IX.BEATRICE BEATA

IX.BEATRICE BEATABice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia... di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN. 22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrareveracementealla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì? specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento,che alcuni trovano così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66]mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade, come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata, distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliaval'excessus mentisalla morte, e in cui non parlava più con la sua donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire, scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenzesono sempre dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta? Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato volentieri di lei mentre era viva,e diceràdi lei piangendo, puiche sì n'è gita in ciel subitamente.(VN. 31 c. 3)Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne, parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa era coverta del velo funebre, quelle canzonierano usate di portar letiziaalle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore; eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)Levava gli occhi miei bagnati in pianti,e vedea (che parean pioggia di manna),li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti...············Lo imaginar fallacemi condusse a veder madonna morta;············ed avea seco umilità verace,che parea che dicesse: Io sono in pace.Io divenia nel dolor sì umile...In questa: (c. 3)ed è sì gloriosa in loco degno.Chi no la piange, quando ne ragionacore ha di pietra...Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia. Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio, dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato, ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in cui era incarnata la speranzae la sapienza; e comincia una “nova materia„. (VN. 30)La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice:Quomodo sedet sola„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone, che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le quali e' dicessecomegliparea essere disposto a la sua (cioè della donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27) Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza, che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza “che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna. L'argomento è sempre unmentis excessus, come nella canzone seconda. Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la canzone,Morte poich'io non truovo(Ca. c. 5), nella infermità mortale della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrisse, a li principi de la terra alquanto de la sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia:Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium.Tale epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimentosuonon fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa vedere, a parer mio, insieme con la canzone terzaLi occhi dolenti, che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due ilsuo proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di contemplazion di Dio e di sapienza.In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che scriveva?Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto probabile che ad un libro della Bibbia, alLiber Sapientiae, già s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67]E leggiamo ora in quel libro. “Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che la bramano, sì ch'ella si mostra loro perprima. Chi dal far del giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68]È ben possibile che da questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta sapienza. Egli racconta d'averne avuto ilsaluto la prima volta mentre ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna volta “alcun che degnoeradi veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s. 11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chiprimala vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere significa essere o essere per essere sapienti.[69]E non s'intende che Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esserluilaudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale, che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza, che andava per le vie, e si mostrava per prima o eraprima vedutada quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gentehilariter, cioè così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era rimasta vedova la città. Nonè possibile si tratti d'altro, perchè quali sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole, affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91)Diligite iustitiam qui iudicatis terram.Ma anche questo proponimento di fare, per una parte, trasformando una donna amata nella amata sapienza, un latino libro di Sapienza, nel quale, forse, s'insegnava rettitudine ai principi; e per l'altra, conservando alla donna morta le sue sembianze, ahimè, svanite per sempre, altre rime volgari d'amore; anche questo proponimento dileguò in breve. Apparisce a Dante (egli racconta) il viso d'“una gentile donna„.

Bice era morta; e non molto prima le era morto il padre. Nella narrazione che Dante fece, qualche tempo dopo, di questa ultima sventura, leggiamo: “Colui ch'era stato genitore di tanta maraviglia... di questa vita uscendo a la gloria eternale sen gìo veracemente„. (VN. 22) Quando la morte si concepisce così, e si crede un trasmigrareveracementealla gloria eterna, qual luogo può essere al dolore in chi rimane? specialmente, se chi rimane è di così grande bontà, che può aspettarsi d'avere a trovarsi, di lì a poco, insieme con chi partì? specialmente se chi dimora è un'angiola aspettata nell'alto cielo la quale non resta in terra se non a far visibile quella cosa invisibile che è la speranza della contemplazione di Dio? Eppure questa donna “fue amarissimamente piena di dolore„. Dante che era pieno, a' quei tempi, di quei concetti di morte mistica e di partita della mente, dalle vane imaginazioni tornando a un tratto alla realtà, dovè giustificare a sè stesso la contradizione tra quel concetto celeste della morte e questo dolore terreno, e la giustificò con un ragionamento,che alcuni trovano così fuor di posto che ne concludono che Dante qui allegorizzi,[66]mentre pare evidente che qui dica il vero propriamente. Dice: “Onde con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade, come da buono padre e buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e 'l suo padre (sì come da molti si crede, e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fue amarissimamente piena di dolore„. È un ragionamento che mostra come all'anima di Dante assorta ed esaltata, distratta, per così dire, in quelli abissi del profondo e dell'alto, la morte non si mostrava più, da qualche tempo, scortata dal dolore. Di vero egli disegnava quella sua “tragedia„, in cui ragguagliaval'excessus mentisalla morte, e in cui non parlava più con la sua donna e della sua donna se non là, nel limitare dell'oltremondo, “in quella parte della vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14) Chi ha in suo pensiero rimproverato a Dante quel suo finger morta la sua donna, quel, per così dire, scherzare con la morte; veda qui ora l'ammenda che di quel suo fingere e scherzare fa Dante, che torna, come trasognato, dal suo sogno mistico, e balbetta il suo raziocinio. “Vero è bene, che per i buoni la morte è una partenza per un luogo migliore; ma chi rimane? Le partenzesono sempre dolorose; e chi rimane, più è buono, ossia più è certo di dover raggiungere chi partì, più si duole. È strano, ma è così„.

Il risveglio doveva essere intero di lì a poco, “quando lo signore de la giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata„. (VN. 28) Come accolse il vero transito della sua donna, colui che morta l'aveva sognata e descritta? Egli si rivolge alle donne gentili, con le quali aveva parlato volentieri di lei mentre era viva,

e diceràdi lei piangendo, puiche sì n'è gita in ciel subitamente.(VN. 31 c. 3)

e diceràdi lei piangendo, puiche sì n'è gita in ciel subitamente.(VN. 31 c. 3)

Subitamente? Oh! sì, della morte di lei aveva, appunto con quelle donne, parlato, prima che la morte avvenisse; ma quella morte era ben diversa da questa! E la canzone, anzi le canzoni, ch'egli aveva pur riempite di tali imagini di trapasso, sì quella in cui gli angeli e i santi ad alte grida la maraviglia terrena vogliono in cielo, e sì quella in cui essa era coverta del velo funebre, quelle canzoni

erano usate di portar letizia

erano usate di portar letizia

alle lettrici, mentre questa è disconsolata. Sono in quelle, almeno nella seconda, gli stessi concetti, persino le stesse parole, di dolore; eppur in quelle era letizia, questa è figliuola di trestizia. E c'è la medesima umana contradizione nell'una e nell'altra. In quella: (c. 2)

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,e vedea (che parean pioggia di manna),li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti...············Lo imaginar fallacemi condusse a veder madonna morta;············ed avea seco umilità verace,che parea che dicesse: Io sono in pace.Io divenia nel dolor sì umile...

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,e vedea (che parean pioggia di manna),li angeli che tornavan suso in cielo,ed una nuvoletta avean davanti...············Lo imaginar fallacemi condusse a veder madonna morta;············ed avea seco umilità verace,che parea che dicesse: Io sono in pace.Io divenia nel dolor sì umile...

In questa: (c. 3)

ed è sì gloriosa in loco degno.Chi no la piange, quando ne ragionacore ha di pietra...

ed è sì gloriosa in loco degno.Chi no la piange, quando ne ragionacore ha di pietra...

Lo stesso dolore, irragionevole e ragionevole allo stesso modo, nelle due sorelle; eppur sol una è disconsolata. L'altra portava letizia. Perchè? Perchè doveva esser parte di quel poema, di quella tragedia, di quella loda nella quale si sarebbe veduta sì Beatrice in paradiso, ma senza ch'ella lasciasse la terra; e da tale visione e da tale colloquio, dell'amatore con l'amata, sarebbe venuta la purificazione dell'uno e la gloria dell'altra, ma senza uscir dal dolce mondo, se non per una partita della mente di lui e non dell'anima di lei. Dante ha rinunziato, ora, a quel disegno poetico. Ci ha rinunziato, quand'esso in vero avrebbe avuto il suo pernio vero in quella vera morte. Ma nelle rime nove la canzone cattivella non fa avanzar d'una linea quel disegno, e ripete, si può dire, la canzone seconda. E chiude quella materia nova della loda, che pure s'impernava sulla imaginata morte della donna in cui era incarnata la speranzae la sapienza; e comincia una “nova materia„. (VN. 30)

La qual nova materia che “appresso viene„ con quella terza canzone, ha per “entrata„ “quello cominciamento di Geremia profeta che dice:Quomodo sedet sola„. Invero Dante era nel proponimento d'una canzone, che sarebbe stata la terza della loda, quando la interruppe, come s'è detto, sorpreso dalla morte della sua donna che era “gita in ciel subitamente„. La canzone interrotta doveva contenere “parole, ne le quali e' dicessecomegliparea essere disposto a la sua (cioè della donna sua) operazione e come operava in lui la sua vertude„. (VN. 27) Questa operazione e vertude era tale, come si vede dalla prima stanza, che gli spiriti pare che fuggano via, e l'anima sente tanta dolcezza “che 'l viso ne smore„. Escono gli spiriti e chiamano la sua donna. L'argomento è sempre unmentis excessus, come nella canzone seconda. Ma resta alla prima stanza. Dante o l'interruppe per scrivere invece la canzone,Morte poich'io non truovo(Ca. c. 5), nella infermità mortale della sua donna, o stette sospeso e muto ad attendere le novelle di questa infermità, finchè, saputa la morte, “ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrisse, a li principi de la terra alquanto de la sua condizione„, con quel cominciamento di Geremia:Quomodo sedet sola civitas plena populo! Facta est quasi vidua domina gentium.Tale epistola latina, che Dante non riferisce tutta “però che lo 'ntendimentosuonon fue dal principio di scrivere altro che per volgare„, fa vedere, a parer mio, insieme con la canzone terzaLi occhi dolenti, che Dante aveva modificato e in certa guisa scisso in due ilsuo proponimento delle rime nove. Egli avrebbe cantato, in volgare, il suo dolore per la partita dell'angiola, ed avrebbe, in latino, trattato di contemplazion di Dio e di sapienza.

In verità, quali son essi quei principi della terra, cioè, o del mondo o della città? E come Dante poco più che adolescente si mette a scrivere a principi, fossero essi della città o del mondo? E come egli avrebbe loro scritto della desolazione “della cittade„ per la morte d'una donna? E d'una donna che, probabilmente, era moglie d'altra persona che colui che scriveva?

Nello scrivere l'epistola Dante aveva il pensiero alla Bibbia, come si vede dal cominciamento di Geremia. Ebbene, ricordiamo che è molto probabile che ad un libro della Bibbia, alLiber Sapientiae, già s'ispirasse, o direttamente o attraverso le mistiche dichiarazioni che fece S. Agostino, di Lia e Rachele.[67]E leggiamo ora in quel libro. “Chiara è ed immarcescibile la sapienza e facilmente è veduta da quelli che l'amano ed è trovata da quelli che la cercano. Previene quelli che la bramano, sì ch'ella si mostra loro perprima. Chi dal far del giorno vigila per lei, non si affannerà: la troverà seduta alle sue porte... chè ella, i degni di lei, va attorno cercandoli essa, e per le vie si mostrerà a loro con lieto sembiante„.[68]È ben possibile che da questo luogo prendesse Dante qualche circostanza nel cantar già la sua donna che si veniva nel suo pensiero trasformando nella bella e perfetta sapienza. Egli racconta d'averne avuto ilsaluto la prima volta mentre ella passava per una via (VN. 2), ed ella è prima a salutarlo “molto virtuosamente„. E “questa gentilissima salute salutava„ lui non raramente, e andava spesso “per via„ (19 c. 1, 32), e trovava alcuna volta “alcun che degnoeradi veder lei„ (ib. 37), e passava (21 s. 11, 3), e veniva “inver lo loco„ ov'era il suo amatore (24 s. 14, 10), e si mostrava (26 s. 15, 9); e “quando passava per via, le persone correano per veder lei„. (26) Ed era tale, che era “laudato chiprimala vide„ (21 s. 11, 11): il che non s'intende, se non credendo che si tratti piuttosto che d'una donna, di codesta Sapienza cui vedere significa essere o essere per essere sapienti.[69]E non s'intende che Dante dica che trattando della partita di una donna, “converrebbe esserluilaudatore di sè medesimo„ (28), se non si crede ch'ella era tale, che, se laudato era chi la vide, laudatissimo sarebbe stato chi avesse detto di sè, d'averla non solo veduta e mirata, ma tanto amata.

Chè amar la sapienza vuol dire essere filosofo. Or dunque, quando il Poeta dice che la città era rimasta quasi vedova e dispogliata da ogni dignitade, pensa alla partita, da essa città, di quella chiara sapienza, che andava per le vie, e si mostrava per prima o eraprima vedutada quelli che la amavano, e preoccupava col suo saluto quelli che la bramavano, e andava attorno mostrandosi alla gentehilariter, cioè così piacente a chi la mirava. Di questa, cioè della sapienza, era rimasta vedova la città. Nonè possibile si tratti d'altro, perchè quali sarebbero i principi della terra ai quali Dante si rivolge, se non fossero quelli ai quali si rivolge in quel capitolo sesto l'autore del libro della sapienza, o, meglio, il re Salomone, in cui persona quel libro è scritto? “Udite dunque o re, e intendete; imparate, o giudici de' paesi della terra! Porgete le orecchie voi che tenete le moltitudini... A voi dunque, o re, si volgono queste mie parole, affinchè impariate sapienza... Bramate le mie parole, amatele e avrete intendimento. Chiara è ed immarcescibile la Sapienza e facilmente è veduta...„ Per l'innanzi, facilmente veduta; or no: l'autore di questo nuovo piccolo libro di sapienza, libro in latino, in versetti, di stile biblico, il nuovo ingenuo Sirach o Salomone di Fiorenza, dice ch'ella non si fa veder più, non saluta più, non sorride più. E questo pur dice a principi, anch'esso. E che altro? Non sappiamo. E tuttavia possiamo affermare che nell'uscir dall'adolescenza già Dante aveva in mente le parole con cui quel libro di Sirach comincia, e che dovevano fiammeggiare, lettera per lettera, nel cielo di Giove: (Par. 18, 91)Diligite iustitiam qui iudicatis terram.

Ma anche questo proponimento di fare, per una parte, trasformando una donna amata nella amata sapienza, un latino libro di Sapienza, nel quale, forse, s'insegnava rettitudine ai principi; e per l'altra, conservando alla donna morta le sue sembianze, ahimè, svanite per sempre, altre rime volgari d'amore; anche questo proponimento dileguò in breve. Apparisce a Dante (egli racconta) il viso d'“una gentile donna„.


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