V.
Giacomo D'Orea, dopo aver prese con il Presidente del Consiglio e con gli altri suoi colleghi tutte le disposizioni necessarie per le sedute della Camera e del Senato, trova ancora una mezz'oretta di tempo e fa una scappata all'albergo di Roma, a salutare sua moglie.
Più che un piacere, è per Giacomo uno scrupolo di compitezza e forse, chi sa?... anche di coscienza, tant'è vero che quando sente da Mimì che Remigia non c'è, prova un senso di sollievo.
— Non c'è?... Come mai?... Dov'è andata?
— È venuto don Luciano, e l'ha condotta a colazione alGrand hôtel!
Mimì Carfo, si accorge che a udire il nome del fratello, il signor D'Orea si rannuvola e si affretta a difendere l'amica.
— Don Luciano ha tanto insistito... e anch'io! Con le camere sossopra, non aveva nemmeno un posto da sedere. Don Luciano, voleva condurla in automobile fino a Porto d'Anzio, ma Remigia s'è perfino arrabbiata! Desidera tanto di vederla e d'abbracciarla, signor D'Orea!
Il salotto è messo in bell'ordine: i ritratti di famiglia, quello di Giacomo, della duchessa Cristina, del principe di Sant'Enodio, di Maria Grazia sono tutti a posto. Giacomo si lascia cadere, come affranto, sopra una poltrona e i suoi occhi, involontariamente, si fermano sul ritratto di Maria.
La contessina Carfo, ancora un po' rossa per tutte le bugie che ha detto, si avvicina a Giacomo, gli prende la mano e gliela stringe forte, replicatamente.
— Dunque, Eccellenza, posso anch'io congratularmi? Con tutto il cuore e con tutta l'ammirazione che sento per lei?...
Giacomo si scuote, balzando in piedi.
— Di grazia, contessina Mimì! Risparmi le felicitazioni e l'eccellenza! Mi dia invece dell'imbecille e mi faccia le condoglianze! — Si apre l'uscio; si volta: — Oh, bravo, il caffè!
Siede di nuovo sulla poltrona pallido, ansante per l'improvviso accesso d'irritazione, aspettando muto, gli occhi fissi, che il cameriere deponga il vassoio sopra un tavolino e se ne vada. Il caffè lo ha ordinato nel salire. Subito che Mimì glielo versa, ne ingoia due tazze, avidamente.
— Vede, buona e cara signorina?,.. Sto in piedi a forza di caffè e di tè. Ma sono... galvanizzazioni usuraie, come dice, ammonendomi, il dottor Davos!
Mimì, intanto, l'osserva con una stretta al cuore: è pallido, smunto, ma con gli zigomi accesi e con la fronte madida di sudore. Ha le occhiaie gonfie, con le borse; le tempie vuote.
— Come mi trova? — domanda vedendosi osservato. — Molto giù, non è vero?
— No! No! — La giovine, ha nuove vampe di rossore. — Si vede soltanto, che è molto stanco! Si capisce, del resto, col grande lavoro di questi giorni! Ma, fortunatamente, la Camera si chiude, non è vero? Ella potrà prendersi un po' di vacanza e si rimetterà presto. E poi, deve far bene anche sentirsi l'animo contento, avere il cuore pieno di soddisfazioni!
— Oh, contentissimo! E le mie soddisfazioni... — Giacomo s'interrompe con un sorriso amaro; — oh! le mie soddisfazioni sono addirittura straordinarie!
— Signor D'Orea! — replica Mimì vivamente. — Non dica così! Non sia tanto ingiusto con sè stesso e con gli altri! Non è una soddisfazione grandissima il vedere come tutti le vogliono bene e come tutti la stimano?
Giacomo scatta di nuovo alzandosi, pestando i piedi.
— Mi stimano un minchione!... — Oh, scusi, signorina, ma a brutte cose, brutte parole! — E la prova di essere ciò che sono, l'ho data io stesso, accettando un portafoglio, al quale neanche sono adatto, in questo momento, in queste condizioni e con questi uomini! — Giacomo finisce con l'alzar troppo la voce, diventando a mano a mano sempre più concitato e più nervoso. — Che cosa sono io?... Vuole che glielo dica?... Io sono l'uomo «che non sa più dir di no!» E non lo ero! Non sono nato imbecille!... Ero un uomo forte, tenace, persino testardo! Io avevo una volontà e arrivavo a qualunque costo dove volevo e dovevo arrivare! Sì, sì! Ero proprio così! Sembravo un timido, ma ero timido soltanto in società; con le signore!
— Si calmi!.. Si calmi!... — balbetta la Carfo inquieta, quasi impaurita. Non ha mai veduto il signor D'Orea infuriarsi, diventare così pallido e stravolto. Ma Giacomo non l'ascolta nemmeno. Continua a girare su e giù, a pestare i piedi, a gridare.
— Non ero timido con gli uomini, con i miei colleghi, con i miei avversari!... E con le canaglie, sono sempre stato forte, persino violento! Doveva sentirmi allora, signorina, alla Camera, negli Uffici, in Consiglio!... Allora sì, ho avuto la forza e il coraggio di piantare in asso il Governo e di mandare il Ministero a gambe all'aria piuttosto di cedere e di piegarmi a transazioni! Ma oggi... oggi sarà l'anemia, la nevrastenia, sarà il cuore che funziona male, oggi... sono un debole.
— Non dica così! — La contessina Carfo gli torna a prendere la mano, a stringerla fortemente. — Non dica così!
— Mi lasci sfogare!... Sto meglio dopo; mi fa bene! Lei, vede, lei signorina, mi ha conosciuto tardi, quando non ero più io, quando ero già diventato l'uomo «che non sa dir di no»!... A Villars? Si ricorda?... Non sapevo dir di no alla sua amica per il giuoco deltennis... e a Roma, non ho saputo dir di no al Quirinale!
Mimì chiude anche il secondo uscio del salotto e cala la portiera. Giacomo capisce di essersi lasciato trasportare e torna a buttarsi sulla poltrona avvilito e spossato.
— In questi giorni, quanti me ne hanno fatto ingoiare di bocconi amari!... Per ciò, l'irritazione che ho addosso! — Giacomo, così dicendo, si contorce dolorosamente, come se la sentisse serpeggiare e correrelungo la spina dorsale. — Quanti bocconi amari, infilati tutti sulla grande forchetta del bene indissolubile della Patria e delle Istituzioni!
— Lei ha dato un nobile esempio di abnegazione...
— Ho dato un esempio pessimo di mancanza di carattere!
— Ma non sa...
— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre parlare!
Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta, tendendo le mani giunte, supplichevoli.
— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!
Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.
— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non sa più dir di no!
Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a Mimì, seriissimo, torvo:
— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?... La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla testa!
— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea, — balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di rimprovero.
Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando piano, ma risolutamente:
— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella, nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai,mai, che, disgraziatamente, io sono ministro!
Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra smorte, tremano convulse.
Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!
— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente, la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questoavesse a succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglieipso factoa Pontereno o anche molto più in là!
... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di vesti...
— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta, felice, beata!
— Di che cosa?
Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita espansione.
— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!
Giacomo ha paura che sua moglie incominci con le felicitazioni e i complimenti; però, soggiunge, per cambiar discorso:
— Dunque, hai fatto colazione alGrand hôtelcon Luciano? Io ho avuto appena il tempo di bere un po' di tè e mi scuserai se non ti sono venuto incontro. Del resto, che io sarei stato molto occupato in questi giorni, lo sapevi già.
— E io non ti ho fatto nessun rimprovero. Ho trovata la cosa naturalissima; non è vero, Mimì?
— Certamente, naturalissima! — risponde l'eco sicura.
— Chi è al sommo... della cosa pubblica... Chi ha da reggere... il timone dello Stato...
Sua Maestà Remigia Iª avrebbe in animo di fare un bel discorsetto, ma Giacomo l'interrompe.
— Hai trovato qualche persona di conoscenza alGrand hôtel?
— Sì! C'erano moltissimi amici nostri.
Giacomo la fissa, scrollando il capo.
— No, no, amici nostri! Quando parli di moltissimi amici, devi diremiei, cioètuoi!Io ne ho avuti due soli, in vita. Uno è morto e l'altro è al Transvaal!
Mimì vede che Remigia comincia a spazientirsi e la tocca pianino nel gomito.
— Ho fatto colazione con Quanita.
— Quanita?... Chi è?
— La della Gancia.
— Ah! Ah! La dama d'onore della Regina. E c'era anche il marito fedele... ai Borboni?
— Sì.
La buona Carfo continua a guardarla, a supplicarla, e Remigia si fa forza.
— Oggi abbiamo combinato di andare alla Camera.
— Alla Camera?
— Quanita, per poter stare insieme, invece di andare nella tribuna di Corte verrà con me in quella del Corpo diplomatico.
— A che fare alla Camera?
— A sentirti parlare!
— Io non parlo, — borbotta Giacomo stizzito.
— Allora... per vederti tacere! — Remigia scatta con impeto. Non ne può più! — Ma che hai? Che cosa ti ho fatto?... Si può almeno saperlo? — Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime, e di riscontro anche quelli di Mimì.
Giacomo prende in mano il cappello a cilindro, che ha messo sopra una seggiola, e comincia a lustrarlo con la manica.
— Niente, mi hai fatto! Che cosa vorresti avermi fatto?
— Ma sì! Mi parli... soltanto per contraddirmi e per strapazzarmi! Fai certi occhi, guardandomi, come se mi volessi mangiare! Vorrei almeno sapere che grave colpa ho commessa! Forse perchè sono andata a colazione con Luciano?... Di' la verità: ti ha fatto dispiacere?
— A me? — Giacomo si stringe nelle spalle. — Nè piacere, nè dispiacere. È cosa, del resto, che tocca più te che me e le cose vanno prese... come si sentono. Luciano, marito di tua sorella, è saputo e risaputo, che è a Roma per... Sai bene per chi, e tu trovi la cosa indifferentissima! Anzi, Luciano ti diventa sempre più simpatico! Accetti i suoi inviti; dividi con lui le emozioni automobilistiche... Benissimo! Ciò è affar tuo, ti riguarda, e risponde perfettamente al tuo modo di sentire.
Il cappello è diventato lucido come uno specchio, ma Giacomo continua a fregarlo e a lustrarlo, mentre dagli occhi irati di Remigia spariscono le lacrime. Mimì cerca di abbracciarla, di accarezzarla. Ella non ne vuol sapere:
— Lasciami stare! — Si avvicina a Giacomo, gli strappa il cappello di mano e lo butta sul canapè. — Ho capito! Si sa! Doveva entrarci mia sorella! Sempre mia sorella!
— Remigia! Remigia! — mormora sottovoce la Carfo spaventata. Ma Remigia non l'ascolta più e continua, ironica a sua volta:
— Del resto, mia sorella non è sola a Fiumicino! Ha la buona, ha la cara compagnia della zia Gioconda, con la quale se la intende... a meraviglia!
Giacomo fa un passo, lanciando contro la moglie un'occhiata terribile:
— E con ciò, che cosa vorresti dire?... Che cosa vorresti insinuare? Se mia cognata ha dell'affetto ed è piena di riguardi per nostra zia, tu, invece di... fare come fai, dovresti cercare d'imitarla!
— Già! Già! — ribatte Remigia più forte. — Il grande modello! Dovrei imitare il grande modello! Ma... come si fa?... Tutti non possono avere le doti, le virtù, la grazia, la soavità di una così perfettissima... perfezione!
— Senti, Remigia. — Le labbra umide di Giacomo battono convulsamente. — Io ho bisogno, almeno in casa mia, di tutta la quiete possibile. Spero... Voglio sperare che non sarai venuta a Roma per tormentarmi, per avvelenare anche i pochi momenti che posso avere di riposo... Sarebbe troppo! Ah, vivaddio, sarebbe troppo!
Remigia ha uno scoppio di pianto. Non per paura, nè per dolore; anche lei per dispetto e per ira.
Giacomo, alla vista delle lacrime, corre a prendere il cappello afferrandolo furiosamente per andarsene; poi torna vicino alla moglie squadrandola bieco. Mimì, sbigottita, cerca di frapporsi; egli l'allontana con la mano, mentre si curva su Remigia parlandole quasi all'orecchio:
— Ho sempre creduto poco alle tue lacrime. Oggi, non ci credo più. Puoi risparmiarle. Sarà tanto di guadagnato per tutti e due! Ti saluto! — Quando passa dinanzi a Mimì, le dice — buon giorno! — senza fermarsi e se ne va sbattendo l'uscio. Ma rimane assente solo pochi minuti. Ha capito di essersi lasciato trasportare, di aver avuto torto ed è pentito.Entra, e si ferma sulla soglia dell'uscio un po' confuso, guardando le due giovani signore e scrollando il capo con tristezza grande. Mimì continua ancora a singhiozzare. Remigia pallida, con gli occhi torvi, è tutta fremente e vibrante di collera.
Giacomo si avanza lento, passo passo, e si ferma dinanzi alla moglie, curvo, le braccia penzoloni, in atteggiamento umile, di scusa:
— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà; speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante, bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto, ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!
Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima,le escandescenze di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.
— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita che le verrà raccomandato.
— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un rimedio contro la mia... cattiveria!
Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?
— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande divertimento!