IX.
— Dunque, siamo intesi! — esclama Remigia alzandosi e abbracciando Quanita. — Alle sette venite a pranzo da me e poi si va allaManon, dove troveremo Guendalina eforse— chi sa? — anche il cavalier Paparigopulos!
La marchesa non rileva lo scherzo. Ella teme soltanto che all'ultimo momento venga fuori la solita striscia verde con un altroriposo. Alla marchesa occorre sempre di sapere di sicuro, prima delle tre, se c'è teatro sì o no!
— Ci sarà poi, questaManon, o non avremo un'altra indisposizione?
— Speriamo di no; sarebbe la quarta!... Il povero Luciano si dispera.
— Ma... è proprio innamorato sul serio o lo fa per moda?
— È innamorato sul serio perchè è di moda.
— E sua moglie?
— Mia sorella?...
— Non ne soffre?
— Credo che, viceversa, sia questa l'unica cosa di suo marito che ancora può soffrire.
— Luciano dev'essere noiosetto in famiglia?
— Noioso lui e noiosa lei. Tragedia e musica!
Le due signore continuano a chiacchierare e a ridere fin sulla soglia dell'anticamera, dove Quanita accompagna Remigia, e dove si abbracciano un'ultima volta.
Remigia parla sottovoce per non farsi udire dai due servitori che stanno presso l'uscio, impalati.
— Stasera posso venire anch'io alla prima dellaManonperchè Jack ha i sindaci della Basilicata a banchetto! Ma se fosse ancora rimandata e cadesse in una sera in cui lui resta in casa... impossibile!
— Perchè?... Tuo marito non è geloso; non ti secca mai!
— Quando si tratta di me. Con Fanfan di mezzo... si tratta di mia sorella!
Quanita legge negli occhietti furbi molte cose di cui sarebbe curiosissima di avere la spiegazione. Fa per trattenerla ancora, sull'uscio, tenendole una mano.
Remigia non può.
— Un altro giorno! Ho fatto anche troppo tardi! Lasciami andare! Ho due bolognesi simpaticoni che conoscerai oggi a pranzo e che mi aspettano all'hôtel.
— Due adoratori?
— Uno sì e l'altro... quasi!
— Allora non lo diremo a Sua Eccellenza!
— A mio marito?
— A Sua Eccellenza... D'Entracques! — La marchesa si tira Remigia più vicina mormorando, sempresottovoce, assai maravigliata: — Diventi rossa?... Come, come, come?... Diventi rossa?
Remigia che si sente bruciar davvero fa una grande risata per rimettersi, mentre alzandosi in punta di piedi bisbiglia all'orecchio dell'amica:
—Retour de jeunesse et retour d'Amerique?... Ah no, mia cara! Quale scusa potrei avere per mio marito? — Scioglie la mano e scappa via, infilando lo scalone.
L'avvocato Ciro Berlendis e il conte Narciso Gambara aspettano la duchessa Remigia da oltre un'ora. L'avvocato intanto, — lestezza e pulizia, — si leva la polvere e il nero del carbone dalle scarpe, dall'abito e dalla faccia, con lo stesso fazzoletto; e il contino Gambara guaisce con Mimì Carfo.
— Ma sì! Ma sì! La nostra duchessa Remigia non ci vuol più bene! Cattivina, cattivona, cattivaccia! Ma sì, ma sì, santo Guìo! Aspettare e non venire! Lei, invece, è un angelo, contessina! Proprio così!
— Remigia! Remigia! — La Carfo sente battere con gioia iltic tacdei passettini veloci. Ella è in pena per quel ritardo che può far sembrare la sovrana di Pontereno poco premurosa verso i suoi buoni amici di Bologna.
Remigia entra sorridendo.
— Eccomi! A voi! E tutta vostra, finalmente! — Così dicendo stende le due mani che il Berlendis ed il Gambara si affrettano ad afferrare, una per ciascuno, e a baciare replicatamente.
— L'ho detto io che sarebbe venuta subito! — esclama Mimì dandole un bacio nel levarle il cappellino.
— Subito, subitissimo... dopo un'ora! — Il Gambaraabbassa il bel nasone fino a premerlo quasi contro il petto, mentre raggrotta la fronte e fa il verso d'un bambino imbronciato. — Oh, vergogna, vergogna!
Cavour mette pace:
— Impazienza legittima, dato il legittimo desiderio di rivedere la nostra bella, la nostra cara duchessa!
Remigia sospira, geme, sbuffa.
— Sapeste, quanto da fare! Non esagero, Berlendis: ho da fare più io di mio marito!
Il bianco nasone vola per aria facendo le grandi maraviglie, ma l'avvocato trova la cosa affatto naturale.
— Al marito il dicastero, alla moglie la rappresentanza!
— Tutte... le rappresentanze! Il mio Jack non si muove mai, e chi è sempre in giro sono io!... Di qua, di là, esposizioni, inaugurazioni, conferenze, comitati...
— Gli asili, le scuole, le visite! — aggiunge Mimì.
— I ricevimenti ufficiali e non ufficiali! Credetelo, sogno, oh, come sogno un po' del mio delizioso Pontereno! Pensate che qui a Roma, per poter dedicarvi un'oretta e per poter disporre della serata, ho dovuto fare... miracoli!... Mimì lo sa, ma intanto... Adesso, si sta un po' insieme, si pranza insieme e si sta insieme anche dopo. Siete contenti?
L'avvocato è contento; il conte Gambara niente affatto. A Roma, aveva sperato... tutt'altra cosa! E aveva fatto il viaggio con quell'ansia e quel bruciore addosso. Invece la cattivona, glielo fa capir subito, senza complimenti: a Roma... niente di niente, anzi, ancora meno di Pontereno!
Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende, stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...
Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà, gioia, tesöro!
— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo a far toeletta!
È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta, se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:
— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
—Hôtel Milan!— Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo, certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio così!
Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più bella!... Bellissima! Mostro!
— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho presotutto troppo alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il Berlendis!
Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.
— Resto, perchè mi veda indifferentissimo! — C'è un'altra riflessione: se ritorna a Bologna troppo presto nessuno crederà più ch'egli sia l'amante della duchessa Remigia.
Esserlo... magari! Ma non essendolo... almeno parerlo!
Poi... la politica?... Il collegio?... La deputazione?..
La partenza precipitosa del conte Gambara, se ha destato l'ilarità di Remigia e la compassione di Mimì, ha fatto molto piacere a Ciro Berlendis. Favorisce il suo piano. Egli non è venuto a Roma per i begli occhi della duchessa.... o della contessina, ma per affari; per un grosso affare di parecchi milioni. Si tratta di ottenere dal Ministero dei Lavori Pubblici la concessione del diritto di fruire dell'acqua di alcuni laghi nel Cadore, per la produzione di energia elettrica. L'utilità pubblica, e il vantaggio che ne devono derivare, sono palesi, ma i sollecitatori tentano di far passare sotto questa bandiera il contrabbando di una speculazione leonina, nella quale essi soli avrebbero il grosso del boccone e l'erario, i soli rischi dell'impresa. Urge, dunque, di ottenere la chiesta concessione senza che al ministero dei Lavori Pubblici si perda tempo, e si faccia perder tempo, in sottigliezze pedantesche, in lungaggini burocratiche... E per ottener questo, per far viaggiare le pratiche a vapore, il Berlendis ha pensato di rivolgersi alla buona, alla cara duchessa Remigia ed hacombinato la gita a Roma con il conte Gambara... per meglio darla ad intendere.
— Sapete, duchessa, di chi vi porto i saluti? — comincia l'avvocato, a mo' d'esordio, quando anche la contessina Mimì è uscita in cerca di Carolina. — Indovinate!
Remigia, sdraiata sulla poltrona accanto alla finestra aperta, guarda l'avvocato sorridendo... e aspetta.
Ciro Berlendis resta in piedi, per aver più fresco, e con un giornale si sventola il faccione rotondo, sul quale il lustro del sudore fa risaltare le lentiggini. Egli parta con voce alta, da predicatore.
— Un egregio gentiluomo; una bravissima persona. Un mio prezioso cliente di vecchia data, che la signora duchessa ha conosciuto, quand'era ancora signorina, a Villars!
— A Villars?... Quand'ero ragazza?
— Precisamente!
— Chi è?
— Oh, mi ha parlato tanto di lei con un entusiasmo che, del resto, non solo si comprende, ma del quale siamo tutti partecipi! È il barone Marco Danova!
— Re Faraone! — Remigia rompe in una risata. — Re Faraone al lucido Nubian! Sa, caro Berlendis, che è stato un mio accanito adoratore?
Il Berlendis accenna col capo affermativamente e sospira per conto di Marco Danova.
— Innamoratissimo!... Una grande passione!... Brucia ancora!
— Troppo brutto! Troppo brutto!... Remigia rabbrividisce. — Un orrore!
— Ah! — L'avvocato fa un altro grosso sospirone; non per il Danova, ma per sè. — La propria bruttezza... non rende insensibili al fascino del bello. Io... capisco e sento di doverlo molto compiangere quel povero barone!
— Avvocato! Avvocato! — ammonisce Remigia dondolandosi, sempre sdraiata sulla lunga poltrona. — Proibite le dichiarazioni!
— Allora... — Il Berlendis sembra fare un grande sforzo per vincere sè stesso. — Allora, per non cadere in tentazione... parliamo d'affari! Il nostro amico, il buon Danova, che a Villars non ha potuto ottenere grazia dal vostro cuore, vi domanderebbe oggi, per mio mezzo, un piccolissimo favore.
— Non si tratta di una raccomandazione? — Remigia, ferma la poltrona di colpo e si rizza a sedere. — Non accetto raccomandazioni! Jack non ne vuole; io non ne voglio assolutamente!
— Ed io?... Sono forse l'uomo... delle raccomandazioni? — L'avvocato gonfia le gote, gonfia il petto, diventa più acceso in volto e mugge: — Nessuna raccomandazione, mai, per principio e per fiera dignità di me stesso. Qui non si tratterebbe, da parte vostra, altro che di dare un ordine, semplicemente. L'ordine di far presto!
L'avvocato Berlendis, passeggiando su e giù, si caccia le mani in tasca e mette muso.
Remigia ha paura di averlo offeso e gliene duole. È un permaloso vendicativo! Chi sa che cosa può inventare quando torna a Bologna!
— Non ho detto questo per lei che è un mio buon amico, ma per quel Danova che mi è sempre stato antipatico, — fa un altro brivido, — odiosissimo!
Ciro Berlendis siede a sua volta accanto alla poltrona della duchessa Remigia, le prende una mano, la stringe, l'accarezza, la bacia. La pace è fatta.
— Mettiamo il Danova da parte. Re Faraone, scartato. Il piccolo favore, — piccolissimo, — lo domando io, per me. E lo ripeto ancora solennemente: non voglio e non vogliamo raccomandazioni. Basta dire soltanto a chi ha del tempo da perdere: fate presto, perchè per i galantuomini che lavorano, il tempo è danaro!... E si tratta, — questo per l'intima soddisfazione, — di una geniale iniziativa di utilità nazionale, con sicuro vantaggio per l'erario! Si tratta, insomma, di un'opera grandiosa, ciclopica, la quale farà onore al paese ed al governo!
Alla parola — governo — donna Remigia che aveva ricominciato a dondolare, si ferma di nuovo ergendosi impettita sulla poltrona, con grande serietà ed importanza.
— Ecco tutto in due parole: un ottimo affare in carbone bianco, proposto da un gruppo cospicuo di egregi... gentiluomini, industriali e capitalisti, italosvizzeri. — L'avvocato alza la mano corta, grassa e pelosa e la gira in aria con tre dita tese: il pollice, l'indice e il medio.
— Tre! Tre milioni di capitale; due già versati. Studi e progetti, tutto pronto! Compartecipazione del quattro per cento al governo per un ventennio; facoltà di prelazione per un decennio, pure al governo, nel riscatto delle energie attivate!
Giro Berlendis, che tiene sempre la mano alzata e le tre dita tese, si alza anche in piedi, si riscalda, ansima, suda, ma andando quasi addosso alla cara duchessa, abbassa misteriosamente il tono della voce.
— Un programma di lavoro! Un programma di trasformazione della regione intera, un programma nuovo, moderno, magnifico, un programma che sarà un successo nostro e del ministero liberale che lo avrà sanzionato!
Tanta eloquenza introna a Remigia le orecchie e il cervello; ma non ha capito un ette.
— Scusi, avvocato; che cos'è questo... carbone bianco?
Il sorriso del Berlendis diventa ineffabile. L'occhio, la voce, il gesto, spirano poesia:
— ... «Chiare, fresche e dolci acque!» Non più il carbone fossile, il nero carbone che sporca e affumica, la ricchezza, già stremata, che gli inglesi e i belga ricavano dalle viscere del loro suolo. Su, su, in alto, sempre in alto la stella d'Italia! Le Alpi del Cadore, sono tra le più ricche di laghi, di corsi di acqua imponenti, anche ad altezze considerevoli. Ebbene, noi vogliamo far... procombere al piano l'acqua di quei laghi e di quei fiumi, senza dispersioni, raccogliendo energie formidabili!
— Capisco; ho capito! — Non ha capito, ma Remigia vorrebbe tagliar corto perchè non si diverte. — Io, dunque, dovrei...
— Ecco il carbone bianco! Ecco «la forza indomita dell'avvenire!» — seguita imperterrito l'avvocato, passeggiando e declamando. Ma il tempo urge. L'industria nazionale ha bisogno di un forte incremento; il paese ha bisogno di risveglio, di lavoro; bisogna far presto. Il domani è il nemico, l'insidiatore dell'oggi! Non già che si possano temere concorrenti; impossibile, assurdo! Nessun può proporre condizioni vantaggiose, nè offrire garanzie, non dico superiori, ma pari alle nostre!
— Io dunque dovrei dire a mio marito...
— A suo marito? al ministro? Niente. Ella è in ottime relazioni, con il sottosegretario ai Lavori Pubblici? Con Sua Eccellenza Leonida Staffa?
— Come a Bologna si sa sempre tutto! — pensa Remigia prima di rispondere.
— Ebbene: basta il sottosegretario! Ella mi dà due righe di introduzione esprimendo la sua simpatia per il carbone bianco, e tutto il resto... è tanto semplice... che va da sè. Io ho soltanto da dir questo, all'onorevole Staffa: Eccellenza: al ministero dei Lavori Pubblici,Sezione terza, giace e forse, ahimè! non ancora aperta, la nostra proposta... così e così, etcetera, etcetera. Ebbene, si prega, e con qualche diritto, che la pratica venga esaminata con sollecitudine. Nient'altro; basta! Non si domanda di più! — L'avvocato torna a gridare, a inquietarsi, a offendersi, ma in quel punto, a interromperlo improvvisamente, entra nel salotto un altro suo amico, il caro Zaccarella.
— Scusi, signora duchessa! La chiamano al telefono!
Remigia salta in piedi, lasciando dondolare la poltrona vuota.
— Sarà mio marito!
— No, signora duchessa. È Sua Eccellenza l'onorevole Staffa.
— Permette, avvocato?
— Faccia! Faccia!
— Torno subito!
— Faccia! Faccia! Faccia!
Remigia vola via leggera come una farfalla seguita dal grave signor Zaccarella, al quale l'avvocato stringe un'altra volta la mano.
— Carissimo il nostro... cavaliere!
Il Berlendis ride e gongola.
— Ah! Ah! Proprio vero! Sono stato informato esattissimamente! Leonida Staffa è ai piedi della duchessa D'Orea!... Piedini, veramente maravigliosi con i quali anche i nostri affari, speriamo, marceranno egregiamente! La donna, la bella donna, la bella donna civetta, ecco la più provvida delle istituzioni!... Basta non fare la sciocchezza d'innamorarsi!... Deve essere la nostra forza; non la nostra debolezza! — Sorridendo torna ad asciugarsi il collo, il mento, la fronte, le mani.
— Benissimo!
Si leva gli occhiali per ripulire anche le lenti intorbidite, ma con quel moccichino, le sporca di più!
— Benissimo! Se riesco a strappare la concessione evitando i soliti procedimenti meticolosi, che bel colpo per quel ladro del Danova... ed anche per me!
Donna Remigia rientra nel salotto; è raggiante.
L'avvocato la fissa attentamente.
— Ella ha ricevuta una notizia che le fa molto piacere.
— Sì! Moltissimo piacere!
— Le si legge in fronte!
— Son felice! Non per me, ma per la mia amica più buona, più cara!
— Già. La nostra dolcissima, soave contessina Mimì!
— No! No! Sono felice per Guendalina!
Cavour apre la bocca, e inarca le ciglia dietro gli occhiali.
— La principessa Capodimare! Suo fratello, il conteCincino D'Ermoli, ha ottenuto di far parte di una commissione di... studi scientifici, che parte a giorni per gli Stati Uniti. Guendalina lo desiderava tanto! Ho già ordinata la carrozza; voglio portarle io stessa la bella notizia. Mi scuserà, avvocato; faccio una corsa; cinque minuti appena! Oggi devo anche vestirmi più presto; si pranza in punto alle sette, perchè stasera si va tutti insieme al Costanzi. Che cosa le dicevo, avvocato? È vero sì o no? E il Gambara se n'ha avuto per male! Un minuto solo,mio, non posso averlo mai!... O il telefono, o il telegrafo, o un usciere del ministero! Ah,mon Dieu!Mon Dieu!
— Le fatiche del potere!
— Tutto io! Sempre io! Mah, — sospira. — Quando si ha un benedetto marito che non fa niente, mai niente, per gli altri!
Remigia scappa via, ma l'avvocato la ferma:
— E... le due righette di... simpatica introduzione?
— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei. Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande amico.
— Però... anche un semplice bigliettino suo...
Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo eil più amatodei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.
— A lei, prenda; comepasse-partout!