XXIII.

XXIII.LE TRE FORNARINE.[1]C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra, tanto, che s'eran tirate il soprannome d'Occhi di Sole. Un giorno, che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva veduto da piccinae neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento, arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili. Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio; picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza; e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la su' casuccia.Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada. Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata. E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto, ma lui sempre zitto; e lei la sidisperava come un can perso. Alla fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto; e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello. Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito, che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno, che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza. Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni, sempre al buio; perchè la cagna andavaa portargli da mangiare. Tornò Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo, e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò, per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e gli impose chenon aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento. Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto. Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente, disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto, tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo, gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro, e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nerobosco[4]. Dopo otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati, che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti, che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala, chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dirche c'è egli?, e in due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva quell'orologio, che aveva lavirtù di far dormire. Il Re subito lo comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero; chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare. Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che, giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù. E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire, perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino; chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste, e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Variante, nella prima parte, della fiabaGli Assassini; nella seconda delRe Avaro(Vedi lì pe' riscontri). Ha pure de' punti di somiglianza ed appartiene al ciclo stesso dell'Orcoe d'Ilcontadino che aveva tre figlioli. Risponde anche alla Novella intitolataLe cento sporte, che si contiene nell'opuscolo:Due|fiabe|toscane|Annotate da V. I.||Esemplari C||Napoli|Stabilimento tipografico A. Trani|Strada Medina 25|M.DCCC.LXXVI. Fu raccolta dalla signora Larissa Giorgi da Prato. Eccone una lezione milanese:I TRE TOSANN DEL PRESTINEE[i]Gh'era on prestinee, ch'el gh'aveva tre tosânn; eren on poo cattiv; faven immattì i soeu gent[ii]. E la soa mamma, in att de rabbia, la dis:—«Se veniss anca on lader a tœuv, mi ve lassi toeu[iii].»—Domà che de lì a on poo de temp, va on scior a cercà vunna di so tosânn. Lee, la dimanda chi l'era; e la voreva savè de che famiglia l'era per podè dagh la soa tosa. Lu, el gh'ha portàa tutt i so cart in regola: e lor han vedùu, che l'era on bon partii. Ma sti cart eren tutt cart fals, che lor han minga cognossùu, ch'eren fals. El ghe dis, ch'apenna sposada, l'avaria menada in dove stava lu, in la soa citàa. El ghe fa di bej regaj de robba finna e fan sto sposalizi e pœu la mena via. Lee, la saluda i so gent, la saluda i so sorell; e pœu via van. Domà che fan tanta strada, tanta strada! distant!... e bosch!... quand hin staa in d'on sit, che gh'era propi nissun, in d'on bosch, el picca in d'ona portascia[iv], e là ven di omena dervigh. Lu, el ghe dis a sti omen:—«Ecco, questa l'è la mia sposa!»—E pœu el ghe dis, a lee:—«Sappia, che se te vœut dormì, dorma del dì. Ma de nott bisogna che te staghet dessedada, perchè nun a la sira vemm via e ti te dèvet stà attenta, per quand vegnem a cà, che picchem la porta, a dervinn. Se de no, mi te mazzi.»—Lee, sta povera tosa, la cercava de dormì del dì; e de nott la stava su per stà attenta per quand piccaven la porta. E l'aveva capíi, che l'era andada in man a on capp de la compagnia di lader[v]. Ven, che per on poo de sir l'è semper dessedada. Ona sira, la s'è indormentada. Lu, l'è andaa denter e l'ha minacciàa de mazzalla. Lee, la s'è missa a piang e a domandagh perdon, che saria l'ultima volta, che ghe fuss capitàa quella cossa lì. Ven, che ona nott vann a cà e anca allor la s'era indormentada e lu l'ha mazzada. E lu cosse l'ha fàa? El dis:—«Andaroo a tœu l'altra sorella.»—El va là di so gent (de soa mièe); el ghe dis che la soa tosa (de lor) la st ben, ch'ie manda a saludà tutt; e se voreven vunna di so sorej andà là a fa compagnia a lee. Vunna di sti sorej, la dis:—«Vegnaròo mi, vegnaròo mi.»—E quand l'è a cà de lu, la cerca la soa sorella. Lu, el ghe dis:—«L'è inutil che te cerchet la toa sorella, perchè l'hoo mazzada! «E se te faree minga quel che te disi mi, te mazzaroo anca ti.»—El ghe dis:—«Ti te dèe stà de nott dessedada, per stà pronta, quand vegnem a cà nun, de dervinn.»—Lee, l'ha seguitàa on poo de temp e l'è semper stada dessedada; ona nott, la s'è lassada andà del sogn[vi]. E lu, el va dent e le minaccia; e lee, le prega de perdonagh, che le saria minga success la segonda volta. Dopo tanto temp, ona nott el va a cà; e lee, la dormiva. Lu, el le desseda no; senza dì no, el va là e le mazza anca quella. Dopo, el pensa de andà a tœu la terza. El va là e el ghe dis a i so gent (de lee), che gh'han ditt i so sorell de digh de andà là anca lee in compagnia on poo, e pœu che sarien vegnùu a casa insemma. Lee, la terza sorella, la ghe va. E quand l'e là, la trœuva minga i so sorell.E lu, el ghe dis che eren tutt e dò mort; e che, se lee la stava minga dessedada, la mazzava anca lee. Lee, quella là, la ghe dis de tœugh on quader de sant'Antoni, che lee l'era divotta, che inscì la starìa a fagh orazion a sant'Antoni e la saria stada dessedada. Difatti, lee, tutt i nott, la gh'aveva sto sant'Antoni e la s'è mai indormentada. Ona nott i lader vegnen a cà. Picchen la porta. La va a dervì, e ved che vegnen dent e portaven denter vun in spalletta. Derven on stanzin[vii]e van là e el metten giò in de sto stanzin. Lee, a la sira adrèe, apenna ch'hin andà via, la va in de sto stanzin a guardagh cossa aveven mess giò; e la ved che gh'era là on giovin in terra buttàa giò, che el pareva mort. La ghe guarda; e la ved, che l'è ferìi. Lee, la saveva indove i lader tegneven on cert onguent, che se ontaven lor quand vegneven a cà, che eren feríi. La và a tœull e la prœuva a ontagh[viii]la ferida. La ved che el rinvèn; e lee, allora la va in cusinna[ix], la ghe dà on brœud per podè sostanziall[x]. La ghe dis:—«Come l'è, che fa a trovass chì, lu?»—Lu, el dis, che l'è stàa assaltàa di lader e che l'han ferìi:—«Lor, me creden mort, e m'han miss là, perchè a lassam in strada, gh'han pagura de vess scopert, perchè mi sont el fiœu del Re.»—Lee, allora la dis che apenna che saria stàa in forza, lee gh'avaria fàa el mezz de podell fà scappà.—«Mi sol, no; con ti, scapparoo; perchè se de no, se i lader trœuven pu mi, allora ti te mazzen.»—Fan el dacord[xi]a la sira adrèe de andà via tutt e dùu, apennache i lader eren via. I lader van via; e lor van, scappen. Lu el cognosseva i strad; e l'è andàa in d'ona fattoria, che l'era lì poch distant, che l'era on fattor sott a la cort del Re. Van là; lu, el fiœu del Re, el ghe dis, s'el podeva menall a casa soa, perchè lu, l'era stàa assassinàa di lader e so pader le saveva no, e desiderava de faghel savè pusèe prest, che fuss possibel. El fittavol pensa de caregà on carr de fen, de paja, fàa in manera de andagh denter tutt e dùu, el fiœu del Re e la tosa[xii]del prestinèe, e de podè avegh el sit de fiadà. Van, se metten in viagg. Quand hin a on certo sit, incontren i lader; iè fermen:—«Cossa gh'avii lì?»—«Oh»—dis—«cossa gh'hoo de avè? L'è on poo de paja, che meni giò per sternì[xiii].»—S' ciao! E lor:—«Eh ben»—disen—«andèe!»—e el lassen andà. Quand hin a la cort, i so guardi voreven minga lassall andàa denter in la porta. La, el ficciavol[xiv], el ghe dis, che l'è el fiœu del Re, che gh'ha dàa orden de andà denter. Ghe disen, ch'el fiœu del Re, el gh'è minga, che anderan a dighelal Re de sto orden, che gh'han lor. Van a dighel al Re. E lu, el dis:—«Magara el fuss ver ch'el fuss el me fiœu! Ma el me fiœu l'è on pezz che no sòo in dove l'è, che el se ritrœuva![xv]»—El Re, el ghe dis:—«Vegnaròo giò mi a vedè.»—Difatti el va. El ficciavol, el ghe dis che l'è propi el so fiœu, che gh'ha dàa l'orden de andà denter, e che anzi l'è lì in quell carr. Lì pesseghen, descareghen el car[xvi]. El fiœu, el ven giò; e el pader, a vedè el so fiœu, l'è tutt content. E pœu, el ghe ved insemma sta donna. Allora el fiœu, el ghe cunta quel che gh'era success; e che quella lì l'era quella, che gh'ha salvàa la vitta. Allora el pader, el ciappa sta tosa, le ringrazia tant. El fiœu, el ghe dis, che lu, el voreva sposalla. El Re ghe le conced. S' ciao! Ven, che el capp di lader l'ha scopert che quella lì l'era scappada cont el fioeu del Be; e l'ha sentíi che era success sto matrimonî. Lu, el saveva che lee ghe piaseva tant Sant'Antoni. L'ha fàa fa on quader magnifich, grand e pesant, che ghe voreva quatter omen a portall, e l'ha mandàa a la Cort; l'ha mandàa a digh che gh'aveven on quader de Sant'Antoni, che l'era inscì bel. E lee, la sposa, la ghe dis a so marì de tœughel. Lu, ghe le tœu; e lee, le fa mett in la soa stanza. E lee, l'andava semper a pregà sto sant, che per i so orazion, che le ghe fava, lu l'ha salvada de la mort; e pœu lee, l'ha podùu salvagh la vita a quel che l'ha sposada. De lì a on tre dì, la sentiva sto quader, che el fava di vers[xvii]:—«cricch!cricch! cricch!»—Ona sera, la va in lett; e tutt a on tratt la sent ona molla come a derviss. La guarda al quader, e la ved che el se mœuv. E lee sonna el campanin in pressa. In d'on moment va denter gent; e fan andà denter i guardi e arresten el Sant'Antoni, che l'era el lader[xviii]. E via a tœu tutti alter. E han trovàa là, in dove staven i lader, han trovàa di gran robb finn, tutta robba robada. E el capp, l'han condannàa a mort e l'han faa morì. E lee, la tosa del prestinèe, l'è restada Reginna, l'è andada a tœu i so gent, e se i è tiràa là a la cort cont lee; han fàa pu el prestinèe, han fàa i sciori anca lor.[i]IlLimbrechtannota:—«Kinder—Märchen, N.º XL.Der Räuberhauptmann; «und N.º XLVIFitcher's Vogel.»—[ii]I sœu gent, i suoi genitori. Si noti la parte, che ha in questa variante la maledizion materna, motivo mille volte adoperato e dalla fantasia popolare e nella letteratura propriamente detta.[iii]Tœu, (con l'œubreve, a differenza ditœu, tuoi, che lo ha lungo) adoperato assolutamente, ha, fra gli altri sensi, anche quello di pigliar moglie, sposare.Doma o nomà, solo, soltanto, solamente.Domà che de lì a on poo de temp, di lì a poco, sol dopo poco.[iv]Piccà, bussare, picchiare.Portascia, Usciaccio, portaccia.Dervì, aprire; a quindidervigh, aprirgli;dervinn, aprirne.[v]Capp, in milanese, non si adopera isolatamente nel significato proprio di capo, testa, anzi solo in alcuni significati tropici o metaforici.Capp de lader, capobandito. Si noti quell'on poo de sir, letteralmente: un poco di sere, una poca di sere.[vi]Sogn, tantosonno, quantosogno.Lassass andà del sogn, è locuzione, che manca alVocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini.[vii]Portà in spalletta(secondo il Cherubini)—«che i contadini dell'Alto Milanese diconoportà in pepissoin gigiœura. Portare a zanchellini, portare a cavalluccio o a pentole o a pentoline. È quello che i lodigiani diconoportà in pegorinae i bergamaschiportà in croppa.»—Stanzin, stanzino, stanzibolo, bugigattolo.[viii]NedOnguent, nedontà, si rinvengono appo il Cherubini. Anzi solo il verboOng, contadinescoVong(ungere, ugnere) e il sostantivo (nelSupplimento)Ongiuda(ugnimento, untata). In altre novelle, non è un unguento specifico, anzi un'erba miracolosa, che risana il ferito e spesso risuscita il morto, come ho posto in un'altra nota. Alla quale mi giova aggiunger qui, che un'erba simile, che riappicca le membra troncate, si ritrova nella XII delleNovelle Antichestampate in calce al primo volume delCatalogo dei Novellieri Italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Papanti.[ix]Cusinna, tanto vuol dircucina, quantocugina.[x]Sostanzià, manca affatto nel Cherubini.[xi]Dacord, accordo, convenuto, concerto.Fà el dacord, concertare accordarsi (locuzione trasandata dal Cherubini).[xii]Tosausavano anche i Provenzali. Giraldo Riquiero ha detto:Toza, senz cor vaireE senes estraireM'auretz tan quan viva.Dove il Nannucci annota:—«I Bolognesi e i LombardiTosaper fanciulla; o viene forse daltonsusde' Latini, quasi proprio di chi ancora non ha capelli.»—L'etimologia è erronea; non viene datonsa, ma invece daintonsa, chè le fanciulle lombarde portavano i capelli lunghi, ma li tagliavano nel dì delle nozze; onde il Manzoni, nell'Adelchi, fa dire ad Ermengarda ripudiata, che si rivolge alla madre morta:Quella Ermengarda tua, cui di tua manoAdornavi quel dì con tanta gioja,Con tanta pièta; a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!Anche ilVaron Milanesdice:—«Tos, Toson(Figliuolo.Putto.Fanciullo). È tolto dal participiotonsus, che viene dal verbotondeo, es, qual significatosare, perchè per il più i figliuolini vanno tosati, acciò forse i capelli non gli offendano il cervello ancora tenero, il che ce lo dà ad intendere l'aver udito consiglio di saggi medici, i quali volevano, che i figliuolini in quella tenera età andassero scoperta la testa per la sopraddetta causa.»—O che scienza ed igienica ed etimologica![xiii]Sternìostarnì, (dal latinosternere); far l'impatto, impattare, fare lo sterno o il letto delle bestie.[xiv]FicciàvoloFittavol. Fittajuolo, affittajuolo, fittuario.[xv]Dev'essere un Italianesimo, che non si ritrova segnato nel Cherubini.[xvi]Si dice tantocarrquantocar; sebbene il primo sia più usuale. Entrambi sono registrati dal Cherubini. Io m'attengo scrupolosamente alla pronunzia della mia novellaja, che adoperava quando l'una e quando l'altra forma del vocabolo. Anche in Italiano, la stessa persona dice talvoltaommettere,ufficio,Allighieri, eccetera e tal altraomettere,uficio,Alighierie via discorrendo.[xvii]Pervers, in Milanese, s'intendono tanto le voci, con le quali ci rivolgiamo alle bestie, domestiche o selvatiche, per allettare, radunare, incitare, istizzire, iscacciare; quanto le voci degli animali stessi:el vers del loff;el vers del can; ecc. Non c'è lingua più ricca della nostra italiana per indicar con verbi, locuzioni e sostantivi speciali le voci ed i suoni, che emettono le varie specie di bestie. Ne ho formato un elenco, che oltrepassa i cento verbi; e non credo di averle registrate tutte; ecco perchè non lo inserisco qui con la sinonimia de' dialetti, che posseggon pure parecchi be' termini analoghi, i quali la lingua aulica desidererebbe. Ognun vedrebbe di quanto rimane al di sotto la nomenclatura delle voci degli animali in francese, ch'è tra leRabelessianadel De L'Aulnaye in calce alla sua edizione del Rabelais. Ma non so resistere alla tentazione di aggiunger a questa postilla alcuni versi di un cinquecentista obbliato, che appunto mentova in essi parecchi termini siffatti, tra cui ce ne ha de' fidenziani e degli obsoleti. Questi è Gabriele Zimano, che nelCaride, favola pastorale, dedicata da Reggio ilIIIOttobreMDCXalla serenissima signora Margherita Gonzaga Estense, Duchessa di Ferrara, così fa parlare due pastori:Timio.E tacerai tu dunque? ah, negli estremiMiseri avvenimenti tu non chiediCol tuo soave dir dolce soccorso?Caride.Soccorso? Ah, convien ch'ioFra tutti gli animaliTaccia i miei casi; e che saria il narrarli,Se non far compatir gli amici meco?Ogni male ha rimedio, eccetto il mio;Incurabile è il mio. Il toromugge;L'upupa silamenta;La civetta il gran tortoMostra con asprointorto;L'ostroporla cicadaForma, sfogando il duolo;Ululail lupo; ed ilsusursi sente,Da i dolci favi; l'umilebelatoForman gli agnelli; il mattutino galloEspergificalieto;Lieto ancora il cavalloInnisce; e l'elefanteChiede con i mestissimibarritiSoccorso; e agl'indistintiSuoni lor non si negaSe non mercede donoDa la pietà, che al mio distinto direChiude le crude orecchie!Onde ben posso direChe non è verso me la pietà pia.Chi mi darà soccorsoSe la pietà lo nega?[xviii]Per l'uomo nascosto dentro una statua (od un quadro) oltre le novelle indicate in nota alRe Avarovedi anche:A. Sgubernatis.Le Novelline di Santo Stefano(VIII.Argentofo).—Pitré, Opera citata: XCV.L'acula, chi sona(Geraci Sicula) XCVI.L'acula d'oru(Borgetto) eLu Re Fiuravanti(Palazzo Adriano).Gonzenbach, Opera citata: LXVIII.Vom goldnen Löwen.Aloise Cintio de' Fabrizî,Origine de' Volgari Proverbî(M.D.XXVI.) la spiegazione del proverbioL'è fatto il becco all'oca, eccetera, eccetera.[2]Che, come si dice per proverbio, l'una avrebbe ajutato a maritar le altre. Ned altrimenti, per suggestione di Romeo, persona umile e pellegrina, calcolò Raimondo Berlinghieri: e le sue previsioni si avverarono.[3]Un modo simile di sbrigarsi di persone incomode lo abbiamo visto nellaPrezzemolina.[4]Di fughe cosiffatte ne sono piene le istorie e le favole. Ne citerò una dallaHistoria VariadelDomenichi:—«Sarà più fresca memoria e alquanto più felice consiglio d'una certa nuova et non più usata astuzia di Nicolò Picinino, il quale egli, famosissimo capitan di guerra del suo tempo et affezionatissimo del Duca Filippo, lasciò a' posteri; dalla qual cosa non si può dubitare, quanto fusse notabile e accorto l'ingegno di tale uomo. Perciocchè, essendo egli vinto in battaglia da Francesco Sforza, capitan generale della Signoria di Vinegia, et essendo fuggito et ricoveratosi a Garda, sul lago di Salò, sì come quel che non vedeva speranza alcuna di salvarsi, perchè egli non poteva ir salvo a trovare i suoi, nè anco si poteva molto fidare in una terricciuola, sì come è Garda; fece uno atto nuovo et non mai più udito innanzi quel giorno, di farsi portare in un sacco da un famiglio tedesco per il campo degli Sforzeschi, mostrando egli di portar pane a' suoi padroni, talchè finalmente egli si salvò in quel modo. Nel quale uomo difficilmente si potrà conoscere, a cui si dia la parte principale, o alla fortuna, che troppo lo favoriva; o alla fede del servidore, il quale con pericolo della sua vita lo portò a salvamento; o più tosto alla troppa fidanza del Picinino, il quale, mentre ch'egli avea paura dello Sforza più che non bisognava, non dubitò d' arrischiarsi a qual si voglia pericolo.»—XXIV.LE TRE MELARANCE.[1]C'era una volta un Re, che aveva un figlio che era sempre serio; non era mai riuscito a farlo ridere. Dopo aver tentato tutte le vie per rallegrarlo, fu stabilito di mettere tre orci d'olio, ove il popolo sarebbe andato a raccoglierlo dalle fonti. Giunto al terzo giorno, che l'olio veniva a piccole goccioline[2], venne una vecchierella con una boccettina, che con gran fatica riuscì ad empire d'olio. Quando lei si avviava per andarsene, il principe gli gittò dalla finestra una palla sulla boccetta; e la boccetta si spezzò. Il principe sorrise allorquando si ruppe la boccetta e cadde l'olio in conseguenza. La vecchia si voltò in su e gli disse:—«Non avrai bene, finchè non avrai trovato la bella dalle tre melarance.»—Dopo quel momento, il principe tornò nuovamente ad esser serio. Una mattina finalmente il padre, alzandosi da letto e cercando del figlio, trovò una lettera, che gli diceva che era partito in cerca della bella dalle tre melarance. Cammina cammina, il principe, dopo aver percorso molti paesi, arrivò finalmente ad una casetta; e domandò dove si poteva trovare questa bella dalle tre melarance, e gli dissero che era poco distante; ma che era guardata da un orco, che, quando aveva gli occhi chiusi, era sveglio, quando li aveva aperti, dormiva[3]. Arrivato al posto, si attenne alle indicazioni; e prese le tre melarance, senza che l'Orco si disturbasse o se ne accorgesse. Ne aprì una e ci sortì una bellissimasignora, e chiese di vestirsi. Ma il Principe non aveva premunito niente e la bella sparì. Comperò un vestito ricchissimo; e poi aprì la seconda. E ci sortì un'altra signora, che era più bella della prima, e chiese di vestirsi. Quando la signora fu tutta vestita, gli mancava il pettine. Il Principe al pettine non ci aveva pensato e la bella sparì. Finalmente aprì la terza; ci sortì un'altra signora, che era più bella di tutte le altre. Chiese di vestirsi. Fu vestita. Chiese il pettine. Il Principe le diede anche il pettine; e non mancandogli altro, decise di condurla alla corte. Però, pensa che non era conveniente di condurla a piedi; e disse:—«Io anderò a prendere delle belle carrozze. Dove ti lascerò?»—Alzando gli occhi la vide un albero foltissimo. Dice:—«Bene, monterò lassù, e intanto mi pettinerò.»—E così fece: montò sull'albero e si mise a pettinare. Il Principe andò a prendere tutto il corteggio. Sotto l'albero ci era un pozzo; poco distante dal pozzo una casetta, ove abitavano tre ragazze tutte brutte[4]. La maggiore prese la brocca e andò a attinger l'acqua al pozzo, ove rispondeva l'immagine della principessa sull'albero. Nel tirar la brocca, vide quella bella immagine, credette d'esser sè stessa, buttò la brocca e se n'andò. Tornando a casa, disse:—«Tutti mi dicono che io son brutta, ma io son tanto bella; e l'acqua non l'ho voluta tirare.»—La seconda fece lo stesso della prima. La minore, più furba di tutte, alza la testa e vede la bella principessa sull'albero. E disse subito:—«Signora, verrò a pettinarla.»—E salì. Si mise a pettinarla, e quando era già pettinata, gli mise uno spillo nella testa. La Principessa divenne una bella colomba e fuggì; e la brutta si mise gli abiti della Principessa. Arrivò il Principe con tutto il corteggio; e quando la vidde, non si persuase da tanto bella trovarla tanto brutta. Tutti i ministri si guardaronoe sorrisero: non potendo persuadersi che le descrizioni date dal Principe di tanta bellezza fossero in un momento cambiate, ne domandarono le ragioni alla Principessa. E lei gli disse che, stando sull'albero al sole, l'aveva tinta e cambiata. Giunti al palazzo, il giorno dopo fu imbandito un magnifico pranzo. Giunti all'arrosto, invano l'aspettavano. Quando venne su il coco e disse che l'arrosto s'era bruciato. Disse che si era affacciata alla finestra una colomba, che aveva detto:—«Bondì, sor coco.»—Lui gli aveva risposto:—«Bondì, sora colomba.»—E lei rispose:—«Che l'arrosto vi possa bruciare, e Serafina non lo possa mangiare.»—Dice il coco al Principe:—«Per tre volte ho rimesso l'arrosto, ma è sempre bruciato.»—Il Principe disse:—«Prendete questa colomba e portatela qui.»—La sposa non voleva. Però il coco, ascoltando la voce del Principe, scese; e riuscì a prender la colomba e portarla su in tavola. Subito andò nel piatto della principessa e gnene rovesciò sull'abito. Indignata sgridò e voleva scacciare la povera colomba; il Principe però la prese e l'accarezzò; e sentì che sulla testa aveva un piccolo gonfio. Nel toccarlo questo gonfino, si accorse che era uno spillo; si sfilò e questa colomba ritornò la bella signora delle tre melarance, che era sua sposa. La brutta fu bruciata in piazza con una camicia di pece[5]; e la bella fu felice e stette col Principe.Se ne vissero e se ne godettero;A me nulla mi dettero.Mi dettero un confettino:Lo messi in un bucolino:Vai a vedere se c'è sempre.NOTE[1]Alla mancanza di brio, ad un non so che di pesante nel dettato, il lettore si accorge subito, che questa novella è stata raccolta dalla bocca di persona, che aveva la sventura di non essere analfabeta. Tale e quale, salvo il principio,Le tre cetre, trattenimento IX della V giornata delPentamerone.—«Cenzullo non vole mogliere; ma, tagliatose 'no dito sopra 'na recotta, la desidera de petena 'janca e rossa comme a chella, che ha fatto de recotta e sango. E pe' chesto cammina pellegrino pe' 'o munno, e a l'Isola de le tre Fate have tre cetra. Da lo taglio d'una de le quale acquista 'na bella Fata conforme a lu core sujo; la quale accisa da 'na schiava, piglia la negra 'ncagno de la 'janca. Ma, scoperto lo trademiento, la schiava è fatta morire, e la Fata tornata viva deventa Regina.»—L'episodio della persona reale incapace di riso, della fontana d'olio, eccetera, si ritrova poi nell'introduzione delPentamerone. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di CalcinajaIV.Le tre mele; ed anche X.I tre aranci.Gonzenbach(Op. cit.) XIII.Die Schöne mit den sieben Schleiern.—A. Wesselofsky.Le tradizioni popolari nei poemi d'Antonio Pucci(pag. 11).Pitrè(Op. cit.) XIII.Bianca—comu—nivi, rossa—comu—focu(Palermo).Pitrè(Otto fiabe e novelle pop. sic.)La bella di li sette citri. (Casteltermini).Carlo Gozzitolse da questa fiaba l'argomento della sua rappresentazione:L'Amore delle tre melarance. Ecco una lezione milanese, scritta sventuratamente anch'essa sotto la dettatura d'una colta signora.I TRII NARANZ.Gh'era ona volta on fioeu del Re, che l'era preso da la malinconia; e alora, el Re, el ghe fava fà tanti divertiment per vedè de rallegrall, ma nient reussiva. On dì, che l'era su on poggioeu, el ved a passà ona donnetta goeubba e con la faccia color del ramm: e lu, el s'è miss a rid. Alora la donnetta, che l'era ona stria, la se volta e la ghe dis:Com'è? te gh'hêt coragg de ridem adrèe a mi? Behn! mi te faroo on striozz[i]e te ridaret mai pufin a che te avrèe trovàa la Tôr di Trìi Narans[ii]. Difatti, sto fioeu del Re l'ha mai podùu rid, per quant al fasessen divertì. E alora, so pader, el gh'ha ditt:L'unica l'è, che te se mettet in viagg per rivà a la Tôr di Trìi Naranz.E alora donca, el se mett in viagg con tanti servitor e cavaj e carrozz. El va, el va! Va che te va, va che te va, e mai el rivava; quand finalment el ved ona tor lontan lontan e quella l'era la Tor di Trii Naranz. El gh'aveva adrèe ona quantità de savon, di saoch de savon per disrugginì i cadenazz; e di sacch de pan per dagh ai can, che, se de no, ghe saressen saltàa adoss. Donca, el derv i cadenazz; e denter in la tôr, el ved sul camin trìi naranz. El ne derv subit vun; e salta foeura ona bella giovina, che la ghe dis:Damm subit de bev, che mi moeuri, Lu, el corr a toeugh l'acqua; ma le riva minga in temp e la bella giovina la moeur. Quella lì la va, s' ciao! El ne derv on alter; e 'n salta foeura ona pussèe bella giovina ancamò, che la dis:Damm de mangia; se de no, mi moeuri.Sicome[iii]el gh'aveva minga de dagh de mangia, e cosìanca quella lì la moeur. Finalment el derv el terz; e ven foeura ona bellissima giovina ancamò che la ghe dis:Mi no gh' hoo nè sed nè famm, mi no vuj che voregh ben.Alora ghe passa tutta la malinconia. E le mena via subet pe menalla a cà de so pader e sposalla. Sta giovina l'era tutta despettinada, ma lu le voeur menà via l'istess; e se metten in viagg tutt e dùu per tornà a casa del Re. Quand hin a metà strada, el fioeu del Re, lee, la gh'ha sed, e lu, el va a toeugh on poo d'acqua, e le lassa lì sola per on moment. Lee intant la sent ona vôs su d' ona pianta, che ghe dis:O come te sèe bella! Ma te voeut andà a casa così consciada? Aspetta, che vegni giò mi a pettinat.E intant ven giò de la pianta quella tal veggetta goeubba color del ramm, ch'el fioeu del Re el ghe aveva ridùu adree. E la se mett a pettinalla, e la ghe mett dùu sponton[iv]in testa e tutt in on tratt la diventa ona colomba e la vola via, e resta lì invece ona brutta giovina cont i oeucc losch. Torna indrèe el fioeu del Re; el resta lì de sass a vedè sto cambiament; el se frega i oeucc; ghe par de sbagliass; el ghe dis:Ma come mai te see diventàda insci brutta? Ma mi gh'hoo vergogna a menatt a casa del me papà.Ma lee, le ghe dà d'intend, che la tornarà a diventà bella e de menalla con lu l'istess. Invers el fioeu del Re e rabbiàa come on scin[v], el mena via sta brutta tosa. El riva a cà; e so pader, el voeur trà via la testa a vedè sto brutt moster. El ghe dis:Ma t'hê de andà inscì lontan per toeu inscì on moster?[vi]Ma, in somma,quel che l'è, l'è; lu, l'aveva minga el coragg de mandalla indrèe. E l' ordina el pranz de spos. Intant, ch'el coeugh l'è adrèe a preparall, ven denter in la cusinna[vii]ona colomba; e la ghe dis:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?—Lesso e arrosto, lu el rispond.Lesso e rosto subito bruciato, perchè la vecchia strega non ne abbia mai mangiato.E subet brusa tutt côs in di cazziroeul. El coeugh stremìi, el va subet a avisà el fioeu del Re de quel che el ghe succed; e lu, el capiss che gh'è denter on striozz. El ghe dis de tornà a mettess in cusinna e de lassa vegnì denter la colomba in cusinna. La colomba, la torna a vegnì lì; e la ghe torna a dì:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?E lu, el rispond nient; e la colomba, la ven denter; e lu le ciappa e ghe le porta là al fioeu del Re. El fioeu del Re, el guarda sta colomba, le carezza, e el se accorg, che la gh'ha dùu sponton in testa. Ghe ne tira via vun: el ved a vegnì foeura mezza faccia de la soa sposa, che l'aveva perdùu. Alora, el ghe tira foeura via l'alter: e ven foeura tutta quella bella giovina, che gh'era tant piasùu. Alora el cascia via la brutta stria, el sposa quella lì, che el ghe pias, e fan on pranz con l'oli d'oliva e la panzaniga l'è bella e finida.[i]Striozz, che anche dicesiStriaria, Instriament, Instriadura e Striament: Stregheria, Malia, Fattucchieria, Incanto, Malefizio, Incantesimo, Fattura, Indozzamento, Magia, Stregoneria, Affatturazione, Affatturamento, Fattia, Stregoneccio.... Ne volete più, de' sinonimi?[ii]Naranz, tantoArancioalbero, quantoAranciafrutto. Dice il Cherubini:—«L'Ariosto (nelFuriosoXVIII, 188) si lasciò cader dalla penna ancheNarancio; lombardesimo perdonabile al poeta, se vuolsi, ma che i Dizionari di Bologna, di Padova e di Livorno non dovevano, per avventura, raccogliere senza accennare l'idiotismo, o il men di meno farsi coscienza d'unVedi e diciArancio, come fece il Vocabolario di Napoli.»—Ecco il luogo dello Ariosto:Del mar sei miglia o sette a poco a pocoSi va salendo in verso il colle ameno.Mirti e cedri e naranci e lauri il locoE mille altri soavi arbori han pieno.Ognun vede quanto facilmente lo Ariosto avrebbe potuto cansare lo idiotismo servendoed aranci. Eppur volle usarnaranci(e chiunque ha gusto comprende quantonarancistia bene qui); volle che da questo e mille altri luoghi delFurioso, e soprattutto delle Commedie, trasparisse di qual provincia egli era. E ben fece; e sciocco è chi non fa francamente altrettanto, e stima di potersi mascherare in guisa nello scrivere, da farsi credere d'una provincia diversa da quella, in cui è nato ed educato. Aggiungo che, quanto sta bene quel naranci, sotto la penna d'un lombardo, quanto starebbe bene adoperato dalla penna di chi ha lungamente vissuto in Lombardia, altrettanto parrebbe strano ed affettato sotto quella d'un siciliano, per esempio, non avendo l'esempio dell'Ariosto popolarizzata quella forma.[iii]Ilsicomemilanese nel senso dipoichè,essendochè, è di uso relativamente recente nel dialetto; essendovi stato introdotto da' barbarizzanti, che anche in Italiano lo adoperano pur troppo nel senso istesso alla francese.[iv]Qui nel senso dispillone,—«ago d'oro con capocchia grande, o tonda quadra, che sia, a uso d'appuntare lo sparo di petto delle camice,fisciùe simili.»—[v]Scin, dice il Cherubini:—«Forse sincope daMoscin.» —E spiegaMoscin:—«Mucino, micino, gattino.»—Dannaa(arrovellato) oNegher(Nero; cangiato di colore a cagion d'ira)come on scin, modo proverbiale, che veramente non saprebbe spiegarsi, sescinvolesse dirmicino. La narratrice mi diceva il vocabolo valer quantoanima dannata.[vi]Difatti, salvo ch'e' si trattava d'un Principe e non d'una Principessa, era il caso ricordato dal Beato Iacopone nel Cantico:O anima mia creata gentile:Se 'l Re di Fransa avesse una figliuolaEt ella sola—en sua reditate;Giria adornata di bianca stola:Sua fama vola—per tutte contrate,s'ella in viltate—entendesse in malsanoEt desseise in mano—a sè possedireChe potria uom dire—di questo trattato?Versi, che a me sembrano contenere un'allusione patente ad una fiaba diffusissima.[vii]Cusinnavuol dir tantocucina, come in questo luogo, quantocugina.[2]—«Picciola finestrella e boccuccia picciolinadisse il Boccaccio;piccolo satirelloil Sannazzaro;piccolo battellettoil Segneri;parvum tigillum, Fedro;parvam naviculam, Cesare; edaviculam parvam, Gellio; per non affastellare altro stuolo di esempli.»—Così, per giustificare il suopiccolo focherello, annota alla prosa V, l'autore, ne laMergillina, Opera pescatoria, di Emmanuele Campolongo, con annotazioni del medesimo. Dedicata a Sua Altezza Serenissima il Signor Principe Giuseppe Langravio d'Hassia Darmstatt vescovo di Ausburg. In Napoli M.DCC.LXI. Presso Vincenzo Flauto. Con pubblica autorità.[3]In'A fata 'Ndriana|Cunto Pomiglianese.||Per Nozze.||Pomigliano d' Arco|M DCCC LXXV, la fata—«se chella sta cu' l'uocchie apierte, chella rorme; se sta cu' l'uocchie 'nghiuse, chella sta 'scetata.»—In un altro conto pomiglianese, intitolato Viola:—«Llà, nce sta 'nu puorcospino. Chillo, quanno sta cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetato.»—Nella XVI delleNovelline di Santo Stefanoè detto che un drago dorme due ore del giorno, da mezzogiornoalle due. Il De Gubernatis annota:—«Avvertasi bene l'ora; il drago dorme di pieno giorno, in piena luce; il mostro notturno, il mostro tenebroso è allora pienamente disarmato. Perciò dicono le novelline che l'Orca, il mostro, il drago, dorme quando tiene gli occhi aperti, ossia dorme di giorno, dorme quando ci si vede, dorme quando noi ci vediamo.»—[4]Più spesso si tratta di tre od anche di una schiava ghezza.[5]Nella versione pentameronale il Re mostra la sposaspalombataa tutti i cortigiani e chiede loro, che meriterebbe chi facesse male ad una creatura tanto bella. La schiava saracina, quando viene la sua volta, risponde in lingua francaMeritare abbrosciare e porvere da coppa castiello jettare. E si trova aver pronunziata così la propria sentenza. Situazione, che spesso si ripete nelle fiabe popolari e della quale piacque al Metastasio di avvalersi; ma egli poi fa rimetter la pena al reo dal Re offeso.Alessandro.Solo un consiglioDa te desio. V'è chi m'insidia. È notoIl traditore e in mio poter si trova.Non ho cor di punirlo,Perchè amico mi fu. Ma il perdonargliAltri potrebbe a questiTradimenti animar. Tu che faresti?Timagene.Con un supplicio orrendoLo punirei.Alessandro.Ma l'amicizia offendo.Timagene.Ei primiero l'offese,E indegno di pietà costui si rese.Alessandro.(Qual fronte!)Timagene.Eh di clemenzaTempo non è. La curaLascia a me di punirlo. Il zelo mioSaprà nuovi strumentiTrovar di crudeltà. L'empio m'addita,Palesa il traditor, scoprilo omai.Alessandro.Prendi, leggi quel foglio e lo saprai.Timagene.(Stelle! il mio foglio! Ah son perduto! AsbiteMancò di fè.)Alessandro.Tu impallidisci e tremi?Perchè taci così? Perchè lo sguardoFissi nel suol? Guardami, parla. E doveAndò quel zelo? È tempoDi porre in opra i tuoi consigli. InventaArmi di crudeltà. Tu m'insegnasti,Che indegno di pietà colui si rese,Che mi tradì, che l'amicizia offese.Timagene.Ah signor, al tuo piè....Alessandro.Sorgi. Mi bastaPer ora il tuo rossor. Ti rassicuraNel mio perdono; e, conservando in menteDel fallo tuo la rimembranza amara,Ad esser fido un'altra volta impara.Anche nellaMortella(Basile. Pentamerone I, 2.) le colpevoli pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nelBurdilluni(Pitrè. Op. cit. LXI).

XXIII.LE TRE FORNARINE.[1]C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra, tanto, che s'eran tirate il soprannome d'Occhi di Sole. Un giorno, che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva veduto da piccinae neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento, arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili. Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio; picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza; e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la su' casuccia.Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada. Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata. E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto, ma lui sempre zitto; e lei la sidisperava come un can perso. Alla fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto; e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello. Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito, che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno, che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza. Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni, sempre al buio; perchè la cagna andavaa portargli da mangiare. Tornò Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo, e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò, per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e gli impose chenon aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento. Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto. Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente, disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto, tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo, gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro, e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nerobosco[4]. Dopo otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati, che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti, che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala, chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dirche c'è egli?, e in due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva quell'orologio, che aveva lavirtù di far dormire. Il Re subito lo comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero; chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare. Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che, giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù. E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire, perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino; chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste, e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.NOTE[1]Variante, nella prima parte, della fiabaGli Assassini; nella seconda delRe Avaro(Vedi lì pe' riscontri). Ha pure de' punti di somiglianza ed appartiene al ciclo stesso dell'Orcoe d'Ilcontadino che aveva tre figlioli. Risponde anche alla Novella intitolataLe cento sporte, che si contiene nell'opuscolo:Due|fiabe|toscane|Annotate da V. I.||Esemplari C||Napoli|Stabilimento tipografico A. Trani|Strada Medina 25|M.DCCC.LXXVI. Fu raccolta dalla signora Larissa Giorgi da Prato. Eccone una lezione milanese:I TRE TOSANN DEL PRESTINEE[i]Gh'era on prestinee, ch'el gh'aveva tre tosânn; eren on poo cattiv; faven immattì i soeu gent[ii]. E la soa mamma, in att de rabbia, la dis:—«Se veniss anca on lader a tœuv, mi ve lassi toeu[iii].»—Domà che de lì a on poo de temp, va on scior a cercà vunna di so tosânn. Lee, la dimanda chi l'era; e la voreva savè de che famiglia l'era per podè dagh la soa tosa. Lu, el gh'ha portàa tutt i so cart in regola: e lor han vedùu, che l'era on bon partii. Ma sti cart eren tutt cart fals, che lor han minga cognossùu, ch'eren fals. El ghe dis, ch'apenna sposada, l'avaria menada in dove stava lu, in la soa citàa. El ghe fa di bej regaj de robba finna e fan sto sposalizi e pœu la mena via. Lee, la saluda i so gent, la saluda i so sorell; e pœu via van. Domà che fan tanta strada, tanta strada! distant!... e bosch!... quand hin staa in d'on sit, che gh'era propi nissun, in d'on bosch, el picca in d'ona portascia[iv], e là ven di omena dervigh. Lu, el ghe dis a sti omen:—«Ecco, questa l'è la mia sposa!»—E pœu el ghe dis, a lee:—«Sappia, che se te vœut dormì, dorma del dì. Ma de nott bisogna che te staghet dessedada, perchè nun a la sira vemm via e ti te dèvet stà attenta, per quand vegnem a cà, che picchem la porta, a dervinn. Se de no, mi te mazzi.»—Lee, sta povera tosa, la cercava de dormì del dì; e de nott la stava su per stà attenta per quand piccaven la porta. E l'aveva capíi, che l'era andada in man a on capp de la compagnia di lader[v]. Ven, che per on poo de sir l'è semper dessedada. Ona sira, la s'è indormentada. Lu, l'è andaa denter e l'ha minacciàa de mazzalla. Lee, la s'è missa a piang e a domandagh perdon, che saria l'ultima volta, che ghe fuss capitàa quella cossa lì. Ven, che ona nott vann a cà e anca allor la s'era indormentada e lu l'ha mazzada. E lu cosse l'ha fàa? El dis:—«Andaroo a tœu l'altra sorella.»—El va là di so gent (de soa mièe); el ghe dis che la soa tosa (de lor) la st ben, ch'ie manda a saludà tutt; e se voreven vunna di so sorej andà là a fa compagnia a lee. Vunna di sti sorej, la dis:—«Vegnaròo mi, vegnaròo mi.»—E quand l'è a cà de lu, la cerca la soa sorella. Lu, el ghe dis:—«L'è inutil che te cerchet la toa sorella, perchè l'hoo mazzada! «E se te faree minga quel che te disi mi, te mazzaroo anca ti.»—El ghe dis:—«Ti te dèe stà de nott dessedada, per stà pronta, quand vegnem a cà nun, de dervinn.»—Lee, l'ha seguitàa on poo de temp e l'è semper stada dessedada; ona nott, la s'è lassada andà del sogn[vi]. E lu, el va dent e le minaccia; e lee, le prega de perdonagh, che le saria minga success la segonda volta. Dopo tanto temp, ona nott el va a cà; e lee, la dormiva. Lu, el le desseda no; senza dì no, el va là e le mazza anca quella. Dopo, el pensa de andà a tœu la terza. El va là e el ghe dis a i so gent (de lee), che gh'han ditt i so sorell de digh de andà là anca lee in compagnia on poo, e pœu che sarien vegnùu a casa insemma. Lee, la terza sorella, la ghe va. E quand l'e là, la trœuva minga i so sorell.E lu, el ghe dis che eren tutt e dò mort; e che, se lee la stava minga dessedada, la mazzava anca lee. Lee, quella là, la ghe dis de tœugh on quader de sant'Antoni, che lee l'era divotta, che inscì la starìa a fagh orazion a sant'Antoni e la saria stada dessedada. Difatti, lee, tutt i nott, la gh'aveva sto sant'Antoni e la s'è mai indormentada. Ona nott i lader vegnen a cà. Picchen la porta. La va a dervì, e ved che vegnen dent e portaven denter vun in spalletta. Derven on stanzin[vii]e van là e el metten giò in de sto stanzin. Lee, a la sira adrèe, apenna ch'hin andà via, la va in de sto stanzin a guardagh cossa aveven mess giò; e la ved che gh'era là on giovin in terra buttàa giò, che el pareva mort. La ghe guarda; e la ved, che l'è ferìi. Lee, la saveva indove i lader tegneven on cert onguent, che se ontaven lor quand vegneven a cà, che eren feríi. La và a tœull e la prœuva a ontagh[viii]la ferida. La ved che el rinvèn; e lee, allora la va in cusinna[ix], la ghe dà on brœud per podè sostanziall[x]. La ghe dis:—«Come l'è, che fa a trovass chì, lu?»—Lu, el dis, che l'è stàa assaltàa di lader e che l'han ferìi:—«Lor, me creden mort, e m'han miss là, perchè a lassam in strada, gh'han pagura de vess scopert, perchè mi sont el fiœu del Re.»—Lee, allora la dis che apenna che saria stàa in forza, lee gh'avaria fàa el mezz de podell fà scappà.—«Mi sol, no; con ti, scapparoo; perchè se de no, se i lader trœuven pu mi, allora ti te mazzen.»—Fan el dacord[xi]a la sira adrèe de andà via tutt e dùu, apennache i lader eren via. I lader van via; e lor van, scappen. Lu el cognosseva i strad; e l'è andàa in d'ona fattoria, che l'era lì poch distant, che l'era on fattor sott a la cort del Re. Van là; lu, el fiœu del Re, el ghe dis, s'el podeva menall a casa soa, perchè lu, l'era stàa assassinàa di lader e so pader le saveva no, e desiderava de faghel savè pusèe prest, che fuss possibel. El fittavol pensa de caregà on carr de fen, de paja, fàa in manera de andagh denter tutt e dùu, el fiœu del Re e la tosa[xii]del prestinèe, e de podè avegh el sit de fiadà. Van, se metten in viagg. Quand hin a on certo sit, incontren i lader; iè fermen:—«Cossa gh'avii lì?»—«Oh»—dis—«cossa gh'hoo de avè? L'è on poo de paja, che meni giò per sternì[xiii].»—S' ciao! E lor:—«Eh ben»—disen—«andèe!»—e el lassen andà. Quand hin a la cort, i so guardi voreven minga lassall andàa denter in la porta. La, el ficciavol[xiv], el ghe dis, che l'è el fiœu del Re, che gh'ha dàa orden de andà denter. Ghe disen, ch'el fiœu del Re, el gh'è minga, che anderan a dighelal Re de sto orden, che gh'han lor. Van a dighel al Re. E lu, el dis:—«Magara el fuss ver ch'el fuss el me fiœu! Ma el me fiœu l'è on pezz che no sòo in dove l'è, che el se ritrœuva![xv]»—El Re, el ghe dis:—«Vegnaròo giò mi a vedè.»—Difatti el va. El ficciavol, el ghe dis che l'è propi el so fiœu, che gh'ha dàa l'orden de andà denter, e che anzi l'è lì in quell carr. Lì pesseghen, descareghen el car[xvi]. El fiœu, el ven giò; e el pader, a vedè el so fiœu, l'è tutt content. E pœu, el ghe ved insemma sta donna. Allora el fiœu, el ghe cunta quel che gh'era success; e che quella lì l'era quella, che gh'ha salvàa la vitta. Allora el pader, el ciappa sta tosa, le ringrazia tant. El fiœu, el ghe dis, che lu, el voreva sposalla. El Re ghe le conced. S' ciao! Ven, che el capp di lader l'ha scopert che quella lì l'era scappada cont el fioeu del Be; e l'ha sentíi che era success sto matrimonî. Lu, el saveva che lee ghe piaseva tant Sant'Antoni. L'ha fàa fa on quader magnifich, grand e pesant, che ghe voreva quatter omen a portall, e l'ha mandàa a la Cort; l'ha mandàa a digh che gh'aveven on quader de Sant'Antoni, che l'era inscì bel. E lee, la sposa, la ghe dis a so marì de tœughel. Lu, ghe le tœu; e lee, le fa mett in la soa stanza. E lee, l'andava semper a pregà sto sant, che per i so orazion, che le ghe fava, lu l'ha salvada de la mort; e pœu lee, l'ha podùu salvagh la vita a quel che l'ha sposada. De lì a on tre dì, la sentiva sto quader, che el fava di vers[xvii]:—«cricch!cricch! cricch!»—Ona sera, la va in lett; e tutt a on tratt la sent ona molla come a derviss. La guarda al quader, e la ved che el se mœuv. E lee sonna el campanin in pressa. In d'on moment va denter gent; e fan andà denter i guardi e arresten el Sant'Antoni, che l'era el lader[xviii]. E via a tœu tutti alter. E han trovàa là, in dove staven i lader, han trovàa di gran robb finn, tutta robba robada. E el capp, l'han condannàa a mort e l'han faa morì. E lee, la tosa del prestinèe, l'è restada Reginna, l'è andada a tœu i so gent, e se i è tiràa là a la cort cont lee; han fàa pu el prestinèe, han fàa i sciori anca lor.[i]IlLimbrechtannota:—«Kinder—Märchen, N.º XL.Der Räuberhauptmann; «und N.º XLVIFitcher's Vogel.»—[ii]I sœu gent, i suoi genitori. Si noti la parte, che ha in questa variante la maledizion materna, motivo mille volte adoperato e dalla fantasia popolare e nella letteratura propriamente detta.[iii]Tœu, (con l'œubreve, a differenza ditœu, tuoi, che lo ha lungo) adoperato assolutamente, ha, fra gli altri sensi, anche quello di pigliar moglie, sposare.Doma o nomà, solo, soltanto, solamente.Domà che de lì a on poo de temp, di lì a poco, sol dopo poco.[iv]Piccà, bussare, picchiare.Portascia, Usciaccio, portaccia.Dervì, aprire; a quindidervigh, aprirgli;dervinn, aprirne.[v]Capp, in milanese, non si adopera isolatamente nel significato proprio di capo, testa, anzi solo in alcuni significati tropici o metaforici.Capp de lader, capobandito. Si noti quell'on poo de sir, letteralmente: un poco di sere, una poca di sere.[vi]Sogn, tantosonno, quantosogno.Lassass andà del sogn, è locuzione, che manca alVocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini.[vii]Portà in spalletta(secondo il Cherubini)—«che i contadini dell'Alto Milanese diconoportà in pepissoin gigiœura. Portare a zanchellini, portare a cavalluccio o a pentole o a pentoline. È quello che i lodigiani diconoportà in pegorinae i bergamaschiportà in croppa.»—Stanzin, stanzino, stanzibolo, bugigattolo.[viii]NedOnguent, nedontà, si rinvengono appo il Cherubini. Anzi solo il verboOng, contadinescoVong(ungere, ugnere) e il sostantivo (nelSupplimento)Ongiuda(ugnimento, untata). In altre novelle, non è un unguento specifico, anzi un'erba miracolosa, che risana il ferito e spesso risuscita il morto, come ho posto in un'altra nota. Alla quale mi giova aggiunger qui, che un'erba simile, che riappicca le membra troncate, si ritrova nella XII delleNovelle Antichestampate in calce al primo volume delCatalogo dei Novellieri Italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Papanti.[ix]Cusinna, tanto vuol dircucina, quantocugina.[x]Sostanzià, manca affatto nel Cherubini.[xi]Dacord, accordo, convenuto, concerto.Fà el dacord, concertare accordarsi (locuzione trasandata dal Cherubini).[xii]Tosausavano anche i Provenzali. Giraldo Riquiero ha detto:Toza, senz cor vaireE senes estraireM'auretz tan quan viva.Dove il Nannucci annota:—«I Bolognesi e i LombardiTosaper fanciulla; o viene forse daltonsusde' Latini, quasi proprio di chi ancora non ha capelli.»—L'etimologia è erronea; non viene datonsa, ma invece daintonsa, chè le fanciulle lombarde portavano i capelli lunghi, ma li tagliavano nel dì delle nozze; onde il Manzoni, nell'Adelchi, fa dire ad Ermengarda ripudiata, che si rivolge alla madre morta:Quella Ermengarda tua, cui di tua manoAdornavi quel dì con tanta gioja,Con tanta pièta; a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!Anche ilVaron Milanesdice:—«Tos, Toson(Figliuolo.Putto.Fanciullo). È tolto dal participiotonsus, che viene dal verbotondeo, es, qual significatosare, perchè per il più i figliuolini vanno tosati, acciò forse i capelli non gli offendano il cervello ancora tenero, il che ce lo dà ad intendere l'aver udito consiglio di saggi medici, i quali volevano, che i figliuolini in quella tenera età andassero scoperta la testa per la sopraddetta causa.»—O che scienza ed igienica ed etimologica![xiii]Sternìostarnì, (dal latinosternere); far l'impatto, impattare, fare lo sterno o il letto delle bestie.[xiv]FicciàvoloFittavol. Fittajuolo, affittajuolo, fittuario.[xv]Dev'essere un Italianesimo, che non si ritrova segnato nel Cherubini.[xvi]Si dice tantocarrquantocar; sebbene il primo sia più usuale. Entrambi sono registrati dal Cherubini. Io m'attengo scrupolosamente alla pronunzia della mia novellaja, che adoperava quando l'una e quando l'altra forma del vocabolo. Anche in Italiano, la stessa persona dice talvoltaommettere,ufficio,Allighieri, eccetera e tal altraomettere,uficio,Alighierie via discorrendo.[xvii]Pervers, in Milanese, s'intendono tanto le voci, con le quali ci rivolgiamo alle bestie, domestiche o selvatiche, per allettare, radunare, incitare, istizzire, iscacciare; quanto le voci degli animali stessi:el vers del loff;el vers del can; ecc. Non c'è lingua più ricca della nostra italiana per indicar con verbi, locuzioni e sostantivi speciali le voci ed i suoni, che emettono le varie specie di bestie. Ne ho formato un elenco, che oltrepassa i cento verbi; e non credo di averle registrate tutte; ecco perchè non lo inserisco qui con la sinonimia de' dialetti, che posseggon pure parecchi be' termini analoghi, i quali la lingua aulica desidererebbe. Ognun vedrebbe di quanto rimane al di sotto la nomenclatura delle voci degli animali in francese, ch'è tra leRabelessianadel De L'Aulnaye in calce alla sua edizione del Rabelais. Ma non so resistere alla tentazione di aggiunger a questa postilla alcuni versi di un cinquecentista obbliato, che appunto mentova in essi parecchi termini siffatti, tra cui ce ne ha de' fidenziani e degli obsoleti. Questi è Gabriele Zimano, che nelCaride, favola pastorale, dedicata da Reggio ilIIIOttobreMDCXalla serenissima signora Margherita Gonzaga Estense, Duchessa di Ferrara, così fa parlare due pastori:Timio.E tacerai tu dunque? ah, negli estremiMiseri avvenimenti tu non chiediCol tuo soave dir dolce soccorso?Caride.Soccorso? Ah, convien ch'ioFra tutti gli animaliTaccia i miei casi; e che saria il narrarli,Se non far compatir gli amici meco?Ogni male ha rimedio, eccetto il mio;Incurabile è il mio. Il toromugge;L'upupa silamenta;La civetta il gran tortoMostra con asprointorto;L'ostroporla cicadaForma, sfogando il duolo;Ululail lupo; ed ilsusursi sente,Da i dolci favi; l'umilebelatoForman gli agnelli; il mattutino galloEspergificalieto;Lieto ancora il cavalloInnisce; e l'elefanteChiede con i mestissimibarritiSoccorso; e agl'indistintiSuoni lor non si negaSe non mercede donoDa la pietà, che al mio distinto direChiude le crude orecchie!Onde ben posso direChe non è verso me la pietà pia.Chi mi darà soccorsoSe la pietà lo nega?[xviii]Per l'uomo nascosto dentro una statua (od un quadro) oltre le novelle indicate in nota alRe Avarovedi anche:A. Sgubernatis.Le Novelline di Santo Stefano(VIII.Argentofo).—Pitré, Opera citata: XCV.L'acula, chi sona(Geraci Sicula) XCVI.L'acula d'oru(Borgetto) eLu Re Fiuravanti(Palazzo Adriano).Gonzenbach, Opera citata: LXVIII.Vom goldnen Löwen.Aloise Cintio de' Fabrizî,Origine de' Volgari Proverbî(M.D.XXVI.) la spiegazione del proverbioL'è fatto il becco all'oca, eccetera, eccetera.[2]Che, come si dice per proverbio, l'una avrebbe ajutato a maritar le altre. Ned altrimenti, per suggestione di Romeo, persona umile e pellegrina, calcolò Raimondo Berlinghieri: e le sue previsioni si avverarono.[3]Un modo simile di sbrigarsi di persone incomode lo abbiamo visto nellaPrezzemolina.[4]Di fughe cosiffatte ne sono piene le istorie e le favole. Ne citerò una dallaHistoria VariadelDomenichi:—«Sarà più fresca memoria e alquanto più felice consiglio d'una certa nuova et non più usata astuzia di Nicolò Picinino, il quale egli, famosissimo capitan di guerra del suo tempo et affezionatissimo del Duca Filippo, lasciò a' posteri; dalla qual cosa non si può dubitare, quanto fusse notabile e accorto l'ingegno di tale uomo. Perciocchè, essendo egli vinto in battaglia da Francesco Sforza, capitan generale della Signoria di Vinegia, et essendo fuggito et ricoveratosi a Garda, sul lago di Salò, sì come quel che non vedeva speranza alcuna di salvarsi, perchè egli non poteva ir salvo a trovare i suoi, nè anco si poteva molto fidare in una terricciuola, sì come è Garda; fece uno atto nuovo et non mai più udito innanzi quel giorno, di farsi portare in un sacco da un famiglio tedesco per il campo degli Sforzeschi, mostrando egli di portar pane a' suoi padroni, talchè finalmente egli si salvò in quel modo. Nel quale uomo difficilmente si potrà conoscere, a cui si dia la parte principale, o alla fortuna, che troppo lo favoriva; o alla fede del servidore, il quale con pericolo della sua vita lo portò a salvamento; o più tosto alla troppa fidanza del Picinino, il quale, mentre ch'egli avea paura dello Sforza più che non bisognava, non dubitò d' arrischiarsi a qual si voglia pericolo.»—

LE TRE FORNARINE.[1]

C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra, tanto, che s'eran tirate il soprannome d'Occhi di Sole. Un giorno, che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva veduto da piccinae neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento, arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili. Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio; picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza; e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la su' casuccia.Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada. Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata. E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto, ma lui sempre zitto; e lei la sidisperava come un can perso. Alla fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto; e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello. Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito, che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno, che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza. Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni, sempre al buio; perchè la cagna andavaa portargli da mangiare. Tornò Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo, e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò, per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e gli impose chenon aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento. Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto. Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente, disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto, tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo, gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro, e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nerobosco[4]. Dopo otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati, che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti, che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala, chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dirche c'è egli?, e in due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva quell'orologio, che aveva lavirtù di far dormire. Il Re subito lo comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero; chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare. Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che, giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù. E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire, perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino; chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste, e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.

Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, chè ho detto la mia.

NOTE

[1]Variante, nella prima parte, della fiabaGli Assassini; nella seconda delRe Avaro(Vedi lì pe' riscontri). Ha pure de' punti di somiglianza ed appartiene al ciclo stesso dell'Orcoe d'Ilcontadino che aveva tre figlioli. Risponde anche alla Novella intitolataLe cento sporte, che si contiene nell'opuscolo:Due|fiabe|toscane|Annotate da V. I.||Esemplari C||Napoli|Stabilimento tipografico A. Trani|Strada Medina 25|M.DCCC.LXXVI. Fu raccolta dalla signora Larissa Giorgi da Prato. Eccone una lezione milanese:I TRE TOSANN DEL PRESTINEE[i]Gh'era on prestinee, ch'el gh'aveva tre tosânn; eren on poo cattiv; faven immattì i soeu gent[ii]. E la soa mamma, in att de rabbia, la dis:—«Se veniss anca on lader a tœuv, mi ve lassi toeu[iii].»—Domà che de lì a on poo de temp, va on scior a cercà vunna di so tosânn. Lee, la dimanda chi l'era; e la voreva savè de che famiglia l'era per podè dagh la soa tosa. Lu, el gh'ha portàa tutt i so cart in regola: e lor han vedùu, che l'era on bon partii. Ma sti cart eren tutt cart fals, che lor han minga cognossùu, ch'eren fals. El ghe dis, ch'apenna sposada, l'avaria menada in dove stava lu, in la soa citàa. El ghe fa di bej regaj de robba finna e fan sto sposalizi e pœu la mena via. Lee, la saluda i so gent, la saluda i so sorell; e pœu via van. Domà che fan tanta strada, tanta strada! distant!... e bosch!... quand hin staa in d'on sit, che gh'era propi nissun, in d'on bosch, el picca in d'ona portascia[iv], e là ven di omena dervigh. Lu, el ghe dis a sti omen:—«Ecco, questa l'è la mia sposa!»—E pœu el ghe dis, a lee:—«Sappia, che se te vœut dormì, dorma del dì. Ma de nott bisogna che te staghet dessedada, perchè nun a la sira vemm via e ti te dèvet stà attenta, per quand vegnem a cà, che picchem la porta, a dervinn. Se de no, mi te mazzi.»—Lee, sta povera tosa, la cercava de dormì del dì; e de nott la stava su per stà attenta per quand piccaven la porta. E l'aveva capíi, che l'era andada in man a on capp de la compagnia di lader[v]. Ven, che per on poo de sir l'è semper dessedada. Ona sira, la s'è indormentada. Lu, l'è andaa denter e l'ha minacciàa de mazzalla. Lee, la s'è missa a piang e a domandagh perdon, che saria l'ultima volta, che ghe fuss capitàa quella cossa lì. Ven, che ona nott vann a cà e anca allor la s'era indormentada e lu l'ha mazzada. E lu cosse l'ha fàa? El dis:—«Andaroo a tœu l'altra sorella.»—El va là di so gent (de soa mièe); el ghe dis che la soa tosa (de lor) la st ben, ch'ie manda a saludà tutt; e se voreven vunna di so sorej andà là a fa compagnia a lee. Vunna di sti sorej, la dis:—«Vegnaròo mi, vegnaròo mi.»—E quand l'è a cà de lu, la cerca la soa sorella. Lu, el ghe dis:—«L'è inutil che te cerchet la toa sorella, perchè l'hoo mazzada! «E se te faree minga quel che te disi mi, te mazzaroo anca ti.»—El ghe dis:—«Ti te dèe stà de nott dessedada, per stà pronta, quand vegnem a cà nun, de dervinn.»—Lee, l'ha seguitàa on poo de temp e l'è semper stada dessedada; ona nott, la s'è lassada andà del sogn[vi]. E lu, el va dent e le minaccia; e lee, le prega de perdonagh, che le saria minga success la segonda volta. Dopo tanto temp, ona nott el va a cà; e lee, la dormiva. Lu, el le desseda no; senza dì no, el va là e le mazza anca quella. Dopo, el pensa de andà a tœu la terza. El va là e el ghe dis a i so gent (de lee), che gh'han ditt i so sorell de digh de andà là anca lee in compagnia on poo, e pœu che sarien vegnùu a casa insemma. Lee, la terza sorella, la ghe va. E quand l'e là, la trœuva minga i so sorell.E lu, el ghe dis che eren tutt e dò mort; e che, se lee la stava minga dessedada, la mazzava anca lee. Lee, quella là, la ghe dis de tœugh on quader de sant'Antoni, che lee l'era divotta, che inscì la starìa a fagh orazion a sant'Antoni e la saria stada dessedada. Difatti, lee, tutt i nott, la gh'aveva sto sant'Antoni e la s'è mai indormentada. Ona nott i lader vegnen a cà. Picchen la porta. La va a dervì, e ved che vegnen dent e portaven denter vun in spalletta. Derven on stanzin[vii]e van là e el metten giò in de sto stanzin. Lee, a la sira adrèe, apenna ch'hin andà via, la va in de sto stanzin a guardagh cossa aveven mess giò; e la ved che gh'era là on giovin in terra buttàa giò, che el pareva mort. La ghe guarda; e la ved, che l'è ferìi. Lee, la saveva indove i lader tegneven on cert onguent, che se ontaven lor quand vegneven a cà, che eren feríi. La và a tœull e la prœuva a ontagh[viii]la ferida. La ved che el rinvèn; e lee, allora la va in cusinna[ix], la ghe dà on brœud per podè sostanziall[x]. La ghe dis:—«Come l'è, che fa a trovass chì, lu?»—Lu, el dis, che l'è stàa assaltàa di lader e che l'han ferìi:—«Lor, me creden mort, e m'han miss là, perchè a lassam in strada, gh'han pagura de vess scopert, perchè mi sont el fiœu del Re.»—Lee, allora la dis che apenna che saria stàa in forza, lee gh'avaria fàa el mezz de podell fà scappà.—«Mi sol, no; con ti, scapparoo; perchè se de no, se i lader trœuven pu mi, allora ti te mazzen.»—Fan el dacord[xi]a la sira adrèe de andà via tutt e dùu, apennache i lader eren via. I lader van via; e lor van, scappen. Lu el cognosseva i strad; e l'è andàa in d'ona fattoria, che l'era lì poch distant, che l'era on fattor sott a la cort del Re. Van là; lu, el fiœu del Re, el ghe dis, s'el podeva menall a casa soa, perchè lu, l'era stàa assassinàa di lader e so pader le saveva no, e desiderava de faghel savè pusèe prest, che fuss possibel. El fittavol pensa de caregà on carr de fen, de paja, fàa in manera de andagh denter tutt e dùu, el fiœu del Re e la tosa[xii]del prestinèe, e de podè avegh el sit de fiadà. Van, se metten in viagg. Quand hin a on certo sit, incontren i lader; iè fermen:—«Cossa gh'avii lì?»—«Oh»—dis—«cossa gh'hoo de avè? L'è on poo de paja, che meni giò per sternì[xiii].»—S' ciao! E lor:—«Eh ben»—disen—«andèe!»—e el lassen andà. Quand hin a la cort, i so guardi voreven minga lassall andàa denter in la porta. La, el ficciavol[xiv], el ghe dis, che l'è el fiœu del Re, che gh'ha dàa orden de andà denter. Ghe disen, ch'el fiœu del Re, el gh'è minga, che anderan a dighelal Re de sto orden, che gh'han lor. Van a dighel al Re. E lu, el dis:—«Magara el fuss ver ch'el fuss el me fiœu! Ma el me fiœu l'è on pezz che no sòo in dove l'è, che el se ritrœuva![xv]»—El Re, el ghe dis:—«Vegnaròo giò mi a vedè.»—Difatti el va. El ficciavol, el ghe dis che l'è propi el so fiœu, che gh'ha dàa l'orden de andà denter, e che anzi l'è lì in quell carr. Lì pesseghen, descareghen el car[xvi]. El fiœu, el ven giò; e el pader, a vedè el so fiœu, l'è tutt content. E pœu, el ghe ved insemma sta donna. Allora el fiœu, el ghe cunta quel che gh'era success; e che quella lì l'era quella, che gh'ha salvàa la vitta. Allora el pader, el ciappa sta tosa, le ringrazia tant. El fiœu, el ghe dis, che lu, el voreva sposalla. El Re ghe le conced. S' ciao! Ven, che el capp di lader l'ha scopert che quella lì l'era scappada cont el fioeu del Be; e l'ha sentíi che era success sto matrimonî. Lu, el saveva che lee ghe piaseva tant Sant'Antoni. L'ha fàa fa on quader magnifich, grand e pesant, che ghe voreva quatter omen a portall, e l'ha mandàa a la Cort; l'ha mandàa a digh che gh'aveven on quader de Sant'Antoni, che l'era inscì bel. E lee, la sposa, la ghe dis a so marì de tœughel. Lu, ghe le tœu; e lee, le fa mett in la soa stanza. E lee, l'andava semper a pregà sto sant, che per i so orazion, che le ghe fava, lu l'ha salvada de la mort; e pœu lee, l'ha podùu salvagh la vita a quel che l'ha sposada. De lì a on tre dì, la sentiva sto quader, che el fava di vers[xvii]:—«cricch!cricch! cricch!»—Ona sera, la va in lett; e tutt a on tratt la sent ona molla come a derviss. La guarda al quader, e la ved che el se mœuv. E lee sonna el campanin in pressa. In d'on moment va denter gent; e fan andà denter i guardi e arresten el Sant'Antoni, che l'era el lader[xviii]. E via a tœu tutti alter. E han trovàa là, in dove staven i lader, han trovàa di gran robb finn, tutta robba robada. E el capp, l'han condannàa a mort e l'han faa morì. E lee, la tosa del prestinèe, l'è restada Reginna, l'è andada a tœu i so gent, e se i è tiràa là a la cort cont lee; han fàa pu el prestinèe, han fàa i sciori anca lor.

[1]Variante, nella prima parte, della fiabaGli Assassini; nella seconda delRe Avaro(Vedi lì pe' riscontri). Ha pure de' punti di somiglianza ed appartiene al ciclo stesso dell'Orcoe d'Ilcontadino che aveva tre figlioli. Risponde anche alla Novella intitolataLe cento sporte, che si contiene nell'opuscolo:Due|fiabe|toscane|Annotate da V. I.||Esemplari C||Napoli|Stabilimento tipografico A. Trani|Strada Medina 25|M.DCCC.LXXVI. Fu raccolta dalla signora Larissa Giorgi da Prato. Eccone una lezione milanese:

I TRE TOSANN DEL PRESTINEE[i]

Gh'era on prestinee, ch'el gh'aveva tre tosânn; eren on poo cattiv; faven immattì i soeu gent[ii]. E la soa mamma, in att de rabbia, la dis:—«Se veniss anca on lader a tœuv, mi ve lassi toeu[iii].»—Domà che de lì a on poo de temp, va on scior a cercà vunna di so tosânn. Lee, la dimanda chi l'era; e la voreva savè de che famiglia l'era per podè dagh la soa tosa. Lu, el gh'ha portàa tutt i so cart in regola: e lor han vedùu, che l'era on bon partii. Ma sti cart eren tutt cart fals, che lor han minga cognossùu, ch'eren fals. El ghe dis, ch'apenna sposada, l'avaria menada in dove stava lu, in la soa citàa. El ghe fa di bej regaj de robba finna e fan sto sposalizi e pœu la mena via. Lee, la saluda i so gent, la saluda i so sorell; e pœu via van. Domà che fan tanta strada, tanta strada! distant!... e bosch!... quand hin staa in d'on sit, che gh'era propi nissun, in d'on bosch, el picca in d'ona portascia[iv], e là ven di omena dervigh. Lu, el ghe dis a sti omen:—«Ecco, questa l'è la mia sposa!»—E pœu el ghe dis, a lee:—«Sappia, che se te vœut dormì, dorma del dì. Ma de nott bisogna che te staghet dessedada, perchè nun a la sira vemm via e ti te dèvet stà attenta, per quand vegnem a cà, che picchem la porta, a dervinn. Se de no, mi te mazzi.»—Lee, sta povera tosa, la cercava de dormì del dì; e de nott la stava su per stà attenta per quand piccaven la porta. E l'aveva capíi, che l'era andada in man a on capp de la compagnia di lader[v]. Ven, che per on poo de sir l'è semper dessedada. Ona sira, la s'è indormentada. Lu, l'è andaa denter e l'ha minacciàa de mazzalla. Lee, la s'è missa a piang e a domandagh perdon, che saria l'ultima volta, che ghe fuss capitàa quella cossa lì. Ven, che ona nott vann a cà e anca allor la s'era indormentada e lu l'ha mazzada. E lu cosse l'ha fàa? El dis:—«Andaroo a tœu l'altra sorella.»—El va là di so gent (de soa mièe); el ghe dis che la soa tosa (de lor) la st ben, ch'ie manda a saludà tutt; e se voreven vunna di so sorej andà là a fa compagnia a lee. Vunna di sti sorej, la dis:—«Vegnaròo mi, vegnaròo mi.»—E quand l'è a cà de lu, la cerca la soa sorella. Lu, el ghe dis:—«L'è inutil che te cerchet la toa sorella, perchè l'hoo mazzada! «E se te faree minga quel che te disi mi, te mazzaroo anca ti.»—El ghe dis:—«Ti te dèe stà de nott dessedada, per stà pronta, quand vegnem a cà nun, de dervinn.»—Lee, l'ha seguitàa on poo de temp e l'è semper stada dessedada; ona nott, la s'è lassada andà del sogn[vi]. E lu, el va dent e le minaccia; e lee, le prega de perdonagh, che le saria minga success la segonda volta. Dopo tanto temp, ona nott el va a cà; e lee, la dormiva. Lu, el le desseda no; senza dì no, el va là e le mazza anca quella. Dopo, el pensa de andà a tœu la terza. El va là e el ghe dis a i so gent (de lee), che gh'han ditt i so sorell de digh de andà là anca lee in compagnia on poo, e pœu che sarien vegnùu a casa insemma. Lee, la terza sorella, la ghe va. E quand l'e là, la trœuva minga i so sorell.E lu, el ghe dis che eren tutt e dò mort; e che, se lee la stava minga dessedada, la mazzava anca lee. Lee, quella là, la ghe dis de tœugh on quader de sant'Antoni, che lee l'era divotta, che inscì la starìa a fagh orazion a sant'Antoni e la saria stada dessedada. Difatti, lee, tutt i nott, la gh'aveva sto sant'Antoni e la s'è mai indormentada. Ona nott i lader vegnen a cà. Picchen la porta. La va a dervì, e ved che vegnen dent e portaven denter vun in spalletta. Derven on stanzin[vii]e van là e el metten giò in de sto stanzin. Lee, a la sira adrèe, apenna ch'hin andà via, la va in de sto stanzin a guardagh cossa aveven mess giò; e la ved che gh'era là on giovin in terra buttàa giò, che el pareva mort. La ghe guarda; e la ved, che l'è ferìi. Lee, la saveva indove i lader tegneven on cert onguent, che se ontaven lor quand vegneven a cà, che eren feríi. La và a tœull e la prœuva a ontagh[viii]la ferida. La ved che el rinvèn; e lee, allora la va in cusinna[ix], la ghe dà on brœud per podè sostanziall[x]. La ghe dis:—«Come l'è, che fa a trovass chì, lu?»—Lu, el dis, che l'è stàa assaltàa di lader e che l'han ferìi:—«Lor, me creden mort, e m'han miss là, perchè a lassam in strada, gh'han pagura de vess scopert, perchè mi sont el fiœu del Re.»—Lee, allora la dis che apenna che saria stàa in forza, lee gh'avaria fàa el mezz de podell fà scappà.—«Mi sol, no; con ti, scapparoo; perchè se de no, se i lader trœuven pu mi, allora ti te mazzen.»—Fan el dacord[xi]a la sira adrèe de andà via tutt e dùu, apennache i lader eren via. I lader van via; e lor van, scappen. Lu el cognosseva i strad; e l'è andàa in d'ona fattoria, che l'era lì poch distant, che l'era on fattor sott a la cort del Re. Van là; lu, el fiœu del Re, el ghe dis, s'el podeva menall a casa soa, perchè lu, l'era stàa assassinàa di lader e so pader le saveva no, e desiderava de faghel savè pusèe prest, che fuss possibel. El fittavol pensa de caregà on carr de fen, de paja, fàa in manera de andagh denter tutt e dùu, el fiœu del Re e la tosa[xii]del prestinèe, e de podè avegh el sit de fiadà. Van, se metten in viagg. Quand hin a on certo sit, incontren i lader; iè fermen:—«Cossa gh'avii lì?»—«Oh»—dis—«cossa gh'hoo de avè? L'è on poo de paja, che meni giò per sternì[xiii].»—S' ciao! E lor:—«Eh ben»—disen—«andèe!»—e el lassen andà. Quand hin a la cort, i so guardi voreven minga lassall andàa denter in la porta. La, el ficciavol[xiv], el ghe dis, che l'è el fiœu del Re, che gh'ha dàa orden de andà denter. Ghe disen, ch'el fiœu del Re, el gh'è minga, che anderan a dighelal Re de sto orden, che gh'han lor. Van a dighel al Re. E lu, el dis:—«Magara el fuss ver ch'el fuss el me fiœu! Ma el me fiœu l'è on pezz che no sòo in dove l'è, che el se ritrœuva![xv]»—El Re, el ghe dis:—«Vegnaròo giò mi a vedè.»—Difatti el va. El ficciavol, el ghe dis che l'è propi el so fiœu, che gh'ha dàa l'orden de andà denter, e che anzi l'è lì in quell carr. Lì pesseghen, descareghen el car[xvi]. El fiœu, el ven giò; e el pader, a vedè el so fiœu, l'è tutt content. E pœu, el ghe ved insemma sta donna. Allora el fiœu, el ghe cunta quel che gh'era success; e che quella lì l'era quella, che gh'ha salvàa la vitta. Allora el pader, el ciappa sta tosa, le ringrazia tant. El fiœu, el ghe dis, che lu, el voreva sposalla. El Re ghe le conced. S' ciao! Ven, che el capp di lader l'ha scopert che quella lì l'era scappada cont el fioeu del Be; e l'ha sentíi che era success sto matrimonî. Lu, el saveva che lee ghe piaseva tant Sant'Antoni. L'ha fàa fa on quader magnifich, grand e pesant, che ghe voreva quatter omen a portall, e l'ha mandàa a la Cort; l'ha mandàa a digh che gh'aveven on quader de Sant'Antoni, che l'era inscì bel. E lee, la sposa, la ghe dis a so marì de tœughel. Lu, ghe le tœu; e lee, le fa mett in la soa stanza. E lee, l'andava semper a pregà sto sant, che per i so orazion, che le ghe fava, lu l'ha salvada de la mort; e pœu lee, l'ha podùu salvagh la vita a quel che l'ha sposada. De lì a on tre dì, la sentiva sto quader, che el fava di vers[xvii]:—«cricch!cricch! cricch!»—Ona sera, la va in lett; e tutt a on tratt la sent ona molla come a derviss. La guarda al quader, e la ved che el se mœuv. E lee sonna el campanin in pressa. In d'on moment va denter gent; e fan andà denter i guardi e arresten el Sant'Antoni, che l'era el lader[xviii]. E via a tœu tutti alter. E han trovàa là, in dove staven i lader, han trovàa di gran robb finn, tutta robba robada. E el capp, l'han condannàa a mort e l'han faa morì. E lee, la tosa del prestinèe, l'è restada Reginna, l'è andada a tœu i so gent, e se i è tiràa là a la cort cont lee; han fàa pu el prestinèe, han fàa i sciori anca lor.

[i]IlLimbrechtannota:—«Kinder—Märchen, N.º XL.Der Räuberhauptmann; «und N.º XLVIFitcher's Vogel.»—[ii]I sœu gent, i suoi genitori. Si noti la parte, che ha in questa variante la maledizion materna, motivo mille volte adoperato e dalla fantasia popolare e nella letteratura propriamente detta.[iii]Tœu, (con l'œubreve, a differenza ditœu, tuoi, che lo ha lungo) adoperato assolutamente, ha, fra gli altri sensi, anche quello di pigliar moglie, sposare.Doma o nomà, solo, soltanto, solamente.Domà che de lì a on poo de temp, di lì a poco, sol dopo poco.[iv]Piccà, bussare, picchiare.Portascia, Usciaccio, portaccia.Dervì, aprire; a quindidervigh, aprirgli;dervinn, aprirne.[v]Capp, in milanese, non si adopera isolatamente nel significato proprio di capo, testa, anzi solo in alcuni significati tropici o metaforici.Capp de lader, capobandito. Si noti quell'on poo de sir, letteralmente: un poco di sere, una poca di sere.[vi]Sogn, tantosonno, quantosogno.Lassass andà del sogn, è locuzione, che manca alVocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini.[vii]Portà in spalletta(secondo il Cherubini)—«che i contadini dell'Alto Milanese diconoportà in pepissoin gigiœura. Portare a zanchellini, portare a cavalluccio o a pentole o a pentoline. È quello che i lodigiani diconoportà in pegorinae i bergamaschiportà in croppa.»—Stanzin, stanzino, stanzibolo, bugigattolo.[viii]NedOnguent, nedontà, si rinvengono appo il Cherubini. Anzi solo il verboOng, contadinescoVong(ungere, ugnere) e il sostantivo (nelSupplimento)Ongiuda(ugnimento, untata). In altre novelle, non è un unguento specifico, anzi un'erba miracolosa, che risana il ferito e spesso risuscita il morto, come ho posto in un'altra nota. Alla quale mi giova aggiunger qui, che un'erba simile, che riappicca le membra troncate, si ritrova nella XII delleNovelle Antichestampate in calce al primo volume delCatalogo dei Novellieri Italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Papanti.[ix]Cusinna, tanto vuol dircucina, quantocugina.[x]Sostanzià, manca affatto nel Cherubini.[xi]Dacord, accordo, convenuto, concerto.Fà el dacord, concertare accordarsi (locuzione trasandata dal Cherubini).[xii]Tosausavano anche i Provenzali. Giraldo Riquiero ha detto:Toza, senz cor vaireE senes estraireM'auretz tan quan viva.Dove il Nannucci annota:—«I Bolognesi e i LombardiTosaper fanciulla; o viene forse daltonsusde' Latini, quasi proprio di chi ancora non ha capelli.»—L'etimologia è erronea; non viene datonsa, ma invece daintonsa, chè le fanciulle lombarde portavano i capelli lunghi, ma li tagliavano nel dì delle nozze; onde il Manzoni, nell'Adelchi, fa dire ad Ermengarda ripudiata, che si rivolge alla madre morta:Quella Ermengarda tua, cui di tua manoAdornavi quel dì con tanta gioja,Con tanta pièta; a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!Anche ilVaron Milanesdice:—«Tos, Toson(Figliuolo.Putto.Fanciullo). È tolto dal participiotonsus, che viene dal verbotondeo, es, qual significatosare, perchè per il più i figliuolini vanno tosati, acciò forse i capelli non gli offendano il cervello ancora tenero, il che ce lo dà ad intendere l'aver udito consiglio di saggi medici, i quali volevano, che i figliuolini in quella tenera età andassero scoperta la testa per la sopraddetta causa.»—O che scienza ed igienica ed etimologica![xiii]Sternìostarnì, (dal latinosternere); far l'impatto, impattare, fare lo sterno o il letto delle bestie.[xiv]FicciàvoloFittavol. Fittajuolo, affittajuolo, fittuario.[xv]Dev'essere un Italianesimo, che non si ritrova segnato nel Cherubini.[xvi]Si dice tantocarrquantocar; sebbene il primo sia più usuale. Entrambi sono registrati dal Cherubini. Io m'attengo scrupolosamente alla pronunzia della mia novellaja, che adoperava quando l'una e quando l'altra forma del vocabolo. Anche in Italiano, la stessa persona dice talvoltaommettere,ufficio,Allighieri, eccetera e tal altraomettere,uficio,Alighierie via discorrendo.[xvii]Pervers, in Milanese, s'intendono tanto le voci, con le quali ci rivolgiamo alle bestie, domestiche o selvatiche, per allettare, radunare, incitare, istizzire, iscacciare; quanto le voci degli animali stessi:el vers del loff;el vers del can; ecc. Non c'è lingua più ricca della nostra italiana per indicar con verbi, locuzioni e sostantivi speciali le voci ed i suoni, che emettono le varie specie di bestie. Ne ho formato un elenco, che oltrepassa i cento verbi; e non credo di averle registrate tutte; ecco perchè non lo inserisco qui con la sinonimia de' dialetti, che posseggon pure parecchi be' termini analoghi, i quali la lingua aulica desidererebbe. Ognun vedrebbe di quanto rimane al di sotto la nomenclatura delle voci degli animali in francese, ch'è tra leRabelessianadel De L'Aulnaye in calce alla sua edizione del Rabelais. Ma non so resistere alla tentazione di aggiunger a questa postilla alcuni versi di un cinquecentista obbliato, che appunto mentova in essi parecchi termini siffatti, tra cui ce ne ha de' fidenziani e degli obsoleti. Questi è Gabriele Zimano, che nelCaride, favola pastorale, dedicata da Reggio ilIIIOttobreMDCXalla serenissima signora Margherita Gonzaga Estense, Duchessa di Ferrara, così fa parlare due pastori:Timio.E tacerai tu dunque? ah, negli estremiMiseri avvenimenti tu non chiediCol tuo soave dir dolce soccorso?Caride.Soccorso? Ah, convien ch'ioFra tutti gli animaliTaccia i miei casi; e che saria il narrarli,Se non far compatir gli amici meco?Ogni male ha rimedio, eccetto il mio;Incurabile è il mio. Il toromugge;L'upupa silamenta;La civetta il gran tortoMostra con asprointorto;L'ostroporla cicadaForma, sfogando il duolo;Ululail lupo; ed ilsusursi sente,Da i dolci favi; l'umilebelatoForman gli agnelli; il mattutino galloEspergificalieto;Lieto ancora il cavalloInnisce; e l'elefanteChiede con i mestissimibarritiSoccorso; e agl'indistintiSuoni lor non si negaSe non mercede donoDa la pietà, che al mio distinto direChiude le crude orecchie!Onde ben posso direChe non è verso me la pietà pia.Chi mi darà soccorsoSe la pietà lo nega?[xviii]Per l'uomo nascosto dentro una statua (od un quadro) oltre le novelle indicate in nota alRe Avarovedi anche:A. Sgubernatis.Le Novelline di Santo Stefano(VIII.Argentofo).—Pitré, Opera citata: XCV.L'acula, chi sona(Geraci Sicula) XCVI.L'acula d'oru(Borgetto) eLu Re Fiuravanti(Palazzo Adriano).Gonzenbach, Opera citata: LXVIII.Vom goldnen Löwen.Aloise Cintio de' Fabrizî,Origine de' Volgari Proverbî(M.D.XXVI.) la spiegazione del proverbioL'è fatto il becco all'oca, eccetera, eccetera.

[i]IlLimbrechtannota:—«Kinder—Märchen, N.º XL.Der Räuberhauptmann; «und N.º XLVIFitcher's Vogel.»—

[ii]I sœu gent, i suoi genitori. Si noti la parte, che ha in questa variante la maledizion materna, motivo mille volte adoperato e dalla fantasia popolare e nella letteratura propriamente detta.

[iii]Tœu, (con l'œubreve, a differenza ditœu, tuoi, che lo ha lungo) adoperato assolutamente, ha, fra gli altri sensi, anche quello di pigliar moglie, sposare.Doma o nomà, solo, soltanto, solamente.Domà che de lì a on poo de temp, di lì a poco, sol dopo poco.

[iv]Piccà, bussare, picchiare.Portascia, Usciaccio, portaccia.Dervì, aprire; a quindidervigh, aprirgli;dervinn, aprirne.

[v]Capp, in milanese, non si adopera isolatamente nel significato proprio di capo, testa, anzi solo in alcuni significati tropici o metaforici.Capp de lader, capobandito. Si noti quell'on poo de sir, letteralmente: un poco di sere, una poca di sere.

[vi]Sogn, tantosonno, quantosogno.Lassass andà del sogn, è locuzione, che manca alVocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini.

[vii]Portà in spalletta(secondo il Cherubini)—«che i contadini dell'Alto Milanese diconoportà in pepissoin gigiœura. Portare a zanchellini, portare a cavalluccio o a pentole o a pentoline. È quello che i lodigiani diconoportà in pegorinae i bergamaschiportà in croppa.»—Stanzin, stanzino, stanzibolo, bugigattolo.

[viii]NedOnguent, nedontà, si rinvengono appo il Cherubini. Anzi solo il verboOng, contadinescoVong(ungere, ugnere) e il sostantivo (nelSupplimento)Ongiuda(ugnimento, untata). In altre novelle, non è un unguento specifico, anzi un'erba miracolosa, che risana il ferito e spesso risuscita il morto, come ho posto in un'altra nota. Alla quale mi giova aggiunger qui, che un'erba simile, che riappicca le membra troncate, si ritrova nella XII delleNovelle Antichestampate in calce al primo volume delCatalogo dei Novellieri Italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Papanti.

[ix]Cusinna, tanto vuol dircucina, quantocugina.

[x]Sostanzià, manca affatto nel Cherubini.

[xi]Dacord, accordo, convenuto, concerto.Fà el dacord, concertare accordarsi (locuzione trasandata dal Cherubini).

[xii]Tosausavano anche i Provenzali. Giraldo Riquiero ha detto:

Toza, senz cor vaireE senes estraireM'auretz tan quan viva.

Dove il Nannucci annota:—«I Bolognesi e i LombardiTosaper fanciulla; o viene forse daltonsusde' Latini, quasi proprio di chi ancora non ha capelli.»—L'etimologia è erronea; non viene datonsa, ma invece daintonsa, chè le fanciulle lombarde portavano i capelli lunghi, ma li tagliavano nel dì delle nozze; onde il Manzoni, nell'Adelchi, fa dire ad Ermengarda ripudiata, che si rivolge alla madre morta:

Quella Ermengarda tua, cui di tua manoAdornavi quel dì con tanta gioja,Con tanta pièta; a cui tu stessa il crineRecidesti quel dì, vedi qual torna!

Anche ilVaron Milanesdice:—«Tos, Toson(Figliuolo.Putto.Fanciullo). È tolto dal participiotonsus, che viene dal verbotondeo, es, qual significatosare, perchè per il più i figliuolini vanno tosati, acciò forse i capelli non gli offendano il cervello ancora tenero, il che ce lo dà ad intendere l'aver udito consiglio di saggi medici, i quali volevano, che i figliuolini in quella tenera età andassero scoperta la testa per la sopraddetta causa.»—O che scienza ed igienica ed etimologica!

[xiii]Sternìostarnì, (dal latinosternere); far l'impatto, impattare, fare lo sterno o il letto delle bestie.

[xiv]FicciàvoloFittavol. Fittajuolo, affittajuolo, fittuario.

[xv]Dev'essere un Italianesimo, che non si ritrova segnato nel Cherubini.

[xvi]Si dice tantocarrquantocar; sebbene il primo sia più usuale. Entrambi sono registrati dal Cherubini. Io m'attengo scrupolosamente alla pronunzia della mia novellaja, che adoperava quando l'una e quando l'altra forma del vocabolo. Anche in Italiano, la stessa persona dice talvoltaommettere,ufficio,Allighieri, eccetera e tal altraomettere,uficio,Alighierie via discorrendo.

[xvii]Pervers, in Milanese, s'intendono tanto le voci, con le quali ci rivolgiamo alle bestie, domestiche o selvatiche, per allettare, radunare, incitare, istizzire, iscacciare; quanto le voci degli animali stessi:el vers del loff;el vers del can; ecc. Non c'è lingua più ricca della nostra italiana per indicar con verbi, locuzioni e sostantivi speciali le voci ed i suoni, che emettono le varie specie di bestie. Ne ho formato un elenco, che oltrepassa i cento verbi; e non credo di averle registrate tutte; ecco perchè non lo inserisco qui con la sinonimia de' dialetti, che posseggon pure parecchi be' termini analoghi, i quali la lingua aulica desidererebbe. Ognun vedrebbe di quanto rimane al di sotto la nomenclatura delle voci degli animali in francese, ch'è tra leRabelessianadel De L'Aulnaye in calce alla sua edizione del Rabelais. Ma non so resistere alla tentazione di aggiunger a questa postilla alcuni versi di un cinquecentista obbliato, che appunto mentova in essi parecchi termini siffatti, tra cui ce ne ha de' fidenziani e degli obsoleti. Questi è Gabriele Zimano, che nelCaride, favola pastorale, dedicata da Reggio ilIIIOttobreMDCXalla serenissima signora Margherita Gonzaga Estense, Duchessa di Ferrara, così fa parlare due pastori:

[xviii]Per l'uomo nascosto dentro una statua (od un quadro) oltre le novelle indicate in nota alRe Avarovedi anche:A. Sgubernatis.Le Novelline di Santo Stefano(VIII.Argentofo).—Pitré, Opera citata: XCV.L'acula, chi sona(Geraci Sicula) XCVI.L'acula d'oru(Borgetto) eLu Re Fiuravanti(Palazzo Adriano).Gonzenbach, Opera citata: LXVIII.Vom goldnen Löwen.Aloise Cintio de' Fabrizî,Origine de' Volgari Proverbî(M.D.XXVI.) la spiegazione del proverbioL'è fatto il becco all'oca, eccetera, eccetera.

[2]Che, come si dice per proverbio, l'una avrebbe ajutato a maritar le altre. Ned altrimenti, per suggestione di Romeo, persona umile e pellegrina, calcolò Raimondo Berlinghieri: e le sue previsioni si avverarono.[3]Un modo simile di sbrigarsi di persone incomode lo abbiamo visto nellaPrezzemolina.[4]Di fughe cosiffatte ne sono piene le istorie e le favole. Ne citerò una dallaHistoria VariadelDomenichi:—«Sarà più fresca memoria e alquanto più felice consiglio d'una certa nuova et non più usata astuzia di Nicolò Picinino, il quale egli, famosissimo capitan di guerra del suo tempo et affezionatissimo del Duca Filippo, lasciò a' posteri; dalla qual cosa non si può dubitare, quanto fusse notabile e accorto l'ingegno di tale uomo. Perciocchè, essendo egli vinto in battaglia da Francesco Sforza, capitan generale della Signoria di Vinegia, et essendo fuggito et ricoveratosi a Garda, sul lago di Salò, sì come quel che non vedeva speranza alcuna di salvarsi, perchè egli non poteva ir salvo a trovare i suoi, nè anco si poteva molto fidare in una terricciuola, sì come è Garda; fece uno atto nuovo et non mai più udito innanzi quel giorno, di farsi portare in un sacco da un famiglio tedesco per il campo degli Sforzeschi, mostrando egli di portar pane a' suoi padroni, talchè finalmente egli si salvò in quel modo. Nel quale uomo difficilmente si potrà conoscere, a cui si dia la parte principale, o alla fortuna, che troppo lo favoriva; o alla fede del servidore, il quale con pericolo della sua vita lo portò a salvamento; o più tosto alla troppa fidanza del Picinino, il quale, mentre ch'egli avea paura dello Sforza più che non bisognava, non dubitò d' arrischiarsi a qual si voglia pericolo.»—

[2]Che, come si dice per proverbio, l'una avrebbe ajutato a maritar le altre. Ned altrimenti, per suggestione di Romeo, persona umile e pellegrina, calcolò Raimondo Berlinghieri: e le sue previsioni si avverarono.

[3]Un modo simile di sbrigarsi di persone incomode lo abbiamo visto nellaPrezzemolina.

[4]Di fughe cosiffatte ne sono piene le istorie e le favole. Ne citerò una dallaHistoria VariadelDomenichi:—«Sarà più fresca memoria e alquanto più felice consiglio d'una certa nuova et non più usata astuzia di Nicolò Picinino, il quale egli, famosissimo capitan di guerra del suo tempo et affezionatissimo del Duca Filippo, lasciò a' posteri; dalla qual cosa non si può dubitare, quanto fusse notabile e accorto l'ingegno di tale uomo. Perciocchè, essendo egli vinto in battaglia da Francesco Sforza, capitan generale della Signoria di Vinegia, et essendo fuggito et ricoveratosi a Garda, sul lago di Salò, sì come quel che non vedeva speranza alcuna di salvarsi, perchè egli non poteva ir salvo a trovare i suoi, nè anco si poteva molto fidare in una terricciuola, sì come è Garda; fece uno atto nuovo et non mai più udito innanzi quel giorno, di farsi portare in un sacco da un famiglio tedesco per il campo degli Sforzeschi, mostrando egli di portar pane a' suoi padroni, talchè finalmente egli si salvò in quel modo. Nel quale uomo difficilmente si potrà conoscere, a cui si dia la parte principale, o alla fortuna, che troppo lo favoriva; o alla fede del servidore, il quale con pericolo della sua vita lo portò a salvamento; o più tosto alla troppa fidanza del Picinino, il quale, mentre ch'egli avea paura dello Sforza più che non bisognava, non dubitò d' arrischiarsi a qual si voglia pericolo.»—

XXIV.LE TRE MELARANCE.[1]C'era una volta un Re, che aveva un figlio che era sempre serio; non era mai riuscito a farlo ridere. Dopo aver tentato tutte le vie per rallegrarlo, fu stabilito di mettere tre orci d'olio, ove il popolo sarebbe andato a raccoglierlo dalle fonti. Giunto al terzo giorno, che l'olio veniva a piccole goccioline[2], venne una vecchierella con una boccettina, che con gran fatica riuscì ad empire d'olio. Quando lei si avviava per andarsene, il principe gli gittò dalla finestra una palla sulla boccetta; e la boccetta si spezzò. Il principe sorrise allorquando si ruppe la boccetta e cadde l'olio in conseguenza. La vecchia si voltò in su e gli disse:—«Non avrai bene, finchè non avrai trovato la bella dalle tre melarance.»—Dopo quel momento, il principe tornò nuovamente ad esser serio. Una mattina finalmente il padre, alzandosi da letto e cercando del figlio, trovò una lettera, che gli diceva che era partito in cerca della bella dalle tre melarance. Cammina cammina, il principe, dopo aver percorso molti paesi, arrivò finalmente ad una casetta; e domandò dove si poteva trovare questa bella dalle tre melarance, e gli dissero che era poco distante; ma che era guardata da un orco, che, quando aveva gli occhi chiusi, era sveglio, quando li aveva aperti, dormiva[3]. Arrivato al posto, si attenne alle indicazioni; e prese le tre melarance, senza che l'Orco si disturbasse o se ne accorgesse. Ne aprì una e ci sortì una bellissimasignora, e chiese di vestirsi. Ma il Principe non aveva premunito niente e la bella sparì. Comperò un vestito ricchissimo; e poi aprì la seconda. E ci sortì un'altra signora, che era più bella della prima, e chiese di vestirsi. Quando la signora fu tutta vestita, gli mancava il pettine. Il Principe al pettine non ci aveva pensato e la bella sparì. Finalmente aprì la terza; ci sortì un'altra signora, che era più bella di tutte le altre. Chiese di vestirsi. Fu vestita. Chiese il pettine. Il Principe le diede anche il pettine; e non mancandogli altro, decise di condurla alla corte. Però, pensa che non era conveniente di condurla a piedi; e disse:—«Io anderò a prendere delle belle carrozze. Dove ti lascerò?»—Alzando gli occhi la vide un albero foltissimo. Dice:—«Bene, monterò lassù, e intanto mi pettinerò.»—E così fece: montò sull'albero e si mise a pettinare. Il Principe andò a prendere tutto il corteggio. Sotto l'albero ci era un pozzo; poco distante dal pozzo una casetta, ove abitavano tre ragazze tutte brutte[4]. La maggiore prese la brocca e andò a attinger l'acqua al pozzo, ove rispondeva l'immagine della principessa sull'albero. Nel tirar la brocca, vide quella bella immagine, credette d'esser sè stessa, buttò la brocca e se n'andò. Tornando a casa, disse:—«Tutti mi dicono che io son brutta, ma io son tanto bella; e l'acqua non l'ho voluta tirare.»—La seconda fece lo stesso della prima. La minore, più furba di tutte, alza la testa e vede la bella principessa sull'albero. E disse subito:—«Signora, verrò a pettinarla.»—E salì. Si mise a pettinarla, e quando era già pettinata, gli mise uno spillo nella testa. La Principessa divenne una bella colomba e fuggì; e la brutta si mise gli abiti della Principessa. Arrivò il Principe con tutto il corteggio; e quando la vidde, non si persuase da tanto bella trovarla tanto brutta. Tutti i ministri si guardaronoe sorrisero: non potendo persuadersi che le descrizioni date dal Principe di tanta bellezza fossero in un momento cambiate, ne domandarono le ragioni alla Principessa. E lei gli disse che, stando sull'albero al sole, l'aveva tinta e cambiata. Giunti al palazzo, il giorno dopo fu imbandito un magnifico pranzo. Giunti all'arrosto, invano l'aspettavano. Quando venne su il coco e disse che l'arrosto s'era bruciato. Disse che si era affacciata alla finestra una colomba, che aveva detto:—«Bondì, sor coco.»—Lui gli aveva risposto:—«Bondì, sora colomba.»—E lei rispose:—«Che l'arrosto vi possa bruciare, e Serafina non lo possa mangiare.»—Dice il coco al Principe:—«Per tre volte ho rimesso l'arrosto, ma è sempre bruciato.»—Il Principe disse:—«Prendete questa colomba e portatela qui.»—La sposa non voleva. Però il coco, ascoltando la voce del Principe, scese; e riuscì a prender la colomba e portarla su in tavola. Subito andò nel piatto della principessa e gnene rovesciò sull'abito. Indignata sgridò e voleva scacciare la povera colomba; il Principe però la prese e l'accarezzò; e sentì che sulla testa aveva un piccolo gonfio. Nel toccarlo questo gonfino, si accorse che era uno spillo; si sfilò e questa colomba ritornò la bella signora delle tre melarance, che era sua sposa. La brutta fu bruciata in piazza con una camicia di pece[5]; e la bella fu felice e stette col Principe.Se ne vissero e se ne godettero;A me nulla mi dettero.Mi dettero un confettino:Lo messi in un bucolino:Vai a vedere se c'è sempre.NOTE[1]Alla mancanza di brio, ad un non so che di pesante nel dettato, il lettore si accorge subito, che questa novella è stata raccolta dalla bocca di persona, che aveva la sventura di non essere analfabeta. Tale e quale, salvo il principio,Le tre cetre, trattenimento IX della V giornata delPentamerone.—«Cenzullo non vole mogliere; ma, tagliatose 'no dito sopra 'na recotta, la desidera de petena 'janca e rossa comme a chella, che ha fatto de recotta e sango. E pe' chesto cammina pellegrino pe' 'o munno, e a l'Isola de le tre Fate have tre cetra. Da lo taglio d'una de le quale acquista 'na bella Fata conforme a lu core sujo; la quale accisa da 'na schiava, piglia la negra 'ncagno de la 'janca. Ma, scoperto lo trademiento, la schiava è fatta morire, e la Fata tornata viva deventa Regina.»—L'episodio della persona reale incapace di riso, della fontana d'olio, eccetera, si ritrova poi nell'introduzione delPentamerone. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di CalcinajaIV.Le tre mele; ed anche X.I tre aranci.Gonzenbach(Op. cit.) XIII.Die Schöne mit den sieben Schleiern.—A. Wesselofsky.Le tradizioni popolari nei poemi d'Antonio Pucci(pag. 11).Pitrè(Op. cit.) XIII.Bianca—comu—nivi, rossa—comu—focu(Palermo).Pitrè(Otto fiabe e novelle pop. sic.)La bella di li sette citri. (Casteltermini).Carlo Gozzitolse da questa fiaba l'argomento della sua rappresentazione:L'Amore delle tre melarance. Ecco una lezione milanese, scritta sventuratamente anch'essa sotto la dettatura d'una colta signora.I TRII NARANZ.Gh'era ona volta on fioeu del Re, che l'era preso da la malinconia; e alora, el Re, el ghe fava fà tanti divertiment per vedè de rallegrall, ma nient reussiva. On dì, che l'era su on poggioeu, el ved a passà ona donnetta goeubba e con la faccia color del ramm: e lu, el s'è miss a rid. Alora la donnetta, che l'era ona stria, la se volta e la ghe dis:Com'è? te gh'hêt coragg de ridem adrèe a mi? Behn! mi te faroo on striozz[i]e te ridaret mai pufin a che te avrèe trovàa la Tôr di Trìi Narans[ii]. Difatti, sto fioeu del Re l'ha mai podùu rid, per quant al fasessen divertì. E alora, so pader, el gh'ha ditt:L'unica l'è, che te se mettet in viagg per rivà a la Tôr di Trìi Naranz.E alora donca, el se mett in viagg con tanti servitor e cavaj e carrozz. El va, el va! Va che te va, va che te va, e mai el rivava; quand finalment el ved ona tor lontan lontan e quella l'era la Tor di Trii Naranz. El gh'aveva adrèe ona quantità de savon, di saoch de savon per disrugginì i cadenazz; e di sacch de pan per dagh ai can, che, se de no, ghe saressen saltàa adoss. Donca, el derv i cadenazz; e denter in la tôr, el ved sul camin trìi naranz. El ne derv subit vun; e salta foeura ona bella giovina, che la ghe dis:Damm subit de bev, che mi moeuri, Lu, el corr a toeugh l'acqua; ma le riva minga in temp e la bella giovina la moeur. Quella lì la va, s' ciao! El ne derv on alter; e 'n salta foeura ona pussèe bella giovina ancamò, che la dis:Damm de mangia; se de no, mi moeuri.Sicome[iii]el gh'aveva minga de dagh de mangia, e cosìanca quella lì la moeur. Finalment el derv el terz; e ven foeura ona bellissima giovina ancamò che la ghe dis:Mi no gh' hoo nè sed nè famm, mi no vuj che voregh ben.Alora ghe passa tutta la malinconia. E le mena via subet pe menalla a cà de so pader e sposalla. Sta giovina l'era tutta despettinada, ma lu le voeur menà via l'istess; e se metten in viagg tutt e dùu per tornà a casa del Re. Quand hin a metà strada, el fioeu del Re, lee, la gh'ha sed, e lu, el va a toeugh on poo d'acqua, e le lassa lì sola per on moment. Lee intant la sent ona vôs su d' ona pianta, che ghe dis:O come te sèe bella! Ma te voeut andà a casa così consciada? Aspetta, che vegni giò mi a pettinat.E intant ven giò de la pianta quella tal veggetta goeubba color del ramm, ch'el fioeu del Re el ghe aveva ridùu adree. E la se mett a pettinalla, e la ghe mett dùu sponton[iv]in testa e tutt in on tratt la diventa ona colomba e la vola via, e resta lì invece ona brutta giovina cont i oeucc losch. Torna indrèe el fioeu del Re; el resta lì de sass a vedè sto cambiament; el se frega i oeucc; ghe par de sbagliass; el ghe dis:Ma come mai te see diventàda insci brutta? Ma mi gh'hoo vergogna a menatt a casa del me papà.Ma lee, le ghe dà d'intend, che la tornarà a diventà bella e de menalla con lu l'istess. Invers el fioeu del Re e rabbiàa come on scin[v], el mena via sta brutta tosa. El riva a cà; e so pader, el voeur trà via la testa a vedè sto brutt moster. El ghe dis:Ma t'hê de andà inscì lontan per toeu inscì on moster?[vi]Ma, in somma,quel che l'è, l'è; lu, l'aveva minga el coragg de mandalla indrèe. E l' ordina el pranz de spos. Intant, ch'el coeugh l'è adrèe a preparall, ven denter in la cusinna[vii]ona colomba; e la ghe dis:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?—Lesso e arrosto, lu el rispond.Lesso e rosto subito bruciato, perchè la vecchia strega non ne abbia mai mangiato.E subet brusa tutt côs in di cazziroeul. El coeugh stremìi, el va subet a avisà el fioeu del Re de quel che el ghe succed; e lu, el capiss che gh'è denter on striozz. El ghe dis de tornà a mettess in cusinna e de lassa vegnì denter la colomba in cusinna. La colomba, la torna a vegnì lì; e la ghe torna a dì:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?E lu, el rispond nient; e la colomba, la ven denter; e lu le ciappa e ghe le porta là al fioeu del Re. El fioeu del Re, el guarda sta colomba, le carezza, e el se accorg, che la gh'ha dùu sponton in testa. Ghe ne tira via vun: el ved a vegnì foeura mezza faccia de la soa sposa, che l'aveva perdùu. Alora, el ghe tira foeura via l'alter: e ven foeura tutta quella bella giovina, che gh'era tant piasùu. Alora el cascia via la brutta stria, el sposa quella lì, che el ghe pias, e fan on pranz con l'oli d'oliva e la panzaniga l'è bella e finida.[i]Striozz, che anche dicesiStriaria, Instriament, Instriadura e Striament: Stregheria, Malia, Fattucchieria, Incanto, Malefizio, Incantesimo, Fattura, Indozzamento, Magia, Stregoneria, Affatturazione, Affatturamento, Fattia, Stregoneccio.... Ne volete più, de' sinonimi?[ii]Naranz, tantoArancioalbero, quantoAranciafrutto. Dice il Cherubini:—«L'Ariosto (nelFuriosoXVIII, 188) si lasciò cader dalla penna ancheNarancio; lombardesimo perdonabile al poeta, se vuolsi, ma che i Dizionari di Bologna, di Padova e di Livorno non dovevano, per avventura, raccogliere senza accennare l'idiotismo, o il men di meno farsi coscienza d'unVedi e diciArancio, come fece il Vocabolario di Napoli.»—Ecco il luogo dello Ariosto:Del mar sei miglia o sette a poco a pocoSi va salendo in verso il colle ameno.Mirti e cedri e naranci e lauri il locoE mille altri soavi arbori han pieno.Ognun vede quanto facilmente lo Ariosto avrebbe potuto cansare lo idiotismo servendoed aranci. Eppur volle usarnaranci(e chiunque ha gusto comprende quantonarancistia bene qui); volle che da questo e mille altri luoghi delFurioso, e soprattutto delle Commedie, trasparisse di qual provincia egli era. E ben fece; e sciocco è chi non fa francamente altrettanto, e stima di potersi mascherare in guisa nello scrivere, da farsi credere d'una provincia diversa da quella, in cui è nato ed educato. Aggiungo che, quanto sta bene quel naranci, sotto la penna d'un lombardo, quanto starebbe bene adoperato dalla penna di chi ha lungamente vissuto in Lombardia, altrettanto parrebbe strano ed affettato sotto quella d'un siciliano, per esempio, non avendo l'esempio dell'Ariosto popolarizzata quella forma.[iii]Ilsicomemilanese nel senso dipoichè,essendochè, è di uso relativamente recente nel dialetto; essendovi stato introdotto da' barbarizzanti, che anche in Italiano lo adoperano pur troppo nel senso istesso alla francese.[iv]Qui nel senso dispillone,—«ago d'oro con capocchia grande, o tonda quadra, che sia, a uso d'appuntare lo sparo di petto delle camice,fisciùe simili.»—[v]Scin, dice il Cherubini:—«Forse sincope daMoscin.» —E spiegaMoscin:—«Mucino, micino, gattino.»—Dannaa(arrovellato) oNegher(Nero; cangiato di colore a cagion d'ira)come on scin, modo proverbiale, che veramente non saprebbe spiegarsi, sescinvolesse dirmicino. La narratrice mi diceva il vocabolo valer quantoanima dannata.[vi]Difatti, salvo ch'e' si trattava d'un Principe e non d'una Principessa, era il caso ricordato dal Beato Iacopone nel Cantico:O anima mia creata gentile:Se 'l Re di Fransa avesse una figliuolaEt ella sola—en sua reditate;Giria adornata di bianca stola:Sua fama vola—per tutte contrate,s'ella in viltate—entendesse in malsanoEt desseise in mano—a sè possedireChe potria uom dire—di questo trattato?Versi, che a me sembrano contenere un'allusione patente ad una fiaba diffusissima.[vii]Cusinnavuol dir tantocucina, come in questo luogo, quantocugina.[2]—«Picciola finestrella e boccuccia picciolinadisse il Boccaccio;piccolo satirelloil Sannazzaro;piccolo battellettoil Segneri;parvum tigillum, Fedro;parvam naviculam, Cesare; edaviculam parvam, Gellio; per non affastellare altro stuolo di esempli.»—Così, per giustificare il suopiccolo focherello, annota alla prosa V, l'autore, ne laMergillina, Opera pescatoria, di Emmanuele Campolongo, con annotazioni del medesimo. Dedicata a Sua Altezza Serenissima il Signor Principe Giuseppe Langravio d'Hassia Darmstatt vescovo di Ausburg. In Napoli M.DCC.LXI. Presso Vincenzo Flauto. Con pubblica autorità.[3]In'A fata 'Ndriana|Cunto Pomiglianese.||Per Nozze.||Pomigliano d' Arco|M DCCC LXXV, la fata—«se chella sta cu' l'uocchie apierte, chella rorme; se sta cu' l'uocchie 'nghiuse, chella sta 'scetata.»—In un altro conto pomiglianese, intitolato Viola:—«Llà, nce sta 'nu puorcospino. Chillo, quanno sta cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetato.»—Nella XVI delleNovelline di Santo Stefanoè detto che un drago dorme due ore del giorno, da mezzogiornoalle due. Il De Gubernatis annota:—«Avvertasi bene l'ora; il drago dorme di pieno giorno, in piena luce; il mostro notturno, il mostro tenebroso è allora pienamente disarmato. Perciò dicono le novelline che l'Orca, il mostro, il drago, dorme quando tiene gli occhi aperti, ossia dorme di giorno, dorme quando ci si vede, dorme quando noi ci vediamo.»—[4]Più spesso si tratta di tre od anche di una schiava ghezza.[5]Nella versione pentameronale il Re mostra la sposaspalombataa tutti i cortigiani e chiede loro, che meriterebbe chi facesse male ad una creatura tanto bella. La schiava saracina, quando viene la sua volta, risponde in lingua francaMeritare abbrosciare e porvere da coppa castiello jettare. E si trova aver pronunziata così la propria sentenza. Situazione, che spesso si ripete nelle fiabe popolari e della quale piacque al Metastasio di avvalersi; ma egli poi fa rimetter la pena al reo dal Re offeso.Alessandro.Solo un consiglioDa te desio. V'è chi m'insidia. È notoIl traditore e in mio poter si trova.Non ho cor di punirlo,Perchè amico mi fu. Ma il perdonargliAltri potrebbe a questiTradimenti animar. Tu che faresti?Timagene.Con un supplicio orrendoLo punirei.Alessandro.Ma l'amicizia offendo.Timagene.Ei primiero l'offese,E indegno di pietà costui si rese.Alessandro.(Qual fronte!)Timagene.Eh di clemenzaTempo non è. La curaLascia a me di punirlo. Il zelo mioSaprà nuovi strumentiTrovar di crudeltà. L'empio m'addita,Palesa il traditor, scoprilo omai.Alessandro.Prendi, leggi quel foglio e lo saprai.Timagene.(Stelle! il mio foglio! Ah son perduto! AsbiteMancò di fè.)Alessandro.Tu impallidisci e tremi?Perchè taci così? Perchè lo sguardoFissi nel suol? Guardami, parla. E doveAndò quel zelo? È tempoDi porre in opra i tuoi consigli. InventaArmi di crudeltà. Tu m'insegnasti,Che indegno di pietà colui si rese,Che mi tradì, che l'amicizia offese.Timagene.Ah signor, al tuo piè....Alessandro.Sorgi. Mi bastaPer ora il tuo rossor. Ti rassicuraNel mio perdono; e, conservando in menteDel fallo tuo la rimembranza amara,Ad esser fido un'altra volta impara.Anche nellaMortella(Basile. Pentamerone I, 2.) le colpevoli pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nelBurdilluni(Pitrè. Op. cit. LXI).

LE TRE MELARANCE.[1]

C'era una volta un Re, che aveva un figlio che era sempre serio; non era mai riuscito a farlo ridere. Dopo aver tentato tutte le vie per rallegrarlo, fu stabilito di mettere tre orci d'olio, ove il popolo sarebbe andato a raccoglierlo dalle fonti. Giunto al terzo giorno, che l'olio veniva a piccole goccioline[2], venne una vecchierella con una boccettina, che con gran fatica riuscì ad empire d'olio. Quando lei si avviava per andarsene, il principe gli gittò dalla finestra una palla sulla boccetta; e la boccetta si spezzò. Il principe sorrise allorquando si ruppe la boccetta e cadde l'olio in conseguenza. La vecchia si voltò in su e gli disse:—«Non avrai bene, finchè non avrai trovato la bella dalle tre melarance.»—Dopo quel momento, il principe tornò nuovamente ad esser serio. Una mattina finalmente il padre, alzandosi da letto e cercando del figlio, trovò una lettera, che gli diceva che era partito in cerca della bella dalle tre melarance. Cammina cammina, il principe, dopo aver percorso molti paesi, arrivò finalmente ad una casetta; e domandò dove si poteva trovare questa bella dalle tre melarance, e gli dissero che era poco distante; ma che era guardata da un orco, che, quando aveva gli occhi chiusi, era sveglio, quando li aveva aperti, dormiva[3]. Arrivato al posto, si attenne alle indicazioni; e prese le tre melarance, senza che l'Orco si disturbasse o se ne accorgesse. Ne aprì una e ci sortì una bellissimasignora, e chiese di vestirsi. Ma il Principe non aveva premunito niente e la bella sparì. Comperò un vestito ricchissimo; e poi aprì la seconda. E ci sortì un'altra signora, che era più bella della prima, e chiese di vestirsi. Quando la signora fu tutta vestita, gli mancava il pettine. Il Principe al pettine non ci aveva pensato e la bella sparì. Finalmente aprì la terza; ci sortì un'altra signora, che era più bella di tutte le altre. Chiese di vestirsi. Fu vestita. Chiese il pettine. Il Principe le diede anche il pettine; e non mancandogli altro, decise di condurla alla corte. Però, pensa che non era conveniente di condurla a piedi; e disse:—«Io anderò a prendere delle belle carrozze. Dove ti lascerò?»—Alzando gli occhi la vide un albero foltissimo. Dice:—«Bene, monterò lassù, e intanto mi pettinerò.»—E così fece: montò sull'albero e si mise a pettinare. Il Principe andò a prendere tutto il corteggio. Sotto l'albero ci era un pozzo; poco distante dal pozzo una casetta, ove abitavano tre ragazze tutte brutte[4]. La maggiore prese la brocca e andò a attinger l'acqua al pozzo, ove rispondeva l'immagine della principessa sull'albero. Nel tirar la brocca, vide quella bella immagine, credette d'esser sè stessa, buttò la brocca e se n'andò. Tornando a casa, disse:—«Tutti mi dicono che io son brutta, ma io son tanto bella; e l'acqua non l'ho voluta tirare.»—La seconda fece lo stesso della prima. La minore, più furba di tutte, alza la testa e vede la bella principessa sull'albero. E disse subito:—«Signora, verrò a pettinarla.»—E salì. Si mise a pettinarla, e quando era già pettinata, gli mise uno spillo nella testa. La Principessa divenne una bella colomba e fuggì; e la brutta si mise gli abiti della Principessa. Arrivò il Principe con tutto il corteggio; e quando la vidde, non si persuase da tanto bella trovarla tanto brutta. Tutti i ministri si guardaronoe sorrisero: non potendo persuadersi che le descrizioni date dal Principe di tanta bellezza fossero in un momento cambiate, ne domandarono le ragioni alla Principessa. E lei gli disse che, stando sull'albero al sole, l'aveva tinta e cambiata. Giunti al palazzo, il giorno dopo fu imbandito un magnifico pranzo. Giunti all'arrosto, invano l'aspettavano. Quando venne su il coco e disse che l'arrosto s'era bruciato. Disse che si era affacciata alla finestra una colomba, che aveva detto:—«Bondì, sor coco.»—Lui gli aveva risposto:—«Bondì, sora colomba.»—E lei rispose:—«Che l'arrosto vi possa bruciare, e Serafina non lo possa mangiare.»—Dice il coco al Principe:—«Per tre volte ho rimesso l'arrosto, ma è sempre bruciato.»—Il Principe disse:—«Prendete questa colomba e portatela qui.»—La sposa non voleva. Però il coco, ascoltando la voce del Principe, scese; e riuscì a prender la colomba e portarla su in tavola. Subito andò nel piatto della principessa e gnene rovesciò sull'abito. Indignata sgridò e voleva scacciare la povera colomba; il Principe però la prese e l'accarezzò; e sentì che sulla testa aveva un piccolo gonfio. Nel toccarlo questo gonfino, si accorse che era uno spillo; si sfilò e questa colomba ritornò la bella signora delle tre melarance, che era sua sposa. La brutta fu bruciata in piazza con una camicia di pece[5]; e la bella fu felice e stette col Principe.

Se ne vissero e se ne godettero;A me nulla mi dettero.Mi dettero un confettino:Lo messi in un bucolino:Vai a vedere se c'è sempre.

NOTE

[1]Alla mancanza di brio, ad un non so che di pesante nel dettato, il lettore si accorge subito, che questa novella è stata raccolta dalla bocca di persona, che aveva la sventura di non essere analfabeta. Tale e quale, salvo il principio,Le tre cetre, trattenimento IX della V giornata delPentamerone.—«Cenzullo non vole mogliere; ma, tagliatose 'no dito sopra 'na recotta, la desidera de petena 'janca e rossa comme a chella, che ha fatto de recotta e sango. E pe' chesto cammina pellegrino pe' 'o munno, e a l'Isola de le tre Fate have tre cetra. Da lo taglio d'una de le quale acquista 'na bella Fata conforme a lu core sujo; la quale accisa da 'na schiava, piglia la negra 'ncagno de la 'janca. Ma, scoperto lo trademiento, la schiava è fatta morire, e la Fata tornata viva deventa Regina.»—L'episodio della persona reale incapace di riso, della fontana d'olio, eccetera, si ritrova poi nell'introduzione delPentamerone. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di CalcinajaIV.Le tre mele; ed anche X.I tre aranci.Gonzenbach(Op. cit.) XIII.Die Schöne mit den sieben Schleiern.—A. Wesselofsky.Le tradizioni popolari nei poemi d'Antonio Pucci(pag. 11).Pitrè(Op. cit.) XIII.Bianca—comu—nivi, rossa—comu—focu(Palermo).Pitrè(Otto fiabe e novelle pop. sic.)La bella di li sette citri. (Casteltermini).Carlo Gozzitolse da questa fiaba l'argomento della sua rappresentazione:L'Amore delle tre melarance. Ecco una lezione milanese, scritta sventuratamente anch'essa sotto la dettatura d'una colta signora.I TRII NARANZ.Gh'era ona volta on fioeu del Re, che l'era preso da la malinconia; e alora, el Re, el ghe fava fà tanti divertiment per vedè de rallegrall, ma nient reussiva. On dì, che l'era su on poggioeu, el ved a passà ona donnetta goeubba e con la faccia color del ramm: e lu, el s'è miss a rid. Alora la donnetta, che l'era ona stria, la se volta e la ghe dis:Com'è? te gh'hêt coragg de ridem adrèe a mi? Behn! mi te faroo on striozz[i]e te ridaret mai pufin a che te avrèe trovàa la Tôr di Trìi Narans[ii]. Difatti, sto fioeu del Re l'ha mai podùu rid, per quant al fasessen divertì. E alora, so pader, el gh'ha ditt:L'unica l'è, che te se mettet in viagg per rivà a la Tôr di Trìi Naranz.E alora donca, el se mett in viagg con tanti servitor e cavaj e carrozz. El va, el va! Va che te va, va che te va, e mai el rivava; quand finalment el ved ona tor lontan lontan e quella l'era la Tor di Trii Naranz. El gh'aveva adrèe ona quantità de savon, di saoch de savon per disrugginì i cadenazz; e di sacch de pan per dagh ai can, che, se de no, ghe saressen saltàa adoss. Donca, el derv i cadenazz; e denter in la tôr, el ved sul camin trìi naranz. El ne derv subit vun; e salta foeura ona bella giovina, che la ghe dis:Damm subit de bev, che mi moeuri, Lu, el corr a toeugh l'acqua; ma le riva minga in temp e la bella giovina la moeur. Quella lì la va, s' ciao! El ne derv on alter; e 'n salta foeura ona pussèe bella giovina ancamò, che la dis:Damm de mangia; se de no, mi moeuri.Sicome[iii]el gh'aveva minga de dagh de mangia, e cosìanca quella lì la moeur. Finalment el derv el terz; e ven foeura ona bellissima giovina ancamò che la ghe dis:Mi no gh' hoo nè sed nè famm, mi no vuj che voregh ben.Alora ghe passa tutta la malinconia. E le mena via subet pe menalla a cà de so pader e sposalla. Sta giovina l'era tutta despettinada, ma lu le voeur menà via l'istess; e se metten in viagg tutt e dùu per tornà a casa del Re. Quand hin a metà strada, el fioeu del Re, lee, la gh'ha sed, e lu, el va a toeugh on poo d'acqua, e le lassa lì sola per on moment. Lee intant la sent ona vôs su d' ona pianta, che ghe dis:O come te sèe bella! Ma te voeut andà a casa così consciada? Aspetta, che vegni giò mi a pettinat.E intant ven giò de la pianta quella tal veggetta goeubba color del ramm, ch'el fioeu del Re el ghe aveva ridùu adree. E la se mett a pettinalla, e la ghe mett dùu sponton[iv]in testa e tutt in on tratt la diventa ona colomba e la vola via, e resta lì invece ona brutta giovina cont i oeucc losch. Torna indrèe el fioeu del Re; el resta lì de sass a vedè sto cambiament; el se frega i oeucc; ghe par de sbagliass; el ghe dis:Ma come mai te see diventàda insci brutta? Ma mi gh'hoo vergogna a menatt a casa del me papà.Ma lee, le ghe dà d'intend, che la tornarà a diventà bella e de menalla con lu l'istess. Invers el fioeu del Re e rabbiàa come on scin[v], el mena via sta brutta tosa. El riva a cà; e so pader, el voeur trà via la testa a vedè sto brutt moster. El ghe dis:Ma t'hê de andà inscì lontan per toeu inscì on moster?[vi]Ma, in somma,quel che l'è, l'è; lu, l'aveva minga el coragg de mandalla indrèe. E l' ordina el pranz de spos. Intant, ch'el coeugh l'è adrèe a preparall, ven denter in la cusinna[vii]ona colomba; e la ghe dis:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?—Lesso e arrosto, lu el rispond.Lesso e rosto subito bruciato, perchè la vecchia strega non ne abbia mai mangiato.E subet brusa tutt côs in di cazziroeul. El coeugh stremìi, el va subet a avisà el fioeu del Re de quel che el ghe succed; e lu, el capiss che gh'è denter on striozz. El ghe dis de tornà a mettess in cusinna e de lassa vegnì denter la colomba in cusinna. La colomba, la torna a vegnì lì; e la ghe torna a dì:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?E lu, el rispond nient; e la colomba, la ven denter; e lu le ciappa e ghe le porta là al fioeu del Re. El fioeu del Re, el guarda sta colomba, le carezza, e el se accorg, che la gh'ha dùu sponton in testa. Ghe ne tira via vun: el ved a vegnì foeura mezza faccia de la soa sposa, che l'aveva perdùu. Alora, el ghe tira foeura via l'alter: e ven foeura tutta quella bella giovina, che gh'era tant piasùu. Alora el cascia via la brutta stria, el sposa quella lì, che el ghe pias, e fan on pranz con l'oli d'oliva e la panzaniga l'è bella e finida.

[1]Alla mancanza di brio, ad un non so che di pesante nel dettato, il lettore si accorge subito, che questa novella è stata raccolta dalla bocca di persona, che aveva la sventura di non essere analfabeta. Tale e quale, salvo il principio,Le tre cetre, trattenimento IX della V giornata delPentamerone.—«Cenzullo non vole mogliere; ma, tagliatose 'no dito sopra 'na recotta, la desidera de petena 'janca e rossa comme a chella, che ha fatto de recotta e sango. E pe' chesto cammina pellegrino pe' 'o munno, e a l'Isola de le tre Fate have tre cetra. Da lo taglio d'una de le quale acquista 'na bella Fata conforme a lu core sujo; la quale accisa da 'na schiava, piglia la negra 'ncagno de la 'janca. Ma, scoperto lo trademiento, la schiava è fatta morire, e la Fata tornata viva deventa Regina.»—L'episodio della persona reale incapace di riso, della fontana d'olio, eccetera, si ritrova poi nell'introduzione delPentamerone. Cf.De Gubernatis.Novelline di Santo Stefano di CalcinajaIV.Le tre mele; ed anche X.I tre aranci.Gonzenbach(Op. cit.) XIII.Die Schöne mit den sieben Schleiern.—A. Wesselofsky.Le tradizioni popolari nei poemi d'Antonio Pucci(pag. 11).Pitrè(Op. cit.) XIII.Bianca—comu—nivi, rossa—comu—focu(Palermo).Pitrè(Otto fiabe e novelle pop. sic.)La bella di li sette citri. (Casteltermini).Carlo Gozzitolse da questa fiaba l'argomento della sua rappresentazione:L'Amore delle tre melarance. Ecco una lezione milanese, scritta sventuratamente anch'essa sotto la dettatura d'una colta signora.

I TRII NARANZ.

Gh'era ona volta on fioeu del Re, che l'era preso da la malinconia; e alora, el Re, el ghe fava fà tanti divertiment per vedè de rallegrall, ma nient reussiva. On dì, che l'era su on poggioeu, el ved a passà ona donnetta goeubba e con la faccia color del ramm: e lu, el s'è miss a rid. Alora la donnetta, che l'era ona stria, la se volta e la ghe dis:Com'è? te gh'hêt coragg de ridem adrèe a mi? Behn! mi te faroo on striozz[i]e te ridaret mai pufin a che te avrèe trovàa la Tôr di Trìi Narans[ii]. Difatti, sto fioeu del Re l'ha mai podùu rid, per quant al fasessen divertì. E alora, so pader, el gh'ha ditt:L'unica l'è, che te se mettet in viagg per rivà a la Tôr di Trìi Naranz.E alora donca, el se mett in viagg con tanti servitor e cavaj e carrozz. El va, el va! Va che te va, va che te va, e mai el rivava; quand finalment el ved ona tor lontan lontan e quella l'era la Tor di Trii Naranz. El gh'aveva adrèe ona quantità de savon, di saoch de savon per disrugginì i cadenazz; e di sacch de pan per dagh ai can, che, se de no, ghe saressen saltàa adoss. Donca, el derv i cadenazz; e denter in la tôr, el ved sul camin trìi naranz. El ne derv subit vun; e salta foeura ona bella giovina, che la ghe dis:Damm subit de bev, che mi moeuri, Lu, el corr a toeugh l'acqua; ma le riva minga in temp e la bella giovina la moeur. Quella lì la va, s' ciao! El ne derv on alter; e 'n salta foeura ona pussèe bella giovina ancamò, che la dis:Damm de mangia; se de no, mi moeuri.Sicome[iii]el gh'aveva minga de dagh de mangia, e cosìanca quella lì la moeur. Finalment el derv el terz; e ven foeura ona bellissima giovina ancamò che la ghe dis:Mi no gh' hoo nè sed nè famm, mi no vuj che voregh ben.Alora ghe passa tutta la malinconia. E le mena via subet pe menalla a cà de so pader e sposalla. Sta giovina l'era tutta despettinada, ma lu le voeur menà via l'istess; e se metten in viagg tutt e dùu per tornà a casa del Re. Quand hin a metà strada, el fioeu del Re, lee, la gh'ha sed, e lu, el va a toeugh on poo d'acqua, e le lassa lì sola per on moment. Lee intant la sent ona vôs su d' ona pianta, che ghe dis:O come te sèe bella! Ma te voeut andà a casa così consciada? Aspetta, che vegni giò mi a pettinat.E intant ven giò de la pianta quella tal veggetta goeubba color del ramm, ch'el fioeu del Re el ghe aveva ridùu adree. E la se mett a pettinalla, e la ghe mett dùu sponton[iv]in testa e tutt in on tratt la diventa ona colomba e la vola via, e resta lì invece ona brutta giovina cont i oeucc losch. Torna indrèe el fioeu del Re; el resta lì de sass a vedè sto cambiament; el se frega i oeucc; ghe par de sbagliass; el ghe dis:Ma come mai te see diventàda insci brutta? Ma mi gh'hoo vergogna a menatt a casa del me papà.Ma lee, le ghe dà d'intend, che la tornarà a diventà bella e de menalla con lu l'istess. Invers el fioeu del Re e rabbiàa come on scin[v], el mena via sta brutta tosa. El riva a cà; e so pader, el voeur trà via la testa a vedè sto brutt moster. El ghe dis:Ma t'hê de andà inscì lontan per toeu inscì on moster?[vi]Ma, in somma,quel che l'è, l'è; lu, l'aveva minga el coragg de mandalla indrèe. E l' ordina el pranz de spos. Intant, ch'el coeugh l'è adrèe a preparall, ven denter in la cusinna[vii]ona colomba; e la ghe dis:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?—Lesso e arrosto, lu el rispond.Lesso e rosto subito bruciato, perchè la vecchia strega non ne abbia mai mangiato.E subet brusa tutt côs in di cazziroeul. El coeugh stremìi, el va subet a avisà el fioeu del Re de quel che el ghe succed; e lu, el capiss che gh'è denter on striozz. El ghe dis de tornà a mettess in cusinna e de lassa vegnì denter la colomba in cusinna. La colomba, la torna a vegnì lì; e la ghe torna a dì:Cuoco, bel cuoco, cosa fate?E lu, el rispond nient; e la colomba, la ven denter; e lu le ciappa e ghe le porta là al fioeu del Re. El fioeu del Re, el guarda sta colomba, le carezza, e el se accorg, che la gh'ha dùu sponton in testa. Ghe ne tira via vun: el ved a vegnì foeura mezza faccia de la soa sposa, che l'aveva perdùu. Alora, el ghe tira foeura via l'alter: e ven foeura tutta quella bella giovina, che gh'era tant piasùu. Alora el cascia via la brutta stria, el sposa quella lì, che el ghe pias, e fan on pranz con l'oli d'oliva e la panzaniga l'è bella e finida.

[i]Striozz, che anche dicesiStriaria, Instriament, Instriadura e Striament: Stregheria, Malia, Fattucchieria, Incanto, Malefizio, Incantesimo, Fattura, Indozzamento, Magia, Stregoneria, Affatturazione, Affatturamento, Fattia, Stregoneccio.... Ne volete più, de' sinonimi?[ii]Naranz, tantoArancioalbero, quantoAranciafrutto. Dice il Cherubini:—«L'Ariosto (nelFuriosoXVIII, 188) si lasciò cader dalla penna ancheNarancio; lombardesimo perdonabile al poeta, se vuolsi, ma che i Dizionari di Bologna, di Padova e di Livorno non dovevano, per avventura, raccogliere senza accennare l'idiotismo, o il men di meno farsi coscienza d'unVedi e diciArancio, come fece il Vocabolario di Napoli.»—Ecco il luogo dello Ariosto:Del mar sei miglia o sette a poco a pocoSi va salendo in verso il colle ameno.Mirti e cedri e naranci e lauri il locoE mille altri soavi arbori han pieno.Ognun vede quanto facilmente lo Ariosto avrebbe potuto cansare lo idiotismo servendoed aranci. Eppur volle usarnaranci(e chiunque ha gusto comprende quantonarancistia bene qui); volle che da questo e mille altri luoghi delFurioso, e soprattutto delle Commedie, trasparisse di qual provincia egli era. E ben fece; e sciocco è chi non fa francamente altrettanto, e stima di potersi mascherare in guisa nello scrivere, da farsi credere d'una provincia diversa da quella, in cui è nato ed educato. Aggiungo che, quanto sta bene quel naranci, sotto la penna d'un lombardo, quanto starebbe bene adoperato dalla penna di chi ha lungamente vissuto in Lombardia, altrettanto parrebbe strano ed affettato sotto quella d'un siciliano, per esempio, non avendo l'esempio dell'Ariosto popolarizzata quella forma.[iii]Ilsicomemilanese nel senso dipoichè,essendochè, è di uso relativamente recente nel dialetto; essendovi stato introdotto da' barbarizzanti, che anche in Italiano lo adoperano pur troppo nel senso istesso alla francese.[iv]Qui nel senso dispillone,—«ago d'oro con capocchia grande, o tonda quadra, che sia, a uso d'appuntare lo sparo di petto delle camice,fisciùe simili.»—[v]Scin, dice il Cherubini:—«Forse sincope daMoscin.» —E spiegaMoscin:—«Mucino, micino, gattino.»—Dannaa(arrovellato) oNegher(Nero; cangiato di colore a cagion d'ira)come on scin, modo proverbiale, che veramente non saprebbe spiegarsi, sescinvolesse dirmicino. La narratrice mi diceva il vocabolo valer quantoanima dannata.[vi]Difatti, salvo ch'e' si trattava d'un Principe e non d'una Principessa, era il caso ricordato dal Beato Iacopone nel Cantico:O anima mia creata gentile:Se 'l Re di Fransa avesse una figliuolaEt ella sola—en sua reditate;Giria adornata di bianca stola:Sua fama vola—per tutte contrate,s'ella in viltate—entendesse in malsanoEt desseise in mano—a sè possedireChe potria uom dire—di questo trattato?Versi, che a me sembrano contenere un'allusione patente ad una fiaba diffusissima.[vii]Cusinnavuol dir tantocucina, come in questo luogo, quantocugina.

[i]Striozz, che anche dicesiStriaria, Instriament, Instriadura e Striament: Stregheria, Malia, Fattucchieria, Incanto, Malefizio, Incantesimo, Fattura, Indozzamento, Magia, Stregoneria, Affatturazione, Affatturamento, Fattia, Stregoneccio.... Ne volete più, de' sinonimi?

[ii]Naranz, tantoArancioalbero, quantoAranciafrutto. Dice il Cherubini:—«L'Ariosto (nelFuriosoXVIII, 188) si lasciò cader dalla penna ancheNarancio; lombardesimo perdonabile al poeta, se vuolsi, ma che i Dizionari di Bologna, di Padova e di Livorno non dovevano, per avventura, raccogliere senza accennare l'idiotismo, o il men di meno farsi coscienza d'unVedi e diciArancio, come fece il Vocabolario di Napoli.»—Ecco il luogo dello Ariosto:

Del mar sei miglia o sette a poco a pocoSi va salendo in verso il colle ameno.Mirti e cedri e naranci e lauri il locoE mille altri soavi arbori han pieno.

Ognun vede quanto facilmente lo Ariosto avrebbe potuto cansare lo idiotismo servendoed aranci. Eppur volle usarnaranci(e chiunque ha gusto comprende quantonarancistia bene qui); volle che da questo e mille altri luoghi delFurioso, e soprattutto delle Commedie, trasparisse di qual provincia egli era. E ben fece; e sciocco è chi non fa francamente altrettanto, e stima di potersi mascherare in guisa nello scrivere, da farsi credere d'una provincia diversa da quella, in cui è nato ed educato. Aggiungo che, quanto sta bene quel naranci, sotto la penna d'un lombardo, quanto starebbe bene adoperato dalla penna di chi ha lungamente vissuto in Lombardia, altrettanto parrebbe strano ed affettato sotto quella d'un siciliano, per esempio, non avendo l'esempio dell'Ariosto popolarizzata quella forma.

[iii]Ilsicomemilanese nel senso dipoichè,essendochè, è di uso relativamente recente nel dialetto; essendovi stato introdotto da' barbarizzanti, che anche in Italiano lo adoperano pur troppo nel senso istesso alla francese.

[iv]Qui nel senso dispillone,—«ago d'oro con capocchia grande, o tonda quadra, che sia, a uso d'appuntare lo sparo di petto delle camice,fisciùe simili.»—

[v]Scin, dice il Cherubini:—«Forse sincope daMoscin.» —E spiegaMoscin:—«Mucino, micino, gattino.»—Dannaa(arrovellato) oNegher(Nero; cangiato di colore a cagion d'ira)come on scin, modo proverbiale, che veramente non saprebbe spiegarsi, sescinvolesse dirmicino. La narratrice mi diceva il vocabolo valer quantoanima dannata.

[vi]Difatti, salvo ch'e' si trattava d'un Principe e non d'una Principessa, era il caso ricordato dal Beato Iacopone nel Cantico:O anima mia creata gentile:

Se 'l Re di Fransa avesse una figliuolaEt ella sola—en sua reditate;Giria adornata di bianca stola:Sua fama vola—per tutte contrate,s'ella in viltate—entendesse in malsanoEt desseise in mano—a sè possedireChe potria uom dire—di questo trattato?

Versi, che a me sembrano contenere un'allusione patente ad una fiaba diffusissima.

[vii]Cusinnavuol dir tantocucina, come in questo luogo, quantocugina.

[2]—«Picciola finestrella e boccuccia picciolinadisse il Boccaccio;piccolo satirelloil Sannazzaro;piccolo battellettoil Segneri;parvum tigillum, Fedro;parvam naviculam, Cesare; edaviculam parvam, Gellio; per non affastellare altro stuolo di esempli.»—Così, per giustificare il suopiccolo focherello, annota alla prosa V, l'autore, ne laMergillina, Opera pescatoria, di Emmanuele Campolongo, con annotazioni del medesimo. Dedicata a Sua Altezza Serenissima il Signor Principe Giuseppe Langravio d'Hassia Darmstatt vescovo di Ausburg. In Napoli M.DCC.LXI. Presso Vincenzo Flauto. Con pubblica autorità.[3]In'A fata 'Ndriana|Cunto Pomiglianese.||Per Nozze.||Pomigliano d' Arco|M DCCC LXXV, la fata—«se chella sta cu' l'uocchie apierte, chella rorme; se sta cu' l'uocchie 'nghiuse, chella sta 'scetata.»—In un altro conto pomiglianese, intitolato Viola:—«Llà, nce sta 'nu puorcospino. Chillo, quanno sta cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetato.»—Nella XVI delleNovelline di Santo Stefanoè detto che un drago dorme due ore del giorno, da mezzogiornoalle due. Il De Gubernatis annota:—«Avvertasi bene l'ora; il drago dorme di pieno giorno, in piena luce; il mostro notturno, il mostro tenebroso è allora pienamente disarmato. Perciò dicono le novelline che l'Orca, il mostro, il drago, dorme quando tiene gli occhi aperti, ossia dorme di giorno, dorme quando ci si vede, dorme quando noi ci vediamo.»—[4]Più spesso si tratta di tre od anche di una schiava ghezza.[5]Nella versione pentameronale il Re mostra la sposaspalombataa tutti i cortigiani e chiede loro, che meriterebbe chi facesse male ad una creatura tanto bella. La schiava saracina, quando viene la sua volta, risponde in lingua francaMeritare abbrosciare e porvere da coppa castiello jettare. E si trova aver pronunziata così la propria sentenza. Situazione, che spesso si ripete nelle fiabe popolari e della quale piacque al Metastasio di avvalersi; ma egli poi fa rimetter la pena al reo dal Re offeso.Alessandro.Solo un consiglioDa te desio. V'è chi m'insidia. È notoIl traditore e in mio poter si trova.Non ho cor di punirlo,Perchè amico mi fu. Ma il perdonargliAltri potrebbe a questiTradimenti animar. Tu che faresti?Timagene.Con un supplicio orrendoLo punirei.Alessandro.Ma l'amicizia offendo.Timagene.Ei primiero l'offese,E indegno di pietà costui si rese.Alessandro.(Qual fronte!)Timagene.Eh di clemenzaTempo non è. La curaLascia a me di punirlo. Il zelo mioSaprà nuovi strumentiTrovar di crudeltà. L'empio m'addita,Palesa il traditor, scoprilo omai.Alessandro.Prendi, leggi quel foglio e lo saprai.Timagene.(Stelle! il mio foglio! Ah son perduto! AsbiteMancò di fè.)Alessandro.Tu impallidisci e tremi?Perchè taci così? Perchè lo sguardoFissi nel suol? Guardami, parla. E doveAndò quel zelo? È tempoDi porre in opra i tuoi consigli. InventaArmi di crudeltà. Tu m'insegnasti,Che indegno di pietà colui si rese,Che mi tradì, che l'amicizia offese.Timagene.Ah signor, al tuo piè....Alessandro.Sorgi. Mi bastaPer ora il tuo rossor. Ti rassicuraNel mio perdono; e, conservando in menteDel fallo tuo la rimembranza amara,Ad esser fido un'altra volta impara.Anche nellaMortella(Basile. Pentamerone I, 2.) le colpevoli pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nelBurdilluni(Pitrè. Op. cit. LXI).

[2]—«Picciola finestrella e boccuccia picciolinadisse il Boccaccio;piccolo satirelloil Sannazzaro;piccolo battellettoil Segneri;parvum tigillum, Fedro;parvam naviculam, Cesare; edaviculam parvam, Gellio; per non affastellare altro stuolo di esempli.»—Così, per giustificare il suopiccolo focherello, annota alla prosa V, l'autore, ne laMergillina, Opera pescatoria, di Emmanuele Campolongo, con annotazioni del medesimo. Dedicata a Sua Altezza Serenissima il Signor Principe Giuseppe Langravio d'Hassia Darmstatt vescovo di Ausburg. In Napoli M.DCC.LXI. Presso Vincenzo Flauto. Con pubblica autorità.

[3]In'A fata 'Ndriana|Cunto Pomiglianese.||Per Nozze.||Pomigliano d' Arco|M DCCC LXXV, la fata—«se chella sta cu' l'uocchie apierte, chella rorme; se sta cu' l'uocchie 'nghiuse, chella sta 'scetata.»—In un altro conto pomiglianese, intitolato Viola:—«Llà, nce sta 'nu puorcospino. Chillo, quanno sta cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetato.»—Nella XVI delleNovelline di Santo Stefanoè detto che un drago dorme due ore del giorno, da mezzogiornoalle due. Il De Gubernatis annota:—«Avvertasi bene l'ora; il drago dorme di pieno giorno, in piena luce; il mostro notturno, il mostro tenebroso è allora pienamente disarmato. Perciò dicono le novelline che l'Orca, il mostro, il drago, dorme quando tiene gli occhi aperti, ossia dorme di giorno, dorme quando ci si vede, dorme quando noi ci vediamo.»—

[4]Più spesso si tratta di tre od anche di una schiava ghezza.

[5]Nella versione pentameronale il Re mostra la sposaspalombataa tutti i cortigiani e chiede loro, che meriterebbe chi facesse male ad una creatura tanto bella. La schiava saracina, quando viene la sua volta, risponde in lingua francaMeritare abbrosciare e porvere da coppa castiello jettare. E si trova aver pronunziata così la propria sentenza. Situazione, che spesso si ripete nelle fiabe popolari e della quale piacque al Metastasio di avvalersi; ma egli poi fa rimetter la pena al reo dal Re offeso.

Anche nellaMortella(Basile. Pentamerone I, 2.) le colpevoli pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nelBurdilluni(Pitrè. Op. cit. LXI).


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