Capitolo Undecimo.L'opposizione ideale

Capitolo Undecimo.L'opposizione idealeDecadenza letteraria.In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si opponevano.Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia, più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove conquiste economiche.Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini, Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelleConfessioni di un metafisico, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro, aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti, Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere giustamente l'opera loro.Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente contro di essi.Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato, inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per suscitare veri entusiasmi.La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiustodell'epopea, dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una vera letteratura.Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza sempre giovanile con una senilità oramai esausta.Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza vanita nella volgarità del trionfo.Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente.mentre la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro significato.Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di politica in ideale.Giosuè Carducci.Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da sorpassare lo stesso romanticismo:ma poichè in essa si era annidata la scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di natura e per superbia di tradizione.Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione, la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio moderno al papato.Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della scuola neo-guelfa gli parevauna tarda ipocrisia politica per giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana, mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana. L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo traevano pei campi delle letterature europee.Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti voli lirici,e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando i temi più svariati con sicura originalità.E poichè la rivoluzione italiana, della quale resterà il massimo poeta, era una conseguenza della rivoluzione francese, questa diventò per il suo pensiero adulto una stazione come l'Ellade e Roma. Tutte le libertà spesso disgiunte, talora contradditorie, mai identiche, che aveva appreso nel vecchio mondo greco e italiano si armonizzavano allora nel suo pensiero; la sua coscienza vi trovò la propria unità, le sue passioni di poeta e di uomo si esaltarono in quell'immenso dramma, al quale l'impero napoleonico non aveva aggiunto che un atto, e nel quale tutta l'Europa era entrata gettandovi, attori inconsapevoli, popoli e re fra un uragano di battaglie meno terribili ancora delle stragi cittadine. Il suo classicismo ne andò quindi rotto. Gli istinti rivoluzionari della sua arte, inconsapevolmente prigioniera nelle forme del passato, aiutandosi delle nuove convinzioni montagnarde, gli fransero la cerchia della nazionale tradizione letteraria per suggerirgli altri motivi e ritmi poetici. Ghibellino con Dante, egli divenne giacobino con Victor Hugo e con Michelet; Barbier gli insegnò a condensare l'ira patriottica nei giambi; Heine, un francese d'elezione, gli apprese ad avvelenare l'invettiva; la sua prosa ancora agghindata si snodò come quella di Manzoni e di Mazzini al contatto della francese, la storia della grande rivoluzione dell'89 gli fornì argomenti a chiarire quella che si compiva in Italia; l'opposizione al secondo impero gli prestò forme e concetti ad oppugnare la monarchia di Savoia.Il suo forte ingegno fece il resto.Così, mentre l'Italia ascoltava distratta le fantasie di Prati e le elegie di Aleardi, egli, ancora sconosciuto malgrado una classica ode, nella quale aveva acclamato a Vittorio Emanuele come tribuno armato del popolo, le gittò iDecennalie iLevia Gravia, primi saggi di una poesia politica, cui la severità del classicismo giovava quanto la modernità del pensiero.L'opposizione ideale al processo di unificazione monarchica era finalmente sorta. La coscienza italiana, incerta fra le critiche sistematiche di Mazzini, le invettive intermittenti di Garibaldi, le accuse contradditorie della sinistra e le subdole difese della destra, trovava in un poeta la sincerità del proprio ideale superiore a tutte le antitesi partigiane.Ma questo poeta era troppo classico per poter diventare mai popolare, e non abbastanza originale per essere il poeta del popolo. Se la sua opposizione era sincera, i modi della sua arte erano ancora troppo antichi, e i suoi modelli di guerra quasi tutti stranieri. Dante, assalendo i propri nemici politici nell'Inferno, aveva fuso insuperabilmente linguaggio e pensiero popolare, non rifuggendo da alcuna immagine, accettando tutte le parole, non rattenendo mai l'impeto della collera per cesellare una terzina. Victor Hugo neiChâtimentsinvestendo il secondo impero era stato brutale e sublime come Dante e come la Bibbia: la sua ira aveva superato l'enormità di quella del mare trovando tutte le voci, tutti i ritmi, tutte le forme, tutte le forze; nessun confronto gli era parso troppo alto o troppo basso per umiliare imperatore e impero; nessun particolare per quanto ignobile, nessun motto per quanto osceno, nessuna rivelazione per quanto ribalda, avevano arrestato la foga o irritato il gusto della sua poesia. E iChâtimentserano e saranno la più grande poesia politica di tutte le letterature. Ma Victor Hugo odiava per amore di due grandi republiche, quella dell'89 e del '48, aveva intorno il popolo più democratico del mondo, e rovesciava un impero che era l'ultimo inevitabile e miserabile esperimento di un sistemaconsunto; il poeta italiano non poteva odiare la monarchia di Savoia come quegli Napoleone III. Tutta Italia aveva accettato dinastia e governo piemontese per organizzarsi meno dispendiosamente e più facilmente in nazione: le insufficienze e le brutture di tale forma politica erano adunque per lo meno pari, se non maggiori, nel popolo che nel governo. Il contegno del re verso Mazzini e Garibaldi, malgrado molti atti villani, era ancora meno ingrato di quello della nazione. Quindi il poeta che non poteva colpire la dinastia nella monarchia trovando sempre in questa la nazione, che avrebbe indarno mentito coll'accusare di decadenza la rivoluzione, che non si sentiva intorno le proprie collere a certe umiliazioni nazionali, che malgrado una troppo lunga serie di errori politici vedeva sempre paese e governo avvantaggiarsi verso l'unità, era costretto a ruminare nella solitudine il proprio sdegno per immortalarlo nella più squisita forma classica, e sbatterlo a un dato momento sul viso alla patria come un guanto. La sua alterezza signorile di cittadino, la sua preziosa severità di artista republicano, l'isolamento della sua vita di professore ancora incompreso concordavano a crescergli l'energia poetica; il contatto stesso colle Romagne, ove da Bologna si mescolava spesso coi più ardenti rivoluzionari, doveva forse giovargli più che tutto il resto.Ma se la natura troppo composita gli toglieva di essere popolare come Victor Hugo in Francia e Heine in Germania, le sue mirabili attitudini artistiche, perfezionandosi nello sforzo continuo di tradurre nel verso i fatti politici del momento, dovevano fare di lui il miglior poeta lirico e il più efficace poeta civile di questo secolo in Italia. La borghesia, più attiva del popolo nella rivoluzione, e perciò più capace di intenderne le antinomie, dimenticò finalmente nei suoi canti il proprio soverchio culto pel Manzoni. Allora non v'ebbe più avvenimento lieto o giocondo per la patria, al quale Carducci non prestasse la propria voce. La sua lirica si atteggiò in tutte le forme, rinnovò tuttii ritmi, ebbe lamentazioni superbe di dolore, singulti di satira, ruggiti d'imprecazione, grandinò sui fiacchi e sugli ipocriti che indietreggiavano davanti a Roma, vi percosse d'anatema il pontefice, tuonò sui palazzi del re, gettò urli d'entusiasmo per Garibaldi; poi, divagando apparentemente in Francia, ne rappresentò i fasti rivoluzionari e le infamie borboniche a rimprovero per l'Italia; parve discendere nel medio evo ad evocarvi le grandezze republicane dei comuni; s'allontanò a Roma e in Grecia; e sempre fervida di entusiasmo patriottico e di passione democratica fu appello ed ammaestramento, monito e preghiera, per la libertà della patria e per la sua gloria.La donna, questo eterno tema della poesia, non vi ottenne che pochi canti e non i migliori.Una febbre di grandezza animava il poeta. Si sarebbe detto che tutta la sua collera e il suo rimpianto derivassero dal non essersi egli pure battuto per l'Italia, dal non avere cospirato con Mazzini, dal non avere marciato con Garibaldi: ed anche in questo amaro sentimento egli era il poeta della borghesia, che sentiva di non aver fatto abbastanza per la rivoluzione. Quindi la sua onestà di uomo povero e di gran signore soffriva alla gazzarra dei primi affari, di cui il governo si serviva come di una corruzione: la sua generosità popolana si mutava in rabbia ad ogni ingiustizia usata verso Garibaldi o Mazzini.Nullameno il suo temperamento artistico dominava sempre la tempesta del suo pensiero politico, permettendogli d'immergersi in studi filologici e critici sino a mutarlo in uno fra i massimi professori d'Europa, e a fargli rinnovare la prosodia italiana colla latina in una assimilazione sempre più organica di idee nuove con forme antiche, e di forme estere con modi nazionali.Ma la sua opera poetica non potè avere in Europa un potente significato di originalità.Mancava ad essa la schiettezza moderna dell'ispirazione colla caratteristica di una vera passione nazionale.Il poeta soffriva ma non odiava; non comprendeva il popolo e restava al popolo incompreso; peggio ancora il popolo odiava meno di lui. La borghesia poteva intenderlo, ma non seguirlo, dacchè la monarchia era la forma da essa imposta alla rivoluzione. Mentre Hugo e Heine, guidati dall'istinto infallibile dell'odio, trapassavano ad ogni colpo il proprio avversario, egli, costretto ad una critica ideale, riusciva spesso meno terribile di Mazzini malgrado il vantaggio della forma poetica, e meno franco di Garibaldi che poteva dare ad una ingiuria plebea il valore di una rivelazione.Come la rivoluzione italiana, egli fu dunque troppo composito e non abbastanza democratico per essere originale; le passioni gli bruciarono più la testa che il cuore; la dottrina perfezionandogli l'ingegno glielo restrinse; fu classico, aristocratico e borghese, mai veramente nè popolano nè popolare. Laonde, classico, mantenne nell'arte la tradizione regia, che la monarchia di Savoia sovrapponeva alla rivoluzione; aristocratico, ebbe le superstiti delicatezze della propria classe con tutte le sue impotenze; borghese, fu al tempo stesso mazziniano e garibaldino contrastando alla monarchia ed accettandola come Mazzini e Garibaldi.La sua ultima poesia politicaÇa ira, mirabile epopea di pochi sonetti, invece di essere garibaldina fu francese.Nell'immenso campo poetico del risorgimento nazionale egli non colse che pochi fiori e non ripercosse che alcune voci. Garibaldi ebbe da lui qualche ode; Mazzini una iscrizione, un sonetto, e da morto. La sua poesia politica, incomparabile nella nostra letteratura, non bastò al confronto di quella francese: malgrado la magnanimità dei propositi e l'elevatezza dei sentimenti, non osò tutti i confronti fra rivoluzione e monarchia, mancò di amore e di odio, ebbe più riflessione che istinto per finire in una critica, che compostezzae ricercatezza di forma rendevano spesso poco accessibile.La rivoluzione italiana, trovando in Carducci il poeta del proprio periodo di unificazione, non potè quindi tradursi intera nella sua opera, come intera non aveva potuto svolgersi nella forma monarchica: letteratura e politica la dimezzarono. Le sue imprese più miracolose, le sue più tragiche catastrofi, le sue più cupe umiliazioni, fraintese o poco intese, non trassero dalla coscienza nazionale la passione necessaria a rinnovare la vita e l'arte italiana.Mazzini e Garibaldi come eroi universali, trascendenti la stessa rivoluzione, vi rimasero incompresi.L'Italia aspetta ancora il poeta, che come Hugo ed Heine le riveli l'epopea rivoluzionaria e la decadenza del papato nell'effimero e contradditorio trionfo della monarchia di Savoia. Le avventure americane di Garibaldi, la sua difesa di Roma, la ritirata sino alla pineta di Ravenna, l'impresa dei Mille, la tragedia d'Aspromonte, l'ecatombe di Mentana, la vittoria di Digione, la solitudine di Caprera, saranno un giorno le massime glorie della lirica nazionale: le cospirazioni, l'esilio, l'apostolato fra congiure e patiboli, la fede superiore a tutte le smentite, la generosità più tenace di tutte le ingratitudini, la democrazia italiana e mondiale di Mazzini, inspireranno una drammatica più profonda e nobile di quella di Shakespeare; le rappresaglie ignobili ed assassine del papato alla sua ultima ora, le senili ribalderie di tutte le corti italiane, la fortuna troppo spesso fraudolenta della monarchia di Savoia costretta alla gloria dell'unificazione italica, le incertezze bigotte dell'aristocrazia, l'avara prudenza della borghesia, la bruta incoscienza del popolo, l'abbietta reazione del clero produrranno una satira ben più tetra e vivace che non quella del Giusti e del Carducci.Ora l'illustre poeta, respinto come Mazzini dalla nuova passione rivoluzionaria, si è ritirato con alterezza signorile nel castello incantato della propriaarte, e come Tennyson vi si oblia nell'ingannevole riproduzione di ogni forma di poesia. La nazione lo venera come pochi anni or sono venerava il Manzoni, ma origlia già per cogliere qualche nuova voce fra la cantilena delle proprie scuole.Però anche in questa ritirata il Carducci ha potuto significare il trapasso borghese dalla monarchia di Vittorio Emanuele a quella di Umberto I, mentre nel dissolversi di tutti i partiti storici, che avevano cooperato al trionfo dell'unità nazionale, la borghesia, come sorpresa dalla lassitudine dell'opera compita e nell'assenza di ogni alto preciso ideale, si è abbandonata con giocondità teatrale ad un vano entusiasmo per la propria dinastia. Una ebbrezza di pace ha quindi colto il poeta della rivoluzione, mutandogli la cetra di Alceo nella lira di Metastasio: qualche ombra delle antiche malinconie gli è rimasta in fondo al cuore, qualche gemito e qualche urlo gli sfuggono ancora come rimbombi dai crepacci che i fiori del recente prato non hanno potuto chiudere, ma l'artista squisito se ne serve abilmente come di una dissonanza, e, dimentico del popolo e della rivoluzione, modula soavi canzoni alla regina d'Italia[2].

In questo periodo di unificazione monarchica l'opposizione politica dalle sfere governative, ove soccombeva ogni giorno in nuove transazioni, non potè salire più alto traendo seco tanto pensiero da atteggiarne la letteratura nazionale. Molte cause storiche vi si opponevano.

Anzitutto il mazzinianismo, come la più vecchia ed importante delle opposizioni, era pressochè la sola, cui il popolo prestasse qualche attenzione; ma se Mazzini per la grandezza dell'ingegno letterario e per l'eroismo del carattere vi aveva meritamente acquistato una gloria immortale, i suoi scolari, chiudendosi nella più servile imitazione di lui, si vietavano spontaneamente ogni valore. Accadeva ai mazziniani nella politica come ai manzoniani nella letteratura: in ambo le scuole una stessa pedanteria morale vi aveva isterilita la produzione: gli uni di Manzoni non avevano voluto ammirare che l'onestà religiosa del sistema, e dimenticavano gli istinti scetticamente naturalistici, allora meravigliosi in tanta voga di romanticismo; gli altri in Mazzini veneravano la dogmatica deistica e il classicismo republicano, mentre filosofia e scienza sgretolavano questo e quello, e un'altra democrazia, più impetuosa di passioni e larga di metodo, chiamava le plebi a nuove conquiste economiche.

Al difuori del mazzinianismo non v'era altra opposizione. La grande fioritura letteraria era caduta: Manzoni, Leopardi, Niccolini, Guerrazzi, Giusti, tacevano o morti o esauriti: nella filosofia cresceva in Napoli un hegelianismo, dal quale Francesco Fiorentino tentava di staccarsi con scettiche intenzioni e con studi storici, mentre Terenzio Mamiani chiudeva il proprio dilettantismo nelleConfessioni di un metafisico, insufficiente ripresa di vecchie verità diminuite da una incertezza anche più insufficiente di metodo, e Camillo de Meis in un libro sui tipi vegetali ed animali dava la più originale e profonda critica del sistema darwiniano. Le scuole di Gioberti e di Rosmini erano cessate: solo quest'ultima durava nei seminari entro una lotta teologica inavvertita dal grosso publico. La poesia languiva nel romanzo, nel teatro e nella lirica; nessuno fra i giovani aveva saputo prendere il posto dei grandi morti. Prati, travolto dall'abbondanza della propria vena, cadeva di poema in poema, avendo smarrito ogni senso politico nell'ammirazione incondizionata del re e della corte: Aleardi si disfaceva in un sentimentalismo serotino, nel quale la volgarità delle idee traeva alla sciatteria della forma: l'Uberti, integro ed aspro, aveva dovuto miserevolmente suicidarsi senza speranza di immortalità nell'arte e senza conforto di vera azione esercitata sul pubblico: il Praga con senso schietto di modernità ma scarso valore artistico tentava le prime rappresentazioni della nuova vita: il Zanella, ultimo prete liberale, cantava con minore estro e forma più eletta un ultimo accordo fra scienza e religione. Nievo e Tarchetti, dopo aver solcato il romanzo, come stelle filanti, dileguavano quasi senza traccia, sebbene il primo, più vasto d'ingegno e di indole più sana, meritasse più lungo tempo nella vita e maggiore importanza dopo la morte: Giacometti, Ferrari e Cicconi tentavano indarno di galvanizzare il teatro accumulandovi residui classici e romantici, nazionali e stranieri, senza intuizione della società moderna e senza originalità di fattura.

Se davanti all'informe sembianza di Vittorio Emanuele, trionfante come primo re d'Italia, i vecchi grandi poeti avevano serbato un silenzio solenne, come sentendo l'assurda sproporzione dell'uomo cogli avvenimenti, mentre i cantori di corte tentavano invano di rappresentarlo alla nazione come il suo redentore, nemmeno le due maggiori figure di Mazzini e di Garibaldi, sintetizzanti nella propria originalità tutta la rivoluzione italiana, avevano potuto accendere l'estro poetico della nazione. Vittorio Emanuele era troppo più piccolo dei fatti, cui apponeva spesso nolente la propria firma: Mazzini e Garibaldi li trascendevano troppo perchè l'Italia potesse comprendere giustamente l'opera loro.

Infatti l'unificazione nazionale aveva dovuto compiersi tragicamente contro di essi.

Mentre dal 1821 al 1870 congiure e battaglie, piazze e campi, esigli e patiboli, vittorie e sconfitte, offrivano la più ricca messe artistica di questo secolo, la letteratura italiana pretestando mancanza d'argomenti si trascinava ancora alla retroguardia di quella francese; e poichè il grande avvento della letteratura europea era già cominciato, inducendo in ogni altra nazionale la maggior dose di umanesimo con una più libera varietà di forme, l'Italia letteraria correva pericolo di perdere ogni caratteristica dietro troppe imitazioni. D'altronde la rivoluzione non era abbastanza derivata dalla massa del popolo per avergli così toccato il cuore da rinnovare tutti i suoi artisti. L'opera monarchica, ristretta in un partito di corte e di parlamento, con esclusione del popolo da qualunque ufficio politico, malgrado la fortuna dei propri risultati era stata troppo umiliante nel processo per suscitare veri entusiasmi.

La nazione rimaneva quindi inconsapevole: si adattava con mirabile destrezza ai nuovi modi di vita senza indagare quanto sangue o genio costassero; si buttava alacremente a lavori d'ogni genere sotto lo stimolo della concorrenza europea e nell'oblìo più ingiustodell'epopea, dalla quale era uscita la sua libertà. Tutto concorreva a togliere lo spirito nazionale dalla concentrazione necessaria allo sbocciare di una vera letteratura.

Una goffa ed inevitabile rettorica dominava ambo i partiti. Il monarchico, affettando la superbia del senno nel trionfo del proprio governo, cercava di rianimare i vecchi sentimenti di sudditanza a favore dell'unica vincitrice dinastia col prodigare scherni e calunnie ai pochi eroi della rivoluzione; il partito rivoluzionario, non volendo confessare la propria impotenza d'organizzazione, rinfacciava alteramente alla monarchia le bassezze del suo governo, e spingeva inutilmente a rivolte che avrebbero tolto alla nazione di quetarsi in quel primo assetto. In fondo non si ammirava Vittorio Emanuele; Cavour era quasi dimenticato nel rapido avvicendarsi de' suoi successori; si lasciava indifferentemente Mazzini nell'esilio, e si sorrideva argutamente quando Garibaldi da Caprera mandava ancora qualche monito con stile reso donchisciottesco dalla contraddizione di un'effervescenza sempre giovanile con una senilità oramai esausta.

Mentre dietro l'orme di Napoleone I era sorta la più splendida di tutte le letterature nella storia francese, dai campi di Garibaldi e di Vittorio Emanuele non crescevano fiori, e non salivano voci. Quella fiacchezza di coscienza nazionale, che dopo Dante aveva impedito all'Italia di trarre dalle innumerevoli tragedie delle proprie cronache un teatro come quello di Shakespeare, e aveva ristretto a mano a mano tutta la letteratura nelle scuole, durava ancora.

Manzoni, Niccolini e Guerrazzi erano stati la passione di una speranza vanita nella volgarità del trionfo.

Garibaldi, il più alto degli eroi, e Mazzini, il più forte degli scrittori, vi rimanevano egualmente incompresi: la letteratura usava verso di loro come la politica: siccome non si era saputo seguirli, non si seppe poi rappresentarli: il popolo li amava istintivamente.mentre la ragione degli studiosi, volendo interpretarli, li falsificava.

Dal 1859 al 1870, come dal 1848 al 1859, non v'ebbe quindi vera produzione letteraria: in questo periodo la minuta preparazione all'ultima lotta soffocò le grandi passioni e distolse dai supremi ideali; in quello la febbre e la fatica dell'organizzazione governativa distrassero dalla meditazione dei fatti e dallo studio del loro significato.

Cavour dominò il primo, Sella riassunse il secondo; destrezza diplomatica e destrezza finanziaria condussero al trionfo d'entrambi.

Ma se l'opposizione politica non potè disciplinarsi a vero partito contro la monarchia per organizzare in se medesima come in un campo trincerato tutta la nuova vita moderna, l'Italia che per lungo e misterioso affinamento di razze e di spirito aveva potuto produrre non solo Mazzini e Garibaldi, ma individualizzare intorno ad essi le più nobili virtù in un ciclo meraviglioso di cavalieri, trovò in Giosuè Carducci un altro grande poeta. Con lui l'opposizione si mutò di politica in ideale.

Egli non era però e non poteva essere un combattente come Mameli, nel quale la passione dei fatti sopraffacesse la loro meditazione.

Se cresciuto fanciullo fra la rivoluzione del '48, ne aveva rimasto negli orecchi e negli occhi il tumulto, nella Toscana ove era nato e nella modesta famiglia che intendeva allevarlo quietamente, queste prime impressioni non bastarono a turbare lo sviluppo del suo temperamento. La sua gioventù si svolse ostinatamente studiosa, quasi imbalsamata di classicismo, trovando in esso una nuova fonte di orgoglio patriottico. I suoi primi odii di toscano furono quindi per la scuola lombarda, nella quale Manzoni aveva fatto una rivoluzione romantica così grande da sorpassare lo stesso romanticismo:ma poichè in essa si era annidata la scuola neo-guelfa, mentre Niccolini e Guerrazzi, classici e ribelli, si mantenevano ghibellini, il giovane poeta fondeva già nella propria ira di classico contro i degeneri romantici cattolici lo sdegno patriottico e superbamente irreligioso, che aveva ispirato l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze. Tutta Toscana era classica per necessità forse di natura e per superbia di tradizione.

Mentre in Giusti e in Guerrazzi, trovatisi nel tafferuglio dell'azione, la molle fibra toscana aveva ceduto lasciandoli troppo minori nell'opera che nel pensiero, nel Carducci una natura più concentrata e tempi relativamente più ordinati dovevano accumulare maggiore dottrina e più salda coscienza. Nulla da principio tradiva in lui il rivoluzionario. La sua gioventù, come quella del Leopardi, era cresciuta nell'Ellade fra i grandi poeti e i grandi eroi dell'antica libertà: la sua virtù era un riflesso della loro, la sua arte non insuperbiva che nell'imitarli. Se l'immensa storia di Roma slargava poi il suo pensiero apprendendo al suo cuore una più nobile alterezza di patria, la letteratura latina restava fatalmente secondaria per il suo gusto, e di Roma egli non sentiva veramente che la gloria pagana. Il cristianesimo gli pareva una forma della decadenza e una mortificazione del pensiero romano. Nella splendente serenità della propria fantasia il giovane poeta fuggiva istintivamente le tenebre cristiane e tutta quella religione, che, nata di peccato e di martirio, proscriveva il mondo in nome di un'ideale senza figura e di una virtù senza bellezza. Il medioevo come epoca classica del papato gli restava chiuso; solo ai primi albori del rinascimento, nella primavera dell'arte novella, egli tornava a sentire nell'Italia la propria patria; ma allora la passione di Dante rifomentando la sua antipatia al cristianesimo, aizzava il suo odio moderno al papato.

Nel fervore dei primi studi la recente interpretazione medioevale della scuola neo-guelfa gli parevauna tarda ipocrisia politica per giustificare il bigottismo delle corti e dell'aristocrazia italiana, mentre tutti i magni spiriti, da Dante a Machiavelli, da Bruno ad Alfieri, da Foscolo a Mazzini, avevano sempre combattuto la tradizione papale per proclamare una libera unità di patria. Intorno a lui, nella Toscana, fra lo scadimento del carattere e degli ingegni, la grande scuola ghibellina durava tuttavia. Le liriche tragedie di Niccolini e i tempestosi romanzi di Guerrazzi erano ancora le due più efficaci originalità della letteratura nazionale, le sole due forme di romanticismo che non gli repugnassero assolutamente.

Ma questo letterato, che aveva cominciato coll'appassionarsi alle più fini e recondite bellezze della forma, non era un arcade da smarrire nella plastica della bellezza il senso della sua verità interiore. Se la sua squisita natura artistica gli permetteva di riprodurre le molli ed indefinibili venustà del Petrarca e del Poliziano, i suoi poeti prediletti restavano quelli che a Roma, in Grecia e nell'Italia classica avevano espresso la maggiore verità e nobiltà della natura umana. L'eleganza della sua stessa severità di aristocratico cresceva valore alla modernità del suo sentimento republicano, mentre irrequieti istinti di novità, sommovendo la simmetria della sua classica cultura, lo traevano pei campi delle letterature europee.

Così egli era la natura artistica più composita di questo secolo in Italia: intimamente gran signore come Alfieri e gran cittadino come Parini, senza la stramba albagia dell'uno e la soverchia remissività borghese dell'altro; la passione moderna di Foscolo in preda a tutti i delirii del cuore e a tutte le tempeste di una vita politica, alla quale era conteso ogni equilibrio, agitava la sua anima fra quel dissolversi dell'Italia antica federale e l'organizzarsi della nuova Italia unitaria; l'odio popolano di Guerrazzi contro tutte le autorità dava al suo classico sdegno la precisione e la vivezza dell'accento, mentre dalle grandi tragedie di Niccolini gli veniva l'abitudine dei più alti voli lirici,e dal Bini e dal Giusti qualche amarezza scettica e satirica ad impedire che l'ira gli si guastasse nella declamazione.

La sua varia e potente cultura, ben diversa da quella dei vecchi letterati, trascendeva la sua stessa potenza poetica, e doveva poi permettergli di rinnovare pressochè tutta la critica letteraria toccando i temi più svariati con sicura originalità.

E poichè la rivoluzione italiana, della quale resterà il massimo poeta, era una conseguenza della rivoluzione francese, questa diventò per il suo pensiero adulto una stazione come l'Ellade e Roma. Tutte le libertà spesso disgiunte, talora contradditorie, mai identiche, che aveva appreso nel vecchio mondo greco e italiano si armonizzavano allora nel suo pensiero; la sua coscienza vi trovò la propria unità, le sue passioni di poeta e di uomo si esaltarono in quell'immenso dramma, al quale l'impero napoleonico non aveva aggiunto che un atto, e nel quale tutta l'Europa era entrata gettandovi, attori inconsapevoli, popoli e re fra un uragano di battaglie meno terribili ancora delle stragi cittadine. Il suo classicismo ne andò quindi rotto. Gli istinti rivoluzionari della sua arte, inconsapevolmente prigioniera nelle forme del passato, aiutandosi delle nuove convinzioni montagnarde, gli fransero la cerchia della nazionale tradizione letteraria per suggerirgli altri motivi e ritmi poetici. Ghibellino con Dante, egli divenne giacobino con Victor Hugo e con Michelet; Barbier gli insegnò a condensare l'ira patriottica nei giambi; Heine, un francese d'elezione, gli apprese ad avvelenare l'invettiva; la sua prosa ancora agghindata si snodò come quella di Manzoni e di Mazzini al contatto della francese, la storia della grande rivoluzione dell'89 gli fornì argomenti a chiarire quella che si compiva in Italia; l'opposizione al secondo impero gli prestò forme e concetti ad oppugnare la monarchia di Savoia.

Il suo forte ingegno fece il resto.

Così, mentre l'Italia ascoltava distratta le fantasie di Prati e le elegie di Aleardi, egli, ancora sconosciuto malgrado una classica ode, nella quale aveva acclamato a Vittorio Emanuele come tribuno armato del popolo, le gittò iDecennalie iLevia Gravia, primi saggi di una poesia politica, cui la severità del classicismo giovava quanto la modernità del pensiero.

L'opposizione ideale al processo di unificazione monarchica era finalmente sorta. La coscienza italiana, incerta fra le critiche sistematiche di Mazzini, le invettive intermittenti di Garibaldi, le accuse contradditorie della sinistra e le subdole difese della destra, trovava in un poeta la sincerità del proprio ideale superiore a tutte le antitesi partigiane.

Ma questo poeta era troppo classico per poter diventare mai popolare, e non abbastanza originale per essere il poeta del popolo. Se la sua opposizione era sincera, i modi della sua arte erano ancora troppo antichi, e i suoi modelli di guerra quasi tutti stranieri. Dante, assalendo i propri nemici politici nell'Inferno, aveva fuso insuperabilmente linguaggio e pensiero popolare, non rifuggendo da alcuna immagine, accettando tutte le parole, non rattenendo mai l'impeto della collera per cesellare una terzina. Victor Hugo neiChâtimentsinvestendo il secondo impero era stato brutale e sublime come Dante e come la Bibbia: la sua ira aveva superato l'enormità di quella del mare trovando tutte le voci, tutti i ritmi, tutte le forme, tutte le forze; nessun confronto gli era parso troppo alto o troppo basso per umiliare imperatore e impero; nessun particolare per quanto ignobile, nessun motto per quanto osceno, nessuna rivelazione per quanto ribalda, avevano arrestato la foga o irritato il gusto della sua poesia. E iChâtimentserano e saranno la più grande poesia politica di tutte le letterature. Ma Victor Hugo odiava per amore di due grandi republiche, quella dell'89 e del '48, aveva intorno il popolo più democratico del mondo, e rovesciava un impero che era l'ultimo inevitabile e miserabile esperimento di un sistemaconsunto; il poeta italiano non poteva odiare la monarchia di Savoia come quegli Napoleone III. Tutta Italia aveva accettato dinastia e governo piemontese per organizzarsi meno dispendiosamente e più facilmente in nazione: le insufficienze e le brutture di tale forma politica erano adunque per lo meno pari, se non maggiori, nel popolo che nel governo. Il contegno del re verso Mazzini e Garibaldi, malgrado molti atti villani, era ancora meno ingrato di quello della nazione. Quindi il poeta che non poteva colpire la dinastia nella monarchia trovando sempre in questa la nazione, che avrebbe indarno mentito coll'accusare di decadenza la rivoluzione, che non si sentiva intorno le proprie collere a certe umiliazioni nazionali, che malgrado una troppo lunga serie di errori politici vedeva sempre paese e governo avvantaggiarsi verso l'unità, era costretto a ruminare nella solitudine il proprio sdegno per immortalarlo nella più squisita forma classica, e sbatterlo a un dato momento sul viso alla patria come un guanto. La sua alterezza signorile di cittadino, la sua preziosa severità di artista republicano, l'isolamento della sua vita di professore ancora incompreso concordavano a crescergli l'energia poetica; il contatto stesso colle Romagne, ove da Bologna si mescolava spesso coi più ardenti rivoluzionari, doveva forse giovargli più che tutto il resto.

Ma se la natura troppo composita gli toglieva di essere popolare come Victor Hugo in Francia e Heine in Germania, le sue mirabili attitudini artistiche, perfezionandosi nello sforzo continuo di tradurre nel verso i fatti politici del momento, dovevano fare di lui il miglior poeta lirico e il più efficace poeta civile di questo secolo in Italia. La borghesia, più attiva del popolo nella rivoluzione, e perciò più capace di intenderne le antinomie, dimenticò finalmente nei suoi canti il proprio soverchio culto pel Manzoni. Allora non v'ebbe più avvenimento lieto o giocondo per la patria, al quale Carducci non prestasse la propria voce. La sua lirica si atteggiò in tutte le forme, rinnovò tuttii ritmi, ebbe lamentazioni superbe di dolore, singulti di satira, ruggiti d'imprecazione, grandinò sui fiacchi e sugli ipocriti che indietreggiavano davanti a Roma, vi percosse d'anatema il pontefice, tuonò sui palazzi del re, gettò urli d'entusiasmo per Garibaldi; poi, divagando apparentemente in Francia, ne rappresentò i fasti rivoluzionari e le infamie borboniche a rimprovero per l'Italia; parve discendere nel medio evo ad evocarvi le grandezze republicane dei comuni; s'allontanò a Roma e in Grecia; e sempre fervida di entusiasmo patriottico e di passione democratica fu appello ed ammaestramento, monito e preghiera, per la libertà della patria e per la sua gloria.

La donna, questo eterno tema della poesia, non vi ottenne che pochi canti e non i migliori.

Una febbre di grandezza animava il poeta. Si sarebbe detto che tutta la sua collera e il suo rimpianto derivassero dal non essersi egli pure battuto per l'Italia, dal non avere cospirato con Mazzini, dal non avere marciato con Garibaldi: ed anche in questo amaro sentimento egli era il poeta della borghesia, che sentiva di non aver fatto abbastanza per la rivoluzione. Quindi la sua onestà di uomo povero e di gran signore soffriva alla gazzarra dei primi affari, di cui il governo si serviva come di una corruzione: la sua generosità popolana si mutava in rabbia ad ogni ingiustizia usata verso Garibaldi o Mazzini.

Nullameno il suo temperamento artistico dominava sempre la tempesta del suo pensiero politico, permettendogli d'immergersi in studi filologici e critici sino a mutarlo in uno fra i massimi professori d'Europa, e a fargli rinnovare la prosodia italiana colla latina in una assimilazione sempre più organica di idee nuove con forme antiche, e di forme estere con modi nazionali.

Ma la sua opera poetica non potè avere in Europa un potente significato di originalità.

Mancava ad essa la schiettezza moderna dell'ispirazione colla caratteristica di una vera passione nazionale.Il poeta soffriva ma non odiava; non comprendeva il popolo e restava al popolo incompreso; peggio ancora il popolo odiava meno di lui. La borghesia poteva intenderlo, ma non seguirlo, dacchè la monarchia era la forma da essa imposta alla rivoluzione. Mentre Hugo e Heine, guidati dall'istinto infallibile dell'odio, trapassavano ad ogni colpo il proprio avversario, egli, costretto ad una critica ideale, riusciva spesso meno terribile di Mazzini malgrado il vantaggio della forma poetica, e meno franco di Garibaldi che poteva dare ad una ingiuria plebea il valore di una rivelazione.

Come la rivoluzione italiana, egli fu dunque troppo composito e non abbastanza democratico per essere originale; le passioni gli bruciarono più la testa che il cuore; la dottrina perfezionandogli l'ingegno glielo restrinse; fu classico, aristocratico e borghese, mai veramente nè popolano nè popolare. Laonde, classico, mantenne nell'arte la tradizione regia, che la monarchia di Savoia sovrapponeva alla rivoluzione; aristocratico, ebbe le superstiti delicatezze della propria classe con tutte le sue impotenze; borghese, fu al tempo stesso mazziniano e garibaldino contrastando alla monarchia ed accettandola come Mazzini e Garibaldi.

La sua ultima poesia politicaÇa ira, mirabile epopea di pochi sonetti, invece di essere garibaldina fu francese.

Nell'immenso campo poetico del risorgimento nazionale egli non colse che pochi fiori e non ripercosse che alcune voci. Garibaldi ebbe da lui qualche ode; Mazzini una iscrizione, un sonetto, e da morto. La sua poesia politica, incomparabile nella nostra letteratura, non bastò al confronto di quella francese: malgrado la magnanimità dei propositi e l'elevatezza dei sentimenti, non osò tutti i confronti fra rivoluzione e monarchia, mancò di amore e di odio, ebbe più riflessione che istinto per finire in una critica, che compostezzae ricercatezza di forma rendevano spesso poco accessibile.

La rivoluzione italiana, trovando in Carducci il poeta del proprio periodo di unificazione, non potè quindi tradursi intera nella sua opera, come intera non aveva potuto svolgersi nella forma monarchica: letteratura e politica la dimezzarono. Le sue imprese più miracolose, le sue più tragiche catastrofi, le sue più cupe umiliazioni, fraintese o poco intese, non trassero dalla coscienza nazionale la passione necessaria a rinnovare la vita e l'arte italiana.

Mazzini e Garibaldi come eroi universali, trascendenti la stessa rivoluzione, vi rimasero incompresi.

L'Italia aspetta ancora il poeta, che come Hugo ed Heine le riveli l'epopea rivoluzionaria e la decadenza del papato nell'effimero e contradditorio trionfo della monarchia di Savoia. Le avventure americane di Garibaldi, la sua difesa di Roma, la ritirata sino alla pineta di Ravenna, l'impresa dei Mille, la tragedia d'Aspromonte, l'ecatombe di Mentana, la vittoria di Digione, la solitudine di Caprera, saranno un giorno le massime glorie della lirica nazionale: le cospirazioni, l'esilio, l'apostolato fra congiure e patiboli, la fede superiore a tutte le smentite, la generosità più tenace di tutte le ingratitudini, la democrazia italiana e mondiale di Mazzini, inspireranno una drammatica più profonda e nobile di quella di Shakespeare; le rappresaglie ignobili ed assassine del papato alla sua ultima ora, le senili ribalderie di tutte le corti italiane, la fortuna troppo spesso fraudolenta della monarchia di Savoia costretta alla gloria dell'unificazione italica, le incertezze bigotte dell'aristocrazia, l'avara prudenza della borghesia, la bruta incoscienza del popolo, l'abbietta reazione del clero produrranno una satira ben più tetra e vivace che non quella del Giusti e del Carducci.

Ora l'illustre poeta, respinto come Mazzini dalla nuova passione rivoluzionaria, si è ritirato con alterezza signorile nel castello incantato della propriaarte, e come Tennyson vi si oblia nell'ingannevole riproduzione di ogni forma di poesia. La nazione lo venera come pochi anni or sono venerava il Manzoni, ma origlia già per cogliere qualche nuova voce fra la cantilena delle proprie scuole.

Però anche in questa ritirata il Carducci ha potuto significare il trapasso borghese dalla monarchia di Vittorio Emanuele a quella di Umberto I, mentre nel dissolversi di tutti i partiti storici, che avevano cooperato al trionfo dell'unità nazionale, la borghesia, come sorpresa dalla lassitudine dell'opera compita e nell'assenza di ogni alto preciso ideale, si è abbandonata con giocondità teatrale ad un vano entusiasmo per la propria dinastia. Una ebbrezza di pace ha quindi colto il poeta della rivoluzione, mutandogli la cetra di Alceo nella lira di Metastasio: qualche ombra delle antiche malinconie gli è rimasta in fondo al cuore, qualche gemito e qualche urlo gli sfuggono ancora come rimbombi dai crepacci che i fiori del recente prato non hanno potuto chiudere, ma l'artista squisito se ne serve abilmente come di una dissonanza, e, dimentico del popolo e della rivoluzione, modula soavi canzoni alla regina d'Italia[2].


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