XXVI.IL MINOR LUMINARE

XXVI.IL MINOR LUMINAREIl senso morale si converte limpidamente in politico, sol che invece di Dante o d'uomo, poniamo uomini o genere umano. Allora la discrezione o lumetto di ragione diventa prudenza regale, o quel senno che occorre a essere re sufficiente. (Par. 13, 95). L'Aquila, segno contesto “di laude della divina grazia„ (Par. 19, 37), parla del lume, che Lucifero non aspettò da Dio; e che è lume di grazia, e che, se non vien dal sereno, (ib. 19, 64)è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.È tenebra, è notte di pièta o miseria, e selva oscura. Il lume di grazia è pur quello che la luna riceve dal sole, per operare più virtuosamente; la luna che raffigura l'autorità imperiale, ed ha, secondo il trattatista di Monarchia,aliquam lucem ex se, sì che il Poeta della Comedia la chiama un altro sole; e dalla benedizione del pontefice, dunque,lucem gratiae. (M. 7, 4) Nè mai tanta ne riceve, quanta nel tempo in cui ella “riguarda il suo fratello per diametro dal purpureo della mattutina serenità„. Allora Dante la chiamaPhoeba, come a dire un altroPhoebus, un altro sole. (M. 1, 13) Allora Dante a lei assomiglia lagiustizia, quando nulla de' suoi contrari le si mescola, quando non ha contrarietà nè nel volere nè nel potere; quando è esercitata dal Monarca, la cui volontà è sincera d'ogni cupidità, e la cui possanza non ha limiti od ostacoli. Tenebre sono, è notte di pièta o miseria, oscura è la selva della vita umana senza quel lume. Nè altro che quello (s'intenda bene!) può esserci, poichè la vita umana comincia con la vanità del senso, cioè con la notte, cioè con la tenebra. O a dir meglio, comincerebbe: chè venne il Redentore e nella sua morte fummo battezzati, e nel battesimo ottenemmo la virtù illuminatrice e fecondatrice. Ma è inutile ripetere come per la maggior parte degli uomini Gesù si sia incarnato invano e invano sia morto sulla croce. In verità c'è bisogno della autorità imperiale a confermare, per così dire, la redenzione.L'età, che è accrescimento di vita, è soggetta a smarrirsi. Si smarrì pur Dante, sebbene così favorito dal cielo, così guidato da Beatrice viva, così consigliato e revocato da Beatrice morta; e si smarrì, avanti che l'età sua “fosse piena„. (Inf. 15, 51) Ora tutto il genere umano, “per via delle blande dilettazioni dell'adolescenza„ ha bisogno di essere diretto. (M. 1, 17) Questo smarrimento, in quella prima età, è cagione del pervertimento di tutto. Dante a Marco Lombardo chiede perchè il mondo sia così pieno di “malizia„. Risponde Marco che ciò proviene dalla mancanza di guida e freno, di prudenza regale e di giustizia legale, nei primi tempi in cui l'anima semplicetta s'inganna. Dei due Soli, uno ha da valere nella notte. Ci ha da essere, per la via del mondo, l'imperatore, che è scevro d'ogni cupidità;mentre il pastore, no, non può esserne scevro, e correndo dietro ai beni ingannevoli si trae dietro tutta la greggia. (Par. 16, 58) E Beatrice nel paradiso reitera l'argomento. La cupidità che affonda il genere umano, proviene dallo sviarsi degli uomini, prima “che le guancie sien coperte„; nè meraviglia: “in terra non è chi governi„. (Par. 27, 121)Questo sviarsi nell'adolescenza è causato, si è già detto, dal peccato originale, i cui effetti persistono dopo il battesimo, sebbene questo abbia la virtù di menomarli e li menomi, così che i parvoletti sono appunto migliori degli adolescenti, e dimostrano d'aver lume nella ragione e bontà nel volere. (ib. 127) Ma il lume presto si oscura, ma il volere si rende servo di nuovo. Marco afferma che appunto quel lume fa difetto: non c'è chi discerna, per gli adolescenti, il bene e il male; (Pur. 16, 75 e 95) non c'è chi sostenti e nutra il libero volere, nella fatica ch'ha da durare “nelle prime battaglie„. Ed esplicitamente, nella sua opera politica, Dante assevera: “Il genere umano, quando è più libero, meglio si trova... Principio primo della nostra libertà è la libertà dell'arbitrio... Questa libertà, o questo principio di tutta la nostra libertà, è il più gran dono fatto alla natura umana da Dio, chè per esso siamo felicitati qui come uomini, altrove come iddii. Che se così è, chi sarà che non dica che il genere umano si trovi meglio, quando più possa usare di questo principio? Ma standosi sotto il Monarca è libero come non mai...„ (M. 1, 14) Il Monarca o l'imperatore custodisce dunque questo libero arbitrio, e lo restituisce quando è tolto. Sicchè nell'epistola ai Fiorentini Dante usa l'ardita espressione “giogo della libertà„ per significarequesto imperio che affranca. (Ep. VI, 2) E insiste dicendo che quelli che s'oppongono al dominio imperiale sono in ceppi e catene, e respingono chi vuole slegarli e liberarli. “Non vedete, ciechi che siete, la tiranna cupidità... che vi tien prigionieri nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle sacrosante leggi, che danno sembiante della giustizia naturale: la cui osservanza, se lieta, se libera, non solamente si prova non essere servitù, anzi, a chi ben guarda, appare essere la suprema delle libertà? Che altro infatti è libertà, se non il libero corso del volere all'azione...?„ (ib. 5) E così una specie di Cristo è Enrico, a cui sembrano dirette, come al Cristo, le parole di Isaia:Verelanguoresnostros ipse portavit.E agnello di Dio lo chiama nell'epistola a lui: Ecco chi tolse i peccati del mondo! (Ep. VII, 2) E ciò, dunque, perchè egli rende la libertà, perchè cancella gli effetti del peccato originale, ossia, con tutti i peccati cioè con tutta la malizia o cupidità che v'è implicita, quella prima miseria, quel primo languor della nostra natura, quell'originale servitù e ignoranza. Egli, l'imperatore, ribattezza dunque il genere umano.Restituisce il lume e la libertà, ossia fa uscire il genere umano — la maggior parte degli uomini — dalla selva oscura. Anche nel Convivio è detto “cavalcatore dell'umana volontà„. Cioè, nella selva monta in sella, e fa uscire la volontà dal passo. Dopo, spronerà o frenerà la fiera. Nella selva è luce di grazia, èDelia, èPhoeba, è altro sole; dopo... si vedrà che è per essere. Nelle tenebre della selva è il minor luminare, che splende da sera a mane, facendo l'uffizio di sole notturno, altrettanto, se non più, necessario del sole diurno; perchè, ripeto, nellanotte del senso si decide il destino dell'uomo. Egli è la luna; ed è mirabile a osservare che sempre, quando il Poeta parla di libertà di volere, torni in volta la luna. Nel discorso di Marco ella è detta un de' due soli. (Pur. 16, 107). E qui si noti come di libero arbitrio e di lume a bene e a malizia, Dante parli nella parte centrale del suo poema; parte costituita dai tre canti dal sedicesimo al diciottesimo del purgatorio: poichè, tralasciando, come deve essere tralasciato, il canto proemiale di tutto il poema, abbiamo, avanti il decimosesto del Purgatorio, quarantotto canti, e altrettanti dopo il decimottavo.[316]Ebbene in questa triade in cui è esposta la dottrina centrale del libero volere, dopo il ragionamento di Marco il sole era nel corcare. (17, 9) Sorgeva la luna. Quando Virgilio ha conchiuso il trattato della nobile virtù, rimandando a Beatrice, ecco (18, 76)la luna, quasi a mezza notte tarda,facea le stelle a noi parer più rade,fatta com'un secchione che tutt'arda;e correa contra 'l ciel, per quelle stradeche il sole infiamma allor che quel da Romatra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.Virgilio rimanda a Beatrice; e Beatrice continua infatti il trattato, e definisce la nobile virtù: (Par. 5, 19)lo maggior don, che Dio per sua larghezzafesse creando, e alla sua bontatepiù conformato, e quel ch'ei più apprezza,fu della volontà la libertate...Dove ciò? Nel cielo della luna. Riparla poi della libertà: (Par. 27, 124)Ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.Ebbene, di lì a poco (non senza notare l'accorgimento di menzionare la luna nel verso 132) ecco esprime l'oscurarsi del lume di grazia, avuto col battesimo; così:così si fa la pelle bianca neranel primo aspetto della bella figliadi quel che apporta mane e lascia sera.La qual bella figlia è la luna, senza dubbio, che fa l'uffizio contrario del suo padre, da cui ha luce di grazia, pur avendone anche per sè: illumina da sera a mane.[317]È la luna, e l'annerarsi della sua pelle bianca, che materialmente può spiegarsi come un'eclissi, rinforza con molta misteriosa evidenza la spiegazione del fatto che Dante non parli nel primo canto della luna che era tuttavia piena e giovò a Dante nell'uscir dall'oscuro e folto della selva. La selva era oscura, perchè nera s'era fatta per l'errante la pelle bianca della luna; ma la pelle era bianca, ed egli non la vedeva, perchè la grazia è occulta e misteriosamente opera. La luna splendeva, ma (di codesto riparleremo)incerta, come nel viaggio inferno d'un de' due predecessori di Dante. Al principio, il viaggio di Dante fu come quello d'Enea: “qualeper la luna incerta, sotto povera luce, è ilcamminonelle selve, quando Giove nascose nell'ombra il cielo e la notte nera tolse alle cose il lor colore„.[318]C'è, c'è la luna, o uomini, per la vostra notte e vanità e servitù e miseria; c'è la prudenza infusa, c'è la prudenza regale; ma in potenza, non in atto. C'è l'autorità imperiale; ma chi pon mano ad essa? Manca l'imperatore. C'è la luna, ma voi prima vi sviate e poi vi perdete, come se ella non fosse. E per questo Dante, nel parlare del volere che si fa servo, della prudenza che resta in potenza e non si fa atto, menziona la luna e menziona la cupidità nella quale s'addentra e s'affonda l'umanità smarrita. Di cupidità parla Beatrice, di malizia parla Marco; e l'una e l'altro come di effetto del primo sviarsi. E tutti e due dicono: Eppur la luna splende! È un altro sole, anzi; è la bella figlia del sole![319]L'imperatore o lo impero o l'autorità imperiale è raffigurata in questo lume che guida, come in un cavalcatore che regga. Questo è il liberatore, il redentore, il battezzatore. È rappresentato nella luna, che ricevelucem gratiae, e serve a rendere agli uomini lagraziabattesimale. Tra la luna, che scorge Dante al passo della selva senza farsi a lui vedere, sebbene sia tonda, e Lucia, che lo porta all'entrata del purgatorio, senza farsi sentire a lui assopito, è grande somiglianza. Orbene, mentre Dante è assopito, che Lucia lo porta in collo, egli ha una visione che annunzia e raffigura in altromodo, dentro l'anima, il fatto che avviene di fuori. Egli narra: (Pur. 9, 19)In sogno mi parea veder sospesaun'aquila nel ciel con penne d'oro,con l'ale aperte ed a calare intesa:ed esser mi parea là dove foroabbandonati i suoi da Ganimede,quando fu ratto al sommo consistoro.Fra me pensava: forse questo fiedepur qui per uso, o forse d'altro locodisdegna di portarne suso in piede.Poi mi parea che, più rotata un poco,terribil come folgor discendesse,e me rapisse suso infino al foco.Ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse,che convenne che il sonno si rompesse.La visione significa che la grazia lo porta, senza sua fatica, al purgatorio, espresso qui, come nel primo canto dell'inferno, mediante il fuoco che in esso è ultimo e monda il cuore e acuisce gli occhi alla visione. Ma perchè sul monte Ida? perchè in forma d'aquila? perchè con penne d'oro, e perchè simile a folgore; imagini che sono nell'epistola ai Fiorentini a significare lo imperatore?[320]Perchè appunto impero e grazia, impero e giustizia, impero e libertà, impero e remission di peccati sono come sinonimi in Dante. Non è l'imperatore l'agnus deiche toglie i peccati del mondo? che è carità e giustizia? E tra luna e Lucia vi è grande relazione. Lucia è cosìdetta perchè la grazia èdealbatio, cioè bianchezza di luce;[321]ma chi non dirà che Dante abbia dettolucem gratiaeinvece che il comunelumen gratiae, perchè fisso nella somiglianza che è tra la luna, che quella luce riceve, e Lucia che è la grazia?Tutto il genere umano sarebbe dall'aquila imperiale portato in sino al fuoco della purificazione, come Dante. Donde alcuno, come Dante, avrebbe potuto, volendo, assorgere anche alla visione, alla quale è condizion necessaria quel fuoco di mondizia. Così Dante ha detto. E trasformando la colomba evangelica in aquila romana, ha significato il concetto, non so dir quanto ardito, ma che pure ha espresso nelle epistole, nel Convivio e nel trattato della Monarchia, che l'imperatore è un nuovo Cristo che libera il genere umano dalla miseria del peccato originale, da quello che fu e resta ildiverticulum totius nostrae deviationis,[322]e perciò da tutti i peccati che sono conseguenze di quella e di quello.Egli è intanto, o potrebbe essere, come deve essere, colui che fa uscire dal passo della selva la quale è l'ignoranza e difficoltà o servitù originali, il genere umano. Per limitarci al primo membro del trinomio dell'Aquila del paradiso, tenebra, ombra e veleno della carne; ebbene l'aquila delle penne d'oro, che ebbe il suo primo nido là donde fu ratto Ganimede,l'aquila imperiale che scende come folgore, rischiara al genere umano la “tenebra„.Ma certo vale e contro l'incontinenza e contro la malizia. Contro questa l'aquila si trasforma in veltro.

Il senso morale si converte limpidamente in politico, sol che invece di Dante o d'uomo, poniamo uomini o genere umano. Allora la discrezione o lumetto di ragione diventa prudenza regale, o quel senno che occorre a essere re sufficiente. (Par. 13, 95). L'Aquila, segno contesto “di laude della divina grazia„ (Par. 19, 37), parla del lume, che Lucifero non aspettò da Dio; e che è lume di grazia, e che, se non vien dal sereno, (ib. 19, 64)

è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.

è tenebra,od ombra della carne o suo veleno.

È tenebra, è notte di pièta o miseria, e selva oscura. Il lume di grazia è pur quello che la luna riceve dal sole, per operare più virtuosamente; la luna che raffigura l'autorità imperiale, ed ha, secondo il trattatista di Monarchia,aliquam lucem ex se, sì che il Poeta della Comedia la chiama un altro sole; e dalla benedizione del pontefice, dunque,lucem gratiae. (M. 7, 4) Nè mai tanta ne riceve, quanta nel tempo in cui ella “riguarda il suo fratello per diametro dal purpureo della mattutina serenità„. Allora Dante la chiamaPhoeba, come a dire un altroPhoebus, un altro sole. (M. 1, 13) Allora Dante a lei assomiglia lagiustizia, quando nulla de' suoi contrari le si mescola, quando non ha contrarietà nè nel volere nè nel potere; quando è esercitata dal Monarca, la cui volontà è sincera d'ogni cupidità, e la cui possanza non ha limiti od ostacoli. Tenebre sono, è notte di pièta o miseria, oscura è la selva della vita umana senza quel lume. Nè altro che quello (s'intenda bene!) può esserci, poichè la vita umana comincia con la vanità del senso, cioè con la notte, cioè con la tenebra. O a dir meglio, comincerebbe: chè venne il Redentore e nella sua morte fummo battezzati, e nel battesimo ottenemmo la virtù illuminatrice e fecondatrice. Ma è inutile ripetere come per la maggior parte degli uomini Gesù si sia incarnato invano e invano sia morto sulla croce. In verità c'è bisogno della autorità imperiale a confermare, per così dire, la redenzione.

L'età, che è accrescimento di vita, è soggetta a smarrirsi. Si smarrì pur Dante, sebbene così favorito dal cielo, così guidato da Beatrice viva, così consigliato e revocato da Beatrice morta; e si smarrì, avanti che l'età sua “fosse piena„. (Inf. 15, 51) Ora tutto il genere umano, “per via delle blande dilettazioni dell'adolescenza„ ha bisogno di essere diretto. (M. 1, 17) Questo smarrimento, in quella prima età, è cagione del pervertimento di tutto. Dante a Marco Lombardo chiede perchè il mondo sia così pieno di “malizia„. Risponde Marco che ciò proviene dalla mancanza di guida e freno, di prudenza regale e di giustizia legale, nei primi tempi in cui l'anima semplicetta s'inganna. Dei due Soli, uno ha da valere nella notte. Ci ha da essere, per la via del mondo, l'imperatore, che è scevro d'ogni cupidità;mentre il pastore, no, non può esserne scevro, e correndo dietro ai beni ingannevoli si trae dietro tutta la greggia. (Par. 16, 58) E Beatrice nel paradiso reitera l'argomento. La cupidità che affonda il genere umano, proviene dallo sviarsi degli uomini, prima “che le guancie sien coperte„; nè meraviglia: “in terra non è chi governi„. (Par. 27, 121)

Questo sviarsi nell'adolescenza è causato, si è già detto, dal peccato originale, i cui effetti persistono dopo il battesimo, sebbene questo abbia la virtù di menomarli e li menomi, così che i parvoletti sono appunto migliori degli adolescenti, e dimostrano d'aver lume nella ragione e bontà nel volere. (ib. 127) Ma il lume presto si oscura, ma il volere si rende servo di nuovo. Marco afferma che appunto quel lume fa difetto: non c'è chi discerna, per gli adolescenti, il bene e il male; (Pur. 16, 75 e 95) non c'è chi sostenti e nutra il libero volere, nella fatica ch'ha da durare “nelle prime battaglie„. Ed esplicitamente, nella sua opera politica, Dante assevera: “Il genere umano, quando è più libero, meglio si trova... Principio primo della nostra libertà è la libertà dell'arbitrio... Questa libertà, o questo principio di tutta la nostra libertà, è il più gran dono fatto alla natura umana da Dio, chè per esso siamo felicitati qui come uomini, altrove come iddii. Che se così è, chi sarà che non dica che il genere umano si trovi meglio, quando più possa usare di questo principio? Ma standosi sotto il Monarca è libero come non mai...„ (M. 1, 14) Il Monarca o l'imperatore custodisce dunque questo libero arbitrio, e lo restituisce quando è tolto. Sicchè nell'epistola ai Fiorentini Dante usa l'ardita espressione “giogo della libertà„ per significarequesto imperio che affranca. (Ep. VI, 2) E insiste dicendo che quelli che s'oppongono al dominio imperiale sono in ceppi e catene, e respingono chi vuole slegarli e liberarli. “Non vedete, ciechi che siete, la tiranna cupidità... che vi tien prigionieri nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle sacrosante leggi, che danno sembiante della giustizia naturale: la cui osservanza, se lieta, se libera, non solamente si prova non essere servitù, anzi, a chi ben guarda, appare essere la suprema delle libertà? Che altro infatti è libertà, se non il libero corso del volere all'azione...?„ (ib. 5) E così una specie di Cristo è Enrico, a cui sembrano dirette, come al Cristo, le parole di Isaia:Verelanguoresnostros ipse portavit.E agnello di Dio lo chiama nell'epistola a lui: Ecco chi tolse i peccati del mondo! (Ep. VII, 2) E ciò, dunque, perchè egli rende la libertà, perchè cancella gli effetti del peccato originale, ossia, con tutti i peccati cioè con tutta la malizia o cupidità che v'è implicita, quella prima miseria, quel primo languor della nostra natura, quell'originale servitù e ignoranza. Egli, l'imperatore, ribattezza dunque il genere umano.

Restituisce il lume e la libertà, ossia fa uscire il genere umano — la maggior parte degli uomini — dalla selva oscura. Anche nel Convivio è detto “cavalcatore dell'umana volontà„. Cioè, nella selva monta in sella, e fa uscire la volontà dal passo. Dopo, spronerà o frenerà la fiera. Nella selva è luce di grazia, èDelia, èPhoeba, è altro sole; dopo... si vedrà che è per essere. Nelle tenebre della selva è il minor luminare, che splende da sera a mane, facendo l'uffizio di sole notturno, altrettanto, se non più, necessario del sole diurno; perchè, ripeto, nellanotte del senso si decide il destino dell'uomo. Egli è la luna; ed è mirabile a osservare che sempre, quando il Poeta parla di libertà di volere, torni in volta la luna. Nel discorso di Marco ella è detta un de' due soli. (Pur. 16, 107). E qui si noti come di libero arbitrio e di lume a bene e a malizia, Dante parli nella parte centrale del suo poema; parte costituita dai tre canti dal sedicesimo al diciottesimo del purgatorio: poichè, tralasciando, come deve essere tralasciato, il canto proemiale di tutto il poema, abbiamo, avanti il decimosesto del Purgatorio, quarantotto canti, e altrettanti dopo il decimottavo.[316]Ebbene in questa triade in cui è esposta la dottrina centrale del libero volere, dopo il ragionamento di Marco il sole era nel corcare. (17, 9) Sorgeva la luna. Quando Virgilio ha conchiuso il trattato della nobile virtù, rimandando a Beatrice, ecco (18, 76)

la luna, quasi a mezza notte tarda,facea le stelle a noi parer più rade,fatta com'un secchione che tutt'arda;e correa contra 'l ciel, per quelle stradeche il sole infiamma allor che quel da Romatra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.

la luna, quasi a mezza notte tarda,facea le stelle a noi parer più rade,fatta com'un secchione che tutt'arda;

e correa contra 'l ciel, per quelle stradeche il sole infiamma allor che quel da Romatra' Sardi e' Corsi il vede quando cade.

Virgilio rimanda a Beatrice; e Beatrice continua infatti il trattato, e definisce la nobile virtù: (Par. 5, 19)

lo maggior don, che Dio per sua larghezzafesse creando, e alla sua bontatepiù conformato, e quel ch'ei più apprezza,fu della volontà la libertate...

lo maggior don, che Dio per sua larghezzafesse creando, e alla sua bontatepiù conformato, e quel ch'ei più apprezza,

fu della volontà la libertate...

Dove ciò? Nel cielo della luna. Riparla poi della libertà: (Par. 27, 124)

Ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.

Ben fiorisce negli uomini il volere,ma la pioggia continua convertein bozzacchioni le susine vere.

Ebbene, di lì a poco (non senza notare l'accorgimento di menzionare la luna nel verso 132) ecco esprime l'oscurarsi del lume di grazia, avuto col battesimo; così:

così si fa la pelle bianca neranel primo aspetto della bella figliadi quel che apporta mane e lascia sera.

così si fa la pelle bianca neranel primo aspetto della bella figliadi quel che apporta mane e lascia sera.

La qual bella figlia è la luna, senza dubbio, che fa l'uffizio contrario del suo padre, da cui ha luce di grazia, pur avendone anche per sè: illumina da sera a mane.[317]È la luna, e l'annerarsi della sua pelle bianca, che materialmente può spiegarsi come un'eclissi, rinforza con molta misteriosa evidenza la spiegazione del fatto che Dante non parli nel primo canto della luna che era tuttavia piena e giovò a Dante nell'uscir dall'oscuro e folto della selva. La selva era oscura, perchè nera s'era fatta per l'errante la pelle bianca della luna; ma la pelle era bianca, ed egli non la vedeva, perchè la grazia è occulta e misteriosamente opera. La luna splendeva, ma (di codesto riparleremo)incerta, come nel viaggio inferno d'un de' due predecessori di Dante. Al principio, il viaggio di Dante fu come quello d'Enea: “qualeper la luna incerta, sotto povera luce, è ilcamminonelle selve, quando Giove nascose nell'ombra il cielo e la notte nera tolse alle cose il lor colore„.[318]C'è, c'è la luna, o uomini, per la vostra notte e vanità e servitù e miseria; c'è la prudenza infusa, c'è la prudenza regale; ma in potenza, non in atto. C'è l'autorità imperiale; ma chi pon mano ad essa? Manca l'imperatore. C'è la luna, ma voi prima vi sviate e poi vi perdete, come se ella non fosse. E per questo Dante, nel parlare del volere che si fa servo, della prudenza che resta in potenza e non si fa atto, menziona la luna e menziona la cupidità nella quale s'addentra e s'affonda l'umanità smarrita. Di cupidità parla Beatrice, di malizia parla Marco; e l'una e l'altro come di effetto del primo sviarsi. E tutti e due dicono: Eppur la luna splende! È un altro sole, anzi; è la bella figlia del sole![319]L'imperatore o lo impero o l'autorità imperiale è raffigurata in questo lume che guida, come in un cavalcatore che regga. Questo è il liberatore, il redentore, il battezzatore. È rappresentato nella luna, che ricevelucem gratiae, e serve a rendere agli uomini lagraziabattesimale. Tra la luna, che scorge Dante al passo della selva senza farsi a lui vedere, sebbene sia tonda, e Lucia, che lo porta all'entrata del purgatorio, senza farsi sentire a lui assopito, è grande somiglianza. Orbene, mentre Dante è assopito, che Lucia lo porta in collo, egli ha una visione che annunzia e raffigura in altromodo, dentro l'anima, il fatto che avviene di fuori. Egli narra: (Pur. 9, 19)

In sogno mi parea veder sospesaun'aquila nel ciel con penne d'oro,con l'ale aperte ed a calare intesa:ed esser mi parea là dove foroabbandonati i suoi da Ganimede,quando fu ratto al sommo consistoro.Fra me pensava: forse questo fiedepur qui per uso, o forse d'altro locodisdegna di portarne suso in piede.Poi mi parea che, più rotata un poco,terribil come folgor discendesse,e me rapisse suso infino al foco.Ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse,che convenne che il sonno si rompesse.

In sogno mi parea veder sospesaun'aquila nel ciel con penne d'oro,con l'ale aperte ed a calare intesa:

ed esser mi parea là dove foroabbandonati i suoi da Ganimede,quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: forse questo fiedepur qui per uso, o forse d'altro locodisdegna di portarne suso in piede.

Poi mi parea che, più rotata un poco,terribil come folgor discendesse,e me rapisse suso infino al foco.

Ivi pareva ch'ella ed io ardesse,e sì l'incendio imaginato cosse,che convenne che il sonno si rompesse.

La visione significa che la grazia lo porta, senza sua fatica, al purgatorio, espresso qui, come nel primo canto dell'inferno, mediante il fuoco che in esso è ultimo e monda il cuore e acuisce gli occhi alla visione. Ma perchè sul monte Ida? perchè in forma d'aquila? perchè con penne d'oro, e perchè simile a folgore; imagini che sono nell'epistola ai Fiorentini a significare lo imperatore?[320]Perchè appunto impero e grazia, impero e giustizia, impero e libertà, impero e remission di peccati sono come sinonimi in Dante. Non è l'imperatore l'agnus deiche toglie i peccati del mondo? che è carità e giustizia? E tra luna e Lucia vi è grande relazione. Lucia è cosìdetta perchè la grazia èdealbatio, cioè bianchezza di luce;[321]ma chi non dirà che Dante abbia dettolucem gratiaeinvece che il comunelumen gratiae, perchè fisso nella somiglianza che è tra la luna, che quella luce riceve, e Lucia che è la grazia?

Tutto il genere umano sarebbe dall'aquila imperiale portato in sino al fuoco della purificazione, come Dante. Donde alcuno, come Dante, avrebbe potuto, volendo, assorgere anche alla visione, alla quale è condizion necessaria quel fuoco di mondizia. Così Dante ha detto. E trasformando la colomba evangelica in aquila romana, ha significato il concetto, non so dir quanto ardito, ma che pure ha espresso nelle epistole, nel Convivio e nel trattato della Monarchia, che l'imperatore è un nuovo Cristo che libera il genere umano dalla miseria del peccato originale, da quello che fu e resta ildiverticulum totius nostrae deviationis,[322]e perciò da tutti i peccati che sono conseguenze di quella e di quello.

Egli è intanto, o potrebbe essere, come deve essere, colui che fa uscire dal passo della selva la quale è l'ignoranza e difficoltà o servitù originali, il genere umano. Per limitarci al primo membro del trinomio dell'Aquila del paradiso, tenebra, ombra e veleno della carne; ebbene l'aquila delle penne d'oro, che ebbe il suo primo nido là donde fu ratto Ganimede,l'aquila imperiale che scende come folgore, rischiara al genere umano la “tenebra„.

Ma certo vale e contro l'incontinenza e contro la malizia. Contro questa l'aquila si trasforma in veltro.


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