III.

Le precauzioni non erano soverchie. Al largo il mare prendeva di fianco la «Siracusa»; il vento andava sempre più rinfrescando. Sospinti dalla libecciata i nuvoloni si rincorrevano, sovrapponevano i loro enormi profili, addensavano prima dell'ora le tenebre.

Prevedendo che si dovesse fra poco ballare, Roccaforte, direttore di mensa, andò a chiedere consiglio al secondo sull'opportunità di anticipare il pranzo. Barbarini approvò, e il giovane disse al maestro di casa:

— Fra un quarto d'ora farete battere la mensa.

Scese giù in quadrato per cambiarsi, e quando fu pronto picchiò all'uscio della cabina di Luigi.

— Avanti!

L'amico era intento a disfare il mazzolino delle violette ed a riporre i fiori sciolti dentro una busta grande e forte, una busta da fotografi, per ritratti.

— Non vieni a tavola?

— È ora?

I suoni della tromba: «Mensa ufficiali!» risposero per Roccaforte.

— Eccomi!

Cacciò la busta coi fiori sotto il guanciale, e si rivoltò. Ogni traccia dell'imbarazzo e della confusione, cui era stato in preda arrivando a bordo, era sparita. Il suo spirito non pareva più assente come poco innanzi. Sul bellissimo viso fresco e roseo, sulle labbra ornate dei baffetti biondi, negli occhi azzurri sotto il grande arco dei sopraccigli, un sorriso beato, un'espressione d'estatica gioia.

— Marco! Marco! Marco!

Sentendosi afferrato per un braccio così forte da provarne dolore, Roccaforte esclamò:

— Ohè! Che ti piglia?

— Marco, la vita è bella! Sono felice!

Tante volte aveva pronunziato simili parole subito dopo contraddette, che il suo compagno non ne fece caso. Si stupì un poco, ma gradevolmente, nel vedere che la partenza, quella separazione fino a pochi giorni innanzi temuta più che la morte, non contristava per nulla l'innamorato.

— Va bene! I miei complimenti! Ma potevi tornare mezz'ora prima, che diamine!

— Non potevo! Non sai!

Dopo aver lasciato il braccio dell'amico, glieli afferrò tutti e due, con più forza, e mentre i muscoli s'irrigidivano e lo sguardo sfavillava, la voce balbettava:

— Se sapessi! Questa partenza, il mio terrore, senza questa partenza improvvisa spasimerei ancora.... Tutto era stato invano, fino all'ultima ora, fino all'ultimo istante.... M'avrebbero dichiarato disertore? Che importava!... M'importava, sì, per il mio povero babbo; ma mi sarei ucciso. Tanto, non potevo durare più a lungo in quello spasimo.... Non me ne importa di morire, neanche ora, sai!... Venga la morte, ora!... Ma per un'altra ragione: perchè la vita m'ha dato tutto ciò che poteva darmi; perchè nulla, mai, nessun altro giorno simile a questo sorgerà mai più per me....

Un fiume di parole roventi, mal connesse; fremiti nelle mani abbarbicate alle braccia dell'amico, lampi negli occhi gonfî di lacrime.

Roccaforte, con voce d'indulgenza quasi paterna, disse:

— Fanciullo, va'!

In fondo al suo cuore, ma proprio in fondo in fondo, sottile, sordo, indistinto, un senso d'invidia sorgeva, allo spettacolo di quella felicità. Nonostante la fraterna amicizia che lo legava a Luigi, si sentiva un poco umiliato, quasi offeso da quel trionfo. Aveva sempre desiderato all'amico tutte le fortune, sinceramente; riconosceva che l'anima ardente in quel corpo apollineo le meritava; che l'amor suo veemente ed ingenuo doveva essere ripagato, se c'era giustizia; ma sentiva che lo sfoggio della sua gioia era quasi insolente.

— Che abissi, in quel cuore!... — continuava l'estatico. — Ed io ne dubitai!... Perchè non sapevo misurarne la profondità! Perchè non potevo comprenderne le complicazioni.... Sono qui per lei!... Se non avesse voluto, se non m'avesse sospinto!... Non mi credeva, finchè m'ebbe vicino; non credette alla partenza finchè non udì che mi chiamavano.... Dopo avermi sempre respinto mentre le stavo dappresso, ha voluto legarmi a sè per la vita nel punto che la vita ci ha separati.

C'era un ritmo nelle sue parole, una speciedi canto nella sua voce. Roccaforte sorrideva tra sè d'un sorriso un poco amaro, ripensando alle ore trascorse nell'ansia, con la paura d'una catastrofe. Ora gli pareva che la sua paura fosse stata fuori d'ogni proposito, sciocca addirittura. Si sentiva un poco ridicolo per aver trepidato, mentre sarebbe stato tanto facile prevedere le ragioni dell'indugio! E il morso della secreta invidia diveniva più acuto; e come Luigi, inesauribile, riprendeva:

— La mia logica e la tua sono bambine presuntuose e ignoranti di fronte al suo sentimento. Volevo che cedesse, se mi amava; che mi respingesse, se non le importava di me. Sai che cosa m'ha risposto, quando le ho proposto il dilemma?

— Andiamo a pranzo, per ora! — lo interruppe quasi bruscamente. — Mi narrerai dopo.

E s'avviò per il corridoio verso la sala della mensa. La nave rollava e beccheggiava fortemente; nella foschia, appena rotta per una breve cerchia dalle luci di bordo, si vedevano le acque avvallarsi e sollevarsi in pieghe larghe che trascorrevano da prora a poppa gonfiandosi e coronandosi di creste di spuma.

— Avremo da stare allegri, doppiato il capo Corso! — esclamò ancora Roccaforte.

Non udendo il passo dell'amico dietro di sè, si fermò, rivoltandosi. Luigi, addossato alla paratia, guardava anch'egli il mare di poppa, fiso, come abbacinato.

— Vieni, o vuoi restar lì?

Dapprima il giovane non rispose, quasi non avesse udito, quasi porgendo l'orecchio a qualche suono lontano; poi disse:

— Il suo dolce paese di Toscana è laggiù, oltre quell'abisso.... Quando la rivedrò?...

Senza risposta, sapendo d'aver fatto a sè stesso la domanda, riprese:

— Senti, Marco.... Sai che penso?... Quando vedi un mare come questo, non pensi alla morte che ci sovrasta?

— Che ti salta, adesso?

— Questa potrebbe essere l'ultima nostra notte.... Ed io....

Si frugò con la destra nel petto, sotto la camicia, e trasse qualche cosa che, a distanza, nell'oscurità, Roccaforte non distinse. Vedutolo chinare il capo per baciare l'oggetto raccolto nel cavo delle due mani, gli si appressò, sentendo sciogliersi il rancoredi poco innanzi in un moto di simpatia. Il giovane teneva ancora le labbra religiosamente accostate ad una crocettina d'oro pendente da una sottilissima catenella.

— Se questa dovesse essere l'ultima nostra notte, ho la croce che si è tolta dal seno per me.... Senza questo viatico non avrei trovato la forza di lasciarla.... Ma vorrei ancora.... — A voce più bassa, dopo una pausa, compì il suo pensiero: — Vorrei portarmi la sua immagine e i suoi fiori con me....

— A tavola, matto!

Il pranzo fu servito rapidamente. I più avevano poca voglia di mangiare, col capo aggravato dal forte tangheggiare. Di momento in momento, crescendo la furia del vento, il mare cresceva; si udivano ora le ondate battere con colpi secchi, come d'ariete, contro i fianchi della nave. Roccaforte, assaggiando appena i cibi, vedeva che l'amico suo faceva loro grande onore.

— M'accorgo con piacere che le commozioni non ti tolgono l'appetito.... Su, da bravo: un'altra fetta d'arrosto.

Il giovane sorrise con tutti i trentadue bianchissimi denti. Porgendo l'orecchio allaconversazione impegnatasi a capo della tavola fra il comandante in seconda e gli ufficiali a lui più prossimi, intorno alla missione della «Siracusa», domandò:

— Si va al Marocco?... Si sbarcherà?

— Pare. Non lo sapevi?

— No. Uno scritturale della Capitaneria, al porto, m'accennò.... Non compresi, con l'ansia di arrivare in tempo. Siamo fortunati, Marco! Uno sbarco, le cannonate sul serio, l'occasione di cogliere una fronda d'alloro!... Pensa quanti navigano da tanti anni, stupidamente, senza che un raggio di gloria....

— Ci credi alla gloria, tu?

— Sì, ci credo!... Credo a tante cose, ora; credo a tutte le cose belle, buone, nobili, grandi....

Erano un poco isolati dai compagni, all'estremità della tavola, di là dai posti vuoti degli ufficiali di servizio. Lembi di frasi, nello scroscio del mare, nell'acciottolio delle stoviglie, nel tintinnio dei metalli e dei cristalli, venivano dall'altro capo della mensa: «Una lezione a quei barbari.... Questo tempo ci farà ritardare.... Francesi ed Inglesi saranno già sul posto....»

— Pensa, Marco, — riprese il giovane, — che noi andiamo a far rispettare la nostra bella bandiera, le ragioni della civiltà, i diritti dell'umanità....

— Taratatà! — interruppe Roccaforte, con un sorriso tinto d'ironia. Per un ritorno d'amarezza, per un bisogno di contraddizione, esclamò: — Alla grazia della civiltà imposta con le cannonate!

— Ma se ci aggrediscono, dobbiamo difenderci! — protestò Luigi, fervidamente. — La guerra non è finita, nel mondo, con tutto l'amore che lo governa! La vita non è semplice, il cielo non è sempre d'un colore. Vi sono albe radiose e tramonti insanguinati. Un marinaio dovrebbe sapere che le calme si alternano con le tempeste!

— Ma allora non parlare di civiltà, per l'amor di Dio! Parla dei diritti del più forte, e saremo d'accordo.

— I più forti sono anche i più degni.... o i meno indegni, se preferisci! Pensa alla somma d'ingegno, di studio, d'amore che rappresenta questa nostra bella «Siracusa», la metallica selva delle macchine, dei motori, delle artiglierie! Questa nostra forza che pare bruta ha un'anima, è l'espressionedella nostra forza intellettuale e morale.... Se è giunto il momento di adoperarla, adoperiamola, senza iattanza, ma con la coscienza di compiere un dovere.... Se agli occhi della somma Giustizia siamo in errore, il nostro errore ci sarà rimesso, perchè andiamo a pagarlo con la vita.

Ancora una volta le parole dell'inebbriato significavano un pensiero di morte.

— Speriamo, — osservò Roccaforte, — che non abbiano proprio bisogno della nostra, pelle, laggiù. Il marocchino abbonda sul mercato!...

Al bisticcio, Luigi diede in un argentino scroscio di risa. Come dall'esaltazione sentimentale era passato all'entusiasmo eroico, ora passava ad una ilarità schietta, ingenua, quasi infantile. Tutta l'anima sua si rivelava, si abbandonava, nell'incantamento.

— Ma sai che cosa penso? — riprese Roccaforte. — Che tutti questi bei discorsi dovrebbe udirli tuo padre, per rabbonirsi. Aveva una faccia, quando t'ha interrogato e punito!...

— Povero babbo mio! Mi vuol bene, sai! Quanto bene mi vuole! Si crede però in dovere d'esser più severo con me che non congli altri; ed ha ragione, e gliene sono grato. Ma come fargli comprendere?...

— Bada che qualche cosa deve pur sospettare!

— Già, e perciò è tanto più burbero. Probabilmente crederà che io corra alla perdizione. Non sa, non può sapere, nessuno saprà mai, io non riuscirò mai a significare....

Tacque a un tratto, vedendo un graduato entrare col berretto in mano ed avanzarsi verso il comandante in seconda.

— Avanti, Maroni! — disse Barbarini volgendosi verso il nuovo venuto, e piegando poi il capo a udire qualche cosa che costui, giuntogli vicino, gli diceva all'orecchio.

— Va bene. Va bene.

Posato il tovagliuolo, si alzò, e fece col capo e con la mano un cenno a Carleoni.

Il giovane sorse in piedi e gli si accostò.

— Comandi!

— Favorisca di venire con me.

Anche gli altri si alzarono, tutti andarono a vedere che cosa avveniva.

Era difficile mantenersi in equilibrio, sulla coperta: il ponte mancava sotto i piedi, e la raffica urlante fra le soprastrutture faceva impeto contro le persone. I due ufficiali, curvi per resistere alla furia del vento, spruzzati dalla spuma che volava per il ponte, si diressero a prora. Giunti in prossimità della plancia, Barbarini disse al subordinato:

— Vada sul castello. Pare che le rizze abbiano ceduto. Se ne assicuri e provveda.

E salì sul palco del comando.

Luigi Carleoni, corso al castello, vi trovò una dozzina di gabbieri già raccolti dal primo nostromo e intenti a rivestirsi dei cappotti impermeabili. Col crescere del mare le áncore avevano cominciato a soffrire, infatti: il comandante, avvertito dall'ufficiale di guardia, aveva lasciato la sua mensa solitaria, e dalla plancia, mandato a chiamare il secondo, aveva impartito le prime disposizioni.

— Passiamo le rizze in cavo al ceppo edalle marre! — ordinò il giovane, dopo aver indossato anch'egli un impermeabile. — Qua un paranchetto: incocciatelo a quel golfare....

Gli uomini eseguivano gli ordini quando sopravvenne il secondo.

— Ma in che modo furono fissate queste rizze? — osservò con voce irritata. — Mi pare che oggi lei abbia la testa altrove, Carleoni! Eccoci ora costretti a lavorare con questa razza di tempo!

Il rimproverato non rispose, dando mano a snodare le cime.

Di lassù la gravità della procella riusciva più manifesta. La libecciata investiva furiosamente la «Siracusa»: agli assalti degli enormi marosi la sua prora non tagliava più le acque, si abbassava e rialzava, come impennata; poi, ritirandosi il mare e scavandosi dinanzi alla nave, questa pareva scivolare per la liquida china; ma l'orlo della voragine si rialzava, si rigonfiava, si rovesciava sul castello con un crepitio di cristalli infranti, scorrendo sulla coperta, lanciando gli estremi spruzzi fino sulla plancia. Fermo nel centro del castello, con gli occhi al mare ed agli uomini, Barbarini gridavaa Carleoni, al sorgere minaccioso d'ogni nuova cresta spumeggiante:

— Attenzione!... Faccia attenzione per la gente!...

— Agguantatevi! — gridava a sua volta il giovane, e l'operazione restava un momento sospesa, i corpi dei marinai si curvavano, sparivano, incappellati dall'ondata, per rialzarsi poco dopo. Allora il lavoro era ripreso con nuova lena. Snodate come lunghe e nere serpi, le rizze in cavo erano passate e ripassate attorno alle áncore, tesate a ferro ed assicurate alle bitte.

— Da bravi, ragazzi! — esclamava Carleoni, incorando i suoi uomini, lavorando con essi. — Fazio, agguántati bene, e passa questa cima sotto la marra....

Egli stesso si sporse fuori bordo per ricevere il cavo che il gabbiere gli tendeva da sotto l'áncora. Con lo zelo di uno che ha qualche cosa da farsi perdonare, diede anche mano a tesare i paranchi, esponendosi più del bisogno, quasi sfidando il pericolo.

Ma di momento in momento il lavoro riusciva più difficile; la furia del mare era spaventosa, sul gran lividore delle acquecorrevano, come bagliori fosforici, le spume squassate e dissolte in nembi di pulviscolo; la prora s'affondava più basso, le masse d'acqua franavano da più alto. Ora anche dalla plancia venivano i gridi d'avvertimento lanciati col portavoce dall'ufficiale di guardia:

— Attenti a prora!... Attenti a prora!...

La voce del capo echeggiò a un tratto, concitata:

— Cerchi di sollecitare, Barbarini!... Non mi piace di veder lì quella gente!... Faccia sgombrare presto il castello!...

E Barbarini, accostandosi agli uomini, ripetè:

— Su, Carleoni.... Carleoni, dov'è?...

Nel gruppo degli uomini uniformemente incappottati, coi cappucci abbassati, non si riconosceva nessuno.

— Eccomi, comandante....

— Ha sentito?... Si sbrighi!...

— Ancora un momento, e avremo finito.... Animo, figliuoli.... Lavoriamo di lena!... — Sottovoce, ai più vicini, con aria gioconda, soggiunse: — Anche sulla plancia c'è cattivo tempo, stanotte!... Sbrighiamoci, e vi manderò una bottiglia!...

Ma subito dopo, dal portavoce, un grido:

— Statevi in guardia!... Agguantatevi forte, per Dio!

Un colpo di mare formidabile, un'enorme muraglia d'acqua s'innalzò dal tagliamare, rovinò sul castello con l'impeto e lo scroscio d'una valanga. La prora parve inabissata, la nave tagliata a metà. E nel fragore della tempesta il lugubre grido della vedetta piombò dall'alto dell'albero:

— Un uomo in mare!

Risollevandosi la prora si videro sul castello gruppi di marinai carponi, afferrati alle bitte, alle áncore, ai candelieri della battagliola; si udì la voce del comandante in seconda ordinare:

— Tutti via dal castello!... Alla lancia di salvataggio!...

Il rombo della macchina era cessato, come se la nave fosse stata ferita al cuore; dopo un istante riprese, più cupo, più sordo, coperto dall'ululo della sirena. Le eliche battevano le acque in senso inverso per vincere l'abbrivo, per arrestare la corsa, per tornare nel punto del sinistro. Fasci di luce, dai riflettori improvvisamente accesi, ruppero la notte rischiarando l'orrore. Sul ponte luccicantenere ombre correvano, le vedette predesignate salivano a riva, ufficiali e marinai lanciavano oltre il bordo i salvagente. Da poppa era stato gettato anche quello luminoso, e al contatto dell'acqua un anello di fuoco si era acceso e fumigava sulle onde. Senza ordini, al grido tremendo, la guardia di servizio prendeva i posti assegnati, tutti compivano il loro ufficio, addestrati alla lugubre manovra dall'esercizio quotidiano.

Sulla plancia il comandante aveva detto all'ufficiale di guardia:

— Assumo il comando. Chiami la guardia franca.

E giù, nel ponte di batteria, al grido: «Tutti in coperta!» i dormienti si destavano, saltavano dalle brande, si vestivano alla meglio, correvano alle scale.

— Arma la lancia di salvataggio!

Già gli uomini dell'armamento, rivestite le cinture di sughero, si erano raccolti intorno al secondo, e un'altra schiera di animosi gli si offeriva:

— Vogliamo andare!... A noi, comandante!...

— Tocca a noi!... Tocca a noi!...

Barbarini fece cessare la gara, esclamando:

— Vadano i destinati!

Poi chiamò:

— Roccaforte!... Dov'è il sottotenente di vascello Roccaforte?...

Il giovane, cui toccava il pericoloso ufficio di comandare la lancia, era corso a prora appena udito il grido della vedetta, cercando Luigi Carleoni; non trovandolo, si era arrampicato sul castello, vi si manteneva quasi carponi, avvolto fra le spume, per spiare oltre il bordo, con la febbre dell'ansia sul viso. Energici richiami, grida di ammonimento lo scossero:

— Roccaforte!... Signor tenente!... Via di lì!... Chi è quell'uomo lassù?...

Allora discese, corse alla lancia, vi saltò dentro con la cintura non ancora affibbiata, immediatamente seguito da tutti i suoi uomini agili e muti. La leggera imbarcazione restò col suo carico umano sospesa sull'abisso urlante e vorace. Ormai ferma, la nave danzava una più folle danza; il pericolo che il debole guscio fosse sbattuto ed infranto contro il fianco d'acciaio era evidente. Barbarini restava esitante, con lo sguardo fiso e la fronte corrugata.

— La lancia è pronta, — gridò poi, verso il ponte del comando. — Posso ammainarla?

— Ammaina!

Il secondo fece rapidamente interporre i parabordi e ripetè l'ordine. Le pulegge dei paranchi stridettero, la lancia scese lentamente ed egualmente dai due capi. Ma non era giunta a metà della discesa, che ad una rollata più forte imbarcò un torrente d'acqua e die' di cozzo contro la nave con un urto sordo.

— Agguanta a filare! La gente sotto i banchi, e non si muova!

I paranchi non filarono più.

— La lancia è piena d'acqua! Temo abbia avaria!

— La riporti subito a riva!

Ma la voce di Roccaforte gridò dal pensile schifo, con accento di preghiera:

— Comandante Barbarini!... Facciamo un altro tentativo!...

— No! No!... Non possiamo arrischiare altre vite!...

— Se arriviamo a scendere in mare, rispondo io di tutto!...

Barbarini esitò un istante prima di disdire l'ordine, mentre gli uomini aspettavano conle cime in mano; a un tratto, a un'altra rollata, piegandosi la nave sulla dritta, la lancia vi sbattè violentemente con uno schianto, mentre voci paurose gridavano:

— A riva!... Portateci a riva!...

— Alza! — gridò Barbarini, incitando gli uomini con energici gesti. — La lancia a riva!

Tutte le braccia, dalla murata, fecero forza sulle cime, fino a portare i bozzelli dei paranchi a baciare. Gli uomini erano immollati, con gli abiti aderenti alle membra; la frisata dell'imbarcazione era sfasciata.

— La lancia è a riva, avariata! — partecipò Barbarini al capo.

— L'armamento c'è tutto?

— Tutto.

Roccaforte, prima di saltare a bordo, con voce tremante dalla commozione e dal ribrezzo del freddo, perchè era anche lui grondante, esclamò anche una volta a mani giunte:

— Comandante Barbarini! Ancora una prova!...

— Impossibile! Inutile! A quest'ora il disgraziato è stato travolto!

Allora soltanto, mentre gli uomini dell'armamentoscendevano sulla nave, accorati, umiliati, mentre ciascuno riprendeva il suo posto di manovra, corse nel silenzio tragico l'ansiosa domanda mormorata di bocca in bocca:

— Chi è?... Ma chi è?...

Al primo annunzio, nello slancio concorde di tutto l'equipaggio, nel bisogno di volgere tutte le forze all'opera di salvezza, nessuno si era indugiato a chiedere il nome, il grado, l'ufficio del naufrago. Ora tutti volevano sapere, ma nessuno era appagato. Solo Roccaforte, coi pugni chiusi, le mascelle contratte, incontrando lo sguardo febbrile del secondo, disse, senza essere interrogato a parole:

— Sì, comandante: è Carleoni....

Barbarini si prese la fronte tra le mani:

— Come dirlo al padre?

Ma già la voce del capo lo chiamava sulla plancia:

— Comandante Barbarini!

Ed egli accorse, e sulle prime non ebbe bisogno di parlare.

— Vede in quali condizioni ci troviamo? — diceva Carleoni, con voce grave. — Siamo nell'impossibilità di far nulla. E quand'anche,crede lei che il disgraziato si sorregga ancora?

— No, comandante.

— Possiamo arrischiare altre vite, senza speranza? Si sente di ritentare la prova?

— È impossibile.

— Non si può far nulla per quell'infelice. Chi è?

All'improvvisa domanda, Barbarini, avvezzo ai pericoli, rotto alle durezze della disciplina, si sentì stringere la gola.

— Non ho potuto assicurarmene.

Vi fu una pausa; poi il comandante riprese:

— Chi era di servizio alle áncore?

— Suo figlio,

— Egli deve sapere chi abbiamo perduto. Dov'è?

— Non so....

— Lei non era sul castello! Non lo ha visto?

— No.

Il padre tacque ancora un momento; di repente, stringendo con tutte e due le mani la battagliola, tendendo il capo ed il corpo, sporgendosi tutto nel vuoto, gridò:

— Gigio!... Gigio!...

Nessuno rispose. Non una voce, sulla nave inerte, in preda alla tempesta e popolata di ombre; solo lo scroscio del mare ed il clamore del vento. Ancora una volta il padre gridò:

— Gigio!...

Poi, lasciata la battagliola, afferrandosi alle spalle del secondo, figgendogli gli occhi negli occhi:

— Lei sa? — esclamò sordamente.

— Ma no, comandante! Le giuro che non so nulla!... Suo figlio sarà sceso giù.... Vado a cercarlo io stesso....

E sentendosi libero dalla stretta scese rapidamente le scale. Appena voltatosi sul ponte, urtò in qualcuno. Era Versigli, il sottotenente di vascello di guardia in coperta.

— Ha fatto fare l'appello?

— Sissignore. Il nostromo dice che manca il sottotenente Carleoni....

— Silenzio!

Ma un urlo rispose dall'alto. Il padre aveva udito. Barbarini risalì sulla plancia. Vide il padre con le braccia in croce sotto il cielo nero. Lo vide calcarsi il berretto con tutt'e due le mani ed afferrare e dare una stratta alla catena della sirena da cui uscìun ruggito terribile. Lo vide ancora manovrare la manovella del telegrafo, gridando nel portavoce:

— Avanti, a piccolo moto!

Poi lo udì gettar l'ordine al timoniere:

— A dritta!

Comprese la manovra. Tutti la compresero, a bordo. Tutti cercarono di guadagnare un posto eminente, gruppi di gente salirono lungo gli alberi e sulle coffe, si arrampicarono sul ponte delle barche, si agguantarono alle gru. Tutti gli occhi sbarrati interrogavano il mare, sul quale i fasci luminosi proiettati dai fari elettrici trascorrevano rapidamente come ventagli di luce, lasciando dietro di sè una notte più nera, mentre la nave girava lentamente, ansando e barcollando, mugghiando ed ululando come un mostro ferito. Sulla plancia, Barbarini, l'ufficiale di rotta, l'ufficiale di guardia, spiavano anch'essi se nei gorghi verdi, se fra le creste bianche sorgesse un corpo, apparisse un viso. Nulla. Non si scorgeva nulla sulle reti di spuma distendentisi e dissolventisi incessantemente: solo la bocca di fiamma del salvagente luminoso ardeva ancora, sballottata dalle onde. Stanchi, inquieti,gli occhi degli ufficiali si volgevano tratto tratto al comandante. Le sue mani erano così strettamente afferrate alla battagliola come se la volessero torcere. Le braccia, il capo, tutto il corpo immobile, irrigidito, quasi inchiodato ed avvitato al palco, non aveva moto, non si scoteva, nel terribile altalenare della nave. Tutta la vita di quell'uomo era negli occhi, aridi, ardenti, spalancati sulle voragini.

— La barra a dritta!... A dritta!... Tutta a dritta!...

La «Siracusa» girò una volta, due volte, tre volte intorno al punto dove si era arrestata. Poi nessuno contò più i giri. A un tratto gli ufficiali che attorniavano il capo videro che le sue mani lasciavano la battagliola, che le sue braccia ricadevano lungo il corpo, che tutta la persona vacillava.

— Comandante!

Lo sorressero prima che stramazzasse. Lo afferrarono per le ascelle, lo sollevarono, lo trasportarono quasi di peso fra le schiere degli uomini taciti e reverenti. Inerte, con la testa rovesciata, gli occhi stravolti, non aveva coscienza. Sul boccaporto si riebbe, si raddrizzò, disse:

— Grazie.... Non ho bisogno.... Barbarini, prenda lei il comando.

Il secondo lo accompagnò fino al suo alloggio, lo adagiò sopra un divano, lo affidò a Catenuti e agli attendenti.

— Grazie!... Non ho bisogno....

L'ufficiale di guardia, rimasto al suo posto, aveva fatto fermare la macchina. Barbarini, risalito sulla plancia, ordinò:

— Avanti, adagio!... Timone a sinistra!

Quantunque la furia del mare non si calmasse, e la speranza fosse vana del tutto e irragionevole ormai, il secondo volle ancora indugiarsi in quelle acque, fece riprendere il giro in senso inverso. E la nave girò ancora, urlando, coi suoi mille occhi aperti, fisi, scrutanti. Più volte, sentendo che il tempo passava, Barbarini fu sul punto di abbandonare la ricerca, di gettare un ordine al timoniere: ma sempre la pietà del padre lo tratteneva. A un tratto, da poppa, una voce rauca ma forte e distinta, la voce del capo, gridò fra gli urli degli elementi:

— Rimetta in rotta!... A tutta forza!... Era la fine, ma bisognava pur finire, troncare la speranza insensata; e toccava al capo ordinare di affrettarsi, per compiere ildovere, per guadagnare le ore perdute. Prima di trasmettere l'ordine, Barbarini, sporgendosi dalla battagliola, chiamò con tutta la sua voce:

— Equipaggio!

Tutti si volsero, tutti accorsero dagli angoli più lontani, tutti stettero a udire che cosa dicesse il comandante in seconda, dall'alto della plancia, col berretto in mano. La voce alta e solenne risonò fra gli schianti del mare e i sibili del vento:

— Equipaggio, scopritevi! Prima di abbandonare queste acque rivolgete un pensiero al compagno che abbiamo perduto.

Tutte le fronti si scopersero e si chinarono, molti ginocchi si piegarono. Si videro mani fare il segno della croce, si udirono i più semplici e rozzi uomini balbettare preghiere e soffocare singhiozzi.

Roccaforte non vedeva più il mare, con gli occhi ciechi dal pianto. Il mare, la nave, gli uomini scomparvero; sorse dinanzi agli occhi dell'anima sua la figura del fratello d'armi, bello, forte, sapiente, innamorato. Tremava ancora l'eco della sua voce e del suo riso, risonavano ancora le sue parole significanti la fede, l'entusiasmo, la caritàdi patria, la devozione filiale, la gaiezza infantile, l'estasi della passione. E il pensiero della morte, su tutto; il presentimento della morte, quasi la volontà di morire, dopo l'ebbrezza!... Al ricordo, Roccaforte sentì disseccarsi la fonte delle lacrime. No, non bisognava piangerlo. Era morto da marinaio, al posto del dovere, sotto gli occhi del padre, rapito dalla tempesta, nell'ora culminante della gioventù, ardendo d'amore, sognando la gloria, in pieno incanto, prima del risveglio: rara sorte, morte invidiabile. Lo aveva invidiato, sordamente, poche ore innanzi, per la sua fortuna; ma quali disinganni, quali dolori, quali orrori non gli avrebbe serbato la vita? Di questo bisognava invidiarlo: che fosse scomparso nella gran purezza del mare, portandosi via una visione di bellezza ed un senso di felicità!

Dalle viscere della nave venne ancora una volta il sordo rombo della macchina. Repentinamente Roccaforte si scosse, si portò una mano agli occhi, corse alla scala, scese nel quadrato, entrò nella cabina del compagno perduto, si fermò dinanzi alla cuccetta bianca. Il guanciale era ancora spostato, un poco sollevato dal tesoro cheil giovane vi aveva nascosto. «E portarmi con me i suoi fiori e la sua immagine!...» Prima di stendere la mano egli esitò un istante, pensando che solo il padre aveva forse diritto di frugare tra quelle reliquie. Ma tosto gli sovvennero le altre parole: «Mio padre non sa, non può sapere; come fargli comprendere?...» E allora trasse risolutamente la busta.

I fiori, un poco gualciti, olezzavano sopra il ritratto, acutamente. Gli occhi dell'immagine erano vivi, sfolgoravano sotto la fronte pura incoronata di fiamme. Le linee delle due bande in cui si spartiva la chioma meravigliosa guizzavano come fiamme ripiegate sulle tempie da un soffio misterioso, parevano i segni visibili di un intimo fuoco. Tutto il viso era meraviglioso di bellezza, di espressione profonda, di vita intensa ed ardente.

Ad un fischio, Roccaforte si riscosse, nascose i fiori ed il ritratto sotto la tunica e risalì rapidamente. Passando dinanzi all'alloggio del padre sostò, ripreso da uno scrupolo.

— Il comandante? — disse al piantone, che stava nell'anticamera, ritto contro l'usciodella sala del Consiglio, con le braccia incrociate sul petto.

Il marinaio scosse il capo ed alzò una mano, facendo i segni della negazione e del silenzio. Sottovoce, da farsi appena udire, rispose:

— È chiuso a chiave.... Non riceve nessuno.... Ha mandato via il medico....

Roccaforte continuò la sua via, salì sulla coperta, si diresse a poppa, si fermò contro il coronamento. La schiuma delle acque ribollenti fra le pale delle eliche si mescolava alla schiuma dei marosi. Il fragore delle acque rimosse dai propulsori cessava a tratti, quando la poppa si sollevava nel movimento di beccheggio e le eliche annaspavano nel vuoto; pareva allora che il polso della nave non battesse più, che il suo respiro fosse mozzato; poi riprendeva, affannoso, come un rantolo. Roccaforte trasse le reliquie e le lanciò nel mare. In quel punto i riflettori si spensero; la notte si chiuse sulla nave fuggente.

FINE.

OPERE di FEDERICO DE ROBERTO(Edizioni Treves).Le donne, i cavalier'...Edizione di lusso, in-8, illustrata da 100 incisioniL. 7 50Una pagina della storia dell'amore1 —L'illusione, romanzo. Nuova edizione1 —La sorte, novelle. 3.º migliaio1 —La messa di nozze, romanzo. 2.º migliaio3 50L'albero della scienza, novelle. Nuova edizione3 —Leopardi3 —In preparazione:Processi verbali}Nuove edizioni.Documenti umani

OPERE di FEDERICO DE ROBERTO(Edizioni Treves).

In preparazione:

NOTA DEL TRASCRITTOREOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute. Per comodità di lettura l'elenco delle opere è stato spostato alla fine del libro e l'Indice è stato portato all'inizio.Sono stati corretti i seguenti refusi:75— verso le masse scure delle [della] cabine e dei depositi,130— all'agonia di quella notte d'amore e [e e] di dolore.247— non basta a lasciarvi [lasciavi] dormire tranquilla,Grafie alternative mantenute:àncora / áncoraGrand-Hôtel / Grand Hôtelintuito / intuítotintinnio / tintinnìo

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute. Per comodità di lettura l'elenco delle opere è stato spostato alla fine del libro e l'Indice è stato portato all'inizio.Sono stati corretti i seguenti refusi:

Grafie alternative mantenute:


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