XIII.

XIII.

Per quanto Remigia fosse andata a letto assai irritata contro il dottor Davos e assai inquieta per il timore di dover abbandonare tutto in un giorno, il potere, Roma e il D'Entracques, ella si addormenta quasi subito profondamente e dorme del suo buon sonno filato fino alle nove del mattino. Nè si sogna di quell'odioso socialista del dottor Davos, nè di suo marito, nè di niente che possa turbarla. Sogna, invece, diManone di miss Britton, che fa una scena di gelosia e di disperazione al D'Entracques.

Si sveglia, sorride, ma poi ha un sobbalzo: — Ah! Mio Dio! — Le vengono in mente il dottore e le dimissioni. Si rizza a sedere sul letto, si volta, e preme a lungo il bottone del campanello elettrico.

Entra subito Mimì, poi la cameriera che corre a spalancare le finestre!

— Buon giorno, cara!

— E così? — domanda subito Remigia rispondendo appena al tenero abbraccio dell'amica. — Giacomo come sta?... Sta male?

— No, no; ha dormito; s'è riposato. Anzi, il signor Gaudenzio dice che lo trova meglio del solito.

— Chiamalo! Chiamalo! Venga subito qui, da me! — Pare che il vecchietto, quella mattina, non abbia alcun odore di pizzicheria. — E fa chiamare il signor Zaccarella!

Mimì e la cameriera escono l'una dietro all'altra. Remigia resta seduta sul letto; infila una casacca, tutta gale, di seta rosa; si annoda al collo una sciarpa di trine, e dà una scrollata di testa. I capelli sono tutti a posto.

Rientra Mimì e la Carolina col caffè.

— Ecco Gaudenzio!

Eccolo in fatti, col suo cappello, il suo bastoncino, il suo cravattino azzurro e il solito sorriso.

Remigia si volta sul letto, si china verso di lui per parlargli. I capelli biondi scendono giù dal cuscino e la coprono tutta, le spalle e la vita.

— Dunque, Sua Eccellenza sta proprio bene? Non è stato altro che un disturbo di stomaco, affatto passeggero?... Sta benissimo! Meglio del solito?

Il vecchietto continua a sorridere, ma tentenna il capo mentre con una mano alza il cappello e con l'altra il bastoncino in segno di protesta.

— Dirò, dirò! Il disturbo, come disturbo, non ha lasciato conseguenze, tanto è vero che il signor D'Orea, se lei non lo trattiene, farà la grossa minchioneria di andare al Ministero. Ma da questo al benissimo... ci corre! — Il signor Gaudenzio stringe tanto le labbra, in segno dubitativo, da farle diventare bianche. — Uhm!... Qui, a Roma, non starà mai bene. La macchina è guasta e ha bisogno di olio e di riparazione. Cioè aria buona... e non far piùniente. Glielo dica anche lei, signora Remigia: è ora di chiuder bottega e di mettersi a riposo. Pensionato!

La signora duchessa lo saluta seccamente.

— Grazie. Vada pure!

Il vecchietto, senza scomporsi, esce com'è entrato, sempre sorridendo.

— Non prendi, cara, il caffè?

Mimì, mezza ginocchioni dall'altra parte del letto, offre all'amica la tazza fumante sopra un piccolo vassoio d'argento.

L'Idola, ha un brutto cipiglio. Inghiotte il caffè in due sorsate.

— E questo signor Zaccarella, viene sì o no?

Si batte all'uscio leggermente. La cameriera non c'è; Mimì, corre a vedere: è proprio l'ex capitano. Si presenta trafelato sull'uscio, entra, e si ferma ritto, in posizione, due passi distante dal letto. In una mano ha un giornale e una lettera.

— Senta, signor Zaccarella! una mia idea!

Il signor Zaccarella non muove un passo, ma allunga il collo verso la signora duchessa.

— Questa notte, come potrà immaginare, non ho chiuso occhio pensando a mio marito... e a tante cose. Io... vorrei proprio sentire un altro medico, ma più spassionato e... spregiudicato. Non un medico politico!

— Precisamente! — Il signor Zaccarella si sprofonda in un grande inchino. — Un medico, soltanto medico!

— Che non abbia nessun interesse a esagerare!

Dopo un momento di meditazione, l'ex capitano pronunzia un nome e ne enumera i meriti con enfasicrescente: — Il professore Dolder di Zurigo! Il primo, primissimo specialista per le malattie nervose! Abile... e nello stesso tempo prudentissimo e circospetto!

Remigia, pensa mormorando:

— Da Zurigo... a Roma...

— È di Zurigo, ma sta a Roma. Mi fu suggerito e raccomandato dallo stesso albergatore.

— Allora, benissimo!... Sarà anche più facile persuadere Giacomo...

— Appunto! — Ma il signor Zaccarella non ha finito. Anzi, deve avere qualche grave comunicazione da fare, perchè fissando la signora duchessa, fa un cenno verso la contessina Carfo.

— Mimì! Gioia!... Dov'è andata la Carolina?

— Di sopra, credo; in camera sua!

— Ti prego: vuoi dirle di prepararmi il vestito... quello rosso, di foulard? — No! No! — quello di tela bianca! Si sente già, a quest'ora, che oggi deve fare un caldo tropicale!

Appena uscita Mimì, lo Zaccarella si avvicina al letto e porge alla signora duchessa la lettera e il giornale.

Remigia guarda la lettena.: — È di mammà! Tesoro! — La butta sul copripiedi. — La leggerò con comodo. — Prende, apre il giornale. — C'è qualche cosa?

Il signor Zaccarella risponde di sì, ma oscurandosi in faccia.

— Ah, mio Dio! Che cosa c'è? — Remigia, spaventata, si tira più su contro i guanciali.

— Legga, in terza pagina; lì.

Remigia legge dove l'altro le indica col dito.

— Le prime al Costanzi?

— Sì.

— «Il successo che ha sorriso ieri sera alla bellissima Fanfan Trécoeur è stato uno di quei successi che danno gioia non solo a chi li merita, ma anche a chi li decreta. Il pubblico entusiasta e commosso, sembrava volesse esprimere alla giovine e leggiadra vincitrice, non soltanto la propria ammirazione pel suo talento, ma ben anche per l'energia con la quale al suo amore per l'arte ella — l'intellettualissima, — ha saputo sacrificare le gioie ardenti di una felice e spensierata aurora della vita. Questa lode ammirativa per un così raro prodigio di abnegazione e di forza, nel volere, era specialmente palese nel plauso delle signore. Pareva che l'eletto mondo femminile, convenuto a quella festa dell'arte, mutuamente si compiacesse dell'esempio di auto-elevazione che la gloriosa affascinatrice offriva dalla scena e a lei inviasse, con i graziosi battimani, la gratulazione e il saluto augurale. In un palchetto di prima fila...» — Remigia si ferma, — oh mio Dio! — alza gli occhi inquieti nella faccia abbuiata del signor Zaccarella, che le fa cenno, gravemente, di continuare. «... In un palchetto di prima fila ove sedeva, regina di bellezza e di super-intellettualità, la duchessa D'Orea Moncavallo, era un vero fremito di approvazione per l'affascinanteManon». — Ah, mio Dio! Mio Dio! — ripete Remigia continuando a leggere, ma con un leggero tremito nella voce «e... dalle labbra stesse della moglie di Sua Eccellenza il ministro dei Lavori Pubblici, gli ospiti fortunati raccoglievano le frasi più lusinghiere per il nuovo astro della lirica scena italiana del quale si magnificava la ormai «purissima luce!»

«Donna Remigia D'Orea, sempre nobile e squisita in ogni espressione della sua grazia e della sua bontà tutta moderna, Donna Remigia D'Orea, — raro fiore, da cui emana più raro e più soave il profumo, — ha voluto ella stessa, direttamente, dopo il secondo atto, inviare alla signorina Fanfan Trécoeur, parole così lusinghiere che fecero insieme esultare e commuovere l'orgoglio dell'artista e il cuore della donna!»

«fa diesis».

— Cretino! Stupido! — Remigia, stringe il giornale con ira. — Se Giacomo leggesse quell'articolo... Guai!

— Guai!

— Ma non è vero niente! È tutto inventato dalla prima parola all'ultima! Glielo giuro, signor Zaccarella! Che bugiardo! Bugiardo, stupido, e cretino!

— Ma... il redattore delCorrierenon poteva immaginare...

— Che redattore! CheCorriere! Luciano!... Quel bugiardo di Luciano! Ah, mio Dio, mio Dio!... — Remigia è spaventata e furente. Ha le lacrime e l'ira negli occhi. — Giacomo!... Mio marito!.. Chi sa! Chi sa! — Si protende con le mani supplici, verso il signor Zaccarella. — Lei! Lei! Così bravo! Così buono! Mi salvi lei! Trovi lei il modo! Bisognerebbe... Bisogna che mio marito, stamattina, non abbia e non veda il suoCorriere.

Il signor Zaccarella, risponde a testa alta, con un breve risolino:

— Il suoCorrierenon lo vede certamente, perchè ilsuo... è questo qui!

Remigia lo guarda ammirata; si tira più su e siporta tutta sulla sponda del letto per essere più vicina alla sua protezione.

Il signor Zaccarella, da bravo capitano, ha già pensato e combinato il piano di difesa.

— IlCorrierenon è il solo giornale di Roma. Bisogna che nessun altro, assolutamente, riporti simili... strafalcioni.

— No! No! Per l'amor del cielo!

Anche con la mano, egli rassicura e calma la signora duchessa.

— Ci penso io. Vado adesso subito, a suo nome, dal sottosegretario di Stato, l'onorevole Staffa...

— Anche a nome della principessa Capodimare! Anche a nome della marchesa Della Gancia! Erano loro che applaudivano! Io sono sempre stata tutta sera in fondo al palchetto!

— I giornalisti, — continua il signor Zaccarella, non sono gente cattiva. Anzi, in generale... tutt'altro! Con un bigliettino di autorevole raccomandazione da parte del sottosegretario Staffa, mi recherò alle varie redazioni e farò intendere quale ripercussione dolorosa, l'articolo cervellotico delCorriere Romanoabbia avuto nella famiglia di Sua Eccellenza! Dirò, velatamente, dei dissapori tra...

— Tra Luciano e mio marito! Perchè è stata una cattiveria di Luciano! Ma dica lei, signor Zaccarella, com'è sempre lo stesso!

L'ex-capitano annuisce evocando il passato con un sospiro:

— I gravi dispiaceri di donna Maria!

— Certo! Certo! Povera Maria!

— E mostrerò la sconvenienza, l'assurdità della invenzione!

— Precisamente! Basta il fatto che si tratta di mia sorella!... Sarebbe stata tale una enormità...

— Non dubiti. Messe le cose in chiaro, nessun giornale farà più il nome della signora duchessa, e Sua Eccellenza non ne saprà niente.

Remigia stende il braccio che esce mezzo nudo dalle sete e dalle trine della manica ampia e questa volta dà una forte stretta di mano al signor Zaccarella:

— Lei è proprio un vero... tesöro! — È lì lì per mandar a chiedere una raccomandazione anche al D'Entracques, ma... No. È meglio che il puritano generale non ne sappia niente. Anzi, al caso, negar tutto anche con lui!

Remigia, ormai, è pienamente tranquilla. — Chi lo sa, davvero?... Nessuno. — Le sue amiche sono in ballo con lei; il Paparigopulos non conta, il marchese Pio non fiata. Narciso è a Bologna, Luciano è un bugiardo... Che pericolo c'è?

Entrano Mimì, la Carolina, ed ella gettando via le coltri salta sul letto ginocchioni, segnandosi e recitando l'Avemaria, prima d'alzarsi.

La lettera, ch'era sul copripiedi, scivola per terra. Remigia la vede ed emette un piccolo grido.

— Ah!... la mia lettera! La lettera della mia mammà cara, tesöro! dammela; fa presto!

Mimì Carfo la raccoglie e gliela porge.

La cameriera, intanto, sta preparando il bagno nell'attiguo gabinetto di toeletta. Remigia, che sente l'acqua cadere nella vasca, aspetta, sempre ginocchioni sul letto, che tutto sia pronto.

— Fresca l'acqua, anzi fredda, Carolì!

— Sì, signora duchessa!

—Brrr!Che piacere!

Apre la lettera e la scorre soltanto. Per leggerla tutta, subito, è troppo lunga. Vuol godersele adagio le lettere di mammà!

Fa sempre così; le guarda di volo, poi le ripone nella cartella e non le legge più.

— ... Sta benissimo!... Che gioia!... Anche lo zio Rosalì, bellezzone cäro! — Uno slancio di tenerezza, il salto di due pagine e si ferma alle ultime righe.

— Oh, povero Totò! Non sta bene il povero Totò! È molto giù e lo mandano per qualche tempo sul mare!

Per un momento non si sente altro che il rumore dell'acqua che scorre dal rubinetto e che si fa più cupo più si riempie la vasca del bagno.

Mimì si avvicina a Remigia con una espressione di grande ansia dolorosa negli occhi.

— Sta poco bene?

L'Idola, assume un tono di donna seria, da moglie di Sua Eccellenza.

— Quel benedetto ragazzo!... La manìa di voler fare l'inglese! La manìa dello sport!... E poi la pipa! Tutto il santo giorno... la pipa!

Cessa a un tratto il rumore dell'acqua. Si sente la voce della Carolì:

— Il bagno è pronto, signora duchessa!

Remigia resta ancora un attimo pensierosa, poi scrolla forte la testa ed esclama per non aver malinconie: — Io sono sicurissima che l'aria e la vita del mare gli faranno molto bene!

Si leva in fretta e butta via la casacca di seta e di trine che cade a piè del letto con un volo di cigno.

— Ah,mon Dieu!Che caldo oggi!... Fresca, l'acqua, Carolì?

— Freschissima!

Corre verso il gabinetto di toeletta slacciandosi i nastrini della camicia che le cade dalle spalle.

— Brrr... che piacere!

Al povero Totò non ci pensa più che Mimì Carfo. Mimì, è rimasta nella camera da letto, prepara sulla specchiera i pettini, le forcine, le piccole forbici... È assai pensierosa e mesta.

La manìa di voler far l'inglese, lo sport, la pipa! Nessuno! Nessuno! Nemmeno suo padre che pure ne ha il cuore gonfio, in tumulto, sotto la calma della gran barba bianca, ammette che ci possa essere un'altra cagione, perchè quel giovine cuore, quella giovane vita, si sieno spezzati! Mimì Carfo pensa e crede fermamente che sia stato il matrimonio di Remigia... Ma non lo dirà mai, nemmeno Mimì Carfo, per non dare, non un rimorso, — che non ne ha alcuna colpa, — ma per non rendere più vivo il dispiacere dell'Idola.

Giacomo D'Orea, dopo il deliquio avuto e la breve indisposizione, è stato relativamente bene, è ritornato al ministero e si mostra anche con la moglie allegro e buono; ma poi, da un giorno all'altro, cambia straordinariamente di faccia, di modi, di umore. Non si vede più: sempre al ministero, mai all'albergo. Stravolto, cupo, sfugge sua moglie, sfugge la Carfo.

Che cosa è successo?

IlCorriere Romanoè capitato nelle mani di Giacomo proprio in que' giorni; in ritardo, perchè ritornava a Roma da Fiumicino, spedito dalla zia Gioconda e accompagnato da una breve lettera:

«Caro Mino,

«Maria ha ricevuto da Roma questo giornale che io ti rimando senza che Maria lo sappia. Io non so spiegarmi quando scrivo, ma da te medesimo, caro Mino, capirai che effetto ha avuto qui. Pensaci e fa che tua moglie sia più riguardosa, tanto più che Maria, benchè non ne voglia convenire, è assai ammalata e tutto, pur troppo, le fa molto male.

«Ti abbraccio e ti benedico nel nome di tua madre, che pare impossibile sia stata la stessa madre anche di quell'altro!... Che brutto mondo e che brutta vita!... E che amarezza dover concludere così a ottant'anni! Eppure, io mi accorgo adesso, perchè prima a queste cose non ci avevo mai badato, di aver avuto una grande fortuna, per grazia del Signore: quella di aver voluto bene a poche persone e di non essermi mai innamorata di nessuno. Morirò ragazza anche di cuore. Tuttavia non ti posso nascondere che se fossi morta tre anni fa, quando ho avuto la pleurite, sarei morta più contenta. Ma forse il Signore che ci vede più di noi ha voluto così per qualchedun altro, e sia tutto per il meglio.

«Tua ziaGioconda».

Giacomo, al ricevere questa lettera, non ha pensato al giornale, subito non lo ha nemmeno guardato: tutta l'anima, tutto il cuore soffocati, gli sono d'impeto venuti a galla:

— Maria! Maria! Maria!

Poi scrive una lettera alla zia Gioconda, che la zia Gioconda non fa leggere a Maria, in cui c'è tutta la sua vita, tutto lo sfogo del suo amore disperato, della sua collera e del suo odio!


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