— «Benedici, Signore, questo anello che noi nel tuo nome benediciamo, affinchè colei che lo porterà, tenendo integra fede al suo sposo, rimanga in pace e nella volontà tua, ed in carità scambievole sempre viva. Per Cristo Signore nostro, Figlio tuo, che teco vive e regna nei secoli dei secoli».
— «Così sia».
Il cerchietto d'oro era stato deposto in un vassoio d'argento. Curvata l'alta persona a prendere l'aspersorio che l'accolito gli porgeva, il sacerdote tracciò con mano non più tremante un segno di croce sul simbolo; poi lo consegnò allo sposo, che lo passò all'anulare sinistro della donna sua.
— «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
— «Così sia».
— «Conferma, Signore, ciò che noi operammo».
— «Dal tempio santo tuo che è in Gerusalemme».
— «Kyrie Eleison»....
Allora accadde una cosa terribile. Come un brivido sonoro, come l'anelito e il gemito d'un'anima ferita e penante echeggiò sotto le vôlte della vecchia chiesa; poi la voce potente dell'organo si affermò, si modulò, si svolse nelle note lunghe e gravi d'un canto solenne. Perez si sentì opprimere il petto e mozzare il fiato e velare lo sguardo da una commozione veemente, che un repentino moto di collera soffocò e poi disperse. Chi aveva ordinata quella musica? Alla cerimonia da celebrare con estrema semplicità, chi aveva aggiunto l'irresistibile prestigio di quel canto d'implorazione, di fede e di speranza? Non bastava il tormento inflitto allo spettatore di quelle nozze; bisognava anche, per colmo di raffinatezza, esasperarlo con la sottile e profonda malìa dei suoni e dei ritmi?... E col cuore tremante di carità impotente, sapendo di non poter far altro che appagare il secreto senso di curiosità sempre vigile nel suo spirito indagatore, egli si volse a guardare l'amico.
Lodovico Bertini era rimasto nello stesso atteggiamento, con la destra alla spalliera, con l'altro braccio pendente lungo il fianco;ma non tremava più, non si stringeva con la forza di prima al sostegno. Pareva che tutte le sue membra rilassate si fossero rapprese in quella positura; soltanto la fronte si era abbassata, e dalle palpebre gonfie le lacrime sgorgavano, solcavano le guancie emaciate, stillavano a terra.
I coniugi gli voltavano le spalle; l'officiante, sull'altare, era intento alla celebrazione del rito: nessuno poteva scorgere il suo pianto. Se anche lo avessero scorto, egli non sarebbe riuscito a frenarlo. Non piangeva da tanto tempo, dalla notte passata in viaggio, sul treno, con lei. Non aveva più pianto, alla stazione di Milano, vedendola andar via con quell'uomo a cui aveva dovuto stringere la mano e rivolgere parole senza nesso nè significato. Non aveva pianto neanche dopo averli riveduti entrambi, alla Fraida, invitato da lei, quando vi erano venuti per le pubblicazioni; dopo averla udita annunziare che, insieme con Perez, egli, egli stesso, sarebbe stato testimonio alle nozze, e che, compiuta la cerimonia e ripresi i figli a Firenze, sarebbero andati a stabilirsi in Inghilterra. Tutte queste cose lo avevano troppo stordito, come colpi di mazza sullanuca. Le poche parole scambiate da solo a sola con lei, in un momento di libertà, gli avevano dimostrato che nulla gli restava da fare se non obbedirla, fino all'ultimo, covando il suo corruccio, nutrendosi del suo dolore. Durante l'ultima notte aveva vegliato, tentando di significarlo, per lei; cercando parole che non sarebbero più uscite dalla memoria di lei, che le avrebbero eternamente attestato la forza della sua passione, che l'avrebbero implacabilmente accompagnata, come la voce del rimorso, come il rantolo dell'agonia; ma aveva lacerato tutte le sue scritture, non trovando neppur una espressione capace di rendere tutto il suo pensiero, giudicando vana la ricerca, artificioso lo studio, riconoscendo l'inutilità d'ogni tentativo di influire in qualunque modo su quell'anima risoluta ed inflessibile. Era rimasto inchiodato sulla poltrona, innanzi alla scrivania, con le membra di piombo, con gli occhi aridi e bruciati. Aveva trasalito all'arrivo dell'amico, rabbrividito al freddo dell'alba autunnale, tremato entrando nell'albergo, ritrovandosi dinanzi a lei ed all'uomo che gliela portava via senza speranza più di ritorno. Quando ella si era tolto dal dito l'anellonuziale, affidandoglielo, per poco non lo aveva lasciato cadere, ma non già in un impeto di ribellione, bensì dalla violenza dello stordimento. Egli, egli stesso, che aveva voluto spezzare quell'anello e dargliene uno suo, per la vita e per la morte, egli stesso doveva ora custodirlo affinchè un altro lo ripassasse, benedetto, al suo dito, per la vita e per la morte?... Nulla aveva più avuto senso, durante il ritorno a Promonte, in carrozza, in chiesa, dinanzi all'opera giovanile, alla statua scolpita da qualcuno di cui si era rammentato confusamente, come di una conoscenza perduta, come di un morto. Delle parole del custode non aveva compreso altro che l'evocazione dei suoi morti, rivedendo le salme deposte su quel livido marmo, in un tempo lontano, o forse ieri. Nello spirito ottenebrato, nell'anima smarrita, i preparativi della cerimonia, le figure e i gesti e le voci avevano assunto un carattere irreale, come nei sogni. Sì, ella aveva risposto di sì, inevitabilmente, come negli incubi, quando nulla si può fare per impedire che le fatalità si compiano, quando non si può accorrere, quando non si può gridare. E l'anello nuziale che era stato in suo potereera tornato al dito di lei, per mano d'un altro! A un tratto, udendo gli accordi dell'organo, riconoscendo la voce delle vecchie canne armoniose come gole umane, la voce che aveva impetrato requie eterna ai suoi morti, che cantava requie alla sua speranza, il suo pianto troppo a lungo contenuto traboccò.
La voce diceva: «La speranza è morta, la gioia è finita, la stessa tua vita finisce: esala gli ultimi sospiri qui dove traesti i primi vagiti; aspetta di raggiungere colei che lungamente invano sognò di vederti un giorno dinanzi a questo altare, accanto alla tua sposa, di udirti pronunziare la sillaba del consenso, la sillaba che ella stessa disse all'uomo col quale ti generò; paga ora i tuoi errori, sconta la tua gioia effimera e peccaminosa; nascondi lo strazio dell'anima tua all'uomo che offendesti e che riprende i suoi diritti; piangi tutte le tue lacrime perchè il tuo sogno è svanito senza ritorno mai più, china la fronte superba dinanzi alla divina maestà d'una legge che disconoscesti e calpestasti, ai giorni del folle orgoglio, della baldanza cieca....»
Poi il canto solenne e potente delKyriesi abbassò di tono, si spezzò nelle frasi d'un mottetto accompagnante la recitazione delPater:
— «Padre nostro che stai nei cieli, santificato il nome tuo, venga a noi il tuo regno, sia la tua volontà»....
Una volontà fatale si compiva, infatti. Contesa da due affetti, quella donna tornava necessariamente al primo. Egli non assisteva semplicemente alla consacrazione di quelle nozze, ma vi contribuiva per una necessità evidente. Ogni atto ed ogni gesto, dinanzi a quell'altare, avevano un significato recondito che egli ora discopriva; rendendo l'anello, egli rendeva al possessore legittimo la donna già stata sua. Colui che l'aveva impalmata e poi perduta, la riotteneva ora da lui. Non era soltanto necessario, ma giusto. Nella vita di quella donna egli era stato un episodio, un'illusione, un errore: errore anch'esso fatale, ma emendabile....
— «Dànne il nostro pane.... non indurne in tentazione»....
La preghiera aveva anch'essa un senso profondo: chiedendo di non esser tentate, le creature umane confessavano tutta la debolezzaloro. Ella era caduta, come tante altre; ma per rialzarsi, come poche altre. Ed ilPater nosterdi quella Benedizione nuziale non si chiudeva come l'ordinario: la voce dell'accolito si sposava a quella del prete, implorando ancora:
— «Liberane dal male».
— «Salva i tuoi servi».
— «In te, mio Dio, speranti».
— «Manda loro. Signore, un santo aiuto».
— «E da Sionne custodiscili».
— «Sii ad essi, Signore, torre di fortezza».
— «Contro la faccia del nemico».
— «Signore, esaudisci la mia prece».
— «E salga a te la voce mia».
— «Il Signore sia con voi».
— «E con lo Spirito tuo».
Il canto tacque, e le labbra del dolente cessarono di tremare e gli occhi di piangere. Tutta la sua attenzione era diretta a comprendere le formule sacre, a non perderne una sillaba sola. Rivolto ancora ai coniugi, il sacerdote ora supplicava:
— «Volgiti in grazia, Signore, sopra questi tuoi servi, ed agli istituti tuoi, coi quali ordinasti la propagazione dell'umano genere,benignamente assisti, affinchè coloro che dall'autorità tua sono congiunti, col tuo ausilio ti servano».
Era giusto che sull'amore fecondo di quegli sposi, di quei genitori, si stendesse la benedizione divina. L'amor suo era stato invece condannato alla sterilità; tutti i suoi amori fuori legge erano stati senza frutto, spasimi vani, adulterazioni dell'ufficio di natura. I suoi occhi inariditi si fermarono sul corpo della donna genuflessa ora dinanzi all'altare, con lo sguardo sulle pagine del libro sacro. Nella positura abbattuta, dietro l'ampio giro della veste cadente, le sue forme parevano scomparse; nè la memoria gliele rappresentava ormai più. Aveva egli premuto quel corpo con le mani tremanti di desiderio, con le labbra ardenti di febbre? A quell'ora lo stesso ricordo del possesso un tempo esercitato era svanito; come non vedeva il corpo di lei, egli non sentiva più il proprio, assiderato, congelato nella rigidità del dolore.
— «Per Cristo Signor nostro. Figlio tuo, che teco vive e regna nei secoli dei secoli».
— «Così sia».
Finita la Benedizione, cominciava ora la Messa.
— «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Mi accosterò all'altare di Dio».
— «A Dio che è letizia della giovinezza mia».
La voce dell'organo accompagnò la recitazione del Salmo; un supplice ardore, uno slancio di tutta l'anima sulle ali della speranza; poi queruli gridi soffocati di dolore e di rimorso, la prostrazione, l'abbattimento; e poi ancora il richiamo potente della fede sicura, squilli di gloria trionfale. «Giudicami, Signore, e scerni la causa mia da quella della gente non santa.... Poichè tu sei, Dio, mia fortezza, come mai m'allontani da te?... Canterò al suono della cetra le vostre lodi, mio Dio; perchè sei triste, anima mia, e perchè mi conturbi? Confida nel Signore, poichè lo loderò ancora come mia salute e mio Dio.... Mi confesso a Dio onnipotente.... Abbia misericordia di voi l'onnipotente Iddio, e perdonàti i vostri peccati vi conduca alla vita eterna.... Dimostrane, Signore, la tua misericordia e concedine la grazia tua salutare»....
Baciato l'altare, il sacerdote recitò una preghiera sommessa; poi, con voce ispirata, disse agli sposi il passo di Tobia:
— «Il Dio d'Israello vi unisca ed egli stesso sia con voi. Fa', o Signore, che da oggi questi due più che prima ti benedicano. Beati coloro che temono il Signore e procedono per le sue vie. Sia gloria al Padre, al Figlio ed allo Spirito Santo».
— «Kyrie eleison».
— «Kyrie eleison».
— «Christe eleison».
— «Christe eleison».
Una gran voce, un coro di voci clamanti percosse l'aria, fece tremare i vetri delle alte finestre. Al più rapido ritmo il penitente sentì slargarsi il petto oppresso, riaffrettarsi il debole polso, un'onda di sangue salirgli al viso ed alla fronte.
— «Esaudiscine, onnipotente e misericordioso Iddio, affinchè ciò che per nostro ufficio è amministrato, dalla tua benedizione sia meglio adempiuto. Per Cristo Signore nostro, Figlio tuo, che teco vive e regna nei secoli dei secoli».
La muta voce dell'anima vinta assentì: «Così sia». La ribellione era vana, la rassegnazioneinevitabile. Egli non ne era più avvilito, come una volta. Nelle frasi dell'Epistola agli Efesii, che il sacerdote ora leggeva, lo spirito stanco riconosceva verità necessarie, attuali ed eterne. «Siano le donne soggette ai loro sposi come a Dio, poichè l'uomo è capo della donna....» ed era bastato che quell'uomo si fosse presentato perchè tosto riprendesse la donna sua.... «Uomini, amate le vostre spose....» e colui amava la consorte d'un amore sincero, sicuro, costante, senza convulsioni, senza follie. «Chi ama la sua sposa ama sè stesso.... Perciò l'uomo abbandonerà il padre suo e la madre sua, e si stringerà alla sua sposa, e saranno due in una carne....». L'immagine di quelle due carni aderenti, la visione di quei due corpi accoppiati, la gelosia fisica delle voluttà procurate a quella donna da un altro, ora non lo torturavano più, egli non presumeva più che ella ne fosse stata contaminata.
Il salmo del Graduale e del Tratto risonarono in mezzo a una melodia dolce e lene, ad un fremito d'ale che finì in un clangore di trombe e di tube.
— «La tua sposa sia come una vite abbondantetra le mura della tua casa. Siano i tuoi figli come novelle piante d'olivo nel cerchio della tua mensa. Alleluja! Alleluja! Mandi a voi il Signore aiuto dal suo santuario, e da Sionne vi custodisca. Alleluja! Ecco così sarà benedetto l'uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sionne, e vedrai i beni di Gerusalemme per tutti i giorni della vita tua, e vedrai i figli dei figli tuoi. Pace sopra Israello»....
Le formole sacre si ripetevano, ritornavano più e più volte, integralmente, o appena modificate, quasi perchè s'incidessero profondamente sulle fronti, nei cuori, come un indelebile stampo di fuoco. La Sequentia dell'Evangelo di San Matteo diceva: «In quel tempo si accostarono a Gesù i Farisei tentatori e dissero: È lecito all'uomo abbandonare la donna sua per qualsivoglia cagione? Il quale rispose loro: Non leggeste che chi creò l'uomo in principio li fece maschio e femmina? E disse: Perciò l'uomo abbandonerà il padre e la madre e si stringerà alla sua sposa, e saranno due in una carne. Talmente che non sono due, ma una carne. Ciò dunque che Iddio congiunse, l'uomo non divida».
Era stato il sogno d'un'ora, poter disgiungere quegli sposi, distruggere quella famiglia per crearsene una sulle rovine. Ella aveva avuto ragione di opporsi, di frapporre l'ostacolo insuperabile. Era troppo tardi, oramai, e bisognava passare sopra troppi dolori per giungere ad una gioia dubbiosa e insidiata. Lasciare quella donna al suo destino, andare incontro al proprio, null'altro era possibile. Le vie che essi seguivano si erano incrociate, per poi divergere sempre più, nella vastità del mondo e della vita. Era l'ultim'ora dell'incontro; che cosa sarebbe accaduto di lui, da quell'ora in avanti?
— «In te sperai, Signore; dissi a me stesso: tu sei il mio Dio, nelle tue mani stanno i giorni miei».
Allora, dalle più intime fibre, dalle viscere più profonde, il fremito precorritore dell'ispirazione si propagò per tutto l'essere suo. Mentre il celebrante prendeva dalla patena e sollevava l'ostia, l'opera alla quale egli aveva pensato invano, le immagini da collocare sulla cima Antalba, gli balenarono dinanzi agli occhi della mente; un asceta con la fronte al cielo, una penitente coi ginocchi sulla terra, prossimi e pur separati,concordi ed uniti solo nell'adorazione dell'ignota potenza che governa l'universo. Mentre il sacerdote deponeva l'ostia sul corporale e mesceva il vino e l'acqua nel calice, e l'offeriva, e si chinava davanti all'altare, mentre l'organo distendeva sulla trama dell'Offertorio un tenue ricamo di sospiri melodiosi, le immagini si precisarono: egli vide in sè stesso l'uomo lontano ormai dalle vie del mondo, inaccessibile alle cupidità dei sensi, consunto da un interno ardore; vide in lei la creatura ancora bisognosa di soccorso, ancora genuflessa per implorare aiuto nelle prove della vita.
— «Con spirito d'umiltà ed animo contrito, accogline, Signore, e sia tale il nostro sacrifizio oggi nel tuo cospetto, che piaccia a te, Dio Signore».
Il senso recondito della volontà di lei, nel costringerlo a prender parte a quella cerimonia, si manifestava ora chiaramente: rinunziando entrambi alla gioia contesa, mortificando entrambi la loro passione, entrambi dovevano farne olocausto ai piedi dell'altare, entrambi dovevano attinger forza e trovar pace nel pensiero di Dio.
— «Laverò le mie mani fra gl'innocenti ecirconderò il tuo altare, o Signore, per udire la voce delle tue lodi e narrare le universe tue meraviglie».
Ella aveva fatto assegnamento sulla santità del luogo, sulla solennità del rito, per compiere l'opera di persuasione; sulle parole, gli accenti, i gesti del celebrante; sulle melodie e le armonie dell'organo, sulle luci velate filtranti dalle finestre istoriate, sulle faci ardenti dinanzi alle immagini sante.
— «O Signore, amai lo splendore della tua casa e il luogo ove abita la gloria tua. Non fare che si perda con gli empî, Dio, l'anima mia»....
E come un'onda venuta di lontano, sospinta ed incalzata da soffî gagliardi, ingrossata nella corsa rapida e fragorosa; come la piena d'un torrente improvvisamente gonfio dei mille rivoli d'una lunga pioggia dirotta, la memoria della fede nutrita nella remota adolescenza, delle preghiere recitate con cuore sincero, delle paure e delle speranze per la salute dell'anima invasero lo spirito suo. Le parole della Secreta, mormorate dal celebrante a capo chino, non si udirono; ma nelle supplicazioni del Canone,nel pietoso Memento dei vivi e dei morti, nel mistero della Consacrazione e dell'Elevazione, tutto ciò che di più dolente e di più grandioso, di più mortificato e di più trionfale era nell'immortale poesia dei Salmi, toccò una viva fibra del suo cuore, tradusse un pensiero della sua mente. Tutta la sua vita trascorsa, le sue gioie e i suoi dolori, le sue lusinghe e i suoi disinganni, le sue aspettazioni e i suoi rimpianti, gli parvero un punto: nell'estremo tratto di via che ancora gli restava da percorrere vide e sentì che due cose sole poteva e doveva fare: meditare il formidabile enimma del destino umano, significarlo con l'arte sua. Ed era ancora merito di lei: all'inizio dell'amor loro, come nel punto del distacco, ella lo ispirava, gli additava il suo ufficio, gli suggeriva visioni di bellezza e di nobiltà.
— «Preghiamo. Da salutari precetti ammoniti, ed alla divina istituzione uniformati, osiamo dire: Padre nostro che stai nei cieli»....
Ogni parola della reiterata preghiera gli passò nell'anima come un elettuario che irrita al primo contatto la nuda carne della piaga, per diffondere subito dopo un sensodi refrigerio. Ma il sacerdote, prima di soggiungere ilLibera, rivolto nuovamente agli sposi dal lato dell'Evangelo, implorò con nuovo slancio:
— «Sii propizio, Signore, alle preci nostre; ed a questi tuoi istituti, coi quali ordinasti la propagazione del genere umano, presta la tua benigna assistenza, affinchè quanto da te è congiunto col tuo aiuto sia serbato. O Dio che per virtù della tua potenza dal nulla il tutto creasti; che, ordinati i principî dell'universo, e fatto l'uomo a tua immagine, fondasti l'inseparabile aiuto della donna, in modo che originando il corpo femmineo dalla stessa carne virile, c'insegnasti mai non esser lecito disgiungere ciò che da un sol corpo ti piacque formare; Dio che con tanto eccellente mistero l'amplesso coniugale consacrasti, che nell'alleanza nuziale predesignasti il sacramento di Cristo e della Chiesa; Dio, per cui la donna si unisce all'uomo, e questa società, fin dal principio ordinata, si munì della sola benedizione non cancellata nè per la pena del peccato originale nè per la sentenza del diluvio: volgi lo sguardo sopra questa tua serva che dovendosi unire in coniugale consorziochiede d'esser munita della tua protezione».
Era la benedizione delle vergini spose proferita altra volta da quelle stesse labbra per le nozze della sorella sua. La sorella era stata ostile a quella creatura, aveva visto in lei la colpevole, la seduttrice, colei che lo aveva indotto in tentazione e trascinato al peccato: non sapeva che il tentatore era stato lui stesso; nella calma imperturbata della sua virtù ignorava e non ammetteva le tempeste che sconvolgono le vite umane.
— «Sia in essa il giogo dell'amore e della pace; fedele e casta si sposi in Gesù Cristo e viva imitatrice delle donne sante. Sia amabile allo sposo suo come Rachele, saggia come Rebecca, longeva e fedele come Sara. Nulla di lei, degli atti di lei, usurpi l'autore della prevaricazione. Sia ferma nella fede e nei comandamenti, stretta ad un solo talamo, fugga i contatti illeciti, munisca la sua debolezza con la forza della disciplina; sia rispettabile per verecondia, venerabile per pudore, erudita nelle dottrine celesti, feconda nella prole, laudabile ed innocente, e giunga al riposo dei beati ed al regno celeste, e vedano entrambi i figli dei figli lorosino alla terza ed alla quarta generazione, e pervengano alla desiderata vecchiezza»....
Era come un lavacro, come una redenzione. L'errore antico doveva esserle rimesso in nome di Colui che difese l'adultera. Si era confessata, infatti, ed era stata assolta, poichè il celebrante, dopo avere recitato ilLibera, dopo avere portato il calice alle labbra per bere un sorso del vino mistico, si accingeva a comunicarla.
Chiuso il libro, levata la fronte dalla mano con la quale l'aveva sorretta, ella protendeva ora il capo per ricevere l'ostia che il prete, discesi i gradini dell'altare, e paternamente chinato verso di lei, le offriva mentre l'organo cantava il suo più alato canto.
— «Ecco sia così benedetto ogni uomo che teme il Signore, e tu vedrai i figli dei figli tuoi: pace sopra Israello».
Qualche cosa di quella benedizione, di quella pace piamente invocata, scese su lui; poichè, nel proferire la formula, il sacerdote lo guardò. Egli si sentì leggere nell'anima dallo sguardo limpido e dolce, si sentì compreso e compatito e perdonato dal vecchio prete che lo aveva asperso, bambino, dell'acqua lustrale.
— «Ti preghiamo, onnipotente Iddio, di accompagnare con benigno favore le istituzioni della tua provvidenza, sicchè coloro che unisci in legittima società conservi in lunga pace. Per Cristo Signor nostro, Figlio tuo, che teco vive e regna nei secoli dei secoli».
— «Così sia».
— «Benediciamo il Signore».
Anche la Messa era finita. Restava ancora l'ultima formula. Ancora una volta dirigendo la parola agli sposi, il prete invocò:
— «Il Dio di Abramo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe sia con voi, affinchè vediate i figli dei figli vostri sino alla terza ed alla quarta generazione, e poscia abbiate vita eterna senza fine, con l'aiuto del Signor nostro Gesù Cristo, che insieme col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli».
— «Così sia».
Con parola libera, non più costretta nelle formule liturgiche, il celebrante riprese:
— Sposi cristiani, l'esempio che avete dato accostandovi all'altare, santificando la vostra unione, non resterà infecondo. Così possiateserbare intatto il tesoro della fede e amarvi scambievolmente e vivere nel timore di Dio.
Preso ancora l'aspersorio, li benedisse: «Piaccia a te, Santa Trinità....», poi lesse le parole del Vangelo di San Giovanni: «In principio era il Verbo....».
— Lodovico....
Il suono del suo nome, mormorato da Perez, lo scosse. Voltatosi, vide che la chiesa non era più tutta deserta come prima: alcune donne venute a compiere le consuete devozioni, qualche curioso attratto dal suono dell'organo, erano sparsi qua e là, dinanzi alle cappelle, intorno all'altare maggiore. Ma già tutta la cerimonia era finita: il sacerdote, raccolto il calice, inchinatosi dinanzi all'altare, s'avviava alla sacristia. Perez mosse un passo verso la sposa, stendendole la mano:
— Tutti i miei rallegramenti!
Ella rispose, ricambiando la stretta:
— Grazie, Perez.
Mentre questi rinnovava il gesto col marito, ella offerse la mano al suo testimonio:
— Bertini, grazie.
La sua voce era grave, l'espressione delsuo viso serena, la stretta di mano franca e forte come quella d'un amico, d'un buon camerata. Anche il marito strinse cordialmente la mano ai due amici; poi, a un invito del custode, tutti ripassarono nella sacristia.
— Poichè abbiamo dato lettura dell'atto nuziale, — disse Don Pietro, — non resta se non che questi signori lo firmino.
Piegò il foglio in due, per il lungo, e scrisse sul fianco, sillabando le parole che veniva tracciando lentamente:
— I sotto-scritti sposi hanno pre-stato il loro mutuo con-senso dinanzi a me cu-rato, ed ai sotto-scritti testi-monî....
Il marito firmò primo, poi la moglie, poi Perez, da ultimo Bertini.
— Ed ora non occorre altro, — disse Don Pietro, spargendo di sabbia rossa la fresca scrittura. — Il Signore vi abbia nella sua santa custodia. Mille anni felici!
Ella gli baciò la mano, il colonnello gliela strinse, prendendo poi a parte il sacrista ed il custode per distribuire del denaro. Mentre Perez intratteneva la sposa dopo essersi inchinato al sacerdote, questi fermò lo scultore che gli aveva anch'egli baciato la mano.
— Lodovico, figliuolo mio, quando ci darai l'opera promessa?... Guarda che il tempo passa, e che gl'iniziatori sono impazienti di vedere attuato il loro disegno.
— Non so, Padre.... Mi dia ancora qualche tempo.
— Possibile che tu non abbia fatto nulla, sinora?... Neanche un abbozzo?... Un lavoratore instancabile come te!
— Bisogna che m'intenda con lei.... Forse ho trovato qualche cosa.... Quando potrò vederla?
— Quando vorrai. Lo sai che per te qualunque ora è buona.
— Grazie, Padre.... Allora, arrivederla presto.
— Arrivederci presto, figliuolo mio.
Sulla spianata, dinanzi alla chiesa, il cocchiere che aspettava il ritorno degli sposi, fumando, spense il sigaro e lo intascò, vedendo uscire la comitiva, la moglie a braccio del marito, i due testimonî ai due lati della coppia; e cavatosi il cappello, già apriva lo sportello della carrozza perchè tutti vi rimontassero, quando la signora gli disse:
— No, non ancora: aspettate.... Sentite, Bertini, — soggiunse rivolta allo scultore, — mio marito ed io saremmo lieti di salutare un momento i vostri parenti....
— Saranno essi lietissimi....
Per il sentiero serpeggiante sul dorso della montagna, chiuso tra bassi muricciuoli dai quali sporgevano le siepi di vitalba, si avviarono tutti alla casa. Il cielo si era ancora più schiarito, le ultime volute dei vapori si diffondevano come chiome discioltee ondeggianti al vento, canute nella bassa conca del lago, bionde nel sole delle altitudini.
— Vi fermate a lungo? — domandò ella a Perez, col quale procedeva ora avanti.
— Non tanto quanto vorrei. Debbo purtroppo tornare alla scuola.
— Tenete compagnia al vostro amico, — soggiunse; poi, dopo una breve pausa, con voce più bassa ma con più calore d'accento: — Ne ha bisogno.
In fondo al sentiero, tra le sbarre di un cancelletto di legno, si vide una testolina affacciarsi, poi ad un tratto sparire con un breve grido di sorpresa.
— La vostra nipotina? — domandò ella, voltandosi verso Bertini.
— E la mia, del cuore! — rispose Perez.
Ora il cancello si schiudeva, e la bimba, precedendo il babbo, la mamma ed i fratelli, si avanzava con le manine incrociate sul seno per reggere un enorme fascio di fiori e di fronde, una messe tanto copiosa che la vestiva tutta e quasi le nascondeva il visino. Giunta dinanzi alla sposa si fermò, la guardò con gli occhi color di cielo, e disse:
— Signora, la mamma ed io....
Ma già ella si chinava su lei, quasi in ginocchio, tendendole le braccia, attirandola a sè:
— Cara, cara, bimba mia cara....
Fu una cosa difficile raccogliere quei fiori, ricomporli, staccare i gambi delle rose impigliati nelle pieghe della vesticciuola della donatrice. La signora Laura vi diede mano, dicendo in tono d'amabile rimprovero:
— Ma bisognava ripulirli e legarli.... Non si offrono i fiori a questo modo....
— Lasci, lasci!... Sono anzi più belli!
Scambiarono così le prime parole prima della presentazione: poi, quando lo scultore ebbe pronunziato: «Mia sorella....» la signora Laura stese la mano alla visitatrice, dicendo con un sorriso di grande gentilezza e di profonda bontà:
— Sia la benvenuta fra noi. Mi permetta di esprimerle i nostri augurî più sinceri....
— La ringrazio, signora. Creda che sono fra i più graditi.
Compita la presentazione, scambiati gli inchini e le strette di mano, i padroni di casa lasciarono il passo agli ospiti.
— Rita!... — chiamò la straniera, volgendosialla bambina. — Ti chiami Rita, lo so!... Dammi la tua manina.
La fanciulletta parve tutta orgogliosa di tornare a casa stringendo la destra della sposa, che reggeva con l'altra mano i fiori offerti da lei. Traversata la terrazza, dato uno sguardo al panorama, tutti entrarono nel salotto.
— Bertini, io interpreto il desiderio di mio marito ed esprimo il mio direttamente, chiedendovi di farci vedere il vostro studio.
— Sì, signora! — rispose pronta la minuscola donnina. — Lo zio non vi lavora più dacchè è a Firenze, ma vi sono dentro tante belle cose.... C'è anche la mia statua, di quando ero piccina....
— Ah, sì? — rispose ella sorridendo. — Rappresenterà un angioletto!... Andiamo a vederla.
Lo studio, vastissimo, tutto illuminato da un largo lucernario, ingombro nel mezzo da una forte impalcatura, pieno di gessi, di cere, di crete, con le pareti nascoste da pezzi di scultura antica, da modelli anatomici, da quadri, da bozzetti, da stampe, da stoffe, da armi, aveva un solo angolo ospitale, dietro un paravento: un largo divano basso,qualche sgabello, un tavolino a due palchetti sovraccarico di albi e di libri d'arte. Ma gli ospiti non vi si fermarono; guidati dalle due donne, girarono per lo stanzone, esaminando le opere che vi erano disseminate.
— Questo è il bozzetto dell'acquasantaio?... Questo è il gesso del «Fiore della memoria»?... Il busto del «Leopardi»....
L'amica dell'artista riconosceva ad una ad una tutte le sue opere e le additava al marito, che le considerava da vicino per esaminarne la fattura, e poi se ne discostava per coglierne l'effetto totale.
— E questa statua di quando eri piccina?
— Eccola, signora: venga con me.
In un angolo, sopra un tripode, la statuina di bronzo, alta poco più di un palmo, rappresentava la piccoletta, ritta in piedi, con la testolina piegata, le braccina protese, le manine dischiuse, nell'atto di offrirsi ad una persona diletta.
— Che mossa!... Che vita!... — esclamò Perez. — Se non par che si muova!...
— È la vita fermata nel metallo, — confermò il colonnello.
Ella disse soltanto:
— È molto bella.
— Mi permettete di offrirvela?
— E come, Bertini!... Sono permessi che si accordano molto volentieri.... Ma non vorrei privare i vostri cari....
— No, signora, — soggiunse la sorella, — noi abbiamo la nostra copia, in sala da pranzo.
Il dottore colse l'occasione per proporre:
— Se vogliono gradire una tazza di cioccolata....
— Grazie, dottore; ma abbiamo i minuti contati, e vorremmo ancora vedere tutte queste altre cose belle.
— Prendono il battello delle 10 e 15?
— No, scendiamo a Gozzana, prendiamo il treno delle 11.
— Ma si potrebbe anche fare un'altra cosa, — soggiunse la signora Laura: — far servire qui stesso la cioccolata....
Mentre ella andava a dare gli ordini, la visita continuò. Gli ospiti passarono dinanzi a tutto ciò che restava degli antichi lavori dello scultore, copie od abbozzi. Non vi era frammento che l'amica non riconoscesse.
— Questo è uno studio per la «Giovanna d'Arco»?... La prima idea dell'«Amerigo Vespucci»....Aveste ragione di modificare quelle figure di selvaggi: rammentavano troppo i mori del monumento mediceo di Livorno.
Si aggirò per ogni angolo, vide ogni cosa, rimosse tutti i cavalletti girevoli, lesse tutte le firme dei bozzetti pittorici, tutti i titoli dei libri sul tavolino. Vedendo sopra una mensoletta un calice da fiori, vuoto, disse alla piccola Rita:
— Ma come? Tu lasci senza fiori lo studio dello zio, e ne dài tanti agli estranei?
E mentre la piccina balbettava qualche confusa parola di scusa, ella stessa scelse tre rose dal fascio, una bianca, una gialla ed una rossa, e le dispose nel calice.
— Ricordati che sono senz'acqua, pensa a dar loro nuova vita.
Quando il servizio fu pronto sul tavolino sbarazzato dai libri, la conversazione, divenuta generale, sfiorò molti argomenti: la floricoltura del dottore, il movimento dei forestieri sul lago, le bellezze della natura e dell'arte italiana.
— Ora, — ella disse, levandosi, dando il segno dell'addio, — non bisogna dormire sugli allori, Bertini!
— Glielo dica lei, signora! — soggiunsela sorella. — Forse le sue raccomandazioni riesciranno più efficaci delle nostre.
— Di questo gruppo sacro, sulla cima Antalba, guardate che vogliamo avere presto notizia! Non è possibile che quassù, dinanzi a questo sublime spettacolo, non troviate motivi d'ispirazione.
Erano di nuovo usciti sulla terrazza; dopo una breve sosta, ridiscesero tutti, ospiti e padroni di casa, verso la chiesa. Tutte le nebbie erano ormai disciolte, nel trionfo del sole; solo un ultimo fiocco ne restava, sull'Antalba, piegato dal vento in modo da simulare il fumo d'un vulcano. Pareva veramente che, per un'improvvisa eruzione, dalle viscere del monte esalasse un ardente fiato.
— Meraviglioso! Divino!... — mormorò ella ancora, girando lo sguardo per la conca lacustre, quasi a raccogliere e imprimersi nella mente tutti i particolari di quella visione, come aveva fatto di ogni angolo e di ogni opera dello studio. Poi, rivolta alla padrona di casa: — Signora.... — disse, stendendole la mano.
Si tennero un momento per mano, guardandosi; poi, con moto concorde, si accostarono, si baciarono sulle due guance. Chinatasisulla piccina, la straniera le prese la testolina fra le mani, la baciò sulla fronte.
— Rammenta tu allo zio che vogliamo vedere altre statue. Digli che ti scolpisca lassù!...
Strinse la mano a lui da ultimo, dopo aver preso congedo da tutti gli altri.
— Fate contenti i vostri cari e i vostri amici!... Avete un dovere, se non dinanzi ad essi, dinanzi all'Arte che aspetta grandi cose da voi.
Egli non potè rispondere; chinò soltanto il capo, per nascondere l'ultima contrazione del viso.
Quando fu in carrozza, dopo che la frusta schioccò e i cavalli si mossero, ella salutò ancora, con la mano, col capo; lanciò ancora un'ultima esortazione:
— Siamo intesi, Bertini!... Al lavoro!... Buon lavoro!...
La prima rappresentazione del «Paradiso terrestre» al Goldoni è rimasta famosa per la tempesta che scatenò in teatro e per le polemiche che accese nella stampa. Dopo lo spettacolo, ad un tavolino del Caffè Francese, intorno a donna Maria di Varga, furono espressi vivacemente e rumorosamente i più disparati giudizî, magnificando alcuni la commedia di Guglielmo Baglioni, altri condannandola, approvandone gli uomini la tesi, scandalizzandosene le signore. Solo Ferdinando Anselmi taceva, volgendosi ad ascoltare gl'interlocutori e le interlocutrici senza far cenno di consenso nè di dissenso; ma poichè egli era il giudice più autorevole, donna Maria gli si rivolse, chiedendogli perentoriamente la sua opinione.
— Se permettete — diss'egli — io vi abbandonerò l'opera d'arte. Dal momento che un autore propone, dibatte e a modo suo risolve una tesi, bisogna considerarlo comeun professore, un predicatore, un propagandista, la cui orazione potrà essere, rettoricamente, più o meno smagliante, ma le cui idee, e non già le immagini, importano. Ora Baglioni ha questo merito indiscutibile: di averci posto dinanzi un certo aspetto del problema dell'amore, al quale, pur essendo, o forse appunto per essere di semplicissima ed ovvia osservazione, non si attribuisce ordinariamente la dovuta importanza. Il titolo, che la signora Graziani e il mio amico Mauri particolarmente disapprovano, mi pare invece, scusate, molto graziosamente scelto. Voi sapete come nei miti biblici che sembrano più favolosi i credenti cerchino e trovino il preannunzio delle moderne affermazioni scientifiche: così i sei giorni della creazione sarebbero le epoche geologiche, e la formazione della donna dalla costola di Adamo significherebbe la separazione dei sessi dal primigenio ermafrodito. Ma vi è un punto dove la favola discorda dalla realtà scientificamente accertata e volgarmente osservata: quando narra che Adamo peccò a istigazione d'Eva. Non si trova, invece, nessuna forma di vita sessuata nella quale la femmina compia l'ufficio d'istigatrice: tutte lespecie, al contrario, si estinguerebbero se i maschi dovessero aspettare di essere invitati a nozze. Non che invitare, la femmina ha essa bisogno d'essere pregata, corteggiata, sollecitata ed all'occorrenza sopraffatta. L'invenzione del serpente è un omaggio tributato alla realtà; se non che, questo rettile insinuante, il quale non parla e non può parlare per proprio conto, appartenendo ad una specie diversa e disforme, è un personaggio simbolico del quale non si può trovare il preciso equivalente nella commedia umana. Baglioni, in quel Gorli a cui sono toccati i fischi più sonori, ha voluto rappresentare il seduttore disinteressato, per conto altrui, per amore dell'arte: invenzione che poteva farsi accettare se si fosse incarnata in una persona viva. Non neghiamo che il tipo esista; diciamo che Baglioni non lo ha veduto nella vita reale, e per conseguenza non gli ha soffiato nei polmoni quella dell'arte. I serpenti a due zampe, col fiore all'occhiello e il monocolo all'occhiaia, non spingono Eva ad offrire la mela ad Adamo, ma le dimostrano la convenienza di mangiarla insieme con loro. È vero bensì che qualcuno, invece di gustare il frutto proibito, riesce precisamentea farlo offrire ad un altro; ma questo effetto non è mai premeditato; è anzi involontario e sgradito. E se tale fosse stato il caso rappresentato da Baglioni, i suoi amici non avrebbero dovuto durare tanta fatica per difenderlo contro i fischi e le risa degli avversarî. Un moto interiore della sua coscienza od un avvenimento estraneo alla sua volontà poteva benissimo impedire al Gorli di ottenere per sè il premio dell'opera serpentina. Chi di voi rammenta la baronessa di Sclàfani? Il serpente della povera donna Emilia fu un amico di casa, il quale, dopo averla tolta alla quiete, dopo averle messo addosso la febbre della curiosità, del desiderio, del pericolo, si ritrasse, preso a un tratto dallo scrupolo di offendere il marito, di cui era intimissimo....
— Come? Come? — interruppe donna Maria. — Narrate!
— È una storia piuttosto lunga, mia cara amica, e del resto sta scritta in un libro; se volete, domani ve lo porterò. Il fatto è questo: che in tutta la serie degli esseri viventi l'istinto dell'amore, attivo e prepotente nei maschi, è nelle femmine non solamente passivo, ma accompagnato da unistinto tutto contrario, di resistenza, di disamore, che rende perfettamente ragione degli aggettivi qualificativi appioppati a voi donne dal secondo Dumas, quando vi definì creature illogiche, subalterne e malefiche....
Vivaci esclamazioni di protesta provocarono queste parole nelle astanti, specialmente da parte di donna Maria e della signora Graziani, mentre qualcuno degli uomini, prima diffidenti e quasi ostili, le approvavano. Anselmi si strinse nelle spalle, con un muto sorriso, finchè il coro discorde non tacque; allora, con un gesto della mano che invocava silenzio, riprese pacatamente:
— Non nego, non nego che il novantanove per cento delle soddisfazioni nostre, di noi uomini, in amore, dipendano precisamente dalla vittoria riportata sulla vostra passività, sulla vostra apatia, sulla vostra riluttanza, e che se vi trovassimo tutte disposte a seguirci ad un semplice cenno, come quella signorina laggiù — e in così dire additò una vistosa e solitaria cliente seduta a un deserto tavolino dell'elegante Caffè — la mancanza di difficoltà nell'impresa ne scemerebbe l'attrattiva e ne farebbe anchepassare la voglia; ma i danni della lotta, anche quando vinciamo, chi li enumera, chi li valuta, chi li somma? Il gatto torna tutto insanguinato dell'amplesso della deliziosa gattina: vi rammentate quello della «Gioia di vivere» di Emilio Zola? Voi non ci graffiate la pelle.... sebbene!... talvolta!... ma lacerate il nostro cuore, mortificate il nostro orgoglio, avvilite la nostra dignità, spremete lacrime amare dai nostri occhi. Abbiamo riso del personaggio di Baglioni, che si ritrae al momento buono per lasciare il posto all'amico; ma non ridono nelle scuderie, al tempo della monta, quando, per evitare che le riluttanti giumente sconcino con un calcio il prezioso purosangue, le fanno prima abboccare con un qualunque ronzino; il quale, se le belle si mostrano disposte a dargli ascolto, è poi tratto da parte e costretto a cedere il posto al nobile e valente stallone....
Un altro coro di scandalizzate proteste coprì la voce dell'oratore; la signora Graziani, con una deliziosa smorfietta tra di disgusto e d'ilarità, lo sfidò:
— Ma insomma, che cosa volete? Si può sapere che mai dovrebbero fare, secondo voi,queste povere donne? Se voi stesso riconoscete che la grande arrendevolezza di quelle signorine vi nausea?
— Precisamente! Nè solo quando è venale, ma anche se disinteressata la pronta dedizione dispiace ed inquieta, come sintomo di anormalità. Una certa resistenza è naturale, necessaria, conveniente; un certo sforzo per vincerla non riesce tutto penoso, perchè sforzo vuol dire esercizio di forza, e la coscienza della forza giova, piace ed esalta. Dirò di più: anche quando la resistenza è invincibile, anche quando l'amante respinto è ridotto alla disperazione, alla pazzia, al suicidio, egli non ha da prendersela se non col destino, o con sè stesso, per essersi innamorato d'una creatura insensibile, d'una bellezza inutile, direbbe Maupassant; ma l'assurdità delle resistenze volute, studiate, prolungate oltre il ragionevole, complicate con gli adescamenti, con le gelosie, con le rivalità, coi falsi pudori, coi mendicati doveri, con tutti i peggiori artifizî della civetteria, quelle sono le più penose e pericolose. Disgraziatamente sono anche le più frequenti. Dico anzi che sono la regola. Ordinariamente, dopo la vittoria, si dimenticaquanto il suo conseguimento è costato di supplicazioni, d'implorazioni, di umiliazioni, di amarezze, di torture, di commozioni penose e logoranti, di assurde e ridicole esagerazioni spacciate per ubbriacare e scuotere l'oggetto del nostro desiderio, di tempo e di fiato e di pianto sprecati; ma chi può vantarsi di non esser passato per queste pene e di non aver fatto questo sciupìo? Chi ha trovato una donna, dico una donna e non una mercenaria nè un'ammalata, chi ha trovato una creatura bella d'aspetto e degna nell'anima, capace di arrendersi semplicemente, naturalmente, sottraendosi al tributo di falsità che l'istinto e le tradizioni del suo sesso le impongono, e sottraendo per conseguenza anche noi al tributo di menzogne e di lacrime; una creatura capace di comprendere senza tante storie la sincerità dell'ardore suscitato, col minimo di storie occorrente per infiammarsi o per riscaldarsi a sua volta?
— Io.
Intenti a seguire le argomentazioni del facondo oratore, gli astanti si volsero, un poco stupiti, al suono della nuova voce. Aveva risposto Alberto Mauri.
— Tu? I miei complimenti! Dove l'hai trovata?
— In sogno.
— Volevo ben dire! In sogno, anch'io.
— Ma nessun sogno può paragonarsi al mio.
— Proprio?... Ma proprio?... Narratelo allora! Sentiamo!... — dissero le signore.
— Anselmi — osservò Mauri rivolto a donna Maria — non ha voluto riferirvi la storia della baronessa di Sclàfani come troppo lunga per quest'ora: è il tocco e un quarto, e neppure il mio sogno è breve!
— Il tocco e un quarto!... — esclamarono più voci femminili. — «A casa, a casa....» — intonarono poi, sull'aria della «Cavalleria rusticana».
La comitiva si sciolse; alcuni montarono in legno, altri si congedarono dirigendosi verso il centro della città; donna Maria, la signora Graziani, suo fratello, Anselmi e Mauri si avviarono lentamente verso i quartieri alti.
— Se lo narraste ora, il vostro sogno? — propose la signora di Varga. — Susanna è nottambula come me, e non si dorrà di rincasare mezz'ora più tardi: è vero?
— Mauri! — rispose l'interrogata volgendosi al giovane. — Ve ne preghiamo!...
E per le vie deserte, a tratti avvolte nella penombra, a tratti fortemente rischiarate dalle lampade ancora veglianti nella notte alta, Mauri, in mezzo alle due dame che gli altri cavalieri circondavano dagli altri lati, narrò.
— .... È alquanto difficile significare le impressioni del sogno: voi sapete che si distinguono da quelle della veglia per qualche cosa, appunto, di ambiguo, di indefinibile, di evanescente. Talvolta, è vero, sono d'una vivacità straordinaria, da superare le più gagliarde e profonde della vita reale; ma, subito dopo, al dischiudersi degli occhi, il ricordo se ne attenua e sbiadisce e sfuma. Sogni deliziosi o terribili, tutti ne abbiamo fatti e ne facciamo; ma di quanti serbiamo memoria?...
«Io ero nel più bel paese del mondo, una spiaggia tutta frondosa e fiorita, dinanzi a un mare azzurro aleggiato da tepide brezze, veleggiato da candide ali. Un tempio marmoreo sorgeva dinanzi al mare, ed era dedicato alla Fortuna. Giorno e notte la gentevi traeva da ogni parte, per tentarla, e coloro che la mutevole Dea favoriva ne uscivano carichi d'oro, e quelli che osteggiava si precipitavano, ridotti alla miseria e alla disperazione, da altissime rupi sopra irte scogliere. Il tintinnio dell'oro scandeva le musiche echeggianti sotto le vôlte del tempio; creature di favolosa bellezza vi si aggiravano, affascinanti come sirene. La donna dalla cui vista rimasi abbagliato non era la più desiderata: altre si traevano dietro codazzi di spasimanti; ed io sentivo il bisogno di render conto a me stesso della mia scelta, pensando a quel che ci accade quando siamo dinanzi alla mostra d'un gioielliere. Anche se non abbiamo da comprar nulla, se fantastichiamo che qualcuno, un amico straricco e generoso, o lo stesso mercante, ci offra di portar via un oggetto di nostro gusto, noi non preferiamo il più vistoso, ma il più squisito. Come dire la squisitezza, la leggiadria, la grazia, l'incanto, il fascino di quella creatura? Mai ne avevo vista un'altra altrettanto espressiva. Il fervore della sua intima vita non si rivelava solamente dagli occhi profondi, mutevoli, languidi e sfavillanti, limpidi e tenebrosi,ma da ogni tratto del viso, da ogni atteggiamento della persona. La chioma bionda e ricciuta era tutta ardore, tutta capricci; le guance avvampavano come per baci che invisibili labbra vi stampassero o si sbiancavano come per parole mortali che ella sola udisse; nei fremiti delle sue proprie labbra, delle mobili nari, delle mani nervose, passavano baci, sorrisi, carezze, repulse, disdegni, meraviglie, desideri, cupidigie, tutti i moti d'un'anima sincera, tutti gli atteggiamenti d'una vita intensa. Era straniera, principessa, ricca a milioni; ma non sfoggiava la sua ricchezza: in mezzo a gente che ostentava il lusso più ricercato, era semplice, disadorna, quasi dimessa; ma nella sua semplicità nessuna riusciva altrettanto elegante, d'una eleganza così discreta, istintiva, connaturata, la più rara, la più invidiata, quella che non si acquista.
«Suo marito, gigantesco, soldatesco, poteva esserle padre. Tentava costui assiduamente la fortuna alle tavole del giuoco, con singolare freddezza, con perfetta padronanza di sè stesso; mentre, intorno a lui, non vedevo se non facce pallide o accese, occhi spalancati, avide bocche, mani frementi. Ellanon giocava: leggeva, ricamava, passeggiava nei giardini incantati, lungo il placido mare; ed io non sapevo in che modo accostarla per dirle il prodigioso effetto che la sua vista aveva prodotto in me. Mi pareva che tutte le donne prima conosciute nulla m'avessero rivelato del sesso loro, che ella soltanto lo incarnasse, ne possedesse tutti gli attributi, ne potesse rivelare tutto il mistero. E mentre così pensavo, sentivo anche l'impossibilità di giungere a lei, come ad una vetta altissima, inaccessibile. Ci sta ella dinanzi, sul cielo azzurro, tra le nubi, e par quasi che la tocchiamo con la mano, e che uno slancio ce la farà guadagnare; ma se il desiderio ha le ali, le gambe sono di piombo e c'impediscono di muovere un passo. Tale era l'angoscioso sentimento della mia impotenza, mentre volevo compiere eroismi che avrebbero fermato l'attenzione di lei. Improvvisamente le parlai. Che stranezza! aver pensato di gettarmi in mare per trarre un naufrago alla riva, di raggiungere a corsa sfrenata un cavallo impazzato per afferrarlo e domarlo, di meritarmi con qualche impresa similmente ardua e nobile un suosorriso, ed ottenerlo poi col più semplice e comune dei gesti!...
«Ella che non avevo mai vista nelle sale del giuoco, vi si appressò una volta mentre anch'io mi accingevo ad entrarci. I giocatori che vi s'ingolfavano, impazienti di raggiungere i loro posti, avidi di guadagno, ignoravano o dimenticavano i più elementari doveri di cortesia: si affollavano, si sospingevano, si urtavano, come impazzati: io le cedetti il passo e trattenni coloro che mi stavano dietro, reggendo la bussola. Mi guardò, come stupita dell'atto; sorrise con indicibile grazia, e mormorò nella sua lingua:
«— Molto gentile!
«Tanto tempo addietro, a scuola, io avevo studiato quel nordico idioma, ma per mancanza di esercizio lo avevo quasi del tutto disimparato: ad un tratto l'espressione adatta alla circostanza mi salì alle labbra:
«— Doveroso semplicemente!...
«La rividi a pranzo, alla tavola rotonda.... Come mai nel mio stesso albergo? Non me ne ero accorto prima, o vi si era traslocata quel giorno?... Stava seduta ad una tavola non molto discosta dalla mia, ed io che l'avevo trattata con tanto rispetto dinanzi all'entratadelle sale, con altrettanta indiscrezione fermai allora su lei l'avido sguardo. Non parve che se ne accorgesse. Dopo pranzo, quando il marito l'ebbe lasciata, mi ritrovai accanto a lei nel vestibolo, presso al guardaroba: le chiesi il permesso d'aiutarla a mettersi il mantello, le porsi la borsa ed i guanti.
«— Grazie!... — disse ella. — Siete italiano?
«— Come lo sapete?
«— Non è difficile indovinarlo, al viso, ai modi, all'accento.
«Mai avevo udito voce così musicale, una voce di contralto, grave e dolce, come d'oro. Le sue ultime parole furono dette in francese. Si era accorta di qualche mio errore nel parlare la sua lingua? Voleva rendermi più agevole la conversazione?
«— Venite nelle sale di giuoco? — le domandai, adoperando il francese a mia volta.
«— Non giuoco.
«— Che importa! Vedere gli altri è uno spettacolo.
«— Penoso.
«— Non sempre.
«— E voi, giocate?
«— Talvolta.
«— Che cercate nel giuoco?
«— Il giuoco!
«— Buona fortuna!
«Mi porse la mano soave con moto lento, pieno di grazia; si allontanò con passo lieve; la vidi sparire, svanire, quasi svaporare tra le ombre del giardino.
«Alla tavola verde, fin dal primo colpo, le monete cominciarono ad accumularsi dinanzi a me. Vinsi, vinsi, non so quanto, non so come, con le puntate più rischiose, contro tutte le probabilità. Non le calcolavo, buttavo la posta sopra un numero qualunque, giocando veramente per giuoco, come per conto d'un altro, come se le monete fossero gettoni. Invece di badare ai colpi della fortuna, consideravo coloro che la sfidavano, studiavo le loro espressioni e i loro atteggiamenti: i visi pallidi, smarriti, con gli occhi fuori dell'orbita, degli uomini in disdetta; quelli animosi, ridenti, coi muscoli del viso corsi da lievi tremiti, di coloro che vincevano; le donne più avide, più intente, con moti e scatti nervosi alle perdite; lente e come assorte nei calcoli, ma tuttavia inconsapevoli durante le vincite.... Accumulandosil'oro e i biglietti di banca dinanzi a me, qualche cosa come ventimila franchi, mi parve di udire la voce di lei che ammonisse: «Ora basta!...»; ma non l'ascoltai, continuai a puntare, con eguale, con maggiore disinvoltura, come ebbro. E cominciai a perdere. La fortuna si era stancata. Non mi arrestai: volli sfidarla. A poco a poco tutta la vincita sfumò, perdetti anche il denaro che avevo portato meco. Quando non ebbi dinanzi altro che due monete d'oro, lasciai il posto, uscii nel giardino. Ella era ancora lì; le andai incontro, col cappello in mano.
«— Avete vinto o perduto?
«Trassi di tasca le due monete e gliele mostrai.
«— È tutta la vostra vincita?
«— È quanto mi rimane, dopo aver vinto ventimila franchi.
«Ella tacque un poco, poi domandò:
«— Che conto fate del denaro?
«Per tutta risposta, con un moto istintivo, con uno scatto improvviso, lanciai le due monete lontano, tanto lontano che non si udì il rumore della caduta.
«Il gesto non la stupì. La notte era divina,senza vento, tutta costellazioni rutilanti come serti di gemme; Venere, perla miracolosa pendente sulla linea dell'orizzonte, rigava il mare del suo riflesso, quasi liquefacendosi. Sentii gonfiarmi il petto da un desiderio di morte.
«— Così getterei la vita per voi, — mormorai, — per vedervi apparire stanotte lassù, in camera mia....
«Non parve offesa nè semplicemente stupita dalle mie parole, come se avessi espresso un sentimento naturale e doveroso, una verità elementare ed ovvia. Se avesse risposto una sillaba, se avesse fatto un cenno, avrei scavalcato la terrazza precipitandomi in mare. Come mi era sembrato di non aver bene conosciuto nessuna donna prima di lei, così mi sembrò in quel momento di non aver mai veramente vissuto: tutta la vita mi parve destituita di valore e di significato senza l'amor suo.
«Il marito sopravvenne: ella mi presentò. Neanch'io mi stupii che ella conoscesse il mio nome. Certamente doveva averlo trovato sulla tabella dei viaggiatori dopo aver saputo il numero della mia camera. Ma io non avevo pensato di fare altrettanto con lei,non sapevo come si chiamasse.... Su, in camera, durante la notte insonne, restai a lungo immobile sopra una poltrona, mi buttai vestito sul letto, tornai a levarmi più volte, sempre con lo sguardo all'uscio, come se da un momento all'altro dovesse schiudersi, come se un'ombra bianca, lieve e silenziosa, dovesse apparirvi. Non apparve, ma la vanità dell'aspettazione non mi deluse, come non mi aveva stancato la sua lunghezza. Tanto avevo disperato, prima di parlarle, tanto mi era sembrata lontana, formidabile, inaccessibile, altrettanto mi sentivo ora animato da luminose speranze.
«Il domani la incontrai nella sala di lettura. Le dissi, come la cosa più semplice del mondo, come la sola cosa che dovessi naturalmente dirle:
«— Perchè non siete venuta?
«Mi guardò senza meraviglia; sorrise appena; rispose con un'altra domanda, socchiudendo gli occhi:
«— Perchè mi avete aspettata?
«Allora parlai. Tutto ciò che avevo sentito per virtù sua, il senso di vanità trovato in tutte le cose e l'ebbrezza di vivere accanto a lei, la moltiplicazione di tutte le mie potenzevitali e la dispersione d'ogni mia volontà, la certezza che mi avesse compreso e il bisogno di annientarmi per provarle la mia sincerità: tutti i contrasti della sfiducia e della fede, delle esaltazioni e degli abbattimenti, tutto le dissi con una eloquenza della quale io stesso ero meravigliato. Mai avevo parlato con tanta facilità, con tanto impeto, con tanto fuoco, nella mia propria lingua; non una parola mi mancava nella straniera, come se qualcuno, un suggeritore invisibile, me le venisse dettando, da un libro.
«— Come volete ch'io creda a questo amore? — domandò ella quando tacqui.
«— Che cosa ve lo impedisce?
«— Mi conoscete da qualche giorno, mi avete parlato due volte appena!
«— Una sarebbe bastata.
«— Non sapete chi sono, donde vengo, dove vado, come penso, quanto valgo. In queste condizioni non è possibile amare: si può desiderare soltanto.
«— Forse che l'amore è una cosa diversa da questo desiderio veemente, cocente, struggente, supplice, disperato, mortale, vitale? Non so chi siete? So che siete la bellezza,la meraviglia, la grazia, la seduzione, l'incanto. Che cosa vorreste che sapessi di più? Il resto che m'importa? Il resto che importa? Non si avvilisce l'amore riducendolo al desiderio, poichè quando il desiderio cessa, resta l'indifferenza o il disgusto.
«Mi parve di aver formulato una di quelle sentenze la cui verità è lampante, inconfutabile, assiomatica; mi stupii meco medesimo di essere così concettoso e persuasivo.
«Ella disse:
«— Tutti i giuochi vi sono familiari, compreso quello delle parole.
«Il richiamo al giuoco mi suggerì un'idea:
«— Volete che ci affidiamo al caso?
«— Come sarebbe a dire?
«Non potei spiegarmi, sopravvenendo gente di sua conoscenza. La invitai per il pomeriggio in una «Tea-room», una sala dove gl'Inglesi prendevano il tè, dinanzi a minuscole tavole, senza far rumore, quasi compiendo un rito.
«— Il caso governa tutta la nostra vita, sempre, anche quando ci crediamo maggiormente padroni di noi stessi. Esso ci ha sospinti alla stessa ora, da luoghi tanto discosti,in quest'angolo del vasto mondo; esso determinerà i nostri futuri rapporti. Pensate ai vostri antichi timori: non dipesero da un concorso di circostanze fortuite? Al convegno dove foste vinta, lo scoppio d'un temporale, l'incontro di un importuno, il malessere d'un parente, l'arrivo d'una notizia, il più piccolo contrattempo vi avrebbe fatto mancare. Se l'uomo che vi sedusse avesse parlato un giorno prima o un giorno dopo, un'ora prima o un'ora dopo, se non avesse toccato un certo tasto, se non avesse preso un certo atteggiamento, se non avesse proferito una certa frase, se non avesse taciuto una certa parola, non vi avrebbe soggiogata. La vostra passione o la vostra saggezza, la vostra sconfitta o la vostra vittoria, tutto il destino della nostra intima vita, tutta la successione dei nostri casi esteriori, sono stati e sono continuamente determinati da avvenimenti minimi, infimi, imprevisti, imprevedibili, indipendenti da noi, prodotti dal giuoco di forze cieche ed inconsapevoli. Oggi, a quest'ora, nè io nè voi possiamo dire che cosa accadrà di noi: tanto è probabile che ci perderemo di vista fra qualche giorno o qualche settimana, senza conoscerci piùaddentro, dimenticandoci, quanto che ciascuno di noi debba vivere indelebilmente nella memoria e nel cuore dell'altro. Invece di aspettare che il caso compia l'opera sua più o meno lentamente e c'imponga a nostra insaputa la sua risoluzione, vogliamo interrogarlo subito ed uniformarci consapevolmente alla sua risposta?
«— In che modo?
«Trassi di tasca il taccuino, ne strappai due foglietti, scrissi sull'uno: «Partite», sull'altro: «Restate».
«— Ecco: vedete queste due parole su questi due pezzi di carta?
«— Le vedo. E poi?
«— Io arrotolo i cartellini in modo che non si possano distinguere l'uno dall'altro, li getto nel mio cappello, così.... Voi ne prenderete uno: se sarà quello dove si legge «Partite», partirò domani col primo treno, sparirò, non vi rivedrò mai più; se sarà l'altro....
«Ella mi guardò un istante con occhi ingranditi dalla curiosità e dallo stupore; poi scoppiò in una risata, una risata schietta, sonora, squillante, che ci attirò gli sguardi severi degli astanti scandalizzati.
«— Sapete che siete un originale? Nessuno mi crederà, quando narrerò che mi fu fatta una simile proposta!
«— Mai proposta fu più ragionevole. Della stravaganza ha l'apparenza soltanto.
«— Io dovrei esser vostra per aver posto la mano sopra un pezzo di carta piuttosto che sopra un altro? Voi sareste contento di prendere una donna così, come si vince un oggetto alla lotteria?
«— Non come un oggetto!... Siate sincera! Dentro di voi c'è un contrasto di opposti impulsi, di istinti antagonistici: molte voci vi dicono di resistere, ma qualcuna, sia pure una sola, parla pure in favor mio. Se vi fossi odioso, o soltanto indifferente, non sareste, a quest'ora, in questo luogo, con me. Voi mi respingete e mi attirate ad un tempo, volete ascoltarmi e non volete abbandonarvi: non sapete precisamente qual è la vostra volontà. Da questa incertezza il caso vi farà uscire a poco a poco: sarà lui quello che vi agguerrirà contro la tentazione o che se ne renderà complice. Io vi propongo di affrettarne il responso. Se dirà ch'io resti, non dovete far altro se non ascoltare la voce che vi parla per me, che vi dicela forza della vampa suscitata in me, l'intensità della gioia che mi dareste, a cui voi stessa partecipereste....
«— E se sortisse il cartellino con la parola «Partite»? Partireste come promettete, senza far nulla per tentare di rivedermi?
«— Ve lo giuro su quanto ho di più sacro.
«— E volete ch'io creda al desiderio che v'arde? Che cosa è dunque questo vostro incendio, se siete capace di spegnerlo con un atto di volontà?
«— Ma non di volontà! Non mi fraintendete! La mia volontà non è irresoluta come la vostra. La mia volontà, il mio piacere, il mio bisogno sarebbe di prendervi fra le braccia, di stringervi al petto, di portarvi via come una cosa preziosa, un tesoro trafugato, un bene essenziale; ma se, dopo aver tentato tutte le vie del vostro cuore, dopo avere aspettato tutte le occasioni propizie, non riuscissi a commuovervi, dovrei pure necessariamente uniformarmi all'avverso destino. Se sortisse la parola che mi ingiungesse d'andarmene, mi rassegnerei al decreto della sorte, come se le vostre stesse labbra lo avessero proferito.
«Allora fece un gesto col capo che mi parve di consentimento. Le porsi l'urna improvvisata perchè prendesse uno dei cartellini. Distese infatti la mano, ma per respingere il mio braccio.
«— No!
«— Perchè non volete?
«— Avete risposto a tutte le mie obbiezioni, ma ve n'è ancora una che non potete distruggere.
«— Quale?
«— Trovatela!
«La cercai, infatti, ma infruttuosamente. La mia attenzione era incapace di soffermarsi sul quesito, di antivederne tutte le soluzioni possibili. Mi rammentavo di certi tormentosi problemi algebrici studiati a scuola, pensavo al binomio di Newton, sentivo di dover adattare alla circostanza il calcolo delle combinazioni. Tentavo di ragionare: — Il caso, interrogato, potrà rispondere «sì» o «no», mentre ella stessa, in cuor suo, potrà propendere per il «sì» o il «no». Allora possono determinarsi queste combinazioni: ella può dir di «sì» e il caso dire anch'esso di «sì».... o di «no» e il caso di «no».... o di «no».... o di «sì».... o di«no».... — e la mia mente si confondeva in questo giuoco di alterne risposte.
«Quando ebbe goduto un poco del mio imbarazzo ella si alzò, dicendomi:
«— Accompagnatemi a casa: ho molte lettere da scrivere.
«— Non vi rivedrò fino a domani?
«— È molto difficile. Domattina parte mio marito.
«— Allora verrete a pranzo con me?
«— Volentieri, se potessi. Ma nel pomeriggio partirò io stessa.
«— Non è una difficoltà.