VI.LE NOVE RIME

VI.LE NOVE RIMEPrima del 1290[51]Dante propose di prendere “per materia delsuoparlare sempre mai quello che fosse loda diquellagentilissima„; e questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò, tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore, poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento insèdi quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa che avessero verace intendimento„.[52]Certoè che già la prima canzone di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè fa cantare agli angeli,in te Domine speravi, poichè chi lo soccorse, nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e non ci si sarebbe fermato,poichè era salvo e appunto proclamava d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima, morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente; vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli. Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia. Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo, indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio: riscosso dal suo letargo, avrebbe detto allasua donna: “Oh! dolore, io vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei, che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti, sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli aveva parlato, il dire,Voi mi diceste, oltre recare imbarazzo al dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente, la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile. Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicerelo dì che io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primosuoamico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera,ciò è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione? Quellavana imaginazioneche è raccontata nella canzone seconda, nella canzone dell'excessus mentis. Continua Dante: “E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto direprima verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo:Ego vox clamans in deserto: parate viam domini„. E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'excessuso vana imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere, avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„? non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e cantare, (cantarela precorritrice, in una divina foresta; comeclamareil precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro, quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra? Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale “tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di essere come morto, e diexcedere, e di veder perciò lei, che era perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che èscientiarispetto asapientia, quel che è il fiore della vita attiva rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore; aveva seguito deisimulacrad'amore, ma in verità ella doveva sapere ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio; no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14).La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire uno mirabile tremore... “nelsuopetto da la sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti delsuocorpo„, e dovè poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)che già cotantotempo era stato, ch'alla sua presenzanon era di stupor tremando affranto,(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)sanza degli occhi aver più conoscenza,per occulta virtù che da lei mosse,d'antico amor sentì la gran potenza.E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla all'amico:men che drammadi sangue m'è rimasa, che non tremi...Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto d'amore avrebbero inteso daDante che la gentilissima gli aveva rivolto; e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova...Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò “alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella “soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si propone di pretermettere isimulacrad'amore, e poco stante concepisce le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date (e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella che poi fece nella Comedia.Nella Comedia egli distingue un tempo di bontàe virtù e dirittura: il tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei. Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo, disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima, egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) disimulacra, di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa proporzione:[54]in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza; nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco èchiamatohormen: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo dell'Etica, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21) Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55]Or come sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza, quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante, la cui anima semplicetta,il cui cuore fu subito ingannato e non pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè, infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante, riconoscendo sè, ripudiava isimulacrie gl'inganni e tornava alla sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo, non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva, come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.

Prima del 1290[51]Dante propose di prendere “per materia delsuoparlare sempre mai quello che fosse loda diquellagentilissima„; e questa era dunque “materia nuova e più nobile che la passata„, e come nuova “così troppo alta„. (VN. 17 e 18) Con le due canzoni, per ciò, tentò far già quello che prometteva di fare nell'ultimo capitolo del suo libello: “più degnamente trattare di lei„. Con le due canzoni, quindi, e con altre che dovevano seguire tentò fare quello che poi compiè con la divina Comedia, se questa è accennata e annunziata in quelle ultime parole. Ora egli pensò di parlare a donne in seconda persona. Nel che si deve riconoscere che gli sarebbe stato malagevole indirizzar la lauda di lei a lei. E pure sarebbe consistita, essa lauda, di rime d'amore, poichè, anche dopo, Dante parlava “contra coloro che rimano sopr'altra matera che amorosa„. Ma il rimatore avrebbe avuto “alcun ragionamento insèdi quello„ che avrebbe detto, e “domandato avrebbe saputo denudare le sue parole da cotale vesta (di figura o di colore retorico) in guisa che avessero verace intendimento„.[52]Certoè che già la prima canzone di tal lauda ha un verace intendimento sotto altra vesta. Invero la donna che vi si loda, è sì la donna che Dante aveva amata e amava, ma è posta a significare la sapienza, cioè la speranza dell'eterna contemplazione, cioè la speranza per la quale siamo salvi. E anche nella Comedia Dante dice d'essere stato salvo per opera della speranza, poichè fa cantare agli angeli,in te Domine speravi, poichè chi lo soccorse, nel momento in cui aveva perduta la speranza dell'altezza, fu l'amor di quella stessa gentilissima, che significava pur la stessa sapienza e speranza. Nella canzone Dante dice che egli la avrebbe proclamata, tale sua salvezza per opera della speranza, nello inferno ai malnati. Dunque egli sarebbe stato nell'inferno, poichè tali parole là avrebbe detto, e non ci si sarebbe fermato,poichè era salvo e appunto proclamava d'essere salvo. Dunque per l'inferno sarebbe passato. Come nella Comedia. Dove, in vero, egli non dice a nessun malnato d'aver veduto Beatrice nè ciò ch'ella significa, sapienza o speranza della contemplazione; il che mostra che Dante non pensava allora a questo poema sacro così almeno come lo fece; ma però passa, appunto perchè è salvo, salvo per la speranza, da quella porta che è aperta ma ha al sommo, “lasciate ogni speranza„; il che mostra che il concetto espresso nella canzone è simile a quello espresso nella Comedia. Per l'inferno sarebbe passato: dice chiaramente nella canzone prima. Come? Nella Comedia egli entra e passa morendo: e noi vediamo che nella seconda canzone di questa giovanile tragedia, sì, muore. E vede la gentilissima, morta anche lei; e la vede morta corporalmente e viva spiritualmente; vede un corpo sotto un velo, e vede una nebuletta avanti ad angeli. Dante dunque non solo pensava a qualche cosa di analogo a ciò che poi scrisse nel poema sacro, ma già lo compieva. Nella canzone vi è la morte di Dante, come nella Comedia; vi è Beatrice morta, come nella Comedia. Beatrice sale al cielo nella canzone; e nella Comedia sale al cielo. E qui vediamo perchè sin dalla prima canzone il poeta si rivolga alle donne e non a lei. Egli sapeva sin d'allora ch'egli avrebbe imaginata morta la sua donna: dunque non avrebbe potuto facilmente indirizzar la parola a lei. Eppure anche, in questa seconda come senza dubbio nella prima, noi possiamo figurarci che Dante avrebbe potuto, volendo, indirizzare alla donna sua, invece che alle altre donne. Per esempio: riscosso dal suo letargo, avrebbe detto allasua donna: “Oh! dolore, io vi sognai morta! e morto ero anch'io„. Ora mi par lecito supporre che nelle canzoni che dovevano seguire e non seguirono, ma che Dante aveva già concepite, questo parlare a Beatrice sarebbe stato via via sempre meno agevole. Nel fatto egli sarebbe passato per l'inferno; l'ha annunziato. Pure anche di questo passaggio avrebbe potuto parlare a lei, che certo l'aspettava dopo quello, per rimproverarlo. Quando, infatti, sarebbe stato impossibile a dirittura rivolgere la canzone a Beatrice in seconda persona? Io dico, quando nella canzone stessa Dante avesse narrato di aver parlato a lei. Il raccontare a Beatrice che ella gli aveva parlato, il dire,Voi mi diceste, oltre recare imbarazzo al dicitore e oscurità al lettore, avrebbe infirmata ogni credibilità della cosa narrata. Perchè, o non doveva sapere Beatrice ciò ch'ella stessa aveva detto? perchè ridirglielo? Perchè, si risponde, non era vero che Beatrice avesse detto... Non era vero! ed ecco ogni illusione svanita in chi legge, sopratutto pensando che in tali visioni è necessaria, oltre la verosimiglianza sulla quale conta ogni poeta, anche, e precipuamente, la verità delle dottrine che il filosofo vuole insegnare. Da ciò si può arguire che il poeta continuando le due canzoni, avrebbe narrato un suo viaggio negli inferi tra i malnati e un suo arrivo al cielo, dove si era alzata quella nuvoletta tra gli osanna degli angeli. Ma abbiamo un indizio che la gentilissima sarebbe apparsa dopo un'altra donna gentile. Leggiamo invero che dopo fatte le due canzoni di materia nuova Dante ebbe una imaginazione d'Amore (VN. 24) Amore gli parlava nel cuore, o il cuore gli diceva con la lingua d'Amore: “Pensa di benedicerelo dì che io ti presi, però che tu lo dei fare„. Ed ecco venire verso lui una gentil donna, di famosa beltà, il cui nome era Giovanna, ed era sopranomata Primavera “e fu già molto donna di questo primosuoamico„, di Guido Cavalcanti. Appresso lei vide venire la mirabile Beatrice. E Amore parve dire: “Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d'oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così Primavera,ciò è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopo la imaginazione del suo fedele„. Quale imaginazione? Quellavana imaginazioneche è raccontata nella canzone seconda, nella canzone dell'excessus mentis. Continua Dante: “E se anco vuoli considerare lo primo nome suo, tanto è quanto direprima verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo:Ego vox clamans in deserto: parate viam domini„. E ciò è buon indizio che dopo la canzone dell'excessuso vana imaginazione, avrebbe fatto o altra o altre canzoni, nella quale o in una delle quali la gentilissima si sarebbe mostrata al suo fedele, si sarebbe mostrata dopo quella gentil donna. Dante, possiam credere, avrebbe veduta la Primavera, cioè quella che prima verrà, prima di vedere la Beatrice. Non avrebb'egli fatto una selva ombrosa e canora per questa Giovanna, in cambio del deserto per cui errava Giovanni? non avrebbe adornata d'ogni fiore e d'ogni frutto la stanza di questa Primavera? non l'avrebbe egli trovata là dov'è “primavera sempre„? non l'avrebbe veduta simile a quella Proserpina che “perdette... primavera„? non l'avrebbe contemplata scaldarsi “ai raggi d'amore„ e danzare e cantare, (cantarela precorritrice, in una divina foresta; comeclamareil precursore, in un deserto), cantare quella che quaggiù gli era annunziata da Amore allegro? non avrebbe indotto lei a dire “Perchè ciò che vien diretro... non guardi?„; lei che quaggiù aveva appresso qualcosa di più bello di lei? (Pur. 28) Chè ella doveva precedere “la verace luce„. E non forse avrebbe vedute, l'una e l'altra, monna Vanna e monna Bice, tra “una gentile schiera„ di donne; come racconta di loro, quaggiù, in un sonetto che non incluse nella Vita Nova? (Ca. s. 19) una gentile schiera di donne, come le tre donne che venivano danzando dalla destra ruota del carro, e le quattro che facevan festa dalla sinistra? Chè tali donne che raffigurano virtù, avrebbero avuto luogo in tale “tragedia„, poichè certo Dante avrebbe cantata monna Bice trasfigurata nella Beatrice sapienza, se è vero, come è vero, che nella prima canzone ravvisava in lei la speranza che si vede, e spiegava il come di quest'assurdo che è di vedere una speranza, e nella seconda narrava di essere come morto, e diexcedere, e di veder perciò lei, che era perciò la sapienza. E monna Vanna precorritrice, sarebbe, di questa tragedia, stata quella che nella Comedia è Matelda, cioè quel che èscientiarispetto asapientia, quel che è il fiore della vita attiva rispetto al fiore della vita contemplativa.[53]

Ed ella lo avrebbe rimproverato così come nella divina foresta lo rimprovera, perchè Dante a lei allora si sarebbe presentato colpevole di ciò di cui era colpevole quando a lei fu condotto per loco eterno da Virgilio: sì: era stato ingannato dall'appetito, dall'animo, dal cuore; aveva seguito deisimulacrad'amore, ma in verità ella doveva sapere ch'egli era amico suo, non d'altri. (Inf. 2, 61) Questo gli poteva dire colui che lo guidava; un giovane in bianche vesti, che spesso nella sua vita nuova gli s'era fatto incontro nella via, e talvolta anche come peregrino in vil drappi: Amore. Non sarebbe stato, a guidarlo, Virgilio; no: ma Virgilio non significa nella Comedia studio cioè amore? anzi rispetto a Beatrice piuttosto amore che studio? E dunque l'avrebbe guidato il medesimo personaggio, sebbene con nome e vesti differenti; il medesimo in sostanza, se non in apparenza. E la gentilissima avrebbe concesso a Dante quel perdono, che nel libello giovanile che racconta la colpa, non troviamo. In vero che effetto fu delle parole adornate di soave armonia, nella quale era amore, e che Dante mandò a Bice, come il suo signore gli aveva proposto? (VN. 12) Nessuno; se pure tale effetto non fu il gabbo, quella volta che l'amatore “tenne li piedi in quella parte de la vita, di là da la quale non si può ire più per intendimento di ritornare„. (VN. 14).

La donna non sapeva la condizione di Dante che se l'avesse saputa, non avrebbe, dice egli, gabbata la sua persona, anzi molta pietà le ne sarebbe venuta. Non la sapeva, e così gabbava “con l'altre donne„ sua vista. O non avrebb'egli trasformato questo gabbo della sua donna tra altre donne, nel rimprovero ch'egli soffrì, quand'ella gli si mostrò in su la divina basterna, tra le tre e quattro donne, e tra i fiori e la festa degli angeli? (Pur. 30, 16) Prima del gabbo, a lui parve sentire uno mirabile tremore... “nelsuopetto da la sinistra parte, e distendersi di subito per tutte le parti delsuocorpo„, e dovè poggiare la sua persona ad una pintura, e i suoi spiriti erano come morti ed egli era nel confine estremo della vita e della morte. E così prima del rimprovero, quando vide Beatrice, lo spirito suo (Pur. 30, 34)

che già cotantotempo era stato, ch'alla sua presenzanon era di stupor tremando affranto,

che già cotantotempo era stato, ch'alla sua presenzanon era di stupor tremando affranto,

(Dante si ricorda del mirabile tremore di quella volta!)

sanza degli occhi aver più conoscenza,per occulta virtù che da lei mosse,d'antico amor sentì la gran potenza.

sanza degli occhi aver più conoscenza,per occulta virtù che da lei mosse,d'antico amor sentì la gran potenza.

E così vorrebbe dire a Virgilio, come, nel fatto del gabbo, parla all'amico:

men che drammadi sangue m'è rimasa, che non tremi...

men che drammadi sangue m'è rimasa, che non tremi...

Qualche cosa di simile a quel rimprovero, le donne dall'intelletto d'amore avrebbero inteso daDante che la gentilissima gli aveva rivolto; e qualche cosa di simile anche all'encomio dolce amaro ch'ella fece di lui in quell'occasione: (Pur. 30, 115)

Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova...

Questi fu tal nella sua vita nuovavirtualmente, ch'ogni abito destrofatto averebbe in lui mirabil prova...

Sì, avrebbero inteso anche quest'encomio dolce amaro. Poichè la Vita Nova nella sua prima parte è così costruita, che il dramma abbia quello scioglimento di quel rimprovero e di quell'encomio; come si vede non ostante le sovrapposizioni di dopo. Dopo nove anni di vita innocente e incosciente, vede la gloriosa donna della sua mente; per altri nove anni cerca di vedere e va cercando quest'angiola giovanissima; al termine di questi ha il saluto di lei, e ne ha la prima visione. E dopo “picciol tempo„, ecco, il primo “schermo della veritade„, col quale si celò “alquanti anni e mesi„; passati i quali, essendo la donna dello schermo partita dalla città, egli trova, per consiglio di Amore errante e vilmente vestito, un'altra difesa; e così incorre in quella “soverchievole voce, che parea l'infamasse viziosamente„; e la gentilissima gli nega il saluto. E a lui giunge quel tanto dolore, e si propone di pretermettere isimulacrad'amore, e poco stante concepisce le rime nuove o la tragedia giovanile. Per quanto incerte siano le date (e pure non sembra improbabile che nel 1289 avesse il cattivo consiglio d'Amore, cioè dell'appetito, animo, cuore), noi possiamo scorgere una divisione, che fa Dante, degli anni vissuti fin allora, analoga a quella che poi fece nella Comedia.

Nella Comedia egli distingue un tempo di bontàe virtù e dirittura: il tempo che Beatrice lo guidava con gli occhi giovinetti: l'adolescenza; e poi dieci anni, sino al mezzo del cammin della sua vita, d'oblio e d'oscurità e di smarrimento e di sete. Tosto che Beatrice era sulla soglia della seconda età, cioè adolescenza, e da pochissimo, da qualche mese, Dante aveva di tal soglia levato il piede. Dante si tolse a lei. Sono dunque, di trentacinque anni di vita, venticinque, cioè l'adolescenza, dati al bene, e dieci (subito dopo il ritorno al cielo di Beatrice, quando le era cresciuta bellezza e virtù) di, mettiamo, disamore. E nel libello sono diciotto anni (chè tosto, picciol tempo dopo la visione per la quale s'innamorò veramente della gentilissima, egli prese a schermo della verità la gentile donna di molto piacevole aspetto) diciott'anni e poco più d'amore, e sette anni, (su per giù non molto avanti la morte d'essa egli cominciò le rime nove) disimulacra, di schermi e difese. Ebbene la vita di Dante sì nella Comedia, sì in questa supposta tragedia, riesce presso a poco divisa nella stessa proporzione:[54]in un periodo, cioè, di bontà tra due e tre volte maggiore del secondo periodo, che non è di bontà, sebbene non sia di cattiveria. E il periodo primo contiene, nella Comedia, la adolescenza tutta con tutta la puerizia, e il secondo metà esatta della giovinezza; nella Vita Nova, il primo periodo è la puerizia con un po' più della metà dell'adolescenza. Ora si legga questa dottrina del Convivio: “Il primo e più nobile rampollo che germogli di questo seme per essere fruttifero, si è l'appetito dell'animo, il quale in greco èchiamatohormen: e se questo non è bene culto e sostenuto diritto per buona consuetudine, poco vale la sementa, e meglio sarebbe non essere seminato. E però vuole Santo Agustino, e ancora Aristotile nel secondo dell'Etica, che l'uomo s'ausi a ben fare e a rifrenare le sue passioni, acciocchè questo tallo, che detto è, per buona consuetudine induri, e rifermisi nella sua rettitudine, sicchè possa fruttificare, e del suo frutto uscire la dolcezza della umana felicità„. (Co. 4, 21) Ebbene questo tallo s'ha a ben coltivare e sostener diritto e indurare e rifermare, quando? Nell'adolescenza, nell'età, vale a dire che è “porta e via, per la quale s'entra nella nostra buona vita„. (ib. 24) E il centro, si può dire, della divina Comedia è il torcersi, in Dante ossia nell'uomo, di questo tallo; il disviare, posto con l'esempio tipico di Dante, del mondo per l'inganno dell'“anima semplicetta„, che non aveva guida e freno; cioè il freno sì, della legge, ma non la guida che reggesse questo freno, cioè l'imperadore. Ebbene questo centro della Comedia, nella Comedia sta un po' a disagio; poichè il tallo si torce o si riferma nell'adolescenza, e Dante, quando in lui si torse non era più nell'adolescenza, sebben di poco ne fosse uscito, ed era già con la barba quando di tale torcersi gli fu fatto rimprovero.[55]Or come sarebbe mancato tale rimprovero di tale torcersi, nella tragedia giovanile? Quando si vede che tutto è dal Poeta impostato, per così dire, a questo fine, di far vedere che, nel bel mezzo dell'adolescenza, quel tallo si torce? come si torse, poco dopo i diciott'anni, in Dante, la cui anima semplicetta,il cui cuore fu subito ingannato e non pervertito? E col rimprovero avrebbe avuto luogo l'encomio, perchè, infine, si trattava d'una stortura temporanea, dopo la quale Dante, riconoscendo sè, ripudiava isimulacrie gl'inganni e tornava alla sapienza; dando così prova, e meglio che nella Comedia, ch'egli aveva fatto ciò che l'adolescente deve fare, indurare e rifermare quel tallo, non ostante le intemperie solite di quell'età; e che perciò era virtualmente ben disposto se, pur dopo aver errato, ritornava sulla retta via. Non si può concepire un trattato di simil genere, se non si presenta al lettore il bene e il male; e quando si voglia parlar di sè stesso, se non si narra un traviamento e una conversione. E Dante aveva, come vedremo, un modello nelle Confessioni di Santo Agostino.

Questo era l'argomento delle rime nuove, le quali pur essendo necessariamente d'amore, avevano in sè “alcuno ragionamento„. E alle personificazioni che in esse sono e avrebbero dovuto essere, Dante e sì anche il suo primo amico, avrebbero potuto togliere la vesta. E in ciò consisteva la novità di tali rime, e questo era lo stil nuovo.


Back to IndexNext