CAPITOLO XII.

CAPITOLO XII.In quella scellerata associazione che chiamavasi lacocca, erano tre gradi: cominciando dall'alto della gerarchia veniva primo un sinedrio ristretto di pochi caporioni che formava il Consiglio de' ministri del capo supremo, al quale era bensì concessa una grande autorità, non però senza temperamento di preventivo esame e di sindacato susseguente ai suoi atti principali: questo sinedrio radunavasi inCafarnao; eravi poi una più numerosa assemblea che componevasi dei capi delle singole squadre ed a questa, a cui erano taciuti gli alti avvisi o i segreti intendimenti del Consiglio superiore, spettava determinare le imprese minori, scegliere questi o quei modi d'esecuzione, distribuire fra i varii attori le parti, assegnare a ciascuno dei cooperanti una quota del bottino; quest'assemblea sedeva nella riposta stanza dell'osteria di Pelone; e se tutti i componenti di essa conoscevano l'esistenza del segreto ricovero dove si nascondevano le prede e si trafugavano le traccie dei delitti, a pochi soltanto e i più fidati era stato concesso l'introdurvisi; nello stanzone poi dell'osteria erano raccolti i semplici gregarii e non tutti, — perchè il loro numero era troppo maggiore di quel che la taverna potesse contenere — ma i principali, a cui, dopo presa una decisione, venivano dati i cenni opportuni, il motto d'ordine, le istruzioni e i convegni fissati, con incarico di trasmetterli a quegli altri compagni assenti che fosse stimato necessario. Alle adunanze del primo di questi poco onorevoli consessi assisteva sempre il capo supremo eletto da questo consesso medesimo; ai convegni dei capi-squadra era egli presente il più spesso, e fu a quest'occasione che Maurilio dovette di trovare nella bettola di Pelone Gian-Luigi travestito da operaio: alla massa dei semplici gregarii difficil era che ilmedichinosi immischiasse, e molti di essi lo conoscevano di nome e lo rispettavano ossequenti per fama senza nemmeno conoscerlo di persona.Quella sera, come già sappiamo, tutte tre le categorie degli affigliati alla infame Società erano convocate: il sinedrio supremo per risolvere, l'assemblea mediana per scegliere i mezzi d'esecuzione, la infima classe per ricevere gli ordini. Sulle peste di Macobaro, il quale, camminando frettoloso per la notte è giunto alla bottega diBaciccia, introduciamoci anche noi nel misterioso ridotto.Quando il padre di Ester vi giunse, ilmedichinonon c'era ancora. La lampada che pendeva dalla vôlta illuminava del suo chiarore rossigno le faccie diverse, ma tutte caratteristiche, di cinque individui seduti intorno alla tavola che trovavasi in mezzo a quel vasto camerone ingombro di tanta roba. Una di queste faccie era il muso appuntato di Graffigna che già ben conosciamo; vicino a lui, cogli avambracci posati sul piano della tavola, stava un omaccione a forme grosse, quadre e robuste: una testa enorme gli pencolava come ad uomo preso dal sonno che di quando in quando cede all'assopimento; la faccia imbestialita non lasciava più scorgere traccia nessuna di sentimento fuorchè un basso istinto animale; l'occhio semispento aveva qualche cosa di stupido insieme e di feroce, le labbra grosse colore della feccia del vino, parevano incapaci ed indegne dell'attributo dell'uomo che di tanto lo separa dal resto dell'animalità: la parola; avreste detto non poter uscire da quella bocca degradata che un grugnito belluino. Pareva immerso in una specie di torpore dell'anima e del corpo; ma tratto tratto ne usciva un istante per mescere d'un liquore del color dell'acqua, di cui aveva una bottiglietta innanzi a sè, in un bicchierino, il cui contenuto poi tracannava d'un colpo con mossa del braccio concitata, quasi rabbiosa. Era acquarzente della più forte; ad ognuno di tali bicchierini e' si riscuoteva un poco, alcuna intelligenza pareva tornare in quel suo sguardo sanguigno: ma poi non tardava a riprenderlo quel torpido assonnamento. Il terzo individuo, paragonati i suoi abiti a quelli miseri e frusti de' suoi compagni, vestiva da signore. Era tutto in nero ed aveva le apparenze d'un leguleio o d'un uomo di affari; portava sul naso degli occhiali colle lenti azzurrigne e parlava, si muoveva, stava con una certa importanza di sè. Dirigeva unacasa di commissioniper allogamento di persone di servizio, per pigionare quartieri in città, per vendita od affitto di beni rurali, per impiego di denari e simili; sapeva a menadito il Codice civile e quello penale, era il consultore legale della Società, e i suoi compagni lo trattavano colsor. Degli altri due non è il caso di occuparsi: ci basti sapere che erano arrivati ancor essi a quell'alto grado nella gerarchia per merito di audaci ed accorti delitti e di utili vistosi recati col senno e coll'opera alla Società.Fra questi cinque individui non una parola si scambiava. Ciascuno pareva assorto nei suoi pensieri; tenevano il capo basso in aspetto meditabondo e non si guardavano neppure l'un l'altro. Avreste detto che rattenevano fin anco la loro respirazione per non turbare l'alto silenzio, che veniva rotto tratto tratto soltanto dal colpo con cui l'omaccione batteva la tavola deponendovi su il bicchierino dopo averlo vuotato.All'entrare di Macobaro i cinque personaggi levarono la testa; e visto chi fosse non gli dissero, nè fecero cenno di sorta che paresse un saluto, ma tornarono nel loro primitivo raccoglimento:l'ebreo si venne inoltrando chetamente quasi con umile riverenza verso la tavola, prese una seggiola e vi sedette timidamente senza nè dire una parola neppur egli, nè fare un atto qualsiasi.Si continuò per un poco ancora in quel silenzio; finalmente l'uomo dagli occhiali bleu fece un movimento, trasse di tasca l'orologio e guardandolo disse:— Ilmedichinoè in ritardo d'un quarto d'ora.— È troppo: disse un altro.— Quanto a me, saltò su con voce rauca l'omaccione, che aveva galvanizzata in quel punto la sua inerzia con un bicchierino di acquavite: quanto a me lo aspetto finchè qui dentro c'è una goccia di questa roba. Quando abbia finita questa fiaschetta me ne vado ai fatti miei, e ilmedichinoil diavolo se lo porti.Ma Graffigna gli diede sulla voce.— Sta zitto, Stracciaferro. Bevi quel che hai dinanzi e non dir sciocchezze. Se ilmedichinonon è qui ancora, è segno che ancora non ha potuto venirci; e quanto ai fatti tuoi, tu non hai altri che quei dellacocca, e devi star qui appunto per essi.Stracciaferro scosse la sua testa enorme; ma si tacque. Nè alcun altro aggiunse più parola.Pochi minuti dopo si udì un passo franco nel piccolo camerino che precedeva l'ingresso alCafarnao, ed entrò un uomo di alta statura, avvolto in uno scuro mantello che tuttavia non nascondeva la prestanza delle sue forme, la dignitosa leggiadria delle sue mosse. Era ilmedichino.Mentre al sopraggiungere di ogni altro nessuno di quelli che già si trovavan colà erasi mosso, all'entrare di codestui, appena l'ebbero scorto, s'alzarono tutti in piedi con certa attitudine di rispetto, come per un taciturno saluto: tutti meno uno, che era Stracciaferro, il quale aveva scossa di nuovo la sua grossa testa ed aveva mandato una specie di grugnito che pareva quasi un'espressione di protesta contro quell'atto riverente degli altri.Ad alzarsi primo di tutti era stato Macobaro, e il suo capo si curvò in umilissimo inchino, mentre il giovane capo dellacoccafece scorrere di passata il suo vivido sguardo sulle infinite rughe della raggrinzita di lui faccia; ma chi avesse notato lo sguardo pieno d'odio implacabile che aveva guizzato a tutta prima verso Gian-Luigi dalle palpebre floscie ed ingiallite del vecchio, non avrebbe esitato a credere quest'uomo capace d'ogni più fiero proposito contro colui che così umilmente inchinava.Ilmedichinos'inoltrò colla sua andatura fiera e la mossa naturalmente superba, senza sciorsi dal mantello onde si avvolgeva. I suoi occhi che erano corsi sulle faccie di tutti i presenti, si fermarono sulla figura grossolana e bestiale di Stracciaferro e la saettarono di sguardi che parevano di fuoco.L'omaccione volle resistere col suo e lottare contro quello sguardo del giovane; ma nol potè a lungo; le sue pupille quasi a forza dovettero chinarsi, ed egli manifestò il malessere che quello sguardo gli cagionava e il dispetto che di ciò sentiva, con un altro dei suoi grugniti quasi bestiali.In Gian-Luigi per l'intensità di quella fisa guardatura, le vene della fronte si gonfiavano a poco a poco, e, le sopracciglia aggrottandosi lentamente, veniva disegnandosi ed incavandosi sempre più quella ruga caratteristica che noi gli conosciamo.— Perchè non vi siete levato in piedi, Stracciaferro? domandò ilmedichinocon voce severa, ma calma e posata.Stracciaferro fece un atto pieno d'irriverenza; ma non osò levare gli occhi sulla faccia del giovane.— Perchè, rispose colla sua voce rauca ed ebriosa, perchè non ne ho punto voglia.Gian-Luigi tirò giù lentamente la falda del mantello che aveva gettata sulla spalla sinistra, e dalle pieghe del panno cascante sprigionò il braccio destro e la sua mano fine e sottile, accuratamente inguantata.— Qui non siete per fare le vostre voglie: disse con una pacatezza che era più minacciosa che l'accento della collera: qui conviene che compiate i doveri che avete verso lacoccae verso me che ne sono il capo. Quando ci avvenga di incontrarci come semplici individui qui o fuori di qui, che voi badiate o non a me, poco m'importa: aspetterò a darvi una lezione allora solamente che mi manchiate di rispetto; ma in queste adunanze, qui, adesso, voi siete innanzi a me in qualità di subalterno innanzi al suo superiore, ed io esigo che voi mi rendiate quelle onoranze che sono stabilite dai nostri accordi, che sono nel mio diritto di pretendere, e di cui anzi penso dovere della mia carica il mantenere intatta l'osservanza. Con voglia o senza, voi vi dovete alzare, e vi alzerete.Fece una pausa. Stracciaferro non si mosse; allora con voce vibrata di comando, ilmedichinogli intimò:— Alzatevi!I presenti a quella scena stavano muti ed immobili; ma l'espressione della loro fisionomia era ben diversa. Graffigna pareva seccato di quest'incidente che faceva perder tempo e si vedeva non approvar egli niente affatto la condotta del suo compagno; il direttore dellacasa di commissioni, guardava con occhio indifferente come uno spettacolo qualunque che gli si presentasse; il ferravecchi ebreo aveva nell'aspetto un maligno interessamento affatto ostile almedichino; gli altri due sembravano meravigliati della temerità di Stracciaferro, ma non parevano alieni del tutto a schierarsi dalla parte del ribelle, quando egli avesse saputo vincerla; come i più, insomma, erano inclinati senza dubbio nessuno a dar poi ragione al più forte.A quel riciso comando, Stracciaferro parve dapprima voler cedere; fece un movimento come perobbedire, ma poi piantando le sue manaccie sulla tavola, quasi ci si volesse attaccare, disse risolutamente:— Ebben no..... non lo voglio.— Gli occhi di Gian-Luigi lampeggiarono più fieramente e la ruga che gli solcava il mezzo della fronte apparve più spiccata e profonda; tuttavia aveva egli ancora il dominio della sua volontà e padroneggiava la collera che gli sobbolliva nell'anima. Non era la prima volta che delle velleità di ribellione al suo potere si manifestavano in quell'uomo audacissimo e robustissimo. Fra le nature di quei due individui, l'una elegante, distinta, aristocratica, l'altra grossolana, volgare, bassamente plebea, si sarebbe detto corresse un'antipatia quasi necessaria, domabile soltanto dall'impero della forza, a benefizio di chi avesse questa forza da parte sua. Stracciaferro che di certo non ragionava sulle sue impressioni, ma agiva per istinto, s'era sdegnato di vedere il suo vigore, il suo ardimento, la sua ferocia sottomessi alla supremazia d'un giovane che per quell'empia strada in cui essi camminavano, gli pareva indegno del tutto d'andargli innanzi; e questo sentimento nato confusamente nel suo spirito offuscato dalla grossolanità della materia, dalla continua ebrietà, veniva in lui spiegandosi a poco a poco e manifestandosi via via con qualche atto da prima lievissimo, finchè quella sera l'acquavita gli aveva dato la risolutezza di palesarsi in quel modo che abbiamo visto.Ilmedichinoda parte sua teneva ognor presente che quel suo primato confertogli dalla scelta de' suoi compagni, egli doveva conservarselo o per dir meglio conquistarselo ancora ad ogni volta mercè l'audacia in una sempre continua lotta contro le ambizioni, le invidie, i sospetti, le malevolenze dei suoi scellerati subalterni; e sapeva che la prima volta in cui egli avesse avuto il di sotto, la sua autorità di colpo sarebbe stata affatto perduta. Andava egli quindi preparato sempre ad ogni evento; e non era uomo da evitare nessun pericolo nè sottrarsi a nessun cimento.Prima di riprendere a parlare a Stracciaferro, dopo la insolente risposta di costui, Gian-Luigi si tolse il mantello dalle spalle e lo gettò lontano da sè, si sguantò le mani, e ponendo la sinistra in tasca, la destra appoggiò alla tavola che tramezzava fra lui e l'avversario il cui contegno era per lui una sfida.— Facciamo ad intenderci: diss'egli con un sorriso alle labbra cui rendevano terribile il fuoco degli sguardi e l'aggrottamento della fronte. La vostra condotta e le vostre parole meritano un'esemplare punizione, Stracciaferro...— Una punizione a me? ruggì quel Sansone avvinazzato digrignando i denti.Ma ilmedichinoparlando di forza con quell'accento che la natura pareva avergli dato apposta per comandare altrui:— Non m'interrompete: gridò; risponderete quando io abbia finito di dire.Stracciaferro borbottò confusamente qualche improperio e tracannò un altro bicchierino d'acquavita. Gian-Luigi continuava:— Prima di darvi questa punizione però desidero sapere le ragioni che vi han mosso a trasgredire quel dovere di rispetto che avete pel vostro capo, per sapere appunto misurare a queste ragioni la gravità della pena. Or dunque che cosa vi ci ha mosso? Avete qualche rimprovero da farmi? Vi è sembrato scorgere in me qualche cosa che mi rendesse men degno del mio grado? parlate.Stracciaferro, esordendo per un'orribile bestemmia, parlò colla più brutale franchezza.— Il suo grado!... Io non so perchèLeiabbia da tenerlo il suo grado.... ecco!.... È forse dei nostriLei? Halavoratocome noi di mano e di persona? Ha frustato la vita nelle galere, trascinando la catena al piede come hanno fatto inostri noi?.... Noi affrontiamo il capestro eLeisi pappa il meglio dei nostri guadagni.... Noi a trascinar una vitaccia sciagurata, inseguiti dalla canèa dei poliziotti; Lei a scialarla con cavalli e carrozze in abiti da moscardino e prendersi una satolla d'ogni piacere. Ora domando io se è giusto codesto; e domando che cosa dà diritto aLeidi godersela in questa guisa..... PerchèLeie non noi?... Se si ha da guardare al merito, non ho più meriti io di cui tutti conoscono le imprese, e il cui nome è un terrore a tutta la gente ed alla polizia medesima? Se gli è la forza che deve primeggiare, non sono io il più forte?E terminando con una bestemmia pari a quella con cui aveva incominciato, tese innanzi la sua grossa mano nera, villosa, muscolosa, serrata a pugno, e battè un colpo sulla tavola che parve battuto da un maglio di ferro.Ilmedichinodiede una ratta sguardata all'espressione delle faccie di quel ristretto pubblico che era presente alla scena. Graffigna appariva più impaziente che mai, l'uomo dagli occhiali mostrava un curioso interessamento che però sembrava propendere di meglio verso il capo dellacocca; Macobaro s'era riparato dietro una maschera impenetrabile di indifferenza; gli altri due avevano una certa esitazione che accennava una tendenza a schierarsi dalla parte di Stracciaferro. Gian-Luigi capì che gli conveniva con un colpo decisivo domare senza indugio quelle velleità di ribellione.Graffigna credette bene d'intervenire, e saltò in mezzo colla sua stridula voce dicendo:— Queste le sono tutte scempiaggini, Stracciaferro, mio caro amico, che ti venga un accidente..... Tu ci fai perdere tempo e non altro.— Tacete! intimò fieramente ilmedichinofulminando l'interrompitore con una terribile occhiata: chi vi ha dato il diritto di parlare?Graffigna rinsaccò la testa fra le spalle, e fece un atto che voleva dire:— Non vada in collera con me: non me ne immischio dell'altro.Gian-Luigi si volse a Stracciaferro e parlò con voce vibrante ma contenuta, autorevole e sempre calma.— Alle vostre parole non dovrei fare manco l'onore d'una risposta e punirvi senz'altro, ma prima mi piace mostrarvi eziandio l'assurdità delle vostre impertinenti pretese, poi più pesante ancora si abbasserà su di voi la mia mano punitrice.Stracciaferro tirò indietro dalla tavola la sua seggiola, e come disponendosi fin d'allora a sostenere un assalto, pose sulle sue grosse ginocchia le manaccie ossee, ronchiose, che facevano certi pugni da impaurire qualunque.— La staremo a vedere! diss'egli bofonchiando fra i denti.Gian-Luigi continuava col medesimo tono:— Poichè voi osate istituire una gara di meriti e di titoli a questo primato che la scelta dellacoccami ha concesso e che voglio mantenermi intiero e in tutta la sua estensione e con tutti i suoi privilegi, per Dio; vi dirò che avere l'audacia di paragonar voi a me è lo stesso come paragonare lo stupido bue che tira l'aratro al coltivatore che lo guida e lo corregge. Voi siete una forza bruta, io sono l'intelligenza. Voi avete eseguito materialmente molto arditi fatti, ma chi li ha immaginati? Chi vi ha suggeriti i mezzi e condotti con sicura previdenza e con infallibile abilità al successo? Poichè io vi comando guardate quanta prosperità e come incessante abbia accompagnata la nostra associazione! Ella non fu mai così felice e gloriosa. E non è nulla ancora appetto all'avvenire al quale intendo e mi sento la forza di condurla. Cotale avvenire, questa sera appunto voi siete adunati per udirmi a svelarvelo, per udirmi proporvi le più importanti misure, per ricevere da me i più precisi ordini onde cominciarne l'effettuazione. Siamo alla vigilia d'un giorno che voi non avete osato sognar nemmanco pur mai: quello in cui la nostra società, noi, abbiamo in nostro potere la città tutta, ed apertamente dettiamo noi la legge altrui e di quelle armi che ora ci combattono possiamo servirci a far eseguire i nostri desiderii. Finora ci siamo contentati di togliere colla rapina, avvolgendoci delle ombre notturne, ai ricchi una parte piccolissima dei loro averi: io vi guiderò invece a tal punto che potrete, alla luce del sole, spogliare i ricchi d'ogni aver loro a beneficio di voi e dei vostri. E codesto a chi si dovrà? A quel pensiero che ha sede qui nel mio cervello, e che voi, bruto con forme d'uomo, nel vostro capo ottuso non sapete manco che cosa sia. Ecco già una buona ragione — e la migliore — pel mio predominio. Ma voi contate eziandio la forza fisica e il coraggio: e di queste qualità dovreste già sapere che io non vi sto indietro: e che anzi vi sopravvanzo anche in esse, vengo a darvene la prova sull'istante.Camminò risolutamente verso Stracciaferro, facendo il giro della tavola che stava tra loro, la mano sinistra sempre in tasca, la sua destra bianca, affilata e gentile dondolante con abbandono lungo il corpo.L'omaccione, vedendolo accostarsi, sorse in piedi e si fermò sulle sue gambe alquanto oscillanti. Lo sguardo torvo, feroce, quasi sanguigno di Stracciaferro seguiva le mosse delmedichinocome quello d'una belva fa alla preda che aspetta all'agguato. Ma ad un tratto Gian-Luigi fece un balzo: mentre il suo avversario piantato pesantemente sulla base dei suoi grossi piedi lo attendeva di facciata, egli con una mossa più ratta del baleno, più agile di quella d'una tigre fu addosso all'omaccione sopra il suo fianco destro, e prima che avesse tempo a voltarsi e porsi in alcun modo in difesa, a parare comecchesiasi il colpo, gli scaraventava alla tempia un pugno di tal forza che Stracciaferro barcollò e cadde stramazzoni, come bue colpito in mezzo al capo dal maglio del beccaio. Il suo avversario non aveva ancora toccato la terra, che ilmedichinoera già rimbalzato indietro di due passi, e postosi in attitudine difensiva appuntando innanzi a sè colla mano sinistra una pistola a due bocche trattasi vivamente di tasca, pronto a far saltare le cervella al nemico quando quel primo colpo non l'avesse abbattuto.Ma Stracciaferro non poteva pur pensare a muovere un assalto, nè manco ad altra cosa al mondo, abbandonato qual era, privo di sensi, per terra, come se morto. Ilmedichinoprese lentamente la mossa naturale e tranquilla d'un uomo che non ha nulla per cui stare in guardia, ripose in tasca l'arma, come se niente fosse, e fece scorrere sui testimonii di quella scena uno sguardo nè trionfante, nè superbo, ma osservativo e imponente. Tutte le teste gli s'inchinarono dinanzi: quella di Macobaro s'inchinò più di tutte.— Ora veniamo a noi, diss'egli colla voce così piana e tranquilla come se nulla fosse avvenuto, e facciamo a guadagnare il tempo che quell'animale ci ha fatto perdere.Prese una seggiola ed andò a sedersi a capo della tavola, facendo invito agli altri ed accordando licenza con un gesto da sovrano di sedere ancor essi. Il corpo di Stracciaferro giacente era un impaccio per alcuni.— Graffigna, comandò Gian-Luigi, guarda un po' se questa c...... vuole star lungo tempo coi ferri per aria; e se sì, tirala colà in un canto che non ci dia altro imbarazzo.Graffigna si curvò sopra il vecchio suo compagno di delitti e d'infamia. Stracciaferro apriva gli occhi; ma il suo sguardo torbido ed appannato dinotavacome al suo cervello intronato non fosse ancora tornata la funzione di quell'intelligenza cui la natura già gli aveva data in sì scarsa proporzione, e cui la continuata ubbriachezza aveva ancora ottusa di tanto.— Eh! non sarà nulla, disse Graffigna chino sull'omaccione, e' comincia a rifar l'occhiolino. Suvvia, soggiunse parlando al caduto, e scuotendolo per le spalle, animo, mio caro amico che tu possa crepare; non farci delle smorfie da femminetta e levati sulle piote, pendaglio da forca, mio degno compagno.Stracciaferro trasse un grosso e profondo sospiro, e messosi con gran pena a sedere girò intorno uno sguardo da trasognato.— A me, a me, riprese l'omiciattolo dalla faccia di faina. So ben io che cosa ci vuole a questo maccaco, nostro benemerito socio, per fargli tornare l'anima in corpo.Prese sulla tavola il fiaschetto dell'acquarzente e ne mescette un colmo bicchierino, che venne a porre a contatto delle labbra spesse e tumide di Stracciaferro.— Orsù, gli disse, bevi codesto, e lesto in gamba, che ti carezzi il piede di Gasperino[10].Con un moto puramente animale Stracciaferro ingoiò il contenuto del bicchierino, e parve in verità che ciò gli ridonasse gli spiriti, perchè un qualche raggio di luce venne a brillare nei suoi occhi.— Olà, non l'abbiamo ancora finita? Gridò allora la voce imperiosa ed impaziente delmedichino.Il vecchio galeotto tutto si riscosse; volse a quella parte ond'era venuta la voce, i suoi occhi rossi di sangue ed infossati nelle livide occhiaie, e incontrò lo sguardo superbo di supremazia disdegnosa, e vide l'aspetto imponente di quel giovane dall'alta fronte orgogliosa, a cui la sorte aveva tutto accordato: bellezza, intelligenza, coraggio, fermezza e perfino la forza muscolare. Che cosa si passò egli nell'animo di quello sciagurato la cui bassa natura confinava colla cieca animalità? Quello sguardo e quello aspetto lo vinsero più ancora della forza di quel colpo materiale che lo aveva atterrato: fece come una fiera in gabbia che ha voluto ribellarsi al suo domatore e che questi col dolore delle percosse e colla forza magnetica dell'occhio fascinatore, fa rientrare nella timorosa soggezione.— Alzati ed accostati: gli comandò breve ed asciutto ilmedichino.Stracciaferro si alzò non senza stento e venne accostandosi al capo dellacoccacon passo tuttavia mal sicuro.— Sei persuaso ora d'aver torto? gli chiese bruscamente Gian-Luigi.L'omaccione mandò uno de' suoi grugniti che poteva passare per un'esclamazione affermativa.— Sta bene..... Una severa punizione l'hai meritata; maper questa volta, mi contento di quel poco di correzione che hai preso... Per questa volta, intendi?..... Ad un'altra, al menomo cenno d'insubordinazione, al menomo contrasto alla mia volontà, ti faccio saltar le cervella, com'è vero che io qui sono... E così di qualunque altro che osasse imitare il tuo esempio. Ciascuno se lo tenga per detto.Fece scorrere di nuovo sulle faccie dei presenti il suo sguardo lento, pacato e severo; e più di prima ancora, non trovò che fronti chine ed umilmente sommesse.— Ora non se ne parli più: continuava col tono di generosa clemenza d'un Tito. Siedi costà e impiega tutto quel po' di cervello che ti resta a tentar di comprendere ciò che sto per dire ed ordinare.I componenti il supremo Consiglio dellacoccaerano adunque tutti seduti intorno alla tavola a cui capo stava ilmedichinoe con vivissima curiosità ed attenzione aspettavano le comunicazioni per cui erano stati colà raccolti.Gian-Luigi così cominciò a parlare:— Fin da principio che io assunsi quest'importantissimo ufficio che voi m'avete voluto affidare, fu mio proposito chiamare la nostra associazione a ben più alti destini di quelli a cui l'avessero spinta, cui avessero pur anco sognato soltanto tutti i miei predecessori. Noi per un'ingiustizia fatale siamo privi dei beni della sorte e con quello che la comune chiama delitti cerchiamo riparare a questa ingiustizia; ma gli effetti dei nostri atti non sono che temporanei, non riescono che a successi parziali, in una menoma parte soltanto dell'immenso complesso dei beni umani, non giovano che a pochi individui, per poco tempo, lasciando definitivamente nelle medesime condizioni la nostra classe, tutti quelli che come noi non hanno nulla, i poveri, gli umili, i derelitti e calpestati dai potenti — la plebe!Graffigna fece un atto che significava chiaramente com'egli degli altri se ne curasse meno d'un mozzicone di sigaro e che contentavasi affatto di que' certi successi parziali che facevano entrare qualche buona manciata di monete nelle sue tasche. Ma ilmedichinovolse per azzardo gli occhi verso di lui, ed egli, rinsaccato ancora il capo in mezzo alle spalle, chiuse gli occhi, come per assorbire di meglio le parole del suo superiore e meditarvi su con più attenzione.Gian-Luigi continuava:— Ma intorno a noi, contro di noi, a legarci in ogni nostra mossa, ad impedirci ogni atto, a reprimere ogni nostro conato, a rendere impossibile ogni miglioramento della nostra sorte, che cosa troviamo noi? La legge, che è fatta dai nostri nemici; tutto un ordinamento, un edifizio di istituzioni e di uffici,di costumi e di autorità, organato direttamente a nostro danno ed a nostra repressione. È chiara e facile la conseguenza da dedursi: abbattiamo questo edificio, stracciamo questo iniquo patto di legge a cui noi non abbiamo acconsentito. La nostra parte ha la potenza del numero; ma pur tuttavia è debole ed impotente per mancanza d'unione e d'accordo, d'intendimenti e di guida, d'una forza di pensiero e di volontà che la informi, d'un centro intorno a cui la si agglomeri e che le indichi e cominci l'azione, e ve la spinga e capitaneggi. Quest'uffizio ho pensato che poteva adempiere la nostra segreta associazione così vasta e fondata, che, ignota anche ai più di quelli che la servono, pure diffonde così largamente le sue radici, che può di tanti mezzi disporre, che vanta a sè arruolati tanti coraggi, tanti animi risoluti e pronti ad ogni cosa. La nostra associazione, mi sono detto, può raccogliere in una massa le scontentezze, le ire, le disperazioni dei derelitti, far precipitare questa irrefrenabile valanga sul presente edificio, abbatterlo come la vera valanga schiaccia il villaggio che incontra nel suo cammino; e sulle rovine di ciò che ora esiste, può la nostra misteriosacoccarimanere solo corpo organato che sopravanzi, ed impadronirsi della somma delle cose.Fece una piccola pausa, e poi soggiunse con accento più vibrato, con occhi che sfavillavano d'una ardente cupidigia:— Allora a noi tutte le ricchezze terrene: a noi tutti i tesori e i piaceri della vita, tutto che suscita il desiderio, che può soddisfare ogni passione. Affonderemo fino alle spalle le nostre braccia nell'oro — anco nel sangue se vogliamo — c'inebrieremo d'ogni voluttà, anche di quella della vendetta contro chi ci ha tenuti finora sotto il suo tallone. Saremo noi i re della terra!Il suo accento appassionato ed eloquente faceva correre un fremito nella maggior parte de' suoi ascoltatori. Dietro le sue lenti colorate gli occhi del direttore dellacasa di commissionebrillavano ancor essi d'un ardore indicibile di cupidigia. Macobaro aveva nel suo sguardo affondato uno scintillio maligno e sulle sue labbra tirate un sogghigno più perverso ancora; i due di cui non si è detto il nome, mandarono un'esclamazione soffocata di avidità che direi quasi feroce, e tesero le mani innanzi a sè come se già volessero afferrare quell'oro e quei diletti di cui parlava ilmedichino: soli Stracciaferro e Graffigna non partecipavano al comune entusiasmo. Il primo stava coi gomiti appoggiati alla tavola e la testaccia chiusa nelle mani, indifferente a quel che si diceva, come se non udisse o non comprendesse: il secondo crollava il capo ed aveva sulla sua faccia furbesca un'aria di malcontento che era una manifesta benchè silenziosa opposizione.Gian-Luigi osservò l'espressione di quell'aspetto e cambiando ad un tratto accento e contegno, disse bruscamente e con imperiosa brevità:— Tu hai qualche cosa da dire, Graffigna!Questi fece un gesto come per iscusarsi ed esimersi dal parlare.— Parla, parla, disse ilmedichinocon autorevole insistenza. Voglio udire le tue ragioni, e ti comando di esporle.Graffigna fece un gesto di umile e rassegnata ubbidienza, e disse col suo tono più insinuante e colla sua voce più esile:— Ecco qui... Io non la so ragionare tanto per le difficili... Parlo come vien viene, e se dico delle bestialità conviene perdonarmi, che sono un povero uomo che il diavolo mi porti... Or dunque, io dico, che lacoccasi è formata e noi vi ci siamo ascritti ed abbiamo lavorato per essa per questo motivo; che cioè noi che la componiamo potessimo avere più sicuri e più forti mezzi da mandare innanzi i nostri piccoli affari, combinare ed eseguire in barba a quella bestiaccia della Polizia i più bei colpi e i più fruttuosi..... Bene!.... Volerci far uscire di li, volerci mettere in imprese che noi non comprendiamo bene, che vanno più in là di quello che ci sia possibile, ho gran paura che non serva ad altro che a comprometterci. Di quelli che non appartengono allacocca, miserabili o non miserabili che sieno, non m'importa a me l'anima d'un bottone, crepino o non crepino di fame quella brava gente che possano far conoscenza colle pantofole del boia... Dunque sormedichinoparla certamente assai bene... che mi colga un accidente; ma mio avviso è che si lascii camminare il mondo come cammina, che non saremo noi che drizzeremo le gambe ai cani, e che continuiamo perciò senza tanti imbarazzi a sbrigar chetamente i nostri piccoli negozi.La politica pedestre, ma positiva di Graffigna parve estinguere nei due birbanti innominati la fiamma dell'entusiasmo che le parole delmedichinoavevano suscitata; anche l'uomo dagli occhialibleusembrò recarsi su se stesso e riflettere: Stracciaferro conservava sempre la sua attitudine torbida ed astratta; Macobaro fu a combattere vivacemente la opinione di Graffigna.— E come! diss'egli, dopo aver ottenuto da Gian-Luigi licenza di parlare: Graffigna, non capite tutta l'estensione e la efficacia del piano che il nostro egregio e benemerito capo ci ha adombrato? Voi non volete che quelle imprese le quali possono arrecare a noi un utile diretto, sicuro ed immediato; ma nissun'altra più di questa che ci viene proposta varrà mai a darci tanto vantaggio. È un colpo di rapina in grandi proporzioni, al quale ci facciam complici tutti i miserabili, e del quale noi profitteremo più di tutti. Riesca o non riesca la cosa, noi verremo sempre a capo di fare un bottino quale mai non fu fatto..... Pensate che possiamo avere a nostra discrezione per giorni, per delle ore almanco tutti i forzieri dei ricchi.....Gli occhi dei degnissimi soci tornarono a sfavillare di cupidigia.— Pensate che insieme col guadagno, potremo anche avere quell'altra dolcissima soddisfazione che è quella della vendetta.La sua curva persona si ridrizzò alquanto, e nella voce umile sempre e rimessamente trascinante, vibrò un'energia affatto nuova.— Che? Non vi sorride, Graffigna, l'idea di poter tenere non fosse che un solo momento, sotto il vostro piede quegli scellerati che vi hanno schiacciato fin adesso, che vi schiacciano col loro tallone? Ah veder calpestati pur una volta chi ci calpesta, oppressi chi ci opprime, timorosi di noi chi ora ci fa paura, non è questo solo una benedizione di Dio?...— Per me codesto poco importa, riprese Graffigna. Miglior modo di vendicarmi lo credo quello di farmene venire in tasca più che posso dei loro denari...— E qui, con codesto, li prenderemo tutti i loro denari a quei birboni di nobili, di potenti e di ricchi: esclamò con forza di cui non avreste creduto capace la sua voce da vecchio, Macobaro le cui membra tremavano dalla profonda emozione: li prenderemo tutti i loro denari, le loro gioie, i loro argenti...— Sì, se vincessimo, ma come sperarlo con tanta forza diarcieri, di carabinieri, di soldati che ci manderanno addosso. Sapete che arriverà? Che saremo schiacciati come rospi sotto una roccia, e tirando sopra lacoccatutto il furore dell'autorità, la metteremo al puntiglio di compiutamente distruggerla. Per me posso rassegnarmi benissimo ad andare a dar calci al vento nel circo dei pioppi a porta Susa[11]; ma mi sarebbe di soverchio dolore e rimorso vedere per nostra imprudenza rovinata quellacoccache, già impiantata da tanto tempo, ma scaduta e quasi dispersa, noi abbiamo avuto il merito di riavvivare, rafforzare, far prospera, e che vorrei trasmettessimo in ottime condizioni ai nostri successori.Qui ilmedichinofe' cenno tacessero tutti ch'egli era a voler parlare. Gli fu prestata da quel fior di galantuomini una sollecita attenzione.— Le parole di Graffigna, diss'egli, hanno il loro valore; ma credete voi che quelle osservazioni ed obiezioni io non me le sia fatte fin da prima che ho concepito questo mio disegno e che ho risoluto di metterlo in atto? Le ho meditate e discusse meco stesso, le ho pesate una per una; e se mi sono deciso dopo ciò a tentare la impresa — imperocchè sappiate che tutto oramai è disposto — gli è perchè ho trovato buone ragioni a combatterle, valevoli rimedii ad antivenire ed impedire quei danni. Questa nostra associazione, non lo dico per vantarmi, ma per amor della verità cui conviene qui accertare, se arrivò al grado di potenza e di prosperità al quale si trova, lo deve per la maggior parte a me: ora come potreste voi credere che io fossi tanto poco sollecito dell'opera mia da comprometterla con leggerezza ed esporla a facili sconfitte? No, compagni miei, non credetemi nè sì cieco, nè sì incauto, nè sì colpevole, perchè codesta sarebbe una vera colpa. Se io ho pensato di far della nostracoccala molla principale della rivoluzione che voglio suscitare, la parte direttiva e quella perciò che ci avesse poscia il profitto migliore, ho pensato eziandio a cingerla ed avvalorarla della forza di molti altri complici che senza saperlo, credendo anzi muoversi per proprio interesse, lavorassero ad esclusivo di lei vantaggio, e in mezzo ai quali la cocca medesima sparisse nascosta, come la forza segreta che anima l'organismo vivente, cui nessuno può afferrare, per venire a galla soltanto allora che il trionfo le desse l'opportunità di saltar fuori ed afferrare la preda. Credete voi forse che questo sia un progetto sbocciato d'improvviso nel mio cervello, e voluto attuare colla foga del primo trasporto dell'immaginazione che non tien conto degli ostacoli? No; così non è. Questo progetto gli è da anni ed anni che io lo vo rivolgendo meco stesso nella mente; gli è da anni ed anni che s'è impadronito di tutto l'esser mio e che mi comparisce sotto ogni sua faccia e che mi s'impone colla sequela delle sue difficoltà per far travagliarsi il mio spirito a meditarle e sciorle l'una dopo l'altra: gli è fino dalla mia adolescenza, quando, affacciatomi appena alla soglia della vita, vidi così iniquamente distribuite le parti nel mondo, e in quel tirannico ordinamento non un posto per me... Quando le circostanze, i miei bisogni, le mie passioni mi gettarono in mezzo a voi, — ve lo confesso aperto — io mi vi diedi tutto, perchè all'anima mia era balenata di subito la speranza che questo sarebbe stato un saldo punto d'appoggio per quella leva ch'io voleva muovere a scuotere e rovesciare l'ingiusto assetto sociale presente: quando la mia audacia e la forza della mia volontà mi fecero vostro capo, giudicai che la sorte voleva darmi l'eccelsa contentezza di effettuare il mio sogno. Avevo già incominciato l'opera in umili e ristrette proporzioni; la continuai con più ardire, con più speranza, con più mezzi in un più vasto ambito, con più certi e più ampi successi.«Nel mondo oltre i nostri, ci sono altri odii, altre ambizioni, altre passioni che imprecano alla società attuale e la vorrebbero modificata a loro profitto e ne minacciano alcuna parte. Non è solo qui da noi che ci sono poveri che soffrono, e ricchi che vivono empiamente del sudore del popolo; pensai che lo scoppio dell'ira dei pezzenti negli altri paesi potesse aiutarsi, eccitarsi, combinarsi per venire in soccorso e assicurare il trionfo del nostro.Avvisai che noi potevamo sfruttare eziandio e il maltalento e le invidie del ceto medio che altrove, mercè la ricchezza, è arrivato già alla cima della scala e qui è tenuto basso dai privilegi accordati dalla monarchia assoluta alla nobiltà, gli sdegni e le aspirazioni delle intelligenze ora soffocate, le ambizioni di coloro che si accorgono d'essere schiavi perchè non son essi a comandare, le generose follie di chi, volendo avere una patria, vorrebbe costituire dell'Italia una nazione indipendente dallo straniero. Tutto questo ho raggruppato insieme e dei varii, molteplici fili, tengo i capi nella mia mano.«Domenica ventura — date ben retta — fra pochi giorni adunque, domenica, di sera, quando piene affatto le tenebre la gran lotta ha da incominciare. Giovani dalla fantasia accesa e dal cuore in cui batte un sangue concitato, studenti, artisti, commercianti, insorgeranno armati nel nome della patria e della libertà; noi da nostra parte lancieremo nelle strade le scure e torbide legioni della miseria che grideranno «abbiamo fame e vogliamo del pane e dell'oro.» Quelli assaliranno l'arsenale, le caserme, le dimore delle autorità, — anche della prima di tutte: questi — i nostri — si precipiteranno sulle case e sui forzieri dei ricchi. Le truppe saranno occupate dalla rivoluzione politica, noi avremo il campo libero, ed il saccheggio sicuro.»Pronunciò queste due ultime parole con accento spiccato, con espressione tentatrice come l'iniquo soffio del demone, con isguardi lucenti di passione profonda. Tutti i suoi uditori si riscossero, fin anco Stracciaferro, che levò dalle palme delle sue manaccie il suo volto animalesco e mostrò un lampo d'intelligenza nelle sue pupille offuscate.— Ah sì, il saccheggio: grugnì egli a suo modo colla voce rauca e avvinazzata: questo mi va.— Il popolo avrà delle armi: i nostri che faranno da capi alle turbe saranno più armati degli altri. Abbiamo oltre alle armi materiali quella morale più potente di tutte, il danaro. Pagheremo se non tutti una gran parte degli operai perchè facciano causa comune con noi contro i loro padroni. Più ancora del danaro possono in essi le ragioni e le idee che da tempo ho procurato si spargessero fra di loro.Qui il direttore dellacasa di commissionifece un lieve cenno che pareva significare aver egli alcuna cosa da dire.— Parlate pure, gli disse ilmedichinointerrompendosi.— Voglio dire, poichè Lei me lo permette, che da questo lato le cose camminano il meglio che si possa desiderare. Dietro suoi ordini e secondo le sue istruzioni, ho continuato ad agire e far agire sì direttamente che indirettamente sui principali operai di tutte le officine.Qui Graffigna interruppe dimenticando per un momento il suo rispetto alla disciplina.— Questo è vero. Nella fabbrica Benda che è una delle primissime, so io di sicuro che non si starebbe guari ad avere dalla nostra buona mano di quei lavoratori. Marcaccio insusurrato da me va gonfiando le orecchie a certo Tanasio che ha molta influenza sui suoi compagni, e per suo mezzo quel caro uomo degno della galera ha messo assai bene il baco fra quegli operai... Non basta; testè quel Marcaccio medesimo — bravo capitale d'un assassino va! — ci ha fatto acquistare una preziosa recluta che ci sarà utilissima in molte occasioni, essendo che gli è un eccellente fabbro-ferraio, e che ci potrà aiutare assai bene anche in questa, perchè fu già negli opifizi del signor Benda, ne fu scacciato, ed oggi stesso, avendo mandato la moglie a supplicare d'esservi riammesso, si ebbe un bel no, di che sentì un'ira maledetta e giurò l'avrebbe fatta pagare al suo antico principale.— Benone! esclamò l'agente d'affari. Quella è delle fabbriche più importanti e che abbiano maggior numero d'operai.— Senza contare che il padrone di essa è uno dei più ricchi di Torino e che c'è da fare unleva ejusne' suoi scrigni proprio co' fiocchi.— È vero: esclamarono con avidità di desiderio gli altri, meno ilmedichinoe Stracciaferro sempre assorto nel suo torpore.— Ma il guaio si è, soggiunse finemente Graffigna, che sormedichinonon vuole che alla famiglia Benda si tocchi.Tutti si volsero a Gian-Luigi come aspettandone una spiegazione.— Gli avevo suggerito questa mattina medesima un simil colpo, continuò Graffigna, ed egli me ne rimbrottò come un cane.Ilmedichinostette un momento in silenzio reggendo colla sua mano bianca e sottile la bella fronte; poi scuotendo la testa, come per gettarne via alcun molesto pensiero, disse sorridendo d'uno strano sorriso:— Sì, è vero..... Questa mattina ho parlato così: ma ero allora sotto l'impressione di certi sentimenti..... che gli è inutile spiegarvi..... Adesso quell'impressione è superata, e ragiono diversamente. Come tutte le altre, anche la fabbrica del signor Benda sarà sconvolta dalla sommossa.— Così va bene: esclamò Graffigna. — E conto d'esserci io colà al momento buono: soggiunse fra i denti.Gian-Luigi rimase di nuovo un istante riflessivo, poi riprese coll'accento di prima:— Tutte le officine adunque insorgeranno. Noi sceglieremo accuratamente fra i nostri uomini quelli che per ciascuna dovranno ficcarsi in mezzo agli operai ad istigarli prima, a capitanarli nel momento dell'azione. Quando una massa di popolo trasmoda in tumulto, chi è più esagerato in parole, più audace nei fatti agevolmente se ne impadronisce, e nelle vie della violenza la volge a suo senno. Inostri uomini, cui un per uno voi comunicherete le istruzioni che vi darò testè io stesso, parleranno ed agiranno da imporsi come capi alla sommossa. Ciascuno di essi riceverà prima del fatto una somma; del bottino poi, obbligato a renderne conto a noi e recare in comune, avrà promessa solenne di ottenere considerevolissima porzione. Le varie parti del disegno, le fasi della rivolta, i modi e l'ora degli assalti diviseremo accuratamente capo per capo, e ciascuno di voi sarà incaricato di provvedere all'esecuzione di ciò che a lui sarà stato assegnato, concertandosi cogli uomini che da lui dipenderanno. Ai principali di questi agenti subalterni parlerò ancor io medesimo. Essi però non dovranno conoscere il piano generale e riceveranno poscia man mano, quando impegnata l'azione, gli ulteriori ordini ed istruzioni. La massa comune degli affigliati allacoccanon saprà nulla di nulla e si caccerà nella riotta come a profittare d'una buona occasione di rapina che si presenti, senza avere il menomo sospetto che quest'occasione noi abbiamo lavorato a farla venire. I capi-squadra poi, trascelti per avere comunicazione di quella parte del disegno che occorra loro far nota affinchè possano utilmente servirci, ripeteranno il solito giuramento di morire piuttosto che rivelar nulla, se mai cadono negli artigli della polizia. — Ed ora, compagni, procediamo, senza ritardo alla scelta importantissima di questi individui.Il direttore dell'agenzia d'affari trasse fuori un elenco di quei fiori di galantuomo, e lo scellerato sinedrio si pose con infinita attenzione a pesare nome per nome affine di sceverare dal mazzo i più degni dell'alto ed onorevole ufficio.Quando codesta delicata operazione, che durò lungo tempo, ebbe termine, Gian-Luigi accennò di sciogliere l'adunanza ordinando ai sei accoliti di passare nella taverna di Pelone per cominciare ad impartire a chi si doveva le informazioni ed i comandi opportuni; ma Graffigna colla sua voce di falsetto domandò che lo si ascoltasse ancora un momento.— Tutto questo va benissimo, diss'egli: quello del nostromedichinoè un piano grandioso, che mi venga un accidente, degno di quel testone tanto fatto che ciascuno deve riconoscergli, un piano che con una sola retata ci può dare in mano più di quanto un centinaio di bei colpetti non possa fare. Non dico mica diverso, miei cari compagni ed amici: io non l'avrei saputa pensare una cosa simile: se dessi retta soltanto al mio piccolo comprendonio, direi che ci cacciamo in uno spineto da lasciarci non soltanto i brandelli dei calzoni, ma benanco della nostra p.... d'una pelle che non vale un botton frusto, siamo d'accordo, ma che pure ci è cara a tutti quanti, o che il diavolo mi porti.Gian-Luigi fece un atto d'impazienza, l'omicciattolo s'affrettò a soggiungere:— Non dico questo per oppormi in nessun modo all'affare. Le parole delmedichinohanno trasportato anche me. Facciamo pure a suo senno: mi ci metterò di buona voglia, e quella frotta che avrà la mia compagnia, state pur sicuri che vorrà far per benino la sua bisogna....— Insomma, lo interruppe Gian-Luigi impaziente: a qual conclusione vuoi tu venirne?— A questa: il gran colpo esploderà domenica. Bene; ma da oggi a quell'ora ci abbiamo un quaternario di giorni in cui pare a me si potrebbe pur compiere qualche altro buon colpettino ammodo che ci aiutasse sempre meglio ad ugnere le carrucole. Io ce ne ho due belli e preparati, che sono come frutti maturi, i quali non si ha che da allungar la mano per coglierli....— Sentiamoli, sentiamoli: dissero in coro gli altri.— Eccoli qua, mia cara brava gente di galeotti. L'uno sarebbe pel marchese di Baldissero, nella cui casa è affare di poca difficoltà l'introdursi una notte in parecchi bravi amici, e di cui laGattonasaprà spiegarci per bene com'è diviso l'appartamento perchè vi ci possiamo cavare i piedi.Al nome dellaGattonaStracciaferro volse uno sguardo quasi intelligente al suo compagno di delitti e d'infamia.— LaGattona! diss'egli: lasciala stare quella sciagurata di mia sorella. Ella è più trista di tutti noi.— Giusto appunto! La ci può servir benissimo. L'altro colpo sarebbe verso quel birbone matricolato, senza fede nè legge, mio buon amico, l'avaro usuraio, strozzino scellerato di Nariccia. Qui la cosa è ancor più semplice. Il miserabile alloggio in cui quel vecchio esoso sta colla sua vecchia sudicia di fante, io lo conosco come il fondo della mia tasca: sormedichinolo conosce al pari di me: e per introdurci colà ci abbiamo le chiavi fatte a meraviglia dall'uomo procuratoci da Marcaccio e che apriranno benissimo, chete come olio.Gian-Luigi interruppe vivamente:— Ah! quelle chiavi ci sono?— Sor sì: eccole qua.— Bene! Mi fa piacere lo averle.— E dunque: soggiunse col suo solito accento insinuante la voce squarrata di Graffigna: il colpo si fa?— No... per adesso: rispose fermamente ilmedichino: nè questo nè un altro. Per questa settimana tutti ci conviene raccogliere i nostri spiriti e i mezzi nostri a preparare la grandissima lotta — forse finale — e non bisogna disperdere le nostre forze, nè chiamare di soverchio l'attenzione della Polizia sui fatti nostri. Se nella lotta di domenica riusciremo, non occorrerà più ricorrere a questi parziali delitti: se non vinceremo, allora, di poi, si potrà riprendere la nostra opera tenebrosa..... Or basti. Andate da Pelone e comunicate ai capisquadra le cose convenute.Due minuti dopo Gian-Luigi era solo in quel misterioso ridotto. Egli aprì l'uscio del gabinetto a lui riserbato esclusivamente, accese il lume che era colà e lasciandosi cader seduto nella poltroncina che stava innanzi alla scrivania, appoggiò i gomiti al piano di questa, resse nelle mani la fronte e parve immerso di subito in profondi pensieri.

In quella scellerata associazione che chiamavasi lacocca, erano tre gradi: cominciando dall'alto della gerarchia veniva primo un sinedrio ristretto di pochi caporioni che formava il Consiglio de' ministri del capo supremo, al quale era bensì concessa una grande autorità, non però senza temperamento di preventivo esame e di sindacato susseguente ai suoi atti principali: questo sinedrio radunavasi inCafarnao; eravi poi una più numerosa assemblea che componevasi dei capi delle singole squadre ed a questa, a cui erano taciuti gli alti avvisi o i segreti intendimenti del Consiglio superiore, spettava determinare le imprese minori, scegliere questi o quei modi d'esecuzione, distribuire fra i varii attori le parti, assegnare a ciascuno dei cooperanti una quota del bottino; quest'assemblea sedeva nella riposta stanza dell'osteria di Pelone; e se tutti i componenti di essa conoscevano l'esistenza del segreto ricovero dove si nascondevano le prede e si trafugavano le traccie dei delitti, a pochi soltanto e i più fidati era stato concesso l'introdurvisi; nello stanzone poi dell'osteria erano raccolti i semplici gregarii e non tutti, — perchè il loro numero era troppo maggiore di quel che la taverna potesse contenere — ma i principali, a cui, dopo presa una decisione, venivano dati i cenni opportuni, il motto d'ordine, le istruzioni e i convegni fissati, con incarico di trasmetterli a quegli altri compagni assenti che fosse stimato necessario. Alle adunanze del primo di questi poco onorevoli consessi assisteva sempre il capo supremo eletto da questo consesso medesimo; ai convegni dei capi-squadra era egli presente il più spesso, e fu a quest'occasione che Maurilio dovette di trovare nella bettola di Pelone Gian-Luigi travestito da operaio: alla massa dei semplici gregarii difficil era che ilmedichinosi immischiasse, e molti di essi lo conoscevano di nome e lo rispettavano ossequenti per fama senza nemmeno conoscerlo di persona.

Quella sera, come già sappiamo, tutte tre le categorie degli affigliati alla infame Società erano convocate: il sinedrio supremo per risolvere, l'assemblea mediana per scegliere i mezzi d'esecuzione, la infima classe per ricevere gli ordini. Sulle peste di Macobaro, il quale, camminando frettoloso per la notte è giunto alla bottega diBaciccia, introduciamoci anche noi nel misterioso ridotto.

Quando il padre di Ester vi giunse, ilmedichinonon c'era ancora. La lampada che pendeva dalla vôlta illuminava del suo chiarore rossigno le faccie diverse, ma tutte caratteristiche, di cinque individui seduti intorno alla tavola che trovavasi in mezzo a quel vasto camerone ingombro di tanta roba. Una di queste faccie era il muso appuntato di Graffigna che già ben conosciamo; vicino a lui, cogli avambracci posati sul piano della tavola, stava un omaccione a forme grosse, quadre e robuste: una testa enorme gli pencolava come ad uomo preso dal sonno che di quando in quando cede all'assopimento; la faccia imbestialita non lasciava più scorgere traccia nessuna di sentimento fuorchè un basso istinto animale; l'occhio semispento aveva qualche cosa di stupido insieme e di feroce, le labbra grosse colore della feccia del vino, parevano incapaci ed indegne dell'attributo dell'uomo che di tanto lo separa dal resto dell'animalità: la parola; avreste detto non poter uscire da quella bocca degradata che un grugnito belluino. Pareva immerso in una specie di torpore dell'anima e del corpo; ma tratto tratto ne usciva un istante per mescere d'un liquore del color dell'acqua, di cui aveva una bottiglietta innanzi a sè, in un bicchierino, il cui contenuto poi tracannava d'un colpo con mossa del braccio concitata, quasi rabbiosa. Era acquarzente della più forte; ad ognuno di tali bicchierini e' si riscuoteva un poco, alcuna intelligenza pareva tornare in quel suo sguardo sanguigno: ma poi non tardava a riprenderlo quel torpido assonnamento. Il terzo individuo, paragonati i suoi abiti a quelli miseri e frusti de' suoi compagni, vestiva da signore. Era tutto in nero ed aveva le apparenze d'un leguleio o d'un uomo di affari; portava sul naso degli occhiali colle lenti azzurrigne e parlava, si muoveva, stava con una certa importanza di sè. Dirigeva unacasa di commissioniper allogamento di persone di servizio, per pigionare quartieri in città, per vendita od affitto di beni rurali, per impiego di denari e simili; sapeva a menadito il Codice civile e quello penale, era il consultore legale della Società, e i suoi compagni lo trattavano colsor. Degli altri due non è il caso di occuparsi: ci basti sapere che erano arrivati ancor essi a quell'alto grado nella gerarchia per merito di audaci ed accorti delitti e di utili vistosi recati col senno e coll'opera alla Società.

Fra questi cinque individui non una parola si scambiava. Ciascuno pareva assorto nei suoi pensieri; tenevano il capo basso in aspetto meditabondo e non si guardavano neppure l'un l'altro. Avreste detto che rattenevano fin anco la loro respirazione per non turbare l'alto silenzio, che veniva rotto tratto tratto soltanto dal colpo con cui l'omaccione batteva la tavola deponendovi su il bicchierino dopo averlo vuotato.

All'entrare di Macobaro i cinque personaggi levarono la testa; e visto chi fosse non gli dissero, nè fecero cenno di sorta che paresse un saluto, ma tornarono nel loro primitivo raccoglimento:l'ebreo si venne inoltrando chetamente quasi con umile riverenza verso la tavola, prese una seggiola e vi sedette timidamente senza nè dire una parola neppur egli, nè fare un atto qualsiasi.

Si continuò per un poco ancora in quel silenzio; finalmente l'uomo dagli occhiali bleu fece un movimento, trasse di tasca l'orologio e guardandolo disse:

— Ilmedichinoè in ritardo d'un quarto d'ora.

— È troppo: disse un altro.

— Quanto a me, saltò su con voce rauca l'omaccione, che aveva galvanizzata in quel punto la sua inerzia con un bicchierino di acquavite: quanto a me lo aspetto finchè qui dentro c'è una goccia di questa roba. Quando abbia finita questa fiaschetta me ne vado ai fatti miei, e ilmedichinoil diavolo se lo porti.

Ma Graffigna gli diede sulla voce.

— Sta zitto, Stracciaferro. Bevi quel che hai dinanzi e non dir sciocchezze. Se ilmedichinonon è qui ancora, è segno che ancora non ha potuto venirci; e quanto ai fatti tuoi, tu non hai altri che quei dellacocca, e devi star qui appunto per essi.

Stracciaferro scosse la sua testa enorme; ma si tacque. Nè alcun altro aggiunse più parola.

Pochi minuti dopo si udì un passo franco nel piccolo camerino che precedeva l'ingresso alCafarnao, ed entrò un uomo di alta statura, avvolto in uno scuro mantello che tuttavia non nascondeva la prestanza delle sue forme, la dignitosa leggiadria delle sue mosse. Era ilmedichino.

Mentre al sopraggiungere di ogni altro nessuno di quelli che già si trovavan colà erasi mosso, all'entrare di codestui, appena l'ebbero scorto, s'alzarono tutti in piedi con certa attitudine di rispetto, come per un taciturno saluto: tutti meno uno, che era Stracciaferro, il quale aveva scossa di nuovo la sua grossa testa ed aveva mandato una specie di grugnito che pareva quasi un'espressione di protesta contro quell'atto riverente degli altri.

Ad alzarsi primo di tutti era stato Macobaro, e il suo capo si curvò in umilissimo inchino, mentre il giovane capo dellacoccafece scorrere di passata il suo vivido sguardo sulle infinite rughe della raggrinzita di lui faccia; ma chi avesse notato lo sguardo pieno d'odio implacabile che aveva guizzato a tutta prima verso Gian-Luigi dalle palpebre floscie ed ingiallite del vecchio, non avrebbe esitato a credere quest'uomo capace d'ogni più fiero proposito contro colui che così umilmente inchinava.

Ilmedichinos'inoltrò colla sua andatura fiera e la mossa naturalmente superba, senza sciorsi dal mantello onde si avvolgeva. I suoi occhi che erano corsi sulle faccie di tutti i presenti, si fermarono sulla figura grossolana e bestiale di Stracciaferro e la saettarono di sguardi che parevano di fuoco.

L'omaccione volle resistere col suo e lottare contro quello sguardo del giovane; ma nol potè a lungo; le sue pupille quasi a forza dovettero chinarsi, ed egli manifestò il malessere che quello sguardo gli cagionava e il dispetto che di ciò sentiva, con un altro dei suoi grugniti quasi bestiali.

In Gian-Luigi per l'intensità di quella fisa guardatura, le vene della fronte si gonfiavano a poco a poco, e, le sopracciglia aggrottandosi lentamente, veniva disegnandosi ed incavandosi sempre più quella ruga caratteristica che noi gli conosciamo.

— Perchè non vi siete levato in piedi, Stracciaferro? domandò ilmedichinocon voce severa, ma calma e posata.

Stracciaferro fece un atto pieno d'irriverenza; ma non osò levare gli occhi sulla faccia del giovane.

— Perchè, rispose colla sua voce rauca ed ebriosa, perchè non ne ho punto voglia.

Gian-Luigi tirò giù lentamente la falda del mantello che aveva gettata sulla spalla sinistra, e dalle pieghe del panno cascante sprigionò il braccio destro e la sua mano fine e sottile, accuratamente inguantata.

— Qui non siete per fare le vostre voglie: disse con una pacatezza che era più minacciosa che l'accento della collera: qui conviene che compiate i doveri che avete verso lacoccae verso me che ne sono il capo. Quando ci avvenga di incontrarci come semplici individui qui o fuori di qui, che voi badiate o non a me, poco m'importa: aspetterò a darvi una lezione allora solamente che mi manchiate di rispetto; ma in queste adunanze, qui, adesso, voi siete innanzi a me in qualità di subalterno innanzi al suo superiore, ed io esigo che voi mi rendiate quelle onoranze che sono stabilite dai nostri accordi, che sono nel mio diritto di pretendere, e di cui anzi penso dovere della mia carica il mantenere intatta l'osservanza. Con voglia o senza, voi vi dovete alzare, e vi alzerete.

Fece una pausa. Stracciaferro non si mosse; allora con voce vibrata di comando, ilmedichinogli intimò:

— Alzatevi!

I presenti a quella scena stavano muti ed immobili; ma l'espressione della loro fisionomia era ben diversa. Graffigna pareva seccato di quest'incidente che faceva perder tempo e si vedeva non approvar egli niente affatto la condotta del suo compagno; il direttore dellacasa di commissioni, guardava con occhio indifferente come uno spettacolo qualunque che gli si presentasse; il ferravecchi ebreo aveva nell'aspetto un maligno interessamento affatto ostile almedichino; gli altri due sembravano meravigliati della temerità di Stracciaferro, ma non parevano alieni del tutto a schierarsi dalla parte del ribelle, quando egli avesse saputo vincerla; come i più, insomma, erano inclinati senza dubbio nessuno a dar poi ragione al più forte.

A quel riciso comando, Stracciaferro parve dapprima voler cedere; fece un movimento come perobbedire, ma poi piantando le sue manaccie sulla tavola, quasi ci si volesse attaccare, disse risolutamente:

— Ebben no..... non lo voglio.

— Gli occhi di Gian-Luigi lampeggiarono più fieramente e la ruga che gli solcava il mezzo della fronte apparve più spiccata e profonda; tuttavia aveva egli ancora il dominio della sua volontà e padroneggiava la collera che gli sobbolliva nell'anima. Non era la prima volta che delle velleità di ribellione al suo potere si manifestavano in quell'uomo audacissimo e robustissimo. Fra le nature di quei due individui, l'una elegante, distinta, aristocratica, l'altra grossolana, volgare, bassamente plebea, si sarebbe detto corresse un'antipatia quasi necessaria, domabile soltanto dall'impero della forza, a benefizio di chi avesse questa forza da parte sua. Stracciaferro che di certo non ragionava sulle sue impressioni, ma agiva per istinto, s'era sdegnato di vedere il suo vigore, il suo ardimento, la sua ferocia sottomessi alla supremazia d'un giovane che per quell'empia strada in cui essi camminavano, gli pareva indegno del tutto d'andargli innanzi; e questo sentimento nato confusamente nel suo spirito offuscato dalla grossolanità della materia, dalla continua ebrietà, veniva in lui spiegandosi a poco a poco e manifestandosi via via con qualche atto da prima lievissimo, finchè quella sera l'acquavita gli aveva dato la risolutezza di palesarsi in quel modo che abbiamo visto.

Ilmedichinoda parte sua teneva ognor presente che quel suo primato confertogli dalla scelta de' suoi compagni, egli doveva conservarselo o per dir meglio conquistarselo ancora ad ogni volta mercè l'audacia in una sempre continua lotta contro le ambizioni, le invidie, i sospetti, le malevolenze dei suoi scellerati subalterni; e sapeva che la prima volta in cui egli avesse avuto il di sotto, la sua autorità di colpo sarebbe stata affatto perduta. Andava egli quindi preparato sempre ad ogni evento; e non era uomo da evitare nessun pericolo nè sottrarsi a nessun cimento.

Prima di riprendere a parlare a Stracciaferro, dopo la insolente risposta di costui, Gian-Luigi si tolse il mantello dalle spalle e lo gettò lontano da sè, si sguantò le mani, e ponendo la sinistra in tasca, la destra appoggiò alla tavola che tramezzava fra lui e l'avversario il cui contegno era per lui una sfida.

— Facciamo ad intenderci: diss'egli con un sorriso alle labbra cui rendevano terribile il fuoco degli sguardi e l'aggrottamento della fronte. La vostra condotta e le vostre parole meritano un'esemplare punizione, Stracciaferro...

— Una punizione a me? ruggì quel Sansone avvinazzato digrignando i denti.

Ma ilmedichinoparlando di forza con quell'accento che la natura pareva avergli dato apposta per comandare altrui:

— Non m'interrompete: gridò; risponderete quando io abbia finito di dire.

Stracciaferro borbottò confusamente qualche improperio e tracannò un altro bicchierino d'acquavita. Gian-Luigi continuava:

— Prima di darvi questa punizione però desidero sapere le ragioni che vi han mosso a trasgredire quel dovere di rispetto che avete pel vostro capo, per sapere appunto misurare a queste ragioni la gravità della pena. Or dunque che cosa vi ci ha mosso? Avete qualche rimprovero da farmi? Vi è sembrato scorgere in me qualche cosa che mi rendesse men degno del mio grado? parlate.

Stracciaferro, esordendo per un'orribile bestemmia, parlò colla più brutale franchezza.

— Il suo grado!... Io non so perchèLeiabbia da tenerlo il suo grado.... ecco!.... È forse dei nostriLei? Halavoratocome noi di mano e di persona? Ha frustato la vita nelle galere, trascinando la catena al piede come hanno fatto inostri noi?.... Noi affrontiamo il capestro eLeisi pappa il meglio dei nostri guadagni.... Noi a trascinar una vitaccia sciagurata, inseguiti dalla canèa dei poliziotti; Lei a scialarla con cavalli e carrozze in abiti da moscardino e prendersi una satolla d'ogni piacere. Ora domando io se è giusto codesto; e domando che cosa dà diritto aLeidi godersela in questa guisa..... PerchèLeie non noi?... Se si ha da guardare al merito, non ho più meriti io di cui tutti conoscono le imprese, e il cui nome è un terrore a tutta la gente ed alla polizia medesima? Se gli è la forza che deve primeggiare, non sono io il più forte?

E terminando con una bestemmia pari a quella con cui aveva incominciato, tese innanzi la sua grossa mano nera, villosa, muscolosa, serrata a pugno, e battè un colpo sulla tavola che parve battuto da un maglio di ferro.

Ilmedichinodiede una ratta sguardata all'espressione delle faccie di quel ristretto pubblico che era presente alla scena. Graffigna appariva più impaziente che mai, l'uomo dagli occhiali mostrava un curioso interessamento che però sembrava propendere di meglio verso il capo dellacocca; Macobaro s'era riparato dietro una maschera impenetrabile di indifferenza; gli altri due avevano una certa esitazione che accennava una tendenza a schierarsi dalla parte di Stracciaferro. Gian-Luigi capì che gli conveniva con un colpo decisivo domare senza indugio quelle velleità di ribellione.

Graffigna credette bene d'intervenire, e saltò in mezzo colla sua stridula voce dicendo:

— Queste le sono tutte scempiaggini, Stracciaferro, mio caro amico, che ti venga un accidente..... Tu ci fai perdere tempo e non altro.

— Tacete! intimò fieramente ilmedichinofulminando l'interrompitore con una terribile occhiata: chi vi ha dato il diritto di parlare?

Graffigna rinsaccò la testa fra le spalle, e fece un atto che voleva dire:

— Non vada in collera con me: non me ne immischio dell'altro.

Gian-Luigi si volse a Stracciaferro e parlò con voce vibrante ma contenuta, autorevole e sempre calma.

— Alle vostre parole non dovrei fare manco l'onore d'una risposta e punirvi senz'altro, ma prima mi piace mostrarvi eziandio l'assurdità delle vostre impertinenti pretese, poi più pesante ancora si abbasserà su di voi la mia mano punitrice.

Stracciaferro tirò indietro dalla tavola la sua seggiola, e come disponendosi fin d'allora a sostenere un assalto, pose sulle sue grosse ginocchia le manaccie ossee, ronchiose, che facevano certi pugni da impaurire qualunque.

— La staremo a vedere! diss'egli bofonchiando fra i denti.

Gian-Luigi continuava col medesimo tono:

— Poichè voi osate istituire una gara di meriti e di titoli a questo primato che la scelta dellacoccami ha concesso e che voglio mantenermi intiero e in tutta la sua estensione e con tutti i suoi privilegi, per Dio; vi dirò che avere l'audacia di paragonar voi a me è lo stesso come paragonare lo stupido bue che tira l'aratro al coltivatore che lo guida e lo corregge. Voi siete una forza bruta, io sono l'intelligenza. Voi avete eseguito materialmente molto arditi fatti, ma chi li ha immaginati? Chi vi ha suggeriti i mezzi e condotti con sicura previdenza e con infallibile abilità al successo? Poichè io vi comando guardate quanta prosperità e come incessante abbia accompagnata la nostra associazione! Ella non fu mai così felice e gloriosa. E non è nulla ancora appetto all'avvenire al quale intendo e mi sento la forza di condurla. Cotale avvenire, questa sera appunto voi siete adunati per udirmi a svelarvelo, per udirmi proporvi le più importanti misure, per ricevere da me i più precisi ordini onde cominciarne l'effettuazione. Siamo alla vigilia d'un giorno che voi non avete osato sognar nemmanco pur mai: quello in cui la nostra società, noi, abbiamo in nostro potere la città tutta, ed apertamente dettiamo noi la legge altrui e di quelle armi che ora ci combattono possiamo servirci a far eseguire i nostri desiderii. Finora ci siamo contentati di togliere colla rapina, avvolgendoci delle ombre notturne, ai ricchi una parte piccolissima dei loro averi: io vi guiderò invece a tal punto che potrete, alla luce del sole, spogliare i ricchi d'ogni aver loro a beneficio di voi e dei vostri. E codesto a chi si dovrà? A quel pensiero che ha sede qui nel mio cervello, e che voi, bruto con forme d'uomo, nel vostro capo ottuso non sapete manco che cosa sia. Ecco già una buona ragione — e la migliore — pel mio predominio. Ma voi contate eziandio la forza fisica e il coraggio: e di queste qualità dovreste già sapere che io non vi sto indietro: e che anzi vi sopravvanzo anche in esse, vengo a darvene la prova sull'istante.

Camminò risolutamente verso Stracciaferro, facendo il giro della tavola che stava tra loro, la mano sinistra sempre in tasca, la sua destra bianca, affilata e gentile dondolante con abbandono lungo il corpo.

L'omaccione, vedendolo accostarsi, sorse in piedi e si fermò sulle sue gambe alquanto oscillanti. Lo sguardo torvo, feroce, quasi sanguigno di Stracciaferro seguiva le mosse delmedichinocome quello d'una belva fa alla preda che aspetta all'agguato. Ma ad un tratto Gian-Luigi fece un balzo: mentre il suo avversario piantato pesantemente sulla base dei suoi grossi piedi lo attendeva di facciata, egli con una mossa più ratta del baleno, più agile di quella d'una tigre fu addosso all'omaccione sopra il suo fianco destro, e prima che avesse tempo a voltarsi e porsi in alcun modo in difesa, a parare comecchesiasi il colpo, gli scaraventava alla tempia un pugno di tal forza che Stracciaferro barcollò e cadde stramazzoni, come bue colpito in mezzo al capo dal maglio del beccaio. Il suo avversario non aveva ancora toccato la terra, che ilmedichinoera già rimbalzato indietro di due passi, e postosi in attitudine difensiva appuntando innanzi a sè colla mano sinistra una pistola a due bocche trattasi vivamente di tasca, pronto a far saltare le cervella al nemico quando quel primo colpo non l'avesse abbattuto.

Ma Stracciaferro non poteva pur pensare a muovere un assalto, nè manco ad altra cosa al mondo, abbandonato qual era, privo di sensi, per terra, come se morto. Ilmedichinoprese lentamente la mossa naturale e tranquilla d'un uomo che non ha nulla per cui stare in guardia, ripose in tasca l'arma, come se niente fosse, e fece scorrere sui testimonii di quella scena uno sguardo nè trionfante, nè superbo, ma osservativo e imponente. Tutte le teste gli s'inchinarono dinanzi: quella di Macobaro s'inchinò più di tutte.

— Ora veniamo a noi, diss'egli colla voce così piana e tranquilla come se nulla fosse avvenuto, e facciamo a guadagnare il tempo che quell'animale ci ha fatto perdere.

Prese una seggiola ed andò a sedersi a capo della tavola, facendo invito agli altri ed accordando licenza con un gesto da sovrano di sedere ancor essi. Il corpo di Stracciaferro giacente era un impaccio per alcuni.

— Graffigna, comandò Gian-Luigi, guarda un po' se questa c...... vuole star lungo tempo coi ferri per aria; e se sì, tirala colà in un canto che non ci dia altro imbarazzo.

Graffigna si curvò sopra il vecchio suo compagno di delitti e d'infamia. Stracciaferro apriva gli occhi; ma il suo sguardo torbido ed appannato dinotavacome al suo cervello intronato non fosse ancora tornata la funzione di quell'intelligenza cui la natura già gli aveva data in sì scarsa proporzione, e cui la continuata ubbriachezza aveva ancora ottusa di tanto.

— Eh! non sarà nulla, disse Graffigna chino sull'omaccione, e' comincia a rifar l'occhiolino. Suvvia, soggiunse parlando al caduto, e scuotendolo per le spalle, animo, mio caro amico che tu possa crepare; non farci delle smorfie da femminetta e levati sulle piote, pendaglio da forca, mio degno compagno.

Stracciaferro trasse un grosso e profondo sospiro, e messosi con gran pena a sedere girò intorno uno sguardo da trasognato.

— A me, a me, riprese l'omiciattolo dalla faccia di faina. So ben io che cosa ci vuole a questo maccaco, nostro benemerito socio, per fargli tornare l'anima in corpo.

Prese sulla tavola il fiaschetto dell'acquarzente e ne mescette un colmo bicchierino, che venne a porre a contatto delle labbra spesse e tumide di Stracciaferro.

— Orsù, gli disse, bevi codesto, e lesto in gamba, che ti carezzi il piede di Gasperino[10].

Con un moto puramente animale Stracciaferro ingoiò il contenuto del bicchierino, e parve in verità che ciò gli ridonasse gli spiriti, perchè un qualche raggio di luce venne a brillare nei suoi occhi.

— Olà, non l'abbiamo ancora finita? Gridò allora la voce imperiosa ed impaziente delmedichino.

Il vecchio galeotto tutto si riscosse; volse a quella parte ond'era venuta la voce, i suoi occhi rossi di sangue ed infossati nelle livide occhiaie, e incontrò lo sguardo superbo di supremazia disdegnosa, e vide l'aspetto imponente di quel giovane dall'alta fronte orgogliosa, a cui la sorte aveva tutto accordato: bellezza, intelligenza, coraggio, fermezza e perfino la forza muscolare. Che cosa si passò egli nell'animo di quello sciagurato la cui bassa natura confinava colla cieca animalità? Quello sguardo e quello aspetto lo vinsero più ancora della forza di quel colpo materiale che lo aveva atterrato: fece come una fiera in gabbia che ha voluto ribellarsi al suo domatore e che questi col dolore delle percosse e colla forza magnetica dell'occhio fascinatore, fa rientrare nella timorosa soggezione.

— Alzati ed accostati: gli comandò breve ed asciutto ilmedichino.

Stracciaferro si alzò non senza stento e venne accostandosi al capo dellacoccacon passo tuttavia mal sicuro.

— Sei persuaso ora d'aver torto? gli chiese bruscamente Gian-Luigi.

L'omaccione mandò uno de' suoi grugniti che poteva passare per un'esclamazione affermativa.

— Sta bene..... Una severa punizione l'hai meritata; maper questa volta, mi contento di quel poco di correzione che hai preso... Per questa volta, intendi?..... Ad un'altra, al menomo cenno d'insubordinazione, al menomo contrasto alla mia volontà, ti faccio saltar le cervella, com'è vero che io qui sono... E così di qualunque altro che osasse imitare il tuo esempio. Ciascuno se lo tenga per detto.

Fece scorrere di nuovo sulle faccie dei presenti il suo sguardo lento, pacato e severo; e più di prima ancora, non trovò che fronti chine ed umilmente sommesse.

— Ora non se ne parli più: continuava col tono di generosa clemenza d'un Tito. Siedi costà e impiega tutto quel po' di cervello che ti resta a tentar di comprendere ciò che sto per dire ed ordinare.

I componenti il supremo Consiglio dellacoccaerano adunque tutti seduti intorno alla tavola a cui capo stava ilmedichinoe con vivissima curiosità ed attenzione aspettavano le comunicazioni per cui erano stati colà raccolti.

Gian-Luigi così cominciò a parlare:

— Fin da principio che io assunsi quest'importantissimo ufficio che voi m'avete voluto affidare, fu mio proposito chiamare la nostra associazione a ben più alti destini di quelli a cui l'avessero spinta, cui avessero pur anco sognato soltanto tutti i miei predecessori. Noi per un'ingiustizia fatale siamo privi dei beni della sorte e con quello che la comune chiama delitti cerchiamo riparare a questa ingiustizia; ma gli effetti dei nostri atti non sono che temporanei, non riescono che a successi parziali, in una menoma parte soltanto dell'immenso complesso dei beni umani, non giovano che a pochi individui, per poco tempo, lasciando definitivamente nelle medesime condizioni la nostra classe, tutti quelli che come noi non hanno nulla, i poveri, gli umili, i derelitti e calpestati dai potenti — la plebe!

Graffigna fece un atto che significava chiaramente com'egli degli altri se ne curasse meno d'un mozzicone di sigaro e che contentavasi affatto di que' certi successi parziali che facevano entrare qualche buona manciata di monete nelle sue tasche. Ma ilmedichinovolse per azzardo gli occhi verso di lui, ed egli, rinsaccato ancora il capo in mezzo alle spalle, chiuse gli occhi, come per assorbire di meglio le parole del suo superiore e meditarvi su con più attenzione.

Gian-Luigi continuava:

— Ma intorno a noi, contro di noi, a legarci in ogni nostra mossa, ad impedirci ogni atto, a reprimere ogni nostro conato, a rendere impossibile ogni miglioramento della nostra sorte, che cosa troviamo noi? La legge, che è fatta dai nostri nemici; tutto un ordinamento, un edifizio di istituzioni e di uffici,di costumi e di autorità, organato direttamente a nostro danno ed a nostra repressione. È chiara e facile la conseguenza da dedursi: abbattiamo questo edificio, stracciamo questo iniquo patto di legge a cui noi non abbiamo acconsentito. La nostra parte ha la potenza del numero; ma pur tuttavia è debole ed impotente per mancanza d'unione e d'accordo, d'intendimenti e di guida, d'una forza di pensiero e di volontà che la informi, d'un centro intorno a cui la si agglomeri e che le indichi e cominci l'azione, e ve la spinga e capitaneggi. Quest'uffizio ho pensato che poteva adempiere la nostra segreta associazione così vasta e fondata, che, ignota anche ai più di quelli che la servono, pure diffonde così largamente le sue radici, che può di tanti mezzi disporre, che vanta a sè arruolati tanti coraggi, tanti animi risoluti e pronti ad ogni cosa. La nostra associazione, mi sono detto, può raccogliere in una massa le scontentezze, le ire, le disperazioni dei derelitti, far precipitare questa irrefrenabile valanga sul presente edificio, abbatterlo come la vera valanga schiaccia il villaggio che incontra nel suo cammino; e sulle rovine di ciò che ora esiste, può la nostra misteriosacoccarimanere solo corpo organato che sopravanzi, ed impadronirsi della somma delle cose.

Fece una piccola pausa, e poi soggiunse con accento più vibrato, con occhi che sfavillavano d'una ardente cupidigia:

— Allora a noi tutte le ricchezze terrene: a noi tutti i tesori e i piaceri della vita, tutto che suscita il desiderio, che può soddisfare ogni passione. Affonderemo fino alle spalle le nostre braccia nell'oro — anco nel sangue se vogliamo — c'inebrieremo d'ogni voluttà, anche di quella della vendetta contro chi ci ha tenuti finora sotto il suo tallone. Saremo noi i re della terra!

Il suo accento appassionato ed eloquente faceva correre un fremito nella maggior parte de' suoi ascoltatori. Dietro le sue lenti colorate gli occhi del direttore dellacasa di commissionebrillavano ancor essi d'un ardore indicibile di cupidigia. Macobaro aveva nel suo sguardo affondato uno scintillio maligno e sulle sue labbra tirate un sogghigno più perverso ancora; i due di cui non si è detto il nome, mandarono un'esclamazione soffocata di avidità che direi quasi feroce, e tesero le mani innanzi a sè come se già volessero afferrare quell'oro e quei diletti di cui parlava ilmedichino: soli Stracciaferro e Graffigna non partecipavano al comune entusiasmo. Il primo stava coi gomiti appoggiati alla tavola e la testaccia chiusa nelle mani, indifferente a quel che si diceva, come se non udisse o non comprendesse: il secondo crollava il capo ed aveva sulla sua faccia furbesca un'aria di malcontento che era una manifesta benchè silenziosa opposizione.

Gian-Luigi osservò l'espressione di quell'aspetto e cambiando ad un tratto accento e contegno, disse bruscamente e con imperiosa brevità:

— Tu hai qualche cosa da dire, Graffigna!

Questi fece un gesto come per iscusarsi ed esimersi dal parlare.

— Parla, parla, disse ilmedichinocon autorevole insistenza. Voglio udire le tue ragioni, e ti comando di esporle.

Graffigna fece un gesto di umile e rassegnata ubbidienza, e disse col suo tono più insinuante e colla sua voce più esile:

— Ecco qui... Io non la so ragionare tanto per le difficili... Parlo come vien viene, e se dico delle bestialità conviene perdonarmi, che sono un povero uomo che il diavolo mi porti... Or dunque, io dico, che lacoccasi è formata e noi vi ci siamo ascritti ed abbiamo lavorato per essa per questo motivo; che cioè noi che la componiamo potessimo avere più sicuri e più forti mezzi da mandare innanzi i nostri piccoli affari, combinare ed eseguire in barba a quella bestiaccia della Polizia i più bei colpi e i più fruttuosi..... Bene!.... Volerci far uscire di li, volerci mettere in imprese che noi non comprendiamo bene, che vanno più in là di quello che ci sia possibile, ho gran paura che non serva ad altro che a comprometterci. Di quelli che non appartengono allacocca, miserabili o non miserabili che sieno, non m'importa a me l'anima d'un bottone, crepino o non crepino di fame quella brava gente che possano far conoscenza colle pantofole del boia... Dunque sormedichinoparla certamente assai bene... che mi colga un accidente; ma mio avviso è che si lascii camminare il mondo come cammina, che non saremo noi che drizzeremo le gambe ai cani, e che continuiamo perciò senza tanti imbarazzi a sbrigar chetamente i nostri piccoli negozi.

La politica pedestre, ma positiva di Graffigna parve estinguere nei due birbanti innominati la fiamma dell'entusiasmo che le parole delmedichinoavevano suscitata; anche l'uomo dagli occhialibleusembrò recarsi su se stesso e riflettere: Stracciaferro conservava sempre la sua attitudine torbida ed astratta; Macobaro fu a combattere vivacemente la opinione di Graffigna.

— E come! diss'egli, dopo aver ottenuto da Gian-Luigi licenza di parlare: Graffigna, non capite tutta l'estensione e la efficacia del piano che il nostro egregio e benemerito capo ci ha adombrato? Voi non volete che quelle imprese le quali possono arrecare a noi un utile diretto, sicuro ed immediato; ma nissun'altra più di questa che ci viene proposta varrà mai a darci tanto vantaggio. È un colpo di rapina in grandi proporzioni, al quale ci facciam complici tutti i miserabili, e del quale noi profitteremo più di tutti. Riesca o non riesca la cosa, noi verremo sempre a capo di fare un bottino quale mai non fu fatto..... Pensate che possiamo avere a nostra discrezione per giorni, per delle ore almanco tutti i forzieri dei ricchi.....

Gli occhi dei degnissimi soci tornarono a sfavillare di cupidigia.

— Pensate che insieme col guadagno, potremo anche avere quell'altra dolcissima soddisfazione che è quella della vendetta.

La sua curva persona si ridrizzò alquanto, e nella voce umile sempre e rimessamente trascinante, vibrò un'energia affatto nuova.

— Che? Non vi sorride, Graffigna, l'idea di poter tenere non fosse che un solo momento, sotto il vostro piede quegli scellerati che vi hanno schiacciato fin adesso, che vi schiacciano col loro tallone? Ah veder calpestati pur una volta chi ci calpesta, oppressi chi ci opprime, timorosi di noi chi ora ci fa paura, non è questo solo una benedizione di Dio?...

— Per me codesto poco importa, riprese Graffigna. Miglior modo di vendicarmi lo credo quello di farmene venire in tasca più che posso dei loro denari...

— E qui, con codesto, li prenderemo tutti i loro denari a quei birboni di nobili, di potenti e di ricchi: esclamò con forza di cui non avreste creduto capace la sua voce da vecchio, Macobaro le cui membra tremavano dalla profonda emozione: li prenderemo tutti i loro denari, le loro gioie, i loro argenti...

— Sì, se vincessimo, ma come sperarlo con tanta forza diarcieri, di carabinieri, di soldati che ci manderanno addosso. Sapete che arriverà? Che saremo schiacciati come rospi sotto una roccia, e tirando sopra lacoccatutto il furore dell'autorità, la metteremo al puntiglio di compiutamente distruggerla. Per me posso rassegnarmi benissimo ad andare a dar calci al vento nel circo dei pioppi a porta Susa[11]; ma mi sarebbe di soverchio dolore e rimorso vedere per nostra imprudenza rovinata quellacoccache, già impiantata da tanto tempo, ma scaduta e quasi dispersa, noi abbiamo avuto il merito di riavvivare, rafforzare, far prospera, e che vorrei trasmettessimo in ottime condizioni ai nostri successori.

Qui ilmedichinofe' cenno tacessero tutti ch'egli era a voler parlare. Gli fu prestata da quel fior di galantuomini una sollecita attenzione.

— Le parole di Graffigna, diss'egli, hanno il loro valore; ma credete voi che quelle osservazioni ed obiezioni io non me le sia fatte fin da prima che ho concepito questo mio disegno e che ho risoluto di metterlo in atto? Le ho meditate e discusse meco stesso, le ho pesate una per una; e se mi sono deciso dopo ciò a tentare la impresa — imperocchè sappiate che tutto oramai è disposto — gli è perchè ho trovato buone ragioni a combatterle, valevoli rimedii ad antivenire ed impedire quei danni. Questa nostra associazione, non lo dico per vantarmi, ma per amor della verità cui conviene qui accertare, se arrivò al grado di potenza e di prosperità al quale si trova, lo deve per la maggior parte a me: ora come potreste voi credere che io fossi tanto poco sollecito dell'opera mia da comprometterla con leggerezza ed esporla a facili sconfitte? No, compagni miei, non credetemi nè sì cieco, nè sì incauto, nè sì colpevole, perchè codesta sarebbe una vera colpa. Se io ho pensato di far della nostracoccala molla principale della rivoluzione che voglio suscitare, la parte direttiva e quella perciò che ci avesse poscia il profitto migliore, ho pensato eziandio a cingerla ed avvalorarla della forza di molti altri complici che senza saperlo, credendo anzi muoversi per proprio interesse, lavorassero ad esclusivo di lei vantaggio, e in mezzo ai quali la cocca medesima sparisse nascosta, come la forza segreta che anima l'organismo vivente, cui nessuno può afferrare, per venire a galla soltanto allora che il trionfo le desse l'opportunità di saltar fuori ed afferrare la preda. Credete voi forse che questo sia un progetto sbocciato d'improvviso nel mio cervello, e voluto attuare colla foga del primo trasporto dell'immaginazione che non tien conto degli ostacoli? No; così non è. Questo progetto gli è da anni ed anni che io lo vo rivolgendo meco stesso nella mente; gli è da anni ed anni che s'è impadronito di tutto l'esser mio e che mi comparisce sotto ogni sua faccia e che mi s'impone colla sequela delle sue difficoltà per far travagliarsi il mio spirito a meditarle e sciorle l'una dopo l'altra: gli è fino dalla mia adolescenza, quando, affacciatomi appena alla soglia della vita, vidi così iniquamente distribuite le parti nel mondo, e in quel tirannico ordinamento non un posto per me... Quando le circostanze, i miei bisogni, le mie passioni mi gettarono in mezzo a voi, — ve lo confesso aperto — io mi vi diedi tutto, perchè all'anima mia era balenata di subito la speranza che questo sarebbe stato un saldo punto d'appoggio per quella leva ch'io voleva muovere a scuotere e rovesciare l'ingiusto assetto sociale presente: quando la mia audacia e la forza della mia volontà mi fecero vostro capo, giudicai che la sorte voleva darmi l'eccelsa contentezza di effettuare il mio sogno. Avevo già incominciato l'opera in umili e ristrette proporzioni; la continuai con più ardire, con più speranza, con più mezzi in un più vasto ambito, con più certi e più ampi successi.

«Nel mondo oltre i nostri, ci sono altri odii, altre ambizioni, altre passioni che imprecano alla società attuale e la vorrebbero modificata a loro profitto e ne minacciano alcuna parte. Non è solo qui da noi che ci sono poveri che soffrono, e ricchi che vivono empiamente del sudore del popolo; pensai che lo scoppio dell'ira dei pezzenti negli altri paesi potesse aiutarsi, eccitarsi, combinarsi per venire in soccorso e assicurare il trionfo del nostro.Avvisai che noi potevamo sfruttare eziandio e il maltalento e le invidie del ceto medio che altrove, mercè la ricchezza, è arrivato già alla cima della scala e qui è tenuto basso dai privilegi accordati dalla monarchia assoluta alla nobiltà, gli sdegni e le aspirazioni delle intelligenze ora soffocate, le ambizioni di coloro che si accorgono d'essere schiavi perchè non son essi a comandare, le generose follie di chi, volendo avere una patria, vorrebbe costituire dell'Italia una nazione indipendente dallo straniero. Tutto questo ho raggruppato insieme e dei varii, molteplici fili, tengo i capi nella mia mano.

«Domenica ventura — date ben retta — fra pochi giorni adunque, domenica, di sera, quando piene affatto le tenebre la gran lotta ha da incominciare. Giovani dalla fantasia accesa e dal cuore in cui batte un sangue concitato, studenti, artisti, commercianti, insorgeranno armati nel nome della patria e della libertà; noi da nostra parte lancieremo nelle strade le scure e torbide legioni della miseria che grideranno «abbiamo fame e vogliamo del pane e dell'oro.» Quelli assaliranno l'arsenale, le caserme, le dimore delle autorità, — anche della prima di tutte: questi — i nostri — si precipiteranno sulle case e sui forzieri dei ricchi. Le truppe saranno occupate dalla rivoluzione politica, noi avremo il campo libero, ed il saccheggio sicuro.»

Pronunciò queste due ultime parole con accento spiccato, con espressione tentatrice come l'iniquo soffio del demone, con isguardi lucenti di passione profonda. Tutti i suoi uditori si riscossero, fin anco Stracciaferro, che levò dalle palme delle sue manaccie il suo volto animalesco e mostrò un lampo d'intelligenza nelle sue pupille offuscate.

— Ah sì, il saccheggio: grugnì egli a suo modo colla voce rauca e avvinazzata: questo mi va.

— Il popolo avrà delle armi: i nostri che faranno da capi alle turbe saranno più armati degli altri. Abbiamo oltre alle armi materiali quella morale più potente di tutte, il danaro. Pagheremo se non tutti una gran parte degli operai perchè facciano causa comune con noi contro i loro padroni. Più ancora del danaro possono in essi le ragioni e le idee che da tempo ho procurato si spargessero fra di loro.

Qui il direttore dellacasa di commissionifece un lieve cenno che pareva significare aver egli alcuna cosa da dire.

— Parlate pure, gli disse ilmedichinointerrompendosi.

— Voglio dire, poichè Lei me lo permette, che da questo lato le cose camminano il meglio che si possa desiderare. Dietro suoi ordini e secondo le sue istruzioni, ho continuato ad agire e far agire sì direttamente che indirettamente sui principali operai di tutte le officine.

Qui Graffigna interruppe dimenticando per un momento il suo rispetto alla disciplina.

— Questo è vero. Nella fabbrica Benda che è una delle primissime, so io di sicuro che non si starebbe guari ad avere dalla nostra buona mano di quei lavoratori. Marcaccio insusurrato da me va gonfiando le orecchie a certo Tanasio che ha molta influenza sui suoi compagni, e per suo mezzo quel caro uomo degno della galera ha messo assai bene il baco fra quegli operai... Non basta; testè quel Marcaccio medesimo — bravo capitale d'un assassino va! — ci ha fatto acquistare una preziosa recluta che ci sarà utilissima in molte occasioni, essendo che gli è un eccellente fabbro-ferraio, e che ci potrà aiutare assai bene anche in questa, perchè fu già negli opifizi del signor Benda, ne fu scacciato, ed oggi stesso, avendo mandato la moglie a supplicare d'esservi riammesso, si ebbe un bel no, di che sentì un'ira maledetta e giurò l'avrebbe fatta pagare al suo antico principale.

— Benone! esclamò l'agente d'affari. Quella è delle fabbriche più importanti e che abbiano maggior numero d'operai.

— Senza contare che il padrone di essa è uno dei più ricchi di Torino e che c'è da fare unleva ejusne' suoi scrigni proprio co' fiocchi.

— È vero: esclamarono con avidità di desiderio gli altri, meno ilmedichinoe Stracciaferro sempre assorto nel suo torpore.

— Ma il guaio si è, soggiunse finemente Graffigna, che sormedichinonon vuole che alla famiglia Benda si tocchi.

Tutti si volsero a Gian-Luigi come aspettandone una spiegazione.

— Gli avevo suggerito questa mattina medesima un simil colpo, continuò Graffigna, ed egli me ne rimbrottò come un cane.

Ilmedichinostette un momento in silenzio reggendo colla sua mano bianca e sottile la bella fronte; poi scuotendo la testa, come per gettarne via alcun molesto pensiero, disse sorridendo d'uno strano sorriso:

— Sì, è vero..... Questa mattina ho parlato così: ma ero allora sotto l'impressione di certi sentimenti..... che gli è inutile spiegarvi..... Adesso quell'impressione è superata, e ragiono diversamente. Come tutte le altre, anche la fabbrica del signor Benda sarà sconvolta dalla sommossa.

— Così va bene: esclamò Graffigna. — E conto d'esserci io colà al momento buono: soggiunse fra i denti.

Gian-Luigi rimase di nuovo un istante riflessivo, poi riprese coll'accento di prima:

— Tutte le officine adunque insorgeranno. Noi sceglieremo accuratamente fra i nostri uomini quelli che per ciascuna dovranno ficcarsi in mezzo agli operai ad istigarli prima, a capitanarli nel momento dell'azione. Quando una massa di popolo trasmoda in tumulto, chi è più esagerato in parole, più audace nei fatti agevolmente se ne impadronisce, e nelle vie della violenza la volge a suo senno. Inostri uomini, cui un per uno voi comunicherete le istruzioni che vi darò testè io stesso, parleranno ed agiranno da imporsi come capi alla sommossa. Ciascuno di essi riceverà prima del fatto una somma; del bottino poi, obbligato a renderne conto a noi e recare in comune, avrà promessa solenne di ottenere considerevolissima porzione. Le varie parti del disegno, le fasi della rivolta, i modi e l'ora degli assalti diviseremo accuratamente capo per capo, e ciascuno di voi sarà incaricato di provvedere all'esecuzione di ciò che a lui sarà stato assegnato, concertandosi cogli uomini che da lui dipenderanno. Ai principali di questi agenti subalterni parlerò ancor io medesimo. Essi però non dovranno conoscere il piano generale e riceveranno poscia man mano, quando impegnata l'azione, gli ulteriori ordini ed istruzioni. La massa comune degli affigliati allacoccanon saprà nulla di nulla e si caccerà nella riotta come a profittare d'una buona occasione di rapina che si presenti, senza avere il menomo sospetto che quest'occasione noi abbiamo lavorato a farla venire. I capi-squadra poi, trascelti per avere comunicazione di quella parte del disegno che occorra loro far nota affinchè possano utilmente servirci, ripeteranno il solito giuramento di morire piuttosto che rivelar nulla, se mai cadono negli artigli della polizia. — Ed ora, compagni, procediamo, senza ritardo alla scelta importantissima di questi individui.

Il direttore dell'agenzia d'affari trasse fuori un elenco di quei fiori di galantuomo, e lo scellerato sinedrio si pose con infinita attenzione a pesare nome per nome affine di sceverare dal mazzo i più degni dell'alto ed onorevole ufficio.

Quando codesta delicata operazione, che durò lungo tempo, ebbe termine, Gian-Luigi accennò di sciogliere l'adunanza ordinando ai sei accoliti di passare nella taverna di Pelone per cominciare ad impartire a chi si doveva le informazioni ed i comandi opportuni; ma Graffigna colla sua voce di falsetto domandò che lo si ascoltasse ancora un momento.

— Tutto questo va benissimo, diss'egli: quello del nostromedichinoè un piano grandioso, che mi venga un accidente, degno di quel testone tanto fatto che ciascuno deve riconoscergli, un piano che con una sola retata ci può dare in mano più di quanto un centinaio di bei colpetti non possa fare. Non dico mica diverso, miei cari compagni ed amici: io non l'avrei saputa pensare una cosa simile: se dessi retta soltanto al mio piccolo comprendonio, direi che ci cacciamo in uno spineto da lasciarci non soltanto i brandelli dei calzoni, ma benanco della nostra p.... d'una pelle che non vale un botton frusto, siamo d'accordo, ma che pure ci è cara a tutti quanti, o che il diavolo mi porti.

Gian-Luigi fece un atto d'impazienza, l'omicciattolo s'affrettò a soggiungere:

— Non dico questo per oppormi in nessun modo all'affare. Le parole delmedichinohanno trasportato anche me. Facciamo pure a suo senno: mi ci metterò di buona voglia, e quella frotta che avrà la mia compagnia, state pur sicuri che vorrà far per benino la sua bisogna....

— Insomma, lo interruppe Gian-Luigi impaziente: a qual conclusione vuoi tu venirne?

— A questa: il gran colpo esploderà domenica. Bene; ma da oggi a quell'ora ci abbiamo un quaternario di giorni in cui pare a me si potrebbe pur compiere qualche altro buon colpettino ammodo che ci aiutasse sempre meglio ad ugnere le carrucole. Io ce ne ho due belli e preparati, che sono come frutti maturi, i quali non si ha che da allungar la mano per coglierli....

— Sentiamoli, sentiamoli: dissero in coro gli altri.

— Eccoli qua, mia cara brava gente di galeotti. L'uno sarebbe pel marchese di Baldissero, nella cui casa è affare di poca difficoltà l'introdursi una notte in parecchi bravi amici, e di cui laGattonasaprà spiegarci per bene com'è diviso l'appartamento perchè vi ci possiamo cavare i piedi.

Al nome dellaGattonaStracciaferro volse uno sguardo quasi intelligente al suo compagno di delitti e d'infamia.

— LaGattona! diss'egli: lasciala stare quella sciagurata di mia sorella. Ella è più trista di tutti noi.

— Giusto appunto! La ci può servir benissimo. L'altro colpo sarebbe verso quel birbone matricolato, senza fede nè legge, mio buon amico, l'avaro usuraio, strozzino scellerato di Nariccia. Qui la cosa è ancor più semplice. Il miserabile alloggio in cui quel vecchio esoso sta colla sua vecchia sudicia di fante, io lo conosco come il fondo della mia tasca: sormedichinolo conosce al pari di me: e per introdurci colà ci abbiamo le chiavi fatte a meraviglia dall'uomo procuratoci da Marcaccio e che apriranno benissimo, chete come olio.

Gian-Luigi interruppe vivamente:

— Ah! quelle chiavi ci sono?

— Sor sì: eccole qua.

— Bene! Mi fa piacere lo averle.

— E dunque: soggiunse col suo solito accento insinuante la voce squarrata di Graffigna: il colpo si fa?

— No... per adesso: rispose fermamente ilmedichino: nè questo nè un altro. Per questa settimana tutti ci conviene raccogliere i nostri spiriti e i mezzi nostri a preparare la grandissima lotta — forse finale — e non bisogna disperdere le nostre forze, nè chiamare di soverchio l'attenzione della Polizia sui fatti nostri. Se nella lotta di domenica riusciremo, non occorrerà più ricorrere a questi parziali delitti: se non vinceremo, allora, di poi, si potrà riprendere la nostra opera tenebrosa..... Or basti. Andate da Pelone e comunicate ai capisquadra le cose convenute.

Due minuti dopo Gian-Luigi era solo in quel misterioso ridotto. Egli aprì l'uscio del gabinetto a lui riserbato esclusivamente, accese il lume che era colà e lasciandosi cader seduto nella poltroncina che stava innanzi alla scrivania, appoggiò i gomiti al piano di questa, resse nelle mani la fronte e parve immerso di subito in profondi pensieri.


Back to IndexNext