XXXV.GIACOBBENell'“antica selva„, antica come il peccato d'Adamo, antica come lamiseriaconseguitane agli uomini, selva che è “profonda tana di fiere„, delle fiere che Dante non trova nel profondo ma nella radura, non nella notte ma nel giorno, perchè egli deve distinguere dal peccato originale il peccato attuale, e questo fu dopo quello ed effetto di quello; Dante è servo e fuggitivo: servo, come egli dice, (Par. 31, 84 al.) fuggitivo, come egli viene a dire affermando che il suo animo, oltre il passo,ancorfuggiva. (Inf. 1, 25) Se la verghetta con la quale si apronosacra ostia,[437]non la strappa esso nell'anticaselva (e tuttavia quella verghetta viene dallaselvadi spiritispessi, equivalente, col vestibolo, alla selva oscura); tuttavia Dante ha avuto in mente tutto il valor mistico che in quell'episodio dell'Eneide ravvisava l'antico interprete di Virgilio. Servio[438]dopo aver narrato il mito di Oreste fuggito ad Aricia con l'idolo Taurico, e il rito sanguinario di quel tempio; dove era sacerdote unoschiavo fuggitivoil cui posto era preso da altroschiavo fuggitivoche avesse ucciso il primo e così avesse potuto svellere un ramo dall'albero sacro; continua: Virgilio da questo rito “prese la sua figurazione (colorem). Chè il ramo bisognava fosse causadella morte d'uno; donde subito soggiunge laMorte di Miseno; e accedere ai riti di Proserpina non poteva, se non preso il ramo etc.„. Ora perchè Virgilio non dice, esplicitamente, al novello Enea, Seppellisci Miseno? Perchè il novello Enea è anche un novello Giacobbe, e a questo bisogna dire, quello che appunto dice Virgilio a Dante: È Rachele che ti chiama! È Beatrice di cui sei amico, che cura di te! Eppure, torna lo stesso. Seppellisci Miseno, vuol dire, Esci dal tuo involucro terreno. Va a Beatrice, significa, La tua mente si diparta dal corpo. Ella è morta, e i morti non si trovano se non morendo. Ella è la sapienza, e la sapienza non si vede se nonmentis excessu.[439]Dante, dunque, e per rivedere Anchise e per rivedere Rachele, va “a immortale secolo„ e siseppellisce. “Ma„ ecco dice S. Bernardo[440]“come nel battesimo siamo tratti dalla potestà delle tenebre e trasferiti nel regno della eterna carità, così nella, per dir così, seconda rigenerazione di questa santa professione (propositi), usciamo in simil modo dalle tenebre, non del solo peccato originale, ma dei molti attuali, e riusciamo al lume delle virtù, adattando di nuovo a noi il detto dell'apostolo:Nox praecessit, dies autem appropinquavit„.[441]In questo, che si può dire il sommario della divina Comedia, notiamo il detto di S. Paolo, come appare e riappare nel poema. Nella selva oscura Dante erra di notte; riprende via nel giorno:nox praecessit. Un sonno pari a quello di che era pieno quando entrò nella selva, precede il passaggio dell'Acheronte. La notte è al suo colmo, quando il Messo del cielo gli apre le porte di Dite. Tutta una notte è quella passata nell'inferno; (Pur. 23, 122) è vicino il giorno quando si trova alle falde del santo monte:dies appropinquavit. E s'appressava il giorno, quando è da Lucia trasportato, nel sonno, alla porta del purgatorio: e la notte precedè, quando si mise a cercar la divina foresta; ed eramanesul balzo del purgatorio, quando salì al cielo. (Par. 1, 43) Dalla notte al dì. E il dì veramente s'appropinqua sempre, e mai non giunge sino al momento del “fulgore„, in cui Dante vede l'unione della carne al Verbo, che è la gran meta del poema sacro, del poema in cui si abbandona la vita umana per la divina e siconcilia e s'insegna questa con quella. (Par. 33, 141)Dante in persona di Enea e Giacobbe, scende, dopo morto al peccato originale, a rigenerarsi dai molti peccati attuali. Per Enea, son tre disposizioni che il ciel non vuole; per Giacobbe, sono sette peccati: sette, poichè, discorrendo appunto delle tre disposizioni, tra Virgilio e Dante enumerano sette tra cerchi e cerchietti: quattro cerchi in cui sono quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con loro ignominie; (Inf. 11, 70) e tre cerchietti, (ib. 17) dei violenti e dei fraudolenti, i quali ultimi sono distinti in due specie, secondo che la frode esercitano in chi non si fida o in chi si fida. Devono essere sette, e non più nè meno, perchè sette beatitudini risuonano nei sette gradi del purgatorio, opposte ai sette peccati che si purgano; e tali sette beatitudini sono l'interpretazione deisecondisette anni che Giacobbe serve a Laban, cioè alla Bianca di luce, cioè alla Grazia, per aver Rachele: ora il “fedele„ di Lucia, “amico„ di Beatrice, la quale siede con Rachele, serve questisecondisett'anni, cioè deterge le macchie di sette peccati opposti a quelle sette beatitudini; dunque deve aver servito anche iprimisette anni, sette e non più nè meno. E sette sono, come sette devono essere. E poichè nell'inferno vi sono altre distinzioni di peccato che sono taciute da Virgilio, come non fossero, bisogna rendersi conto del perchè e siano taciute e non contino e non siano. Gl'ignavi sono nel vestibolo: nell'inferno dunque non sono. Gridano invano la seconda morte; dunque nell'inferno non sono. Misericordia e giustizia gli sdegna: dunque, se non sono nel purgatorio o nel paradisodella misericordia, non sono nemmeno nell'inferno della giustizia. Terribile concezione: non sono nè morti nè vivi:non sono.[442]Restano quelli del limbo e quelli del “cimitero„. Nel limbo è un vagir di culle, nel cimitero è un tacer di tombe. Voglio dire, il silenzio sarà, non è. Sarà, per una parte, il silenzio, quando caleranno sulle arche i coperchi. I quali, sino al gran dì, sonosospesi. (Inf. 9, 121) Orasospesisono gli spiriti magni e i parvoli innocenti del limbo. (Inf. 2, 52) Non anch'essi sino al gran dì? Sino al gran dì in cui così chiara sarà la veste di Catone? Il fatto è che allora il cimitero sarà tacito come ha da essere un cimitero. Dove sono coloro che fecero l'anima morta col corpo? Non sono. Sono nella necropoli della città dei morti: sono i morti della morte. Come (o divino acume di mente!), come quelli che di là del fiume della morte, corrono e corrono e corrono, sono i vivi della morte. Ebbene, resteranno quelli del limbo? i parvoli innocenti e gli spiriti magni? cui è destinato dall'Eneida verace a giudice Catone? Catone che nel gran dì sarà così glorioso? Catone che era de' sospesi e s'è mosso e si trova a mezza via tra il limbo e il paradiso terrestre? Saranno dunque otto, e non sette, non sette come devono essere, le ripartizioni dell'inferno? Altri, più ingegnoso di me, trovi dove collocare questisospesi, pur che non li conservi nell'inferno. Cerchi e cerchi; e troverà... che cosa? “Un luogo di seconda felicità per i parvoli non battezzati edificato dai Pelagiani„:[443]“inter damnationem regnumque caelorum, quietisvel felicitatis cuiuslibet vel ubilibet quasi medium locum„.[444]Questo luogo di mezzo promettevano ai parvoli i Pelagiani, che ne furono riprovati.[445]Ma essi dicevano che i parvoli non potevano essere annoverati nè tra i fedeli nè tra gl'increduli; al che gli ortodossi rispondevano che, a quel modo, i battezzati non erano, come invece erano, fedeli.[446]Checchè questi rispondessero. Dante mostra di credere a codesta medietà, e di assegnare sì ai parvoli innocenti e sì agli spiriti magni quel luogo di mezzo, di pace o beatitudine, tra l'inferno e il cielo: luogo che non può essere se non la sommità del purgatorio, arra di pace, sede di felicità, mezza tra la dannazione e la salute. E si aggiunga alle argomentazioni irrefutabili questo indizio piccolo e grande. S. Agostino, disputando contro i Pelagiani, porta a dimostrar la sua tesi ciò che predice il Signore d'essere per dire aisuoiche vuole nel suo regno; nel regno che è la vita eterna opposta alla eterna ambustione: dirà:Venite benedicti Patris mei...[447]Sono le parole che la voce di là rivolge a quelli che traversano il muro di fuoco. Con quelli, Dante e Stazio, è anche Virgilio. Non a caso la voce accomuna ai due discepoli il maestro, chiamati tutti e tre dall'angelo “anime sante„; (Pur. 27, 8) non a casoVirgilio s'era accomunato, nel dar conto di sè ai parvoli innocenti. (Pur. 7, 31)Restano i sette tra cerchi e cerchietti, i sette tra peccati d'incontinenza e di malizia: quattro d'incontinenza, tre di malizia. Vengono subito in mente i peccati del purgatorio che sono, nella figurazione del carro, quattro e tre, unicorni e bicorni, come quelli dell'inferno sono, i quattro di minor offesa e minor biasimo e minor pena, e i tre di “felli„. Inoltre Virgilio si ferma, a esporre il sistema penale sì dell'inferno e sì del purgatorio, a un punto, in cui sono, sotto e sopra loro, tre cerchietti dell'inferno e tre cornici del purgatorio, sicchè abbiamo la distinzione di quattro e tre, rimanendo il quarto come una specie di peccato centrale. E sì: nel purgatorio si vede tale centralità del peccato quarto, che preceduto datredi amor del male e seguìto datredi amor soverchio del bene, è definito peccato di lento amore nelvedereoacquistareil bene. Il che è quanto dire: nella vita contemplativa o nell'attiva. Nell'inferno la dichiarazione avviene in un ripiano, inclinato o meno, che comprende due cerchi, la palude e il cimitero, d'uomini che rissano o gorgogliano inerti nel fango vischioso; e d'altri che hanno “mala luce„. S'intuisce subito che questi peccatori peccarono gli uni nella vita attiva, gli altri nella contemplativa. E s'intuisce che peccarono d'accidia, carnale e spirituale; manifestamente, d'accidia spirituale, gli eresiarche, perchè furono volontariamente ignoranti, e la ignoranza si riduce ad accidia; e più che manifestamente gli altri del pantano, de' quali i fitti nel fango dicono d'essere stati tristi e di aver portato dentro “accidioso„ fummo e non possono dire illoro inno con parola integra. Ora l'accidia ètristiziache mozza la voce.Ma si obbietta: quelli che rissano, sono tali cui vinse l'ira: non dunque accidiosi, ma irosi. Non mai si ebbe dagli interpreti di Dante così mala luce come nel considerare quest'espressione:cui vinse l'ira; la quale significa che non dominarono l'appetito irascibile, come quelli dei cerchi precedenti sommisero la ragione al talento concupiscibile; e non può significare rei d'ira, perchè l'ira è libidine di vendetta: ora, o la vendetta fecero, e allora fecero ingiuria e sarebbero in Dite, o non la fecero, e allora l'ira senza vendetta ètristiziae non ira.[448]Masopra tutto è da notare che rissosi e fitti nel fango sono tra loro come nel cerchio precedente gli avari e i prodighi che sono rei de' due vizi collaterali alla virtù di liberalità. Qual è la virtù che sì i rissosi e sì i fitti misconobbero in modo opposto tra loro? È, e non può essere altra, la fortezza, nella quale Dante fonde la magnanimità, (Co. 4, 26) la fortezza, di cui cote ecalcarè l'ira; l'ira passione incolpevole, e non vizio; l'irascibile. E Dante chiama dunque orgogliosi e tristi quelli che il Filosofo chiama audaci e timidi, pusillanimi etronfiogonfi. Chè audacia e timidità sono i due vizi collaterali alla fortezza; e la pochezza d'animo e la tronfiezza sono quelli collaterali alla magnanimità.[449]E che Filippo Argentisia, come rissoso, il tipo degli audaci e gonfi, è manifesto da queste parole di Aristotele: “I gonfi sono stolti; e non conoscono se stessi, e questo si vede manifestamente, imperocchè mettono mano alle cose onorevoli, come se ne fossero degni; e di poi vengono scoperti e scornati. Esi adornano nel vestire e nella figura e in cose siffatte; e vogliono che le loro buone fortune sieno visibili, e parlano di sè stessi, come se per mezzo di ciò potessero venire onorati„.[450]Basta ricordare i ferri d'argento! basta rileggere le novelle del Boccaccio e del Sacchetti! basta richiamare alla mente l'atto di lui, che vuol afferrare la sponda del legno, per salire anch'esso dove Dante siede con suo alto onore! E si veda ora come è il magnanimo, e se le sue note si convengono al Messo del cielo, persuadendo sempre più ch'egli sia Enea, tipo già nel Convivio di fortezza o magnanimità. “Sembra essere propria del magnanimo la grandezza in ciascuna virtù„.[451]Enea dal Poeta è posto ad esempio, nella parte del Convivio che compì, delle virtù convenienti all'età giovanile, annunziando che ne avrebbe discorso ancora. “Versa adunque principalmente il magnanimo circa gli onori... e si rallegra moderatamente di quei grandi che riceve, o che gli vengano dai virtuosi, come chi ottenga cose a lui proprie o anche dimeno... non guarda neanche all'onore, quasi sia la più grande delle cose... i magnanimi sembrano essere disprezzatori... e il magnanimo disprezza giustamente, chè opina secondo verità„.[452]Ricordiamoci le parole di Virgilio a Dante, Taci e inchinati, se non vogliono dire: Non è uomo quegli, da gradir plausi e grida; un cenno d'onore gli basta! E si veda il contrapposto: “Quelli che senza virtù posseggono siffatti beni (onore, potere, preminenza, ricchezza), nè a buon diritto si stimano degni di grandi cose, nè rettamente sono chiamati magnanimi: chè senza virtù perfetta non hanno luogo queste cose. E diventano anchesuperbieinsultatoriquelli che possedono questi beni: infatti senza virtù non è facile il sopportare con moderazione le buone fortune; e non potendole portare e pensandosi di soprastare agli altri, li disprezzano, ed essi, in qualunque cosa s'abbattano, agiscono. Che imitano il magnanimo non essendogli simili; e ciò fanno nelle cose che possono: e pertanto non fanno le loro cose secondo virtù, ma disprezzano gli altri„.[453]Non è il ritratto dellapersona orgogliosaquale Filippo Argenti è dipinto dai novellieri? “È proprio del magnanimo... il far servigi volenterosamente... accorrere dove l'onore o l'azione da compiersi sia grande; e far poche cose, ma grandi e gloriose. È necessario anche essere apertamente nemico e apertamente amico, chè il restar nascosto è d'uom che teme... e parlare e operare manifestamente; chè il magnanimo sarà franco pel suo disprezzo„.[454]Nonè questo il contegno e ildisdegnodel Messo, sì nell'accorrere e sì nello sgridare i cacciati del cielo? E se è, non è egli, colui che così accorre e parla e opera manifestamente e disprezza o disdegna, uno che renda un servigio? E se lo rende, chi può essere egli se non Enea? “È anche apertamente verace tranne nelle cose che dice per ironia; ed è ironico verso i più„.Cerbero vostro, se ben vi ricorda: parole dette con sogghigno. “Nè parlerà intorno a sè, nè intorno ad altri, non gli sta infatti a cuore nè che si dieno a lui lodi nè che gli altri vengano biasimati, e però non è neppure atto a lodare. Per la qual cosa non è neanche maldicente,nemmeno dei nemici, se non fosse per arroganza„.[455]Ecco il Messo che non si ferma per esser lodato o ringraziato, o per biasimare e maledire la gentedispetta(eppure ha loro detto il fatto loro), e parte, come pensando ad altro che a quella pur grande impresa che ha compiuta. “E il muoversi del magnanimo sembra dover esser lento, e la voce grave, e la parola ponderata; chènon ha mai fretta...„. Come è impazientemente aspettato da Virgilio il Messo! Ma egli giunge a tempo, nè prima nè dopo, e tuttavia piuttosto dopo che prima. Dante sopra tutto ha ricordata del magnanimo un'altra nota, quella di esser “pronto a contraccambiare con più, che non abbia avuto; chè così viene ad essere riobbligato chi ha fatto il benefizio, e diventa egli il beneficato„.[456]Enea era obbligato al Poeta che ne aveva celebrata le gesta: ora lo riobbliga.[457]I tronfi od orgogliosi (si ricordi “l'usato orgoglio„ dei colombi) e audaci, coi pusillanimi e timidi, della palude Stigia (così corrispondenti agl'ignavi del vestibolo, come i sepolti nell'arche dal coperchiosospesocorrispondono aisospesidel limbo), dànno, tutti insieme questi e quelli, il concetto dantesco di accidia in operare e vedere.[458]Sicchè possiamo dire che le lezioni di Virgilio sui peccati dell'inferno e del purgatorio sono date nel medesimo ripiano centrale, che è dell'accidia carnale e spirituale, fra tre e tre peccati, che sono nel purgatorio di amor soverchio del bene, i tre di sopra, e nell'inferno, d'incontinenza di concupiscibile, i tre pur di sopra; e i tre di sotto, nell'uno, d'amor del male, e nell'altro, di malizia. Che l'incontinenza di concupiscibile e l'amor soverchio del bene si equivalgano, oltre che da questo chiaro raffronto, risulta dai nomi deitre peccati, che è uguale nell'uno e nell'altro regno: lussuria, gola e avarizia. E i tre di sotto? I tre di sotto sono ira, invidia e superbia, nel purgatorio; ma violenza, frode in chi non si fida e in chi si fida, nell'inferno. Per altro questi tre peccati hanno per simboli, il tradimento, Lucifero, che è il primosuperbo; la frode semplice, Gerione che è serpente infernale, cioè l'invidiasatanica; la violenza, il Minotauro che appena vede i visitatori, morde se stesso “sì come quei cui l'iradentro fiacca„. E perchè il Minotauro non è, sebbene siaira bestiale, dell'irasimbolo così evidente, come il serpe dell'invidiae il primo superbo dellasuperbia, poi Dante ci definisce la violenza, perchè noi non ci abbiamo a ingannare, così: (Inf 12, 49) “O cieca cupidigia, oirafolle!„ Le quali parole si riferiscono alla sola violenza, e non all'oculata frode, non alla frode che, come è tutt'altro che cieca, così non è davverofolle, nella sua cupidità, avendo al suo servizio (e Dante l'ha pur detto!) ciò per cui ella è proprio male dell'uomo: l'intelletto.I sette peccati dell'inferno equivalgono ai sette del purgatorio. I quattro peccati unicorpori e i tre uno biforme e due tergemini dello inferno sono i quattro unicorni e tre bicorni del purgatorio; salvo che questi ultimi sono figurati secondo l'inordinazione iniziale dell'appetito e quei primi secondo la conseguente inordinazione della volontà e dell'intelletto. I peccati bicorni sono quelli dove è la cupidigia, cioè l'amor del proprio bene complicato con l'amor del male altrui: dunque equivalgono ai peccati infernali dove è la cupidigia, cieca e non cieca: e questi sono i tre di cui ingiuria è il fine. Ed è bello osservare che in essi il disordine nello appetito è figurato dalPoeta in qualche modo duplice, che può essere bensì la duplicità dell'appetito che è irascibile e concupiscibile, ma può essere ancora l'amor del bene proprio e del male altrui, cioè la cupidità, che è la fonte del peccato. Gerione ha invero due branche pilose, i giganti hanno incatenate e immobili le due braccia. Lucifero delle tre teste ha una, quella dell'inordinazione dell'appetito, di colore tra bianca e gialla.Ma c'è davvero qualcuno che dubita ancora dell'equivalenza tra i sette peccati dell'inferno e i sette del purgatorio? C'è? E legga: sono per dargli la prova delle prove. Gli dimostrerò che Dante i peccati dei tre cerchietti definisce peccati spirituali, cioè dunque, ira invidia e superbia;[459]che Dante i due ultimi peccati dell'inferno dichiara superbia e invidia. Basterà ciò a convincere il lettore che il peccato mediano, nelle fosse e negli spaldi di Dite, è accidia in operare e vedere? Speriamo.Gli angeli rei, ossia i diavoli propriamente detti, compariscono solo alla porta di Dite, (Inf. 8, 82) poco prima che sull'alta torre si mostrino letrefurie di sangue tinte. (ib. 9, 37) Perchè mai? Il perchè di questo fatto si saprà quando si sarà veduto il perchè d'un altro fatto: di questo, che i diavoli stessi, gli angeli da' ciel piovuti, sebbene appariscano alle porte di Dite che ha tre cerchietti, nel primo di essi cerchietti che è quel della violenza, non si trovano. No, non ci sono diavoli nel primo cerchietto, ma Minotauro, Centauri, Arpie, cagne, che sono dèmoni o mostri del genere dei dèmoni o mostri che hanno stanza nei cerchi dell'incontinenza; dello stessogenere, pagano e mitico, sebbene di specie differente: biformi e non unicorpori. Questa somiglianza sarà (è chiaro) per ciò che la bestialità è una cotale incontinenza, sebbene peggiore.[460]Ora perchè gli angeli caduti sono simboli e punitori esclusivamente dei due ultimi peccati dell'inferno, ossia della malizia vera e propria, e non anche dell'incontinenza, nemmen di quella che è oltre incontinenza, anche malizia? Perchè, risponde il buon senso, eglino sono creaturespiritualie non hanno quindi l'anima sensitiva se nonmetaphorice. Ecco dunque perchè queste creaturespiritualisi mostrano soltanto alle porte di Dite, dove, raffigurati dalle tre furie, si puniscono tre peccati, che sono perciò i tre peccatispirituali, ossia ira invidia e superbia; ed ecco perchè pur non si trovano nel primo cerchietto, dove è punito un peccato che ha un de' due elementi carnale o sensitivo, l'inordinazione cioè dell'appetito irascibile. Questo dice il buon senso; ma non fidiamoci. Su, o buon lettore, leggi: “Negli angeli rei possono aver luogo quei soli peccati che toccano una naturaspirituale. Una naturaspiritualenon è toccata da beni che sono propri del corpo, ma da quelli che si possono trovare nelle cose spirituali„.[461]Così, o lettore, comprendi perchè gli angeli cattivi compariscano dove cessano i peccati carnali e cominciano gli spirituali, che sono tre, ira invidia e superbia. Ma leggi: “L'ira... è con una passione, come laconcupiscenza. Donde ella non può essere nei diavoli(nisi metaphorice)„.[462]Così comprendi, o lettore, perchè i diavoli non si mostrano, come nè in quelli dellaconcupiscenza, così nel cerchio della violenza o bestialità, che è perciòira. Ma leggi, leggi: Esclusa anche l'accidia (per vero non ci sono diavoli nel brago e nel cimitero!), “sic patet quodsola la superbia e l'invidia sonopure spiritualia peccata, che possono competere a diavoli„.[463]E così, o lettore, comprendi perchè i diavoli siano soltanto in Malebolge e nella Ghiaccia, dove dunque sono puniti i due peccati, che (a differenza dell'ira che è spirituale ma nonpure) sonopurespirituali: i quali sono perciò l'invidiae lasuperbia.Dunque, ripeto, sette, e i setti medesimi, rappresentati fontalmente o integralmente, sono i peccati del purgatorio e dell'inferno. Ciò è tanto esatto e indubitabile che, essendo sciolto questo problema, potrei lasciare ad altri l'altro:comeequivalgano; e ad altri potrei affidare la risposta all'obbiezione che nasce dal nome disuperbiadato alla contumacia di Capaneo e dal nome disuperbodato al fraudolento Vanni Fucci. Ma e ho risposto all'obbiezione e ho dimostrata l'equivalenza dottrinale.[464]Qui basti ricordare che Vanni Fucci e Capaneo sono detti superbi in quanto bestemmiano Dio e Giove, unici in tutto l'inferno; col fine di chiarire come in ognun dei tre peccati di Dite è quella generica superbia che si chiamaaversioda Dio. Sono tre furie molto simili tra loro quei tre peccati, e sonomeschine, le furie, cioè dominati i peccati, della regina dell'eternopianto, moglie dell'imperador del doloroso regno; cioè della superbia che è peccato generale e peccato speciale. E c'è l'intenzione di far sentire la differenza che è tra bestemmia di parola e bestemmia di fatto. Vanni Fucci, per quanto punito del suo gesto e del suo detto, pure se non fosse reo d'altro che di tal bestemmia, sarebbe nel cerchio precedente con Capaneo. Più grave della sua bestemmia parlata è la sua bestemmia operata, la quale è una frode, e appunto, per maggior evidenza, una frode sacrilega. E così del gesto e del detto è punito appunto dalle serpi che gli avvolgono il collo e le braccia, e minacciato dal Centauro Caco che viene col drago ardente sulle spalle: serpi e drago, simboli d'intelletto volto al male. Sicchè Dante ci mostra la gradazione di bestemmia, da Capaneo a Fucci e Lucifero: il primo bestemmiacol cuoresoltanto, cioè con l'appetito senza ragione; il secondo bestemmia a parole, ma con l'intelletto ancora, ancora col gesto che è un principio difatto; il terzo (e con lui, s'intende, i Giganti) ha commesso una bestemmia di fatto, alzando le ciglia (i Giganti le braccia): non altro che un alzar di ciglia, un cenno, nemmeno un gesto, eppure un gran fatto contro Dio.[465]Quanto all'equivalenza dottrinale, rammento che la vera superbia è, per Dante, la violazione delminimumdella legge di Dio, ossia dei suoi comandamenti direligioai quali va aggiunto il comandamento dipietas; la violazione, cioè, dei tre precetti della prima tavola e del primo della seconda. Inoltre la superbia essendo definita “apostatare a Deo„, Danteprende il peggior degli apostati, Giuda, che è nel tempo stesso il peggior dei traditori, e così ne fa il peggior de' superbi, mettendolo nella bocca di mezzo di Lucifero primo superbo, ottenendo così l'equazione di superbia a tradimento. E conserva a tutti e tre i rimanenti peccati della ghiaccia la nota di apostasia giudesca, e così, nel tempo stesso, di superbia e tradimento. Perchè, avendo Giuda tradito e apostatato alla cena o alla mensa, ed essendo allora in lui entrato Satana, Dante fa che tutti quelli che tradiscono a mensa accolgano in quel punto dentro sè un diavolo; mentre l'anima loro ruina, come Lucifero dopo il suo alzar di ciglia, nel profondo del lago. Ed essendo il peccato di Giuda figurato con l'espressione “di aver alzato il calcagno sopra il Signore„, Dante mostra di considerare uguale a quello il peccato di coloro che tradirono parte e patria, perchè li fa per contrappasso premer dal calcagno suo;[466]e così anche i peccatori della terza circuizione della ghiaccia sono detti apostati e perciò superbi, e violatori essi del terzo comandamento del decalogo, come i secondi violarono il secondo, avendo corrotto il giuramento grande dell'ospitalità, e come i primi violarono il primo, avendo misconosciuto direttamente Dio nel suo Figlio e nel fondatore del suo impero; e più direttamente Lucifero. Ma essi terzi violarono il terzo, cioè il Sabato di Dio, significato, oltre cheper altri modi, dalla festività pasquale nella quale Giudatradiditil Signore ai giudei. Nel che è da notare (e non sembrerà oziosa osservazione, spero) che Bocca tradì appunto in un sabato, poichè la battaglia di Montaperti avvenne “il giorno di sabato 4 Settembre 1260„.[467]I quarti violarono il quarto, che nella dilezion de' genitori comprende quella dei consanguinei tutti, e che è messo insieme coi primi tre, perchè se non contro il principio generale, è contro il principio particolare dell'essere; se non contro Dio, è contro chi di Dio più tiene. E sono puniti nella circuizione detta Caina, che è finitima alle Malebolge e all'invidia, perchè Caino fu superbo in quanto uccise il fratello, fu invido in quanto uccise quello che era allora il solo suo prossimo; ond'è nel purgatorio esempio d'invidia. Ora questi ultimi Dante chiama apostati e perciò superbi, sebbene in grado minore e modo diverso, perchè fa che essi temano quella pressura del calcagno e non l'abbiano: come se da sè non se ne credessero indegni e dagli altri non ne fossero creduti proprio degni.[468]Infine l'esclamazione di Dante nel cominciare e trattar dei traditori nell'inferno,Oh! sovra tutte mal creata plebe... me' foste state...; (Inf. 32, 13) e che fa riecheggiare nel cominciar a parlare dei superbi nel purgatorio,O superbi cristian miseri...; (Pur. 10, 121) muove dalle parole di Gesù a mensa: “Guai a quell'uomo, per il quale il figlio dell'uomo sarà tradito: bene era per lui se non era nato quell'uomo!„[469]se non era natouomocolui! Così Dante traduceva.Che sia invidia, la frode semplice, è manifesto da ciò che come la superbia in Dante è il peccato dell'angelo superbo, peccato imitato e svolto nel genere umano col peccato di Giuda e con quello di Caino, che sono a capo e in fine della Ghiaccia; così l'invidia avrebbe da essere il peccato del diavolo invido, cioè del serpente tentatore e corruttore, imitato e svolto tra gli uomini coi peccati specialmente che sono a capo e in fine di Malebolge. Avrebbe da essere, voglio dire, se veramente la frode fosse invidia; ed è. È, perchè a capo di Malebolge è la seduzione delle donne; e il serpente invido sedusse la donna; e in fine sono i falsatori; e il serpente fu il primo e tipico falsatore. E si noti: i falsatori sono divisi come in due gruppi; e ognun de' due gruppi è come diviso in due fazioni nemiche; i rabbiosi conciano i lebbrosi, gl'idropici percuotono col pugno i febricitanti. Ebbene con questo loro fare ingiuria anche laggiù, è indicata la maggior ingiuria che fecero in vita. Ora codesti rei peggiori sono quelli che falsificarono sè in altrui forma, e quelli che dissero male, che, cioè, con la menzogna fecero gran male. (Inf. 30, 41 e 155) E subito noi vediamo che furono quelli che meglio (o diciamo peggio) imitarono il diavolo invido, che si mutò in serpente e con una bugia, con un fallo solo, (Inf. 30, 116) perde il genere umano. E che la menzogna sia il nocciolo, per così dire, della frode, e il proprio linguaggio del demonio, dice Dante stesso: il diavolo ha molti vizi, ma si può dire, sopra tutto, padre di menzogna. (Inf. 23, 144) E questo fa dire nella bolgia sesta, che punisce gl'ipocriti. Ora l'ipocrisia è ciò per cui la frode è frode. Gerione è la sozza imagine di frodee potrebbe, più specialmente, raffigurare l'ipocrisia, con la sua faccia d'uom giusto. E il primo ipocrita fu il serpente d'Eva, che finse di volere il bene di lei e di Adamo e degli uomini, come il primo superbo o apostata e perciò traditore fu Lucifero. Lucifero fu contro Dio, il serpe contro il genere umano, così come contro Dio è la superbia, e contro gli uomini è la invidia. Ossia, se la superbia è la violazione dei precetti direligioepietas, l'invidia è il corrompimento degli altri comandamenti diiustitiasemplicemente detta, che non è, vale a dire, contro Dio e contro chi è più simile a Dio, ma contro gli uomini in genere. Questi comandamenti della seconda tavola, se ne escludiamo il primo, che va piuttosto messo nella tavola prima e tuttavia non è proprio della prima, se ne escludiamo insomma il comandamento dipietas, sommano a sei. Ora il precipuo peccato di frode, l'ipocrisia per cui la frode è frode, e che è dipinto precipuamente nel serpente dell'invidia, è punito nella bolgia sesta. Notiamo che non a caso nell'enumerazione dei peccati di frode, il primo è appunto ipocrisia. (Inf. 11, 58) Notiamo che in questa bolgia dell'ipocrisia è crocifisso in terra Caifas, che disse:Oportet ut homo... e che è, come Giuda della Ghiaccia, il peccatore tipico di Malebolge. E così vedremo che in quest'altro modo Dante ha significato che i peccati di Malebolge stanno al peccato di Gerione, come quelli della Ghiaccia stanno a quello di Dite; che si riducono, cioè, a invidia, come quelli a superbia; perchè il Poeta oltre a metter primo e ultimo di essi due peccati, la seduzion della donna e il contrafacimento di sè e la bugia, nei quali si estrinsecò l'invidia prima, pone precipua di tutti laipocrisia che fu nel serpente seduttore e falsario e menzognero precipua, mettendola nel numero sesto che è il numero dei comandamenti che avanzano togliendone i quattro primi. Violazione del decalogo diiustitiaè l'invidia o frode; perciò le bolgie sono dieci, e dieci sono i passi verso Gerione; ma viola più specialmente laiustitiacomunemente detta, di cui sono sei comandamenti; perciò la bolgia sesta è la principale. Non dubbia infine anche è l'intenzion del Poeta nel convertire in serpi i ladri. Egli ha voluto anche qui marcare la somiglianza del peccato di chi ruba, con l'invidia prima, chederubò la pianta. (Pur. 33, 57).[470]La violenza o bestialità è ira, cioèlibido ulciscendi. Il concetto di vendetta unisce tutti i peccatori del cerchietto, i violenti sì contro il prossimo, sì contro sè, sì contro Dio, la natura e l'arte. A ciò è da ricordare, che come frode è fatta uguale a invidia, e tradimento ad apostasia e superbia, in considerazione principalmente del peccato primo del diavolo contro l'uomo e dell'angelo contro Dio, e dei conseguenti peccati di Caifas contro l'homoe di Giuda contro il Redentore; cosìvisè fatta uguale a ira o desiderio adempito di vendetta, in riguardo al medesimo primo dramma. Considerò il Poeta che la prima colpa d'uomo, ricordata nella Genesi, dopo la cacciata dal paradiso, fuira? Dio non guardò ai doni di Caino:iratusque est Cain vehementer. Sicchè il Signore gli chiede:Quare iratus es?Ed aggiunge:Sub te erit appetitus eius, et tu dominaberis illius.[471]Ora la bestialità Dante con Aristotile poneva fosse per metà o in cotal guisa incontinenza, ossia predominio dell'appetito sulla ragione.[472]Tuttavia il Poeta ebbe il pensiero, più probabilmente, all'altro luogo in cui la terra aprì la sua bocca e prese su il sangue del fratello dalla mano del fratello. Il sangue che bolle sotterra nella riviera della violenza contro il prossimo, può ben derivare di qui.[473]A ogni modo il nesso tra la pena e la colpa del primo girone con quelle dell'ultimo (il qual accordo del primo e dell'ultimo si vede e nella Ghiaccia e in Malebolge) si scorge meglio per un altro luogo pure della Genesi. Dopo il diluvio disse Dio a Noè e a' suoi figliuoli: Crescete e moltiplicate: tutti gli animali della terra vi siano di cibo: chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi, crescete e moltiplicate.[474]Quest'ultimo e primo precetto sottintende tutto ciò che disse Dio ai primi parenti, prima e dopo il peccato. Prima l'aveva posto nel paradiso della gioia, perchèoperasse. L'operazione sua sarebbe stata allora gioconda. Fece l'uomo maschio e femmina, e disse loro: Crescete e moltiplicate. Dopo la colpa disse alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi concepimenti; nel dolore partorirai figli e sarai sotto il potere dell'uomo, ed esso dominerà su te„. All'uomo disse... “Maledetta la terra nell'opera tua: ne' travagli mangerai di lei per tuttii giorni della tua vita... Nel sudore del tuo volto, ti nutrirai di pane, finchè tornerai alla terra, donde fosti preso„.[475]Ora nell'ultimo girone, per cui è ricordato lo Genesi e questo luogo appunto, (Inf. 11, 107) sono quelli che non vollero trarre dalla terra e dal lavoro il loro sostentamento, e quelli che si rifiutarono a crescere e moltiplicare, e altri che bestemmiando, senza intelletto, Dio, dicono (lo dice uno per tutti): tal fui vivo qual son morto, disconoscendo così d'essere tornato sotterra, per opera diretta di quel Dio che dalla terra l'aveva preso. Nel primo, sono coloro che sparsero sangue umano, disubbidendo a un divieto che nella Genesi è così vicino al comando di crescere e moltiplicare e perciò agli altri che gli sono congiunti: “chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi crescete e moltiplicate„. Non solo: ma la bestialità in Aristotile è il mangiar carni crude e carni umane. Non forse Dante sentiva in quel precetto rituale, di non mangiarcarni col sangue[476]e a ogni modo di mangiare solo animali (tutti gli animali della terra vi siano di cibo), la condanna della bestialità? Certo egli chiamabestialeeferoil pasto di Ugolino.[477]Aogni modo, si deve ammettere che “lo Genesi dal principio„ è presente nel primo e terzo girone. O non anche nel secondo? Non è implicito in tutti quei comandamenti di Dio benigno e irato, quello di “vivere„? Si capisce.L'Etica e la Fisica d'Aristotele citate nella lezione di Virgilio insieme allo Genesi, fanno vedere che la narrazione biblica si accorda, nel trattato di Dante, con la filosofia peripatetica. Ebbene tutti questi peccatori violenti sono rei di bestialità. Anche, perciò, gli usurieri de' quali uno si lecca il muso come bue. Ora noi non comprendiamo che gli usurieri siano bestiali, se non consideriamo ch'essi si ribellarono (diciamo così) al precetto di Dio; si ribellarono da stolidi e da folli, come, dunque, Capaneo. Sì Capaneo e sì gli usurieri sono avanti a un Dio che punisce nella sua giustizia, ed essi dicono: È una ingiuria, è una vendetta; e aggiungono: La vendetta non sarà allegra. E così vien fuori il concetto d'ira, come è definita nel purgatorio. (17, 121) Chè dove si parla di vendetta, sorge l'imagine di quella che è libidine di vendicarsi. Tutti in questo cerchietto si vendicano: gli spietati giustizieri, i ladroni da strada, i suicidi, che sbagliano l'oggetto, i dissipatori, che se la prendono con le cose inanimate, i bestemmiatori, che se la prendono con Dio, rivestendo così una falsa sembianza di superbia, i sodomiti, che non vogliono generare,[478]gli usurieri, che non vogliono lavorare.Iraè nella Bibbia il primo commovimento di chi primo sparse il sangue umano, chela terra bevve; ira è per i filosofi laferitas;[479]ira è quella che il giudice, se non vuol commettere ingiustizia, non ha da usare nel punire;[480]ira è quella de' suicidi;[481]ira è quella dei dissipatori;[482]ira è quella che sprezza gli dei;[483]ira è quella, diciamo senza più esitare,feritasdei sodomiti e degli usurieri, ribelli a Dio, i quali nell'inferno sono figurati sdegnosi e sprezzatori.[484]Certo assomiglia, a questo peccato del fuoco e del sangue, quello del brago. Seneca chiama ira, sì quella vana e ventosa, sì quella sanguinosa e struggitrice; ma egli è stoico che anche l'ira passione considerava peccato. Dante che fa vedere un'ira sprone e cote di fortezza in sè e Virgilio, e un'ira magnanima nell'eroe che schiude le porte di Dite con una verghetta, crede, con Aristotele, che l'ira passione sia incolpevole, e crede, con lo stesso, che questa passione possa ispirare fortezza e magnanimità, come, per il suo soperchio, creare l'audacia e l'orgoglio, col suo manco, la timidità e la povertà di cuore, e, quandosopra il mal voler s'aggueffa, (Inf. 23, 16) fare la cieca folle ingiuria contro gli uomini, contro sè, e contro Dio e la natura e l'arte. E tutto ciò ha il suggello di questa riprova. Non nasce ira in uno se non c'è disprezzo nell'altro; e non si sente questo disprezzo altrui, se non si crede alla propria eccellenza (se non si èsuperbinel pensiero; ed ecco un'altra ragionedella superbia di Capaneo). Ebbene tutti i violenti o bestiali, tutti, tutti, sono rappresentati da Dante eccellenti o nell'opinion loro o anche nella sua: tiranni e ladroni celebri, un gran cancelliere, ricchi uomini, un eroe, un nobile maestro, cherci e letterati grandi e di gran fama, cittadini degni di riverenza, e, ciò che è più persuasivo d'ogni altro fatto, persone con una tasca dove è uno stemma nel quale l'occhio dell'usuriere si pasce. Possiamo ben esser certi che tutta questa eccellenza suggerì il timore e sospetto diparvipensio, e questa l'ira. Con ciò gli usurieri sono anche assomigliati agli innominabili avari.Persuasivo poi quant'altro mai, è il raffronto tra le pene e lefigliedei sette peccati dell'inferno e del purgatorio. La lussuria, gola, avarizia e accidia sono in sè brutti peccati; ma ne possono generare di più brutti: così quando Dante getta la corda dell'incontinenza, ecco venir su Gerione.[485]Quel gesto è come un mito, un'allegoria, una favola, che sta a sè. Eppure la dottrina che v'è nascosta è dichiarata anche altrove. Così gli esempi nel purgatorio dei primi quattro peccati sono di effetti peggiori: bestialità o sodomia per la lussuria; (Purg. 26, 40 sg.) violenza di centauri o pusillanimità di ebrei, per la gola; (Pur. 24, 121) tradimento, frode, simonia per l'avarizia; (Pur. 20, 103) violenza di lapidatori e d'incendiarii, per l'accidia. (Pur. 18, 133) Chi ha commesso di tali cose non sta nell'inferno al postodella lussuria e degli altri peccati d'incontinenza; ma più sotto. Invece quelli che sono imaginati o gridati o scolpiti come rei d'ira, d'invidia e di superbia, dove starebbero? L'empia imbanditrice delle carni umane, sarebbe nel cerchio della bestialità o, per un'affinità già osservata, in Caina; il crocifisso dispettoso e fiero, in questo medesimo cerchio della bestialità o violenza; Amata, che s'ancise, ma non per amore, sarebbe o è nella selva dei suicidi. (Pur. 17, 19) Aglauro, che divenne sasso, è degna della pietra di color ferrigno. Caino dà il nome alla circuizione esterna della ghiaccia. Lucifero, Briareo, i Giganti, Nembrotte si sa dove stiano, e degli altri ci pare inutile discorrere.[486]L'ira, l'invidia e lasuperbia del purgatorio, quali appariscono negli esempi scolpiti o gridati o imaginati, sono nell'inferno punite ai luoghi della violenza, frode e tradimento. Dunque loro equivalgono, e così le pene che, per i quattro cerchi e gironi superiori, discordano; si richiamano invece nei tre cerchietti e nelle tre cornici inferiori: peso e peso, pietra e pietra, fumo e fuoco; di più marmo invece di gelo, occhi forati per visi stravolti.[487]Di più: la sferza deiprimi e tipici imitatori del diavolo (Inf. 18, 35) colpisce l'invidia del purgatorio. (13, 37) E di più: i sette peccati del purgatorio sono divisi in quattro unicorni e tre bicorni. Ebbene bicorni, sin che si può, sono anche i simboli dei tre ultimi peccati dell'inferno. Chè bicorne è il Minotauro, paragonato a un toro; e cornuti sono i diavoli; (Inf. 18, 13) così chiamati non appena si presentano come punitori, con le sferze della vendicatrice in mano. (Aen. VI558sqq.) Ciò non è a caso: i simboli dei quattro cerchi superiori sono demoni sì, ma che sian cornutisi tace, ossia si nega; demoni paragonati a cani e lupi e vermi, e dannati paragonati a uccelli, a cani, a rane: tutti animali senza corna. E vero che ne dovrebbero aver uno, dei corni; ma via! Si vuol sofisticare? Ebbene dirò che per l'unico corno essi hanno la coda.Ma questi e tanti altri argomenti,[488]persuadano o non persuadano, riguardano il come e perchè Dante abbia fatto uguale superbia a tradimento, invidia a frode, e ira a violenza, e accidia a vizi collaterali delle virtù di fortezza e magnanimità e a dismisura d'ira o irascibile; il come e il perchè: a ogni modo è certo e indubitabile, che nell'inferno e purgatorio non vi sono che i setti peccati capitali: il doppio settennato del servaggio di quel novello servo della Grazia o Laban, e innamorato di Rachele o della Sapienza, che è Dante. Il quale dopo il primo settennato vede la giustizia laboriosa sotto il sembiante, non di una donnalippis oculise feconda, ma di un vecchio solo, che s'uccise per esser libero. Nel tempo stesso, in persona di Enea novello, egli ha esercitato contro le tre profane disposizioni, le quattro virtù pagane, entrando dalla porta infranta e prendendo via per le tre rovine, e passando i quattro fiumi. Ebbe il lume della prudenza e la forza della giustizia originale passando l'Acheronte: esercitò la temperanza nei tre cerchi del concupiscibile, la fortezza nella palude dell'irascibile, la giustizia e la prudenza, contro l'ingiustizia, nel regno di Dite, con questo che dove l'ingiustizia è senza intelletto, basta la virtù di giustizia, e quando è con intelletto,allora fa mestieri la prudenza. E il novello Enea volge, col suo duce, a destra quando occorre la prudenza; volge a destra nel cimitero degli eresiarche non colpevoli che di mala luce; volge a destra verso Gerione simbolo del male che si fa con l'aiuto della luce o dell'intelletto.
Nell'“antica selva„, antica come il peccato d'Adamo, antica come lamiseriaconseguitane agli uomini, selva che è “profonda tana di fiere„, delle fiere che Dante non trova nel profondo ma nella radura, non nella notte ma nel giorno, perchè egli deve distinguere dal peccato originale il peccato attuale, e questo fu dopo quello ed effetto di quello; Dante è servo e fuggitivo: servo, come egli dice, (Par. 31, 84 al.) fuggitivo, come egli viene a dire affermando che il suo animo, oltre il passo,ancorfuggiva. (Inf. 1, 25) Se la verghetta con la quale si apronosacra ostia,[437]non la strappa esso nell'anticaselva (e tuttavia quella verghetta viene dallaselvadi spiritispessi, equivalente, col vestibolo, alla selva oscura); tuttavia Dante ha avuto in mente tutto il valor mistico che in quell'episodio dell'Eneide ravvisava l'antico interprete di Virgilio. Servio[438]dopo aver narrato il mito di Oreste fuggito ad Aricia con l'idolo Taurico, e il rito sanguinario di quel tempio; dove era sacerdote unoschiavo fuggitivoil cui posto era preso da altroschiavo fuggitivoche avesse ucciso il primo e così avesse potuto svellere un ramo dall'albero sacro; continua: Virgilio da questo rito “prese la sua figurazione (colorem). Chè il ramo bisognava fosse causadella morte d'uno; donde subito soggiunge laMorte di Miseno; e accedere ai riti di Proserpina non poteva, se non preso il ramo etc.„. Ora perchè Virgilio non dice, esplicitamente, al novello Enea, Seppellisci Miseno? Perchè il novello Enea è anche un novello Giacobbe, e a questo bisogna dire, quello che appunto dice Virgilio a Dante: È Rachele che ti chiama! È Beatrice di cui sei amico, che cura di te! Eppure, torna lo stesso. Seppellisci Miseno, vuol dire, Esci dal tuo involucro terreno. Va a Beatrice, significa, La tua mente si diparta dal corpo. Ella è morta, e i morti non si trovano se non morendo. Ella è la sapienza, e la sapienza non si vede se nonmentis excessu.[439]
Dante, dunque, e per rivedere Anchise e per rivedere Rachele, va “a immortale secolo„ e siseppellisce. “Ma„ ecco dice S. Bernardo[440]“come nel battesimo siamo tratti dalla potestà delle tenebre e trasferiti nel regno della eterna carità, così nella, per dir così, seconda rigenerazione di questa santa professione (propositi), usciamo in simil modo dalle tenebre, non del solo peccato originale, ma dei molti attuali, e riusciamo al lume delle virtù, adattando di nuovo a noi il detto dell'apostolo:Nox praecessit, dies autem appropinquavit„.[441]In questo, che si può dire il sommario della divina Comedia, notiamo il detto di S. Paolo, come appare e riappare nel poema. Nella selva oscura Dante erra di notte; riprende via nel giorno:nox praecessit. Un sonno pari a quello di che era pieno quando entrò nella selva, precede il passaggio dell'Acheronte. La notte è al suo colmo, quando il Messo del cielo gli apre le porte di Dite. Tutta una notte è quella passata nell'inferno; (Pur. 23, 122) è vicino il giorno quando si trova alle falde del santo monte:dies appropinquavit. E s'appressava il giorno, quando è da Lucia trasportato, nel sonno, alla porta del purgatorio: e la notte precedè, quando si mise a cercar la divina foresta; ed eramanesul balzo del purgatorio, quando salì al cielo. (Par. 1, 43) Dalla notte al dì. E il dì veramente s'appropinqua sempre, e mai non giunge sino al momento del “fulgore„, in cui Dante vede l'unione della carne al Verbo, che è la gran meta del poema sacro, del poema in cui si abbandona la vita umana per la divina e siconcilia e s'insegna questa con quella. (Par. 33, 141)
Dante in persona di Enea e Giacobbe, scende, dopo morto al peccato originale, a rigenerarsi dai molti peccati attuali. Per Enea, son tre disposizioni che il ciel non vuole; per Giacobbe, sono sette peccati: sette, poichè, discorrendo appunto delle tre disposizioni, tra Virgilio e Dante enumerano sette tra cerchi e cerchietti: quattro cerchi in cui sono quei della palude pingue, che porta il vento, che batte la pioggia e che s'incontrano con loro ignominie; (Inf. 11, 70) e tre cerchietti, (ib. 17) dei violenti e dei fraudolenti, i quali ultimi sono distinti in due specie, secondo che la frode esercitano in chi non si fida o in chi si fida. Devono essere sette, e non più nè meno, perchè sette beatitudini risuonano nei sette gradi del purgatorio, opposte ai sette peccati che si purgano; e tali sette beatitudini sono l'interpretazione deisecondisette anni che Giacobbe serve a Laban, cioè alla Bianca di luce, cioè alla Grazia, per aver Rachele: ora il “fedele„ di Lucia, “amico„ di Beatrice, la quale siede con Rachele, serve questisecondisett'anni, cioè deterge le macchie di sette peccati opposti a quelle sette beatitudini; dunque deve aver servito anche iprimisette anni, sette e non più nè meno. E sette sono, come sette devono essere. E poichè nell'inferno vi sono altre distinzioni di peccato che sono taciute da Virgilio, come non fossero, bisogna rendersi conto del perchè e siano taciute e non contino e non siano. Gl'ignavi sono nel vestibolo: nell'inferno dunque non sono. Gridano invano la seconda morte; dunque nell'inferno non sono. Misericordia e giustizia gli sdegna: dunque, se non sono nel purgatorio o nel paradisodella misericordia, non sono nemmeno nell'inferno della giustizia. Terribile concezione: non sono nè morti nè vivi:non sono.[442]Restano quelli del limbo e quelli del “cimitero„. Nel limbo è un vagir di culle, nel cimitero è un tacer di tombe. Voglio dire, il silenzio sarà, non è. Sarà, per una parte, il silenzio, quando caleranno sulle arche i coperchi. I quali, sino al gran dì, sonosospesi. (Inf. 9, 121) Orasospesisono gli spiriti magni e i parvoli innocenti del limbo. (Inf. 2, 52) Non anch'essi sino al gran dì? Sino al gran dì in cui così chiara sarà la veste di Catone? Il fatto è che allora il cimitero sarà tacito come ha da essere un cimitero. Dove sono coloro che fecero l'anima morta col corpo? Non sono. Sono nella necropoli della città dei morti: sono i morti della morte. Come (o divino acume di mente!), come quelli che di là del fiume della morte, corrono e corrono e corrono, sono i vivi della morte. Ebbene, resteranno quelli del limbo? i parvoli innocenti e gli spiriti magni? cui è destinato dall'Eneida verace a giudice Catone? Catone che nel gran dì sarà così glorioso? Catone che era de' sospesi e s'è mosso e si trova a mezza via tra il limbo e il paradiso terrestre? Saranno dunque otto, e non sette, non sette come devono essere, le ripartizioni dell'inferno? Altri, più ingegnoso di me, trovi dove collocare questisospesi, pur che non li conservi nell'inferno. Cerchi e cerchi; e troverà... che cosa? “Un luogo di seconda felicità per i parvoli non battezzati edificato dai Pelagiani„:[443]“inter damnationem regnumque caelorum, quietisvel felicitatis cuiuslibet vel ubilibet quasi medium locum„.[444]Questo luogo di mezzo promettevano ai parvoli i Pelagiani, che ne furono riprovati.[445]Ma essi dicevano che i parvoli non potevano essere annoverati nè tra i fedeli nè tra gl'increduli; al che gli ortodossi rispondevano che, a quel modo, i battezzati non erano, come invece erano, fedeli.[446]Checchè questi rispondessero. Dante mostra di credere a codesta medietà, e di assegnare sì ai parvoli innocenti e sì agli spiriti magni quel luogo di mezzo, di pace o beatitudine, tra l'inferno e il cielo: luogo che non può essere se non la sommità del purgatorio, arra di pace, sede di felicità, mezza tra la dannazione e la salute. E si aggiunga alle argomentazioni irrefutabili questo indizio piccolo e grande. S. Agostino, disputando contro i Pelagiani, porta a dimostrar la sua tesi ciò che predice il Signore d'essere per dire aisuoiche vuole nel suo regno; nel regno che è la vita eterna opposta alla eterna ambustione: dirà:Venite benedicti Patris mei...[447]Sono le parole che la voce di là rivolge a quelli che traversano il muro di fuoco. Con quelli, Dante e Stazio, è anche Virgilio. Non a caso la voce accomuna ai due discepoli il maestro, chiamati tutti e tre dall'angelo “anime sante„; (Pur. 27, 8) non a casoVirgilio s'era accomunato, nel dar conto di sè ai parvoli innocenti. (Pur. 7, 31)
Restano i sette tra cerchi e cerchietti, i sette tra peccati d'incontinenza e di malizia: quattro d'incontinenza, tre di malizia. Vengono subito in mente i peccati del purgatorio che sono, nella figurazione del carro, quattro e tre, unicorni e bicorni, come quelli dell'inferno sono, i quattro di minor offesa e minor biasimo e minor pena, e i tre di “felli„. Inoltre Virgilio si ferma, a esporre il sistema penale sì dell'inferno e sì del purgatorio, a un punto, in cui sono, sotto e sopra loro, tre cerchietti dell'inferno e tre cornici del purgatorio, sicchè abbiamo la distinzione di quattro e tre, rimanendo il quarto come una specie di peccato centrale. E sì: nel purgatorio si vede tale centralità del peccato quarto, che preceduto datredi amor del male e seguìto datredi amor soverchio del bene, è definito peccato di lento amore nelvedereoacquistareil bene. Il che è quanto dire: nella vita contemplativa o nell'attiva. Nell'inferno la dichiarazione avviene in un ripiano, inclinato o meno, che comprende due cerchi, la palude e il cimitero, d'uomini che rissano o gorgogliano inerti nel fango vischioso; e d'altri che hanno “mala luce„. S'intuisce subito che questi peccatori peccarono gli uni nella vita attiva, gli altri nella contemplativa. E s'intuisce che peccarono d'accidia, carnale e spirituale; manifestamente, d'accidia spirituale, gli eresiarche, perchè furono volontariamente ignoranti, e la ignoranza si riduce ad accidia; e più che manifestamente gli altri del pantano, de' quali i fitti nel fango dicono d'essere stati tristi e di aver portato dentro “accidioso„ fummo e non possono dire illoro inno con parola integra. Ora l'accidia ètristiziache mozza la voce.
Ma si obbietta: quelli che rissano, sono tali cui vinse l'ira: non dunque accidiosi, ma irosi. Non mai si ebbe dagli interpreti di Dante così mala luce come nel considerare quest'espressione:cui vinse l'ira; la quale significa che non dominarono l'appetito irascibile, come quelli dei cerchi precedenti sommisero la ragione al talento concupiscibile; e non può significare rei d'ira, perchè l'ira è libidine di vendetta: ora, o la vendetta fecero, e allora fecero ingiuria e sarebbero in Dite, o non la fecero, e allora l'ira senza vendetta ètristiziae non ira.[448]Masopra tutto è da notare che rissosi e fitti nel fango sono tra loro come nel cerchio precedente gli avari e i prodighi che sono rei de' due vizi collaterali alla virtù di liberalità. Qual è la virtù che sì i rissosi e sì i fitti misconobbero in modo opposto tra loro? È, e non può essere altra, la fortezza, nella quale Dante fonde la magnanimità, (Co. 4, 26) la fortezza, di cui cote ecalcarè l'ira; l'ira passione incolpevole, e non vizio; l'irascibile. E Dante chiama dunque orgogliosi e tristi quelli che il Filosofo chiama audaci e timidi, pusillanimi etronfiogonfi. Chè audacia e timidità sono i due vizi collaterali alla fortezza; e la pochezza d'animo e la tronfiezza sono quelli collaterali alla magnanimità.[449]E che Filippo Argentisia, come rissoso, il tipo degli audaci e gonfi, è manifesto da queste parole di Aristotele: “I gonfi sono stolti; e non conoscono se stessi, e questo si vede manifestamente, imperocchè mettono mano alle cose onorevoli, come se ne fossero degni; e di poi vengono scoperti e scornati. Esi adornano nel vestire e nella figura e in cose siffatte; e vogliono che le loro buone fortune sieno visibili, e parlano di sè stessi, come se per mezzo di ciò potessero venire onorati„.[450]Basta ricordare i ferri d'argento! basta rileggere le novelle del Boccaccio e del Sacchetti! basta richiamare alla mente l'atto di lui, che vuol afferrare la sponda del legno, per salire anch'esso dove Dante siede con suo alto onore! E si veda ora come è il magnanimo, e se le sue note si convengono al Messo del cielo, persuadendo sempre più ch'egli sia Enea, tipo già nel Convivio di fortezza o magnanimità. “Sembra essere propria del magnanimo la grandezza in ciascuna virtù„.[451]Enea dal Poeta è posto ad esempio, nella parte del Convivio che compì, delle virtù convenienti all'età giovanile, annunziando che ne avrebbe discorso ancora. “Versa adunque principalmente il magnanimo circa gli onori... e si rallegra moderatamente di quei grandi che riceve, o che gli vengano dai virtuosi, come chi ottenga cose a lui proprie o anche dimeno... non guarda neanche all'onore, quasi sia la più grande delle cose... i magnanimi sembrano essere disprezzatori... e il magnanimo disprezza giustamente, chè opina secondo verità„.[452]Ricordiamoci le parole di Virgilio a Dante, Taci e inchinati, se non vogliono dire: Non è uomo quegli, da gradir plausi e grida; un cenno d'onore gli basta! E si veda il contrapposto: “Quelli che senza virtù posseggono siffatti beni (onore, potere, preminenza, ricchezza), nè a buon diritto si stimano degni di grandi cose, nè rettamente sono chiamati magnanimi: chè senza virtù perfetta non hanno luogo queste cose. E diventano anchesuperbieinsultatoriquelli che possedono questi beni: infatti senza virtù non è facile il sopportare con moderazione le buone fortune; e non potendole portare e pensandosi di soprastare agli altri, li disprezzano, ed essi, in qualunque cosa s'abbattano, agiscono. Che imitano il magnanimo non essendogli simili; e ciò fanno nelle cose che possono: e pertanto non fanno le loro cose secondo virtù, ma disprezzano gli altri„.[453]Non è il ritratto dellapersona orgogliosaquale Filippo Argenti è dipinto dai novellieri? “È proprio del magnanimo... il far servigi volenterosamente... accorrere dove l'onore o l'azione da compiersi sia grande; e far poche cose, ma grandi e gloriose. È necessario anche essere apertamente nemico e apertamente amico, chè il restar nascosto è d'uom che teme... e parlare e operare manifestamente; chè il magnanimo sarà franco pel suo disprezzo„.[454]Nonè questo il contegno e ildisdegnodel Messo, sì nell'accorrere e sì nello sgridare i cacciati del cielo? E se è, non è egli, colui che così accorre e parla e opera manifestamente e disprezza o disdegna, uno che renda un servigio? E se lo rende, chi può essere egli se non Enea? “È anche apertamente verace tranne nelle cose che dice per ironia; ed è ironico verso i più„.Cerbero vostro, se ben vi ricorda: parole dette con sogghigno. “Nè parlerà intorno a sè, nè intorno ad altri, non gli sta infatti a cuore nè che si dieno a lui lodi nè che gli altri vengano biasimati, e però non è neppure atto a lodare. Per la qual cosa non è neanche maldicente,nemmeno dei nemici, se non fosse per arroganza„.[455]Ecco il Messo che non si ferma per esser lodato o ringraziato, o per biasimare e maledire la gentedispetta(eppure ha loro detto il fatto loro), e parte, come pensando ad altro che a quella pur grande impresa che ha compiuta. “E il muoversi del magnanimo sembra dover esser lento, e la voce grave, e la parola ponderata; chènon ha mai fretta...„. Come è impazientemente aspettato da Virgilio il Messo! Ma egli giunge a tempo, nè prima nè dopo, e tuttavia piuttosto dopo che prima. Dante sopra tutto ha ricordata del magnanimo un'altra nota, quella di esser “pronto a contraccambiare con più, che non abbia avuto; chè così viene ad essere riobbligato chi ha fatto il benefizio, e diventa egli il beneficato„.[456]Enea era obbligato al Poeta che ne aveva celebrata le gesta: ora lo riobbliga.[457]
I tronfi od orgogliosi (si ricordi “l'usato orgoglio„ dei colombi) e audaci, coi pusillanimi e timidi, della palude Stigia (così corrispondenti agl'ignavi del vestibolo, come i sepolti nell'arche dal coperchiosospesocorrispondono aisospesidel limbo), dànno, tutti insieme questi e quelli, il concetto dantesco di accidia in operare e vedere.[458]Sicchè possiamo dire che le lezioni di Virgilio sui peccati dell'inferno e del purgatorio sono date nel medesimo ripiano centrale, che è dell'accidia carnale e spirituale, fra tre e tre peccati, che sono nel purgatorio di amor soverchio del bene, i tre di sopra, e nell'inferno, d'incontinenza di concupiscibile, i tre pur di sopra; e i tre di sotto, nell'uno, d'amor del male, e nell'altro, di malizia. Che l'incontinenza di concupiscibile e l'amor soverchio del bene si equivalgano, oltre che da questo chiaro raffronto, risulta dai nomi deitre peccati, che è uguale nell'uno e nell'altro regno: lussuria, gola e avarizia. E i tre di sotto? I tre di sotto sono ira, invidia e superbia, nel purgatorio; ma violenza, frode in chi non si fida e in chi si fida, nell'inferno. Per altro questi tre peccati hanno per simboli, il tradimento, Lucifero, che è il primosuperbo; la frode semplice, Gerione che è serpente infernale, cioè l'invidiasatanica; la violenza, il Minotauro che appena vede i visitatori, morde se stesso “sì come quei cui l'iradentro fiacca„. E perchè il Minotauro non è, sebbene siaira bestiale, dell'irasimbolo così evidente, come il serpe dell'invidiae il primo superbo dellasuperbia, poi Dante ci definisce la violenza, perchè noi non ci abbiamo a ingannare, così: (Inf 12, 49) “O cieca cupidigia, oirafolle!„ Le quali parole si riferiscono alla sola violenza, e non all'oculata frode, non alla frode che, come è tutt'altro che cieca, così non è davverofolle, nella sua cupidità, avendo al suo servizio (e Dante l'ha pur detto!) ciò per cui ella è proprio male dell'uomo: l'intelletto.
I sette peccati dell'inferno equivalgono ai sette del purgatorio. I quattro peccati unicorpori e i tre uno biforme e due tergemini dello inferno sono i quattro unicorni e tre bicorni del purgatorio; salvo che questi ultimi sono figurati secondo l'inordinazione iniziale dell'appetito e quei primi secondo la conseguente inordinazione della volontà e dell'intelletto. I peccati bicorni sono quelli dove è la cupidigia, cioè l'amor del proprio bene complicato con l'amor del male altrui: dunque equivalgono ai peccati infernali dove è la cupidigia, cieca e non cieca: e questi sono i tre di cui ingiuria è il fine. Ed è bello osservare che in essi il disordine nello appetito è figurato dalPoeta in qualche modo duplice, che può essere bensì la duplicità dell'appetito che è irascibile e concupiscibile, ma può essere ancora l'amor del bene proprio e del male altrui, cioè la cupidità, che è la fonte del peccato. Gerione ha invero due branche pilose, i giganti hanno incatenate e immobili le due braccia. Lucifero delle tre teste ha una, quella dell'inordinazione dell'appetito, di colore tra bianca e gialla.
Ma c'è davvero qualcuno che dubita ancora dell'equivalenza tra i sette peccati dell'inferno e i sette del purgatorio? C'è? E legga: sono per dargli la prova delle prove. Gli dimostrerò che Dante i peccati dei tre cerchietti definisce peccati spirituali, cioè dunque, ira invidia e superbia;[459]che Dante i due ultimi peccati dell'inferno dichiara superbia e invidia. Basterà ciò a convincere il lettore che il peccato mediano, nelle fosse e negli spaldi di Dite, è accidia in operare e vedere? Speriamo.
Gli angeli rei, ossia i diavoli propriamente detti, compariscono solo alla porta di Dite, (Inf. 8, 82) poco prima che sull'alta torre si mostrino letrefurie di sangue tinte. (ib. 9, 37) Perchè mai? Il perchè di questo fatto si saprà quando si sarà veduto il perchè d'un altro fatto: di questo, che i diavoli stessi, gli angeli da' ciel piovuti, sebbene appariscano alle porte di Dite che ha tre cerchietti, nel primo di essi cerchietti che è quel della violenza, non si trovano. No, non ci sono diavoli nel primo cerchietto, ma Minotauro, Centauri, Arpie, cagne, che sono dèmoni o mostri del genere dei dèmoni o mostri che hanno stanza nei cerchi dell'incontinenza; dello stessogenere, pagano e mitico, sebbene di specie differente: biformi e non unicorpori. Questa somiglianza sarà (è chiaro) per ciò che la bestialità è una cotale incontinenza, sebbene peggiore.[460]Ora perchè gli angeli caduti sono simboli e punitori esclusivamente dei due ultimi peccati dell'inferno, ossia della malizia vera e propria, e non anche dell'incontinenza, nemmen di quella che è oltre incontinenza, anche malizia? Perchè, risponde il buon senso, eglino sono creaturespiritualie non hanno quindi l'anima sensitiva se nonmetaphorice. Ecco dunque perchè queste creaturespiritualisi mostrano soltanto alle porte di Dite, dove, raffigurati dalle tre furie, si puniscono tre peccati, che sono perciò i tre peccatispirituali, ossia ira invidia e superbia; ed ecco perchè pur non si trovano nel primo cerchietto, dove è punito un peccato che ha un de' due elementi carnale o sensitivo, l'inordinazione cioè dell'appetito irascibile. Questo dice il buon senso; ma non fidiamoci. Su, o buon lettore, leggi: “Negli angeli rei possono aver luogo quei soli peccati che toccano una naturaspirituale. Una naturaspiritualenon è toccata da beni che sono propri del corpo, ma da quelli che si possono trovare nelle cose spirituali„.[461]Così, o lettore, comprendi perchè gli angeli cattivi compariscano dove cessano i peccati carnali e cominciano gli spirituali, che sono tre, ira invidia e superbia. Ma leggi: “L'ira... è con una passione, come laconcupiscenza. Donde ella non può essere nei diavoli(nisi metaphorice)„.[462]Così comprendi, o lettore, perchè i diavoli non si mostrano, come nè in quelli dellaconcupiscenza, così nel cerchio della violenza o bestialità, che è perciòira. Ma leggi, leggi: Esclusa anche l'accidia (per vero non ci sono diavoli nel brago e nel cimitero!), “sic patet quodsola la superbia e l'invidia sonopure spiritualia peccata, che possono competere a diavoli„.[463]E così, o lettore, comprendi perchè i diavoli siano soltanto in Malebolge e nella Ghiaccia, dove dunque sono puniti i due peccati, che (a differenza dell'ira che è spirituale ma nonpure) sonopurespirituali: i quali sono perciò l'invidiae lasuperbia.
Dunque, ripeto, sette, e i setti medesimi, rappresentati fontalmente o integralmente, sono i peccati del purgatorio e dell'inferno. Ciò è tanto esatto e indubitabile che, essendo sciolto questo problema, potrei lasciare ad altri l'altro:comeequivalgano; e ad altri potrei affidare la risposta all'obbiezione che nasce dal nome disuperbiadato alla contumacia di Capaneo e dal nome disuperbodato al fraudolento Vanni Fucci. Ma e ho risposto all'obbiezione e ho dimostrata l'equivalenza dottrinale.[464]Qui basti ricordare che Vanni Fucci e Capaneo sono detti superbi in quanto bestemmiano Dio e Giove, unici in tutto l'inferno; col fine di chiarire come in ognun dei tre peccati di Dite è quella generica superbia che si chiamaaversioda Dio. Sono tre furie molto simili tra loro quei tre peccati, e sonomeschine, le furie, cioè dominati i peccati, della regina dell'eternopianto, moglie dell'imperador del doloroso regno; cioè della superbia che è peccato generale e peccato speciale. E c'è l'intenzione di far sentire la differenza che è tra bestemmia di parola e bestemmia di fatto. Vanni Fucci, per quanto punito del suo gesto e del suo detto, pure se non fosse reo d'altro che di tal bestemmia, sarebbe nel cerchio precedente con Capaneo. Più grave della sua bestemmia parlata è la sua bestemmia operata, la quale è una frode, e appunto, per maggior evidenza, una frode sacrilega. E così del gesto e del detto è punito appunto dalle serpi che gli avvolgono il collo e le braccia, e minacciato dal Centauro Caco che viene col drago ardente sulle spalle: serpi e drago, simboli d'intelletto volto al male. Sicchè Dante ci mostra la gradazione di bestemmia, da Capaneo a Fucci e Lucifero: il primo bestemmiacol cuoresoltanto, cioè con l'appetito senza ragione; il secondo bestemmia a parole, ma con l'intelletto ancora, ancora col gesto che è un principio difatto; il terzo (e con lui, s'intende, i Giganti) ha commesso una bestemmia di fatto, alzando le ciglia (i Giganti le braccia): non altro che un alzar di ciglia, un cenno, nemmeno un gesto, eppure un gran fatto contro Dio.[465]
Quanto all'equivalenza dottrinale, rammento che la vera superbia è, per Dante, la violazione delminimumdella legge di Dio, ossia dei suoi comandamenti direligioai quali va aggiunto il comandamento dipietas; la violazione, cioè, dei tre precetti della prima tavola e del primo della seconda. Inoltre la superbia essendo definita “apostatare a Deo„, Danteprende il peggior degli apostati, Giuda, che è nel tempo stesso il peggior dei traditori, e così ne fa il peggior de' superbi, mettendolo nella bocca di mezzo di Lucifero primo superbo, ottenendo così l'equazione di superbia a tradimento. E conserva a tutti e tre i rimanenti peccati della ghiaccia la nota di apostasia giudesca, e così, nel tempo stesso, di superbia e tradimento. Perchè, avendo Giuda tradito e apostatato alla cena o alla mensa, ed essendo allora in lui entrato Satana, Dante fa che tutti quelli che tradiscono a mensa accolgano in quel punto dentro sè un diavolo; mentre l'anima loro ruina, come Lucifero dopo il suo alzar di ciglia, nel profondo del lago. Ed essendo il peccato di Giuda figurato con l'espressione “di aver alzato il calcagno sopra il Signore„, Dante mostra di considerare uguale a quello il peccato di coloro che tradirono parte e patria, perchè li fa per contrappasso premer dal calcagno suo;[466]e così anche i peccatori della terza circuizione della ghiaccia sono detti apostati e perciò superbi, e violatori essi del terzo comandamento del decalogo, come i secondi violarono il secondo, avendo corrotto il giuramento grande dell'ospitalità, e come i primi violarono il primo, avendo misconosciuto direttamente Dio nel suo Figlio e nel fondatore del suo impero; e più direttamente Lucifero. Ma essi terzi violarono il terzo, cioè il Sabato di Dio, significato, oltre cheper altri modi, dalla festività pasquale nella quale Giudatradiditil Signore ai giudei. Nel che è da notare (e non sembrerà oziosa osservazione, spero) che Bocca tradì appunto in un sabato, poichè la battaglia di Montaperti avvenne “il giorno di sabato 4 Settembre 1260„.[467]I quarti violarono il quarto, che nella dilezion de' genitori comprende quella dei consanguinei tutti, e che è messo insieme coi primi tre, perchè se non contro il principio generale, è contro il principio particolare dell'essere; se non contro Dio, è contro chi di Dio più tiene. E sono puniti nella circuizione detta Caina, che è finitima alle Malebolge e all'invidia, perchè Caino fu superbo in quanto uccise il fratello, fu invido in quanto uccise quello che era allora il solo suo prossimo; ond'è nel purgatorio esempio d'invidia. Ora questi ultimi Dante chiama apostati e perciò superbi, sebbene in grado minore e modo diverso, perchè fa che essi temano quella pressura del calcagno e non l'abbiano: come se da sè non se ne credessero indegni e dagli altri non ne fossero creduti proprio degni.[468]Infine l'esclamazione di Dante nel cominciare e trattar dei traditori nell'inferno,Oh! sovra tutte mal creata plebe... me' foste state...; (Inf. 32, 13) e che fa riecheggiare nel cominciar a parlare dei superbi nel purgatorio,O superbi cristian miseri...; (Pur. 10, 121) muove dalle parole di Gesù a mensa: “Guai a quell'uomo, per il quale il figlio dell'uomo sarà tradito: bene era per lui se non era nato quell'uomo!„[469]se non era natouomocolui! Così Dante traduceva.
Che sia invidia, la frode semplice, è manifesto da ciò che come la superbia in Dante è il peccato dell'angelo superbo, peccato imitato e svolto nel genere umano col peccato di Giuda e con quello di Caino, che sono a capo e in fine della Ghiaccia; così l'invidia avrebbe da essere il peccato del diavolo invido, cioè del serpente tentatore e corruttore, imitato e svolto tra gli uomini coi peccati specialmente che sono a capo e in fine di Malebolge. Avrebbe da essere, voglio dire, se veramente la frode fosse invidia; ed è. È, perchè a capo di Malebolge è la seduzione delle donne; e il serpente invido sedusse la donna; e in fine sono i falsatori; e il serpente fu il primo e tipico falsatore. E si noti: i falsatori sono divisi come in due gruppi; e ognun de' due gruppi è come diviso in due fazioni nemiche; i rabbiosi conciano i lebbrosi, gl'idropici percuotono col pugno i febricitanti. Ebbene con questo loro fare ingiuria anche laggiù, è indicata la maggior ingiuria che fecero in vita. Ora codesti rei peggiori sono quelli che falsificarono sè in altrui forma, e quelli che dissero male, che, cioè, con la menzogna fecero gran male. (Inf. 30, 41 e 155) E subito noi vediamo che furono quelli che meglio (o diciamo peggio) imitarono il diavolo invido, che si mutò in serpente e con una bugia, con un fallo solo, (Inf. 30, 116) perde il genere umano. E che la menzogna sia il nocciolo, per così dire, della frode, e il proprio linguaggio del demonio, dice Dante stesso: il diavolo ha molti vizi, ma si può dire, sopra tutto, padre di menzogna. (Inf. 23, 144) E questo fa dire nella bolgia sesta, che punisce gl'ipocriti. Ora l'ipocrisia è ciò per cui la frode è frode. Gerione è la sozza imagine di frodee potrebbe, più specialmente, raffigurare l'ipocrisia, con la sua faccia d'uom giusto. E il primo ipocrita fu il serpente d'Eva, che finse di volere il bene di lei e di Adamo e degli uomini, come il primo superbo o apostata e perciò traditore fu Lucifero. Lucifero fu contro Dio, il serpe contro il genere umano, così come contro Dio è la superbia, e contro gli uomini è la invidia. Ossia, se la superbia è la violazione dei precetti direligioepietas, l'invidia è il corrompimento degli altri comandamenti diiustitiasemplicemente detta, che non è, vale a dire, contro Dio e contro chi è più simile a Dio, ma contro gli uomini in genere. Questi comandamenti della seconda tavola, se ne escludiamo il primo, che va piuttosto messo nella tavola prima e tuttavia non è proprio della prima, se ne escludiamo insomma il comandamento dipietas, sommano a sei. Ora il precipuo peccato di frode, l'ipocrisia per cui la frode è frode, e che è dipinto precipuamente nel serpente dell'invidia, è punito nella bolgia sesta. Notiamo che non a caso nell'enumerazione dei peccati di frode, il primo è appunto ipocrisia. (Inf. 11, 58) Notiamo che in questa bolgia dell'ipocrisia è crocifisso in terra Caifas, che disse:Oportet ut homo... e che è, come Giuda della Ghiaccia, il peccatore tipico di Malebolge. E così vedremo che in quest'altro modo Dante ha significato che i peccati di Malebolge stanno al peccato di Gerione, come quelli della Ghiaccia stanno a quello di Dite; che si riducono, cioè, a invidia, come quelli a superbia; perchè il Poeta oltre a metter primo e ultimo di essi due peccati, la seduzion della donna e il contrafacimento di sè e la bugia, nei quali si estrinsecò l'invidia prima, pone precipua di tutti laipocrisia che fu nel serpente seduttore e falsario e menzognero precipua, mettendola nel numero sesto che è il numero dei comandamenti che avanzano togliendone i quattro primi. Violazione del decalogo diiustitiaè l'invidia o frode; perciò le bolgie sono dieci, e dieci sono i passi verso Gerione; ma viola più specialmente laiustitiacomunemente detta, di cui sono sei comandamenti; perciò la bolgia sesta è la principale. Non dubbia infine anche è l'intenzion del Poeta nel convertire in serpi i ladri. Egli ha voluto anche qui marcare la somiglianza del peccato di chi ruba, con l'invidia prima, chederubò la pianta. (Pur. 33, 57).[470]
La violenza o bestialità è ira, cioèlibido ulciscendi. Il concetto di vendetta unisce tutti i peccatori del cerchietto, i violenti sì contro il prossimo, sì contro sè, sì contro Dio, la natura e l'arte. A ciò è da ricordare, che come frode è fatta uguale a invidia, e tradimento ad apostasia e superbia, in considerazione principalmente del peccato primo del diavolo contro l'uomo e dell'angelo contro Dio, e dei conseguenti peccati di Caifas contro l'homoe di Giuda contro il Redentore; cosìvisè fatta uguale a ira o desiderio adempito di vendetta, in riguardo al medesimo primo dramma. Considerò il Poeta che la prima colpa d'uomo, ricordata nella Genesi, dopo la cacciata dal paradiso, fuira? Dio non guardò ai doni di Caino:iratusque est Cain vehementer. Sicchè il Signore gli chiede:Quare iratus es?Ed aggiunge:Sub te erit appetitus eius, et tu dominaberis illius.[471]Ora la bestialità Dante con Aristotile poneva fosse per metà o in cotal guisa incontinenza, ossia predominio dell'appetito sulla ragione.[472]Tuttavia il Poeta ebbe il pensiero, più probabilmente, all'altro luogo in cui la terra aprì la sua bocca e prese su il sangue del fratello dalla mano del fratello. Il sangue che bolle sotterra nella riviera della violenza contro il prossimo, può ben derivare di qui.[473]A ogni modo il nesso tra la pena e la colpa del primo girone con quelle dell'ultimo (il qual accordo del primo e dell'ultimo si vede e nella Ghiaccia e in Malebolge) si scorge meglio per un altro luogo pure della Genesi. Dopo il diluvio disse Dio a Noè e a' suoi figliuoli: Crescete e moltiplicate: tutti gli animali della terra vi siano di cibo: chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi, crescete e moltiplicate.[474]Quest'ultimo e primo precetto sottintende tutto ciò che disse Dio ai primi parenti, prima e dopo il peccato. Prima l'aveva posto nel paradiso della gioia, perchèoperasse. L'operazione sua sarebbe stata allora gioconda. Fece l'uomo maschio e femmina, e disse loro: Crescete e moltiplicate. Dopo la colpa disse alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e i tuoi concepimenti; nel dolore partorirai figli e sarai sotto il potere dell'uomo, ed esso dominerà su te„. All'uomo disse... “Maledetta la terra nell'opera tua: ne' travagli mangerai di lei per tuttii giorni della tua vita... Nel sudore del tuo volto, ti nutrirai di pane, finchè tornerai alla terra, donde fosti preso„.[475]Ora nell'ultimo girone, per cui è ricordato lo Genesi e questo luogo appunto, (Inf. 11, 107) sono quelli che non vollero trarre dalla terra e dal lavoro il loro sostentamento, e quelli che si rifiutarono a crescere e moltiplicare, e altri che bestemmiando, senza intelletto, Dio, dicono (lo dice uno per tutti): tal fui vivo qual son morto, disconoscendo così d'essere tornato sotterra, per opera diretta di quel Dio che dalla terra l'aveva preso. Nel primo, sono coloro che sparsero sangue umano, disubbidendo a un divieto che nella Genesi è così vicino al comando di crescere e moltiplicare e perciò agli altri che gli sono congiunti: “chi spargerà sangue umano, sarà sparso il suo sangue: voi crescete e moltiplicate„. Non solo: ma la bestialità in Aristotile è il mangiar carni crude e carni umane. Non forse Dante sentiva in quel precetto rituale, di non mangiarcarni col sangue[476]e a ogni modo di mangiare solo animali (tutti gli animali della terra vi siano di cibo), la condanna della bestialità? Certo egli chiamabestialeeferoil pasto di Ugolino.[477]Aogni modo, si deve ammettere che “lo Genesi dal principio„ è presente nel primo e terzo girone. O non anche nel secondo? Non è implicito in tutti quei comandamenti di Dio benigno e irato, quello di “vivere„? Si capisce.
L'Etica e la Fisica d'Aristotele citate nella lezione di Virgilio insieme allo Genesi, fanno vedere che la narrazione biblica si accorda, nel trattato di Dante, con la filosofia peripatetica. Ebbene tutti questi peccatori violenti sono rei di bestialità. Anche, perciò, gli usurieri de' quali uno si lecca il muso come bue. Ora noi non comprendiamo che gli usurieri siano bestiali, se non consideriamo ch'essi si ribellarono (diciamo così) al precetto di Dio; si ribellarono da stolidi e da folli, come, dunque, Capaneo. Sì Capaneo e sì gli usurieri sono avanti a un Dio che punisce nella sua giustizia, ed essi dicono: È una ingiuria, è una vendetta; e aggiungono: La vendetta non sarà allegra. E così vien fuori il concetto d'ira, come è definita nel purgatorio. (17, 121) Chè dove si parla di vendetta, sorge l'imagine di quella che è libidine di vendicarsi. Tutti in questo cerchietto si vendicano: gli spietati giustizieri, i ladroni da strada, i suicidi, che sbagliano l'oggetto, i dissipatori, che se la prendono con le cose inanimate, i bestemmiatori, che se la prendono con Dio, rivestendo così una falsa sembianza di superbia, i sodomiti, che non vogliono generare,[478]gli usurieri, che non vogliono lavorare.Iraè nella Bibbia il primo commovimento di chi primo sparse il sangue umano, chela terra bevve; ira è per i filosofi laferitas;[479]ira è quella che il giudice, se non vuol commettere ingiustizia, non ha da usare nel punire;[480]ira è quella de' suicidi;[481]ira è quella dei dissipatori;[482]ira è quella che sprezza gli dei;[483]ira è quella, diciamo senza più esitare,feritasdei sodomiti e degli usurieri, ribelli a Dio, i quali nell'inferno sono figurati sdegnosi e sprezzatori.[484]Certo assomiglia, a questo peccato del fuoco e del sangue, quello del brago. Seneca chiama ira, sì quella vana e ventosa, sì quella sanguinosa e struggitrice; ma egli è stoico che anche l'ira passione considerava peccato. Dante che fa vedere un'ira sprone e cote di fortezza in sè e Virgilio, e un'ira magnanima nell'eroe che schiude le porte di Dite con una verghetta, crede, con Aristotele, che l'ira passione sia incolpevole, e crede, con lo stesso, che questa passione possa ispirare fortezza e magnanimità, come, per il suo soperchio, creare l'audacia e l'orgoglio, col suo manco, la timidità e la povertà di cuore, e, quandosopra il mal voler s'aggueffa, (Inf. 23, 16) fare la cieca folle ingiuria contro gli uomini, contro sè, e contro Dio e la natura e l'arte. E tutto ciò ha il suggello di questa riprova. Non nasce ira in uno se non c'è disprezzo nell'altro; e non si sente questo disprezzo altrui, se non si crede alla propria eccellenza (se non si èsuperbinel pensiero; ed ecco un'altra ragionedella superbia di Capaneo). Ebbene tutti i violenti o bestiali, tutti, tutti, sono rappresentati da Dante eccellenti o nell'opinion loro o anche nella sua: tiranni e ladroni celebri, un gran cancelliere, ricchi uomini, un eroe, un nobile maestro, cherci e letterati grandi e di gran fama, cittadini degni di riverenza, e, ciò che è più persuasivo d'ogni altro fatto, persone con una tasca dove è uno stemma nel quale l'occhio dell'usuriere si pasce. Possiamo ben esser certi che tutta questa eccellenza suggerì il timore e sospetto diparvipensio, e questa l'ira. Con ciò gli usurieri sono anche assomigliati agli innominabili avari.
Persuasivo poi quant'altro mai, è il raffronto tra le pene e lefigliedei sette peccati dell'inferno e del purgatorio. La lussuria, gola, avarizia e accidia sono in sè brutti peccati; ma ne possono generare di più brutti: così quando Dante getta la corda dell'incontinenza, ecco venir su Gerione.[485]Quel gesto è come un mito, un'allegoria, una favola, che sta a sè. Eppure la dottrina che v'è nascosta è dichiarata anche altrove. Così gli esempi nel purgatorio dei primi quattro peccati sono di effetti peggiori: bestialità o sodomia per la lussuria; (Purg. 26, 40 sg.) violenza di centauri o pusillanimità di ebrei, per la gola; (Pur. 24, 121) tradimento, frode, simonia per l'avarizia; (Pur. 20, 103) violenza di lapidatori e d'incendiarii, per l'accidia. (Pur. 18, 133) Chi ha commesso di tali cose non sta nell'inferno al postodella lussuria e degli altri peccati d'incontinenza; ma più sotto. Invece quelli che sono imaginati o gridati o scolpiti come rei d'ira, d'invidia e di superbia, dove starebbero? L'empia imbanditrice delle carni umane, sarebbe nel cerchio della bestialità o, per un'affinità già osservata, in Caina; il crocifisso dispettoso e fiero, in questo medesimo cerchio della bestialità o violenza; Amata, che s'ancise, ma non per amore, sarebbe o è nella selva dei suicidi. (Pur. 17, 19) Aglauro, che divenne sasso, è degna della pietra di color ferrigno. Caino dà il nome alla circuizione esterna della ghiaccia. Lucifero, Briareo, i Giganti, Nembrotte si sa dove stiano, e degli altri ci pare inutile discorrere.[486]L'ira, l'invidia e lasuperbia del purgatorio, quali appariscono negli esempi scolpiti o gridati o imaginati, sono nell'inferno punite ai luoghi della violenza, frode e tradimento. Dunque loro equivalgono, e così le pene che, per i quattro cerchi e gironi superiori, discordano; si richiamano invece nei tre cerchietti e nelle tre cornici inferiori: peso e peso, pietra e pietra, fumo e fuoco; di più marmo invece di gelo, occhi forati per visi stravolti.[487]Di più: la sferza deiprimi e tipici imitatori del diavolo (Inf. 18, 35) colpisce l'invidia del purgatorio. (13, 37) E di più: i sette peccati del purgatorio sono divisi in quattro unicorni e tre bicorni. Ebbene bicorni, sin che si può, sono anche i simboli dei tre ultimi peccati dell'inferno. Chè bicorne è il Minotauro, paragonato a un toro; e cornuti sono i diavoli; (Inf. 18, 13) così chiamati non appena si presentano come punitori, con le sferze della vendicatrice in mano. (Aen. VI558sqq.) Ciò non è a caso: i simboli dei quattro cerchi superiori sono demoni sì, ma che sian cornutisi tace, ossia si nega; demoni paragonati a cani e lupi e vermi, e dannati paragonati a uccelli, a cani, a rane: tutti animali senza corna. E vero che ne dovrebbero aver uno, dei corni; ma via! Si vuol sofisticare? Ebbene dirò che per l'unico corno essi hanno la coda.
Ma questi e tanti altri argomenti,[488]persuadano o non persuadano, riguardano il come e perchè Dante abbia fatto uguale superbia a tradimento, invidia a frode, e ira a violenza, e accidia a vizi collaterali delle virtù di fortezza e magnanimità e a dismisura d'ira o irascibile; il come e il perchè: a ogni modo è certo e indubitabile, che nell'inferno e purgatorio non vi sono che i setti peccati capitali: il doppio settennato del servaggio di quel novello servo della Grazia o Laban, e innamorato di Rachele o della Sapienza, che è Dante. Il quale dopo il primo settennato vede la giustizia laboriosa sotto il sembiante, non di una donnalippis oculise feconda, ma di un vecchio solo, che s'uccise per esser libero. Nel tempo stesso, in persona di Enea novello, egli ha esercitato contro le tre profane disposizioni, le quattro virtù pagane, entrando dalla porta infranta e prendendo via per le tre rovine, e passando i quattro fiumi. Ebbe il lume della prudenza e la forza della giustizia originale passando l'Acheronte: esercitò la temperanza nei tre cerchi del concupiscibile, la fortezza nella palude dell'irascibile, la giustizia e la prudenza, contro l'ingiustizia, nel regno di Dite, con questo che dove l'ingiustizia è senza intelletto, basta la virtù di giustizia, e quando è con intelletto,allora fa mestieri la prudenza. E il novello Enea volge, col suo duce, a destra quando occorre la prudenza; volge a destra nel cimitero degli eresiarche non colpevoli che di mala luce; volge a destra verso Gerione simbolo del male che si fa con l'aiuto della luce o dell'intelletto.