Chapter 9

—C'è il De Wincsel;—notò la marchesa.

—Ah, sì, il De Wincsel! Ci venivo;—rispose Gino.—Al barone DeWincsel darò tutte le spiegazioni che egli mi chiederà.

—È un uomo delicato e non chiederà nulla.

—Tanto meglio per la sua delicatezza;—replicò Gino, spazientito.—Penserò, del resto, al vostro consiglio. Non credete voi che io debba in questo caso consultare anche mio padre?

—Che bisogno c'è di parlare al conte Jacopo?

—Lo vedo io, il bisogno, e spero lo riconoscerete anche voi. Mia moglie, per un semplice invito a lasciare il teatro, mi mette al punto di dover discutere con voi i termini di una solenne riparazione. È un affare grave, adunque, un affare di Stato! Se ella si è consigliata con sua madre, non dovrò io consigliarmi con mio padre?—

La marchesa Polissena stava per dargli risposta, quando fu bussato all'uscio, e un servitore entrò, annunziando l'arrivo di due signori, che chiedevano di parlare al conte Gino.

—Falli passare nel salotto;—disse Gino, dopo aver dato una guardata ai biglietti di visita che il servitore gli aveva consegnati.—Vengo subito da loro.—

Il servitore s'inchinò ed escì, per eseguire i comandi ricevuti.

—Suocera mia, permettete?—ripigliò Gino, volgendosi a Polissena.—Ripiglieremo la nostra conversazione più tardi. Se pure,—soggiunse con aria dolente,—non vi sembra che abbiamo discorso già troppo per così piccolo argomento.

—Che cosa vogliono questi signori?—domandò la marchesa, senza por mente alle parole di Gino.

—Non so; vado a vedere;—diss'egli.

—E chi sono?

—Due amici, signora.

—Due amici! E mandano i loro biglietti di visita!

—Mah!… Forse per non vedere storpiati i loro nomi da un servitore;—rispose Gino, sorridendo.

Era il suo primo sorriso, dacchè la marchesa Polissena era entrata nello studio. Ed era anche giusto che sorridesse, il povero conte Gino. La visita di quei due personaggi gli recava la speranza di un diversivo, di uno di quei buoni ed utili diversivi, che sono invocati, salutati come la man di Dio, nei momenti difficili.

La marchesa non domandò altro e lo lasciò partire, rispondendo con un cenno del capo al suo ossequioso saluto.

Capitolo XVII.

Le vittorie di Polissena.

Non erano due amici, in verità, quelli che aspettavano il conte Gino Malatesti. Uno di essi era un semplice conoscente, lo Schwabe, anch'egli barone, o qualche cosa di simile, anch'egli luogotenente di cavalleria, come il barone De Wincsel. L'altro era il marchesino Frassinori, un fatuo, un pretensioso, che egli non poteva soffrire.

—Li prego, vogliano sedersi;—disse Gino, assai cerimoniosamente, additando due sedie.—In che posso servirli?—

I due visitatori aspettarono che il conte Malatesti avesse preso posto sulla poltrona; poi sedettero anch'essi, stando bellamente sulla vita.

—Veniamo, signor conte,—disse il luogotenente Schwabe,—incaricati di una commissione del signor barone De Wincsel.

—Ah, bene!—rispose Gino, inchinandosi.—E che vuole?

—Vorrebbe…—ripigliò quell'altro.—Ma in verità, il verbo è improprio, nel caso presente. Il signor barone desidera uno schiarimento da Lei. Iersera, essendo egli in visita nel palco di Vossignoria, gli parve che Ella lo trattasse con molta freddezza, insolita in Lei. Gliene avrebbe richiesto direttamente, o allora, o più tardi, nell'uscir da teatro, fidando nelle loro buone relazioni d'amicizia. Ma questo egli non potè fare, poichè Vossignoria accompagnava a casa la signora contessa. Ora, Ella intenderà, signor conte; pensandoci su, gli son cresciuti i dubbi nell'animo. E siccome gli sta molto a cuore la stima di Vossignoria, che sa di non aver demeritata, la prega per mezzo nostro di volerlo rassicurare su questo proposito.—

Il discorso era gentile, e il conte Gino ammirò la delicatezza del barone Da Wincsel. Bisognava rispondere, e rispondendo non esser da meno.

—Il barone è cortese;—rispose Gino, inchinandosi ancora.—Egli mi offre una facile occasione per dirgli che ha male interpretato un momento di umor nero e dubitato a torto dei miei sentimenti per lui. Ma vedano, signori;—soggiunse egli tosto, frenando col gesto un bel movimento dello Schwabe;—ciò che sarebbe stato possibile ieri, da uomo a uomo, non lo è più egualmente stamane.

—E perchè di grazia?—domandò quell'altro.—Favorisca spiegarci la differenza che ci vede, e che non ci vediamo noi, l'assicuro.

—Ecco, signori miei;—ripigliò il conte Gino.—Ho sempre creduto che quando si presentano due gentiluomini, per incarico di un terzo, a chiedere una spiegazione…

—Uno schiarimento, perdoni!—interruppe lo Schwabe.

—Sia pure uno schiarimento;—disse Gino.—Quando si presentano due gentiluomini, per chiederlo in forma solenne, è cortesia fare in modo che essi non si siano scomodati invano. La loro commissione, signori, è larga, e non potrebb'essere altrimenti, trattandosi di persone così rispettabili; può andare dalla domanda di uno schiarimento a quella di una riparazione. Date certe circostanze, lo capisco;—soggiunse Gino, andando incontro ad una osservazione che già vedeva fiorir sulle labbra del suo gentilissimo contradditore.—Ma appunto perchè la solennità del messaggio suppone l'ampiezza del mandato, mi permettano di usare della maggiore cortesia verso le Signorie Loro, ricusando uno schiarimento che ridurrebbe a troppo piccole proporzioni il loro ufficio cavalleresco!—

Il luogotenente Schwabe stette un momento sopra di sè; volse un'occhiata al compagno, come per interrogarlo, e n'ebbe in risposta un cenno del capo, che voleva dirgli:—fate voi.—Allora il bravo luogotenente, non volendo abbandonar così presto il terreno su cui si era piantato da principio, rispose in questa forma a Gino Malatesti:

—Signor conte, noi intendiamo benissimo le ragioni che la muovono. Esse sono delicate, come la quistione per cui siamo venuti. Ma noi ci terremo fortunati, lo creda, assai fortunati, se per uno schiarimento necessario da amico ad amico Ella penserà di essere, non già davanti a padrini, ma bensì ad amici comuni.

—Grazie!—replicò il conte Gino.—È doloroso per me di non poter approfittare di un'offerta così gentile e così gentilmente espressa. Vogliano dire al signor barone De Wincsel che la sua domanda, toccando il diritto mio di esser freddo, o triste, o di umor nero alle mie ore, io, conscio di non aver mancato a nessun dovere di gentiluomo, la considero… inopportuna.—

Il luogotenente si strinse nelle spalle e chinò la testa, come un uomo persuaso di aver fatto quanto era nel poter suo e perciò di non aver nulla a rimproverarsi.

—Quando è così,—diss'egli, alzandosi,—noi non abbiamo più, signor conte, che a domandarle….

—I nomi de' miei rappresentanti, non è vero?—disse Gino per risparmiargli la fatica.

—Sì, signor conte.

—Ebbene, vogliano fissarmi un appuntamento per questa sera, e avrò l'onore di presentarli.—

Il luogotenente prese dal suo taccuino un biglietto di visita e ci scrisse con la matita poche parole accanto al suo nome.

—Eccole il nostro recapito;—disse, porgendo il biglietto al conteGino.—Alle sei, se Le pare.

—Anche alle cinque;—rispose Gino.—E prima, se credono; purchè mi concedano il tempo di trovare due amici. Non prevedendo la loro visita, son costretto a farli aspettare un pochino.

—Che dice Ella mai? Faccia il suo comodo;—disse il tenente.—Aspetteremo i suoi rappresentanti dopo le cinque, com'Ella propone. E grazie, signor conte, e voglia perdonarci il disturbo.—

Qui furono inchini da una parte e dall'altra, e i due padrini del barone De Wincsel si ritirarono, accompagnati dal conte Gino Malatesti fino all'uscio della casa.

Ah, finalmente! il diversivo era trovato; Gino poteva smaltire la collera in qualche modo, sfuggendo alle persecuzioni, alle minacce della terribile suocera. Ma una cosa non aveva egli preveduto, cioè di trovarsela ancora davanti, mentre ritornava nelle sue stanze, per prendere il cappello e il pastrano.

Polissena era là, ritta accanto alla portiera, in atteggiamento severo, disposta a fargli pagare il pedaggio.

—Vi battete?—gli disse.

Gino la guardò con tanto d'occhi, avendo l'aria di cascar dalle nuvole.

—Non crediate di potervi infingere con me;—riprese Polissena.—Ho udito tutto.

—Me ne duole;—disse Gino.—Qualunque cosa avrei potuto credere, fuor questa, che voi, signora, aveste il costume di ascoltare agli usci.

—Tenetevi le vostre lezioni!—gridò la marchesa.—Non ne ricevo e non ne tollero. Il vostro duello non avverrà.

—Che intendereste di dire? Come potreste opporvi voi?

—Lo so io, il come. Vi dico che non vi batterete, dovessi per ciò farvi mettere sotto chiave.

—Mi fareste passare per un vile;—disse Gino.—Non ci mancherebbe più altro; sarei completo, in fede mia!—

Frattanto era giunto a spiccare il pastrano dalla gruccia.

—Signora,—soggiunse egli,—i miei doveri! E vogliate essere più umana con me, ve ne prego!—

Polissena rispose alla preghiera con un gesto di minaccia, e si ritirò verso le stanze di sua figlia, mentre egli muoveva verso l'uscio di casa, per andare in traccia di due padrini.

Le ricerche non furono lunghe, nè difficili. I due primi gentiluomini a cui si rivolse il conte Gino Malatesti accettarono subito, recandosi ad onore di servirlo. Gino diede loro il ricapito dei padrini avversarii, e l'ora e il luogo dove li avrebbero trovati ad aspettare. Il mandato suo, si capisce, era di accettare lo scontro, senza discutere sulle cause: quanto alle condizioni, le desiderava gravissime. I due padrini non accolsero la seconda istruzione così favorevolmente come avevano accolta la prima.

—Se noi domandiamo le condizioni più gravi,—gli dissero,—si crederà poi in città che fossero gravi le offese.

—Ma è già grave,—ribattè Gino,—che mi si voglia imporre l'umore con cui debbo entrare nel mio palco, a teatro.

—Sì, va benissimo; hai un monte di ragioni;—risposero i padrini.—Ma tu non devi dare argomento di supposizioni calunniose alla gente. Del resto, lascia fare a noi; ci regoleremo secondo le circostanze, e provvederemo all'onor tuo, come vorremmo che in un caso simile fosse provveduto al nostro. Ti va?—

Gino ringraziò i suoi padrini, e se ne ritornò al palazzo Malatesti, verso le quattro del pomeriggio.

La contessa Elena non era in casa. Poco dopo la partenza del marito, era escita a far visite, in compagnia di sua madre. Più tardi era venuto un servitore di casa Baldovini ad annunziare che la contessa si fermava a pranzo dai suoi.

—Tanto meglio!—pensò Gino, come il suo servitore gli ebbe fatta relazione della cosa.

Era appena entrato nel suo studio, quando sopraggiunse suo padre. Il conte Jacopo appariva più grave, più accigliato del solito, e Gino capì tosto che dalla marchesa Polissena, o da Elena stessa, era stato informato di tutto.

—Che c'è di nuovo?—gli disse suo padre, sedendosi davanti alla scrivania, in quel medesimo atteggiamento di giudice che abbiamo già veduto a Sassuolo.—Che cosa sono questi duelli e questi dissapori in famiglia? Non debbo io saper nulla?

—Padre mio,—rispose Gino,—tutto ciò è avvenuto improvvisamente, e mi sarebbe mancato il tempo di adempiere un obbligo urgentissimo di cavalleria, se fossi venuto subito da te per consiglio. La marchesa Baldovini del resto, se è lei che ti ha informato, poteva aggiungere che io stesso non volevo risolver nulla, di ciò che ella pretendeva da me, senza ricorrer prima al tuo senno e alla tua esperienza. Vuoi tu ascoltarmi, ora?

—Parla;—rispose il vecchio, senza smettere il cipiglio con cui era entrato poc'anzi.

Gino narrò tutto, dal principio alla fine, rifacendo anche brevemente la storia di sei mesi, che tanti ne noverava il suo matrimonio. Il conte Jacopo lo ascoltò, senza interromperlo mai, senza dar cenno di approvazione o di biasimo.

Così, del resto, dovrebbero ascoltare i giudici. Il conte Jacopo Malatesti non aveva portato mai la toga e il berretto; pure, doveva esser venuto al mondo col bernoccolo del magistrato. Solo a vederlo, si sarebbe potuto credere di aver davanti uno di quei vecchi consiglieri di corte, la cui gravità vigilante non tradisce mai un movimento, anche lieve, la formazione di un pensiero, e gli occhi non brillano che a guisa di punte luminose, per penetrare nei meandri oscuri di un processo, mentre la faccia, immobile come una maschera, tutta a scomparti come una libreria, non fa mostra che di dottrina legale, e in ogni fascio di que' muscoli magri è ristretto un titolo di Codice, da ogni grinza fa capolino un commento.

Gino parlava, e parlando interrogava con gli occhi la faccia di suo padre. Quella faccia era muta, e il nostro giovinotto poteva temere di non aver favorevole il suo giudice. Perciò fu grande la sua maraviglia, quando, finita la sua esposizione, si sentì dire dal conte Jacopo:

—Va bene.—

—Ah!—esclamò egli, sollevato.

—Mi rincresce del duello;—riprese il conte Jacopo;—ma ci vorrà pazienza, ed io non lo disapproverò, in questa occasione. Un gentiluomo non deve sopportare che nessuno gl'insegni a qual ora e in quali circostanze gli è permesso di ricondurre a casa sua moglie.

—Padre mio! Tu dunque mi approvi? Tutto è bene, in quel che ho fatto?

—Non tutto;—rispose il conte Jacopo.—Da qualche tempo aspettavo che tu vedessi la necessità di mettere un po' d'ordine nella tua famiglia, che è a mala pena incominciata. Certa leggerezza di modi, che è permessa oramai in casa Baldovini, non è ancora lecita, e spero non lo sarà mai, in casa Malatesti.—

Gino avrebbe potuto rispondere a suo padre:—«o allora perchè volere questa alleanza coi Baldovini?»—Ma egli avrebbe messo in un grave impaccio quel vecchio gentiluomo, che, come tanti e tanti del suo tempo e del suo grado, vedeva nel matrimonio un contratto, stipulato per la continuazione della stirpe, e, dopo ciò, lentamente degenerato in un vincolo di convivenza, e quasi quasi di tolleranza scambievole, sotto le apparenze di una gran dignità.

Del resto, il conte Gino pensava in quel momento a tutt'altro.

—Ah, padre mio!—esclamò egli.—L'ordine! A che serve, quando l'amore non c'è?

—Serve a mantenere il rispetto;—rispose il conte Jacopo.—Serve a far sentire presente e vigilante l'autorità del marito, per i giorni in cui potrebbe essere sconosciuta. Non sono stato severo coi miei figli, che per vederli alla lor volta severi con gli altri. La vita è una catena di doveri, e guai se un anello si rompe!—

Gino era tuttavia con suo padre, quando capitarono i suoi padrini a cercarlo.

—Falli entrar qua;—disse il conte Jacopo.—Non c'è niente di male, che senta anch'io quello che hanno combinato.—

I due padrini furono introdotti, e parvero alquanto impacciati alla presenza del vecchio.

—Parlate liberamente, amici miei;—disse Gino.—Mio padre sa tutto, e ciò che noi facciamo ha la sua approvazione.

—Egregiamente!—risposero quelli.—Ma in verità faremo assai poco.

—Perchè? Non vi ho io dato i più larghi poteri?

—Non abbiamo avuto occasione di usarne. È accaduto un fatto nuovo, un fatto strano, che rimanda il tuo duello ad altro tempo, e fors'anche alle calende greche.

—Qual fatto?—gridò Gino.

—Or ora te lo spiegheranno i padrini del barone De Wincsel, che sono venuti con noi, e che aspettano là, nel salotto.

—Questa è nuova!—disse Gino.—Che ho io da fare con loro, dopo averli messi in relazione con voi altri?

—È sempre il fatto nuovo, il fatto strano, che ti abbiamo detto poc'anzi. Una novità ne chiama un'altra. Il barone De Wincsel è agli arresti, e i suoi padrini si credono in dovere di mettersi a tua disposizione. Vuoi riceverli, dobbiamo risponder noi per te?—

Gino interrogò con lo sguardo suo padre.

—Va,—gli disse il conte Jacopo.—S'intende che se quei signori sono tanto cortesi per mettersi a tua disposizione, tu, che non hai nulla con loro, non puoi accettare un'offerta così generosa. Aspetterai che il barone De Wincsel sia libero, per essere allora, come eri oggi, a disposizione sua. Non era egli lo sfidatore?

—Certamente.

—Ebbene, la cosa è chiarissima. Tu gli fai una grazia, rinunziando al tuo diritto di non rimanere più di quarantott'ore impegnato. Va dunque, e rispondi in questo senso.—

Gino ammirò la dottrina cavalleresca di suo padre, e pensò che si giudicano male gli uomini, non badando che agli usi della loro vecchiaia. Il conte Jacopo era stato a' suoi tempi un cavaliere inappuntabile, i cui pareri, in materia d'onore, facevano testo.

Così preparato, il conte Gino entrò nel salotto, insieme co' suoi padrini. Il luogotenente Schwabe e il marchesino Frassinori salutarono assai gravemente, e il primo di essi espose il rammarico di tutti e due per ciò che era accaduto. Andati a vedere il barone De Wincsel, per riferirgli tutto ciò che era stato concertato coi padrini del conte Malatesti, avevano trovato un suo biglietto, e gran mercè che gli fosse stato consentito di scriverlo. Il barone De Wincsel era agli arresti in Cittadella, nientemeno; non sapeva il perchè di quell'ordine, e dalla scelta del luogo in cui lo mandavano, capiva che non sarebbe stato affare di poco. Così andavano a monte le pratiche da essi incominciate, per condurre i due gentiluomini sul terreno; ma perchè il signor conte Malatesti era stato incomodato dai padrini del barone De Wincsel, essi credevano obbligo loro di mettersi a disposizione sua.

—Si sostituiscono al loro primo?—chiese il conte Gino, volendo averne l'intiero.

—No, signor conte, non è in poter nostro;—rispose il luogotenente Schwabe.—Il nostro primo è impedito da forza maggiore; noi siamo venuti a dargliene avviso, disposti a pagare per lui, se a Lei dispiace di essere stato incomodato per nulla.

—Grazie!—disse Gino Malatesti.—Se io fossi lo sfidatore, non dovrei accettare un simile atto di generosità; non lo accetterò, essendo lo sfidato. Diranno al barone De Wincsel, quando avranno modo di vederlo, che io non approfitterò contro di lui, del termine che l'uso cavalleresco mi concede, e mi terrò sempre a' suoi ordini.

—Ella è, signor conte, molto più generoso di noi;—rispose il luogotenente Schwabe.—Offrirci era il nostro dovere, grato e pericoloso dovere, poichè all'onore d'incrociare la spada con Lei avremmo dovuto associar l'obbligo di non attaccar mai, ed Ella sa che si sta male, non uscendo mai dalla difesa. Ella, per contro, non avrebbe nessun obbligo di aspettare il nostro primo oltre il limite stabilito dagli usi. Mi conceda la sua amicizia, La prego.—

Gino Malatesti stese la mano al signor Schwabe, pensando che quello straniero era molto assennato ed anche molto gentile. Tutti così, del resto, quei signori del Settentrione, quando dimenticavano di essere conquistatori e guardiani. Sicuramente li vedeva con que' medesimi occhi il Niccolini, quando diceva di loro:

/#Ripassin l'Alpe e tornerem fratelli.#/

Quanto al marchesino Frassinori non era necessaria tanta abbondanza di cortesi parole. Gino Malatesti non lo poteva soffrire, per una di quelle antipatie naturali, che la diversità di carattere fa nascere tra persone del medesimo ceto; antipatie profonde, che raramente scoppiano in una violenta contesa, e che, non iscoppiando, permettono spesso il saluto, e qualche volta una stretta di mano. La civiltà, rendendola comune, ha guastato anche questa bella testimonianza di una leale amicizia.

Partiti quei due, e ringraziati i suoi rappresentanti, Gino ritornò da suo padre, per raccontargli come fosse finita la cosa. Il conte Jacopo udì ed approvò. Quello era il giorno delle approvazioni. Forse nel cuore di quel padre era entrato un po' di rimorso? Potrebbe essere; ma in questo caso il rimorso non nuoceva punto all'egoismo, poichè ad ogni modo il pericolo di un'alleanza borghese era stato scansato. Al conte Jacopo premeva frattanto che l'autorità maritale non fosse indebolita, e l'improvviso arresto del barone De Wincsel gli pareva un altro tiro della marchesa Baldovini contro la dignità di suo figlio. Le donne per solito, capiscono poco certe necessità della vita, e soddisfatte di aver messo ostacolo ad un fatto che loro dispiaccia, non badano se quell'ostacolo nuoce alla riputazione di qualcheduno, non badano se può aver conseguenze anche più gravi di quelle che esse hanno saputo evitare. Ora, arrestato il De Wincsel, non c'era il pericolo che la malignità della gente attribuisse il colpo alla famiglia di Gino Malatesti? a lui, per esempio, a lui, conte Jacopo, facilmente creduto troppo tenero della pelle di suo figlio, e poco o punto dell'onore di lui?

Vide questo, il conte Jacopo, e perciò non poteva esser quieto. Inoltre, restava l'obbligo che il suo Gino facesse la pace con sua moglie. Brutta pace, in quelle condizioni turbate, e sotto l'impressione della vittoria di Polissena Baldovini! Doveva dunque farsi, quella pace, col sacrifizio della dignità di Gino?

La contessa Elena, per buona sorte, avea fatto sapere che sarebbe rimasta a pranzo dai suoi parenti. Era il momento buono per ferire un gran colpo.

—Lasciami pensare cinque minuti;—aveva detto il conte Jacopo a suo figlio.

E si mise a passeggiare, borbottando, mentre Gino aspettava. Era una battaglia morale che il vecchio conte dava a qualcheduno, forse a se stesso; e quella battaglia finì con una vittoria.

—Vieni!—diss'egli finalmente, volgendosi al figlio.

—Dove?

—Dal ministro.—

Gino pensò al grande sacrifizio che faceva in quel punto suo padre. Il ministro e il conte Jacopo erano nemici da lunga mano, sotto le apparenze dell'ossequio cortigiano, ed egli lo sapeva, ne aveva veduti gli effetti. La sentenza per cui egli era stato mandato a confine, più che a punir lui, non era diretta a ferire suo padre? Per ottenere il perdono di Gino Malatesti (doloroso perdono! così non fosse venuto mai!) c'era voluto un sorriso di donna, mentre sarebbe dovuta bastare una preghiera del conte Jacopo, del più fedele tra tutti i sudditi del Duca.

Pensando queste cose e immaginando quanto dovesse costare a suo padre la risoluzione fatta in quel punto, Gino Malatesti afferrò la mano del vecchio e la baciò in un impeto di affetto e di gratitudine.

—Sì, è un sacrifizio, ma bisogna farlo;—disse con nobile semplicità il vecchio gentiluomo, che aveva inteso nell'atto il pensiero di suo figlio.—Se il marchese Paolo ha ancora un briciolo di cuore, lo intenderà, e vorrà tenermene conto.—

Escì allora, seguito da Gino, e andò difilato alla casa del potente avversario, dell'antico rivale politico.

—Sua Eccellenza è in casa?—domandò il conte Jacopo al portiere gallonato, che stava a pie' delle scale.

—Sì, illustrissimo; è tornato da poco. Fra mezz'ora andrà a tavola.

—Sta bene; avrò il tempo di dirgli una parola.—Ciò detto, salì le scale e fece passare al ministro il suo biglietto di visita. Due minuti dopo, egli e suo figlio erano introdotti dal salotto nello studio, e, mentre essi entravano da una parte. Sua Eccellenza appariva con atto premuroso da un'altra.

—Conte! Quale fortuna?…

—Dite un dispiacere, Eccellenza, per cui vengo ad implorare il vostro patrocinio.

—Lasciatemi essere egoista e soggiungere che il vostro dispiacere è una fortuna per me. In tutto ciò che un uomo può per un altro, abbiatemi per vostro servitore.

—Tutto ciò che potete, Eccellenza!—esclamò il conte Jacopo.—Io non vi demanderò certamente di più. E senz'altri preamboli….

—Consentite, caro conte, che ne faccia uno io,—interruppe il ministro,—pregandovi di lasciare l'Eccellenza in disparte. Rammento che fummo amici, e che voi mi chiamavate Paolo, senz'altro. Quali ragioni ci abbiano raffreddati, io non so; voglio credere che sia avvenuto per qualche error mio, troppo aiutato in voi da un sentimento di alterezza, che ho sempre ammirato. L'uso del potere, come ho dovuto sperimentare in altri, riesce a guastare i migliori caratteri, e forse ha guastato anche il mio. Ma siamo ancora gli amici d'una volta, non è vero?—soggiunse il ministro, prendendo amorevolmente la mano del conte Jacopo.—Voi stesso lo avete capito così bene, che siete venuto da me, in un momento di bisogno, come io sarei venuto da voi. Questo volevo dirvi, di questo volevo ringraziarvi. Ed ora, mio vecchio amico, parlate.—

Il conte Jacopo, s'inchinò, commosso, e strinse ripetutamente la mano del ministro.

—Prima di tutto,—diss'egli poscia,—vogliate rispondere ad una mia domanda. Il barone De Wincsel è agli arresti per la sfida mandata a mio figlio?—

Il ministro rimase un istante perplesso, o finse di esserlo; quindi, mostrando di vincere una sua ripugnanza, rispose:

—Mettete che sia così.

—Ebbene,—ripigliò il conte Jacopo,—io vi domando la sua liberazione. Spero che intenderete il perchè della domanda, della preghiera che vi faccio. Non si ha da dire in Modena, e neanche da sospettare, che un Malatesti abbia sfuggito il pericolo di un duello, mandando agli arresti il suo avversario.

—Nessuno lo dirà:—osservò il ministro.—Se qualcuno lo dicesse, non lo crederebbe nessuno.

—Grazie;—rispose il vecchio Malatesti.—Ma ad ogni modo, per la tranquillità dell'animo mio, ve ne prego…

—Ahimè, Jacopo!—esclamò il ministro, con accento di sommo rammarico.—La prima cosa che mi chiedete è appunto quella che io non posso concedervi, e per due distinte ragioni.

—Due ragioni!—ripetè il conte Jacopo.

—Sì, due! La prima è questa, che impegnerebbe anche uno più potente di me, come a dirvi Sua Altezza Serenissima. Ho data una parola; e a questa non si manca.

—È strano!—esclamò il conte Jacopo.—E chi può aver chiesto a voi una parola simile, in cosa che risguarda mio figlio?

—Quando io ve lo dicessi, il fatto non si muterebbe per ciò.

—Sia;—riprese il vecchio Malatesti, intendendo di essere andato troppo oltre.—Ma gli arresti del barone De Wincsel non vorranno mica essere eterni. Quando egli escirà….

—Il barone escirà per sottomettersi ad un arbitrato, e chiedere scusa al conte Gino, o per ritornarsene a Vienna;—rispose il ministro.—Per questo sono già avviate le pratiche opportune.

—Andrete fin là!—gridò il conte Jacopo.

—Fin là, mio buon amico, ed oltre ancora, se fa bisogno. Ciò per la seconda ragione, che io vi dirò schiettamente. Non entra nei concetti del governo che si facciano duelli tra ufficiali, specie stranieri, e cittadini dello Stato, specie della classe più alta e più in vista. C'è, non molto lungi da noi, chi bada a queste cose, le nota, le propala artificiosamente, per farsene arma contro di noi. Parlo liberamente,—soggiunse il ministro,—davanti al conte Gino, vostro figlio, che è stato in Piemonte e sa benissimo ciò che io voglio dire. Ora gli artifizi non debbono offuscare i fatti, e il fatto, nel caso presente, è questo, che le nostre intenzioni son pure. Ma poichè in politica non basta essere, e bisogna anche parere, sopra tutto parere quello che si è, noi non daremo occasione o pretesto a sospettare di noi quello che non è. Un diritto storico sostiene Casa d'Este e i suoi legittimi eredi; l'amore dei popoli è e deve apparire l'unica difesa di questo sacro diritto. Questo fu sempre il mio pensiero, questa la mia dottrina di governo, a cui s'aggiungono i consigli dell'esperienza. Non è più possibile, dopo il gran fatto della Rivoluzione francese, dopo il lievito di idee nuove, anche false e pericolose, che l'impresa napoleonica ha lasciato per tutta Europa, e più che altrove in Italia, non è più possibile, io dico, fondar nulla sui principii di un cieco assolutismo. Eppure, voi lo sapete al pari di me, in tempi che volevano prudenza somma, fermezza e dolcezza paterna, noi non abbiamo quasi fatto altro che della cattiva politica.—

Il conte Jacopo scosse malinconicamente la testa, come per rispondere:—«lo so benissimo!» Ma l'atteggiamento delle labbra voleva soggiungere:—«che ci ho da far io?»

—Voi non ci avete colpa;—ripigliò il ministro, indovinando il pensiero del vecchio Malatesti.—Voi siete stato fuori di queste miserie; beato voi! Ma se volete dimenticare i nostri dissidi, riconoscerete anche la lealtà delle mie intenzioni. Si vede il meglio e si pon mano al peggio, pur troppo. E perchè questo? Perchè non si è sempre padroni di fare ciò che la dottrina e l'esperienza consigliano. Abiti inveterati, ragioni d'ambiente, i medesimi dirizzoni dei nostri tutori…. Perchè, infatti, noi siamo ancora sotto tutela. I maneggi e le insidie di un governo che ebbe sempre l'audacia all'altezza delle proprie ambizioni, hanno costretta la Casa d'Asburgo ad una estrema vigilanza, di cui qualche volta hanno sentito il peso i suoi protetti, assai più che non i suoi stessi nemici. Così abbiamo dovuto apparire troppo rigidi noi, i quali non desideravamo che di aver pace e di darne. Di ciò vi ho detto abbastanza, mio vecchio amico, e vi soggiungerò col nostro poeta: «Se' savio e intendi me' ch'io non ragiono.»—

Citava anche Dante, il signor ministro, e lo chiamava «il nostro poeta.» Ah, di sicuro, la rivoluzione era nell'aria.

Gino ascoltava, maravigliato da tutta quella soavità di discorso e da tutta quella umanità di pensieri. Il marchese Paolo era un mago, un incantatore, un affascinatore di spiriti. Ed era quegli il terribile ministro che aveva mandato lui a confine senza ombra di processo? Sicuramente; e in una breve esposizione delle sue idee, seguita da un discreto accenno alla pratica cui era stato condannato, lasciava anche intendere come avesse potuto ordinar cose contrarie alla sua teorica, al suo ideale di governo.

—Ritorno al punto donde eravamo partiti;—ripigliava frattanto il marchese Paolo.—Questi duelli, questi scontri in cui si compiace troppo la bollente gioventù, sono riprovati dalla ragione, condannati dalla legge morale. Ma quello che avrebbe condotto il vostro figliuolo a incrociare la spada col barone De Wincsel era anche contrario alla ragione di Stato. Se mi fosse giunta per le vie ordinarie la notizia della sfida, avrei provveduto egualmente ad impedire il duello. Ne fui straordinariamente avvertito, ve lo confesso, e promisi di fare quello che ho fatto; lo promisi tanto più volentieri, in quanto che il provvedimento rispondeva perfettamente al mio modo di vedere. Non sapevo, mio caro Jacopo, non potevo credere che non rispondesse egualmente al vostro.

—Per la ragione che vi ho detta;—rispose il conte.—Ragione intima, come vedete, ragione delicatissima.

—Non lo nego, e per ciò appunto lodevole;—replicò il ministro.—Siete una stirpe di soldati, voi altri, e non dirazzate dai vostri antichi, no davvero! Sono le grandi occasioni, quelle che mancano a voi, come a noi. Ma chi sa? L'avvenire è così grande!

—Io mi auguro,—disse il conte Jacopo, non intendendo quell'accenno al futuro,—io mi auguro almeno che mio figlio viva da gentiluomo e curi severamente l'onore della sua casa. Egli ha potuto in qualche cosa dispiacervi, lo so, ma voglio anche sperare….

—Volete parlare del suo confine a Querciola?—interruppe il ministro.—Ahimè! Quella è stata una dolorosa necessità dell'ufficio. Ma egli non mi serba rancore d'una pena, che fu del resto leggerissima e non lascerà traccia nella sua vita di cittadino. Essa era del resto diretta, anzi che a punir lui, a tenere in rispetto certi altri spiriti impazienti, che avrebbero potuto comprometterlo.—

Impazienti! Aveva proprio detto impazienti! Gino raccolse quel mite aggettivo e lo messe accanto alle altre concessioni di Sua Eccellenza. Ma che diavolo era quel signor ministro? Fiutava i tempi, o era, dentro la sua conchiglia ufficiale, una perla d'uomo e di cittadino?

Comunque s'avesse a giudicare di ciò, il nostro Gino non istette alle mosse.

—Se mio padre permette, Eccellenza,—entrò a dire gli timidamente,—bramerei di aggiunger io qualche cosa.

—Vostro padre mi farà questa grazia;—rispose con la sua amabilità singolare il ministro.—Parlate, signor conte, parlate pure liberamente, come fareste ad un amico.

—Ho veramente bisogno di questa libertà e di questo incoraggiamento benevolo;—disse Gino Malatesti.—Vostra Eccellenza ha toccato poc'anzi del confine a cui sono stato condannato. Non mi lagnai da principio della pena che mi fu inflitta, riconoscendo di averla meritata; non me ne lagnerò mai, ricordando che nel mio luogo di pena ebbi accoglienze più che ospitali, fraterne.

—Lo so;—disse il ministro.

—Orbene, io debbo aggiungere che lassù, alle falde del Cimone, non rattenni la lingua, ricaddi in quel fallo che mi aveva già meritata la prima punizione.

—Anche questo mi è noto;—rispose il ministro.—Ho letto di certa gita ad un lago, e del nome che qualcheduno ha voluto imporre ad una piccola barca. Troppo piccola, invero, me lo vorrete concedere;—soggiunse egli, sorridendo;—troppo piccola, per portare una così grande fortuna!

—Lo riconosco. Eccellenza;—disse Gino umilmente.—Ma non voglia dimenticare che il qualcheduno son io. E se l'inchiesta non ha messo in chiaro questo punto, è mio obbligo di gentiluomo, anzi meglio, di galantuomo, dichiararmi colpevole di ciò, come di tutto l'altro che può essere spiaciuto al governo.

—A quel che vedo,—disse il ministro, sempre con quel suo sorriso sul labbro,—voi vorreste, conte, andare nuovamente a confine. Ma badate, stavolta, essendo recidivo, potrebbe toccarvi di peggio.

—Sia quel che si vuole, Eccellenza, purchè per il reo non siano condannati gli innocenti. Dio santo!—continuò Gino, animandosi.—Avevo già argomento di credere che nessuno sarebbe stato molestato per una colpa mia, tutta mia, ed oggi son costretto a temere da capo.

—Perchè?—disse il ministro, aggrottando le ciglia.—Chi e che cosa ha potuto farvi credere che si vogliano colpire persone innocenti, se di innocenti si tratta?

—Ma…. veramente….—balbettò Gino, non volendo proferire il nome della marchesa Polissena.—Non mi domandi Vostra Eccellenza come io lo so; pensi soltanto che me lo han fatto creder possibile.

—Vi han fatto credere una cosa…. assai dura per me;—rispose gravemente il ministro.—Certo, un'inchiesta è stata fatta. Era obbligo dell'autorità il farla, come sarebbe obbligo mio di appurare i fatti, e di condur le cose fino ad un processo, non per colpire innocenti, ma per mettere in chiaro la verità e dare ad ognuno il suo. Ma questo, come è legalmente giusto, sarebbe prudente del pari? Eccovi il dubbio, che mi ha trattenuto finora…. e che mi tratterrà certamente dell'altro. La politica è scienza ed arte; vostro padre, esperto com'è delle cose del mondo, può dirvi quante transazioni e compromessi ella consigli e richieda.

—Vostra Eccellenza ha una bell'anima;—gridò Gino, usando spontaneamente l'artifizio di chi vuole ad ogni costo ottenere una grazia.—Mi ha mostrato or ora i suoi dubbi; faccia un atto di carità, mi rimandi con la certezza che i signori Guerri non saranno molestati.

—Vi premono molto!

—Sì;—rispose Gino.—Il primo e il vero colpevole son io; è dunque un sentimento di onestà che deve muovermi a pregare per essi Vostra Eccellenza.

—Aggiungete alle sue preghiere le mie;—disse il vecchio Malatesti.—Mio figlio, nella sua impazienza giovanile, ha prevenuto il mio pensiero. Preme anche a me, Paolo, preme a me più che a lui, che i signori Guerri di Fiumalbo, ospiti e amici di Gino, non abbiano a pentirsi della loro cortesia, della loro liberalità, verso un conte Malatesti. Contentate un padre, mio buon Paolo!—soggiunse il vecchio, con accento supplichevole.—Contentate un padre, che ha già troppe ragioni di rammaricarsi del male che ha fatto.—

Il ministro guardò con aria di stupore quel vecchio gentiluomo, che gli apriva con tanta schiettezza il suo cuore.

—Perchè dite questo, Jacopo?

—Perchè lo sento, e perchè mi sembra di esser meno colpevole, accusandomi. Se sapeste come son pentito di aver voluto queste nozze, e di averle imposte a mio figlio! Mi scusi almeno nel cuor suo il pensare che io credevo di assicurare la sua felicità.

—Eh via, non temete tanto che essa sia per mancargli!—rispose il ministro.—Siamo calmi e prudenti, nel considerare le cose. Appunto perchè ho veduto che s'incominciava a perder la calma e si rischiava di dimenticare la prudenza, ho fatto io quello che ho fatto. So che non c'è nulla di cui vostro figlio abbia seriamente a dolersi. Un po' di leggerezza, lo capisco; troppa gente in casa vostra!… Ma qui la contessa non ci ha colpa. Gli usi della casa paterna le hanno dato l'esempio. Questi usi, poi, non sono insoliti nelle nostre città, e non bisogna neanche accusare quella povera marchesa Polissena. In Italia le abbiamo sempre avute, queste case ospitali, veri porti di mare, dove affluiscono tutti, cittadini e forastieri, nobili di sangue e nobili d'intelligenza, poeti, maestri di musica, scultori, pittori, diplomatici e soldati. Un padrone di casa che abbia un bel palazzo e delle consuetudini di magnificenza, una signora che sappia ricever bene le persone che la sua bellezza ha attirate, qualche bella ragazza per farle riscontro, un buon Erard da suonare, un bell'albo da riempire di versi e di bozzetti, di massime e di tocchi in penna, una tazza di tè alla sua ora, dei vecchi quadri, delle vecchie tappezzerie da far ammirare dagli intelligenti, ma sopra tutto dagli ignoranti, ed eccovi il salotto naturalmente formato, eccovi il ricevimento obbligato in chiave. È storia vecchia oramai. Capisco che per esser vecchia, non dovrebbe esser più quella dei nostri giorni. I gusti e i passatempi dovrebbero cambiare secondo le età. Occasioni di passar la serata gradevolmente, ogni città ne offre a tutte le borse, a tutti i gradi d'intelligenza e di educazione. Il salotto alla francese si capisce ancora, ma in Francia, a Parigi: dove son cento, questi luoghi di amabile ritrovo, e ogni padrona di casa può scegliere la sua società. Da noi la società non può esser scelta, quando il salotto è unico, e tutti ci si affollano, e quei tutti son sempre i medesimi. Il salotto del tipo nostro, vero anacronismo vivente, è un allargamento della famiglia, una invasione, un quartiere d'inverno, che tutti, amici e conoscenti, prendono in casa vostra, ed è naturale che il padrone sia quello che ci vive peggio di tutti. Vo' dirlo questa sera alla marchesa Polissena. Ciò servirà per dare una diversione alle sue collere. Ci verrete anche voi, non è vero?

—Il mio Gino non potrà fare a meno di recarsi a cercare sua moglie;—rispose il conte Jacopo.

—Ah, già, la contessa Elena è a pranzo da sua madre;—notò il ministro, ricordandosi.—La marchesa mi ha detto anche questo. Venite anche voi, Jacopo. Ci sono dei momenti che tra moglie e marito un testimone è necessario, per rendere impossibili i discorsi aspri, ed anche i silenzi noiosi. Del resto, lasciate fare a me;—soggiunse il ministro.—Metteremo la pace in quello spirito esacerbato della marchesa. Ella ha un po' di deferenza per me; nè io, se bisognerà, le risparmierò le osservazioni.

—Ve ne sarò grato, mio buon Paolo!—disse il vecchio Malatesti.

—E ai signori Guerri…—disse Gino a sua volta.—Ai signori Guerri nessuna molestia, non è vero, Eccellenza?

—Conte Gino,—rispose gravemente il ministro,—ho fatto una solenne promessa a vostro padre. I vostri ospiti ed amici di Fiumalbo non saranno toccati, fino a tanto sarò io a questo posto, per la fiducia del principe, e per la mediocrità dei tempi.—

Ancora i tempi! e dichiarati mediocri! Evidentemente, il ministro diceva così per modestia, e un umile cenno del capo, ond'era accompagnata la frase, voleva darle un significato di quella fatta. Ma insieme con l'umiltà del gesto veniva un'occhiata espressiva, che il conte Gino poteva interpetrare molto diversamente.

—È tempo che vi leviamo l'incomodo;—disse il conte Jacopo, alzandosi.—Poc'anzi il vostro servitore è comparso sull'uscio, e voi l'avete rimandato con un gesto.

—Che!—disse il ministro.—C'è sempre tempo, per mettersi a tavola. Aggiungete, mio caro Jacopo, che un buon antipasto vale il migliore dei pranzi. La vostra visita mi ha colmato d'allegrezza, sapete? Grazie, grazie, grazie!—soggiunse il marchese Paolo, con grande effusione di cuore, e stringendo forte le mani del vecchio Malatesti.

Poi, rivolgendosi a Gino, così gli parlò:

—State di buon animo, mio giovane amico. Se la vita domestica ha qualche pena, non vogliate affliggervi oltre misura. In fondo, questa vita non è profondamente triste che per le condizioni medie, siano esse di fortuna, o d'intelletto. I gran signori a cui tutte le ambizioni son lecite, i grandi ingegni a cui son comandate, non si fermano troppo a meditare su queste miserie e non ne sentono l'affanno invincibile. Anche quando hanno l'inferno in casa (e voi non lo avete; mettiamo che sia appena appena un piccolo purgatorio) possono escirsene fuori «a riveder le stelle», come il marito di Gemma Donati, il quale fu un savio, pari al marito di Santippe. Chi ha le grandi cose nell'animo deve raccogliersi in quelle, per prepararsi alle grandi cure. La patria ha mestieri di uomini capaci di servirla e sciolti da ogni altro pensiero, per dedicarsi intieramente ad essa. Voi m'intendete, non è vero? Sia piccolo grande lo Stato, ha sempre un fine più vasto e più alto di ciò che appare nelle sue circostanze presenti. Abbiate dunque le idee tanto larghe da comprendere quel fine, a cui potreste aver la fortuna e l'onore d'indirizzarlo voi stesso; non rimpicciolite queste idee nelle noie e nei sopraccapi della vita domestica; tutte cose che si acconciano per via, e ordinariamente da se.—

Bei consigli, in verità, quelli del marchese Paolo al conte Gino Malatesti. Egoistici, se vogliamo, ma niente più di tanti e tanti altri che governano il mondo. Ma che potevano fare quei consigli, ad un cuore infranto come quello di Gino? Il ministro non vedeva che un lato della quistione: i dissapori e le noie domestiche del giovane Malatesti. Egli dimenticava Fiumalbo, e la fanciulla dei Guerri.

Quella sera, secondo l'uso suo, il marchese Paolo andò a visitare la sempre bella Polissena. Le apparizioni serali del potentissimo personaggio in casa Baldovini erano la gloria e la forza della signora marchesa, il cui salotto poteva considerarsi come un'appendice della Corte ducale. Si era sicuri di trovar là il Governo, e si andava a raccogliere i sorrisi, a raccattare i monosillabi, che cadevano dalle sue labbra venerate. Dico i monosillabi, perchè non a tutti il marchese Paolo soleva parlare, come aveva fatto quel giorno ai Malatesti, in un momento di giustificata espansione. Ora, se i discorsi mancano, anche i monosillabi hanno il loro pregio, quando sono la voce del potere; di un potere tanto più eccelso, tanto più glorioso, in quanto che esso è esercitato in nome di un padrone assoluto, senza sindacato di Camere alte e basse, come senza divisione di autorità, di uffici e di carichi.

Polissena aspettava il ministro; lo aspettava per consigliarsi con lui, in apparenza, ma nel fatto per avere da lui l'autorità di minacciare un grosso guaio a suo genero, al ribelle, che voleva comandare in casa propria. Immaginate dunque lo stupore della bella marchesa, allorquando, poi ch'ella ebbe toccato il tasto della vendetta che bisognava trarre dei Guerri, si udì rispondere dal ministro una sola parola, e la meno aspettata:—Impossibile.—

—Impossibile, avete detto?—gridò ella.—E perchè?

—Perchè, cara mia, non c'è nulla di grave contro essi.

—E l'inchiesta?

—L'inchiesta è insufficiente. Non è riuscita a mettere in chiaro che certi discorsi fossero proferiti da alcuno di loro. Se c'è un filo da seguire, esso conduce dove non vorremmo andar noi, cioè a vostro genero.

—Strano!—esclamò Polissena.—Mi avevate pur detto!…

—Ho detto, sì, e ho detto male;—rispose il ministro.—Ora, con piena cognizione di causa, vi dico che non si può.

—Non si può! Non si può!—ripetè la marchesa,—Ma che ministro siete voi dunque?

—Un ministro come tanti altri del secolo decimonono;—replicò pacatamente il marchese Paolo.—Il potere è assoluto di nome, ma non lo è ugualmente di fatto. Il secolo agisce come l'aria, come l'etere, è qualche cosa d'invisibile, d'impalpabile, che s'infiltra da per tutto, e non ci lascia godere le beatitudini del vuoto.

—Non mi parlavate così questa mane!—notò Polissena.—Sopra tutto,—-soggiunse con accento di amarezza,—non mi parlavate così l'anno scorso, al mio ritorno dai bagni di Lucca. Ma allora… ma allora!…

—Ebbene, che significa questo allora? Vi preparate, marchesa, a dirmi una cosa spiacevole e non vera, credendomi capace di prometter prima, per non mantener dopo! Via, siate giusta, Polissena, ed ascoltatemi. Sono il vostro buon servitore, voglio esserlo fino a tanto non vi prenda fastidio di questi capegli che incominciano a brizzolarsi maledettamente. Ma l'impossibile non si dee domandare a nessuno. Vi ho detto allora che si poteva fare un processo di ribellione ai Guerri, e, fidandomi di una prima impressione, su cui non ero più ritornato col pensiero, mi sono lasciato sfuggire qualche altra parola poco misurata, stamane. Ma ci ho pensato, quando voi siete partita; ho voluto rileggere quella benedetta inchiesta, e mi sono facilmente avveduto che non c'era nulla di grave, che si sarebbe commessa un'ingiustizia, a voler separare la causa dei Guerri da quella del conte Gino. Ora, le ingiustizie, o presto o tardi, si pagano; ve lo assicuro io, si pagano, anche quando la coscienza e l'intenzione del male mancassero. Vedete un po'! Ed io che ero tanto felice di non dover più pensare a quell'episodio di Fiumalbo!…

—Perchè allora ci siete ritornato stamane?—domandò la marchesa.

—Per non contrariarvi, Polissena, per calmarvi, in un momento difficile. Stamane, in verità, non ci vedevate più lume. Siete bella anche quando siete in collera; ma io vi amo meglio quando siete di buon umore. Ho tanto bisogno di pace! Via, siate buona, marchesa! E se volete ancora servirvi di me nel futuro, per quanto potrà durare il futuro di un ministro, non guastate la mia autorità nel suo principio, nella sua base, che è come dire nella mia stessa coscienza.—

Il ministro aveva proferita l'ultima frase col piglio di un uomo che non ha altro da aggiungere. «Ho detto» esclamavano in questo caso gli antichi oratori.

Polissena indovinò il salmo dell'antifona, ed abbassò prontamente le ali. Non poteva sperar nulla per le sue vendette da Paolo, poichè in lui il ministro prendeva il posto dell'amico. Pazienza, mia bella signora, pazienza! Non si ha tutto quel che si vuole, in questo povero mondo.

Un'ora dopo capitò il conte Gino, ed era, per caso insolito, accompagnato da suo padre. Al conte Jacopo, se non al figliuol suo, bisognava fare buon viso, e la marchesa Baldovini fece di necessità virtù.

—Ho sentito di qualche malinconia tra i nostri figliuoli;—disse il conte Jacopo, entrando risolutamente in materia.—Spero bene che la nube sarà dissipata. È questo il mio vivo desiderio, e risponde anche al vostro interesse, marchesa.

—Al mio?—esclamò Polissena.—In che modo?

—In questo, che voi non dovete fare uno scandalo, per una scioccheria.

—Non vedo come potrebbe nascere uno scandalo;—replicò Polissena, che le ultime parole del ministro avevano già ridotta agli estremi della sua resistenza.—Vostro figlio avrebbe voluto farne uno, battendosi col barone De Wincsel. Ma per fortuna ci si è messo riparo.

—E sta bene;—disse il conte Jacopo.—Anch'io, senza ammirar troppo l'espediente, lo accetto negli utili.

—Vorrete almeno desiderare con me che queste scene non si ripetano;—ribattè la marchesa.

—Figuratevi!—esclamò il vecchio Malatesti.—Spero anch'io che non si ripeteranno, perchè voi dal canto vostro consiglierete la vostra figliuola a non darne occasione. Elena è una cara donnina, a cui vogliamo tutti un gran bene; ma è giovane, ed ha bisogno di consigli. Ella, del resto, non ha ancora guadagnato il privilegio di fare a modo suo.

—Che cosa intendereste di dire?

—Solamente questo, che la gaia vita delle feste e dei ricevimenti, con tutti i pericoli che ne derivano, si può e si deve rimandarla ad altro tempo; a quel giorno, che arriva pur troppo, e per tutte, in cui le ebbrezze son dissipate, ma almeno la famiglia è assicurata. Non è strettamente morale, ciò ch'io vi dico;—soggiunse il vecchio gentiluomo.—Ahimè! riconosciamo pure che non lo è niente affatto. Ma è secondo gli usi antichi delle grandi famiglie: e questi usi, nella corruzione generale, avevano la loro parte buona. Conserviamo almeno questa parte, marchesa.—

La bella Polissena non fu tarda a conoscere «il velen dell'argomento» come lo avrebbe chiamato il ministro, nella sua smania recente di citazioni dantesche. Ed anche davanti al vecchio Malatesti, la madre furibonda di Elena dovette abbassar le ali e tacere.

Il conte Gino, quella sera, ricondusse a casa sua moglie. Nè si parlò tra di loro di ciò che era avvenuto; nè fu più occasione di tornarvi poi. Del barone De Wincsel nessuna notizia per tutta la settimana. Si seppe più tardi che egli era escito dagli arresti, per ritornarsene a Vienna. Così procedevano allora le cose, nei felicissimi Stati di Modena, Massa, Carrara e Guastalla.

In que' giorni la fanciulla dei Guerri era già ritornata alle Vaie; triste, non rassegnata, ma calma; così calma, da ingannare i suoi, che la videro perfino sorridere. Aveva tante cose da raccontare di Modena! La cuginetta era graziosa, amorosa, veramente carina. Ben presto l'avrebbero veduta anche loro, poichè nel finir della primavera sarebbe venuta a conoscere i suoi nuovi parenti delle Vaie.

Il cugino Ruggero non era meno felice della sposa; e sicuramente doveva esser felice, poichè aveva fatto un'ottima scelta. Buonissima famiglia, quei Campolonghi; ricchi, senza orgoglio di gente nuova, e assai benveduti in città; nel complesso, adunque, un matrimonio eccellente. Si erano fatte gran feste; si era stati allegri; essa, la montanara, non aveva ballato, perchè il ballo non le piaceva, ma aveva preso parte alle gioie degli altri, ed era stata perfino a teatro.

Nessuno le domandò se avesse anche veduto il conte Gino Malatesti.

La povera fanciulla non versò la piena del suo dolore che ai piedi del confessore, del buono e compassionevole Don Pietro.

—Figlia mia!—esclamò egli.—Ve lo avevo pur detto! Perchè andare laggiù?

—Ebbene, che c'è di male?—replicò la fanciulla.—L'ho veduto, e son qua, più forte a soffrire, che non mi sentissi da prima. Essa è bella, padre mio, molto bella; ma egli è infelice. Gli ho perdonato; pregheremo per lui.—

Capitolo XVIII.

Per l'Italia.

Aminta Guerri non aveva perdonato. Indole schietta e sana, uomo tutto d'un pezzo, come si diceva una volta (e si diceva, perchè si usava ancora esser tali), Aminta ignorava certe transazioni dalla coscienza, per sè, e non le intendeva negli altri. Chi prometteva una cosa e ne faceva un'altra, era per lui un mancatore di fede: ed egli non concedeva a quell'uomo le circostanze attenuanti, se non per mutare il suo odio in disprezzo.

A questi patti, voi lo intendete, Gino Malatesti non poteva sperar nulla di buono da lui. Avrebbe dovuto resistere ad ogni volontà, sfidare ogni pericolo, per meritare la stima e l'affetto di Aminta. Un po' di carcere ai suoi amici!… Ebbene, tanto meglio. Non era quello il tempo da ciò? Vengono pure i bei momenti eroici, per un popolo sventurato! Poveri i vecchi a cui era mancata perfino l'occasione di farsi utilmente vivi a quel modo! Ma allora, vivaddio, anche il carcere era una battaglia, e doveva esser lieto chi ci andava, e render grazie a chi gliene porgeva occasione.

Vedete infatti; di tanti martirii, di tante sofferenze, s'incominciava a raccogliere il frutto. Gravi risoluzioni erano state prese nel segreto dei colloquii diplomatici, e quel segreto lo sapevano tutti, in Italia. Il Piemonte si armava a furia; la Francia, la nobile Francia, caldeggiava l'impresa. Ancora qualche mese, e una frase severa di Napoleone III all'ambasciatore austriaco appiccava il fuoco alle polveri. La guerra imminente! E qual guerra! La guerra divina, di tutto un popolo contro i suoi oppressori. Lungamente abbracciato dai suoi, benedetto dal padre. Aminta Guerri andò per certi negozi domestici fino a Massa, nella primavera del 1859. Da Massa si avviò a Carrara; di là scese alla Magra e non respirò fino a che non ebbe passato il confine. Era libero, libero; non aveva più birri alle calcagna, non più timore di carceri ducali. Da Sarzana, viaggiando a furia, si recò a Genova; e là, prima ancora di entrare in un'osteria per mangiare un boccone, veduti alcuni soldati per via, domandò loro dove avessero il quartiere.

—In piazza di San Leonardo,—gli dissero,—ma il quartiere si chiama di Sant'Ignazio. C'è il deposito del 7^o reggimento.

—Che significa il deposito?

—Significa che il reggimento è già partito; qui non c'è che un battaglione di deposito, per gli arruolamenti, per la contabilità, e per tante altre cose che non sappiamo noi. Siamo volontarii, e non lo conosciamo per altro che per gli arruolamenti.

—Volete accompagnarmi, camerata?—disse Aminta al volontario che gli aveva dati i ragguagli.

—Volentieri; ma badate, ci si dà del tu, tra compagni d'arme.

—E diamoci del tu; non domando di meglio.—

Il volontario parlava italiano con uno spiccato accento veneto. Disse il suo nome; era un Fogazzaro, di Verona, bruno, ben fatto, simpatico a quel Dio, e spesso parlava in versi.

—Ma non è roba mia;—soggiungeva subito;—son versi di Aleardo Aleardi, il nostro gran poeta, che gli Austriaci hanno mandato nella fortezza di Josephstadt.—

Ventisei anni fa (non dimentichiamo la data) l'Aleardi era un gran poeta, e nessuno era ancora saltato fuori ad accusarlo di languori, di svenevolezze, quasi, Dio ci perdoni, di rammollimento, d'infiacchimento della balda gioventù italiana. Aminta Guerri doveva trovare iCantidi quel poeta in molti zaini di combattenti. Ora tutti li hanno in tasca, e non per rileggerli!

L'amico Fogazzaro condusse Aminta per certi traghetti, viottole, discese e salite, fino al colmo di una collina, dov'erano due conventi tramutati in caserme. Entrato in uno di questi, e detta una parola al soldato di guardia, fece salire il borghese al pian di sopra, gli mostrò un uscio su cui era scritto: «Maggiorità» e gli disse:

—Va dentro, e fàtti soldato d'Italia; io ti aspetto nel corridoio.—

Entrato nella camera, e ammesso alla presenza di tre ufficiali, uno dei quali aveva il grado di maggiore. Aminta Guerri disse il suo nome, la patria, e che volesse da loro. Aveva le carte e le mostrò; fu misurato, esaminato, approvato; ebbe un numero di matricola, fu consegnato ad un sergente, perchè lo conducesse con altri al magazzino del vestiario. Un'ora dopo era soldato d'Italia, col suo farsetto di tela e il suo berretto di cotone, in attesa del cappotto grigio e delcheppì, che sarebbe andato a cercare in giornata. Per intanto, se voleva, andasse a prendere la sua razione di pane.

—È buono, sai, il pane di munizione;—gli disse l'amico Fogazzaro.—Lo chiamano di munizione, perchè coi pezzettini di crosta e magari della mollica, si può caricare il fucile e far buon colpo, come con le palle di piombo. Ma non badare; lo digerirai stupendamente anche tu, dopo che saremo andati a San Benigno, a caricare un centinaio di brande, e di là saremo ritornati a Sant'Ignazio. Tutti santi, qui!—soggiunse il Fogazzaro;—e la loro lontananza te li fa invocare cento volte in un giorno. Dico invocare….

—Ho capito, ho capito;—rispose Aminta, ridendo.

Il nostro giovanotto andò quel giorno a San Benigno per le brande, e dormì quella notte nel letto che aveva portato sulle spalle, attraverso le vie della città. La mattina seguente faceva parte della squadra che andava per i viveri, e portò sulle spalle un bel peso di carne sanguinante. In quella gita ebbe il piacere di sentir la parlata domestica, e di conoscere nel suo compagno di fatica un altro modenese. Si chiamava Prampolini, era avvocato, poeta alle sue ore anche lui, innamorato del Leopardi, grande ammiratore di Pietro Giordani.

La compagnia, come vedete, non poteva esser migliore. Andare alla fatica qua e là, stare a lavorar di scopa in quartiere, mangiar la zuppa nella gamella, parlando di letteratura e d'arte, citando i poeti e gli scrittori della patria, in verità, era una festa. E come si rideva! Non sempre, per altro, non sempre; qualche volta alla schietta risata bisognava sostituire l'occhiata, l'ammicco intelligente, che obbligava a sforzi erculei, per tener chiusa la bocca. Ciò avveniva quando si era «in rango» per dare il numero, o per staccare il passo in buon ordine, al cenno di un vecchio sergente, o per sentire la nomenclatura di tutti i pezzi del fucile, con le analoghe spiegazioni, in una lingua che non aveva nè babbo nè mamma. Nei primi esercizi, il comando «al tempo!» che indicava di rimettersi in posizione, per ripetere un movimento sbagliato, era sempre argomento di ilarità rumorose, che facevano scappar la pazienza, ma poi anche le risate al sergente. Alla domenica, prima di escire dal quartiere, dovevano rimettersi «in rango» per sentire la spiegazione del regolamento, fatta dal caporale di settimana. Il caporale, avvezzo al suo dialetto, maltrattava la lingua madre, e allora i volontarii ad osservargli:—«Scusi, signor caporale, non abbiamo capito.»—Ah, non capite? Non capite?—ribatteva il caporale.—Ebbene, se non capite l'italiano,i vadd a spieghevlo 'n piemonteis!»

Era buono, il caporale; una vera pasta di zucchero, ad onta della sua severità apparente. Dopo il comando: «rompete le righe» per cui erano tutti liberi di andare dove loro piacesse, Aminta andava a presentare le sue scuse.

—Ma se lo so!—esclamò il caporale rabbonito.—I seve d'bravi fieui; ma, con tutti i vostri dialetti, non capite l'italiano. Basta, fra poco faremo tutti una sola famiglia, e parleremo piemontese. Non è vero che lo capite, il piemontese?—

Erano belli, quei vecchi soldati piemontesi delle due classi del 1828 e del 1829, richiamati allora sotto le armi. Avevano fatte le campagne del Quarantotto e del Quarantanove; poi, ritornati alle case loro, e non pensando più di dover ripigliare il fucile, erano diventati uomini gravi e pacifici; la più parte si erano anche ammogliati. Ma anch'essi, iContingenti, come si usava chiamarli, anch'essi sentivano l'onta di Novara, e fieri e contenti erano venuti a raccogliersi sotto le note bandiere, maestri di guerra, narratori di liete e di dolorose gesta, alle classi più giovani. Uno di essi, un Cucchietto, nativo dell'alto Piemonte, aveva fatto parte del triste manipolo cui era toccato di passare per le armi il general Ramorino: un soldato (diceva egli) che era morto bene e che non era un traditore.—«Ma allora,—chiedevano i giovani,—perchè è stato fucilato?»—«Per aver disobbedito, per aver voluto fare di sua testa»—rispondeva il contingente, con quel suo tono assoluto.

Non bisognava far di sua testa: bisognava obbedire; questa era la regola. E si obbediva; e obbedivano tutti, in quel benedetto esercito. Tipi di gentil gravità e di ferrea disciplina, accettata per sè, voluta egualmente negli altri, erano quegli ufficiali che Aminta doveva ben presto conoscere, dal colonnello Berretta fino a Carlo Rivalta, il più giovane fra i sottotenenti del reggimento. Rigido osservatore dei regolamenti, ma buono per il soldato, quell'aiutante maggiore Coppier, con quelle sue gambe lunghe e sottili, per cui era chiamato «il capitano più grande del vero,» e con quel suo gran naso, che stava a cavaliere di una bocca femminea, donde non era mai escita una mala parola. In mezzo a quella gravità i volontari recavano la loro gaiezza; ma non era una gaiezza baldanzosa; era una gaiezza disciplinabile, già mezza disciplinata fin dai primi giorni di quartiere; era l'esuberanza di vita, propria della gioventù intelligente, governata dall'amor patrio, contenuta dalla dignità dell'esempio.

In capo ad otto giorni Aminta Guerri aveva imparato il maneggio del fucile e le prime evoluzioni di compagnia. La mattina del nono giorno, sul piazzale della Cava, sotto la guida del sergente Bernaroli, compieva la sua educazione militare con la scherma di baionetta. Sapete? quella scherma famosa con cui il fantaccino para tutti i colpi del cavaliere e finisce infallibilmente a buttarlo giù dall'arcione. S'intende che nei depositi di cavalleria s'insegnava in pari tempo al cavaliere la scherma di sciabola, per cui gli era dato di disarmare il fantaccino, facendogli saltare la baionetta dalla canna, infallibilmente, in tre colpi.

La mattina del decimo giorno, un grosso drappello di volontarii, così addestrati al mestiere, lasciava il deposito, per andare a raggiungere il reggimento, già in linea sulle rive della Sesia. La strada ferrata da Genova ad Alessandria era tutto un passaggio di soldati d'ogni forma e colore. Egualmente da Alessandria a Novara, poichè, dopo Montebello, Frassineto, Palestro e Vinzaglio, i due eserciti alleati avevano mutata la linea di operazione e l'obbiettivo, spingendosi rapidamente a minacciare il nemico verso il centro politico, e strategico per conseguenza, delle sue fiere difese. Da Novara si andava allora più speditamente su Milano, e l'esercito combattente non si sarebbe potuto raggiungere che sulla via di Magenta. Avanti dunque a Novara, drappelli di tutte le armi, soldati piemontesi e soldati francesi, bersaglieri e cappotti grigi, zuavi, cacciatori di Vincennes e artiglieri della Guardia imperiale. Si stava a disagio, nelle carrozze; si esciva fuori dai finestrini, per aggrapparsi alle prime sporgenze e rampicarsi fino ai sopraccieli, dove si posava finalmente, ammirando la campagna e respirando l'aria libera. Il fumo, anche! Ah! che fumo d'Egitto? Importava poco, il fumo della vaporiera. Del resto, a que' tempi, sulle strade ferrate non si bruciava ancora che carbone. E si andava allegri, salutando le stazioni con grida fraterne, cantando tutte le canzoni patriottiche di quell'anno, e quelle di dieci anni addietro, ma più spesso e più volentieri laBella Gigogin, una scioccheria smisurata, che esprimeva benissimo la spensieratezza di quel tempo e di una generazione molto sicura del fatto suo. Anche i soldati francesi cantavano laGigoginne, facendo un grazioso miscuglio di parole italiane, piemontesi, lombarde, con desinenze di Francia.

Da Novara si cominciò a far cammino a piedi. Si entrò a Magenta ancor seminata di brandelli di carne e fumante di sangue: orrendo spettacolo, che pur sollevava gli spiriti! A Milano gran meraviglia per il Duomo, e grande allegrezza per le accoglienze fraterne, più belle a gran pezza del Duomo. E via, il giorno dopo, per correre sulle traccie dei reggimenti, che erano sempre due marcie più in là. Correvano tutti, quei reggimenti benedetti, perchè Garibaldi era volato su Brescia, e bisognava collegarsi con lui. Piemontesi e Francesi, cappotti grigi e calzoni rossi, cheppì e turbanti, penne di cappone ondeggianti all'aria e nappine azzurre battenti sugli omeri, si andava tutti di conserva, spesso nelle fermate confondendosi, sulle piazze barattando gli abiti e le insegne, ballando insieme, senz'altra musica fuor quella che si sprigionava dai cuori.

Andiamo, corriamo anche noi; se no, finiremo Dio sa quando. Gli eserciti alleati erano in linea da Desenzano a Montechiaro. Il giorno 24 di giugno, fu San Martino di Pozzolengo da un lato e Solferino dall'altro; una grande giornata, una battaglia napoleonica per la massa in azione, per lo sforzo maraviglioso, per gli effetti strategici. Aminta Guerri prese quel giorno il suo battesimo di fuoco. Ci capì poco, anzi nulla, come in ogni battesimo avviene al battezzato; non ebbe altra impressione del fatto, e non serbò altro ricordo che quello di un grande intronamento di orecchi.

Gli eserciti alleati non riposavano sugli allori. Inseguito fino al Mincio il nemico fuggente, investirono la piazza di Peschiera. I Piemontesi, mantenendo la prima disposizione dei corpi combattenti, piantarono il campo sulla sinistra, e incominciarono tosto i lavori d'approccio. Aminta aveva fatto il facchino e lo spazzaturaio in caserma; imparò a fare lo zappatore, scavando fossi e rizzando parapetti. Rafforzato il campo, scavate le vie coperte, si incominciò a lavorare di notte, poichè le parallele giungevano troppo sotto gli occhi della piazza assediata, e l'opera, continuata di giorno, poteva essere più facilmente guastata. Ma anche di notte, e come gli era concesso dall'oscurità, vigilava il nemico. Dai bastioni, ad ogni tanto, partivano razzi, illuminando la campagna; poi, sotto l'arco dei razzi, veniva la corda delle cannonate. Era dunque un lavoro utile, da parte degli assedianti, il notturno; ma era anche oscura la morte, quando toccava.

Nella sera del 30 giugno il battaglione di Aminta fu comandato di avamposto; noioso servizio, poichè la notte avanti gli era toccato il faticoso, cioè quello di lavorare nelle trinciere. Ma pazienza; quando si è in mare si naviga, e quando si è in terra si va. Il battaglione, messo in ordine di marcia due ore dopo il rancio, partì dalla cascina Fedalora, intorno a cui era formato il campo, e si avviò per la nota strada che metteva ai lavori d'approccio; poi, ad un certo punto, piegò a sinistra, nella direzione del lago, per non dar nell'occhio al nemico, che vigilava sui bastioni. Sull'imbrunire, ripiegando nuovamente a destra, giungeva ad un casolare, dove si stabilì la gran guardia, e di là si spiccarono due compagnie, per procedere ancora verso i forti. Una di esse rimase ad un certo punto in sostegno; l'altra, che era quella di Aminta, proseguì la sua strada, lasciando ancora qualche manipolo d'uomini lungo le prode dei campi, per collegare le sentinelle avanzate ai sostegni. La notte era sopraggiunta, e le due ultime squadre della compagnia, guidate da un tenente, s'inoltravano ancora pei campi, seguendo certi sentieri fiancheggiati da piccole siepi d'acacia. Il tenente collocò due posti di quattro uomini, poi un terzo, poi un quarto, e finalmente le sentinelle avanzate. Aminta ci capiva poco, e ci vedeva anche meno, per il gran buio che regnava in que' luoghi, interrotto solamente a quando a quando dai razzi, a cui tenevano dietro le cannonate del nemico. Altro non vide e non intese che questo: dietro una svolta del sentiero era stato collocato con tre uomini il caporal Piras, suo superiore immediato; di là dalla svolta, dieci quindici passi più oltre, era collocato lui in sentinella.

—Tu rimarrai qui;—gli disse infatti il tenente, dopo averlo condotto sul posto, di contro ad un muro a secco, che sosteneva un campo e lo divideva dal sentiero.

—Che debbo fare, signor tenente?—domandò il giovanotto.


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