XXIX.VIRGILIOLa lupa respingeva Dante a poco a poco nella selva oscura. Ella è la malizia di cui il mondo, ossia il cammino della vita attiva o civile, era gravido e coperto. Ella è, più in particolare, lasuperbia invidia ed avariziache accesero i cuori in Fiorenza intorno al trecento. E nel trecento pone Dante la visione, dal qual anno, e da quelli infausti comizi, Dante ripeteva il suo esilio e la vita errabonda e nulla per la quale vile apparì agli occhi degli italici. Non dunque nel trecento proprio la lupa respingeva Dante nella selva dell'ignobilità. Nè quando scriveva il Convivio; nel quale è la rassegnata intenzione di rimpatriare; il che vuol dire che non credeva allora che in Fiorenza si accovacciasse la lupa, così nemica a lui agnello, o credeva almeno ch'ella fosse fatta mansa. Più tardi; più tardi, quando egli credè che tutta la cupidità, che osteggiava l'agnello di Dio, si riassumesse nellavulpecula foetoris... venantium secura, che beveva alle correnti dell'Arno e si chiamavaFlorentia. Dante aveva preso a Cicerone questa imagine di frode; di frode, poichè la frode egli vede precipua nellavulpecula, nè solo in quanto è volpe, ma in quanto e' la trasforma in vipera conversa contro le viscere della madre, in Mirra che occupa notturna il talamo del padre. Di frode anzi e di violenza,frausevis, poichè ne fa anche un'Amata che s'ancide, e la vede alzar le corna ed esalar fumo. Più tardi, la lupa respingevaDante; quando lavulpeculaebbe ragione dei cacciatori, ed egli cambiò, occorrendogli una forma unica, oltre che più grandiosa, la volpicella, che era vipera e Mirra e Amata e pecora infetta e cornigera e fumigante, in lupa, che è predatrice e meretrice, astuta e sanguinaria. Ed è tale di per sè, e anche per il venir dopo le altre due fiere, e comprendere, essa,la bestia, sì la concupiscenza della lonza e sì la violenza del leone. Tutto dunque porta a credere che egli concepì la lupa, quando la volpicella ebbe vinti i cacciatori; e che narrò d'esserne ripinto quando, confermato il bando, con la morte di Arrigo e il trionfo di Fiorenza e dei Guelfi, egli aveva perduta ogni speranza di giungere alla felicità della vita civile, e temeva di ritornare a quella condizione di viltà, da cui il Convivio era stato destinato già a toglierlo.Nel trecento tredici, dunque, ruinava in basso loco, sebbene egli riferisse quel ruinare nell'oscurità e ignobilità al trecento, quando quel ruinare cominciò virtualmente. Egli era ricacciato dalla via del mondo, cui dominava l'ingiustizia ossia la malizia di cui ingiuria è il fine, che torna al medesimo. Prima di essere contrastato dal leone e dalla lupa, che sono tutti e due cupidità, ossia malizia, ossia ingiustizia, egli aveva avuta innanzi al volto la lonza, cioè l'incontinenza di concupiscibile nel suo principio e d'irascibile nel suo effetto. L'aveva vinta o quasi vinta. E come? Usando contro lei lo sprone e il freno, la fortezza e la temperanza; quella contro l'effetto, questa contro il principio.[353]Usò dunque, per graziadi Dio, la prudenza nell'uscir del passo; la temperanza e fortezza, al cominciar dell'erta; e usò la virtù di giustizia contro le due fiere fameliche o contro la bestia: usò la virtù di giustizia contro quel complesso disuperbia, invidia ed avarizia, il quale prima che da Ciacco sia enunziato, fa dire a Ciacco;Giustison due. E Brunetto mostra chiaramente di creder Dante, il dolce fico, ben diverso da quella genteavara, invidiosa e superba. Usò contro l'ingiustizia, la virtù di giustizia, o a dire anche meglio coll'affermare d'essere stato minacciato e ripinto e quasi ucciso dell'ingiustizia, la quale è pure una sirena che seduce, afferma e conferma di essere stato giusto, ben differente dagli animali a cui la lupa s'ammoglia, nemico a questi, cioè ai lupi, odioso al gigante che delinque con lei fatta fuia. L'esercizio delle quattro virtù cardinali è l'uso pratico dell'animo. Dunque il cammino, nel quale egli esercitò quelle virtù e usò praticamente l'animo (chè dal passo in poi, fuggendo e cacciando, sebbene necessariamenteclaudus, mostrò d'essersi svegliato dal torpore) era la via del mondo o la vita attiva. Tornava alla selva, quando gli comparve l'Ombra. Virgilio èstudium, cioè studio e amore.[354]Pareva fioco per lungo silenzio, ossia dalungo tempo non faceva udir la sua voce. Poco dopo Dante esclama verso Virgilio: (Inf. 1, 82)O degli altri poeti onore e lumevagliami illungo studioe il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!Possiamo, dal confronto, arguire che lo studio cioè amore, d'arte poetica e di sapienza, strettamente unite nel pensier di Dante, tacesse da lungo tempo, ma non per Dante medesimo. Invero da lui, da lui solo aveva tolto lo bello stile che gli aveva fatto onore. Con che egli fa sul limitare del poema sacro la professione, che deve allo studio, e perciò all'arte e alle scienze o filosofia, e non al solo alto ingegno, il suo canto.[355]Dappoichè si riferisce al trecento, lo bello stile è quello di cui Bonagiunta significa il cominciamento e il tipo con la canzoneDonne che avete; è quello delle nove rime, alle quali devono aggiungersi le prime, almeno, canzoni conviviali, ricordate nel poema una a piè del monte,Amor che nella mente, (Pur. 2, 112) una nel ciel di Venere,Voi che intendendo(Par. 8, 37); è quello delle dolci rime d'amore; (Co. c. 3) è il dolce stil nuovo.E tale professione modesta di ossequio allo studio egli poi ripete in tutte le protasi e invocazioni del poema, invocando con l'alto ingegno le Muse e la memoria (cioè l'abito delle scienze) (Inf. 2, 7); chiamando in aiuto della navicella dell'ingegno, le sante Muse; (Pur. 1, 1) rivolgendosi al buono Apollo, per soccorrere l'intelletto. (Par. 1, 7)Ma sul limitare del poema vi è anche, nelsilenziodi Virgilio, la riprensione, che a quella professione va spesso unita, degli stolti rimatori, degli immuni d'arte e scienza, dei prosuntuosi per il solo ingegno, degli annodati e impacciati. Il che si vede anche nel vestibolo dell'ultima cantica, quando il Poeta afferma che rade volte si coglie l'alloro del trionfo poetico o imperiale. Ma basti, aggiunge, aspirarvi. Poi che la rarità di quei trionfi proviene dal fatto che gli uomini disdegnano la vera gloria, la ghirlanda d'alloro che cinge la fronte del nume, dovrebbe tremar di gioia, solo a vederne il desiderio in alcuno. E Dante è di questi, o è questo che desidera e sogna; e l'opera sua sarà forse non più che favilla, che può destare però un grande incendio, invitando col suo esempio altri. E tale esempio è da tutti imitabile, perchè è di studio. Modesto è il Poeta, dopo aver compiute le prime due cantiche e nell'iniziar la più sublime; modesto è anche sulla soglia del poema, dichiarandosi e facendosi discepolo, che scriverà a dettatura.E questa intonazione di modestia fa probabile che con la tacita riprensione di quelli che non istudiano, egli tocchi pur di sè, dicendo d'avere non disconosciuto ma intermesso lo studio. Invero è vergognosa la sua fronte, quando sa il nome dell'Ombra. Perchè? Dante dice che il lungo studio e il grande amore glihan fattocercare il volume di Virgilio, e soggiunge che da Virgiliotolselo bello stile. Tra l'aver tolto lo stile e l'aver cercato il volume egli afferma, pare, che passò tempo in mezzo. Onde la vergogna. Tolse invero lo stile, sin da quando trasse fuori le nove rime; cercò il volume di Virgilio, quando?Ho cercato: viene a dire, riferendosi al trecento.Or bene ricordiamo che Virgilio è studio e amore, oltre che d'arte, anche di sapienza; perciò di Beatrice: amor di Beatrice. Beatrice ha a dolersi, e si dorrà, d'un traviamento di Dante, che durò dieci anni. Dunque in questi dieci anni Virgilio era stato muto nel cuor di Dante. Vero è che nella Vita Nova dice che tal traviamento fu dialquanti die; dopo i quali ebbe le visioni che lo ricondussero a Beatrice, inducendolo a studiare. Vero è che questo studiare durò trenta mesi, come si dice nel Convivio; in cui, restando fermo che lo studio era per confortarsi nella morte di Beatrice, riesce però ad altro disegno d'arte, che la mirabile visione. Ma il Poeta cancella, come il ritorno dell'amor suo per Beatrice morta, così quei mesi e anni di studio, e mette l'uno e l'altro, che sono in fine una cosa sola, nel trecento. Nel trecento dunque gli apparve quel Virgilio, che gli aveva suggerito qualche tempo prima della morte di Beatrice il cominciamento delle rime nuove. Nel trecento egli afferma di aver ripreso in mano il volume, che già studiò adolescente. O meglio: adolescente dall'imitazione dei poeti regolari, che sono anche filosofi e nascondono sotto belle finzioni un verace intendimento, tolse il bello stile; lo tolse, sì, da Virgilio, ma Virgilio è, in quella frase, figura dello studio e dell'amore d'arte e sapienza, e sia pure ch'egli lo figuri come non solo il più grande ma il più studiato dei poeti: ora, nel trecento, o meglio, nell'accingersi a descrivere la mirabile visione, Dante dichiara d'aver innanzi specialmente il suovolume, l'Eneida,l'alta tragedia. E tutto significa: “Quando vidi dalla malizia o ingiustizia impedita a me la vita civile (il che fu virtualmente nel trecento,perchè fu in visione profetica, ma realmente nel trecentotredici, alla morte d'Arrigo), io mi rivolsi allo studio, che già m'aveva in altri tempi, prima del trecento, dato gloria, e stabilii di fare un poema, il poema che faccio, che deve essere un'altra Eneida, un'Eneida volgare, un'Eneida inferiore, almeno per le due prime parti; che sarà, rispetto all'alta tragedia di Virgilio mio modello, una comedia„.La scelta di Virgilio a impersonare lo studio dell'arte e della sapienza, si deve, oltre che al fatto che Virgilio è ilpedagogodel medioevo, anche, e specialmente, alvolume, che Dante subito mentova a lui, pronunziando le due parole che dicono di lui l'essenza mistica:studioeamore. In quel terzetto traluce il senso reale di tra il velame allegorico. E ne vien fuori che se l'Ombra che personifica lo studio si presenta nel gran deserto nell'anno centesimo, lo studio per altro che mise Dante nel volume di quell'Ombra non cominciò allora, sì molto tempo prima, poichè allora era già lungo, sebbene fosse un po' tralasciato, nel fervore della breve vita politica. Del resto Dante considerava Virgilio come l'altissimo dei poeti, e nel nobile castello lo fa maestro dei poeti, come Aristotile v'è maestro di color che sanno. Chè il primato d'Aristotile non è impedito da ciò ch'egli è discepolo di Platone, come Platone è scolaro di Socrate; il che Dante, che pure mise presso ad Aristotile, più d'ogni altro, ma sempre nella “scuola„ di lui, Socrate e Platone, sapeva. “Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate, e poi dal suo successore Platone... Accademici chiamati... Aristotile, che da Stagira ebbe soprannome, e Senocrate Calcidonio... per lo modo Socratico quasi edAccademico limaro... la filosofia„. E così, pur sapendo che Omero è predecessore e maestro di Virgilio, Dante poeta fa che a Virgilio e non a Omero, per quanto questi abbia la spada in mano e venga innanzi “a' tre siccome sire„ e sia poeta sovrano, appartenga la “scuola„ poetica del suo nobile castello. In verità (Inf. 4, 95)quel signor dell'altissimo cantoche sopra gli altri com'aquila vola.e che però è il vero “poeta sovrano„, è, per me, il medesimo che “la voce sola„ proclama “altissimo poeta„. Lo deduco da questo, che Dante fa altrove volar come aquila sino alle stelle quelli che hanno, oltre valor d'ingegno, anche assiduitàd'artee abito discienze, frutti distudio. (VE. 2, 4) Or qui è ben giusto che maestro, come egli lo chiama poco prima (v. 85), sia detto colui che personifica lo “studio„; colui che, come poco prima esso gli dice (v. 73), onora “ogni scienza ed arte„. Che se Omero ha la spada, sarà per le guerre che cantò:[356]e se è detto poeta sovrano e sire, tale lo dice Virgilio, perchè Dante vuole che i suoi poeti siano l'uno all'altro cortesi, e perchè in verità egli non voleva fare grande differenza tra loro. Voleva, insomma, mettere Omero più presso a Virgilio di quel che metta presso ad Aristotile Socrate e Platone.[357]Del resto come i tre fanno onore a Omero, lasciandoloandare dinanzi come Sire, così e i medesimi tre e Omero fanno onore a Virgilio andandolo a incontrare e gridandolo altissimo, in quest'ordine, Omero, Orazio, Ovidio terzo, Lucano l'ultimo. In tal numerato canone, sì che dando luogo a Dante, lo fannosesto, vanno incontro a chi saràprimofra essi, e non, come dovrebbe essere se non si vuol guastare la serie,quinto. E a me pare assurdo che Virgilio avesse tra loro il posto disecondoin tutto il canone, tra Omero e Orazio satiro, e che, se mai, non lo dicesse. Invece la compagnia resta sempre in quell'ordine, e quando si scemerà, ne porterà, come ora sopravvengono il primo e l'ultimo, Virgilio e Dante.A lui, al primo de' poeti, al poeta per eccellenza, all'autore dell'Eneida gridaMiserere, l'uomo respinto dal cammino della vita attiva, impedito a lui come a ogni giusto, e già sull'orlo della selva oscura, in cui gli uomini son come morti o come non nati. A lui domanda aiuto contro la bestia. Potrebbe Virgilio essergli scorta anche nel cammino verso il bel colle, al qual cammino sembra confortar sulle prime lo smarrito viatore?Perchè non sali...?gli dice. Sì, potrebbe: in vero e nel Convivio e nella Monarchia Dante ha spesso l'autorità dell'autore dell'Eneida, per le sue teoriche civili e politiche. Ma Virgilio, quando vide lacrimar Dante, conobbe che per campare egli doveva tenere “altro viaggio„, ossia interpretando l'allegoria poetica, “l'altro„. Per giungere al colle? Sì, se il colle si spogliasse, nel pensier di Dante, lì per lì (come non è inverosimile), dell'aggiunto che ha al suo significato di “beatitudine„; dell'aggiunto d'inferioreo dibuonarispetto aottima. Ma questo è certo, a ogni modo, che il fine indicatoda Virgilio all'altro viaggio, non è l'andare al colle, ma il campare dal “loco selvaggio„, che è tutt'uno col “basso loco„ dove il sol tace, e con la selva oscura. Insomma gli dice: “Se vuoi non essere ignobile, e parvolo per sempre d'animo, devi seguire l'altro cammino, quello della vita contemplativa: la vita attiva o di governo è impedita a te, e a ogni giusto, dalla bestia, contro la quale non può aver potere che il Veltro„.Il qual Veltro verrà, e avrà per suo cibo sapienza amore e virtù, ossia sarà come il Dio uno e trino, Potestà Sapienza e Amore, che viene o scende: sarà dunque come un Cristo redentore e battezzatore. Sarà salute dell'Italia, che Virgilio chiamò umile quando apparve al fatale Enea, e per cui Enea fece guerra; sarà dunque come un Enea, il quale raffigura pure nelle altre opere di Dante il forte e il temperante (Co. 4, 26), il nobile per eccellenza, cioè che ha tutte le virtù convenienti alle diverse età (M. 2, 3) e che qui è detto ilgiustofigliuol d'Anchise. Sarà dunque quell'autorità imperiale, che altra volta Dante impersona in Enea, e che a Dante tante volte suggerisce l'idea del Cristo, che toglie i peccati del mondo. Sarà la autorità imperiale che battezza, quando la volontà può e deve, concorrere e adattarsi al sacramento ricevuto negli anni puerili; che battezza imponendo il dolce giogo della libertà; che fa uscir dalla selva oscura il genere umano, ridonandogli o affermandogli la libertà dell'arbitrio; che dirige le anime degli adolescenti, le quali, per i blandi diletti, possono traviare; che cavalca l'umana volontà usando lo sprone della fortezza e il freno della temperanza; che toglie di mezzo l'ingiustizia (la cui origineè le cupidità) e fa regnare, nella sua purezza, la giustizia, e per essa e con essa, ricacciata nell'inferno la bestia senza pace, la pace, supremo fine degli uomini e singoli e uniti. È un nuovo Cristo, che l'Unto di Dio unge, per così dire, periodicamente a restaurare l'opera sua: illuminando le anime, liberandone il volere e facendolo uscire all'opera, cioè distruggendo il peccato originale, cioè irraggiando, in modo misterioso e invisibile, la selva oscura nella notte dei sensi, e mostrando il passo della fiumana allo stanco viatore; e distruggendo il peccato attuale che con l'originale è nella relazione, in cui le fiere son con la selva. Non ci sarebbero i peccati nel mondo, se non fosse quella prima ignoranza e difficoltà nel vedere e nell'operare; non si incontrerebbero le fiere, nè la snelletta nè le micidiali, se non ci fosse la selva; ma non ci sarebbe la selva, o come Dante fa vedere nell'unico modo che gli sia concesso, non si ritornerebbe nella selva, se non ci fosse quellaculpa vetus, che fu suggerita dall'invidia del serpente, e si attuò in tutte le inordinazioni dell'anima umana, nella corruzione dell'appetito della volontà e dello intelletto; se non ci fosse la lupa scatenata nel mondo dall'invidia prima, e che è tutto il peccato attuale; e si fonde e confonde nella selva stessa, ripingendo in quella l'uomo o l'umanità fintantochè e la selva e la lupa, avanti e dietro il viatore, non significano che una sola paura, una sola morte, un solo peccato: il peccato.L'imperatore, secondo il Poeta, è un Cristo che si rinnova, e toglie laculpa vetus, o l'antica lupa, cioè in uno il peccato originale e l'attuale. E questo è a Dante affermato dalloStudio, su cui anche inaltra opera si fondava, a proposito di questa medesima materia; quando inveiva contro le “istoltissime e vilissime bestiuole (senza scienza e arte) che a guisa d'uomini„ pascono, e notava la loro prosunzione di voler sapere “filando e zappando„, invece che, come è chiaro, studiando.
La lupa respingeva Dante a poco a poco nella selva oscura. Ella è la malizia di cui il mondo, ossia il cammino della vita attiva o civile, era gravido e coperto. Ella è, più in particolare, lasuperbia invidia ed avariziache accesero i cuori in Fiorenza intorno al trecento. E nel trecento pone Dante la visione, dal qual anno, e da quelli infausti comizi, Dante ripeteva il suo esilio e la vita errabonda e nulla per la quale vile apparì agli occhi degli italici. Non dunque nel trecento proprio la lupa respingeva Dante nella selva dell'ignobilità. Nè quando scriveva il Convivio; nel quale è la rassegnata intenzione di rimpatriare; il che vuol dire che non credeva allora che in Fiorenza si accovacciasse la lupa, così nemica a lui agnello, o credeva almeno ch'ella fosse fatta mansa. Più tardi; più tardi, quando egli credè che tutta la cupidità, che osteggiava l'agnello di Dio, si riassumesse nellavulpecula foetoris... venantium secura, che beveva alle correnti dell'Arno e si chiamavaFlorentia. Dante aveva preso a Cicerone questa imagine di frode; di frode, poichè la frode egli vede precipua nellavulpecula, nè solo in quanto è volpe, ma in quanto e' la trasforma in vipera conversa contro le viscere della madre, in Mirra che occupa notturna il talamo del padre. Di frode anzi e di violenza,frausevis, poichè ne fa anche un'Amata che s'ancide, e la vede alzar le corna ed esalar fumo. Più tardi, la lupa respingevaDante; quando lavulpeculaebbe ragione dei cacciatori, ed egli cambiò, occorrendogli una forma unica, oltre che più grandiosa, la volpicella, che era vipera e Mirra e Amata e pecora infetta e cornigera e fumigante, in lupa, che è predatrice e meretrice, astuta e sanguinaria. Ed è tale di per sè, e anche per il venir dopo le altre due fiere, e comprendere, essa,la bestia, sì la concupiscenza della lonza e sì la violenza del leone. Tutto dunque porta a credere che egli concepì la lupa, quando la volpicella ebbe vinti i cacciatori; e che narrò d'esserne ripinto quando, confermato il bando, con la morte di Arrigo e il trionfo di Fiorenza e dei Guelfi, egli aveva perduta ogni speranza di giungere alla felicità della vita civile, e temeva di ritornare a quella condizione di viltà, da cui il Convivio era stato destinato già a toglierlo.
Nel trecento tredici, dunque, ruinava in basso loco, sebbene egli riferisse quel ruinare nell'oscurità e ignobilità al trecento, quando quel ruinare cominciò virtualmente. Egli era ricacciato dalla via del mondo, cui dominava l'ingiustizia ossia la malizia di cui ingiuria è il fine, che torna al medesimo. Prima di essere contrastato dal leone e dalla lupa, che sono tutti e due cupidità, ossia malizia, ossia ingiustizia, egli aveva avuta innanzi al volto la lonza, cioè l'incontinenza di concupiscibile nel suo principio e d'irascibile nel suo effetto. L'aveva vinta o quasi vinta. E come? Usando contro lei lo sprone e il freno, la fortezza e la temperanza; quella contro l'effetto, questa contro il principio.[353]Usò dunque, per graziadi Dio, la prudenza nell'uscir del passo; la temperanza e fortezza, al cominciar dell'erta; e usò la virtù di giustizia contro le due fiere fameliche o contro la bestia: usò la virtù di giustizia contro quel complesso disuperbia, invidia ed avarizia, il quale prima che da Ciacco sia enunziato, fa dire a Ciacco;Giustison due. E Brunetto mostra chiaramente di creder Dante, il dolce fico, ben diverso da quella genteavara, invidiosa e superba. Usò contro l'ingiustizia, la virtù di giustizia, o a dire anche meglio coll'affermare d'essere stato minacciato e ripinto e quasi ucciso dell'ingiustizia, la quale è pure una sirena che seduce, afferma e conferma di essere stato giusto, ben differente dagli animali a cui la lupa s'ammoglia, nemico a questi, cioè ai lupi, odioso al gigante che delinque con lei fatta fuia. L'esercizio delle quattro virtù cardinali è l'uso pratico dell'animo. Dunque il cammino, nel quale egli esercitò quelle virtù e usò praticamente l'animo (chè dal passo in poi, fuggendo e cacciando, sebbene necessariamenteclaudus, mostrò d'essersi svegliato dal torpore) era la via del mondo o la vita attiva. Tornava alla selva, quando gli comparve l'Ombra. Virgilio èstudium, cioè studio e amore.[354]Pareva fioco per lungo silenzio, ossia dalungo tempo non faceva udir la sua voce. Poco dopo Dante esclama verso Virgilio: (Inf. 1, 82)
O degli altri poeti onore e lumevagliami illungo studioe il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!
O degli altri poeti onore e lumevagliami illungo studioe il grande amoreche m'han fatto cercar lo tuo volume!
Possiamo, dal confronto, arguire che lo studio cioè amore, d'arte poetica e di sapienza, strettamente unite nel pensier di Dante, tacesse da lungo tempo, ma non per Dante medesimo. Invero da lui, da lui solo aveva tolto lo bello stile che gli aveva fatto onore. Con che egli fa sul limitare del poema sacro la professione, che deve allo studio, e perciò all'arte e alle scienze o filosofia, e non al solo alto ingegno, il suo canto.[355]Dappoichè si riferisce al trecento, lo bello stile è quello di cui Bonagiunta significa il cominciamento e il tipo con la canzoneDonne che avete; è quello delle nove rime, alle quali devono aggiungersi le prime, almeno, canzoni conviviali, ricordate nel poema una a piè del monte,Amor che nella mente, (Pur. 2, 112) una nel ciel di Venere,Voi che intendendo(Par. 8, 37); è quello delle dolci rime d'amore; (Co. c. 3) è il dolce stil nuovo.
E tale professione modesta di ossequio allo studio egli poi ripete in tutte le protasi e invocazioni del poema, invocando con l'alto ingegno le Muse e la memoria (cioè l'abito delle scienze) (Inf. 2, 7); chiamando in aiuto della navicella dell'ingegno, le sante Muse; (Pur. 1, 1) rivolgendosi al buono Apollo, per soccorrere l'intelletto. (Par. 1, 7)
Ma sul limitare del poema vi è anche, nelsilenziodi Virgilio, la riprensione, che a quella professione va spesso unita, degli stolti rimatori, degli immuni d'arte e scienza, dei prosuntuosi per il solo ingegno, degli annodati e impacciati. Il che si vede anche nel vestibolo dell'ultima cantica, quando il Poeta afferma che rade volte si coglie l'alloro del trionfo poetico o imperiale. Ma basti, aggiunge, aspirarvi. Poi che la rarità di quei trionfi proviene dal fatto che gli uomini disdegnano la vera gloria, la ghirlanda d'alloro che cinge la fronte del nume, dovrebbe tremar di gioia, solo a vederne il desiderio in alcuno. E Dante è di questi, o è questo che desidera e sogna; e l'opera sua sarà forse non più che favilla, che può destare però un grande incendio, invitando col suo esempio altri. E tale esempio è da tutti imitabile, perchè è di studio. Modesto è il Poeta, dopo aver compiute le prime due cantiche e nell'iniziar la più sublime; modesto è anche sulla soglia del poema, dichiarandosi e facendosi discepolo, che scriverà a dettatura.
E questa intonazione di modestia fa probabile che con la tacita riprensione di quelli che non istudiano, egli tocchi pur di sè, dicendo d'avere non disconosciuto ma intermesso lo studio. Invero è vergognosa la sua fronte, quando sa il nome dell'Ombra. Perchè? Dante dice che il lungo studio e il grande amore glihan fattocercare il volume di Virgilio, e soggiunge che da Virgiliotolselo bello stile. Tra l'aver tolto lo stile e l'aver cercato il volume egli afferma, pare, che passò tempo in mezzo. Onde la vergogna. Tolse invero lo stile, sin da quando trasse fuori le nove rime; cercò il volume di Virgilio, quando?Ho cercato: viene a dire, riferendosi al trecento.Or bene ricordiamo che Virgilio è studio e amore, oltre che d'arte, anche di sapienza; perciò di Beatrice: amor di Beatrice. Beatrice ha a dolersi, e si dorrà, d'un traviamento di Dante, che durò dieci anni. Dunque in questi dieci anni Virgilio era stato muto nel cuor di Dante. Vero è che nella Vita Nova dice che tal traviamento fu dialquanti die; dopo i quali ebbe le visioni che lo ricondussero a Beatrice, inducendolo a studiare. Vero è che questo studiare durò trenta mesi, come si dice nel Convivio; in cui, restando fermo che lo studio era per confortarsi nella morte di Beatrice, riesce però ad altro disegno d'arte, che la mirabile visione. Ma il Poeta cancella, come il ritorno dell'amor suo per Beatrice morta, così quei mesi e anni di studio, e mette l'uno e l'altro, che sono in fine una cosa sola, nel trecento. Nel trecento dunque gli apparve quel Virgilio, che gli aveva suggerito qualche tempo prima della morte di Beatrice il cominciamento delle rime nuove. Nel trecento egli afferma di aver ripreso in mano il volume, che già studiò adolescente. O meglio: adolescente dall'imitazione dei poeti regolari, che sono anche filosofi e nascondono sotto belle finzioni un verace intendimento, tolse il bello stile; lo tolse, sì, da Virgilio, ma Virgilio è, in quella frase, figura dello studio e dell'amore d'arte e sapienza, e sia pure ch'egli lo figuri come non solo il più grande ma il più studiato dei poeti: ora, nel trecento, o meglio, nell'accingersi a descrivere la mirabile visione, Dante dichiara d'aver innanzi specialmente il suovolume, l'Eneida,l'alta tragedia. E tutto significa: “Quando vidi dalla malizia o ingiustizia impedita a me la vita civile (il che fu virtualmente nel trecento,perchè fu in visione profetica, ma realmente nel trecentotredici, alla morte d'Arrigo), io mi rivolsi allo studio, che già m'aveva in altri tempi, prima del trecento, dato gloria, e stabilii di fare un poema, il poema che faccio, che deve essere un'altra Eneida, un'Eneida volgare, un'Eneida inferiore, almeno per le due prime parti; che sarà, rispetto all'alta tragedia di Virgilio mio modello, una comedia„.
La scelta di Virgilio a impersonare lo studio dell'arte e della sapienza, si deve, oltre che al fatto che Virgilio è ilpedagogodel medioevo, anche, e specialmente, alvolume, che Dante subito mentova a lui, pronunziando le due parole che dicono di lui l'essenza mistica:studioeamore. In quel terzetto traluce il senso reale di tra il velame allegorico. E ne vien fuori che se l'Ombra che personifica lo studio si presenta nel gran deserto nell'anno centesimo, lo studio per altro che mise Dante nel volume di quell'Ombra non cominciò allora, sì molto tempo prima, poichè allora era già lungo, sebbene fosse un po' tralasciato, nel fervore della breve vita politica. Del resto Dante considerava Virgilio come l'altissimo dei poeti, e nel nobile castello lo fa maestro dei poeti, come Aristotile v'è maestro di color che sanno. Chè il primato d'Aristotile non è impedito da ciò ch'egli è discepolo di Platone, come Platone è scolaro di Socrate; il che Dante, che pure mise presso ad Aristotile, più d'ogni altro, ma sempre nella “scuola„ di lui, Socrate e Platone, sapeva. “Altri furono, e cominciamento ebbero da Socrate, e poi dal suo successore Platone... Accademici chiamati... Aristotile, che da Stagira ebbe soprannome, e Senocrate Calcidonio... per lo modo Socratico quasi edAccademico limaro... la filosofia„. E così, pur sapendo che Omero è predecessore e maestro di Virgilio, Dante poeta fa che a Virgilio e non a Omero, per quanto questi abbia la spada in mano e venga innanzi “a' tre siccome sire„ e sia poeta sovrano, appartenga la “scuola„ poetica del suo nobile castello. In verità (Inf. 4, 95)
quel signor dell'altissimo cantoche sopra gli altri com'aquila vola.
quel signor dell'altissimo cantoche sopra gli altri com'aquila vola.
e che però è il vero “poeta sovrano„, è, per me, il medesimo che “la voce sola„ proclama “altissimo poeta„. Lo deduco da questo, che Dante fa altrove volar come aquila sino alle stelle quelli che hanno, oltre valor d'ingegno, anche assiduitàd'artee abito discienze, frutti distudio. (VE. 2, 4) Or qui è ben giusto che maestro, come egli lo chiama poco prima (v. 85), sia detto colui che personifica lo “studio„; colui che, come poco prima esso gli dice (v. 73), onora “ogni scienza ed arte„. Che se Omero ha la spada, sarà per le guerre che cantò:[356]e se è detto poeta sovrano e sire, tale lo dice Virgilio, perchè Dante vuole che i suoi poeti siano l'uno all'altro cortesi, e perchè in verità egli non voleva fare grande differenza tra loro. Voleva, insomma, mettere Omero più presso a Virgilio di quel che metta presso ad Aristotile Socrate e Platone.[357]Del resto come i tre fanno onore a Omero, lasciandoloandare dinanzi come Sire, così e i medesimi tre e Omero fanno onore a Virgilio andandolo a incontrare e gridandolo altissimo, in quest'ordine, Omero, Orazio, Ovidio terzo, Lucano l'ultimo. In tal numerato canone, sì che dando luogo a Dante, lo fannosesto, vanno incontro a chi saràprimofra essi, e non, come dovrebbe essere se non si vuol guastare la serie,quinto. E a me pare assurdo che Virgilio avesse tra loro il posto disecondoin tutto il canone, tra Omero e Orazio satiro, e che, se mai, non lo dicesse. Invece la compagnia resta sempre in quell'ordine, e quando si scemerà, ne porterà, come ora sopravvengono il primo e l'ultimo, Virgilio e Dante.
A lui, al primo de' poeti, al poeta per eccellenza, all'autore dell'Eneida gridaMiserere, l'uomo respinto dal cammino della vita attiva, impedito a lui come a ogni giusto, e già sull'orlo della selva oscura, in cui gli uomini son come morti o come non nati. A lui domanda aiuto contro la bestia. Potrebbe Virgilio essergli scorta anche nel cammino verso il bel colle, al qual cammino sembra confortar sulle prime lo smarrito viatore?Perchè non sali...?gli dice. Sì, potrebbe: in vero e nel Convivio e nella Monarchia Dante ha spesso l'autorità dell'autore dell'Eneida, per le sue teoriche civili e politiche. Ma Virgilio, quando vide lacrimar Dante, conobbe che per campare egli doveva tenere “altro viaggio„, ossia interpretando l'allegoria poetica, “l'altro„. Per giungere al colle? Sì, se il colle si spogliasse, nel pensier di Dante, lì per lì (come non è inverosimile), dell'aggiunto che ha al suo significato di “beatitudine„; dell'aggiunto d'inferioreo dibuonarispetto aottima. Ma questo è certo, a ogni modo, che il fine indicatoda Virgilio all'altro viaggio, non è l'andare al colle, ma il campare dal “loco selvaggio„, che è tutt'uno col “basso loco„ dove il sol tace, e con la selva oscura. Insomma gli dice: “Se vuoi non essere ignobile, e parvolo per sempre d'animo, devi seguire l'altro cammino, quello della vita contemplativa: la vita attiva o di governo è impedita a te, e a ogni giusto, dalla bestia, contro la quale non può aver potere che il Veltro„.
Il qual Veltro verrà, e avrà per suo cibo sapienza amore e virtù, ossia sarà come il Dio uno e trino, Potestà Sapienza e Amore, che viene o scende: sarà dunque come un Cristo redentore e battezzatore. Sarà salute dell'Italia, che Virgilio chiamò umile quando apparve al fatale Enea, e per cui Enea fece guerra; sarà dunque come un Enea, il quale raffigura pure nelle altre opere di Dante il forte e il temperante (Co. 4, 26), il nobile per eccellenza, cioè che ha tutte le virtù convenienti alle diverse età (M. 2, 3) e che qui è detto ilgiustofigliuol d'Anchise. Sarà dunque quell'autorità imperiale, che altra volta Dante impersona in Enea, e che a Dante tante volte suggerisce l'idea del Cristo, che toglie i peccati del mondo. Sarà la autorità imperiale che battezza, quando la volontà può e deve, concorrere e adattarsi al sacramento ricevuto negli anni puerili; che battezza imponendo il dolce giogo della libertà; che fa uscir dalla selva oscura il genere umano, ridonandogli o affermandogli la libertà dell'arbitrio; che dirige le anime degli adolescenti, le quali, per i blandi diletti, possono traviare; che cavalca l'umana volontà usando lo sprone della fortezza e il freno della temperanza; che toglie di mezzo l'ingiustizia (la cui origineè le cupidità) e fa regnare, nella sua purezza, la giustizia, e per essa e con essa, ricacciata nell'inferno la bestia senza pace, la pace, supremo fine degli uomini e singoli e uniti. È un nuovo Cristo, che l'Unto di Dio unge, per così dire, periodicamente a restaurare l'opera sua: illuminando le anime, liberandone il volere e facendolo uscire all'opera, cioè distruggendo il peccato originale, cioè irraggiando, in modo misterioso e invisibile, la selva oscura nella notte dei sensi, e mostrando il passo della fiumana allo stanco viatore; e distruggendo il peccato attuale che con l'originale è nella relazione, in cui le fiere son con la selva. Non ci sarebbero i peccati nel mondo, se non fosse quella prima ignoranza e difficoltà nel vedere e nell'operare; non si incontrerebbero le fiere, nè la snelletta nè le micidiali, se non ci fosse la selva; ma non ci sarebbe la selva, o come Dante fa vedere nell'unico modo che gli sia concesso, non si ritornerebbe nella selva, se non ci fosse quellaculpa vetus, che fu suggerita dall'invidia del serpente, e si attuò in tutte le inordinazioni dell'anima umana, nella corruzione dell'appetito della volontà e dello intelletto; se non ci fosse la lupa scatenata nel mondo dall'invidia prima, e che è tutto il peccato attuale; e si fonde e confonde nella selva stessa, ripingendo in quella l'uomo o l'umanità fintantochè e la selva e la lupa, avanti e dietro il viatore, non significano che una sola paura, una sola morte, un solo peccato: il peccato.
L'imperatore, secondo il Poeta, è un Cristo che si rinnova, e toglie laculpa vetus, o l'antica lupa, cioè in uno il peccato originale e l'attuale. E questo è a Dante affermato dalloStudio, su cui anche inaltra opera si fondava, a proposito di questa medesima materia; quando inveiva contro le “istoltissime e vilissime bestiuole (senza scienza e arte) che a guisa d'uomini„ pascono, e notava la loro prosunzione di voler sapere “filando e zappando„, invece che, come è chiaro, studiando.