L'ELISIR DI LUNGA VITA
Nell'esordio della vita letteraria dell'autore un amico morto da tempo, gli fornì il soggetto di questo studio che più tardi trovò in una raccolta pubblicata verso il principio di questo secolo; e, secondo le sue congetture, è una fantasia dovuta al Hoffmann di Berlino, pubblicata in qualche almanacco di Germania e dimenticata nelle opere di lui dagli editori. La Commedia Umana è abbastanza ricca d'invenzioni per permettere all'inventore di confessare un innocente prestito; come il buon La-Fontaine, egli del resto avrà trattato al modo suo e senza saperlo un fatto già narrato. Questo non fu uno di quegli scherzi di moda nel 1830, epoca in cui ogni autorefaceva dell'atroce, per il piacere delle ragazze. Quando sarete arrivato all'elegante parricidio di Don Giovanni, cercate di indovinare la condotta che in circostanze presso a poco simili terrebbero quegli onesti che, nel secolo decimonono, prendono danaro a vitalizio sulla fede di un catarro, e quelli che affittano una casa ad una vecchia per tutto il resto dei suoi giorni. Risusciterebbero essi i loro assicurati? Desidererei che dei pesatori giurati di coscienze esaminassero qual grado di somiglianza può esistere fra Don Giovanni ed i padri che maritano le loro figlie a motivodelle speranze. La società umana che, al dire di alcuni filosofi, cammina nella via del progresso, considera come un passo verso il bene l'arte di attenderela morte? Questa scienza ha creato dei mestieri onorevoli, mediante i quali si vive della morte. Lo stato sociale di certe persone è quello di sperare una morte; la covano, accoccolandosi ogni mattina sopra un cadavere, e se ne fanno un guanciale per la sera: sono i coadjutori, i cardinali, i sopranumerari, i tontinieri, ecc. Aggiungetevi molte persone delicate, che hanno premura di acquistare una proprietà il cui prezzo è superiore ai loro mezzi, ma che stabiliscono logicamente ed a freddo le probabilità di vita che restano ai loro padri od alle loro suocere, ottuagenarie o settuagenarie, dicendo: — «Prima di tre anni erediterò necessariamente e, allora....» Un omicida ci dà meno nausea di una spia. L'omicida ha forse ceduto a un moto di pazzia, può pentirsi, riabilitarsi. Ma la spia è sempre spia; è spia in letto, a tavola, camminando, di giorno, di notte; è vile ogni minuto. Si può essere omicida come è vile una spia? Eppure non ravvisate nella società una folla di esseri indotti dalle nostre leggi, dai nostri costumi, dagli usi, a pensare incessantemente alla morte dei loro, ad agognarla?
Essi pensano ciò che vale una bara contrattando deicachemiresper le loro donne, salendo le scale di un teatro, desiderando di andare aiBouffons, sospirando una carrozza. Assassinano delle care creature, incantevoli di innocenza, nel momento in cui la sera offrono loro da baciare le fronti infantili dicendo: «Buona sera, papà!» Vedono ad ogni momento degli occhi che vorrebbero chiudere e che si riaprono ogni mattina alla luce come quelli di Belvidero in questostudio. Dio solo sa il numero di parricidii che si commettono col pensiero! Figuratevi un uomo che deve passare mille scudi di rendita vitalizia ad una vecchia, e che ambedue vivono in campagna, separati da un ruscello, ma abbastanza estranei l'uno all'altra, per potere odiarsi cordialmente senza mancare a quelle convenienze umane che mettono una maschera sul viso di due fratelli, di cui l'uno avrà il maggiorasco, l'altro una legittima. Tutta la civiltà europea riposa sull'ereditàcome sopra un perno; sarebbe stoltezza sopprimerlo, ma non si potrebbe, come nelle macchine che formano l'orgoglio della nostra epoca, perfezionare questa ruota essenziale?
Se l'autore ha conservato questa vecchia formola:Al lettorein un'opera in cui cerca di rappresentare tutte leforme letterarie, si è per fare un'osservazione relativa ad alcuni studii ed in ispecie a questo. Ognuna delle sue composizioni è basata su delle idee più o meno nuove, la cui manifestazione gli sembra utile; può tenere alla priorità di certe forme, di certi pensieri, che, di poi, sono passati nel dominio letterario, e si sono talvolta volgarizzati. Le date della primitiva pubblicazione di ciascun studio non devono dunque riuscire indifferenti a quelli dei lettori che vorranno rendergli giustizia.
La lettura ci procura amici sconosciuti, e quale amico è un lettore! Abbiamo degli amici noti che non leggono una riga di nostro! L'autore spera aver pagato il suo debito dedicando quest'operaDiis Ignotis.
In un sontuoso palazzo di Ferrara, una sera d'inverno Don Juan Belvidero, dava un festino ad un principe della casa d'Este. A quell'epoca una festa era uno spettacolo meraviglioso che solo potevano realizzare ricchezze da re o da gran signore. Sedute intorno ad un tavolo illuminato da candele profumate, sette allegre dame scambiavano dolci propositi fra ammirabili capi d'opera, i cui candidi marmi si staccavano sulle pareti di stucco rosso e contrastavano coi ricchi tappeti di Turchia. Vestite di seta, scintillanti d'oro e cariche di pietre preziose che brillavano meno degli occhi loro, tutte raccontavano energiche passioni, ma diverse come lo erano le loro bellezze. Esse non differenziavano nè di parole nè di idee; l'aria, uno sguardo, qualche gesto e l'accento servivano alle loro parole di commentarii libertini, lascivi, melanconici o scherzosi.
Una pareva dire: — La mia bellezza sa riscaldare il cuore gelato dei vecchi.
L'altra: — Amo restare sdrajata sui cuscini, per pensare con ebbrezza a quelli che mi adorano.
Una terza, novizia di queste feste, voleva arrossire: — In fondo del cuore sento un rimorso, ella diceva. Sono cattolica ed ho paura dell'inferno. Ma vi amo tanto, oh tanto, che posso sacrificarvi l'eternità.
La quarta, vuotando una tazza di vino di Chio, sclamava: — Viva l'allegria! Ad ogni aurora io prendo una nuova vita. Dimentica del passato, ebra ancora degliassalti della vigilia, tutte le sere esaurisco una vita di felicità, una vita piena d'amore!
La donna seduta presso Belvidero lo guardava con occhi infocati. Era silenziosa. — Non mi affiderei aibraviper uccidere il mio amante, se mi abbandonasse! Poi aveva riso; ma la sua mano convulsiva rompeva una scatola d'oro da confetti, miracolosamente scolpita. — Quando sarai tu granduca? dimandò la sesta al principe con una espressione di gioja omicida fra i denti, e di delirio bacchico negli occhi. — E tu, quando morrà tuo padre? disse la settima ridendo e gettando il suo mazzo a Don Giovanni con un gesto inebriante di civetteria. Era una innocente giovinetta, avvezza a scherzare con tutte le cose sacre. — Ah! non me ne parlate, gridò il giovine e bello Don Juan Belvidero, non vi è al mondo che un padre eterno, e sventura vuole che l'abbia io.
Le sette cortigiane di Ferrara, gli amici di Don Giovanni ed il principe stesso gettarono un grido d'orrore. Duecento anni dopo e sotto Luigi XV la gente di buon gusto avrebbe riso di quella sortita. Ma fors'anche sul principio di un'orgia le anime avevano ancora troppa lucidità. Ad onta del fuoco delle candele, del grido delle passioni, dell'aspetto dei vasi d'oro e d'argento, del fumo dei vini, ad onta della contemplazione delle donne più incantevoli, vi era forse ancora, nel fondo dei cuori, un po' di quella vergogna per le cose umane e divine che lotta fino a tanto che l'orgia l'abbia annegata negli ultimi fiotti d'un vino spumante. Tuttavia i fiori erano già appassiti, gli occhi si inebetivano, e l'ubbriachezza guadagnava terreno, secondo l'espressione di Rabelais, fino ai sandali. In quel momento di silenzio, s'aprì una porta e, come al convito di Baldassare, Dio si fece riconoscere; comparve sotto le sembianze di un vecchio domestico dai capelli bianchi, dal passo tremante, dalle sopraciglia contratte; entrò con aria triste, sprezzò con un'occhiata le corone, le tazze di vermiglia, le piramidi di frutta, lo splendore della festa, la porpora dei volti sbalorditi ed i colori dei cuscini su cui si affondavano le candide braccia delle donne; finalmente gettò il lutto su quella follia dicendo con voce cavernosa queste tristi parole: — Monsignore, vostro padre è moribondo. Don Giovanni si alzò dicendo ai suoi ospiti un gesto che può tradursi così: «Scusatemi, non sono cose che accadono tutti i giorni.»
La morte di un padre non sorprende spesso i giovan nel mezzo degli splendori della vita, nel seno delle follie di un'orgia? La morte è così subitanea ne' suoi capricci come una cortigiana nelle sue collere; ma, più fedele, non ha mai ingannato alcuno.
Quando Don Giovanni ebbe chiusa la porta della sala, camminò in una lunga galleria altrettanto fredda quanto oscura, e si sforzò di assumere un'apparenza teatrale; pensando alla sua parte di figlio aveva buttata via col tovagliolo la mattana. La notte era nera. Il servitore silenzioso che conduceva il giovine verso una camera mortuaria, faceva scarsamente lume al suo padrone, di modo che lamorte, ajutata dal freddo, dal silenzio, dall'oscurità, per una reazione d'ubbriacatura forse, potè insinuare alcune riflessioni nell'animo di questo dissipatore, che interrogò la sua vita e divenne pensieroso come un uomo sotto processo che s'incammina al tribunale.
Bartolomeo Belvidero padre di Don Giovanni era un vecchio nonagenario che aveva passata la maggior parte della sua vita nei traffichi mercantili. Avendo spesso attraversati i magici paesi dell'Oriente, aveva acquistate immense ricchezze e cognizioni, come egli diceva, più preziose dell'oro e dei diamanti dei quali allora più non si curava. — Preferisco un dente ad un rubino ed il potere al sapere, diceva qualche volta sorridendo. Questo buon padre si compiaceva nell'udire Don Giovanni raccontargli una scappata giovanile, e diceva con aria maligna prodigandogli l'oro: Mio caro figlio, non fare altre sciocchezze che quelle le quali ti divertiranno. — Era il solo vecchio che provasse piacere a vedere un giovane; l'amor paterno lo illudeva nella contemplazione di una vita così brillante. All'età di sessant'anni Belvidero si era innamorato di un angelo di pace e di bellezza. Don Giovanni era stato il solo frutto di questo tardo e passeggero amore. Dopo quindici anni il buon uomo deplorava la perdita della sua cara Juana. I numerosi suoi servitori e suo figlio attribuivano a questo dolore del vecchio le singolari abitudini che aveva contratte. Rifugiato nell'ala più incomoda del suo palazzo, Bartolomeo non ne usciva che assai di rado, e Don Giovanni stesso non poteva penetrare nell'appartamento di suo padre senza averne ottenuto il permesso. Se questo volontario anacoreta andava e veniva nel palazzo, o perle vie di Ferrara, pareva in cerca di cosa che gli mancasse; camminava tutto impensierito, indeciso, preoccupato come un uomo in lotta con un'idea o con un ricordo. Mentre il giovane dava delle feste sontuose, ed il palazzo rimbombava degli scoppii della sua gioja, i cavalli scalpitavano nelle corti e i paggi questionavano giocando ai dadi sui gradini, Bartolomeo mangiava sette oncie di pane al giorno e beveva dell'acqua. Se gli occorreva un po' di pollame, era per darne le ossa ad un barbone nero, suo fedel compagno. Durante la malattia, se il suono del corno e gli abbajamenti dei cani lo sorprendevano nel sonno, si accontentava di dire: — Ah! è Don Giovanni che rincasa.
Su questa terra non si era mai incontrato un padre così comodo e così indulgente, quindi il giovane Belvidero, avvezzo a trattarlo senza complimenti, aveva tutti i difetti dei fanciulli viziati; viveva con Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un antico amante, facendo passare un'impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon umore e lasciandosi amare. Ricostruendo mentalmente il quadro dei suoi anni giovanili, Don Giovanni si accorse che gli sarebbe stato difficile trovare in difetto la bontà di suo padre. Sentendo in fondo al cuore nascere un rimorso, nel momento in cui attraversava la galleria, si sentì quasi spinto a perdonare a Belvidero d'aver vissuto così a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un ladro diventa uomo onesto per il possibile godimento di un milione bene occultato. In breve il giovane attraversò le alte e fredde sale che componevano l'appartamento di suo padre. Dopo aver provato gli effetti d'un'atmosfera umida, respirata l'aria densa, l'odore stantìo che esalava dalle vecchie tappezzerie e dagli armadii coperti di polvere, si trovò nell'antica camera del vecchio, davanti a un letto nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada posta sopra un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli ineguali degli sprazzi di luce più o meno forti sul letto e mostrava così la figura del vecchio sotto aspetti sempre diversi. Il freddo fischiava attraverso le finestre mal chiuse; e la neve sferzando i vetri produceva uno strepito sordo. Questa scena faceva un contrasto così spiccato con quella che Don Giovanni aveva lasciata, che non potè a meno di trasalire. Poi ebbe freddo quando,avvicinandosi al letto, un barbaglio abbastanza violento di luce, spinto da un soffio di vento, illuminò la testa di suo padre; i lineamenti ne erano scomposti, la pelle aderente alle ossa aveva delle tinte verdognole che la bianchezza del guanciale su cui riposava il vegliardo rendeva ancora più orribili; contratta dal dolore, la bocca semichiusa e priva di denti lasciava passare alcuni sospiri la cui lugubre energia era sostenuta dagli urli della tempesta. Ad onta di questi segni di distruzione, su quella testa splendeva un carattere incredibile di potenza. Uno spirito superiore vi combatteva la morte. Gli occhi, infossati dalla malattia, avevano una fissità singolare. Pareva che Bartolomeo cercasse col suo sguardo di morente di uccidere un nemico steso ai piedi del suo letto. Quello sguardo fisso e freddo era tanto più spaventoso, in quanto che la testa restava in una immobilità simile a quella dei cranii posti sulle tavole dei medici. Il corpo, nettamente disegnato dalle coperte del letto, annunziava che le membra del vecchio avevano la stessa rigidezza. Tutto era morto, meno gli occhi. I suoni poi che uscivano dalla bocca avevano qualche cosa di meccanico. Don Giovanni provò una certa vergogna di arrivare al letto di suo padre morente conservando sul petto il mazzolino di una cortigiana, e portandovi i profumi di una festa ed il sentore del vino.
— Tu ti divertivi! sclamò il vecchio, vedendo suo figlio.
Nello stesso momento la voce pura e leggiera d'una cantante che rallegrava i convitati, fortificata dagli accordi della viola sulla quale si accompagnava, dominò i rantoli dell'uragano, e risuonò fino in quella funebre stanza. Don Giovanni voleva non intendere quella selvaggia affermazione data a suo padre.
Bartolomeo disse: — Non te ne faccio un carico, figliuol mio.
Questa parola piena di dolcezza fece male a Don Giovanni, che non perdonò a suo padre quella pungente bontà. — Che rimorso per me, padre mio! gli disse ipocritamente. — Povero Juanino, rispose il morente con voce sorda, sono sempre stato così buono con te, che tu non desidererai la mia morte? — Oh, sclamò Don Giovanni, se fosse possibile rendervi la vita dandovi una parte della mia! (Queste cose si possono sempre dire,pensava lo scialacquatore; gli è come se offrissi il mondo alla mia amante.) Appena finito il suo pensiero, il barbone abbajò. Quella voce intelligente fece fremere Don Giovanni: credette di essere stato compreso dal cane. — Sapeva bene, figlio mio, che potevo contare su di te, gridò il moribonda Io vivrò. Va, tu sarai contento. Vivrò, ma senza toglierti un giorno di quelli che ti appartengono. — Ha il delirio, disse fra sè Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: Si, caro padre, voi vivrete certo, tanto come me, giacchè la vostra imagine sarà continuamente nel mio cuore. — Non si tratta di questa vita, disse il vecchio signore raccogliendo le sue forze per mettersi a sedere, giacchè fu agitato da uno di quei sospetti che non nascono se non sotto il capezzale dei morenti. Ascolta, figlio mio, continuò con una voce affievolita da quest'ultimo sforzo, io non ho maggior voglia di morire che tu non l'abbia di far senza innamorate, vino, cavalli, falconi, cani ed oro. — Lo credo bene, pensò il figlio inginocchiandosi davanti al letto e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. Ma, riprese a dire, padre mio, mio caro padre, bisogna sottomettersi alla volontà di Dio! — Dio son io, replicò il vecchio brontolando. — Non bestemmiate! gridò il giovane vedendo l'aria minacciosa che assunsero i tratti di suo padre. Guardatevene bene; avete ricevuta rastrema unzione ed io non potrei più consolarmi, se vi vedessi morire in peccato. — Vuoi ascoltarmi? gridò il morente ringhiando.
Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso i pesanti fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo, l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre mio.
— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.
— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per dire: appena avrò reso l'ultimosospiro, mi strofinerai tutto con quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.
Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore, ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è finito, esclamò Don Giovanni.
Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva. Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri. Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egliaveva quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una allegra brigata che cerca di raccogliersi.
La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh! il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte? disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un gran buon uomo, ella rispose.
Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.
Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul qualefu monsignoredoveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.
Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!
Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava, meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel suo cuore:Imbevigli un occhio!Prese un pannolino e dopo averlo con parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciulloin una testa da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e, protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno. Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni, e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere; una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni, gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.
Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. — Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. — Scotta, gridò egli sedendo.
Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe, avesse combattuto contro un angelo.
Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi, raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile, schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo. Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni guardando la bestia fedele.
Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente tranquillo se nonil giorno in cui la statua paterna, inginocchiata davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa, in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora divenneDon Giovanni!
Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di unlessoperiodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del frutto per gustarne la polpa saporita.
La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi, si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne chela donna, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave, espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, dicevanoi! Sapeva mirabilmente lasciarsi trascinare da unadonna. Era sempre abbastanza forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.» Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte. In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male, esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di insultarele cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora, sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni, idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze? rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita, ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja, esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.
E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...
Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.
Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni; è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi. Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a stabilirsi in Ispagna.
Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma, per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non cicuriamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte. Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare; ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria. Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse del proverbio:a padre avaro figliuol prodigo. L'abate di San Lucar fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo, bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii. Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni, sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa. Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.
Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signorDon Giovanni Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità. Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava, si addormentava la sera su unforse! Questo modello di buon genere, questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato, una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie, mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio! come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore, le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva persè un lume scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della gioventù scherzavano come ombre.
Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido. — Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a rivelare questo mistero a mio figlioin articulo mortis. Troverete la fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di eseguire puntualmente i miei ordini.
Filippo guardò suo padre. Don Giovanni era troppo al fatto dei sentimenti umani per non morire in pace sulla fede di un tal sguardo. — Tu meritavi un altro padre, aggiunse Don Giovanni. Oso confessarti che nel momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava il viatico, io pensava all'incompatibilità di due potenze così grandi come il diavolo e Dio... — Oh! padre mio! — E riflettevo che quando Satana farà pace, dovrà, se non vuol essere un gran miserabile, stipulare il perdono dei suoi aderenti. Questo pensiero mi perseguita. Andrai dunque all'inferno se tu, mio figlio, non adempi la mia volontà — Ditemela subito, papà. — Appena avrò chiusi gli occhi, continuò Don Giovanni dopo alcuni minuti,prenderai il mio cadavere, ancora caldo, e lo stenderai su una tavola in mezzo a questa stanza. Poi spegnerai questa lampada; deve bastare la luce delle stelle. Mi spoglierai dei miei abiti; e mentre tu reciterai deipatere degiiavesollevando l'anima a Dio, avrai cura di umettare con quest'acqua santa i miei occhi, le mie labbra, tutta la testa per prima, poi successivamente le membra del corpo; ma, caro figlio mio, la potenza di Dio è così grande che non dovrai stupirti di nulla!
Allora Don Giovanni, che sentiva avvicinarsi la morte, aggiunse con voce terribile: — Tieni ben franca la fiala. Poi spirò dolcemente nelle braccia d'un figlio le cui lagrime abbondanti caddero sulla sua faccia ironica e smorta.
Era circa la mezzanotte quando Don Filippo Belvidero collocò il cadavere di suo padre sulla tavola. Dopo averne baciata la fronte minacciosa e i capelli grigi, spense la lampada. Il lume dolce prodotto dal chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri illuminavano la campagna, permisero a Filippo di intravedere indistintamente il cadavere di suo padre come qualche cosa di bianco in mezzo all'ombra. Il giovine imbibì del liquore un pannolino, ed assorto nella preghiera unse fedelmente quella testa sacra in mezzo ad un profondo silenzio. Intendeva, è vero, dei fremiti indefinibili, ma li attribuiva agli scherzi del venticello fra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio destro, si sentì stringere fortemente il collo da un braccio giovane e vigoroso, il braccio di suo padre! Gettò un grido straziante e lasciò cadere la fiala che si spezzò. Il liquore svaporò. La gente del castello accorse, munita di torcie. Quel grido li aveva spaventati e sorpresi, come se la tromba del giudizio universale avesse scosso l'universo. In un momento la camera fu piena di gente. La folla tremante vide Don Filippo svenuto, ma tenuto fermo dal braccio potente di suo padre che gli serrava il collo. Poi, cosa sopranaturale, gli astanti videro la testa di Don Giovanni, giovane e bella come quella dell'Antinoo; una testa dai capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia che si agitava spaventevolmente senza poter muovere lo scheletro cui apparteneva. Un vecchio servo gridò: — Miracolo! E tutti gli spagnuoli ripeterono: Miracolo! Troppo pia per ammettere i misteri della magia, Dona Elvira mandò a cercare l'abate di San Lucar. Allorchè il priore vide il miracolocogli occhi proprii, risolse di approfittarne da uomo di spirito e da abate che meglio non domandava di un aumento delle sue rendite. Dichiarando tosto che il signor Don Giovanni sarebbe infallibilmente canonizzato, decretò la cerimonia dell'apoteosi nel suo convento, che d'allora in poi, disse, si chiamerebbe San-Juan-de-Lucar. A quelle parole la testa fece un smorfia abbastanza comica.
Il gusto degli Spagnuoli per siffatte solennità è così noto, che non deve essere difficile credere alle baldorie religiose colle quali l'abate di San Lucar celebrò la traslazione delbeato Don Juan Belvideronella sua chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di quell'illustre signore, il miracolo della sua imperfetta risurrezione si era subitaneamente narrata di villaggio in villaggio in un raggio di oltre cinquanta leghe attorno a San Lucar, ed era già uno spettacolo vedere i curiosi per le strade; essi vennero da tutte le parti, ingolositi da unTe Deumcantato al chiarore delle fiaccole. L'antica moschea del convento di San Lucar, meraviglioso edifizio inalzato dai Mori e le cui volte udivano da tre secoli il nome di Gesù Cristo sostituito a quello di Allah, non potè contenere la folla accorsa a vedere la cerimonia. Stipati come formiche, gli hidalgos in mantello di velluto, armati delle loro buone spade, stavano in piedi attorno ai pilastri senza trovar posto da piegare le ginocchia, le quali non si piegavano che là. Incantevoli paesane, i cui corsetti disegnavano le vaghe forme, davano il braccio a vecchi coi capelli bianchi. Giovani dagli occhi di fuoco si trovavano a fianco di vecchie signore in gala. Poi erano coppie ansimanti di gioja, fidanzate curiose condotte dai loro innamorati; sposi recenti; fanciulli timidi condotti a mano. Tutta gente ricca di colori, brillante di contrasti, carica di fiori, smaltata, che faceva un grazioso tumulto nel silenzio della notte. Le ampie porte della chiesa si aprirono. Quelli che, venuti troppo tardi, restarono di fuori, vedevano di lontano attraverso le porte aperte una scena di cui le decorazioni vaporose delle nostre opere moderne non saprebbero dare una debole idea. Devote e peccatori, premurose di guadagnarsi le buone grazie di un nuovo santo, accesero in suo onore migliaia di ceri in quella vasta chiesa, lumi interessati che davano un magico aspetto al monumento. Le nere arcate, le colonne e i loro capitelli, le cappelle profonde e brillanti d'oro e d'argento,le gallerie, i rabeschi saraceni, i tratti più delicati di quella scultura gentile, si disegnavano in quella luce sovrabbondante come le figure capricciose che si formano in un braciere ardente. Era un oceano di fuochi, dominato nel fondo della chiesa dal coro dorato ove sorgeva l'altar maggiore, la cui pompa avrebbe rivaleggiato con quella del sole nascente.
Infatti lo splendore delle lampade d'oro, dei candelabri d'argento, delle bandiere, dei pennoni, dei santi e degliex votoimpallidiva davanti alla cassa in cui si trovava Don Giovanni. Il corpo dell'empio scintillava di pietre preziose, fiori, cristalli, diamanti, oro, piume bianche come le ali di un serafino, e sostituiva sull'altare un quadro di Cristo. Intorno a lui brillavano numerosi ceri che lanciavano nell'aria onde di fuoco. Il buon abate di San Lucar, parato cogli abiti pontificali, colla mitra tempestata di pietre preziose, il rocchetto, il pastorale d'oro, sedeva re del coro, sopra una poltrona di un lusso imperiale, nel mezzo di tutto il suo clero, composto d'impassibili vecchi dai capelli d'argento, vestiti di fini camici e che lo circondavano, simili ai santi confessori che i pittori aggruppano intorno al Padre Eterno. Il gran cantore ed i dignitarii del capitolo, decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica, andavano e venivano in mezzo alle nubi d'incenso, simili agli astri che circolano sul firmamento. Quando giunse l'ora del trionfo, le campane destarono gli echi delle campagne, e quell'immensa assemblea lanciò verso Dio il primo grido delle lodi col quale comincia ilTe Deum, grido sublimo! Erano voci pure e leggiere, voci di donne in estasi, miste alle voci gravi e forti degli uomini, migliaja di voci così potenti, che l'organo non ne dominò l'assieme ad onta dei muggiti delle sue canne. Soltanto le note acute, giovanili, dei ragazzi del coro, e le lunghe note di alcuni bassi, suscitarono delle idee graziose, dipinsero l'infanzia e la forza, in quell'incantevole concerto di voci umane confuse in un sentimento d'amore. —Te Deum laudamus!
Dal seno di quella cattedrale gremita di donne ed uomini inginocchiati, il canto uscì simile ad una luce che scintilla d'un tratto nella notte, ed il silenzio fu rotto come da un colpo di tuono. Le voci si sollevarono colle nubi d'incenso che gettavano veli diafani ed azzurrognoli sulle fantastiche meraviglie dell'architettura. Tutto era ricchezza,profumo, luce, melodia. Nel punto in cui quella musica d'amore e di riconoscenza si lanciò verso l'altare, Don Giovanni, troppo galante per non ringraziare, troppo spiritoso per non capire la burla, rispose con un riso terribile e si compose con dignità nella sua cassa. Ma il diavolo avendo richiamato alla sua mente l'eventualità che correva di essere preso per un uomo ordinario, un santo, un Bonifacio, un Pantaleone, turbò quella melodia d'amore con un urlo al quale si unirono le mille voci dell'inferno. La terra benediva, il cielo malediva. La chiesa ne tremò sulle antiche fondamenta. —Te Deum laudamus!diceva l'assemblea. — Andate a tutti i diavoli, bestioni che siete! Dio, Dio!Carajos demonios, animali, quanto siete stupidi col vostro decrepito Dio!
E un torrente d'imprecazioni si sprigionò come un torrente di lave ardenti in una eruzione del Vesuvio. —Deus Sabaoth, Sabaoth!gridarono i cristiani. — Voi insultate la maestà dell'inferno, rispose Don Giovanni, la cui bocca digrignava i denti.
Poco dopo il braccio vivo potè passare al di sopra della cassa e minacciò l'assemblea con gesti pieni di disperazione ed ironia. — Il Santo ci benedisce, dissero le vecchie, i fanciulli ed i fidanzati, gente credula.
Ecco come spesso siamo delusi nelle nostre adorazioni. L'uomo superiore si burla di quelli che lo complimentano, e complimenta qualche volta quelli dei quali si burla in fondo al cuore.
Nel momento in cui l'abate, prosternato davanti all'altare, cantava: —Sancte Johannes ora pro nobis!udì abbastanza distintamente: — O minchione! — Che cosa succede lassù? gridò il sottopriore vedendo moversi la cassa. — Il santo fa il diavolo, rispose l'abate.
Allora quella testa viva si staccò violentemente dal corpo che non viveva più e cadde sul cranio giallo del celebrante. — Ricordati di donna Elvira, gridò la testa divorando quella dell'abate.
Quest'ultimo gettò un grido orrendo che turbò la cerimonia. Tutti i preti accorsero e circondarono il loro sovrano. — Imbecille, di' dunque che vi è un Dio! gridò la voce nel momento in cui l'abate, morsicato nel cervello, spirava.