V.
Una mattina, si presenta altennisun nuovo e importante personaggio, che leva il campo a rumore. Il personaggio siede solo, imbronciato, sopra una panchina lontana dalla gente. Non guarda in faccia a nessuno; si degna, appena, di salutare Giacomo D'Orea, durante l'alt.
— Buonciorno, onorevole!
— Buon giorno, missis Eyre!
È proprio quella strega verde, ruminante di missis Eyre!
— Continui progressi, onorevole!.. Oh, molto bene!
Giacomo fa un cenno per scusarsi un momento co' suoi competitori e corre ad ossequiare l'angolosa missis con evidente soddisfazione di lei, e con grandissimo divertimento della duchessina Remigia. Ella guarda i due sottecchi, e fa ammirare e godere la scenetta al Danova, a sir Wood e a Totò, ripetendo sottovoce:
— La colonnellessa Facanapia!... È innamoratissima di Sua Eccellenza Molinella!
Nessuno ci vuol credere! È uno scherzo! Remigia assicura, giura, con gli occhietti birichini che scintillano, gonfiando le gote per trattenere le risa:
— Sì! Sì! È proprio vero! È un pezzo che me ne sono accorta! Vi dico di sì! — Poi pesta i piedini per dar più forza all'asserzione: — Innamoratissima! Furiosa!... Ma sì!
Tutte calunnie! Missis Eyre è fedele e resterà sempre fedele anche se i venti giorni di continua distanza dal legittimo consorte, diventassero quaranta! Soltanto riconosce, per debito di pura sincerità, che di tutta quella baraonda italiana — padroni, servitori e cani, — l'unica persona di un qualche riguardo è il deputato, l'onorevole D'Orea!
Lo annunzia, un giorno, anche al signor Trüb, guardandolo dall'alto, con un tono superbo e minaccioso, dopo un paio di settimane e più dacchè non si degnava nemmeno di lasciarsi salutare da quel putrido taverniere esoso e villano:
— Sapete, signor Trüb? — Lo affronta e lo ferma sull'uscio del bureau per farsi sentire anche da quel tirapiedi del segretario... — Il vostro famoso ministro, che non è più ministro niente affatto, ma soltanto deputato, mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato! Appunto!
Missis Eyre alza ancora di più la voce e il capo.
— Mi ha fatto chiedere l'onore di essermi presentato, da quel vostro barone fallito a Venezia, prima di diventare milionario al Cairo! Il vostro ministro, che non è ministro, è per altro una persona educata. Me ne intendo e posso dirlo con cognizione: di tuttala baraonda italiana, — padroni, servitori e cani,-è l'unica persona di riguardo! — Capito, caro signor Trüb?
È verissimo il fatto della presentazione; pure è stata lei stessa, missis Eyre, a muovere il primo passo, per i suoi fini particolari. Un giorno legge sulTimes— proprio sulTimes!— una «nota estera» assai lusinghiera per l'ex Ministro D'Orea, come finanziere e industriale, come uomo di Stato e come uomo privato. Missis Eyre può ridere, e magari anche arrabbiarsi degli elogi sperticati e venali prodigati dal signor Trüb; ma non può certo rimanere indifferente alle lodi delTimes... proprio delTimes!
— Ah, oh! Molini e mortadella, ma ci vuol anche talento!... «grande e probo lavoratore, spirito elevato e moderno, l'onorevole D'Orea non esitò un istante ad abbandonare il potere e a perdere il favor popolare, pur di seguire, intemerato e coerente un suo ideale di giustizia...»Ciustizia?— La vecchia, interrompe la lettura della «nota estera» e aggrotta le ciglia per meglio riflettere al proprio caso... Bisogna cercare di conoscere il deputato D'Orea. Bisogna entrare prima in buoni rapporti amichevoli e, a tempo opportuno, chiedereciustiziacontro quella ragazza pestifera, contro i suoi cani e contro laciostraa tutte le ore!Peuh!Vergogna! In tutti glihôtelsdi riguardo, proibitissimo!
Trovata la convenienza, missis Eyre trova subito anche l'espediente per entrare in relazione. Prende ilTimes, segna col lapis la «nota estera», e lo manda, con un suo biglietto da visita, all'onorevole D'Orea. Giacomo, trattandosi di una signora, e di una vecchia signora, si fa subito presentare per ringraziarladirettamente dell'atto gentile. Così si iniziano quei buoni rapporti di amicizia che missis Eyre tien vivi e cerca di rendere più stretti a modo suo; cioè, chiedendo ad ogni momento all'autorevole deputato italiano, informazioni e raccomandazioni e sfogandosi con lui contro il pessimo trattamento dellaTête-pointue... «diventata oramai una locanda di terz'ordine, tranne nel farsi pagare!».
— Onorevole, scusate!... Una parola!
— Eccomi, missis Eyre!
— Avete sentito anche voi?
— Che cosa?
— Il pesce, stamattina, a colazione? Quelle conchiglie di trota cadaverica, alla maionese! Che puzzo!Peuh!Ci vorrebbe una legge, una commissione igienica! Dovrebbe essere proibitissimo!
Oppure:
— Datemi una precisa informazione, caro onorevole. Vi garantisco discrezione a tutta prova! Io ho conosciuto a Villa d'Este la contessa Alinelli, appunto di Bologna. È vedova, proprio davvero?...
E un altro giorno:
— Caro commendatore, io ho assoluto bisogno di una vostra raccomandazione per il capo traffico della Mediterranea. Da ottociornimi è stata spedita una scatola dipik-nikda San Remo e non l'ho ancora ricevuta!
Mentre parla con l'onorevole e lo tiene fermo sotto l'atrio, fra lei e il muro, missis Eyre che sente crescere da quei lunghi colloqui la propria importanza, guarda in giro, soddisfatta, gli ospiti dellaTête-pointuee, insieme, lancia occhiate di sprezzo al bettoliere e a quella ragazza così pestifera con l'aria di voler ben significare all'uno e all'altra:
— Con questo signore qui, che ormai tengo in mio potere, vi farò mettereciudizio!
Il signor Trüb, qualche inchino di più, qualche notizia meteorologica, passando via senza fermarsi, per timore di rimaner preso, e del resto se ne infischia. Remigia, prima ne ride con Mimì, conMademoiselle, con Totò, e con tutta la sua corte, poi di colpo s'impermalisce, si arrabbia, piglia Giacomo a quattr'occhi, e si fa sentire:
— Onorevole, commendatore, eccellenza! D'ora in poi, sempre eccellenza!... O Grand'ufficiale!
— Cos'è successo di nuovo?
Giacomo capisce, ma finge di non capire.
— Perchè, tanti titoli?...
— Perchè fate il cascamorto con la Sbirlingonia!
— Cascamorto, no!... — Giacomo sorride più che per le parole, per la fiera collera che esprime il bel musetto profumato e fresco, proprio come una rosa. — Sono gentile, come devo esserlo e niente di più!
Remigia batte i piedini, furiosa:
— Di più! Di più! Assai di più!
— È una signora...
— No, invece! È una brutta donna!
— È una signora vecchia!...
— È una brutta donna, antipatica!
Negli occhietti vivi, l'ira lampeggia tra le lacrime. Giacomo, per calmarla, cerca di mettere la cosa in ischerzo:
— Piccola cattiva!... Cattivissima!
— Non vi permetto più di dirmi piccola! Mai più! Capite? — Fa una smorfia e parla nel naso, per imitare missis Eyre. — Proibitissimo!Defendu!Werboten... eForbidded!
Giacomo vuol trattenerla, ma Remigia se ne va, voltandogli le spalle furiosamente:
— Antipaticissimo, Grand'ufficiale!
Il D'Orea continua a scherzare, a far la burletta, ma, assolutamente, non vuol cedere all'antipatia, al capriccio di Remigia. Anzi, vedendo missis Eyre fatta segno con maggiore accanimento ai dispetti e al ridicolo dalla duchessina e dai suoi amici, si sente lui in obbligo di mostrarsi, con la vecchia signora, sempre più amabile e rispettoso.
La duchessina, così viziata dalla madre e dalla sua corte, al sentirsi per la prima volta contrariata, s'impunta sul serio, e sul serio e non per ischerzo, finisce con l'odiare «la vecchia strega antipaticissima!» — tanto più, poi, che missis Eyre, a sua volta vendicativa e imprudente, abusa della vittoria con l'esagerare le arie d'importanza quando parla troppo ad alta voce col suo «caro onorevole» e le occhiate di sfida e di disprezzo.
L'Idola freme. Freme da sola e freme in mezzo a' suoi sudditi, ch'ella chiama a raccolta per sfogarsi, dicendone di cotte e di crude contro Sua Eccellenza, non più Molinella, ma peggio, Eccellenza Mortadella!
È rabbia, è dispetto, ed è, insieme, amarezza e dolore. Non è solo per missis Eyre che Remigia soffre e vorrebbe spuntarla; è per tutto il resto... assai più importante! Ella comincia a temere di aver perduto tutto con Giacomo, anche la speranza di un don Luciano secondo!
Certo! Certissimo! S'ella non riesce ad avere il D'Orea dalla sua, nemmeno di fronte a una qualunque vecchia stracciona, è chiaro che tutta la sua tattica, — ele lezioni ditenniscompreso — hanno fatto fiasco!
— Mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia innamorato, sul serio, di mia sorella?... In tal caso, addio! Abbasso Sua Eccellenza! Evviva Totò!
— Ah,mon Dieu! Mon Dieu!... Tornar da capo a girare i mari, i monti, i laghi!
E Re Faraone?...
Marco Danova si sfoga, adesso, con Mimì Carfo. — La vostra amica è cattiva, leggera, civetta... — Anche il barone la chiama civetta... proprio come il buon Totò! Ma il barone, per altro, è sempre lì, fermo: ringhia, ma aspetta. Minaccia tutte le mattine di voler partire la sera e viceversa, ma non si muove! Sir Wood se n'è già andato con le sue racchette, Lothar Schmidt col suo album,monsieurMalot col suo mazzolino diedelweiss, tutti e tre sorridendo a denti stretti e indirizzando alla duchessina «futura ministressa» congratulazioni e felicitazioni ironiche... Ma il barone non si muove. Resta a Villars bestemmiando contro i barometri falsificati quando piove, e strapazzando il signor Trüb per il freddo quando fa bel tempo!
— Se proprio proprio fosse un bel fiasco? — pensa Remigia fra sè. Ad ogni modo da cosa nasce cosa e bisogna venire ad una spiegazione con Sua Eccellenza prima che anche Re Faraone batta in ritirata!... — Con le cattive non si riesce a vincere la Sbirlingonia?... Tentiamo con le buone!
Vincere, questo è l'importante! Remigia sente che in quella piccola scaramuccia contro missis Eyre ella ha già ingaggiata anche la sua grande battaglia contro Maria.
— Contro mia sorella?... Che Sua Eccellenza sia proprio innamorato di Maria?...
Giacomo, da qualche giorno, assiste solo, con Remigia e col signor Trüb, ai pasti diDineDon. Oltre al Bell'Apollo, amonsieurMalot e a Lothar Schmidt, molti altri giovinotti e giovinetti, hanno ormai abbandonato Villars; e i pochi rimasti, seguono l'esempio del barone Danova: per vendicarsi della duchessina italiana, che sta sempre col deputato e che non si occupa più di nessuno, altro che del deputato, fanno tutti una grande corte a Mimì Carfo... e, persino, aMademoiselle!
Soltanto il povero Totò, diventando più pallido ogni giorno, e più stravolto, rimane fedele anche vedendosi trascurato e dubitando di essere tradito. Soffre solo e in disparte, seduto a digerir le lune, su di una panchina solitaria. Non parla, non mangia, non beve, e con la pipa, sempre stretta fra i denti, non fuma.
MentreDineDon slappanoallegramente, il signor Trüb vanta il clima di Villars e non più il fresco delizioso, ma il tepore ricreante della miglior epoca della stagione, dal quindici di settembre al quindici di ottobre, poi, finito il pasto se ne va, e Giacomo e Remigia conducono i due cani a fare il solito giro in giardino.
Remigia è malinconica; ha l'aria mortificata. Cammina adagio, a testa bassa e sospira.
— Partiremo presto da Villars? — domanda a un tratto, con un fil di voce, senza alzare il capo.
— Non so, risponde Giacomo. Luciano non si fa vivo! Il signor Zaccarella gli ha scritto apposta per domandargli in proposito le sue istruzioni e potersiregolare. Ha risposto chiedendo ancora danaro e niente altro.
Remigia, dopo qualche passo in silenzio, fa un nuovo sospiro.
— Ormai... desidero, quasi, di partire da Villars.
— Perchè?...
— Così!... — Dà una lieve alzata di spalle e si ferma su due piedi, guardando lontanoDineDon, che si rincorrono a salti e fanno le capriole nell'erba alta e folta.
— Perchècosì?— insiste Giacomo. — Che cosa volete dire?
Remigia dà un'altra alzata di spalle e aggrotta le ciglia, continuando a guardareDineDon. Ha un'espressione tanto graziosa e birichina, quando vuol tenere il broncio!... Giacomo, la piglia lui sotto braccio:
— Si fa la pace?...
Riprendono a camminare passo passo attorno alle aiuole del giardino, lui guardandola sorridendo, lei sempre a capo chino e seguendo con gli occhi obliqui la corsa disperata diDineDon.
— La Piccola carina, la Pïccola simpatica, è in collera con chi vorrebbe diventare il suo vice-papà?..
— Non dite che sono carina e soprattutto non dite che vi sono simpatica! Non è vero!
La voce non è irata; è tenera con un velo di lacrime... È la stessa voce di Maria!
Giacomo chiude un istante gli occhi, per illudersi e, irresistibilmente, stringe sotto il suo il braccio della fanciulla.
— ..... Si fa la pace?
Remigia volge su di lui gli occhi lucenti:
— Siete stato cattivo, cattivo! Tänto cattivo!
— E voi, forse, non siete stata altrettanto crudele, — Giacomo per burlare Remigia fa pure una lunghissima dieresi, — tanto crudële con la povera missis Eyre?
— Ma, in compenso, ha la vostra protezione! È nelle vostre buone grazie! È un onore che la rende più insolente e prepotente!
— Con missis Eyre, io non sono altro che... educato! Quando mi parla, rispondo.
— Con un'effusione! Con un'amorevolezza!...
Giacomo scoppia in una risata perchè vede che alla Piccola cominciano a spuntare le lacrime.
Remigia si ferma dinanzi a Giacomo, faccia a faccia, e afferrandogli una mano, gliela stringe supplicandolo:
— Cessate i vostri lunghi e teneri colloqui con quella bruttissima donna! Prego! Prego!... Vi prego!
— E voi, in compenso?...
— Prometto: inviolato ilTimes, incontrastato il possesso della sua poltrona, indisturbata la siesta e i pisoletti...
— EDineDon?
— Piùciostraal terzo piano! Prometto e giuro!
Il D'Orea sorride mormorando:
— Piccola birichina! Idola... guastata!
Incomincia, tra il serio e il faceto, a fare la sua brava paternale, avviandosi, sempre passo passo, verso la parte più ombrosa del giardino, che si unisce al bosco e dove c'è un piccolo capanno alla rustica, nascosto fra gli abeti. Il sole che rompe la nuvolaglia spessa è scottante; l'aria pesantissima.
—Mon Dieu! Mon Dieu!Con questo caldo, sentirla predica per gli omaggi dovuti a missis Eyre! Almeno andiamo all'ombra!
— Andiamo pure all'ombra e sarà bene; ma dovete ascoltare la mia predica, ispirata da carità del prossimo. Pensate che la vostra vittima è una povera vecchia, sola, senza difesa, ridicola quanto volete...
— Antipatica! — interrompe Remigia. — Odiosissima!
— Antipatica sia pure!... Ma perchè, anche odiosissima?
— Perchè, perchè, perchè?... — Un lungo sospiro e un abbassar d'occhi peritoso. — Si può, forse, comandare ai sentimenti del proprio cuore? — La fanciulla, con una scrollata di testa che spande una ondata di profumo e dà un barbaglio di luce bionda, si fa forte e scaccia i pensieri che la turbano. — Entriamo un minuto a riposare? — Indica la capannuccia all'ombra degli abeti.
— Vuol piovere, per quanto il signor Trüb dica di no! — Giacomo segue Remigia tra gli abeti, entra nel chiosco dietro di lei e le siede accanto traendo un respiro.
— Ah! Si rivive!... Si riposa un po' anche la vista!
DineDonarrivano di corsa, schivando appena, sfiorando, il fusto degli abeti, e si lascian cadere di peso lungo distesi dinanzi al piccolo usciolo, ansimando in fretta, con la lingua fuori, penzoloni.
— Povere bestie! — esclama il D'Orea. — Hanno fatto il chiasso come due monelli!... Non ne possono più!
Remigia non risponde. Osserva un rozzo e curioso geroglifico inciso sul troncone di cerro che sostiene, nel mezzo, il tetto della capanna: due cuori trafitti da una freccia e sotto un'iscrizione:
«C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte.».
Remigia legge lo scritto, a mezza voce, poi si rivolge a Giacomo:
— Che cosa vuol dire?
L'altro osserva a sua volta l'incisione e l'epigrafe:
— Vuol dire... l'amore! È chiaro! Due cuori attraversati da una freccia! Amore! Amore! — Poi, per mitigare la vivacità delle sue parole, e in omaggio al candore della fanciulla, si crede in obbligo di soggiungere, prudentemente: — È il ricordo di una passeggiata poetica di due giovani sposi.
Remigia, rimasta pensierosa, rilegge l'iscrizione con un tono più lento e più languido.
—C'est de Dieu qu'il sort, à lui qu'il remonte.— Conclude ripetendo con un lungo sospiro e una lunga dieresi la grande parola: — Amöre!
Intanto, gli occhi e il pensiero di Giacomo, involontariamente escono dalla capanna e cercano fra i tronchi e i rami la bella figura bianca, alta e gentile...
— Ahmon Dieu!— esclama Remigia a un tratto spaventata, correndo a nascondersi, a rannicchiarsi nell'angolo più buio della capanna: — Re Faraone!
— Perchè vi spaventate e perchè vi nascondete? — osserva il D'Orea, pur chinandosi a sua volta, con un moto istintivo.
— Se ci vede?... Se ci vede nella capanna?... Noi due insieme?... Soli?...
— Anche se ci vede, che importa? — ribatte Giacomo vivamente.
Ma Remigia, invece di calmarsi, è sempre più spaventata:
— Ci ha visti! Ci ha visti! Sono sicura! — Si tiene giù, acquattata, per terra.
L'altro comincia a seccarsi di tutta quella paura sciocca.
— Che importa, ripeto, anche se ci vede?... Che male c'è?
Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.
In quel punto non c'è altra strada, per tornare allaTête-pointue!E ancheDineDon, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno, abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.
— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.
— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!
Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiamaDineDoncon quanto fiato ha in corpo:DineDonritornano, frullando il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.
— Che balordo!... E che villano!
Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, chepuò essere sua figlia? Che considera come sua figlia?...
—Ah mon Dieu! Mon Dieu!
— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova, si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!
Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era avvolto attorno alla vita e legaDineDonche fiutano la burrasca e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.
— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...
Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi folti, tenendo al guinzaglioDineDon. Giacomo la segue, sempre brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel modo!
Ritorna a sfogarsi contro Remigia:
— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento, bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!
Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con le due mani, tantoDineDontirano forte per trascinarla verso l'albergo.
— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...
Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dallagiustezza dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si mostra ancor più nervoso.
— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un grande villano!
DineDondanno una forte strappata al guinzaglio facendo voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani, allungando, stirando le braccia.
— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.
Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.
A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco, entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro, chiamandola:
— Idola!... Idola cara!
— Addio, mammà!
— Finalmente!...Mademoiselle, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!
— Sono stata nel bosco, mammà, conDineDona cercare i fiori di genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!
— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola, l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè sei andata così lontano?... Sola soletta?...
La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quelpunto, esce dal bosco e si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio che Remigia aveva dimenticato nella capanna.
La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il rimprovero di una madre... e di una tal madre!
Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggireDineDonche prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano, continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.
— Mammà?... Sei in collera?... Oh, mammà!...
La duchessa accoglie la figliuola fra le sue braccia, ma non risponde a quel grido disperato. Le dice soltanto con severa maestà, lanciando al D'Orea un ultimo, terribile sguardo:
— Ritorniamo all'albergo. Ne parleremo poi. Ora è troppo tardi. Bisogna che tutta la gente dell'hôtelci vedano insieme a colazione. Andiamo.
Madre e figlia si avviano verso laTête-pointue.
— Ma... — Giacomo vorrebbe fermarle, spiegarsi, giustificarsi. — Ma... Spiegare che cosa? Giustificarmi di che cosa? — Resta lì, su due piedi, impacciato e seccato — assai seccato — a pensare, a riflettere. — Niente... di niente. Non ho niente da spiegare, non ho niente da giustificare!... Sono andato a spasso come tutte le altre mattine con la Piccola e con i cani. Che cosa c'è?... Che male c'è? Perchè la vecchia ha fatto quella faccia? Perchè mi ha fissato con quegli occhi?... E il Danova? Perchè quel balordo del Danova ha finto di non vederci?...