Chapter 19

177.Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio. Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia, riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo 1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monzacausata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et robbe. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane morirono a Monza centocinquanta persone.Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto,da queste cassine poscia si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca, separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste..... Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S. Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana, et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre. (Centorio, pag. 7.)178.Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità, o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva estesissimi poteri.179.Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli vivrà immortale.(Centorio, pag. 336.)180.L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj, per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la mendicità.Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri, e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri, ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che poteva.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)181.Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam.182.I magistrati non volevano permettere le processioni per timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo, spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6 ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo Chiodo. La seguente settimana,l’infaticabile Pastore diede principio ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando digiuno quasi fino a notte.Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani. (Lib. IV, cap. IIII.)183.Presso Casalpusterlengo.184.Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni inerenti alla stessa narrazione.185.Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur.186.Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.187.S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente, per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio, portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta, ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo, ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo al luogo dei vivi». (Memoriale, pag. 11, cap. III.)188.S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco, descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi. Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il modo di nuove pompe.«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti nobili e plebei.«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città, ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese. E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne, nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le botteghe affatto.«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le tue grandezze».«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci appresso». (Memoriale, cap. I.)189.Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p. 322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a tanta celebrità.190.Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una lapide colla seguente iscrizione in latino.A CRISTO REDENTORELA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOMEALLA SANTA CORONA DI LUIQUIAI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATIGLI OPPORTUNI SOCCORSILIBERALMENTE LARGISCE.Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.191.Il 15 ottobre 1576.192.Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V.(Giussani, Lib. IV, cap. V.)E S. Carlo nel Memoriale:Hanno i Milanesi soccorso e sostenuto in vita alcuna volta vicino a sessanta o settanta mila poveri, abbandonati da ogni altro ajuto. Quante volte dettero e ferno venire alle mani nostre le collane, gli anelli, le tazze d’argento per soccorso de’ poveri, senza pur sapere nè anco noi stessi tal volta da che mano venisse quella carità.(Pag. I, cap. II.)193.I magistrati che vestivano a quell’epoca ciascuno le insegne della loro carica, vi erano affezionatissimi ed i Senatori avrebbero creduto avvilirsi uscendo in abito comune, se non era il grave pericolo di contrarre la peste colle ampie e svolazzanti toghe. Laonde questa circostanza, avvertita dal Ripamonti, dipinge la costernazione dei grandi più che a tutta prima non sembri.Anche il Besta ricorda questo fatto:Un nuovo modo di vestire fu ritrovato, perchè li togati e Senato istesso vestivano di curta veste ed altri abiti succinti e meno atti a prendere il contagio. Più non si vedeva diversità di vestito pomposo e ornato, del quale già prima lascivamente andava altiera la città, e non altro d’ognintorno si sentiva che voci meste, lagrimevoli, nè altro si vedeva che Monatti con li carri, alcuni d’infermi infetti carichi, altri di corpi morti: e le povere donne in abito meschino seguendoli, far le spietate, dolorose e affannate esequie, chi al marito, chi al padre, chi al fratello e con i loro figliuoletti a mano o nelle braccia e letticciuolo alle spalle, essere condotte poscia alle capanne.(Pag. 58.)194.Mille furono i poveri sacerdoti mantenuti a spese pubbliche durante la quarantena, e dopo per 123 giorni: vi s’impiegarono Lir. 15493.(Centorio, pag. 306.)195.S. Carlo fece erigere molti altari ne’ crocicchi e luoghi cospicui della città per dar comodità a tutti di sentir la messa, stando in casa propria, e vi provvide di sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così fece di confessori, li quali andavano di porta in porta confessando tutto il popolo; la domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo.... Ordinò che ciascuna vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori.... cantavano salmi litanie ed altre orazioni accomodati ai bisogni di quel tempo. L’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna di esse col suono della campana più grossa del Duomo, ed allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata, dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano.(Giussani, lib. IV, c. 7.)196.L’assenza del governatore malcontentò a ragione i Milanesi; del Serbelloni si lodavano, non senza però qualche taccia di parzialità.Non mi basta che abbiate qui lasciato il mio Gabrio Serbelloni cavagliere onoratissimo e degno dei maggiori favori e onori, il quale fa quanto può per mio servizio, e mi giova assai. Non però può far quel che farete voi per essere egli cittadino, ed alle volte non può ne deve negar piaceri agli amici, parenti e creati.... E tu Gabrio Serbelloni lasciato con autorità dal mio governatore.... sia parco in conceder licenze d’andar fuori e venir dentro le persone; usa gran diligenza.... Hai fatto piantare alquante forche e vanno per le strade soldati e birri giorno e notte.... Provedi, castiga, ed usa la tua autorità che il tempo lo richiede, e farai benefizio al pubblico etc.(Pianto di Milano per la Pestilenza, di Olivero Panizzone Sacco, cittadino alessandrino. — Alessandria, 1578.)197.Pare che i Monatti fossero attivati nel 1576. Una grida del 12 settembre dell’anno suddetto proibisce, sotto pena di tre squassi di corda, specialmente alle donne e fanciulli,quando incontrano e veggano Monatti sì in carretta che altrimenti, di accostarsi a loro. Et altri insolenti gli tirano ancora dei sassi.... Un’altra grida del 12 febbrajo 1577 ordinache non ardisca alcun Monatto, e da verun’ora, ne per veruna causa andare in alcuna parte di questa città e suoi borghi, ne fuori dove sono le case, senza una assai lunga bacchetta in mano, ed uno assai gagliardo campanino, che possa essere ben sentito per ciascuno di essi, e sempre in compagnia del loro commissario. (Centorio, pag. 89-257.)198.Trovasi un minuto rendiconto di tutte le spese di questa peste nel Centorio, pag. 305.199.Intende qui velatamente giustificare Federico pel rifiuto dei dieci mila zecchini offerti dal Lomellini. (Vedi pag. 173.)200.Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal 1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576 la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44. Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi 1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.201.Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai confini, il 23 novembre 1576.(Centorio, pag. 191.)202.DaCastra Majora, secondo alcuni antiquarj.203.Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.204.Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi. (Giussani, lib. IV, cap. 6.)205.Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze destramente e piacevolmente. (Bugato, pag. 51.)206.Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)207.Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576 trovasi:Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo, ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di taleINSOLENZA, se gli daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi.La parolainsolenzaaddita che gli unti ritenevansi piuttosto una braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò più.Dopo la grida, dice il Centorio,più non si sentì tal cosa, mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.208.Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632, da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura, fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini. Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto la direzione degli Oblati aSanta Maria alla Noce.L’edificio era meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi, per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato, ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata, con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000; infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.Ma per tornare all’arcivescovo Monti, egli ampliò ed abbellì il palazzo arcivescovile, e legò in testamento la sua preziosa raccolta di quadri, in perpetuo, agli arcivescovi di Milano. Benemerito, morì il 16 agosto 1650, di soli 57 anni, e sta sepolto in Duomo innanzi la cappella della Madonna che si chiama dell’Albero.209.Vedi pag. 45.210.Questo passo convalida l’opinione che esternai sulProcesso degli Untori. Vedi l’Appendice IIalLibro Secondo.211.A destra dell’altar maggiore vi si leggono, oltre la citata, parecchie altre iscrizioni. È inutile di qui riportarle perchè estranee all’argomento di questa storia.212.Chi riuscisse a dissotterrare la risposta del senatore Trotti negli archivj di Madrid, ove giacciono sepolti i documenti più rilevanti della storia nostra durante il periodo spagnuolo, rinverrebbe probabilmente nuovi e importantissimi schiarimenti intorno il Processo degli Untori.213.Ac rex ipse regum; così il nostro Storico, copiando per adulazione il noto epiteto che dà Omero all’Atride.214.Allude alla scorreria fatta dal principe di Rohan; il quale nel 1635 si spinse dalla Valtellina fino a Lecco, dove gli chiusero il passo i Brianzuoli raccolti in armi.215.Ripamonti stava scrivendo la Decade V della Storia Patria, che venne pubblicata dopo la sua morte.216.Hora erat diei fere undecima tenebræque jam appetebant. Non capisco in qual modo ciò si combini, sia coll’orologio italiano, sia col francese. Ritengo che, per errore di stampa, siaviundecimain luogo divigesima.217.La chiusa di questa gonfia allocuzione è più che strana: Promettere al Cardinale Monti un’urna per quando morrebbe! Credo che ad onta del sussiego spagnuolo non pochi de’ circostanti si commovessero a sdegno o a riso.218.Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellitorinchiuso in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole(Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo.Entrati nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro.... Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi,lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio. Questo, volgarmente dettoScurolo, benchè non grande, per l’escavazione del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata,entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto, sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la collocarono.(Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)219.Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo, ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino, Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa? Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e troverete.... un bel nulla!Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S. Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia pittorica della Scuola Lombarda.220.Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità, il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e generale, e incominciata subito dopo la sua morte.Questa divozione fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza, anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani.(Giussani, Vita, Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)

177.Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio. Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia, riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo 1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monzacausata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et robbe. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane morirono a Monza centocinquanta persone.Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto,da queste cassine poscia si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca, separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste..... Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S. Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana, et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre. (Centorio, pag. 7.)

177.Accennerò in breve l’origine e l’andamento di questo contagio. Nel 1575 manifestossi in Svizzera, a Trento, indi a Venezia, Genova e nel Piemonte, in guisa che, circondando d’ogni parte la Lombardia, riusciva quasi impossibile chiudergli il passo. Infatti il 19 marzo 1576, scoppiò a Paruzero, villaggio di 600 anime, lontano due miglia da Arona. Nel luglio la peste manifestossi a Melegnano, poi a Monzacausata da una donna che da Mantoa vi haueua portato certi coralli et robbe. Il borgo di San Biagio fu tutto contaminato, e in tre settimane morirono a Monza centocinquanta persone.

Il 3 agosto morirono due di peste nelle cascine di Comino, discoste tre sole miglia dalla città. Il giorno 11 agosto,da queste cassine poscia si diffuse il male nel borgo degli Ortolani, fuori di porta Comasca, separato dalla città, et in numero di sei mila persone, da cui usciuano ogni giorno molte persone d’essercitare diverse arti di Milano, oltre i giardini d’erbaggi, che per publica comodità et uso vi si faceuano, oue ogni dì ne moriuano alcuni che erano giudicati sospetti di peste..... Continuando questo male, saltò fin dentro la città di Milano, et prima nel borgo di S. Sempliciano, come a lui più vicino per la pratica degli ortolani con quei di dentro.... Dilatandosi il male verso S. Marco e fino al Cordusio, e da questa parte nel borgo di Porta Romana, et al Laghetto, luogo ove fa capo la maggior parte delle barche che dal Ticino a Milano portano vini, legne, carboni et altre robbe, et vettovaglie necessarie per il sostentamento della città. Et in Milano proprio si distese a Porta Vercellina e tutte le altre. (Centorio, pag. 7.)

178.Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità, o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva estesissimi poteri.

178.Il Tribunale di Sanità, del quale si è tanto parlato in questa storia, venne eretto dal Duca Francesco II Sforza l’anno 1534. I disordini avvenuti in Milano nel contagio del 1524, per mancanza di provvedimenti sanitarj, suggerirono l’erezione di questa provvida magistratura. Innanzi Natale, il Duca, e poscia il Senato, eleggevano i membri d’esso Tribunale: Due medici collegiati col titolo di Conservatori, — il presidente, che era sempre un senatore, — tre commissari, — uno scrittore, — un chirurgo, — due uffiziali di Sanità, o apparitori, — un portiere, — un registratore dei morti, — custodi dei lazzaretti di spurgo. — In tempo di peste il Tribunale di Sanità aveva estesissimi poteri.

179.Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli vivrà immortale.(Centorio, pag. 336.)

179.Al quale la città di Milano deve alzare una statua di marmo, e ponerla ad eterna memoria nella piazza pubblica, in segno della gran sollecitudine, prudenza e cura ch’egli ebbe della sua patria e della integrità che in lui sempre si vide, per la quale eternamente egli vivrà immortale.(Centorio, pag. 336.)

180.L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj, per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la mendicità.Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri, e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri, ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che poteva.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

180.L’isolamento in cui ciascuno procurava di vivere per non contrarre la peste, e l’aver i nobili, i manifattori ed i bottegaj, per economia, licenziato un gran numero di servi e di operaj, i quali vivevano del guadagno giornaliero, accrebbe a dismisura la mendicità.Onde in poco spazio di tempo si ritrovò in Milano un numero grandissimo di persone dell’uno e dell’altro sesso ridotte ad estremo bisogno; conciossiachè non trovavano i meschini nella città ricetto alcuno, e fuori uscire non potevano per essere Milano bandito e guardato intorno da ogni parte dalle vicine terre, acciocchè nessuno n’uscisse. Non sapendo i poverelli che partito prendere, ispirati da Dio, si congregarono insieme, e unitamente andarono dal Cardinale come a padre comune, acciò egli prendesse la loro cura...... Restò tutto commosso il pio Pastore a vedersi innanzi tanta moltitudine di poveri, e come che fossero stati suoi cari figliuoli, li accolse, promettendo che sariano certamente soccorsi e provvisti.... Ne applicò alcuni per soldati a far le guardie, altri al servizio degli appestati, altri a purgar panni sospetti di peste. Il resto, che giudicò inabili a simili uffizi, in numero di tre a quattrocento, dopo averli trattenuti sotto i portici della chiesa di S. Stefano in Broglio alcuni giorni, li mandò fuori di Milano circa otto miglia, a un luogo detto la Vittoria, nella strada di Melegnano, ov’è un gran casamento in forma di palazzo, che fu fabbricato da Francesco re di Francia, in memoria della vittoria ch’egli riportò in quel luogo istesso dell’esercito de’ Svizzeri, ritenendo per questa causa il detto luogo il nome di Vittoria. Li ridusse adunque tutti in quest’albergo, provvedendo loro delle cose bisognevoli e per il vivere e per il buon governo spirituale.... Li visitava egli stesso qualche volta, e n’aveva quella maggior cura che poteva.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

181.Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam.

181.Majestatem quoque regis ære alieno pene esse demersam.

182.I magistrati non volevano permettere le processioni per timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo, spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6 ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo Chiodo. La seguente settimana,l’infaticabile Pastore diede principio ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando digiuno quasi fino a notte.Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani. (Lib. IV, cap. IIII.)

182.I magistrati non volevano permettere le processioni per timore che, atteso il concorso, si dilatasse la peste. Ma S. Carlo, spinto da zelo eccessivo forse, ma condonabile per la rettitudine dell’intenzione, insistè e ne fece tre solenni nei giorni 3, 5 e 6 ottobre, andando a visitare le chiese di Sant’Ambrogio, San Lorenzo e San Celso; nelle prime due portò un crocifisso, nell’ultima il Santo Chiodo. La seguente settimana,l’infaticabile Pastore diede principio ad un’altra processione più lunga e faticosa assai delle prime, con la quale circondò tutta la città, portando egli in mano il Santissimo Chiodo entro quella gran croce ch’aveva fatto fare a posta, camminando a piedi scalzi, con l’abito e funi al collo, accompagnato da tutto il clero e popolo. Fece in quel giorno una fatica incredibile, camminando digiuno quasi fino a notte.

Per le minute particolarità, rimando il lettore al citato Giussani. (Lib. IV, cap. IIII.)

183.Presso Casalpusterlengo.

183.Presso Casalpusterlengo.

184.Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni inerenti alla stessa narrazione.

184.Essendo il precedente capitolo lungo fuor di misura, lo suddivisi in tre, giovando alla chiarezza ed al riposo de’ leggitori le divisioni inerenti alla stessa narrazione.

185.Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur.

185.Spatiumque capere illud, unde pars nulla versa tantæ civitatis in mortem tabemve et pericula mortis excluderetur.

186.Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.

186.Il Giussani dice che le fosse erano alte quasi come bastioni.

187.S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente, per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio, portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta, ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo, ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo al luogo dei vivi». (Memoriale, pag. 11, cap. III.)

187.S. Carlo racconta il caso seguente ivi accaduto:

«Era uno appestato riputato morto, e per tale portato con gli altri morti alla porta di dietro di S. Gregorio, per doversi poi portare a seppellire in quel cimiterio.... Stava dunque questo poverello fra un mucchio di 50 o 100 corpi d’uomini morti nella notte precedente, per dover essere anch’esso, come morto, sepolto fra poco con loro, ed era ancora vivo, o in mezzo tra la morte e la vita. Quando la mattina per tempo, il sacerdote ch’aveva cura degli appestati di S. Gregorio, portando, secondo il solito, il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia a’ suoi malati, passò davanti a quella porta, ch’era allora aperta, ed ecco in un subito quest’uomo, rizzatosi inginocchione framezzo a questi morti, e, tutto pieno d’ardente desiderio di non restar privo di quel santissimo viatico nel suo transito già vicino, rivoltosi al sacerdote, con voce piena d’affetto, degna d’ogni compassione, gli disse: Ah padre, per amor di Dio, a me ancora il Santo Sacramento. Poco più potè parlare, ma questo bastò per significare il suo desiderio, e il bisogno alla carità di quel sacerdote, che subito andò a consolarlo, ministrandogli il Santissimo Sacramento. Ed egli, ricevutolo con grandissimo affetto e riverenza, tornò subito a collocarsi nell’istesso luogo, e passò di questa vita prima che vi fosse quasi tempo di ridurlo al luogo dei vivi». (Memoriale, pag. 11, cap. III.)

188.S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco, descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi. Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il modo di nuove pompe.«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti nobili e plebei.«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città, ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese. E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne, nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le botteghe affatto.«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le tue grandezze».«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci appresso». (Memoriale, cap. I.)

188.S. Carlo, paragonando Milano all’albero descritto dal profeta Daniele, e che simboleggiava il castigo ed il perdono di Nabucco, descrive altresì l’aspetto della città durante la peste.

«O città di Milano, la tua grandezza s’alzava sino ai cieli, le ricchezze tue si stendevano sino ai confini dell’universo mondo; gli uomini, gli animali, gli uccelli vivevano e si nutrivano della tua abbondanza! Concorrevano qui da ogni parte persone basse a sostentarsi nei sudori suoi sotto l’ombra tua; convenivano nobili ed illustri ad abitare nelle tue case, a goder delle tue comodità, e a far nido e stanza ne’ tuoi siti. Ecco che in un tratto dal cielo viene la pestilenza, ch’è la mano di Dio, ed in un tratto fu abbassata a tuo dispetto la tua superbia. Sei fatta in un subito dispregio agli occhi del mondo, sei ristretta dentro de’ tuoi muri: son rinchiuse nei tuoi confini le tue mercanzie, le tue abbondanze, i tuoi traffichi. Non era più chi venisse ad abitar teco, a nutrirsi de’ tuoi frutti, a provvedersi nei bisogni delle tue mercanzie, a vestirsi de’ tuoi panni, a riposar nei tuoi letti, a godere delle tue comodità, nemmeno a ornarsi delle tue invenzioni di nuove foggie, nè a pigliar da te il modo di nuove pompe.

«Fuggivano i grandi, fuggivano i bassi, ti abbandonarono allora tanti nobili e plebei.

«Chi non fuggiva, spesse volte era dal male o dai sospetti del male ridotto nelle angustie del Lazzaretto, o fuori delle mura della città, ad abitare in quelle piccole capanne con riputarsi gran ventura di avere pur paglia che lo coprisse, ed altrettanta che gli facesse il letto, che già era consumata tutta per molte miglia attorno di paese. E però bene spesso gli faceva letto la terra dura, e talvolta l’acqua o il ghiaccio. Così era la tua abitazione, in buona parte ridotta al sereno, esposta alla rugiada del cielo, posta in mezzo alle campagne, nei campi, nei luoghi ove si pascono gli animali e le fiere della terra; ed ivi eri custodita dalle guardie ed arme de’ soldati, perchè non uscissi di quei confini; che più? (è cosa da dire e da ricordarsi perpetuamente per tener memoria sempre della grazia ricevuta) restarono solitarie le contrade, le case, le piazze, le chiese, chiuse le botteghe affatto.

«Tu Milano, affamato, angustiato e bisognoso di esser continuamente soccorso per vivere dalle città, dai castelli e dalle povere ville d’ogni intorno, restasti come fuor di te stupido, incantato; così in quei principj specialmente abbassò l’ira divina in un tratto tutte le tue grandezze».

«O figliuoli, quando andavamo per quei campi, per le capanne, pei lazzaretti, per le case e contrade infette, e vedevamo in ogni parte corpi morti, uomini e donne che stavano morendo, altri così gravemente infermi, ch’erano poco dissimili di faccia e di forze dai morti, chi dava grido pei dolori che lo affliggevano, chi si lamentava per la fame, chi dimandava i medici o barbieri, chi era spaventato dalla morte vicina, chi desiderava la sepoltura dei figliuoli. Pareva che ogni cosa fosse piena di desolazione e di disperazione, e che fossimo abbandonati da Dio, e che sebbene era grande quella calamità, fossero nondimeno molto maggiori anco le afflizioni e ruine che fossero per venirci appresso». (Memoriale, cap. I.)

189.Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p. 322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a tanta celebrità.

189.Oltre al Boniperti si distinse Cesare Rincio. Chi amasse sapere i nomi dei medici deputati nelle varie porte, li troverà nel Centorio, p. 322. Erano 33, fra i quali il giovane Lodovico Settala, salito dappoi a tanta celebrità.

190.Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una lapide colla seguente iscrizione in latino.A CRISTO REDENTORELA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOMEALLA SANTA CORONA DI LUIQUIAI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATIGLI OPPORTUNI SOCCORSILIBERALMENTE LARGISCE.Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.

190.Nel secolo XVI Giovan Francesco Rabbia, nobile milanese, fondò l’istituto di Santa Corona per far curare i poveri malati nelle loro abitazioni e distribuire le medicine. Destinò per la farmacia ed altri ufficj la sua casa vicina a San Sepolcro; aveva sull’ingresso una lapide colla seguente iscrizione in latino.

A CRISTO REDENTORELA SOCIETÀ DEDICATA CON SACRO NOMEALLA SANTA CORONA DI LUIQUIAI POVERI E SPECIALMENTE AI MALATIGLI OPPORTUNI SOCCORSILIBERALMENTE LARGISCE.

Questo Istituto, insieme con altri, venne, nel secolo passato, riunito all’Ospital Maggiore, e sussiste anche in oggi, come è noto.

191.Il 15 ottobre 1576.

191.Il 15 ottobre 1576.

192.Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V.(Giussani, Lib. IV, cap. V.)E S. Carlo nel Memoriale:Hanno i Milanesi soccorso e sostenuto in vita alcuna volta vicino a sessanta o settanta mila poveri, abbandonati da ogni altro ajuto. Quante volte dettero e ferno venire alle mani nostre le collane, gli anelli, le tazze d’argento per soccorso de’ poveri, senza pur sapere nè anco noi stessi tal volta da che mano venisse quella carità.(Pag. I, cap. II.)

192.Fra questi ricchi elemosinarj furono principali li due fratelli Cusani, Pomponio ed Agostino, essendo poi quest’ultimo, dopo la morte di S. Carlo, stato promosso al cardinalato da Sisto V.(Giussani, Lib. IV, cap. V.)

E S. Carlo nel Memoriale:Hanno i Milanesi soccorso e sostenuto in vita alcuna volta vicino a sessanta o settanta mila poveri, abbandonati da ogni altro ajuto. Quante volte dettero e ferno venire alle mani nostre le collane, gli anelli, le tazze d’argento per soccorso de’ poveri, senza pur sapere nè anco noi stessi tal volta da che mano venisse quella carità.(Pag. I, cap. II.)

193.I magistrati che vestivano a quell’epoca ciascuno le insegne della loro carica, vi erano affezionatissimi ed i Senatori avrebbero creduto avvilirsi uscendo in abito comune, se non era il grave pericolo di contrarre la peste colle ampie e svolazzanti toghe. Laonde questa circostanza, avvertita dal Ripamonti, dipinge la costernazione dei grandi più che a tutta prima non sembri.Anche il Besta ricorda questo fatto:Un nuovo modo di vestire fu ritrovato, perchè li togati e Senato istesso vestivano di curta veste ed altri abiti succinti e meno atti a prendere il contagio. Più non si vedeva diversità di vestito pomposo e ornato, del quale già prima lascivamente andava altiera la città, e non altro d’ognintorno si sentiva che voci meste, lagrimevoli, nè altro si vedeva che Monatti con li carri, alcuni d’infermi infetti carichi, altri di corpi morti: e le povere donne in abito meschino seguendoli, far le spietate, dolorose e affannate esequie, chi al marito, chi al padre, chi al fratello e con i loro figliuoletti a mano o nelle braccia e letticciuolo alle spalle, essere condotte poscia alle capanne.(Pag. 58.)

193.I magistrati che vestivano a quell’epoca ciascuno le insegne della loro carica, vi erano affezionatissimi ed i Senatori avrebbero creduto avvilirsi uscendo in abito comune, se non era il grave pericolo di contrarre la peste colle ampie e svolazzanti toghe. Laonde questa circostanza, avvertita dal Ripamonti, dipinge la costernazione dei grandi più che a tutta prima non sembri.

Anche il Besta ricorda questo fatto:Un nuovo modo di vestire fu ritrovato, perchè li togati e Senato istesso vestivano di curta veste ed altri abiti succinti e meno atti a prendere il contagio. Più non si vedeva diversità di vestito pomposo e ornato, del quale già prima lascivamente andava altiera la città, e non altro d’ognintorno si sentiva che voci meste, lagrimevoli, nè altro si vedeva che Monatti con li carri, alcuni d’infermi infetti carichi, altri di corpi morti: e le povere donne in abito meschino seguendoli, far le spietate, dolorose e affannate esequie, chi al marito, chi al padre, chi al fratello e con i loro figliuoletti a mano o nelle braccia e letticciuolo alle spalle, essere condotte poscia alle capanne.(Pag. 58.)

194.Mille furono i poveri sacerdoti mantenuti a spese pubbliche durante la quarantena, e dopo per 123 giorni: vi s’impiegarono Lir. 15493.(Centorio, pag. 306.)

194.Mille furono i poveri sacerdoti mantenuti a spese pubbliche durante la quarantena, e dopo per 123 giorni: vi s’impiegarono Lir. 15493.(Centorio, pag. 306.)

195.S. Carlo fece erigere molti altari ne’ crocicchi e luoghi cospicui della città per dar comodità a tutti di sentir la messa, stando in casa propria, e vi provvide di sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così fece di confessori, li quali andavano di porta in porta confessando tutto il popolo; la domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo.... Ordinò che ciascuna vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori.... cantavano salmi litanie ed altre orazioni accomodati ai bisogni di quel tempo. L’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna di esse col suono della campana più grossa del Duomo, ed allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata, dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano.(Giussani, lib. IV, c. 7.)

195.S. Carlo fece erigere molti altari ne’ crocicchi e luoghi cospicui della città per dar comodità a tutti di sentir la messa, stando in casa propria, e vi provvide di sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così fece di confessori, li quali andavano di porta in porta confessando tutto il popolo; la domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo.... Ordinò che ciascuna vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori.... cantavano salmi litanie ed altre orazioni accomodati ai bisogni di quel tempo. L’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna di esse col suono della campana più grossa del Duomo, ed allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata, dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano.(Giussani, lib. IV, c. 7.)

196.L’assenza del governatore malcontentò a ragione i Milanesi; del Serbelloni si lodavano, non senza però qualche taccia di parzialità.Non mi basta che abbiate qui lasciato il mio Gabrio Serbelloni cavagliere onoratissimo e degno dei maggiori favori e onori, il quale fa quanto può per mio servizio, e mi giova assai. Non però può far quel che farete voi per essere egli cittadino, ed alle volte non può ne deve negar piaceri agli amici, parenti e creati.... E tu Gabrio Serbelloni lasciato con autorità dal mio governatore.... sia parco in conceder licenze d’andar fuori e venir dentro le persone; usa gran diligenza.... Hai fatto piantare alquante forche e vanno per le strade soldati e birri giorno e notte.... Provedi, castiga, ed usa la tua autorità che il tempo lo richiede, e farai benefizio al pubblico etc.(Pianto di Milano per la Pestilenza, di Olivero Panizzone Sacco, cittadino alessandrino. — Alessandria, 1578.)

196.L’assenza del governatore malcontentò a ragione i Milanesi; del Serbelloni si lodavano, non senza però qualche taccia di parzialità.

Non mi basta che abbiate qui lasciato il mio Gabrio Serbelloni cavagliere onoratissimo e degno dei maggiori favori e onori, il quale fa quanto può per mio servizio, e mi giova assai. Non però può far quel che farete voi per essere egli cittadino, ed alle volte non può ne deve negar piaceri agli amici, parenti e creati.... E tu Gabrio Serbelloni lasciato con autorità dal mio governatore.... sia parco in conceder licenze d’andar fuori e venir dentro le persone; usa gran diligenza.... Hai fatto piantare alquante forche e vanno per le strade soldati e birri giorno e notte.... Provedi, castiga, ed usa la tua autorità che il tempo lo richiede, e farai benefizio al pubblico etc.(Pianto di Milano per la Pestilenza, di Olivero Panizzone Sacco, cittadino alessandrino. — Alessandria, 1578.)

197.Pare che i Monatti fossero attivati nel 1576. Una grida del 12 settembre dell’anno suddetto proibisce, sotto pena di tre squassi di corda, specialmente alle donne e fanciulli,quando incontrano e veggano Monatti sì in carretta che altrimenti, di accostarsi a loro. Et altri insolenti gli tirano ancora dei sassi.... Un’altra grida del 12 febbrajo 1577 ordinache non ardisca alcun Monatto, e da verun’ora, ne per veruna causa andare in alcuna parte di questa città e suoi borghi, ne fuori dove sono le case, senza una assai lunga bacchetta in mano, ed uno assai gagliardo campanino, che possa essere ben sentito per ciascuno di essi, e sempre in compagnia del loro commissario. (Centorio, pag. 89-257.)

197.Pare che i Monatti fossero attivati nel 1576. Una grida del 12 settembre dell’anno suddetto proibisce, sotto pena di tre squassi di corda, specialmente alle donne e fanciulli,quando incontrano e veggano Monatti sì in carretta che altrimenti, di accostarsi a loro. Et altri insolenti gli tirano ancora dei sassi.... Un’altra grida del 12 febbrajo 1577 ordinache non ardisca alcun Monatto, e da verun’ora, ne per veruna causa andare in alcuna parte di questa città e suoi borghi, ne fuori dove sono le case, senza una assai lunga bacchetta in mano, ed uno assai gagliardo campanino, che possa essere ben sentito per ciascuno di essi, e sempre in compagnia del loro commissario. (Centorio, pag. 89-257.)

198.Trovasi un minuto rendiconto di tutte le spese di questa peste nel Centorio, pag. 305.

198.Trovasi un minuto rendiconto di tutte le spese di questa peste nel Centorio, pag. 305.

199.Intende qui velatamente giustificare Federico pel rifiuto dei dieci mila zecchini offerti dal Lomellini. (Vedi pag. 173.)

199.Intende qui velatamente giustificare Federico pel rifiuto dei dieci mila zecchini offerti dal Lomellini. (Vedi pag. 173.)

200.Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal 1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576 la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44. Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi 1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.

200.Fa d’uopo avvertire che il Ripamonti parla sempre di lire imperiali, moneta nominale, e il cui valore subì grandi alterazioni dal 1200 fino a Maria Teresa, che introdusse la nuova monetazione. Nel 1576 la lira suddetta equivaleva a lire due milanesi, ossia franchi 1,44. Nel 1630 era decaduta in ragione di milanesi lir. 1.15.6. ossia franchi 1,36. Riuscirà facile con questi dati fare il ragguaglio di tutte le somme citate dal Ripamonti. Il zecchino d’oro nel 1630 valeva circa lire 11 milanesi, cioè franchi 8,47.

201.Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai confini, il 23 novembre 1576.(Centorio, pag. 191.)

201.Che erano circa 800 brente, condotte a sue spese fino ai confini, il 23 novembre 1576.(Centorio, pag. 191.)

202.DaCastra Majora, secondo alcuni antiquarj.

202.DaCastra Majora, secondo alcuni antiquarj.

203.Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.

203.Grida 5 gennajo 1577, con altra del 28 gli fu levata questa facoltà, perchè forse ne abusò. Vedi la nota precedente, pag. 316.

204.Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi. (Giussani, lib. IV, cap. 6.)

204.Trovando che quel sacerdote ch’egli pose fin da principio alla cura del Lazzaretto, era passato a miglior vita per non aver stimato il pericolo d’infettarsi, conciossiacosachè fin la prima notte si mise a dormire pazzamente nel letto d’un appestato, ne fece immantinente venire un altro dai paesi istessi de’ Svizzeri; avendo anche messo per governo nel medesimo lazzaretto un padre cappuccino, zelantissimo, e uomo di molto valore, chiamato fra Paolo Belintano da Salò nel lago di Garda, per ovviare ai disordini che vi potessero nascere, con podestà di far dare la corda ed altri castighi a chi li meritava. Il qual padre vi fece opere stupende, e tenne in gran timore tutta quella moltitudine di gente, astringendo ognuno a soddisfare interamente al proprio carico così quelli che curavano il luogo, come chi serviva agli infermi. (Giussani, lib. IV, cap. 6.)

205.Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze destramente e piacevolmente. (Bugato, pag. 51.)

205.Fra Paolo faceva frustare uomini e donne, alle volte dar della corda, non che prometterla, e dava loro delle altre penitenze destramente e piacevolmente. (Bugato, pag. 51.)

206.Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

206.Venendo poi il verno, non trovandosi provvisione alcuna per vestirli e difenderli dal freddo, non patendo il pietoso padre di vederli patire, ne sapendo che in modo provvedere di vestimenti a tanta moltitudine, gli venne in mente un buon partito, che fu di pigliare tutti i panni di sua casa, e tagliarli in tanti vestiti.... Fece dunque spogliare la guardaroba e tutte le stanze del suo palazzo di quanti drappi v’erano.... e convertire in vestimenti de’ poveri: li fece fare di diverse forme col cappuccio attaccato, acciò servissero a tutti eziandio per cappello. Nella qual occasione furono misurati ottocento braccia di panno rosso, e settecento di pavonazzo, oltre i drappi verdi e d’altri colori.... Et era cosa molto graziosa a vedere tanta moltitudine di poveri, vestiti variamente parte di rosso, parte di pavonazzo, parte di verde, e altri d’altri colori, come se fossero stati un esercito di soldati di diverse livree e insegne.(Giussani, Vita di S. Carlo, Libro IV, cap. IIII.)

207.Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576 trovasi:Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo, ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di taleINSOLENZA, se gli daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi.La parolainsolenzaaddita che gli unti ritenevansi piuttosto una braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò più.Dopo la grida, dice il Centorio,più non si sentì tal cosa, mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.

207.Alla narrazione della Peste del 1576, aggiungerò, che a quei giorni si credette agli Untori. In una grida del 12 settembre 1576 trovasi:Essendo venuto a notizia del governatore che alcune persone con poco zelo di carità e per mettere terrore e spavento al popolo, ed agli abitatori di questa città di Milano, e per eccitarli a qualche tumulto, vanno ungendo con onti, che dicono pestiferi e contagiosi, le porte e i catenacci delle case e le cantonate delle contrade di detta città e altri luoghi dello Stato, sotto pretesto di portare la peste al privato ed al pubblico, dal che risultano molti inconvenienti, e non poca alterazione tra le genti, maggiormente a quei che facilmente si persuadono a credere tali cose.... Fa intendere a ciascuno che nel termine di quaranta giorni metterà in chiaro la persona o persone che hanno dato il mandato ajutato, o saputo di taleINSOLENZA, se gli daranno cinquecento scudi, e possa liberare due Banditi.

La parolainsolenzaaddita che gli unti ritenevansi piuttosto una braveria che un delitto meditato. Per fortuna in breve non vi si pensò più.Dopo la grida, dice il Centorio,più non si sentì tal cosa, mentre invece, nel 1630, la stessa credenza riprodottasi con maggior forza e in circostanze diverse, produsse tanto danno.

208.Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632, da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura, fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini. Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto la direzione degli Oblati aSanta Maria alla Noce.L’edificio era meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi, per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato, ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata, con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000; infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.Ma per tornare all’arcivescovo Monti, egli ampliò ed abbellì il palazzo arcivescovile, e legò in testamento la sua preziosa raccolta di quadri, in perpetuo, agli arcivescovi di Milano. Benemerito, morì il 16 agosto 1650, di soli 57 anni, e sta sepolto in Duomo innanzi la cappella della Madonna che si chiama dell’Albero.

208.Il Monti venne eletto arcivescovo di Milano il 28 novembre 1632, da Urbano VIII. Giovinetto andò a Roma, ove, entrato in prelatura, fu nominato protonotario apostolico da Paolo V, che sorpassò l’età pel distinto suo ingegno. Gregorio XII l’aveva carissimo: Urbano VIII lo mandò suo Nunzio a Napoli, poi a Madrid, dove trovavasi all’epoca della sua elezione. Reduce da Roma, ebbe il cappello cardinalizio col titolo di Santa Maria in Transtevere. Soltanto nel maggio 1635 potè venire a Milano, ove fu accolto con grande esultanza dai concittadini. Seguendo le vestigia dei Borromei, visitò la Diocesi, e attese a continuare la riforma del clero, celebrando nel 1636 il trentesimo secondo Sinodo Diocesano, e due altri nel 1640. Fondò a Concesa un convento di Carmelitani Scalzi. Fece ultimare il cortile del Seminario di Milano, e trasferì a Monza nel 1644, entro il locale in cui trovasi oggidì l’ospitale, il Seminario che S. Carlo aveva fondato sotto la direzione degli Oblati aSanta Maria alla Noce.L’edificio era meschino, e venne in gran parte rifabbricato l’anno 1687; nel 1755 si innalzò un altro lato, spendendovi 115,000 lire. Nel 1768 soppressi, per ordine sovrano, i Seminarj vescovili e concentrati nel Seminario generale a Pavia, quello di Monza subì la medesima sorte, e fu convertito in ospitale. Riaperti i Seminarj nel 1791, quello di Monza si traslocò nell’ex convento dei Cappuccini sulla piazza del Mercato, ove trovasi anche oggidì. Soltanto nel 1822 riedificossi la facciata, con disegno dell’architetto Gilardoni, e furono spese lir. 100,000; infine nel 1832 si diede mano al magnifico cortile, opera del valente architetto Giacomo Moraglia, e fu di già spesa la ingente somma di lire 544,000. Si spera di vedere tra non molti anni ridotto a termine questo Seminario, che attesterà ai nipoti i talenti architettonici del Moraglia, e la splendidezza di chi ne intraprese la ricostruzione.

Ma per tornare all’arcivescovo Monti, egli ampliò ed abbellì il palazzo arcivescovile, e legò in testamento la sua preziosa raccolta di quadri, in perpetuo, agli arcivescovi di Milano. Benemerito, morì il 16 agosto 1650, di soli 57 anni, e sta sepolto in Duomo innanzi la cappella della Madonna che si chiama dell’Albero.

209.Vedi pag. 45.

209.Vedi pag. 45.

210.Questo passo convalida l’opinione che esternai sulProcesso degli Untori. Vedi l’Appendice IIalLibro Secondo.

210.Questo passo convalida l’opinione che esternai sulProcesso degli Untori. Vedi l’Appendice IIalLibro Secondo.

211.A destra dell’altar maggiore vi si leggono, oltre la citata, parecchie altre iscrizioni. È inutile di qui riportarle perchè estranee all’argomento di questa storia.

211.A destra dell’altar maggiore vi si leggono, oltre la citata, parecchie altre iscrizioni. È inutile di qui riportarle perchè estranee all’argomento di questa storia.

212.Chi riuscisse a dissotterrare la risposta del senatore Trotti negli archivj di Madrid, ove giacciono sepolti i documenti più rilevanti della storia nostra durante il periodo spagnuolo, rinverrebbe probabilmente nuovi e importantissimi schiarimenti intorno il Processo degli Untori.

212.Chi riuscisse a dissotterrare la risposta del senatore Trotti negli archivj di Madrid, ove giacciono sepolti i documenti più rilevanti della storia nostra durante il periodo spagnuolo, rinverrebbe probabilmente nuovi e importantissimi schiarimenti intorno il Processo degli Untori.

213.Ac rex ipse regum; così il nostro Storico, copiando per adulazione il noto epiteto che dà Omero all’Atride.

213.Ac rex ipse regum; così il nostro Storico, copiando per adulazione il noto epiteto che dà Omero all’Atride.

214.Allude alla scorreria fatta dal principe di Rohan; il quale nel 1635 si spinse dalla Valtellina fino a Lecco, dove gli chiusero il passo i Brianzuoli raccolti in armi.

214.Allude alla scorreria fatta dal principe di Rohan; il quale nel 1635 si spinse dalla Valtellina fino a Lecco, dove gli chiusero il passo i Brianzuoli raccolti in armi.

215.Ripamonti stava scrivendo la Decade V della Storia Patria, che venne pubblicata dopo la sua morte.

215.Ripamonti stava scrivendo la Decade V della Storia Patria, che venne pubblicata dopo la sua morte.

216.Hora erat diei fere undecima tenebræque jam appetebant. Non capisco in qual modo ciò si combini, sia coll’orologio italiano, sia col francese. Ritengo che, per errore di stampa, siaviundecimain luogo divigesima.

216.Hora erat diei fere undecima tenebræque jam appetebant. Non capisco in qual modo ciò si combini, sia coll’orologio italiano, sia col francese. Ritengo che, per errore di stampa, siaviundecimain luogo divigesima.

217.La chiusa di questa gonfia allocuzione è più che strana: Promettere al Cardinale Monti un’urna per quando morrebbe! Credo che ad onta del sussiego spagnuolo non pochi de’ circostanti si commovessero a sdegno o a riso.

217.La chiusa di questa gonfia allocuzione è più che strana: Promettere al Cardinale Monti un’urna per quando morrebbe! Credo che ad onta del sussiego spagnuolo non pochi de’ circostanti si commovessero a sdegno o a riso.

218.Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellitorinchiuso in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole(Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo.Entrati nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro.... Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi,lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio. Questo, volgarmente dettoScurolo, benchè non grande, per l’escavazione del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata,entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto, sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la collocarono.(Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)

218.Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellitorinchiuso in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole(Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo.Entrati nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro.... Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi,lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.

Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio. Questo, volgarmente dettoScurolo, benchè non grande, per l’escavazione del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata,entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto, sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la collocarono.(Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)

219.Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo, ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino, Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa? Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e troverete.... un bel nulla!Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S. Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia pittorica della Scuola Lombarda.

219.Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo, ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino, Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.

Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa? Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e troverete.... un bel nulla!

Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S. Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia pittorica della Scuola Lombarda.

220.Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità, il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e generale, e incominciata subito dopo la sua morte.Questa divozione fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza, anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani.(Giussani, Vita, Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)

220.Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità, il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e generale, e incominciata subito dopo la sua morte.Questa divozione fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza, anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani.(Giussani, Vita, Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)


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