore della pontificia.Il carnevale fu al solito grottescamente lieto. Al bizantinismo vaticano era succeduto il bizantinismo rivoluzionario, al concistoro l'accademia; la Convenzione francese aveva potuto sconfiggere tutta l'Europa improvvisando un milione e mezzo di soldati, la republica romana per primo atto diplomatico pubblicava un manifesto a tutti i popoli per descrivere se stessa colle frasi dell'evangelio mazziniano, e non intendeva la risposta della Montagna francese che accennando ai propri pericoli le diceva come solo coll'energia rivoluzionaria si salvassero le rivoluzioni. Poi all'occupazione di Ferrara l'assemblea chiamava tutti i popoli della penisola in armi e protestava del proprio violato diritto presso tutti i governi come il papa, invece di lanciare l'esercito alla frontiera, e soccombere piuttosto in una disperata e gloriosa battaglia.Ma Roma avendo regalato a Venezia per aiuto nell'assedio centomila scudi, credeva di aver fatto abbastanza per la guerra.Di rimpatto il papa protestava da Gaeta contro ogniatto della repubblica. Fallito il forte ma erroneo divisamento del Gioberti di mettere il Piemonte alla testa della reazione italica per mantenerle almeno il carattere nazionale, riconducendo con armi italiane il granduca in Toscana e Pio IX a Roma, Austria e Francia si contendevano il sinistro onore e il problematico vantaggio di rimettere in soglio tutti i principi italiani col servirsi della questione religiosa come di una inconfutabile argomentazione. La cattolicità esigeva l'indipendenza del pontefice. A Gaeta era un andirivieni di diplomatici: il cardinale Antonelli, il più fino dei prelati politici e allora reggente il segretariato, si destreggiava abilmente fra Austria, Francia, Spagna, il Piemonte e il Borbone. Oramai la crociata era decisa. L'elezione di Luigi Bonaparte al seggio presidenziale della repubblica francese, gettava la Francia in seno alla reazione, preparando il secondo impero napoleonico come rimedio alle demenze repubblicane e socialiste. La spedizione contro Roma doveva essere il prologo: la republica romana precederebbe di poco quella francese nella tomba.Quindi Mazzini, costretto a mostrarsi quasi di soppiatto a Milano durante tutta questa rivoluzione italiana, quantunque ne fosse il massimo inspiratore e lo spirito più conscio, venne a Roma. La sua grande ora era discesa sul quadrante della storia: a distanza di secoli, si ripresentava l'epoca di Cola da Rienzi. Goffredo Mameli, effimera ed ammirabile figura di poeta, cui la morte sotto le mura di Roma doveva fra poco troncare sulla bocca fiorente gl'inni e gli urli di guerra, lo chiamava con un telegramma sublime di concisione: «Roma republica, venite».Mazzini traversò fra acclamazioni entusiastiche la Toscana ove ottenne indarno da un voto popolare la fusione con Roma. Ormai egli solo rappresentava la rivoluzione. Accolto solennemente a Roma e nominato deputato vi domina dalla prim'ora l'assemblea, ma nè il suo ingegno, nè la sua autorità, bastano a radunare l'impossibile costituente italiana o a fingerla con qualunquealtro apparato. Al nuovo scoppio di guerra fra il Piemonte e l'Austria sostiene con magnanimo senno il Valerio, legato piemontese a Roma, e associa la republica a Carlo Alberto, che aveva sdegnato fino allora di riconoscerla; ma poi la lentezza degli apparecchi militari annulla decisione e concorso. La guerra piemontese iniziata e compiuta quasi nel medesimo istante dal meno onorevole dei disastri provoca l'inutile insurrezione di Genova e la disperata resistenza di Brescia, lasciando sole nel gran finale Roma e Venezia.Mazzini, eletto nel nuovo triumvirato con Aurelio Saffi ed Armellini, fra una mediocrità letteraria e una inezia giuridica, grandeggia: egli solo è poeta nell'accademia dell'assemblea, che sta per perdere la voce ai primi fiati della tempesta, ma gli mancano colle tremende qualità del rivoluzionario le doti anche più difficili dello statista. Trascinato dalla generosa rettorica del proprio temperamento, si smarrisce in minimi ed inutili accenni socialistici; destina i locali del Santo Uffizio ad abitazione di famiglie povere, schizza una legge agraria per cedere in piccole enfiteusi alcuni beni ecclesiastici a misere popolazioni rustiche, abroga i voti perpetui religiosi, diminuisce al solito la tassa del sale, crea duecentocinquantunmila scudi di boni del tesoro dichiarando con pessimo espediente infruttiferi quelli creati dal governo pontificio, decreta un aumento di tassa del 25% su tutti coloro che nel termine di sette giorni non pagassero la prima rata del prestito forzoso. Ma l'ambiente superstizioso di Roma gli guasta sentimento poetico e senno politico al punto di fargli costringere i canonici di S. Pietro a solennizzare la Pasqua e a benedire col SS. Sacramento il popolo dalla loggia consueta del papa. Miserabile parodia, che parve profanazione religiosa, ed era invece degradazione filosofica! Intanto Francia e Napoli hanno già dichiarato l'intervento, e la republica non ha ancora stabilito la propria costituzione. Lo schema presentato all'assemblea (17 aprile 1849) dal deputatoAgostini basta solo a rivelare quale fosse il sentimento rivoluzionario. Principii fondamentali della nuova costituzione erano la sovranità popolare, l'uguaglianza dei cittadini, il diritto di tutte le nazionalità e la religione cattolica come religione di stato. Poi un capitolo di catechismo chiariva i diritti e i doveri di tutti i cittadini: abolita la confisca e la pena di morte, inviolabili persone e proprietà, libera stampa e garantito il debito pubblico; il potere legislativo nell'assemblea, l'esecutivo in una magistratura consolare; un tribunato a garanzia delle leggi fondamentali della republica, due consoli biennali responsabili l'uno per l'altro; dodici tribuni quinquennali, deputati triennali ed assemblea indissolubile. Il popolo doveva eleggere a tutti questi uffici; ammessa la possibilità della dittatura per decreto dell'assemblea ma sotto la sorveglianza del tribunato permanente: i tribuni naturalmente inviolabili, anche per un anno dopo l'ufficio.A confronto di quest'assurda miscela di pedanterie classiche, di inezie storiche e d'impossibilità governative, l'angusto ed aristocratico statuto del Piemonte diventa un capolavoro.Ma l'assemblea non ebbe tempo di discuterla. La guerra urgeva. Fin dal principio della rivoluzione la Francia aveva accennato ad intervenirvi proclamando il principio della nazionalità e offrendosi a sostenerlo colla spada, ma sminuendolo poco dopo in combinazioni diplomatiche e in ricomposizioni arbitrarie di territori con simpatie ed antipatie egualmente ingiustificabili. Se la sua proclamazione di rispetto ad ogni nazionalità e del diritto in tutti i popoli a raggiungerla erano sincere, il movente della sua politica restava sempre l'antagonismo coll'Austria iniziato da Richelieu: l'Italia era un campo d'influenza da disputarsi fra Parigi e Vienna. Adolfo Thiers, storico e statista più importante che grande, sosteneva nell'assemblea l'impossibilità d'impegnare la Francia in una guerra coll'Austria a favore dell'Italia la quale, secondo una sua ingiuria rimasta poi celebre, era una nazione chenon si batteva; Odilon Barrot, capitano nella sinistra repubblicana, spingeva invece ad una spedizione in Italia per sostenervi la democrazia e scemarvi così la preponderanza austriaca; Montalembert, supremo direttore dell'antica destra clericale, domandava con superba eloquenza che la Francia, primogenita della chiesa, non abbandonasse il papa. E al Montalembert facevano eco Donoso Cortes in Spagna e lord Lansdowne in Inghilterra.Già Cavaignac, vincitore delle giornata di giugno a Parigi, aveva offerto al pontefice un corpo d'armata: Luigi Bonaparte, succedutogli alla presidenza, attuò risolutamente quel disegno, mascherandolo con abile ipocrisia.Napoleone I nel rialzare il papato aveva ripetuto contro di esso le pretensioni di Carlomagno: mezzo secolo dopo il nipote doveva daccapo rifare l'impalcatura del secondo impero sulla base raddrizzata del papato. La logica delle idee e quella dei fatti ve lo costringevano con pari violenza.Caduta della republica romana.A Roma la grave minaccia non fu intesa che a mezzo.Poichè la Francia parlava oscuramente di aiutare al tempo stesso il pontefice e la republica romana come mirando ad impedire gli eccessi dell'ultima vittoria austriaca sul Piemonte, l'illusione di un componimento indefinibile sviò il pensiero dei governanti incapaci di comprendere persino gli ultimi maneggi dei moderati, che guidati dal Mamiani e trattando simultaneamente con Parigi e con Gaeta avrebbero voluto abbattere la repubblica con una insurrezione di piazza per restaurare il loro governo costituzionale. Solo l'indifferenza delle popolazioni a tutti gli sforzi del clero, prodigante falsi miracoli e più falsi discorsi, impedì questa reazione interna.All'infuori di Mazzini e di Garibaldi nessuno fra igovernanti e i difensori di Roma sentiva la suprema ideale necessità della sua difesa: nella coscienza dei più Roma non era che una città conquistata contro il papa, l'ultimo episodio della rivoluzione e non molto più importante degli altri.Mazzini avvampava di orgoglio in quest'ultima crisi italiana, ma troppo uso ad ammonire e ad ammaestrare, capitano indiscusso della propria parte e divenuto più grande ad ogni sconfitta, voleva essere tutto, provvedere a tutto, risolvere tutto. Il ricordo della fallita spedizione in Savoia e i propri vecchi opuscoli sulla guerra per bande gli persuadevano di possedere anche la scienza militare; quindi ricorreggeva i disegni a Cario Pisacane, da lui stesso nominato capo di stato maggiore, e contendeva a Giuseppe Garibaldi, il più ammirato condottiero del secolo, il comando supremo dell'esercito per cederlo al generale Rosselli, onesta mediocrità, che la gelosia col suo grande subalterno doveva indurre ai più deplorevoli errori.Quasi contemporaneamente Roma era presa fra quattro fuochi: i napoletani s'avanzavano dal sud, i tedeschi calavano dal nord, i francesi sbarcavano a Civitavecchia, gli spagnoli, ultimi ed inutili come una comparsa in una tragedia, discendevano a Fiumicino.Crociata ed invasione parevano fondersi nella medesima impresa: invece il papa non si moveva da Gaeta nemmeno a benedire le armi per lui brandite, il clero non osava guidare la rivolta in nome della religione, le campagne si mantenevano inerti, le città indifferenti, l'Europa guardava distratta, Roma aspettava il proprio assedio. I pochi volontari, disposti a morire per difenderla, colla coscienza di morire indarno, si sarebbero detti stranieri italiani che si apprestassero a combattere stranieri d'oltr'alpe e di oltre mare, poichè marchigiani, umbri, romagnoli non erano più affratellati con Roma dei liguri, dei veneti, dei piemontesi accorsi sotto le sue insegne.Già il 24 aprile Latour d'Auvergne, legato francese, approdando a Civitavecchia aveva annunziato lo sbarcoamichevole del generale Oudinot: Mannucci, preside del municipio, scorato all'annunzio, dimandava tempo a rispondere, l'altro insisteva; quando l'armata francese giunge come d'improvviso; la città atterrita urge la propria magistratura, che cede; l'assemblea romana avvertita dell'invasione protesta a stento. Civitavecchia è occupata dai francesi senza colpo ferire; il generale Oudinot pubblica un manifesto equivoco, nel quale negando di riconoscere l'anarchico governo della repubblica assicura di rispettare il diritto delle popolazioni a costituirsi qualunque altro governo, e di non essere venuto che a salvare l'indipendenza del pontefice alla cattolicità e l'Italia dalla reazione straniera. Il municipio, forse ancora più timido che ingenuo, gli risponde con lungo proclama effondendosi in dichiarazioni di fratellanza repubblicana, ma quegli fa sequestrare la risposta, occupa militarmente tutte le stamperie, dichiara la città in stato d'assedio, disarma il battaglione romano del Mellara, impedisce lo sbarco ai 600 bersaglieri guidati dal Manara, che a stento possono toccare Porto d'Anzio e solo perchè il ministro Montecchi sopraggiunto ha giurato al fedifrago alleato, che essi non entreranno in Roma prima del 5 maggio: finalmente confisca 4000 fucili comprati in Francia e pagati dalla republica romana.Nullameno a Civitavecchia la bandiera romana seguita a sventolare vicino a quella francese.L'impossibile equivoco prosegue. Il triumvirato s'appresta calorosamente alla difesa sebbene poco assecondato dalle popolazioni: si requisiscono i cavalli dei privati, si ordina la demolizione del viadotto fra Castel Sant'Angelo e il Vaticano, si nomina una commissione delle barricate: per ingraziosirsi col popolo gli si gettano provvedimenti agrari e promesse di migliorie inattuabili: poi, con magnanima cortesia, si dichiarano inviolabili tutti i francesi residenti in Roma affidando la loro incolumità all'onore del popolo. La guerra è inevitabile. Ma Roma non vuole che difendersi.Quindi l'Oudinot, persuaso con gallica burbanza di prenderla a un primo assalto, muove contro di essa con appena 7000 uomini e 10 pezzi di cannone: il triumvirato cedendo bassamente alle superstizioni del volgo, ordina l'esposizione del SS. Sacramento per «implorare la salute di Roma e la vittoria del buon diritto», che Garibaldi alla testa di pochi battaglioni ottiene con splendida ed insperata prontezza (30 aprile).I francesi sono respinti dappertutto: Roma trionfa, ma invece di proseguire nella vittoria incalzando il nemico e tentando di gettarlo in mare, come Garibaldi proponeva con magnifica audacia, s'abbandona all'ebbrezza di una cavalleresca cortesia rimandando liberi tutti i prigionieri e invitando il popolo a salutare d'applauso fraterno i vinti prodi della republica sorella. Intanto tutte le provincie sono invase, Bologna e Ferrara s'arrendono dopo breve resistenza ad un piccolo corpo di austriaci, che attraversano tutta l'Emilia, le Romagne, le Marche, fino sotto ad Ancona senza incontrare battaglia. Ancona si difende per 27 giorni con un presidio di 5000 soldati e 100 pezzi d artiglieria per capitolare anch'essa senza fortuna e senza gloria: gli spagnoli, discesi a Fiumicino, passano ad infestare l'Umbria come masnada di briganti; Ferdinando di Napoli col generale Winspeare accampa fra Velletri ed Albano con 16,000 uomini. Ma Garibaldi alla testa di appena 7000 soldati lo ributta da Palestrina, poco dopo lo sorprende a Velletri, lo sgomina, lo fuga lungo la via Appia, e lo avrebbe forse annientato se la gelosa incapacità del Rosselli generalissimo non lo impediva. Queste ultime rapide vittorie, dovute ad una prima tregua fra l'Oudinot e il triumvirato, infervorano inutilmente i pochi volontari: Garibaldi ammirabile d'intuizione guerresca e politica vorrebbe gettarsi su Napoli; gli Abruzzi parevano presso a prorompere, l'esercito nemico era demoralizzato, la Sicilia vinta non doma, re Ferdinando odiato ed inetto. Una insurrezione poteva, complicando la guerra, produrreinimmaginabili risultati, ma la rivoluzione concentrata e morente a Roma non sa nemmeno più concepirla. Mazzini fisso nell'illusione di un componimento colla Francia e diffidente dell'Oudinot, impone a Garibaldi di ripiegarsi su Roma.L'eco della sconfitta toccata all'Oudinot il 30 aprile riscuote dalla torbida incertezza l'assemblea francese. L'insidia del governo le si schiarisce odiosamente alla coscienza, ma senza apprenderle l'energia d'impedirla. Il ministero, messo alle strette dai deputati più radicali, o ricusa rispondere, o imbroglia la risposta in una fraseologia altrettanto goffa e falsa. Invano Arago, Ledru-Rollin, Schoelcher con nobile insistenza parlano ancora a nome della democrazia francese, giacchè l'assemblea satura d'imperialismo napoleonico accorda i nuovi crediti per la spedizione romana, limitandosi a pregare il governo di richiamarla al primo scopo. E questo pure non era mai stato decentemente spiegato. Così il governo anzichè mutare proposito raddoppia di ambiguità diplomatica, manda a Roma Ferdinando di Lesseps, simpatica ed onesta figura di liberale divenuto poi celebre pel taglio degl'istmi di Suez e di Panama, con incerte intenzioni d'accordo, e scrive segretamente all'Oudinot di proseguire nella guerra.Il Lesseps, forse non comprendendo bene il doppio giuoco della missione affidatagli, trattò cortese col triumvirato: Mazzini gli diede le più chiare ed eloquenti spiegazioni sul governo romano, ma soccombendo egli medesimo alla grandezza del proprio ufficio finì coll'accettare un compromesso che annullava ogni diritto d'Italia e ogni sovranità della republica romana. Le ignobili concessioni del papato alle potenze cattoliche si riproducevano collo stesso governo, che in nome del diritto nazionale e popolare aveva soppresso il papato; e Mazzini, ultimo e più superbo avversario del Vaticano, non ne comprendeva l'avvilente inutilità. Il compromesso diceva: «L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello stato romano. Esse considerano l'esercito francese come un esercito amico che viene a concorrere alla difesa del suo territorio.L'esercito francese prenderà d'accordo col governo romano e senza intromettersi per nulla nell'amministrazione del paese gli alloggiamenti esteriori convenienti così alla difesa del paese come alla sanità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere. La republica francese guarentisce contro qualunque invasione straniera i territori occupati dalle sue truppe. Resta convenuto che il presente compromesso dovrà essere sottoposto alla ratifica della republica francese. In qualunque caso gli effetti di esso non potranno cessare che quindici giorni dopo la notizia data ufficialmente della negata ratifica».Peggior compromesso non era stato l'ultimo fra l'Austria e il papato per Ferrara.Dopo le discussioni dell'assemblea francese e le risposte del ministero, il contegno dell'Oudinot, le allocuzioni di Gaeta, le invasioni spagnuole, austriache e napoletane, credere alla sincerità delle intenzioni francesi era follia, cedere con trattato all'occupazione straniera Civitavecchia era delitto di lesa nazione.L'Oudinot dietro le proprie segrete istruzioni non volle riconoscere la convenzione, il Lesseps partì ingenuamente per Parigi a sollecitarne l'approvazione, e si vide sconfessato. Inutilmente all'assemblea voci generose si levarono ad accusare il governo di violata costituzione: più indarno il 13 giugno Ledru-Rollin con altri capitani di sinistra tentò sollevare il popolo di Parigi per rovesciare il disegno imperiale ormai troppo palese di Luigi Buonaparte, giacchè la sommossa fu presto soffocata nel sangue dal generale Changarnier, e l'immensa capitale dichiarata in stato d'assedio.Ogni illusione per Roma, doveva quindi cessare.Nullameno il governo francese proseguiva nelle inutili ipocrisie sostituendo il signor di Corcelles al signor di Lesseps per indurre il triumvirato ad un accordo, che cedesse Roma all'occupazione francese senza la pericolosa odiosità d'una conquista.Le ostilità erano ricominciate, ma Roma nella tregua non aveva abbastanza pensato a munirsi; Garibaldi, ritornato vittorioso da Rocca d'Arce, in quel tristeandazzo d'ogni cosa militare e politica chiese con ingenua sicurezza la dittatura: Mazzini ne inalberò, a tutti i retori dell'assemblea e del governo parve proposizione peggio che assurda.L'Oudinot, denunziando l'armistizio, aveva promesso di non assalire che il 4 giugno; invece massacrò proditoriamente nella notte dal 2 al 3 gli avamposti romani: Monte Mario e Villa Pamphili furono occupati. I francesi sommavano quasi a 40,000 uomini, l'esercito romano non arrivava a 20,000. Erano quasi tutti volontari con colonnelli e generali improvvisati, che parvero e furono meravigliosi di valore. Era impossibile sostenere un assedio, resistere a molti assalti; nullameno i difensori sentirono che bisognava morire. Il 3 giugno al casino dei Quattroventi, occupato dai francesi per tradimento nella notte, si combattè la più lirica delle battaglie. Oudinot aveva addensato nelle prese posizioni i più intrepidi soldati d'Africa, Garibaldi scagliò sopra di loro i più invincibili dei propri eroi, e non potè vincere: vi furono assalti disperati, cariche deliranti di coraggio; Daverio, Dandolo, Mellara, Mameli, vi perirono; Masina bolognese, alla testa della propria cavalleria, più furioso di un uragano, penetrò nel vestibolo del palazzo e stramazzò col cavallo a mezzo la gradinata marmorea, dalla quale lo fulminavano i cannoni.La giornata era perduta, ma le armi italiane avevano riconquistata la gloria degli antichi migliori tempi.Intanto nella città l'effervescenza guerriera non cresceva. Si parlava di barricate e se ne costruivano ma la popolazione grossa di 160,000 uomini assisteva tra furiosa e avvilita alla battaglia. Il governo, invece di galvanizzarla con eccessi, non aveva fino allora badato che a mantenerle la calma dichiarando amici i francesi, predicando l'ordine nelle piazze e il rispetto a tutti i nemici della repubblica. Si fece persino un bando per restituire alle chiese pochi confessionali trascinati nelle strade a farvi barricate: non si era voluto odio civile, e mancò l'odio allo straniero, si era statimagnanimi, e si rimase deboli. I sacerdoti Gavazzi e Dall'Ongaro, che incitavano alla difesa della republica santa, nel popolo scettico di Roma facevano poco frutto, la plebe bastonava qualche gesuita, vociava, sequestrava per le barricate qualche carrozza signorile, senza passione per la improvvisata ed inintelligibile republica, senza avversione per i francesi stranieri come tutti gli altri stranieri che Roma aveva ospitato e cui aveva soggiaciuto. Un Zambianchi, volgare e truce assassino, aveva scorrazzato per qualche provincia arrestandovi alcuni sospetti di reazione, quindi chiusili nelle catacombe di S. Calisto li uccideva sommariamente: ma questo anzichè guerra civile era costume brigantesco. Lo scoramento cominciava anche nelle truppe vedovate dei migliori ufficiali: gli antichi papalini già ricalcitravano agli ordini; i comandanti pontifici passati ai servizi della republica e persuasi dell'inutilità di ogni resistenza non si preoccupavano più che di conservare con nuovo tradimento il grado ottenuto: gli stessi volontari più eroici si irritavano della indifferenza di un popolo che applaudiva alla loro morte come ad uno spettacolo.L'assemblea sollevata da un irresistibile soffio di poesia aveva dichiarato la resistenza ad oltranza, poi non avendone preparati i mezzi e non volendone in fondo gli eccessi, si affrettava a compiere la propria costituzione: cura che parve epica in quel momento e non era se non l'irresistibile istinto storico di quella republica destinata a non essere che un verbo.Il giorno 12 i lavori di assedio erano già terminati: al 21 la breccia squarciava le mura; solo il Vascello, immenso caseggiato, resisteva all'aperto colla legione del maggiore Medici che vi si mantenne prodigiosamente, e potè nullameno riparare a notte entro la città. Il 30 giugno i francesi penetrarono per le breccie; ultimi eroi caddero loro contrastando Emilio Morosini e Luciano Manara.Roma era vinta.La guerra alle barricate per le strade, che Mazziniin un sogno d'eroismo aveva fatto preparare, si chiariva impossibile in quell'atteggiamento spassionato del popolo, molto più che i francesi, contenti di occupare le alture, accennavano a bombardare la città o a ridurla, strema come era di vettovaglie, ad arrendersi. Non restavano che tre partiti: capitolare, resistere sino all'estremo e seppellirsi sotto le rovine, uscire da Roma trasportando seco il governo. Mazzini propendeva per quest'ultimo; Garibaldi lo appoggiava citando l'esempio della republica di Rio Grande: Avezzana ministro della guerra, reduce da Ancona, ove Mazzini lo aveva gelosamente inutilizzato, ed altri capi s'incaponivano alla difesa. L'assemblea, convocata in comitato segreto, scartò il disperato disegno di Mazzini e di Garibaldi per seguire quello di Enrico Cernuschi, che proponeva la resa. Il triumvirato piuttosto che trattarla col fratricida governo francese si dimise nobilmente dicendone le ragioni al popolo in un manifesto sfolgorante di fede e di poesia. A nuovi triumviri furono eletti il Saliceti, il Calandrelli e il Mariani per patteggiare coll'Oudinot. Questi spinse la burbanza oltre l'esosità imponendo condizioni così enormi, che lo stesso generale Vaillant sdegnato esclamò non dovere i francesi concedere a Roma meno di quanto gli austriaci avevano concesso a Bologna e ad Ancona. Gli oratori del municipio ricusarono i patti preferendo il pericolo di una resa incondizionata al disastro di una capitolazione senza onore, e l'assemblea dichiarò municipio e triumvirato benemeriti della patria. Decretò ancora sussidi alle famiglie povere dei cittadini morti combattendo; poi con magnanima teatralità promulgò dal Campidoglio la propria costituzione (3 luglio) mentre i francesi irrompevano trionfanti per le strade.La republica romana era morta, ma il ritorno del papato a Roma non sarebbe più che una processione di funerale.Allora tutti i rivoluzionari si sbandarono: vi furono proteste, urli feroci contro gl'invasori, un ultimo sogno di rivolta, quindi l'esodo cominciato dietro Mazziniparve ricominciare miracolosamente la guerra nella ritirata degli ultimi soldati con Garibaldi.Roma era caduta sotto il governo militare: stato d'assedio e legge marziale. Nel dì anniversario della presa della Bastiglia, Oudinot annunziava al mondo la restaurazione in Roma del potere temporale dei papi. L'assemblea francese ne tenne una seduta memorabile, nella quale republica e papato si riavventarono l'una sull'altro: il napoleonismo oramai presso a trarsi la maschera fu cinico e spavaldo; Montalembert agitò la propria eloquenza come una fiaccola morente sul papato non illuminando più che un cadavere, mentre Victor Hugo, il maggior poeta della Francia e il miglior poeta del secolo, parlò per Roma e per la republica risollevandole, coll'infallibile fede del genio, alle vittorie di un indomani immortale.Mazzini esule empieva già il mondo di proteste, Venezia resisteva tuttavia, Giuseppe Garibaldi ritentando il prodigio di Senofonte errava ancora armato sull'Appennino.Giuseppe Garibaldi.Egli solo della vasta rivoluzione federale restava all'Italia perchè solo non s'era impicciolito in nessuna delle sue contraddizioni politiche. La sua vita, che doveva riassumere in più lungo corso quella d'Italia creandone l'unità politica, pareva allora avvolta nella leggenda; un inesplicabile entusiasmo precedeva e seguiva i suoi passi: il suo valore non più grande di quello di tanti eroi morti nell'insurrezione suscitava speranze e fedi indefinibili, mentre la sua vita d'avventure sull'oceano e oltre l'oceano lo rendeva più italiano di quanti l'avevano intrepidamente passata nei rischi delle permanenti congiure. Mazzini più eccelso illuminava ma abbacinando, e coloro che non sopportavano la sua luce chiudevano gli occhi accusandolo di fuorviarli dalla grande strada della storia italiana; Garibaldi, vivente personificazione del sistema mazziniano,ne attenuava gli eccessi e ne velava le incandescenti chiarezze pur illuminandone le ombre: era l'istinto più infallibile del genio, il buon senso più sicuro della scienza, il cuore più vasto dell'intelletto. Tutto il popolo guardava a lui, viveva in lui.Nullameno la sua vita non aveva ancora tali grandezze storiche da giustificare questo inesplicabile accordo di tutta una nazione con un individuo. Si sapeva che egli era nato a Nizza (1807) da una famiglia di marinai verso il fondo del porto Olimpio, e che, ricevuta la più mediocre delle educazioni, cedendo alla vocazione del mare come tanti suoi compatriotti, s'era fatto marinaio. La sua prima nave si chiamavaCostanza: aveva corso il Mediterraneo, approdato nel mar Nero, poi visitato Roma. Giovane, poeta, eroe, egli non vi aveva veduto nè le tracce dei Cesari nè quelle dei papi, ma un'altra Roma lontana nell'avvenire, nuovamente regina d'Italia, ancora capitale del mondo. Mentre ferveva la grande poesia del romanticismo, ricostruendo e lamentando il passato, egli inconsciamente profetico si appuntava nell'avvenire: la sua non era visione o sogno, ma presentimento e giuramento. Annibale fanciullo aveva potuto giurare indarno la distruzione di Roma, Garibaldi giovanetto ne giurò a se medesimo la redenzione. Quindi viaggiò ancora facendo il precettore di ragazzi a Costantinopoli, tendendo febbrilmente l'orecchio ai confusi rumori della insurrezione greca, raccolto in se medesimo come aspettando la chiamata del destino. Un incontro con un ligure in una bettola a Taganrog, decise della sua vita: gli fu rivelata la Giovane Italia, scoperti segreti e propositi di rivoluzioni contro tutti gli stranieri e i tiranni d'Italia. Egli stesso con lirica ingenuità paragonò l'entusiasmo cagionatogli da tali rivelazioni a quello di Cristoforo Colombo nello scoprire le prime prode d'America. Garibaldi e Mazzini, sconosciuti l'uno all'altro, s'incontrarono nella stessa idea di libertà: oramai la fortuna d'Italia diventava sicura attraverso gli innumerevoli e ancora ignoti frangenti.Tornato in patria, Garibaldi si getta impetuosamente nelle cospirazioni. Al primo incontro in Marsiglia con Mazzini, che già preparava l'infelice spedizione di Savoia, con occhio sicuro glie ne indica tosto il difetto capitale: era meglio cominciare da Genova più frequente di liberali, più forte di plebe, calda ancora di odio municipale al Piemonte. Era il primo dissidio fra i due eroi del pensiero e dell'azione, d'ora innanzi sempre divisi nel metodo e congiunti nello scopo, egualmente sicuri l'uno nella idea rivoluzionaria che oltrepassando la rivoluzione italiana la violava e talvolta l'impediva, l'altro nell'istinto di guerra e di rivolta che non gli farebbe perdere una sola occasione di battaglia, e gli assicurerebbe la vittoria anche quando la sconfitta fosse momentaneamente inevitabile. L'impresa della Savoia fallì. Garibaldi, inteso ad aiutarla da Genova con una formidabile insurrezione per prendere l'odiata monarchia di Carlo Alberto fra due fuochi, potè a stento salvarsi in Francia perseguitato da una condanna a morte, perchè a meglio secondare l'insurrezione si era messo volontario subalterno nella marina regia, e ne aveva subornato parecchi soldati.Tale terribile disastro era allora così comune che pochi vi badarono, primi fra essi i medesimi cospiratori.Ma Garibaldi non poteva logorare la propria vita nelle congiure; dimenticò la condanna a morte, valicò l'oceano e andò ad arruolarsi volontario sotto le insegne della repubblica di Rio Grande, allora in guerra col Brasile. Colà crebbe avventuriero, corsaro, ammiraglio, generale in una vita di battaglie, di assedi, di naufragi, d'incendi, senza paghe, quasi senz'armi, improvvisando navi e legioni, ricostruendo sempre all'indomani le opere distrutte da un nemico troppo forte, fidando sempre nella vittoria e strappandola con prodigi di genio e di valore. Il giovane avventuriero non somigliava a nessuno dei tanti che ingombrano ancora l'America, o cresciuti nel suo vergine suolo dalla mistura delle razze di tutto il mondo, o gettati dalletempeste d'Europa sulle sue spiaggie lontane ad accelerarvi la storia coi ricordi e colle passioni del vecchio mondo.Un'indomabile convinzione repubblicana lo sottometteva ai servigi delle republiche di Rio Grande e di Montevideo contro l'esosa tirannide di Rosas: una poesia inesauribile gli dava la fede degli antichi neofiti cristiani purificandogli l'anima negli spettacoli di una natura, sulla quale il quadro della storia non aveva ancora potuto imprimersi. Ma lontano, fra gli splendori e i pericoli di una gloria, che valicando presto l'oceano echeggiava in tutto il mondo, egli non pensava che all'Italia e ne difendeva l'idea nelle republiche americane e nelle loro ancor giovani tumultuanti democrazie. Questo guerriero di ventura non aveva alcuno dei caratteri comuni ai venturieri: irresistibilmente impetuoso ed assurdamente intrepido, detestava le passioni sanguinarie della guerra e tutte quelle efferate virtù dell'odio, che ne accompagnano le vicende e ne assicurano le vittorie: nessuna avidità di guadagno o di nomea deturpava il suo volontariato soldatesco; adorava la libertà, e combatteva contro i tiranni per distruggerli senza odiarli personalmente: non credeva che alla democrazia, ed era pronto a subire la volontà delle maggioranze anche se inclinata a servitù. I suoi compagni, esuli d'Italia o raminghi di tutto il mondo, lo seguivano ovunque, come cavalieri di un ciclo fatato o fanatici di una nuova religione: la varietà delle loro passioni generose o criminali s'unificava nel suo sentimento addensandosi paziente sotto il suo comando. Alcuni eroi sconosciuti come Rossetti ed Anzani, raddoppiavano con incomparabili virtù di guerra o di politica la sua opera; tutti gli altri gli morivano intorno, quasi nella soffocante fretta di un dramma, affidando al miracolo della sua incolumità il ricordo della loro gloria, e alla virtù della sua vita la redenzione del loro nome.Un indescrivibile tumulto di eventi sembra agitare per quattordici anni Garibaldi nell'America quasi aprepararlo per la grande imminente impresa d'Italia. Libero, prigioniero, torturato, sempre povero, sempre improvvido di sè e votato corpo ed anima alle proprie gesta, subalterno malgrado le continue vittorie, apprende tutte le indefinibili virtù che gli saranno poi necessarie all'improvvisazione d'Italia. Politica e guerra lo gettano nei più difficili frangenti, abituandolo a tutti i rovesci, armandolo contro tutte le illusioni, temprandolo a tutti i disinganni, arricchendolo di una energia inesauribile e di una fede democratica, che nemmeno la sconoscenza parricida della patria potrà poi scrollare. I compagni, che gli si rinnovano incessantemente d'intorno, gli dànno l'ascendente fatale di un predestinato; la mobilità della sua condizione gli aggiunge la perfezione cosmopolita dell'uomo moderno.Sulle sponde del grande Plata ogniestanciadiventa per lui un arsenale, ove fabbrica barconi e garopere; da corsaro cresciuto tosto ad ammiraglio trionfa nella laguna di Santa Caterina e vi si innamora di Anita, che diventa poi la sua meravigliosa eroina, come l'Olandese del Vascello Fantasma s'innamora di Senta; con un espediente di storia antica carica due barconi sopra un traino e con duecento buoi li trascina per cinquantaquattro miglia dal lago Dos Patos al lago Taramandahy; frequenti e terribili naufragi lo forzano a minuti ed obliati eroismi; costretto da un ordine del generale Canabarro a saccheggiare il paese di Imiriu, la sua anima di cavaliere si rivolta così che volendo frenare gli eccessi delle proprie truppe ne rimarrebbe quasi vittima, se un irresistibile prestigio non lo proteggesse. Ma il nemico gli distrugge irrimediabilmente la piccola flottiglia, ed eccolo ancora capitano di terra a cavallo, con Anita al fianco, la spada in pugno, un neonato sulla sella.Quindi le battaglie si avvincendano ancora; si traversano foreste per le quali bisogna aprirsi il varco colla scure, si compiono ritirate, si osano scorrerie che rinnovano tutti i prodigi delle antiche guerre barbariche. Poi la fortuna di Rio Grande declina, e Garibaldipassa alla difesa di Montevideo. Quindi mercante di buoi, sensale, maestro di matematica in un istituto privato, daccapo corsaro, ammiraglio, lotta coll'inglese Brown comandante la squadra di Buenos-Ayres e lo costringe all'ammirazione. Sciaguratamente la guerra civile fra i generali Ribera ed Ourives, aspiranti alla presidenza, complica nella piccola republica la guerra contro Rosas tiranno di Buenos-Ayres; come in Italia la lotta imperversa fra unitari e federali, ma in America come in Italia Garibaldi è unitario. Quindi perdute in mirabili combattimenti sui fiumi le ultime flottiglie improvvisate, comincia l'assedio di Montevideo che durerà quanto quello di Troia. Ourives al soldo di Rosas si avanza vittorioso, l'aristocrazia e la borghesia della grossa città allibiscono, solo il popolo insorge: si organizza la difesa, si rinnovano le flottiglie, si formano legioni straniere. Garibaldi ne stringe intorno a sè una d'Italiani, e malgrado difficoltà di ogni maniera doma caratteri, rianima gli spiriti, improvvisa nei propri soldati perfino il coraggio, li muta in falange d'eroi. Gli americani, che Garibaldi ammira come i primi soldati del mondo, lo ricambiano di pari ammirazione: i matreri, cavalieri banditi delle foreste, accorrono alle sue insegne; le sue vittorie spesseggiano, mentre a Montevideo l'insurrezione di partiti cittadini ne compromette il frutto. Un intervento diplomatico anglo-francese per la pace vi fallisce; il Salto, conquistato e mantenuto da Garibaldi con miracoli di valore, è nuovamente perduto dacchè egli è stato richiamato a Montevideo; oramai della republica non resta che la capitale stretta d'assedio, e Garibaldi colla legione italiana, che ne difende ancora le opere avanzate.Ma sui primi del 1848 le notizie delle rivoluzioni italiane giungono sul Plata.Con una sessantina di compagni Garibaldi, immemore dell'America, veleggia tosto per Genova: la sua preparazione è compita, l'opera sta per cominciare. Ma appena sbarcato in Italia gli equivoci della rivoluzionefederale lo arrestano; Mazzini fremente della tregua da lui medesimo concessa all'impresa regia, così infelicemente condotta da Carlo Alberto, non vorrebbe che Garibaldi portasse al re l'aiuto dell'opera propria. Carlo Alberto, incapace di comprendere la magnanimità del grande condottiero, che aveva dimenticato persino la propria condanna a morte, diffida dell'antico ribelle, lo stanca nell'inazione, lo paralizza nella guerra. Il governo provvisorio di Milano, peggiore del re, gli lesina gli aiuti, gli raddoppia le difficoltà; finchè i disastri della guerra precipitano, e Carlo Alberto sconfitto si ripiega su Milano, della quale Garibaldi deve difendere a Bergamo gli approcci con un pugno di soldati. Poi Carlo Alberto fugge tradendo la città, l'impresa regia si sfascia, gli austriaci incalzano vittoriosi il re già sicuro oltre il Ticino. Milano s'arrende, il popolo disarmato e titubante ammutisce, i governi provvisori s'umiliano e sfumano, ma Garibaldi cacciatosi fra i monti resiste ancora agli austriaci, li batte alla Beccaccia di Luino, li ferma a Morazzone e ripara nella Svizzera.L'Italia non si è ancora accorta del grande condottiero, che uno dei generali austriaci ha saputo indovinare.Finalmente la rivoluzione di Roma rivela in Garibaldi il primo soldato d'Italia. Se la gelosia di Mazzini lo inceppa e la rivalità di Rosselli gli annulla la fortunata vittoria sul re di Napoli, che sarebbe rimasto prigioniero: se la republica romana deve fatalmente perire, perchè ammalata di tutti gli errori del federalismo contrasta col proprio fatto alla stessa unità d'Italia, che vorrebbe e dovrebbe proclamare e non può; quando la republica soccombe e Roma s'arrende, Garibaldi, solo nella fede dell'unità d'Italia che nessuno in quell'ora conserva (2 luglio), raduna le proprie truppe per uscire da porta S. Giovanni a nuova guerra. Il suo disegno è semplice: gettarsi all'Appennino, sollevarne le forti popolazioni, vincere le prime battaglie, onde tutte le città rinnovellino le proprierivoluzioni, e circondando tutti i nemici sopraffarli, annientarli sotto l'impeto irresistibile della nazione. L'anabasi incomincia: tre eserciti lo cingono, lo perseguono. Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude: guadagna i monti, vi si perde sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando stratagemmi ed eroismi, lasciando ad ogni tappa un ricordo ed una speranza. Il popolo non si muove: le campagne aizzate dal clero sono ostili, i villaggi diffidenti, le città chiudono le porte. Le diserzioni assottigliano la piccola truppa alla quale i villani del vescovo di Chiusi osano fare prigionieri: la miseria spinge i resti di quella falange a vessazioni, che sono rappresaglie e le provocano. Ma l'Italia, esaurita dallo sforzo infelice della rivoluzione federale, si è già ricoricata nell'antica servitù per ristorare le proprie forze. Garibaldi, giunto di monte in monte sino alla piccola repubblica di San Marino, vi discioglie il resto dell'esercito, non conservandone che un ultimo drappello per drizzarsi con esso su Venezia assediata. Senonchè, imbarcatosi su tredici bragozzi a Cesenatico, è sorpreso da un brigantino austriaco: egli solo scampa colla moglie incinta e un capitano. L'epopea si muta in romanzo; la ritirata è finita, il pellegrinaggio incomincia. Riparato nella pineta di Ravenna, Garibaldi vi perde Anita, che non può nemmeno seppellire e della quale i cani vaganti rosicchiarono a notte alta le ossa; ma protetto da oscuri popolani, dopo lunghi rigiri e continui pericoli è salvato a Modigliana da don Giovanni Verità, semplice ed eroica figura di prete, che riconcilia così la coscienza religiosa colla coscienza rivoluzionaria nella coscienza del popolo. Quindi traversa la Toscana incontrando ad ogni passo un salvatore, sfuggendo alla ricerca delle polizie, insino al deserto delle maremme, al golfo di Sterbino, donde salpa per la Liguria. Quivi il generale Lamarmora, commissario regio a Genova della quale ha domato l'insurrezione, lo incarcera; l'opposizione parlamentare ne tempesta, il ministro Pinelli dichiara che Garibaldi suddito piemontese avendo preso serviziosenza autorizzazione sotto la repubblica romana ha perduti tutti i diritti di cittadinanza e non può più invocare il favore delle franchigie costituzionali; D'Azeglio presidente del ministero non se ne vergogna, la Camera vota contro il ministero e Camillo Cavour contro Garibaldi.Così nel regno piemontese, il solo tuttavia che avesse tentato un'impresa italiana e conservato lo statuto, era poco vivo il senso dell'italianità.Poi fu imposto a Garibaldi di scegliersi un luogo d'esilio: Garibaldi elesse Tunisi.Ultima republica di Venezia.Mentre il più grande degl'italiani riprendeva la via dell'esilio, Venezia capitolava.L'infelice città tradita da Carlo Alberto si era indarno, con uno slancio d'entusiasmo, riconfermata republica per morire nell'orgoglio della propria autonomia.Il suo governo, vittima fino dalla prim'ora dell'illusione di una lega italica presieduta dal pontefice, attendeva da Roma l'idea e da Torino le forze della rivoluzione, proclamandosi anticipatamente soggetta a quanto di Venezia avrebbe deciso l'impossibile Costituente italiana, ma intanto ricostituendosi nelle vecchie forme e nella separazione tradizionale. Poi alla fuga di Pio IX da Roma l'ambasciatore veneto disapprovava la rivoluzione romana sconsigliando poco dopo dal votare la republica. Manin come tutti gli altri governi italiani seguitava a trattare con Gaeta e con Roma chiedendo ancora dopo il patito tradimento aiuti ed accordi con Torino, stancando l'Italia di appelli patriottici, protestando e mendicando a tutte le cancellerie d'Europa.La sua eloquenteMemoriaa lord Palmerston (21 agosto) in difesa di Venezia era tuttavia uno degli atti più onorevoli della diplomazia italiana.Ma per Venezia il problema politico non aveva più altra soluzione che la difesa della città. Una supremaillusione di soccorso dalla Francia, mentre questa pareva mal disposta a sopportare l'assoluta preponderanza austriaca in Italia dopo l'armistizio di Salasco, durava tuttavia: Mengaldo e Tommaseo, legati veneti a Parigi, instavano eloquentemente e pareva, non senza frutto. Già si parlava di 3000 soldati francesi che dovevano imbarcarsi per Venezia, quando l'astuta diplomazia tedesca, fingendo d'accettare la mediazione franco-inglese per l'assetto d'Italia, otteneva si sospendesse ogni spedizione. Poi la mediazione fallì, le promesse d'una costituzione del Veneto in principato indipendente e federato con arciduca austriaco, dileguarono; il disastro di Novara e la proclamazione della republica romana precipitarono da ultimo gli eventi.Venezia doveva rimanere sola a morire.Intanto il suo governo dittatoriale col colonnello Cavedalis, l'ammiraglio Graziani e Manin, che li assorbiva ambedue in una suprema funzione di doge, si era abilmente affrettato ad apprestare i mezzi finanziari nelle crescenti necessità della politica e della guerra. Ma l'erario era di una povertà ridicola, poichè le rendite ordinarie non sommavano a più di 200,000 lire mensili; si aperse un prestito nazionale di 10 milioni, si diede corso legale a cinque milioni della banca veneta, si aumentarono le imposte sui tabacchi e sulla birra. I soccorsi chiesti all'Italia mancarono: la Toscana non mandò che 72,000 lire, qualche altra città 50,000, Roma votò 100,000 scudi, il Piemonte un dono mensile di 600,000 lire, e non le diede. Mentre tutta l'Italia suonava di arringhe e di canzoni per Venezia, le borse non s'aprivano; governi e popoli non si muovevano.In Venezia, abbondante di generosi volontari, s'abbaruffavano in un'ultima demenza tutti i partiti politici. I poeti Revere e Dall'Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, tempestavano perchè il governo si dichiarasse lombardo-veneto; Cesare Correnti, già mazziniano, quindi avversario di Mazzini nel governo provvisorio di Milano, poi ancora mazzinianonella catastrofe di questo, predicava ora pel Piemonte; si accusava Manin di non secondare la Costituente italiana, di aver sbagliati gli accordi diplomatici colle grandi potenze straniere, e di non affratellarsi colle ultime rivoluzioni di Toscana e di Roma, di tirannide interna e di nessuna coscienza rivoluzionaria. E infatti quella di Venezia non era che una insurrezione contro l'Austria: nessuna idea era ancora uscita e doveva uscire da quella, che chiamavasi allora rivoluzione veneta. Ma la popolarità di Manin resisteva a tutti gli attacchi, dei quali alcuni generosi e savi, la maggior parte indegni o dementi, provocandogli ovazioni dal popolo che gli permettevano di prendere contro sobillatori e demagoghi violente misure di polizia.Intanto l'assemblea, aperta il 13 febbraio, lo nominava con 108 voti sopra 110 capo del potere esecutivo presidente, con ogni potere per la difesa interna ed esterna dello stato e con facoltà di prorogare l'assemblea pur di riconvocarla dopo 15 giorni.Alla ripresa della guerra fra Austria e Piemonte le speranze avevano rifiorito: Pepe proponeva che l'esercito sardo diviso in due corpi proteggesse Alessandria e Padova per congiungersi nel Veneto, egli assalirebbe nemici alle spalle, ma l'ultima guerra piemontese iniziata e conchiusa quasi nel medesimo giorno col disastro di Novara, dissipò sogni e speranza. Venezia non era stata richiesta di concorso da Carlo Alberto nè tampoco avvisata della ripresa delle ostilità: Haynau, grondante del sangue di Brescia, si affrettò ad intimarle la resa. Venezia non aveva che 17,000 soldati, per la maggior parte volontari, 4000 tra marinai, cannonieri e fanti di mare con 11 navi da guerra e altra flottiglia più numerosa che importante, sopra una linea difensiva di settanta miglia divisa in tre circondari: il primo dalla città per Fusina, Marghera, Treporti con 17 forti sino a Sant'Erasmo, il secondo pel lido dalla punta di San Nicola ai murazzi di Palestrina con 13 forti, il terzo da Chioggia e Brondolo sino alla foce del Brenta con 6 forti.Ma quantunque l'Austria vittoriosa a Novara e a Vienna si stringesse tutta su Venezia, alla spavalda intimazione dell'Haynau questa rispondeva votando (2 aprile 1840) unanime la resistenza ad oltranza, e coniava a memoria della forte deliberazione una medaglia in bronzo scrivendogli nell'esergo: — Ogni viltà convien che qui sia morta. —Già fin dal 22 ottobre 1848 quattrocento cacciatori del Sile in una sortita avevano occupato Cavallino fugando gli austriaci ed impadronendosi di qualche comune: poco dopo il 26 ottobre Pepe aveva assalito e preso Mestre, ma ora la guerra era senza scampo. Invano i volontari, soldati improvvisati, sembrano moltiplicarsi con una attività ed un valore che sgomentano i più agguerriti reggimenti tedeschi: invano Marghera con 500 soldati di presidio ributta un assalto generale con tanta virtù da consigliare a Radetzky di riproporre patti di resa. Manin ricusa ogni negoziato che non riconosca a Venezia un'esistenza politica in accordo colla sua nazionalità e i suoi costumi. La costanza di Venezia provoca l'ostinazione degli assedianti, che costruiscono una seconda parallela: gli assediati per impedirla ricorrono indarno ad una inondazione artificiale. Un assalto più furioso obbliga al silenzio i forti Rizzardi e dei Cinque Archi; 151 bocche d'artiglieria fulminano la città. Marghera resiste ancora, finchè Manin stesso non ne ordina lo sgombro. La tragedia precipita. Una specie di dittatura militare composta di Ulloa, Sirtori e Baldisserotto si aggiunge alla dittatura politica di Manin, accrescendo gli attriti ma non impedendo nullameno l'accordo nella difesa. Questa costretta ora entro la linea delle lagune, esigerebbe la distruzione di tutto il famoso ponte, senonchè la vanità artistica e l'interesse commerciale lo salvano per la massima parte, affrettando la perdita della città, poichè gli austriaci vi si afforzano alla testa e il cannoneggiamento prosegue benchè senza grandi risultati d'ambo le parti per un mese. La flotta e la flottiglia poco giovano, meglio aiutano i pozzi artesiani supplendo aldifetto dell'acqua; il blocco si restringe; un supremo tentativo di composizione con De Bruck, notissimo a Venezia come direttore della grande società triestina del Lloyd, abortisce. Con eroica pertinacia Venezia ricusa l'ultima offerta costituzione, perchè le cariche amministrative non vi erano tutte riserbate agl'italiani e i diritti fondamentali vi potevano essere aboliti in tempi di sommossa o di guerra, e la maggior parte della legislazione veniva riserbata al parlamento viennese, e a Venezia non si accordavano nè esercito nè flotta italiana. Ma se il rifiuto era magnanimo, le trattative erano assurde: Venezia non poteva a nessun patto fidarsi dell'Austria che avrebbe necessariamente mentito alla propria parola; peggio ancora una costituzione semi-autonoma avrebbe allentato tutti i rapporti coll'Italia per ristringere quelli coll'impero tedesco.Ma ormai il tempo dei patti è passato: Radetzky intima la resa a discrezione. Le palle cadendo sulla città dalla distanza, allora non anco superata, di cinque chilometri, seminano la morte nell'inerme popolazione; si disertano le case di molti quartieri serenando nelle piazze e nei giardini; la fame urge, il mare è chiuso, scoppia il colera. Tutto crolla intorno a Venezia l'Italia soffocata dalla reazione interna ed esterna non manda più che qualche gemito, la repubblica francese agonizza sotto il tallone del secondo Bonaparte, la rivoluzione ungherese, dalla quale s'attendevano aiuti d'armi, è spirata nelle strette dinastiche di Vienna malgrado tutti gli sforzi di Kossuth. Il colera ha colpito diggià in un solo mese oltre 6000 persone, 3000 ne sono morte: i volontari sono molte volte decimati, manca il cibo, difettano le munizioni. Venezia ha superato Roma nella propria difesa, giacchè ha costato all'Austria 20,000 soldati, cioè più che le due campagne contro il Piemonte. Vinta e morente può quindi ripetere con giusto orgoglio il motto non vero di Francesco I: «Tutto è perduto tranne l'onore».Ma alle prime parole di resa la plebe inferocita tumultua, si urla al tradimento: Manin minacciato ribaldamentedeve dissipare colla spada alla mano i tumultanti, e Venezia si arrende. I patti erano: sottomissione della città, sfratto dei soldati stranieri, degli ufficiali già a servizio dell'Austria e dei cittadini a questa sospetti. La carta-moneta veniva ridotta a metà dei valore, nessuna multa di guerra. Il 22 agosto 1849 si firmò la capitolazione: l'indomani Manin, povero e glorioso, riparava con altri proscritti su navi francesi ed inglesi salpando per l'esilio; il 28 l'aquila bicipite si posava nuovamente minacciosa sui pili di San Marco; il 30 Radetzky entrava trionfalmente nella morta città, che dopo tanti strazi sentiva ancora il proprio patriarca invocare la benedizione del cielo sull'implacabile vincitore.Rivoluzione e guerra erano finite: il federalismo italiano, vecchio di troppi secoli, vi aveva esaurito l'ultima vitalità.Ma poichè dopo la rivoluzione francese del 1789 ogni altra rivoluzione europea doveva tendere alla costituzione dell'individualità nazionale, l'Italia liquidando così tutto il proprio passato federale non poteva essere più che nell'unità politica. A conquistarla però le abbisognavano una forte coscienza democratica per trionfare delle estreme ricostituzioni regie e papali e un forte nucleo politico per comporre un primo esercito contro lo straniero.L'abolizione del papato e lo statuto piemontese, ecco quanto rimaneva come idea e come fatto della rivoluzione. D'ora innanzi sarebbe impossibile riparlare di egemonia papale e di lega di principi: tutti gli stati italiani ripiombati nella reazione si verrebbero fatalmente separando dalla vita nazionale; il romanismo inconciliabile colla libertà non sarebbe più che una forma cadaverica del cattolicismo. Le provincie romane, napoletane e siciliane avevano addimostrato ilminimumdi capacità rivoluzionaria e militare: Piemonte e Lombardo-Veneto il massimo. Il centro della futura rivoluzione sarebbe dunque al nord, come sempre nel bacino del Po; la sua formula dovrebbe quindiessere monarchico-democratica, la sua forma una conquista regia; ma poichè l'Italia non saprebbe almeno per lunghissimo tempo scrollare simultaneamente tutti i propri principi e l'Austria, imprevedibili coincidenze politiche europee dovrebbero aiutare quel re italiano abbastanza forte e moderno per disciplinare nella propria monarchia l'elemento democratico ed erigersi campione dell'indipendenza nazionale.Per ora la gazzarra poliziesca delle ristorazioni mescendosi al trambusto avvilente delle recriminazioni, colle quali tutti i partiti vinti ed egualmente colpevoli si dilaniano, disonora per l'ultima volta l'Italia; ma Daniele Manin, esule a Parigi nell'immacolata povertà d'una vita troppo esercitata dalla fortuna, troverà fra poco la formula trionfatrice, e presso a morire la getterà da lungi all'Italia come una di quelle infallibili rivelazioni che la morte riserba talora ai più santi: — Italia e Vittorio Emanuele. —Fra dieci anni Giuseppe Garibaldi, ora proscritto dal Piemonte, scriverà — Italia e Vittorio Emanuele — sulla propria bandiera, per trionfare dell'Austria, del Borbone, del papa e di Vittorio Emanuele stesso, costituendogli un regno d'Italia nell'unità, sempre indarno voluta da Mazzini, e nella libertà costituzionale, compatibile coll'ancora scarsa civiltà della nazione.
La rivoluzione federale, unanime nel sentimento dell'indipendenza nazionale e nell'istinto della libertà statutaria, doveva necessariamente, dopo tutte le prove fallite del principato, tentare un più alto esperimento colle republiche, rivelando la formula della rivoluzione avvenire. Ma se dei regni uno solo aveva resistito allo Statuto, mantenendolo sotto la doppia violenza d'una invasione militare e d'una democrazia eslege aiutata dagli equivoci della insurrezione nazionale, nessuna republica poteva affermarsi vitalmente nell'immenso tumulto di quella liquidazione del passato. Il principio democratico, brillando un istante sul Campidoglio nella più abbagliante purezza, quasi a diradare le tenebre di tutte le antitesi politiche, era anticipatamente costretto a vanire nella gloria d'un poema, nel quale il fatto politico rimarrebbe appena come una trama. Nè la storia, nè La civiltà italiana erano ancora tali da consentire intera la doppia rivelazione della democrazia e delle nazionalità.
Un esperimento republicano era nullameno necessario per dissipare le ultime illusioni della federazione, che nella republica cercava istintivamente la conciliazione dello stato antico colla democrazia moderna, e garantire l'originalità del principio democratico subdolamente assorbito negli statuti dal principato. CosìGenova già fusa col Piemonte, mentre questo stava per fondersi coll'Italia dandole la propria unità costituzionale, non arriva che ad una inutile insurrezione, reazionaria nel patriottismo municipale, anarchica nel processo politico, tragica in quell'ora di sconfitta per tutta la nazione: Livorno, sollevandosi contro Firenze, riassume tutta l'impazienza della democrazia costretta dalla propria incapacità a diventare demagogia: Siena, insorta poco dopo per difendere il granduca traditore e fuggiasco, soddisfa per l'ultima volta l'antico rancore municipale, e quindi osteggia simultaneamente Firenze e la democrazia: Venezia inalbera la secolare bandiera di San Marco, poi l'abbassa per sostituire il vessillo italiano, finalmente la risolleva quasi per festeggiare con funebre pompa l'agonia della propria republica, e chiude per sempre l'epoca della federazione italiana come era uscita dai comuni e Lorenzo il Magnifico l'aveva gloriosamente disciplinata nella prima lega italica: Firenze, liberata dalla monarchia colla fuga del granduca, incerta fra le vanità dei vecchi ricordi republicani e le tendenze democratiche attuali, tergiversa colla tradizionale doppiezza procrastinando ogni decisione per un governo monarchico o republicano, toscano federale o romano e quindi unitario, finchè l'ora storica passa, e, sorpresa da una reazione municipale, ricade nel granducato. Roma sola, centro eterno d'Italia, sente che la prima affermazione dell'epoca nuova non può venire all'Italia che da essa, e s'affretta con inconscio crescendo ad abbattere il potere temporale dei papi e a proclamare la republica: così passato ed avvenire italiano si fondono per la terza volta nel suo avvenire politico.
In questa gamma Firenze è una penombra, Venezia un tramonto, Roma un'aurora: Firenze soccombe in un dubbio, Venezia in un sogno, Roma in una rivelazione. Ciò che Firenze risorta a breve agonia non ha osato, Venezia lo compie morendo; ciò che l'Italia insorta ha sentito, Roma lo attua in una republica effimera, ma profezia di maggiore republica. Venezia rappresental'Italia antica, Firenze l'Italia del momento, Roma l'Italia dell'avvenire: Venezia risuscita in Manin il suo ultimo doge guerriero. Firenze ripete in Guerrazzi il suo ultimo priore turbolento, Roma trova in Mazzini il suo ultimo apostolo.
Ma intanto che le republiche cadono, seppellendo il passato e squarciando il futuro, il Piemonte si assoda nella stessa bufera che lo squassa, e salva nella monarchia la forma della non lontana unità d'Italia.
Dopo i casi di Livorno, nei quali si era fin troppo chiarita la insufficienza del nuovo governo granducale e che avevano condotto al potere il Guerrazzi e il Montanelli, la posizione politica della Toscana rispetto alla rivoluzione italiana toccava il massimo della crisi. I costituzionali, esauritisi nelle rapide successioni ministeriali, che dall'energia dittatoria del Ridolfi erano discese all'onesta condiscendenza del Capponi, stavano come ritirati dall'agone: le loro tendenze aristocratiche, la loro stessa capacità parlamentare e sopratutto l'angusto patriottismo, che vedeva l'Italia solamente attraverso e molto dopo la Toscana, li rendeva inetti alle supreme manifestazioni di quello stesso moto politico. L'avvenimento del Guerrazzi, poeta cresciuto nell'ira di tutti i contrasti e mutato da ultimo in tribuno implacabilmente superbo d'opposizione, significava apertamente la sconfitta del partito moderato. Infatti il Montanelli, letterato elegiaco e politico insino allora neo-guelfo, che il ritorno dai campi cruenti di Curtatone, ove lo si era pianto per morto, circondava di un'aureola di eroismo, appena chiamato al governo di Livorno per rappattumarla con Firenze, vi proclamava di proprio capo una costituente italiana, più larga di quella del Gioberti, poichè riconosceva al popolo la facoltà di rassettare tutti gli stati secondo l'interesse generale. Era la prima affermazione toscana nella rivoluzione, che da oltre un anno affaticava l'Italia. Con essa Firenze sorpassava politicamente Torino; ma poco chiara nel concetto, incerta nel processo, proclamata piuttosto da un individuo che da una regione, questa costituente dell'ultim'ora non poteva discenderea realtà politica. La Toscana vi si annullava anticipatamente, sottomettendosi al verdetto di tutta Italia, ma conservando nell'animo l'egoismo della propria autonomia: il granduca vi si sentiva perduto, i moderati vi si riconoscevano condannati. Di rimpatto la demagogia inevitabile in quel sobbollimento di spiriti vi acquistava importanza: un'amnistia generale veniva proclamata, si parlava di guerra con più alta ciancia. Il granduca, chiuso scaltramente in se stesso, lasciava fare e faceva anzi quanto la nuova scena politica esigeva, non fidando più che in un prossimo intervento austriaco.
Appoggiato sulla piazza e da questa scosso a ogni minuto, il nuovo ministero si trovava nell'impossibilità di governare: oscuri demagoghi s'imponevano ai ministri; esausto il tesoro, nullo l'esercito, confusa l'opinione, sconvolti ordini e partiti. Guerrazzi s'irrigidiva con superba fibra di despota minacciando contro i nuovi disordini, ma la mancanza d'uno scopo politico dava alla sua energia l'odiosità d'una repressione a favore del granduca, mentre invece s'illanguidiva nell'illusione di conciliare le tradizioni autoritarie di casa Lorena colla rivoluzione in una politica ostile all'Austria e diffidente della rivoluzione. Montanelli scriveva al cospiratore La Cecilia: «Dio ci guardi da una republica romana». Guerrazzi denunciava le voglie conquistatrici del Piemonte alla vanità paesana, profetando la servitù di Toscana se quello crescesse di territorio nella guerra coll'Austria: Giuseppe Giusti atterrito dal disordine delle piazze riparava nel rimpianto del passato: solo il Niccolini, inconvertibilmente giacobino, si manteneva fedele alla rivoluzione, ma, chiuso nell'Accademia come in una carcere, per sdegno feroce della troppa commedia politica, ricusava d'uscirne e di ricevervi visitatori. Intanto si procedeva per la costituente, dichiarandola a suffragio universale: eleggibile qualunque italiano dai venticinque anni in su, elettore qualunque cittadino sopra il ventunesimo anno; unica pregiudiziale, si ottenesse prima la liberazioneintera d'Italia. Il granduca aprendo la nuova Camera (10 gennaio 1849) permise al ministero di presentare in suo nome al parlamento il disegno di legge per la elezione dei rappresentanti toscani alla costituente italiana, ma poco dopo fuggiva a Siena, scusandosi colla scomunica papale lanciata contro coloro che di qualunque guisa favorissero la costituente. Il ministero si sconcertò; il popolo adunatosi in piazza della Signoria, come ai tempi migliori del medioevo, delegò pieni poteri ad un triumvirato composto di Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni. Senonchè, dichiarata la decadenza del granduca, bisognava o proclamare la repubblica, o fondersi con quella di Roma, o darsi al Piemonte: e i triumviri non osando alcuna decisione, si credettero abili col rimettere alla futura costituente il problema d'un governo per la Toscana. Intanto scoppiavano disordini; Siena gridava: viva il duca e morte alla costituente!; a San Frediano e ad Empoli i contadini eccitati dal clero si levavano minacciando; mentre il granduca, spaventato dal tumulto, malgrado i consigli di tutte le diplomazie e la fedeltà del generale Laugier, ancora alla testa delle truppe e ricusante di riconoscere il governo provvisorio, fuggiva a Gaeta. Allora Livorno proclama la republica, Guerrazzi tentenna, poi con teatrali apparati marcia contro il Laugier, che le truppe abbandonano. La confusione regna sovrana: al primo triumvirato ne succede un altro di difesa sempre col Guerrazzi alla testa; non si osa dapprima proclamare la Costituente italiana: Mazzini ottiene con una predica in piazza un voto popolare per la fusione della republica toscana con quella romana, ma all'indomani nessuno più se ne ricorda. Poi il governo rinfrancato decreta che nello stesso giorno si eleggano i rappresentanti per l'assemblea legislativa toscana e per la Costituente italiana da tenersi in Roma. Le difficoltà parlamentari delle due assemblee investite d'uguali poteri persuadono una correzione processuale, statuendo che l'assemblea toscana abbia facoltà per decidere se e con quali condizioni lo stato toscano debba unirsia Roma, e per comporre coi deputati romani la Costituente dell'Italia centrale. Ogni deputato poteva essere investito dei due mandati.
Intanto il trambusto demagogico peggiorava. La reazione granducale aiutata dal clero, dai nobili, dai moderati, da tutti, minacciava apertamente: i democratici poco saldi nel sentimento e sprovvisti d'una qualunque idea politica, si lasciavano trasportare dalla tempesta; solo Guerrazzi si mostrava forte, ma piuttosto per alterigia di volontà che per coscienza. Le elezioni riuscirono scarse di numero: l'ultima rotta di Carlo Alberto a Novara tarpava le ali all'ultima speranza; l'Austria ingrossava già alle frontiere; l'assemblea atterrita ricusava di votare la fusione con Roma. Montanelli, tardi rinsavito, l'avrebbe voluta almeno per compiacenza di politico, primo nell'ardimento di proclamare la costituente; ma Guerrazzi invece resisteva per indomabile vanità di toscano e di letterato contro Mazzini: l'assemblea, preoccupata già di scagionarsi pel futuro, concesse a Guerrazzi autorità dittatoria e a Montanelli come compenso un'ambasceria per Parigi.
Poco dopo con 42 voti contro 24 si respingeva solennemente ogni disegno di unificazione con Roma, e Guerrazzi cadeva come un tirannuccio medioevale per una rissa scoppiata fra la sua guardia pretoriana di livornesi ed alcuni cittadini. Plebe ed aristocrazia, quella per ignava brutalità, questa per rancore di classe e forse per un'ultima illusione di salvare così lo statuto, s'accordarono a rovesciare il dittatore e a risollevare gli stemmi granducali: il municipio rimasto in potere dei moderati capitanò la reazione, coprendola coi nomi ancora venerati di Gino Capponi e di Bettino Ricasoli. Guerrazzi, che aveva già disertato la parte democratica, si umiliò troppo tardi, troppo vilmente e troppo indarno ai nuovi vincitori, dai quali fu gettato in carcere per salvarlo dal furore della canaglia; e forse in parte fu vero.
L'illustre scrittore, riuscito così meschino statista,e che, fanatico d'impero dittatorio e d'incredulità politica, aveva dato alla insulsa incertezza della Toscana nella grande crisi italica la pompa della propria eloquenza, credette scolparsi in unaApologiaaltrettanto veemente di passione che sottile di logica curialesca, ma riuscì invece alla dimostrazione di quanta infermità senile ed infantile dolorasse allora il pensiero nazionale.
Infatti non egli solo, quantunque rivoluzionario nell'ingegno e nel carattere, fallava il principio e il modo della rivoluzione, giacchè i suoi abili avversari parlamentari, richiamando con umile manifesto il granduca, nella doppia illusione di conservare così lo statuto e di preservare la patria da una invasione austriaca, furono crudelmente ingannati. Il granduca sospese a tempo indefinito la costituzione, dopo averla riconfermata nella risposta all'appello del municipio; e il generale tedesco D'Aspre, occupate Lucca e Pisa, domata nel sangue la resistenza di Livorno, entrò vittorioso a Firenze per restarvi a tutela della dinastia e a terrore dei patriotti sino al 1857.
La rivoluzione toscana era vinta senza aver combattuto, consunta senza traccia nel passato e senza speranza nell'avvenire: Firenze ridiventava una prefettura austriaca, bella di arte e di sventura, calmando nel rancore e nella paura della nuova reazione i propri dissensi politici.
Gino Capponi, il più nobile fra gl'illusi reazionari, che richiamato il granduca, si erano poi dimessi al ritorno degli austriaci, aveva trovato per tutti un motto sublime di eroismo, quando, cieco e menato a braccio per le vie di Firenze, incontrando a caso uno dei primi battaglioni tedeschi, esclamava piangendo: «Sia benedetto Dio, almeno non li veggo!»
La notte del giorno nel quale il popolo di Firenze, adunato in piazza della Signoria, dichiarando decaduto il granduca, eleggeva al governo provvisorio Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, la Costituente romana decretava l'abolizione del papato temporale.
Già al primo annunzio della Costituente le provincie romane si erano scosse vivamente. Gli ultimi entusiasmi provocati dall'elezione di Pio IX si mescevano ai nuovi, amalgamando idee ed impressioni nel popolo ancora troppo diverso e scarso di civiltà per ben comprendere il significato di un periodo rivoluzionario così complicato. Per tutta la squallida solitudine dell'Agro, per la Sabina, per l'alta Umbria, nelle Marche, lungo il litorale adriatico, all'infuori di qualche città, il popolo viveva ancora nella più supina ignoranza: tirannia di clero e di signori imprigionava la sua vita; non abitudini politiche, non intelligenza di governo che permettesse di sentirsi cittadini; spesso carattere robusto e fazioso, più spesso molle e servile; perduto nelle memorie ogni ricordo di guerra; tutti i paesi dislocati e rivali; la religione indiscussa ed indiscutibile come rito, incompresa ed incomprensibile come ideale; inerte il concetto di patria, confuso quello di nazione; poca la passione di lotta e la capacità di sacrificio. Il governo vi era ancora più spregiato che odiato; la rivoluzione più insubordinazione che ribellione; inetti e timidi gli aristocratici; i borghesi cupidi, intriganti e conservatori per tradizione, quantunque esaltati nella ciarla rivoluzionaria e più ancora nella fisima della conciliazione fra autonomie e nazionalità, papismo e libertà; il popolo bigotto col clero, prono coll'aristocrazia, chiassoso coi borghesi, fra se medesimo rissante, facile a brigantaggio nelle campagne e alle sètte nelle città, non uso all'armi e abborrente da ogni sacrificio di danaro.
Si era delirato per Pio IX e si delirò per la Costituente; ma se il delirio prima era in tutti, dopo fu di pochi, e peggiorò in soprusi e feste di sbracati danzanti intorno all'albero della libertà. Una minoranza nullameno vi brillava, divisa anch'essa in due campi: i moderati, incaponiti nel parlamentarismo papale, vedevanoancora nella nuova rivoluzione un sacrilegio e una anarchia; i rivoluzionari, cresciuti alla scuola di Mazzini nell'estasi superba della propria utopia, guardavano già alla terza Roma repubblicana alta sul mondo come la Roma dei Cesari e dei papi. Fra tutte le provincie pontificie le più generose di pensiero e di azione erano le Romagne: Bologna capitale vi faceva da focolare e Ravenna da fucina: nell'una si affinavano le idee, nell'altra le spade.
Nel primo bollore degli spiriti prodotto dalla guerra all'Austria, si era creduto all'espulsione dei tedeschi odiati come stranieri e come gendarmi del governo papale: poi l'allocuzione del 29 aprile, soffiando su tutte le speranze, ridestò più feroci i vecchi odii. I costituzionali decaddero, i rivoluzionari dianzi reietti ottennero favore, il lavorìo delle sètte si moltiplicò, mentre la demenza di un'idea intelligibile ed irresistibile aggirava tutte le teste, infiammando tutti i cuori.
Roma, Costituente, Republica diventarono il gran ternario di tutti i discorsi: non si aveva coscienza della situazione politica, non si analizzava, non si prevedeva: tornarono le feste pïane e le baldorie patriottiche fra urli di morte e private vendette. I costituzionali, abbandonati dal papa, non osavano più contrastare apertamente: una proposta di certo marchese Ranuzzi bolognese, perchè Bologna si staccasse da Roma per non seguirla nella ribellione al pontefice, non ebbe nè voti nè seguaci: l'opposizione dello Sterbini per mantenere alla rivoluzione un carattere municipalmente romano, mentre da ogni parte d'Italia già i rivoluzionari accorrevano in Roma, svanì. La Giunta suprema di governo, nominata dal Parlamento moribondo ad impedire la rivoluzione, dovette invece sciogliere i consigli e convocare la Costituente; le rinunzie di tutti i legati e prolegati nelle provincie, anzichè seminare diffidenze, crebbero il fermento; le scomuniche del papa si mutarono in sferzate, e i suoi appelli alle armi straniere in prove decisive di tradimento.
Parecchi ecclesiastici rapiti nell'onda rivoluzionaria ne temperavano il colore irreligioso, così che non vi fu reazione contro il clero: alcuni fra essi brillarono di santa poesia come Ugo Bassi; altri si mostrarono potentemente ciarlatani come Gavazzi; alcuni eroicamente semplici come don Giovanni Verità. L'inevitabile disordine del momento non ebbe quindi troppo dolorose conseguenze, malgrado l'insensatezza del governo che graziava un numero enorme di galeotti. Mentre il governo provvisorio con generosa prontezza accordava a Carlo Alberto in trattato segreto di occupare per le necessità della nuova guerra contro l'Austria le proprie provincie, impegnandosi per tutto il tempo dell'occupazione a vettovagliare le truppe, quantunque egli ricusasse ogni riconoscimento politico e seguitasse a trattare officiosamente col papa sino ad offrirgli di ricondurlo a Roma colle armi; mentre il Montanelli armeggiava con incredibile fantasticheria per ottenere che la Costituente romana votasse la presidenza del granduca Leopoldo, e Mamiani invece sognava quella di Carlo Alberto, e Manin a nome di Venezia scriveva lettere di condoglianza al papa, e il Castellani ambasciatore veneto a Roma osteggiava apertamente il governo provvisorio, tutti i circoli rivoluzionari si allearono stabilendo a Roma una congregazione centrale, che divenne naturalmente base e leva del nuovo governo, e fu il primo grande plebiscito unitario.
Ma in tanto fermento di animi ed inestricabili complicazioni di eventi politici, l'entusiasmo rivoluzionario non cresceva a vera passione. Bologna scongiurava il Latour generale degli svizzeri a non abbandonarla ubbidendo agli ordini del papa, che lo richiamava a Gaeta per unirlo senza dubbio all'esercito borbonico di invasione, e a forza di preghiere lo persuadeva: e ciò per timore del popolaccio sguinzagliatosi nella rilassatezza della polizia. Pareva trionfo conservare armata in città l'unica milizia francamente ostile: non si arruolavano volontari, non si mettevano chierici, clericalie moderati nell'impossibilità di tradire. L'accademia politica proseguiva, giacchè la proclamazione dell'imminente republica non doveva concludere che ad una affermazione ideale. La istituzione giacobina della Giunta di pubblica sicurezza con poteri discrezionali non era che una imitazione teatrale della grande rivoluzione francese, e non commise i terribili arbitrii necessari a tutte le vere rivoluzioni. Se le poche leggi promulgate illegalmente dal governo provvisorio sui fedecommessi, sulle procedure civili, sul macinato, e l'emissione di tre milioni di carta monetata, la pubblicazione della legge sui comuni già elaborata dal Mamiani, le note, i proclami, gli sforzi per accrescere la fede negli animi e la passione nei cuori sembravano accennare ad un vero governo rivoluzionario capace di cose maggiori, mentre la vittoria di Cavaignac per le vie di Parigi sui rivoluzionari e l'altra anche maggiore su Cavaignac di Luigi Bonaparte, eletto presidente della republica, toglievano l'ultima speranza di simpatie e di aiuti stranieri, nullameno le pratiche con Gaeta e col Gioberti per una impossibile conciliazione col papa, allorchè questi chiamava tutta Europa contro Roma, e tutta Europa si disponeva ad accorrere, rendevano il governo provvisorio troppo simile a tutti gli altri governi italiani. La fisima del papato non gli era ancora passata, la republica imminente non gli pareva ancora probabile.
Finalmente le elezioni indette dal governo furono fatte dai circoli con qualche rissa, molto spettacolo di baldorie e moltissime irregolarità: chierici e clericali vi si astennero, i costituzionali vi andarono sbandati, la vittoria restò naturalmente ai rivoluzionari. Così l'immenso loro significato politico nella storia del papato fu piuttosto espresso che compreso.
Il giorno 5 febbraio l'Assemblea Costituente si adunava nel palazzo della Cancelleria.
L'assemblea, scarsa di numero, arrivava appena a centoquaranta rappresentanti; più scarsa d'ingegni e di caratteri, ignorava la condotta del governo provvisorio,i maneggi diplomatici di Torino e di Gaeta, temeva dell'Europa, dubitava di se medesima, sentendosi spinta da una forza arcana ad una meta egualmente misteriosa. La propaganda mazziniana, per quanto avesse destato dal secolare letargo i migliori spiriti e soffiato sulle passioni della folla, non era bastata a schiarire nelle coscienze il troppo significato della parola republica. Le stesse teoriche di Mazzini, fatalmente amalgamate di religione e di politica, d'arte e di socialismo, imbrogliavano anche nelle menti più limpide la possibilità di una republica, alla quale classi dirette e dirigenti si riconoscevano del pari immature. Nullameno l'istinto storico urgeva. Dopo il suicidio del papato colla concessione dello statuto e l'abdicazione del papa colla fuga a Gaeta, e le stragi del Borbone, i tradimenti di Carlo Alberto, le inutili annessioni della Lombardia, le incertezze della Toscana e la disperata risoluzione di Venezia, Roma, eterno centro ideale d'Italia, inevitabile base di ogni nuovo stato italiano, doveva risolvere il problema del papato sorto con essa e con essa ancora torreggiante sulla storia, soverchiandolo colla dichiarazione di un principio più civilmente cattolico. Il papato era stato l'infrangibile unità e l'incomparabile organo del cattolicismo, regno sui regni, impero sugli imperi, fonte di tutti i diritti divini: la republica doveva essere la formula e la forma della democrazia moderna, proclamata a Roma e da Roma al mondo, più vasta di tutte le religioni, come supremazia del diritto umano sul diritto divino, colla sovranità pareggiata dell'individuo e del popolo, colla libertà del pensiero frenata solo dall'autorità del pensiero. Ma essa non poteva ancora rivelarsi che come verbo, e quella larva di governo necessaria alla sua proclamazione avrebbe necessariamente avuto tutte le evanescenti ed indefinibili mutabilità dei fantasmi. L'immenso fatto della terza Roma del popolo, secondo la bella frase di Mazzini, lascierebbe quindi indifferente la Urbe e le provincie, mentre l'Europa se ne accorgerebbe appena, anche combattendolo, e la republica romana,rovinando subitamente sulla più vasta rovina del papato, s'illuminerebbe dei colori dell'aurora ai lampi della parola di Mazzini e della spada di Garibaldi.
L'assemblea appena radunata dovette necessariamente affrontare il problema del proprio stato. La fuga del papa e la reazione europea le facevano intorno un vuoto spaventoso. Si sentiva da tutti che la causa della rivoluzione italiana era perduta, e che il papa sarebbe ritornato; nessun ordine o classe di popolo, acclamando la repubblica, la comprendeva; si diceva che la republica sarebbe morta, ma non si voleva morire con lei. Nullameno bisognava proclamarla: ogni accomodamento col papa si era già riconosciuto impossibile, poi un accomodamento avrebbe non risolto il problema, ma provato che problema non v'era; i sogni di un Carlo Alberto o di un Leopoldo re di Roma erano demenze fra le tante del tempo. Il papato non poteva essere sostituito da alcuna piccola monarchia: solo un'idea più grande di esso poteva cassarlo dalla storia per fare poi di Roma la futura capitale d'Italia.
L'Armellini, aprendo la seduta, recitò un discorso, nel quale le idee superavano fatalmente le parole: era un appello alla democrazia universale e una dichiarazione superba della nuova sovranità popolare; la goffaggine inevitabile della teatralità non scemava l'immenso valore del fatto. L'assemblea, cacciata da quel discorso mazziniano nel problema di scegliere un governo parve smarrirsi in insipide arringhe, mentre Garibaldi coll'infallibile intuizione degli eroi esclamava: «A che perder tempo? Ogni minuto di ritardo è un delitto; viva la republica!». Ma l'assemblea volle assoggettarne la grande proclamazione a tutte le pratiche parlamentari: i republicani vi si mostrarono inetti, i costituzionali sperduti. Mamiani tentò in un discorso pedantescamente classico di provare l'impossibilità della republica in quel nuovo furiare della reazione monarchica per tutta Europa e nell'impreparazione del popolo, per concludere poi ingenuamente col rimettere la soluzione del problema alla Costituentefederativa italiana, cui la sconfitta della rivoluzione nazionale aveva già tolto ogni speranza di convocazione; l'Audinot, succeduto al Minghetti nel comando del gruppo bolognese, si credette abile cercando procrastinare ogni soluzione con un decreto che affermasse impossibili tutti i governi non subordinati alla sovranità popolare. Erano gli ultimi espedienti del costituzionalismo, l'inconscia estrema ipocrisia dei neo-guelfi contro la nuova democrazia republicana.
La battaglia si accalorò nella votazione: vinse la repubblica. Il decreto ne fu redatto dal Filopanti, delirante fantasia di scienziato e di politico, al quale il ridicolo di troppi libri stampati poi non toglierà questa unica incomparabile fortuna.
Articolo 1º: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello stato romano.
Articolo 2º: Il pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua spirituale potestà.
Articolo 3º: La forma del governo sarà la democrazia pura e prenderà il nome glorioso della republica romana.
Articolo 4º: La republica romana avrà col resto d'Italia le relazioni, che esige la nazionalità comune.
Il giorno dopo, la proclamazione si ripeteva con solenne teatralità in Campidoglio.
Questo decreto rivela il segreto politico della nuova republica. Invece di affermare superbamente la superiorità dello stato sulla chiesa col rimettere il cattolicismo nella posizione di tutte le altre religioni, essa offriva spontaneamente guarentigie al papa detronizzato, legittimando così le sue diffidenze e quelle di tutta Europa: invece di proclamare altamente l'unità e la libertà italiana, annunciava che avrebbe avuto col resto d'Italia le relazioni volute dalla nazionalità comune. La formula federale sopravviveva dunque nella republica romana, che come stato era un non senso e come governo una impossibilità. La sua condanna nella logica della storia derivava dal suo stesso decreto difondazione, pel quale l'Italia in faccia a Roma non era che il resto della nazione, mentre la grandezza della sua affermazione sta ancora enorme sul papato abbattuto nella proclamata sovranità popolare.
Dopo questo decreto, la republica deve perire. La sua formula politica sottomessa all'idea federale, non è meno falsa di quella di Venezia e di Palermo, di Napoli e di Torino: una republica romana, mentre l'indipendenza e la libertà d'Italia soccombono sotto l'Austria e i principi tradiscono i propri statuti, diventa al tempo stesso un anacronismo e una impossibilità. La sua vita sarà quindi fulgida come un'ode e sanguinosa come una tragedia, breve e teatrale, superba di principii e guasta da espedienti.
Colla solita imitazione classica l'assemblea nomina tosto un primo triumvirato d'italiani, responsabile ed amovibile, Armellini, Montecchi e Saliceti; un avvocato, un cospiratore, un giurista: quest'ultimo il migliore. Al ministero rimane presidente monsignor Muzzarelli per aver votato l'abolizione del papato; Aurelio Saffi è nominato all'interno, Campello alla guerra, Sterbini ai lavori pubblici. Le provincie festeggiano con clamorose gazzarre l'avvento della republica; nell'assemblea qualcuno giacobinizzando vorrebbe denunciare al popolo i deputati che hanno votato contro la republica, ma il feroce appello vanisce nella rettorica e timida bonomia dei più; non si osa mandare commissari nelle provincie secondo l'esempio della grande Convenzione per sollevarle; appena appena le plebaglie si permettono qualche sconcezza e i giornali qualche diatriba. Il governo toscano impantanato nella propria politica autonoma promette e procrastina la fusione; Haynau, il più atroce fra gli sgherri austriaci, cogliendo il pretesto di un tumulto, occupa e taglieggia Ferrara. Nessun governo riconosce la nuova republica: Mamiani alla testa di un gruppo di costituzionali è uscito dimettendosi dall'assemblea, l'Audinot rimastovi capitano dei costituzionali intransigenti vi oppugnacon abbastanza abilità parlamentare qualunque misura rivoluzionaria.
Si vota una legge di adesione alla republica, ma non si osa applicarla davvero, e primo l'Armellini domanda il permesso di usare indulgenza cogl'impiegati e coi militi, che si chiariscono ostili alla republica; si acclama l'incameramento dei beni ecclesiastici, si riconosce il debito nazionale, si studia qualche temperamento per le finanze. Queste, naturalmente oberate, presentano poca elasticità; abbonda la carta moneta, difetta il credito, manca ogni assetto razionale d'imposta; si emettono un milione e trecentomila scudi, dei quali novecentomila deve prestare la banca romana e quattrocentomila sussidiare il commercio. Inetti espedienti finanziari, che uscivano da più inette discussioni. Poi si ricorse ad un prestito forzoso di ⅕ sino a ⅔ sulle rendite annuali superiori ai duemila scudi netti, colpendo così i più ricchi; ma la forma del pagamento a rate in tanta urgenza di caso rese più che dubbi i pochi vantaggi di tale prestito. Malgrado l'effervescenza di alcuni circoli politici non si operava rivoluzionariamente: i giacobini romani si mostravano deboli di passioni e di idee: cicaleggio e non eloquenza, vapori non sangue al capo. L'aristocrazia aveva emigrato alla chetichella o stava nascosta negli ampi palagi; la borghesia, sperduta nel trambusto, non arrischiava di partecipare ad un potere, che la paura le faceva riconoscere effimero; il popolo non comprendeva la grandezza ideale del nuovo principio valutando fin troppo bene le impotenze del nuovo governo; la plebe usava del rilassamento poliziesco per prorompere ad assassinii senza carattere e a scenate senza forza. Quantunque la guerra fra il Piemonte e l'Austria stesse per ricominciare, e Venezia fosse già assediata, e occupata Ferrara, e il papa da Gaeta mestasse intrighi e lanciasse allocuzioni sopra allocuzioni per attirare su Roma una crociata nemica, il fervore rivoluzionario non cresceva. Il ministero della guerra, incredibilmente malconcio dalla tradizione prelatizia, non miglioravacoi nuovi reggitori: finalmente poterono entrarvi il Calandrelli e il Mezzacapo, che raggranellarono un esercito povero di numero e di potenza. Nei quadri sommava ad oltre 30,000 uomini, ma in fatto ne superava di poco il terzo, e la maggior parte erano volontari: fra questi più agguerriti e già celebri i legionarii di Garibaldi.
Non si ardì fare appello all'insurrezione popolare e bandire la leva in massa, perchè l'indifferenza del popolo era pari alla bonarietà dell'assemblea.
Per ora tutto procedeva abbastanza regolarmente: gli assassinii, che funestavano alcune provincie, non erano certo nè più numerosi nè più efferati che nei tempi gregoriani: poi un conte Laderchi ad Imola e Felice Orsini ad Ancona li repressero con severa prontezza. I tribunali, fra quel rimpasto di vecchio e di nuovo, di abolizioni e d'istituzioni, funzionavano passabilmente, la polizia stessa, quantunque mal guidata, non si mostrava peggiore della pontificia.
Il carnevale fu al solito grottescamente lieto. Al bizantinismo vaticano era succeduto il bizantinismo rivoluzionario, al concistoro l'accademia; la Convenzione francese aveva potuto sconfiggere tutta l'Europa improvvisando un milione e mezzo di soldati, la republica romana per primo atto diplomatico pubblicava un manifesto a tutti i popoli per descrivere se stessa colle frasi dell'evangelio mazziniano, e non intendeva la risposta della Montagna francese che accennando ai propri pericoli le diceva come solo coll'energia rivoluzionaria si salvassero le rivoluzioni. Poi all'occupazione di Ferrara l'assemblea chiamava tutti i popoli della penisola in armi e protestava del proprio violato diritto presso tutti i governi come il papa, invece di lanciare l'esercito alla frontiera, e soccombere piuttosto in una disperata e gloriosa battaglia.
Ma Roma avendo regalato a Venezia per aiuto nell'assedio centomila scudi, credeva di aver fatto abbastanza per la guerra.
Di rimpatto il papa protestava da Gaeta contro ogniatto della repubblica. Fallito il forte ma erroneo divisamento del Gioberti di mettere il Piemonte alla testa della reazione italica per mantenerle almeno il carattere nazionale, riconducendo con armi italiane il granduca in Toscana e Pio IX a Roma, Austria e Francia si contendevano il sinistro onore e il problematico vantaggio di rimettere in soglio tutti i principi italiani col servirsi della questione religiosa come di una inconfutabile argomentazione. La cattolicità esigeva l'indipendenza del pontefice. A Gaeta era un andirivieni di diplomatici: il cardinale Antonelli, il più fino dei prelati politici e allora reggente il segretariato, si destreggiava abilmente fra Austria, Francia, Spagna, il Piemonte e il Borbone. Oramai la crociata era decisa. L'elezione di Luigi Bonaparte al seggio presidenziale della repubblica francese, gettava la Francia in seno alla reazione, preparando il secondo impero napoleonico come rimedio alle demenze repubblicane e socialiste. La spedizione contro Roma doveva essere il prologo: la republica romana precederebbe di poco quella francese nella tomba.
Quindi Mazzini, costretto a mostrarsi quasi di soppiatto a Milano durante tutta questa rivoluzione italiana, quantunque ne fosse il massimo inspiratore e lo spirito più conscio, venne a Roma. La sua grande ora era discesa sul quadrante della storia: a distanza di secoli, si ripresentava l'epoca di Cola da Rienzi. Goffredo Mameli, effimera ed ammirabile figura di poeta, cui la morte sotto le mura di Roma doveva fra poco troncare sulla bocca fiorente gl'inni e gli urli di guerra, lo chiamava con un telegramma sublime di concisione: «Roma republica, venite».
Mazzini traversò fra acclamazioni entusiastiche la Toscana ove ottenne indarno da un voto popolare la fusione con Roma. Ormai egli solo rappresentava la rivoluzione. Accolto solennemente a Roma e nominato deputato vi domina dalla prim'ora l'assemblea, ma nè il suo ingegno, nè la sua autorità, bastano a radunare l'impossibile costituente italiana o a fingerla con qualunquealtro apparato. Al nuovo scoppio di guerra fra il Piemonte e l'Austria sostiene con magnanimo senno il Valerio, legato piemontese a Roma, e associa la republica a Carlo Alberto, che aveva sdegnato fino allora di riconoscerla; ma poi la lentezza degli apparecchi militari annulla decisione e concorso. La guerra piemontese iniziata e compiuta quasi nel medesimo istante dal meno onorevole dei disastri provoca l'inutile insurrezione di Genova e la disperata resistenza di Brescia, lasciando sole nel gran finale Roma e Venezia.
Mazzini, eletto nel nuovo triumvirato con Aurelio Saffi ed Armellini, fra una mediocrità letteraria e una inezia giuridica, grandeggia: egli solo è poeta nell'accademia dell'assemblea, che sta per perdere la voce ai primi fiati della tempesta, ma gli mancano colle tremende qualità del rivoluzionario le doti anche più difficili dello statista. Trascinato dalla generosa rettorica del proprio temperamento, si smarrisce in minimi ed inutili accenni socialistici; destina i locali del Santo Uffizio ad abitazione di famiglie povere, schizza una legge agraria per cedere in piccole enfiteusi alcuni beni ecclesiastici a misere popolazioni rustiche, abroga i voti perpetui religiosi, diminuisce al solito la tassa del sale, crea duecentocinquantunmila scudi di boni del tesoro dichiarando con pessimo espediente infruttiferi quelli creati dal governo pontificio, decreta un aumento di tassa del 25% su tutti coloro che nel termine di sette giorni non pagassero la prima rata del prestito forzoso. Ma l'ambiente superstizioso di Roma gli guasta sentimento poetico e senno politico al punto di fargli costringere i canonici di S. Pietro a solennizzare la Pasqua e a benedire col SS. Sacramento il popolo dalla loggia consueta del papa. Miserabile parodia, che parve profanazione religiosa, ed era invece degradazione filosofica! Intanto Francia e Napoli hanno già dichiarato l'intervento, e la republica non ha ancora stabilito la propria costituzione. Lo schema presentato all'assemblea (17 aprile 1849) dal deputatoAgostini basta solo a rivelare quale fosse il sentimento rivoluzionario. Principii fondamentali della nuova costituzione erano la sovranità popolare, l'uguaglianza dei cittadini, il diritto di tutte le nazionalità e la religione cattolica come religione di stato. Poi un capitolo di catechismo chiariva i diritti e i doveri di tutti i cittadini: abolita la confisca e la pena di morte, inviolabili persone e proprietà, libera stampa e garantito il debito pubblico; il potere legislativo nell'assemblea, l'esecutivo in una magistratura consolare; un tribunato a garanzia delle leggi fondamentali della republica, due consoli biennali responsabili l'uno per l'altro; dodici tribuni quinquennali, deputati triennali ed assemblea indissolubile. Il popolo doveva eleggere a tutti questi uffici; ammessa la possibilità della dittatura per decreto dell'assemblea ma sotto la sorveglianza del tribunato permanente: i tribuni naturalmente inviolabili, anche per un anno dopo l'ufficio.
A confronto di quest'assurda miscela di pedanterie classiche, di inezie storiche e d'impossibilità governative, l'angusto ed aristocratico statuto del Piemonte diventa un capolavoro.
Ma l'assemblea non ebbe tempo di discuterla. La guerra urgeva. Fin dal principio della rivoluzione la Francia aveva accennato ad intervenirvi proclamando il principio della nazionalità e offrendosi a sostenerlo colla spada, ma sminuendolo poco dopo in combinazioni diplomatiche e in ricomposizioni arbitrarie di territori con simpatie ed antipatie egualmente ingiustificabili. Se la sua proclamazione di rispetto ad ogni nazionalità e del diritto in tutti i popoli a raggiungerla erano sincere, il movente della sua politica restava sempre l'antagonismo coll'Austria iniziato da Richelieu: l'Italia era un campo d'influenza da disputarsi fra Parigi e Vienna. Adolfo Thiers, storico e statista più importante che grande, sosteneva nell'assemblea l'impossibilità d'impegnare la Francia in una guerra coll'Austria a favore dell'Italia la quale, secondo una sua ingiuria rimasta poi celebre, era una nazione chenon si batteva; Odilon Barrot, capitano nella sinistra repubblicana, spingeva invece ad una spedizione in Italia per sostenervi la democrazia e scemarvi così la preponderanza austriaca; Montalembert, supremo direttore dell'antica destra clericale, domandava con superba eloquenza che la Francia, primogenita della chiesa, non abbandonasse il papa. E al Montalembert facevano eco Donoso Cortes in Spagna e lord Lansdowne in Inghilterra.
Già Cavaignac, vincitore delle giornata di giugno a Parigi, aveva offerto al pontefice un corpo d'armata: Luigi Bonaparte, succedutogli alla presidenza, attuò risolutamente quel disegno, mascherandolo con abile ipocrisia.
Napoleone I nel rialzare il papato aveva ripetuto contro di esso le pretensioni di Carlomagno: mezzo secolo dopo il nipote doveva daccapo rifare l'impalcatura del secondo impero sulla base raddrizzata del papato. La logica delle idee e quella dei fatti ve lo costringevano con pari violenza.
A Roma la grave minaccia non fu intesa che a mezzo.
Poichè la Francia parlava oscuramente di aiutare al tempo stesso il pontefice e la republica romana come mirando ad impedire gli eccessi dell'ultima vittoria austriaca sul Piemonte, l'illusione di un componimento indefinibile sviò il pensiero dei governanti incapaci di comprendere persino gli ultimi maneggi dei moderati, che guidati dal Mamiani e trattando simultaneamente con Parigi e con Gaeta avrebbero voluto abbattere la repubblica con una insurrezione di piazza per restaurare il loro governo costituzionale. Solo l'indifferenza delle popolazioni a tutti gli sforzi del clero, prodigante falsi miracoli e più falsi discorsi, impedì questa reazione interna.
All'infuori di Mazzini e di Garibaldi nessuno fra igovernanti e i difensori di Roma sentiva la suprema ideale necessità della sua difesa: nella coscienza dei più Roma non era che una città conquistata contro il papa, l'ultimo episodio della rivoluzione e non molto più importante degli altri.
Mazzini avvampava di orgoglio in quest'ultima crisi italiana, ma troppo uso ad ammonire e ad ammaestrare, capitano indiscusso della propria parte e divenuto più grande ad ogni sconfitta, voleva essere tutto, provvedere a tutto, risolvere tutto. Il ricordo della fallita spedizione in Savoia e i propri vecchi opuscoli sulla guerra per bande gli persuadevano di possedere anche la scienza militare; quindi ricorreggeva i disegni a Cario Pisacane, da lui stesso nominato capo di stato maggiore, e contendeva a Giuseppe Garibaldi, il più ammirato condottiero del secolo, il comando supremo dell'esercito per cederlo al generale Rosselli, onesta mediocrità, che la gelosia col suo grande subalterno doveva indurre ai più deplorevoli errori.
Quasi contemporaneamente Roma era presa fra quattro fuochi: i napoletani s'avanzavano dal sud, i tedeschi calavano dal nord, i francesi sbarcavano a Civitavecchia, gli spagnoli, ultimi ed inutili come una comparsa in una tragedia, discendevano a Fiumicino.
Crociata ed invasione parevano fondersi nella medesima impresa: invece il papa non si moveva da Gaeta nemmeno a benedire le armi per lui brandite, il clero non osava guidare la rivolta in nome della religione, le campagne si mantenevano inerti, le città indifferenti, l'Europa guardava distratta, Roma aspettava il proprio assedio. I pochi volontari, disposti a morire per difenderla, colla coscienza di morire indarno, si sarebbero detti stranieri italiani che si apprestassero a combattere stranieri d'oltr'alpe e di oltre mare, poichè marchigiani, umbri, romagnoli non erano più affratellati con Roma dei liguri, dei veneti, dei piemontesi accorsi sotto le sue insegne.
Già il 24 aprile Latour d'Auvergne, legato francese, approdando a Civitavecchia aveva annunziato lo sbarcoamichevole del generale Oudinot: Mannucci, preside del municipio, scorato all'annunzio, dimandava tempo a rispondere, l'altro insisteva; quando l'armata francese giunge come d'improvviso; la città atterrita urge la propria magistratura, che cede; l'assemblea romana avvertita dell'invasione protesta a stento. Civitavecchia è occupata dai francesi senza colpo ferire; il generale Oudinot pubblica un manifesto equivoco, nel quale negando di riconoscere l'anarchico governo della repubblica assicura di rispettare il diritto delle popolazioni a costituirsi qualunque altro governo, e di non essere venuto che a salvare l'indipendenza del pontefice alla cattolicità e l'Italia dalla reazione straniera. Il municipio, forse ancora più timido che ingenuo, gli risponde con lungo proclama effondendosi in dichiarazioni di fratellanza repubblicana, ma quegli fa sequestrare la risposta, occupa militarmente tutte le stamperie, dichiara la città in stato d'assedio, disarma il battaglione romano del Mellara, impedisce lo sbarco ai 600 bersaglieri guidati dal Manara, che a stento possono toccare Porto d'Anzio e solo perchè il ministro Montecchi sopraggiunto ha giurato al fedifrago alleato, che essi non entreranno in Roma prima del 5 maggio: finalmente confisca 4000 fucili comprati in Francia e pagati dalla republica romana.
Nullameno a Civitavecchia la bandiera romana seguita a sventolare vicino a quella francese.
L'impossibile equivoco prosegue. Il triumvirato s'appresta calorosamente alla difesa sebbene poco assecondato dalle popolazioni: si requisiscono i cavalli dei privati, si ordina la demolizione del viadotto fra Castel Sant'Angelo e il Vaticano, si nomina una commissione delle barricate: per ingraziosirsi col popolo gli si gettano provvedimenti agrari e promesse di migliorie inattuabili: poi, con magnanima cortesia, si dichiarano inviolabili tutti i francesi residenti in Roma affidando la loro incolumità all'onore del popolo. La guerra è inevitabile. Ma Roma non vuole che difendersi.
Quindi l'Oudinot, persuaso con gallica burbanza di prenderla a un primo assalto, muove contro di essa con appena 7000 uomini e 10 pezzi di cannone: il triumvirato cedendo bassamente alle superstizioni del volgo, ordina l'esposizione del SS. Sacramento per «implorare la salute di Roma e la vittoria del buon diritto», che Garibaldi alla testa di pochi battaglioni ottiene con splendida ed insperata prontezza (30 aprile).
I francesi sono respinti dappertutto: Roma trionfa, ma invece di proseguire nella vittoria incalzando il nemico e tentando di gettarlo in mare, come Garibaldi proponeva con magnifica audacia, s'abbandona all'ebbrezza di una cavalleresca cortesia rimandando liberi tutti i prigionieri e invitando il popolo a salutare d'applauso fraterno i vinti prodi della republica sorella. Intanto tutte le provincie sono invase, Bologna e Ferrara s'arrendono dopo breve resistenza ad un piccolo corpo di austriaci, che attraversano tutta l'Emilia, le Romagne, le Marche, fino sotto ad Ancona senza incontrare battaglia. Ancona si difende per 27 giorni con un presidio di 5000 soldati e 100 pezzi d artiglieria per capitolare anch'essa senza fortuna e senza gloria: gli spagnoli, discesi a Fiumicino, passano ad infestare l'Umbria come masnada di briganti; Ferdinando di Napoli col generale Winspeare accampa fra Velletri ed Albano con 16,000 uomini. Ma Garibaldi alla testa di appena 7000 soldati lo ributta da Palestrina, poco dopo lo sorprende a Velletri, lo sgomina, lo fuga lungo la via Appia, e lo avrebbe forse annientato se la gelosa incapacità del Rosselli generalissimo non lo impediva. Queste ultime rapide vittorie, dovute ad una prima tregua fra l'Oudinot e il triumvirato, infervorano inutilmente i pochi volontari: Garibaldi ammirabile d'intuizione guerresca e politica vorrebbe gettarsi su Napoli; gli Abruzzi parevano presso a prorompere, l'esercito nemico era demoralizzato, la Sicilia vinta non doma, re Ferdinando odiato ed inetto. Una insurrezione poteva, complicando la guerra, produrreinimmaginabili risultati, ma la rivoluzione concentrata e morente a Roma non sa nemmeno più concepirla. Mazzini fisso nell'illusione di un componimento colla Francia e diffidente dell'Oudinot, impone a Garibaldi di ripiegarsi su Roma.
L'eco della sconfitta toccata all'Oudinot il 30 aprile riscuote dalla torbida incertezza l'assemblea francese. L'insidia del governo le si schiarisce odiosamente alla coscienza, ma senza apprenderle l'energia d'impedirla. Il ministero, messo alle strette dai deputati più radicali, o ricusa rispondere, o imbroglia la risposta in una fraseologia altrettanto goffa e falsa. Invano Arago, Ledru-Rollin, Schoelcher con nobile insistenza parlano ancora a nome della democrazia francese, giacchè l'assemblea satura d'imperialismo napoleonico accorda i nuovi crediti per la spedizione romana, limitandosi a pregare il governo di richiamarla al primo scopo. E questo pure non era mai stato decentemente spiegato. Così il governo anzichè mutare proposito raddoppia di ambiguità diplomatica, manda a Roma Ferdinando di Lesseps, simpatica ed onesta figura di liberale divenuto poi celebre pel taglio degl'istmi di Suez e di Panama, con incerte intenzioni d'accordo, e scrive segretamente all'Oudinot di proseguire nella guerra.
Il Lesseps, forse non comprendendo bene il doppio giuoco della missione affidatagli, trattò cortese col triumvirato: Mazzini gli diede le più chiare ed eloquenti spiegazioni sul governo romano, ma soccombendo egli medesimo alla grandezza del proprio ufficio finì coll'accettare un compromesso che annullava ogni diritto d'Italia e ogni sovranità della republica romana. Le ignobili concessioni del papato alle potenze cattoliche si riproducevano collo stesso governo, che in nome del diritto nazionale e popolare aveva soppresso il papato; e Mazzini, ultimo e più superbo avversario del Vaticano, non ne comprendeva l'avvilente inutilità. Il compromesso diceva: «L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello stato romano. Esse considerano l'esercito francese come un esercito amico che viene a concorrere alla difesa del suo territorio.L'esercito francese prenderà d'accordo col governo romano e senza intromettersi per nulla nell'amministrazione del paese gli alloggiamenti esteriori convenienti così alla difesa del paese come alla sanità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere. La republica francese guarentisce contro qualunque invasione straniera i territori occupati dalle sue truppe. Resta convenuto che il presente compromesso dovrà essere sottoposto alla ratifica della republica francese. In qualunque caso gli effetti di esso non potranno cessare che quindici giorni dopo la notizia data ufficialmente della negata ratifica».
Peggior compromesso non era stato l'ultimo fra l'Austria e il papato per Ferrara.
Dopo le discussioni dell'assemblea francese e le risposte del ministero, il contegno dell'Oudinot, le allocuzioni di Gaeta, le invasioni spagnuole, austriache e napoletane, credere alla sincerità delle intenzioni francesi era follia, cedere con trattato all'occupazione straniera Civitavecchia era delitto di lesa nazione.
L'Oudinot dietro le proprie segrete istruzioni non volle riconoscere la convenzione, il Lesseps partì ingenuamente per Parigi a sollecitarne l'approvazione, e si vide sconfessato. Inutilmente all'assemblea voci generose si levarono ad accusare il governo di violata costituzione: più indarno il 13 giugno Ledru-Rollin con altri capitani di sinistra tentò sollevare il popolo di Parigi per rovesciare il disegno imperiale ormai troppo palese di Luigi Buonaparte, giacchè la sommossa fu presto soffocata nel sangue dal generale Changarnier, e l'immensa capitale dichiarata in stato d'assedio.
Ogni illusione per Roma, doveva quindi cessare.
Nullameno il governo francese proseguiva nelle inutili ipocrisie sostituendo il signor di Corcelles al signor di Lesseps per indurre il triumvirato ad un accordo, che cedesse Roma all'occupazione francese senza la pericolosa odiosità d'una conquista.
Le ostilità erano ricominciate, ma Roma nella tregua non aveva abbastanza pensato a munirsi; Garibaldi, ritornato vittorioso da Rocca d'Arce, in quel tristeandazzo d'ogni cosa militare e politica chiese con ingenua sicurezza la dittatura: Mazzini ne inalberò, a tutti i retori dell'assemblea e del governo parve proposizione peggio che assurda.
L'Oudinot, denunziando l'armistizio, aveva promesso di non assalire che il 4 giugno; invece massacrò proditoriamente nella notte dal 2 al 3 gli avamposti romani: Monte Mario e Villa Pamphili furono occupati. I francesi sommavano quasi a 40,000 uomini, l'esercito romano non arrivava a 20,000. Erano quasi tutti volontari con colonnelli e generali improvvisati, che parvero e furono meravigliosi di valore. Era impossibile sostenere un assedio, resistere a molti assalti; nullameno i difensori sentirono che bisognava morire. Il 3 giugno al casino dei Quattroventi, occupato dai francesi per tradimento nella notte, si combattè la più lirica delle battaglie. Oudinot aveva addensato nelle prese posizioni i più intrepidi soldati d'Africa, Garibaldi scagliò sopra di loro i più invincibili dei propri eroi, e non potè vincere: vi furono assalti disperati, cariche deliranti di coraggio; Daverio, Dandolo, Mellara, Mameli, vi perirono; Masina bolognese, alla testa della propria cavalleria, più furioso di un uragano, penetrò nel vestibolo del palazzo e stramazzò col cavallo a mezzo la gradinata marmorea, dalla quale lo fulminavano i cannoni.
La giornata era perduta, ma le armi italiane avevano riconquistata la gloria degli antichi migliori tempi.
Intanto nella città l'effervescenza guerriera non cresceva. Si parlava di barricate e se ne costruivano ma la popolazione grossa di 160,000 uomini assisteva tra furiosa e avvilita alla battaglia. Il governo, invece di galvanizzarla con eccessi, non aveva fino allora badato che a mantenerle la calma dichiarando amici i francesi, predicando l'ordine nelle piazze e il rispetto a tutti i nemici della repubblica. Si fece persino un bando per restituire alle chiese pochi confessionali trascinati nelle strade a farvi barricate: non si era voluto odio civile, e mancò l'odio allo straniero, si era statimagnanimi, e si rimase deboli. I sacerdoti Gavazzi e Dall'Ongaro, che incitavano alla difesa della republica santa, nel popolo scettico di Roma facevano poco frutto, la plebe bastonava qualche gesuita, vociava, sequestrava per le barricate qualche carrozza signorile, senza passione per la improvvisata ed inintelligibile republica, senza avversione per i francesi stranieri come tutti gli altri stranieri che Roma aveva ospitato e cui aveva soggiaciuto. Un Zambianchi, volgare e truce assassino, aveva scorrazzato per qualche provincia arrestandovi alcuni sospetti di reazione, quindi chiusili nelle catacombe di S. Calisto li uccideva sommariamente: ma questo anzichè guerra civile era costume brigantesco. Lo scoramento cominciava anche nelle truppe vedovate dei migliori ufficiali: gli antichi papalini già ricalcitravano agli ordini; i comandanti pontifici passati ai servizi della republica e persuasi dell'inutilità di ogni resistenza non si preoccupavano più che di conservare con nuovo tradimento il grado ottenuto: gli stessi volontari più eroici si irritavano della indifferenza di un popolo che applaudiva alla loro morte come ad uno spettacolo.
L'assemblea sollevata da un irresistibile soffio di poesia aveva dichiarato la resistenza ad oltranza, poi non avendone preparati i mezzi e non volendone in fondo gli eccessi, si affrettava a compiere la propria costituzione: cura che parve epica in quel momento e non era se non l'irresistibile istinto storico di quella republica destinata a non essere che un verbo.
Il giorno 12 i lavori di assedio erano già terminati: al 21 la breccia squarciava le mura; solo il Vascello, immenso caseggiato, resisteva all'aperto colla legione del maggiore Medici che vi si mantenne prodigiosamente, e potè nullameno riparare a notte entro la città. Il 30 giugno i francesi penetrarono per le breccie; ultimi eroi caddero loro contrastando Emilio Morosini e Luciano Manara.
Roma era vinta.
La guerra alle barricate per le strade, che Mazziniin un sogno d'eroismo aveva fatto preparare, si chiariva impossibile in quell'atteggiamento spassionato del popolo, molto più che i francesi, contenti di occupare le alture, accennavano a bombardare la città o a ridurla, strema come era di vettovaglie, ad arrendersi. Non restavano che tre partiti: capitolare, resistere sino all'estremo e seppellirsi sotto le rovine, uscire da Roma trasportando seco il governo. Mazzini propendeva per quest'ultimo; Garibaldi lo appoggiava citando l'esempio della republica di Rio Grande: Avezzana ministro della guerra, reduce da Ancona, ove Mazzini lo aveva gelosamente inutilizzato, ed altri capi s'incaponivano alla difesa. L'assemblea, convocata in comitato segreto, scartò il disperato disegno di Mazzini e di Garibaldi per seguire quello di Enrico Cernuschi, che proponeva la resa. Il triumvirato piuttosto che trattarla col fratricida governo francese si dimise nobilmente dicendone le ragioni al popolo in un manifesto sfolgorante di fede e di poesia. A nuovi triumviri furono eletti il Saliceti, il Calandrelli e il Mariani per patteggiare coll'Oudinot. Questi spinse la burbanza oltre l'esosità imponendo condizioni così enormi, che lo stesso generale Vaillant sdegnato esclamò non dovere i francesi concedere a Roma meno di quanto gli austriaci avevano concesso a Bologna e ad Ancona. Gli oratori del municipio ricusarono i patti preferendo il pericolo di una resa incondizionata al disastro di una capitolazione senza onore, e l'assemblea dichiarò municipio e triumvirato benemeriti della patria. Decretò ancora sussidi alle famiglie povere dei cittadini morti combattendo; poi con magnanima teatralità promulgò dal Campidoglio la propria costituzione (3 luglio) mentre i francesi irrompevano trionfanti per le strade.
La republica romana era morta, ma il ritorno del papato a Roma non sarebbe più che una processione di funerale.
Allora tutti i rivoluzionari si sbandarono: vi furono proteste, urli feroci contro gl'invasori, un ultimo sogno di rivolta, quindi l'esodo cominciato dietro Mazziniparve ricominciare miracolosamente la guerra nella ritirata degli ultimi soldati con Garibaldi.
Roma era caduta sotto il governo militare: stato d'assedio e legge marziale. Nel dì anniversario della presa della Bastiglia, Oudinot annunziava al mondo la restaurazione in Roma del potere temporale dei papi. L'assemblea francese ne tenne una seduta memorabile, nella quale republica e papato si riavventarono l'una sull'altro: il napoleonismo oramai presso a trarsi la maschera fu cinico e spavaldo; Montalembert agitò la propria eloquenza come una fiaccola morente sul papato non illuminando più che un cadavere, mentre Victor Hugo, il maggior poeta della Francia e il miglior poeta del secolo, parlò per Roma e per la republica risollevandole, coll'infallibile fede del genio, alle vittorie di un indomani immortale.
Mazzini esule empieva già il mondo di proteste, Venezia resisteva tuttavia, Giuseppe Garibaldi ritentando il prodigio di Senofonte errava ancora armato sull'Appennino.
Egli solo della vasta rivoluzione federale restava all'Italia perchè solo non s'era impicciolito in nessuna delle sue contraddizioni politiche. La sua vita, che doveva riassumere in più lungo corso quella d'Italia creandone l'unità politica, pareva allora avvolta nella leggenda; un inesplicabile entusiasmo precedeva e seguiva i suoi passi: il suo valore non più grande di quello di tanti eroi morti nell'insurrezione suscitava speranze e fedi indefinibili, mentre la sua vita d'avventure sull'oceano e oltre l'oceano lo rendeva più italiano di quanti l'avevano intrepidamente passata nei rischi delle permanenti congiure. Mazzini più eccelso illuminava ma abbacinando, e coloro che non sopportavano la sua luce chiudevano gli occhi accusandolo di fuorviarli dalla grande strada della storia italiana; Garibaldi, vivente personificazione del sistema mazziniano,ne attenuava gli eccessi e ne velava le incandescenti chiarezze pur illuminandone le ombre: era l'istinto più infallibile del genio, il buon senso più sicuro della scienza, il cuore più vasto dell'intelletto. Tutto il popolo guardava a lui, viveva in lui.
Nullameno la sua vita non aveva ancora tali grandezze storiche da giustificare questo inesplicabile accordo di tutta una nazione con un individuo. Si sapeva che egli era nato a Nizza (1807) da una famiglia di marinai verso il fondo del porto Olimpio, e che, ricevuta la più mediocre delle educazioni, cedendo alla vocazione del mare come tanti suoi compatriotti, s'era fatto marinaio. La sua prima nave si chiamavaCostanza: aveva corso il Mediterraneo, approdato nel mar Nero, poi visitato Roma. Giovane, poeta, eroe, egli non vi aveva veduto nè le tracce dei Cesari nè quelle dei papi, ma un'altra Roma lontana nell'avvenire, nuovamente regina d'Italia, ancora capitale del mondo. Mentre ferveva la grande poesia del romanticismo, ricostruendo e lamentando il passato, egli inconsciamente profetico si appuntava nell'avvenire: la sua non era visione o sogno, ma presentimento e giuramento. Annibale fanciullo aveva potuto giurare indarno la distruzione di Roma, Garibaldi giovanetto ne giurò a se medesimo la redenzione. Quindi viaggiò ancora facendo il precettore di ragazzi a Costantinopoli, tendendo febbrilmente l'orecchio ai confusi rumori della insurrezione greca, raccolto in se medesimo come aspettando la chiamata del destino. Un incontro con un ligure in una bettola a Taganrog, decise della sua vita: gli fu rivelata la Giovane Italia, scoperti segreti e propositi di rivoluzioni contro tutti gli stranieri e i tiranni d'Italia. Egli stesso con lirica ingenuità paragonò l'entusiasmo cagionatogli da tali rivelazioni a quello di Cristoforo Colombo nello scoprire le prime prode d'America. Garibaldi e Mazzini, sconosciuti l'uno all'altro, s'incontrarono nella stessa idea di libertà: oramai la fortuna d'Italia diventava sicura attraverso gli innumerevoli e ancora ignoti frangenti.
Tornato in patria, Garibaldi si getta impetuosamente nelle cospirazioni. Al primo incontro in Marsiglia con Mazzini, che già preparava l'infelice spedizione di Savoia, con occhio sicuro glie ne indica tosto il difetto capitale: era meglio cominciare da Genova più frequente di liberali, più forte di plebe, calda ancora di odio municipale al Piemonte. Era il primo dissidio fra i due eroi del pensiero e dell'azione, d'ora innanzi sempre divisi nel metodo e congiunti nello scopo, egualmente sicuri l'uno nella idea rivoluzionaria che oltrepassando la rivoluzione italiana la violava e talvolta l'impediva, l'altro nell'istinto di guerra e di rivolta che non gli farebbe perdere una sola occasione di battaglia, e gli assicurerebbe la vittoria anche quando la sconfitta fosse momentaneamente inevitabile. L'impresa della Savoia fallì. Garibaldi, inteso ad aiutarla da Genova con una formidabile insurrezione per prendere l'odiata monarchia di Carlo Alberto fra due fuochi, potè a stento salvarsi in Francia perseguitato da una condanna a morte, perchè a meglio secondare l'insurrezione si era messo volontario subalterno nella marina regia, e ne aveva subornato parecchi soldati.
Tale terribile disastro era allora così comune che pochi vi badarono, primi fra essi i medesimi cospiratori.
Ma Garibaldi non poteva logorare la propria vita nelle congiure; dimenticò la condanna a morte, valicò l'oceano e andò ad arruolarsi volontario sotto le insegne della repubblica di Rio Grande, allora in guerra col Brasile. Colà crebbe avventuriero, corsaro, ammiraglio, generale in una vita di battaglie, di assedi, di naufragi, d'incendi, senza paghe, quasi senz'armi, improvvisando navi e legioni, ricostruendo sempre all'indomani le opere distrutte da un nemico troppo forte, fidando sempre nella vittoria e strappandola con prodigi di genio e di valore. Il giovane avventuriero non somigliava a nessuno dei tanti che ingombrano ancora l'America, o cresciuti nel suo vergine suolo dalla mistura delle razze di tutto il mondo, o gettati dalletempeste d'Europa sulle sue spiaggie lontane ad accelerarvi la storia coi ricordi e colle passioni del vecchio mondo.
Un'indomabile convinzione repubblicana lo sottometteva ai servigi delle republiche di Rio Grande e di Montevideo contro l'esosa tirannide di Rosas: una poesia inesauribile gli dava la fede degli antichi neofiti cristiani purificandogli l'anima negli spettacoli di una natura, sulla quale il quadro della storia non aveva ancora potuto imprimersi. Ma lontano, fra gli splendori e i pericoli di una gloria, che valicando presto l'oceano echeggiava in tutto il mondo, egli non pensava che all'Italia e ne difendeva l'idea nelle republiche americane e nelle loro ancor giovani tumultuanti democrazie. Questo guerriero di ventura non aveva alcuno dei caratteri comuni ai venturieri: irresistibilmente impetuoso ed assurdamente intrepido, detestava le passioni sanguinarie della guerra e tutte quelle efferate virtù dell'odio, che ne accompagnano le vicende e ne assicurano le vittorie: nessuna avidità di guadagno o di nomea deturpava il suo volontariato soldatesco; adorava la libertà, e combatteva contro i tiranni per distruggerli senza odiarli personalmente: non credeva che alla democrazia, ed era pronto a subire la volontà delle maggioranze anche se inclinata a servitù. I suoi compagni, esuli d'Italia o raminghi di tutto il mondo, lo seguivano ovunque, come cavalieri di un ciclo fatato o fanatici di una nuova religione: la varietà delle loro passioni generose o criminali s'unificava nel suo sentimento addensandosi paziente sotto il suo comando. Alcuni eroi sconosciuti come Rossetti ed Anzani, raddoppiavano con incomparabili virtù di guerra o di politica la sua opera; tutti gli altri gli morivano intorno, quasi nella soffocante fretta di un dramma, affidando al miracolo della sua incolumità il ricordo della loro gloria, e alla virtù della sua vita la redenzione del loro nome.
Un indescrivibile tumulto di eventi sembra agitare per quattordici anni Garibaldi nell'America quasi aprepararlo per la grande imminente impresa d'Italia. Libero, prigioniero, torturato, sempre povero, sempre improvvido di sè e votato corpo ed anima alle proprie gesta, subalterno malgrado le continue vittorie, apprende tutte le indefinibili virtù che gli saranno poi necessarie all'improvvisazione d'Italia. Politica e guerra lo gettano nei più difficili frangenti, abituandolo a tutti i rovesci, armandolo contro tutte le illusioni, temprandolo a tutti i disinganni, arricchendolo di una energia inesauribile e di una fede democratica, che nemmeno la sconoscenza parricida della patria potrà poi scrollare. I compagni, che gli si rinnovano incessantemente d'intorno, gli dànno l'ascendente fatale di un predestinato; la mobilità della sua condizione gli aggiunge la perfezione cosmopolita dell'uomo moderno.
Sulle sponde del grande Plata ogniestanciadiventa per lui un arsenale, ove fabbrica barconi e garopere; da corsaro cresciuto tosto ad ammiraglio trionfa nella laguna di Santa Caterina e vi si innamora di Anita, che diventa poi la sua meravigliosa eroina, come l'Olandese del Vascello Fantasma s'innamora di Senta; con un espediente di storia antica carica due barconi sopra un traino e con duecento buoi li trascina per cinquantaquattro miglia dal lago Dos Patos al lago Taramandahy; frequenti e terribili naufragi lo forzano a minuti ed obliati eroismi; costretto da un ordine del generale Canabarro a saccheggiare il paese di Imiriu, la sua anima di cavaliere si rivolta così che volendo frenare gli eccessi delle proprie truppe ne rimarrebbe quasi vittima, se un irresistibile prestigio non lo proteggesse. Ma il nemico gli distrugge irrimediabilmente la piccola flottiglia, ed eccolo ancora capitano di terra a cavallo, con Anita al fianco, la spada in pugno, un neonato sulla sella.
Quindi le battaglie si avvincendano ancora; si traversano foreste per le quali bisogna aprirsi il varco colla scure, si compiono ritirate, si osano scorrerie che rinnovano tutti i prodigi delle antiche guerre barbariche. Poi la fortuna di Rio Grande declina, e Garibaldipassa alla difesa di Montevideo. Quindi mercante di buoi, sensale, maestro di matematica in un istituto privato, daccapo corsaro, ammiraglio, lotta coll'inglese Brown comandante la squadra di Buenos-Ayres e lo costringe all'ammirazione. Sciaguratamente la guerra civile fra i generali Ribera ed Ourives, aspiranti alla presidenza, complica nella piccola republica la guerra contro Rosas tiranno di Buenos-Ayres; come in Italia la lotta imperversa fra unitari e federali, ma in America come in Italia Garibaldi è unitario. Quindi perdute in mirabili combattimenti sui fiumi le ultime flottiglie improvvisate, comincia l'assedio di Montevideo che durerà quanto quello di Troia. Ourives al soldo di Rosas si avanza vittorioso, l'aristocrazia e la borghesia della grossa città allibiscono, solo il popolo insorge: si organizza la difesa, si rinnovano le flottiglie, si formano legioni straniere. Garibaldi ne stringe intorno a sè una d'Italiani, e malgrado difficoltà di ogni maniera doma caratteri, rianima gli spiriti, improvvisa nei propri soldati perfino il coraggio, li muta in falange d'eroi. Gli americani, che Garibaldi ammira come i primi soldati del mondo, lo ricambiano di pari ammirazione: i matreri, cavalieri banditi delle foreste, accorrono alle sue insegne; le sue vittorie spesseggiano, mentre a Montevideo l'insurrezione di partiti cittadini ne compromette il frutto. Un intervento diplomatico anglo-francese per la pace vi fallisce; il Salto, conquistato e mantenuto da Garibaldi con miracoli di valore, è nuovamente perduto dacchè egli è stato richiamato a Montevideo; oramai della republica non resta che la capitale stretta d'assedio, e Garibaldi colla legione italiana, che ne difende ancora le opere avanzate.
Ma sui primi del 1848 le notizie delle rivoluzioni italiane giungono sul Plata.
Con una sessantina di compagni Garibaldi, immemore dell'America, veleggia tosto per Genova: la sua preparazione è compita, l'opera sta per cominciare. Ma appena sbarcato in Italia gli equivoci della rivoluzionefederale lo arrestano; Mazzini fremente della tregua da lui medesimo concessa all'impresa regia, così infelicemente condotta da Carlo Alberto, non vorrebbe che Garibaldi portasse al re l'aiuto dell'opera propria. Carlo Alberto, incapace di comprendere la magnanimità del grande condottiero, che aveva dimenticato persino la propria condanna a morte, diffida dell'antico ribelle, lo stanca nell'inazione, lo paralizza nella guerra. Il governo provvisorio di Milano, peggiore del re, gli lesina gli aiuti, gli raddoppia le difficoltà; finchè i disastri della guerra precipitano, e Carlo Alberto sconfitto si ripiega su Milano, della quale Garibaldi deve difendere a Bergamo gli approcci con un pugno di soldati. Poi Carlo Alberto fugge tradendo la città, l'impresa regia si sfascia, gli austriaci incalzano vittoriosi il re già sicuro oltre il Ticino. Milano s'arrende, il popolo disarmato e titubante ammutisce, i governi provvisori s'umiliano e sfumano, ma Garibaldi cacciatosi fra i monti resiste ancora agli austriaci, li batte alla Beccaccia di Luino, li ferma a Morazzone e ripara nella Svizzera.
L'Italia non si è ancora accorta del grande condottiero, che uno dei generali austriaci ha saputo indovinare.
Finalmente la rivoluzione di Roma rivela in Garibaldi il primo soldato d'Italia. Se la gelosia di Mazzini lo inceppa e la rivalità di Rosselli gli annulla la fortunata vittoria sul re di Napoli, che sarebbe rimasto prigioniero: se la republica romana deve fatalmente perire, perchè ammalata di tutti gli errori del federalismo contrasta col proprio fatto alla stessa unità d'Italia, che vorrebbe e dovrebbe proclamare e non può; quando la republica soccombe e Roma s'arrende, Garibaldi, solo nella fede dell'unità d'Italia che nessuno in quell'ora conserva (2 luglio), raduna le proprie truppe per uscire da porta S. Giovanni a nuova guerra. Il suo disegno è semplice: gettarsi all'Appennino, sollevarne le forti popolazioni, vincere le prime battaglie, onde tutte le città rinnovellino le proprierivoluzioni, e circondando tutti i nemici sopraffarli, annientarli sotto l'impeto irresistibile della nazione. L'anabasi incomincia: tre eserciti lo cingono, lo perseguono. Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude: guadagna i monti, vi si perde sempre inseguito e sempre in salvo, moltiplicando stratagemmi ed eroismi, lasciando ad ogni tappa un ricordo ed una speranza. Il popolo non si muove: le campagne aizzate dal clero sono ostili, i villaggi diffidenti, le città chiudono le porte. Le diserzioni assottigliano la piccola truppa alla quale i villani del vescovo di Chiusi osano fare prigionieri: la miseria spinge i resti di quella falange a vessazioni, che sono rappresaglie e le provocano. Ma l'Italia, esaurita dallo sforzo infelice della rivoluzione federale, si è già ricoricata nell'antica servitù per ristorare le proprie forze. Garibaldi, giunto di monte in monte sino alla piccola repubblica di San Marino, vi discioglie il resto dell'esercito, non conservandone che un ultimo drappello per drizzarsi con esso su Venezia assediata. Senonchè, imbarcatosi su tredici bragozzi a Cesenatico, è sorpreso da un brigantino austriaco: egli solo scampa colla moglie incinta e un capitano. L'epopea si muta in romanzo; la ritirata è finita, il pellegrinaggio incomincia. Riparato nella pineta di Ravenna, Garibaldi vi perde Anita, che non può nemmeno seppellire e della quale i cani vaganti rosicchiarono a notte alta le ossa; ma protetto da oscuri popolani, dopo lunghi rigiri e continui pericoli è salvato a Modigliana da don Giovanni Verità, semplice ed eroica figura di prete, che riconcilia così la coscienza religiosa colla coscienza rivoluzionaria nella coscienza del popolo. Quindi traversa la Toscana incontrando ad ogni passo un salvatore, sfuggendo alla ricerca delle polizie, insino al deserto delle maremme, al golfo di Sterbino, donde salpa per la Liguria. Quivi il generale Lamarmora, commissario regio a Genova della quale ha domato l'insurrezione, lo incarcera; l'opposizione parlamentare ne tempesta, il ministro Pinelli dichiara che Garibaldi suddito piemontese avendo preso serviziosenza autorizzazione sotto la repubblica romana ha perduti tutti i diritti di cittadinanza e non può più invocare il favore delle franchigie costituzionali; D'Azeglio presidente del ministero non se ne vergogna, la Camera vota contro il ministero e Camillo Cavour contro Garibaldi.
Così nel regno piemontese, il solo tuttavia che avesse tentato un'impresa italiana e conservato lo statuto, era poco vivo il senso dell'italianità.
Poi fu imposto a Garibaldi di scegliersi un luogo d'esilio: Garibaldi elesse Tunisi.
Mentre il più grande degl'italiani riprendeva la via dell'esilio, Venezia capitolava.
L'infelice città tradita da Carlo Alberto si era indarno, con uno slancio d'entusiasmo, riconfermata republica per morire nell'orgoglio della propria autonomia.
Il suo governo, vittima fino dalla prim'ora dell'illusione di una lega italica presieduta dal pontefice, attendeva da Roma l'idea e da Torino le forze della rivoluzione, proclamandosi anticipatamente soggetta a quanto di Venezia avrebbe deciso l'impossibile Costituente italiana, ma intanto ricostituendosi nelle vecchie forme e nella separazione tradizionale. Poi alla fuga di Pio IX da Roma l'ambasciatore veneto disapprovava la rivoluzione romana sconsigliando poco dopo dal votare la republica. Manin come tutti gli altri governi italiani seguitava a trattare con Gaeta e con Roma chiedendo ancora dopo il patito tradimento aiuti ed accordi con Torino, stancando l'Italia di appelli patriottici, protestando e mendicando a tutte le cancellerie d'Europa.
La sua eloquenteMemoriaa lord Palmerston (21 agosto) in difesa di Venezia era tuttavia uno degli atti più onorevoli della diplomazia italiana.
Ma per Venezia il problema politico non aveva più altra soluzione che la difesa della città. Una supremaillusione di soccorso dalla Francia, mentre questa pareva mal disposta a sopportare l'assoluta preponderanza austriaca in Italia dopo l'armistizio di Salasco, durava tuttavia: Mengaldo e Tommaseo, legati veneti a Parigi, instavano eloquentemente e pareva, non senza frutto. Già si parlava di 3000 soldati francesi che dovevano imbarcarsi per Venezia, quando l'astuta diplomazia tedesca, fingendo d'accettare la mediazione franco-inglese per l'assetto d'Italia, otteneva si sospendesse ogni spedizione. Poi la mediazione fallì, le promesse d'una costituzione del Veneto in principato indipendente e federato con arciduca austriaco, dileguarono; il disastro di Novara e la proclamazione della republica romana precipitarono da ultimo gli eventi.
Venezia doveva rimanere sola a morire.
Intanto il suo governo dittatoriale col colonnello Cavedalis, l'ammiraglio Graziani e Manin, che li assorbiva ambedue in una suprema funzione di doge, si era abilmente affrettato ad apprestare i mezzi finanziari nelle crescenti necessità della politica e della guerra. Ma l'erario era di una povertà ridicola, poichè le rendite ordinarie non sommavano a più di 200,000 lire mensili; si aperse un prestito nazionale di 10 milioni, si diede corso legale a cinque milioni della banca veneta, si aumentarono le imposte sui tabacchi e sulla birra. I soccorsi chiesti all'Italia mancarono: la Toscana non mandò che 72,000 lire, qualche altra città 50,000, Roma votò 100,000 scudi, il Piemonte un dono mensile di 600,000 lire, e non le diede. Mentre tutta l'Italia suonava di arringhe e di canzoni per Venezia, le borse non s'aprivano; governi e popoli non si muovevano.
In Venezia, abbondante di generosi volontari, s'abbaruffavano in un'ultima demenza tutti i partiti politici. I poeti Revere e Dall'Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, tempestavano perchè il governo si dichiarasse lombardo-veneto; Cesare Correnti, già mazziniano, quindi avversario di Mazzini nel governo provvisorio di Milano, poi ancora mazzinianonella catastrofe di questo, predicava ora pel Piemonte; si accusava Manin di non secondare la Costituente italiana, di aver sbagliati gli accordi diplomatici colle grandi potenze straniere, e di non affratellarsi colle ultime rivoluzioni di Toscana e di Roma, di tirannide interna e di nessuna coscienza rivoluzionaria. E infatti quella di Venezia non era che una insurrezione contro l'Austria: nessuna idea era ancora uscita e doveva uscire da quella, che chiamavasi allora rivoluzione veneta. Ma la popolarità di Manin resisteva a tutti gli attacchi, dei quali alcuni generosi e savi, la maggior parte indegni o dementi, provocandogli ovazioni dal popolo che gli permettevano di prendere contro sobillatori e demagoghi violente misure di polizia.
Intanto l'assemblea, aperta il 13 febbraio, lo nominava con 108 voti sopra 110 capo del potere esecutivo presidente, con ogni potere per la difesa interna ed esterna dello stato e con facoltà di prorogare l'assemblea pur di riconvocarla dopo 15 giorni.
Alla ripresa della guerra fra Austria e Piemonte le speranze avevano rifiorito: Pepe proponeva che l'esercito sardo diviso in due corpi proteggesse Alessandria e Padova per congiungersi nel Veneto, egli assalirebbe nemici alle spalle, ma l'ultima guerra piemontese iniziata e conchiusa quasi nel medesimo giorno col disastro di Novara, dissipò sogni e speranza. Venezia non era stata richiesta di concorso da Carlo Alberto nè tampoco avvisata della ripresa delle ostilità: Haynau, grondante del sangue di Brescia, si affrettò ad intimarle la resa. Venezia non aveva che 17,000 soldati, per la maggior parte volontari, 4000 tra marinai, cannonieri e fanti di mare con 11 navi da guerra e altra flottiglia più numerosa che importante, sopra una linea difensiva di settanta miglia divisa in tre circondari: il primo dalla città per Fusina, Marghera, Treporti con 17 forti sino a Sant'Erasmo, il secondo pel lido dalla punta di San Nicola ai murazzi di Palestrina con 13 forti, il terzo da Chioggia e Brondolo sino alla foce del Brenta con 6 forti.
Ma quantunque l'Austria vittoriosa a Novara e a Vienna si stringesse tutta su Venezia, alla spavalda intimazione dell'Haynau questa rispondeva votando (2 aprile 1840) unanime la resistenza ad oltranza, e coniava a memoria della forte deliberazione una medaglia in bronzo scrivendogli nell'esergo: — Ogni viltà convien che qui sia morta. —
Già fin dal 22 ottobre 1848 quattrocento cacciatori del Sile in una sortita avevano occupato Cavallino fugando gli austriaci ed impadronendosi di qualche comune: poco dopo il 26 ottobre Pepe aveva assalito e preso Mestre, ma ora la guerra era senza scampo. Invano i volontari, soldati improvvisati, sembrano moltiplicarsi con una attività ed un valore che sgomentano i più agguerriti reggimenti tedeschi: invano Marghera con 500 soldati di presidio ributta un assalto generale con tanta virtù da consigliare a Radetzky di riproporre patti di resa. Manin ricusa ogni negoziato che non riconosca a Venezia un'esistenza politica in accordo colla sua nazionalità e i suoi costumi. La costanza di Venezia provoca l'ostinazione degli assedianti, che costruiscono una seconda parallela: gli assediati per impedirla ricorrono indarno ad una inondazione artificiale. Un assalto più furioso obbliga al silenzio i forti Rizzardi e dei Cinque Archi; 151 bocche d'artiglieria fulminano la città. Marghera resiste ancora, finchè Manin stesso non ne ordina lo sgombro. La tragedia precipita. Una specie di dittatura militare composta di Ulloa, Sirtori e Baldisserotto si aggiunge alla dittatura politica di Manin, accrescendo gli attriti ma non impedendo nullameno l'accordo nella difesa. Questa costretta ora entro la linea delle lagune, esigerebbe la distruzione di tutto il famoso ponte, senonchè la vanità artistica e l'interesse commerciale lo salvano per la massima parte, affrettando la perdita della città, poichè gli austriaci vi si afforzano alla testa e il cannoneggiamento prosegue benchè senza grandi risultati d'ambo le parti per un mese. La flotta e la flottiglia poco giovano, meglio aiutano i pozzi artesiani supplendo aldifetto dell'acqua; il blocco si restringe; un supremo tentativo di composizione con De Bruck, notissimo a Venezia come direttore della grande società triestina del Lloyd, abortisce. Con eroica pertinacia Venezia ricusa l'ultima offerta costituzione, perchè le cariche amministrative non vi erano tutte riserbate agl'italiani e i diritti fondamentali vi potevano essere aboliti in tempi di sommossa o di guerra, e la maggior parte della legislazione veniva riserbata al parlamento viennese, e a Venezia non si accordavano nè esercito nè flotta italiana. Ma se il rifiuto era magnanimo, le trattative erano assurde: Venezia non poteva a nessun patto fidarsi dell'Austria che avrebbe necessariamente mentito alla propria parola; peggio ancora una costituzione semi-autonoma avrebbe allentato tutti i rapporti coll'Italia per ristringere quelli coll'impero tedesco.
Ma ormai il tempo dei patti è passato: Radetzky intima la resa a discrezione. Le palle cadendo sulla città dalla distanza, allora non anco superata, di cinque chilometri, seminano la morte nell'inerme popolazione; si disertano le case di molti quartieri serenando nelle piazze e nei giardini; la fame urge, il mare è chiuso, scoppia il colera. Tutto crolla intorno a Venezia l'Italia soffocata dalla reazione interna ed esterna non manda più che qualche gemito, la repubblica francese agonizza sotto il tallone del secondo Bonaparte, la rivoluzione ungherese, dalla quale s'attendevano aiuti d'armi, è spirata nelle strette dinastiche di Vienna malgrado tutti gli sforzi di Kossuth. Il colera ha colpito diggià in un solo mese oltre 6000 persone, 3000 ne sono morte: i volontari sono molte volte decimati, manca il cibo, difettano le munizioni. Venezia ha superato Roma nella propria difesa, giacchè ha costato all'Austria 20,000 soldati, cioè più che le due campagne contro il Piemonte. Vinta e morente può quindi ripetere con giusto orgoglio il motto non vero di Francesco I: «Tutto è perduto tranne l'onore».
Ma alle prime parole di resa la plebe inferocita tumultua, si urla al tradimento: Manin minacciato ribaldamentedeve dissipare colla spada alla mano i tumultanti, e Venezia si arrende. I patti erano: sottomissione della città, sfratto dei soldati stranieri, degli ufficiali già a servizio dell'Austria e dei cittadini a questa sospetti. La carta-moneta veniva ridotta a metà dei valore, nessuna multa di guerra. Il 22 agosto 1849 si firmò la capitolazione: l'indomani Manin, povero e glorioso, riparava con altri proscritti su navi francesi ed inglesi salpando per l'esilio; il 28 l'aquila bicipite si posava nuovamente minacciosa sui pili di San Marco; il 30 Radetzky entrava trionfalmente nella morta città, che dopo tanti strazi sentiva ancora il proprio patriarca invocare la benedizione del cielo sull'implacabile vincitore.
Rivoluzione e guerra erano finite: il federalismo italiano, vecchio di troppi secoli, vi aveva esaurito l'ultima vitalità.
Ma poichè dopo la rivoluzione francese del 1789 ogni altra rivoluzione europea doveva tendere alla costituzione dell'individualità nazionale, l'Italia liquidando così tutto il proprio passato federale non poteva essere più che nell'unità politica. A conquistarla però le abbisognavano una forte coscienza democratica per trionfare delle estreme ricostituzioni regie e papali e un forte nucleo politico per comporre un primo esercito contro lo straniero.
L'abolizione del papato e lo statuto piemontese, ecco quanto rimaneva come idea e come fatto della rivoluzione. D'ora innanzi sarebbe impossibile riparlare di egemonia papale e di lega di principi: tutti gli stati italiani ripiombati nella reazione si verrebbero fatalmente separando dalla vita nazionale; il romanismo inconciliabile colla libertà non sarebbe più che una forma cadaverica del cattolicismo. Le provincie romane, napoletane e siciliane avevano addimostrato ilminimumdi capacità rivoluzionaria e militare: Piemonte e Lombardo-Veneto il massimo. Il centro della futura rivoluzione sarebbe dunque al nord, come sempre nel bacino del Po; la sua formula dovrebbe quindiessere monarchico-democratica, la sua forma una conquista regia; ma poichè l'Italia non saprebbe almeno per lunghissimo tempo scrollare simultaneamente tutti i propri principi e l'Austria, imprevedibili coincidenze politiche europee dovrebbero aiutare quel re italiano abbastanza forte e moderno per disciplinare nella propria monarchia l'elemento democratico ed erigersi campione dell'indipendenza nazionale.
Per ora la gazzarra poliziesca delle ristorazioni mescendosi al trambusto avvilente delle recriminazioni, colle quali tutti i partiti vinti ed egualmente colpevoli si dilaniano, disonora per l'ultima volta l'Italia; ma Daniele Manin, esule a Parigi nell'immacolata povertà d'una vita troppo esercitata dalla fortuna, troverà fra poco la formula trionfatrice, e presso a morire la getterà da lungi all'Italia come una di quelle infallibili rivelazioni che la morte riserba talora ai più santi: — Italia e Vittorio Emanuele. —
Fra dieci anni Giuseppe Garibaldi, ora proscritto dal Piemonte, scriverà — Italia e Vittorio Emanuele — sulla propria bandiera, per trionfare dell'Austria, del Borbone, del papa e di Vittorio Emanuele stesso, costituendogli un regno d'Italia nell'unità, sempre indarno voluta da Mazzini, e nella libertà costituzionale, compatibile coll'ancora scarsa civiltà della nazione.