XXXI.ENEA E CATONE

XXXI.ENEA E CATONEIo non Enea, io non Paolo sono;dice Dante a Virgilio, nel disvolere ciò che volle. (Inf. 2, 32) Essi andarono a immortale secolo, ossiaexcesserunt, morirono rimanendo vivi, l'uno per dare inizio all'impero, l'altro per recar conforto alla fede. E l'impero essendo stabilito per la venuta del Cristo, come dice il Poeta anche qui (ib. 16), i due viaggi mistici, di Enea e di Paolo, sono come un sol viaggio: l'uno prepara, l'altro integra la fede. E Dante, per gli ammonimenti del suo vate sibillino, tornando a volere ciò che aveva disvoluto, diventa Enea e Paolo in uno, l'eroe dell'impero e l'apostolo delle genti, il precursore del Veltro e il predicatore del Cristo.Enea, nel vangelo che scrisse Virgilio, trova aperta la porta di Dite:noctes atque dies patet atri ianua Ditis.(Aen. VI, 127)Dante si vede che ha posta attenzione a questo verso. Egli fa che avanti la venuta del Cristo, Dite regnasse sino alla porta dell'inferno, mentre dopo, la sua particolare sovranità fu limitata a quella che nella Comedia è veramente la porta della città “ch'ha nome Dite„. Dice invero Dante che i patriarchi salvati dal Cristo erano preda di Dite; (Inf. 12, 38) e dice che i piovuti del cielo erano, quella volta, a difesa della porta men segreta, su cui è la scritta morta. (ib. 8, 125) Non c'era, prima del Redentore, alto e basso inferno; c'era l'inferno; non c'era questo e quel peccato: c'era il peccato.[370]Ora, come mai questa contradizione tra l'Eneide e i libri santi? come mai quella, per bocca della Sibilla, veridica profetessa del Cristo, afferma che la porta era aperta notte e giorno; questi asseverano ch'ella era chiusa, tanto che il Cristo dovè infrangerla?Dante interpreta misticamente il suo autore. La Sibilla dice che discendere nell'inferno è facile; uscirne,hoc opus, hic labor est. (ib.128) Avanti il Cristo, pensa Dante, tutti erano preda del peccato, e morendo morivano della seconda morte, cioè scendevano nell'inferno. In questo senso, la porta era aperta. Salvarsi, era impossibile: in questo senso la porta era chiusa. Nel suo essere aperta consisteva il suo essere chiusa. Chi potè, prima della redenzione,sensibilmentepassar quella porta che era chiusa appunto perchè era aperta? Pochi, risponde la Sibilla,dis geniti: (ib.131) per esempio, come poi Enea ode da Caron, Alcide e Teseo e Piritoo, (ib.394)disquamquamgenitiatque invicti viribus essent.Solo Alcide è ricordato, di questi, nell'Eneide nuova, perchè non solo entrò, ma uscì. Nell'Eneide antica si dice ch'egli arraffò e dai piedi del trono del re, ossia di Dite, trasse il custode del Tartaro, Cerbero. Nella nuova il Messo del cielo grida ai diavoli di dentro Dite:Cerberovostro, se ben vi ricorda,ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.Vostro?se ben vi ricorda? Già: Cerbero non l'hanno più sott'occhio quei diavoli: i quali perciò devono ricorrere alla loro memoria: esso è fuori della città loro, esso che un tempo era con loro. E questo è dunque un altro particolare sottolineato dal Poeta, della condizione ch'era dell'inferno prima del Cristo: la città di Dite si estendeva sino oltre Acheronte.[371]Se l'inferno era allora tutta una città di Dite, Enea trovò dunque chiusa la porta, perchè di Dite la porta è sempre chiusa, sia prima del Cristo il quale, in vero, l'infranse; sia dopo, come attesta Dante e provò Virgilio. Ma, secondo la Sibilla, questa medesimaianua Ditisera aperta allora. E, secondo il racconto di Virgilio nella alta sua tragedia, racconto male interpretato, o a bella posta o inconsapevolmente, da Dante nella sua Comedia, aperta era allora aidis genitianche l'altra porta del Tartaro, che è a sinistra,adversa ingens; (ib.548) la quale per Dante è uguale a quellaDitis magni. (ib.541) Aidis genitiera aperta: infatti come entrò Alcide? Da quella entrò se potè arraffare e legare il custode del Tartaro, a' piedi del re Dite. E come entrò Enea? Virgilio non ne parla, si può dire. Narra cheoccupat aditum, che si purifica delle sozzure, e figgeadverso in limine(della portaadversa, della medesima porta che è chiusa dagliavversari), che cosa?ramum, la verga fatale, la verga che è segno del chiamar dellefata, la verga che è il simbolo delle virtù;[372]e mirabilmente entrò. Riassumendo: avanti il Cristo, la porta dell'inferno tutto era chiusa, perchè esso l'infranse; la porta di Dite era aperta, come dice la Sibilla: dopo il Cristo, la porta dell'inferno tutto era aperta, come vide Dante, la porta di Dite, come vide Dante,era chiusa. Ma perchè, avanti il Redentore, Dite equivaleva a tutto l'inferno, la porta era chiusa, come d'inferno, aperta, come di Dite; chiusa e aperta nel tempo stesso, chiusa per il fatto che era aperta.Pochidis genitipoterono, non dico entrare, perchè tutti potevano entrare, essendo aperta la porta; masuperum evadere ad auras. Il che Dante vedeva che non avveniva per ritornar su' suoi passi. Enea non esce per là donde entrò. (ib.898) Sulla porta del regno de' morti c'è scritto, Lasciate ogni speranza! Dante sapeva, dalla lettura dell'Eneide, che, se è difficile, e solo concesso a'dis geniti, tornare a riveder le stelle, impossibile èrevocare gradumper quella porta che è pure spalancatanoctes atque dies. (ib.127) Enea infatti entra, come Dante volle travedere o travide, per la porta di Dite o del Tartaro, che sono per Dante tutt'una, col mezzo di quel ramo o verga; e dopo avere attraversato il Tartaro, arriva (ib.638)locos laetos et amoena virectafortunatorum nemorum sedesque beatas,dove è aria buona e fine, e luce purpurea, e sole e stelle. A questo luogo non si giunge però (come Dante interpretava, male, secondo me, ma come quasi tutti) subito. Prima le anime devono passare per la purgazione. Sono punite, pagano il fio de' vecchi lor mali. (ib.739) Sono sospese al vento, tuffate nell'acqua, bruciate nel fuoco. Dopo, tornano ad abitare in corpi terreni; solo poche subito arrivano senza bisogno di purgazione ai lieti campi dell'Elisio. (ib.743) Così dice Virgilio; ma Dante intendeva (si può supporre) che le anime, almeno alcune, pocheanzi, dopo avere mondato l'infectum scelus, andavano all'Elisio[373]e lì si fermavano; “tenevano„ i lieti campi; sentendo ilvelledi rivederesupera convexa.Dante, entrato per opera d'un messo del cielo che l'apre misteriosamente con una verghetta, dalla porta di Dite, attraversa il Tartaro, esce dal Tartaro per un cammino ascoso, trova un'altra porta, entra anche da quella, si purifica di sue macchie prima con l'aria, anzi col vento, poi col fuoco, all'ultimo con l'acqua. C'è la trasposizione del fuoco e dell'acqua, in Dante, ma Dante, quel precedere in Virgilio dell'acqua, lo interpreta o finge d'interpretarlo come meramente stilistico. In verità la purificazione nell'acqua, egli pensa, vien dopo quella del fuoco, perchè essa è il bere al Lete, come quasi quasi corregge Virgilio istesso: (ib.745)donec longa dies . . .concretam exemit labem purumque relinquitaetherium sensum atque aurai simplicis ignem.has omnis . . .Lethaeum ad fluvium deus evocat.Ma qui Virgilio, pensa Dante (oh! sublime gioia, pensare il pensier di Dante), ma qui, a dir meglio, Anchise parla d'una purificazione che si compiesub gurgite vasto, come è detto prima. (ib.741) O non si contradice Anchise che prima ha mostrato al figlio le anime che all'onde del fiume Leteo (ib.714)securos latices et longa obliviapotant?Ecco, pensa Dante, i fiumi hanno a essere due; uno,dove le anime son tuffate e dimenticano; l'altro dove elle bevono eincipiunt vellerivederesupera convexa. Questo fiume delvellederiva dalla fonte stessa onde sgorga il fiume dell'oblio; sicchè si potranno chiamare tutti e dueLethaei(ib.714, 745), sebbene più propriamente l'uno, quel dell'oblio, sia Letè, l'altro, quel delvolere, con parola greca anch'esso, abbia a chiamarsiEunoè. Così l'alta Tragedia non è contradetta in nulla dalla Comedia.In nulla; poichè la purificazione avviene dunque per pene e supplizi, e col vento e col fuoco. Ognun sa le pene e i supplizi; ognun può ricordare il vento. Sei dei P di sulla fronte di Dante sono rasi o spenti da un batter dell'ale (Pur. 12, 98), da unventare, (17, 67) da unventilare, (19, 49) da unvento, (24, 148) che vien dall'ale di un angelo. Servio, dichiarando questa specie di purificazione, usa appunto le parole:aere ventilantur.[374]Per la settima piaga, non si parla di ventilare. L'angelo intima a Dante, anzi a lui come alle due ombre di poeti, di entrar nel fuoco (27, 6) che morde e affina. E una voce di là li guida. A Virgilio sembra di veder gli occhi di Beatrice. Vento dunque, nel purgatorio di Dante, e fuoco, e Letè in cui le anime si tuffano e obliano, ed Eunoè, in cui elleno bevono e vogliono. Dopo questa purgazione in vento fuoco e acqua, l'uomo è puro e disposto a vedersupera convexa.Ma Enea, secondo Dante, avrebbe dunque subìto anch'esso questa purificazione? Certo, rispondo, ed Enea e Virgilio e quanti sono nel Limbo,pauci, sebbene moltissimi siano i loro innocenti compagni, sononella condizione dei purificati dal vento e dal fuoco. Sì. Essi non vogliono propriamente andare a quelle eccelse convessità: essi desiano. Il desiderio non è ancora volere. Il primo piegar dell'anima è amore, il secondo moto è desiderio: donde poi ilvelle, in cui quel primo amore si liqua. Tutte le anime del purgatorio desiderano; solo quando il desio si fa volere, esse ascendono dalla cornice o dalle cornici, giungono al paradiso terrestre, si tuffano nel Letè e bevono all'Eunoè, e sono puri e disposti a salire alle stelle. Quelli del limbo desiderano, nè possono volere, perchè non isperano. Ma se differiscono dalle anime del purgatorio per questo, che in loro non si può formare ilvellenon essendoci la speranza, somigliano però alle medesime anime, quando siano purificate, in quest'altro punto che i sette P non li hanno nella fronte, essendo “innocenti„. Sono dunque di là del fuoco dell'ultima purgazione, il qual fuoco a Virgilio, esperto, non duole, in faccia al Letè che non possono varcare. Oh! sì: di là del fuoco: essi hanno la mondizia per cui l'occhio vede. Un lume misterioso raggia per loro. Essi hanno nome Virgilio, Aristotile, Plato. E quando a Virgilio si presenta Beatrice, questi era al suo luogo “tra color che son sospesi„, nel luogo che non ha altro supplizio e lutto, che il desio senza speranza; eppure Beatrice esclama: Fiamma d'estoincendio non m'assale.[375]E l'incendio è proprio di quel luogo, come lamiseriache non la tange: la miseria originale.[376]Or qual è quest'incendio,se non il “grande ardore„ che ricuce la piaga dassezzo? (Pur. 25, 139) Il quale chi passa, è innocente e vede; di là del quale si vedono già gli occhi di Beatrice; di là canta una voce che guida e canta:Venite, benedicti patris mei; la voce di Beatrice, dell'angiola, se non di un angelo, della Sapienza che è la figlia di Dio, se ella nella Trinità è il figlio. È quel medesimo: e il fuoco che Dante vede nel cerchio superno, che vincia emisperio di tenebre, come un muro, è quel medesimo fuoco che affina nel grado superno, ed è un muro tra lui e Beatrice.Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione dell'Eneide, quale dichiara Anchise, è l'Elisio, dove Enea si trova con suo padre. Ivi è etere più largo o abbondevole che veste i campi di luce purpurea e vi è un sole e stelle proprie, “congruenti al luogo„, spiega Servio. Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione della Comedia, si fa vedere un poco il sole e tramonta, e le stelle appariscono dalla fenditura della grotta, “di lor solere e più chiare e maggiori„. Allo stesso modo di qua del fuoco “ch'emisperio di tenebre vincia„, è la lumiera, (Inf. 4, 103) è “un loco aperto luminoso ed alto„. L'Elisio è diamoena virecta fortunatorum nemorum. Nel limbo è un prato di fresca verzura, è il verde smalto:virecta; nelparadiso terrestre è una divina foresta:nemora. Dante ha fatto a mezzo della frase Virgiliana, tra il limbo e il paradiso terrestre. Così quandoMusaeusdice: “Abitiamo in sacri boschi opachi e stiamo sulle piote dei greppi e per prati sempre rinnovati dall'acqua dei ruscelli„; (ib.673) non sappiamo, cercando in Dante i pii di Virgilio, se li dobbiamo trovare nella divina selva spessa, in cui serpeggia il rivo, o nel prato di verzura, cui fresca rende il fiumicello.Così, altro. Anchise è in una valletta verde. Vede venir verso lui Enea e tende le mani e una voce gli cade dalle labbra: “Sei pur venuto: eri aspettato...„. (ib.679) Par d'ascoltare la “voce„ che fu udita per Dante nel Limbo: “L'ombra sua torna...„. Enea vede una selva, piena come d'un rombo d'api, che fanno le anime che devono tornare ai corpi. (ib.703) Par d'essere con Dante, che nel Limbo vede come una selva, una selva di spiriti spessi, che coi loro sospiri facevano tremar l'aria. (Inf. 4, 65) Le anime di Virgilio bevono al fiume Lete l'oblio; gli spiriti di Dante, come formano una selva, così possono insieme chiamarsi “il sonno„. (ib. 4, 68) Poi Anchisetraeil figlio e la Sibilla su un colle, perchè veda di faccia le anime illustri. (ib.752) Dante narra: (ib.115)Traemmocicosì dell'un de' cantiin loco aperto luminoso edaltosì che veder poteansi tutti quanti.Colà diritto sopra il verde smalto,mi fur mostrati gli spiriti magni.Anchise ha detto a Enea che vuol mostrargli quella prole (sono, in certa guisa,infantinel tempo stessochemagni) “quo magis... laetere„ (ib.717) Dante, di vedere quegli spiriti magni, che sono tra i parvoli, in sè stesso s'esalta. (ib.120) Nè si deve tralasciare che di risurrezione parla qui Virgilio a Dante, (ib. 53) e Anchise a Virgilio. (ib.750) Sono dunque gli spiriti magni e parvoli di Dante nell'Elisio di Virgilio? Certo, se ricorriamo all'altra figurazione degli inferi Virgiliani, dobbiamo dire che sonosecretianch'essi, questi pii di Dante. (Aen. VIII670) E non occorrerebbe quella, e basterebbe questa; che tutto qui parla di appartato e separato.Ma le anime di Virgilio, destinate a prendere altri corpi, le anime che bevono al Lete con grande ronzìo di sciami, quell'anime dice Anchise “superum... ad lumen ituras„. (VI680) Ed Enea chiede se s'ha a credere che “aliquas„ vadano di lì al cielo “sublimis animas„. (ib.719)Sublimisnoi sappiamo che è complemento avverbiale diire; ma lo sapeva Dante? Servio lo traeva in inganno, facendogli notare quell'aliquase dicendo:non omnes, sed sublimium.[377]Da ciò gli “spiriti magni„. Ma dunque gli spiriti magni, e con loro tutto quello sciame ronzante, sono destinati ad ire al cielo, a vedere il lume del sole alto? a vedere altro lume, che quello che godono nel luogo dove sono, dove è pure unpropriosole? In vero Dante li dice “sospesi„. (Inf. 2, 52) E sospese sono le anime dell'Eneide, sia per questa loro condizione di destinate ad altra vita, ad altroluogo, ad altra luce; sia perchè propriosuspensasle afferma Anchise. (ib.741) Chè egli dice che ellenopanduntur inanes suspensae ad ventos.Inanessono i venti, esuspensaeva conpanduntur; ma intende così Dante? Dante che “non sospende„, ne' suoi imaginati supplizi, mai le anime purganti? Dante che chiama “vane„ le ombre, (Pur. 2, 79) e “vanità„ quella dell'anima senza corpo? (Inf. 6, 36; Pur. 21, 135) Nè è da tralasciare un altro passo, che Dante può non aver inteso o voluto intendere. Dice Anchise di tutti i viventi (e Dante può avere inteso solo delle grandi anime), (ib.730)Igneus est ollis vigor et caelestis origoseminibus,quantum non noxia corpora tardantterrenique hebetant artus moribundaque membra.Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque aurasdispiciuntclausae tenebris et carcere caeco,quin etsupremo cum luminevita reliquit,non tamenomne malum miserisnec funditus omnescorporeae excedunt pestes.Ma conollisnon alludeva Virgilio specialmente od esclusivamente a quelle anime, cui eracaelestis origo? Tutte, Dante pensava, hanno questacaelestis origo, in un certo senso; ma in un cert'altro, sole quelle deidis geniti. E questi sono, secondo Aristotile e lui (è bell'e ora di dirlo), uomini “nobilissimi o divini„. Chè un detto d'Aristotile era ben fermo nella mente di Dante, sin dalla sua gioventù; un detto in cui si riportava un de' pochi versi d'Omero che Dante conoscesse. Si legge nella Vita Nova: “... nella mia puerizia molte fiate l'andai cercando (quest'Angiola giovanissima), e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea direquella parola del poeta Omero: — Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di Dio — „. (VN. 2) E nel Convivio, comentando il suo proprio emistichioCh'elli son quasi Dei, dice: “E ciò prova Aristotile nel settimo dell'Eticaper lo testo d'Omero poeta...„ (Co. 4, 20) Il qual testo è “Nè pareva d'uomo mortale figlio essere, ma di Dio„.[378]Si legga ora nel citato capitolo e nei seguenti la teorica dell'Alighieri; e si mediti questo passo: “Puote adunque l'anima stare non bene nella persona per manco di complessione, e forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende„. (Co. ib.) Il manco di complessione traduce, a parer mio, la frase Virgilianaterreni hebetant artus; il manco di temporale o tempo, l'altra frasemoribunda membra; che muoiono, cioè, troppo presto. Questo, fraintendendo, si capisce. E così mi pare d'intravedere l'interpretazione di Dante: “Vi sono semi d'origine celeste, in quanto che non li ritardano da produrrequel primo e più nobile rampolloche,per via teologica, consiste nei sette doni dello spirito santo: (Co. 4, 21) i corpi o lepersone(puote adunque l'anima stare non bene nellapersona) o, diremmo noi, le personalità o individualità o i soggetti,noxia, cioè dati al male, e quelli mancanti “di complessione„ o “di tempo,„ per svilupparsi; cioè destinati a morir troppo presto o a non vivere veramente mai: dei parvoli d'età e d'animo. Le anime di quelli che possono dirsidis geniti, patiscono passioni contrarie tra loro: non sperano (metuunt) e desiderano; sono nè tristi nè liete (dolent gaudentque, nel tempo stesso,cioènon dolentpropriamente enonpropriamentegaudent). Non vedono l'aria pura, chiuse in luogo tristo di tenebre, nel primo cinghio del carcere cieco. (Pur. 22, 103) Eppure la vita li lasciò con unsupremo lume. Il quale sarebbe ilraggio divino, illume, (Co. 4, 20) “la intellettuale virtù... bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea„; (ib. 21) il quale sarebbe quel lume o lumiera che con le tenebre ha nel limbo lo stesso ineffabile contrasto che la gioia col dolore e la presenza del desiderio con l'assenza della speme. E tuttavia, esse sonomisere, con questo lume che è tenebra, sebbene non abbiano alcun martirio; perchè questo appunto è il loro martirio, d'avere un lume che è tenebra e un desiderio che non s'accompagna con la speranza. Ma esse sono “sospese„, queste anime sublimi, cioè come Dante intendeva, illustri; (ib.758) di cui Dante vede Cesare e Bruto nel suo limbo. E “andranno al lume supero„. Esse sono anime di pii, che secondo l'Eneide, la quale rettamente interpretata, non falla mai,[379]sono sotto la balìa di Catone.[380]Dov'è Catone, secondo l'Eneide novella?Dante in questa sua Eneida, è ammaestrato all'ultimo da una donna soletta. Questa gli dichiara prima in che modo sull'altezza disciolta tutta nell'aer vivo, si senta stormir la selva e si veda uscir di fontana salda e certa il doppio fiume del buono oblio e del buon volere. (Purg. 28, 88) Conclude dicendo che quel luogo è la realtà di quel sogno chei poeti antichi posero in Creta.[381]Ella è tanto la dichiaratrice della foresta, che quando Dante, privato della memoria da maggior cura, chiede a Beatrice che acqua sia quella de' due fiumi, Beatrice non risponde essa, ma gli dice: Prega Matelda che il ti dica. (Pur. 33, 118) Ed è l'unica volta che suoni il nome di Matelda. Chi è nell'antica Tragedia quello che è Matelda nella nuova Comedia? Non Anchise, sebben discorra dei due (a parer di Dante) fiumi Letei. Invero nella Comedia e nella Tragedia due sono le persone che parlano all'Enea antico e al nuovo, nelle “sedi beate„. La prima d'esse si rivolge tanto alvatequanto all'Enea. Dice:vos; (Aen. VI675) dice:voi. (Pur. 28, 76) La seconda parla solo all'Enea e dice:Venisti tandem?(ib. 687); dice:O tu...(Pur. 31, 1) Questa seconda è quella che mostra all'Enea la visione del futuro; che gli dice:Huc geminas nunc flecte acies(ib.788) oal carro tieni or gli occhi; (Pur. 32, 104) e gli rivela un gran lutto e un gran disastro (ib.868, Pur. 32, 109), e gli memora le guerre da sostenere (ib.890) “in pro del mondo che mal vive„. (Pur. 32, 103) Questa seconda è quella che parla dei grandi misteri;[382]la prima insegna all'Enea, anzi all'Enea e al Vate, come e' possa veder la seconda; (ib.676) e loro è guida nei campi floridi e belli, (ib. sq.Pur. 29, 7) salendo. (ib.676, Pur. ib.) La prima, Enea e il Vate trovanocosì casualmente, senz'averne prima saputo: ma la seconda è quellaper cui hanno intrapreso il grande viaggio: è Anchise, che Enea va a rivedere per averne consiglio e conforto: è Anchise che aspettava il figlio; (ib.687) che era tanto pensoso di lui (ib.670); che lo revocò tante volte in sogno. (ib.695) È Beatrice, che aspettava il suo amico, che di lui era tanto dolente, che in sogno o altrimenti tante volte lo revocò. (Pur. 30, 134) La prima invece è Matelda, èMusaeus. È Matelda, cioè l'arte in genere e l'arte del poeta in ispecie; quell'arte che si chiama ancora scienza, e arte e scienza, e che col nome mitologico è Musa, cioè la propria scienza del poetare.[383]Così il vecchioMuseo, che sopravanza tutti dell'omero e che regna in mezzo alle anime felici e che dà contezza ad Enea e alla Sibilla del bosco ombroso e dei prati fatti sempre freschi dai rivi, e che li guida, salendo un giogo, sin dove trovano Anchise, si trasforma nella giovaneMusa, la quale dice a Dante e a Virgilio che foresta e che fiumi son quelli che vedono, e che li guida risalendo il fiume, sin dove Dante vedrà Beatrice e Virgilio sparirà. Ma è soletta; non è intorno a leiplurima turba. (ib.667)Laplurima turba, che coi parvoli fanno gli spiriti magni, che furono (ib.662)pii vates et Phoebo digna loculi,inventas aut qui vitam excoluere perartis;è ancora nel cerchio che somiglia tanto all'altra selva, dove sono gli uomini simili ad arbori, “che non hanno vita discienzaed'arte„, simili a pietre,“che non hanno vita ragionevole discienzaalcuna„. (Co. 2, 1) Ma sonosospesi, e il loro luogo somiglia a quest'altra foresta “spessa„, dove è la Musa della poesia e di ogni altra arte.[384]Ella è soletta ora, lassù, come solo laggiù, alle falde del monte santo, è un veglio, degno di quella riverenza in cui laplurima turbasembra tenere quel Museo dell'Eneide. È solo anch'esso, a mezza via tra la selva del limbo o del peccato originale, e la foresta del paradiso terrestre o dell'originale innocenza. Dove sono i pii che lo circondano? È solo. Eppure ha in balìa spiriti: dunque è vero l'uffizio che gli assegna l'Eneide. Ma come esercita i suoiiurao la sua balìa? Non si vede. Non l'esercita. È solo, ripeto, sebbene i sette regni siano suoi. Ma ecco, Virgilio, che fa lume altrui e a sè no, c'illumina d'un tratto: (Pur. 1, 75)la veste ch'al gran dìsarà sì chiara.Per quanto lavestesia la carne, di che nel gran dì sarà rivestita l'anima, (Pur. 14, 43) pure, in virtù dello stile pregnante del nostro Poeta, ella ricorda la lunga veste del sacerdote Tracio, che non è Museo, ma figlio di una Musa, di Calliopea, e sembra aver la stessa autorità di Museo, se non forse (per Dante, come per antichi comentatori), essere una persona con esso. Tracio in vero era anche Museo. La ricorda.Dante leggeva in Servio questo dubbio: “o parla dell'abito di citaredo, o dellalunga barba„. “Lunga la barba„ è del suo Catone.[385]Ma sia comunque; in che modo sarà chiara la veste di Catone nel gran dì? Quale accrescimento di gloria o di gioia avrà ella? Nel gran dì, i suoi sette regni, ove noi vediamoinclusas animas superumque ad lumen ituras,saranno vuoti. Sarà egli re senza sudditi? In ciò sarà la chiarità della sua veste? No: allora noi dobbiamo prevedere la fusione di quei due luoghi che abbiamo veduti così simili, della selva del limbo e della foresta del paradiso terreno, tutti e due esemplati dall'Elisio Virgiliano;secretosque pios, his dantem iura Catonem.Ciò è evidente. Ai comentatori riuscì ostico sempre quel verso,la veste che al gran dì. Come mai quello scongiuro per ilrivestimentodella carne a tale che dovrebbe, nel gran dì, appunto andare per le sue spoglie, ma non però che se nerivestisse? (Inf. 13, 103) C'è un'antitesi pensata, tra questo e gli altri suicidi, pensata e che deve far pensare. Dante usa, fuor di rima, la parolavesteper farla notare, codesta antitesi violentissima. Il fatto è che il chiaro rivestimento deve aver che fare con la qualità di custode del purgatorio, cioè di balivo dell'anime che, sospese, sono purificate col vento col fuoco e con l'acqua. Ora queste anime sono perandare al lume supero e per rivedere le supere convessità. Ma con questo, un altro effetto è nella purificazione. Le animetornano ai corpi. (Aen. VI713, 720, 751) Al balivo dell'anime che si purificano, si ricorda il suo futuro ritorno alla carne, perchè il ritorno alla carne è nell'Eneide menzionato sempre vicino all'altro effetto della purificazione. Ora poichè, secondo il dogma cristiano, tutti risorgeranno con i loro corpi, non i soli sudditi di Catone, e sono eccettuati, secondo Dante, appunto i suicidi come Catone stesso, noi dobbiamo pensare qui a una risurrezione speciale, notevole, impreveduta. S'è detto della somiglianza dei sospesi nel limbo coi penitenti del purgatorio. Ebbene leggiamo nell'Eneide dell'inconsapevole profeta mantovano; leggiamo: (ib.719)o pater, annealiquasad caelum hinc ire putandum estsublimis animas,iterumque ad tarda roverticorpora? quae lucis miseris tam dira cupido?Si parla qui, secondo Servio, di alcune, non tutte, anime di sublimi: gli spiriti magni. Il che è reso visibile, come da un lampo, da quell'ultimo emistichio. Quali sono in Dante quelli che hanno “desio inadempibile„ di luce? Chè Dante, è assai facile così traducesse ladira cupido. Invero nell'episodio di Palinuro, esemplato in quello di Filippo Argenti, (ib.373) torna questadira cupido, che è tradotta colRimanidi Dante e colVia costàdi Virgilio; (Inf. 8, 38) e nel dramma del Messo del cielo è ritradotta con “oltracotanza„ che significa “pensare o desiderare oltre le proprie forze„. Quali sono dunque quelli che desiderano ciò che non è dato sperare? Quelli del Limbo. E desiderano la luce, l'alto sole,come quelli che sono nelle tenebre, e le tenebre sono il lor solo martirio insieme con questo desiderio che è dato loro per lutto “eternalmente„. Sì che patiscono, sopra ogni altro, gli effetti della “miseria„ originale, e “miseri„ sopra tutti hanno a chiamarsi, essi spiriti magni, essi parvoli innocenti. Or bene solo di questi miseri si dice nel tempo stesso che andranno al cielo e torneranno ai loro corpi, ossia, pensò Dante, quando torneranno ai loro corpi, andranno al cielo. Al cielo? Altrove Virgilio dicesuperum ad lumen(ib.680) dell'anime chiuse in una verde valle, altrove dicesupera convexa(ib.750) di quest'animeimmemores(come Virgilio, pensava Dante, che porta il lume dietro sè), e che tornano ai corpi. Il cielo, il lume, la convessità sarà quellargior aether, quellumen purpureum, (ib.640) che scende da proprio sole e da proprie stelle; da quel sole che riluce in fronte a Dante, (Pur. 27, 133) da quelle stelle e più chiare e maggiori, che Dante mira nel paradiso terrestre. (Pur. 27, 90) Sarà questo lume e questa convessitàsuperna, quella “del grado superno„; (Pur. 27, 125) sarà l'altezzatutta disciolta nell'aer vivo. (ib. 28, 106) Ecco dunque, che quando ritorneranno ai loro corpi, i pii saranno in disparte avendo Catone a loro giudice. Saranno nell'Elisio veramente. Dalle tenebre saranno saliti alla luce; dalla selva oscura alla divina foresta. Essi che onorarono ogni scienza ed arte, non avranno più comune la sede con quelli che non ebbero vita di scienza e d'arte, ma saranno nelle sedi beate, nel lieto luogo dei boschi fortunati, dove ora canta soletta la bella Donna che è appunto arte o scienza, scienza e arte, l'arte nepote di Dio, figlia della natura, utile e facilee lieta. Il Veglio solo, che è il più sospeso dei sospesi, perchè è a mezza strada tra il limbo cieco e paradiso luminoso, sarà tra gli eroi, i filosofi e i vati.Tardaha detto i loro corpi l'immemore Vate. Oh! si sa, come si possa o si debba interpretare quella tardità del corpo rispetto alla velocità dell'anima; ma Dante può anche averla ritratta in quelli occhi tardi e gravi, in quei sembianti pieni di grande autorità, in quel parlar rado, con voci soavi, che già hanno nel carcere cieco le ombre di coloro che verranno nel luogo veramente “luminoso e alto„. Intanto di ciò hanno la promessa, nè se ne accorgono; come non s'accorgono del lume che là li illustra e che a loro sembra tenebre. Essi desiderano l'alto sole: lo vedranno. E presso loro, per la foresta, lungo il fiume, s'udrà il murmure dei parvoli innocenti, che sembreranno api sui fiori dell'eterna verzura.A quel luogo, ancor viventi, giunsero sensibilmente due di quelle genti: uno della schiera degli eroi, l'altro del sinedrio dei poeti: Enea e Dante. Erano tutti e due pii:pietate insignisl'uno, deipii vatesl'altro, i quali, come esso afferma di sè (Par. 1, 27), “parlarono cose degne di Febo„; erano tutti e duedis geniti, e li portò su, a quell'etere più largo, l'ardente virtù. Chè tali, afferma Dante, sono anche quelli che poetarono con vigor d'ingegno, con assiduità d'arte, con abito di scienze. (VE. 2, 4)Tutti e duedis geniti, tutti e due accompagnati da un vate; dalla Sibilla il primo, dal poeta della Sibilla, dal poeta sibillino e profetico il secondo. E quest'ultimo è il narratore della discesa del primo, e seppe prima i colloqui della Sibilla con Enea, epoi, morto, da sè fece la via medesima. Quando il secondo Enea, ode da Virgilio la proposta del grande viaggio, dice: Io non sono Enea; poi acconsente al viaggio, pensando, dunque: Io sono Enea:alter ab illo. Basterebbe, io credo, questa affinità e congiunzione tra il secondo e il primo viaggio, e tra il secondo e il primo viatore, e tra il secondo duce e i primi duce ed eroe, a convincere che a un certo punto, quando il viatore poeta si trova avanti una portachiusa, che il viatore eroe trovòaperta, laianua Ditis, fosse il viatore eroe a disserrarla al viatore poeta. L'Enea Virgiliano dice alla sua vate:doceas iter et sacra ostia pandas: (ib.109) ricordiamo! Al secondo Enea il suo vate si offre per queste due operazioni distinte del viaggio e della porta. Ed è intuitivo che le operazioni e' le compia tutte e due, col suo volume, con le sue inspirazioni poetiche o mistiche. Dunque la porta l'apre esso, che ha detto,Vincerò; l'apre esso col mezzo d'unasuaimaginata verghetta in mano a unsuocreato eroe.Che il poeta fosse allora aiutato dall'eroe sarebbe, io credo, di per sè probabile molto; se non fosse assolutamente certo, perchè il Messo del cielo viene da di qua della porta dell'inferno,[386]dunque dal limbo, perchè soli quelli del limbo non son legati da Minos; ed è perciò Enea, perchè a Virgilio l'innominato Messo si era offerto, e non gli si poteva offrire se non uno del Limbo, non essendo Virgiliouscito dal Limbo,[387]o, a ogni modo, non essendo detto che altrove si recasse; e non doveva Virgilio, cercando ciò che, oltre la parola ornata, era mestieri al campar di Dante, rivolgersi ad altri che a guerrieri o eroi, e tra questi, non ad altri che al guerriero ed eroe suo; è Enea, perchè,senza scorta(esso che l'ebbe altra volta) scende i cerchi dell'incontinenza di concupiscibile, e Dante l'ha nel Convivio (4, 26) recato a modello e tipo di stringitore di freno; e perchè passa come terra dura la palude dell'incontinenza d'irascibile o di manco di fortezza e magnanimità, ed esso è nel Convivio recato a modello e tipo di movitor di sprone; perchè è insomma temperante e forte, tipicamente; è Enea, perchè non altri che uno dotato di virtù eroica, in grado supremo, poteva aprir la porta che conduce alla bestialità, che è, secondo Aristotile, il perfetto opposto di detta virtù; perchè non altri che un sommamente giusto, poteva schiudere il varco che la malizia o ingiustizia aveva chiuso; è Enea perchè è Messo del cielo, e Dante se ne avvede e vuol parlarne a Virgilio cantore o, vorrei dire, evangelista di lui; ed Enea appunto fu eletto da Dio per padre di Roma e dell'Impero; è Enea, perchè mostra qui queglianimie quel fermo petto, che ad ammonimento della Sibilla, usò nella sua prima discesa; è Enea, perchè parla ai diavoli difatae di Cerbero, e usa altre frasi, udite nella prima discesa; è Enea perchè lo spettacolo delle mura rosse e delle Furie è quel medesimo che vide nella sua prima discesa; è Enea perchè si ritrova avanti alla reggia di Proserpina o mogliedi Dite o regina dell'eterno pianto, personaggio che in nessun altro luogo dell'inferno è ricordato, e che è ricordato qui per suggerir il nome di lui che “occupò l'adito„ di quella reggia nella sua prima discesa; è Enea, perchè appunto ha una verghetta in mano, come nella sua prima discesa, e l'usa, con qualche divario ma l'usa ora alla soglia di Dite o della sua moglie, come allora, e con l'effetto di passare[388]sino all'Elisio o purgatorio, come nella prima discesa; è Enea, perchè d'Enea la Tragedia che non falla, racconta come l'infallibile Sibilla dicesse che due volte sarebbe galleggiato sullo Stige e due volte avrebbe veduto il Tartaro, il che, secondo l'interpretazione Dantesca, a dar retta all'Eneide, non era successo che una volta, quella volta.[389]Catone, nel Convivio è introdotto a simboleggiare, con la sua Marzia, che or di là del mal fiume dimora, il passaggio della nobile anima per tutte le virtù di tutte le età, sinchè l'anima nel senio torna a Dio. (4, 28) Nella Comedia l'anima che torna a Dio, trova Catone alle radici del monte, per il quale si torna a Dio. Enea nel Convivio esprime le virtù, principalmente, giovanili, la temperanza e la fortezza, per le quali si lasciano i piaceri e si entra magari nell'inferno. (4, 26) Nella Comedia, come ha luogo Catone, ha luogo Enea che lascia il suo limbo riposato, e apre l'entrataal vero inferno, a Dite. E nella Comedia mostra, questo Messo del cielo, anche l'amore che si dice nel Convivio, e la cortesia, e la lealtà: perchè ama con quel fatto dello scendere, un maggiore, a cui si offre, e un minore, da cui è inchinato; e si degna, cortesemente, non di prender “la scure ad aiutare tagliare le legna per lo fuoco„, ma di riprendere la verga dellefataad aiutare aprir la porta di Dite; e, quanto a lealtà, “ciò che promise„ a Virgilio, “lealmente poi diede„, sebbene questi un poco ne avesse dubitate. (4, 26) Ed è, sopra tutto, “il giusto figliuol d'Anchise„, come quest'altro Enea è l'amico di Beatrice, è colui che scampò a stento dall'ingiustizia, è il cantor della rettitudine, è un dei due giusti di Fiorenza; al modo che Enea è uno de' due di Pergamo.Fu l'eroe giusto che aiutò il poeta giusto.[390]

Io non Enea, io non Paolo sono;

Io non Enea, io non Paolo sono;

dice Dante a Virgilio, nel disvolere ciò che volle. (Inf. 2, 32) Essi andarono a immortale secolo, ossiaexcesserunt, morirono rimanendo vivi, l'uno per dare inizio all'impero, l'altro per recar conforto alla fede. E l'impero essendo stabilito per la venuta del Cristo, come dice il Poeta anche qui (ib. 16), i due viaggi mistici, di Enea e di Paolo, sono come un sol viaggio: l'uno prepara, l'altro integra la fede. E Dante, per gli ammonimenti del suo vate sibillino, tornando a volere ciò che aveva disvoluto, diventa Enea e Paolo in uno, l'eroe dell'impero e l'apostolo delle genti, il precursore del Veltro e il predicatore del Cristo.

Enea, nel vangelo che scrisse Virgilio, trova aperta la porta di Dite:

noctes atque dies patet atri ianua Ditis.(Aen. VI, 127)

noctes atque dies patet atri ianua Ditis.(Aen. VI, 127)

Dante si vede che ha posta attenzione a questo verso. Egli fa che avanti la venuta del Cristo, Dite regnasse sino alla porta dell'inferno, mentre dopo, la sua particolare sovranità fu limitata a quella che nella Comedia è veramente la porta della città “ch'ha nome Dite„. Dice invero Dante che i patriarchi salvati dal Cristo erano preda di Dite; (Inf. 12, 38) e dice che i piovuti del cielo erano, quella volta, a difesa della porta men segreta, su cui è la scritta morta. (ib. 8, 125) Non c'era, prima del Redentore, alto e basso inferno; c'era l'inferno; non c'era questo e quel peccato: c'era il peccato.[370]Ora, come mai questa contradizione tra l'Eneide e i libri santi? come mai quella, per bocca della Sibilla, veridica profetessa del Cristo, afferma che la porta era aperta notte e giorno; questi asseverano ch'ella era chiusa, tanto che il Cristo dovè infrangerla?

Dante interpreta misticamente il suo autore. La Sibilla dice che discendere nell'inferno è facile; uscirne,hoc opus, hic labor est. (ib.128) Avanti il Cristo, pensa Dante, tutti erano preda del peccato, e morendo morivano della seconda morte, cioè scendevano nell'inferno. In questo senso, la porta era aperta. Salvarsi, era impossibile: in questo senso la porta era chiusa. Nel suo essere aperta consisteva il suo essere chiusa. Chi potè, prima della redenzione,sensibilmentepassar quella porta che era chiusa appunto perchè era aperta? Pochi, risponde la Sibilla,dis geniti: (ib.131) per esempio, come poi Enea ode da Caron, Alcide e Teseo e Piritoo, (ib.394)

disquamquamgenitiatque invicti viribus essent.

disquamquamgenitiatque invicti viribus essent.

Solo Alcide è ricordato, di questi, nell'Eneide nuova, perchè non solo entrò, ma uscì. Nell'Eneide antica si dice ch'egli arraffò e dai piedi del trono del re, ossia di Dite, trasse il custode del Tartaro, Cerbero. Nella nuova il Messo del cielo grida ai diavoli di dentro Dite:

Cerberovostro, se ben vi ricorda,ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.

Cerberovostro, se ben vi ricorda,ne porta ancor pelato il mento e il gozzo.

Vostro?se ben vi ricorda? Già: Cerbero non l'hanno più sott'occhio quei diavoli: i quali perciò devono ricorrere alla loro memoria: esso è fuori della città loro, esso che un tempo era con loro. E questo è dunque un altro particolare sottolineato dal Poeta, della condizione ch'era dell'inferno prima del Cristo: la città di Dite si estendeva sino oltre Acheronte.[371]Se l'inferno era allora tutta una città di Dite, Enea trovò dunque chiusa la porta, perchè di Dite la porta è sempre chiusa, sia prima del Cristo il quale, in vero, l'infranse; sia dopo, come attesta Dante e provò Virgilio. Ma, secondo la Sibilla, questa medesimaianua Ditisera aperta allora. E, secondo il racconto di Virgilio nella alta sua tragedia, racconto male interpretato, o a bella posta o inconsapevolmente, da Dante nella sua Comedia, aperta era allora aidis genitianche l'altra porta del Tartaro, che è a sinistra,adversa ingens; (ib.548) la quale per Dante è uguale a quellaDitis magni. (ib.541) Aidis genitiera aperta: infatti come entrò Alcide? Da quella entrò se potè arraffare e legare il custode del Tartaro, a' piedi del re Dite. E come entrò Enea? Virgilio non ne parla, si può dire. Narra cheoccupat aditum, che si purifica delle sozzure, e figgeadverso in limine(della portaadversa, della medesima porta che è chiusa dagliavversari), che cosa?ramum, la verga fatale, la verga che è segno del chiamar dellefata, la verga che è il simbolo delle virtù;[372]e mirabilmente entrò. Riassumendo: avanti il Cristo, la porta dell'inferno tutto era chiusa, perchè esso l'infranse; la porta di Dite era aperta, come dice la Sibilla: dopo il Cristo, la porta dell'inferno tutto era aperta, come vide Dante, la porta di Dite, come vide Dante,era chiusa. Ma perchè, avanti il Redentore, Dite equivaleva a tutto l'inferno, la porta era chiusa, come d'inferno, aperta, come di Dite; chiusa e aperta nel tempo stesso, chiusa per il fatto che era aperta.

Pochidis genitipoterono, non dico entrare, perchè tutti potevano entrare, essendo aperta la porta; masuperum evadere ad auras. Il che Dante vedeva che non avveniva per ritornar su' suoi passi. Enea non esce per là donde entrò. (ib.898) Sulla porta del regno de' morti c'è scritto, Lasciate ogni speranza! Dante sapeva, dalla lettura dell'Eneide, che, se è difficile, e solo concesso a'dis geniti, tornare a riveder le stelle, impossibile èrevocare gradumper quella porta che è pure spalancatanoctes atque dies. (ib.127) Enea infatti entra, come Dante volle travedere o travide, per la porta di Dite o del Tartaro, che sono per Dante tutt'una, col mezzo di quel ramo o verga; e dopo avere attraversato il Tartaro, arriva (ib.638)

locos laetos et amoena virectafortunatorum nemorum sedesque beatas,

locos laetos et amoena virectafortunatorum nemorum sedesque beatas,

dove è aria buona e fine, e luce purpurea, e sole e stelle. A questo luogo non si giunge però (come Dante interpretava, male, secondo me, ma come quasi tutti) subito. Prima le anime devono passare per la purgazione. Sono punite, pagano il fio de' vecchi lor mali. (ib.739) Sono sospese al vento, tuffate nell'acqua, bruciate nel fuoco. Dopo, tornano ad abitare in corpi terreni; solo poche subito arrivano senza bisogno di purgazione ai lieti campi dell'Elisio. (ib.743) Così dice Virgilio; ma Dante intendeva (si può supporre) che le anime, almeno alcune, pocheanzi, dopo avere mondato l'infectum scelus, andavano all'Elisio[373]e lì si fermavano; “tenevano„ i lieti campi; sentendo ilvelledi rivederesupera convexa.

Dante, entrato per opera d'un messo del cielo che l'apre misteriosamente con una verghetta, dalla porta di Dite, attraversa il Tartaro, esce dal Tartaro per un cammino ascoso, trova un'altra porta, entra anche da quella, si purifica di sue macchie prima con l'aria, anzi col vento, poi col fuoco, all'ultimo con l'acqua. C'è la trasposizione del fuoco e dell'acqua, in Dante, ma Dante, quel precedere in Virgilio dell'acqua, lo interpreta o finge d'interpretarlo come meramente stilistico. In verità la purificazione nell'acqua, egli pensa, vien dopo quella del fuoco, perchè essa è il bere al Lete, come quasi quasi corregge Virgilio istesso: (ib.745)

donec longa dies . . .concretam exemit labem purumque relinquitaetherium sensum atque aurai simplicis ignem.has omnis . . .Lethaeum ad fluvium deus evocat.

donec longa dies . . .concretam exemit labem purumque relinquitaetherium sensum atque aurai simplicis ignem.has omnis . . .Lethaeum ad fluvium deus evocat.

Ma qui Virgilio, pensa Dante (oh! sublime gioia, pensare il pensier di Dante), ma qui, a dir meglio, Anchise parla d'una purificazione che si compiesub gurgite vasto, come è detto prima. (ib.741) O non si contradice Anchise che prima ha mostrato al figlio le anime che all'onde del fiume Leteo (ib.714)

securos latices et longa obliviapotant?

securos latices et longa obliviapotant?

Ecco, pensa Dante, i fiumi hanno a essere due; uno,dove le anime son tuffate e dimenticano; l'altro dove elle bevono eincipiunt vellerivederesupera convexa. Questo fiume delvellederiva dalla fonte stessa onde sgorga il fiume dell'oblio; sicchè si potranno chiamare tutti e dueLethaei(ib.714, 745), sebbene più propriamente l'uno, quel dell'oblio, sia Letè, l'altro, quel delvolere, con parola greca anch'esso, abbia a chiamarsiEunoè. Così l'alta Tragedia non è contradetta in nulla dalla Comedia.

In nulla; poichè la purificazione avviene dunque per pene e supplizi, e col vento e col fuoco. Ognun sa le pene e i supplizi; ognun può ricordare il vento. Sei dei P di sulla fronte di Dante sono rasi o spenti da un batter dell'ale (Pur. 12, 98), da unventare, (17, 67) da unventilare, (19, 49) da unvento, (24, 148) che vien dall'ale di un angelo. Servio, dichiarando questa specie di purificazione, usa appunto le parole:aere ventilantur.[374]Per la settima piaga, non si parla di ventilare. L'angelo intima a Dante, anzi a lui come alle due ombre di poeti, di entrar nel fuoco (27, 6) che morde e affina. E una voce di là li guida. A Virgilio sembra di veder gli occhi di Beatrice. Vento dunque, nel purgatorio di Dante, e fuoco, e Letè in cui le anime si tuffano e obliano, ed Eunoè, in cui elleno bevono e vogliono. Dopo questa purgazione in vento fuoco e acqua, l'uomo è puro e disposto a vedersupera convexa.

Ma Enea, secondo Dante, avrebbe dunque subìto anch'esso questa purificazione? Certo, rispondo, ed Enea e Virgilio e quanti sono nel Limbo,pauci, sebbene moltissimi siano i loro innocenti compagni, sononella condizione dei purificati dal vento e dal fuoco. Sì. Essi non vogliono propriamente andare a quelle eccelse convessità: essi desiano. Il desiderio non è ancora volere. Il primo piegar dell'anima è amore, il secondo moto è desiderio: donde poi ilvelle, in cui quel primo amore si liqua. Tutte le anime del purgatorio desiderano; solo quando il desio si fa volere, esse ascendono dalla cornice o dalle cornici, giungono al paradiso terrestre, si tuffano nel Letè e bevono all'Eunoè, e sono puri e disposti a salire alle stelle. Quelli del limbo desiderano, nè possono volere, perchè non isperano. Ma se differiscono dalle anime del purgatorio per questo, che in loro non si può formare ilvellenon essendoci la speranza, somigliano però alle medesime anime, quando siano purificate, in quest'altro punto che i sette P non li hanno nella fronte, essendo “innocenti„. Sono dunque di là del fuoco dell'ultima purgazione, il qual fuoco a Virgilio, esperto, non duole, in faccia al Letè che non possono varcare. Oh! sì: di là del fuoco: essi hanno la mondizia per cui l'occhio vede. Un lume misterioso raggia per loro. Essi hanno nome Virgilio, Aristotile, Plato. E quando a Virgilio si presenta Beatrice, questi era al suo luogo “tra color che son sospesi„, nel luogo che non ha altro supplizio e lutto, che il desio senza speranza; eppure Beatrice esclama: Fiamma d'estoincendio non m'assale.[375]E l'incendio è proprio di quel luogo, come lamiseriache non la tange: la miseria originale.[376]Or qual è quest'incendio,se non il “grande ardore„ che ricuce la piaga dassezzo? (Pur. 25, 139) Il quale chi passa, è innocente e vede; di là del quale si vedono già gli occhi di Beatrice; di là canta una voce che guida e canta:Venite, benedicti patris mei; la voce di Beatrice, dell'angiola, se non di un angelo, della Sapienza che è la figlia di Dio, se ella nella Trinità è il figlio. È quel medesimo: e il fuoco che Dante vede nel cerchio superno, che vincia emisperio di tenebre, come un muro, è quel medesimo fuoco che affina nel grado superno, ed è un muro tra lui e Beatrice.

Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione dell'Eneide, quale dichiara Anchise, è l'Elisio, dove Enea si trova con suo padre. Ivi è etere più largo o abbondevole che veste i campi di luce purpurea e vi è un sole e stelle proprie, “congruenti al luogo„, spiega Servio. Di là del fuoco, che è l'ultima purgazione della Comedia, si fa vedere un poco il sole e tramonta, e le stelle appariscono dalla fenditura della grotta, “di lor solere e più chiare e maggiori„. Allo stesso modo di qua del fuoco “ch'emisperio di tenebre vincia„, è la lumiera, (Inf. 4, 103) è “un loco aperto luminoso ed alto„. L'Elisio è diamoena virecta fortunatorum nemorum. Nel limbo è un prato di fresca verzura, è il verde smalto:virecta; nelparadiso terrestre è una divina foresta:nemora. Dante ha fatto a mezzo della frase Virgiliana, tra il limbo e il paradiso terrestre. Così quandoMusaeusdice: “Abitiamo in sacri boschi opachi e stiamo sulle piote dei greppi e per prati sempre rinnovati dall'acqua dei ruscelli„; (ib.673) non sappiamo, cercando in Dante i pii di Virgilio, se li dobbiamo trovare nella divina selva spessa, in cui serpeggia il rivo, o nel prato di verzura, cui fresca rende il fiumicello.

Così, altro. Anchise è in una valletta verde. Vede venir verso lui Enea e tende le mani e una voce gli cade dalle labbra: “Sei pur venuto: eri aspettato...„. (ib.679) Par d'ascoltare la “voce„ che fu udita per Dante nel Limbo: “L'ombra sua torna...„. Enea vede una selva, piena come d'un rombo d'api, che fanno le anime che devono tornare ai corpi. (ib.703) Par d'essere con Dante, che nel Limbo vede come una selva, una selva di spiriti spessi, che coi loro sospiri facevano tremar l'aria. (Inf. 4, 65) Le anime di Virgilio bevono al fiume Lete l'oblio; gli spiriti di Dante, come formano una selva, così possono insieme chiamarsi “il sonno„. (ib. 4, 68) Poi Anchisetraeil figlio e la Sibilla su un colle, perchè veda di faccia le anime illustri. (ib.752) Dante narra: (ib.115)

Traemmocicosì dell'un de' cantiin loco aperto luminoso edaltosì che veder poteansi tutti quanti.Colà diritto sopra il verde smalto,mi fur mostrati gli spiriti magni.

Traemmocicosì dell'un de' cantiin loco aperto luminoso edaltosì che veder poteansi tutti quanti.

Colà diritto sopra il verde smalto,mi fur mostrati gli spiriti magni.

Anchise ha detto a Enea che vuol mostrargli quella prole (sono, in certa guisa,infantinel tempo stessochemagni) “quo magis... laetere„ (ib.717) Dante, di vedere quegli spiriti magni, che sono tra i parvoli, in sè stesso s'esalta. (ib.120) Nè si deve tralasciare che di risurrezione parla qui Virgilio a Dante, (ib. 53) e Anchise a Virgilio. (ib.750) Sono dunque gli spiriti magni e parvoli di Dante nell'Elisio di Virgilio? Certo, se ricorriamo all'altra figurazione degli inferi Virgiliani, dobbiamo dire che sonosecretianch'essi, questi pii di Dante. (Aen. VIII670) E non occorrerebbe quella, e basterebbe questa; che tutto qui parla di appartato e separato.

Ma le anime di Virgilio, destinate a prendere altri corpi, le anime che bevono al Lete con grande ronzìo di sciami, quell'anime dice Anchise “superum... ad lumen ituras„. (VI680) Ed Enea chiede se s'ha a credere che “aliquas„ vadano di lì al cielo “sublimis animas„. (ib.719)Sublimisnoi sappiamo che è complemento avverbiale diire; ma lo sapeva Dante? Servio lo traeva in inganno, facendogli notare quell'aliquase dicendo:non omnes, sed sublimium.[377]Da ciò gli “spiriti magni„. Ma dunque gli spiriti magni, e con loro tutto quello sciame ronzante, sono destinati ad ire al cielo, a vedere il lume del sole alto? a vedere altro lume, che quello che godono nel luogo dove sono, dove è pure unpropriosole? In vero Dante li dice “sospesi„. (Inf. 2, 52) E sospese sono le anime dell'Eneide, sia per questa loro condizione di destinate ad altra vita, ad altroluogo, ad altra luce; sia perchè propriosuspensasle afferma Anchise. (ib.741) Chè egli dice che ellenopanduntur inanes suspensae ad ventos.Inanessono i venti, esuspensaeva conpanduntur; ma intende così Dante? Dante che “non sospende„, ne' suoi imaginati supplizi, mai le anime purganti? Dante che chiama “vane„ le ombre, (Pur. 2, 79) e “vanità„ quella dell'anima senza corpo? (Inf. 6, 36; Pur. 21, 135) Nè è da tralasciare un altro passo, che Dante può non aver inteso o voluto intendere. Dice Anchise di tutti i viventi (e Dante può avere inteso solo delle grandi anime), (ib.730)

Igneus est ollis vigor et caelestis origoseminibus,quantum non noxia corpora tardantterrenique hebetant artus moribundaque membra.Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque aurasdispiciuntclausae tenebris et carcere caeco,quin etsupremo cum luminevita reliquit,non tamenomne malum miserisnec funditus omnescorporeae excedunt pestes.

Igneus est ollis vigor et caelestis origoseminibus,quantum non noxia corpora tardantterrenique hebetant artus moribundaque membra.Hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque aurasdispiciuntclausae tenebris et carcere caeco,quin etsupremo cum luminevita reliquit,non tamenomne malum miserisnec funditus omnescorporeae excedunt pestes.

Ma conollisnon alludeva Virgilio specialmente od esclusivamente a quelle anime, cui eracaelestis origo? Tutte, Dante pensava, hanno questacaelestis origo, in un certo senso; ma in un cert'altro, sole quelle deidis geniti. E questi sono, secondo Aristotile e lui (è bell'e ora di dirlo), uomini “nobilissimi o divini„. Chè un detto d'Aristotile era ben fermo nella mente di Dante, sin dalla sua gioventù; un detto in cui si riportava un de' pochi versi d'Omero che Dante conoscesse. Si legge nella Vita Nova: “... nella mia puerizia molte fiate l'andai cercando (quest'Angiola giovanissima), e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea direquella parola del poeta Omero: — Ella non pare figliuola d'uomo mortale, ma di Dio — „. (VN. 2) E nel Convivio, comentando il suo proprio emistichioCh'elli son quasi Dei, dice: “E ciò prova Aristotile nel settimo dell'Eticaper lo testo d'Omero poeta...„ (Co. 4, 20) Il qual testo è “Nè pareva d'uomo mortale figlio essere, ma di Dio„.[378]Si legga ora nel citato capitolo e nei seguenti la teorica dell'Alighieri; e si mediti questo passo: “Puote adunque l'anima stare non bene nella persona per manco di complessione, e forse per manco di temporale: e in questa cotale questo raggio divino mai non risplende„. (Co. ib.) Il manco di complessione traduce, a parer mio, la frase Virgilianaterreni hebetant artus; il manco di temporale o tempo, l'altra frasemoribunda membra; che muoiono, cioè, troppo presto. Questo, fraintendendo, si capisce. E così mi pare d'intravedere l'interpretazione di Dante: “Vi sono semi d'origine celeste, in quanto che non li ritardano da produrrequel primo e più nobile rampolloche,per via teologica, consiste nei sette doni dello spirito santo: (Co. 4, 21) i corpi o lepersone(puote adunque l'anima stare non bene nellapersona) o, diremmo noi, le personalità o individualità o i soggetti,noxia, cioè dati al male, e quelli mancanti “di complessione„ o “di tempo,„ per svilupparsi; cioè destinati a morir troppo presto o a non vivere veramente mai: dei parvoli d'età e d'animo. Le anime di quelli che possono dirsidis geniti, patiscono passioni contrarie tra loro: non sperano (metuunt) e desiderano; sono nè tristi nè liete (dolent gaudentque, nel tempo stesso,cioènon dolentpropriamente enonpropriamentegaudent). Non vedono l'aria pura, chiuse in luogo tristo di tenebre, nel primo cinghio del carcere cieco. (Pur. 22, 103) Eppure la vita li lasciò con unsupremo lume. Il quale sarebbe ilraggio divino, illume, (Co. 4, 20) “la intellettuale virtù... bene astratta e assoluta da ogni ombra corporea„; (ib. 21) il quale sarebbe quel lume o lumiera che con le tenebre ha nel limbo lo stesso ineffabile contrasto che la gioia col dolore e la presenza del desiderio con l'assenza della speme. E tuttavia, esse sonomisere, con questo lume che è tenebra, sebbene non abbiano alcun martirio; perchè questo appunto è il loro martirio, d'avere un lume che è tenebra e un desiderio che non s'accompagna con la speranza. Ma esse sono “sospese„, queste anime sublimi, cioè come Dante intendeva, illustri; (ib.758) di cui Dante vede Cesare e Bruto nel suo limbo. E “andranno al lume supero„. Esse sono anime di pii, che secondo l'Eneide, la quale rettamente interpretata, non falla mai,[379]sono sotto la balìa di Catone.[380]Dov'è Catone, secondo l'Eneide novella?

Dante in questa sua Eneida, è ammaestrato all'ultimo da una donna soletta. Questa gli dichiara prima in che modo sull'altezza disciolta tutta nell'aer vivo, si senta stormir la selva e si veda uscir di fontana salda e certa il doppio fiume del buono oblio e del buon volere. (Purg. 28, 88) Conclude dicendo che quel luogo è la realtà di quel sogno chei poeti antichi posero in Creta.[381]Ella è tanto la dichiaratrice della foresta, che quando Dante, privato della memoria da maggior cura, chiede a Beatrice che acqua sia quella de' due fiumi, Beatrice non risponde essa, ma gli dice: Prega Matelda che il ti dica. (Pur. 33, 118) Ed è l'unica volta che suoni il nome di Matelda. Chi è nell'antica Tragedia quello che è Matelda nella nuova Comedia? Non Anchise, sebben discorra dei due (a parer di Dante) fiumi Letei. Invero nella Comedia e nella Tragedia due sono le persone che parlano all'Enea antico e al nuovo, nelle “sedi beate„. La prima d'esse si rivolge tanto alvatequanto all'Enea. Dice:vos; (Aen. VI675) dice:voi. (Pur. 28, 76) La seconda parla solo all'Enea e dice:Venisti tandem?(ib. 687); dice:O tu...(Pur. 31, 1) Questa seconda è quella che mostra all'Enea la visione del futuro; che gli dice:Huc geminas nunc flecte acies(ib.788) oal carro tieni or gli occhi; (Pur. 32, 104) e gli rivela un gran lutto e un gran disastro (ib.868, Pur. 32, 109), e gli memora le guerre da sostenere (ib.890) “in pro del mondo che mal vive„. (Pur. 32, 103) Questa seconda è quella che parla dei grandi misteri;[382]la prima insegna all'Enea, anzi all'Enea e al Vate, come e' possa veder la seconda; (ib.676) e loro è guida nei campi floridi e belli, (ib. sq.Pur. 29, 7) salendo. (ib.676, Pur. ib.) La prima, Enea e il Vate trovanocosì casualmente, senz'averne prima saputo: ma la seconda è quellaper cui hanno intrapreso il grande viaggio: è Anchise, che Enea va a rivedere per averne consiglio e conforto: è Anchise che aspettava il figlio; (ib.687) che era tanto pensoso di lui (ib.670); che lo revocò tante volte in sogno. (ib.695) È Beatrice, che aspettava il suo amico, che di lui era tanto dolente, che in sogno o altrimenti tante volte lo revocò. (Pur. 30, 134) La prima invece è Matelda, èMusaeus. È Matelda, cioè l'arte in genere e l'arte del poeta in ispecie; quell'arte che si chiama ancora scienza, e arte e scienza, e che col nome mitologico è Musa, cioè la propria scienza del poetare.[383]Così il vecchioMuseo, che sopravanza tutti dell'omero e che regna in mezzo alle anime felici e che dà contezza ad Enea e alla Sibilla del bosco ombroso e dei prati fatti sempre freschi dai rivi, e che li guida, salendo un giogo, sin dove trovano Anchise, si trasforma nella giovaneMusa, la quale dice a Dante e a Virgilio che foresta e che fiumi son quelli che vedono, e che li guida risalendo il fiume, sin dove Dante vedrà Beatrice e Virgilio sparirà. Ma è soletta; non è intorno a leiplurima turba. (ib.667)

Laplurima turba, che coi parvoli fanno gli spiriti magni, che furono (ib.662)

pii vates et Phoebo digna loculi,inventas aut qui vitam excoluere perartis;

pii vates et Phoebo digna loculi,inventas aut qui vitam excoluere perartis;

è ancora nel cerchio che somiglia tanto all'altra selva, dove sono gli uomini simili ad arbori, “che non hanno vita discienzaed'arte„, simili a pietre,“che non hanno vita ragionevole discienzaalcuna„. (Co. 2, 1) Ma sonosospesi, e il loro luogo somiglia a quest'altra foresta “spessa„, dove è la Musa della poesia e di ogni altra arte.[384]Ella è soletta ora, lassù, come solo laggiù, alle falde del monte santo, è un veglio, degno di quella riverenza in cui laplurima turbasembra tenere quel Museo dell'Eneide. È solo anch'esso, a mezza via tra la selva del limbo o del peccato originale, e la foresta del paradiso terrestre o dell'originale innocenza. Dove sono i pii che lo circondano? È solo. Eppure ha in balìa spiriti: dunque è vero l'uffizio che gli assegna l'Eneide. Ma come esercita i suoiiurao la sua balìa? Non si vede. Non l'esercita. È solo, ripeto, sebbene i sette regni siano suoi. Ma ecco, Virgilio, che fa lume altrui e a sè no, c'illumina d'un tratto: (Pur. 1, 75)

la veste ch'al gran dìsarà sì chiara.

la veste ch'al gran dìsarà sì chiara.

Per quanto lavestesia la carne, di che nel gran dì sarà rivestita l'anima, (Pur. 14, 43) pure, in virtù dello stile pregnante del nostro Poeta, ella ricorda la lunga veste del sacerdote Tracio, che non è Museo, ma figlio di una Musa, di Calliopea, e sembra aver la stessa autorità di Museo, se non forse (per Dante, come per antichi comentatori), essere una persona con esso. Tracio in vero era anche Museo. La ricorda.Dante leggeva in Servio questo dubbio: “o parla dell'abito di citaredo, o dellalunga barba„. “Lunga la barba„ è del suo Catone.[385]Ma sia comunque; in che modo sarà chiara la veste di Catone nel gran dì? Quale accrescimento di gloria o di gioia avrà ella? Nel gran dì, i suoi sette regni, ove noi vediamo

inclusas animas superumque ad lumen ituras,

inclusas animas superumque ad lumen ituras,

saranno vuoti. Sarà egli re senza sudditi? In ciò sarà la chiarità della sua veste? No: allora noi dobbiamo prevedere la fusione di quei due luoghi che abbiamo veduti così simili, della selva del limbo e della foresta del paradiso terreno, tutti e due esemplati dall'Elisio Virgiliano;

secretosque pios, his dantem iura Catonem.

secretosque pios, his dantem iura Catonem.

Ciò è evidente. Ai comentatori riuscì ostico sempre quel verso,la veste che al gran dì. Come mai quello scongiuro per ilrivestimentodella carne a tale che dovrebbe, nel gran dì, appunto andare per le sue spoglie, ma non però che se nerivestisse? (Inf. 13, 103) C'è un'antitesi pensata, tra questo e gli altri suicidi, pensata e che deve far pensare. Dante usa, fuor di rima, la parolavesteper farla notare, codesta antitesi violentissima. Il fatto è che il chiaro rivestimento deve aver che fare con la qualità di custode del purgatorio, cioè di balivo dell'anime che, sospese, sono purificate col vento col fuoco e con l'acqua. Ora queste anime sono perandare al lume supero e per rivedere le supere convessità. Ma con questo, un altro effetto è nella purificazione. Le animetornano ai corpi. (Aen. VI713, 720, 751) Al balivo dell'anime che si purificano, si ricorda il suo futuro ritorno alla carne, perchè il ritorno alla carne è nell'Eneide menzionato sempre vicino all'altro effetto della purificazione. Ora poichè, secondo il dogma cristiano, tutti risorgeranno con i loro corpi, non i soli sudditi di Catone, e sono eccettuati, secondo Dante, appunto i suicidi come Catone stesso, noi dobbiamo pensare qui a una risurrezione speciale, notevole, impreveduta. S'è detto della somiglianza dei sospesi nel limbo coi penitenti del purgatorio. Ebbene leggiamo nell'Eneide dell'inconsapevole profeta mantovano; leggiamo: (ib.719)

o pater, annealiquasad caelum hinc ire putandum estsublimis animas,iterumque ad tarda roverticorpora? quae lucis miseris tam dira cupido?

o pater, annealiquasad caelum hinc ire putandum estsublimis animas,iterumque ad tarda roverticorpora? quae lucis miseris tam dira cupido?

Si parla qui, secondo Servio, di alcune, non tutte, anime di sublimi: gli spiriti magni. Il che è reso visibile, come da un lampo, da quell'ultimo emistichio. Quali sono in Dante quelli che hanno “desio inadempibile„ di luce? Chè Dante, è assai facile così traducesse ladira cupido. Invero nell'episodio di Palinuro, esemplato in quello di Filippo Argenti, (ib.373) torna questadira cupido, che è tradotta colRimanidi Dante e colVia costàdi Virgilio; (Inf. 8, 38) e nel dramma del Messo del cielo è ritradotta con “oltracotanza„ che significa “pensare o desiderare oltre le proprie forze„. Quali sono dunque quelli che desiderano ciò che non è dato sperare? Quelli del Limbo. E desiderano la luce, l'alto sole,come quelli che sono nelle tenebre, e le tenebre sono il lor solo martirio insieme con questo desiderio che è dato loro per lutto “eternalmente„. Sì che patiscono, sopra ogni altro, gli effetti della “miseria„ originale, e “miseri„ sopra tutti hanno a chiamarsi, essi spiriti magni, essi parvoli innocenti. Or bene solo di questi miseri si dice nel tempo stesso che andranno al cielo e torneranno ai loro corpi, ossia, pensò Dante, quando torneranno ai loro corpi, andranno al cielo. Al cielo? Altrove Virgilio dicesuperum ad lumen(ib.680) dell'anime chiuse in una verde valle, altrove dicesupera convexa(ib.750) di quest'animeimmemores(come Virgilio, pensava Dante, che porta il lume dietro sè), e che tornano ai corpi. Il cielo, il lume, la convessità sarà quellargior aether, quellumen purpureum, (ib.640) che scende da proprio sole e da proprie stelle; da quel sole che riluce in fronte a Dante, (Pur. 27, 133) da quelle stelle e più chiare e maggiori, che Dante mira nel paradiso terrestre. (Pur. 27, 90) Sarà questo lume e questa convessitàsuperna, quella “del grado superno„; (Pur. 27, 125) sarà l'altezzatutta disciolta nell'aer vivo. (ib. 28, 106) Ecco dunque, che quando ritorneranno ai loro corpi, i pii saranno in disparte avendo Catone a loro giudice. Saranno nell'Elisio veramente. Dalle tenebre saranno saliti alla luce; dalla selva oscura alla divina foresta. Essi che onorarono ogni scienza ed arte, non avranno più comune la sede con quelli che non ebbero vita di scienza e d'arte, ma saranno nelle sedi beate, nel lieto luogo dei boschi fortunati, dove ora canta soletta la bella Donna che è appunto arte o scienza, scienza e arte, l'arte nepote di Dio, figlia della natura, utile e facilee lieta. Il Veglio solo, che è il più sospeso dei sospesi, perchè è a mezza strada tra il limbo cieco e paradiso luminoso, sarà tra gli eroi, i filosofi e i vati.Tardaha detto i loro corpi l'immemore Vate. Oh! si sa, come si possa o si debba interpretare quella tardità del corpo rispetto alla velocità dell'anima; ma Dante può anche averla ritratta in quelli occhi tardi e gravi, in quei sembianti pieni di grande autorità, in quel parlar rado, con voci soavi, che già hanno nel carcere cieco le ombre di coloro che verranno nel luogo veramente “luminoso e alto„. Intanto di ciò hanno la promessa, nè se ne accorgono; come non s'accorgono del lume che là li illustra e che a loro sembra tenebre. Essi desiderano l'alto sole: lo vedranno. E presso loro, per la foresta, lungo il fiume, s'udrà il murmure dei parvoli innocenti, che sembreranno api sui fiori dell'eterna verzura.

A quel luogo, ancor viventi, giunsero sensibilmente due di quelle genti: uno della schiera degli eroi, l'altro del sinedrio dei poeti: Enea e Dante. Erano tutti e due pii:pietate insignisl'uno, deipii vatesl'altro, i quali, come esso afferma di sè (Par. 1, 27), “parlarono cose degne di Febo„; erano tutti e duedis geniti, e li portò su, a quell'etere più largo, l'ardente virtù. Chè tali, afferma Dante, sono anche quelli che poetarono con vigor d'ingegno, con assiduità d'arte, con abito di scienze. (VE. 2, 4)

Tutti e duedis geniti, tutti e due accompagnati da un vate; dalla Sibilla il primo, dal poeta della Sibilla, dal poeta sibillino e profetico il secondo. E quest'ultimo è il narratore della discesa del primo, e seppe prima i colloqui della Sibilla con Enea, epoi, morto, da sè fece la via medesima. Quando il secondo Enea, ode da Virgilio la proposta del grande viaggio, dice: Io non sono Enea; poi acconsente al viaggio, pensando, dunque: Io sono Enea:alter ab illo. Basterebbe, io credo, questa affinità e congiunzione tra il secondo e il primo viaggio, e tra il secondo e il primo viatore, e tra il secondo duce e i primi duce ed eroe, a convincere che a un certo punto, quando il viatore poeta si trova avanti una portachiusa, che il viatore eroe trovòaperta, laianua Ditis, fosse il viatore eroe a disserrarla al viatore poeta. L'Enea Virgiliano dice alla sua vate:doceas iter et sacra ostia pandas: (ib.109) ricordiamo! Al secondo Enea il suo vate si offre per queste due operazioni distinte del viaggio e della porta. Ed è intuitivo che le operazioni e' le compia tutte e due, col suo volume, con le sue inspirazioni poetiche o mistiche. Dunque la porta l'apre esso, che ha detto,Vincerò; l'apre esso col mezzo d'unasuaimaginata verghetta in mano a unsuocreato eroe.

Che il poeta fosse allora aiutato dall'eroe sarebbe, io credo, di per sè probabile molto; se non fosse assolutamente certo, perchè il Messo del cielo viene da di qua della porta dell'inferno,[386]dunque dal limbo, perchè soli quelli del limbo non son legati da Minos; ed è perciò Enea, perchè a Virgilio l'innominato Messo si era offerto, e non gli si poteva offrire se non uno del Limbo, non essendo Virgiliouscito dal Limbo,[387]o, a ogni modo, non essendo detto che altrove si recasse; e non doveva Virgilio, cercando ciò che, oltre la parola ornata, era mestieri al campar di Dante, rivolgersi ad altri che a guerrieri o eroi, e tra questi, non ad altri che al guerriero ed eroe suo; è Enea, perchè,senza scorta(esso che l'ebbe altra volta) scende i cerchi dell'incontinenza di concupiscibile, e Dante l'ha nel Convivio (4, 26) recato a modello e tipo di stringitore di freno; e perchè passa come terra dura la palude dell'incontinenza d'irascibile o di manco di fortezza e magnanimità, ed esso è nel Convivio recato a modello e tipo di movitor di sprone; perchè è insomma temperante e forte, tipicamente; è Enea, perchè non altri che uno dotato di virtù eroica, in grado supremo, poteva aprir la porta che conduce alla bestialità, che è, secondo Aristotile, il perfetto opposto di detta virtù; perchè non altri che un sommamente giusto, poteva schiudere il varco che la malizia o ingiustizia aveva chiuso; è Enea perchè è Messo del cielo, e Dante se ne avvede e vuol parlarne a Virgilio cantore o, vorrei dire, evangelista di lui; ed Enea appunto fu eletto da Dio per padre di Roma e dell'Impero; è Enea, perchè mostra qui queglianimie quel fermo petto, che ad ammonimento della Sibilla, usò nella sua prima discesa; è Enea, perchè parla ai diavoli difatae di Cerbero, e usa altre frasi, udite nella prima discesa; è Enea perchè lo spettacolo delle mura rosse e delle Furie è quel medesimo che vide nella sua prima discesa; è Enea perchè si ritrova avanti alla reggia di Proserpina o mogliedi Dite o regina dell'eterno pianto, personaggio che in nessun altro luogo dell'inferno è ricordato, e che è ricordato qui per suggerir il nome di lui che “occupò l'adito„ di quella reggia nella sua prima discesa; è Enea, perchè appunto ha una verghetta in mano, come nella sua prima discesa, e l'usa, con qualche divario ma l'usa ora alla soglia di Dite o della sua moglie, come allora, e con l'effetto di passare[388]sino all'Elisio o purgatorio, come nella prima discesa; è Enea, perchè d'Enea la Tragedia che non falla, racconta come l'infallibile Sibilla dicesse che due volte sarebbe galleggiato sullo Stige e due volte avrebbe veduto il Tartaro, il che, secondo l'interpretazione Dantesca, a dar retta all'Eneide, non era successo che una volta, quella volta.[389]Catone, nel Convivio è introdotto a simboleggiare, con la sua Marzia, che or di là del mal fiume dimora, il passaggio della nobile anima per tutte le virtù di tutte le età, sinchè l'anima nel senio torna a Dio. (4, 28) Nella Comedia l'anima che torna a Dio, trova Catone alle radici del monte, per il quale si torna a Dio. Enea nel Convivio esprime le virtù, principalmente, giovanili, la temperanza e la fortezza, per le quali si lasciano i piaceri e si entra magari nell'inferno. (4, 26) Nella Comedia, come ha luogo Catone, ha luogo Enea che lascia il suo limbo riposato, e apre l'entrataal vero inferno, a Dite. E nella Comedia mostra, questo Messo del cielo, anche l'amore che si dice nel Convivio, e la cortesia, e la lealtà: perchè ama con quel fatto dello scendere, un maggiore, a cui si offre, e un minore, da cui è inchinato; e si degna, cortesemente, non di prender “la scure ad aiutare tagliare le legna per lo fuoco„, ma di riprendere la verga dellefataad aiutare aprir la porta di Dite; e, quanto a lealtà, “ciò che promise„ a Virgilio, “lealmente poi diede„, sebbene questi un poco ne avesse dubitate. (4, 26) Ed è, sopra tutto, “il giusto figliuol d'Anchise„, come quest'altro Enea è l'amico di Beatrice, è colui che scampò a stento dall'ingiustizia, è il cantor della rettitudine, è un dei due giusti di Fiorenza; al modo che Enea è uno de' due di Pergamo.

Fu l'eroe giusto che aiutò il poeta giusto.[390]


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