XLVIII.

XLVIII.IL PRETE CHE MANGIA LA PAGLIA.[1]C'era una volta un citto. Questo citto era rimasto solo, privo di tutti, ma aveva diversi quattrini. Un giorno era per una strada che camminava, trovò il prete della su' cura, e si salutorno tutti e due. Costì questo citto gli disse che era solo; e il prete gli domandò, se voleva andare a star con lui. Questo citto non gli parve vero. Il prete disse:—«Bene, bisogna fissare così; il primo che si adirerà, pagherà cento scudi.»—«Oh non dubiti.»—«Sai»—gli disse il prete a questo giovanotto,—«domani mattina devi andarmi a seminare un po di grano.»—«Sicuro.»—Questo ragazzotto sapete cosa fa? Il prete gli aveva dato un sacco di grano, che l'avesse seminato tutto in quel campo.—«Così»—disse il prete—«s'adira quando vede tuto questo lavoro.»—Arrivò quel ragazzo, prese i bovi, appena fu al campo, e fece tutto un sogo e te lo buttò tutto lì dentro quel grano, e poi lo ricoprì.—«Cordone si deve adirare lui e no io!»—e poi si buttò a ghiacere. Poi aspetta la colazione, e la colazione non veniva.—«Ah il prete me la fa bellina, ma tornerà peggio per lui!»—Sona mezzogiorno, e vede venire la serva a portargli la colazione.—«Tenete, io vi ho portato la colazione.»—Gliela lascia lì, e la va via. Questo va per mangiare, e trovò la zuppiera siggillata.—«Guarda, questo prete crede, che io mi voglia adirare!»—Gli aveva un maniolo;con l'occhio del maniolo, spaccò il culo della zuppiera; e mangiò la minestra. Poi va per bere, e trovò siggillato il fiasco, gli da un tonfo, e gli leva il collo, e beve. La serva gli aveva detto al padrone, che l'aveva trovato a dormire. Dice il prete:—«O poerino a me! azzecca cosa mi ha fatto.»—Tornò a casa questo giovanotto. Il prete:—«Che l'hai seminato tutto il grano?»—«Sì.»—«Come hai tu fatto?»—«Oh! ho fatto un sogo e gliel'ho buttato.»—«Oh, che tu m'hai rovinato!»—«Oh signor padrone, che L'è adirato?»—«Ti pare?»—Questo giovanotto s'era innamorato della serva, che si chiamava Gigia.—«Senti Gigia,»—gli fa il prete,—«t'hai veduto, Marco ti vuol tanto bene. Gli è tanto pauroso, tu devi sentire di che cosa ha paura. Domani sera io tornerò più tardi; e te domandagli ogni cosa, che poi tra me e te si penserà qualche cosa per farlo adirare.»—L'indomani il prete l'andò via, e rimase solo la Gigia e Marco. Sta serva, nel discorrere, si messe a dir delle paure.—«Dimmi, Marco, di che cosa t'hai paura te?»—«Io, più paura, che abbia, io ho paura di il chiù[2].»—«Eh, dio mio! di un uccello così tanto piccinino?»—«Ah sta zitta, quando lo sento cantare più di una volta, mi vien male!»—In questo mentre venne il prete, e andorno a letto. Quando fu andato a letto Marco, il prete ritornò dalla serva.—«Di che cosa l'ha paura Marco?»—«Mi ha detto, che gli ha paura di il Chiù.»—«Senti, spogliati. E poi ti melerò tutta; e poi t'anderai a buttarti su quella massa di penne: tu parrai un Chiù tale e quale. E poi t'hai a montare su quel melo, che c'è nel giardino di faccia alla finestra di Marco, e t'hai a principiare a dir:Chiù, Chiù.Tu vedrai, che lui s'arrabbierà, e vorrà andare via arrabbiato, così piglio cento scudi.»—E costì tantofecero. Questa serva, quando fu montata in quest'albero, avviò a cantare:chiù chiù(non si veglia più). Marco, che sentechiù, figuratevi come si diede da fare.—«Ah poero a me! ne ho ragionato oggi di ilchiù; e lì canta che ti canto questochiù!»—e Marco s'era nascosto sotto i lenzuoli, ne aveva fatte di tutte. Sicchè gli era scappata la pazienza, ci aveva il fucile carico, s'affaccia alla finestra, e tira una schioppettata addove sentiva la voce. E sente cascare giù roba.—«Canta ora, tu l'hai auta!»—e costì se ne tornò a letto. Il prete s'affacciò alla finestra nel sentire questo scoppio; e vidde la sua Gigia, che gliela aveva ammazzata. Il prete via da Marco.—«Ah, birbante, cosa t'hai fatto!»—«Se non si cheta gliela tiro anche a Lei.»—«Che ti sei adirato Marco?»—«No; ch'era adirato Lei?»—«No.»—E costì la feceron finita, ritornarono a letto. Per tornare un passo adreto, il prete gli disse:—«Sai, Marco? domattina prepara il cavallo, si deve andare da un nipote, è stato sposo.»—«Sì? ho a preparare un po di cacio, un po di vino, qualche cosa?»—«'Un preparare nulla, si arriva presto.»—La mattina, Marco si levò, e preparò ogni cosa come gli aveva detto il prete. Il prete si leva, montò a cavallo e andò via; e Marco appiedi.—«Così si adirerà!»—Ogni tantino, diceva il prete a Marco:—«Che sei adirato?»—«No, signor padrone; che è adirato Lei?»—e gli cominciava, a crescere la fame al prete, ma Marco era ben preparato. Sicchè disse Marco:—«Sa, bisogna, che mi faccia salire un po me, perchè io non posso camminare più.»—Il prete scese, e montò Marco. Marco diede una trotta al cavallo, via. Il povero prete rimase adetro. Si rifece buio a una casa di un contadino. Gli dissero questi contadini:—«Venghino in casa nostra, staranno almeno al coperto.»—Il prete, perfare adirare Marco, disse:—«No, noi si sta dietro il pagliaio;»—e costì si messero tutti e due rincantucciati. Mentre che erano lì zitti zitti, Marco si levò il suo cacio di tasca, una bella forma, e tagliò un pezzo di pane, e si messe a mangiare. (Al buio non vedeva il prete). Il prete, che sentì Marco che masticava:—«Cosa tu fai?»—«Che vole, sor padrone? guardo se mangio un po' di paglia»—«Oh che si ingolla bene?»—«Lo credo, basta masticarla.»—«Eppure mi voglio provare un pochino anche io a mangiarla.»—E il prete si messe a mangiare la paglia. Marco aveva una bella fiaschetta di vino, e si messe a bere.—«Marco cosa tu fai? che bevi?»—«Che vole, signor padrone? mi è rimasta tutta in gola la paglia, mi sputo in bocca.»—«Oh fammi il piacere, sputami un pochino anche a me, che io non ci arrivo a sputarmi in bocca.»—E Marco non intese a sordo, e sputa in bocca al prete.—«Oh non me ne dare più, la mi basta.»—E Marco seguitava sempre a mangiare.—«Oh che tu mangi ancora Marco?»—«Sfido, ho una fame che non la vedo; mi tocca a mangiare ancora un po' di paglia. Oh signor padrone, che è adirato?»—«No, no.»—E costì si fece giorno. Seguitorno a camminare. Camminonno quasi tutta la giornata. Sicchè arrivò il prete da' suoi parenti. Appena che viddero il suo zio prete, si figuri quanti complimenti, che gli fecero, ma gli dispiaceva che le nozze oramai erano belle e state, non aveva fatto a tempo. E costì gli volevano dar da mangiare, tante cose; e lui diceva che non aveva fame, perchè si vergognava. E costì andorno nel canto del foco in conversazione; e a questo ragazzo gli domandorno se aveva fame. E lui disse di sì. E costì ci avevano de' polli avanzati dallo sposalizio, gliene diedero un tegame. Mangiava veramente bene; e stiacciava quegli ossi dipollo. E il prete gli faceva gli occhioni, diceva:—«Dammene un pochino, allungami un ossino.»—E Marco, per fargli dispetto, 'un dava nulla. Insomma i suoi nipoti:—«Zio prete, avete fame?»—E Marco per fargli dispetto:—«Che! Che! ha mangiato, non ha fame.»—Il prete cert'occhiacci gli faceva a Marco. Il prete gli discorre nell'orecchio a Marco, che l'aveva accosto. Dissero i nipoti:—«Cosa l'ha lo zio, cosa l'ha?»—Il prete rispose:—«Niente, niente.»—Allora rispose Marco:—«Sa, si vergogna a dirvelo, gli dole il corpo, vorrebbe andare a letto.»—Si figuri questo prete, dalla rabbia non vedeva lume. E costì per bene, presero un lume e lo portorno a letto, ma assieme ci andava Marco a dormire con il prete. Marco, quando l'ebbe mangiato, volle andare a letto. Appena fu entrato in camera, va dal suo padrone e gli domanda se l'è adirato. Sicchè l'andò a letto Marco con il prete! tutta la notte rivolta rivolta. Rivoltoloni, che aveva fame, 'un ne poteva più.—«Senti, Marco; hai veduto dove hanno riposta quella farinata, che hanno dato a te?»—Che gli avevano dato a Marco polli e farinata.—«Vo a pigliarmela e me la mangio qui nel letto. Ma io ho paura di non ritrovare il letto.»—«Senta, non ha un gomitolo di spago in tasca? lo deve legare alla gamba del letto, e lo ritrova.»—«Guarda, tu dici bene.»—E costì, questo prete tanto fa, che va in cucina; e trovò la 'nfarinata e la carne; e Marco, mentre che il prete era in cucina, prende il filo, che gli aveva legato alla gamba di il letto, e va a legarlo a il letto degli sposi, che era in una camera lì accosto. Quando ebbe fatto il prete tutto quello, che voleva fare, tornò via di cucina; e via prese il suo filo in mano per ritornare alla camera. E Marco stava attento. Appena fu entrato in questa camera degli sposi, avviò a chiamare Marco. Per l'appunto c'erauna scarpa nel mezzo, 'nciampò in questa scarpa, e la 'nfarinata cascò tutta nel viso agli sposi. La Sposa si risvegliò, a urlare:—«C'è i ladri, c'è i ladri!»—Questo prete, nel sentire che era in camera degli sposi, c'era una finestra, diede una capata a questa finestra, e saltò di sotto, e si rompiede il collo. Sicchè tutti andarono a vedere, e veddero che era il suo zio prete. Si figuri come rimasero dispiacenti, e il caro Marco se ne ritornò a casa del prete, e si godiede tutta quella bella roba. Se ne prese moglie, e lì sarà ancora.Fece le nozze, e un bel confetto;E a me mi toccò un bel calcio nel petto.NOTE[1]Donatami dal Dott. Giuseppe Pitrè, cui era stata somministrata dall'Avvocato Giovanni Siciliano, che l'aveva raccolta dalla Maria Pierazzoli di Prato—Vecchio nel Casentino. Se la memoria non m'inganna, ce n'è un riscontro negliEcatonmitidelGiraldi. Ma non ho qui il volume per riscontrare e verificar la cosa.[2]Chiù, un uccello notturno.XLIX.FAR' E PATTI[1]Sicchè donche, cuand'e patti e' si fanno da sene, e' vantaggi e' si pigghiano ugni sempre a su' proprio mo'; come ghi accadette tra i' lupo e i' granchio, cuando i' lupo e' si riscontròe co' i' granchio su pe' 'na macchia e si mettiede a sbeffallo, perchène lui ghi andèa accosie di traèrso, chè paréa isciancato. Diss'i' lupo:—«Bada lie, che archilèo! Oh! nun hae la prutenzione di ripire 'n vetta a i' poggio! Se tu ci arrìi, ch'i' arrabbi!»—In der sentì cuelle palore redicole, i' granchio si fermòe d'un subito, lìe 'n su du' piedi, per arrispondegghi:—«Sicchè donche,»—e' disse,—«a i' tu' parere, de' brai nun ce n'ène antri che tene. Gua', e' sarà anco! Pe' mene, imperòe, i' dìo com'e' dice cuello: A vorte i' giudizio d'i' contadino e' var' cuello d'i' cristiano.»—I' lupo ghi arruffòe i' pelo e ghi arrotàa e' denti, chè parea 'na gramola, tant'e' s'era iscoruccito a i' discorso d'i' granchio, perchène e' se n'era uto a male. Dice:—«I' 'un soe chi mi tienga, ch'i' nun ti piedichi com'una meggia di vacca. Oh! 'spricati, via! Icchè tu 'ntendi di dì' con coresto proerbio? Un invecille tutto straolto, ch'a i' mi' petto e' pare 'na pillacchera 'n sur uno zoccolo, pincomberi! vercia sentenzie da 'un essecci manc' accezione. Sicchè donche, opri bocca. Che è 'n'i' tu' pensieri?»—Dice i' granchio:—«Ohimmèa! con coresti sberci e tu m'aressi lèo la confidenzia, s'i' redessi,'mperòe, che la piccinezza di mene mi mettessi drento 'n seportura. Ghi ène i' vero; i' hoe le gambe tareffe e cuarch'antro taccolo in su i' groppone; e tu sie' togo e bono a marimétte', non che mene, anch' un branco di pecore, bisognando. E nun stravòrge' ghi occhi! nun mi guarda' malucano! Tant'i' 'un hoe pavura di tene 'na malidetta, pe' minuzzino ch'i' sono; e la veritàe a i' su' posto. Lassami di' alla libera. Vo' tu far'a corire per insino 'n vetta a i' poggio? I' ti doe anco la giunta, e tavìa i' ci vo' arrià' prima di tene.»—Arrispose i' lupo, e 'n cuel mentre lui sgretolava le zanne:—«S'i' 'un sapessi, che tu ugni sempre guazzi pe' l'acqua e 'n de' pantani, i' rederè' 'uasi che tu' sie' 'mbriaco, mammalucco!»—«Nòe, nòe,»—ripricòe i' granchio:—«'un ci fracchienemo a fa' lo spocchia e i' cattìo! Vo' tu far'a corire con meco? O sìe, o nòe.»—«Nuscianome!»—dice i' lupo:—«perchène s'i' 'un mi tempero con pacienza, i' mi' comprumetto a i' sicuro. In dòe s'ha egghi a corire?»—«Su di quìe,»—dice i' granchio;—«E' patti 'mperòe i' ghi fo io. Arricordati. Cuand'i' t'addenteròe 'n vetta alla coda, e te, liccia! Ghi ène i' segno delle mosse.»—Sicchè, donche, i' lupo e' s'arrivortòe e i' granchio ghi acciuffa a qui' mo' la coda; e cuello, via su p'i' bosco, chè parèa 'na saeppola, oppuramente, che ghi aessi ghi sbiri rieto. Arriò 'n vetta a i' crinale d'i' poggio, chè ghi ansimaa con la sua lingua fori un parmo, e diviato e' s'arrivorse a vede', 'n dove i' granchio ghi era rèsto; e 'un vedèa nimo[2]. E lui a sbergolà':—«O granchio! o mattarello! scropiti, addove sie' tue? S'i' torn'arièto, pe' zio! i' ti vo' trepilar 'a mi' mo', insino a che i' 'un n'abbi fatto di tene una focaccia.»—Dice i' granchio, cor una vocina tutta raumiliata:—«Oh! s'i' son quìe in su i' crinale 'nnanzi a tene! che sbergoli tue? I'ho vint'i'palio.»—«Brao!»—ghi arrispose i 'lupo, cuando lo vedde lì pe' le terre tutto richino:—«Tu me l'ha' fatta 'n sull'auzzatura. T'ha' ragione: i' bue son'io, ch'i' t'ho lascio fatti fa' e' patti da tene. A riedècci, sai!»—E se n'andiede, e i' granchio ghi scoppiaa da i' ridere. E si poe di' anco, ch'a i' lupo ghi 'ntraviense com'a l'aquila, cuando lo sgricciolo e' la disfidòe a chi volava più erto; perchène lo scriccolo e' ghi s'appiccicòe co' i' becco a una penna d'un'alia, che nun se n'addiede; e, cuando l'aquila disse:—«Sgricciolo, addove sie' tue?»—e lui, lesto dàe una volatina più 'n sue e po' piola:—«Deccomi quìe.»—E ghi messano allo sgricciolo i' soprannome diRe Cacca, perchène e' vincette l'aquila pe' la su' furbizia.NOTE[1]Apologo popolare, in vernacolo del Montale—Pistoiese, raccolto dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Nimo, nessuno. Vedi pag. 499.L.I TRE AMICI.[1]Tre amici arrivarono una sera ad una piccola osteria di campagna e fecero una cena frugale. Poscia, prima di andare a letto, dissero all'oste, che la dimane, prima di ripartire, volevano far colezione. L'oste gli rispose, rincrescergli molto di doverli prevenire, che la cosa era impossibile; perchè, oltre quello che aveva loro dato, non gli avanzava in casa se non un quarto di tacchina, un piccolo panetto ed il vino, che vedevano, nella bottiglia, poco più di un bicchiere. Gli amici si trovarono male. Ma, decisi di consumare quel poco, che vi era, e se non tutti uno almeno mangiare, fissarono, che colui fra di essi, che nella nottata avesse fatto il sogno più bello o più brutto, avrebbe fatta colezione la dimane e gli altri sarebbero rimasti senza. Così venne combinata la scommessa in presenza dell'oste, che nominarono giudice de' sogni, che avrebber fatto. E se ne andarono a riposare. Uno di essi, svegliatosi la mattina all'alba e sentendo appetito, andò in cucina; e, preso dall'armadio il pane, la tacchina ed il vino, mangiò e bevve tutto. Alzatisi gli altri, il trovarono con l'oste, che fecero sedere in un vecchiocaregone, perchè decidesse della qualità e del merito de' sogni di ciascuno. Il primo narrò, di aver sognato di ascendere in paradiso e di godervi tutti i piaceri della beatitudine, i quali eran tali e tanti, da non potersi da umano labbro raccontare; e concluse non potersi fare un più bel sogno.L'altro disse, d'aver sognato di precipitare nello inferno, sottostandovi a tali e tanti patimenti, e soffrendo tale e tanto spavento, da rimaner tuttora sbigottito. L'oste osservò al primo:—«È innegabile, il vostro sogno esser bellissimo.»—E volgendosi al secondo gli diceva:—«È del pari innegabile, il vostro sogno esser orrendo. Ora sentiamo il terzo.»—Ed il terzo, calmo e ridente, raccontò, che aveva sognato, essere i suoi due poveri compagni morti, assunto l'uno in Paradiso, e precipitato l'altro all'Inferno. Che, pe' dogmi della nostra santa religione, da que' luoghi, o bene o male che vi si stia, non si ritorna in questo mondo; e difatti di quanti son partiti per andarvi, nessuno è mai tornato. Persuaso quindi, nessuno de' due aver più bisogno di colezione, si era alzato; e, credendo di dover partir solo, avea mangiato quanto vi era e beuto il poco vino avanzato. L'oste rise di cuore dello ingegnoso trovato; e decise, che, per quanto bello il sogno del primo degli ospiti ed orrendo quello del secondo, il più logico era però il terzo: e che non v'era da ridire sul fatto. E condannò i due digiuni a pagar tutta la spesa nella sua locanda. I perdenti trovaron giusta la sentenza e l'accettarono; e, saldato il conto, si licenziarono, proseguendo il viaggio con l'intenzione di fermarsi alla prima taverna per istrada e mangiarvi a sazietà, come fecero.NOTE[1]Tolgo questa novella da un zibaldone manoscritto di aneddoti e facezie popolari, raccolti in Castrocaro dal Dottor Ludovico Paganelli, che lo ha gentilmente messo a mia disposizione. Il presente racconto è uno de' pochi compresi nel zibaldone, che non sia indecentissimo. VediGiraldi.Ecatonmiti. Dec. I. Nov. III.—«Si ritrovano tre uomini insieme, senza aver altro, che mangiare, se non una picciola schiacciata. Sono a contesa di chi debba essere.Conchiudono, che ella si sia di chi più nobil sogno farà de' tre. L'uno, che era soldato, lascia gli altri due colla loro sapienza scherniti.»—Casalicchio, VI. I. VI.Chi cerca d'ingannare il più delle volte resta ingannato.—Pitrè. (Op. cit.) CLXXIII.Lu Monacu e lu Fratellu.—Riunisco, in quest'ultima nota del volume, un gruzzoletto di novellette e facezie milanesi di vario genere.I. EL BOFFETT[i]Ona volta, gh'era ona festa in d'on paes; e gh'era un, che l'ha ditt, ch'el voreva andà anca lu a vedè sti fest. E gh'era tanta gent. El ven sira; e, per andà a cà, l'era tropp tard. E lu, el dis:—«Me fermaroo chì a dormì.»—El va in d'ona osteria; gh'è minga sit. El va in d'on'altra osteria; e là ghe disen, che gh'era on fraa, che l'era in d'on lett grand, e, se lu l'era content a dormigh insemma, che sarèssen andà a ciamagh, se l'era content anca lu. Lu, el se contenta. Van del fraa; ghe dimanden, se lu, l'era content de dormì insemma a on alter forestee, che gh'era capitaa. Sicchè lu, el gh'ha ditt:—«Sì, mi sont content; ma bisogna digh, che mi gh'hoo ona imperfezion, che foo di vent cald.»—L'alter, el dis:—«Ben, fa nient; perchè gh'hoo anca mi ona imperfezion: foo di vent fredd[ii].»—E lu, prima de andà a dormì, el tœu su on boffett e se le porta in lett. El va in lett, el se volta vun d'ona part e vun d'on'altra. Ven, che el fraa el comincia a fa sti vent cald. Quell'alter cascia el boffett in mezz i gamb e pfu! pfu! pfu! Quell'alter, el dis:—«Che frecc!»—«Ma, cara lu, ch'el scusa! lu iè patiss cald e mi i patiss frecc!»—E allora quell là, el fraa, tutt rabbiàa, voltess dell'altra part, mettess in sulla sponda. E quell'alter, tutt content:—«Almen, adess, se ghe vegnerà di vent cald, anderan giò della sponda del lett e minga adoss a mi.»—II. EL CURAT, CHE L'ERA IGNORANT COMÈ.Ona volta, gh'era on curat e l'era ignorant comè, ch'el saveva nanca quanti dì gh'aveva ona settimana. El metteva ona fassinna tutt'i dì in d'on monton; e, quand ghe n'aveva ses, el dì adrèe el diseva messa, perchè el diseva che l'era festa. Ona volta, la serva, la s'è ricordàa pu de portà ona fassinna; e lu, l'ha cuntaa, eren appenna cinq, e el dì adree l'ha vorsuu dì no messa, e l'era festa. El secrista, la mattinna, l'è andaa su in stanza a digh de levà su, che l'era già sonàa el terz de messa; e lu, el diseva, che l'era minga festa; e l'ha minga vorsuu levà su e el gh'ha faa perd messa a tutti i paisan. Allora, sti paisan, tanto rabbiaa, han dà su on ricors a l'arcivescov; e l'arcivescov, el gh'ha mandàa a dì, ch'el saria vegnuu lu a vedè, se l'era vera quel, che diseven. Allora, el curat, a sentì sti robb, el s'è stremìi, l'è cors a casa in la Perpetua a contagh; e allora, la Perpetua, la gh'ha ditt de stremiss no, che l'era nient; e—«Ch'el me lassa fa de mi!»—L'ha faa buj on gran caldaron d'acqua; e l'ha missa denter in di aquasanteri in gesa e l'ha gh'ha ditt:—«Adess el vedarà, come saran consciaa polit i paisan!»—A la mattinna istessa, l'è arrivàa l'arcivescov; el curàa, l'ha menàa in gesa e el gh'ha ditt:—«Adess el vedarà quanti vers fan i paisan.»—I paisan saveven nient, metten dent la man in l'acquasanta per segnass e s'hin miss adrèe a saltà in aria per el dolor, ch'han sentìi. E allora, el curat, el gh'ha ditt:—«El ved, scior arcivescov, se sont mi o lor ch'hin matt?»—Allora, l'arcivescov, el gh'ha daa on gran rimprover ai paisan, e el curat l'è tornàa a stà lì anmò in l'istess paes.Passàa on carr d'oli d'oliva,La panzanega l'è bella e finida.III. EL PAISAN E EL PRET.[iii]Ona volta, gh'era on paisan. El passava via de la casa d'on fattor, e l'ha vist là tanti bej pollit, e gh'è vegnuu la gola ede robbann vun. E l'ha faa per robball e gh'è restàa in man la cova. A pasqua, quand l'è andaa a confessass, el gh'ha cuntaa che l'ha faa per robbà la pola. E el pret, el gh'ha ditt, che valor podeva avegh. E lu, el gh'ha ditt, che la poreva varè on vott lira. Allora, el pret, el gh'ha ditt, de portaghi là, per far dì tant ben per i mort. Allora, sto paisan, el ghe dis:—«Ma mi, l'ho minga robbada, mi!»—E el pret, el ghe dis:—«El peccàa l'hi faa istess.»—El paisan, per ciappà l'assoluzion, el gh'ha promess, che el gh'avaria portaa i danee. E de nott, el seguitava a pensà, e gh'è vegnuu in ment de ciappàa on poo de carta e bagnalla e mettegh dent on poo de moneda. Alla mattina, inscì ben l'ha faa: l'è andàa in del pret, cont sti danee in la carta bagnada e l'ha miss dent el palpirœu in del cappell. E el gh'ha ditt:—«Sur Curat, sont chì. Che ie tira fœura del cappell, i danee.»—El curat, el gh'ha ditt:—«Demmi vu.»—E el paisan:—«No, no: l'è mej, che ietira su lu.»—Allora, el curat, l'ha faa per tirà su el palpirœu; e la carta l'era bagnada e la s'è rotta; e donca, gh'è restaa dent i danee in del cappell e el paisan ghe l'ha dada come el vent. E el curat, el vosava:—«Vuj! m'è restaa in man domà la carta!»—E el paisan, el gh'ha rispost:—«Anca mi, m'è restaa in man domà la cova.»—L'è finida.IV. LA SCIORA E LA SERVA.[iv]Ona volta, gh'era ona sciora, che la gh'aveva in cà ona serva; e l'era tant avara! La voreva minga dagh de mangià. E, ona volta, la s'è amalada sta serva, e la s'è ciappaa puntigli e l'è andada semper a mangià a ca soa. E la padronna la ghe dimandava:—«Cossa te gh'het, dì, che te manget pu?»—La serva, la gh'ha ditt:—«Sont amalada; sont stada vott dì senza mangià; e adess gh'hoo famm pu.»—La padronna, l'ha ditt:—«Provaroo anca mi a sta vott dì senza mangià, per vedè,se me ven famm pu anca a mi.»—Quell di trii o quatter dì l'è andada innanz; e pœu, quell di cinq dì, l'è stada pu bonna de levass su de la gran famma; e l'era pu bonna nanca de parlà. La seguitava a fa segn con duu dit, che ghe calava[v]apenna duu dì a finì. E la serva, l'ha veduu che la parlava pu, l'è andada a ciamà el pret. El pret, el ved che la fa semper segn con sti duu dit, el gh'ha dimandaa a la serva, cossa la voreva dì con sto segn. E lee, la diseva, sta serva, che, intant che l'era in vitta, la diseva semper, che la soa sostanza l'era de spartì in duu, al curat e a la serva. E gh'andava là tutt i so parent; e ghe diseven, cosse la voreva dì? perchè la fava sti segn? E ie diseven a tutti, che la lassava la soa sostanza a duu. El pret, l'ha faa giò el so testament lu; e, quand l'è morta, han ciappàa lor duu tutt coss.V. EL COEUGH.[vi]Ona volta gh'era on scior, ch'el gh'aveva in nomm:—«Abbaa, che mangia e bev senza pensà.»—E gh'è andàa là el Re; l'ha veduu fœura sto cartell; el ghe dis:s'el gh'avevaminga de pensà, el ghe dava lu de pensà. El gh'ha ditt de fà in vott dì i tre robb, ch'el diseva lu. Vunna, de savè digh quanti stell gh'era in ciel[vii], quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel e cossa el pensava lu. El cœugh, el vedeva, ch'el so padron el cantava pu; l'era semper con la testa poggiada al tavol; e el gh'ha domandàa cossa l'è, ch'el gh'aveva. E lu, el gh'ha cuntàa su. El cœugh, el gh'ha ditt, s'el ghe dava la metà de la soa sostanza, el ghe despediva lu sta robba. El gh'ha ditt de dagh la pell d'on asen mort, on carrett de corda e el so ponc e el so tabarr. E l'è andàa lu del Re, sto cœugh. E el Re, el gh'ha ditt:—«Sicchè, quanti stell gh'è in ciel?»—E el gh'ha ditt:—«Ch'el cunta sti pel de st'asesin chì, ch'el savarà quanti stell gh'è in ciel.»—E el Re, el gh'ha ditt de cuntaj lu; e el gh'ha responduu, che la soa part l'era già cuntada, che adess el toccava al Re a cuntaj. E el gh'ha ditt: quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel. E lu, el gh'ha ditt:—«Tì, ciappa la corda de andà su finna in ciel»—e pœu de vegnì giò e cuntà quanti brazza eren. E pœu, el gh'ha ditt:—«Coss'è che pensi mi?»—«Lu, el pensa che mi sia on abbàa e invece sont el cœugh e gh'hoo chi la cazzirœula de fagh provà el brœud.»—VI. I DUU MAI—CONTET.[viii]Gh'era ona donna, che ciamaven Chiara. L'era povera; l'andava a cercà la caritàa e a tœu su el rud[ix]per i strad. Ondì l'ha trovàa ona gianda de zucca e l'ha piantada. Poch temp dopo, de quella gianda è cressùu ona pianta, che la rivava finn a al ciel. So marì, el ghe dis:—«Te dovariet rampegà su quella pianta; e andà del signor, a domandagh, de dann almen pan assèe.»—E lee, l'andava su e—«Tacch, tacch!»—«Chi l'è?»—«L'è la povera Chiara, che gh'ha bisogn ona grazia.»—Allora, el signor ghe rispondeva:—«Che grazia te vœut?»—«La grazia de avegh almen pan assèe.»—«Va, che el pan assèe te ghe l'avaret.»—Dopo, el marì, el ghe diseva de tornà anmò in ciel, a cercà la grazia, d'avegh la minestra tutt i dì e la carna a la festa. E el signor:—«Te gh'avaret la minestra tutt i dì e la carna a la festa.»—Ma el marì, mai content, el ghe diseva de tornà sù, per domandà la carna tutt i dì e la tavola a la festa. El signor, semper bon, i ha vorrùu contentà anca in quest. El marì, el torna ancamò a dì de cercà la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass. El signor:—«Te gh'avaret la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass.»—Dopo, la gh'ha dimandàa al signor el titol de contessa per lee e de cont per so marì. Ma el signor, l'ha perdùu la pazienza; el gh'ha rispost:—«Va, che ti te saret ona stronzessa e to marì on stronz.»—La pianta, la s'è spezzada e l'è borlada in del rud insemma ai dùu mai—content.[x]VII. L'ESEMPI DI OCCH.[xi]Ona volta, gh'era on Re; e sto Re, el gh'aveva ona tosa; e lu, l'ha semper tegnuda in collegg, finchè l'è stada granda. Quand l'è stada granda, l'ha tirada a cà; e el gh'ha dimandàa,se la voreva maridass o cosse l'è che la voreva fà. E lee, la gh'ha ditt, che la soa vocazion l'era d'andà monega. E lu, el gh'aveva domà che sta tosa, el ghe rincresséva. E lu, puttost che mandalla lontan, l'ha fabricàa on convent in de l'istessa citàa. E lee, allora, la restava la superiora. El Re, l'aveva fàa on lascet de tanti ben, de tanti feudi, per quej, che voreven andà monegh e che podeven minga; el ghe aveva lassàa de viv con sti fondi. I pisonant[xii]aveven semenàa[xiii]; e gh'è vegnùu giò dodes occh salvategh e gh'han mangiàa su tutt el gran. Sti pisonant hin andàa a dighel a la superiora, che lor han semenaa e che sti occh han mangiàa su el gran e che lor podeven fà pu raccolta. E la superiora, la gh'ha ditt:—«Ben, andèe a cà e disìj che vegnen chì, in del cortin rustegh, che i ciama la mader badessa.»—E lor, i pisonant, prima de mandà là i occh, n'han ciappàa vunna; e l'han fàda cœus e l'han mangiada: e lor credeven de falla franca, che la mader badessa l'avess minga savuu. I occh hin andàa propi de bon, perchè lee, la superiora,l'era ona santa. Hin andàa, e lee l'ha fàa la correzion a sti occh e la gh'ha ditt:—«Cossa gh'entrèe vialter a mangià el gran de la mia campagna? l'è voster el gran?»—I occh staven lì a scoltà[xiv]. Dopo d'avegh dàa quella correzion, che la gh'aveva de dagh, la gh'ha dàa la benedizion e i occh hin andàa in alt, ma hin andàa via no, perchè ghe mancava la soa compagna. E lee, iè torna a benedì la segonda volta e lor ghe faven festa, vosaven, ma andevan via no, perchè voreven la soa compagna. E lee, lee i ha tornàa a benedì quella di tre volt e l'ha veduu che andaven minga, e lee l'ha mandàa a ciamà i pisonant, e la gh'ha dimandàa:—«Coss'avii fàa a sti occh? Disimm la veritàa, e guardèe ben de dì la bosia.»—E lor gh'han ditt:—«Nun, pœu, s'emm de dì la veritàa, quand emm vist, che vegniven chì, nun emm storgiùu el coll a vunna e l'emm mangiada.»—E lee, la ghe dis:—«Cossa gh'entrèe vialter de mangià i occh? hin voster?»—E lor gh'han ditt:—«No; hin minga noster.»—E lee, la gh'ha dimandàa:—«L'avii mangiada tutta?»—E lor gh'han ditt:—«Gh'emm là quattr'oss in la biella[xv].»—E lee, la gh'ha ditt:—«Porteemi chì, tal e qual hin; tocchej no.»—E lor gh'i han portàa, e i ha fàa press cont i man inscì in d'on pugnœu, e gh'è sortìi fœura l'oca viva, e gran festeggio! L'è andada insemma i so compagn; e tutt i so compagn han fàa gran festa a la mader badessa. E lee, i ha benedìi; e la gh'ha ditt de andà de quella part, ch'hin vegnùu.VIII. GIOVANNGh'era ona volta on fiœu, ch'el se ciamava Giovann: e on dì, l'è andàa a predica. El pret, che gh'era su a predicà, el diseva, che bisognava passà per ona strada stretta e spinosa per andàin paradis. Alora el Giovann, el corr a casa de la soa mamma; el ghe dis:—«Damm duu pan e des centesim, che vuj andà in paradis.»—E la soa mamma ghi ha dàa. E lu, el va, el va, el se trœuva su ona bella strada; e l'ha seguitàa a girà, ma l'ha mai trovàa quella stretta e spinosa. El va ancamò; e el trœuva finalment sta strada. Alora lu, tutt content; el tira su i calzon finna a metàa gamba, el va denter in sta strada. Ma, tutt i moment, el borlava in terra e el se insanguinava tutt. Ma l'ha fàa tant, che el gh'è reussìi andà finna in fin. Quand l'è in fin, el ved ona casa; e lu l'ha credùu, ch'el fuss el paradis, e el se mett a vosà:—«Ah Signor, sont chì anca mi in paradis con vu e cont la Madonna!»—Alora ven fœura on fràa (perchè quella casa l'era on convent de fràa) e el ghe dis:—«Ah el me poer fiœu, come te set insanguinaa!»—E l'ha ciappàa in brasc; e lu insemma a i alter fràa, l'han miss in lett. Ma de lì on poo de temp, hin minga bastàa i cur di fràa e l'è andàa propi in paradis.IX. SANT'AMBRŒUS E I TRE TOSANNGh'era ona volta tre tosann pover pover, che saveven minga come fà a viv; e gh'aveven minga de mamma e minga de papà. E sti poer tosann, ghe toccava andà a messa vunna a vunna, perchè gh'aveven un vestii sol intra tre. On dì, passa via Sant'Ambrœus della casa de sti tosann e el ved sul tecc i angiol a ballà. E lu, el val denter; e el ghe dis a i tre tosann:—«Chì l'è, che sta chì in sta porta? Sii domà vialter?»—E lor ghe disen:—«Sì, semm domà nun; ma semm pover pover e gh'hemm minga de mangià.»—Allora lu, el dis:—«Ben, mi soo, ch'el signor el m'ha fàa capì, che vialter sii bonn.»—El gh'ha miss sul tavol ona borsa de danee; e el gh'ha ditt a sti tosann:—«Ve doo sta borsa, che pussee en tiraree fœura de danee, pussee ghen sarà denter[xvi]. Ma se vialter sarii cativ e consumarii i danee, guardee, che el signor el ve castigarà.»—On mes dopo, el torna a passà via. El guarda sul tecc, e invece de vedè i angiol, el ved i ciapitt, che balleven. Allora lu, el corr in casa di tosann; el ved là tanti giovin e lor vestii de seda, e la casatutta in lusso e preparàa di disnaa de princip. Alora, lu, el va adasi adasi, el porta via la borsa e pœu el ghe dis a i tosann:—«Hin quest i promess, che m'avii fa de vess bonn? e l'è quest el ben, che ghe vorii al signor? Vialter no salvarii l'anima, se no andarii in d'on desert a fa penitenza e a morì là.»—I tosann, alora, s'hin pentii; e hin cors in d'on desert, in dove no faseven che piang e pregà. Quand hin mort, s'è vist tre colomb a volà in ciel. Eren l'anima di sti tre tosann.X. CICCIN BORLINGh'era ona volta on fiœu, che se ciamava Ciccin Borlin[xvii]. E la soa mamma, on dì, la ghe dis:—«Mena i bœu a mangià in quel praa là. Te faroo on bel chisciœu[xviii]; tel mangiaret intant, ch'el bœu, el mangia.»—Ciao, el fiœu el va cont el chisciœu e el bœu. Quand l'è là, el sent ona vos sott terra, che la dis:—«Ciccin Borlin, cascia dent el to didin, in del chisciotin[xix]e te vedaret tanti bej robb.»—Lu, l'ha casciàa denter; ma apenna l'è staa dent el dit, el s'è trovaa sott terra; el s'è trovaa cont ona stria veggia veggia, che l'ha miss in caponera, e l'ha lassaa dent on mes. Quell di duu mes[xx], la va là attacch a la caponera, e la dis:—«Gigin Borlin, cascia fœura el to didin, per vedè se te set deventaa grassin.»—E lu, invece de cascià fœura el dit, l'ha casciaa fœura on ciod. E la veggia, la fa:—«Sta denter, sta denter, che te see magher ancamò.»—De lì a on poo de temp, i tosann de la stria ghe disen a la soa mamma:—«Nun vœurem mangià el Ciccin Borlin;grass sì, grass no, nun el vœurem mangià.»—E la veggia, la fa:—«Com'hoo de fà a fall morì?»—«Ti, tirel fœura della caponera; e mett su on caldar d'acqua bujenta[xxi]; e digh, de fà sott et fœugh. Quand l'è drèe a fà sott el fœugh, vagh de drèe, ciappel per i gamb e buttel denter in del calder de l'acqua calda.»—Ciao, i tosann van via; e la mamma, la va a tirà fœura Ciccin Borlin de la caponera, e la ghe dis:—«Ven chì, a fà sott el fœugh.»—E lu, el dis:—«Mi sont minga bon; famm vedè come se fà.»—E lee, la ghe fà imparà; e lu, el va de drèe, le ciappa per i gamb e le butta in del caldar. Quand l'ha buttada denter, el scappa, el va su ona pianta, el sta là tant temp. Ven a casa i tosann, e se metten a vosà:—«Ven de bass a mangià el Ciccin Borlin, mamma, che l'è cott.»—E se metten a mangià la soa mamma, che l'era in del caldar. Dopo, tiren fœura la testa de la soa mamma; e se s'hin accort, che l'era la soa mamma e minga el Ciccin Borlin. Alora, hin andàa a cercà in la caponera e in giardin el Ciccin Borlin; e l'han trovaa sulla pianta; e ghe disen:—«O Ciccin Borlin, come t'hê faa a andà sulla pianta?»—E lu, el dis:—«Ho ciappaa ona bacchetta longa longa de ferr e guzza; e pœu l'hoo fada scaldà ben ben, pœu me sont settàa su e sont andaa su la pianta.»—Alora, i strij hin cors a tœu la bacchetta de ferr rossa e se s'hin settàa su tutt e do, e hin restàa lì mort. E alora, el Ciccin l'è vegnuu giò, e l'ha ciappaa tutt i danèe di strij e l'è andaa a casa a fa el scior co la soa mamma.XI. EL FIŒU, CHE l'È ANDAA SUL SOREE.Gh'era ona volta on fiœu, ch'el gh'aveva el papà e la mamma, che ghe daven i bott e el voreven mandà fœura de casa. Allora, sto fiœu, el se mett a piang. El so papà el ghe dis:—«Tàs; e va a tœu l'oli[xxii]e l'asee.»—El gh'ha daa i pestonitt per metti denter, e i danèe. El fiœu, el va; e, quand l'è a mezza strada, ghe borla giò i pestonitt e se rompen. Allora, lu, el dis:—«Ah poer a mi, come l'è ch'hoo de fà, a portà a casa l'aseee l'oli?»—Ciao, el va innanz. El va là in de l'oliatt[xxiii];, el ghe dis:—«Ch'el me daga l'oli e l'asee.»—«Dove l'è, che l'hoo de mett, car el me fiœu, che te gh'hê minga adree i amolitt?»[xxiv]—E lu, el fa:—«Che me le metta chì, l'oli in del cappell.»—«E l'asee? dove l'è, che te l'hoo da mett?»—E lu, el volta el cappell, el lassa borlà giò tutt l'oli, e el dis:—«Che me le metta chì dessora del cappell.»—Ciao, el paga; e pœu el va a casa del so papa, ch'el ghe dis:—«Dove l'è che t'he miss l'oli e l'asee, o birbon d'on birbon?»—E lu, el ghe fa vedè el cappell, e el ghe dis:—«De chi, gh'è l'aseè!»—El volta el cappell:—«E de chi, gh'è l'oli!»—El so papà, el gh'ha dàa ona filza de bott; e le manda fœura de casa. E lu, el se mett a piang e a dì:—«Dove l'è, che hoo de andà mi adess?»—Quand ghe ven in ment, ch'el gh'aveva ona zia, sciora comè, in d'on paes visin. E lu, el va. Quand l'è su la strada, l'incontra on baston, ch'el ghe dis:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no, mi no: cossa l'è, che hoo de fann de ti?»—El baston, el dis:—«Te vedaret, che saront[xxv]bon a quicoss.»—E ciao, el ghe va adrèe. De lì on poo de pass, l'incontra ona rœuda, che la ghe dis al fiœu:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no; coss'hoo de fann de ti?»—E lee, la dis:—«Te vedarett, che te juttaroo.»—Dopo l'incontra on guggin[xxvi]; el fa l'istess, el gheva adrèe. Dopo l'incontra on leon; el ghe va adrèe anca lu. Dopo l'incontra on sciott de merda[xxvii]; el ghe va adrèe anca lu. E vann, vann in de sta zia sciora. E lee, la gh'era minga in casa. Allora, el baston, el dis:—«Mi me scondi de dree a l'anta[xxviii].»—La rœuda, la dis:—«E mi de dree ai sidej.»—El sciott, el dis:—«E mi sul bernàzz[xxix].»—El guggin, el dis:—«E mi me ponti denter in del sugaman.»—El leon, el dis:—«E mi voo in lett.»—El fiœu, l'è andàa sul soree[xxx]. Ven a casa la zia. Appenna denter de l'uss, el baston, el ghe dà tanti bastonad[xxxi]. La fa on pass innanz; e la rœuda, la ghe corr su i pee. La va là, per tirà su on poo de fœugh col bernàzz, e la se sporca i man. La fa per sugass in del sugaman, e la se spong. Stuffa de tutt sti malann, la fa per andà in lett, el leon le mangia. Allora, el fiœu, el ven giò del soree; l'ha ciappaa tutt i danèe de la soa zia, e l'ha faa el scior.[i]Cf. con la Novella CCXXV del Sacchetti:—“Agnolo Moronti fa una beffa al Golfo; dormendo con lui, soffia con un mantaco sotto il copertojo; e, facendoli credere, che sia vento, lo fa quasi disperare.”—[ii]Com'è possibile parlare diventi freddi, senza ricordarsi il faceto errore d'un famigliare del duca Litta? che, leggendogli un libro od un giornale, interpretò le parole:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di S. E.”—cioè di Sud—Est, come soglion barbaramente dire, in questo modo:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di Sua Eccellenza!”—[iii]Abbiamo una Novella poco diversa appresso il Bandello: Parte IV. Novella III.—«Un cortigiano va a confessarsi; e dice, che ha avuto volontà di ancidere un uomo, benchè effetto nessuno non sia seguito. Il buon frate, che era ignorante, nol vuole assolvere, dicendo, chevoluntas pro facto reputatur, e che bisogna avere l'autorità del vescovo di Ferrara: su questo una beffa, che al frate è fatta.»—Cf. anche con la novella CXCVI del Sacchetti.—«Messer Rubaconte, potestà di Firenze, dà quattro belli e nuovi judicii in favore di Begnai.»—[iv]Se la memoria non m'inganna, il Casalicchio ha trattato questo argomento, stemperandolo con la solita sua dicitura prolissa. Ma non ne son certo; e nessuno, credo, vorrà farmi un delitto del non avere riscartabellate quelle indigeste centurie, per assicurarmi della cosa.[v]Calà, mancare.[vi]Cf.Pitrè. (Op. cit.) XCVII.L'Abbati senza pinzeri.—Corrisponde alla IV novella (in ottava rima) dellaSettimana Villerecciadel baroneMichele Zezza, sul tema:Può sapere un villan più d'un signore?Questa graziosa opericciattola del Zezza, stampata dapprima in un volumetto in ottavo, venne poi ristampata nelleOpere|Poetiche|di|Michele Zezza|Volume II.||Napoli, 1818|Nella tipografia della società Filomatica.Le domande fatte all'abate dal principe sono:Quanto i cieli da noi lontani stanno?Quanta d'acqua nel mar copia vi sia?Ciò che nell'Indie que' selvaggi fanno?E quanto vale la persona mia?Simile è,—«l'Istoria del beato Griffarrosto,»—che forma il canto VIII ed ultimo dell'OrlandinodiLimerno Pitocco(Teofilo Folengo). Ecco le domande, che Rainero fa al prelato di Sutri:Cerco saper da voi, quanto è vicinoIl ciel da terra in ogni regione.Oltre di questo, dite giustamenteQuant'è dall'oriente all'occidente.Due cose giunte a queste, intender ancoDesidero, Monsignor Griffarrosto:Dite, piacendo a voi, nè più nè manco,Quante son gocce d'acqua che ha l'angostoAdriaco mar insino al lido franco,Pigliando il Greco col Tirreno accosto.Ultimamente, buon servo di dio,Vorrei saper qual'è il pensier mio.Franco Sacchetti.Novella IV.—«Messer Barnabò, signore di Milano, comanda a un abate, che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnajo, vestitosi dei panni dello abate, per lui le chiarisce in forma, che rimane abate e l'abate rimane mugnajo.»—[vii]Vedi la stessa dimanda nelle esempio milaneseLa stella Dianaa pag. 42 del presente volume.[viii]IlLiebrechtannota:—«K. M. n.º 19.Der Fischer und seine seine Frau.—G. G. G. M.DCCC.LXVIII. S. 110 zuRadloff, S. 313.»—[ix]Rud.Vedi l'ultima postilla a pag. 191 del presente volume.[x]È difficile il persuadersi, che Carlo Porta non fosse ispirato anche da questa novellina, quando compose il celebre sonetto sugli Ebrei scontenti della manna:Coss'evela la manna, ch'el signorEl fava piœuv dal ciel per i sœu Ebrej?L'era on certo compost d'ogni savorFàa a boccon press a pocch come i tortej.Sti savor se postaven de per lorIn di bocch a mesura di so idej;Voreven figattei?... rost?... cavolfior?,..Mangiaven cavolfior, rost, figattej.Pur gh'han avùu anmò faccia, sti canaj,De digh a nost signor, che n'even sacc;E lu, al de là de bon, màndegh di quaj!Se sera mi el signor, stampononazza!Che voreva fa piœuv in sul mostaccOna manna de stronz longh quatter brazza.[xi]IlLiebrechtannota:—«Gehört zu einer weitverbreiteten mythischen Vorstellung. S. meine Bemerkung in Ebert's Jahrb. 3. 157.Heidelb. Jahrb.M.DCCC.XXIX. S. 506.»—Questa novellina mi è stata narrata da una bustocca, cioè da una di Busto Arsizio. Non so veramente da qual vita di santa sia dedotta la storia di questo miracolo, analogo a quelli di san Cucunno, derisi tanto lucianescamente dal Voltaire. Di simili tradizioni ce n'è parecchie in tutta Italia. Giuseppe Giusti, parlando della montagna pistojese in una delle sue lettere ripicchiate e pretenziosette, dopo aver accennato a tradizioni della storia antica, soggiunge:—«Vi sono quelle della moderna e alcune tradizioni d'epoca assai più recente, che sanno di scemo e di fantastico a un tempo stesso. Tra le altre, te ne riporterò due. Prima che fosse fatta la grande strada da Pistoja all'Abetone, narrano, che in un luogo dettoil mal passo, cadde giù per una rave un mulo con una soma d'olio e che il conduttore, persuaso che si fosse fiaccato il collo, non volle nemmeno guardargli dietro e se ne tornò a casa tutto sconsolato. Nel tempo, che raccontava alla moglie la sua disgrazia, e che questa si scapigliava e lo rimproverava d'esser venuto via senz'altro, eccoti che sentono i sonagli all'uscio, aprono, e sai? era il mulo sano e salvo con l'olio e tutto. Questo caso l'attribuiscono a miracolo e lo narrano come un gran che, e ne hanno appeso il voto alla Madonna. Che disgrazia è la nostra di avere questo eretico di criterio! che il mulo lasciato in quello sprofondo in balìa di sè, era alla meglio risalito nella strada e tornato alla stalla, come fanno tutte le bestie domestiche! Ma quest'altra è più strana. Un tal giovane Iacuzzi da Pistoja (citano nome, paesi e millesimo) vide nel campo di Juro (dove ristorò l'Oranges) una bellissima serpe; e tanto fece, che l'ebbe presa, le cavò i denti e la teneva per casa, cibandola di semola e fancendone il suo divertimento. Non si sa come, se per isbadataggine, o perchè credesse che le serpi non bevessero, non le dava mai da bere, e così la teneva, quando cominciò a sentirsi male, a dimagrare, e le medicine non bastavano. Così andò per un anno fino a che, consultato il parere d'alcuni medici (e qui ficcano il Camici e il Vaccà) vennero a sapere la cosa della serpe e lo consigliarono a riportarla, dove l'aveva presa. Il giovane lo fece, ma non l'ebbe messa in terra, che si fece un gran temporale, e cominciarono a piovere saette e grandini, che pareva scatenato l'inferno. Domandammo:Dicerto la serpe era o un diavolo o qualche anima dannata di quei soldatacci dell'Oranges?Risposero:Eh, chi ne sa nulla?—Ma dite; la mattina era nuvolo?Risposero, accorgendosi del veleno della domanda:Eh! può anch'essere?Vidi, che le raccontano con fede; ma, se poi gli altri non le credono, non ci si piccano: viva i cristiani della montagna!»—Ecco un'altra novellina lombarda del genere meraviglioso:EL STRIONOna volta, gh'era fœura on omm in campagna a laorà; e el gh'ha ditt a on so amis, se l'andava adree insemma a lu a spass. E el gh'ha ditt de sì e el gh'ha insegnàa el sit, dov'eren de trovass lor duu. E quand ch'eren lì a la sera, gh'era lì duu bee negher. È l'han fàa andàa su a cuu indrèe. E el gh'ha fàa francà i man denter in del pel e el gh'ha ditt:—«Un'ora a andà e un'ora a tornà»—a sti duu monton; e hin andàa che pareven el diavol. Quand hin staa là, in de quel sit, ch'eren de fermass, hin vegnìi giò; e el strion, l'è andà in dove l'era de andà e l'ha lassàa lì quell'alter inscì de per lu. E quell'alter, el sentiva di robb là sulla scês e i ha cattàa, e eren tanti come burlitt e i ha mess in saccocc. E pœu è vegnuu quell'alter omm, hin andàa ancamò sul so monton e hin andàa a cà. A la mattinna, la soa mièe, minga del strion ma de quell'alter, l'ha trovàa tanti coraj in del fà el lett denter in di fœuj. E la gh'ha dimandàa al so marìi, dove l'era andàa a tœu sti coraj. E lu, el gh'ha cuntàa, che l'era andàa insemma a quell'alter e che l'ha trovàa là sti robb e i ha cattàa. Al dì adrèe, l'è andàa in campagna st'omm e el gh'ha ditt:—«In che sit l'è, che ti m'ha menàa, che hoo cattàa tanti coraj?»—E el gh'ha ditt:—«Menem ancora in sta sera.»—E luu, l'ha volsuu menà pu, sto strion, perchè l'ha fàa savè che l'era on strion.[xii]Pisonant, luogajuolo, pigional campagnuolo. IlPisonantlavora il terreno a vanga ed a braccia, non ad aratro e buoi; non paga pigione di casa e paga fitto in derrate d'un luogo, che dipassa rare volte una settantina di pertiche. Il semplicepigionaletoscano è ilgiornadèelombardo.[xiii]Semenànon c'è nel Cherubini.[xiv]NellaVita di Sant'Antonio Abate, estratta da Sant'Atanasio, da San Girolamo, da Palladio ed altri(nelleVite di diciassette confessori di Cristo del P. Giovan Pietro Maffei della Compagnia di Gesù) si narra, come Antonio nella Tebaida coltivasse un pezzetto di terra per sostentar sè e rifocillare i visitatori:—«E perchè diversi animali salvatichi, invitati dall'acqua, venivano a bere, e insieme facevano danno al seminato; egli, presone uno, disse molto graziosamente a lui e agli altri:Perchè fate voi danno a me, non offendendo io voi? andatene, e da parte del signore non vi accostate più qua.Cosa mirabile! Quasi impauriti da tal precetto, non osarono mai più di tornarvi.»—[xv]Biella, tegame.[xvi]Vedi, per borse denaripare, la novellaIl figliuolo del Pecorajoa pag. 349 del presente volume e particolarmente la nota [3] a pag. 358.[xvii]Cicin, oCiccin, ragazzo amabile,Cecino.Borlin, tondo, grassoccio. (In tal senso manca nel Cherubini).[xviii]«Chiscioeu, è una schiacciata, che fanno da noi con farina gialla, burro, zucchero, acqua e qualche volta anche dell'uva.»—Così la raccoglitrice. Nel Cherubini non c'èChiscioeu, ma bensìChiscioeura, voce contadinesca eChizzoeu, voce de' paesi del Milanese, finitimi al Bergamasco, perBrusadaoBrusava—«Stiacciata. Schiacciata. Pane soccenericcio.Pane, fatto di pasta di grano turco, abbrustolata in pochi minuti e le più volte malcotta. Nella pasta intridono spesso finocchio, cipolle, uva o simili. LaBrusadadi grano è detta con particolar nomeFugasciaoFugascionnain campagna; e in cittàCarsenza.—Brusada con dent i figh(voce e usanza brianzuola:pan ficato).»—[xix]Chisciotin, vezzeggiativo diChiscioeu, manca nel Cherubini.[xx]Quell di duu, il secondo.[xxi]Bujenta, femminile diBujent,Bollente.[xxii]Oli, che (secondo il Cherubini) alcuni del volgo infimissimo dicono più idiomaticamenteOeuli, ed i contadiniOeuri:Olio.[xxiii]Oliatt, manca nel Cherubini: gli è però evidente ch'è sinonimo diOlièe;Oliandolo,oliaro; ma vocabolo contadinesco.[xxiv]Amolitt, non c'è nel Cherubini. Debbono esser però lo stesso diAmolin,Ampolle,Ampolline.—«Si prendono comunemente per que' due vasetti da tavola, in cui tiensi l'olio e l'aceto da condire l'insalata e simili, e che i francesi distinguono inVinaigrieredHuilier.»—«Portamolin.Ampolliera,Panieroncino da ampolle,Portaolio. Arnese di latta, di metallo o simili, in cui si portano in tavola tutte due insieme le ampolline dell'olio e dell'aceto. S'impugna per la chiave.»—Narra il Balestrieri, che:Ghe fu on garzon d'on ost,Che in del portà del bev a on forestèe,Per pressa el scappuscè.El forestèe criè—«Te spanteghet el vin tutt per la camera.»—El garzon respondèe:—«Tutt è nagott, purchè se salva l'amera.»—[xxv]Saront, lo stesso chesaroo,sarò.[xxvi]—«Guggin,spilletto.»—[xxvii]—«Sciott,stronzo,stronzolo»—monosillabo, l'i vi è mero segno ortografico.[xxviii]—«Anta.Imposta. Intelajatura, per lo più di legname, che bilicata o ingangherata serve a chiudere usci o finestre.»—[xxix]—«BernàzzoBarnàsc.Paletta,Pala da fuoco. Ferro noto, che s'adopera nel focolare. Dal lat.Prunatium, dice ilVaron Milanes; ma forse meglio dallo svizzeroBernaseoBernaase.»—[xxx]SoreeoSolee;solajo,granajo.—«Spazzacà, detto anche in vari paesi del MilaneseSorèeeCapascèe;Soffitta.Stanza a tetto.Solajo. Quel vano, che l'arcatura dei tetti d'una casa lascia fra essi e l'impalcatura delle stanze immediatamente inferiori al tetto, e dove si sogliono riporre legne, vecchiumi, eccetera.»—[xxxi]Bastonad, plurale diBastonada, che, secondo i casi, diremobastonata,bacchiata,randellata,batacchiata,vincastrata,giannettata,mazzata, ecc. ecc.FINE.

XLVIII.IL PRETE CHE MANGIA LA PAGLIA.[1]C'era una volta un citto. Questo citto era rimasto solo, privo di tutti, ma aveva diversi quattrini. Un giorno era per una strada che camminava, trovò il prete della su' cura, e si salutorno tutti e due. Costì questo citto gli disse che era solo; e il prete gli domandò, se voleva andare a star con lui. Questo citto non gli parve vero. Il prete disse:—«Bene, bisogna fissare così; il primo che si adirerà, pagherà cento scudi.»—«Oh non dubiti.»—«Sai»—gli disse il prete a questo giovanotto,—«domani mattina devi andarmi a seminare un po di grano.»—«Sicuro.»—Questo ragazzotto sapete cosa fa? Il prete gli aveva dato un sacco di grano, che l'avesse seminato tutto in quel campo.—«Così»—disse il prete—«s'adira quando vede tuto questo lavoro.»—Arrivò quel ragazzo, prese i bovi, appena fu al campo, e fece tutto un sogo e te lo buttò tutto lì dentro quel grano, e poi lo ricoprì.—«Cordone si deve adirare lui e no io!»—e poi si buttò a ghiacere. Poi aspetta la colazione, e la colazione non veniva.—«Ah il prete me la fa bellina, ma tornerà peggio per lui!»—Sona mezzogiorno, e vede venire la serva a portargli la colazione.—«Tenete, io vi ho portato la colazione.»—Gliela lascia lì, e la va via. Questo va per mangiare, e trovò la zuppiera siggillata.—«Guarda, questo prete crede, che io mi voglia adirare!»—Gli aveva un maniolo;con l'occhio del maniolo, spaccò il culo della zuppiera; e mangiò la minestra. Poi va per bere, e trovò siggillato il fiasco, gli da un tonfo, e gli leva il collo, e beve. La serva gli aveva detto al padrone, che l'aveva trovato a dormire. Dice il prete:—«O poerino a me! azzecca cosa mi ha fatto.»—Tornò a casa questo giovanotto. Il prete:—«Che l'hai seminato tutto il grano?»—«Sì.»—«Come hai tu fatto?»—«Oh! ho fatto un sogo e gliel'ho buttato.»—«Oh, che tu m'hai rovinato!»—«Oh signor padrone, che L'è adirato?»—«Ti pare?»—Questo giovanotto s'era innamorato della serva, che si chiamava Gigia.—«Senti Gigia,»—gli fa il prete,—«t'hai veduto, Marco ti vuol tanto bene. Gli è tanto pauroso, tu devi sentire di che cosa ha paura. Domani sera io tornerò più tardi; e te domandagli ogni cosa, che poi tra me e te si penserà qualche cosa per farlo adirare.»—L'indomani il prete l'andò via, e rimase solo la Gigia e Marco. Sta serva, nel discorrere, si messe a dir delle paure.—«Dimmi, Marco, di che cosa t'hai paura te?»—«Io, più paura, che abbia, io ho paura di il chiù[2].»—«Eh, dio mio! di un uccello così tanto piccinino?»—«Ah sta zitta, quando lo sento cantare più di una volta, mi vien male!»—In questo mentre venne il prete, e andorno a letto. Quando fu andato a letto Marco, il prete ritornò dalla serva.—«Di che cosa l'ha paura Marco?»—«Mi ha detto, che gli ha paura di il Chiù.»—«Senti, spogliati. E poi ti melerò tutta; e poi t'anderai a buttarti su quella massa di penne: tu parrai un Chiù tale e quale. E poi t'hai a montare su quel melo, che c'è nel giardino di faccia alla finestra di Marco, e t'hai a principiare a dir:Chiù, Chiù.Tu vedrai, che lui s'arrabbierà, e vorrà andare via arrabbiato, così piglio cento scudi.»—E costì tantofecero. Questa serva, quando fu montata in quest'albero, avviò a cantare:chiù chiù(non si veglia più). Marco, che sentechiù, figuratevi come si diede da fare.—«Ah poero a me! ne ho ragionato oggi di ilchiù; e lì canta che ti canto questochiù!»—e Marco s'era nascosto sotto i lenzuoli, ne aveva fatte di tutte. Sicchè gli era scappata la pazienza, ci aveva il fucile carico, s'affaccia alla finestra, e tira una schioppettata addove sentiva la voce. E sente cascare giù roba.—«Canta ora, tu l'hai auta!»—e costì se ne tornò a letto. Il prete s'affacciò alla finestra nel sentire questo scoppio; e vidde la sua Gigia, che gliela aveva ammazzata. Il prete via da Marco.—«Ah, birbante, cosa t'hai fatto!»—«Se non si cheta gliela tiro anche a Lei.»—«Che ti sei adirato Marco?»—«No; ch'era adirato Lei?»—«No.»—E costì la feceron finita, ritornarono a letto. Per tornare un passo adreto, il prete gli disse:—«Sai, Marco? domattina prepara il cavallo, si deve andare da un nipote, è stato sposo.»—«Sì? ho a preparare un po di cacio, un po di vino, qualche cosa?»—«'Un preparare nulla, si arriva presto.»—La mattina, Marco si levò, e preparò ogni cosa come gli aveva detto il prete. Il prete si leva, montò a cavallo e andò via; e Marco appiedi.—«Così si adirerà!»—Ogni tantino, diceva il prete a Marco:—«Che sei adirato?»—«No, signor padrone; che è adirato Lei?»—e gli cominciava, a crescere la fame al prete, ma Marco era ben preparato. Sicchè disse Marco:—«Sa, bisogna, che mi faccia salire un po me, perchè io non posso camminare più.»—Il prete scese, e montò Marco. Marco diede una trotta al cavallo, via. Il povero prete rimase adetro. Si rifece buio a una casa di un contadino. Gli dissero questi contadini:—«Venghino in casa nostra, staranno almeno al coperto.»—Il prete, perfare adirare Marco, disse:—«No, noi si sta dietro il pagliaio;»—e costì si messero tutti e due rincantucciati. Mentre che erano lì zitti zitti, Marco si levò il suo cacio di tasca, una bella forma, e tagliò un pezzo di pane, e si messe a mangiare. (Al buio non vedeva il prete). Il prete, che sentì Marco che masticava:—«Cosa tu fai?»—«Che vole, sor padrone? guardo se mangio un po' di paglia»—«Oh che si ingolla bene?»—«Lo credo, basta masticarla.»—«Eppure mi voglio provare un pochino anche io a mangiarla.»—E il prete si messe a mangiare la paglia. Marco aveva una bella fiaschetta di vino, e si messe a bere.—«Marco cosa tu fai? che bevi?»—«Che vole, signor padrone? mi è rimasta tutta in gola la paglia, mi sputo in bocca.»—«Oh fammi il piacere, sputami un pochino anche a me, che io non ci arrivo a sputarmi in bocca.»—E Marco non intese a sordo, e sputa in bocca al prete.—«Oh non me ne dare più, la mi basta.»—E Marco seguitava sempre a mangiare.—«Oh che tu mangi ancora Marco?»—«Sfido, ho una fame che non la vedo; mi tocca a mangiare ancora un po' di paglia. Oh signor padrone, che è adirato?»—«No, no.»—E costì si fece giorno. Seguitorno a camminare. Camminonno quasi tutta la giornata. Sicchè arrivò il prete da' suoi parenti. Appena che viddero il suo zio prete, si figuri quanti complimenti, che gli fecero, ma gli dispiaceva che le nozze oramai erano belle e state, non aveva fatto a tempo. E costì gli volevano dar da mangiare, tante cose; e lui diceva che non aveva fame, perchè si vergognava. E costì andorno nel canto del foco in conversazione; e a questo ragazzo gli domandorno se aveva fame. E lui disse di sì. E costì ci avevano de' polli avanzati dallo sposalizio, gliene diedero un tegame. Mangiava veramente bene; e stiacciava quegli ossi dipollo. E il prete gli faceva gli occhioni, diceva:—«Dammene un pochino, allungami un ossino.»—E Marco, per fargli dispetto, 'un dava nulla. Insomma i suoi nipoti:—«Zio prete, avete fame?»—E Marco per fargli dispetto:—«Che! Che! ha mangiato, non ha fame.»—Il prete cert'occhiacci gli faceva a Marco. Il prete gli discorre nell'orecchio a Marco, che l'aveva accosto. Dissero i nipoti:—«Cosa l'ha lo zio, cosa l'ha?»—Il prete rispose:—«Niente, niente.»—Allora rispose Marco:—«Sa, si vergogna a dirvelo, gli dole il corpo, vorrebbe andare a letto.»—Si figuri questo prete, dalla rabbia non vedeva lume. E costì per bene, presero un lume e lo portorno a letto, ma assieme ci andava Marco a dormire con il prete. Marco, quando l'ebbe mangiato, volle andare a letto. Appena fu entrato in camera, va dal suo padrone e gli domanda se l'è adirato. Sicchè l'andò a letto Marco con il prete! tutta la notte rivolta rivolta. Rivoltoloni, che aveva fame, 'un ne poteva più.—«Senti, Marco; hai veduto dove hanno riposta quella farinata, che hanno dato a te?»—Che gli avevano dato a Marco polli e farinata.—«Vo a pigliarmela e me la mangio qui nel letto. Ma io ho paura di non ritrovare il letto.»—«Senta, non ha un gomitolo di spago in tasca? lo deve legare alla gamba del letto, e lo ritrova.»—«Guarda, tu dici bene.»—E costì, questo prete tanto fa, che va in cucina; e trovò la 'nfarinata e la carne; e Marco, mentre che il prete era in cucina, prende il filo, che gli aveva legato alla gamba di il letto, e va a legarlo a il letto degli sposi, che era in una camera lì accosto. Quando ebbe fatto il prete tutto quello, che voleva fare, tornò via di cucina; e via prese il suo filo in mano per ritornare alla camera. E Marco stava attento. Appena fu entrato in questa camera degli sposi, avviò a chiamare Marco. Per l'appunto c'erauna scarpa nel mezzo, 'nciampò in questa scarpa, e la 'nfarinata cascò tutta nel viso agli sposi. La Sposa si risvegliò, a urlare:—«C'è i ladri, c'è i ladri!»—Questo prete, nel sentire che era in camera degli sposi, c'era una finestra, diede una capata a questa finestra, e saltò di sotto, e si rompiede il collo. Sicchè tutti andarono a vedere, e veddero che era il suo zio prete. Si figuri come rimasero dispiacenti, e il caro Marco se ne ritornò a casa del prete, e si godiede tutta quella bella roba. Se ne prese moglie, e lì sarà ancora.Fece le nozze, e un bel confetto;E a me mi toccò un bel calcio nel petto.NOTE[1]Donatami dal Dott. Giuseppe Pitrè, cui era stata somministrata dall'Avvocato Giovanni Siciliano, che l'aveva raccolta dalla Maria Pierazzoli di Prato—Vecchio nel Casentino. Se la memoria non m'inganna, ce n'è un riscontro negliEcatonmitidelGiraldi. Ma non ho qui il volume per riscontrare e verificar la cosa.[2]Chiù, un uccello notturno.

IL PRETE CHE MANGIA LA PAGLIA.[1]

C'era una volta un citto. Questo citto era rimasto solo, privo di tutti, ma aveva diversi quattrini. Un giorno era per una strada che camminava, trovò il prete della su' cura, e si salutorno tutti e due. Costì questo citto gli disse che era solo; e il prete gli domandò, se voleva andare a star con lui. Questo citto non gli parve vero. Il prete disse:—«Bene, bisogna fissare così; il primo che si adirerà, pagherà cento scudi.»—«Oh non dubiti.»—«Sai»—gli disse il prete a questo giovanotto,—«domani mattina devi andarmi a seminare un po di grano.»—«Sicuro.»—Questo ragazzotto sapete cosa fa? Il prete gli aveva dato un sacco di grano, che l'avesse seminato tutto in quel campo.—«Così»—disse il prete—«s'adira quando vede tuto questo lavoro.»—Arrivò quel ragazzo, prese i bovi, appena fu al campo, e fece tutto un sogo e te lo buttò tutto lì dentro quel grano, e poi lo ricoprì.—«Cordone si deve adirare lui e no io!»—e poi si buttò a ghiacere. Poi aspetta la colazione, e la colazione non veniva.—«Ah il prete me la fa bellina, ma tornerà peggio per lui!»—Sona mezzogiorno, e vede venire la serva a portargli la colazione.—«Tenete, io vi ho portato la colazione.»—Gliela lascia lì, e la va via. Questo va per mangiare, e trovò la zuppiera siggillata.—«Guarda, questo prete crede, che io mi voglia adirare!»—Gli aveva un maniolo;con l'occhio del maniolo, spaccò il culo della zuppiera; e mangiò la minestra. Poi va per bere, e trovò siggillato il fiasco, gli da un tonfo, e gli leva il collo, e beve. La serva gli aveva detto al padrone, che l'aveva trovato a dormire. Dice il prete:—«O poerino a me! azzecca cosa mi ha fatto.»—Tornò a casa questo giovanotto. Il prete:—«Che l'hai seminato tutto il grano?»—«Sì.»—«Come hai tu fatto?»—«Oh! ho fatto un sogo e gliel'ho buttato.»—«Oh, che tu m'hai rovinato!»—«Oh signor padrone, che L'è adirato?»—«Ti pare?»—Questo giovanotto s'era innamorato della serva, che si chiamava Gigia.—«Senti Gigia,»—gli fa il prete,—«t'hai veduto, Marco ti vuol tanto bene. Gli è tanto pauroso, tu devi sentire di che cosa ha paura. Domani sera io tornerò più tardi; e te domandagli ogni cosa, che poi tra me e te si penserà qualche cosa per farlo adirare.»—L'indomani il prete l'andò via, e rimase solo la Gigia e Marco. Sta serva, nel discorrere, si messe a dir delle paure.—«Dimmi, Marco, di che cosa t'hai paura te?»—«Io, più paura, che abbia, io ho paura di il chiù[2].»—«Eh, dio mio! di un uccello così tanto piccinino?»—«Ah sta zitta, quando lo sento cantare più di una volta, mi vien male!»—In questo mentre venne il prete, e andorno a letto. Quando fu andato a letto Marco, il prete ritornò dalla serva.—«Di che cosa l'ha paura Marco?»—«Mi ha detto, che gli ha paura di il Chiù.»—«Senti, spogliati. E poi ti melerò tutta; e poi t'anderai a buttarti su quella massa di penne: tu parrai un Chiù tale e quale. E poi t'hai a montare su quel melo, che c'è nel giardino di faccia alla finestra di Marco, e t'hai a principiare a dir:Chiù, Chiù.Tu vedrai, che lui s'arrabbierà, e vorrà andare via arrabbiato, così piglio cento scudi.»—E costì tantofecero. Questa serva, quando fu montata in quest'albero, avviò a cantare:chiù chiù(non si veglia più). Marco, che sentechiù, figuratevi come si diede da fare.—«Ah poero a me! ne ho ragionato oggi di ilchiù; e lì canta che ti canto questochiù!»—e Marco s'era nascosto sotto i lenzuoli, ne aveva fatte di tutte. Sicchè gli era scappata la pazienza, ci aveva il fucile carico, s'affaccia alla finestra, e tira una schioppettata addove sentiva la voce. E sente cascare giù roba.—«Canta ora, tu l'hai auta!»—e costì se ne tornò a letto. Il prete s'affacciò alla finestra nel sentire questo scoppio; e vidde la sua Gigia, che gliela aveva ammazzata. Il prete via da Marco.—«Ah, birbante, cosa t'hai fatto!»—«Se non si cheta gliela tiro anche a Lei.»—«Che ti sei adirato Marco?»—«No; ch'era adirato Lei?»—«No.»—E costì la feceron finita, ritornarono a letto. Per tornare un passo adreto, il prete gli disse:—«Sai, Marco? domattina prepara il cavallo, si deve andare da un nipote, è stato sposo.»—«Sì? ho a preparare un po di cacio, un po di vino, qualche cosa?»—«'Un preparare nulla, si arriva presto.»—La mattina, Marco si levò, e preparò ogni cosa come gli aveva detto il prete. Il prete si leva, montò a cavallo e andò via; e Marco appiedi.—«Così si adirerà!»—Ogni tantino, diceva il prete a Marco:—«Che sei adirato?»—«No, signor padrone; che è adirato Lei?»—e gli cominciava, a crescere la fame al prete, ma Marco era ben preparato. Sicchè disse Marco:—«Sa, bisogna, che mi faccia salire un po me, perchè io non posso camminare più.»—Il prete scese, e montò Marco. Marco diede una trotta al cavallo, via. Il povero prete rimase adetro. Si rifece buio a una casa di un contadino. Gli dissero questi contadini:—«Venghino in casa nostra, staranno almeno al coperto.»—Il prete, perfare adirare Marco, disse:—«No, noi si sta dietro il pagliaio;»—e costì si messero tutti e due rincantucciati. Mentre che erano lì zitti zitti, Marco si levò il suo cacio di tasca, una bella forma, e tagliò un pezzo di pane, e si messe a mangiare. (Al buio non vedeva il prete). Il prete, che sentì Marco che masticava:—«Cosa tu fai?»—«Che vole, sor padrone? guardo se mangio un po' di paglia»—«Oh che si ingolla bene?»—«Lo credo, basta masticarla.»—«Eppure mi voglio provare un pochino anche io a mangiarla.»—E il prete si messe a mangiare la paglia. Marco aveva una bella fiaschetta di vino, e si messe a bere.—«Marco cosa tu fai? che bevi?»—«Che vole, signor padrone? mi è rimasta tutta in gola la paglia, mi sputo in bocca.»—«Oh fammi il piacere, sputami un pochino anche a me, che io non ci arrivo a sputarmi in bocca.»—E Marco non intese a sordo, e sputa in bocca al prete.—«Oh non me ne dare più, la mi basta.»—E Marco seguitava sempre a mangiare.—«Oh che tu mangi ancora Marco?»—«Sfido, ho una fame che non la vedo; mi tocca a mangiare ancora un po' di paglia. Oh signor padrone, che è adirato?»—«No, no.»—E costì si fece giorno. Seguitorno a camminare. Camminonno quasi tutta la giornata. Sicchè arrivò il prete da' suoi parenti. Appena che viddero il suo zio prete, si figuri quanti complimenti, che gli fecero, ma gli dispiaceva che le nozze oramai erano belle e state, non aveva fatto a tempo. E costì gli volevano dar da mangiare, tante cose; e lui diceva che non aveva fame, perchè si vergognava. E costì andorno nel canto del foco in conversazione; e a questo ragazzo gli domandorno se aveva fame. E lui disse di sì. E costì ci avevano de' polli avanzati dallo sposalizio, gliene diedero un tegame. Mangiava veramente bene; e stiacciava quegli ossi dipollo. E il prete gli faceva gli occhioni, diceva:—«Dammene un pochino, allungami un ossino.»—E Marco, per fargli dispetto, 'un dava nulla. Insomma i suoi nipoti:—«Zio prete, avete fame?»—E Marco per fargli dispetto:—«Che! Che! ha mangiato, non ha fame.»—Il prete cert'occhiacci gli faceva a Marco. Il prete gli discorre nell'orecchio a Marco, che l'aveva accosto. Dissero i nipoti:—«Cosa l'ha lo zio, cosa l'ha?»—Il prete rispose:—«Niente, niente.»—Allora rispose Marco:—«Sa, si vergogna a dirvelo, gli dole il corpo, vorrebbe andare a letto.»—Si figuri questo prete, dalla rabbia non vedeva lume. E costì per bene, presero un lume e lo portorno a letto, ma assieme ci andava Marco a dormire con il prete. Marco, quando l'ebbe mangiato, volle andare a letto. Appena fu entrato in camera, va dal suo padrone e gli domanda se l'è adirato. Sicchè l'andò a letto Marco con il prete! tutta la notte rivolta rivolta. Rivoltoloni, che aveva fame, 'un ne poteva più.—«Senti, Marco; hai veduto dove hanno riposta quella farinata, che hanno dato a te?»—Che gli avevano dato a Marco polli e farinata.—«Vo a pigliarmela e me la mangio qui nel letto. Ma io ho paura di non ritrovare il letto.»—«Senta, non ha un gomitolo di spago in tasca? lo deve legare alla gamba del letto, e lo ritrova.»—«Guarda, tu dici bene.»—E costì, questo prete tanto fa, che va in cucina; e trovò la 'nfarinata e la carne; e Marco, mentre che il prete era in cucina, prende il filo, che gli aveva legato alla gamba di il letto, e va a legarlo a il letto degli sposi, che era in una camera lì accosto. Quando ebbe fatto il prete tutto quello, che voleva fare, tornò via di cucina; e via prese il suo filo in mano per ritornare alla camera. E Marco stava attento. Appena fu entrato in questa camera degli sposi, avviò a chiamare Marco. Per l'appunto c'erauna scarpa nel mezzo, 'nciampò in questa scarpa, e la 'nfarinata cascò tutta nel viso agli sposi. La Sposa si risvegliò, a urlare:—«C'è i ladri, c'è i ladri!»—Questo prete, nel sentire che era in camera degli sposi, c'era una finestra, diede una capata a questa finestra, e saltò di sotto, e si rompiede il collo. Sicchè tutti andarono a vedere, e veddero che era il suo zio prete. Si figuri come rimasero dispiacenti, e il caro Marco se ne ritornò a casa del prete, e si godiede tutta quella bella roba. Se ne prese moglie, e lì sarà ancora.

Fece le nozze, e un bel confetto;E a me mi toccò un bel calcio nel petto.

NOTE

[1]Donatami dal Dott. Giuseppe Pitrè, cui era stata somministrata dall'Avvocato Giovanni Siciliano, che l'aveva raccolta dalla Maria Pierazzoli di Prato—Vecchio nel Casentino. Se la memoria non m'inganna, ce n'è un riscontro negliEcatonmitidelGiraldi. Ma non ho qui il volume per riscontrare e verificar la cosa.[2]Chiù, un uccello notturno.

[1]Donatami dal Dott. Giuseppe Pitrè, cui era stata somministrata dall'Avvocato Giovanni Siciliano, che l'aveva raccolta dalla Maria Pierazzoli di Prato—Vecchio nel Casentino. Se la memoria non m'inganna, ce n'è un riscontro negliEcatonmitidelGiraldi. Ma non ho qui il volume per riscontrare e verificar la cosa.

[2]Chiù, un uccello notturno.

XLIX.FAR' E PATTI[1]Sicchè donche, cuand'e patti e' si fanno da sene, e' vantaggi e' si pigghiano ugni sempre a su' proprio mo'; come ghi accadette tra i' lupo e i' granchio, cuando i' lupo e' si riscontròe co' i' granchio su pe' 'na macchia e si mettiede a sbeffallo, perchène lui ghi andèa accosie di traèrso, chè paréa isciancato. Diss'i' lupo:—«Bada lie, che archilèo! Oh! nun hae la prutenzione di ripire 'n vetta a i' poggio! Se tu ci arrìi, ch'i' arrabbi!»—In der sentì cuelle palore redicole, i' granchio si fermòe d'un subito, lìe 'n su du' piedi, per arrispondegghi:—«Sicchè donche,»—e' disse,—«a i' tu' parere, de' brai nun ce n'ène antri che tene. Gua', e' sarà anco! Pe' mene, imperòe, i' dìo com'e' dice cuello: A vorte i' giudizio d'i' contadino e' var' cuello d'i' cristiano.»—I' lupo ghi arruffòe i' pelo e ghi arrotàa e' denti, chè parea 'na gramola, tant'e' s'era iscoruccito a i' discorso d'i' granchio, perchène e' se n'era uto a male. Dice:—«I' 'un soe chi mi tienga, ch'i' nun ti piedichi com'una meggia di vacca. Oh! 'spricati, via! Icchè tu 'ntendi di dì' con coresto proerbio? Un invecille tutto straolto, ch'a i' mi' petto e' pare 'na pillacchera 'n sur uno zoccolo, pincomberi! vercia sentenzie da 'un essecci manc' accezione. Sicchè donche, opri bocca. Che è 'n'i' tu' pensieri?»—Dice i' granchio:—«Ohimmèa! con coresti sberci e tu m'aressi lèo la confidenzia, s'i' redessi,'mperòe, che la piccinezza di mene mi mettessi drento 'n seportura. Ghi ène i' vero; i' hoe le gambe tareffe e cuarch'antro taccolo in su i' groppone; e tu sie' togo e bono a marimétte', non che mene, anch' un branco di pecore, bisognando. E nun stravòrge' ghi occhi! nun mi guarda' malucano! Tant'i' 'un hoe pavura di tene 'na malidetta, pe' minuzzino ch'i' sono; e la veritàe a i' su' posto. Lassami di' alla libera. Vo' tu far'a corire per insino 'n vetta a i' poggio? I' ti doe anco la giunta, e tavìa i' ci vo' arrià' prima di tene.»—Arrispose i' lupo, e 'n cuel mentre lui sgretolava le zanne:—«S'i' 'un sapessi, che tu ugni sempre guazzi pe' l'acqua e 'n de' pantani, i' rederè' 'uasi che tu' sie' 'mbriaco, mammalucco!»—«Nòe, nòe,»—ripricòe i' granchio:—«'un ci fracchienemo a fa' lo spocchia e i' cattìo! Vo' tu far'a corire con meco? O sìe, o nòe.»—«Nuscianome!»—dice i' lupo:—«perchène s'i' 'un mi tempero con pacienza, i' mi' comprumetto a i' sicuro. In dòe s'ha egghi a corire?»—«Su di quìe,»—dice i' granchio;—«E' patti 'mperòe i' ghi fo io. Arricordati. Cuand'i' t'addenteròe 'n vetta alla coda, e te, liccia! Ghi ène i' segno delle mosse.»—Sicchè, donche, i' lupo e' s'arrivortòe e i' granchio ghi acciuffa a qui' mo' la coda; e cuello, via su p'i' bosco, chè parèa 'na saeppola, oppuramente, che ghi aessi ghi sbiri rieto. Arriò 'n vetta a i' crinale d'i' poggio, chè ghi ansimaa con la sua lingua fori un parmo, e diviato e' s'arrivorse a vede', 'n dove i' granchio ghi era rèsto; e 'un vedèa nimo[2]. E lui a sbergolà':—«O granchio! o mattarello! scropiti, addove sie' tue? S'i' torn'arièto, pe' zio! i' ti vo' trepilar 'a mi' mo', insino a che i' 'un n'abbi fatto di tene una focaccia.»—Dice i' granchio, cor una vocina tutta raumiliata:—«Oh! s'i' son quìe in su i' crinale 'nnanzi a tene! che sbergoli tue? I'ho vint'i'palio.»—«Brao!»—ghi arrispose i 'lupo, cuando lo vedde lì pe' le terre tutto richino:—«Tu me l'ha' fatta 'n sull'auzzatura. T'ha' ragione: i' bue son'io, ch'i' t'ho lascio fatti fa' e' patti da tene. A riedècci, sai!»—E se n'andiede, e i' granchio ghi scoppiaa da i' ridere. E si poe di' anco, ch'a i' lupo ghi 'ntraviense com'a l'aquila, cuando lo sgricciolo e' la disfidòe a chi volava più erto; perchène lo scriccolo e' ghi s'appiccicòe co' i' becco a una penna d'un'alia, che nun se n'addiede; e, cuando l'aquila disse:—«Sgricciolo, addove sie' tue?»—e lui, lesto dàe una volatina più 'n sue e po' piola:—«Deccomi quìe.»—E ghi messano allo sgricciolo i' soprannome diRe Cacca, perchène e' vincette l'aquila pe' la su' furbizia.NOTE[1]Apologo popolare, in vernacolo del Montale—Pistoiese, raccolto dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Nimo, nessuno. Vedi pag. 499.

FAR' E PATTI[1]

Sicchè donche, cuand'e patti e' si fanno da sene, e' vantaggi e' si pigghiano ugni sempre a su' proprio mo'; come ghi accadette tra i' lupo e i' granchio, cuando i' lupo e' si riscontròe co' i' granchio su pe' 'na macchia e si mettiede a sbeffallo, perchène lui ghi andèa accosie di traèrso, chè paréa isciancato. Diss'i' lupo:—«Bada lie, che archilèo! Oh! nun hae la prutenzione di ripire 'n vetta a i' poggio! Se tu ci arrìi, ch'i' arrabbi!»—In der sentì cuelle palore redicole, i' granchio si fermòe d'un subito, lìe 'n su du' piedi, per arrispondegghi:—«Sicchè donche,»—e' disse,—«a i' tu' parere, de' brai nun ce n'ène antri che tene. Gua', e' sarà anco! Pe' mene, imperòe, i' dìo com'e' dice cuello: A vorte i' giudizio d'i' contadino e' var' cuello d'i' cristiano.»—I' lupo ghi arruffòe i' pelo e ghi arrotàa e' denti, chè parea 'na gramola, tant'e' s'era iscoruccito a i' discorso d'i' granchio, perchène e' se n'era uto a male. Dice:—«I' 'un soe chi mi tienga, ch'i' nun ti piedichi com'una meggia di vacca. Oh! 'spricati, via! Icchè tu 'ntendi di dì' con coresto proerbio? Un invecille tutto straolto, ch'a i' mi' petto e' pare 'na pillacchera 'n sur uno zoccolo, pincomberi! vercia sentenzie da 'un essecci manc' accezione. Sicchè donche, opri bocca. Che è 'n'i' tu' pensieri?»—Dice i' granchio:—«Ohimmèa! con coresti sberci e tu m'aressi lèo la confidenzia, s'i' redessi,'mperòe, che la piccinezza di mene mi mettessi drento 'n seportura. Ghi ène i' vero; i' hoe le gambe tareffe e cuarch'antro taccolo in su i' groppone; e tu sie' togo e bono a marimétte', non che mene, anch' un branco di pecore, bisognando. E nun stravòrge' ghi occhi! nun mi guarda' malucano! Tant'i' 'un hoe pavura di tene 'na malidetta, pe' minuzzino ch'i' sono; e la veritàe a i' su' posto. Lassami di' alla libera. Vo' tu far'a corire per insino 'n vetta a i' poggio? I' ti doe anco la giunta, e tavìa i' ci vo' arrià' prima di tene.»—Arrispose i' lupo, e 'n cuel mentre lui sgretolava le zanne:—«S'i' 'un sapessi, che tu ugni sempre guazzi pe' l'acqua e 'n de' pantani, i' rederè' 'uasi che tu' sie' 'mbriaco, mammalucco!»—«Nòe, nòe,»—ripricòe i' granchio:—«'un ci fracchienemo a fa' lo spocchia e i' cattìo! Vo' tu far'a corire con meco? O sìe, o nòe.»—«Nuscianome!»—dice i' lupo:—«perchène s'i' 'un mi tempero con pacienza, i' mi' comprumetto a i' sicuro. In dòe s'ha egghi a corire?»—«Su di quìe,»—dice i' granchio;—«E' patti 'mperòe i' ghi fo io. Arricordati. Cuand'i' t'addenteròe 'n vetta alla coda, e te, liccia! Ghi ène i' segno delle mosse.»—Sicchè, donche, i' lupo e' s'arrivortòe e i' granchio ghi acciuffa a qui' mo' la coda; e cuello, via su p'i' bosco, chè parèa 'na saeppola, oppuramente, che ghi aessi ghi sbiri rieto. Arriò 'n vetta a i' crinale d'i' poggio, chè ghi ansimaa con la sua lingua fori un parmo, e diviato e' s'arrivorse a vede', 'n dove i' granchio ghi era rèsto; e 'un vedèa nimo[2]. E lui a sbergolà':—«O granchio! o mattarello! scropiti, addove sie' tue? S'i' torn'arièto, pe' zio! i' ti vo' trepilar 'a mi' mo', insino a che i' 'un n'abbi fatto di tene una focaccia.»—Dice i' granchio, cor una vocina tutta raumiliata:—«Oh! s'i' son quìe in su i' crinale 'nnanzi a tene! che sbergoli tue? I'ho vint'i'palio.»—«Brao!»—ghi arrispose i 'lupo, cuando lo vedde lì pe' le terre tutto richino:—«Tu me l'ha' fatta 'n sull'auzzatura. T'ha' ragione: i' bue son'io, ch'i' t'ho lascio fatti fa' e' patti da tene. A riedècci, sai!»—E se n'andiede, e i' granchio ghi scoppiaa da i' ridere. E si poe di' anco, ch'a i' lupo ghi 'ntraviense com'a l'aquila, cuando lo sgricciolo e' la disfidòe a chi volava più erto; perchène lo scriccolo e' ghi s'appiccicòe co' i' becco a una penna d'un'alia, che nun se n'addiede; e, cuando l'aquila disse:—«Sgricciolo, addove sie' tue?»—e lui, lesto dàe una volatina più 'n sue e po' piola:—«Deccomi quìe.»—E ghi messano allo sgricciolo i' soprannome diRe Cacca, perchène e' vincette l'aquila pe' la su' furbizia.

NOTE

[1]Apologo popolare, in vernacolo del Montale—Pistoiese, raccolto dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.[2]Nimo, nessuno. Vedi pag. 499.

[1]Apologo popolare, in vernacolo del Montale—Pistoiese, raccolto dall'avv. prof. Gherardo Nerucci.

[2]Nimo, nessuno. Vedi pag. 499.

L.I TRE AMICI.[1]Tre amici arrivarono una sera ad una piccola osteria di campagna e fecero una cena frugale. Poscia, prima di andare a letto, dissero all'oste, che la dimane, prima di ripartire, volevano far colezione. L'oste gli rispose, rincrescergli molto di doverli prevenire, che la cosa era impossibile; perchè, oltre quello che aveva loro dato, non gli avanzava in casa se non un quarto di tacchina, un piccolo panetto ed il vino, che vedevano, nella bottiglia, poco più di un bicchiere. Gli amici si trovarono male. Ma, decisi di consumare quel poco, che vi era, e se non tutti uno almeno mangiare, fissarono, che colui fra di essi, che nella nottata avesse fatto il sogno più bello o più brutto, avrebbe fatta colezione la dimane e gli altri sarebbero rimasti senza. Così venne combinata la scommessa in presenza dell'oste, che nominarono giudice de' sogni, che avrebber fatto. E se ne andarono a riposare. Uno di essi, svegliatosi la mattina all'alba e sentendo appetito, andò in cucina; e, preso dall'armadio il pane, la tacchina ed il vino, mangiò e bevve tutto. Alzatisi gli altri, il trovarono con l'oste, che fecero sedere in un vecchiocaregone, perchè decidesse della qualità e del merito de' sogni di ciascuno. Il primo narrò, di aver sognato di ascendere in paradiso e di godervi tutti i piaceri della beatitudine, i quali eran tali e tanti, da non potersi da umano labbro raccontare; e concluse non potersi fare un più bel sogno.L'altro disse, d'aver sognato di precipitare nello inferno, sottostandovi a tali e tanti patimenti, e soffrendo tale e tanto spavento, da rimaner tuttora sbigottito. L'oste osservò al primo:—«È innegabile, il vostro sogno esser bellissimo.»—E volgendosi al secondo gli diceva:—«È del pari innegabile, il vostro sogno esser orrendo. Ora sentiamo il terzo.»—Ed il terzo, calmo e ridente, raccontò, che aveva sognato, essere i suoi due poveri compagni morti, assunto l'uno in Paradiso, e precipitato l'altro all'Inferno. Che, pe' dogmi della nostra santa religione, da que' luoghi, o bene o male che vi si stia, non si ritorna in questo mondo; e difatti di quanti son partiti per andarvi, nessuno è mai tornato. Persuaso quindi, nessuno de' due aver più bisogno di colezione, si era alzato; e, credendo di dover partir solo, avea mangiato quanto vi era e beuto il poco vino avanzato. L'oste rise di cuore dello ingegnoso trovato; e decise, che, per quanto bello il sogno del primo degli ospiti ed orrendo quello del secondo, il più logico era però il terzo: e che non v'era da ridire sul fatto. E condannò i due digiuni a pagar tutta la spesa nella sua locanda. I perdenti trovaron giusta la sentenza e l'accettarono; e, saldato il conto, si licenziarono, proseguendo il viaggio con l'intenzione di fermarsi alla prima taverna per istrada e mangiarvi a sazietà, come fecero.NOTE[1]Tolgo questa novella da un zibaldone manoscritto di aneddoti e facezie popolari, raccolti in Castrocaro dal Dottor Ludovico Paganelli, che lo ha gentilmente messo a mia disposizione. Il presente racconto è uno de' pochi compresi nel zibaldone, che non sia indecentissimo. VediGiraldi.Ecatonmiti. Dec. I. Nov. III.—«Si ritrovano tre uomini insieme, senza aver altro, che mangiare, se non una picciola schiacciata. Sono a contesa di chi debba essere.Conchiudono, che ella si sia di chi più nobil sogno farà de' tre. L'uno, che era soldato, lascia gli altri due colla loro sapienza scherniti.»—Casalicchio, VI. I. VI.Chi cerca d'ingannare il più delle volte resta ingannato.—Pitrè. (Op. cit.) CLXXIII.Lu Monacu e lu Fratellu.—Riunisco, in quest'ultima nota del volume, un gruzzoletto di novellette e facezie milanesi di vario genere.I. EL BOFFETT[i]Ona volta, gh'era ona festa in d'on paes; e gh'era un, che l'ha ditt, ch'el voreva andà anca lu a vedè sti fest. E gh'era tanta gent. El ven sira; e, per andà a cà, l'era tropp tard. E lu, el dis:—«Me fermaroo chì a dormì.»—El va in d'ona osteria; gh'è minga sit. El va in d'on'altra osteria; e là ghe disen, che gh'era on fraa, che l'era in d'on lett grand, e, se lu l'era content a dormigh insemma, che sarèssen andà a ciamagh, se l'era content anca lu. Lu, el se contenta. Van del fraa; ghe dimanden, se lu, l'era content de dormì insemma a on alter forestee, che gh'era capitaa. Sicchè lu, el gh'ha ditt:—«Sì, mi sont content; ma bisogna digh, che mi gh'hoo ona imperfezion, che foo di vent cald.»—L'alter, el dis:—«Ben, fa nient; perchè gh'hoo anca mi ona imperfezion: foo di vent fredd[ii].»—E lu, prima de andà a dormì, el tœu su on boffett e se le porta in lett. El va in lett, el se volta vun d'ona part e vun d'on'altra. Ven, che el fraa el comincia a fa sti vent cald. Quell'alter cascia el boffett in mezz i gamb e pfu! pfu! pfu! Quell'alter, el dis:—«Che frecc!»—«Ma, cara lu, ch'el scusa! lu iè patiss cald e mi i patiss frecc!»—E allora quell là, el fraa, tutt rabbiàa, voltess dell'altra part, mettess in sulla sponda. E quell'alter, tutt content:—«Almen, adess, se ghe vegnerà di vent cald, anderan giò della sponda del lett e minga adoss a mi.»—II. EL CURAT, CHE L'ERA IGNORANT COMÈ.Ona volta, gh'era on curat e l'era ignorant comè, ch'el saveva nanca quanti dì gh'aveva ona settimana. El metteva ona fassinna tutt'i dì in d'on monton; e, quand ghe n'aveva ses, el dì adrèe el diseva messa, perchè el diseva che l'era festa. Ona volta, la serva, la s'è ricordàa pu de portà ona fassinna; e lu, l'ha cuntaa, eren appenna cinq, e el dì adree l'ha vorsuu dì no messa, e l'era festa. El secrista, la mattinna, l'è andaa su in stanza a digh de levà su, che l'era già sonàa el terz de messa; e lu, el diseva, che l'era minga festa; e l'ha minga vorsuu levà su e el gh'ha faa perd messa a tutti i paisan. Allora, sti paisan, tanto rabbiaa, han dà su on ricors a l'arcivescov; e l'arcivescov, el gh'ha mandàa a dì, ch'el saria vegnuu lu a vedè, se l'era vera quel, che diseven. Allora, el curat, a sentì sti robb, el s'è stremìi, l'è cors a casa in la Perpetua a contagh; e allora, la Perpetua, la gh'ha ditt de stremiss no, che l'era nient; e—«Ch'el me lassa fa de mi!»—L'ha faa buj on gran caldaron d'acqua; e l'ha missa denter in di aquasanteri in gesa e l'ha gh'ha ditt:—«Adess el vedarà, come saran consciaa polit i paisan!»—A la mattinna istessa, l'è arrivàa l'arcivescov; el curàa, l'ha menàa in gesa e el gh'ha ditt:—«Adess el vedarà quanti vers fan i paisan.»—I paisan saveven nient, metten dent la man in l'acquasanta per segnass e s'hin miss adrèe a saltà in aria per el dolor, ch'han sentìi. E allora, el curat, el gh'ha ditt:—«El ved, scior arcivescov, se sont mi o lor ch'hin matt?»—Allora, l'arcivescov, el gh'ha daa on gran rimprover ai paisan, e el curat l'è tornàa a stà lì anmò in l'istess paes.Passàa on carr d'oli d'oliva,La panzanega l'è bella e finida.III. EL PAISAN E EL PRET.[iii]Ona volta, gh'era on paisan. El passava via de la casa d'on fattor, e l'ha vist là tanti bej pollit, e gh'è vegnuu la gola ede robbann vun. E l'ha faa per robball e gh'è restàa in man la cova. A pasqua, quand l'è andaa a confessass, el gh'ha cuntaa che l'ha faa per robbà la pola. E el pret, el gh'ha ditt, che valor podeva avegh. E lu, el gh'ha ditt, che la poreva varè on vott lira. Allora, el pret, el gh'ha ditt, de portaghi là, per far dì tant ben per i mort. Allora, sto paisan, el ghe dis:—«Ma mi, l'ho minga robbada, mi!»—E el pret, el ghe dis:—«El peccàa l'hi faa istess.»—El paisan, per ciappà l'assoluzion, el gh'ha promess, che el gh'avaria portaa i danee. E de nott, el seguitava a pensà, e gh'è vegnuu in ment de ciappàa on poo de carta e bagnalla e mettegh dent on poo de moneda. Alla mattina, inscì ben l'ha faa: l'è andàa in del pret, cont sti danee in la carta bagnada e l'ha miss dent el palpirœu in del cappell. E el gh'ha ditt:—«Sur Curat, sont chì. Che ie tira fœura del cappell, i danee.»—El curat, el gh'ha ditt:—«Demmi vu.»—E el paisan:—«No, no: l'è mej, che ietira su lu.»—Allora, el curat, l'ha faa per tirà su el palpirœu; e la carta l'era bagnada e la s'è rotta; e donca, gh'è restaa dent i danee in del cappell e el paisan ghe l'ha dada come el vent. E el curat, el vosava:—«Vuj! m'è restaa in man domà la carta!»—E el paisan, el gh'ha rispost:—«Anca mi, m'è restaa in man domà la cova.»—L'è finida.IV. LA SCIORA E LA SERVA.[iv]Ona volta, gh'era ona sciora, che la gh'aveva in cà ona serva; e l'era tant avara! La voreva minga dagh de mangià. E, ona volta, la s'è amalada sta serva, e la s'è ciappaa puntigli e l'è andada semper a mangià a ca soa. E la padronna la ghe dimandava:—«Cossa te gh'het, dì, che te manget pu?»—La serva, la gh'ha ditt:—«Sont amalada; sont stada vott dì senza mangià; e adess gh'hoo famm pu.»—La padronna, l'ha ditt:—«Provaroo anca mi a sta vott dì senza mangià, per vedè,se me ven famm pu anca a mi.»—Quell di trii o quatter dì l'è andada innanz; e pœu, quell di cinq dì, l'è stada pu bonna de levass su de la gran famma; e l'era pu bonna nanca de parlà. La seguitava a fa segn con duu dit, che ghe calava[v]apenna duu dì a finì. E la serva, l'ha veduu che la parlava pu, l'è andada a ciamà el pret. El pret, el ved che la fa semper segn con sti duu dit, el gh'ha dimandaa a la serva, cossa la voreva dì con sto segn. E lee, la diseva, sta serva, che, intant che l'era in vitta, la diseva semper, che la soa sostanza l'era de spartì in duu, al curat e a la serva. E gh'andava là tutt i so parent; e ghe diseven, cosse la voreva dì? perchè la fava sti segn? E ie diseven a tutti, che la lassava la soa sostanza a duu. El pret, l'ha faa giò el so testament lu; e, quand l'è morta, han ciappàa lor duu tutt coss.V. EL COEUGH.[vi]Ona volta gh'era on scior, ch'el gh'aveva in nomm:—«Abbaa, che mangia e bev senza pensà.»—E gh'è andàa là el Re; l'ha veduu fœura sto cartell; el ghe dis:s'el gh'avevaminga de pensà, el ghe dava lu de pensà. El gh'ha ditt de fà in vott dì i tre robb, ch'el diseva lu. Vunna, de savè digh quanti stell gh'era in ciel[vii], quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel e cossa el pensava lu. El cœugh, el vedeva, ch'el so padron el cantava pu; l'era semper con la testa poggiada al tavol; e el gh'ha domandàa cossa l'è, ch'el gh'aveva. E lu, el gh'ha cuntàa su. El cœugh, el gh'ha ditt, s'el ghe dava la metà de la soa sostanza, el ghe despediva lu sta robba. El gh'ha ditt de dagh la pell d'on asen mort, on carrett de corda e el so ponc e el so tabarr. E l'è andàa lu del Re, sto cœugh. E el Re, el gh'ha ditt:—«Sicchè, quanti stell gh'è in ciel?»—E el gh'ha ditt:—«Ch'el cunta sti pel de st'asesin chì, ch'el savarà quanti stell gh'è in ciel.»—E el Re, el gh'ha ditt de cuntaj lu; e el gh'ha responduu, che la soa part l'era già cuntada, che adess el toccava al Re a cuntaj. E el gh'ha ditt: quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel. E lu, el gh'ha ditt:—«Tì, ciappa la corda de andà su finna in ciel»—e pœu de vegnì giò e cuntà quanti brazza eren. E pœu, el gh'ha ditt:—«Coss'è che pensi mi?»—«Lu, el pensa che mi sia on abbàa e invece sont el cœugh e gh'hoo chi la cazzirœula de fagh provà el brœud.»—VI. I DUU MAI—CONTET.[viii]Gh'era ona donna, che ciamaven Chiara. L'era povera; l'andava a cercà la caritàa e a tœu su el rud[ix]per i strad. Ondì l'ha trovàa ona gianda de zucca e l'ha piantada. Poch temp dopo, de quella gianda è cressùu ona pianta, che la rivava finn a al ciel. So marì, el ghe dis:—«Te dovariet rampegà su quella pianta; e andà del signor, a domandagh, de dann almen pan assèe.»—E lee, l'andava su e—«Tacch, tacch!»—«Chi l'è?»—«L'è la povera Chiara, che gh'ha bisogn ona grazia.»—Allora, el signor ghe rispondeva:—«Che grazia te vœut?»—«La grazia de avegh almen pan assèe.»—«Va, che el pan assèe te ghe l'avaret.»—Dopo, el marì, el ghe diseva de tornà anmò in ciel, a cercà la grazia, d'avegh la minestra tutt i dì e la carna a la festa. E el signor:—«Te gh'avaret la minestra tutt i dì e la carna a la festa.»—Ma el marì, mai content, el ghe diseva de tornà sù, per domandà la carna tutt i dì e la tavola a la festa. El signor, semper bon, i ha vorrùu contentà anca in quest. El marì, el torna ancamò a dì de cercà la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass. El signor:—«Te gh'avaret la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass.»—Dopo, la gh'ha dimandàa al signor el titol de contessa per lee e de cont per so marì. Ma el signor, l'ha perdùu la pazienza; el gh'ha rispost:—«Va, che ti te saret ona stronzessa e to marì on stronz.»—La pianta, la s'è spezzada e l'è borlada in del rud insemma ai dùu mai—content.[x]VII. L'ESEMPI DI OCCH.[xi]Ona volta, gh'era on Re; e sto Re, el gh'aveva ona tosa; e lu, l'ha semper tegnuda in collegg, finchè l'è stada granda. Quand l'è stada granda, l'ha tirada a cà; e el gh'ha dimandàa,se la voreva maridass o cosse l'è che la voreva fà. E lee, la gh'ha ditt, che la soa vocazion l'era d'andà monega. E lu, el gh'aveva domà che sta tosa, el ghe rincresséva. E lu, puttost che mandalla lontan, l'ha fabricàa on convent in de l'istessa citàa. E lee, allora, la restava la superiora. El Re, l'aveva fàa on lascet de tanti ben, de tanti feudi, per quej, che voreven andà monegh e che podeven minga; el ghe aveva lassàa de viv con sti fondi. I pisonant[xii]aveven semenàa[xiii]; e gh'è vegnùu giò dodes occh salvategh e gh'han mangiàa su tutt el gran. Sti pisonant hin andàa a dighel a la superiora, che lor han semenaa e che sti occh han mangiàa su el gran e che lor podeven fà pu raccolta. E la superiora, la gh'ha ditt:—«Ben, andèe a cà e disìj che vegnen chì, in del cortin rustegh, che i ciama la mader badessa.»—E lor, i pisonant, prima de mandà là i occh, n'han ciappàa vunna; e l'han fàda cœus e l'han mangiada: e lor credeven de falla franca, che la mader badessa l'avess minga savuu. I occh hin andàa propi de bon, perchè lee, la superiora,l'era ona santa. Hin andàa, e lee l'ha fàa la correzion a sti occh e la gh'ha ditt:—«Cossa gh'entrèe vialter a mangià el gran de la mia campagna? l'è voster el gran?»—I occh staven lì a scoltà[xiv]. Dopo d'avegh dàa quella correzion, che la gh'aveva de dagh, la gh'ha dàa la benedizion e i occh hin andàa in alt, ma hin andàa via no, perchè ghe mancava la soa compagna. E lee, iè torna a benedì la segonda volta e lor ghe faven festa, vosaven, ma andevan via no, perchè voreven la soa compagna. E lee, lee i ha tornàa a benedì quella di tre volt e l'ha veduu che andaven minga, e lee l'ha mandàa a ciamà i pisonant, e la gh'ha dimandàa:—«Coss'avii fàa a sti occh? Disimm la veritàa, e guardèe ben de dì la bosia.»—E lor gh'han ditt:—«Nun, pœu, s'emm de dì la veritàa, quand emm vist, che vegniven chì, nun emm storgiùu el coll a vunna e l'emm mangiada.»—E lee, la ghe dis:—«Cossa gh'entrèe vialter de mangià i occh? hin voster?»—E lor gh'han ditt:—«No; hin minga noster.»—E lee, la gh'ha dimandàa:—«L'avii mangiada tutta?»—E lor gh'han ditt:—«Gh'emm là quattr'oss in la biella[xv].»—E lee, la gh'ha ditt:—«Porteemi chì, tal e qual hin; tocchej no.»—E lor gh'i han portàa, e i ha fàa press cont i man inscì in d'on pugnœu, e gh'è sortìi fœura l'oca viva, e gran festeggio! L'è andada insemma i so compagn; e tutt i so compagn han fàa gran festa a la mader badessa. E lee, i ha benedìi; e la gh'ha ditt de andà de quella part, ch'hin vegnùu.VIII. GIOVANNGh'era ona volta on fiœu, ch'el se ciamava Giovann: e on dì, l'è andàa a predica. El pret, che gh'era su a predicà, el diseva, che bisognava passà per ona strada stretta e spinosa per andàin paradis. Alora el Giovann, el corr a casa de la soa mamma; el ghe dis:—«Damm duu pan e des centesim, che vuj andà in paradis.»—E la soa mamma ghi ha dàa. E lu, el va, el va, el se trœuva su ona bella strada; e l'ha seguitàa a girà, ma l'ha mai trovàa quella stretta e spinosa. El va ancamò; e el trœuva finalment sta strada. Alora lu, tutt content; el tira su i calzon finna a metàa gamba, el va denter in sta strada. Ma, tutt i moment, el borlava in terra e el se insanguinava tutt. Ma l'ha fàa tant, che el gh'è reussìi andà finna in fin. Quand l'è in fin, el ved ona casa; e lu l'ha credùu, ch'el fuss el paradis, e el se mett a vosà:—«Ah Signor, sont chì anca mi in paradis con vu e cont la Madonna!»—Alora ven fœura on fràa (perchè quella casa l'era on convent de fràa) e el ghe dis:—«Ah el me poer fiœu, come te set insanguinaa!»—E l'ha ciappàa in brasc; e lu insemma a i alter fràa, l'han miss in lett. Ma de lì on poo de temp, hin minga bastàa i cur di fràa e l'è andàa propi in paradis.IX. SANT'AMBRŒUS E I TRE TOSANNGh'era ona volta tre tosann pover pover, che saveven minga come fà a viv; e gh'aveven minga de mamma e minga de papà. E sti poer tosann, ghe toccava andà a messa vunna a vunna, perchè gh'aveven un vestii sol intra tre. On dì, passa via Sant'Ambrœus della casa de sti tosann e el ved sul tecc i angiol a ballà. E lu, el val denter; e el ghe dis a i tre tosann:—«Chì l'è, che sta chì in sta porta? Sii domà vialter?»—E lor ghe disen:—«Sì, semm domà nun; ma semm pover pover e gh'hemm minga de mangià.»—Allora lu, el dis:—«Ben, mi soo, ch'el signor el m'ha fàa capì, che vialter sii bonn.»—El gh'ha miss sul tavol ona borsa de danee; e el gh'ha ditt a sti tosann:—«Ve doo sta borsa, che pussee en tiraree fœura de danee, pussee ghen sarà denter[xvi]. Ma se vialter sarii cativ e consumarii i danee, guardee, che el signor el ve castigarà.»—On mes dopo, el torna a passà via. El guarda sul tecc, e invece de vedè i angiol, el ved i ciapitt, che balleven. Allora lu, el corr in casa di tosann; el ved là tanti giovin e lor vestii de seda, e la casatutta in lusso e preparàa di disnaa de princip. Alora, lu, el va adasi adasi, el porta via la borsa e pœu el ghe dis a i tosann:—«Hin quest i promess, che m'avii fa de vess bonn? e l'è quest el ben, che ghe vorii al signor? Vialter no salvarii l'anima, se no andarii in d'on desert a fa penitenza e a morì là.»—I tosann, alora, s'hin pentii; e hin cors in d'on desert, in dove no faseven che piang e pregà. Quand hin mort, s'è vist tre colomb a volà in ciel. Eren l'anima di sti tre tosann.X. CICCIN BORLINGh'era ona volta on fiœu, che se ciamava Ciccin Borlin[xvii]. E la soa mamma, on dì, la ghe dis:—«Mena i bœu a mangià in quel praa là. Te faroo on bel chisciœu[xviii]; tel mangiaret intant, ch'el bœu, el mangia.»—Ciao, el fiœu el va cont el chisciœu e el bœu. Quand l'è là, el sent ona vos sott terra, che la dis:—«Ciccin Borlin, cascia dent el to didin, in del chisciotin[xix]e te vedaret tanti bej robb.»—Lu, l'ha casciàa denter; ma apenna l'è staa dent el dit, el s'è trovaa sott terra; el s'è trovaa cont ona stria veggia veggia, che l'ha miss in caponera, e l'ha lassaa dent on mes. Quell di duu mes[xx], la va là attacch a la caponera, e la dis:—«Gigin Borlin, cascia fœura el to didin, per vedè se te set deventaa grassin.»—E lu, invece de cascià fœura el dit, l'ha casciaa fœura on ciod. E la veggia, la fa:—«Sta denter, sta denter, che te see magher ancamò.»—De lì a on poo de temp, i tosann de la stria ghe disen a la soa mamma:—«Nun vœurem mangià el Ciccin Borlin;grass sì, grass no, nun el vœurem mangià.»—E la veggia, la fa:—«Com'hoo de fà a fall morì?»—«Ti, tirel fœura della caponera; e mett su on caldar d'acqua bujenta[xxi]; e digh, de fà sott et fœugh. Quand l'è drèe a fà sott el fœugh, vagh de drèe, ciappel per i gamb e buttel denter in del calder de l'acqua calda.»—Ciao, i tosann van via; e la mamma, la va a tirà fœura Ciccin Borlin de la caponera, e la ghe dis:—«Ven chì, a fà sott el fœugh.»—E lu, el dis:—«Mi sont minga bon; famm vedè come se fà.»—E lee, la ghe fà imparà; e lu, el va de drèe, le ciappa per i gamb e le butta in del caldar. Quand l'ha buttada denter, el scappa, el va su ona pianta, el sta là tant temp. Ven a casa i tosann, e se metten a vosà:—«Ven de bass a mangià el Ciccin Borlin, mamma, che l'è cott.»—E se metten a mangià la soa mamma, che l'era in del caldar. Dopo, tiren fœura la testa de la soa mamma; e se s'hin accort, che l'era la soa mamma e minga el Ciccin Borlin. Alora, hin andàa a cercà in la caponera e in giardin el Ciccin Borlin; e l'han trovaa sulla pianta; e ghe disen:—«O Ciccin Borlin, come t'hê faa a andà sulla pianta?»—E lu, el dis:—«Ho ciappaa ona bacchetta longa longa de ferr e guzza; e pœu l'hoo fada scaldà ben ben, pœu me sont settàa su e sont andaa su la pianta.»—Alora, i strij hin cors a tœu la bacchetta de ferr rossa e se s'hin settàa su tutt e do, e hin restàa lì mort. E alora, el Ciccin l'è vegnuu giò, e l'ha ciappaa tutt i danèe di strij e l'è andaa a casa a fa el scior co la soa mamma.XI. EL FIŒU, CHE l'È ANDAA SUL SOREE.Gh'era ona volta on fiœu, ch'el gh'aveva el papà e la mamma, che ghe daven i bott e el voreven mandà fœura de casa. Allora, sto fiœu, el se mett a piang. El so papà el ghe dis:—«Tàs; e va a tœu l'oli[xxii]e l'asee.»—El gh'ha daa i pestonitt per metti denter, e i danèe. El fiœu, el va; e, quand l'è a mezza strada, ghe borla giò i pestonitt e se rompen. Allora, lu, el dis:—«Ah poer a mi, come l'è ch'hoo de fà, a portà a casa l'aseee l'oli?»—Ciao, el va innanz. El va là in de l'oliatt[xxiii];, el ghe dis:—«Ch'el me daga l'oli e l'asee.»—«Dove l'è, che l'hoo de mett, car el me fiœu, che te gh'hê minga adree i amolitt?»[xxiv]—E lu, el fa:—«Che me le metta chì, l'oli in del cappell.»—«E l'asee? dove l'è, che te l'hoo da mett?»—E lu, el volta el cappell, el lassa borlà giò tutt l'oli, e el dis:—«Che me le metta chì dessora del cappell.»—Ciao, el paga; e pœu el va a casa del so papa, ch'el ghe dis:—«Dove l'è che t'he miss l'oli e l'asee, o birbon d'on birbon?»—E lu, el ghe fa vedè el cappell, e el ghe dis:—«De chi, gh'è l'aseè!»—El volta el cappell:—«E de chi, gh'è l'oli!»—El so papà, el gh'ha dàa ona filza de bott; e le manda fœura de casa. E lu, el se mett a piang e a dì:—«Dove l'è, che hoo de andà mi adess?»—Quand ghe ven in ment, ch'el gh'aveva ona zia, sciora comè, in d'on paes visin. E lu, el va. Quand l'è su la strada, l'incontra on baston, ch'el ghe dis:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no, mi no: cossa l'è, che hoo de fann de ti?»—El baston, el dis:—«Te vedaret, che saront[xxv]bon a quicoss.»—E ciao, el ghe va adrèe. De lì on poo de pass, l'incontra ona rœuda, che la ghe dis al fiœu:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no; coss'hoo de fann de ti?»—E lee, la dis:—«Te vedarett, che te juttaroo.»—Dopo l'incontra on guggin[xxvi]; el fa l'istess, el gheva adrèe. Dopo l'incontra on leon; el ghe va adrèe anca lu. Dopo l'incontra on sciott de merda[xxvii]; el ghe va adrèe anca lu. E vann, vann in de sta zia sciora. E lee, la gh'era minga in casa. Allora, el baston, el dis:—«Mi me scondi de dree a l'anta[xxviii].»—La rœuda, la dis:—«E mi de dree ai sidej.»—El sciott, el dis:—«E mi sul bernàzz[xxix].»—El guggin, el dis:—«E mi me ponti denter in del sugaman.»—El leon, el dis:—«E mi voo in lett.»—El fiœu, l'è andàa sul soree[xxx]. Ven a casa la zia. Appenna denter de l'uss, el baston, el ghe dà tanti bastonad[xxxi]. La fa on pass innanz; e la rœuda, la ghe corr su i pee. La va là, per tirà su on poo de fœugh col bernàzz, e la se sporca i man. La fa per sugass in del sugaman, e la se spong. Stuffa de tutt sti malann, la fa per andà in lett, el leon le mangia. Allora, el fiœu, el ven giò del soree; l'ha ciappaa tutt i danèe de la soa zia, e l'ha faa el scior.[i]Cf. con la Novella CCXXV del Sacchetti:—“Agnolo Moronti fa una beffa al Golfo; dormendo con lui, soffia con un mantaco sotto il copertojo; e, facendoli credere, che sia vento, lo fa quasi disperare.”—[ii]Com'è possibile parlare diventi freddi, senza ricordarsi il faceto errore d'un famigliare del duca Litta? che, leggendogli un libro od un giornale, interpretò le parole:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di S. E.”—cioè di Sud—Est, come soglion barbaramente dire, in questo modo:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di Sua Eccellenza!”—[iii]Abbiamo una Novella poco diversa appresso il Bandello: Parte IV. Novella III.—«Un cortigiano va a confessarsi; e dice, che ha avuto volontà di ancidere un uomo, benchè effetto nessuno non sia seguito. Il buon frate, che era ignorante, nol vuole assolvere, dicendo, chevoluntas pro facto reputatur, e che bisogna avere l'autorità del vescovo di Ferrara: su questo una beffa, che al frate è fatta.»—Cf. anche con la novella CXCVI del Sacchetti.—«Messer Rubaconte, potestà di Firenze, dà quattro belli e nuovi judicii in favore di Begnai.»—[iv]Se la memoria non m'inganna, il Casalicchio ha trattato questo argomento, stemperandolo con la solita sua dicitura prolissa. Ma non ne son certo; e nessuno, credo, vorrà farmi un delitto del non avere riscartabellate quelle indigeste centurie, per assicurarmi della cosa.[v]Calà, mancare.[vi]Cf.Pitrè. (Op. cit.) XCVII.L'Abbati senza pinzeri.—Corrisponde alla IV novella (in ottava rima) dellaSettimana Villerecciadel baroneMichele Zezza, sul tema:Può sapere un villan più d'un signore?Questa graziosa opericciattola del Zezza, stampata dapprima in un volumetto in ottavo, venne poi ristampata nelleOpere|Poetiche|di|Michele Zezza|Volume II.||Napoli, 1818|Nella tipografia della società Filomatica.Le domande fatte all'abate dal principe sono:Quanto i cieli da noi lontani stanno?Quanta d'acqua nel mar copia vi sia?Ciò che nell'Indie que' selvaggi fanno?E quanto vale la persona mia?Simile è,—«l'Istoria del beato Griffarrosto,»—che forma il canto VIII ed ultimo dell'OrlandinodiLimerno Pitocco(Teofilo Folengo). Ecco le domande, che Rainero fa al prelato di Sutri:Cerco saper da voi, quanto è vicinoIl ciel da terra in ogni regione.Oltre di questo, dite giustamenteQuant'è dall'oriente all'occidente.Due cose giunte a queste, intender ancoDesidero, Monsignor Griffarrosto:Dite, piacendo a voi, nè più nè manco,Quante son gocce d'acqua che ha l'angostoAdriaco mar insino al lido franco,Pigliando il Greco col Tirreno accosto.Ultimamente, buon servo di dio,Vorrei saper qual'è il pensier mio.Franco Sacchetti.Novella IV.—«Messer Barnabò, signore di Milano, comanda a un abate, che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnajo, vestitosi dei panni dello abate, per lui le chiarisce in forma, che rimane abate e l'abate rimane mugnajo.»—[vii]Vedi la stessa dimanda nelle esempio milaneseLa stella Dianaa pag. 42 del presente volume.[viii]IlLiebrechtannota:—«K. M. n.º 19.Der Fischer und seine seine Frau.—G. G. G. M.DCCC.LXVIII. S. 110 zuRadloff, S. 313.»—[ix]Rud.Vedi l'ultima postilla a pag. 191 del presente volume.[x]È difficile il persuadersi, che Carlo Porta non fosse ispirato anche da questa novellina, quando compose il celebre sonetto sugli Ebrei scontenti della manna:Coss'evela la manna, ch'el signorEl fava piœuv dal ciel per i sœu Ebrej?L'era on certo compost d'ogni savorFàa a boccon press a pocch come i tortej.Sti savor se postaven de per lorIn di bocch a mesura di so idej;Voreven figattei?... rost?... cavolfior?,..Mangiaven cavolfior, rost, figattej.Pur gh'han avùu anmò faccia, sti canaj,De digh a nost signor, che n'even sacc;E lu, al de là de bon, màndegh di quaj!Se sera mi el signor, stampononazza!Che voreva fa piœuv in sul mostaccOna manna de stronz longh quatter brazza.[xi]IlLiebrechtannota:—«Gehört zu einer weitverbreiteten mythischen Vorstellung. S. meine Bemerkung in Ebert's Jahrb. 3. 157.Heidelb. Jahrb.M.DCCC.XXIX. S. 506.»—Questa novellina mi è stata narrata da una bustocca, cioè da una di Busto Arsizio. Non so veramente da qual vita di santa sia dedotta la storia di questo miracolo, analogo a quelli di san Cucunno, derisi tanto lucianescamente dal Voltaire. Di simili tradizioni ce n'è parecchie in tutta Italia. Giuseppe Giusti, parlando della montagna pistojese in una delle sue lettere ripicchiate e pretenziosette, dopo aver accennato a tradizioni della storia antica, soggiunge:—«Vi sono quelle della moderna e alcune tradizioni d'epoca assai più recente, che sanno di scemo e di fantastico a un tempo stesso. Tra le altre, te ne riporterò due. Prima che fosse fatta la grande strada da Pistoja all'Abetone, narrano, che in un luogo dettoil mal passo, cadde giù per una rave un mulo con una soma d'olio e che il conduttore, persuaso che si fosse fiaccato il collo, non volle nemmeno guardargli dietro e se ne tornò a casa tutto sconsolato. Nel tempo, che raccontava alla moglie la sua disgrazia, e che questa si scapigliava e lo rimproverava d'esser venuto via senz'altro, eccoti che sentono i sonagli all'uscio, aprono, e sai? era il mulo sano e salvo con l'olio e tutto. Questo caso l'attribuiscono a miracolo e lo narrano come un gran che, e ne hanno appeso il voto alla Madonna. Che disgrazia è la nostra di avere questo eretico di criterio! che il mulo lasciato in quello sprofondo in balìa di sè, era alla meglio risalito nella strada e tornato alla stalla, come fanno tutte le bestie domestiche! Ma quest'altra è più strana. Un tal giovane Iacuzzi da Pistoja (citano nome, paesi e millesimo) vide nel campo di Juro (dove ristorò l'Oranges) una bellissima serpe; e tanto fece, che l'ebbe presa, le cavò i denti e la teneva per casa, cibandola di semola e fancendone il suo divertimento. Non si sa come, se per isbadataggine, o perchè credesse che le serpi non bevessero, non le dava mai da bere, e così la teneva, quando cominciò a sentirsi male, a dimagrare, e le medicine non bastavano. Così andò per un anno fino a che, consultato il parere d'alcuni medici (e qui ficcano il Camici e il Vaccà) vennero a sapere la cosa della serpe e lo consigliarono a riportarla, dove l'aveva presa. Il giovane lo fece, ma non l'ebbe messa in terra, che si fece un gran temporale, e cominciarono a piovere saette e grandini, che pareva scatenato l'inferno. Domandammo:Dicerto la serpe era o un diavolo o qualche anima dannata di quei soldatacci dell'Oranges?Risposero:Eh, chi ne sa nulla?—Ma dite; la mattina era nuvolo?Risposero, accorgendosi del veleno della domanda:Eh! può anch'essere?Vidi, che le raccontano con fede; ma, se poi gli altri non le credono, non ci si piccano: viva i cristiani della montagna!»—Ecco un'altra novellina lombarda del genere meraviglioso:EL STRIONOna volta, gh'era fœura on omm in campagna a laorà; e el gh'ha ditt a on so amis, se l'andava adree insemma a lu a spass. E el gh'ha ditt de sì e el gh'ha insegnàa el sit, dov'eren de trovass lor duu. E quand ch'eren lì a la sera, gh'era lì duu bee negher. È l'han fàa andàa su a cuu indrèe. E el gh'ha fàa francà i man denter in del pel e el gh'ha ditt:—«Un'ora a andà e un'ora a tornà»—a sti duu monton; e hin andàa che pareven el diavol. Quand hin staa là, in de quel sit, ch'eren de fermass, hin vegnìi giò; e el strion, l'è andà in dove l'era de andà e l'ha lassàa lì quell'alter inscì de per lu. E quell'alter, el sentiva di robb là sulla scês e i ha cattàa, e eren tanti come burlitt e i ha mess in saccocc. E pœu è vegnuu quell'alter omm, hin andàa ancamò sul so monton e hin andàa a cà. A la mattinna, la soa mièe, minga del strion ma de quell'alter, l'ha trovàa tanti coraj in del fà el lett denter in di fœuj. E la gh'ha dimandàa al so marìi, dove l'era andàa a tœu sti coraj. E lu, el gh'ha cuntàa, che l'era andàa insemma a quell'alter e che l'ha trovàa là sti robb e i ha cattàa. Al dì adrèe, l'è andàa in campagna st'omm e el gh'ha ditt:—«In che sit l'è, che ti m'ha menàa, che hoo cattàa tanti coraj?»—E el gh'ha ditt:—«Menem ancora in sta sera.»—E luu, l'ha volsuu menà pu, sto strion, perchè l'ha fàa savè che l'era on strion.[xii]Pisonant, luogajuolo, pigional campagnuolo. IlPisonantlavora il terreno a vanga ed a braccia, non ad aratro e buoi; non paga pigione di casa e paga fitto in derrate d'un luogo, che dipassa rare volte una settantina di pertiche. Il semplicepigionaletoscano è ilgiornadèelombardo.[xiii]Semenànon c'è nel Cherubini.[xiv]NellaVita di Sant'Antonio Abate, estratta da Sant'Atanasio, da San Girolamo, da Palladio ed altri(nelleVite di diciassette confessori di Cristo del P. Giovan Pietro Maffei della Compagnia di Gesù) si narra, come Antonio nella Tebaida coltivasse un pezzetto di terra per sostentar sè e rifocillare i visitatori:—«E perchè diversi animali salvatichi, invitati dall'acqua, venivano a bere, e insieme facevano danno al seminato; egli, presone uno, disse molto graziosamente a lui e agli altri:Perchè fate voi danno a me, non offendendo io voi? andatene, e da parte del signore non vi accostate più qua.Cosa mirabile! Quasi impauriti da tal precetto, non osarono mai più di tornarvi.»—[xv]Biella, tegame.[xvi]Vedi, per borse denaripare, la novellaIl figliuolo del Pecorajoa pag. 349 del presente volume e particolarmente la nota [3] a pag. 358.[xvii]Cicin, oCiccin, ragazzo amabile,Cecino.Borlin, tondo, grassoccio. (In tal senso manca nel Cherubini).[xviii]«Chiscioeu, è una schiacciata, che fanno da noi con farina gialla, burro, zucchero, acqua e qualche volta anche dell'uva.»—Così la raccoglitrice. Nel Cherubini non c'èChiscioeu, ma bensìChiscioeura, voce contadinesca eChizzoeu, voce de' paesi del Milanese, finitimi al Bergamasco, perBrusadaoBrusava—«Stiacciata. Schiacciata. Pane soccenericcio.Pane, fatto di pasta di grano turco, abbrustolata in pochi minuti e le più volte malcotta. Nella pasta intridono spesso finocchio, cipolle, uva o simili. LaBrusadadi grano è detta con particolar nomeFugasciaoFugascionnain campagna; e in cittàCarsenza.—Brusada con dent i figh(voce e usanza brianzuola:pan ficato).»—[xix]Chisciotin, vezzeggiativo diChiscioeu, manca nel Cherubini.[xx]Quell di duu, il secondo.[xxi]Bujenta, femminile diBujent,Bollente.[xxii]Oli, che (secondo il Cherubini) alcuni del volgo infimissimo dicono più idiomaticamenteOeuli, ed i contadiniOeuri:Olio.[xxiii]Oliatt, manca nel Cherubini: gli è però evidente ch'è sinonimo diOlièe;Oliandolo,oliaro; ma vocabolo contadinesco.[xxiv]Amolitt, non c'è nel Cherubini. Debbono esser però lo stesso diAmolin,Ampolle,Ampolline.—«Si prendono comunemente per que' due vasetti da tavola, in cui tiensi l'olio e l'aceto da condire l'insalata e simili, e che i francesi distinguono inVinaigrieredHuilier.»—«Portamolin.Ampolliera,Panieroncino da ampolle,Portaolio. Arnese di latta, di metallo o simili, in cui si portano in tavola tutte due insieme le ampolline dell'olio e dell'aceto. S'impugna per la chiave.»—Narra il Balestrieri, che:Ghe fu on garzon d'on ost,Che in del portà del bev a on forestèe,Per pressa el scappuscè.El forestèe criè—«Te spanteghet el vin tutt per la camera.»—El garzon respondèe:—«Tutt è nagott, purchè se salva l'amera.»—[xxv]Saront, lo stesso chesaroo,sarò.[xxvi]—«Guggin,spilletto.»—[xxvii]—«Sciott,stronzo,stronzolo»—monosillabo, l'i vi è mero segno ortografico.[xxviii]—«Anta.Imposta. Intelajatura, per lo più di legname, che bilicata o ingangherata serve a chiudere usci o finestre.»—[xxix]—«BernàzzoBarnàsc.Paletta,Pala da fuoco. Ferro noto, che s'adopera nel focolare. Dal lat.Prunatium, dice ilVaron Milanes; ma forse meglio dallo svizzeroBernaseoBernaase.»—[xxx]SoreeoSolee;solajo,granajo.—«Spazzacà, detto anche in vari paesi del MilaneseSorèeeCapascèe;Soffitta.Stanza a tetto.Solajo. Quel vano, che l'arcatura dei tetti d'una casa lascia fra essi e l'impalcatura delle stanze immediatamente inferiori al tetto, e dove si sogliono riporre legne, vecchiumi, eccetera.»—[xxxi]Bastonad, plurale diBastonada, che, secondo i casi, diremobastonata,bacchiata,randellata,batacchiata,vincastrata,giannettata,mazzata, ecc. ecc.FINE.

I TRE AMICI.[1]

Tre amici arrivarono una sera ad una piccola osteria di campagna e fecero una cena frugale. Poscia, prima di andare a letto, dissero all'oste, che la dimane, prima di ripartire, volevano far colezione. L'oste gli rispose, rincrescergli molto di doverli prevenire, che la cosa era impossibile; perchè, oltre quello che aveva loro dato, non gli avanzava in casa se non un quarto di tacchina, un piccolo panetto ed il vino, che vedevano, nella bottiglia, poco più di un bicchiere. Gli amici si trovarono male. Ma, decisi di consumare quel poco, che vi era, e se non tutti uno almeno mangiare, fissarono, che colui fra di essi, che nella nottata avesse fatto il sogno più bello o più brutto, avrebbe fatta colezione la dimane e gli altri sarebbero rimasti senza. Così venne combinata la scommessa in presenza dell'oste, che nominarono giudice de' sogni, che avrebber fatto. E se ne andarono a riposare. Uno di essi, svegliatosi la mattina all'alba e sentendo appetito, andò in cucina; e, preso dall'armadio il pane, la tacchina ed il vino, mangiò e bevve tutto. Alzatisi gli altri, il trovarono con l'oste, che fecero sedere in un vecchiocaregone, perchè decidesse della qualità e del merito de' sogni di ciascuno. Il primo narrò, di aver sognato di ascendere in paradiso e di godervi tutti i piaceri della beatitudine, i quali eran tali e tanti, da non potersi da umano labbro raccontare; e concluse non potersi fare un più bel sogno.L'altro disse, d'aver sognato di precipitare nello inferno, sottostandovi a tali e tanti patimenti, e soffrendo tale e tanto spavento, da rimaner tuttora sbigottito. L'oste osservò al primo:—«È innegabile, il vostro sogno esser bellissimo.»—E volgendosi al secondo gli diceva:—«È del pari innegabile, il vostro sogno esser orrendo. Ora sentiamo il terzo.»—Ed il terzo, calmo e ridente, raccontò, che aveva sognato, essere i suoi due poveri compagni morti, assunto l'uno in Paradiso, e precipitato l'altro all'Inferno. Che, pe' dogmi della nostra santa religione, da que' luoghi, o bene o male che vi si stia, non si ritorna in questo mondo; e difatti di quanti son partiti per andarvi, nessuno è mai tornato. Persuaso quindi, nessuno de' due aver più bisogno di colezione, si era alzato; e, credendo di dover partir solo, avea mangiato quanto vi era e beuto il poco vino avanzato. L'oste rise di cuore dello ingegnoso trovato; e decise, che, per quanto bello il sogno del primo degli ospiti ed orrendo quello del secondo, il più logico era però il terzo: e che non v'era da ridire sul fatto. E condannò i due digiuni a pagar tutta la spesa nella sua locanda. I perdenti trovaron giusta la sentenza e l'accettarono; e, saldato il conto, si licenziarono, proseguendo il viaggio con l'intenzione di fermarsi alla prima taverna per istrada e mangiarvi a sazietà, come fecero.

NOTE

[1]Tolgo questa novella da un zibaldone manoscritto di aneddoti e facezie popolari, raccolti in Castrocaro dal Dottor Ludovico Paganelli, che lo ha gentilmente messo a mia disposizione. Il presente racconto è uno de' pochi compresi nel zibaldone, che non sia indecentissimo. VediGiraldi.Ecatonmiti. Dec. I. Nov. III.—«Si ritrovano tre uomini insieme, senza aver altro, che mangiare, se non una picciola schiacciata. Sono a contesa di chi debba essere.Conchiudono, che ella si sia di chi più nobil sogno farà de' tre. L'uno, che era soldato, lascia gli altri due colla loro sapienza scherniti.»—Casalicchio, VI. I. VI.Chi cerca d'ingannare il più delle volte resta ingannato.—Pitrè. (Op. cit.) CLXXIII.Lu Monacu e lu Fratellu.—Riunisco, in quest'ultima nota del volume, un gruzzoletto di novellette e facezie milanesi di vario genere.I. EL BOFFETT[i]Ona volta, gh'era ona festa in d'on paes; e gh'era un, che l'ha ditt, ch'el voreva andà anca lu a vedè sti fest. E gh'era tanta gent. El ven sira; e, per andà a cà, l'era tropp tard. E lu, el dis:—«Me fermaroo chì a dormì.»—El va in d'ona osteria; gh'è minga sit. El va in d'on'altra osteria; e là ghe disen, che gh'era on fraa, che l'era in d'on lett grand, e, se lu l'era content a dormigh insemma, che sarèssen andà a ciamagh, se l'era content anca lu. Lu, el se contenta. Van del fraa; ghe dimanden, se lu, l'era content de dormì insemma a on alter forestee, che gh'era capitaa. Sicchè lu, el gh'ha ditt:—«Sì, mi sont content; ma bisogna digh, che mi gh'hoo ona imperfezion, che foo di vent cald.»—L'alter, el dis:—«Ben, fa nient; perchè gh'hoo anca mi ona imperfezion: foo di vent fredd[ii].»—E lu, prima de andà a dormì, el tœu su on boffett e se le porta in lett. El va in lett, el se volta vun d'ona part e vun d'on'altra. Ven, che el fraa el comincia a fa sti vent cald. Quell'alter cascia el boffett in mezz i gamb e pfu! pfu! pfu! Quell'alter, el dis:—«Che frecc!»—«Ma, cara lu, ch'el scusa! lu iè patiss cald e mi i patiss frecc!»—E allora quell là, el fraa, tutt rabbiàa, voltess dell'altra part, mettess in sulla sponda. E quell'alter, tutt content:—«Almen, adess, se ghe vegnerà di vent cald, anderan giò della sponda del lett e minga adoss a mi.»—II. EL CURAT, CHE L'ERA IGNORANT COMÈ.Ona volta, gh'era on curat e l'era ignorant comè, ch'el saveva nanca quanti dì gh'aveva ona settimana. El metteva ona fassinna tutt'i dì in d'on monton; e, quand ghe n'aveva ses, el dì adrèe el diseva messa, perchè el diseva che l'era festa. Ona volta, la serva, la s'è ricordàa pu de portà ona fassinna; e lu, l'ha cuntaa, eren appenna cinq, e el dì adree l'ha vorsuu dì no messa, e l'era festa. El secrista, la mattinna, l'è andaa su in stanza a digh de levà su, che l'era già sonàa el terz de messa; e lu, el diseva, che l'era minga festa; e l'ha minga vorsuu levà su e el gh'ha faa perd messa a tutti i paisan. Allora, sti paisan, tanto rabbiaa, han dà su on ricors a l'arcivescov; e l'arcivescov, el gh'ha mandàa a dì, ch'el saria vegnuu lu a vedè, se l'era vera quel, che diseven. Allora, el curat, a sentì sti robb, el s'è stremìi, l'è cors a casa in la Perpetua a contagh; e allora, la Perpetua, la gh'ha ditt de stremiss no, che l'era nient; e—«Ch'el me lassa fa de mi!»—L'ha faa buj on gran caldaron d'acqua; e l'ha missa denter in di aquasanteri in gesa e l'ha gh'ha ditt:—«Adess el vedarà, come saran consciaa polit i paisan!»—A la mattinna istessa, l'è arrivàa l'arcivescov; el curàa, l'ha menàa in gesa e el gh'ha ditt:—«Adess el vedarà quanti vers fan i paisan.»—I paisan saveven nient, metten dent la man in l'acquasanta per segnass e s'hin miss adrèe a saltà in aria per el dolor, ch'han sentìi. E allora, el curat, el gh'ha ditt:—«El ved, scior arcivescov, se sont mi o lor ch'hin matt?»—Allora, l'arcivescov, el gh'ha daa on gran rimprover ai paisan, e el curat l'è tornàa a stà lì anmò in l'istess paes.Passàa on carr d'oli d'oliva,La panzanega l'è bella e finida.III. EL PAISAN E EL PRET.[iii]Ona volta, gh'era on paisan. El passava via de la casa d'on fattor, e l'ha vist là tanti bej pollit, e gh'è vegnuu la gola ede robbann vun. E l'ha faa per robball e gh'è restàa in man la cova. A pasqua, quand l'è andaa a confessass, el gh'ha cuntaa che l'ha faa per robbà la pola. E el pret, el gh'ha ditt, che valor podeva avegh. E lu, el gh'ha ditt, che la poreva varè on vott lira. Allora, el pret, el gh'ha ditt, de portaghi là, per far dì tant ben per i mort. Allora, sto paisan, el ghe dis:—«Ma mi, l'ho minga robbada, mi!»—E el pret, el ghe dis:—«El peccàa l'hi faa istess.»—El paisan, per ciappà l'assoluzion, el gh'ha promess, che el gh'avaria portaa i danee. E de nott, el seguitava a pensà, e gh'è vegnuu in ment de ciappàa on poo de carta e bagnalla e mettegh dent on poo de moneda. Alla mattina, inscì ben l'ha faa: l'è andàa in del pret, cont sti danee in la carta bagnada e l'ha miss dent el palpirœu in del cappell. E el gh'ha ditt:—«Sur Curat, sont chì. Che ie tira fœura del cappell, i danee.»—El curat, el gh'ha ditt:—«Demmi vu.»—E el paisan:—«No, no: l'è mej, che ietira su lu.»—Allora, el curat, l'ha faa per tirà su el palpirœu; e la carta l'era bagnada e la s'è rotta; e donca, gh'è restaa dent i danee in del cappell e el paisan ghe l'ha dada come el vent. E el curat, el vosava:—«Vuj! m'è restaa in man domà la carta!»—E el paisan, el gh'ha rispost:—«Anca mi, m'è restaa in man domà la cova.»—L'è finida.IV. LA SCIORA E LA SERVA.[iv]Ona volta, gh'era ona sciora, che la gh'aveva in cà ona serva; e l'era tant avara! La voreva minga dagh de mangià. E, ona volta, la s'è amalada sta serva, e la s'è ciappaa puntigli e l'è andada semper a mangià a ca soa. E la padronna la ghe dimandava:—«Cossa te gh'het, dì, che te manget pu?»—La serva, la gh'ha ditt:—«Sont amalada; sont stada vott dì senza mangià; e adess gh'hoo famm pu.»—La padronna, l'ha ditt:—«Provaroo anca mi a sta vott dì senza mangià, per vedè,se me ven famm pu anca a mi.»—Quell di trii o quatter dì l'è andada innanz; e pœu, quell di cinq dì, l'è stada pu bonna de levass su de la gran famma; e l'era pu bonna nanca de parlà. La seguitava a fa segn con duu dit, che ghe calava[v]apenna duu dì a finì. E la serva, l'ha veduu che la parlava pu, l'è andada a ciamà el pret. El pret, el ved che la fa semper segn con sti duu dit, el gh'ha dimandaa a la serva, cossa la voreva dì con sto segn. E lee, la diseva, sta serva, che, intant che l'era in vitta, la diseva semper, che la soa sostanza l'era de spartì in duu, al curat e a la serva. E gh'andava là tutt i so parent; e ghe diseven, cosse la voreva dì? perchè la fava sti segn? E ie diseven a tutti, che la lassava la soa sostanza a duu. El pret, l'ha faa giò el so testament lu; e, quand l'è morta, han ciappàa lor duu tutt coss.V. EL COEUGH.[vi]Ona volta gh'era on scior, ch'el gh'aveva in nomm:—«Abbaa, che mangia e bev senza pensà.»—E gh'è andàa là el Re; l'ha veduu fœura sto cartell; el ghe dis:s'el gh'avevaminga de pensà, el ghe dava lu de pensà. El gh'ha ditt de fà in vott dì i tre robb, ch'el diseva lu. Vunna, de savè digh quanti stell gh'era in ciel[vii], quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel e cossa el pensava lu. El cœugh, el vedeva, ch'el so padron el cantava pu; l'era semper con la testa poggiada al tavol; e el gh'ha domandàa cossa l'è, ch'el gh'aveva. E lu, el gh'ha cuntàa su. El cœugh, el gh'ha ditt, s'el ghe dava la metà de la soa sostanza, el ghe despediva lu sta robba. El gh'ha ditt de dagh la pell d'on asen mort, on carrett de corda e el so ponc e el so tabarr. E l'è andàa lu del Re, sto cœugh. E el Re, el gh'ha ditt:—«Sicchè, quanti stell gh'è in ciel?»—E el gh'ha ditt:—«Ch'el cunta sti pel de st'asesin chì, ch'el savarà quanti stell gh'è in ciel.»—E el Re, el gh'ha ditt de cuntaj lu; e el gh'ha responduu, che la soa part l'era già cuntada, che adess el toccava al Re a cuntaj. E el gh'ha ditt: quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel. E lu, el gh'ha ditt:—«Tì, ciappa la corda de andà su finna in ciel»—e pœu de vegnì giò e cuntà quanti brazza eren. E pœu, el gh'ha ditt:—«Coss'è che pensi mi?»—«Lu, el pensa che mi sia on abbàa e invece sont el cœugh e gh'hoo chi la cazzirœula de fagh provà el brœud.»—VI. I DUU MAI—CONTET.[viii]Gh'era ona donna, che ciamaven Chiara. L'era povera; l'andava a cercà la caritàa e a tœu su el rud[ix]per i strad. Ondì l'ha trovàa ona gianda de zucca e l'ha piantada. Poch temp dopo, de quella gianda è cressùu ona pianta, che la rivava finn a al ciel. So marì, el ghe dis:—«Te dovariet rampegà su quella pianta; e andà del signor, a domandagh, de dann almen pan assèe.»—E lee, l'andava su e—«Tacch, tacch!»—«Chi l'è?»—«L'è la povera Chiara, che gh'ha bisogn ona grazia.»—Allora, el signor ghe rispondeva:—«Che grazia te vœut?»—«La grazia de avegh almen pan assèe.»—«Va, che el pan assèe te ghe l'avaret.»—Dopo, el marì, el ghe diseva de tornà anmò in ciel, a cercà la grazia, d'avegh la minestra tutt i dì e la carna a la festa. E el signor:—«Te gh'avaret la minestra tutt i dì e la carna a la festa.»—Ma el marì, mai content, el ghe diseva de tornà sù, per domandà la carna tutt i dì e la tavola a la festa. El signor, semper bon, i ha vorrùu contentà anca in quest. El marì, el torna ancamò a dì de cercà la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass. El signor:—«Te gh'avaret la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass.»—Dopo, la gh'ha dimandàa al signor el titol de contessa per lee e de cont per so marì. Ma el signor, l'ha perdùu la pazienza; el gh'ha rispost:—«Va, che ti te saret ona stronzessa e to marì on stronz.»—La pianta, la s'è spezzada e l'è borlada in del rud insemma ai dùu mai—content.[x]VII. L'ESEMPI DI OCCH.[xi]Ona volta, gh'era on Re; e sto Re, el gh'aveva ona tosa; e lu, l'ha semper tegnuda in collegg, finchè l'è stada granda. Quand l'è stada granda, l'ha tirada a cà; e el gh'ha dimandàa,se la voreva maridass o cosse l'è che la voreva fà. E lee, la gh'ha ditt, che la soa vocazion l'era d'andà monega. E lu, el gh'aveva domà che sta tosa, el ghe rincresséva. E lu, puttost che mandalla lontan, l'ha fabricàa on convent in de l'istessa citàa. E lee, allora, la restava la superiora. El Re, l'aveva fàa on lascet de tanti ben, de tanti feudi, per quej, che voreven andà monegh e che podeven minga; el ghe aveva lassàa de viv con sti fondi. I pisonant[xii]aveven semenàa[xiii]; e gh'è vegnùu giò dodes occh salvategh e gh'han mangiàa su tutt el gran. Sti pisonant hin andàa a dighel a la superiora, che lor han semenaa e che sti occh han mangiàa su el gran e che lor podeven fà pu raccolta. E la superiora, la gh'ha ditt:—«Ben, andèe a cà e disìj che vegnen chì, in del cortin rustegh, che i ciama la mader badessa.»—E lor, i pisonant, prima de mandà là i occh, n'han ciappàa vunna; e l'han fàda cœus e l'han mangiada: e lor credeven de falla franca, che la mader badessa l'avess minga savuu. I occh hin andàa propi de bon, perchè lee, la superiora,l'era ona santa. Hin andàa, e lee l'ha fàa la correzion a sti occh e la gh'ha ditt:—«Cossa gh'entrèe vialter a mangià el gran de la mia campagna? l'è voster el gran?»—I occh staven lì a scoltà[xiv]. Dopo d'avegh dàa quella correzion, che la gh'aveva de dagh, la gh'ha dàa la benedizion e i occh hin andàa in alt, ma hin andàa via no, perchè ghe mancava la soa compagna. E lee, iè torna a benedì la segonda volta e lor ghe faven festa, vosaven, ma andevan via no, perchè voreven la soa compagna. E lee, lee i ha tornàa a benedì quella di tre volt e l'ha veduu che andaven minga, e lee l'ha mandàa a ciamà i pisonant, e la gh'ha dimandàa:—«Coss'avii fàa a sti occh? Disimm la veritàa, e guardèe ben de dì la bosia.»—E lor gh'han ditt:—«Nun, pœu, s'emm de dì la veritàa, quand emm vist, che vegniven chì, nun emm storgiùu el coll a vunna e l'emm mangiada.»—E lee, la ghe dis:—«Cossa gh'entrèe vialter de mangià i occh? hin voster?»—E lor gh'han ditt:—«No; hin minga noster.»—E lee, la gh'ha dimandàa:—«L'avii mangiada tutta?»—E lor gh'han ditt:—«Gh'emm là quattr'oss in la biella[xv].»—E lee, la gh'ha ditt:—«Porteemi chì, tal e qual hin; tocchej no.»—E lor gh'i han portàa, e i ha fàa press cont i man inscì in d'on pugnœu, e gh'è sortìi fœura l'oca viva, e gran festeggio! L'è andada insemma i so compagn; e tutt i so compagn han fàa gran festa a la mader badessa. E lee, i ha benedìi; e la gh'ha ditt de andà de quella part, ch'hin vegnùu.VIII. GIOVANNGh'era ona volta on fiœu, ch'el se ciamava Giovann: e on dì, l'è andàa a predica. El pret, che gh'era su a predicà, el diseva, che bisognava passà per ona strada stretta e spinosa per andàin paradis. Alora el Giovann, el corr a casa de la soa mamma; el ghe dis:—«Damm duu pan e des centesim, che vuj andà in paradis.»—E la soa mamma ghi ha dàa. E lu, el va, el va, el se trœuva su ona bella strada; e l'ha seguitàa a girà, ma l'ha mai trovàa quella stretta e spinosa. El va ancamò; e el trœuva finalment sta strada. Alora lu, tutt content; el tira su i calzon finna a metàa gamba, el va denter in sta strada. Ma, tutt i moment, el borlava in terra e el se insanguinava tutt. Ma l'ha fàa tant, che el gh'è reussìi andà finna in fin. Quand l'è in fin, el ved ona casa; e lu l'ha credùu, ch'el fuss el paradis, e el se mett a vosà:—«Ah Signor, sont chì anca mi in paradis con vu e cont la Madonna!»—Alora ven fœura on fràa (perchè quella casa l'era on convent de fràa) e el ghe dis:—«Ah el me poer fiœu, come te set insanguinaa!»—E l'ha ciappàa in brasc; e lu insemma a i alter fràa, l'han miss in lett. Ma de lì on poo de temp, hin minga bastàa i cur di fràa e l'è andàa propi in paradis.IX. SANT'AMBRŒUS E I TRE TOSANNGh'era ona volta tre tosann pover pover, che saveven minga come fà a viv; e gh'aveven minga de mamma e minga de papà. E sti poer tosann, ghe toccava andà a messa vunna a vunna, perchè gh'aveven un vestii sol intra tre. On dì, passa via Sant'Ambrœus della casa de sti tosann e el ved sul tecc i angiol a ballà. E lu, el val denter; e el ghe dis a i tre tosann:—«Chì l'è, che sta chì in sta porta? Sii domà vialter?»—E lor ghe disen:—«Sì, semm domà nun; ma semm pover pover e gh'hemm minga de mangià.»—Allora lu, el dis:—«Ben, mi soo, ch'el signor el m'ha fàa capì, che vialter sii bonn.»—El gh'ha miss sul tavol ona borsa de danee; e el gh'ha ditt a sti tosann:—«Ve doo sta borsa, che pussee en tiraree fœura de danee, pussee ghen sarà denter[xvi]. Ma se vialter sarii cativ e consumarii i danee, guardee, che el signor el ve castigarà.»—On mes dopo, el torna a passà via. El guarda sul tecc, e invece de vedè i angiol, el ved i ciapitt, che balleven. Allora lu, el corr in casa di tosann; el ved là tanti giovin e lor vestii de seda, e la casatutta in lusso e preparàa di disnaa de princip. Alora, lu, el va adasi adasi, el porta via la borsa e pœu el ghe dis a i tosann:—«Hin quest i promess, che m'avii fa de vess bonn? e l'è quest el ben, che ghe vorii al signor? Vialter no salvarii l'anima, se no andarii in d'on desert a fa penitenza e a morì là.»—I tosann, alora, s'hin pentii; e hin cors in d'on desert, in dove no faseven che piang e pregà. Quand hin mort, s'è vist tre colomb a volà in ciel. Eren l'anima di sti tre tosann.X. CICCIN BORLINGh'era ona volta on fiœu, che se ciamava Ciccin Borlin[xvii]. E la soa mamma, on dì, la ghe dis:—«Mena i bœu a mangià in quel praa là. Te faroo on bel chisciœu[xviii]; tel mangiaret intant, ch'el bœu, el mangia.»—Ciao, el fiœu el va cont el chisciœu e el bœu. Quand l'è là, el sent ona vos sott terra, che la dis:—«Ciccin Borlin, cascia dent el to didin, in del chisciotin[xix]e te vedaret tanti bej robb.»—Lu, l'ha casciàa denter; ma apenna l'è staa dent el dit, el s'è trovaa sott terra; el s'è trovaa cont ona stria veggia veggia, che l'ha miss in caponera, e l'ha lassaa dent on mes. Quell di duu mes[xx], la va là attacch a la caponera, e la dis:—«Gigin Borlin, cascia fœura el to didin, per vedè se te set deventaa grassin.»—E lu, invece de cascià fœura el dit, l'ha casciaa fœura on ciod. E la veggia, la fa:—«Sta denter, sta denter, che te see magher ancamò.»—De lì a on poo de temp, i tosann de la stria ghe disen a la soa mamma:—«Nun vœurem mangià el Ciccin Borlin;grass sì, grass no, nun el vœurem mangià.»—E la veggia, la fa:—«Com'hoo de fà a fall morì?»—«Ti, tirel fœura della caponera; e mett su on caldar d'acqua bujenta[xxi]; e digh, de fà sott et fœugh. Quand l'è drèe a fà sott el fœugh, vagh de drèe, ciappel per i gamb e buttel denter in del calder de l'acqua calda.»—Ciao, i tosann van via; e la mamma, la va a tirà fœura Ciccin Borlin de la caponera, e la ghe dis:—«Ven chì, a fà sott el fœugh.»—E lu, el dis:—«Mi sont minga bon; famm vedè come se fà.»—E lee, la ghe fà imparà; e lu, el va de drèe, le ciappa per i gamb e le butta in del caldar. Quand l'ha buttada denter, el scappa, el va su ona pianta, el sta là tant temp. Ven a casa i tosann, e se metten a vosà:—«Ven de bass a mangià el Ciccin Borlin, mamma, che l'è cott.»—E se metten a mangià la soa mamma, che l'era in del caldar. Dopo, tiren fœura la testa de la soa mamma; e se s'hin accort, che l'era la soa mamma e minga el Ciccin Borlin. Alora, hin andàa a cercà in la caponera e in giardin el Ciccin Borlin; e l'han trovaa sulla pianta; e ghe disen:—«O Ciccin Borlin, come t'hê faa a andà sulla pianta?»—E lu, el dis:—«Ho ciappaa ona bacchetta longa longa de ferr e guzza; e pœu l'hoo fada scaldà ben ben, pœu me sont settàa su e sont andaa su la pianta.»—Alora, i strij hin cors a tœu la bacchetta de ferr rossa e se s'hin settàa su tutt e do, e hin restàa lì mort. E alora, el Ciccin l'è vegnuu giò, e l'ha ciappaa tutt i danèe di strij e l'è andaa a casa a fa el scior co la soa mamma.XI. EL FIŒU, CHE l'È ANDAA SUL SOREE.Gh'era ona volta on fiœu, ch'el gh'aveva el papà e la mamma, che ghe daven i bott e el voreven mandà fœura de casa. Allora, sto fiœu, el se mett a piang. El so papà el ghe dis:—«Tàs; e va a tœu l'oli[xxii]e l'asee.»—El gh'ha daa i pestonitt per metti denter, e i danèe. El fiœu, el va; e, quand l'è a mezza strada, ghe borla giò i pestonitt e se rompen. Allora, lu, el dis:—«Ah poer a mi, come l'è ch'hoo de fà, a portà a casa l'aseee l'oli?»—Ciao, el va innanz. El va là in de l'oliatt[xxiii];, el ghe dis:—«Ch'el me daga l'oli e l'asee.»—«Dove l'è, che l'hoo de mett, car el me fiœu, che te gh'hê minga adree i amolitt?»[xxiv]—E lu, el fa:—«Che me le metta chì, l'oli in del cappell.»—«E l'asee? dove l'è, che te l'hoo da mett?»—E lu, el volta el cappell, el lassa borlà giò tutt l'oli, e el dis:—«Che me le metta chì dessora del cappell.»—Ciao, el paga; e pœu el va a casa del so papa, ch'el ghe dis:—«Dove l'è che t'he miss l'oli e l'asee, o birbon d'on birbon?»—E lu, el ghe fa vedè el cappell, e el ghe dis:—«De chi, gh'è l'aseè!»—El volta el cappell:—«E de chi, gh'è l'oli!»—El so papà, el gh'ha dàa ona filza de bott; e le manda fœura de casa. E lu, el se mett a piang e a dì:—«Dove l'è, che hoo de andà mi adess?»—Quand ghe ven in ment, ch'el gh'aveva ona zia, sciora comè, in d'on paes visin. E lu, el va. Quand l'è su la strada, l'incontra on baston, ch'el ghe dis:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no, mi no: cossa l'è, che hoo de fann de ti?»—El baston, el dis:—«Te vedaret, che saront[xxv]bon a quicoss.»—E ciao, el ghe va adrèe. De lì on poo de pass, l'incontra ona rœuda, che la ghe dis al fiœu:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no; coss'hoo de fann de ti?»—E lee, la dis:—«Te vedarett, che te juttaroo.»—Dopo l'incontra on guggin[xxvi]; el fa l'istess, el gheva adrèe. Dopo l'incontra on leon; el ghe va adrèe anca lu. Dopo l'incontra on sciott de merda[xxvii]; el ghe va adrèe anca lu. E vann, vann in de sta zia sciora. E lee, la gh'era minga in casa. Allora, el baston, el dis:—«Mi me scondi de dree a l'anta[xxviii].»—La rœuda, la dis:—«E mi de dree ai sidej.»—El sciott, el dis:—«E mi sul bernàzz[xxix].»—El guggin, el dis:—«E mi me ponti denter in del sugaman.»—El leon, el dis:—«E mi voo in lett.»—El fiœu, l'è andàa sul soree[xxx]. Ven a casa la zia. Appenna denter de l'uss, el baston, el ghe dà tanti bastonad[xxxi]. La fa on pass innanz; e la rœuda, la ghe corr su i pee. La va là, per tirà su on poo de fœugh col bernàzz, e la se sporca i man. La fa per sugass in del sugaman, e la se spong. Stuffa de tutt sti malann, la fa per andà in lett, el leon le mangia. Allora, el fiœu, el ven giò del soree; l'ha ciappaa tutt i danèe de la soa zia, e l'ha faa el scior.

[1]Tolgo questa novella da un zibaldone manoscritto di aneddoti e facezie popolari, raccolti in Castrocaro dal Dottor Ludovico Paganelli, che lo ha gentilmente messo a mia disposizione. Il presente racconto è uno de' pochi compresi nel zibaldone, che non sia indecentissimo. VediGiraldi.Ecatonmiti. Dec. I. Nov. III.—«Si ritrovano tre uomini insieme, senza aver altro, che mangiare, se non una picciola schiacciata. Sono a contesa di chi debba essere.Conchiudono, che ella si sia di chi più nobil sogno farà de' tre. L'uno, che era soldato, lascia gli altri due colla loro sapienza scherniti.»—Casalicchio, VI. I. VI.Chi cerca d'ingannare il più delle volte resta ingannato.—Pitrè. (Op. cit.) CLXXIII.Lu Monacu e lu Fratellu.—Riunisco, in quest'ultima nota del volume, un gruzzoletto di novellette e facezie milanesi di vario genere.

I. EL BOFFETT[i]

Ona volta, gh'era ona festa in d'on paes; e gh'era un, che l'ha ditt, ch'el voreva andà anca lu a vedè sti fest. E gh'era tanta gent. El ven sira; e, per andà a cà, l'era tropp tard. E lu, el dis:—«Me fermaroo chì a dormì.»—El va in d'ona osteria; gh'è minga sit. El va in d'on'altra osteria; e là ghe disen, che gh'era on fraa, che l'era in d'on lett grand, e, se lu l'era content a dormigh insemma, che sarèssen andà a ciamagh, se l'era content anca lu. Lu, el se contenta. Van del fraa; ghe dimanden, se lu, l'era content de dormì insemma a on alter forestee, che gh'era capitaa. Sicchè lu, el gh'ha ditt:—«Sì, mi sont content; ma bisogna digh, che mi gh'hoo ona imperfezion, che foo di vent cald.»—L'alter, el dis:—«Ben, fa nient; perchè gh'hoo anca mi ona imperfezion: foo di vent fredd[ii].»—E lu, prima de andà a dormì, el tœu su on boffett e se le porta in lett. El va in lett, el se volta vun d'ona part e vun d'on'altra. Ven, che el fraa el comincia a fa sti vent cald. Quell'alter cascia el boffett in mezz i gamb e pfu! pfu! pfu! Quell'alter, el dis:—«Che frecc!»—«Ma, cara lu, ch'el scusa! lu iè patiss cald e mi i patiss frecc!»—E allora quell là, el fraa, tutt rabbiàa, voltess dell'altra part, mettess in sulla sponda. E quell'alter, tutt content:—«Almen, adess, se ghe vegnerà di vent cald, anderan giò della sponda del lett e minga adoss a mi.»—

II. EL CURAT, CHE L'ERA IGNORANT COMÈ.

Ona volta, gh'era on curat e l'era ignorant comè, ch'el saveva nanca quanti dì gh'aveva ona settimana. El metteva ona fassinna tutt'i dì in d'on monton; e, quand ghe n'aveva ses, el dì adrèe el diseva messa, perchè el diseva che l'era festa. Ona volta, la serva, la s'è ricordàa pu de portà ona fassinna; e lu, l'ha cuntaa, eren appenna cinq, e el dì adree l'ha vorsuu dì no messa, e l'era festa. El secrista, la mattinna, l'è andaa su in stanza a digh de levà su, che l'era già sonàa el terz de messa; e lu, el diseva, che l'era minga festa; e l'ha minga vorsuu levà su e el gh'ha faa perd messa a tutti i paisan. Allora, sti paisan, tanto rabbiaa, han dà su on ricors a l'arcivescov; e l'arcivescov, el gh'ha mandàa a dì, ch'el saria vegnuu lu a vedè, se l'era vera quel, che diseven. Allora, el curat, a sentì sti robb, el s'è stremìi, l'è cors a casa in la Perpetua a contagh; e allora, la Perpetua, la gh'ha ditt de stremiss no, che l'era nient; e—«Ch'el me lassa fa de mi!»—L'ha faa buj on gran caldaron d'acqua; e l'ha missa denter in di aquasanteri in gesa e l'ha gh'ha ditt:—«Adess el vedarà, come saran consciaa polit i paisan!»—A la mattinna istessa, l'è arrivàa l'arcivescov; el curàa, l'ha menàa in gesa e el gh'ha ditt:—«Adess el vedarà quanti vers fan i paisan.»—I paisan saveven nient, metten dent la man in l'acquasanta per segnass e s'hin miss adrèe a saltà in aria per el dolor, ch'han sentìi. E allora, el curat, el gh'ha ditt:—«El ved, scior arcivescov, se sont mi o lor ch'hin matt?»—Allora, l'arcivescov, el gh'ha daa on gran rimprover ai paisan, e el curat l'è tornàa a stà lì anmò in l'istess paes.

Passàa on carr d'oli d'oliva,La panzanega l'è bella e finida.

III. EL PAISAN E EL PRET.[iii]

Ona volta, gh'era on paisan. El passava via de la casa d'on fattor, e l'ha vist là tanti bej pollit, e gh'è vegnuu la gola ede robbann vun. E l'ha faa per robball e gh'è restàa in man la cova. A pasqua, quand l'è andaa a confessass, el gh'ha cuntaa che l'ha faa per robbà la pola. E el pret, el gh'ha ditt, che valor podeva avegh. E lu, el gh'ha ditt, che la poreva varè on vott lira. Allora, el pret, el gh'ha ditt, de portaghi là, per far dì tant ben per i mort. Allora, sto paisan, el ghe dis:—«Ma mi, l'ho minga robbada, mi!»—E el pret, el ghe dis:—«El peccàa l'hi faa istess.»—El paisan, per ciappà l'assoluzion, el gh'ha promess, che el gh'avaria portaa i danee. E de nott, el seguitava a pensà, e gh'è vegnuu in ment de ciappàa on poo de carta e bagnalla e mettegh dent on poo de moneda. Alla mattina, inscì ben l'ha faa: l'è andàa in del pret, cont sti danee in la carta bagnada e l'ha miss dent el palpirœu in del cappell. E el gh'ha ditt:—«Sur Curat, sont chì. Che ie tira fœura del cappell, i danee.»—El curat, el gh'ha ditt:—«Demmi vu.»—E el paisan:—«No, no: l'è mej, che ietira su lu.»—Allora, el curat, l'ha faa per tirà su el palpirœu; e la carta l'era bagnada e la s'è rotta; e donca, gh'è restaa dent i danee in del cappell e el paisan ghe l'ha dada come el vent. E el curat, el vosava:—«Vuj! m'è restaa in man domà la carta!»—E el paisan, el gh'ha rispost:—«Anca mi, m'è restaa in man domà la cova.»—L'è finida.

IV. LA SCIORA E LA SERVA.[iv]

Ona volta, gh'era ona sciora, che la gh'aveva in cà ona serva; e l'era tant avara! La voreva minga dagh de mangià. E, ona volta, la s'è amalada sta serva, e la s'è ciappaa puntigli e l'è andada semper a mangià a ca soa. E la padronna la ghe dimandava:—«Cossa te gh'het, dì, che te manget pu?»—La serva, la gh'ha ditt:—«Sont amalada; sont stada vott dì senza mangià; e adess gh'hoo famm pu.»—La padronna, l'ha ditt:—«Provaroo anca mi a sta vott dì senza mangià, per vedè,se me ven famm pu anca a mi.»—Quell di trii o quatter dì l'è andada innanz; e pœu, quell di cinq dì, l'è stada pu bonna de levass su de la gran famma; e l'era pu bonna nanca de parlà. La seguitava a fa segn con duu dit, che ghe calava[v]apenna duu dì a finì. E la serva, l'ha veduu che la parlava pu, l'è andada a ciamà el pret. El pret, el ved che la fa semper segn con sti duu dit, el gh'ha dimandaa a la serva, cossa la voreva dì con sto segn. E lee, la diseva, sta serva, che, intant che l'era in vitta, la diseva semper, che la soa sostanza l'era de spartì in duu, al curat e a la serva. E gh'andava là tutt i so parent; e ghe diseven, cosse la voreva dì? perchè la fava sti segn? E ie diseven a tutti, che la lassava la soa sostanza a duu. El pret, l'ha faa giò el so testament lu; e, quand l'è morta, han ciappàa lor duu tutt coss.

V. EL COEUGH.[vi]

Ona volta gh'era on scior, ch'el gh'aveva in nomm:—«Abbaa, che mangia e bev senza pensà.»—E gh'è andàa là el Re; l'ha veduu fœura sto cartell; el ghe dis:s'el gh'avevaminga de pensà, el ghe dava lu de pensà. El gh'ha ditt de fà in vott dì i tre robb, ch'el diseva lu. Vunna, de savè digh quanti stell gh'era in ciel[vii], quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel e cossa el pensava lu. El cœugh, el vedeva, ch'el so padron el cantava pu; l'era semper con la testa poggiada al tavol; e el gh'ha domandàa cossa l'è, ch'el gh'aveva. E lu, el gh'ha cuntàa su. El cœugh, el gh'ha ditt, s'el ghe dava la metà de la soa sostanza, el ghe despediva lu sta robba. El gh'ha ditt de dagh la pell d'on asen mort, on carrett de corda e el so ponc e el so tabarr. E l'è andàa lu del Re, sto cœugh. E el Re, el gh'ha ditt:—«Sicchè, quanti stell gh'è in ciel?»—E el gh'ha ditt:—«Ch'el cunta sti pel de st'asesin chì, ch'el savarà quanti stell gh'è in ciel.»—E el Re, el gh'ha ditt de cuntaj lu; e el gh'ha responduu, che la soa part l'era già cuntada, che adess el toccava al Re a cuntaj. E el gh'ha ditt: quanti brazza de corda ghe voreva per andà in ciel. E lu, el gh'ha ditt:—«Tì, ciappa la corda de andà su finna in ciel»—e pœu de vegnì giò e cuntà quanti brazza eren. E pœu, el gh'ha ditt:—«Coss'è che pensi mi?»—«Lu, el pensa che mi sia on abbàa e invece sont el cœugh e gh'hoo chi la cazzirœula de fagh provà el brœud.»—

VI. I DUU MAI—CONTET.[viii]

Gh'era ona donna, che ciamaven Chiara. L'era povera; l'andava a cercà la caritàa e a tœu su el rud[ix]per i strad. Ondì l'ha trovàa ona gianda de zucca e l'ha piantada. Poch temp dopo, de quella gianda è cressùu ona pianta, che la rivava finn a al ciel. So marì, el ghe dis:—«Te dovariet rampegà su quella pianta; e andà del signor, a domandagh, de dann almen pan assèe.»—E lee, l'andava su e—«Tacch, tacch!»—«Chi l'è?»—«L'è la povera Chiara, che gh'ha bisogn ona grazia.»—Allora, el signor ghe rispondeva:—«Che grazia te vœut?»—«La grazia de avegh almen pan assèe.»—«Va, che el pan assèe te ghe l'avaret.»—Dopo, el marì, el ghe diseva de tornà anmò in ciel, a cercà la grazia, d'avegh la minestra tutt i dì e la carna a la festa. E el signor:—«Te gh'avaret la minestra tutt i dì e la carna a la festa.»—Ma el marì, mai content, el ghe diseva de tornà sù, per domandà la carna tutt i dì e la tavola a la festa. El signor, semper bon, i ha vorrùu contentà anca in quest. El marì, el torna ancamò a dì de cercà la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass. El signor:—«Te gh'avaret la tavola tutt i dì e la carozza per andà a spass.»—Dopo, la gh'ha dimandàa al signor el titol de contessa per lee e de cont per so marì. Ma el signor, l'ha perdùu la pazienza; el gh'ha rispost:—«Va, che ti te saret ona stronzessa e to marì on stronz.»—La pianta, la s'è spezzada e l'è borlada in del rud insemma ai dùu mai—content.[x]

VII. L'ESEMPI DI OCCH.[xi]

Ona volta, gh'era on Re; e sto Re, el gh'aveva ona tosa; e lu, l'ha semper tegnuda in collegg, finchè l'è stada granda. Quand l'è stada granda, l'ha tirada a cà; e el gh'ha dimandàa,se la voreva maridass o cosse l'è che la voreva fà. E lee, la gh'ha ditt, che la soa vocazion l'era d'andà monega. E lu, el gh'aveva domà che sta tosa, el ghe rincresséva. E lu, puttost che mandalla lontan, l'ha fabricàa on convent in de l'istessa citàa. E lee, allora, la restava la superiora. El Re, l'aveva fàa on lascet de tanti ben, de tanti feudi, per quej, che voreven andà monegh e che podeven minga; el ghe aveva lassàa de viv con sti fondi. I pisonant[xii]aveven semenàa[xiii]; e gh'è vegnùu giò dodes occh salvategh e gh'han mangiàa su tutt el gran. Sti pisonant hin andàa a dighel a la superiora, che lor han semenaa e che sti occh han mangiàa su el gran e che lor podeven fà pu raccolta. E la superiora, la gh'ha ditt:—«Ben, andèe a cà e disìj che vegnen chì, in del cortin rustegh, che i ciama la mader badessa.»—E lor, i pisonant, prima de mandà là i occh, n'han ciappàa vunna; e l'han fàda cœus e l'han mangiada: e lor credeven de falla franca, che la mader badessa l'avess minga savuu. I occh hin andàa propi de bon, perchè lee, la superiora,l'era ona santa. Hin andàa, e lee l'ha fàa la correzion a sti occh e la gh'ha ditt:—«Cossa gh'entrèe vialter a mangià el gran de la mia campagna? l'è voster el gran?»—I occh staven lì a scoltà[xiv]. Dopo d'avegh dàa quella correzion, che la gh'aveva de dagh, la gh'ha dàa la benedizion e i occh hin andàa in alt, ma hin andàa via no, perchè ghe mancava la soa compagna. E lee, iè torna a benedì la segonda volta e lor ghe faven festa, vosaven, ma andevan via no, perchè voreven la soa compagna. E lee, lee i ha tornàa a benedì quella di tre volt e l'ha veduu che andaven minga, e lee l'ha mandàa a ciamà i pisonant, e la gh'ha dimandàa:—«Coss'avii fàa a sti occh? Disimm la veritàa, e guardèe ben de dì la bosia.»—E lor gh'han ditt:—«Nun, pœu, s'emm de dì la veritàa, quand emm vist, che vegniven chì, nun emm storgiùu el coll a vunna e l'emm mangiada.»—E lee, la ghe dis:—«Cossa gh'entrèe vialter de mangià i occh? hin voster?»—E lor gh'han ditt:—«No; hin minga noster.»—E lee, la gh'ha dimandàa:—«L'avii mangiada tutta?»—E lor gh'han ditt:—«Gh'emm là quattr'oss in la biella[xv].»—E lee, la gh'ha ditt:—«Porteemi chì, tal e qual hin; tocchej no.»—E lor gh'i han portàa, e i ha fàa press cont i man inscì in d'on pugnœu, e gh'è sortìi fœura l'oca viva, e gran festeggio! L'è andada insemma i so compagn; e tutt i so compagn han fàa gran festa a la mader badessa. E lee, i ha benedìi; e la gh'ha ditt de andà de quella part, ch'hin vegnùu.

VIII. GIOVANN

Gh'era ona volta on fiœu, ch'el se ciamava Giovann: e on dì, l'è andàa a predica. El pret, che gh'era su a predicà, el diseva, che bisognava passà per ona strada stretta e spinosa per andàin paradis. Alora el Giovann, el corr a casa de la soa mamma; el ghe dis:—«Damm duu pan e des centesim, che vuj andà in paradis.»—E la soa mamma ghi ha dàa. E lu, el va, el va, el se trœuva su ona bella strada; e l'ha seguitàa a girà, ma l'ha mai trovàa quella stretta e spinosa. El va ancamò; e el trœuva finalment sta strada. Alora lu, tutt content; el tira su i calzon finna a metàa gamba, el va denter in sta strada. Ma, tutt i moment, el borlava in terra e el se insanguinava tutt. Ma l'ha fàa tant, che el gh'è reussìi andà finna in fin. Quand l'è in fin, el ved ona casa; e lu l'ha credùu, ch'el fuss el paradis, e el se mett a vosà:—«Ah Signor, sont chì anca mi in paradis con vu e cont la Madonna!»—Alora ven fœura on fràa (perchè quella casa l'era on convent de fràa) e el ghe dis:—«Ah el me poer fiœu, come te set insanguinaa!»—E l'ha ciappàa in brasc; e lu insemma a i alter fràa, l'han miss in lett. Ma de lì on poo de temp, hin minga bastàa i cur di fràa e l'è andàa propi in paradis.

IX. SANT'AMBRŒUS E I TRE TOSANN

Gh'era ona volta tre tosann pover pover, che saveven minga come fà a viv; e gh'aveven minga de mamma e minga de papà. E sti poer tosann, ghe toccava andà a messa vunna a vunna, perchè gh'aveven un vestii sol intra tre. On dì, passa via Sant'Ambrœus della casa de sti tosann e el ved sul tecc i angiol a ballà. E lu, el val denter; e el ghe dis a i tre tosann:—«Chì l'è, che sta chì in sta porta? Sii domà vialter?»—E lor ghe disen:—«Sì, semm domà nun; ma semm pover pover e gh'hemm minga de mangià.»—Allora lu, el dis:—«Ben, mi soo, ch'el signor el m'ha fàa capì, che vialter sii bonn.»—El gh'ha miss sul tavol ona borsa de danee; e el gh'ha ditt a sti tosann:—«Ve doo sta borsa, che pussee en tiraree fœura de danee, pussee ghen sarà denter[xvi]. Ma se vialter sarii cativ e consumarii i danee, guardee, che el signor el ve castigarà.»—On mes dopo, el torna a passà via. El guarda sul tecc, e invece de vedè i angiol, el ved i ciapitt, che balleven. Allora lu, el corr in casa di tosann; el ved là tanti giovin e lor vestii de seda, e la casatutta in lusso e preparàa di disnaa de princip. Alora, lu, el va adasi adasi, el porta via la borsa e pœu el ghe dis a i tosann:—«Hin quest i promess, che m'avii fa de vess bonn? e l'è quest el ben, che ghe vorii al signor? Vialter no salvarii l'anima, se no andarii in d'on desert a fa penitenza e a morì là.»—I tosann, alora, s'hin pentii; e hin cors in d'on desert, in dove no faseven che piang e pregà. Quand hin mort, s'è vist tre colomb a volà in ciel. Eren l'anima di sti tre tosann.

X. CICCIN BORLIN

Gh'era ona volta on fiœu, che se ciamava Ciccin Borlin[xvii]. E la soa mamma, on dì, la ghe dis:—«Mena i bœu a mangià in quel praa là. Te faroo on bel chisciœu[xviii]; tel mangiaret intant, ch'el bœu, el mangia.»—Ciao, el fiœu el va cont el chisciœu e el bœu. Quand l'è là, el sent ona vos sott terra, che la dis:—«Ciccin Borlin, cascia dent el to didin, in del chisciotin[xix]e te vedaret tanti bej robb.»—Lu, l'ha casciàa denter; ma apenna l'è staa dent el dit, el s'è trovaa sott terra; el s'è trovaa cont ona stria veggia veggia, che l'ha miss in caponera, e l'ha lassaa dent on mes. Quell di duu mes[xx], la va là attacch a la caponera, e la dis:—«Gigin Borlin, cascia fœura el to didin, per vedè se te set deventaa grassin.»—E lu, invece de cascià fœura el dit, l'ha casciaa fœura on ciod. E la veggia, la fa:—«Sta denter, sta denter, che te see magher ancamò.»—De lì a on poo de temp, i tosann de la stria ghe disen a la soa mamma:—«Nun vœurem mangià el Ciccin Borlin;grass sì, grass no, nun el vœurem mangià.»—E la veggia, la fa:—«Com'hoo de fà a fall morì?»—«Ti, tirel fœura della caponera; e mett su on caldar d'acqua bujenta[xxi]; e digh, de fà sott et fœugh. Quand l'è drèe a fà sott el fœugh, vagh de drèe, ciappel per i gamb e buttel denter in del calder de l'acqua calda.»—Ciao, i tosann van via; e la mamma, la va a tirà fœura Ciccin Borlin de la caponera, e la ghe dis:—«Ven chì, a fà sott el fœugh.»—E lu, el dis:—«Mi sont minga bon; famm vedè come se fà.»—E lee, la ghe fà imparà; e lu, el va de drèe, le ciappa per i gamb e le butta in del caldar. Quand l'ha buttada denter, el scappa, el va su ona pianta, el sta là tant temp. Ven a casa i tosann, e se metten a vosà:—«Ven de bass a mangià el Ciccin Borlin, mamma, che l'è cott.»—E se metten a mangià la soa mamma, che l'era in del caldar. Dopo, tiren fœura la testa de la soa mamma; e se s'hin accort, che l'era la soa mamma e minga el Ciccin Borlin. Alora, hin andàa a cercà in la caponera e in giardin el Ciccin Borlin; e l'han trovaa sulla pianta; e ghe disen:—«O Ciccin Borlin, come t'hê faa a andà sulla pianta?»—E lu, el dis:—«Ho ciappaa ona bacchetta longa longa de ferr e guzza; e pœu l'hoo fada scaldà ben ben, pœu me sont settàa su e sont andaa su la pianta.»—Alora, i strij hin cors a tœu la bacchetta de ferr rossa e se s'hin settàa su tutt e do, e hin restàa lì mort. E alora, el Ciccin l'è vegnuu giò, e l'ha ciappaa tutt i danèe di strij e l'è andaa a casa a fa el scior co la soa mamma.

XI. EL FIŒU, CHE l'È ANDAA SUL SOREE.

Gh'era ona volta on fiœu, ch'el gh'aveva el papà e la mamma, che ghe daven i bott e el voreven mandà fœura de casa. Allora, sto fiœu, el se mett a piang. El so papà el ghe dis:—«Tàs; e va a tœu l'oli[xxii]e l'asee.»—El gh'ha daa i pestonitt per metti denter, e i danèe. El fiœu, el va; e, quand l'è a mezza strada, ghe borla giò i pestonitt e se rompen. Allora, lu, el dis:—«Ah poer a mi, come l'è ch'hoo de fà, a portà a casa l'aseee l'oli?»—Ciao, el va innanz. El va là in de l'oliatt[xxiii];, el ghe dis:—«Ch'el me daga l'oli e l'asee.»—«Dove l'è, che l'hoo de mett, car el me fiœu, che te gh'hê minga adree i amolitt?»[xxiv]—E lu, el fa:—«Che me le metta chì, l'oli in del cappell.»—«E l'asee? dove l'è, che te l'hoo da mett?»—E lu, el volta el cappell, el lassa borlà giò tutt l'oli, e el dis:—«Che me le metta chì dessora del cappell.»—Ciao, el paga; e pœu el va a casa del so papa, ch'el ghe dis:—«Dove l'è che t'he miss l'oli e l'asee, o birbon d'on birbon?»—E lu, el ghe fa vedè el cappell, e el ghe dis:—«De chi, gh'è l'aseè!»—El volta el cappell:—«E de chi, gh'è l'oli!»—El so papà, el gh'ha dàa ona filza de bott; e le manda fœura de casa. E lu, el se mett a piang e a dì:—«Dove l'è, che hoo de andà mi adess?»—Quand ghe ven in ment, ch'el gh'aveva ona zia, sciora comè, in d'on paes visin. E lu, el va. Quand l'è su la strada, l'incontra on baston, ch'el ghe dis:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no, mi no: cossa l'è, che hoo de fann de ti?»—El baston, el dis:—«Te vedaret, che saront[xxv]bon a quicoss.»—E ciao, el ghe va adrèe. De lì on poo de pass, l'incontra ona rœuda, che la ghe dis al fiœu:—«Lassem vegnì adrèe.»—E lu, el dis:—«Mi no; coss'hoo de fann de ti?»—E lee, la dis:—«Te vedarett, che te juttaroo.»—Dopo l'incontra on guggin[xxvi]; el fa l'istess, el gheva adrèe. Dopo l'incontra on leon; el ghe va adrèe anca lu. Dopo l'incontra on sciott de merda[xxvii]; el ghe va adrèe anca lu. E vann, vann in de sta zia sciora. E lee, la gh'era minga in casa. Allora, el baston, el dis:—«Mi me scondi de dree a l'anta[xxviii].»—La rœuda, la dis:—«E mi de dree ai sidej.»—El sciott, el dis:—«E mi sul bernàzz[xxix].»—El guggin, el dis:—«E mi me ponti denter in del sugaman.»—El leon, el dis:—«E mi voo in lett.»—El fiœu, l'è andàa sul soree[xxx]. Ven a casa la zia. Appenna denter de l'uss, el baston, el ghe dà tanti bastonad[xxxi]. La fa on pass innanz; e la rœuda, la ghe corr su i pee. La va là, per tirà su on poo de fœugh col bernàzz, e la se sporca i man. La fa per sugass in del sugaman, e la se spong. Stuffa de tutt sti malann, la fa per andà in lett, el leon le mangia. Allora, el fiœu, el ven giò del soree; l'ha ciappaa tutt i danèe de la soa zia, e l'ha faa el scior.

[i]Cf. con la Novella CCXXV del Sacchetti:—“Agnolo Moronti fa una beffa al Golfo; dormendo con lui, soffia con un mantaco sotto il copertojo; e, facendoli credere, che sia vento, lo fa quasi disperare.”—[ii]Com'è possibile parlare diventi freddi, senza ricordarsi il faceto errore d'un famigliare del duca Litta? che, leggendogli un libro od un giornale, interpretò le parole:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di S. E.”—cioè di Sud—Est, come soglion barbaramente dire, in questo modo:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di Sua Eccellenza!”—[iii]Abbiamo una Novella poco diversa appresso il Bandello: Parte IV. Novella III.—«Un cortigiano va a confessarsi; e dice, che ha avuto volontà di ancidere un uomo, benchè effetto nessuno non sia seguito. Il buon frate, che era ignorante, nol vuole assolvere, dicendo, chevoluntas pro facto reputatur, e che bisogna avere l'autorità del vescovo di Ferrara: su questo una beffa, che al frate è fatta.»—Cf. anche con la novella CXCVI del Sacchetti.—«Messer Rubaconte, potestà di Firenze, dà quattro belli e nuovi judicii in favore di Begnai.»—[iv]Se la memoria non m'inganna, il Casalicchio ha trattato questo argomento, stemperandolo con la solita sua dicitura prolissa. Ma non ne son certo; e nessuno, credo, vorrà farmi un delitto del non avere riscartabellate quelle indigeste centurie, per assicurarmi della cosa.[v]Calà, mancare.[vi]Cf.Pitrè. (Op. cit.) XCVII.L'Abbati senza pinzeri.—Corrisponde alla IV novella (in ottava rima) dellaSettimana Villerecciadel baroneMichele Zezza, sul tema:Può sapere un villan più d'un signore?Questa graziosa opericciattola del Zezza, stampata dapprima in un volumetto in ottavo, venne poi ristampata nelleOpere|Poetiche|di|Michele Zezza|Volume II.||Napoli, 1818|Nella tipografia della società Filomatica.Le domande fatte all'abate dal principe sono:Quanto i cieli da noi lontani stanno?Quanta d'acqua nel mar copia vi sia?Ciò che nell'Indie que' selvaggi fanno?E quanto vale la persona mia?Simile è,—«l'Istoria del beato Griffarrosto,»—che forma il canto VIII ed ultimo dell'OrlandinodiLimerno Pitocco(Teofilo Folengo). Ecco le domande, che Rainero fa al prelato di Sutri:Cerco saper da voi, quanto è vicinoIl ciel da terra in ogni regione.Oltre di questo, dite giustamenteQuant'è dall'oriente all'occidente.Due cose giunte a queste, intender ancoDesidero, Monsignor Griffarrosto:Dite, piacendo a voi, nè più nè manco,Quante son gocce d'acqua che ha l'angostoAdriaco mar insino al lido franco,Pigliando il Greco col Tirreno accosto.Ultimamente, buon servo di dio,Vorrei saper qual'è il pensier mio.Franco Sacchetti.Novella IV.—«Messer Barnabò, signore di Milano, comanda a un abate, che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnajo, vestitosi dei panni dello abate, per lui le chiarisce in forma, che rimane abate e l'abate rimane mugnajo.»—[vii]Vedi la stessa dimanda nelle esempio milaneseLa stella Dianaa pag. 42 del presente volume.[viii]IlLiebrechtannota:—«K. M. n.º 19.Der Fischer und seine seine Frau.—G. G. G. M.DCCC.LXVIII. S. 110 zuRadloff, S. 313.»—[ix]Rud.Vedi l'ultima postilla a pag. 191 del presente volume.[x]È difficile il persuadersi, che Carlo Porta non fosse ispirato anche da questa novellina, quando compose il celebre sonetto sugli Ebrei scontenti della manna:Coss'evela la manna, ch'el signorEl fava piœuv dal ciel per i sœu Ebrej?L'era on certo compost d'ogni savorFàa a boccon press a pocch come i tortej.Sti savor se postaven de per lorIn di bocch a mesura di so idej;Voreven figattei?... rost?... cavolfior?,..Mangiaven cavolfior, rost, figattej.Pur gh'han avùu anmò faccia, sti canaj,De digh a nost signor, che n'even sacc;E lu, al de là de bon, màndegh di quaj!Se sera mi el signor, stampononazza!Che voreva fa piœuv in sul mostaccOna manna de stronz longh quatter brazza.[xi]IlLiebrechtannota:—«Gehört zu einer weitverbreiteten mythischen Vorstellung. S. meine Bemerkung in Ebert's Jahrb. 3. 157.Heidelb. Jahrb.M.DCCC.XXIX. S. 506.»—Questa novellina mi è stata narrata da una bustocca, cioè da una di Busto Arsizio. Non so veramente da qual vita di santa sia dedotta la storia di questo miracolo, analogo a quelli di san Cucunno, derisi tanto lucianescamente dal Voltaire. Di simili tradizioni ce n'è parecchie in tutta Italia. Giuseppe Giusti, parlando della montagna pistojese in una delle sue lettere ripicchiate e pretenziosette, dopo aver accennato a tradizioni della storia antica, soggiunge:—«Vi sono quelle della moderna e alcune tradizioni d'epoca assai più recente, che sanno di scemo e di fantastico a un tempo stesso. Tra le altre, te ne riporterò due. Prima che fosse fatta la grande strada da Pistoja all'Abetone, narrano, che in un luogo dettoil mal passo, cadde giù per una rave un mulo con una soma d'olio e che il conduttore, persuaso che si fosse fiaccato il collo, non volle nemmeno guardargli dietro e se ne tornò a casa tutto sconsolato. Nel tempo, che raccontava alla moglie la sua disgrazia, e che questa si scapigliava e lo rimproverava d'esser venuto via senz'altro, eccoti che sentono i sonagli all'uscio, aprono, e sai? era il mulo sano e salvo con l'olio e tutto. Questo caso l'attribuiscono a miracolo e lo narrano come un gran che, e ne hanno appeso il voto alla Madonna. Che disgrazia è la nostra di avere questo eretico di criterio! che il mulo lasciato in quello sprofondo in balìa di sè, era alla meglio risalito nella strada e tornato alla stalla, come fanno tutte le bestie domestiche! Ma quest'altra è più strana. Un tal giovane Iacuzzi da Pistoja (citano nome, paesi e millesimo) vide nel campo di Juro (dove ristorò l'Oranges) una bellissima serpe; e tanto fece, che l'ebbe presa, le cavò i denti e la teneva per casa, cibandola di semola e fancendone il suo divertimento. Non si sa come, se per isbadataggine, o perchè credesse che le serpi non bevessero, non le dava mai da bere, e così la teneva, quando cominciò a sentirsi male, a dimagrare, e le medicine non bastavano. Così andò per un anno fino a che, consultato il parere d'alcuni medici (e qui ficcano il Camici e il Vaccà) vennero a sapere la cosa della serpe e lo consigliarono a riportarla, dove l'aveva presa. Il giovane lo fece, ma non l'ebbe messa in terra, che si fece un gran temporale, e cominciarono a piovere saette e grandini, che pareva scatenato l'inferno. Domandammo:Dicerto la serpe era o un diavolo o qualche anima dannata di quei soldatacci dell'Oranges?Risposero:Eh, chi ne sa nulla?—Ma dite; la mattina era nuvolo?Risposero, accorgendosi del veleno della domanda:Eh! può anch'essere?Vidi, che le raccontano con fede; ma, se poi gli altri non le credono, non ci si piccano: viva i cristiani della montagna!»—Ecco un'altra novellina lombarda del genere meraviglioso:EL STRIONOna volta, gh'era fœura on omm in campagna a laorà; e el gh'ha ditt a on so amis, se l'andava adree insemma a lu a spass. E el gh'ha ditt de sì e el gh'ha insegnàa el sit, dov'eren de trovass lor duu. E quand ch'eren lì a la sera, gh'era lì duu bee negher. È l'han fàa andàa su a cuu indrèe. E el gh'ha fàa francà i man denter in del pel e el gh'ha ditt:—«Un'ora a andà e un'ora a tornà»—a sti duu monton; e hin andàa che pareven el diavol. Quand hin staa là, in de quel sit, ch'eren de fermass, hin vegnìi giò; e el strion, l'è andà in dove l'era de andà e l'ha lassàa lì quell'alter inscì de per lu. E quell'alter, el sentiva di robb là sulla scês e i ha cattàa, e eren tanti come burlitt e i ha mess in saccocc. E pœu è vegnuu quell'alter omm, hin andàa ancamò sul so monton e hin andàa a cà. A la mattinna, la soa mièe, minga del strion ma de quell'alter, l'ha trovàa tanti coraj in del fà el lett denter in di fœuj. E la gh'ha dimandàa al so marìi, dove l'era andàa a tœu sti coraj. E lu, el gh'ha cuntàa, che l'era andàa insemma a quell'alter e che l'ha trovàa là sti robb e i ha cattàa. Al dì adrèe, l'è andàa in campagna st'omm e el gh'ha ditt:—«In che sit l'è, che ti m'ha menàa, che hoo cattàa tanti coraj?»—E el gh'ha ditt:—«Menem ancora in sta sera.»—E luu, l'ha volsuu menà pu, sto strion, perchè l'ha fàa savè che l'era on strion.[xii]Pisonant, luogajuolo, pigional campagnuolo. IlPisonantlavora il terreno a vanga ed a braccia, non ad aratro e buoi; non paga pigione di casa e paga fitto in derrate d'un luogo, che dipassa rare volte una settantina di pertiche. Il semplicepigionaletoscano è ilgiornadèelombardo.[xiii]Semenànon c'è nel Cherubini.[xiv]NellaVita di Sant'Antonio Abate, estratta da Sant'Atanasio, da San Girolamo, da Palladio ed altri(nelleVite di diciassette confessori di Cristo del P. Giovan Pietro Maffei della Compagnia di Gesù) si narra, come Antonio nella Tebaida coltivasse un pezzetto di terra per sostentar sè e rifocillare i visitatori:—«E perchè diversi animali salvatichi, invitati dall'acqua, venivano a bere, e insieme facevano danno al seminato; egli, presone uno, disse molto graziosamente a lui e agli altri:Perchè fate voi danno a me, non offendendo io voi? andatene, e da parte del signore non vi accostate più qua.Cosa mirabile! Quasi impauriti da tal precetto, non osarono mai più di tornarvi.»—[xv]Biella, tegame.[xvi]Vedi, per borse denaripare, la novellaIl figliuolo del Pecorajoa pag. 349 del presente volume e particolarmente la nota [3] a pag. 358.[xvii]Cicin, oCiccin, ragazzo amabile,Cecino.Borlin, tondo, grassoccio. (In tal senso manca nel Cherubini).[xviii]«Chiscioeu, è una schiacciata, che fanno da noi con farina gialla, burro, zucchero, acqua e qualche volta anche dell'uva.»—Così la raccoglitrice. Nel Cherubini non c'èChiscioeu, ma bensìChiscioeura, voce contadinesca eChizzoeu, voce de' paesi del Milanese, finitimi al Bergamasco, perBrusadaoBrusava—«Stiacciata. Schiacciata. Pane soccenericcio.Pane, fatto di pasta di grano turco, abbrustolata in pochi minuti e le più volte malcotta. Nella pasta intridono spesso finocchio, cipolle, uva o simili. LaBrusadadi grano è detta con particolar nomeFugasciaoFugascionnain campagna; e in cittàCarsenza.—Brusada con dent i figh(voce e usanza brianzuola:pan ficato).»—[xix]Chisciotin, vezzeggiativo diChiscioeu, manca nel Cherubini.[xx]Quell di duu, il secondo.[xxi]Bujenta, femminile diBujent,Bollente.[xxii]Oli, che (secondo il Cherubini) alcuni del volgo infimissimo dicono più idiomaticamenteOeuli, ed i contadiniOeuri:Olio.[xxiii]Oliatt, manca nel Cherubini: gli è però evidente ch'è sinonimo diOlièe;Oliandolo,oliaro; ma vocabolo contadinesco.[xxiv]Amolitt, non c'è nel Cherubini. Debbono esser però lo stesso diAmolin,Ampolle,Ampolline.—«Si prendono comunemente per que' due vasetti da tavola, in cui tiensi l'olio e l'aceto da condire l'insalata e simili, e che i francesi distinguono inVinaigrieredHuilier.»—«Portamolin.Ampolliera,Panieroncino da ampolle,Portaolio. Arnese di latta, di metallo o simili, in cui si portano in tavola tutte due insieme le ampolline dell'olio e dell'aceto. S'impugna per la chiave.»—Narra il Balestrieri, che:Ghe fu on garzon d'on ost,Che in del portà del bev a on forestèe,Per pressa el scappuscè.El forestèe criè—«Te spanteghet el vin tutt per la camera.»—El garzon respondèe:—«Tutt è nagott, purchè se salva l'amera.»—[xxv]Saront, lo stesso chesaroo,sarò.[xxvi]—«Guggin,spilletto.»—[xxvii]—«Sciott,stronzo,stronzolo»—monosillabo, l'i vi è mero segno ortografico.[xxviii]—«Anta.Imposta. Intelajatura, per lo più di legname, che bilicata o ingangherata serve a chiudere usci o finestre.»—[xxix]—«BernàzzoBarnàsc.Paletta,Pala da fuoco. Ferro noto, che s'adopera nel focolare. Dal lat.Prunatium, dice ilVaron Milanes; ma forse meglio dallo svizzeroBernaseoBernaase.»—[xxx]SoreeoSolee;solajo,granajo.—«Spazzacà, detto anche in vari paesi del MilaneseSorèeeCapascèe;Soffitta.Stanza a tetto.Solajo. Quel vano, che l'arcatura dei tetti d'una casa lascia fra essi e l'impalcatura delle stanze immediatamente inferiori al tetto, e dove si sogliono riporre legne, vecchiumi, eccetera.»—[xxxi]Bastonad, plurale diBastonada, che, secondo i casi, diremobastonata,bacchiata,randellata,batacchiata,vincastrata,giannettata,mazzata, ecc. ecc.

[i]Cf. con la Novella CCXXV del Sacchetti:—“Agnolo Moronti fa una beffa al Golfo; dormendo con lui, soffia con un mantaco sotto il copertojo; e, facendoli credere, che sia vento, lo fa quasi disperare.”—

[ii]Com'è possibile parlare diventi freddi, senza ricordarsi il faceto errore d'un famigliare del duca Litta? che, leggendogli un libro od un giornale, interpretò le parole:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di S. E.”—cioè di Sud—Est, come soglion barbaramente dire, in questo modo:—“Il bastimento era spinto da un venticello fresco di Sua Eccellenza!”—

[iii]Abbiamo una Novella poco diversa appresso il Bandello: Parte IV. Novella III.—«Un cortigiano va a confessarsi; e dice, che ha avuto volontà di ancidere un uomo, benchè effetto nessuno non sia seguito. Il buon frate, che era ignorante, nol vuole assolvere, dicendo, chevoluntas pro facto reputatur, e che bisogna avere l'autorità del vescovo di Ferrara: su questo una beffa, che al frate è fatta.»—Cf. anche con la novella CXCVI del Sacchetti.—«Messer Rubaconte, potestà di Firenze, dà quattro belli e nuovi judicii in favore di Begnai.»—

[iv]Se la memoria non m'inganna, il Casalicchio ha trattato questo argomento, stemperandolo con la solita sua dicitura prolissa. Ma non ne son certo; e nessuno, credo, vorrà farmi un delitto del non avere riscartabellate quelle indigeste centurie, per assicurarmi della cosa.

[v]Calà, mancare.

[vi]Cf.Pitrè. (Op. cit.) XCVII.L'Abbati senza pinzeri.—Corrisponde alla IV novella (in ottava rima) dellaSettimana Villerecciadel baroneMichele Zezza, sul tema:Può sapere un villan più d'un signore?Questa graziosa opericciattola del Zezza, stampata dapprima in un volumetto in ottavo, venne poi ristampata nelleOpere|Poetiche|di|Michele Zezza|Volume II.||Napoli, 1818|Nella tipografia della società Filomatica.Le domande fatte all'abate dal principe sono:

Quanto i cieli da noi lontani stanno?Quanta d'acqua nel mar copia vi sia?Ciò che nell'Indie que' selvaggi fanno?E quanto vale la persona mia?

Simile è,—«l'Istoria del beato Griffarrosto,»—che forma il canto VIII ed ultimo dell'OrlandinodiLimerno Pitocco(Teofilo Folengo). Ecco le domande, che Rainero fa al prelato di Sutri:

Cerco saper da voi, quanto è vicinoIl ciel da terra in ogni regione.Oltre di questo, dite giustamenteQuant'è dall'oriente all'occidente.Due cose giunte a queste, intender ancoDesidero, Monsignor Griffarrosto:Dite, piacendo a voi, nè più nè manco,Quante son gocce d'acqua che ha l'angostoAdriaco mar insino al lido franco,Pigliando il Greco col Tirreno accosto.Ultimamente, buon servo di dio,Vorrei saper qual'è il pensier mio.

Franco Sacchetti.Novella IV.—«Messer Barnabò, signore di Milano, comanda a un abate, che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnajo, vestitosi dei panni dello abate, per lui le chiarisce in forma, che rimane abate e l'abate rimane mugnajo.»—

[vii]Vedi la stessa dimanda nelle esempio milaneseLa stella Dianaa pag. 42 del presente volume.

[viii]IlLiebrechtannota:—«K. M. n.º 19.Der Fischer und seine seine Frau.—G. G. G. M.DCCC.LXVIII. S. 110 zuRadloff, S. 313.»—

[ix]Rud.Vedi l'ultima postilla a pag. 191 del presente volume.

[x]È difficile il persuadersi, che Carlo Porta non fosse ispirato anche da questa novellina, quando compose il celebre sonetto sugli Ebrei scontenti della manna:

Coss'evela la manna, ch'el signorEl fava piœuv dal ciel per i sœu Ebrej?L'era on certo compost d'ogni savorFàa a boccon press a pocch come i tortej.Sti savor se postaven de per lorIn di bocch a mesura di so idej;Voreven figattei?... rost?... cavolfior?,..Mangiaven cavolfior, rost, figattej.Pur gh'han avùu anmò faccia, sti canaj,De digh a nost signor, che n'even sacc;E lu, al de là de bon, màndegh di quaj!Se sera mi el signor, stampononazza!Che voreva fa piœuv in sul mostaccOna manna de stronz longh quatter brazza.

[xi]IlLiebrechtannota:—«Gehört zu einer weitverbreiteten mythischen Vorstellung. S. meine Bemerkung in Ebert's Jahrb. 3. 157.Heidelb. Jahrb.M.DCCC.XXIX. S. 506.»—Questa novellina mi è stata narrata da una bustocca, cioè da una di Busto Arsizio. Non so veramente da qual vita di santa sia dedotta la storia di questo miracolo, analogo a quelli di san Cucunno, derisi tanto lucianescamente dal Voltaire. Di simili tradizioni ce n'è parecchie in tutta Italia. Giuseppe Giusti, parlando della montagna pistojese in una delle sue lettere ripicchiate e pretenziosette, dopo aver accennato a tradizioni della storia antica, soggiunge:—«Vi sono quelle della moderna e alcune tradizioni d'epoca assai più recente, che sanno di scemo e di fantastico a un tempo stesso. Tra le altre, te ne riporterò due. Prima che fosse fatta la grande strada da Pistoja all'Abetone, narrano, che in un luogo dettoil mal passo, cadde giù per una rave un mulo con una soma d'olio e che il conduttore, persuaso che si fosse fiaccato il collo, non volle nemmeno guardargli dietro e se ne tornò a casa tutto sconsolato. Nel tempo, che raccontava alla moglie la sua disgrazia, e che questa si scapigliava e lo rimproverava d'esser venuto via senz'altro, eccoti che sentono i sonagli all'uscio, aprono, e sai? era il mulo sano e salvo con l'olio e tutto. Questo caso l'attribuiscono a miracolo e lo narrano come un gran che, e ne hanno appeso il voto alla Madonna. Che disgrazia è la nostra di avere questo eretico di criterio! che il mulo lasciato in quello sprofondo in balìa di sè, era alla meglio risalito nella strada e tornato alla stalla, come fanno tutte le bestie domestiche! Ma quest'altra è più strana. Un tal giovane Iacuzzi da Pistoja (citano nome, paesi e millesimo) vide nel campo di Juro (dove ristorò l'Oranges) una bellissima serpe; e tanto fece, che l'ebbe presa, le cavò i denti e la teneva per casa, cibandola di semola e fancendone il suo divertimento. Non si sa come, se per isbadataggine, o perchè credesse che le serpi non bevessero, non le dava mai da bere, e così la teneva, quando cominciò a sentirsi male, a dimagrare, e le medicine non bastavano. Così andò per un anno fino a che, consultato il parere d'alcuni medici (e qui ficcano il Camici e il Vaccà) vennero a sapere la cosa della serpe e lo consigliarono a riportarla, dove l'aveva presa. Il giovane lo fece, ma non l'ebbe messa in terra, che si fece un gran temporale, e cominciarono a piovere saette e grandini, che pareva scatenato l'inferno. Domandammo:Dicerto la serpe era o un diavolo o qualche anima dannata di quei soldatacci dell'Oranges?Risposero:Eh, chi ne sa nulla?—Ma dite; la mattina era nuvolo?Risposero, accorgendosi del veleno della domanda:Eh! può anch'essere?Vidi, che le raccontano con fede; ma, se poi gli altri non le credono, non ci si piccano: viva i cristiani della montagna!»—Ecco un'altra novellina lombarda del genere meraviglioso:

EL STRION

Ona volta, gh'era fœura on omm in campagna a laorà; e el gh'ha ditt a on so amis, se l'andava adree insemma a lu a spass. E el gh'ha ditt de sì e el gh'ha insegnàa el sit, dov'eren de trovass lor duu. E quand ch'eren lì a la sera, gh'era lì duu bee negher. È l'han fàa andàa su a cuu indrèe. E el gh'ha fàa francà i man denter in del pel e el gh'ha ditt:—«Un'ora a andà e un'ora a tornà»—a sti duu monton; e hin andàa che pareven el diavol. Quand hin staa là, in de quel sit, ch'eren de fermass, hin vegnìi giò; e el strion, l'è andà in dove l'era de andà e l'ha lassàa lì quell'alter inscì de per lu. E quell'alter, el sentiva di robb là sulla scês e i ha cattàa, e eren tanti come burlitt e i ha mess in saccocc. E pœu è vegnuu quell'alter omm, hin andàa ancamò sul so monton e hin andàa a cà. A la mattinna, la soa mièe, minga del strion ma de quell'alter, l'ha trovàa tanti coraj in del fà el lett denter in di fœuj. E la gh'ha dimandàa al so marìi, dove l'era andàa a tœu sti coraj. E lu, el gh'ha cuntàa, che l'era andàa insemma a quell'alter e che l'ha trovàa là sti robb e i ha cattàa. Al dì adrèe, l'è andàa in campagna st'omm e el gh'ha ditt:—«In che sit l'è, che ti m'ha menàa, che hoo cattàa tanti coraj?»—E el gh'ha ditt:—«Menem ancora in sta sera.»—E luu, l'ha volsuu menà pu, sto strion, perchè l'ha fàa savè che l'era on strion.

[xii]Pisonant, luogajuolo, pigional campagnuolo. IlPisonantlavora il terreno a vanga ed a braccia, non ad aratro e buoi; non paga pigione di casa e paga fitto in derrate d'un luogo, che dipassa rare volte una settantina di pertiche. Il semplicepigionaletoscano è ilgiornadèelombardo.

[xiii]Semenànon c'è nel Cherubini.

[xiv]NellaVita di Sant'Antonio Abate, estratta da Sant'Atanasio, da San Girolamo, da Palladio ed altri(nelleVite di diciassette confessori di Cristo del P. Giovan Pietro Maffei della Compagnia di Gesù) si narra, come Antonio nella Tebaida coltivasse un pezzetto di terra per sostentar sè e rifocillare i visitatori:—«E perchè diversi animali salvatichi, invitati dall'acqua, venivano a bere, e insieme facevano danno al seminato; egli, presone uno, disse molto graziosamente a lui e agli altri:Perchè fate voi danno a me, non offendendo io voi? andatene, e da parte del signore non vi accostate più qua.Cosa mirabile! Quasi impauriti da tal precetto, non osarono mai più di tornarvi.»—

[xv]Biella, tegame.

[xvi]Vedi, per borse denaripare, la novellaIl figliuolo del Pecorajoa pag. 349 del presente volume e particolarmente la nota [3] a pag. 358.

[xvii]Cicin, oCiccin, ragazzo amabile,Cecino.Borlin, tondo, grassoccio. (In tal senso manca nel Cherubini).

[xviii]«Chiscioeu, è una schiacciata, che fanno da noi con farina gialla, burro, zucchero, acqua e qualche volta anche dell'uva.»—Così la raccoglitrice. Nel Cherubini non c'èChiscioeu, ma bensìChiscioeura, voce contadinesca eChizzoeu, voce de' paesi del Milanese, finitimi al Bergamasco, perBrusadaoBrusava—«Stiacciata. Schiacciata. Pane soccenericcio.Pane, fatto di pasta di grano turco, abbrustolata in pochi minuti e le più volte malcotta. Nella pasta intridono spesso finocchio, cipolle, uva o simili. LaBrusadadi grano è detta con particolar nomeFugasciaoFugascionnain campagna; e in cittàCarsenza.—Brusada con dent i figh(voce e usanza brianzuola:pan ficato).»—

[xix]Chisciotin, vezzeggiativo diChiscioeu, manca nel Cherubini.

[xx]Quell di duu, il secondo.

[xxi]Bujenta, femminile diBujent,Bollente.

[xxii]Oli, che (secondo il Cherubini) alcuni del volgo infimissimo dicono più idiomaticamenteOeuli, ed i contadiniOeuri:Olio.

[xxiii]Oliatt, manca nel Cherubini: gli è però evidente ch'è sinonimo diOlièe;Oliandolo,oliaro; ma vocabolo contadinesco.

[xxiv]Amolitt, non c'è nel Cherubini. Debbono esser però lo stesso diAmolin,Ampolle,Ampolline.—«Si prendono comunemente per que' due vasetti da tavola, in cui tiensi l'olio e l'aceto da condire l'insalata e simili, e che i francesi distinguono inVinaigrieredHuilier.»—«Portamolin.Ampolliera,Panieroncino da ampolle,Portaolio. Arnese di latta, di metallo o simili, in cui si portano in tavola tutte due insieme le ampolline dell'olio e dell'aceto. S'impugna per la chiave.»—Narra il Balestrieri, che:

Ghe fu on garzon d'on ost,Che in del portà del bev a on forestèe,Per pressa el scappuscè.El forestèe criè—«Te spanteghet el vin tutt per la camera.»—El garzon respondèe:—«Tutt è nagott, purchè se salva l'amera.»—

[xxv]Saront, lo stesso chesaroo,sarò.

[xxvi]—«Guggin,spilletto.»—

[xxvii]—«Sciott,stronzo,stronzolo»—monosillabo, l'i vi è mero segno ortografico.

[xxviii]—«Anta.Imposta. Intelajatura, per lo più di legname, che bilicata o ingangherata serve a chiudere usci o finestre.»—

[xxix]—«BernàzzoBarnàsc.Paletta,Pala da fuoco. Ferro noto, che s'adopera nel focolare. Dal lat.Prunatium, dice ilVaron Milanes; ma forse meglio dallo svizzeroBernaseoBernaase.»—

[xxx]SoreeoSolee;solajo,granajo.—«Spazzacà, detto anche in vari paesi del MilaneseSorèeeCapascèe;Soffitta.Stanza a tetto.Solajo. Quel vano, che l'arcatura dei tetti d'una casa lascia fra essi e l'impalcatura delle stanze immediatamente inferiori al tetto, e dove si sogliono riporre legne, vecchiumi, eccetera.»—

[xxxi]Bastonad, plurale diBastonada, che, secondo i casi, diremobastonata,bacchiata,randellata,batacchiata,vincastrata,giannettata,mazzata, ecc. ecc.

FINE.


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