XI.
La della Gancia chiama l'avvocato Berlendis e lo fa salire nella propria carrozza e così, con un cenno assai espressivo, anche il marito.
— Bisogna essere compiacenti con gli amici che lo meritano! — bisbiglia sorridendo.
In fatti Remigia aspetta a fare le sue rimostranze che il marchese sia ben seduto nel landò, in faccia a sua moglie.
— Marchese Pio!... Marchese Pio!... Non vi permetto di abbandonarmi!
— Rassegnati, cara! — risponde Quanita. — Per questa volta siamo già tutti a posto!
— Il marito con la moglie?... Non ci sta! Non è conveniente!
— È così breve il tragitto! Non daremo scandalo! Al Costanzi! — ordina la marchesa, alzando il capo verso il cocchiere.
— Al Costanzi! — ripete il generale, più basso e più in fretta, al servitore di donna Remigia che chiude lo sportello.
I cavalli della marchesa nitriscono e scalpitano: le due carrozze partono al trotto.
— Ah,mon Dieu!... Quanita, ha capito tutto!
Il generale, seduto accanto a Remigia, la fissa con malinconia e con amarezza:
— Capito?... Che cosa?
Remigia accenna ripetutamente di sì, abbassando gli occhi sul ventaglio che tiene chiuso fra le mani:
— Capito!... Capito!...
Il D'Entracques fa un sospiro doloroso:
— Può aver capito... di me; cioè che io sono perdutamente inn... — S'interrompe e prosegue con un sorriso ironico. — Un imbecille! Ma di lei?... Niente. Oppure che si diverta a prendere in giro giovani... e non più giovani!
Remigia s'imbroncia, ma il visetto diventa ancora più delizioso.
— Se è una confessione, non è certo un complimento!
— Alla mia età innamorarmi... Sono matto! Sono diventato matto! Al Ministero non fo quasi più niente, altro che strapazzare!
— Questo... perchè?
— Perchè è da matto un amore senza speranze e pieno di gelosia!
Remigia abbassa il capo e rimane muta, immobile, come trafitta da quelle parole. Poi con la piccola mano inguantata si nasconde e si preme forte gli occhi:
— Ah! Mio Dio! Mio Dio!
Il generale la guarda.
— Piange?
Remigia preme più nervosamente la mano sugliocchi, poi la lascia cadere abbandonata sulle ginocchia.
I suoi occhi luccicano nell'ombra.
— Piange?...
— Mi ha dato un gran dolore! Potevo illudermi, ora no, più. Ora no, più, tutto l'incanto è rotto!
Il generale non capisce bene, ma si sente commosso ed è pentito di aver parlato. Quella donnina, così giovine e fragile, lo turba con tutto ciò che ha di ignoto e di arcano l'innocenza e la verecondia.
Ella, sempre china, continua con la voce dolorosa e tenera che, a poco a poco, dal cuore, penetra nei sensi del D'Entracques:
— Ero così felice!... Beata!... Speravo, credevo di aver trovato ciò che tanto sognavo! Un'amicizia a cui avrei potuto affidare e confidare tutto dei miei pensieri e de' miei dolori, delle mie debolezze... e anche delle mie buone qualità! Un'amicizia fatta di tanta bontà e di tanta tenerezza! Un'affezione sincera, grande e una protezione, una sicurezza, per me, quando, pur troppo... devo guardare dinanzi a me, nella mia vita! E anche oggi... Sola sola! Mio marito?... Sono così poca cosa io per mio marito!... Mammà?... Lo zio Rosalì?... — Voglio illudermi, ma non posso sempre illudermi! Sono buoni, due tesori, mi adorano... ma sono esseri... — sospira, abbassa ancor più la testolina malinconica mentre giuoca nervosamente col piccolo ventaglio luccicante di miche. — Sono esseri superficiali, figure, all'atto pratico, semplicemente... decorative! Mia sorella?... Sarà colpa sua, sarà colpa mia, o colpa di tutte e due, ma non andiamo d'accordo. Dunque... subito, appena l'ho veduto, appena l'ho conosciuto, mi sonoattaccata a lei... — Alza gli occhi e lo guarda dolcemente. — Sì... lei... tutto... e tutta l'anima, ma nel bene! Per consigliarmi, per difendermi... per trattenermi... Dio mio, ma che il bene... sia proprio un sogno inafferrabile?
La carrozza comincia la salita di Via Nazionale; il Costanzi è vicino: bisogna far presto. — Sì... balbetta rauco il D'Entracques, commosso, sincero. — Dimentichi... tutto ciò che ho detto! Avrò per lei un'affezione grande, eterna, ma sicura, leale... Sì, sì, anche della mia pazzia... guarirò! In me, lei avrà sempre, ciò che ha desiderato, sognato: amicizia, protezione, difesa... È contenta?
Pare di no. Remigia fa un altro sospiro: un grosso sospiro che sembra le venga dall'anima oppressa. Ella mormora con le parole rotte da un singulto:
— No! No! Non è bella la vita... e non è facile!
In quel punto la carrozza, che segue sempre il landò della marchesa, svolta in vista del Costanzi illuminato.
La carrozza della marchesa si ferma dinanzi al portone del teatro: si arresta subito anche quella di Remigia.
Il generale salta a terra, prima ancora del servitore. È pallidissimo, stravolto. Remigia preme la mano ch'egli le porge, assai marcatamente, con un rapido sguardo di tristezza e d'angoscia, poi subito, bianca e leggerissima, vaporosa, alzando la voce allegra e festante come un canto di primavera, si avvicina agli altri che l'aspettano fermi dinanzi al teatro.
— Grazie, marchese Pio! Bravissimo caro avvocäto!Si scrive e si dice di venire a Roma soltanto per me e alla prima occasione mi siete infedele. Dirò anch'io come il conte Gambara, cattivino, cattivone!
Tutti ridono, meno il D'Entracques, ed entrano insieme in teatro.
La sala è affollata, ma sta per finire il primo atto, e nel vestibolo, per le scale, nei corridoi, non ci sono che i portieri e gli inservienti.
Il D'Entracques accompagna le signore fino al palchetto dove le ringrazia e le saluta, promettendo di ritornare più tardi. Egli, quando il custode ha aperto l'uscio del palco, s'è tenuto indietro per non essere visto da quelli di faccia.
Missis Britton, è in teatro: il D'Entracques, per poter tardare, aveva addotto la solita scusa del Ministero. Aspetta girando su e giù nei corridoi che l'atto finisca prima di presentarsi a lei, che già sarà indispettita e nervosa per quel ritardo.
Ripensa a donna Remigia: che strana creatura!... È buona? È cattiva? Ora ha tanta espressione, tanta tenerezza negli occhi... Ed ora tanta spensieratezza, tanta leggerezza!... Rivede il suo viso melanconico, sente le sue parole dolorose: — No!... Non è bella la vita e non è facile!... — Poi soggiunge, mentalmente: — Non è facile e non bella per me! Diventar matto è sempre una disgrazia!... Diventar matto per una donna è una disgrazia ed è una colpa!
— Quella vita di piccole menzogne, di continui sotterfugi è così penosa per il suo carattere e per la sua coscienza!
— Devo sempre inventare, trovare scuse, pretesti, come unacocotteche ha un amante da tener nascosto al suo protettore!
E lo stanca e lo angoscia l'intima lotta che deve sopportare dentro di sè tra la nuova passione che lo turba e lo travolge e l'antico amore non ancora del tutto sopito e che si ridesta nel rimpianto e nel rimorso, quando è solo e quando dubita.
Remigia, appena nel palchetto, abbraccia Guendalina, — cara, tesoro, amöre! — e stringe la mano al Paparigopulos, che ha dovuto accompagnare la principessa perchè il principe è a letto con la lombaggine, causa le esercitazioni militari. Poi esclama subito, prima ancora di guardare Fanfan:
— Ah,mon Dieu!Com'è bella!
Remigia non vuol sedersi avanti; fa passare Quanita al parapetto. Ella resta in piedi in mezzo al palco per meglio vedere e farsi vedere. Si muove, parla, ride, gestisce con grazia, cerca fra le poltrone, trova subito il naso del Gambara, che l'ha già presa di mira, e in quel momento che il D'Entracques non può vederla, e con la scusa di accomodarsi il cappellino, gli concede una lunghissima e tenera occhiata di consolazione.
Si fa dare il cannocchiale; si mette davvero a fissare Fanfan.
— È proprio bella!... È una bellissimaManon... E canta anche benis...
Ahi!Manoncresce, per troppa anima, nell'ultimo grido di amore e di speranza e l'atto finisce con una grande stonata e fra un subisso di applausi.
Il pubblico della platea e delle gallerie applaude Fanfan perchè rinfrescata dal belletto e nel graziosissimo costume diManonè assai bella e sembra ancora giovanissima. Le signore dai palchi e i frac delle poltrone, applaudono perchè ciò è moltochicedinota che si appartiene all'aristocrazia, essendo Fanfan l'amante di don Luciano D'Orea.
— Canta anche benino!
Il Paparigopulos approva in silenzio, aprendo la bocca e chiudendo gli occhi.
L'avvocato ripete la solita spiritosità molto nota a Bologna:
— Diremo, per essere precisi, che canta... bellissimo!
Guendalina, non bada alla scena: languida e stanca non fa che rosicchiare i cioccolatini di mandorla e odorare i fiori che le ha portato Paparigopulos. Quanita pure: ha altro in mente cheManone Fanfan! Ella cerca e cerca con l'occhialetto e col cannocchiale in tutto il teatro, ma non trova! È assai inquieta, non parla... A un tratto diventa di buon umore, non sta più ferma e si mette anche lei a rosicchiare cioccolatini. Il bel giovanotto dalla barbetta rossa, con una magnifica cravatta arancione, è entrato in quel punto nelle file dei posti riservati. Passa diritto senza salutare nessuno, urta chi gli capita contro i gomiti, e arrivato alla sua poltroncina, dà un colpo al sedile buttandolo giù con fracasso e vi si sdraia boriosamente.
Fanfan, intanto, è uscita a salutare una prima volta con gli artisti, poi una seconda volta con gli artisti e il maestro, poi sola, finalmente, tra un maggiore entusiasmo. Il pubblico la richiama ancora tre, quattro volte perchè ci prende gusto a vederla commossa a mandar baci, non più inchinandosi, ma allargando le braccia e stringendosele al seno con l'atto di abbracciar tutti, appoggiandosi al telone, quasi languente di felicità.
Remigia finisce col battere le mani anche lei. In quel momento non pensa più a Narciso Gambara e nemmeno al D'Entracques! Il suo pensiero corre da quel teatro, da quella donna raggiante, che trionfa, alla quiete silenziosa e buia di Fiumicino, a due donne così lontane da quel mondo, così sole e abbandonate. Una di esse è tanto infelice, eppure il suo ricordo basta ad infastidire Remigia.
— Com'è bella la Trécoeur! Bellissima! — Poi trova l'elogio nel quale tutti convengono, anche l'avvocato. — Intanto, dev'essere intelligentissima per fare quello che fa... dopo quello che ha fatto!
— Sua Eccellenza Leonida Staffa — bisbiglia il Berlendis sottovoce a donna Remigia, — è stato oltremodo gentile. Gran brava persona! Lavoratore!... Non aveva altro che un difetto: la repubblica! Utopie! Quarantottate! Anacronismo storico! — L'avvocato si fa più vicino all'orecchio della Duchessa, dandosi l'aria di essere addentro nelle segrete confidenze: — Leonida Staffa era addoloratissimo di non poter venire al Costanzi.. Mi ha detto di presentarle i suo omaggi, i suoi... — S'interrompe, si volta.
Narciso Gambara, che non ha avuto la forza di aspettare il terzo atto per farsi vedere nel palchetto con la moglie di Sua Eccellenza, apre l'uscio ed esita incerto, se debba entrare sì o no.
— Venga! Venga! Conte Gambara! — esclama Remigia allegramente. Missis Britton era proprio in un palchetto di faccia e da poco vi era entrato il D'Entracques.
L'avvocato si alza e cede il posto al giovinotto ringalluzzito, congedandosi dalla duchessa Remigia e dalle signore.
— Sono stanco e vado a letto! La ferrovia, il caldo specialmente, mi ammazza...
Narciso si volta, il naso si alza e lancia un motto spiritoso:
— Cioè, cioè! Vi liquida! Vi liquefa! Ma sì! Ma sì! Proprio così!
L'avvocato esce dopo essersi sprofondato in un inchino; Remigia ride, scherza col Gambara, si alza, vuol cambiare di posto, resta in piedi. Tutto ciò per il palco di faccia, nel quale finge di non guardar mai. Ad un tratto domanda ad alta voce:
— Sapete dirmi chi è quel giovane, troppo bel giovane, rosso... Ha un'enorme cravatta gialla...
Il Paparigopulos resta immobile, di sasso, compresa la barba. La Capodimare socchiude un momento gli occhi affaticati dalla troppa luce. Il silenzio è così profondo che si sente il fischiettìo leggero del marchese, che pisola in fondo al palco, tra le sciarpe e le mantiglie.
Remigia continua a fissare nella poltrona col cannocchiale e il Gambara diventa intempestivamente geloso.
— Dov'è? Dov'è?... Chi è?
— Nella terza fila delle poltrone!... Quasi nel mezzo... Io lo credo un mio segreto adoratore!... «Dovunque il guardo io giro...» me lo trovo dinanzi!
Narciso geme e fa una smorfietta di dolce rimprovero sfogandosi contro l'orribile cravatta; ma Quanita, invece, domanda a Remigia, distrattamente, con un piccolo sbadiglio:
— Chi guardi? Di chi parli?
Remigia le indica il giovinotto: la marchesa non riesce a vederlo. La Capodimare, dopo un'occhiata alPaparigopulos, si alza per cambiare di posto e far cambiare il discorso. Quanita vede delle amiche in un palchetto, le saluta, e continua a mandar loro dei sorrisi e dei cenni... Intanto missis Britton si fa venire il D'Entracques più vicino, gli dice, chinandosi, qualche parola all'orecchio... e anche Remigia non pensa più a Barbetta rossa!
— A lei, per sua quiete! — dice al Gambara sottovoce. — Guardi in faccia a noi. Quella signora così inverosimilmente bionda?... È l'America abbondantissima, scoperta da Sua Eccellenza D'Entracques! Con la scusa di indicarla a Narciso Gambara, punta lei stessa il cannocchiale e lo tiene ostinatamente fisso su missis Britton.
Nel palchetto, oltre a missis Britton, c'è un'altra signora assai più attempata, anch'essa dall'aria esotica. Sono accompagnate da un vecchio, — deve essere un diplomatico; certo un personaggio d'importanza, — con la faccia rasa, marmorea e pensosa che ricorda quella di Napoleone I.
Accanto a missis Britton, ma da essa un po' discosto, è seduto il generale D'Entracques, con gli occhi sempre rivolti verso Remigia. Ha l'aria cupa e sembra invecchiato.
— Bionda... inverosimilmente?... Perchè? Ma perchè? — gorgheggia il rorido Narciso, tenendo il binoccolo a cavallo del naso. — Io la trovo elegantissima!... Bellissima!
— Bella di sera! — L'Idola è seccata dall'entusiasmo di quel provinciale. — Di giorno è orribile! Una pittura a pastello! — Comincia il secondo atto; ella non sta più attenta allaManon, ma, invece, sempre al palchetto dov'è il D'Entracques.
Anche missis Britton, ad onta della sua calma, della sua freddezza matronale ha osservato ed osserva la D'Orea... Si volta verso il generale, lo chiama vicino, gli parla ancora sottovoce, all'orecchio: il generale, che s'è avvicinato di malavoglia, risponde con un'alzata di spalle allontanandosi di nuovo.
Evidentemente missis Britton è gelosa e il D'Entracques è seccato. Remigia, felice, per attizzare il malumore nel palchetto di faccia, si mette a ridere, a far l'amabile col Gambara. L'uscio si schiude appena: si mostra Luciano dalla fessura.
— Vieni! Vieni!... Congratulazioni!
Luciano non vuol entrare, non vuol farsi vedere dalla sala del teatro in quella sera di trionfo: per modestia.
Remigia corre lei sull'uscio del palchetto:
— È deliziosa! Un amore! E anche l'espressione, la passione, la scena,ben...nissimo!Come ha fatto?... È un miracolo!
Don Luciano sempre serio, ma con un velo di dolce compiacimento, approva e ringrazia. È convinto del miracolo, ed è altrettanto convinto di averlo operato lui!
La Capodimare, la della Gancia si voltano verso il D'Orea e l'una sentimentale, l'altra vivacissima, fanno pure i loro rallegramenti.
— Sa e sente ciò che dice!
— A me piace moltissimo! Sarà, non sarà una grande artista, a me piace moltissimo!
Il cavalier Paparigopulos, dal suo sedile, continua a inviare inchini gratulatorî al D'Orea, alzando e abbassando il capo, aprendo e stringendo le labbra, mentre il marchese Pio, svegliatosi allora, gli dà la mano esclamando:
— In gonnellino corto!... Con la parrucca bianca! È un capolavoro!
— E chebijoux!Uno splendore!
Anche Remigia torna al parapetto del palco, e dopo un rapido giro d'occhi per osservar D'Entracques e missis Britton, torna a puntare il canocchiale su Fanfan.
— ... Bellatoilette!Una meraviglia!
—MadameCroisard! — Don Luciano parla lentamente, con grande importanza. — Oggi a Parigi, non si parla che dimadameCroisard. Vedrete latoilettedel terzo atto! La principessa di Galles, l'ha voluta, tal'e quale! — Si arrabbia guardando verso la scena e borbotta tra denti: — Animale! — Poi, in fretta, fa un saluto per andarsene.
— Scappi via?
— Vado a dare dell'asino all'elettricista. Adesso doveva abbassare la luce e non sta mai attento...
Remigia è eccitata dal teatro, dal pubblico, dalla musica, dal palco di faccia. Gli grida dietro:
— AManön!... Rallegramenti sincëri!
Don Luciano, appena arrivato sul palcoscenico, dimentica la luce e l'elettricista. Fanfan, il viso rorido fra le chiazze del belletto, raggiante, scintillante di gioia e di gioie, rientra allora dalla scena, dopo due altre chiamate. È commossa, delirante.
Piange e ride. Abbraccia il maestro dei cori, l'impresario, il direttore di scena, abbraccia la cameriera... e in quella confusione abbraccia anche Luciano.
Giovanotti eleganti, maestri di musica, giornalisti le sono tutti d'attorno, complimentandola, ammirandola, quasi soffocandola.
Fanfan ringrazia i suoi buoni amici, ringrazia Roma, ringrazia la bella Italia.
— Oh l'Italia! l'Italia! La vostra Italia!
Don Luciano porta la constatazione del successo: un successo morale, più ancora di convincimento che di applausi.
— Le signore, poi!!... L'entusiasmo delle signore è straordinario!... La principessa Capodimare! La marchesa della Gancia, mia cognata... Mi hanno incaricato di farvi i loro rallegramenti!
— La moglie di Sua Eccellenza D'Orea? — domanda il critico delCorriere Romano, che sta scrivendo in fretta tutti quei nomi.
— Sì, la moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici. Mio fratello.
Don Luciano, socialista, non ripudia sul palcoscenico la sua parentela con il ministro. Anzi, tutt'altro, perchè gli conferisce autorità.
Fanfan, ch'è ancora sull'uscio del camerino, rompe la folla degli adoratori, attraversa di corsa il palcoscenico, chiamandosi dietro Luciano, e si mette per guardare da una spia del telone nella sala.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Guardate a destra...
Fanfan si curva, mette l'occhio al piccolo foro; Don Luciano approfitta della vicinanza e col braccio leggero le circonda la vita: Fanfan si divincola con un contorcimento serpentino e uno sguardo irato.
— Fatemi vedere vostra cognata!
— Il palchetto... il quarto dalla scena... Ci sono tre signore...
— Sì! Sì! Vedo!... Una, con i capelli incipriati... Che belle perle!
— Non è incipriata. Ha i capelli bianchi, davvero!
— Così giovane? Sta benissimo! È quella vostra cognata?
— No. Quella è la principessa Capodimare. L'altra.
— La bruna? Oh!... Che magnificisolitaires!
— No! Quella è la marchesa della Gancia! Quella in mezzo! La bionda!
Fanfan fissa attentamente Remigia, poi domanda a Luciano aggrottando le ciglia:
— Somiglia a vostra moglie?
Luciano risponde di no con un'alzata di spalle assai significativa e sprezzante, che rassicura Fanfan. Ella torna a guardare dal sipario, allegramente:
— Oh!Quelle est pétillante la petite blonde!
Luciano, guarda anche lui da una fessura:
— Quello che entra adesso nel palchetto... Lo vedete?
—Ce grand monsieur?...
— È il ministro della Guerra. Il conte D'Entracques!
— È il suo amante?...Tout le monde le dit!
Luciano fa un'altra alzata di spalle, ma con più indifferenza.
— Quella lì, non avrà mai un'amante... proprio davvero. Troppo incomodo.... e nessun divertimento!
— Caro voi!... Tutto il mondo lo dice!
— Allora... sarà. Ma in tal caso, non una passione! Viceversa.... una speculazione! — Fa il solito ghignetto e soggiunge: — Per il D'Entracques affatto passiva!
Il macchinista dà la voce:
— Largo, signori! Attenti!
Fanfan corre nel camerino a vestirsi per il terzo atto e Luciano si ferma in mezzo al palcoscenico a comandare e a brontolare, sorvegliando il cambiamento di scena.