IV.LA BELLA GIOVANNA[1].C'era una volta un contadino, che aveva una figliola bellissima, vispola e di mente fine, sicchè l'era il passatempo del vicinato, nè si metteva su una veglia senza invitarci la ragazza, della quale[2]il nome, per quel che ne dicono le storie, fu Giovanna. Nella città vicina al paese di Giovanna comandava un Re, che pur lui aveva una figliola di molto bella, ma al contrario di Giovanna, s'addimostrava in viso seria e melanconica, e a nissuno era riuscito mai di farla ridere. Il Re suo padre stava molto in pensieri per questo naturale della figliola e s'ingegnava a tutto potere ogni dì a trovare qualche cosa di novo e d'allegro e buffone, acciò la ragazza si rallegrasse: ma tutto fu inutile[3]. Un giorno il Re discorrendo co' suoi cortegiani, uno di loro gli fece assapere, come nel villaggio presso la città fosse un contadino, padre di una figliola tanto gaja, che dov'essa era, la malinconia pareva bandita. Codesta nova racconsolò il Re oltr'ogni credere, e subito gli venne il pensiero di mandare a chiamare la ragazza per far compagnia alla propria figliola e vedere se a lei riuscisse tenerla svelta e obbligarla a ridere. Senza indugio mandò un servitore al padre di Giovanna con ordine espresso che si presentasse al Re. Il contadino rimase di stucco a sentire che il Re lo voleva; gli vennero mille ubbìe e sospetti in capo. E' dubitava d'avere commesso qualche malestro o lui oGiovanna; ma più credeva Giovanna, perchè a quel modo scapata e di lingua lesta, che non badava a dir le sue a ogni persona e in ogni lôgo. La chiamò pertanto e con una faccia stravolta gli disse:—«Scommetto, vedi, che 'l Re mi vole per gastigarmi di qualche buaggine tua. Già, me lo figuravo, che col tuo girellonare e chiacchierare alla scapata ce ne doveva venir male.»—A cui Giovanna:—«Vo' avete tanta paura e io punta. Di dove cavate che 'l Re v'ha chiamato per le mie buacciolate? Andateci, e se è per me che vi vogliono al palazzo, non indugiate a farmelo sapere, che so ben'io come regolarmi.»—Il contadino, vestitosi de' meglio panni ch'avesse nella cassa, e data una pulita al cappello delle feste, s'avviò alla città; e giunto al palazzo del Re, fu dinanzi a questo menato. E' gli parea d'esser lì alla gogna; e quantunque il Re l'accogliesse con garbo, il contadino se ne stava tremante e grullo come chi aspetta mala sentenzia. Isquadrollo il Re da capo a piedi e poi gli disse:—«Galantomo, è egli vero che a casa tu ci hai una bellissima figliola?»—A quella richiesta il contadino, abbene che se l'aspettasse, e' fu come se gli avessero dato un manico di vanga tra capo e collo, e gli si rimescolò il sangue nelle vene; andava balbuzzicando e borbottava a tragòla, quasi fosse per tirare il calzino. Il Re, visto quel rimescolìo, e' si pensò che gl'intravvenisse per sospetto della sua reale persona, per cui confortava il contadino alla confidenza e gli ripetè la domanda:—«L'ha' tu o no, questa figliola?»—E il contadino a mezza voce:—«I' l'ho. Maestà, per mi' disgrazia. Ma io non ci ho che fare se l'è un po' scapatella e allegrona. Se l'abbi commesso qualche scangèo, egli è effetto di gioventù.»—«E che m'importa degli scangèi della tua figliola?»—riprese il Re:—«Vuo' soltanto sapere s'egli è vero chela sia gaja e buffona, come m'è stato rapportato, sicchè tiene in gioja tutta il vicinato.»—«Sì veramente,»—disse il contadino;—«la mi' figliola l'è così fin da quando nascette, e non s'è voluta mai correggere. Anzi...»—Interruppe il Re:—«Queste chiacchiere non mi fanno. Torna a casa; e menami o mandami a corte la tua figliola, chè la voglio per compagnia alla mia figliola. Se gli riesce farla ridere, Giovanna, parola di Re, non sarà più povera. Corri e obbedisci.»—Al contadino gli parve essere ritornato a vita, sentita la voglia del Re. La strada per ritornare a casa gli apparì più corta che al venire; e in sull'uscio trovata Giovanna che lo aspettava bramosa, principiò a bociare da lontano:—«Allegri, allegri! il Re vuol te a tenere compagnia alla su' figliola, che a nessuno gli è riuscito farla ridere mai. Vuol te, perchè ha saputo che ridi sempre e tieni sderto tutto il vicinato a suon di chiacchiere e di buffonate. Su, vestiti, non c'è da perdere neanche un momento di tempo. E se, mattacchiona come tu sei, vieni a capo di far ridere la principessa, tu diventerà' ricca sfondolata. Me l'ha promesso il Re.»—«Vo subito,»—disse Giovanna; e a quel modo scalza com'era, e colla rocca al pensiero e il fuso in mano e i capelli su per le spalle, s'incamminò.—«Ferma»— gridò il contadino:—«Ma ti par'egli andare a corte in codesto arnese? Non ti vergogni tu? Ravvìati un po' il capo e poniti una sottana a garbo, e le scarpe in piè, e posa codesta roccaccia.»—E Giovanna:— «No davvero! Scarpe non ne ho mai portate e non vo' quell'impiccio da stroppiarmi. I' vuo' andar così. S'i' non vo a genio, torno a casa. Io non gli ho ricercati per mettermi in corte.»—E senza aspettar repliche, Giovanna se ne venne al palazzo del Re. Quando Giovanna fu al portone reale, riscontrò sentinelle eservitori; ne prese uno pel braccio e gli disse:—«Andate dal Re e ditegli che ci son io[4].»—Il servitore stette lì un po' come sbalordito; ma sapendo chi dal Re fosse aspettato, salì nell'appartamento ad annunziargli che sul portone c'era una bellissima ragazza vestita alla contadina e scalza, con una rocca a' fianchi, e che aveva poche parole e meno cerimonie in bocca. A farla breve, Giovanna venne introdotta alla presenza del Re: ma lei, senza nemmanco salutarlo, dice:—«Dove sta la Principessa?»—e il Re alzando la mano per accennare la camera, Giovanna diviata entrò colà, e a mala pena vista la Principessa, si messe a cantare una canzona tanto ridicola, accompagnandola con gestri[5]tanto buffi e sversati, che la Principessa principiò a ridere così da non poterne più; ed essendo per le risa lì lì per isvenire, gridò che Giovanna uscisse subito di camera sua. Rotto il ghiaccio, bastava che Giovanna fosse colla Principessa, che a forza di canti, di balli, di scede, di racconti buffi, la Principessa non faceva che ridere da mattina alla sera, sicchè in pochi giorni si mutò affatto il carattere della figliola del Re, e di triste e melanconica che era prima, divenne di bon'umore e sempre allegra. Il Re non capiva in sè dal contento, e nominò Giovanna damigella della Principessa; e gli disse che chiedesse pure quel che voleva, chè tutto gli avrebbe subito conceduto. Già da qualche tempo Giovanna era alla corte del Re, quando gli venne bramosia anche a lei di vestirsi alla reale; e diceva alla Principessa:—«Che non istarebbe anche a me bene la robba[6]vostra? Rincricchiata a dovere, farè' la figura che dee fare una damigella di corte. Padrona, che ve ne pare? Allora potrei pure accompagnarvi alla spasseggiata.»—Detto fatto: Giovanna fu vestita da signora, ed apparì anche più bella. Di lì a poco Giovanna cominciò a pensare che,abbene che messa come una signora al di fori, l'era poi una bella ignorante, giacchè manco sapeva leggere. E palesata la voglia d'istruirsi, subito gli dettero maestri; per cui il naturale spirito che aveva gli s'accrebbe oltre credenza e ognuno cercava la compagnia di Giovanna. Il Re poi e la Principessa la riguardavano come figliola e sorella, tanto gli volevano un ben dell'anima. Ma a dispetto delle premure che si avevano per Giovanna e della vita scelta che menava, lei, ragazza avvezza alla libertà della campagna, si sentiva spesso annojata delle cerimonie di corte e oppressa dall'aria chiusa del palazzo e della città. Un giorno disse alla Principessa:—«E che si fa noi qui rinserrate dalla mattina alla sera, sempre in sul medesimo tenore di vita? È vero che non manca nulla; ma se s'andasse via per un viaggio a divertirsi[7], a vedere luoghi e persone nove, sarebbe pur la bella cosa.»—A cui la Principessa:—«Tu se' matta, Giovanna: il Re mio padre non mi darebbe mai il permesso di andar sola con te a girare il mondo. Ti pare! Che direbbe la gente?»—«Vo' vi sgomentate di nulla!»—ripigliò Giovanna.—«Ecco la mia proposta. Sceglieremo altre dieci ragazze, tutte belle; le vestiremo tutte compagne come noi, e così viaggeremo. Chi volete che dia noia ad una frotta di dodici ragazze?»—Alla Principessa garbeggiò il consiglio e subito corse dal Re per ottenere il consenso: ma il Re negò darlo. Disse che lui era vecchio e voleva la figliola vicina; che a quei tempi e sempre le donne sole non potevano, senza pericolo e disonore, girandolare per terre lontane e sconosciute. Quindi la Principessa tornò da Giovanna, come suol dirsi, colle trombe nel sacco. Ma Giovanna non si smarrì, e disse:—«Ci anderò io dal Re e vedrete che non saprà negarmi la richiesta.»—E veramente lo raggirò inmodo, a forza di moine e belle parole, e tante gliene contò, che il Re si dovette dare per vinto, impegnato pure dalla parola reale, che avrebbe conceduto tutto quello che Giovanna bramasse. Dunque Giovanna si diede ad apparecchiare ogni cosa pel viaggio; e prima trovò le dieci ragazze e fece fare dodici abbigliamenti compagni; e quando ogni cosa fu pronta, la Principessa, Giovanna e le altre dieci ragazze salite in due vetture, dopo salutato il Re, se ne partirono e per parecchi giorni vagarono per molte castella e paesi, fermandovisi a pena per visitarle e riposarsi. Ma quando giunsero ad una grandissima e popolosa città, stabilirono rimanerci più a lungo, e però si allogarono in un albergo. Quivi ognuna attendeva alle proprie robbe, a tenere assestata la camera, meno la Principessa, che era servita da Giovanna. L'allegra brigata donnesca era tutta in sul darsi bel tempo, ora esaminando la città e i suoi palazzi e giardini, ora andando a diporto pe' contorni; e ciascuno stupiva di vedere tante belle ragazze sole e insieme unite, ed eran curiosi di sapere chi fossero: ma loro badavano a sè e non volevano òmini e impacciosi d'attorno. Un dì Giovanna, nell'assettare la camera della Principessa, essendo montata per aria a cavar la polvere da un quadro, lo alzò e con sua meraviglia ci scoperse al di sotto una finestra. E messivi gli occhi per dentro, vide una cucina e un coco affaccendato a preparare un pranzo tale, che non poteva essere altro se non destinato a qualche principe: la cucina dell'albergo non era di certo, e pranzi a quel modo mai non li avevano assaggiati lì. Almanaccando di chi diavolo fosse quel pranzo e a chi spettasse la cucina, si fece ad esaminare le vicinanze dell'albergo, e s'accorse ben presto, che la cucina era addetta al palazzo del Re di quella città. Subito gli saltò il grillo di fare una beffa alcoco; e lasciatolo allontanare, snella scese in cucina, saggiò tutte le pietanze, prese larghe porzioni delle meglio[8], e nelle rimanenti buttato sale a manate senza discrezione, in fretta rimontò dalla finestra in camera e la richiuse col quadro. Venuta l'ora del ristorarsi e conversare assieme, Giovanna diede alle compagne di quelli scelti cibi, ma non disse da dove li aveva portati via, e discorse tanto e di tante altre cose, sicchè nessuna gli domandò nulla. Il Re della città in quel medesimo giorno teneva corte bandita, e di molti e di gran parentato erano gl'invitati. Ma seduti a mensa, non ci fu verso che potessero mangiare le pietanze apparecchiate, talmente erano amare di sale[9]. Al Re montò la mosca al naso e fatto chiamare il coco, con un viso da Orco gli chiese ragione dell'avvenuto. Il pover'omo, tutto umile e sorpreso, gli protestò che di certo non ci aveva colpa, perchè aveva messo il sale nelle pietanze secondo il solito e non capiva come la cosa fosse accaduta. Ma il Re gli dette poca retta, e condannatolo a stare in prigione per qualche giorno, gli ordinò un altro gran pranzo per la ventura settimana; poi rimediato alla meglio al disappunto de' convitati, li accomiatò. Il coco, uscito di prigione, stava apprestando un altro pranzo reale e con premura badava alla misura del sale: ma allontanatosi per qualche necessità dalla cucina, Giovanna, che stava alle vedette, gli fece la medesima burla; per cui il pranzo del Re riuscì un'altra volta disgraziato. Il Re, imbestialito, fatto chiamare il coco, gliene disse delle nere ed era risoluto che gli si tagliasse la testa in piazza. Il coco, sentendo questo, si buttò in ginocchioni e assicurava il Re della propria innocenza con tante lacrime, che il Re si commosse. Allora il coco, preso animo, parlò così:—«Maestà, c'è di certo qualcheduno che mi vol male e mi fa questi dispetti: perchè bisogna sappiate che anche delle pietanze misono sparite, e non so come. Ordinate un altro pranzo per la ventura settimana, e se non iscopro il birbone malestroso, allora vada pure la mia testa.»—Al Re la proposta garbeggiò, ed anzi egli stesso volle rimpiattarsi nella cucina per vedere chi v'entrava di nascosto a sciupare i piatti. Ed ecco il coco acciaccinato intorno al focolare: il Re frattanto si era messo in un armadio. Quando il coco fece le viste di allontanarsi dalla cucina, Giovanna che stava in sull'intese, schizza giù dalla solita finestra e commette i medesimi malestri: ma nel mentre risaliva per rientrare in camera, il Re sbucò fori del nascondiglio e l'acchiappò per una gamba.—«Ti ci ho chiappato!»—esclama:—«Eri tu dunque la ladra e la salatora! Adesso si faranno i conti!»—Giovanna però senza sgomentarsi gli rispose:—«Maestà, non sono una ladra, chè graziaddio non mi manca nulla. Quel che ho fatto era per beffa a questo coco e per divertirmi del vostro disappunto a mensa. Per cui perdonatemi e non se ne parli più.»—Disse il Re, che già cominciava a infocolarsi nel core alla bellezza di Giovanna:—«I patti li fai tu, a quel che pare. Io ti perdonerò dove tu mi palesi chi sei, di dove vieni e che arte è la tua.»—Allora Giovanna l'accontentò raccontandogli la sua storia sino a quel momento. Riprese il Re:—«Ebbene, giacchè ho fatto così la tua conoscenza, te e le tue compagne verrete al palazzo e desinerete con me e co' miei cortigiani.»—«Io, per me non rifiuto,»—disse Giovanna,—«ma prima bisogna che la mia padrona me lo conceda, e chi sa se lei ci vorrà venire. Ritornate domani, Maestà, a questa finestra; e vi darò la risposta.»—E il Re:—«Così farò. Addio.»—Quindi Giovanna risalì nella camera, e il Re andò tutto allegro per la scoperta nel proprio appartamento. Non ci fu verso ditenere più nascosto alla Principessa e alle sue compagne quel che era intravvenuto. Al racconto di Giovanna, quale delle ragazze rideva, quale la rimproverava delle sue mattie. La principessa poi si addimostrava scorruccita di molto e si temeva compromessa. Ma Giovanna, con quei suoi garbi e con bone parole, le persuase così, che finalmente restò fissato di accettare l'invito reale, a condizione però che a mensa non fossero più di dodici giovani, compreso il Re, in maniera che ogni ragazza avesse il suo compagno. E perciocchè Giovanna stava in sospetto che il Re gli usasse qualche sopruso per rifarsi delle beffe patite, macchinò di recar seco dodici bone bottiglie del reame della Principessa e alloppiarle e poi darle a bere a' convitati. A tal effetto fu spedito un messo con una lettera, e in capo a pochi giorni Giovanna ebbe fra mano le bottiglie. Venuto il giorno di andare al pranzo reale, la Principessa, Giovanna e le dieci compagne si vestirono tutte eguali con gran sfarzo[10]e poi si recarono a Corte, dove il Re le aspettava con gli undici suoi giovanotti, trascelti fra i meglio signori della città. Si sedettero a mensa coppia per coppia, e Giovanna era col Re: ma quantunque parlasse più specialmente con lui, occupava tutta la brigata co' suoi scherzi e le sue novelle piacevoli. Alle frutta i giovani e il Re, avendo trincato, cominciavano a dirne delle belle: per cui Giovanna, temendo qualche brutto tiro, fatte portare le dodici bottiglie alloppiate, si alzò e disse:—«Signori, questo vino viene di lontano ed esce dalla cantina del Re mio padrone e padre di questa Principessa. Se siete cavalieri cortesi, io vi sfido a votarne una per ciascuno alla salute nostra.»—Detto fatto: le bottiglie furono votate, e di lì a poco il Re ed i giovani cominciarono a cascare dal sonno e si addormentarono sopra le loro poltrone, che parevano ghiri d'inverno.Ma non contenta Giovanna della burla, tirato fuori un par di forbici, tagliò a tutti e dodici un solo mostaccio, e quindi via per le scale in fretta seguita dalle compagne, e a casa: dove giunte, messe le robe ne' bauli[11], se ne partirono colle vetture fermandosi ad una villa fuor di mano, distante qualche miglio dalla città. Il Re e i compagni suoi non si destarono che all'alba, ma rotti e sfracasciati pel disagio e pel vino bevuto; gli era come se avessero del piombo dentro il cervello. Cominciarono a stiracchiarsi e a scionnarsi, e guardavan qua e là a similitudine di smemorati. A un tratto disse uno a un altro:—«Oh! tu hai un mostaccio solo».—E quello:—«Anche tu n'hai un solo».—«Poffareddina!»—esclamò il Re:—«Siam tutti conci in simil modo! Ce l'hanno fatta. Su su, vendichiamoci, perchè l'è troppo grossa. Burlare un Re! Non son più Re, se a quella malestrosa Giovanna non gliela faccio pagar cara».[12]—Inutilmente però cercarono le ragazze per la città: ma il Re ben presto col mezzo delle sue spie seppe dove s'erano ricoverate, e quindi risolvette sorprenderle sotto mentite vesti. Pure, bisogna notare che il Re era rimasto un po' cotto di Giovanna, e non era soltanto la bramosia di vendicarsi che lo spingeva a corrergli dietro. Il Re immaginò trasfigurarsi da pellegrino: e preso un paniere, ci messe dentro dodici mele cotte e s'avviò fuor della porta, seguito alla lontana dagli undici suoi compagni. Giunse in sull'abbujare alla villa dov'erano le dodici ragazze e picchiò ammodino. Giovanna scese e visto chi fosse e sentito che voleva un po' di ricovero per la notte, perchè era di buon core, introdusse il finto pellegrino. E menatolo in cucina, lo fece sedere al focolare a riscaldarsi. Disse allora il Re:—«Signora, mi sono smarrito pe' dintorni mentre andavo alla città per portare queste mele cotte a un mio vecchio conoscente. Oramaida qui a domani saranno ite a male; e siccome[13]non ho altro da darvi per rimunerarvi dell'accoglienza, se le volete, ve le offro. Son mele francesche e come bone!»—Giovanna accettò, e volendone far parte alle compagne, lasciato il pellegrino lì al focolare, andiede nel salotto. Ma scoperte le mele cotte, gli venne un po' di sospetto nell'accorgersi che fossero appunto dodici; per cui, rifatti indietro i passi, entrando in cucina, vedde il pellegrino alla finestra e sentì che diceva a qualcheduno:—«Su, lesti: ora vi vengo ad aprire, appena sono addormentate».—Giovanna non stette a dir: che c'è? Preso il pellegrino per le gambe, lo scaraventò di sotto. Fortuna che la finestra era bassa! Il Re battè il capo sull'erba, ma non morì: soltanto si svenne, per cui i compagni lo portarono via a braccia sino al palazzo e lo messero a letto. Nulla di meno al Re venne una grossa malattia, e tutti credevano che in breve se n'anderebbe. Il male era più di amore sprezzato, che altro; i medici non sapevano che mesticciarsi per rinsanichirlo, non intendendo, secondo il solito, che cosa avesse il Re. Intanto Giovanna stava in paura, e quando riseppe dalla gente che il Re era malato, si propose rimediare al malfatto, e pensò travestirsi da dottore e visitare il Re, perchè gli rincresceva che fosse ridotto a quel modo. A malgrado delle rimostranze della Principessa, Giovanna volle fare a modo suo, e giunta al palazzo reale, si fece annunziare come un medico capace di guarire sua Maestà. Disse:—«Io la cura la fo a quattr'occhi co' miei ammalati. E per grida che mandino, non permetto che nessuno accorra. Ma la guarigione è certa».—Credendo ciascuno il caso perduto, si promise a Giovanna di eseguire i suoi comandamenti: e lei, venuta al letto del Re, cavato un buon nerbo, con quello gliene dette tante sinchè non lo vidde svenuto: allora lo rinvoltolò nelle lenzola e poi se n'andò. Pochigiorni dopo il Re uscì dal letto guarito. Ma Giovanna e le sue compagne avevano fatto fagotto e se n'erano a gambe ritornate presso il padre della Principessa; temendo la vendetta del Re burlato in tante maniere e di più nerbato. Questo però, incaponitosi di possedere Giovanna, chè pur si addiede lei fosse stata la sua guaritora, ordinato il corteo d'accompagnamento, venne al reame in cui abitava Giovanna, e per farla sbrigativa, la richiese in moglie. Il padre della Principessa cancugnò, sospettando che quel Re volesse Giovanna fra le mani per gastigarla. Ma Giovanna ardita e vogliolosa di diventar Regina, cavò la paura di capo al suo padrone, sicchè questo, datagli una dote reale e sposatala egli medesimo, gli disse addio. E lei partì col marito, non senza lacrime della Principessa e sue. Quantunque il Re marito adorasse Giovanna, pure aveva una gran bramosia che la scontasse le beffeggiature e le offese che lei gli aveva recate: e Giovanna, furba, stava con tanto di occhi aperti, sicchè di nascosto ordinò che gli fabbricassero una donna di pasta, e acconciatala nelle casse del corredo la portò con sè. Quando la prima notte gli sposi furono per entrare a letto, Giovanna colla scusa di vergognarsi, non volle il lume in camera. E una volta spento e restati al bujo, lei zitta zitta infilzò la donna di pasta tra le lenzola e poi ci si messe accanto, ma in ginocchio sul tappeto in terra contro la sponda dei letto. Il Re, sdrajatosi, principiò a dire:—«Tu siè' stata con me di molto ardita e traditora, Giovanna! Sarebbe questo il momento di gastigarti: ma siccome ti voglio bene, mi stimerò soddisfatto che tu mi chieda perdono e tu mi prometta che simili cose non le farai più.»—E Giovanna lì accosto con una voce da burla:—«Non mi pento di nulla; e quando mi capita, farò come prima[14].»—Il Re allora inferocito, agguanta la spada che aveva a capo del letto e giù unpicchio sulla donna di pasta, che credeva essere Giovanna, e gli taglia netta la testa. Se non che, sbollorata la furia, tastando, sente un corpo freddo, e non è a dirsi se diede in disperazioni dubitando avere ammazzato la moglie. Salta dal letto, esce di camera e chiama gente con lumi; i servitori e i cortigiani accorrono. Intanto Giovanna, tolta prestamente la donna di pasta smozzicata e ripostala, lei stessa si messe in luogo di quella, e finse d'essere ferita, tingendosi il collo con del sangue serbato in una vescica, e pareva come moribonda. Quando il Re colle persone del seguito rientrò in camera, si buttò a traverso il letto con gran pianti. E si strappava i capelli, accusando la sua maledetta rabbia, e non poteva darsi pace di avere ammazzato Giovanna. E Giovanna, lasciatolo un po' disperare, finalmente con meraviglia di tutti, si rizza a sedere e dice:—«Signori! veramente, se dovessi badare al trattamento del mio sposo la prima notte del matrimonio, io dovrei pigliare la robba mia e tornarmene là da dove sono venuta. Ma siccome io non tengo rancori e penso che quanto il Re ha fatto provenne da un po' di subita mattia, oramai quel che è stato è stato e non ci si pensi più. Soltanto, il Re esca di camera e mi lasci rimettere dalla paura che ho avuto.»—Il Re gli consentì ogni cosa, gli domandò perdono e gli dette arbitrio di chiamarlo accanto a lei quando gli piacesse e fosse rinsanichita. Giovanna fece le viste di stare malata per qualche tempo e alla perfine fatta la pace collo sposo, vissero allegri e contenti, e credo ancora lo sieno.In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]Variante della Fiaba precedente intitolataLa Verdea. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci che la raccolse da Silvia Vannucchi del Montale—Pistojese.[2]Il qualeela quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la fraseper la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientementecheedil qualenelle subordinate.[3]Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione delPentameronee spesso nelle fiabe.[4]Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo:A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.[5]Gestripergesti. Nota l'intercalamento di quellareufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosinuosto,masto,fenesta, pernostro,mastro,finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.[6]Robba, con duebanche presso il Giusti, in rima congobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.[7]A divertirsi, invece dia divertirci; così pure dicono come formola di addioarrivedersiinvece diarrivederci, neutralmente.Andare per un viaggio a divertirsiè ciò che più comunemente suol chiamarsifare un viaggio di piacere.[8]Meglio, come apocope dimigliore, è invariabile. Cosìpeggio,maggio, scorciamento dipeggiore,maggiore. In Firenze,Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.[9]I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo delCorriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato:To' to'! adesso comprendo!—Che comprendi?chiese un amico.—Mi spiego, cioè,rispose,l'esclamazione Dantesca:«Come sa di sale lo pane altrui!»Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore,che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—[10]Gran sfarzoe più giùnon stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,Avess'io tanti gigliatiNella vuota mia scarsellaquante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi allasimpura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del soloOrlando innamoratodelBernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi.Dante(Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile.Bandello(Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande.Marino(Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese.Stigliani(Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.[11]A proposito dibaule, vedi, tra le commedie diGiambattista Fagiuoli,L'Astuto balordo(Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—[12]Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;......nation du hasard,Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.(Victor Hugo).Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo ilPitrè(Op. cit.) ne' racconti intitolatiLi tridici sbannuti(Palermo);Li dui figliastri(Casteltermini);Li Batioti(Cianciana);Soru Sosizzèdda(Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi:Chi si'curiusu! ti manca lu nasu!—E a tia lu labbru!—E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—[13]Siccome non ho altro da darvi, e più giùsiccome ti voglio bene, esiccome io non tengo rancori. Daccaposiccomenel significato dipoichè!Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questosiccomeè divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.[14]Così nella rappresentazione diDon Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore:Pèntiti, Don Giovanni!e far rispondere al protagonista:Non mi voglio pèntere!V.IL MONDO SOTTOTERRA.[1]C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si sa bene che più che vecchi non si campa; quest'omo, prima di morire, chiama i figlioli al letto e gli dice:—«Sentite ragazzi. Vedete, io sono per morire: mi raccomando che voi stiate in pace. E questo po' di roba, fatene le parti uguali.»—Dunque questo viene a morte, e non se ne parla più; e rimane questi tre figlioli poeri[2].—«Come si deve fare?»—dicono.—«Si venderà questo po' di roba e ci si metterà in viaggio per vedere se si fa fortuna.»—Vendon la roba e poi vanno via. Quando sono per la strada camminan quanton[3]posson camminare, e si mettono in un'osteria a mangiar qualcosa, perchè avevan fame, sapete? Poi si rimettono in viaggio e cammina cammina si trovano sur una bella piazza. E si voltano e vedono una lapide che ci diceva:Il Mondo sottoterra. E questi ragazzi trovano una casa di un contadino e picchiano. Dice:—«Ci dareste un corbello, una fune ed un campanello? Or ora noi vi si riporta?»—Questi contadini gnene dànno e loro si mettono ad alzà' questa lapide. L'alzano. Dice il maggiore:—«Entrerò io in questo corbello. Quando sentite ch'io sôno, tiratemi su; gli è segno che non trovo il fondo.»—Più che gli andava in giù, più bujo, più bujo. Sona il campanello e vien su. Quell'altro fratello—«Ma perchè?»—dice.—«Ora, ora, che vado io!»—Entra lui e va giù.Anche codesto, quando gli è a un dato punto, sona e ritorna in su: gua', non trovava fondo! Dice il minore:—«Anderò io. O che si mora di fame, o che si mora nell'andare giù, gli è la medesima: qualcosa sarà di me.»——E così entra nel corbello e va giù, giù, giù: sino in fondo. E vede un cortile. Guarda: di qui morti, di qua morti, tutti morti attaccati. In mentre gli è lì a guardare i morti, sente dire:—«Che fai tu costì?»—Dice, poerino:—«Siamo venuti a cercar fortuna. Siamo tre figlioli che ci è morto il babbo. Siamo in estremo bisogno.»—«Ah poerino!»—dice—«tu non lo sai? Tu non vedi come sono questi morti? Come sei venuto te? Tu sarai come loro.»—«Perchè?»—«Ora ti dirò il perchè. Abbi da sapere che ci è un gigante che tiene una Regina tutta incatenata. Se ti riescisse d'ammazzarlo, tu l'avresti pur troppo la sorte. Tieni!»—dice:—«Questo è un mazzo di chiavi e questa è una falce. Va avanti. Ci sono sette porte da aprire da questo gigante. Se tu siei bravo e lesto con questa falce di tagliargli la testa, tu siei un signore.»—E sparisce il vecchio. Questo povero giovane comincia ad aprire una porta, ne apre un'altra, infino a sei[4]. Quando gli è all'ultima sente uno scatenìo, un rumore d'armi: era il gigante, che sentendo avvicinare il nemico, arrotava le armi. E lui un timor pànico, non sapeva neppure cosa si fare. Si fa coraggio, apre l'uscio, e con la falce lo piglia così alla gola e il gigante casca a terra. Appena cascato a terra, un urlìo:—«Eccolo il nostro salvatore! eccolo il nostro liberatore!»—Va dietro alle voci e trova la porta in dove era incatenata la Regina. Apre e vede questa disgraziata poerina lì più morta che viva, piena di catene. Gli apre le catene, gli leva tutte quelle che vede. Dice:—«Voi sarete il mio sposo, voi mi avete salvata la vita.»—Prendonotutte le ricchezze che c'eran lì: e mettono tanta roba nel corbello; sonano e i fratelli tiran su, e veggono questa gran ricchezza di quattrini, d'oro, di tutto. Ricalano il corbello: per quattro volte il corbello fu pieno di queste gran ricchezze. Finalmente il fratello minore mette la sposa nel corbello, perchè la tirin su. I fratelli che veggon tutta questa gran ricchezza e questa bella donna, che fanno? Buttan giù la lapide, vanno a riportare il corbello e la fune e si rimettono in viaggio con la Regina e i tesori. Il fratello minore sta lì ad aspettare il corbello per venir su: l'aspetta ancora. Sente l'istessa voce del vecchio che s'affaccia:—«Vedi tu, se tu siei stato tradito? Ora tu siè' morto: che vuoi tu fare? Non c'è' altro scampo»—dice—«chè alle dodici viene il drago. O senti: li vedi questi morti? Mettigline tre o quattro costì; ed empigli un bel bigotto d'acqua.»—Questo ragazzo obbedisce subito a quel che dice il vecchio.—«E quando tu senti che gli ha mangiato tutti questi morti, e gli ha bevuto; lui s'addormenta. Vai adagio, adagio; attaccati al collo. Lui va via e ti porta via da questo posto.»—E questo vecchio si vole che fosse l'anima di suo padre, de' tre fratelli. Questo ragazzo gli fa tutta l'obbedienza; prepara tutta la roba come aveva detto e si mette da sparte d'un cantuccio, niscosto. Quando gli è le dodici, eccoti il drago, bruummatatapum! Si mette a mangiare tutti questi morti; beve; e poi si mette a dormire saporitamente. Questo ragazzo adagio adagio si attacca al collo; e il drago che sente e non sa che sia, via fori della buca. E lui, gli riesce di attaccarsi ad un albero.[5]Dunque la mattina, sapete bene, i contadini vengon giù presto, all'alba; quando sono a questo posto, dice:—«Oh c'è gente sopra quegli alberi.»—Dicono gli altri:—«Eh, c'è davvero, io vo' a casa.»—E tornanotutti addietro. Vanno a casa; e prende la falce, prende la vanga:—«Perchè»—dice,—se è qualche traditore, in tanti si ammazza.»—Aspettan che si faccia lume e veggon che gli è un omo davvero:—«Che fai costassù?»—«Ahn!»—dice,—«sono un povero disgraziato! Èramo tre fratelli: siamo venuti per far fortuna...»—e gli fa tutta la spiegazione. Dicono:—«Questo de' esser quello! Io ho inteso che avete trovata la ricchezza?»—«Sì, appunto.»—Dicono:—«O non sapete che a mezzogiorno uno dei vostri fratelli gli è sposo della Regina che voi avete liberata?»—Gli metton delle funi, s'imbraca e vien giù questo poero disgraziato.—«Noi»—dicono i contadini—«vi accompagneremo sino alla casa de' vostri fratelli, poerino!»—Vanno alla casa e picchiano. I traditori s'affacciano e veggono che gli è il fratello.—«Che nessuno apra! che nessuno apra!»—Picchia picchia e nessuno apriva. Che ti fanno i contadini? Vanno alla giustizia e gli raccontano il caso. La giustizia picchia; e nessun risponde. E buttan giù la porta, oh lo credo, io!—«Oh traditori iniqui»—dice—«ora per voi è finito il bene stare!»—Li ammanettano, gli legano le braccia e li portano al bargello.—«E voi sarete lo sposo»—dice il giudice al fratello minore.—«E lo sposalizio seguirà a mezzogiorno con la vostra sposa.»—Ah potete credere la sposa quando lo vedde (può immaginarsi! il suo liberatore!) che gioja ch'ella ebbe. Segue lo sposalizio, com'era fissato; e all'ora del pranzo i fratelli furono impiccati tutti e due. Questo fu il pago che ebbero. E così loro, gli sposi, senza più paura e timore se ne vissero insieme in pace. E così questa novella è finita. O non è bella?NOTE[1]IlLiebrecht(art. cit.) annota:—«Gehört zuGrimmK.M. n.º 91.Das Erdmänneken.Vgl.KöhlerzuGonzenbachn.º 64.Die Geschichte von der Fata Morgana, und meine BemerkungGött. Gel. Anz.1870. Seite 1421 (zuRadloff3. 518.'Hämra).»—Vedi anchePitrè(op. cit.)La Jisterna,Lu munnu suttanu,Lu cuntu di lu magu e di li tre frati. NelloJahrbuch für Romanische und Englische Literatur, AnnoMDCCCLXVII, volume VIII, il Köhler ha pubblicata una fiaba di quel di Sora, raccolta da un certo Arminio Grimm in Roma, dalla bocca di un modello, e malissimo raccolta, come potevamo aspettarci da un tedesco, che poco sa la lingua e niente i dialetti nostri. Eccola, del resto, con poche emendazioni. Si noti che non è mica nel vernacolo di Sora: nient'affatto.I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili, ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno; ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tantebastonate quanti giorni l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai, fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera, domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe ebe' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo; l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo, che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare, la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre sorelle,figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare, volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli, quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato. Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo, presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse il Re.—«È permessoche io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era, e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.[2]Poero, che più esattamente si scriverebbePóhero, giacchè ilvnon isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenicoLa Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio.Heu, heu, tu puer!»—«Menghino.Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio.Dico a te.»—«Menghino.Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio.Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino.Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio.Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino.Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»[3]Sic.Probabilmentelapsus linguae, per amore delle altren, antecedente e seguente.[4]Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dallaDianeadi Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostravamolto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinariose ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—Chi ci darà un buon libro intitolato:Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.[5]Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitanaDammi lu velu(Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.
IV.LA BELLA GIOVANNA[1].C'era una volta un contadino, che aveva una figliola bellissima, vispola e di mente fine, sicchè l'era il passatempo del vicinato, nè si metteva su una veglia senza invitarci la ragazza, della quale[2]il nome, per quel che ne dicono le storie, fu Giovanna. Nella città vicina al paese di Giovanna comandava un Re, che pur lui aveva una figliola di molto bella, ma al contrario di Giovanna, s'addimostrava in viso seria e melanconica, e a nissuno era riuscito mai di farla ridere. Il Re suo padre stava molto in pensieri per questo naturale della figliola e s'ingegnava a tutto potere ogni dì a trovare qualche cosa di novo e d'allegro e buffone, acciò la ragazza si rallegrasse: ma tutto fu inutile[3]. Un giorno il Re discorrendo co' suoi cortegiani, uno di loro gli fece assapere, come nel villaggio presso la città fosse un contadino, padre di una figliola tanto gaja, che dov'essa era, la malinconia pareva bandita. Codesta nova racconsolò il Re oltr'ogni credere, e subito gli venne il pensiero di mandare a chiamare la ragazza per far compagnia alla propria figliola e vedere se a lei riuscisse tenerla svelta e obbligarla a ridere. Senza indugio mandò un servitore al padre di Giovanna con ordine espresso che si presentasse al Re. Il contadino rimase di stucco a sentire che il Re lo voleva; gli vennero mille ubbìe e sospetti in capo. E' dubitava d'avere commesso qualche malestro o lui oGiovanna; ma più credeva Giovanna, perchè a quel modo scapata e di lingua lesta, che non badava a dir le sue a ogni persona e in ogni lôgo. La chiamò pertanto e con una faccia stravolta gli disse:—«Scommetto, vedi, che 'l Re mi vole per gastigarmi di qualche buaggine tua. Già, me lo figuravo, che col tuo girellonare e chiacchierare alla scapata ce ne doveva venir male.»—A cui Giovanna:—«Vo' avete tanta paura e io punta. Di dove cavate che 'l Re v'ha chiamato per le mie buacciolate? Andateci, e se è per me che vi vogliono al palazzo, non indugiate a farmelo sapere, che so ben'io come regolarmi.»—Il contadino, vestitosi de' meglio panni ch'avesse nella cassa, e data una pulita al cappello delle feste, s'avviò alla città; e giunto al palazzo del Re, fu dinanzi a questo menato. E' gli parea d'esser lì alla gogna; e quantunque il Re l'accogliesse con garbo, il contadino se ne stava tremante e grullo come chi aspetta mala sentenzia. Isquadrollo il Re da capo a piedi e poi gli disse:—«Galantomo, è egli vero che a casa tu ci hai una bellissima figliola?»—A quella richiesta il contadino, abbene che se l'aspettasse, e' fu come se gli avessero dato un manico di vanga tra capo e collo, e gli si rimescolò il sangue nelle vene; andava balbuzzicando e borbottava a tragòla, quasi fosse per tirare il calzino. Il Re, visto quel rimescolìo, e' si pensò che gl'intravvenisse per sospetto della sua reale persona, per cui confortava il contadino alla confidenza e gli ripetè la domanda:—«L'ha' tu o no, questa figliola?»—E il contadino a mezza voce:—«I' l'ho. Maestà, per mi' disgrazia. Ma io non ci ho che fare se l'è un po' scapatella e allegrona. Se l'abbi commesso qualche scangèo, egli è effetto di gioventù.»—«E che m'importa degli scangèi della tua figliola?»—riprese il Re:—«Vuo' soltanto sapere s'egli è vero chela sia gaja e buffona, come m'è stato rapportato, sicchè tiene in gioja tutta il vicinato.»—«Sì veramente,»—disse il contadino;—«la mi' figliola l'è così fin da quando nascette, e non s'è voluta mai correggere. Anzi...»—Interruppe il Re:—«Queste chiacchiere non mi fanno. Torna a casa; e menami o mandami a corte la tua figliola, chè la voglio per compagnia alla mia figliola. Se gli riesce farla ridere, Giovanna, parola di Re, non sarà più povera. Corri e obbedisci.»—Al contadino gli parve essere ritornato a vita, sentita la voglia del Re. La strada per ritornare a casa gli apparì più corta che al venire; e in sull'uscio trovata Giovanna che lo aspettava bramosa, principiò a bociare da lontano:—«Allegri, allegri! il Re vuol te a tenere compagnia alla su' figliola, che a nessuno gli è riuscito farla ridere mai. Vuol te, perchè ha saputo che ridi sempre e tieni sderto tutto il vicinato a suon di chiacchiere e di buffonate. Su, vestiti, non c'è da perdere neanche un momento di tempo. E se, mattacchiona come tu sei, vieni a capo di far ridere la principessa, tu diventerà' ricca sfondolata. Me l'ha promesso il Re.»—«Vo subito,»—disse Giovanna; e a quel modo scalza com'era, e colla rocca al pensiero e il fuso in mano e i capelli su per le spalle, s'incamminò.—«Ferma»— gridò il contadino:—«Ma ti par'egli andare a corte in codesto arnese? Non ti vergogni tu? Ravvìati un po' il capo e poniti una sottana a garbo, e le scarpe in piè, e posa codesta roccaccia.»—E Giovanna:— «No davvero! Scarpe non ne ho mai portate e non vo' quell'impiccio da stroppiarmi. I' vuo' andar così. S'i' non vo a genio, torno a casa. Io non gli ho ricercati per mettermi in corte.»—E senza aspettar repliche, Giovanna se ne venne al palazzo del Re. Quando Giovanna fu al portone reale, riscontrò sentinelle eservitori; ne prese uno pel braccio e gli disse:—«Andate dal Re e ditegli che ci son io[4].»—Il servitore stette lì un po' come sbalordito; ma sapendo chi dal Re fosse aspettato, salì nell'appartamento ad annunziargli che sul portone c'era una bellissima ragazza vestita alla contadina e scalza, con una rocca a' fianchi, e che aveva poche parole e meno cerimonie in bocca. A farla breve, Giovanna venne introdotta alla presenza del Re: ma lei, senza nemmanco salutarlo, dice:—«Dove sta la Principessa?»—e il Re alzando la mano per accennare la camera, Giovanna diviata entrò colà, e a mala pena vista la Principessa, si messe a cantare una canzona tanto ridicola, accompagnandola con gestri[5]tanto buffi e sversati, che la Principessa principiò a ridere così da non poterne più; ed essendo per le risa lì lì per isvenire, gridò che Giovanna uscisse subito di camera sua. Rotto il ghiaccio, bastava che Giovanna fosse colla Principessa, che a forza di canti, di balli, di scede, di racconti buffi, la Principessa non faceva che ridere da mattina alla sera, sicchè in pochi giorni si mutò affatto il carattere della figliola del Re, e di triste e melanconica che era prima, divenne di bon'umore e sempre allegra. Il Re non capiva in sè dal contento, e nominò Giovanna damigella della Principessa; e gli disse che chiedesse pure quel che voleva, chè tutto gli avrebbe subito conceduto. Già da qualche tempo Giovanna era alla corte del Re, quando gli venne bramosia anche a lei di vestirsi alla reale; e diceva alla Principessa:—«Che non istarebbe anche a me bene la robba[6]vostra? Rincricchiata a dovere, farè' la figura che dee fare una damigella di corte. Padrona, che ve ne pare? Allora potrei pure accompagnarvi alla spasseggiata.»—Detto fatto: Giovanna fu vestita da signora, ed apparì anche più bella. Di lì a poco Giovanna cominciò a pensare che,abbene che messa come una signora al di fori, l'era poi una bella ignorante, giacchè manco sapeva leggere. E palesata la voglia d'istruirsi, subito gli dettero maestri; per cui il naturale spirito che aveva gli s'accrebbe oltre credenza e ognuno cercava la compagnia di Giovanna. Il Re poi e la Principessa la riguardavano come figliola e sorella, tanto gli volevano un ben dell'anima. Ma a dispetto delle premure che si avevano per Giovanna e della vita scelta che menava, lei, ragazza avvezza alla libertà della campagna, si sentiva spesso annojata delle cerimonie di corte e oppressa dall'aria chiusa del palazzo e della città. Un giorno disse alla Principessa:—«E che si fa noi qui rinserrate dalla mattina alla sera, sempre in sul medesimo tenore di vita? È vero che non manca nulla; ma se s'andasse via per un viaggio a divertirsi[7], a vedere luoghi e persone nove, sarebbe pur la bella cosa.»—A cui la Principessa:—«Tu se' matta, Giovanna: il Re mio padre non mi darebbe mai il permesso di andar sola con te a girare il mondo. Ti pare! Che direbbe la gente?»—«Vo' vi sgomentate di nulla!»—ripigliò Giovanna.—«Ecco la mia proposta. Sceglieremo altre dieci ragazze, tutte belle; le vestiremo tutte compagne come noi, e così viaggeremo. Chi volete che dia noia ad una frotta di dodici ragazze?»—Alla Principessa garbeggiò il consiglio e subito corse dal Re per ottenere il consenso: ma il Re negò darlo. Disse che lui era vecchio e voleva la figliola vicina; che a quei tempi e sempre le donne sole non potevano, senza pericolo e disonore, girandolare per terre lontane e sconosciute. Quindi la Principessa tornò da Giovanna, come suol dirsi, colle trombe nel sacco. Ma Giovanna non si smarrì, e disse:—«Ci anderò io dal Re e vedrete che non saprà negarmi la richiesta.»—E veramente lo raggirò inmodo, a forza di moine e belle parole, e tante gliene contò, che il Re si dovette dare per vinto, impegnato pure dalla parola reale, che avrebbe conceduto tutto quello che Giovanna bramasse. Dunque Giovanna si diede ad apparecchiare ogni cosa pel viaggio; e prima trovò le dieci ragazze e fece fare dodici abbigliamenti compagni; e quando ogni cosa fu pronta, la Principessa, Giovanna e le altre dieci ragazze salite in due vetture, dopo salutato il Re, se ne partirono e per parecchi giorni vagarono per molte castella e paesi, fermandovisi a pena per visitarle e riposarsi. Ma quando giunsero ad una grandissima e popolosa città, stabilirono rimanerci più a lungo, e però si allogarono in un albergo. Quivi ognuna attendeva alle proprie robbe, a tenere assestata la camera, meno la Principessa, che era servita da Giovanna. L'allegra brigata donnesca era tutta in sul darsi bel tempo, ora esaminando la città e i suoi palazzi e giardini, ora andando a diporto pe' contorni; e ciascuno stupiva di vedere tante belle ragazze sole e insieme unite, ed eran curiosi di sapere chi fossero: ma loro badavano a sè e non volevano òmini e impacciosi d'attorno. Un dì Giovanna, nell'assettare la camera della Principessa, essendo montata per aria a cavar la polvere da un quadro, lo alzò e con sua meraviglia ci scoperse al di sotto una finestra. E messivi gli occhi per dentro, vide una cucina e un coco affaccendato a preparare un pranzo tale, che non poteva essere altro se non destinato a qualche principe: la cucina dell'albergo non era di certo, e pranzi a quel modo mai non li avevano assaggiati lì. Almanaccando di chi diavolo fosse quel pranzo e a chi spettasse la cucina, si fece ad esaminare le vicinanze dell'albergo, e s'accorse ben presto, che la cucina era addetta al palazzo del Re di quella città. Subito gli saltò il grillo di fare una beffa alcoco; e lasciatolo allontanare, snella scese in cucina, saggiò tutte le pietanze, prese larghe porzioni delle meglio[8], e nelle rimanenti buttato sale a manate senza discrezione, in fretta rimontò dalla finestra in camera e la richiuse col quadro. Venuta l'ora del ristorarsi e conversare assieme, Giovanna diede alle compagne di quelli scelti cibi, ma non disse da dove li aveva portati via, e discorse tanto e di tante altre cose, sicchè nessuna gli domandò nulla. Il Re della città in quel medesimo giorno teneva corte bandita, e di molti e di gran parentato erano gl'invitati. Ma seduti a mensa, non ci fu verso che potessero mangiare le pietanze apparecchiate, talmente erano amare di sale[9]. Al Re montò la mosca al naso e fatto chiamare il coco, con un viso da Orco gli chiese ragione dell'avvenuto. Il pover'omo, tutto umile e sorpreso, gli protestò che di certo non ci aveva colpa, perchè aveva messo il sale nelle pietanze secondo il solito e non capiva come la cosa fosse accaduta. Ma il Re gli dette poca retta, e condannatolo a stare in prigione per qualche giorno, gli ordinò un altro gran pranzo per la ventura settimana; poi rimediato alla meglio al disappunto de' convitati, li accomiatò. Il coco, uscito di prigione, stava apprestando un altro pranzo reale e con premura badava alla misura del sale: ma allontanatosi per qualche necessità dalla cucina, Giovanna, che stava alle vedette, gli fece la medesima burla; per cui il pranzo del Re riuscì un'altra volta disgraziato. Il Re, imbestialito, fatto chiamare il coco, gliene disse delle nere ed era risoluto che gli si tagliasse la testa in piazza. Il coco, sentendo questo, si buttò in ginocchioni e assicurava il Re della propria innocenza con tante lacrime, che il Re si commosse. Allora il coco, preso animo, parlò così:—«Maestà, c'è di certo qualcheduno che mi vol male e mi fa questi dispetti: perchè bisogna sappiate che anche delle pietanze misono sparite, e non so come. Ordinate un altro pranzo per la ventura settimana, e se non iscopro il birbone malestroso, allora vada pure la mia testa.»—Al Re la proposta garbeggiò, ed anzi egli stesso volle rimpiattarsi nella cucina per vedere chi v'entrava di nascosto a sciupare i piatti. Ed ecco il coco acciaccinato intorno al focolare: il Re frattanto si era messo in un armadio. Quando il coco fece le viste di allontanarsi dalla cucina, Giovanna che stava in sull'intese, schizza giù dalla solita finestra e commette i medesimi malestri: ma nel mentre risaliva per rientrare in camera, il Re sbucò fori del nascondiglio e l'acchiappò per una gamba.—«Ti ci ho chiappato!»—esclama:—«Eri tu dunque la ladra e la salatora! Adesso si faranno i conti!»—Giovanna però senza sgomentarsi gli rispose:—«Maestà, non sono una ladra, chè graziaddio non mi manca nulla. Quel che ho fatto era per beffa a questo coco e per divertirmi del vostro disappunto a mensa. Per cui perdonatemi e non se ne parli più.»—Disse il Re, che già cominciava a infocolarsi nel core alla bellezza di Giovanna:—«I patti li fai tu, a quel che pare. Io ti perdonerò dove tu mi palesi chi sei, di dove vieni e che arte è la tua.»—Allora Giovanna l'accontentò raccontandogli la sua storia sino a quel momento. Riprese il Re:—«Ebbene, giacchè ho fatto così la tua conoscenza, te e le tue compagne verrete al palazzo e desinerete con me e co' miei cortigiani.»—«Io, per me non rifiuto,»—disse Giovanna,—«ma prima bisogna che la mia padrona me lo conceda, e chi sa se lei ci vorrà venire. Ritornate domani, Maestà, a questa finestra; e vi darò la risposta.»—E il Re:—«Così farò. Addio.»—Quindi Giovanna risalì nella camera, e il Re andò tutto allegro per la scoperta nel proprio appartamento. Non ci fu verso ditenere più nascosto alla Principessa e alle sue compagne quel che era intravvenuto. Al racconto di Giovanna, quale delle ragazze rideva, quale la rimproverava delle sue mattie. La principessa poi si addimostrava scorruccita di molto e si temeva compromessa. Ma Giovanna, con quei suoi garbi e con bone parole, le persuase così, che finalmente restò fissato di accettare l'invito reale, a condizione però che a mensa non fossero più di dodici giovani, compreso il Re, in maniera che ogni ragazza avesse il suo compagno. E perciocchè Giovanna stava in sospetto che il Re gli usasse qualche sopruso per rifarsi delle beffe patite, macchinò di recar seco dodici bone bottiglie del reame della Principessa e alloppiarle e poi darle a bere a' convitati. A tal effetto fu spedito un messo con una lettera, e in capo a pochi giorni Giovanna ebbe fra mano le bottiglie. Venuto il giorno di andare al pranzo reale, la Principessa, Giovanna e le dieci compagne si vestirono tutte eguali con gran sfarzo[10]e poi si recarono a Corte, dove il Re le aspettava con gli undici suoi giovanotti, trascelti fra i meglio signori della città. Si sedettero a mensa coppia per coppia, e Giovanna era col Re: ma quantunque parlasse più specialmente con lui, occupava tutta la brigata co' suoi scherzi e le sue novelle piacevoli. Alle frutta i giovani e il Re, avendo trincato, cominciavano a dirne delle belle: per cui Giovanna, temendo qualche brutto tiro, fatte portare le dodici bottiglie alloppiate, si alzò e disse:—«Signori, questo vino viene di lontano ed esce dalla cantina del Re mio padrone e padre di questa Principessa. Se siete cavalieri cortesi, io vi sfido a votarne una per ciascuno alla salute nostra.»—Detto fatto: le bottiglie furono votate, e di lì a poco il Re ed i giovani cominciarono a cascare dal sonno e si addormentarono sopra le loro poltrone, che parevano ghiri d'inverno.Ma non contenta Giovanna della burla, tirato fuori un par di forbici, tagliò a tutti e dodici un solo mostaccio, e quindi via per le scale in fretta seguita dalle compagne, e a casa: dove giunte, messe le robe ne' bauli[11], se ne partirono colle vetture fermandosi ad una villa fuor di mano, distante qualche miglio dalla città. Il Re e i compagni suoi non si destarono che all'alba, ma rotti e sfracasciati pel disagio e pel vino bevuto; gli era come se avessero del piombo dentro il cervello. Cominciarono a stiracchiarsi e a scionnarsi, e guardavan qua e là a similitudine di smemorati. A un tratto disse uno a un altro:—«Oh! tu hai un mostaccio solo».—E quello:—«Anche tu n'hai un solo».—«Poffareddina!»—esclamò il Re:—«Siam tutti conci in simil modo! Ce l'hanno fatta. Su su, vendichiamoci, perchè l'è troppo grossa. Burlare un Re! Non son più Re, se a quella malestrosa Giovanna non gliela faccio pagar cara».[12]—Inutilmente però cercarono le ragazze per la città: ma il Re ben presto col mezzo delle sue spie seppe dove s'erano ricoverate, e quindi risolvette sorprenderle sotto mentite vesti. Pure, bisogna notare che il Re era rimasto un po' cotto di Giovanna, e non era soltanto la bramosia di vendicarsi che lo spingeva a corrergli dietro. Il Re immaginò trasfigurarsi da pellegrino: e preso un paniere, ci messe dentro dodici mele cotte e s'avviò fuor della porta, seguito alla lontana dagli undici suoi compagni. Giunse in sull'abbujare alla villa dov'erano le dodici ragazze e picchiò ammodino. Giovanna scese e visto chi fosse e sentito che voleva un po' di ricovero per la notte, perchè era di buon core, introdusse il finto pellegrino. E menatolo in cucina, lo fece sedere al focolare a riscaldarsi. Disse allora il Re:—«Signora, mi sono smarrito pe' dintorni mentre andavo alla città per portare queste mele cotte a un mio vecchio conoscente. Oramaida qui a domani saranno ite a male; e siccome[13]non ho altro da darvi per rimunerarvi dell'accoglienza, se le volete, ve le offro. Son mele francesche e come bone!»—Giovanna accettò, e volendone far parte alle compagne, lasciato il pellegrino lì al focolare, andiede nel salotto. Ma scoperte le mele cotte, gli venne un po' di sospetto nell'accorgersi che fossero appunto dodici; per cui, rifatti indietro i passi, entrando in cucina, vedde il pellegrino alla finestra e sentì che diceva a qualcheduno:—«Su, lesti: ora vi vengo ad aprire, appena sono addormentate».—Giovanna non stette a dir: che c'è? Preso il pellegrino per le gambe, lo scaraventò di sotto. Fortuna che la finestra era bassa! Il Re battè il capo sull'erba, ma non morì: soltanto si svenne, per cui i compagni lo portarono via a braccia sino al palazzo e lo messero a letto. Nulla di meno al Re venne una grossa malattia, e tutti credevano che in breve se n'anderebbe. Il male era più di amore sprezzato, che altro; i medici non sapevano che mesticciarsi per rinsanichirlo, non intendendo, secondo il solito, che cosa avesse il Re. Intanto Giovanna stava in paura, e quando riseppe dalla gente che il Re era malato, si propose rimediare al malfatto, e pensò travestirsi da dottore e visitare il Re, perchè gli rincresceva che fosse ridotto a quel modo. A malgrado delle rimostranze della Principessa, Giovanna volle fare a modo suo, e giunta al palazzo reale, si fece annunziare come un medico capace di guarire sua Maestà. Disse:—«Io la cura la fo a quattr'occhi co' miei ammalati. E per grida che mandino, non permetto che nessuno accorra. Ma la guarigione è certa».—Credendo ciascuno il caso perduto, si promise a Giovanna di eseguire i suoi comandamenti: e lei, venuta al letto del Re, cavato un buon nerbo, con quello gliene dette tante sinchè non lo vidde svenuto: allora lo rinvoltolò nelle lenzola e poi se n'andò. Pochigiorni dopo il Re uscì dal letto guarito. Ma Giovanna e le sue compagne avevano fatto fagotto e se n'erano a gambe ritornate presso il padre della Principessa; temendo la vendetta del Re burlato in tante maniere e di più nerbato. Questo però, incaponitosi di possedere Giovanna, chè pur si addiede lei fosse stata la sua guaritora, ordinato il corteo d'accompagnamento, venne al reame in cui abitava Giovanna, e per farla sbrigativa, la richiese in moglie. Il padre della Principessa cancugnò, sospettando che quel Re volesse Giovanna fra le mani per gastigarla. Ma Giovanna ardita e vogliolosa di diventar Regina, cavò la paura di capo al suo padrone, sicchè questo, datagli una dote reale e sposatala egli medesimo, gli disse addio. E lei partì col marito, non senza lacrime della Principessa e sue. Quantunque il Re marito adorasse Giovanna, pure aveva una gran bramosia che la scontasse le beffeggiature e le offese che lei gli aveva recate: e Giovanna, furba, stava con tanto di occhi aperti, sicchè di nascosto ordinò che gli fabbricassero una donna di pasta, e acconciatala nelle casse del corredo la portò con sè. Quando la prima notte gli sposi furono per entrare a letto, Giovanna colla scusa di vergognarsi, non volle il lume in camera. E una volta spento e restati al bujo, lei zitta zitta infilzò la donna di pasta tra le lenzola e poi ci si messe accanto, ma in ginocchio sul tappeto in terra contro la sponda dei letto. Il Re, sdrajatosi, principiò a dire:—«Tu siè' stata con me di molto ardita e traditora, Giovanna! Sarebbe questo il momento di gastigarti: ma siccome ti voglio bene, mi stimerò soddisfatto che tu mi chieda perdono e tu mi prometta che simili cose non le farai più.»—E Giovanna lì accosto con una voce da burla:—«Non mi pento di nulla; e quando mi capita, farò come prima[14].»—Il Re allora inferocito, agguanta la spada che aveva a capo del letto e giù unpicchio sulla donna di pasta, che credeva essere Giovanna, e gli taglia netta la testa. Se non che, sbollorata la furia, tastando, sente un corpo freddo, e non è a dirsi se diede in disperazioni dubitando avere ammazzato la moglie. Salta dal letto, esce di camera e chiama gente con lumi; i servitori e i cortigiani accorrono. Intanto Giovanna, tolta prestamente la donna di pasta smozzicata e ripostala, lei stessa si messe in luogo di quella, e finse d'essere ferita, tingendosi il collo con del sangue serbato in una vescica, e pareva come moribonda. Quando il Re colle persone del seguito rientrò in camera, si buttò a traverso il letto con gran pianti. E si strappava i capelli, accusando la sua maledetta rabbia, e non poteva darsi pace di avere ammazzato Giovanna. E Giovanna, lasciatolo un po' disperare, finalmente con meraviglia di tutti, si rizza a sedere e dice:—«Signori! veramente, se dovessi badare al trattamento del mio sposo la prima notte del matrimonio, io dovrei pigliare la robba mia e tornarmene là da dove sono venuta. Ma siccome io non tengo rancori e penso che quanto il Re ha fatto provenne da un po' di subita mattia, oramai quel che è stato è stato e non ci si pensi più. Soltanto, il Re esca di camera e mi lasci rimettere dalla paura che ho avuto.»—Il Re gli consentì ogni cosa, gli domandò perdono e gli dette arbitrio di chiamarlo accanto a lei quando gli piacesse e fosse rinsanichita. Giovanna fece le viste di stare malata per qualche tempo e alla perfine fatta la pace collo sposo, vissero allegri e contenti, e credo ancora lo sieno.In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]Variante della Fiaba precedente intitolataLa Verdea. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci che la raccolse da Silvia Vannucchi del Montale—Pistojese.[2]Il qualeela quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la fraseper la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientementecheedil qualenelle subordinate.[3]Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione delPentameronee spesso nelle fiabe.[4]Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo:A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.[5]Gestripergesti. Nota l'intercalamento di quellareufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosinuosto,masto,fenesta, pernostro,mastro,finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.[6]Robba, con duebanche presso il Giusti, in rima congobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.[7]A divertirsi, invece dia divertirci; così pure dicono come formola di addioarrivedersiinvece diarrivederci, neutralmente.Andare per un viaggio a divertirsiè ciò che più comunemente suol chiamarsifare un viaggio di piacere.[8]Meglio, come apocope dimigliore, è invariabile. Cosìpeggio,maggio, scorciamento dipeggiore,maggiore. In Firenze,Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.[9]I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo delCorriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato:To' to'! adesso comprendo!—Che comprendi?chiese un amico.—Mi spiego, cioè,rispose,l'esclamazione Dantesca:«Come sa di sale lo pane altrui!»Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore,che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—[10]Gran sfarzoe più giùnon stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,Avess'io tanti gigliatiNella vuota mia scarsellaquante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi allasimpura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del soloOrlando innamoratodelBernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi.Dante(Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile.Bandello(Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande.Marino(Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese.Stigliani(Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.[11]A proposito dibaule, vedi, tra le commedie diGiambattista Fagiuoli,L'Astuto balordo(Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—[12]Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;......nation du hasard,Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.(Victor Hugo).Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo ilPitrè(Op. cit.) ne' racconti intitolatiLi tridici sbannuti(Palermo);Li dui figliastri(Casteltermini);Li Batioti(Cianciana);Soru Sosizzèdda(Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi:Chi si'curiusu! ti manca lu nasu!—E a tia lu labbru!—E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—[13]Siccome non ho altro da darvi, e più giùsiccome ti voglio bene, esiccome io non tengo rancori. Daccaposiccomenel significato dipoichè!Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questosiccomeè divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.[14]Così nella rappresentazione diDon Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore:Pèntiti, Don Giovanni!e far rispondere al protagonista:Non mi voglio pèntere!
LA BELLA GIOVANNA[1].
C'era una volta un contadino, che aveva una figliola bellissima, vispola e di mente fine, sicchè l'era il passatempo del vicinato, nè si metteva su una veglia senza invitarci la ragazza, della quale[2]il nome, per quel che ne dicono le storie, fu Giovanna. Nella città vicina al paese di Giovanna comandava un Re, che pur lui aveva una figliola di molto bella, ma al contrario di Giovanna, s'addimostrava in viso seria e melanconica, e a nissuno era riuscito mai di farla ridere. Il Re suo padre stava molto in pensieri per questo naturale della figliola e s'ingegnava a tutto potere ogni dì a trovare qualche cosa di novo e d'allegro e buffone, acciò la ragazza si rallegrasse: ma tutto fu inutile[3]. Un giorno il Re discorrendo co' suoi cortegiani, uno di loro gli fece assapere, come nel villaggio presso la città fosse un contadino, padre di una figliola tanto gaja, che dov'essa era, la malinconia pareva bandita. Codesta nova racconsolò il Re oltr'ogni credere, e subito gli venne il pensiero di mandare a chiamare la ragazza per far compagnia alla propria figliola e vedere se a lei riuscisse tenerla svelta e obbligarla a ridere. Senza indugio mandò un servitore al padre di Giovanna con ordine espresso che si presentasse al Re. Il contadino rimase di stucco a sentire che il Re lo voleva; gli vennero mille ubbìe e sospetti in capo. E' dubitava d'avere commesso qualche malestro o lui oGiovanna; ma più credeva Giovanna, perchè a quel modo scapata e di lingua lesta, che non badava a dir le sue a ogni persona e in ogni lôgo. La chiamò pertanto e con una faccia stravolta gli disse:—«Scommetto, vedi, che 'l Re mi vole per gastigarmi di qualche buaggine tua. Già, me lo figuravo, che col tuo girellonare e chiacchierare alla scapata ce ne doveva venir male.»—A cui Giovanna:—«Vo' avete tanta paura e io punta. Di dove cavate che 'l Re v'ha chiamato per le mie buacciolate? Andateci, e se è per me che vi vogliono al palazzo, non indugiate a farmelo sapere, che so ben'io come regolarmi.»—Il contadino, vestitosi de' meglio panni ch'avesse nella cassa, e data una pulita al cappello delle feste, s'avviò alla città; e giunto al palazzo del Re, fu dinanzi a questo menato. E' gli parea d'esser lì alla gogna; e quantunque il Re l'accogliesse con garbo, il contadino se ne stava tremante e grullo come chi aspetta mala sentenzia. Isquadrollo il Re da capo a piedi e poi gli disse:—«Galantomo, è egli vero che a casa tu ci hai una bellissima figliola?»—A quella richiesta il contadino, abbene che se l'aspettasse, e' fu come se gli avessero dato un manico di vanga tra capo e collo, e gli si rimescolò il sangue nelle vene; andava balbuzzicando e borbottava a tragòla, quasi fosse per tirare il calzino. Il Re, visto quel rimescolìo, e' si pensò che gl'intravvenisse per sospetto della sua reale persona, per cui confortava il contadino alla confidenza e gli ripetè la domanda:—«L'ha' tu o no, questa figliola?»—E il contadino a mezza voce:—«I' l'ho. Maestà, per mi' disgrazia. Ma io non ci ho che fare se l'è un po' scapatella e allegrona. Se l'abbi commesso qualche scangèo, egli è effetto di gioventù.»—«E che m'importa degli scangèi della tua figliola?»—riprese il Re:—«Vuo' soltanto sapere s'egli è vero chela sia gaja e buffona, come m'è stato rapportato, sicchè tiene in gioja tutta il vicinato.»—«Sì veramente,»—disse il contadino;—«la mi' figliola l'è così fin da quando nascette, e non s'è voluta mai correggere. Anzi...»—Interruppe il Re:—«Queste chiacchiere non mi fanno. Torna a casa; e menami o mandami a corte la tua figliola, chè la voglio per compagnia alla mia figliola. Se gli riesce farla ridere, Giovanna, parola di Re, non sarà più povera. Corri e obbedisci.»—Al contadino gli parve essere ritornato a vita, sentita la voglia del Re. La strada per ritornare a casa gli apparì più corta che al venire; e in sull'uscio trovata Giovanna che lo aspettava bramosa, principiò a bociare da lontano:—«Allegri, allegri! il Re vuol te a tenere compagnia alla su' figliola, che a nessuno gli è riuscito farla ridere mai. Vuol te, perchè ha saputo che ridi sempre e tieni sderto tutto il vicinato a suon di chiacchiere e di buffonate. Su, vestiti, non c'è da perdere neanche un momento di tempo. E se, mattacchiona come tu sei, vieni a capo di far ridere la principessa, tu diventerà' ricca sfondolata. Me l'ha promesso il Re.»—«Vo subito,»—disse Giovanna; e a quel modo scalza com'era, e colla rocca al pensiero e il fuso in mano e i capelli su per le spalle, s'incamminò.—«Ferma»— gridò il contadino:—«Ma ti par'egli andare a corte in codesto arnese? Non ti vergogni tu? Ravvìati un po' il capo e poniti una sottana a garbo, e le scarpe in piè, e posa codesta roccaccia.»—E Giovanna:— «No davvero! Scarpe non ne ho mai portate e non vo' quell'impiccio da stroppiarmi. I' vuo' andar così. S'i' non vo a genio, torno a casa. Io non gli ho ricercati per mettermi in corte.»—E senza aspettar repliche, Giovanna se ne venne al palazzo del Re. Quando Giovanna fu al portone reale, riscontrò sentinelle eservitori; ne prese uno pel braccio e gli disse:—«Andate dal Re e ditegli che ci son io[4].»—Il servitore stette lì un po' come sbalordito; ma sapendo chi dal Re fosse aspettato, salì nell'appartamento ad annunziargli che sul portone c'era una bellissima ragazza vestita alla contadina e scalza, con una rocca a' fianchi, e che aveva poche parole e meno cerimonie in bocca. A farla breve, Giovanna venne introdotta alla presenza del Re: ma lei, senza nemmanco salutarlo, dice:—«Dove sta la Principessa?»—e il Re alzando la mano per accennare la camera, Giovanna diviata entrò colà, e a mala pena vista la Principessa, si messe a cantare una canzona tanto ridicola, accompagnandola con gestri[5]tanto buffi e sversati, che la Principessa principiò a ridere così da non poterne più; ed essendo per le risa lì lì per isvenire, gridò che Giovanna uscisse subito di camera sua. Rotto il ghiaccio, bastava che Giovanna fosse colla Principessa, che a forza di canti, di balli, di scede, di racconti buffi, la Principessa non faceva che ridere da mattina alla sera, sicchè in pochi giorni si mutò affatto il carattere della figliola del Re, e di triste e melanconica che era prima, divenne di bon'umore e sempre allegra. Il Re non capiva in sè dal contento, e nominò Giovanna damigella della Principessa; e gli disse che chiedesse pure quel che voleva, chè tutto gli avrebbe subito conceduto. Già da qualche tempo Giovanna era alla corte del Re, quando gli venne bramosia anche a lei di vestirsi alla reale; e diceva alla Principessa:—«Che non istarebbe anche a me bene la robba[6]vostra? Rincricchiata a dovere, farè' la figura che dee fare una damigella di corte. Padrona, che ve ne pare? Allora potrei pure accompagnarvi alla spasseggiata.»—Detto fatto: Giovanna fu vestita da signora, ed apparì anche più bella. Di lì a poco Giovanna cominciò a pensare che,abbene che messa come una signora al di fori, l'era poi una bella ignorante, giacchè manco sapeva leggere. E palesata la voglia d'istruirsi, subito gli dettero maestri; per cui il naturale spirito che aveva gli s'accrebbe oltre credenza e ognuno cercava la compagnia di Giovanna. Il Re poi e la Principessa la riguardavano come figliola e sorella, tanto gli volevano un ben dell'anima. Ma a dispetto delle premure che si avevano per Giovanna e della vita scelta che menava, lei, ragazza avvezza alla libertà della campagna, si sentiva spesso annojata delle cerimonie di corte e oppressa dall'aria chiusa del palazzo e della città. Un giorno disse alla Principessa:—«E che si fa noi qui rinserrate dalla mattina alla sera, sempre in sul medesimo tenore di vita? È vero che non manca nulla; ma se s'andasse via per un viaggio a divertirsi[7], a vedere luoghi e persone nove, sarebbe pur la bella cosa.»—A cui la Principessa:—«Tu se' matta, Giovanna: il Re mio padre non mi darebbe mai il permesso di andar sola con te a girare il mondo. Ti pare! Che direbbe la gente?»—«Vo' vi sgomentate di nulla!»—ripigliò Giovanna.—«Ecco la mia proposta. Sceglieremo altre dieci ragazze, tutte belle; le vestiremo tutte compagne come noi, e così viaggeremo. Chi volete che dia noia ad una frotta di dodici ragazze?»—Alla Principessa garbeggiò il consiglio e subito corse dal Re per ottenere il consenso: ma il Re negò darlo. Disse che lui era vecchio e voleva la figliola vicina; che a quei tempi e sempre le donne sole non potevano, senza pericolo e disonore, girandolare per terre lontane e sconosciute. Quindi la Principessa tornò da Giovanna, come suol dirsi, colle trombe nel sacco. Ma Giovanna non si smarrì, e disse:—«Ci anderò io dal Re e vedrete che non saprà negarmi la richiesta.»—E veramente lo raggirò inmodo, a forza di moine e belle parole, e tante gliene contò, che il Re si dovette dare per vinto, impegnato pure dalla parola reale, che avrebbe conceduto tutto quello che Giovanna bramasse. Dunque Giovanna si diede ad apparecchiare ogni cosa pel viaggio; e prima trovò le dieci ragazze e fece fare dodici abbigliamenti compagni; e quando ogni cosa fu pronta, la Principessa, Giovanna e le altre dieci ragazze salite in due vetture, dopo salutato il Re, se ne partirono e per parecchi giorni vagarono per molte castella e paesi, fermandovisi a pena per visitarle e riposarsi. Ma quando giunsero ad una grandissima e popolosa città, stabilirono rimanerci più a lungo, e però si allogarono in un albergo. Quivi ognuna attendeva alle proprie robbe, a tenere assestata la camera, meno la Principessa, che era servita da Giovanna. L'allegra brigata donnesca era tutta in sul darsi bel tempo, ora esaminando la città e i suoi palazzi e giardini, ora andando a diporto pe' contorni; e ciascuno stupiva di vedere tante belle ragazze sole e insieme unite, ed eran curiosi di sapere chi fossero: ma loro badavano a sè e non volevano òmini e impacciosi d'attorno. Un dì Giovanna, nell'assettare la camera della Principessa, essendo montata per aria a cavar la polvere da un quadro, lo alzò e con sua meraviglia ci scoperse al di sotto una finestra. E messivi gli occhi per dentro, vide una cucina e un coco affaccendato a preparare un pranzo tale, che non poteva essere altro se non destinato a qualche principe: la cucina dell'albergo non era di certo, e pranzi a quel modo mai non li avevano assaggiati lì. Almanaccando di chi diavolo fosse quel pranzo e a chi spettasse la cucina, si fece ad esaminare le vicinanze dell'albergo, e s'accorse ben presto, che la cucina era addetta al palazzo del Re di quella città. Subito gli saltò il grillo di fare una beffa alcoco; e lasciatolo allontanare, snella scese in cucina, saggiò tutte le pietanze, prese larghe porzioni delle meglio[8], e nelle rimanenti buttato sale a manate senza discrezione, in fretta rimontò dalla finestra in camera e la richiuse col quadro. Venuta l'ora del ristorarsi e conversare assieme, Giovanna diede alle compagne di quelli scelti cibi, ma non disse da dove li aveva portati via, e discorse tanto e di tante altre cose, sicchè nessuna gli domandò nulla. Il Re della città in quel medesimo giorno teneva corte bandita, e di molti e di gran parentato erano gl'invitati. Ma seduti a mensa, non ci fu verso che potessero mangiare le pietanze apparecchiate, talmente erano amare di sale[9]. Al Re montò la mosca al naso e fatto chiamare il coco, con un viso da Orco gli chiese ragione dell'avvenuto. Il pover'omo, tutto umile e sorpreso, gli protestò che di certo non ci aveva colpa, perchè aveva messo il sale nelle pietanze secondo il solito e non capiva come la cosa fosse accaduta. Ma il Re gli dette poca retta, e condannatolo a stare in prigione per qualche giorno, gli ordinò un altro gran pranzo per la ventura settimana; poi rimediato alla meglio al disappunto de' convitati, li accomiatò. Il coco, uscito di prigione, stava apprestando un altro pranzo reale e con premura badava alla misura del sale: ma allontanatosi per qualche necessità dalla cucina, Giovanna, che stava alle vedette, gli fece la medesima burla; per cui il pranzo del Re riuscì un'altra volta disgraziato. Il Re, imbestialito, fatto chiamare il coco, gliene disse delle nere ed era risoluto che gli si tagliasse la testa in piazza. Il coco, sentendo questo, si buttò in ginocchioni e assicurava il Re della propria innocenza con tante lacrime, che il Re si commosse. Allora il coco, preso animo, parlò così:—«Maestà, c'è di certo qualcheduno che mi vol male e mi fa questi dispetti: perchè bisogna sappiate che anche delle pietanze misono sparite, e non so come. Ordinate un altro pranzo per la ventura settimana, e se non iscopro il birbone malestroso, allora vada pure la mia testa.»—Al Re la proposta garbeggiò, ed anzi egli stesso volle rimpiattarsi nella cucina per vedere chi v'entrava di nascosto a sciupare i piatti. Ed ecco il coco acciaccinato intorno al focolare: il Re frattanto si era messo in un armadio. Quando il coco fece le viste di allontanarsi dalla cucina, Giovanna che stava in sull'intese, schizza giù dalla solita finestra e commette i medesimi malestri: ma nel mentre risaliva per rientrare in camera, il Re sbucò fori del nascondiglio e l'acchiappò per una gamba.—«Ti ci ho chiappato!»—esclama:—«Eri tu dunque la ladra e la salatora! Adesso si faranno i conti!»—Giovanna però senza sgomentarsi gli rispose:—«Maestà, non sono una ladra, chè graziaddio non mi manca nulla. Quel che ho fatto era per beffa a questo coco e per divertirmi del vostro disappunto a mensa. Per cui perdonatemi e non se ne parli più.»—Disse il Re, che già cominciava a infocolarsi nel core alla bellezza di Giovanna:—«I patti li fai tu, a quel che pare. Io ti perdonerò dove tu mi palesi chi sei, di dove vieni e che arte è la tua.»—Allora Giovanna l'accontentò raccontandogli la sua storia sino a quel momento. Riprese il Re:—«Ebbene, giacchè ho fatto così la tua conoscenza, te e le tue compagne verrete al palazzo e desinerete con me e co' miei cortigiani.»—«Io, per me non rifiuto,»—disse Giovanna,—«ma prima bisogna che la mia padrona me lo conceda, e chi sa se lei ci vorrà venire. Ritornate domani, Maestà, a questa finestra; e vi darò la risposta.»—E il Re:—«Così farò. Addio.»—Quindi Giovanna risalì nella camera, e il Re andò tutto allegro per la scoperta nel proprio appartamento. Non ci fu verso ditenere più nascosto alla Principessa e alle sue compagne quel che era intravvenuto. Al racconto di Giovanna, quale delle ragazze rideva, quale la rimproverava delle sue mattie. La principessa poi si addimostrava scorruccita di molto e si temeva compromessa. Ma Giovanna, con quei suoi garbi e con bone parole, le persuase così, che finalmente restò fissato di accettare l'invito reale, a condizione però che a mensa non fossero più di dodici giovani, compreso il Re, in maniera che ogni ragazza avesse il suo compagno. E perciocchè Giovanna stava in sospetto che il Re gli usasse qualche sopruso per rifarsi delle beffe patite, macchinò di recar seco dodici bone bottiglie del reame della Principessa e alloppiarle e poi darle a bere a' convitati. A tal effetto fu spedito un messo con una lettera, e in capo a pochi giorni Giovanna ebbe fra mano le bottiglie. Venuto il giorno di andare al pranzo reale, la Principessa, Giovanna e le dieci compagne si vestirono tutte eguali con gran sfarzo[10]e poi si recarono a Corte, dove il Re le aspettava con gli undici suoi giovanotti, trascelti fra i meglio signori della città. Si sedettero a mensa coppia per coppia, e Giovanna era col Re: ma quantunque parlasse più specialmente con lui, occupava tutta la brigata co' suoi scherzi e le sue novelle piacevoli. Alle frutta i giovani e il Re, avendo trincato, cominciavano a dirne delle belle: per cui Giovanna, temendo qualche brutto tiro, fatte portare le dodici bottiglie alloppiate, si alzò e disse:—«Signori, questo vino viene di lontano ed esce dalla cantina del Re mio padrone e padre di questa Principessa. Se siete cavalieri cortesi, io vi sfido a votarne una per ciascuno alla salute nostra.»—Detto fatto: le bottiglie furono votate, e di lì a poco il Re ed i giovani cominciarono a cascare dal sonno e si addormentarono sopra le loro poltrone, che parevano ghiri d'inverno.Ma non contenta Giovanna della burla, tirato fuori un par di forbici, tagliò a tutti e dodici un solo mostaccio, e quindi via per le scale in fretta seguita dalle compagne, e a casa: dove giunte, messe le robe ne' bauli[11], se ne partirono colle vetture fermandosi ad una villa fuor di mano, distante qualche miglio dalla città. Il Re e i compagni suoi non si destarono che all'alba, ma rotti e sfracasciati pel disagio e pel vino bevuto; gli era come se avessero del piombo dentro il cervello. Cominciarono a stiracchiarsi e a scionnarsi, e guardavan qua e là a similitudine di smemorati. A un tratto disse uno a un altro:—«Oh! tu hai un mostaccio solo».—E quello:—«Anche tu n'hai un solo».—«Poffareddina!»—esclamò il Re:—«Siam tutti conci in simil modo! Ce l'hanno fatta. Su su, vendichiamoci, perchè l'è troppo grossa. Burlare un Re! Non son più Re, se a quella malestrosa Giovanna non gliela faccio pagar cara».[12]—Inutilmente però cercarono le ragazze per la città: ma il Re ben presto col mezzo delle sue spie seppe dove s'erano ricoverate, e quindi risolvette sorprenderle sotto mentite vesti. Pure, bisogna notare che il Re era rimasto un po' cotto di Giovanna, e non era soltanto la bramosia di vendicarsi che lo spingeva a corrergli dietro. Il Re immaginò trasfigurarsi da pellegrino: e preso un paniere, ci messe dentro dodici mele cotte e s'avviò fuor della porta, seguito alla lontana dagli undici suoi compagni. Giunse in sull'abbujare alla villa dov'erano le dodici ragazze e picchiò ammodino. Giovanna scese e visto chi fosse e sentito che voleva un po' di ricovero per la notte, perchè era di buon core, introdusse il finto pellegrino. E menatolo in cucina, lo fece sedere al focolare a riscaldarsi. Disse allora il Re:—«Signora, mi sono smarrito pe' dintorni mentre andavo alla città per portare queste mele cotte a un mio vecchio conoscente. Oramaida qui a domani saranno ite a male; e siccome[13]non ho altro da darvi per rimunerarvi dell'accoglienza, se le volete, ve le offro. Son mele francesche e come bone!»—Giovanna accettò, e volendone far parte alle compagne, lasciato il pellegrino lì al focolare, andiede nel salotto. Ma scoperte le mele cotte, gli venne un po' di sospetto nell'accorgersi che fossero appunto dodici; per cui, rifatti indietro i passi, entrando in cucina, vedde il pellegrino alla finestra e sentì che diceva a qualcheduno:—«Su, lesti: ora vi vengo ad aprire, appena sono addormentate».—Giovanna non stette a dir: che c'è? Preso il pellegrino per le gambe, lo scaraventò di sotto. Fortuna che la finestra era bassa! Il Re battè il capo sull'erba, ma non morì: soltanto si svenne, per cui i compagni lo portarono via a braccia sino al palazzo e lo messero a letto. Nulla di meno al Re venne una grossa malattia, e tutti credevano che in breve se n'anderebbe. Il male era più di amore sprezzato, che altro; i medici non sapevano che mesticciarsi per rinsanichirlo, non intendendo, secondo il solito, che cosa avesse il Re. Intanto Giovanna stava in paura, e quando riseppe dalla gente che il Re era malato, si propose rimediare al malfatto, e pensò travestirsi da dottore e visitare il Re, perchè gli rincresceva che fosse ridotto a quel modo. A malgrado delle rimostranze della Principessa, Giovanna volle fare a modo suo, e giunta al palazzo reale, si fece annunziare come un medico capace di guarire sua Maestà. Disse:—«Io la cura la fo a quattr'occhi co' miei ammalati. E per grida che mandino, non permetto che nessuno accorra. Ma la guarigione è certa».—Credendo ciascuno il caso perduto, si promise a Giovanna di eseguire i suoi comandamenti: e lei, venuta al letto del Re, cavato un buon nerbo, con quello gliene dette tante sinchè non lo vidde svenuto: allora lo rinvoltolò nelle lenzola e poi se n'andò. Pochigiorni dopo il Re uscì dal letto guarito. Ma Giovanna e le sue compagne avevano fatto fagotto e se n'erano a gambe ritornate presso il padre della Principessa; temendo la vendetta del Re burlato in tante maniere e di più nerbato. Questo però, incaponitosi di possedere Giovanna, chè pur si addiede lei fosse stata la sua guaritora, ordinato il corteo d'accompagnamento, venne al reame in cui abitava Giovanna, e per farla sbrigativa, la richiese in moglie. Il padre della Principessa cancugnò, sospettando che quel Re volesse Giovanna fra le mani per gastigarla. Ma Giovanna ardita e vogliolosa di diventar Regina, cavò la paura di capo al suo padrone, sicchè questo, datagli una dote reale e sposatala egli medesimo, gli disse addio. E lei partì col marito, non senza lacrime della Principessa e sue. Quantunque il Re marito adorasse Giovanna, pure aveva una gran bramosia che la scontasse le beffeggiature e le offese che lei gli aveva recate: e Giovanna, furba, stava con tanto di occhi aperti, sicchè di nascosto ordinò che gli fabbricassero una donna di pasta, e acconciatala nelle casse del corredo la portò con sè. Quando la prima notte gli sposi furono per entrare a letto, Giovanna colla scusa di vergognarsi, non volle il lume in camera. E una volta spento e restati al bujo, lei zitta zitta infilzò la donna di pasta tra le lenzola e poi ci si messe accanto, ma in ginocchio sul tappeto in terra contro la sponda dei letto. Il Re, sdrajatosi, principiò a dire:—«Tu siè' stata con me di molto ardita e traditora, Giovanna! Sarebbe questo il momento di gastigarti: ma siccome ti voglio bene, mi stimerò soddisfatto che tu mi chieda perdono e tu mi prometta che simili cose non le farai più.»—E Giovanna lì accosto con una voce da burla:—«Non mi pento di nulla; e quando mi capita, farò come prima[14].»—Il Re allora inferocito, agguanta la spada che aveva a capo del letto e giù unpicchio sulla donna di pasta, che credeva essere Giovanna, e gli taglia netta la testa. Se non che, sbollorata la furia, tastando, sente un corpo freddo, e non è a dirsi se diede in disperazioni dubitando avere ammazzato la moglie. Salta dal letto, esce di camera e chiama gente con lumi; i servitori e i cortigiani accorrono. Intanto Giovanna, tolta prestamente la donna di pasta smozzicata e ripostala, lei stessa si messe in luogo di quella, e finse d'essere ferita, tingendosi il collo con del sangue serbato in una vescica, e pareva come moribonda. Quando il Re colle persone del seguito rientrò in camera, si buttò a traverso il letto con gran pianti. E si strappava i capelli, accusando la sua maledetta rabbia, e non poteva darsi pace di avere ammazzato Giovanna. E Giovanna, lasciatolo un po' disperare, finalmente con meraviglia di tutti, si rizza a sedere e dice:—«Signori! veramente, se dovessi badare al trattamento del mio sposo la prima notte del matrimonio, io dovrei pigliare la robba mia e tornarmene là da dove sono venuta. Ma siccome io non tengo rancori e penso che quanto il Re ha fatto provenne da un po' di subita mattia, oramai quel che è stato è stato e non ci si pensi più. Soltanto, il Re esca di camera e mi lasci rimettere dalla paura che ho avuto.»—Il Re gli consentì ogni cosa, gli domandò perdono e gli dette arbitrio di chiamarlo accanto a lei quando gli piacesse e fosse rinsanichita. Giovanna fece le viste di stare malata per qualche tempo e alla perfine fatta la pace collo sposo, vissero allegri e contenti, e credo ancora lo sieno.
In santa pace pia,Dite la vostra, che ho detta la mia.
NOTE
[1]Variante della Fiaba precedente intitolataLa Verdea. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci che la raccolse da Silvia Vannucchi del Montale—Pistojese.[2]Il qualeela quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la fraseper la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientementecheedil qualenelle subordinate.[3]Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione delPentameronee spesso nelle fiabe.[4]Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo:A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.[5]Gestripergesti. Nota l'intercalamento di quellareufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosinuosto,masto,fenesta, pernostro,mastro,finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.[6]Robba, con duebanche presso il Giusti, in rima congobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.[7]A divertirsi, invece dia divertirci; così pure dicono come formola di addioarrivedersiinvece diarrivederci, neutralmente.Andare per un viaggio a divertirsiè ciò che più comunemente suol chiamarsifare un viaggio di piacere.[8]Meglio, come apocope dimigliore, è invariabile. Cosìpeggio,maggio, scorciamento dipeggiore,maggiore. In Firenze,Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.[9]I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo delCorriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato:To' to'! adesso comprendo!—Che comprendi?chiese un amico.—Mi spiego, cioè,rispose,l'esclamazione Dantesca:«Come sa di sale lo pane altrui!»Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore,che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—[10]Gran sfarzoe più giùnon stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,Avess'io tanti gigliatiNella vuota mia scarsellaquante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi allasimpura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del soloOrlando innamoratodelBernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi.Dante(Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile.Bandello(Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande.Marino(Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese.Stigliani(Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.[11]A proposito dibaule, vedi, tra le commedie diGiambattista Fagiuoli,L'Astuto balordo(Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—[12]Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;......nation du hasard,Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.(Victor Hugo).Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo ilPitrè(Op. cit.) ne' racconti intitolatiLi tridici sbannuti(Palermo);Li dui figliastri(Casteltermini);Li Batioti(Cianciana);Soru Sosizzèdda(Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi:Chi si'curiusu! ti manca lu nasu!—E a tia lu labbru!—E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—[13]Siccome non ho altro da darvi, e più giùsiccome ti voglio bene, esiccome io non tengo rancori. Daccaposiccomenel significato dipoichè!Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questosiccomeè divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.[14]Così nella rappresentazione diDon Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore:Pèntiti, Don Giovanni!e far rispondere al protagonista:Non mi voglio pèntere!
[1]Variante della Fiaba precedente intitolataLa Verdea. La debbo al prof. avv. Gherardo Nerucci che la raccolse da Silvia Vannucchi del Montale—Pistojese.
[2]Il qualeela quale, pronomi, non sono di nessun dialetto toscano: (bene hanno essi la fraseper la quale, ma vuol dire altra cosa). I Giorginiani, che vorrebbero ridurre la lingua allo stretto volgar di Firenze, ci priverebbero di questo pronome. Con quanto discapito, lascio dire a chiunque è costretto a far periodi un po' complicati dal tema che tratta, ne' quali non giunge a mettere un po' di chiarezza che alternando sapientementecheedil qualenelle subordinate.
[3]Un figlio di Re che non ride mai, malgrado ogni opera ed industria de' servitori, si trova nella Introduzione delPentameronee spesso nelle fiabe.
[4]Come se le guardie l'avesser dovuta conoscere. Così raccontano a Napoli d'uno studente calabrese che si affacciò alla ferrata della posta, chiedendo se ci fosser lettere di suo padre. N'era giunta una con questo indirizzo:A mio figlio, vestito di nero, in Napoli. Gliela consegnarono senz'altro, stimando non senza ragione tal doppia prova d'insolita semplicità esser dimostrazione di parentela.
[5]Gestripergesti. Nota l'intercalamento di quellareufonica. Invece, ne' dialetti napoletani, la si fogna in casi simili, dicendosinuosto,masto,fenesta, pernostro,mastro,finestra. E così, dalle Alpi al Lilibeo, tutti i vernacoli fanno a gara straziando in mille varî modi il puro tipo aulico dei vocaboli: chi toglie, chi aggiunge, chi muta; chi amputa, chi gonfia, chi stravisa: accade delle parole quel che delle leggi nelle preture e nei tribunali; e quel ch'è peggio, anche in fatto di lingua abbiamo pluralità di cassazioni! Manca l'unità di criterio.
[6]Robba, con duebanche presso il Giusti, in rima congobba. Così pronunziano difatti malamente i toscani.
[7]A divertirsi, invece dia divertirci; così pure dicono come formola di addioarrivedersiinvece diarrivederci, neutralmente.Andare per un viaggio a divertirsiè ciò che più comunemente suol chiamarsifare un viaggio di piacere.
[8]Meglio, come apocope dimigliore, è invariabile. Cosìpeggio,maggio, scorciamento dipeggiore,maggiore. In Firenze,Via Maggio, che tuttora esiste, dove erano i giardini della Bianca Cappello, come può vedersi nelle novelle del Malespini.
[9]I rimanenti Italiani rimproverano a' Fiorentini di salar poco le vivande. Mi rammento ed ho conservato un articolo delCorriere Italiano, giornale che pubblicavasi a Firenze quando c'era la capitale. Diceva così:—«E poi confesso ch'io ho in uggia il fornajo prettamente fiorentino, per quel suo pane scipito.... È un gusto come un altro, ma a me piace salato un buon poco. Un bello spirito, la prima volta che gli venne fatto di mangiare del pane di questo paese, dolce dolce, da dare la nausea, disse come ispirato:To' to'! adesso comprendo!—Che comprendi?chiese un amico.—Mi spiego, cioè,rispose,l'esclamazione Dantesca:«Come sa di sale lo pane altrui!»Si comprende netto, soggiunse l'arguto commentatore,che forse in esiglio s'era inquietato anche di più, perchè costretto a mangiare il pane ben condito di sale.»—
[10]Gran sfarzoe più giùnon stette. Da Dante al Berchet, dal Boccaccio al Manzoni,
Avess'io tanti gigliatiNella vuota mia scarsella
quante volte i migliori scrittori han trascurato di metter l'aumento eufonico innanzi allasimpura preceduta da consonante, senza un riguardo al mondo per le nostre povere orecchie. Quest'urto disaggradevole di consonanti s'incontra nientemeno che in dugensettantatrè versi del soloOrlando innamoratodelBernia. Toscani, Lombardi, Meridionali hanno gareggiato nel trasgredir quella regola, che pure è fondata nell'indole stessa della lingua nostra. Già, anche il giusto incespica sette volte il giorno, e qui c'è l'esempio e la scusa dello abuso popolare. Ecco un gruzzoletto d'esempli autorevoli, da non imitarsi.Dante(Convito). Sue beltà piovon fiammelle di foco animate d'un spirito gentile.Bandello(Nov. XV). Tenendo il caso troppo vituperoso e il scorno grande.Marino(Adone, XIV, 95). Tosto, per porlo in su la tesa corda, E commetterlo all'aure, un strale ei prese.Stigliani(Mondo nuovo). Ell'era in somma in tutti i membri belli, Misurata ed egual non altrimenti, Ch'esser soglion le statue in fôro o in scena. Ecc. ecc. ecc.
[11]A proposito dibaule, vedi, tra le commedie diGiambattista Fagiuoli,L'Astuto balordo(Atto primo, scena seconda): «Orazio. Il mio baule dove l'hai posato?»—«Meo. Ma, padrone, io non ho posato bauli in nessun luogo e non li ho visti mai de' miei dì.»—«Orazio. Dove son le mie robe, che si portarono iersera dietro al calesso?»—«Meo. Ah quella cassa di cuojo, tonda di sopra, che ha quelle manette dalle bande, con quelle bullette d'ottone in fila, ch'è serrata con una pallottola di ferro, per via d'uno stidione?»—«Orazio. Sì, quella....»— «Meo. E quella si chiama baule, eh?»—«Orazio. Sì bene.»—«Meo. O che nome, baule!»—«Orazio. Ora dov'è?»—«Meo. Questo baule, giacchè le casse alle vostre mani hanno ad aver nome baule, è in sala.»—
[12]Questa beffa del mezzo sbarbamento è narrata da parecchi. Anche l'Americano Barnum nelle sue memorie la racconta come facezia veramente accaduta. Neppure ne' più goffi scherzi sanno essere originali gli Americani;
......nation du hasard,
Sans tige, sans passé, sans histoire et sans art.
(Victor Hugo).
Bandello, parte I, novella XXV.—«Il giovine che bevuto non aveva, sapendo la virtù del vino, come vide questo, prese il corpo del fratello, e in luogo di quello v'appiccò uno degli otri e a casa se ne tornò tutto lieto; ma prima che si partisse agli addormentati guardiani la barba dal canto destro tagliò.»—Tutto l'episodio del convito dato da molti giovani ad altrettante ragazze che li alloppiano e derubano o sfregiano, più o men variato si ritrova appo ilPitrè(Op. cit.) ne' racconti intitolatiLi tridici sbannuti(Palermo);Li dui figliastri(Casteltermini);Li Batioti(Cianciana);Soru Sosizzèdda(Vicari), Ecco il feroce scherzo che la protagonista fa a' mariuoli nel primo:—«S'assittaru a tavula e cuminciaru a manciari. 'Nta lu megghiu nisceru la buttigghina e l'alluppiaru a tutti: e ddocu chi vidistivu! cuminciaru a 'bbuccari. La picciotta, comu li vitti accussì, cci tagghia a cui lu nasu, a cui lu labbru, a cui lu jìditu: li fici stari 'na piatà. 'Un cuntenta di chistu, li so cumpagni si pigghiaru tutti cosi e si nni jeru. Jamu a li sbannuti. Quannu si sbriacaru, cuminciaru a dirisi:Chi si'curiusu! ti manca lu nasu!—E a tia lu labbru!—E a tia lu jìditu!—E ddocu cunsiddirati la rabbia.»—
[13]Siccome non ho altro da darvi, e più giùsiccome ti voglio bene, esiccome io non tengo rancori. Daccaposiccomenel significato dipoichè!Sozzo gallicismo, che mi urta i nervi. Figuratevi come li debba avere urtati, poichè veramente l'uso di questosiccomeè divenuto universale. Mi amareggia persin la lettura dell'autobiografia alfierana.
[14]Così nella rappresentazione diDon Giovanni, ho sentito il burattinajo far dire alla statua del commendatore:Pèntiti, Don Giovanni!e far rispondere al protagonista:Non mi voglio pèntere!
V.IL MONDO SOTTOTERRA.[1]C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si sa bene che più che vecchi non si campa; quest'omo, prima di morire, chiama i figlioli al letto e gli dice:—«Sentite ragazzi. Vedete, io sono per morire: mi raccomando che voi stiate in pace. E questo po' di roba, fatene le parti uguali.»—Dunque questo viene a morte, e non se ne parla più; e rimane questi tre figlioli poeri[2].—«Come si deve fare?»—dicono.—«Si venderà questo po' di roba e ci si metterà in viaggio per vedere se si fa fortuna.»—Vendon la roba e poi vanno via. Quando sono per la strada camminan quanton[3]posson camminare, e si mettono in un'osteria a mangiar qualcosa, perchè avevan fame, sapete? Poi si rimettono in viaggio e cammina cammina si trovano sur una bella piazza. E si voltano e vedono una lapide che ci diceva:Il Mondo sottoterra. E questi ragazzi trovano una casa di un contadino e picchiano. Dice:—«Ci dareste un corbello, una fune ed un campanello? Or ora noi vi si riporta?»—Questi contadini gnene dànno e loro si mettono ad alzà' questa lapide. L'alzano. Dice il maggiore:—«Entrerò io in questo corbello. Quando sentite ch'io sôno, tiratemi su; gli è segno che non trovo il fondo.»—Più che gli andava in giù, più bujo, più bujo. Sona il campanello e vien su. Quell'altro fratello—«Ma perchè?»—dice.—«Ora, ora, che vado io!»—Entra lui e va giù.Anche codesto, quando gli è a un dato punto, sona e ritorna in su: gua', non trovava fondo! Dice il minore:—«Anderò io. O che si mora di fame, o che si mora nell'andare giù, gli è la medesima: qualcosa sarà di me.»——E così entra nel corbello e va giù, giù, giù: sino in fondo. E vede un cortile. Guarda: di qui morti, di qua morti, tutti morti attaccati. In mentre gli è lì a guardare i morti, sente dire:—«Che fai tu costì?»—Dice, poerino:—«Siamo venuti a cercar fortuna. Siamo tre figlioli che ci è morto il babbo. Siamo in estremo bisogno.»—«Ah poerino!»—dice—«tu non lo sai? Tu non vedi come sono questi morti? Come sei venuto te? Tu sarai come loro.»—«Perchè?»—«Ora ti dirò il perchè. Abbi da sapere che ci è un gigante che tiene una Regina tutta incatenata. Se ti riescisse d'ammazzarlo, tu l'avresti pur troppo la sorte. Tieni!»—dice:—«Questo è un mazzo di chiavi e questa è una falce. Va avanti. Ci sono sette porte da aprire da questo gigante. Se tu siei bravo e lesto con questa falce di tagliargli la testa, tu siei un signore.»—E sparisce il vecchio. Questo povero giovane comincia ad aprire una porta, ne apre un'altra, infino a sei[4]. Quando gli è all'ultima sente uno scatenìo, un rumore d'armi: era il gigante, che sentendo avvicinare il nemico, arrotava le armi. E lui un timor pànico, non sapeva neppure cosa si fare. Si fa coraggio, apre l'uscio, e con la falce lo piglia così alla gola e il gigante casca a terra. Appena cascato a terra, un urlìo:—«Eccolo il nostro salvatore! eccolo il nostro liberatore!»—Va dietro alle voci e trova la porta in dove era incatenata la Regina. Apre e vede questa disgraziata poerina lì più morta che viva, piena di catene. Gli apre le catene, gli leva tutte quelle che vede. Dice:—«Voi sarete il mio sposo, voi mi avete salvata la vita.»—Prendonotutte le ricchezze che c'eran lì: e mettono tanta roba nel corbello; sonano e i fratelli tiran su, e veggono questa gran ricchezza di quattrini, d'oro, di tutto. Ricalano il corbello: per quattro volte il corbello fu pieno di queste gran ricchezze. Finalmente il fratello minore mette la sposa nel corbello, perchè la tirin su. I fratelli che veggon tutta questa gran ricchezza e questa bella donna, che fanno? Buttan giù la lapide, vanno a riportare il corbello e la fune e si rimettono in viaggio con la Regina e i tesori. Il fratello minore sta lì ad aspettare il corbello per venir su: l'aspetta ancora. Sente l'istessa voce del vecchio che s'affaccia:—«Vedi tu, se tu siei stato tradito? Ora tu siè' morto: che vuoi tu fare? Non c'è' altro scampo»—dice—«chè alle dodici viene il drago. O senti: li vedi questi morti? Mettigline tre o quattro costì; ed empigli un bel bigotto d'acqua.»—Questo ragazzo obbedisce subito a quel che dice il vecchio.—«E quando tu senti che gli ha mangiato tutti questi morti, e gli ha bevuto; lui s'addormenta. Vai adagio, adagio; attaccati al collo. Lui va via e ti porta via da questo posto.»—E questo vecchio si vole che fosse l'anima di suo padre, de' tre fratelli. Questo ragazzo gli fa tutta l'obbedienza; prepara tutta la roba come aveva detto e si mette da sparte d'un cantuccio, niscosto. Quando gli è le dodici, eccoti il drago, bruummatatapum! Si mette a mangiare tutti questi morti; beve; e poi si mette a dormire saporitamente. Questo ragazzo adagio adagio si attacca al collo; e il drago che sente e non sa che sia, via fori della buca. E lui, gli riesce di attaccarsi ad un albero.[5]Dunque la mattina, sapete bene, i contadini vengon giù presto, all'alba; quando sono a questo posto, dice:—«Oh c'è gente sopra quegli alberi.»—Dicono gli altri:—«Eh, c'è davvero, io vo' a casa.»—E tornanotutti addietro. Vanno a casa; e prende la falce, prende la vanga:—«Perchè»—dice,—se è qualche traditore, in tanti si ammazza.»—Aspettan che si faccia lume e veggon che gli è un omo davvero:—«Che fai costassù?»—«Ahn!»—dice,—«sono un povero disgraziato! Èramo tre fratelli: siamo venuti per far fortuna...»—e gli fa tutta la spiegazione. Dicono:—«Questo de' esser quello! Io ho inteso che avete trovata la ricchezza?»—«Sì, appunto.»—Dicono:—«O non sapete che a mezzogiorno uno dei vostri fratelli gli è sposo della Regina che voi avete liberata?»—Gli metton delle funi, s'imbraca e vien giù questo poero disgraziato.—«Noi»—dicono i contadini—«vi accompagneremo sino alla casa de' vostri fratelli, poerino!»—Vanno alla casa e picchiano. I traditori s'affacciano e veggono che gli è il fratello.—«Che nessuno apra! che nessuno apra!»—Picchia picchia e nessuno apriva. Che ti fanno i contadini? Vanno alla giustizia e gli raccontano il caso. La giustizia picchia; e nessun risponde. E buttan giù la porta, oh lo credo, io!—«Oh traditori iniqui»—dice—«ora per voi è finito il bene stare!»—Li ammanettano, gli legano le braccia e li portano al bargello.—«E voi sarete lo sposo»—dice il giudice al fratello minore.—«E lo sposalizio seguirà a mezzogiorno con la vostra sposa.»—Ah potete credere la sposa quando lo vedde (può immaginarsi! il suo liberatore!) che gioja ch'ella ebbe. Segue lo sposalizio, com'era fissato; e all'ora del pranzo i fratelli furono impiccati tutti e due. Questo fu il pago che ebbero. E così loro, gli sposi, senza più paura e timore se ne vissero insieme in pace. E così questa novella è finita. O non è bella?NOTE[1]IlLiebrecht(art. cit.) annota:—«Gehört zuGrimmK.M. n.º 91.Das Erdmänneken.Vgl.KöhlerzuGonzenbachn.º 64.Die Geschichte von der Fata Morgana, und meine BemerkungGött. Gel. Anz.1870. Seite 1421 (zuRadloff3. 518.'Hämra).»—Vedi anchePitrè(op. cit.)La Jisterna,Lu munnu suttanu,Lu cuntu di lu magu e di li tre frati. NelloJahrbuch für Romanische und Englische Literatur, AnnoMDCCCLXVII, volume VIII, il Köhler ha pubblicata una fiaba di quel di Sora, raccolta da un certo Arminio Grimm in Roma, dalla bocca di un modello, e malissimo raccolta, come potevamo aspettarci da un tedesco, che poco sa la lingua e niente i dialetti nostri. Eccola, del resto, con poche emendazioni. Si noti che non è mica nel vernacolo di Sora: nient'affatto.I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili, ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno; ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tantebastonate quanti giorni l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai, fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera, domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe ebe' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo; l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo, che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare, la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre sorelle,figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare, volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli, quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato. Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo, presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse il Re.—«È permessoche io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era, e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.[2]Poero, che più esattamente si scriverebbePóhero, giacchè ilvnon isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenicoLa Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio.Heu, heu, tu puer!»—«Menghino.Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio.Dico a te.»—«Menghino.Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio.Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino.Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio.Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino.Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»[3]Sic.Probabilmentelapsus linguae, per amore delle altren, antecedente e seguente.[4]Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dallaDianeadi Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostravamolto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinariose ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—Chi ci darà un buon libro intitolato:Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.[5]Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitanaDammi lu velu(Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.
IL MONDO SOTTOTERRA.[1]
C'era una volta un omo che aveva tre figlioli. Si sa bene che più che vecchi non si campa; quest'omo, prima di morire, chiama i figlioli al letto e gli dice:—«Sentite ragazzi. Vedete, io sono per morire: mi raccomando che voi stiate in pace. E questo po' di roba, fatene le parti uguali.»—Dunque questo viene a morte, e non se ne parla più; e rimane questi tre figlioli poeri[2].—«Come si deve fare?»—dicono.—«Si venderà questo po' di roba e ci si metterà in viaggio per vedere se si fa fortuna.»—Vendon la roba e poi vanno via. Quando sono per la strada camminan quanton[3]posson camminare, e si mettono in un'osteria a mangiar qualcosa, perchè avevan fame, sapete? Poi si rimettono in viaggio e cammina cammina si trovano sur una bella piazza. E si voltano e vedono una lapide che ci diceva:Il Mondo sottoterra. E questi ragazzi trovano una casa di un contadino e picchiano. Dice:—«Ci dareste un corbello, una fune ed un campanello? Or ora noi vi si riporta?»—Questi contadini gnene dànno e loro si mettono ad alzà' questa lapide. L'alzano. Dice il maggiore:—«Entrerò io in questo corbello. Quando sentite ch'io sôno, tiratemi su; gli è segno che non trovo il fondo.»—Più che gli andava in giù, più bujo, più bujo. Sona il campanello e vien su. Quell'altro fratello—«Ma perchè?»—dice.—«Ora, ora, che vado io!»—Entra lui e va giù.Anche codesto, quando gli è a un dato punto, sona e ritorna in su: gua', non trovava fondo! Dice il minore:—«Anderò io. O che si mora di fame, o che si mora nell'andare giù, gli è la medesima: qualcosa sarà di me.»——E così entra nel corbello e va giù, giù, giù: sino in fondo. E vede un cortile. Guarda: di qui morti, di qua morti, tutti morti attaccati. In mentre gli è lì a guardare i morti, sente dire:—«Che fai tu costì?»—Dice, poerino:—«Siamo venuti a cercar fortuna. Siamo tre figlioli che ci è morto il babbo. Siamo in estremo bisogno.»—«Ah poerino!»—dice—«tu non lo sai? Tu non vedi come sono questi morti? Come sei venuto te? Tu sarai come loro.»—«Perchè?»—«Ora ti dirò il perchè. Abbi da sapere che ci è un gigante che tiene una Regina tutta incatenata. Se ti riescisse d'ammazzarlo, tu l'avresti pur troppo la sorte. Tieni!»—dice:—«Questo è un mazzo di chiavi e questa è una falce. Va avanti. Ci sono sette porte da aprire da questo gigante. Se tu siei bravo e lesto con questa falce di tagliargli la testa, tu siei un signore.»—E sparisce il vecchio. Questo povero giovane comincia ad aprire una porta, ne apre un'altra, infino a sei[4]. Quando gli è all'ultima sente uno scatenìo, un rumore d'armi: era il gigante, che sentendo avvicinare il nemico, arrotava le armi. E lui un timor pànico, non sapeva neppure cosa si fare. Si fa coraggio, apre l'uscio, e con la falce lo piglia così alla gola e il gigante casca a terra. Appena cascato a terra, un urlìo:—«Eccolo il nostro salvatore! eccolo il nostro liberatore!»—Va dietro alle voci e trova la porta in dove era incatenata la Regina. Apre e vede questa disgraziata poerina lì più morta che viva, piena di catene. Gli apre le catene, gli leva tutte quelle che vede. Dice:—«Voi sarete il mio sposo, voi mi avete salvata la vita.»—Prendonotutte le ricchezze che c'eran lì: e mettono tanta roba nel corbello; sonano e i fratelli tiran su, e veggono questa gran ricchezza di quattrini, d'oro, di tutto. Ricalano il corbello: per quattro volte il corbello fu pieno di queste gran ricchezze. Finalmente il fratello minore mette la sposa nel corbello, perchè la tirin su. I fratelli che veggon tutta questa gran ricchezza e questa bella donna, che fanno? Buttan giù la lapide, vanno a riportare il corbello e la fune e si rimettono in viaggio con la Regina e i tesori. Il fratello minore sta lì ad aspettare il corbello per venir su: l'aspetta ancora. Sente l'istessa voce del vecchio che s'affaccia:—«Vedi tu, se tu siei stato tradito? Ora tu siè' morto: che vuoi tu fare? Non c'è' altro scampo»—dice—«chè alle dodici viene il drago. O senti: li vedi questi morti? Mettigline tre o quattro costì; ed empigli un bel bigotto d'acqua.»—Questo ragazzo obbedisce subito a quel che dice il vecchio.—«E quando tu senti che gli ha mangiato tutti questi morti, e gli ha bevuto; lui s'addormenta. Vai adagio, adagio; attaccati al collo. Lui va via e ti porta via da questo posto.»—E questo vecchio si vole che fosse l'anima di suo padre, de' tre fratelli. Questo ragazzo gli fa tutta l'obbedienza; prepara tutta la roba come aveva detto e si mette da sparte d'un cantuccio, niscosto. Quando gli è le dodici, eccoti il drago, bruummatatapum! Si mette a mangiare tutti questi morti; beve; e poi si mette a dormire saporitamente. Questo ragazzo adagio adagio si attacca al collo; e il drago che sente e non sa che sia, via fori della buca. E lui, gli riesce di attaccarsi ad un albero.[5]Dunque la mattina, sapete bene, i contadini vengon giù presto, all'alba; quando sono a questo posto, dice:—«Oh c'è gente sopra quegli alberi.»—Dicono gli altri:—«Eh, c'è davvero, io vo' a casa.»—E tornanotutti addietro. Vanno a casa; e prende la falce, prende la vanga:—«Perchè»—dice,—se è qualche traditore, in tanti si ammazza.»—Aspettan che si faccia lume e veggon che gli è un omo davvero:—«Che fai costassù?»—«Ahn!»—dice,—«sono un povero disgraziato! Èramo tre fratelli: siamo venuti per far fortuna...»—e gli fa tutta la spiegazione. Dicono:—«Questo de' esser quello! Io ho inteso che avete trovata la ricchezza?»—«Sì, appunto.»—Dicono:—«O non sapete che a mezzogiorno uno dei vostri fratelli gli è sposo della Regina che voi avete liberata?»—Gli metton delle funi, s'imbraca e vien giù questo poero disgraziato.—«Noi»—dicono i contadini—«vi accompagneremo sino alla casa de' vostri fratelli, poerino!»—Vanno alla casa e picchiano. I traditori s'affacciano e veggono che gli è il fratello.—«Che nessuno apra! che nessuno apra!»—Picchia picchia e nessuno apriva. Che ti fanno i contadini? Vanno alla giustizia e gli raccontano il caso. La giustizia picchia; e nessun risponde. E buttan giù la porta, oh lo credo, io!—«Oh traditori iniqui»—dice—«ora per voi è finito il bene stare!»—Li ammanettano, gli legano le braccia e li portano al bargello.—«E voi sarete lo sposo»—dice il giudice al fratello minore.—«E lo sposalizio seguirà a mezzogiorno con la vostra sposa.»—Ah potete credere la sposa quando lo vedde (può immaginarsi! il suo liberatore!) che gioja ch'ella ebbe. Segue lo sposalizio, com'era fissato; e all'ora del pranzo i fratelli furono impiccati tutti e due. Questo fu il pago che ebbero. E così loro, gli sposi, senza più paura e timore se ne vissero insieme in pace. E così questa novella è finita. O non è bella?
NOTE
[1]IlLiebrecht(art. cit.) annota:—«Gehört zuGrimmK.M. n.º 91.Das Erdmänneken.Vgl.KöhlerzuGonzenbachn.º 64.Die Geschichte von der Fata Morgana, und meine BemerkungGött. Gel. Anz.1870. Seite 1421 (zuRadloff3. 518.'Hämra).»—Vedi anchePitrè(op. cit.)La Jisterna,Lu munnu suttanu,Lu cuntu di lu magu e di li tre frati. NelloJahrbuch für Romanische und Englische Literatur, AnnoMDCCCLXVII, volume VIII, il Köhler ha pubblicata una fiaba di quel di Sora, raccolta da un certo Arminio Grimm in Roma, dalla bocca di un modello, e malissimo raccolta, come potevamo aspettarci da un tedesco, che poco sa la lingua e niente i dialetti nostri. Eccola, del resto, con poche emendazioni. Si noti che non è mica nel vernacolo di Sora: nient'affatto.I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili, ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno; ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tantebastonate quanti giorni l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai, fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera, domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe ebe' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo; l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo, che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare, la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre sorelle,figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare, volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli, quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato. Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo, presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse il Re.—«È permessoche io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era, e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.[2]Poero, che più esattamente si scriverebbePóhero, giacchè ilvnon isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenicoLa Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio.Heu, heu, tu puer!»—«Menghino.Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio.Dico a te.»—«Menghino.Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio.Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino.Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio.Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino.Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»[3]Sic.Probabilmentelapsus linguae, per amore delle altren, antecedente e seguente.[4]Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dallaDianeadi Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostravamolto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinariose ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—Chi ci darà un buon libro intitolato:Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.[5]Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitanaDammi lu velu(Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.
[1]IlLiebrecht(art. cit.) annota:—«Gehört zuGrimmK.M. n.º 91.Das Erdmänneken.Vgl.KöhlerzuGonzenbachn.º 64.Die Geschichte von der Fata Morgana, und meine BemerkungGött. Gel. Anz.1870. Seite 1421 (zuRadloff3. 518.'Hämra).»—Vedi anchePitrè(op. cit.)La Jisterna,Lu munnu suttanu,Lu cuntu di lu magu e di li tre frati. NelloJahrbuch für Romanische und Englische Literatur, AnnoMDCCCLXVII, volume VIII, il Köhler ha pubblicata una fiaba di quel di Sora, raccolta da un certo Arminio Grimm in Roma, dalla bocca di un modello, e malissimo raccolta, come potevamo aspettarci da un tedesco, che poco sa la lingua e niente i dialetti nostri. Eccola, del resto, con poche emendazioni. Si noti che non è mica nel vernacolo di Sora: nient'affatto.
I TRE FRATELLI E LE TRE PRINCIPESSE LIBERATE.
C'erano una volta tre fratelli che andavano alla caccia. Quando venne la notte avevano perso il cammino nel bosco. Disse il più giovane:—«Io voglio montar su quest'albero: forse posso veder dove siamo.»—Quando fu montato, vide un palazzo illuminato. Scese e disse ai fratelli in che direzione dovevano andare. Quando furono al palazzo, lo trovarono illuminato tutto tutto e la porta chiusa. Bussarono co' fucili, ma nessuno rispondeva. Disse il più piccolo:—«Vogliamo sforzar la porta.»— E così entrando, girarono dappertutto senza trovar nessuno; ma in un gran salone stava una tavola con tre piatti e tre bicchieri e tre sedie e molta roba da mangiare. Alfine, perchè avevan fame, si messono a tavola; e poi, quando furono sazî, trovando una camera con tre letti apparecchiati, si coricarono. Ma soltanto i duoi più grandi dormivano, e il terzo restò senza dormir tutta la notte, ma non si fece veder niente. L'altro giorno presero consiglio di rimaner nel palazzo, e che il più vecchio restassi per cucinare immentre che gli altri andassero a caccia. Quando quelli furono via, entrò in cucina un uomo grande grande:—«Cosa fai qua?»—«Io sto cucinando per me ed i miei fratelli.»—«Chi t'ha fatto entrare in questo palazzo?»—«Noi siamo entrati perchè non c'era nessuno per aprirci ed abbiamo mangiato perchè avevamo fame.»—«Io ti voglio dare tantebastonate quanti giorni l'anno ha.»—«Misericordia!»— gridava—«non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione per ricever le tue bastonate.»—E il più vecchio fratello si messe in posizione e ricevette tante bastonate quanti giorni l'anno ha. La sera, quando i fratelli ritornarono, non disse niente.—«Cos'hai, fratello, che se' tanto pallido?»—«Io ho avuta la febbre,»—disse—«ho avuto un mancamento.»—L'altro giorno restò il mezzano in casa. Entrò il gigante.—«Cosa fai?»—«Io fo la cucina pe' fratelli e per me.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—E la stessa risposta del primo.—«Io ti darò tante bastonate, quanti du' anni hanno giorni.»—«Misericordia! non me ne date tante.»—«Mettiti in posizione!»—E gli dà tante bastonate quanti du' anni hanno giorni. Quando i fratelli vennero la sera, domandava il terzo:—«Cos'hai fratello, che sei tanto pallido?»—«Io ho avuto un mancamento»—rispose. Ma al primo, che non diceva niente, fece un'occhiatina. E così il terzo giorno resta il più giovane. Ma aveva veduta quella occhiatina, e quando i fratelli furon via, se ne andò dietro pian piano per ascoltar cosa dicessero. Disse il primo:—«Io ho ricevute tante bastonate quanti l'anno ha giorni. Tu, quante?»—Disse l'altro:—«Io tante, quanti du' anni hanno giorni.»—Il terzo torna nel palazzo e si metteva a cucinare, quando quel gigante entrò:—«Cosa fai?»—«Quel che mi pare.»—«Come sei entrato nel palazzo?»—«Come m'è piaciuto.»—«Io ti voglio dar tante bastonate, quanti tre anni hanno giorni.»—«Io te ne voglio dar quanti sei anni hanno giorni.»—«Io sono più grande di te,»—disse il gigante.—«Io sono più grande di te»—rispose il giovane e si pose sur una sedia.—«Io sono più grande,»—disse il gigante, e si recava in alto, allungandosi d'un palmo.—«Io sono più grande,»—rispose il terzo fratello e salì sulla tavola. E la terza volta messe la sedia sulla tavola e vi saltò sopra.—«Io sono più grande»—disse il gigante e faceva il collo lungo lungo.... Pan! Il giovane prese la sciabola e gli tagliò la testa. Giù! E la tagliava in pezzi e li gittò nel pozzo. Quando vennero i fratelli, disse loro che voleva scender giù in quel pozzo. Si attaccò ad una corda e prese una campanella e disse che con la corda lo calassero, lo lasciassero andar giù: aspettassero tre giorni. Se dopo tre giorni non avrebbe sonato la campanella, sarebbe stato segno ch'egli era morto. E così scese e al fondo trovò una buca per la quale vidde un vasto prato con erbe ebe' fiori; e c'era una vecchia con un fuoco sopra al quale bolliva un caldajo.—«Cosa fai, vecchia?»—«Ohimè, ho perduto il mio figliolo; l'hanno tagliato in pezzi. Io lo voglio mettere in quel caldajo per rendergli la vita.»—Pun! Prese la vecchia e la mise nel caldajo, che vi morì. Cammina cammina, giunse ad un palazzo grande, dove il portone era chiuso. Bussa alla porta; ed apparisce alla finestra una bellissima giovane:—«Fammi entrar nel palazzo.»—«Ohimè, come capiti a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Io sono cristiano»—e fece il segno della santa croce—«fammi entrare!»—«Ci sono due serpenti che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«Ci sta mio marito in letto: è un mago; ti mangerà.»—«Io non ho timore.»—Lo fece entrare allora, e gli si messono incontro i duoi serpenti. Pan! tagliava loro la testa. Andò su e trovò il mago nel letto.—«Oh! benvenuto, ti mangerò per pranzo,»—«Io ti mangerò, io.»—Pan! gli taglia la testa; e taglia un pezzo del suo corpo, un pezzo di serpente e se ne fece un arrosto. Allora venne la bella giovane:—«Felice me, che mi hai liberata di quel mago che mi ha rubato: portami via; andiamocene insieme.»—Disse che non poteva portarla via, perchè aveva ancora da fare.—«Ma come ti ricorderai di me?»—disse la giovane.—«Ecco un anello, ch'io ti do.»—Prese l'anello e andò via. Venne ad un palazzo più bello e più grande ancora. Bussa alla porta: e s'affaccia alla finestra una giovane molto più bella di quell'altra.—«Ohimè come sei venuto a questo palazzo, dove non vengono mai cristiani?»—«Sono cristiano io»—rispose—«aprimi la porta.»—«Ci sono due leoni che ti mangeranno.»—«Non ho paura.»—«C'è mio marito in letto che ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Taglia la testa ai leoni e la testa al mago come la prima volta e si apparecchiò un pranzo con la sua carne e con quella dei leoni. E quando se ne volle andare, la giovane gli dette un fazzoletto, che non la dimenticasse. Trova allora un terzo palazzo più bello e più grande ancora ed una giovane che soprappassava le due altre di bellezza:—«Oimè, come sei venuto a questo palazzo, dove non arrivano mai cristiani?»—«Sono cristiano»—e fece il segno.—«Ma ci sono due tigri feroci.»—«Non ho paura.»—«Ma mio marito ti mangerà.»—«Non ho timore.»—Entra, taglia la testa alle tigri e la testa al mago, e la giovane gli dette per regalo una piccola bacchetta. E così la condusse via, e poi le altre due: che erano tre sorelle,figliuole d'un Re, rubate da que' maghi. E quando giunsero al pozzo, il giovane suonò con la campanella e fece tirar su prima la meno bella delle tre. Quando i fratelli videro quella donna tanto bella, cominciarono a disputarsi. Uno:—«Io la voglio.»— «No, io la voglio,»—l'altro.—«Date la corda!»—gridava il terzo. E così tirarono su la seconda; e vedendola più bella, cominciarono a litigare, volendol'avere ciascheduno tutta per sè. E così per la terza. Restava allora il terzo fratello nel pozzo. Ma lui, invece di attaccarsi alla corda, vi attaccò un gran sasso. Ben glien'incolse. Chè i fratelli, quando fu mezzo in su, lo lasciarono ricadere ad un tratto, pump! e credendolo morto se ne andarono con le tre principesse. Ma il terzo fratello, non sapendo cosa fare, toccò la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Ah»—disse—«fatemi uscire da questo pozzo.»—Eccolo subito portato sopra. Tocca di bel nuovo la bacchetta.—«Cosa vuol che si faccia?»—«Fatemi il più valente, il più bello, il più istruito, il più ingegnoso giovane che mai sia stato al mondo.»—E subito, perchè prima era piccolo, divenne grande e forte. S'incammina e va finchè giunge nel Regno del padre delle tre principesse che avea salvate. Quando entra nella città, vede preparare una gran festa. E non poteva trovare alloggio. Si dovevano celebrar le nozze de' due fratelli suoi con due figliole del Re. Entra nella bottega d'un calzolajo.—«Posso io stare in casa vostra?»—«Sì, ma io non vi posso dare a pranzare.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta:—«Cosa vuol che si faccia?»—«Io voglio un cane forte.»—Ecco subito il cane.—«Vattene nel palazzo del Re e prendi la tovaglia dove stanno a pranzare, e fa cader tutto a terra.»—Il cane entra nel palazzo e fa come gli era ordinato. Disse il Re:—«Questa è una gran disgrazia. Guardie! un altro giorno non fate più entrar quel cagnaccio.»—L'altro giorno il terzo fratello tocca la bacchetta.—«Cosa volete che si faccia?»—«Un cane più forte ancora.»—Ecco il cane.—«Mettiti sotto la tavola dove pranzano e levati in su, che si rovesci la tavola.»—E il cane fece come gli era ordinato. Ma le guardie lo inseguirono; e quando lo videro entrare dal calzolajo, presero quello per condurlo in carcere. Ma il calzolaio gridava:—«Io non ho cani; domandate a tutti i vicini miei, se io ho avuto mai cani.»—Subito venne allora il terzo fratello dicendo:—«Quei cani erano miei.»—Lo condussero a palazzo.—«Appiccatelo alla forca»—disse il Re.—«È permessoche io pure dica due parole?»—«Dite.»—«A chi appartiene quest'anello?»—«È mio»—grida la più piccola delle tre figliole del Re—«me l'ha dato la mamma, quando aveva tre anni.»—«A chi appartiene questo fazzoletto?»—«È mio»—disse la mezzana—«me lo diede mia madre.»—«Chi mi ha data questa bacchetta?»—«Sono io,»—disse la terza;—«l'ho data a chi mi liberò dal mago.»—Spiegò allora chi era, e come i fratelli l'avevan voluto far morir nel pozzo. E i fratelli furono condannati alle forche e appiccati. E lui prese per moglie la più bella delle tre sorelle; e vi furono subito altri regnanti, che presero le altre due; e furono felici e vissero molti anni.
[2]Poero, che più esattamente si scriverebbePóhero, giacchè ilvnon isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenicoLa Virtù vince l'Avarizia, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«Fidenzio.Heu, heu, tu puer!»—«Menghino.Dov'è egghi i' poero?»—«Fidenzio.Dico a te.»—«Menghino.Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«Fidenzio.Io non ho detto che tu sia poero.»—«Menghino.Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«Fidenzio.Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«Menghino.Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»
[3]Sic.Probabilmentelapsus linguae, per amore delle altren, antecedente e seguente.
[4]Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dallaDianeadi Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostravamolto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (sic) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinariose ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—
Chi ci darà un buon libro intitolato:Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.
[5]Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitanaDammi lu velu(Pitrè, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.