XXIX.

XXIX.LE DUE BELLE—GIOJE.[1]C'era una volta un Re e una Regina: in capo a qualche anno rimase incinta. Nell'essere un giorno alla tavola d'i' pranzo con il suo legittimo sposo, risponde e dice:—«Carissimo sposo, io pretenderei di farmi strolagare per vedere o maschio o femmina ch'io devo fare e su che destino nasce.»—Dice:—«Avrei piacere ancora io.»—I' Re subito manda a chiamare un astrolago per fare strolagare la sposa. Apparisce l'astrologo con i' suo bravo libro sottobraccio, se lo leva di sottobraccio e l'apre. Si turba lo strolago. I' Re:—«Cosa c'è?»—«Eh maestà, sarebbe disgrazia; mi perito anche a dirgnene. Sua sposa partorirà una bellissima femmina, e, nasce sur i' destino, che deve esser portata via da i' vento.»—I' Re:—«Quando sarà i' momento, che te partorirai,»—dice alla sposa—«farò mettere subito mano a fabbricare una gran torre innanzi a i' mio palazzo; e per entrare n'in chesta torre ci sieno tre porte da aprirsi e da chiudersi, per via che i' vento non possa far male a nessuno.»—Quando fu l'ora e ì' momento, fabbricata questa torre, v'era quartieri da Regina e da Re, come fusse stato n'i' palazzo. Vi straportano la Regina in una bellissima camera; che costì, compiti i nove mesi, cominciò i dolori d'i' parto e partorì una bellissima femmina. Prese una buona nutrice pe' rilevà' la figlia d'i' Re, per nudrilla. Datogli le sue dodicidamigelle alla bimba, datogli tutta quella servitù, che a lei le si apperveniva. Venendo in crescenza la figlia; andando a ora di digiunè, a ora di pranzo, a ora di rinfresco nella torre con tutta la sua famiglia, lui, la sposa e la bimba; vedendo la figlia, che, quando gli avevano mangiato e bevuto si rizzavano:—«Addio, sai, Nini; addio, sai, bimba; stai bona!»—si rizzavano e se ne andavano via; alla servitù, che aveva dintorno, dice:—«Io vorrei sapere, o perchè io devo stare sempre qui?»—«Eh signorina, io non lo saprei neppur io. Lei deve ubbidire ai Suoi genitori. Quello, che vole i' padre e la madre. Lei deve stare all'ubbidienza.»—La stava zitta, poerina! Ma si struggeva: e i' babbo e la mamma, che gli volevano un bene dell'anima, tanto feciono, che seppero perchè la stava così immalinconita. Fu costretto i' Re di fare un invito nella torre della figlia; un invito d'un pranzo, che lui dava: ci fusse di tutto; tutta l'udienza e tutto. Fissato quest'invito, che aveva dato i' Re, apparisce i' tal giorno a pranzo nella torre. Dice:—«Signori, io vi ho invitati quì nella giornata a pranzo da me, per avere un consiglio da vojaltri.»—«Eh Maestà, i' consiglio si dovrebbe prender nojaltri da Lei e non Lei da nojaltri.»—«Anzi da vojaltri. Siccome abbiate da sapere, che la mia figlia è nata sur destino che, compiti che lei avrà i diciott'anni,... è nata sur destino che deve esser portata via da i' vento;—voi, ingegneri, volendola menare fori a passeggio, ci potrebbe essere una maniera, che non fosse portata via da i' vento?»—«Sacra Maestà, fabbricata che fosse una carrozza di ferro fuso con delle buche, tanto per vedere l'aria, i palazzi, questi campanili, queste cupole, questi casamenti, potrebbe vedere gnincosa e non potrebbe essere straportata via da i' vento.»—Gl'ingegneri presono di potergnene fare questa carrozzadi ferro fuso. Fu straportata questa carrozza nella torre, aprendo una porta alla volta. I' padre e la madre e la figlia, rivestiti da quello, che gli si apperveniva, entrano nella carrozza tutti e tre, i' padre e la madre e la figlia. Dice:—«Eh quì siamo a i' sicuro! nè io nè la mia figlia non possiamo essere straportate da i' vento! Andiamo, andiamo!»—Sortendo dalla torre, la carrozza va e se ne vanno alle Cascine. Non gli parea vero esser sortita fori, vedendo tutte quelle belle cose, tutti quei bei palazzi, chiese, campanili e tutto. Smirava, l'era mezza grulla in carrozza dalla contentezza. Si dà la disgrazia che, quando sono vicino a i' prato più grande delle sue Cascine, si dà la disgrazia una folata di vento, una ventolazione in grande, che ti sbalza la carrozza e ti porta via la figlia d'i' Re. E i' padre e la madre a piangere fortemente di aver persa la figlia, che non potettero mai sapere in dove i' vento l'avesse straportata. La combinazione fu, che i' vento la straportò in un'isola la più grande, che ci fusse; sur un tetto, che ci abitava una Fata[2]. Poerina, essendo in su questo tetto, che lei non sapeva in dove l'era e dove non era, poerina! piangeva e sospirava, su codesto tetto. E questa fata, che sente rammaricarsi:—«Voglio andare a vedere, che diamine c'è sur i' mio tetto.»—Salisce la fata:—«Chi mai ti ha straportata sur i' mio tetto?»—«Abbia da sapere, che io son la figlia d'i' Re; ed era nata sur i' destino, che doveva essere portata via da i' vento.»—«Per me, ti hai da essere figlia di un Re, ti hai da essere anche figlia di uno spazzaturajo; se vuoi venire giù, vieni; se lavorerai, mangerai!»—gli fa questa fata. Te la mette lì in casa:—«Dimmi un po', dimmi. Di primo impeto: io vo sapere come t'hai nome.»—«Mi chiamo Bella—Gioja[3].»—«Sì, eh? fussi minchiona a chiamarti Bella—Gioja! Ci hoi' figliolo, che si chiama Bella—Gioja. Guarda, s'io ti vo' chiamare Bella—Gioja, te? Ti metterò nome Troja.»—«Oh mi metta i' nome come vo' Lei.»—Poera ragazza! Eccoti i' figliolo, che torna a casa della fata. A un tratto vede quel bel pezzo di ragazza.—«Dà retta, non gli ponere gli occhi addosso, che non ti vengano delle simpatiacce; che io peno poco a rimandarla di dove l'è venuta.»—«Io vi dirò una cosa, sapete, mamma?»—gli fa Bella—Gioja, i' figliolo della fata, alla fata:—«Io vi dirò: e' si guarda una fascina, ch'è di tre pezzi; posso guardare quella femmina, che l'è di un pezzo solo.»—«Andiamo, s'ha a mangiare.»—Mangiano, la tavola gli è bell'e apparecchiata.—«Non gli dai da mangiare a quella ragazza, mamma?»—Dice:—«Te, t'hai da pensà' per te. Come la lavorerà, mangerà. Se non lavorerà, non mangerà.»—La gli dà per non parere un bicchier d'acqua, neppur pieno i' bicchier d'acqua, e una fettina di pane, ch'era più quasi a una fetta di salame.—«Come si chiama, mamma?»—«Fammi i' piacere, fammi, non me lo rammentare neppure come si chiama!»—«Perchè?»—«Perchè, fammi i' piacere, fammi, se tu sapessi come si chiama! Si chiama Bella—Gioja. Io, che ho te, che ti chiami Bella—Gioja, non vo' far altro che chiamar Bella—Gioja lei!»—«Ma, o come gli hai messo nome?»—«Oh senti, che ti piacqua o non ti piacqua, io gli ho messo nome Troja e la dee aver nome Troja.»—«O non le sapevi metter altro che di nome Troja?»—«No, ha da esser chiamata Troja, Troja, Troja!»—Si rizza Bella—Gioja e va a i' suo travaglio, alla sua bottega a lavorare quello, che faceva di mestiere. Fatto si è la sera, quando gli è l'ora delle ventidue, torna a casa Bella—Gioja. Dava sempre delle occhiatine a quell'altra Bella—Gioja. Non gli veniva mai detto:—Troja»—ai' figliolo; la rispettava, com'ella aveva a esser rispettata. Come di fatti si mettono a tavola. Dice alla madre Bella—Gioja:—«Dategli quaiccosa anche a quella femmina là. Che volete? senza mangiare non si sta ritta.»—«Come la lavorerà, la mangerà. Una fettina di pane e mezzo bicchier d'acqua.»—E Bella—Gioja gli dava d'occhio a quell'altra Bella—Gioja, come a dire:—«Zitto! la s'addormenterà mia madre e io starò sveglio.»—Come di fatti, lui cercava di ubbriacare ogni sera sua madre, per via ch'ella cominciasse a russare.—«Sai, Bella—Gioja, s'ha ire a riposare, che domattina tu t'hai a levà' presto; t'hai da andare a lavorare. Te, Troja, vien quà. La vedi quella cassa lì?»—«La veggo.»—«T'hai a sdrajare su quella cassa e t'hai a dormire lì.»—Se ne vanno a letto, Bella—Gioja e la madre. Quando Bella—Gioja sente, che la madre l'ha attaccato i' sonno, adagio adagio, sorte d'i' letto, lui. Va alla cassa:—«O Bella—Gioja, che dormi?»—«No, non dormo.»—«Oh alzati! vieni di qua con meco.»—La s'alza, poerina, e va di là insieme con Bella—Gioja:—«Accomodati a sedere.»—Con la bacchettina fatata... batte la bacchettina fatata:—«Comandi, Signore!»—«Comando le meglio bevande e pietanze; da Regina, come lei è.»—Ed apparecchiata la tavola d'ogni ben di dio, e tutti e due (le due Belle—Gioje), a mangiare a bere a spron bàttuto:—«Sai, Bella—Gioja; io t'ho da avvertitti d'una cosa, perchè la mia scelleratissima mamma ti vorrà far fare cose, che te non le hai mai fatte a questo mondo, e non le puoi fare mai. Non piangere, nè sospirare. Tu non devi far niente; perchè, quando sono le ventitrè, apparisco io e faccio tutto quello, che mia madre vole che facci te. Ora verrai a riposare in un bellissimo letto. Altro, che[4], a mattina, sparirà i' letto, che te hairiposato nella nottata; e te ti troverai sulla cassina. Non vol dire niente.»—Va di là, batte la bacchettina fatata e apparisce questo bellissimo letto. Si trova spogliata Bella—Gioja e si trova messa n'i' letto, che n'i' suo palazzo non avevano un letto uguale a quello, che quella nottata riposava Bella—Gioja. Bella—Gioja, la terza sera, quando ebbero mangiato e tutto, andiede a letto con la mamma; e la ragazza sulla cassa. Quando fu addormentata la mamma, Bella—Gioja il giovanotto s'alza e va dalla ragazza:—«Bella—Gioja, alzati e vien di là.»—S'alza di sulla cassa e vien di là. Lui batte sulla cassa e gli apparisce d'ogni grazia di dio, di bevande, di pietanze e tutto.—«Intanto che te mangi, sai, Bella Gioja, si fa una faccenda stasera.»—Andò a prendere una caldaja, la empì di acqua e la messe a i' foco; prese della farina, diverse libbre di farina; e cominciò a fare la pasta. Fece tutti maccheroni. Cotti (che li ebbe) e tutto, prese questi maccheroni; e quicchè v'era d'arnese nella casa, principiando da' panchetti del letto, asserelli, attrazzi del letto e tutto, seggiole, imposte, arali, tutti gli attrazzi, che v'era per la casa, a tutti diede i maccheroni; alla paletta poi, che stava nel camino, a quella lì... li ebbe abbondanti, perchè nel posto, che stava Bella—Gioja a dormire sulla cassa, messe la paletta sulla cassa. Pare almeno, che gli abbia contentati tutti, nel suo tenitorio, in dove stava insieme con la madre!—«L'ora, cara Bella—Gioja, è tale di partì' di quì.»—Si prende la bacchettina fatata, che aveva la madre; carica due muli tra verghe d'oro e d'argento; montano su in questi muli carichi; chiudono la porta; e via a spron battuto. Se ne vanno via, trottando, via, via, via. La fata, che si sveglia la mattina e tasta, che non sente che c'è Bella—Gioja, il suo figliolo, la mattina:—«Eh si vede, ch'è andato via a bottega. Troja! alzati, chegli è tardi.»—«Ora!»—la paletta gli risponde.—«lasci stare un altro pocolino, sono stracqua.»—«Ora, ti dico, che tu t'alzi.»—Oh! c'era un malandrino sgabello sott'i' letto della fata, che s'erano scordato dargli i maccheroni:—«Chiamala, chiamala la Troja! gli è costì la Troja!»—fa questo sgabello.—«Chi sa le miglia, che gli hanno fatte, vedi! Si son caricati due muli fra verghe d'oro e argento e sono scappati via.»—«Ah birboni! ah birboni!»—Questa donna sorte da i' letto; sorte da i' letto, si veste, e via di gran carriera per corrergli dreto. Trova una bottega di ortolano; c'era l'omo sulla porta della bottega, che vendeva erbaggio.—«Ditemi, galantomo, avreste visto passare un omo e una donna con due muli carichi?»—«A un soldo i' mazzo i broccolini!»—«Ma vi ho detto, se avevate visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I broccolini un soldo i' mazzo! i broccolini un soldo i' mazzo! Volete i porri? un soldo i' mazzo!»—«Io vi dico, se avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo i' mazzo le cipolle!»—«Andate a farvi sbudellare!»—Gli volta il sédere[5]e tira via. Un pò più in sù, cammina cammina, la trova una bottega di merciajo:—«Ditemi, giovanotto, avreste visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo la pezza i' cordoncino!»—«I' ho detto, se v'avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Come La lo vol'Ella? Renza? o nastro di cetone, di seta, di velluto?»—La s'imbizzisce, la scappa via anche da lui. Trotta, trotta, la trova un chierico su una cappella d'una chiesa.—«La dica, sor chierichino, non avrebbe visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I' prete gli è in sacrestia, che si veste pe' dì' messa.»—«I' hodetto, se l'ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? »—«Adesso gli esce di sacrestia per andare all'altare.»—«Oh non mi rompa i' capo! Gli dico, se gli ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? La mi dice:ora gli è per entrare la messa!»—«Ora gli scende all'altare tare per segnarsi e cominciar la messa.»—«Io ho detto: se ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Gli è a i'confiteor, gli è!»—«Andate a farvi benedire!»[6]—La gli volta i'séderee la scappa via. Corre, corre a spron battuto, da disperata: cammina! cammina! Diceva:—«Oh! m'ha sbudellata anche bene.»—Si volta Bella—Gioja la ragazza e vede la fata, che era dreto:—«Oh Bella—Gioja!»—«Che cosa c'è?»—«C'è vostra madre dietro, sapete?»—«Lasciamola essere; tiriamo via, tiriamo.» Il fatto gli è, che batte la bacchettina fatata e fa venir su un bosco fitto.—«Eh birbone! m'hai tradito anche bene.»—Con quelle mani, che l'aveva, fa sì tanto, che; a un pò per volta, la sbrana i' bosco e la trapassa. Sempre Bella—Gioja corre con la testa voltata addietro, per vedere se la vedeva la fata.—«Bella—Gioja!»—«Cosa c'è'?»—«Vostra madre, a i' solito.»—«Lasciala, lasciala venire! Qualche volta si fermerà.»—Batte la bacchettina fatata, fa venire una montagna crepidosa con tutto un porcume da poter sgrusciolare, da non poterla salire.—«Ah birbone! me l'ha fatta!»—Si provava e brrr! giù e sdrucciolava. Sdrucciola parecchie volte, venne sì tanto a fare, che la montagna la trapassò anche quella. Cammina, cammina, cammina, Bella—Gioja si volta addietro a vedere la fata:—«Oh Bella—Gioja, ci è vostra madre.»—«Lasciala essere! Verrà i' momento, che la 'un ci sarà più.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comandi.»—«Comandouna montagna di tutti arnesi bene arrotati, bene affilati e tutto.»—«Oh birbone! me l'ha fatta bella!»—E la va lei a provare, se può passare quella montagna, adagio adagio. Le si stacca un dito, le si stacca quell'altro, che, alla fin d'i' salmo, con i' sali e sali e sali, quando la fu in cima, gli si strappa quei due arnesi che la teneva un dito tanto dalla parte sinistra che destra. La venne di sotto e la s'affettò, la cara fata, come una rapa.[7]Camminavano, andavan trottando tutt'e due le Belle—Gioje, quando i' giovane disse alla ragazza:—«Non importa, che si trotti gran cosa: perchè la mia madre non esiste più nin questo mondo, sai.»—«Davvero?»—«Noi si pole andare con la nostra libertà.»—Lei, poerina, la non sapeva neppure quasi quasi la città, di dove l'era.—«Non lo sai, eh, Bella—Gioja, che nome l'ha la tua città, in dove eri nativa?»—Dice:—«Eh, no!»—«Eh la troverò io.»—Batte la bacchettina fatata lui; non istà ad impazzire.—«Comandi, signore.»—«Comando si sia straportati sulla real piazza d'i' padre della mia Bella—Gioja qui.»—Furono straportati in un battibaleno. Straportati, che furono, Bella—Gioja il giovinotto:—«Oh»—dice—«questo, vedi, è i' tuo palazzo.»—«Va bene.»—«Facciamo un'altra cosa, battiamo la bacchettina fatata.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comando, che di faccia a i' palazzo reale, apparisca qui un palazzo sulle Meraviglie, tre volte più bello di quello d'i' Re, con tutta la servitù e i guardaportoni alla porta; servitori a dargli i' braccio alla Principessa; facchini a portar su le verghe d'oro e tutto n'i' palazzo suo.»—Torniamo a i' padre della ragazza. Che, alla mattina, si sveglia i' suo maggiordomo, se ne va a i' barcone d'i' terrazzo d'i' Re, e, a un tratto:—«Che affare è questo? Oh che bel palazzo sulle Meraviglie!Come mai? Iersera non c'era niente. O sogno o sveglio.»—E comincia a stropicciarsi gli occhi:—«O dormo o sono sveglio»—dice.—«Ma sono sveglio, non dormo.»—Va da Sua Maestà, picchia alla bussola:—«Maestà, si pole passare?»—«Passa, passa.»—«Ah che bellissima cosa, Maestà!»—«Cosa c'è? Cosa c'è?»—«Chiami il cameriere, si faccia vestire; deve venire di là e affacciarsi a i' terrazzo. Un palazzo sulle Meraviglie, assai più bello d'i' suo; e v'è due giovani, maschio e femmina! sono due occhi d'i' sole.»—I' Re, che ti va insieme con i' suo maggiordomo; a mala pena che va sul terrazzo e vede quel palazzo, ti occhia que' due be' giovani, tra maschio e femmina, i' suo sangue a un tratto gli faceva i cavalloni.—«O caro Maggiordomo, chiamami i' mio servo, e digli indispensabilmente, che vada là nin quel palazzo e gli dica:Sua Maestà li riverisce tutti e due; vorrebbe sapere lui da che parte vengono e da che parte non vengono.»—A i' servitore gli dice Bella—Gioja i' giovinotto:—«Non posso spiegare qui n'i' mio appartamento. Pagherei di essere in conversazione da Sua Maestà e gli spiegherei i' tutto. Andate e ditegnene a Sua Maestà.»—«Sissignore.»—Si leva i' cappello.—«Adesso porterò l'imbasciata e la risposta, che gli manderà Sua Maestà.»—Va i' servitore davanti a i' Re:—«Maestà, son due occhi di sole, proprio educatissimi n'i' discorrere, n'i' parlare e tutto.»—Sua Maestà, che sente questa risposta, che è costì, cosa ti fa? Gli manda per i' servitore:—«che oggi alle ore cinque farò attaccare i miei cavalli e verrò a prendere quei due giovani, che verranno a pranzo n'i' mio palazzo.»—Portano la risposta a tutte e due le Belle—Gioje:—«Si gradisce con tutto i' vero core, di venire a pranzo da Sua Maestà.»—Gli portan la risposta:—«Oh Maestà, lo gradisconocon tutt' i' vero core, di venire a pranzo da Lei.»—«Benissimo, benissimo!»—Quando è vicino alle cinque i' giorno, fa attaccare i cavalli alla carrozza di gran gala. All'ordine che è la carrozza, Sua Maestà non fa che[8]scendere da i' suo palazzo, entrare in carrozza e svoltare i cavalli, per entrare n'i' palazzo di Bella—Gioja. Tutt'a due le Belle—Gioje, che vanno a riscontro d'i' Re per le scale:—«Fermi, fermi, signori! non v' incomodate adesso! ho la mia servitù, che mi fa salire.»—Quando sono per entrare n'i' salone, ci si mettono tutt'e due inginocchioni davanti:—«Alzatevi, signori; meno complimenti, meno complimenti, alzatevi.»—Si alzano e tutto. Alzati, che sono:—«Ora è l'ora e i' momento di venire n'i' mio Real Palazzo.»—«Maestà, si viene con tutto i' vero core.»—Scendono le scale dell'appartamento di Bella—Gioja e montano in carrozza di Sua Maestà. Montati nel Real palazzo, (che gli erano di braccio a salir le scale) e tutto:—«Signori, si accomodino alla sala di pranzo.»—E viene i' Re padre di faccia a Bella—Gioja la figliola e la Regina di faccia a Bella—Gioja i' giovinotto.—«Ditemi, bel giovane»—fa i' Re—«come vi chiamate?»—«Eh Maestà, mi chiamo Bella—Gioja.»—«Oh non me lo dite, non me lo dite, non me lo rammentate neppure questo nome! Oh Bella—Gioja! Aveva una figlia, che si chiamava Bella—Gioja. Mi nacque una figlia sur i' destino, che doveva esser portata via da i' vento; e i' nome si chiamava Bella—Gioja. E i' vento se la rapì. Non so, poerina, se è viva o morta. Io non lo so!»—E dà in un rotto di pianto. Bella—Gioja, che te lo vede piangere fortemente, dice:—«Eh Maestà, non si disperi tanto; perchè, Sua figlia, La fa conto d'averla avanti ai suoi propri occhi.»—Dicono, tanto i' padre che la madre:—«Come? quella, che è mia figlia?»—«Sì,»—glifa Bella—Gioja,—«che è Sua figlia.»—Si rizzano tutti e due e gli s'avventano a i' collo a sua figlia, a baciarla tutti e due dell'allegrezza.—«Ah, poera mia figlia, come t'è andata, figlia mia?»—«Che vuole, signora madre! il vento mi straportò su i' tetto d'una fata, che era madre d'i' mio liberatore, che è qui. Carissima madre, quella che mi faceva fare! Cose innumerabili, che non poteva esser capace neppure a smovermi di quì a lì[9]. La prima volta, la mattina, mi menò in una stanza, che era piena di tutte le civaje, che le doveva scegliere: i fagioli coll'occhio da sè; i fagioli bianchi da sè; i' granturco da sè... Quando Le dico, tutte le civaje. Bella—Gioja qui, i' mio legittimo sposo, che dev'essere...»—«Si, figlia mia, dev'essere i' tuo legittimo sposo...»—«Che, se non era lui, io non faceva niente. Veniva e mi trovava, che piangeva:Al solito, Bella—Gioja, che piange! Ti dico, non piangere! Ci sono io per te, che rimedio a i' tutto. La seconda volta, la fata mi diede una stanza di tutti panni sudici; li doveva ammollare, pulire, bucatare, rasciugare, stirare e tutto! La terza volta poi, i' caro Bella—Gioja qui, mio liberatore, qui, si pensò caricare due muli, prendendo la bacchettina fatata della sua scelleratissima madre, e scappar via con due muli carichi tra verghe d'oro e d'argento.»—«Eh carissima figlia! n'hai sofferto! n'hai sofferto! Ma ora non ne soffrirai più. Questa fata, voi Bella—Gioja, che abita ancora in questo mondo?»—«Eh»—dice Bella—Gioja,—«non esiste più in questo mondo.»—«Ora è l'ora e i' momento di mangiare e di stare allegramente.»—Viene le pietanze, i' vino: mangiano e bevono e si divertono. La mattina dopo, Sua Maestà fa:—«Qui farò bandire, che io ho ritrovata mia figlia e i' suo liberatore, che gli ha salvata la vita e straportataalla mia presenza. Domani si annuncierà.»—Ne fa consapevole a tutte l'altre Corone: un invito generale allo sposalizio della figlia d'i' Re. Segue lo sposalizio: dettero a mangiare ai poveri della città, pane e vino e tutto. Se ne godettero e a me nulla mi dettero:Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non venga rapita dal vento. Cf.Lo Viso, trattenimento III della Giornata III delPentamerone:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita, more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf. soprattuttoLe tre corune(Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta 'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe' non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca, è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga, scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—[2]Brunetto Latini:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse un uomo e portasselo in un altro paese.»—[3]Narra Ludovico Domenichi nelleFacezie(Libro I) di—«un M. Nicolò da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne GenovesiM. Nicolò dalla Bella Gioja, ecc.»—Q. V.[4]Altro,che, qui è modo ellitticoper non altro,se non che.[5]Sédere, sdrucciolo, in vece disedère, piano. Vedi pag. 472 tra le note alla novella seguente di Leombruno.[6]Queste risposte a sproposito rammentano il dialogo tra Calasiride e Tirreno (nell'Etiopiched'Eliodoro, Libro V.) sulla spiaggia di Zacinto:—«Non era molto ancora dal lito dilungatomi, quando io veggio un vecchio pescatore sedersi dinanzi a la porta di casa sua, acconciando le reti rotte d'un altro pescatore. Fattomigli dunque vicino, gli dissi:—Dio ti salvi, buon uomo; saprestimi tu insegnare, dove io potessi trovare alloggiamento?—Et egli mi rispose:—Colà, vicino a quel capo di monte, che sporge in mare, appressatosi ad uno scoglio, si squarciò come tu vedi.—Io non cerco di sapere questo, diss'io.Ma tu ti porteresti bene e cortesemente, se o ci ricevessi tu, o ci guidassi a qualcun altro, che ci desse ricetto.—Non già io, diss'egli,perciocchè io non navigava con esso loro; nè Tirreno avrebbe mai commesso un tal fallo, nè si sarebbe stancato per la vecchiezza. Ma e' sono stati certi fanciulli, che hanno fatto questo errore; perciocchè, non avendo contezza de gli occulti scogli, la trassero, dove non convenia.—Io pure a la fine accortomi, che costui avea l'udir grosso, alzato alquanto più la voce, gli dissi:—Dio ti salvi! insegnami di grazia, perciocchè io son forastiero, dove io possa alloggiare.»—(Traduzione di Leonardo Ghini MDLVI) Ecco come Giambattista Basile nelTeagene, (Canto X. Stanza XII—XV di quel poema postumo, impresso a Roma MDCXXXVII) rende questo brano:Molto non fui dal lido io dilungato,Che scorsi un pescator, bianco e canuto,Seder sul limitar del lido amatoSua rete a risarcire intento e muto;A cui fatto d'appresso, e domandato(Poichè umano gli fei dolce saluto)Dove stanza trovar presso potrei,Così pronto rispose a' detti miei:—«Colà, non lungi a quel capo di monte,Ad un scoglio vicin, ch'ivi il mar fiede,Squarciossi; or qui convien sudar la fronte,Perchè mi vaglia a far l'usata preda.»——«Tai non cerco da te cose aver conte.»—Diss'io,—«ma, s'al tuo cor favilla siedeD'umanità, deh! con amico affetto,Dammi, o dimmi ov'aver poss'io ricetto.»——«Io non già»—soggiuns'ei—«perchè con essoLor non solcava l'onde; e men TirrenoUn cotal fallo avrebbe unqua commesso,Nè sudor sparso in ciò, d'anni già pieno.Ma semplici fanciulli, a cui concessoNon era altra notizia, ch'entro al senoDi questi mar celati scogli stanno,Fur incauta cagion di tanto danno.»—Pur io m'accorsi alfin, ch'avea l'udireDal tempo offeso; e, rinforzando il grido:—«Sia propizio il ciel»—dissi—«al tuo desire;Piova ogni grazia al tuo felice nido;Dimmi (e perdona d'un stranier l'ardire,Che peregrino è giunto in questo lido)Dimmi, ove ritrovar cortese usanzaPossa d'ospite umano amica stanza.»—Altre risposte a sproposito son divenute proverbiali. Vedi nelConte di BucotondodelFagiuoli:—«Anselmo. Ciapo? o Ciapo? che roba è codesta?—Ciapo. Ghie ne un baullo, ghie ne.—Anselmo. Lo veggo fin costì; domando di chi è?—Ciapo. I' viengo dall'osteria.—Anselmo. O buono! o buono!Ch'hai tu in quel sacco? Io vo a Firenze. Dove vai? Le son cipolle.»—Un episodio simile a quello della nostra fiaba fiorentina, con riposte a sproposito, si trova anche nella seguente milanese.EL RE DEL SOL[i]Ona volta, gh'era on gioven; e l'è andàa in d'on caffè. Gh'era là on scior; el gh'ha ditt, s'el voreva fa ona partida al bigliard; e lu el gh'ha ditt de sì. Sto scior, el ghe dis, s'el veng[ii]lula partida, sto gioven, ch'el ghe dava la soa tosa per sposa. L'ha vengiuda sto giovin la partida. E quel scior, el gh'ha ditt:—«Mi sont el Re del Sol e prest ghe scrivaroo.»—Lu, l'è andàa via; e poeu, el gh'ha scritt pu. E sto gioven, el s'è miss in viagg. Quand l'è staa festa, la domenega, el s'è fermaa in d'on paes; el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda d'on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; ma lu, el sa minga, in dove el sia:—«El soo, ch'el gh'è; ma soo minga, in dove l'è.»—E lu, l'ha viaggiàa on'altra settimanna. Quand l'è stàa festa, el s'è fermàa ancamò in d'on paes: el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda ancamò a on vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; e el gh'ha insegnàa la strada. Sto gioven, l'ha viaggiàa on'altra settimanna ancamò. Quand l'è staa festa, el se ferma in d'on alter paes: spettava, che vegness fœura la gent ancamò de messa. El ghe dimanda ancamò a on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt:—«L'è chì visin: in fond de sta strada, gh'el so palazzi.»—E là, el gh'ha insegnàa la manera, come el doveva fà, per andà là; perchè l'era on palazzi, ma gh'era minga de porta. El gh'ha ditt, de andà in de quell boschett là, che lor, dopo mezz—dì, van là, i trè tosânn del Re del Sol; e gh'è ona vasca, on laghett; e van denter a novà[iii]. E lu, de scondes in d'on quaj sit; quand ch'el ved, che se disvestissen, de andà là e portagh via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnaran pœu fœura e diran:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, che el ghe disa:—«Che me menen de so pader, che mi ghe daròo i vestìi.»—Quel tal omm, el gh'ha insegnàa:—«Ch'el varda, che el Re, el ghè farà fà la scelta de sti tosânn; ma el ghe mettarà ona benda a i oeucc.[iv]«E lu, che el ghe tocca i man. Quella, che el trœuva cont on did môcc[v], quella l'è la pusèe bella.»—Come difatti, l'è andàa in quel boschett; e, dopo mezz—dì, hin andàa là i tre tosânn del Re del Sol. E gh'era là ona vasca; e lor van denter à nodà. È lu, el s'è scondùu in d'on quaj sit. Quand ch'el ved, che se disvestissen, l'è andàa là; e el ghe porta via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnen pœu fœura e disen:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, el ghe dis:—«Che me menen de so pader e mi ghe daròo i vestìi.»—E lor l'han menàa de so pader. Allora sto giovin l'ha ditt al Re:—«Sont chì per sposà la soa tosa.»—E lu, el gh'ha ditt de sì:—«Diman se farà la sposa: ghe faròo fà la scelta.»—Difatti, el gh'ha miss ona binda a i occ. Ghe ne manda vunna; el ghe tocca i man; el ghe dis:—«Questa la me pias minga.»—El Re, el ghe ne manda on'altra. El giovin, el ghe tocca i man; el dis:—«Anca questa la me pias no.»—El Re, el manda pœu quell'altra. El gh'ha toccàa i man; el dis:—«Questa chì, vœuri sposalla mì.»—«E ben, diman se farà el sposalizî.»—Come, di fatti, l'ha sposada, e la sira hin andàa in lett lo sposo e la sposa. Quand l'è stàa mezzanott, la sposa, la ghe dis al spos:—«Sent, el me papà, l'è andrèe a combinà de fatt mazzà.»—E la ghe dis:—«Lassa fà de mi.»—Leven su a de bon ora; e han ciappàa on cavall per un, e hin montàa a cavall e hin andàa via. A la mattinna, el leva sù el Re: el guarda, el trœuva pu i spôs. El va in scuderia[vi]; el ved, che ghe manca duu cavaj i pusèe bej, ch'el gh'aveva denter. Allora, l'ha mandàa ona troppa de soldàa de cavalleria, a vedè se podeven ciappaj, a vedè de arrestaj insomma. Lee, la tosa, la sent a vegnì sta troppa de cavaj; la se guarda indrèe e la ved, ch'hin soldàa, che ghe van adrèe per arrestaj lor. La mett giò el pettin, che la gh'aveva in testa, le mett in terra e hin restàa in d'on bosch. E gh'era là on omm e ona donna, che streppaven i sciocch[vii]. E quij soldàa ghe disen:—«Avii vedùu la tosa del Re, contso marì a passà?»—E lor gh'han rispost:—«Nun semm adrèe a streppà i sciocch; e quand l'è nott, vemm a cà.»—E lor gh'han ditt:—«Hòo ditt, s'avìi vedùu la tosa del Re à passà cont so marì?»—E lor ghe tornen a rispond:—«Ma quand emm streppàa ona carretta, lassem stà.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe sti soldaa. E van a ca. El Re ghe dimanda:—«I avìi minga trovàa?»—Lor ghe disen:—«Serem quasi visin e, tutt a on tratt, semm rèstàa in d'on bosch; e gh'era là on omm e ona donna; e ghe dimandem, s'han vist a passà la tosa del Re cont el so marì; e lor rispondeven semper all'incontrari.»—E el Re ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—Allora, ie torna a mandà indrèe. Come difatti, i han tornàa a ciappà. Quand hin stàa quasi visin, la tosa del Re, la mett in terra el petten; e hin restàa in d'on giardin; e gh'era là on omm e ona donna, che faseven su i mazz de zuccoria e ravanej[viii]. Sti soldàa ghe dimanden:—«Han vedùu la tosa del Re, a passà cont so marì?»—E lor ghe risponden:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin[ix].»—Ghe tornen a dimandà ancamò, s'han veduu la tosa del Re passà cont el so marì. Allora ghe tornen a dì:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe. Van a cà; e el Re, el ghe dis s'i han minga restàa. È lor ghe disen:—«Sarem là quasi visin e s'emm trovàa in d'on giardin e gh'era là on omm e ona donna. Ghe dimandem, s'han vist la tosa del Re passà con so marì; e lor risponden semper a l'incontrarî.»—E lu, el ghe dis.—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—El Re, el ghe dis:—«Tornèe indrèe e guardèe s'hin là ancamò; arrestej, ch'h in lor.»—Come difatti, hin tornàa indrèe; e han reussì de ciappaj ancamò. Quand ch'hin stàa quasi visin, la tosa del Re la mett in terra el petten e sti soldàa hin restàa visin a ona gesa; e gh'era là dùu secrista[x], che sonaven la messa. E lor, sti soldàa, ghe dimanden, s'han vedùu la tosa del Re passà cont so marii. E lor, sti secrista, ghe disen:—«Adess, sonem el segond; pœu dopo sonem el terz; e pœu, ven fœura la messa.»—E lor, i soldàa, s'hin stuffìi e hin tornàa indrèe. Van a casa del Re; elghe dis:—«Ma i avìi minga trovàa?»—«Serem là quasi visin e s'emm trovàa visin a ona gesa. E gh'era là duu secrista, che sonaven la messa. Gh'hemm dimandaa, se aveven veduu la tosa del Re passà cont so marì. E lor ne rispondeven semper a l'incontrari; e nun semm stuffìi e semm vegnùu via.»—El Re, el ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor!»—Intant lor, el gioven e la tosa, gh'han avuu temp d'andà a cà. El Re, gh'è rincressuu molto, perchè l'era la soa maghessa pusee brava.[i]Novella composta da frammenti di parecchie altre. Il viaggio del giovane; la sorpresa delle fate o maghe nel bagno ed il sequestro degli abiti; la scelta della sposa a gatta cieca o fra parecchie velate ovvero simigliantissime; il suocero, che insidia la vita del genero, che vien salvato dalla moglie (Danao); la fuga con le trasformazioni ecc. ecc.[ii]Veng, vincere, guadagnare.[iii]NovàeNodà, notare, natare.[iv]Racconta ilDomenichi, che:—«In Milano era fra gli altri un prelato, il quale ritrovandosi un giorno aver seco a desinare molti suoi amici, cadde fra loro un ragionamento della perfezione e imperfezione delle lingue d'Italia. E da questo si venne incidentemente a dire in che modo i Bergamaschi scrivessero questa parolaocchi, affermando alcuni, che scriveanoogi, altriociet alcuni dicevanooghi. Onde il gentil prelato per levare l'occasione di sì basso ragionamento, con parole s'interpose, dicendo loro:Io vi leverò ben tosto da questa contesa. Et chiamato a sè un suo credenziere bergamasco, gli disse:A te sta dar sentenza et terminare questa quistione, dicendo come nel tuo paese si scrive questa parola:occhi. Al quale il credenziere, senza punto pensarvi, bergamascamente rispose:Monsignor, mi non so miga come se scriva, ma mi so be cert, cha 'l si dis:Te vegna el cancher in te i occhi. Alla cui inetta risposta si levò tra loro sì grande et piacevol riso, che fu cagione di por fine a sì debil contesa.»—[v]Mocced ancheMott, mozzo.[vi]Manca nel Cherubini. Italianesimo. Ed in Italiano è Gallicismo.[vii]Streppàostrappà, strappare, svellere, estirpare.Sciocch, quì tallone, virgulto, rampollo.[viii]Zuccoria, radicchio.Ravanellè contadinesco perRamolassin, radicetto ravanello,Raphanus sativus parvus.[ix]Mezzosoldo (austriaco) era ilsesin.[x]Secrista, sacristano.[7]Di queste fughe, assicurate per forza magica, ne abbiamo già vista una nelContadino, che aveva tre figliuoli, della presene raccolta pag. 12 e segg. (V.Basile,Petrosinella, ecc.) Si ritrova lo stesso incidente nelle due novelle Milanesi seguenti:I TRII NARANZ[i]Ona volta, gh'era on albergator. El gh'aveva ona tosa. La stava semper in stanza; la voreva mai sorti. So pader, per fala andà almen a la finestra, ona volta, l'ha daa ona festa in quella contrada, e l'han imbonida[ii]d'andà alla finestra. L'han lassada sola; e gh'è passaa ona stria. La gh'ha strengiuu on dit e l'ha strusada giò[iii]in spalla. L'ha portada via distant in d'on sit, che gh'era domà[iv]ciel e acqua; gh'era on piccol sentee, che gh'era pœu la ca de la stria. L'ha lassada là e la gh'ha ditt:—«Guarda, che mi voo via; e, quand vegni a casa, te diroo:Figlia mia, figlia cara; lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—So pader el va desora, el trœuva pu la soa tosa. L'ha mandaa duu servitor con la carrozza; el gh'ha ditt, chi trovava la soa tosa, ghe la dava per sposa. Infin, vun l'è propi andaa in del sit, in dove l'era; là, el s'è informaa d'on vesin; e el gh'ha ditt, el gh'ha insegnàa la manera d'andà in sta casa, de digh:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—Lu, sto servitor, l'è andaa là. El gh'ha ditt, el gh'ha dimandaa:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toatrezza e tira su la toa mamma cara.»—E lee, sta tosa, pronta, l'ha lassàa giò la trezza e l'ha tiraa su. El gh'ha dimandaa com'a l'è staa, d'andà in quel sit là. E lee, là gh'ha ditt, che l'è stada ona stria; e la gh'ha ditt, de fa prest a andà via, perchè, se la va a casa, chi sa cossa la ghe fa. E lu, l'è andaa ancamó in de sto vesin. De li a on poo, va a casa la stria; l'ha capii, che gh'era staa on quajghedun; e la gh'ha ditt:—«Mi per trii di, vegni a casa pu. Te doo sti trii naranz chì. Se ven chì on quajghedun, traghen adree vun, ch'el restaraa in d'on gran fastidi.»—Dopo, va là ancamò el servitor. El gh'ha ditt a la tosa:—«Fa prest, ven giò, che gh'hoo chì la carrozza.»—E la voreva minga andà, per la paura che la trovass la stria. La ghe dis:—«Se la trœuvem, chi sa cossa la me fa.»—E lu, el gh'ha ditt:—«Tœu su i trìi naranz, che al cas che la trœuvem, ghen butterem adrèe vun, chè la restarà lee in d'on gran fastìdi.»—Come difatti, han viaggiàa on gran tocch; e lee, la se guardà indrèe; e la ved, che ven la stria. La ghe trà indrèe on naranz: lee, l'è restada in d'on sit pien de fumm, che la podeva pu difendes. Quand l'ha poduu pu, la ghe dis:—«Ciappin[v], ajutem; che, se i ciàppemm, ne femm vun per un[vi].»—Dopo de lì on poo,la tosa la se guarda indrèe; e la ved, che ven ancora la stria. La trà indrèe on alter naranz, e la stria l'è restada in d'on sit pien de sass, che la podeva pu difendes. La ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—Dopo de lì a on poo, la tosa la se torna a guardà indrèe; e la ved ancamò, che ven la stria; e la ghe trà indrèe on alter naranz. La stria l'è restada in d'on sit pien de spin, che la podeva pu difendes. E la ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—El servitor fa prest a fa corr i cavaj; infin l'è reussì a corr in gesa, perchè appena de drèe della carrozza gh'era la stria e gh'aveven pu de naranz. Allora el gh'ha mandàa la nœuva a i so genitor, che l'aveva trovàa la tosa. Gh'han mandàa incontra a ricevell a son de banda. Infin hin andàa a cà. Dopo, l'è andàda per sposa; e inscì l'è finida.I TRE TOSANN DEL REOna volta, gh'era on Re. El gh'aveva tre tosann. Tutt i dì andaven a fa la passeggiada insemma a la soa bonn.[vii]On dì, van a fa sta passeggiada; e hin andà in d'on sit, che gh'erade l'erb, del verd insomma. E lor, s'hin miss a slontanass da la soa bonn. Dopo on pezz, che ie vedeva minga, la va a cercaj. La guarda de per tutt i part, no la po vedej; ie ciama, no le sent a rispond. La va a cà, e la fa dì al Re, che i ha perduu. El Ree, tutt desperaa, el da ordin, che se vaga a cercaj. Lì, gh'è andaa tanti a vedè, se podeven: de ona part, de on'altra, e han mai poduu trovà sti tôsann. L'era già on ann, che, insomma, lu l'ha mai poduu trovaj. Ven, che on dì, va là tre disertor; e van a presentass del Re. Ghe disen, che lor sarissen andaa in cerca de vedè se podessen trovà i so tre tosann. El Re, l'ha daa ordin de andà in della soa stalla e de andà a tœu su on cavall per un, per andà in gîr a cercà sti tosann. Lor hin andaa, han giraa per tanti dì attorna deppertutt. Infin, on dì eren stracch mort, eren in d'ona campagna, han distaccaa i so cavaj, i han ligaa in d'ona pianta e lor s'hin buttaa giò a riposà. Quand s'hìn dessedaa, veden che gh'è li ona donnetta; e ghe dìsen a sta donna:—«Dove l'è, che poderessem andà a tœu quajcoss per mangià?»—che lor gh'aveven famm. E lee, la dis, de dagh i danèe a lee, che la saria andada a procurà de tœu de mangià. La ghe dimanda dove l'è, che andaven. E lor gh'han ditt, che andaven per vedè, se podeven trovà i tre tosânn del Re. E lee, la gh'ha ditt, che la gh'avaria insegnàa lee in dove l'è, che l'eran; e la manera de podè andà a tœuj, perchè l'era el mago, che i aveva robbàa. La ghe dis:—«Ecco! per podè andà a tœu i tosânn, bisogna che lor comincen per tœu tanta corda.»—E la gh'ha insegnaa el sit, che lor doveven andà, che avarien trovaa on uss e denter ona gran stanza granda. Che avarien ligàa i so cavaj. Là gh'era ona preja: de tirà su quella preja là e de lassass giò vun a la volta. E quand eren abass, l'era scur: ma lor d'avegh minga paura, d'andà innanz semper dritt, che avarien trovàa el ciar. E la gh'ha dàa ona nôs, ona castegna e ona nisciœula:—«Quand sarèe in pericol, che vedarìi lu, el mago, che ve corr adrèe, trèe vunna de sti robb, che ve doo.»—Difatti, inscì han fàa: hin andàa. Difatti han trovàa st'uss, han trovàa sta stanza e s'hin lassàa giò. E quand hin stàa giò, hin andàa semper dritt, dritt, dritt; e a poch a poch han cominciàa a vedè on pòo de lus. E pœu hin andàa innanz, han cominciàa a vedè on palazz; e là gh'era a la finestra vunna di sti tosânn. Lee, la s'è accorta, ch'eren gent ch'andaven per deliberalla. La ghe fa segnde andà adasi adasi innanz, ch'el mago i avess avùu de sentì. E la tœur su di gemm, di robb prezios, ch'el mago el gh'aveva regalàa:—«Per mi, me fan minga de bisogn; ma vœur dì, che i tœui su, per dà a la gent, che m'ha deliberàa. Adess»—la dis—«andem innanz, che là ghe sarà on'altra mia sorella.»—Là, anca de quella la fa istess, la ven giò e via, la scappa insemma a l'altra sorella. Van innanz on tocch anmò; là gh'è on alter palazz e denter gh'è la terza. Quand hin tutt e tre salvàa, van i trè donn e i trij omen, van dritt, van pu de la part, ch'hin vegnùu, van dritt che gh'è l'istessa strada. Quand han faa on poo de strada, se volten indree; e veden el mago che ghe corr adree.—«Pessèga; trà via la nôs.»—In d'on moment, gh'è staa on lagh d'acqua. E allora lu el podeva minga corregh adrèe fin che st'acqua la s'era minuida, perchè l'andava via a poch a poch. Vann innanz anmò on pòo; quand han faa on poo de strada ancamò, guarden indrèe. L'acqua l'è scomparsa e el mago el ghe torna a corr adrèe. Allor lor tran via la nisciœula; e se ved on gran incendi, on gran fœugh. E lor ciappaven temp e corriven per podè rivà a quel sit, che lu, el podess minga ciappaj. Tornen a guardà indrèe, el veden anmó:—«Tra via la castegna!»—E lor eren abass e in alt se vedeva ona gran montagna, fin ch'hin rivaa in quel tal sit, in dove eren andàa a tœu i so cavaj. Là han tolt su i cavaj, pœu han miss i so tosânn e via hin andàa a drittura a la cittàa. Là appenna ch'i han vist a comparì, che tutti saveven la disgrazia del Re; s'hin miss adrèe a sonà i campann, a fa festa, eh! El Re, el dis:—«Cosse l'è, che gh'è? coss'è success, che fan sta legria? Andè a ciama.»—El moment che van per dagh la risposta, van denter de la porta sti trij, ch'hin andàa via cont i so tosânn. Allora el Re tutt content a vedé i so tosânn, che gh'aveven deliberàa! I tosânn ghe cunten, che, quand lor eren là tutt e tre insemma a discorr distant de la bonn, era vegnùu sto mago, ch'i ha menàa via tutt e tre con gran forz, e lor han minga poduu nè ciamà la bonn nè nient. El Re a quij trii disertor el gh'ha perdonaa; e pœu elgh'ha fàa on gran regal, che lor hin stàa contentissem e s'ciau. È passàa on car de merda de pipì, in bocca a tutti i sciori, ch'hin stàa chì a sentì.[i]Da non confondersi con l'altra dal titolo stesso, riportata a pag. 308 del volume presente.[ii]Imbonìsignifica non soloplacare, anzi pureindurre,persuadere.[iii]Strusà, strascinare, strascicare.Strusà giò, strascinare abbasso tirar giù.[iv]Domàonomà, solo, soltanto, solamente.[v]Ciappin, demonio, diavolo. Vedi pag. 191 del presente volume. In NapoletanoChiappinovuol dire, secondo il Galiani, furbo, astuto, onde forse loScapinfrancese.Cortese.Lo Cerriglio 'ncantato. VII, 21.Ma Tonno mò', ch'era 'no gran chiappino,Sentette da lontano lo grà' addore.Ma ognun vede, esser questo un senso traslato, metaforico. Non so che relazione abbiano ilCiappinmilanese ed ilChiappinonapoletano, con loScappinotoscano. Nella stanza XXXIX del primo cantare delMalmantile, si legge, che alcuni soldati orbi di Bieco de' Crepi, duca d'Orbetello, monocolo.—«Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso, vanno cantando l'aria di Scappino.» E nelle note:—«L'aria di Scappinoera una canzonetta, che cantavano i ciechi, in piazza del Granduca in Firenze, a' tempi del poeta.»—Quanto avrebbe meglio fatto l'annotatore, trascrivendola e non profanando il nome di poeta, con l'applicarlo al Lippi![vi]Questa invocazione del diavolo, ci mostra che qui lastriaè semplicemente una strega, non già una fata. NelPentameronesi tratta d'un'Orca, Il mescuglio delle fate col diavolo è cosa letteraria, appartenendo queste due creazioni a due cicli mitici diversi. (Ricciardetto XX 1—3).Il diavol, donne mie, può far gran cose:Basta solo, che dio lo lasci fare.Però non siate punto dubitoseDi? ciò che udiste ed udrete cantareDe l'opere di lui meravigliose.Chè, sebbene il tristaccio non appare,E su le fate si versa la broda;Ei però vi pon sempre e corno e coda.So ben, che ci son molte come voi,Che credono romanzi e favoletteLe cose delle fate: ma son buoi,Nè sanno che il demonio non perdetteIn uno con la grazia i pregi suoi,E le virtù, che dio gli concedette;Le quali tante sono, che potriaGuastare il mondo in un'Avemmaria.E poi le sacre carte non son pieneDi maghi e streghe e cose simiglianti?E in chiesa l'acqua santa a che si tiene?E a che si fanno tanti preghi e tantiSu le campane? Perchè suonin bene,E la fune e il battaglio non si stianti?Si fanno solo per guastar con esseLe traversie, che il diavol ci facesse.[vii]Bonne, francese; aja, governante, bambinaja.[8]Non fa che(sic). Leggi e dì:non fa se non.[9]Queste incombenze ineseguibili riconducono naturalmente al pensiero il mito di Psiche. Vedi l'altre fiabe di questa raccolta, intitolateLa bella e la brutta(pag. 195) eLa Prezzemolina(pag. 209) Cf.Pitré. (Op. cit.) XV.Lu Re di Spagna; XVIIMarviziaecc. ecc. ecc.

XXIX.LE DUE BELLE—GIOJE.[1]C'era una volta un Re e una Regina: in capo a qualche anno rimase incinta. Nell'essere un giorno alla tavola d'i' pranzo con il suo legittimo sposo, risponde e dice:—«Carissimo sposo, io pretenderei di farmi strolagare per vedere o maschio o femmina ch'io devo fare e su che destino nasce.»—Dice:—«Avrei piacere ancora io.»—I' Re subito manda a chiamare un astrolago per fare strolagare la sposa. Apparisce l'astrologo con i' suo bravo libro sottobraccio, se lo leva di sottobraccio e l'apre. Si turba lo strolago. I' Re:—«Cosa c'è?»—«Eh maestà, sarebbe disgrazia; mi perito anche a dirgnene. Sua sposa partorirà una bellissima femmina, e, nasce sur i' destino, che deve esser portata via da i' vento.»—I' Re:—«Quando sarà i' momento, che te partorirai,»—dice alla sposa—«farò mettere subito mano a fabbricare una gran torre innanzi a i' mio palazzo; e per entrare n'in chesta torre ci sieno tre porte da aprirsi e da chiudersi, per via che i' vento non possa far male a nessuno.»—Quando fu l'ora e ì' momento, fabbricata questa torre, v'era quartieri da Regina e da Re, come fusse stato n'i' palazzo. Vi straportano la Regina in una bellissima camera; che costì, compiti i nove mesi, cominciò i dolori d'i' parto e partorì una bellissima femmina. Prese una buona nutrice pe' rilevà' la figlia d'i' Re, per nudrilla. Datogli le sue dodicidamigelle alla bimba, datogli tutta quella servitù, che a lei le si apperveniva. Venendo in crescenza la figlia; andando a ora di digiunè, a ora di pranzo, a ora di rinfresco nella torre con tutta la sua famiglia, lui, la sposa e la bimba; vedendo la figlia, che, quando gli avevano mangiato e bevuto si rizzavano:—«Addio, sai, Nini; addio, sai, bimba; stai bona!»—si rizzavano e se ne andavano via; alla servitù, che aveva dintorno, dice:—«Io vorrei sapere, o perchè io devo stare sempre qui?»—«Eh signorina, io non lo saprei neppur io. Lei deve ubbidire ai Suoi genitori. Quello, che vole i' padre e la madre. Lei deve stare all'ubbidienza.»—La stava zitta, poerina! Ma si struggeva: e i' babbo e la mamma, che gli volevano un bene dell'anima, tanto feciono, che seppero perchè la stava così immalinconita. Fu costretto i' Re di fare un invito nella torre della figlia; un invito d'un pranzo, che lui dava: ci fusse di tutto; tutta l'udienza e tutto. Fissato quest'invito, che aveva dato i' Re, apparisce i' tal giorno a pranzo nella torre. Dice:—«Signori, io vi ho invitati quì nella giornata a pranzo da me, per avere un consiglio da vojaltri.»—«Eh Maestà, i' consiglio si dovrebbe prender nojaltri da Lei e non Lei da nojaltri.»—«Anzi da vojaltri. Siccome abbiate da sapere, che la mia figlia è nata sur destino che, compiti che lei avrà i diciott'anni,... è nata sur destino che deve esser portata via da i' vento;—voi, ingegneri, volendola menare fori a passeggio, ci potrebbe essere una maniera, che non fosse portata via da i' vento?»—«Sacra Maestà, fabbricata che fosse una carrozza di ferro fuso con delle buche, tanto per vedere l'aria, i palazzi, questi campanili, queste cupole, questi casamenti, potrebbe vedere gnincosa e non potrebbe essere straportata via da i' vento.»—Gl'ingegneri presono di potergnene fare questa carrozzadi ferro fuso. Fu straportata questa carrozza nella torre, aprendo una porta alla volta. I' padre e la madre e la figlia, rivestiti da quello, che gli si apperveniva, entrano nella carrozza tutti e tre, i' padre e la madre e la figlia. Dice:—«Eh quì siamo a i' sicuro! nè io nè la mia figlia non possiamo essere straportate da i' vento! Andiamo, andiamo!»—Sortendo dalla torre, la carrozza va e se ne vanno alle Cascine. Non gli parea vero esser sortita fori, vedendo tutte quelle belle cose, tutti quei bei palazzi, chiese, campanili e tutto. Smirava, l'era mezza grulla in carrozza dalla contentezza. Si dà la disgrazia che, quando sono vicino a i' prato più grande delle sue Cascine, si dà la disgrazia una folata di vento, una ventolazione in grande, che ti sbalza la carrozza e ti porta via la figlia d'i' Re. E i' padre e la madre a piangere fortemente di aver persa la figlia, che non potettero mai sapere in dove i' vento l'avesse straportata. La combinazione fu, che i' vento la straportò in un'isola la più grande, che ci fusse; sur un tetto, che ci abitava una Fata[2]. Poerina, essendo in su questo tetto, che lei non sapeva in dove l'era e dove non era, poerina! piangeva e sospirava, su codesto tetto. E questa fata, che sente rammaricarsi:—«Voglio andare a vedere, che diamine c'è sur i' mio tetto.»—Salisce la fata:—«Chi mai ti ha straportata sur i' mio tetto?»—«Abbia da sapere, che io son la figlia d'i' Re; ed era nata sur i' destino, che doveva essere portata via da i' vento.»—«Per me, ti hai da essere figlia di un Re, ti hai da essere anche figlia di uno spazzaturajo; se vuoi venire giù, vieni; se lavorerai, mangerai!»—gli fa questa fata. Te la mette lì in casa:—«Dimmi un po', dimmi. Di primo impeto: io vo sapere come t'hai nome.»—«Mi chiamo Bella—Gioja[3].»—«Sì, eh? fussi minchiona a chiamarti Bella—Gioja! Ci hoi' figliolo, che si chiama Bella—Gioja. Guarda, s'io ti vo' chiamare Bella—Gioja, te? Ti metterò nome Troja.»—«Oh mi metta i' nome come vo' Lei.»—Poera ragazza! Eccoti i' figliolo, che torna a casa della fata. A un tratto vede quel bel pezzo di ragazza.—«Dà retta, non gli ponere gli occhi addosso, che non ti vengano delle simpatiacce; che io peno poco a rimandarla di dove l'è venuta.»—«Io vi dirò una cosa, sapete, mamma?»—gli fa Bella—Gioja, i' figliolo della fata, alla fata:—«Io vi dirò: e' si guarda una fascina, ch'è di tre pezzi; posso guardare quella femmina, che l'è di un pezzo solo.»—«Andiamo, s'ha a mangiare.»—Mangiano, la tavola gli è bell'e apparecchiata.—«Non gli dai da mangiare a quella ragazza, mamma?»—Dice:—«Te, t'hai da pensà' per te. Come la lavorerà, mangerà. Se non lavorerà, non mangerà.»—La gli dà per non parere un bicchier d'acqua, neppur pieno i' bicchier d'acqua, e una fettina di pane, ch'era più quasi a una fetta di salame.—«Come si chiama, mamma?»—«Fammi i' piacere, fammi, non me lo rammentare neppure come si chiama!»—«Perchè?»—«Perchè, fammi i' piacere, fammi, se tu sapessi come si chiama! Si chiama Bella—Gioja. Io, che ho te, che ti chiami Bella—Gioja, non vo' far altro che chiamar Bella—Gioja lei!»—«Ma, o come gli hai messo nome?»—«Oh senti, che ti piacqua o non ti piacqua, io gli ho messo nome Troja e la dee aver nome Troja.»—«O non le sapevi metter altro che di nome Troja?»—«No, ha da esser chiamata Troja, Troja, Troja!»—Si rizza Bella—Gioja e va a i' suo travaglio, alla sua bottega a lavorare quello, che faceva di mestiere. Fatto si è la sera, quando gli è l'ora delle ventidue, torna a casa Bella—Gioja. Dava sempre delle occhiatine a quell'altra Bella—Gioja. Non gli veniva mai detto:—Troja»—ai' figliolo; la rispettava, com'ella aveva a esser rispettata. Come di fatti si mettono a tavola. Dice alla madre Bella—Gioja:—«Dategli quaiccosa anche a quella femmina là. Che volete? senza mangiare non si sta ritta.»—«Come la lavorerà, la mangerà. Una fettina di pane e mezzo bicchier d'acqua.»—E Bella—Gioja gli dava d'occhio a quell'altra Bella—Gioja, come a dire:—«Zitto! la s'addormenterà mia madre e io starò sveglio.»—Come di fatti, lui cercava di ubbriacare ogni sera sua madre, per via ch'ella cominciasse a russare.—«Sai, Bella—Gioja, s'ha ire a riposare, che domattina tu t'hai a levà' presto; t'hai da andare a lavorare. Te, Troja, vien quà. La vedi quella cassa lì?»—«La veggo.»—«T'hai a sdrajare su quella cassa e t'hai a dormire lì.»—Se ne vanno a letto, Bella—Gioja e la madre. Quando Bella—Gioja sente, che la madre l'ha attaccato i' sonno, adagio adagio, sorte d'i' letto, lui. Va alla cassa:—«O Bella—Gioja, che dormi?»—«No, non dormo.»—«Oh alzati! vieni di qua con meco.»—La s'alza, poerina, e va di là insieme con Bella—Gioja:—«Accomodati a sedere.»—Con la bacchettina fatata... batte la bacchettina fatata:—«Comandi, Signore!»—«Comando le meglio bevande e pietanze; da Regina, come lei è.»—Ed apparecchiata la tavola d'ogni ben di dio, e tutti e due (le due Belle—Gioje), a mangiare a bere a spron bàttuto:—«Sai, Bella—Gioja; io t'ho da avvertitti d'una cosa, perchè la mia scelleratissima mamma ti vorrà far fare cose, che te non le hai mai fatte a questo mondo, e non le puoi fare mai. Non piangere, nè sospirare. Tu non devi far niente; perchè, quando sono le ventitrè, apparisco io e faccio tutto quello, che mia madre vole che facci te. Ora verrai a riposare in un bellissimo letto. Altro, che[4], a mattina, sparirà i' letto, che te hairiposato nella nottata; e te ti troverai sulla cassina. Non vol dire niente.»—Va di là, batte la bacchettina fatata e apparisce questo bellissimo letto. Si trova spogliata Bella—Gioja e si trova messa n'i' letto, che n'i' suo palazzo non avevano un letto uguale a quello, che quella nottata riposava Bella—Gioja. Bella—Gioja, la terza sera, quando ebbero mangiato e tutto, andiede a letto con la mamma; e la ragazza sulla cassa. Quando fu addormentata la mamma, Bella—Gioja il giovanotto s'alza e va dalla ragazza:—«Bella—Gioja, alzati e vien di là.»—S'alza di sulla cassa e vien di là. Lui batte sulla cassa e gli apparisce d'ogni grazia di dio, di bevande, di pietanze e tutto.—«Intanto che te mangi, sai, Bella Gioja, si fa una faccenda stasera.»—Andò a prendere una caldaja, la empì di acqua e la messe a i' foco; prese della farina, diverse libbre di farina; e cominciò a fare la pasta. Fece tutti maccheroni. Cotti (che li ebbe) e tutto, prese questi maccheroni; e quicchè v'era d'arnese nella casa, principiando da' panchetti del letto, asserelli, attrazzi del letto e tutto, seggiole, imposte, arali, tutti gli attrazzi, che v'era per la casa, a tutti diede i maccheroni; alla paletta poi, che stava nel camino, a quella lì... li ebbe abbondanti, perchè nel posto, che stava Bella—Gioja a dormire sulla cassa, messe la paletta sulla cassa. Pare almeno, che gli abbia contentati tutti, nel suo tenitorio, in dove stava insieme con la madre!—«L'ora, cara Bella—Gioja, è tale di partì' di quì.»—Si prende la bacchettina fatata, che aveva la madre; carica due muli tra verghe d'oro e d'argento; montano su in questi muli carichi; chiudono la porta; e via a spron battuto. Se ne vanno via, trottando, via, via, via. La fata, che si sveglia la mattina e tasta, che non sente che c'è Bella—Gioja, il suo figliolo, la mattina:—«Eh si vede, ch'è andato via a bottega. Troja! alzati, chegli è tardi.»—«Ora!»—la paletta gli risponde.—«lasci stare un altro pocolino, sono stracqua.»—«Ora, ti dico, che tu t'alzi.»—Oh! c'era un malandrino sgabello sott'i' letto della fata, che s'erano scordato dargli i maccheroni:—«Chiamala, chiamala la Troja! gli è costì la Troja!»—fa questo sgabello.—«Chi sa le miglia, che gli hanno fatte, vedi! Si son caricati due muli fra verghe d'oro e argento e sono scappati via.»—«Ah birboni! ah birboni!»—Questa donna sorte da i' letto; sorte da i' letto, si veste, e via di gran carriera per corrergli dreto. Trova una bottega di ortolano; c'era l'omo sulla porta della bottega, che vendeva erbaggio.—«Ditemi, galantomo, avreste visto passare un omo e una donna con due muli carichi?»—«A un soldo i' mazzo i broccolini!»—«Ma vi ho detto, se avevate visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I broccolini un soldo i' mazzo! i broccolini un soldo i' mazzo! Volete i porri? un soldo i' mazzo!»—«Io vi dico, se avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo i' mazzo le cipolle!»—«Andate a farvi sbudellare!»—Gli volta il sédere[5]e tira via. Un pò più in sù, cammina cammina, la trova una bottega di merciajo:—«Ditemi, giovanotto, avreste visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo la pezza i' cordoncino!»—«I' ho detto, se v'avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Come La lo vol'Ella? Renza? o nastro di cetone, di seta, di velluto?»—La s'imbizzisce, la scappa via anche da lui. Trotta, trotta, la trova un chierico su una cappella d'una chiesa.—«La dica, sor chierichino, non avrebbe visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I' prete gli è in sacrestia, che si veste pe' dì' messa.»—«I' hodetto, se l'ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? »—«Adesso gli esce di sacrestia per andare all'altare.»—«Oh non mi rompa i' capo! Gli dico, se gli ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? La mi dice:ora gli è per entrare la messa!»—«Ora gli scende all'altare tare per segnarsi e cominciar la messa.»—«Io ho detto: se ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Gli è a i'confiteor, gli è!»—«Andate a farvi benedire!»[6]—La gli volta i'séderee la scappa via. Corre, corre a spron battuto, da disperata: cammina! cammina! Diceva:—«Oh! m'ha sbudellata anche bene.»—Si volta Bella—Gioja la ragazza e vede la fata, che era dreto:—«Oh Bella—Gioja!»—«Che cosa c'è?»—«C'è vostra madre dietro, sapete?»—«Lasciamola essere; tiriamo via, tiriamo.» Il fatto gli è, che batte la bacchettina fatata e fa venir su un bosco fitto.—«Eh birbone! m'hai tradito anche bene.»—Con quelle mani, che l'aveva, fa sì tanto, che; a un pò per volta, la sbrana i' bosco e la trapassa. Sempre Bella—Gioja corre con la testa voltata addietro, per vedere se la vedeva la fata.—«Bella—Gioja!»—«Cosa c'è'?»—«Vostra madre, a i' solito.»—«Lasciala, lasciala venire! Qualche volta si fermerà.»—Batte la bacchettina fatata, fa venire una montagna crepidosa con tutto un porcume da poter sgrusciolare, da non poterla salire.—«Ah birbone! me l'ha fatta!»—Si provava e brrr! giù e sdrucciolava. Sdrucciola parecchie volte, venne sì tanto a fare, che la montagna la trapassò anche quella. Cammina, cammina, cammina, Bella—Gioja si volta addietro a vedere la fata:—«Oh Bella—Gioja, ci è vostra madre.»—«Lasciala essere! Verrà i' momento, che la 'un ci sarà più.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comandi.»—«Comandouna montagna di tutti arnesi bene arrotati, bene affilati e tutto.»—«Oh birbone! me l'ha fatta bella!»—E la va lei a provare, se può passare quella montagna, adagio adagio. Le si stacca un dito, le si stacca quell'altro, che, alla fin d'i' salmo, con i' sali e sali e sali, quando la fu in cima, gli si strappa quei due arnesi che la teneva un dito tanto dalla parte sinistra che destra. La venne di sotto e la s'affettò, la cara fata, come una rapa.[7]Camminavano, andavan trottando tutt'e due le Belle—Gioje, quando i' giovane disse alla ragazza:—«Non importa, che si trotti gran cosa: perchè la mia madre non esiste più nin questo mondo, sai.»—«Davvero?»—«Noi si pole andare con la nostra libertà.»—Lei, poerina, la non sapeva neppure quasi quasi la città, di dove l'era.—«Non lo sai, eh, Bella—Gioja, che nome l'ha la tua città, in dove eri nativa?»—Dice:—«Eh, no!»—«Eh la troverò io.»—Batte la bacchettina fatata lui; non istà ad impazzire.—«Comandi, signore.»—«Comando si sia straportati sulla real piazza d'i' padre della mia Bella—Gioja qui.»—Furono straportati in un battibaleno. Straportati, che furono, Bella—Gioja il giovinotto:—«Oh»—dice—«questo, vedi, è i' tuo palazzo.»—«Va bene.»—«Facciamo un'altra cosa, battiamo la bacchettina fatata.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comando, che di faccia a i' palazzo reale, apparisca qui un palazzo sulle Meraviglie, tre volte più bello di quello d'i' Re, con tutta la servitù e i guardaportoni alla porta; servitori a dargli i' braccio alla Principessa; facchini a portar su le verghe d'oro e tutto n'i' palazzo suo.»—Torniamo a i' padre della ragazza. Che, alla mattina, si sveglia i' suo maggiordomo, se ne va a i' barcone d'i' terrazzo d'i' Re, e, a un tratto:—«Che affare è questo? Oh che bel palazzo sulle Meraviglie!Come mai? Iersera non c'era niente. O sogno o sveglio.»—E comincia a stropicciarsi gli occhi:—«O dormo o sono sveglio»—dice.—«Ma sono sveglio, non dormo.»—Va da Sua Maestà, picchia alla bussola:—«Maestà, si pole passare?»—«Passa, passa.»—«Ah che bellissima cosa, Maestà!»—«Cosa c'è? Cosa c'è?»—«Chiami il cameriere, si faccia vestire; deve venire di là e affacciarsi a i' terrazzo. Un palazzo sulle Meraviglie, assai più bello d'i' suo; e v'è due giovani, maschio e femmina! sono due occhi d'i' sole.»—I' Re, che ti va insieme con i' suo maggiordomo; a mala pena che va sul terrazzo e vede quel palazzo, ti occhia que' due be' giovani, tra maschio e femmina, i' suo sangue a un tratto gli faceva i cavalloni.—«O caro Maggiordomo, chiamami i' mio servo, e digli indispensabilmente, che vada là nin quel palazzo e gli dica:Sua Maestà li riverisce tutti e due; vorrebbe sapere lui da che parte vengono e da che parte non vengono.»—A i' servitore gli dice Bella—Gioja i' giovinotto:—«Non posso spiegare qui n'i' mio appartamento. Pagherei di essere in conversazione da Sua Maestà e gli spiegherei i' tutto. Andate e ditegnene a Sua Maestà.»—«Sissignore.»—Si leva i' cappello.—«Adesso porterò l'imbasciata e la risposta, che gli manderà Sua Maestà.»—Va i' servitore davanti a i' Re:—«Maestà, son due occhi di sole, proprio educatissimi n'i' discorrere, n'i' parlare e tutto.»—Sua Maestà, che sente questa risposta, che è costì, cosa ti fa? Gli manda per i' servitore:—«che oggi alle ore cinque farò attaccare i miei cavalli e verrò a prendere quei due giovani, che verranno a pranzo n'i' mio palazzo.»—Portano la risposta a tutte e due le Belle—Gioje:—«Si gradisce con tutto i' vero core, di venire a pranzo da Sua Maestà.»—Gli portan la risposta:—«Oh Maestà, lo gradisconocon tutt' i' vero core, di venire a pranzo da Lei.»—«Benissimo, benissimo!»—Quando è vicino alle cinque i' giorno, fa attaccare i cavalli alla carrozza di gran gala. All'ordine che è la carrozza, Sua Maestà non fa che[8]scendere da i' suo palazzo, entrare in carrozza e svoltare i cavalli, per entrare n'i' palazzo di Bella—Gioja. Tutt'a due le Belle—Gioje, che vanno a riscontro d'i' Re per le scale:—«Fermi, fermi, signori! non v' incomodate adesso! ho la mia servitù, che mi fa salire.»—Quando sono per entrare n'i' salone, ci si mettono tutt'e due inginocchioni davanti:—«Alzatevi, signori; meno complimenti, meno complimenti, alzatevi.»—Si alzano e tutto. Alzati, che sono:—«Ora è l'ora e i' momento di venire n'i' mio Real Palazzo.»—«Maestà, si viene con tutto i' vero core.»—Scendono le scale dell'appartamento di Bella—Gioja e montano in carrozza di Sua Maestà. Montati nel Real palazzo, (che gli erano di braccio a salir le scale) e tutto:—«Signori, si accomodino alla sala di pranzo.»—E viene i' Re padre di faccia a Bella—Gioja la figliola e la Regina di faccia a Bella—Gioja i' giovinotto.—«Ditemi, bel giovane»—fa i' Re—«come vi chiamate?»—«Eh Maestà, mi chiamo Bella—Gioja.»—«Oh non me lo dite, non me lo dite, non me lo rammentate neppure questo nome! Oh Bella—Gioja! Aveva una figlia, che si chiamava Bella—Gioja. Mi nacque una figlia sur i' destino, che doveva esser portata via da i' vento; e i' nome si chiamava Bella—Gioja. E i' vento se la rapì. Non so, poerina, se è viva o morta. Io non lo so!»—E dà in un rotto di pianto. Bella—Gioja, che te lo vede piangere fortemente, dice:—«Eh Maestà, non si disperi tanto; perchè, Sua figlia, La fa conto d'averla avanti ai suoi propri occhi.»—Dicono, tanto i' padre che la madre:—«Come? quella, che è mia figlia?»—«Sì,»—glifa Bella—Gioja,—«che è Sua figlia.»—Si rizzano tutti e due e gli s'avventano a i' collo a sua figlia, a baciarla tutti e due dell'allegrezza.—«Ah, poera mia figlia, come t'è andata, figlia mia?»—«Che vuole, signora madre! il vento mi straportò su i' tetto d'una fata, che era madre d'i' mio liberatore, che è qui. Carissima madre, quella che mi faceva fare! Cose innumerabili, che non poteva esser capace neppure a smovermi di quì a lì[9]. La prima volta, la mattina, mi menò in una stanza, che era piena di tutte le civaje, che le doveva scegliere: i fagioli coll'occhio da sè; i fagioli bianchi da sè; i' granturco da sè... Quando Le dico, tutte le civaje. Bella—Gioja qui, i' mio legittimo sposo, che dev'essere...»—«Si, figlia mia, dev'essere i' tuo legittimo sposo...»—«Che, se non era lui, io non faceva niente. Veniva e mi trovava, che piangeva:Al solito, Bella—Gioja, che piange! Ti dico, non piangere! Ci sono io per te, che rimedio a i' tutto. La seconda volta, la fata mi diede una stanza di tutti panni sudici; li doveva ammollare, pulire, bucatare, rasciugare, stirare e tutto! La terza volta poi, i' caro Bella—Gioja qui, mio liberatore, qui, si pensò caricare due muli, prendendo la bacchettina fatata della sua scelleratissima madre, e scappar via con due muli carichi tra verghe d'oro e d'argento.»—«Eh carissima figlia! n'hai sofferto! n'hai sofferto! Ma ora non ne soffrirai più. Questa fata, voi Bella—Gioja, che abita ancora in questo mondo?»—«Eh»—dice Bella—Gioja,—«non esiste più in questo mondo.»—«Ora è l'ora e i' momento di mangiare e di stare allegramente.»—Viene le pietanze, i' vino: mangiano e bevono e si divertono. La mattina dopo, Sua Maestà fa:—«Qui farò bandire, che io ho ritrovata mia figlia e i' suo liberatore, che gli ha salvata la vita e straportataalla mia presenza. Domani si annuncierà.»—Ne fa consapevole a tutte l'altre Corone: un invito generale allo sposalizio della figlia d'i' Re. Segue lo sposalizio: dettero a mangiare ai poveri della città, pane e vino e tutto. Se ne godettero e a me nulla mi dettero:Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.NOTE[1]Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non venga rapita dal vento. Cf.Lo Viso, trattenimento III della Giornata III delPentamerone:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita, more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf. soprattuttoLe tre corune(Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta 'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe' non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca, è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga, scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—[2]Brunetto Latini:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse un uomo e portasselo in un altro paese.»—[3]Narra Ludovico Domenichi nelleFacezie(Libro I) di—«un M. Nicolò da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne GenovesiM. Nicolò dalla Bella Gioja, ecc.»—Q. V.[4]Altro,che, qui è modo ellitticoper non altro,se non che.[5]Sédere, sdrucciolo, in vece disedère, piano. Vedi pag. 472 tra le note alla novella seguente di Leombruno.[6]Queste risposte a sproposito rammentano il dialogo tra Calasiride e Tirreno (nell'Etiopiched'Eliodoro, Libro V.) sulla spiaggia di Zacinto:—«Non era molto ancora dal lito dilungatomi, quando io veggio un vecchio pescatore sedersi dinanzi a la porta di casa sua, acconciando le reti rotte d'un altro pescatore. Fattomigli dunque vicino, gli dissi:—Dio ti salvi, buon uomo; saprestimi tu insegnare, dove io potessi trovare alloggiamento?—Et egli mi rispose:—Colà, vicino a quel capo di monte, che sporge in mare, appressatosi ad uno scoglio, si squarciò come tu vedi.—Io non cerco di sapere questo, diss'io.Ma tu ti porteresti bene e cortesemente, se o ci ricevessi tu, o ci guidassi a qualcun altro, che ci desse ricetto.—Non già io, diss'egli,perciocchè io non navigava con esso loro; nè Tirreno avrebbe mai commesso un tal fallo, nè si sarebbe stancato per la vecchiezza. Ma e' sono stati certi fanciulli, che hanno fatto questo errore; perciocchè, non avendo contezza de gli occulti scogli, la trassero, dove non convenia.—Io pure a la fine accortomi, che costui avea l'udir grosso, alzato alquanto più la voce, gli dissi:—Dio ti salvi! insegnami di grazia, perciocchè io son forastiero, dove io possa alloggiare.»—(Traduzione di Leonardo Ghini MDLVI) Ecco come Giambattista Basile nelTeagene, (Canto X. Stanza XII—XV di quel poema postumo, impresso a Roma MDCXXXVII) rende questo brano:Molto non fui dal lido io dilungato,Che scorsi un pescator, bianco e canuto,Seder sul limitar del lido amatoSua rete a risarcire intento e muto;A cui fatto d'appresso, e domandato(Poichè umano gli fei dolce saluto)Dove stanza trovar presso potrei,Così pronto rispose a' detti miei:—«Colà, non lungi a quel capo di monte,Ad un scoglio vicin, ch'ivi il mar fiede,Squarciossi; or qui convien sudar la fronte,Perchè mi vaglia a far l'usata preda.»——«Tai non cerco da te cose aver conte.»—Diss'io,—«ma, s'al tuo cor favilla siedeD'umanità, deh! con amico affetto,Dammi, o dimmi ov'aver poss'io ricetto.»——«Io non già»—soggiuns'ei—«perchè con essoLor non solcava l'onde; e men TirrenoUn cotal fallo avrebbe unqua commesso,Nè sudor sparso in ciò, d'anni già pieno.Ma semplici fanciulli, a cui concessoNon era altra notizia, ch'entro al senoDi questi mar celati scogli stanno,Fur incauta cagion di tanto danno.»—Pur io m'accorsi alfin, ch'avea l'udireDal tempo offeso; e, rinforzando il grido:—«Sia propizio il ciel»—dissi—«al tuo desire;Piova ogni grazia al tuo felice nido;Dimmi (e perdona d'un stranier l'ardire,Che peregrino è giunto in questo lido)Dimmi, ove ritrovar cortese usanzaPossa d'ospite umano amica stanza.»—Altre risposte a sproposito son divenute proverbiali. Vedi nelConte di BucotondodelFagiuoli:—«Anselmo. Ciapo? o Ciapo? che roba è codesta?—Ciapo. Ghie ne un baullo, ghie ne.—Anselmo. Lo veggo fin costì; domando di chi è?—Ciapo. I' viengo dall'osteria.—Anselmo. O buono! o buono!Ch'hai tu in quel sacco? Io vo a Firenze. Dove vai? Le son cipolle.»—Un episodio simile a quello della nostra fiaba fiorentina, con riposte a sproposito, si trova anche nella seguente milanese.EL RE DEL SOL[i]Ona volta, gh'era on gioven; e l'è andàa in d'on caffè. Gh'era là on scior; el gh'ha ditt, s'el voreva fa ona partida al bigliard; e lu el gh'ha ditt de sì. Sto scior, el ghe dis, s'el veng[ii]lula partida, sto gioven, ch'el ghe dava la soa tosa per sposa. L'ha vengiuda sto giovin la partida. E quel scior, el gh'ha ditt:—«Mi sont el Re del Sol e prest ghe scrivaroo.»—Lu, l'è andàa via; e poeu, el gh'ha scritt pu. E sto gioven, el s'è miss in viagg. Quand l'è staa festa, la domenega, el s'è fermaa in d'on paes; el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda d'on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; ma lu, el sa minga, in dove el sia:—«El soo, ch'el gh'è; ma soo minga, in dove l'è.»—E lu, l'ha viaggiàa on'altra settimanna. Quand l'è stàa festa, el s'è fermàa ancamò in d'on paes: el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda ancamò a on vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; e el gh'ha insegnàa la strada. Sto gioven, l'ha viaggiàa on'altra settimanna ancamò. Quand l'è staa festa, el se ferma in d'on alter paes: spettava, che vegness fœura la gent ancamò de messa. El ghe dimanda ancamò a on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt:—«L'è chì visin: in fond de sta strada, gh'el so palazzi.»—E là, el gh'ha insegnàa la manera, come el doveva fà, per andà là; perchè l'era on palazzi, ma gh'era minga de porta. El gh'ha ditt, de andà in de quell boschett là, che lor, dopo mezz—dì, van là, i trè tosânn del Re del Sol; e gh'è ona vasca, on laghett; e van denter a novà[iii]. E lu, de scondes in d'on quaj sit; quand ch'el ved, che se disvestissen, de andà là e portagh via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnaran pœu fœura e diran:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, che el ghe disa:—«Che me menen de so pader, che mi ghe daròo i vestìi.»—Quel tal omm, el gh'ha insegnàa:—«Ch'el varda, che el Re, el ghè farà fà la scelta de sti tosânn; ma el ghe mettarà ona benda a i oeucc.[iv]«E lu, che el ghe tocca i man. Quella, che el trœuva cont on did môcc[v], quella l'è la pusèe bella.»—Come difatti, l'è andàa in quel boschett; e, dopo mezz—dì, hin andàa là i tre tosânn del Re del Sol. E gh'era là ona vasca; e lor van denter à nodà. È lu, el s'è scondùu in d'on quaj sit. Quand ch'el ved, che se disvestissen, l'è andàa là; e el ghe porta via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnen pœu fœura e disen:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, el ghe dis:—«Che me menen de so pader e mi ghe daròo i vestìi.»—E lor l'han menàa de so pader. Allora sto giovin l'ha ditt al Re:—«Sont chì per sposà la soa tosa.»—E lu, el gh'ha ditt de sì:—«Diman se farà la sposa: ghe faròo fà la scelta.»—Difatti, el gh'ha miss ona binda a i occ. Ghe ne manda vunna; el ghe tocca i man; el ghe dis:—«Questa la me pias minga.»—El Re, el ghe ne manda on'altra. El giovin, el ghe tocca i man; el dis:—«Anca questa la me pias no.»—El Re, el manda pœu quell'altra. El gh'ha toccàa i man; el dis:—«Questa chì, vœuri sposalla mì.»—«E ben, diman se farà el sposalizî.»—Come, di fatti, l'ha sposada, e la sira hin andàa in lett lo sposo e la sposa. Quand l'è stàa mezzanott, la sposa, la ghe dis al spos:—«Sent, el me papà, l'è andrèe a combinà de fatt mazzà.»—E la ghe dis:—«Lassa fà de mi.»—Leven su a de bon ora; e han ciappàa on cavall per un, e hin montàa a cavall e hin andàa via. A la mattinna, el leva sù el Re: el guarda, el trœuva pu i spôs. El va in scuderia[vi]; el ved, che ghe manca duu cavaj i pusèe bej, ch'el gh'aveva denter. Allora, l'ha mandàa ona troppa de soldàa de cavalleria, a vedè se podeven ciappaj, a vedè de arrestaj insomma. Lee, la tosa, la sent a vegnì sta troppa de cavaj; la se guarda indrèe e la ved, ch'hin soldàa, che ghe van adrèe per arrestaj lor. La mett giò el pettin, che la gh'aveva in testa, le mett in terra e hin restàa in d'on bosch. E gh'era là on omm e ona donna, che streppaven i sciocch[vii]. E quij soldàa ghe disen:—«Avii vedùu la tosa del Re, contso marì a passà?»—E lor gh'han rispost:—«Nun semm adrèe a streppà i sciocch; e quand l'è nott, vemm a cà.»—E lor gh'han ditt:—«Hòo ditt, s'avìi vedùu la tosa del Re à passà cont so marì?»—E lor ghe tornen a rispond:—«Ma quand emm streppàa ona carretta, lassem stà.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe sti soldaa. E van a ca. El Re ghe dimanda:—«I avìi minga trovàa?»—Lor ghe disen:—«Serem quasi visin e, tutt a on tratt, semm rèstàa in d'on bosch; e gh'era là on omm e ona donna; e ghe dimandem, s'han vist a passà la tosa del Re cont el so marì; e lor rispondeven semper all'incontrari.»—E el Re ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—Allora, ie torna a mandà indrèe. Come difatti, i han tornàa a ciappà. Quand hin stàa quasi visin, la tosa del Re, la mett in terra el petten; e hin restàa in d'on giardin; e gh'era là on omm e ona donna, che faseven su i mazz de zuccoria e ravanej[viii]. Sti soldàa ghe dimanden:—«Han vedùu la tosa del Re, a passà cont so marì?»—E lor ghe risponden:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin[ix].»—Ghe tornen a dimandà ancamò, s'han veduu la tosa del Re passà cont el so marì. Allora ghe tornen a dì:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe. Van a cà; e el Re, el ghe dis s'i han minga restàa. È lor ghe disen:—«Sarem là quasi visin e s'emm trovàa in d'on giardin e gh'era là on omm e ona donna. Ghe dimandem, s'han vist la tosa del Re passà con so marì; e lor risponden semper a l'incontrarî.»—E lu, el ghe dis.—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—El Re, el ghe dis:—«Tornèe indrèe e guardèe s'hin là ancamò; arrestej, ch'h in lor.»—Come difatti, hin tornàa indrèe; e han reussì de ciappaj ancamò. Quand ch'hin stàa quasi visin, la tosa del Re la mett in terra el petten e sti soldàa hin restàa visin a ona gesa; e gh'era là dùu secrista[x], che sonaven la messa. E lor, sti soldàa, ghe dimanden, s'han vedùu la tosa del Re passà cont so marii. E lor, sti secrista, ghe disen:—«Adess, sonem el segond; pœu dopo sonem el terz; e pœu, ven fœura la messa.»—E lor, i soldàa, s'hin stuffìi e hin tornàa indrèe. Van a casa del Re; elghe dis:—«Ma i avìi minga trovàa?»—«Serem là quasi visin e s'emm trovàa visin a ona gesa. E gh'era là duu secrista, che sonaven la messa. Gh'hemm dimandaa, se aveven veduu la tosa del Re passà cont so marì. E lor ne rispondeven semper a l'incontrari; e nun semm stuffìi e semm vegnùu via.»—El Re, el ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor!»—Intant lor, el gioven e la tosa, gh'han avuu temp d'andà a cà. El Re, gh'è rincressuu molto, perchè l'era la soa maghessa pusee brava.[i]Novella composta da frammenti di parecchie altre. Il viaggio del giovane; la sorpresa delle fate o maghe nel bagno ed il sequestro degli abiti; la scelta della sposa a gatta cieca o fra parecchie velate ovvero simigliantissime; il suocero, che insidia la vita del genero, che vien salvato dalla moglie (Danao); la fuga con le trasformazioni ecc. ecc.[ii]Veng, vincere, guadagnare.[iii]NovàeNodà, notare, natare.[iv]Racconta ilDomenichi, che:—«In Milano era fra gli altri un prelato, il quale ritrovandosi un giorno aver seco a desinare molti suoi amici, cadde fra loro un ragionamento della perfezione e imperfezione delle lingue d'Italia. E da questo si venne incidentemente a dire in che modo i Bergamaschi scrivessero questa parolaocchi, affermando alcuni, che scriveanoogi, altriociet alcuni dicevanooghi. Onde il gentil prelato per levare l'occasione di sì basso ragionamento, con parole s'interpose, dicendo loro:Io vi leverò ben tosto da questa contesa. Et chiamato a sè un suo credenziere bergamasco, gli disse:A te sta dar sentenza et terminare questa quistione, dicendo come nel tuo paese si scrive questa parola:occhi. Al quale il credenziere, senza punto pensarvi, bergamascamente rispose:Monsignor, mi non so miga come se scriva, ma mi so be cert, cha 'l si dis:Te vegna el cancher in te i occhi. Alla cui inetta risposta si levò tra loro sì grande et piacevol riso, che fu cagione di por fine a sì debil contesa.»—[v]Mocced ancheMott, mozzo.[vi]Manca nel Cherubini. Italianesimo. Ed in Italiano è Gallicismo.[vii]Streppàostrappà, strappare, svellere, estirpare.Sciocch, quì tallone, virgulto, rampollo.[viii]Zuccoria, radicchio.Ravanellè contadinesco perRamolassin, radicetto ravanello,Raphanus sativus parvus.[ix]Mezzosoldo (austriaco) era ilsesin.[x]Secrista, sacristano.[7]Di queste fughe, assicurate per forza magica, ne abbiamo già vista una nelContadino, che aveva tre figliuoli, della presene raccolta pag. 12 e segg. (V.Basile,Petrosinella, ecc.) Si ritrova lo stesso incidente nelle due novelle Milanesi seguenti:I TRII NARANZ[i]Ona volta, gh'era on albergator. El gh'aveva ona tosa. La stava semper in stanza; la voreva mai sorti. So pader, per fala andà almen a la finestra, ona volta, l'ha daa ona festa in quella contrada, e l'han imbonida[ii]d'andà alla finestra. L'han lassada sola; e gh'è passaa ona stria. La gh'ha strengiuu on dit e l'ha strusada giò[iii]in spalla. L'ha portada via distant in d'on sit, che gh'era domà[iv]ciel e acqua; gh'era on piccol sentee, che gh'era pœu la ca de la stria. L'ha lassada là e la gh'ha ditt:—«Guarda, che mi voo via; e, quand vegni a casa, te diroo:Figlia mia, figlia cara; lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—So pader el va desora, el trœuva pu la soa tosa. L'ha mandaa duu servitor con la carrozza; el gh'ha ditt, chi trovava la soa tosa, ghe la dava per sposa. Infin, vun l'è propi andaa in del sit, in dove l'era; là, el s'è informaa d'on vesin; e el gh'ha ditt, el gh'ha insegnàa la manera d'andà in sta casa, de digh:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—Lu, sto servitor, l'è andaa là. El gh'ha ditt, el gh'ha dimandaa:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toatrezza e tira su la toa mamma cara.»—E lee, sta tosa, pronta, l'ha lassàa giò la trezza e l'ha tiraa su. El gh'ha dimandaa com'a l'è staa, d'andà in quel sit là. E lee, là gh'ha ditt, che l'è stada ona stria; e la gh'ha ditt, de fa prest a andà via, perchè, se la va a casa, chi sa cossa la ghe fa. E lu, l'è andaa ancamó in de sto vesin. De li a on poo, va a casa la stria; l'ha capii, che gh'era staa on quajghedun; e la gh'ha ditt:—«Mi per trii di, vegni a casa pu. Te doo sti trii naranz chì. Se ven chì on quajghedun, traghen adree vun, ch'el restaraa in d'on gran fastidi.»—Dopo, va là ancamò el servitor. El gh'ha ditt a la tosa:—«Fa prest, ven giò, che gh'hoo chì la carrozza.»—E la voreva minga andà, per la paura che la trovass la stria. La ghe dis:—«Se la trœuvem, chi sa cossa la me fa.»—E lu, el gh'ha ditt:—«Tœu su i trìi naranz, che al cas che la trœuvem, ghen butterem adrèe vun, chè la restarà lee in d'on gran fastìdi.»—Come difatti, han viaggiàa on gran tocch; e lee, la se guardà indrèe; e la ved, che ven la stria. La ghe trà indrèe on naranz: lee, l'è restada in d'on sit pien de fumm, che la podeva pu difendes. Quand l'ha poduu pu, la ghe dis:—«Ciappin[v], ajutem; che, se i ciàppemm, ne femm vun per un[vi].»—Dopo de lì on poo,la tosa la se guarda indrèe; e la ved, che ven ancora la stria. La trà indrèe on alter naranz, e la stria l'è restada in d'on sit pien de sass, che la podeva pu difendes. La ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—Dopo de lì a on poo, la tosa la se torna a guardà indrèe; e la ved ancamò, che ven la stria; e la ghe trà indrèe on alter naranz. La stria l'è restada in d'on sit pien de spin, che la podeva pu difendes. E la ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—El servitor fa prest a fa corr i cavaj; infin l'è reussì a corr in gesa, perchè appena de drèe della carrozza gh'era la stria e gh'aveven pu de naranz. Allora el gh'ha mandàa la nœuva a i so genitor, che l'aveva trovàa la tosa. Gh'han mandàa incontra a ricevell a son de banda. Infin hin andàa a cà. Dopo, l'è andàda per sposa; e inscì l'è finida.I TRE TOSANN DEL REOna volta, gh'era on Re. El gh'aveva tre tosann. Tutt i dì andaven a fa la passeggiada insemma a la soa bonn.[vii]On dì, van a fa sta passeggiada; e hin andà in d'on sit, che gh'erade l'erb, del verd insomma. E lor, s'hin miss a slontanass da la soa bonn. Dopo on pezz, che ie vedeva minga, la va a cercaj. La guarda de per tutt i part, no la po vedej; ie ciama, no le sent a rispond. La va a cà, e la fa dì al Re, che i ha perduu. El Ree, tutt desperaa, el da ordin, che se vaga a cercaj. Lì, gh'è andaa tanti a vedè, se podeven: de ona part, de on'altra, e han mai poduu trovà sti tôsann. L'era già on ann, che, insomma, lu l'ha mai poduu trovaj. Ven, che on dì, va là tre disertor; e van a presentass del Re. Ghe disen, che lor sarissen andaa in cerca de vedè se podessen trovà i so tre tosann. El Re, l'ha daa ordin de andà in della soa stalla e de andà a tœu su on cavall per un, per andà in gîr a cercà sti tosann. Lor hin andaa, han giraa per tanti dì attorna deppertutt. Infin, on dì eren stracch mort, eren in d'ona campagna, han distaccaa i so cavaj, i han ligaa in d'ona pianta e lor s'hin buttaa giò a riposà. Quand s'hìn dessedaa, veden che gh'è li ona donnetta; e ghe dìsen a sta donna:—«Dove l'è, che poderessem andà a tœu quajcoss per mangià?»—che lor gh'aveven famm. E lee, la dis, de dagh i danèe a lee, che la saria andada a procurà de tœu de mangià. La ghe dimanda dove l'è, che andaven. E lor gh'han ditt, che andaven per vedè, se podeven trovà i tre tosânn del Re. E lee, la gh'ha ditt, che la gh'avaria insegnàa lee in dove l'è, che l'eran; e la manera de podè andà a tœuj, perchè l'era el mago, che i aveva robbàa. La ghe dis:—«Ecco! per podè andà a tœu i tosânn, bisogna che lor comincen per tœu tanta corda.»—E la gh'ha insegnaa el sit, che lor doveven andà, che avarien trovaa on uss e denter ona gran stanza granda. Che avarien ligàa i so cavaj. Là gh'era ona preja: de tirà su quella preja là e de lassass giò vun a la volta. E quand eren abass, l'era scur: ma lor d'avegh minga paura, d'andà innanz semper dritt, che avarien trovàa el ciar. E la gh'ha dàa ona nôs, ona castegna e ona nisciœula:—«Quand sarèe in pericol, che vedarìi lu, el mago, che ve corr adrèe, trèe vunna de sti robb, che ve doo.»—Difatti, inscì han fàa: hin andàa. Difatti han trovàa st'uss, han trovàa sta stanza e s'hin lassàa giò. E quand hin stàa giò, hin andàa semper dritt, dritt, dritt; e a poch a poch han cominciàa a vedè on pòo de lus. E pœu hin andàa innanz, han cominciàa a vedè on palazz; e là gh'era a la finestra vunna di sti tosânn. Lee, la s'è accorta, ch'eren gent ch'andaven per deliberalla. La ghe fa segnde andà adasi adasi innanz, ch'el mago i avess avùu de sentì. E la tœur su di gemm, di robb prezios, ch'el mago el gh'aveva regalàa:—«Per mi, me fan minga de bisogn; ma vœur dì, che i tœui su, per dà a la gent, che m'ha deliberàa. Adess»—la dis—«andem innanz, che là ghe sarà on'altra mia sorella.»—Là, anca de quella la fa istess, la ven giò e via, la scappa insemma a l'altra sorella. Van innanz on tocch anmò; là gh'è on alter palazz e denter gh'è la terza. Quand hin tutt e tre salvàa, van i trè donn e i trij omen, van dritt, van pu de la part, ch'hin vegnùu, van dritt che gh'è l'istessa strada. Quand han faa on poo de strada, se volten indree; e veden el mago che ghe corr adree.—«Pessèga; trà via la nôs.»—In d'on moment, gh'è staa on lagh d'acqua. E allora lu el podeva minga corregh adrèe fin che st'acqua la s'era minuida, perchè l'andava via a poch a poch. Vann innanz anmò on pòo; quand han faa on poo de strada ancamò, guarden indrèe. L'acqua l'è scomparsa e el mago el ghe torna a corr adrèe. Allor lor tran via la nisciœula; e se ved on gran incendi, on gran fœugh. E lor ciappaven temp e corriven per podè rivà a quel sit, che lu, el podess minga ciappaj. Tornen a guardà indrèe, el veden anmó:—«Tra via la castegna!»—E lor eren abass e in alt se vedeva ona gran montagna, fin ch'hin rivaa in quel tal sit, in dove eren andàa a tœu i so cavaj. Là han tolt su i cavaj, pœu han miss i so tosânn e via hin andàa a drittura a la cittàa. Là appenna ch'i han vist a comparì, che tutti saveven la disgrazia del Re; s'hin miss adrèe a sonà i campann, a fa festa, eh! El Re, el dis:—«Cosse l'è, che gh'è? coss'è success, che fan sta legria? Andè a ciama.»—El moment che van per dagh la risposta, van denter de la porta sti trij, ch'hin andàa via cont i so tosânn. Allora el Re tutt content a vedé i so tosânn, che gh'aveven deliberàa! I tosânn ghe cunten, che, quand lor eren là tutt e tre insemma a discorr distant de la bonn, era vegnùu sto mago, ch'i ha menàa via tutt e tre con gran forz, e lor han minga poduu nè ciamà la bonn nè nient. El Re a quij trii disertor el gh'ha perdonaa; e pœu elgh'ha fàa on gran regal, che lor hin stàa contentissem e s'ciau. È passàa on car de merda de pipì, in bocca a tutti i sciori, ch'hin stàa chì a sentì.[i]Da non confondersi con l'altra dal titolo stesso, riportata a pag. 308 del volume presente.[ii]Imbonìsignifica non soloplacare, anzi pureindurre,persuadere.[iii]Strusà, strascinare, strascicare.Strusà giò, strascinare abbasso tirar giù.[iv]Domàonomà, solo, soltanto, solamente.[v]Ciappin, demonio, diavolo. Vedi pag. 191 del presente volume. In NapoletanoChiappinovuol dire, secondo il Galiani, furbo, astuto, onde forse loScapinfrancese.Cortese.Lo Cerriglio 'ncantato. VII, 21.Ma Tonno mò', ch'era 'no gran chiappino,Sentette da lontano lo grà' addore.Ma ognun vede, esser questo un senso traslato, metaforico. Non so che relazione abbiano ilCiappinmilanese ed ilChiappinonapoletano, con loScappinotoscano. Nella stanza XXXIX del primo cantare delMalmantile, si legge, che alcuni soldati orbi di Bieco de' Crepi, duca d'Orbetello, monocolo.—«Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso, vanno cantando l'aria di Scappino.» E nelle note:—«L'aria di Scappinoera una canzonetta, che cantavano i ciechi, in piazza del Granduca in Firenze, a' tempi del poeta.»—Quanto avrebbe meglio fatto l'annotatore, trascrivendola e non profanando il nome di poeta, con l'applicarlo al Lippi![vi]Questa invocazione del diavolo, ci mostra che qui lastriaè semplicemente una strega, non già una fata. NelPentameronesi tratta d'un'Orca, Il mescuglio delle fate col diavolo è cosa letteraria, appartenendo queste due creazioni a due cicli mitici diversi. (Ricciardetto XX 1—3).Il diavol, donne mie, può far gran cose:Basta solo, che dio lo lasci fare.Però non siate punto dubitoseDi? ciò che udiste ed udrete cantareDe l'opere di lui meravigliose.Chè, sebbene il tristaccio non appare,E su le fate si versa la broda;Ei però vi pon sempre e corno e coda.So ben, che ci son molte come voi,Che credono romanzi e favoletteLe cose delle fate: ma son buoi,Nè sanno che il demonio non perdetteIn uno con la grazia i pregi suoi,E le virtù, che dio gli concedette;Le quali tante sono, che potriaGuastare il mondo in un'Avemmaria.E poi le sacre carte non son pieneDi maghi e streghe e cose simiglianti?E in chiesa l'acqua santa a che si tiene?E a che si fanno tanti preghi e tantiSu le campane? Perchè suonin bene,E la fune e il battaglio non si stianti?Si fanno solo per guastar con esseLe traversie, che il diavol ci facesse.[vii]Bonne, francese; aja, governante, bambinaja.[8]Non fa che(sic). Leggi e dì:non fa se non.[9]Queste incombenze ineseguibili riconducono naturalmente al pensiero il mito di Psiche. Vedi l'altre fiabe di questa raccolta, intitolateLa bella e la brutta(pag. 195) eLa Prezzemolina(pag. 209) Cf.Pitré. (Op. cit.) XV.Lu Re di Spagna; XVIIMarviziaecc. ecc. ecc.

LE DUE BELLE—GIOJE.[1]

C'era una volta un Re e una Regina: in capo a qualche anno rimase incinta. Nell'essere un giorno alla tavola d'i' pranzo con il suo legittimo sposo, risponde e dice:—«Carissimo sposo, io pretenderei di farmi strolagare per vedere o maschio o femmina ch'io devo fare e su che destino nasce.»—Dice:—«Avrei piacere ancora io.»—I' Re subito manda a chiamare un astrolago per fare strolagare la sposa. Apparisce l'astrologo con i' suo bravo libro sottobraccio, se lo leva di sottobraccio e l'apre. Si turba lo strolago. I' Re:—«Cosa c'è?»—«Eh maestà, sarebbe disgrazia; mi perito anche a dirgnene. Sua sposa partorirà una bellissima femmina, e, nasce sur i' destino, che deve esser portata via da i' vento.»—I' Re:—«Quando sarà i' momento, che te partorirai,»—dice alla sposa—«farò mettere subito mano a fabbricare una gran torre innanzi a i' mio palazzo; e per entrare n'in chesta torre ci sieno tre porte da aprirsi e da chiudersi, per via che i' vento non possa far male a nessuno.»—Quando fu l'ora e ì' momento, fabbricata questa torre, v'era quartieri da Regina e da Re, come fusse stato n'i' palazzo. Vi straportano la Regina in una bellissima camera; che costì, compiti i nove mesi, cominciò i dolori d'i' parto e partorì una bellissima femmina. Prese una buona nutrice pe' rilevà' la figlia d'i' Re, per nudrilla. Datogli le sue dodicidamigelle alla bimba, datogli tutta quella servitù, che a lei le si apperveniva. Venendo in crescenza la figlia; andando a ora di digiunè, a ora di pranzo, a ora di rinfresco nella torre con tutta la sua famiglia, lui, la sposa e la bimba; vedendo la figlia, che, quando gli avevano mangiato e bevuto si rizzavano:—«Addio, sai, Nini; addio, sai, bimba; stai bona!»—si rizzavano e se ne andavano via; alla servitù, che aveva dintorno, dice:—«Io vorrei sapere, o perchè io devo stare sempre qui?»—«Eh signorina, io non lo saprei neppur io. Lei deve ubbidire ai Suoi genitori. Quello, che vole i' padre e la madre. Lei deve stare all'ubbidienza.»—La stava zitta, poerina! Ma si struggeva: e i' babbo e la mamma, che gli volevano un bene dell'anima, tanto feciono, che seppero perchè la stava così immalinconita. Fu costretto i' Re di fare un invito nella torre della figlia; un invito d'un pranzo, che lui dava: ci fusse di tutto; tutta l'udienza e tutto. Fissato quest'invito, che aveva dato i' Re, apparisce i' tal giorno a pranzo nella torre. Dice:—«Signori, io vi ho invitati quì nella giornata a pranzo da me, per avere un consiglio da vojaltri.»—«Eh Maestà, i' consiglio si dovrebbe prender nojaltri da Lei e non Lei da nojaltri.»—«Anzi da vojaltri. Siccome abbiate da sapere, che la mia figlia è nata sur destino che, compiti che lei avrà i diciott'anni,... è nata sur destino che deve esser portata via da i' vento;—voi, ingegneri, volendola menare fori a passeggio, ci potrebbe essere una maniera, che non fosse portata via da i' vento?»—«Sacra Maestà, fabbricata che fosse una carrozza di ferro fuso con delle buche, tanto per vedere l'aria, i palazzi, questi campanili, queste cupole, questi casamenti, potrebbe vedere gnincosa e non potrebbe essere straportata via da i' vento.»—Gl'ingegneri presono di potergnene fare questa carrozzadi ferro fuso. Fu straportata questa carrozza nella torre, aprendo una porta alla volta. I' padre e la madre e la figlia, rivestiti da quello, che gli si apperveniva, entrano nella carrozza tutti e tre, i' padre e la madre e la figlia. Dice:—«Eh quì siamo a i' sicuro! nè io nè la mia figlia non possiamo essere straportate da i' vento! Andiamo, andiamo!»—Sortendo dalla torre, la carrozza va e se ne vanno alle Cascine. Non gli parea vero esser sortita fori, vedendo tutte quelle belle cose, tutti quei bei palazzi, chiese, campanili e tutto. Smirava, l'era mezza grulla in carrozza dalla contentezza. Si dà la disgrazia che, quando sono vicino a i' prato più grande delle sue Cascine, si dà la disgrazia una folata di vento, una ventolazione in grande, che ti sbalza la carrozza e ti porta via la figlia d'i' Re. E i' padre e la madre a piangere fortemente di aver persa la figlia, che non potettero mai sapere in dove i' vento l'avesse straportata. La combinazione fu, che i' vento la straportò in un'isola la più grande, che ci fusse; sur un tetto, che ci abitava una Fata[2]. Poerina, essendo in su questo tetto, che lei non sapeva in dove l'era e dove non era, poerina! piangeva e sospirava, su codesto tetto. E questa fata, che sente rammaricarsi:—«Voglio andare a vedere, che diamine c'è sur i' mio tetto.»—Salisce la fata:—«Chi mai ti ha straportata sur i' mio tetto?»—«Abbia da sapere, che io son la figlia d'i' Re; ed era nata sur i' destino, che doveva essere portata via da i' vento.»—«Per me, ti hai da essere figlia di un Re, ti hai da essere anche figlia di uno spazzaturajo; se vuoi venire giù, vieni; se lavorerai, mangerai!»—gli fa questa fata. Te la mette lì in casa:—«Dimmi un po', dimmi. Di primo impeto: io vo sapere come t'hai nome.»—«Mi chiamo Bella—Gioja[3].»—«Sì, eh? fussi minchiona a chiamarti Bella—Gioja! Ci hoi' figliolo, che si chiama Bella—Gioja. Guarda, s'io ti vo' chiamare Bella—Gioja, te? Ti metterò nome Troja.»—«Oh mi metta i' nome come vo' Lei.»—Poera ragazza! Eccoti i' figliolo, che torna a casa della fata. A un tratto vede quel bel pezzo di ragazza.—«Dà retta, non gli ponere gli occhi addosso, che non ti vengano delle simpatiacce; che io peno poco a rimandarla di dove l'è venuta.»—«Io vi dirò una cosa, sapete, mamma?»—gli fa Bella—Gioja, i' figliolo della fata, alla fata:—«Io vi dirò: e' si guarda una fascina, ch'è di tre pezzi; posso guardare quella femmina, che l'è di un pezzo solo.»—«Andiamo, s'ha a mangiare.»—Mangiano, la tavola gli è bell'e apparecchiata.—«Non gli dai da mangiare a quella ragazza, mamma?»—Dice:—«Te, t'hai da pensà' per te. Come la lavorerà, mangerà. Se non lavorerà, non mangerà.»—La gli dà per non parere un bicchier d'acqua, neppur pieno i' bicchier d'acqua, e una fettina di pane, ch'era più quasi a una fetta di salame.—«Come si chiama, mamma?»—«Fammi i' piacere, fammi, non me lo rammentare neppure come si chiama!»—«Perchè?»—«Perchè, fammi i' piacere, fammi, se tu sapessi come si chiama! Si chiama Bella—Gioja. Io, che ho te, che ti chiami Bella—Gioja, non vo' far altro che chiamar Bella—Gioja lei!»—«Ma, o come gli hai messo nome?»—«Oh senti, che ti piacqua o non ti piacqua, io gli ho messo nome Troja e la dee aver nome Troja.»—«O non le sapevi metter altro che di nome Troja?»—«No, ha da esser chiamata Troja, Troja, Troja!»—Si rizza Bella—Gioja e va a i' suo travaglio, alla sua bottega a lavorare quello, che faceva di mestiere. Fatto si è la sera, quando gli è l'ora delle ventidue, torna a casa Bella—Gioja. Dava sempre delle occhiatine a quell'altra Bella—Gioja. Non gli veniva mai detto:—Troja»—ai' figliolo; la rispettava, com'ella aveva a esser rispettata. Come di fatti si mettono a tavola. Dice alla madre Bella—Gioja:—«Dategli quaiccosa anche a quella femmina là. Che volete? senza mangiare non si sta ritta.»—«Come la lavorerà, la mangerà. Una fettina di pane e mezzo bicchier d'acqua.»—E Bella—Gioja gli dava d'occhio a quell'altra Bella—Gioja, come a dire:—«Zitto! la s'addormenterà mia madre e io starò sveglio.»—Come di fatti, lui cercava di ubbriacare ogni sera sua madre, per via ch'ella cominciasse a russare.—«Sai, Bella—Gioja, s'ha ire a riposare, che domattina tu t'hai a levà' presto; t'hai da andare a lavorare. Te, Troja, vien quà. La vedi quella cassa lì?»—«La veggo.»—«T'hai a sdrajare su quella cassa e t'hai a dormire lì.»—Se ne vanno a letto, Bella—Gioja e la madre. Quando Bella—Gioja sente, che la madre l'ha attaccato i' sonno, adagio adagio, sorte d'i' letto, lui. Va alla cassa:—«O Bella—Gioja, che dormi?»—«No, non dormo.»—«Oh alzati! vieni di qua con meco.»—La s'alza, poerina, e va di là insieme con Bella—Gioja:—«Accomodati a sedere.»—Con la bacchettina fatata... batte la bacchettina fatata:—«Comandi, Signore!»—«Comando le meglio bevande e pietanze; da Regina, come lei è.»—Ed apparecchiata la tavola d'ogni ben di dio, e tutti e due (le due Belle—Gioje), a mangiare a bere a spron bàttuto:—«Sai, Bella—Gioja; io t'ho da avvertitti d'una cosa, perchè la mia scelleratissima mamma ti vorrà far fare cose, che te non le hai mai fatte a questo mondo, e non le puoi fare mai. Non piangere, nè sospirare. Tu non devi far niente; perchè, quando sono le ventitrè, apparisco io e faccio tutto quello, che mia madre vole che facci te. Ora verrai a riposare in un bellissimo letto. Altro, che[4], a mattina, sparirà i' letto, che te hairiposato nella nottata; e te ti troverai sulla cassina. Non vol dire niente.»—Va di là, batte la bacchettina fatata e apparisce questo bellissimo letto. Si trova spogliata Bella—Gioja e si trova messa n'i' letto, che n'i' suo palazzo non avevano un letto uguale a quello, che quella nottata riposava Bella—Gioja. Bella—Gioja, la terza sera, quando ebbero mangiato e tutto, andiede a letto con la mamma; e la ragazza sulla cassa. Quando fu addormentata la mamma, Bella—Gioja il giovanotto s'alza e va dalla ragazza:—«Bella—Gioja, alzati e vien di là.»—S'alza di sulla cassa e vien di là. Lui batte sulla cassa e gli apparisce d'ogni grazia di dio, di bevande, di pietanze e tutto.—«Intanto che te mangi, sai, Bella Gioja, si fa una faccenda stasera.»—Andò a prendere una caldaja, la empì di acqua e la messe a i' foco; prese della farina, diverse libbre di farina; e cominciò a fare la pasta. Fece tutti maccheroni. Cotti (che li ebbe) e tutto, prese questi maccheroni; e quicchè v'era d'arnese nella casa, principiando da' panchetti del letto, asserelli, attrazzi del letto e tutto, seggiole, imposte, arali, tutti gli attrazzi, che v'era per la casa, a tutti diede i maccheroni; alla paletta poi, che stava nel camino, a quella lì... li ebbe abbondanti, perchè nel posto, che stava Bella—Gioja a dormire sulla cassa, messe la paletta sulla cassa. Pare almeno, che gli abbia contentati tutti, nel suo tenitorio, in dove stava insieme con la madre!—«L'ora, cara Bella—Gioja, è tale di partì' di quì.»—Si prende la bacchettina fatata, che aveva la madre; carica due muli tra verghe d'oro e d'argento; montano su in questi muli carichi; chiudono la porta; e via a spron battuto. Se ne vanno via, trottando, via, via, via. La fata, che si sveglia la mattina e tasta, che non sente che c'è Bella—Gioja, il suo figliolo, la mattina:—«Eh si vede, ch'è andato via a bottega. Troja! alzati, chegli è tardi.»—«Ora!»—la paletta gli risponde.—«lasci stare un altro pocolino, sono stracqua.»—«Ora, ti dico, che tu t'alzi.»—Oh! c'era un malandrino sgabello sott'i' letto della fata, che s'erano scordato dargli i maccheroni:—«Chiamala, chiamala la Troja! gli è costì la Troja!»—fa questo sgabello.—«Chi sa le miglia, che gli hanno fatte, vedi! Si son caricati due muli fra verghe d'oro e argento e sono scappati via.»—«Ah birboni! ah birboni!»—Questa donna sorte da i' letto; sorte da i' letto, si veste, e via di gran carriera per corrergli dreto. Trova una bottega di ortolano; c'era l'omo sulla porta della bottega, che vendeva erbaggio.—«Ditemi, galantomo, avreste visto passare un omo e una donna con due muli carichi?»—«A un soldo i' mazzo i broccolini!»—«Ma vi ho detto, se avevate visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I broccolini un soldo i' mazzo! i broccolini un soldo i' mazzo! Volete i porri? un soldo i' mazzo!»—«Io vi dico, se avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo i' mazzo le cipolle!»—«Andate a farvi sbudellare!»—Gli volta il sédere[5]e tira via. Un pò più in sù, cammina cammina, la trova una bottega di merciajo:—«Ditemi, giovanotto, avreste visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Un soldo la pezza i' cordoncino!»—«I' ho detto, se v'avete visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Come La lo vol'Ella? Renza? o nastro di cetone, di seta, di velluto?»—La s'imbizzisce, la scappa via anche da lui. Trotta, trotta, la trova un chierico su una cappella d'una chiesa.—«La dica, sor chierichino, non avrebbe visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«I' prete gli è in sacrestia, che si veste pe' dì' messa.»—«I' hodetto, se l'ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? »—«Adesso gli esce di sacrestia per andare all'altare.»—«Oh non mi rompa i' capo! Gli dico, se gli ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi? La mi dice:ora gli è per entrare la messa!»—«Ora gli scende all'altare tare per segnarsi e cominciar la messa.»—«Io ho detto: se ha visto passare un omo con una donna e due muli carichi?»—«Gli è a i'confiteor, gli è!»—«Andate a farvi benedire!»[6]—La gli volta i'séderee la scappa via. Corre, corre a spron battuto, da disperata: cammina! cammina! Diceva:—«Oh! m'ha sbudellata anche bene.»—Si volta Bella—Gioja la ragazza e vede la fata, che era dreto:—«Oh Bella—Gioja!»—«Che cosa c'è?»—«C'è vostra madre dietro, sapete?»—«Lasciamola essere; tiriamo via, tiriamo.» Il fatto gli è, che batte la bacchettina fatata e fa venir su un bosco fitto.—«Eh birbone! m'hai tradito anche bene.»—Con quelle mani, che l'aveva, fa sì tanto, che; a un pò per volta, la sbrana i' bosco e la trapassa. Sempre Bella—Gioja corre con la testa voltata addietro, per vedere se la vedeva la fata.—«Bella—Gioja!»—«Cosa c'è'?»—«Vostra madre, a i' solito.»—«Lasciala, lasciala venire! Qualche volta si fermerà.»—Batte la bacchettina fatata, fa venire una montagna crepidosa con tutto un porcume da poter sgrusciolare, da non poterla salire.—«Ah birbone! me l'ha fatta!»—Si provava e brrr! giù e sdrucciolava. Sdrucciola parecchie volte, venne sì tanto a fare, che la montagna la trapassò anche quella. Cammina, cammina, cammina, Bella—Gioja si volta addietro a vedere la fata:—«Oh Bella—Gioja, ci è vostra madre.»—«Lasciala essere! Verrà i' momento, che la 'un ci sarà più.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comandi.»—«Comandouna montagna di tutti arnesi bene arrotati, bene affilati e tutto.»—«Oh birbone! me l'ha fatta bella!»—E la va lei a provare, se può passare quella montagna, adagio adagio. Le si stacca un dito, le si stacca quell'altro, che, alla fin d'i' salmo, con i' sali e sali e sali, quando la fu in cima, gli si strappa quei due arnesi che la teneva un dito tanto dalla parte sinistra che destra. La venne di sotto e la s'affettò, la cara fata, come una rapa.[7]Camminavano, andavan trottando tutt'e due le Belle—Gioje, quando i' giovane disse alla ragazza:—«Non importa, che si trotti gran cosa: perchè la mia madre non esiste più nin questo mondo, sai.»—«Davvero?»—«Noi si pole andare con la nostra libertà.»—Lei, poerina, la non sapeva neppure quasi quasi la città, di dove l'era.—«Non lo sai, eh, Bella—Gioja, che nome l'ha la tua città, in dove eri nativa?»—Dice:—«Eh, no!»—«Eh la troverò io.»—Batte la bacchettina fatata lui; non istà ad impazzire.—«Comandi, signore.»—«Comando si sia straportati sulla real piazza d'i' padre della mia Bella—Gioja qui.»—Furono straportati in un battibaleno. Straportati, che furono, Bella—Gioja il giovinotto:—«Oh»—dice—«questo, vedi, è i' tuo palazzo.»—«Va bene.»—«Facciamo un'altra cosa, battiamo la bacchettina fatata.»—Batte la bacchettina fatata.—«Comando, che di faccia a i' palazzo reale, apparisca qui un palazzo sulle Meraviglie, tre volte più bello di quello d'i' Re, con tutta la servitù e i guardaportoni alla porta; servitori a dargli i' braccio alla Principessa; facchini a portar su le verghe d'oro e tutto n'i' palazzo suo.»—Torniamo a i' padre della ragazza. Che, alla mattina, si sveglia i' suo maggiordomo, se ne va a i' barcone d'i' terrazzo d'i' Re, e, a un tratto:—«Che affare è questo? Oh che bel palazzo sulle Meraviglie!Come mai? Iersera non c'era niente. O sogno o sveglio.»—E comincia a stropicciarsi gli occhi:—«O dormo o sono sveglio»—dice.—«Ma sono sveglio, non dormo.»—Va da Sua Maestà, picchia alla bussola:—«Maestà, si pole passare?»—«Passa, passa.»—«Ah che bellissima cosa, Maestà!»—«Cosa c'è? Cosa c'è?»—«Chiami il cameriere, si faccia vestire; deve venire di là e affacciarsi a i' terrazzo. Un palazzo sulle Meraviglie, assai più bello d'i' suo; e v'è due giovani, maschio e femmina! sono due occhi d'i' sole.»—I' Re, che ti va insieme con i' suo maggiordomo; a mala pena che va sul terrazzo e vede quel palazzo, ti occhia que' due be' giovani, tra maschio e femmina, i' suo sangue a un tratto gli faceva i cavalloni.—«O caro Maggiordomo, chiamami i' mio servo, e digli indispensabilmente, che vada là nin quel palazzo e gli dica:Sua Maestà li riverisce tutti e due; vorrebbe sapere lui da che parte vengono e da che parte non vengono.»—A i' servitore gli dice Bella—Gioja i' giovinotto:—«Non posso spiegare qui n'i' mio appartamento. Pagherei di essere in conversazione da Sua Maestà e gli spiegherei i' tutto. Andate e ditegnene a Sua Maestà.»—«Sissignore.»—Si leva i' cappello.—«Adesso porterò l'imbasciata e la risposta, che gli manderà Sua Maestà.»—Va i' servitore davanti a i' Re:—«Maestà, son due occhi di sole, proprio educatissimi n'i' discorrere, n'i' parlare e tutto.»—Sua Maestà, che sente questa risposta, che è costì, cosa ti fa? Gli manda per i' servitore:—«che oggi alle ore cinque farò attaccare i miei cavalli e verrò a prendere quei due giovani, che verranno a pranzo n'i' mio palazzo.»—Portano la risposta a tutte e due le Belle—Gioje:—«Si gradisce con tutto i' vero core, di venire a pranzo da Sua Maestà.»—Gli portan la risposta:—«Oh Maestà, lo gradisconocon tutt' i' vero core, di venire a pranzo da Lei.»—«Benissimo, benissimo!»—Quando è vicino alle cinque i' giorno, fa attaccare i cavalli alla carrozza di gran gala. All'ordine che è la carrozza, Sua Maestà non fa che[8]scendere da i' suo palazzo, entrare in carrozza e svoltare i cavalli, per entrare n'i' palazzo di Bella—Gioja. Tutt'a due le Belle—Gioje, che vanno a riscontro d'i' Re per le scale:—«Fermi, fermi, signori! non v' incomodate adesso! ho la mia servitù, che mi fa salire.»—Quando sono per entrare n'i' salone, ci si mettono tutt'e due inginocchioni davanti:—«Alzatevi, signori; meno complimenti, meno complimenti, alzatevi.»—Si alzano e tutto. Alzati, che sono:—«Ora è l'ora e i' momento di venire n'i' mio Real Palazzo.»—«Maestà, si viene con tutto i' vero core.»—Scendono le scale dell'appartamento di Bella—Gioja e montano in carrozza di Sua Maestà. Montati nel Real palazzo, (che gli erano di braccio a salir le scale) e tutto:—«Signori, si accomodino alla sala di pranzo.»—E viene i' Re padre di faccia a Bella—Gioja la figliola e la Regina di faccia a Bella—Gioja i' giovinotto.—«Ditemi, bel giovane»—fa i' Re—«come vi chiamate?»—«Eh Maestà, mi chiamo Bella—Gioja.»—«Oh non me lo dite, non me lo dite, non me lo rammentate neppure questo nome! Oh Bella—Gioja! Aveva una figlia, che si chiamava Bella—Gioja. Mi nacque una figlia sur i' destino, che doveva esser portata via da i' vento; e i' nome si chiamava Bella—Gioja. E i' vento se la rapì. Non so, poerina, se è viva o morta. Io non lo so!»—E dà in un rotto di pianto. Bella—Gioja, che te lo vede piangere fortemente, dice:—«Eh Maestà, non si disperi tanto; perchè, Sua figlia, La fa conto d'averla avanti ai suoi propri occhi.»—Dicono, tanto i' padre che la madre:—«Come? quella, che è mia figlia?»—«Sì,»—glifa Bella—Gioja,—«che è Sua figlia.»—Si rizzano tutti e due e gli s'avventano a i' collo a sua figlia, a baciarla tutti e due dell'allegrezza.—«Ah, poera mia figlia, come t'è andata, figlia mia?»—«Che vuole, signora madre! il vento mi straportò su i' tetto d'una fata, che era madre d'i' mio liberatore, che è qui. Carissima madre, quella che mi faceva fare! Cose innumerabili, che non poteva esser capace neppure a smovermi di quì a lì[9]. La prima volta, la mattina, mi menò in una stanza, che era piena di tutte le civaje, che le doveva scegliere: i fagioli coll'occhio da sè; i fagioli bianchi da sè; i' granturco da sè... Quando Le dico, tutte le civaje. Bella—Gioja qui, i' mio legittimo sposo, che dev'essere...»—«Si, figlia mia, dev'essere i' tuo legittimo sposo...»—«Che, se non era lui, io non faceva niente. Veniva e mi trovava, che piangeva:Al solito, Bella—Gioja, che piange! Ti dico, non piangere! Ci sono io per te, che rimedio a i' tutto. La seconda volta, la fata mi diede una stanza di tutti panni sudici; li doveva ammollare, pulire, bucatare, rasciugare, stirare e tutto! La terza volta poi, i' caro Bella—Gioja qui, mio liberatore, qui, si pensò caricare due muli, prendendo la bacchettina fatata della sua scelleratissima madre, e scappar via con due muli carichi tra verghe d'oro e d'argento.»—«Eh carissima figlia! n'hai sofferto! n'hai sofferto! Ma ora non ne soffrirai più. Questa fata, voi Bella—Gioja, che abita ancora in questo mondo?»—«Eh»—dice Bella—Gioja,—«non esiste più in questo mondo.»—«Ora è l'ora e i' momento di mangiare e di stare allegramente.»—Viene le pietanze, i' vino: mangiano e bevono e si divertono. La mattina dopo, Sua Maestà fa:—«Qui farò bandire, che io ho ritrovata mia figlia e i' suo liberatore, che gli ha salvata la vita e straportataalla mia presenza. Domani si annuncierà.»—Ne fa consapevole a tutte l'altre Corone: un invito generale allo sposalizio della figlia d'i' Re. Segue lo sposalizio: dettero a mangiare ai poveri della città, pane e vino e tutto. Se ne godettero e a me nulla mi dettero:

Stretta la foglia, larga la via,Dite la vostra, che ho detta la mia.

NOTE

[1]Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non venga rapita dal vento. Cf.Lo Viso, trattenimento III della Giornata III delPentamerone:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita, more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf. soprattuttoLe tre corune(Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta 'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe' non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca, è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga, scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—[2]Brunetto Latini:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse un uomo e portasselo in un altro paese.»—[3]Narra Ludovico Domenichi nelleFacezie(Libro I) di—«un M. Nicolò da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne GenovesiM. Nicolò dalla Bella Gioja, ecc.»—Q. V.[4]Altro,che, qui è modo ellitticoper non altro,se non che.[5]Sédere, sdrucciolo, in vece disedère, piano. Vedi pag. 472 tra le note alla novella seguente di Leombruno.[6]Queste risposte a sproposito rammentano il dialogo tra Calasiride e Tirreno (nell'Etiopiched'Eliodoro, Libro V.) sulla spiaggia di Zacinto:—«Non era molto ancora dal lito dilungatomi, quando io veggio un vecchio pescatore sedersi dinanzi a la porta di casa sua, acconciando le reti rotte d'un altro pescatore. Fattomigli dunque vicino, gli dissi:—Dio ti salvi, buon uomo; saprestimi tu insegnare, dove io potessi trovare alloggiamento?—Et egli mi rispose:—Colà, vicino a quel capo di monte, che sporge in mare, appressatosi ad uno scoglio, si squarciò come tu vedi.—Io non cerco di sapere questo, diss'io.Ma tu ti porteresti bene e cortesemente, se o ci ricevessi tu, o ci guidassi a qualcun altro, che ci desse ricetto.—Non già io, diss'egli,perciocchè io non navigava con esso loro; nè Tirreno avrebbe mai commesso un tal fallo, nè si sarebbe stancato per la vecchiezza. Ma e' sono stati certi fanciulli, che hanno fatto questo errore; perciocchè, non avendo contezza de gli occulti scogli, la trassero, dove non convenia.—Io pure a la fine accortomi, che costui avea l'udir grosso, alzato alquanto più la voce, gli dissi:—Dio ti salvi! insegnami di grazia, perciocchè io son forastiero, dove io possa alloggiare.»—(Traduzione di Leonardo Ghini MDLVI) Ecco come Giambattista Basile nelTeagene, (Canto X. Stanza XII—XV di quel poema postumo, impresso a Roma MDCXXXVII) rende questo brano:Molto non fui dal lido io dilungato,Che scorsi un pescator, bianco e canuto,Seder sul limitar del lido amatoSua rete a risarcire intento e muto;A cui fatto d'appresso, e domandato(Poichè umano gli fei dolce saluto)Dove stanza trovar presso potrei,Così pronto rispose a' detti miei:—«Colà, non lungi a quel capo di monte,Ad un scoglio vicin, ch'ivi il mar fiede,Squarciossi; or qui convien sudar la fronte,Perchè mi vaglia a far l'usata preda.»——«Tai non cerco da te cose aver conte.»—Diss'io,—«ma, s'al tuo cor favilla siedeD'umanità, deh! con amico affetto,Dammi, o dimmi ov'aver poss'io ricetto.»——«Io non già»—soggiuns'ei—«perchè con essoLor non solcava l'onde; e men TirrenoUn cotal fallo avrebbe unqua commesso,Nè sudor sparso in ciò, d'anni già pieno.Ma semplici fanciulli, a cui concessoNon era altra notizia, ch'entro al senoDi questi mar celati scogli stanno,Fur incauta cagion di tanto danno.»—Pur io m'accorsi alfin, ch'avea l'udireDal tempo offeso; e, rinforzando il grido:—«Sia propizio il ciel»—dissi—«al tuo desire;Piova ogni grazia al tuo felice nido;Dimmi (e perdona d'un stranier l'ardire,Che peregrino è giunto in questo lido)Dimmi, ove ritrovar cortese usanzaPossa d'ospite umano amica stanza.»—Altre risposte a sproposito son divenute proverbiali. Vedi nelConte di BucotondodelFagiuoli:—«Anselmo. Ciapo? o Ciapo? che roba è codesta?—Ciapo. Ghie ne un baullo, ghie ne.—Anselmo. Lo veggo fin costì; domando di chi è?—Ciapo. I' viengo dall'osteria.—Anselmo. O buono! o buono!Ch'hai tu in quel sacco? Io vo a Firenze. Dove vai? Le son cipolle.»—Un episodio simile a quello della nostra fiaba fiorentina, con riposte a sproposito, si trova anche nella seguente milanese.EL RE DEL SOL[i]Ona volta, gh'era on gioven; e l'è andàa in d'on caffè. Gh'era là on scior; el gh'ha ditt, s'el voreva fa ona partida al bigliard; e lu el gh'ha ditt de sì. Sto scior, el ghe dis, s'el veng[ii]lula partida, sto gioven, ch'el ghe dava la soa tosa per sposa. L'ha vengiuda sto giovin la partida. E quel scior, el gh'ha ditt:—«Mi sont el Re del Sol e prest ghe scrivaroo.»—Lu, l'è andàa via; e poeu, el gh'ha scritt pu. E sto gioven, el s'è miss in viagg. Quand l'è staa festa, la domenega, el s'è fermaa in d'on paes; el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda d'on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; ma lu, el sa minga, in dove el sia:—«El soo, ch'el gh'è; ma soo minga, in dove l'è.»—E lu, l'ha viaggiàa on'altra settimanna. Quand l'è stàa festa, el s'è fermàa ancamò in d'on paes: el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda ancamò a on vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; e el gh'ha insegnàa la strada. Sto gioven, l'ha viaggiàa on'altra settimanna ancamò. Quand l'è staa festa, el se ferma in d'on alter paes: spettava, che vegness fœura la gent ancamò de messa. El ghe dimanda ancamò a on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt:—«L'è chì visin: in fond de sta strada, gh'el so palazzi.»—E là, el gh'ha insegnàa la manera, come el doveva fà, per andà là; perchè l'era on palazzi, ma gh'era minga de porta. El gh'ha ditt, de andà in de quell boschett là, che lor, dopo mezz—dì, van là, i trè tosânn del Re del Sol; e gh'è ona vasca, on laghett; e van denter a novà[iii]. E lu, de scondes in d'on quaj sit; quand ch'el ved, che se disvestissen, de andà là e portagh via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnaran pœu fœura e diran:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, che el ghe disa:—«Che me menen de so pader, che mi ghe daròo i vestìi.»—Quel tal omm, el gh'ha insegnàa:—«Ch'el varda, che el Re, el ghè farà fà la scelta de sti tosânn; ma el ghe mettarà ona benda a i oeucc.[iv]«E lu, che el ghe tocca i man. Quella, che el trœuva cont on did môcc[v], quella l'è la pusèe bella.»—Come difatti, l'è andàa in quel boschett; e, dopo mezz—dì, hin andàa là i tre tosânn del Re del Sol. E gh'era là ona vasca; e lor van denter à nodà. È lu, el s'è scondùu in d'on quaj sit. Quand ch'el ved, che se disvestissen, l'è andàa là; e el ghe porta via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnen pœu fœura e disen:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, el ghe dis:—«Che me menen de so pader e mi ghe daròo i vestìi.»—E lor l'han menàa de so pader. Allora sto giovin l'ha ditt al Re:—«Sont chì per sposà la soa tosa.»—E lu, el gh'ha ditt de sì:—«Diman se farà la sposa: ghe faròo fà la scelta.»—Difatti, el gh'ha miss ona binda a i occ. Ghe ne manda vunna; el ghe tocca i man; el ghe dis:—«Questa la me pias minga.»—El Re, el ghe ne manda on'altra. El giovin, el ghe tocca i man; el dis:—«Anca questa la me pias no.»—El Re, el manda pœu quell'altra. El gh'ha toccàa i man; el dis:—«Questa chì, vœuri sposalla mì.»—«E ben, diman se farà el sposalizî.»—Come, di fatti, l'ha sposada, e la sira hin andàa in lett lo sposo e la sposa. Quand l'è stàa mezzanott, la sposa, la ghe dis al spos:—«Sent, el me papà, l'è andrèe a combinà de fatt mazzà.»—E la ghe dis:—«Lassa fà de mi.»—Leven su a de bon ora; e han ciappàa on cavall per un, e hin montàa a cavall e hin andàa via. A la mattinna, el leva sù el Re: el guarda, el trœuva pu i spôs. El va in scuderia[vi]; el ved, che ghe manca duu cavaj i pusèe bej, ch'el gh'aveva denter. Allora, l'ha mandàa ona troppa de soldàa de cavalleria, a vedè se podeven ciappaj, a vedè de arrestaj insomma. Lee, la tosa, la sent a vegnì sta troppa de cavaj; la se guarda indrèe e la ved, ch'hin soldàa, che ghe van adrèe per arrestaj lor. La mett giò el pettin, che la gh'aveva in testa, le mett in terra e hin restàa in d'on bosch. E gh'era là on omm e ona donna, che streppaven i sciocch[vii]. E quij soldàa ghe disen:—«Avii vedùu la tosa del Re, contso marì a passà?»—E lor gh'han rispost:—«Nun semm adrèe a streppà i sciocch; e quand l'è nott, vemm a cà.»—E lor gh'han ditt:—«Hòo ditt, s'avìi vedùu la tosa del Re à passà cont so marì?»—E lor ghe tornen a rispond:—«Ma quand emm streppàa ona carretta, lassem stà.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe sti soldaa. E van a ca. El Re ghe dimanda:—«I avìi minga trovàa?»—Lor ghe disen:—«Serem quasi visin e, tutt a on tratt, semm rèstàa in d'on bosch; e gh'era là on omm e ona donna; e ghe dimandem, s'han vist a passà la tosa del Re cont el so marì; e lor rispondeven semper all'incontrari.»—E el Re ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—Allora, ie torna a mandà indrèe. Come difatti, i han tornàa a ciappà. Quand hin stàa quasi visin, la tosa del Re, la mett in terra el petten; e hin restàa in d'on giardin; e gh'era là on omm e ona donna, che faseven su i mazz de zuccoria e ravanej[viii]. Sti soldàa ghe dimanden:—«Han vedùu la tosa del Re, a passà cont so marì?»—E lor ghe risponden:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin[ix].»—Ghe tornen a dimandà ancamò, s'han veduu la tosa del Re passà cont el so marì. Allora ghe tornen a dì:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe. Van a cà; e el Re, el ghe dis s'i han minga restàa. È lor ghe disen:—«Sarem là quasi visin e s'emm trovàa in d'on giardin e gh'era là on omm e ona donna. Ghe dimandem, s'han vist la tosa del Re passà con so marì; e lor risponden semper a l'incontrarî.»—E lu, el ghe dis.—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—El Re, el ghe dis:—«Tornèe indrèe e guardèe s'hin là ancamò; arrestej, ch'h in lor.»—Come difatti, hin tornàa indrèe; e han reussì de ciappaj ancamò. Quand ch'hin stàa quasi visin, la tosa del Re la mett in terra el petten e sti soldàa hin restàa visin a ona gesa; e gh'era là dùu secrista[x], che sonaven la messa. E lor, sti soldàa, ghe dimanden, s'han vedùu la tosa del Re passà cont so marii. E lor, sti secrista, ghe disen:—«Adess, sonem el segond; pœu dopo sonem el terz; e pœu, ven fœura la messa.»—E lor, i soldàa, s'hin stuffìi e hin tornàa indrèe. Van a casa del Re; elghe dis:—«Ma i avìi minga trovàa?»—«Serem là quasi visin e s'emm trovàa visin a ona gesa. E gh'era là duu secrista, che sonaven la messa. Gh'hemm dimandaa, se aveven veduu la tosa del Re passà cont so marì. E lor ne rispondeven semper a l'incontrari; e nun semm stuffìi e semm vegnùu via.»—El Re, el ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor!»—Intant lor, el gioven e la tosa, gh'han avuu temp d'andà a cà. El Re, gh'è rincressuu molto, perchè l'era la soa maghessa pusee brava.

[1]Bisogna distinguere varî tratti in questa Novella. Prima di tutto la figliuola del Re, chiusa, come quella d'Acrisio, in una torre, acciò non le accada una grande aventura preastrologata e segnatamente non venga rapita dal vento. Cf.Lo Viso, trattenimento III della Giornata III delPentamerone:—«Renza, chiusa da lo Patre a 'na torre, ped essere strolacato, ca aveva da morire pe' 'n uosso masto, sse 'nnamora de 'no Prencepe. E, co' 'n uosso portatole da 'no cane, spertosa lo muro e sse ne fuje. Ma vedenno l'amante 'nzorato vasare la zita, more de crepantiglia; e lo Prencepe, pe' lo dolore, ss'accide.»—Cf. soprattuttoLe tre corune(Ibid. IV. 6.)—«Marchetta, arrobbata da lo viento, è portata a la casa de 'n Orca; da la quale, dapò varie accidente, recevuto 'no boffettone, sse parte, vestuta d'ommo. Capeta 'n casa de 'no Re; dove, 'nnammoratose d'essa la Regina e sdegnata pe' non trovare cagno e scagno, l'accusa a lo marito de tentata vergogna. È connannata ad essere 'mpesa. Pe' virtù de 'n aniello, datole da l'Orca, è liberata; e, fatto morire l'accusatrice, essa deventa Recina.»—Madama di Sévigné alludeva senza dubbio a qualche fiaba francese analoga, scrivendo alla figliuola, il ventuno giugno M.DC.LXXI:—«Ie ne vois pas bien où vous vous promenez; j'ai peur, que le vent ne vous emporte sur votre terrasse; si je croyais, qu'il pût vous apporter ici par un tourbillon, je tiendrais toujours mes fenêtres ouvertes et je vous recevrais, dieu sait! Voilà une folie, que je pousserais loin!»—

[2]Brunetto Latini:—«Sono operationi, le quali l'uomo fa senza la sua volontà, ciò è per forza o per ignoranza; sicome el vento levasse un uomo e portasselo in un altro paese.»—

[3]Narra Ludovico Domenichi nelleFacezie(Libro I) di—«un M. Nicolò da Genova, il quale.... era chiamato dalle donne GenovesiM. Nicolò dalla Bella Gioja, ecc.»—Q. V.

[4]Altro,che, qui è modo ellitticoper non altro,se non che.

[5]Sédere, sdrucciolo, in vece disedère, piano. Vedi pag. 472 tra le note alla novella seguente di Leombruno.

[6]Queste risposte a sproposito rammentano il dialogo tra Calasiride e Tirreno (nell'Etiopiched'Eliodoro, Libro V.) sulla spiaggia di Zacinto:—«Non era molto ancora dal lito dilungatomi, quando io veggio un vecchio pescatore sedersi dinanzi a la porta di casa sua, acconciando le reti rotte d'un altro pescatore. Fattomigli dunque vicino, gli dissi:—Dio ti salvi, buon uomo; saprestimi tu insegnare, dove io potessi trovare alloggiamento?—Et egli mi rispose:—Colà, vicino a quel capo di monte, che sporge in mare, appressatosi ad uno scoglio, si squarciò come tu vedi.—Io non cerco di sapere questo, diss'io.Ma tu ti porteresti bene e cortesemente, se o ci ricevessi tu, o ci guidassi a qualcun altro, che ci desse ricetto.—Non già io, diss'egli,perciocchè io non navigava con esso loro; nè Tirreno avrebbe mai commesso un tal fallo, nè si sarebbe stancato per la vecchiezza. Ma e' sono stati certi fanciulli, che hanno fatto questo errore; perciocchè, non avendo contezza de gli occulti scogli, la trassero, dove non convenia.—Io pure a la fine accortomi, che costui avea l'udir grosso, alzato alquanto più la voce, gli dissi:—Dio ti salvi! insegnami di grazia, perciocchè io son forastiero, dove io possa alloggiare.»—(Traduzione di Leonardo Ghini MDLVI) Ecco come Giambattista Basile nelTeagene, (Canto X. Stanza XII—XV di quel poema postumo, impresso a Roma MDCXXXVII) rende questo brano:

Molto non fui dal lido io dilungato,Che scorsi un pescator, bianco e canuto,Seder sul limitar del lido amatoSua rete a risarcire intento e muto;A cui fatto d'appresso, e domandato(Poichè umano gli fei dolce saluto)Dove stanza trovar presso potrei,Così pronto rispose a' detti miei:—«Colà, non lungi a quel capo di monte,Ad un scoglio vicin, ch'ivi il mar fiede,Squarciossi; or qui convien sudar la fronte,Perchè mi vaglia a far l'usata preda.»——«Tai non cerco da te cose aver conte.»—Diss'io,—«ma, s'al tuo cor favilla siedeD'umanità, deh! con amico affetto,Dammi, o dimmi ov'aver poss'io ricetto.»——«Io non già»—soggiuns'ei—«perchè con essoLor non solcava l'onde; e men TirrenoUn cotal fallo avrebbe unqua commesso,Nè sudor sparso in ciò, d'anni già pieno.Ma semplici fanciulli, a cui concessoNon era altra notizia, ch'entro al senoDi questi mar celati scogli stanno,Fur incauta cagion di tanto danno.»—Pur io m'accorsi alfin, ch'avea l'udireDal tempo offeso; e, rinforzando il grido:—«Sia propizio il ciel»—dissi—«al tuo desire;Piova ogni grazia al tuo felice nido;Dimmi (e perdona d'un stranier l'ardire,Che peregrino è giunto in questo lido)Dimmi, ove ritrovar cortese usanzaPossa d'ospite umano amica stanza.»—

Altre risposte a sproposito son divenute proverbiali. Vedi nelConte di BucotondodelFagiuoli:—«Anselmo. Ciapo? o Ciapo? che roba è codesta?—Ciapo. Ghie ne un baullo, ghie ne.—Anselmo. Lo veggo fin costì; domando di chi è?—Ciapo. I' viengo dall'osteria.—Anselmo. O buono! o buono!Ch'hai tu in quel sacco? Io vo a Firenze. Dove vai? Le son cipolle.»—Un episodio simile a quello della nostra fiaba fiorentina, con riposte a sproposito, si trova anche nella seguente milanese.

EL RE DEL SOL[i]

Ona volta, gh'era on gioven; e l'è andàa in d'on caffè. Gh'era là on scior; el gh'ha ditt, s'el voreva fa ona partida al bigliard; e lu el gh'ha ditt de sì. Sto scior, el ghe dis, s'el veng[ii]lula partida, sto gioven, ch'el ghe dava la soa tosa per sposa. L'ha vengiuda sto giovin la partida. E quel scior, el gh'ha ditt:—«Mi sont el Re del Sol e prest ghe scrivaroo.»—Lu, l'è andàa via; e poeu, el gh'ha scritt pu. E sto gioven, el s'è miss in viagg. Quand l'è staa festa, la domenega, el s'è fermaa in d'on paes; el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda d'on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; ma lu, el sa minga, in dove el sia:—«El soo, ch'el gh'è; ma soo minga, in dove l'è.»—E lu, l'ha viaggiàa on'altra settimanna. Quand l'è stàa festa, el s'è fermàa ancamò in d'on paes: el spettava, che vegniss fœura la gent de messa. El ghe dimanda ancamò a on vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt, ch'el gh'è; e el gh'ha insegnàa la strada. Sto gioven, l'ha viaggiàa on'altra settimanna ancamò. Quand l'è staa festa, el se ferma in d'on alter paes: spettava, che vegness fœura la gent ancamò de messa. El ghe dimanda ancamò a on omm vecc, s'el saveva, che ghe fuss el Re del Sol. E lu, el gh'ha ditt:—«L'è chì visin: in fond de sta strada, gh'el so palazzi.»—E là, el gh'ha insegnàa la manera, come el doveva fà, per andà là; perchè l'era on palazzi, ma gh'era minga de porta. El gh'ha ditt, de andà in de quell boschett là, che lor, dopo mezz—dì, van là, i trè tosânn del Re del Sol; e gh'è ona vasca, on laghett; e van denter a novà[iii]. E lu, de scondes in d'on quaj sit; quand ch'el ved, che se disvestissen, de andà là e portagh via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnaran pœu fœura e diran:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, che el ghe disa:—«Che me menen de so pader, che mi ghe daròo i vestìi.»—Quel tal omm, el gh'ha insegnàa:—«Ch'el varda, che el Re, el ghè farà fà la scelta de sti tosânn; ma el ghe mettarà ona benda a i oeucc.[iv]«E lu, che el ghe tocca i man. Quella, che el trœuva cont on did môcc[v], quella l'è la pusèe bella.»—Come difatti, l'è andàa in quel boschett; e, dopo mezz—dì, hin andàa là i tre tosânn del Re del Sol. E gh'era là ona vasca; e lor van denter à nodà. È lu, el s'è scondùu in d'on quaj sit. Quand ch'el ved, che se disvestissen, l'è andàa là; e el ghe porta via i vestìi de sti tosânn. E i tosânn vegnen pœu fœura e disen:—«Cià, i mè vestìi!»—E lu, el ghe dis:—«Che me menen de so pader e mi ghe daròo i vestìi.»—E lor l'han menàa de so pader. Allora sto giovin l'ha ditt al Re:—«Sont chì per sposà la soa tosa.»—E lu, el gh'ha ditt de sì:—«Diman se farà la sposa: ghe faròo fà la scelta.»—Difatti, el gh'ha miss ona binda a i occ. Ghe ne manda vunna; el ghe tocca i man; el ghe dis:—«Questa la me pias minga.»—El Re, el ghe ne manda on'altra. El giovin, el ghe tocca i man; el dis:—«Anca questa la me pias no.»—El Re, el manda pœu quell'altra. El gh'ha toccàa i man; el dis:—«Questa chì, vœuri sposalla mì.»—«E ben, diman se farà el sposalizî.»—Come, di fatti, l'ha sposada, e la sira hin andàa in lett lo sposo e la sposa. Quand l'è stàa mezzanott, la sposa, la ghe dis al spos:—«Sent, el me papà, l'è andrèe a combinà de fatt mazzà.»—E la ghe dis:—«Lassa fà de mi.»—Leven su a de bon ora; e han ciappàa on cavall per un, e hin montàa a cavall e hin andàa via. A la mattinna, el leva sù el Re: el guarda, el trœuva pu i spôs. El va in scuderia[vi]; el ved, che ghe manca duu cavaj i pusèe bej, ch'el gh'aveva denter. Allora, l'ha mandàa ona troppa de soldàa de cavalleria, a vedè se podeven ciappaj, a vedè de arrestaj insomma. Lee, la tosa, la sent a vegnì sta troppa de cavaj; la se guarda indrèe e la ved, ch'hin soldàa, che ghe van adrèe per arrestaj lor. La mett giò el pettin, che la gh'aveva in testa, le mett in terra e hin restàa in d'on bosch. E gh'era là on omm e ona donna, che streppaven i sciocch[vii]. E quij soldàa ghe disen:—«Avii vedùu la tosa del Re, contso marì a passà?»—E lor gh'han rispost:—«Nun semm adrèe a streppà i sciocch; e quand l'è nott, vemm a cà.»—E lor gh'han ditt:—«Hòo ditt, s'avìi vedùu la tosa del Re à passà cont so marì?»—E lor ghe tornen a rispond:—«Ma quand emm streppàa ona carretta, lassem stà.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe sti soldaa. E van a ca. El Re ghe dimanda:—«I avìi minga trovàa?»—Lor ghe disen:—«Serem quasi visin e, tutt a on tratt, semm rèstàa in d'on bosch; e gh'era là on omm e ona donna; e ghe dimandem, s'han vist a passà la tosa del Re cont el so marì; e lor rispondeven semper all'incontrari.»—E el Re ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—Allora, ie torna a mandà indrèe. Come difatti, i han tornàa a ciappà. Quand hin stàa quasi visin, la tosa del Re, la mett in terra el petten; e hin restàa in d'on giardin; e gh'era là on omm e ona donna, che faseven su i mazz de zuccoria e ravanej[viii]. Sti soldàa ghe dimanden:—«Han vedùu la tosa del Re, a passà cont so marì?»—E lor ghe risponden:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin[ix].»—Ghe tornen a dimandà ancamò, s'han veduu la tosa del Re passà cont el so marì. Allora ghe tornen a dì:—«I ravanej on sold el mazz, e la zuccoria on sesin.»—E lor s'hin stuffìi, hin tornàa indrèe. Van a cà; e el Re, el ghe dis s'i han minga restàa. È lor ghe disen:—«Sarem là quasi visin e s'emm trovàa in d'on giardin e gh'era là on omm e ona donna. Ghe dimandem, s'han vist la tosa del Re passà con so marì; e lor risponden semper a l'incontrarî.»—E lu, el ghe dis.—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor.»—El Re, el ghe dis:—«Tornèe indrèe e guardèe s'hin là ancamò; arrestej, ch'h in lor.»—Come difatti, hin tornàa indrèe; e han reussì de ciappaj ancamò. Quand ch'hin stàa quasi visin, la tosa del Re la mett in terra el petten e sti soldàa hin restàa visin a ona gesa; e gh'era là dùu secrista[x], che sonaven la messa. E lor, sti soldàa, ghe dimanden, s'han vedùu la tosa del Re passà cont so marii. E lor, sti secrista, ghe disen:—«Adess, sonem el segond; pœu dopo sonem el terz; e pœu, ven fœura la messa.»—E lor, i soldàa, s'hin stuffìi e hin tornàa indrèe. Van a casa del Re; elghe dis:—«Ma i avìi minga trovàa?»—«Serem là quasi visin e s'emm trovàa visin a ona gesa. E gh'era là duu secrista, che sonaven la messa. Gh'hemm dimandaa, se aveven veduu la tosa del Re passà cont so marì. E lor ne rispondeven semper a l'incontrari; e nun semm stuffìi e semm vegnùu via.»—El Re, el ghe dis:—«Dovevev arrestaj, ch'eren lor!»—Intant lor, el gioven e la tosa, gh'han avuu temp d'andà a cà. El Re, gh'è rincressuu molto, perchè l'era la soa maghessa pusee brava.

[i]Novella composta da frammenti di parecchie altre. Il viaggio del giovane; la sorpresa delle fate o maghe nel bagno ed il sequestro degli abiti; la scelta della sposa a gatta cieca o fra parecchie velate ovvero simigliantissime; il suocero, che insidia la vita del genero, che vien salvato dalla moglie (Danao); la fuga con le trasformazioni ecc. ecc.[ii]Veng, vincere, guadagnare.[iii]NovàeNodà, notare, natare.[iv]Racconta ilDomenichi, che:—«In Milano era fra gli altri un prelato, il quale ritrovandosi un giorno aver seco a desinare molti suoi amici, cadde fra loro un ragionamento della perfezione e imperfezione delle lingue d'Italia. E da questo si venne incidentemente a dire in che modo i Bergamaschi scrivessero questa parolaocchi, affermando alcuni, che scriveanoogi, altriociet alcuni dicevanooghi. Onde il gentil prelato per levare l'occasione di sì basso ragionamento, con parole s'interpose, dicendo loro:Io vi leverò ben tosto da questa contesa. Et chiamato a sè un suo credenziere bergamasco, gli disse:A te sta dar sentenza et terminare questa quistione, dicendo come nel tuo paese si scrive questa parola:occhi. Al quale il credenziere, senza punto pensarvi, bergamascamente rispose:Monsignor, mi non so miga come se scriva, ma mi so be cert, cha 'l si dis:Te vegna el cancher in te i occhi. Alla cui inetta risposta si levò tra loro sì grande et piacevol riso, che fu cagione di por fine a sì debil contesa.»—[v]Mocced ancheMott, mozzo.[vi]Manca nel Cherubini. Italianesimo. Ed in Italiano è Gallicismo.[vii]Streppàostrappà, strappare, svellere, estirpare.Sciocch, quì tallone, virgulto, rampollo.[viii]Zuccoria, radicchio.Ravanellè contadinesco perRamolassin, radicetto ravanello,Raphanus sativus parvus.[ix]Mezzosoldo (austriaco) era ilsesin.[x]Secrista, sacristano.

[i]Novella composta da frammenti di parecchie altre. Il viaggio del giovane; la sorpresa delle fate o maghe nel bagno ed il sequestro degli abiti; la scelta della sposa a gatta cieca o fra parecchie velate ovvero simigliantissime; il suocero, che insidia la vita del genero, che vien salvato dalla moglie (Danao); la fuga con le trasformazioni ecc. ecc.

[ii]Veng, vincere, guadagnare.

[iii]NovàeNodà, notare, natare.

[iv]Racconta ilDomenichi, che:—«In Milano era fra gli altri un prelato, il quale ritrovandosi un giorno aver seco a desinare molti suoi amici, cadde fra loro un ragionamento della perfezione e imperfezione delle lingue d'Italia. E da questo si venne incidentemente a dire in che modo i Bergamaschi scrivessero questa parolaocchi, affermando alcuni, che scriveanoogi, altriociet alcuni dicevanooghi. Onde il gentil prelato per levare l'occasione di sì basso ragionamento, con parole s'interpose, dicendo loro:Io vi leverò ben tosto da questa contesa. Et chiamato a sè un suo credenziere bergamasco, gli disse:A te sta dar sentenza et terminare questa quistione, dicendo come nel tuo paese si scrive questa parola:occhi. Al quale il credenziere, senza punto pensarvi, bergamascamente rispose:Monsignor, mi non so miga come se scriva, ma mi so be cert, cha 'l si dis:Te vegna el cancher in te i occhi. Alla cui inetta risposta si levò tra loro sì grande et piacevol riso, che fu cagione di por fine a sì debil contesa.»—

[v]Mocced ancheMott, mozzo.

[vi]Manca nel Cherubini. Italianesimo. Ed in Italiano è Gallicismo.

[vii]Streppàostrappà, strappare, svellere, estirpare.Sciocch, quì tallone, virgulto, rampollo.

[viii]Zuccoria, radicchio.Ravanellè contadinesco perRamolassin, radicetto ravanello,Raphanus sativus parvus.

[ix]Mezzosoldo (austriaco) era ilsesin.

[x]Secrista, sacristano.

[7]Di queste fughe, assicurate per forza magica, ne abbiamo già vista una nelContadino, che aveva tre figliuoli, della presene raccolta pag. 12 e segg. (V.Basile,Petrosinella, ecc.) Si ritrova lo stesso incidente nelle due novelle Milanesi seguenti:I TRII NARANZ[i]Ona volta, gh'era on albergator. El gh'aveva ona tosa. La stava semper in stanza; la voreva mai sorti. So pader, per fala andà almen a la finestra, ona volta, l'ha daa ona festa in quella contrada, e l'han imbonida[ii]d'andà alla finestra. L'han lassada sola; e gh'è passaa ona stria. La gh'ha strengiuu on dit e l'ha strusada giò[iii]in spalla. L'ha portada via distant in d'on sit, che gh'era domà[iv]ciel e acqua; gh'era on piccol sentee, che gh'era pœu la ca de la stria. L'ha lassada là e la gh'ha ditt:—«Guarda, che mi voo via; e, quand vegni a casa, te diroo:Figlia mia, figlia cara; lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—So pader el va desora, el trœuva pu la soa tosa. L'ha mandaa duu servitor con la carrozza; el gh'ha ditt, chi trovava la soa tosa, ghe la dava per sposa. Infin, vun l'è propi andaa in del sit, in dove l'era; là, el s'è informaa d'on vesin; e el gh'ha ditt, el gh'ha insegnàa la manera d'andà in sta casa, de digh:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—Lu, sto servitor, l'è andaa là. El gh'ha ditt, el gh'ha dimandaa:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toatrezza e tira su la toa mamma cara.»—E lee, sta tosa, pronta, l'ha lassàa giò la trezza e l'ha tiraa su. El gh'ha dimandaa com'a l'è staa, d'andà in quel sit là. E lee, là gh'ha ditt, che l'è stada ona stria; e la gh'ha ditt, de fa prest a andà via, perchè, se la va a casa, chi sa cossa la ghe fa. E lu, l'è andaa ancamó in de sto vesin. De li a on poo, va a casa la stria; l'ha capii, che gh'era staa on quajghedun; e la gh'ha ditt:—«Mi per trii di, vegni a casa pu. Te doo sti trii naranz chì. Se ven chì on quajghedun, traghen adree vun, ch'el restaraa in d'on gran fastidi.»—Dopo, va là ancamò el servitor. El gh'ha ditt a la tosa:—«Fa prest, ven giò, che gh'hoo chì la carrozza.»—E la voreva minga andà, per la paura che la trovass la stria. La ghe dis:—«Se la trœuvem, chi sa cossa la me fa.»—E lu, el gh'ha ditt:—«Tœu su i trìi naranz, che al cas che la trœuvem, ghen butterem adrèe vun, chè la restarà lee in d'on gran fastìdi.»—Come difatti, han viaggiàa on gran tocch; e lee, la se guardà indrèe; e la ved, che ven la stria. La ghe trà indrèe on naranz: lee, l'è restada in d'on sit pien de fumm, che la podeva pu difendes. Quand l'ha poduu pu, la ghe dis:—«Ciappin[v], ajutem; che, se i ciàppemm, ne femm vun per un[vi].»—Dopo de lì on poo,la tosa la se guarda indrèe; e la ved, che ven ancora la stria. La trà indrèe on alter naranz, e la stria l'è restada in d'on sit pien de sass, che la podeva pu difendes. La ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—Dopo de lì a on poo, la tosa la se torna a guardà indrèe; e la ved ancamò, che ven la stria; e la ghe trà indrèe on alter naranz. La stria l'è restada in d'on sit pien de spin, che la podeva pu difendes. E la ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—El servitor fa prest a fa corr i cavaj; infin l'è reussì a corr in gesa, perchè appena de drèe della carrozza gh'era la stria e gh'aveven pu de naranz. Allora el gh'ha mandàa la nœuva a i so genitor, che l'aveva trovàa la tosa. Gh'han mandàa incontra a ricevell a son de banda. Infin hin andàa a cà. Dopo, l'è andàda per sposa; e inscì l'è finida.I TRE TOSANN DEL REOna volta, gh'era on Re. El gh'aveva tre tosann. Tutt i dì andaven a fa la passeggiada insemma a la soa bonn.[vii]On dì, van a fa sta passeggiada; e hin andà in d'on sit, che gh'erade l'erb, del verd insomma. E lor, s'hin miss a slontanass da la soa bonn. Dopo on pezz, che ie vedeva minga, la va a cercaj. La guarda de per tutt i part, no la po vedej; ie ciama, no le sent a rispond. La va a cà, e la fa dì al Re, che i ha perduu. El Ree, tutt desperaa, el da ordin, che se vaga a cercaj. Lì, gh'è andaa tanti a vedè, se podeven: de ona part, de on'altra, e han mai poduu trovà sti tôsann. L'era già on ann, che, insomma, lu l'ha mai poduu trovaj. Ven, che on dì, va là tre disertor; e van a presentass del Re. Ghe disen, che lor sarissen andaa in cerca de vedè se podessen trovà i so tre tosann. El Re, l'ha daa ordin de andà in della soa stalla e de andà a tœu su on cavall per un, per andà in gîr a cercà sti tosann. Lor hin andaa, han giraa per tanti dì attorna deppertutt. Infin, on dì eren stracch mort, eren in d'ona campagna, han distaccaa i so cavaj, i han ligaa in d'ona pianta e lor s'hin buttaa giò a riposà. Quand s'hìn dessedaa, veden che gh'è li ona donnetta; e ghe dìsen a sta donna:—«Dove l'è, che poderessem andà a tœu quajcoss per mangià?»—che lor gh'aveven famm. E lee, la dis, de dagh i danèe a lee, che la saria andada a procurà de tœu de mangià. La ghe dimanda dove l'è, che andaven. E lor gh'han ditt, che andaven per vedè, se podeven trovà i tre tosânn del Re. E lee, la gh'ha ditt, che la gh'avaria insegnàa lee in dove l'è, che l'eran; e la manera de podè andà a tœuj, perchè l'era el mago, che i aveva robbàa. La ghe dis:—«Ecco! per podè andà a tœu i tosânn, bisogna che lor comincen per tœu tanta corda.»—E la gh'ha insegnaa el sit, che lor doveven andà, che avarien trovaa on uss e denter ona gran stanza granda. Che avarien ligàa i so cavaj. Là gh'era ona preja: de tirà su quella preja là e de lassass giò vun a la volta. E quand eren abass, l'era scur: ma lor d'avegh minga paura, d'andà innanz semper dritt, che avarien trovàa el ciar. E la gh'ha dàa ona nôs, ona castegna e ona nisciœula:—«Quand sarèe in pericol, che vedarìi lu, el mago, che ve corr adrèe, trèe vunna de sti robb, che ve doo.»—Difatti, inscì han fàa: hin andàa. Difatti han trovàa st'uss, han trovàa sta stanza e s'hin lassàa giò. E quand hin stàa giò, hin andàa semper dritt, dritt, dritt; e a poch a poch han cominciàa a vedè on pòo de lus. E pœu hin andàa innanz, han cominciàa a vedè on palazz; e là gh'era a la finestra vunna di sti tosânn. Lee, la s'è accorta, ch'eren gent ch'andaven per deliberalla. La ghe fa segnde andà adasi adasi innanz, ch'el mago i avess avùu de sentì. E la tœur su di gemm, di robb prezios, ch'el mago el gh'aveva regalàa:—«Per mi, me fan minga de bisogn; ma vœur dì, che i tœui su, per dà a la gent, che m'ha deliberàa. Adess»—la dis—«andem innanz, che là ghe sarà on'altra mia sorella.»—Là, anca de quella la fa istess, la ven giò e via, la scappa insemma a l'altra sorella. Van innanz on tocch anmò; là gh'è on alter palazz e denter gh'è la terza. Quand hin tutt e tre salvàa, van i trè donn e i trij omen, van dritt, van pu de la part, ch'hin vegnùu, van dritt che gh'è l'istessa strada. Quand han faa on poo de strada, se volten indree; e veden el mago che ghe corr adree.—«Pessèga; trà via la nôs.»—In d'on moment, gh'è staa on lagh d'acqua. E allora lu el podeva minga corregh adrèe fin che st'acqua la s'era minuida, perchè l'andava via a poch a poch. Vann innanz anmò on pòo; quand han faa on poo de strada ancamò, guarden indrèe. L'acqua l'è scomparsa e el mago el ghe torna a corr adrèe. Allor lor tran via la nisciœula; e se ved on gran incendi, on gran fœugh. E lor ciappaven temp e corriven per podè rivà a quel sit, che lu, el podess minga ciappaj. Tornen a guardà indrèe, el veden anmó:—«Tra via la castegna!»—E lor eren abass e in alt se vedeva ona gran montagna, fin ch'hin rivaa in quel tal sit, in dove eren andàa a tœu i so cavaj. Là han tolt su i cavaj, pœu han miss i so tosânn e via hin andàa a drittura a la cittàa. Là appenna ch'i han vist a comparì, che tutti saveven la disgrazia del Re; s'hin miss adrèe a sonà i campann, a fa festa, eh! El Re, el dis:—«Cosse l'è, che gh'è? coss'è success, che fan sta legria? Andè a ciama.»—El moment che van per dagh la risposta, van denter de la porta sti trij, ch'hin andàa via cont i so tosânn. Allora el Re tutt content a vedé i so tosânn, che gh'aveven deliberàa! I tosânn ghe cunten, che, quand lor eren là tutt e tre insemma a discorr distant de la bonn, era vegnùu sto mago, ch'i ha menàa via tutt e tre con gran forz, e lor han minga poduu nè ciamà la bonn nè nient. El Re a quij trii disertor el gh'ha perdonaa; e pœu elgh'ha fàa on gran regal, che lor hin stàa contentissem e s'ciau. È passàa on car de merda de pipì, in bocca a tutti i sciori, ch'hin stàa chì a sentì.

[7]Di queste fughe, assicurate per forza magica, ne abbiamo già vista una nelContadino, che aveva tre figliuoli, della presene raccolta pag. 12 e segg. (V.Basile,Petrosinella, ecc.) Si ritrova lo stesso incidente nelle due novelle Milanesi seguenti:

I TRII NARANZ[i]

Ona volta, gh'era on albergator. El gh'aveva ona tosa. La stava semper in stanza; la voreva mai sorti. So pader, per fala andà almen a la finestra, ona volta, l'ha daa ona festa in quella contrada, e l'han imbonida[ii]d'andà alla finestra. L'han lassada sola; e gh'è passaa ona stria. La gh'ha strengiuu on dit e l'ha strusada giò[iii]in spalla. L'ha portada via distant in d'on sit, che gh'era domà[iv]ciel e acqua; gh'era on piccol sentee, che gh'era pœu la ca de la stria. L'ha lassada là e la gh'ha ditt:—«Guarda, che mi voo via; e, quand vegni a casa, te diroo:Figlia mia, figlia cara; lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—So pader el va desora, el trœuva pu la soa tosa. L'ha mandaa duu servitor con la carrozza; el gh'ha ditt, chi trovava la soa tosa, ghe la dava per sposa. Infin, vun l'è propi andaa in del sit, in dove l'era; là, el s'è informaa d'on vesin; e el gh'ha ditt, el gh'ha insegnàa la manera d'andà in sta casa, de digh:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toa trezza e tira su la toa mamma cara.»—Lu, sto servitor, l'è andaa là. El gh'ha ditt, el gh'ha dimandaa:—«Figlia mia, figlia cara, lassa giò la toatrezza e tira su la toa mamma cara.»—E lee, sta tosa, pronta, l'ha lassàa giò la trezza e l'ha tiraa su. El gh'ha dimandaa com'a l'è staa, d'andà in quel sit là. E lee, là gh'ha ditt, che l'è stada ona stria; e la gh'ha ditt, de fa prest a andà via, perchè, se la va a casa, chi sa cossa la ghe fa. E lu, l'è andaa ancamó in de sto vesin. De li a on poo, va a casa la stria; l'ha capii, che gh'era staa on quajghedun; e la gh'ha ditt:—«Mi per trii di, vegni a casa pu. Te doo sti trii naranz chì. Se ven chì on quajghedun, traghen adree vun, ch'el restaraa in d'on gran fastidi.»—Dopo, va là ancamò el servitor. El gh'ha ditt a la tosa:—«Fa prest, ven giò, che gh'hoo chì la carrozza.»—E la voreva minga andà, per la paura che la trovass la stria. La ghe dis:—«Se la trœuvem, chi sa cossa la me fa.»—E lu, el gh'ha ditt:—«Tœu su i trìi naranz, che al cas che la trœuvem, ghen butterem adrèe vun, chè la restarà lee in d'on gran fastìdi.»—Come difatti, han viaggiàa on gran tocch; e lee, la se guardà indrèe; e la ved, che ven la stria. La ghe trà indrèe on naranz: lee, l'è restada in d'on sit pien de fumm, che la podeva pu difendes. Quand l'ha poduu pu, la ghe dis:—«Ciappin[v], ajutem; che, se i ciàppemm, ne femm vun per un[vi].»—Dopo de lì on poo,la tosa la se guarda indrèe; e la ved, che ven ancora la stria. La trà indrèe on alter naranz, e la stria l'è restada in d'on sit pien de sass, che la podeva pu difendes. La ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—Dopo de lì a on poo, la tosa la se torna a guardà indrèe; e la ved ancamò, che ven la stria; e la ghe trà indrèe on alter naranz. La stria l'è restada in d'on sit pien de spin, che la podeva pu difendes. E la ghe dis ancamò al ciappin:—«Ajutem, che, se i ciappem, ne femm vun per un.»—El servitor fa prest a fa corr i cavaj; infin l'è reussì a corr in gesa, perchè appena de drèe della carrozza gh'era la stria e gh'aveven pu de naranz. Allora el gh'ha mandàa la nœuva a i so genitor, che l'aveva trovàa la tosa. Gh'han mandàa incontra a ricevell a son de banda. Infin hin andàa a cà. Dopo, l'è andàda per sposa; e inscì l'è finida.

I TRE TOSANN DEL RE

Ona volta, gh'era on Re. El gh'aveva tre tosann. Tutt i dì andaven a fa la passeggiada insemma a la soa bonn.[vii]On dì, van a fa sta passeggiada; e hin andà in d'on sit, che gh'erade l'erb, del verd insomma. E lor, s'hin miss a slontanass da la soa bonn. Dopo on pezz, che ie vedeva minga, la va a cercaj. La guarda de per tutt i part, no la po vedej; ie ciama, no le sent a rispond. La va a cà, e la fa dì al Re, che i ha perduu. El Ree, tutt desperaa, el da ordin, che se vaga a cercaj. Lì, gh'è andaa tanti a vedè, se podeven: de ona part, de on'altra, e han mai poduu trovà sti tôsann. L'era già on ann, che, insomma, lu l'ha mai poduu trovaj. Ven, che on dì, va là tre disertor; e van a presentass del Re. Ghe disen, che lor sarissen andaa in cerca de vedè se podessen trovà i so tre tosann. El Re, l'ha daa ordin de andà in della soa stalla e de andà a tœu su on cavall per un, per andà in gîr a cercà sti tosann. Lor hin andaa, han giraa per tanti dì attorna deppertutt. Infin, on dì eren stracch mort, eren in d'ona campagna, han distaccaa i so cavaj, i han ligaa in d'ona pianta e lor s'hin buttaa giò a riposà. Quand s'hìn dessedaa, veden che gh'è li ona donnetta; e ghe dìsen a sta donna:—«Dove l'è, che poderessem andà a tœu quajcoss per mangià?»—che lor gh'aveven famm. E lee, la dis, de dagh i danèe a lee, che la saria andada a procurà de tœu de mangià. La ghe dimanda dove l'è, che andaven. E lor gh'han ditt, che andaven per vedè, se podeven trovà i tre tosânn del Re. E lee, la gh'ha ditt, che la gh'avaria insegnàa lee in dove l'è, che l'eran; e la manera de podè andà a tœuj, perchè l'era el mago, che i aveva robbàa. La ghe dis:—«Ecco! per podè andà a tœu i tosânn, bisogna che lor comincen per tœu tanta corda.»—E la gh'ha insegnaa el sit, che lor doveven andà, che avarien trovaa on uss e denter ona gran stanza granda. Che avarien ligàa i so cavaj. Là gh'era ona preja: de tirà su quella preja là e de lassass giò vun a la volta. E quand eren abass, l'era scur: ma lor d'avegh minga paura, d'andà innanz semper dritt, che avarien trovàa el ciar. E la gh'ha dàa ona nôs, ona castegna e ona nisciœula:—«Quand sarèe in pericol, che vedarìi lu, el mago, che ve corr adrèe, trèe vunna de sti robb, che ve doo.»—Difatti, inscì han fàa: hin andàa. Difatti han trovàa st'uss, han trovàa sta stanza e s'hin lassàa giò. E quand hin stàa giò, hin andàa semper dritt, dritt, dritt; e a poch a poch han cominciàa a vedè on pòo de lus. E pœu hin andàa innanz, han cominciàa a vedè on palazz; e là gh'era a la finestra vunna di sti tosânn. Lee, la s'è accorta, ch'eren gent ch'andaven per deliberalla. La ghe fa segnde andà adasi adasi innanz, ch'el mago i avess avùu de sentì. E la tœur su di gemm, di robb prezios, ch'el mago el gh'aveva regalàa:—«Per mi, me fan minga de bisogn; ma vœur dì, che i tœui su, per dà a la gent, che m'ha deliberàa. Adess»—la dis—«andem innanz, che là ghe sarà on'altra mia sorella.»—Là, anca de quella la fa istess, la ven giò e via, la scappa insemma a l'altra sorella. Van innanz on tocch anmò; là gh'è on alter palazz e denter gh'è la terza. Quand hin tutt e tre salvàa, van i trè donn e i trij omen, van dritt, van pu de la part, ch'hin vegnùu, van dritt che gh'è l'istessa strada. Quand han faa on poo de strada, se volten indree; e veden el mago che ghe corr adree.—«Pessèga; trà via la nôs.»—In d'on moment, gh'è staa on lagh d'acqua. E allora lu el podeva minga corregh adrèe fin che st'acqua la s'era minuida, perchè l'andava via a poch a poch. Vann innanz anmò on pòo; quand han faa on poo de strada ancamò, guarden indrèe. L'acqua l'è scomparsa e el mago el ghe torna a corr adrèe. Allor lor tran via la nisciœula; e se ved on gran incendi, on gran fœugh. E lor ciappaven temp e corriven per podè rivà a quel sit, che lu, el podess minga ciappaj. Tornen a guardà indrèe, el veden anmó:—«Tra via la castegna!»—E lor eren abass e in alt se vedeva ona gran montagna, fin ch'hin rivaa in quel tal sit, in dove eren andàa a tœu i so cavaj. Là han tolt su i cavaj, pœu han miss i so tosânn e via hin andàa a drittura a la cittàa. Là appenna ch'i han vist a comparì, che tutti saveven la disgrazia del Re; s'hin miss adrèe a sonà i campann, a fa festa, eh! El Re, el dis:—«Cosse l'è, che gh'è? coss'è success, che fan sta legria? Andè a ciama.»—El moment che van per dagh la risposta, van denter de la porta sti trij, ch'hin andàa via cont i so tosânn. Allora el Re tutt content a vedé i so tosânn, che gh'aveven deliberàa! I tosânn ghe cunten, che, quand lor eren là tutt e tre insemma a discorr distant de la bonn, era vegnùu sto mago, ch'i ha menàa via tutt e tre con gran forz, e lor han minga poduu nè ciamà la bonn nè nient. El Re a quij trii disertor el gh'ha perdonaa; e pœu elgh'ha fàa on gran regal, che lor hin stàa contentissem e s'ciau. È passàa on car de merda de pipì, in bocca a tutti i sciori, ch'hin stàa chì a sentì.

[i]Da non confondersi con l'altra dal titolo stesso, riportata a pag. 308 del volume presente.[ii]Imbonìsignifica non soloplacare, anzi pureindurre,persuadere.[iii]Strusà, strascinare, strascicare.Strusà giò, strascinare abbasso tirar giù.[iv]Domàonomà, solo, soltanto, solamente.[v]Ciappin, demonio, diavolo. Vedi pag. 191 del presente volume. In NapoletanoChiappinovuol dire, secondo il Galiani, furbo, astuto, onde forse loScapinfrancese.Cortese.Lo Cerriglio 'ncantato. VII, 21.Ma Tonno mò', ch'era 'no gran chiappino,Sentette da lontano lo grà' addore.Ma ognun vede, esser questo un senso traslato, metaforico. Non so che relazione abbiano ilCiappinmilanese ed ilChiappinonapoletano, con loScappinotoscano. Nella stanza XXXIX del primo cantare delMalmantile, si legge, che alcuni soldati orbi di Bieco de' Crepi, duca d'Orbetello, monocolo.—«Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso, vanno cantando l'aria di Scappino.» E nelle note:—«L'aria di Scappinoera una canzonetta, che cantavano i ciechi, in piazza del Granduca in Firenze, a' tempi del poeta.»—Quanto avrebbe meglio fatto l'annotatore, trascrivendola e non profanando il nome di poeta, con l'applicarlo al Lippi![vi]Questa invocazione del diavolo, ci mostra che qui lastriaè semplicemente una strega, non già una fata. NelPentameronesi tratta d'un'Orca, Il mescuglio delle fate col diavolo è cosa letteraria, appartenendo queste due creazioni a due cicli mitici diversi. (Ricciardetto XX 1—3).Il diavol, donne mie, può far gran cose:Basta solo, che dio lo lasci fare.Però non siate punto dubitoseDi? ciò che udiste ed udrete cantareDe l'opere di lui meravigliose.Chè, sebbene il tristaccio non appare,E su le fate si versa la broda;Ei però vi pon sempre e corno e coda.So ben, che ci son molte come voi,Che credono romanzi e favoletteLe cose delle fate: ma son buoi,Nè sanno che il demonio non perdetteIn uno con la grazia i pregi suoi,E le virtù, che dio gli concedette;Le quali tante sono, che potriaGuastare il mondo in un'Avemmaria.E poi le sacre carte non son pieneDi maghi e streghe e cose simiglianti?E in chiesa l'acqua santa a che si tiene?E a che si fanno tanti preghi e tantiSu le campane? Perchè suonin bene,E la fune e il battaglio non si stianti?Si fanno solo per guastar con esseLe traversie, che il diavol ci facesse.[vii]Bonne, francese; aja, governante, bambinaja.

[i]Da non confondersi con l'altra dal titolo stesso, riportata a pag. 308 del volume presente.

[ii]Imbonìsignifica non soloplacare, anzi pureindurre,persuadere.

[iii]Strusà, strascinare, strascicare.Strusà giò, strascinare abbasso tirar giù.

[iv]Domàonomà, solo, soltanto, solamente.

[v]Ciappin, demonio, diavolo. Vedi pag. 191 del presente volume. In NapoletanoChiappinovuol dire, secondo il Galiani, furbo, astuto, onde forse loScapinfrancese.Cortese.Lo Cerriglio 'ncantato. VII, 21.

Ma Tonno mò', ch'era 'no gran chiappino,Sentette da lontano lo grà' addore.

Ma ognun vede, esser questo un senso traslato, metaforico. Non so che relazione abbiano ilCiappinmilanese ed ilChiappinonapoletano, con loScappinotoscano. Nella stanza XXXIX del primo cantare delMalmantile, si legge, che alcuni soldati orbi di Bieco de' Crepi, duca d'Orbetello, monocolo.—«Dietro al Duca, che ognun guarda a traverso, vanno cantando l'aria di Scappino.» E nelle note:—«L'aria di Scappinoera una canzonetta, che cantavano i ciechi, in piazza del Granduca in Firenze, a' tempi del poeta.»—Quanto avrebbe meglio fatto l'annotatore, trascrivendola e non profanando il nome di poeta, con l'applicarlo al Lippi!

[vi]Questa invocazione del diavolo, ci mostra che qui lastriaè semplicemente una strega, non già una fata. NelPentameronesi tratta d'un'Orca, Il mescuglio delle fate col diavolo è cosa letteraria, appartenendo queste due creazioni a due cicli mitici diversi. (Ricciardetto XX 1—3).

Il diavol, donne mie, può far gran cose:Basta solo, che dio lo lasci fare.Però non siate punto dubitoseDi? ciò che udiste ed udrete cantareDe l'opere di lui meravigliose.Chè, sebbene il tristaccio non appare,E su le fate si versa la broda;Ei però vi pon sempre e corno e coda.So ben, che ci son molte come voi,Che credono romanzi e favoletteLe cose delle fate: ma son buoi,Nè sanno che il demonio non perdetteIn uno con la grazia i pregi suoi,E le virtù, che dio gli concedette;Le quali tante sono, che potriaGuastare il mondo in un'Avemmaria.E poi le sacre carte non son pieneDi maghi e streghe e cose simiglianti?E in chiesa l'acqua santa a che si tiene?E a che si fanno tanti preghi e tantiSu le campane? Perchè suonin bene,E la fune e il battaglio non si stianti?Si fanno solo per guastar con esseLe traversie, che il diavol ci facesse.

[vii]Bonne, francese; aja, governante, bambinaja.

[8]Non fa che(sic). Leggi e dì:non fa se non.[9]Queste incombenze ineseguibili riconducono naturalmente al pensiero il mito di Psiche. Vedi l'altre fiabe di questa raccolta, intitolateLa bella e la brutta(pag. 195) eLa Prezzemolina(pag. 209) Cf.Pitré. (Op. cit.) XV.Lu Re di Spagna; XVIIMarviziaecc. ecc. ecc.

[8]Non fa che(sic). Leggi e dì:non fa se non.

[9]Queste incombenze ineseguibili riconducono naturalmente al pensiero il mito di Psiche. Vedi l'altre fiabe di questa raccolta, intitolateLa bella e la brutta(pag. 195) eLa Prezzemolina(pag. 209) Cf.Pitré. (Op. cit.) XV.Lu Re di Spagna; XVIIMarviziaecc. ecc. ecc.


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