XVII.

Alla vista di don Francesco ella vacillò; ma l'odio, quel sentimento, che soverchiava tutti gli altri nel suo cuore, ridestò il suo ardire.

—Come? gli disse con alterigia, voi qui? in questa casa, dopo averne ucciso il padrone? È troppo, e non lo soffrirò.

—Infame! rispose il duca, mentre rinchiudeva l'uscio.

E senz'altro:

—La vostra complice è morta!

—La mia complice! che volete dire?

—Che la donna, colla quale tramaste la perdita della duchessa, colla quale tentaste avvelenarla, è punita.

Donna Maria si sentì mancare; comprese che donna Livia era salva ancora e provò un fremito di rabbia. Indi:

—Questa è una calunnia, disse con sprezzo.

—No, non è calunnia, e voi il sapete.

—Quali prove avete voi?… domandò la principessa sdegnosa.

—Un biglietto della figlia del cavaliere dell'Isola, che accusa voi e sua cognata.

—Ella mente.

—Non mente una donna abbastanza generosa per dar la sua vita in vantaggio d'un'altra: la donna, che salvò la duchessa, e che la vostra complice ha ora avvelenata.

Donna Maria rimase un istante attonita. Gabriella era morta! Camilla l'aveva uccisa perchè aveva salvato donna Livia! Ed il duca parlava di generosità!… Egli!…

—Sì, continuava don Francesco, ha salvato la duchessa, che voi, infame, odiaste sempre con tanto furore! Che vi fece ella mai?

—Che mi fece? sempre mi abborrì! ma perchè è di me più astuta, dissimulò quell'odio, mentre io non ho mascherato il mio! Persino nel giorno del mio matrimonio ella tentò pormi in disgrazia del principe, a cui parlò a lungo in segreto per questo…. Voi pure la vedeste!…

—V'ingannate! fu egli che volle parlarle per aver notizie di donnaRosalia.

—Oh nol credo!

—Sì, le chiese di donna Rosalia, di cui si era preso giuoco, di donna Rosalia, che vi lasciai sacrificare, grazie a quel segreto, il sapete!… Voi vedete che io non m'adiro, perchè la vendetta non può sfuggirmi.

La principessa rabbrividì; ma come sempre richiamò la sua audacia, e:

—Quale diritto avete voi? Non vi basta avermi ucciso il marito dopo due mesi di matrimonio?

—Vostro marito! voglio che lo rimpiangiate davvero! Che amaramente vi pentiate d'aver giuocato la sua vita ed il vostro avvenire con una temerità incredibile, con una temerità che maledirete!

E le si avvicinò,

—Che contate fare? chiese ella allontanandosi.

—Meno baldanza! Sedete e scrivete.

E le additò un elegante scrittojo.

—Scrivere? che?

—Scrivete! ripetè il duca facendola sedere a forza.

Indi con maggior calma:

—Informate vostro cognato, l'erede di vostro marito, che voi vi recate ad una terra isolata a passarvi qualche tempo. Scrivete! Se nol fate, guai! Pensate che sarebbe peggio per voi…. Ho la prova del vostro delitto…. vel dissi!… Se non vi accuso pubblicamente è soltanto per un riguardo a me stesso. Obbedite!

Donna Maria atterrata obbedì.

Comprese che altrimenti sarebbe stata forse disonorata od uccisa.

Ah! che aveva mai fatto?…

—La campagna ve la provvederò io, riprese il duca con un sorriso, che agghiacciò la principessa. Farò in modo che non possiate più nuocere ad alcuno.

—Voi mi farete assassinare in segreto! Siete capace di tutto, mormorò ella.

—Lo meritereste! E, se non fosse pel timore di attristare troppo donna Livia, lo farei!

Donna Maria respirò. Quantunque indispettita all'eccesso di dovere la propria salute alla sua nemica, pensò che una prigione non è la morte, e che certo troverebbe il modo di escirne. Però quell'avvenire l'atterrì egualmente.

—Ordinerete una carrozza, continuò don Francesco; io vi salirò con voi. Giunta al mio palazzo, la cangerete con una delle mie; partirete con una scorta sicura, che vi condurrà dove ho divisato. Rammentatevi bene: non un grido, non una parola all'escire di qui! Vi assicuro che ve ne pentireste!

—Oh! esclamò ella esasperata, dovrò io rinunciare a tutto? Se donna Livia non mi odiasse, se fosse quale la dite, non vi permetterebbe tale barbarie invece di consigliarvela!

—Ella sarebbe capace di perdonarvi ancora! ma io nol farò, perchè appena libera, tornereste a volerla perdere! Orsù, finitela; partiamo!

—Ah! ella è causa di tutte le mie sventure! Senza coloro, ch'ella inviò a cercare dal conte, io sarei felice! Sia maledetto il giorno, in cui quel superiore li condusse nel mio palazzo!…

—Maledite voi stessa! e rammentatevi che, senza esservi trascinata, tentaste sin da fanciulla di perdere la duchessa. Seguitemi!

—Voi! l'uccisore di mio marito!

—Vi avverto che la mia calma è forzata, che non saprò contenermi a lungo…. Quando penso al male che voleste farmi!… aggiunse con furore….

E prendendola per un braccio, trascinandola quasi:

—Andiamo, le ripetè, e tacete!

Ella tacque. La sua alterigia la consigliò a seguire il duca con una apparente tranquillità.

Qualche momento dopo consegnava ad un servo il biglietto pel cognato.

Quindi salì in carrozza con don Francesco.

L'indomani Marco aveva terminato ogni cosa.

Camilla era per sempre sepolta fra i gorghi del mare.

I servi del palazzo avevano lasciato fare i marinai, perchè sapevano che quella dama forestiera, di cui ignoravano il nome, si era suicidata.

A Gabriella, per ordine del duca, erano stati fatti magnifici funerali, che a Marco sembrarono come un'amara derisione al passato della sventurata figlia del cavaliere dell'Isola.

Il veneziano, recatosi al palazzo del duca, vi era stato ricevuto da donna Livia. Ella lo aveva incaricato di andar a prendere i figli di Gabriella, di cui aveva parlato al marinaio con molta emozione:

—Io voglio, avevagli detto, rimpiazzarla presso loro; finchè saranno esciti dall'infanzia, li lascerò colla loro governante, che pure condurrete qui, ad un mio castello vicino, ove mi reco sovente; e voi, signore, quando verrete a vederli, sarete sempre il benvenuto. Non dimenticherò giammai quanto devo alla sventurata cugina del duca ed a voi stesso.

E Marco, dopo aver narrato alla duchessa la storia di Gabriella, era partito più calmo ed incantato di donna Livia.

Che buona dama è questa giovane! pensava; almeno Gabriella non salvò la vita ad un'ingrata. Non capisco; pare che questa duchessa abbia in passato amato anch'ella Federico di Chiarofonte, a quanto ieri ne udii.

Egli aveva narrato al conte di San Giorgio di quello abboccamento, aggiungendo che la sera istessa si sarebbe imbarcato per Rimini.

Federico disperato, furente, indignato voleva partire con lui.

Aveva dapprima pensato al suicidio, e se ne era dissuaso soltanto quando Dal Pozzo gli ebbe detto che con esso amareggerebbe ancora l'esistenza di donna Livia, la quale avea già tanto sofferto per la passione infelice, ch'egli le aveva ispirata.

Il conte ed il messinese lo avevano condotto, trascinato quasi dal procuratore, il quale, avendo già tutto concluso col duca, non aveva che ad intendersi col giovane cavaliere dell'Isola. Questi lo incaricò dell'azienda de' suoi vasti possedimenti e delle divisioni.

L'ufficiale aveva persuaso Dal Pozzo a seguirlo almeno per qualchetempo; contava vedere una volta il fratello, riabbracciare i figli diGabriella, salutare a Venezia la signora Lorini, quindi recarsi aMilano, e chiedere d'essere inviato in Ispagna per sempre.

Il nome di Chiarofonte, gli dicevano i suoi amici, non è il vostro; quello di vostro padre, che ora avete assunto, quella donna non lo portò; voi siete degno del nome degli Isola, e lo illustrerete sempre più col vostro valore.

—Se non altro, diceva Dal Pozzo, al conte che gli aveva dato tutti i particolari, è liberato da sua moglie, sta meglio di prima; mi pare debba della riconoscenza al duca, che non si accontentò di mezze misure.

Bello, giovane, valoroso, nobile, ricco come egli è finirà per darsi pace. In Ispagna certo non gli mancheranno distrazioni. Io starò con lui finchè sarà più calmo; chi sa, fors'anche per sempre!… Tanto qui mi annojavo!…

Il messinese però aveva perduto ogni fede nei bei sorrisi, benchè non sapesse che donna Maria si fosse contaminata con Camilla.

Si proponeva di essere molto diffidente, molto cauto; l'esempio diFederico lo aveva istruito.

……………………………………………………….. ………………………………………………………..

Il giorno stesso il conte di San Giorgio si recava dal duca, come glielo aveva promesso.

Fu ricevuto all'istante.

Trovò don Francesco in piedi nel suo gabinetto.

Entrambi si guardarono perplessi. Forse pensavano al giorno, in cui si erano divisi in quel gabinetto medesimo.

Il duca ruppe primo il silenzio.

—Ebbene, cavaliere, chiese al cugino con un sorriso alquanto ironico, come sta il Gran Maestro?

—Vi comprendo, duca, rispose il povero conte sorridendo anch'egli, ma io non vi ho mentito; a Malta vi fui, e finchè vi rimasi, serbai il silenzio promessovi.

—Belle promesse, fatte con animo d'ingannare!

—Duca, voi mi offendete: se assecondai donna Livia fu perchè vostro padre mi aveva….

—Bene, bene, interruppe don Francesco, non parliamone più.

—Infatti sarà meglio.

—Sedete, conte.

—Volentieri.

Entrambi sedettero.

—E così, chiese don Francesco, che novità abbiamo?

—Il cavaliere dell'Isola parte stassera con Dal Pozzo; conta recarsi fra qualche mese in Ispagna per sempre.

Il duca respirò.

—S'imbarcheranno sulla nave di quel veneziano, che mi narrò essere stato incaricato dalla duchessa di condurle i figli della sventurata, che la salvò.

Il duca esitò un poco, indi:

—A proposito della duchessa, conte, alcuni trovano la vostra devozione per lei un po' eccessiva.

—Comprendo, rispose il cavaliere di Malta alquanto imbarazzato, che vi furono fatte delle insinuazioni.

—Ebbene sì, non nego; e prima di riprendere la stretta relazione, che aveste sempre colla famiglia, troverete giusto che io desideri qualche spiegazione.

Queste parole furono pronunciate senza sdegno; ciò fece pensare al conte che donna Livia aveva già ottenuto dal duca la pace: e benchè un po' turbato, rispose con molta calma.

—Mi spiego le vostre parole colle scene sconvenienti provocate da donna Maria, e vi rispondo senza esitare. Io posso ammirare la duchessa come una donna superiore, ma nulla ho a rimproverarmi nè verso lei, nè verso voi; sicchè non riconosco ad alcuno, nemmeno a voi, duca, il diritto di discendere nel mio cuore e di discuterne i sentimenti. Posso riguardare la vostra felicità come sovrumana, ma non mai osare d'attentarvi nemmeno in pensiero. Donna Livia per me è sacra.

Don Francesco ascoltava attentamente e non lo interrompeva.

Il conte proseguì con maggior dolcezza:

—Duca, come amico, come parente, io vi dico che, se dopo le tante prove che aveste dalla duchessa in questi giorni, dubitaste di lei anche un solo istante, fareste grave oltraggio a lei non soltanto, ma a voi stesso…. Rendetela felice, fatele dimenticare i tanti pencoli corsi, le emozioni penose dì questi giorni ed io sarò contento.

Vi era tanta dignità ed insieme tanta tristezza affettuosa nell'accento del conte che don Francesco, benchè tutt'altro che uomo facile a commuoversi, sentì quasi della compassione per lui; d'altronde aveva promesso a donna Livia di pacificarsi col cugino e gli stese la mano dicendogli:

—Sì, sì, avete ragione.

La pace era fatta. Donna Livia sola aveva potuto ottenerla.

—E vi divertiste, cavaliere, nel vostro viaggio? domandò dopo un momento il duca sorridendo.

—Sì, rispose pure sorridendo il conte; a Venezia vidi delle bellissime feste pel re di Francia, feste, di cui qui in Sicilia non si ha alcuna idea.

Ed intanto pensava alle tanto noje subite ed a certe scene, di cui il duca avrebbe riso se fosse stato presente.

—Ne ho piacere, rispose don Francesco. E tra sè: «Guardate come fanno bene i viaggi; ecco l'austero conte divenuto quasi spiritoso.

—Mi duole, continuò poi, la morte di quella nostra disgraziata cugina; donna Livia se ne rammarica molto.

—Comprendo, ma ditele per tranquillarla che quella infelice era molto sofferente, che poco certo le rimaneva di vita.

—Glielo direte voi stesso.

—Io? chiese il conte con una certa indifferenza.

—Sì, voi, cavaliere; ella desidererà aver qualche particolare sulla missione affidatavi; recatevi da lei domani.

Il duca desiderava dare una prova di fiducia a donna Livia, la quale, lo comprendeva benissimo, aveva pel conte null'altro che dell'amicizia. Federico lo aveva guarito della gelosia e gli aveva dato ben altro a pensare; ei dicevasi che, se donna Livia aveva saputo sacrificare il suo amore per quel giovane, adorato un giorno, per quel bel cavaliere, che le aveva salvato la vita, egli non doveva temere più di alcuno.

Il conte era un po' sorpreso dell'offerta fattagli, ma rispose colla più completa calma.

—Accetto con piacere; così mi congederò da lei.

—Partite ancora?

—Vado a Malta…. E donna Maria? mi è stato detto sia partita per la campagna.

—Non vi fu detto che era partita meco?

—No, ma l'ho pensato.

—Vi dirò dove si trova; l'ho inviata al mio castello solitario di C….; è ben custodita. Capite che non posso lasciar libera una creatura tanto pericolosa. I parenti di suo marito la credono in campagna; non se ne danno alcun pensiero, perchè parmi che in sì poco tempo avesse trovato il modo di farsi voler male anche da loro…. Sapete che l'offendere tutti fu sempre suo costume.

—Non so disapprovarvi; però, se si potesse col tempo sperare in un sincero ravvedimento….. Chi sa che ella sia stata anche un po' trascinata dall'altra!…

—Non credo; è perversa per natura, lo sapete. Anche donna Livia tenta persuadermi di ciò che voi dite, ma io vi penserò ben bene…

—Mi duole che la venuta dei figli del nostro sventurato zio abbia dato luogo a sì tristi scene.

—Oh bene, cercheremo dimenticarle! La povera Gabriella si crede da tutti morta per una violenta convulsione; l'altra nessuno sapeva ancora chi fosse, e non si conoscono le sue colpe; il disonore di donna Maria non è palese…. ed il duello col principe è un duello come tutti gli altri.

—Avete ragione.

Dopo qualche altra parola il conte si alzò; salutò il cugino e partì.

Quel colloquio era stato breve, ma il più amichevole di quanti avessero avuto mai in passato.

Il giorno dopo fu dalla duchessa che il cavaliere di Malta venne introdotto.

Ella l'attendeva; lo ricevette in una sala del suo appartamento.

Il conte provò una viva emozione nel rivederla.

—Oh donna Livia, le disse, finalmente!

Ella sorrise.

-~ Sì finalmente, rispose. Ah! che non avremmo mai potuto prevedere quanto è avvenuto!

E lo fece sedere.

—Dov'è il duca? domandò il conte.

—È partito in carrozza.

—Sono stato ieri da lui.

—Lo so, e godo nel vedervi pacificati una volta.

—Non vi voleva che voi, donna Livia, per compiere tale miracolo.

—Gli avvenimenti terribili di questi giorni vi contribuirono assai più.

—Non lo credo, duchessa.

—Ah! conte, che avrete voi pensato di me? Dal vostro biglietto compresi….

E si arrestò un poco; indi:

—Compresi che tutto sapevate.

—Donna Livia, io non sono meno franco di voi. Sì, seppi ogni cosa.

—Donna Maria certamente vi aveva informato?

—Sin dal primo giorno. Ah! donna Livia, potete immaginare quanto abbia tremato per voi!

—Il cielo permise che escissi illesa da tanti pericoli!

—Fu un vero miracolo.

—Però anche il duca vi contribuì…. Egli, la cui durezza mi fece tante volte orrore, il cui sentire differiva tanto dal mio, mi credette quando tutto mi accusava; mi difese.

—Lo so, e questo mi riconciliò con lui.

—E voi, conte, dubitaste di me?

—No; io non dubitai, donna Livia; avrei prima dubitato di Dio…. Però rimasi un istante, il confesso, stordito, confuso da quelle improvvise rivelazioni ed alle insinuazioni infernali di quelle femmine perverse. Ma fu un istante. Avrei dovuto tacervi questo, ma so che la franchezza non vi offende.

—No, conte.

—Ed ora siete tranquilla?

—Sì e spero esserlo sempre. Solo mi duole la morte della sventurata Gabriella. Sentii però che ella era molto sofferente, che poco forse le rimaneva di vita, e ciò contribuì a calmarmi; altrimenti la sua triste fine sarebbe stata troppo dolorosa per me.

—Era una infelice, signora; quel veneziano deve avervi narrata la sua storia.

—Sì…. e suo fratello?

—È partito stanotte con Dal Pozzo. Conta, dopo aver salutato il fratello e gli amici, recarsi in Ispagna per sempre. Dal Pozzo si propone vivere con lui come in passato, e spera che la sua amicizia, qualche distrazione, una vita nuova potranno ricondurre la pace nel suo spirito.

Il conte aveva detto tutto questo senza alzare gli occhi su donnaLivia.

Povero Federico! pensava ella intanto; indi:

—Voi conoscete dunque Dal Pozzo?

—Sì, e da qualche giorno alloggiava in casa mia.

—E vi narrò egli?… chiese ella un po' esitante.

—In qual modo conosceste Federico, in qual modo sposaste il duca? Sì…. Egli vi fu quasi forzato. Lo trovai la sera stessa del nostro arrivo a Catania; veniva a cercare del suo amico, che un servo gli aveva narrato d'aver veduto risuscitato in Messina. Il povero Dal Pozzo, ignorando tutto, udendo che Chiarofonte era partito per Catania, temette qualche pazzia e corse qui. Mi trovò che escivo dal palazzo del principe, ove avevo appena letto la lettera del duca a donna Maria. Mi domandò di Federico con parole confuse; compresi tutto, lo rassicurai e lo condussi meco. Desideravo, lo confesso, avere qualche schiarimento. Ero sì sorpreso…. attonito…. egli mi soddisfece dopo che gli ebbi narrato come Federico fosse figlio del cavaliere dell'Isola…. Ah duchessa, voi foste dunque infelice?…

—Sì, conte.

—Avete voi dispiacere che Dal Pozzo mi abbia narrato quanto di voi sapeva?

—No, ed anzi per darvi una prova della mia fiducia, vi narrerò in qual modo passarono i primi tempi del mio matrimonio….

—Ah donna Livia, tale confidenza!

—Ve la faccio senza difficoltà alcuna.—Ed era vero. L'intuizione della duchessa le faceva scorgere nel conte un amico, al quale poteva dire senza pericolo anche i pensieri.

—Sì, continuò poi. Io sposai don Francesco soltanto per obbedire a mio padre moribondo, quasi forzatamente. Federico, che avevo amato tanto, che a prezzo del suo sangue mi aveva salvata la vita, che mio padre aveva quasi esortato a recarsi a Lepanto, ove io lo credeva morto, era posto tra me e don Francesco. E ciò non bastava; il carattere del duca, il suo proposito di volermi soggiogare facevano il resto. Mi rammento queste parole, che egli mi disse quasi subito dopo avermi sposata, vedendomi pensierosa e triste: Ciò che soffrii da donna Livia del Faro nol soffrirò da mia moglie. La vostra tristezza mi offende; vi amo molto, ma alfine son vostro marito e comprendete….. Questo discorso non mi sorprese; io avevo già capito che egli amava far paura! È la sua abitudine!…

Il conte sorrise.

—Ma ora il suo carattere non è più sì inflessibile, e spero poterlo cangiare intieramente. E continuando:

—Non crediate, gli risposi, che io sia disposta a soffrire rimproveri od insulti. Di questo rammentatevi bene, don Francesco; io sono stata franca con voi, non vi ho lusingato, non avete dunque il diritto di offendervi della mia tristezza. Non attendetevi da me nè lagrime, nè scene, che umilierebbero me più di quanto potrebbero annoiare voi…. So quanto vi devo, e non vi mancherò…. Ma non potrete, già vel dissi, imprigionare la mia volontà.—Ah! voi mi odiate, rispos'egli. Volete vendicarvi di me, lo comprendo.—V'ingannate; io ho accettato la mia sorte.—Troncai quindi quella spiegazione, che sembrò aver fatto qualche effetto su don Francesco, il quale non toccò più apertamente quell'argomento.—Due orizzonti mi si schiudevano innanzi: o subire il mio destino come una vittima, o resistere e cercare, come una specie di conforto, di volgere al bene il duca a poco a poco.

Mi decisi per questo partito.—Se egli mi ama davvero, dissi, riescirò.—Io tenni parola, cercai vincere il mio dolore. La calma, che opposi sempre a' suoi sì facili trasporti, ottenne assai più di un'aperta resistenza. Egli sembrava amarmi più di prima. Se io vi dicessi che in seguito, comprendendo questo, non provassi mai un sentimento d'affezione per don Francesco, mentirei. L'amarezza, che io gli cagionavo, mi commoveva talvolta; talvolta il mio cuore rimproverava la mia ragione di troppa crudeltà. Ma riconoscevo in lui una di quelle tempre orgogliose e dure, colle quali guai se troppo si cede! Poi un suo sentimento, che urtasse i miei, che li ferisse, mi faceva felicitare della mia fermezza. Confesso che la rimembranza dell'amore infelice, che serbavo in fondo al cuore, aiutava la ragione in me. Pure talvolta io fui per stendere la mano a don Francesco, e per dirgli:—Tutto è dimenticato; ma no; non era tempo ancora. D'altronde la tomba di Federico era sempre dinanzi a me. Così ho potuto offrire a mio marito la mia riconciliazione, l'oblio del passato in un istante supremo. Egli aveva consentito a cedermi, a non provocar Federico, quel Chiarofonte ch'egli aveva odiato tanto, perchè io gli avevo detto essere disposta a morire pria che vedere tale duello. Voi conoscete il duca; comprendete che tale promessa fu per lui un gran sacrifizio….

—È vero!

—Le scene terribili di questi giorni, o piuttosto i pericoli che io corsi lo impressionarono vivamente. Egli è cangiato, il ripeto! Pensò egli stesso ai figli della sua sventurata cugina, ciò che in passato non avrebbe fatto certamente. Ed il vedere che egli stesso vi esortò a venire da me mi è prova che di me più non diffida. Ora dunque mi tengo certa del mio ascendente sopra di lui; farò di non perderlo…. Cogli uomini come il duca occorrono molte precauzioni; saper indovinare quando una cosa, una parola può far buona impressione o cattiva…. insomma….

Ed ella sorrise.

Dopo quanto aveva detto, il conte avrebbe potuto risponderle:—Mi rimetto in voi, signora; ma ei nol fece.

Ella proseguì.

—Lasciandovi leggere nel mio cuore io faccio per voi, caro conte, ciò che non feci mai per alcuno; ricompenso nel modo migliore, credetelo, la vostra amicizia così devota.

—Io vi sono riconoscente di tanta fiducia, signora.

—Poi, continuò donna Livia, lo faccio anche perchè voi, vedendomi sì vecchia d'impressioni, sì riflessiva, vi persuadiate che io non sono una donna da amare.

—Donna Livia, se voi volete persuadermi di questo vi avverto che sprecate il tempo. Del resto il mio amore non fa male ad alcuno. Lasciatemelo, duchessa, esso non può offendervi.

Egli era assai triste nel terminare queste parole.

—Spero egualmente convincervi di quanto vi dico. Guardiamo, cavaliere, le passioni da una regione più alta di esse. Pensiamo a quali mali esse possono trascinare.

Credete voi che se il cavaliere dell'Isola avesse potuto immaginare le angosce, che lo attendevano, i lacci, in cui sarebbero caduti i suoi figli, le scene orribili di questi giorni, credete voi non si sarebbe arrestato inorridito sull'orlo del precipizio, in cui è caduto; che non si sarebbe ucciso di sua mano prima di sposare quella donna, per la quale fu scacciato?

—Non so che dire, donna Livia, voi avete ragione.

—Vedete dunque, continuò la duchessa con una certa filosofia, che sarebbe meglio cangiare i vostri sentimenti per me; riguardarmi come un'amica, una sorella, non pensare nemmeno che mi avete amata altra volta.

—Vi giuro che farò ogni sforzo, ma temo non essere sì coraggioso.

—Il sarete voi meno di me? Perchè io stessa, che parlo così, credetti pochi giorni fa morir dal dolore nel riconoscere i caratteri di Federico, nel saperlo in vita…. E quando il rividi un istante per persuaderlo ad evitare il duca!… allora…. sì, cavaliere, una scintilla di quel mio grande, di quel mio solo amore riaccesa nel mio cuore, sarebbe bastata ad incenerirlo, ma io la soffocai; chè sarei morta prima di mancare a me medesima….

Si arrestò un istante vivamente commossa; indi con maggior calma:

—Vedete dunque che io parlo in conoscenza di causa: convincetevi voi pure delle verità che vi ho dette, e potrete senza rimorso continuare a venire in casa del duca…. Io vi riguardo come un fratello…. farete quanto vi chiedo?…

—Sì, donna Livia.

Ella gli stese la mano, ch'ei baciò rispettosamente.

—Ah! continuò la duchessa, sarei lieta se la rimembranza di questi giorni orribili non vi si opponesse. Il duca fece più di quanto io avrei voluto…. Tinse la sua spada nel sangue del principe, lo uccise…. senza di ciò forse donna Maria non avrebbe ricorso ad una atroce vendetta.

—Sentite, in questo non so dar torto al duca…. Volevate ch'ei si lasciasse offendere impunemente e sopportasse d'essere così vilmente giuocato?… Avreste voi perdonato a quelle donne, che vi tendevano si perfidi lacci…. che vi volevano disonorata ed estinta?

—Se io vi dicessi, conto, che non provai sdegno contro chi mi odiava senza ragione non me lo credereste.

—Io tutto crederei, signora.

—Fareste male, poichè vivamente m'indignai, ed il desiderio della vendetta lo provai anch'io, ma per poco…. Ed ora penso con dolore a donna Maria, che il duca non vuol lasciare assolutamente in libertà e che, per non aver saputo vincere istinti malvagi, perdette sì bella e giovane uno splendido avvenire…. Che sarà di lei?…

—Io pure me lo chiedo con qualche compassione; ma l'idea, ch'ella potrebbe nuocervi ancora la vince…. Ella fu sempre perversa, finta, vendicativa al maggior segno sin da bambina, me lo rammento.

—Per ora, riprese donna Livia, il duca non vuole sentirne parlare; sale in furore al solo udirne pronunciare il nome….

Però chi sa! fra qualche tempo, se si potesse inviarla in luoghi lontani….

Io spero che, per proprio interesse almeno, ella si ravvederà; poco a poco mi lusingo persuader don Francesco…. Agiremo con ogni precauzione, faremo in modo che ella non possa nuocerci mai…. D'altronde la solitudine attuale, le amare riflessioni, il rossore la consiglieranno ad essere cauta, se non possono cangiarle il cuore.

—Speriamo…. E donna Rosalia? soffrì ella molto all'epoca di quello sciagurato matrimonio?

—Moltissimo.

—Andrò a vederla prima di recarmi a Malta, le narrerò tutto.

—Ah! ella fu vendicata terribilmente. Ditele, conte, che fra qualche giorno andremo noi pure a vederla. Lasceremo quindi Catania per lungo tempo, onde più facilmente vincere il ricordo di tante scene penose…. Conte, ora devo pregarvi a perdonare i dispiaceri, le tante noje che vi ho cagionate colla missione affidatavi.

—Che dite, donna Livia?…

Ed il conte, come per distrarre la duchessa, per calmare l'emozione d'entrambi, narrò in succinto il suo viaggio, ed in qual modo aveva trovato i figli del cavaliere dell'Isola in Gabriella ed in Federico di Chiarofonte.

Quando ebbe finita la sua narrazione il cavaliere di Malta si alzò, salutò commosso donna Livia, che gli disse stringendogli amichevolmente la mano:

—Chi avrebbe immaginato tutto questo, quando io distrussi la pergamena?…

End of Project Gutenberg's La pergamena distrutta, by Virginia Mulazzi


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