APPENDICEDEL TRADUTTORE AL LIBRO QUARTO
La città stremata dalle morti.
Ripam.,Lib. I, pag. 4.
V’hanno nella presente storia molti fatti oscuri e controversi, ma nessuno di certo sul quale le opinioni siano tanto divergenti come sulla mortalità cagionata dalla peste. Volerne determinare la cifra con esattezza riesce impossibile, perchè i registri battesimali o mortuarj erano tenuti, a quell’epoca, con gran trascuranza. Inoltre si trovano in questi registri grandi lacune durante il contagio, conseguenza inevitabile delle morti di chi li teneva,e del generale trambusto. Nel secolo XVII non s’aveva idea di quadri statistici, per cui lo storico, in questo argomento, non può fondare le sue opinioni che su congetture.
Mi proverò nondimeno a schiarire possibilmente la questione, e prima di tutto giovi qui riportare le cifre della mortalità, secondo varj autori contemporanei.
Ripamonti, che lavorava sui documenti autentici messi dal Consiglio a disposizione di lui qual storiografo di Milano, dice,giusta la comune congettura, si calcolò morissero140,000persone. (Pag. 222.)
Tadino, stabilendo la popolazione di Milano avanti la peste a 250,000, dice che morirono 185,558, esclusi i religiosi (pag. 136); altrove invece parla dellagrandissima mortalità seguita in numero eccedente di165,000persone(pag. 86).
Somaglia afferma che ne perirono 180,000 oltre i bambini.
L’iscrizione dei Frati della Pace da me riportata (pag. 164) dice 190,000.
Pio della Croce:Morirono entro il circuito della mura150,000di certissima scienza, non mancando chi lo accresce di altri20,000.
Il Rivola nella vita di Federico, lib. V, cap. XIV, più moderatamente:Cessata per divina misericordia la ferocità del morbo, la quale, secondo il calcolo fattosi circa la metà di settembre(1630),trovate furono essere morte di peste122,000persone.
Al Rivola s’avvicina il canonico Torri, che, scrivendo quarant’anni dopo ilRitratto di Milano, diceva:Nel1630,vivendo in que’ tempi anch’io benchè fanciullo, sovvi dire che vidi spettacoli da inorridire pietre non che cuori umani, morendo de’ cittadini più di dugento alla giornata ne’ principj del male, ed in meno di sei mesi nella stessa città più di cento mila. (Pag. 8.)
Siccome però questi ultimi due scrittori non parlano che della mortalità di sei mesi, così estendendola ai due anni e mezzo che durò il contagio (novembre 1629 — febbrajo 1632), si avrebbe una cifra poco minore della citata.
Ma sarà dunque vero che in Milano il contagio mietesse da 160,000 a 180,000 vittime? Su che fondasi questa spaventevole cifra? Sulle vaghe asserzioni del Tadino e del Ripamonti copiati dagli altri, i quali scrissero parecchi anni dopo.
La vera e positiva base su cui istituire i calcoli della mortalità fu, e sarà sempre, la popolazione. Vediamo quindi se indagando qual era la popolazione di Milano d’allora, ne riescisse di sciogliere in modo plausibile la questione.
Che la città nostra anticamente fosse numerosa d’abitanti, pare indubitato,stante le manifatture d’armi, di lane e seterie che occupavano gran numero d’artefici e commercianti. Bonvicino fa ascendere nel 1288 a 200,000 gli abitanti. Il Morigia dice che nel 1590 erano 264,000.
Il Ripamonti:Contava un tempo trecento mila abitanti, duecento mila avanti la peste, ec. (Pag. 6.) Il Tadino va oltre:Trouandosi la città per l’addietro più di duecento cinquanta mila persone.
Ma nel 1630, quando già da un secolo la dominazione spagnuola aveva ruinate le manifatture e il commercio, è egli presumibile ragionevolmente che Milano fosse ancora sì popolato? Arrogi il gran numero di chiese e monasteri che ricettavano un piccolo numero di persone a confronto dell’area occupata.
Io feci lunghe indagini per rinvenire in qualcuno dei vecchi archivj pubblici l’anagrafi della popolazione, eseguita durante la carestia nelle singole parrocchie per ordine del Consiglio che voleva conoscere in modo positivo il numero dei poveri da alimentare. Ma questo documento, di cui parla a lungo il Ripamonti (pag. 225), senza però indicare la cifra, che appunto è ciò che importerebbe, andò fatalmente smarrito; almeno io non ne rinvenni traccia.
Esiste per buona fortuna nell’archivio di San Fedele un registro mortuario dal 1452 in avanti, anno per anno, anzi mese per mese[172]con poche lacune, con importanti annotazioni in margine sulle epidemie e contagi che accrebbero in diversi tempi il numero dei morti.
Questo registro è l’unico documento che offre una base non certa ma plausibile per determinare la popolazione di Milano in date epoche. La mortalità ordinaria si ritiene al sommo di quattro per cento all’anno: aggiungendo tutt’al più un due per cento pei morti negli ospitali e conventi che non venivano notificati, riusciremo in qualche modo a dedurre dai registri della Sanità quale fosse la popolazione.
Nei quattro anni prima della carestia abbiamo il seguente quadro:
Sommando i quali anni trovasi un adequato di 3600, trascurate le frazioni. Aggiungasi il 2 per cento per la mortalità degli ospitali, conventi, ec., e risulterà che la popolazione di Milano avanti la peste era di 140 a 150 mila anime.
Ora quanti è da supporsi ne morissero di peste o d’altre malattie dal novembre 1629 al febbrajo 1632, periodo in cui durò il contagio?
Il citato registro mi dà le seguenti cifre:
I morti nel Lazzaretto, ove, secondo Ripamonti e Somaglia, salirono fino a 1700-1800 per giorno nel maggior furore della pestilenza in luglio e agosto, si possono calcolare al più 60,000, ritenuto come dato abitrario il numero di 1700 morti per giorno, stante l’incremento ed il rallentamento proprio sempre dei contagi. Aggiungasi per ultimo i morti negli ospitali, nei conventi, per le strade e i non registrati, che non si potrebbero con ragionevolezza spingere più di 8000-9000, e si avrà:
La qual cifra ritengo sia la più vicina al vero. In prova di che torna in acconcio un passo del Tadino, il quale scrive cheper le santissime feste del Natale(1631)era restato nella città per le diligenze fatte solamente il numero di64,442persone.
che sarebbe a un dipresso la popolazione di Milano avanti la peste.
Che poi gli abitanti fossero morti più della metà, riducendosi appunto a circa 60,000, lo comprova il più volte citato registro, dal quale risulta, che nel 1632 morirono soli 1795, e che per undici anni, cioè dal 1632 al 1643, la mortalità annua rimase fra i 1700 e 2000, che è appunto la metà di quella dei quattro anni precedenti il contagio.
Quanto alla mortalità del Ducato di Milano è impossibile determinarla per la mancanza di documenti; oltrechè le morti subirono variazioni innumerevoli secondo i paesi, i quali soffrirono più o meno, e alcuni perfino rimasero deserti, essendo periti tutti gli abitanti. Forse però non andrebbe molto lontano dal vero chi facesse ascendere a mezzo milione i periti di contagio nella Lombardia spagnuola.
Tanta perdita di gente recò gravissimo danno all’agricoltura, al commercio, alle arti, e lasciò nei superstiti alla catastrofe e nei loro discendenti un profondo sentimento di terrore. Di ciò fa prova il più volte citato registro, nel quale dal 1630 s’incominciò a porre le iniziali S. S. P., ovvero S. P. S.,sine suspicione pestis — sine pestis suspicione, segnatura d’ordine, che trovasi continuata per un secolo e mezzo, cioè fino al 1780.
«Per tutto il passato secolo (dice Verri)[173]risentì questo infelicissimo stato la enorme scossa di quella pestilenza. Le campagne mancarono di agricoltori; le arti e i mestieri si annientarono; e fors’anche al giorno d’oggi abbiamo dei terreni incolti, che prima di quell’esterminio fruttavano a coltura. Si avvilì il restante del popolo nella desolazione in cui giacque; poco rimase delle antiche ricchezze, e non si citerà una casa fabbricata per cinquant’anni dopo la pestilenza, che non sia meschina. I nobili s’inselvatichirono; ciascuno, vivendo in una società molto angusta di parenti, si risguardò come isolato nella sua patria; e non si ripigliarono i costumi sociali, che erano tanto splendidi e giocondi prima di tale sciagura, se non appena al principio del secolo presente.
Francesco Cusani
FINE DEL LIBRO QUARTO.