CAPITOLO XVII.

CAPITOLO XVII.Francesco s'era drizzato in piedi, ma tremava in tutte le membra; una emozione potente lo aveva assalito cui non poteva padroneggiare; era diventato pallido come un cadavere. Virginia era pallida ancor essa, e di lei pure vibravano i nervi in un tremito intimo, indefinibile.Stettero un minuto l'uno in faccia all'altra, immobili, muti: egli si sorreggeva al pianoforte presso cui s'era levato, essa alla spalliera d'una poltrona che le si trovò dappresso; non potevano parlare, non sapevano che cosa dire, ma si guardavano, ed una fiamma ardente e divina correva fra le loro pupille. Fu un minuto solo, ma un minuto che contenne per essi un infinito, mille dolcezze che erano insieme uno spasimo, una stretta al cuore che era pure nella sua acutezza un diletto. Le corde del cembalo vibravano ancora per gli ultimi colpi che aveva percossi sui tasti la mano di Francesco.Quei loro sguardi dicevano di molto; molto eziandio aveva detto quel grido che era scoppiato dal cuore di lui nei vedersi innanzi di subito la invocata fanciulla su cui con tanta forza di volere e di desio erano concentrati i suoi pensieri. L'amore aveva rinfiammate ad un modo le anime loro in un accesso della sconfinata passione, ed aveva poscia postele a contatto, messele di fronte, mentre doveva a forza da esse traboccare l'imperioso, divino, ineffabile sentimento che tutte le possedeva. Quali due corpi saturi di elettricità diversa che si attraggono e si precipitano l'uno verso l'altro, come fra loro non sarebbe corsa la meravigliosa scintilla ad accomunare, assembrare, fondere in un rapimento di amore gli animi, gli spiriti, l'intiero essere?Al pallor primiero successe sulle guancie di Virginia un rossore che, lieve dapprima, venne via via accrescendosi; per consenso, anche in Francesco il sangue, che pareva concentrato intorno al cuore quasi soffocandolo, salì pure alla testa e gli pose le fiamme alla faccia; ella chinò lentamente i suoi occhi, immobile sempre a quel posto; egli eziandio chinò i suoi; un impaccio, ma non fastidioso, anzi invece pieno di diletto, li faceva timidi di quella cara timidità cui dà anche all'uomo il più risoluto un vero amore. Avevano troppe cose da dire e temevano che la loro parola dicesse troppo per disserrare le labbra; ma lo stesso loro silenzio e il contegno parlavano. Si ascoltavano a vivere, per dir così, con una specie di sacro raccoglimento e di meraviglia, in quella crisi della loro vita intima; pareva che stessero lì a sentire avidamente a battere il proprio cuore e quello del compagno a vicenda.Fu ella che comprese la prima come quel silenzio dovesse troncarsi; fece uno sforzo, s'avanzò di due passi verso il pianoforte a cui si sorreggeva Francesco, volle dire, con tono indifferente, indifferenti parole, e così cominciò:— Ella dunque ama di molto eziandio quella mia carissimadernière pensée?Ma come in quel momento avrebbero potuto uscire da quel labbro indifferenti parole? Qualunque con isforzo maraviglioso avesse ella scelto anco fra le più volgari ed inutili, avrebbero preso dalla tempra dell'animo vibrante d'amore un accento pieno di passione che avrebbe avuto il suo significato; qui poi non s'accorgeva ella, Virginia, che quei suoi detti certificavano di presente quella comunione di pensiero e di animo che esisteva fra di loro e che avrebbe pur voluto dissimulare?Francesco sollevò i suoi occhi, e il raggio delle sue pupille s'affondò nella limpidezza di quelle di lei.— Se l'amo! Diss'egli con voce tremante, quasi rotta dall'emozione, il respiro oppresso dal palpito del suo petto. L'amo come la voce del più caro amico che mi consoli, come il verso più splendido del poeta che mi parli alla mente ed al cuore.La mano di lui cadde sui tasti del pianoforte che mandarono un risuono quasi supplichevole, come una tenerezza di gemito.Virginia gli additò con un gesto vezzosissimo di preghiera il gravicembalo ancora vibrante.— Ebbene, diss'ella con quella sua voce che, era una sì soave armonia, non le dispiaccia farmela sentire anco una volta.Francesco s'inchinò lievemente in segno di ubbidienza e sedette di nuovo là donde s'era levato: le mani gli tremavano ancora, gli sussultava nel petto il cuore commosso. Le prime note uscirono di sotto le sue dita, incerte, oscillanti, saltuarie. Virginia appoggiò all'angolo del cembalo verticale il gomito del suo braccio più bianco di neve, più perfetto di quello d'una statua di Prassitele, sorresse alla mano la fronte, e stette, gli occhi chinati, in una mossa piena di grazia e di maestà. In mezzo a loro si elevava lenta, sommessa, ma più soave che mai, ma palpitante, quasi direi, e commossa, la dilicata melodia.Non si guardavano i due amanti: ella teneva i suoi occhi rivolti immobilmente al suolo, egli li fissava innanzi a sè come se colà si aprisse l'infinito e non fossero a pochi passi da lui arrestati dalla parete: ma per ambidue, allo sguardo della mente si atteggiavano smaglianti, nella maggiore e più cara seduzione ch'esser possa, le fantasie più santamente amorose della loro giovanile immaginativa eccitata. Il mondo dei sogni, il mondo dell'ideale chiamava a sè, assorbiva l'intelletto loro, dolcemente cullato dalla carezza della malìa musicale. Dove si trovassero in quel momento non pensavano, non sapevano; la realtà delle contingenze circostanti non esisteva più per loro; si affondavano coll'animo, col cuore, con tutto l'essere nel misticismo soave della passione d'amore, scevra da ogni bassezza di sensualità.Momenti sublimi! i più sublimi che viver possa l'anima in questa esistenza terrena! Infelice chi non li ha provati mai, chi vede scendere sulla sua persona il peso degli anni senz'aver palpitato di questi palpiti celesti, senz'aver gustato, non fosse che affacciandosi alla soglia, di questo Eden meraviglioso ed ineffabile! Per lui la terra ha nascoste lesue più splendide bellezze; a lui, come figliuolo diseredato, non parla i suoi più divini accenti la natura, non appalesa la vita i suoi più preziosi tesori. Questi beati istanti, ratti, fugaci, pochi, ma celestiali, uom li accoglie e li serba come avaro geloso nel sacrario della memoria; sono un profumo di felicità onde avrete conforto nelle più empie traversie della vita, chi lo sa custodire incorrotto; al ricordo di essi, sorride beatamente anche il vecchio incanutito che già si curva sull'orlo della fossa, ed un'aura giovanile viene a carezzargliene l'anima intorpidita. Oh amore, tu se' il motto ultimo dei segreti dell'universo, tu sei la legge unica che governa i mondi del sensibile e dell'intelligibile, quella forza prima cui cerca la scienza; tu sei la più alta espressione nell'essere uomo di quel divino che c'è nella sua natura!...Quando l'ultima nota della melodia soavemente s'estinse sopra le corde del pianoforte, i due giovani, leggiadri amanti si guardarono finalmente. Quello sguardo fu una fiamma, fu una confessione d'amore, fu un abbraccio delle anime loro. Le pupille palpitavano ancor esse. In quelle di Virginia color del mare, ma d'un mare benigno, su cui si stende sereno il cielo e ride il più lieto sole, c'era in vero tutta l'immensità d'un Oceano: un'immensità d'affetto; negli occhi bruni di Francesco raggiavano vibrando, sprazzi di calore e di luce.Le tante, profonde, inesprimibili emozioni di lui, sotto lo sguardo benigno della fanciulla amata, ebbero il coraggio e la forza di trovare e di mandargli alle labbra un'espressione. Fu anche questa volta una parola sola, ma quante cose contenevansi in essa! Giunse le mani in atto di chi adora, e ripetè l'esclamazione con cui aveva salutato commosso il comparirgli delle vaghe di lei sembianze.— Virginia!Ella non cessò di guardarlo: si pose una mano sul cuore e il suo corpo elegante si sorresse vieppiù al mobile a cui era appoggiata, come se le venissero mancando le forze; un'ombra lieve di sorriso, timido, quasi involontario le alitò sulle labbra semiaperte. L'abituale nobile fierezza del suo aspetto s'era fusa anch'ella nella soavità dell'emozione; non ci rimaneva più che sotto le spoglie del dignitoso riserbo della virtù. Com'era lungi in quel punto dall'anima sua ogni influsso di pregiudizio sulla superiorità di casta!Francesco intanto sentiva, in mezzo al quasi doloroso e pur soave palpito del cuore, al turbinio de' pensieri nella mente, alla foga delle sensazioni, crescergli il coraggio. Parlò tremando, con voce soffocata e rotta dall'emozione, con accento che da quello stesso inciampo del suo turbamento profondo acquistava nuova efficacia.— Quante volte ho desiderato potere a lei presente rivolgere il suono di queste note!... E quante a lei, alla sua immagine, presente sempre al mio pensiero, ho fatto omaggio di queste aspirazioni vestite della forma dell'armonia!... Ma come in questo istante è riuscita inefficace la mia mano ad esprimere quel ch'io sento, quel ch'io vorrei!... Se avessi potuto mettere in questo freddo stromento una parte soltanto di quello ch'io provo!... Oh se potesse all'anima sua parlare direttamente l'anima mia!...Un riso divino, un lampo di angelica luce balenò negli occhi, su tutta la fisionomia animata di Virginia.— Perchè credere ch'io non abbia inteso il magico linguaggio di que' suoni?..... Colle parole del nostro idioma terreno chi potrà dir mai quello che dice il meraviglioso alito dell'armonia?...Francesco sorse in piedi, la sua mano incontrò per azzardo quella di Virginia che pendeva presso al pianoforte a cui sempre teneva appoggiato il gomito; a quel tocco un brivido corse come un dolcissimo fluido tutte le membra di ambedue. Egli non ritrasse la sua mano; quella di lei non isfuggì neppure: le due destre stettero vicine l'una all'altra, toccandosi, senza stringersi, agitate da un lieve tremore, attingendo a vicenda da quel contatto un fuoco sottile che si metteva a circolare col sangue nelle loro vene. E frementi in tutto l'esser loro, accomunati in un solo e medesimo trasporto; stavano lì, in faccia l'un dell'altra, guardandosi, i due giovani innamorati.— Ella mi ha dunque compreso? soggiunse Francesco con voce cui la passione e la gioia serravano nella gola; Ella ha compreso la potente, sconfinata adorazione che si eleva dal mio cuore verso il suo?..... Sì una vera adorazione, glie lo giuro, pura e santa come l'anima sua, ardente come la febbre di questo divino trasporto che mi fa batter le tempia.Si lasciò scivolare dal seggiòlo su cui sedeva, in ginocchio ai piedi di lei e giunse le mani con atto di supplicazione appassionata, e pregò collo sguardo acceso delle più vive fiamme d'amore.— Lo scopo unico della mia vita, l'ispirazione incessante del mio pensiero, la ragion sola d'ogni atto, d'ogni anelare, la fonte d'ogni gioia, il Dio della mia fede.... tutto al mondo ed oltre il mondo, per me, gli è Lei!.... C'è una forza superiore ad ogni volere umano che invincibilmente mi attrae qui.... ai piedi suoi.... anima e corpo, fantasia ed intelletto, desiderii e volontà, come un povero oscuro pianeta intorno alla splendenza del suo sole... Sì il mio sole!.... Quando non la vedo c'è la notte nell'anima mia, anco negli occhi miei.... Si, il mio sole!.... Quando l'ho mirata, la luce della sua bellezza mi è rimasta entro il cervello, in fondo alle tenebre della mia mente, come un astro di splendore divino. Chiudo le palpebre e me la vedo raggiante dinanzi..... Ma il vero è che sempre, sempre, nella veglia e nei sogni, io vagheggio presente al piùintimo dell'esser mio, la sua immagine invocata. La vedo, l'adoro, le parlo; mi beo del suo sorriso..... Se potessi esprimere qui in parole la menoma parte soltanto di quell'effusione con cui nel mio segreto l'anima mia adora la sua, ella potrebbe allora capire la forza, l'estensione, l'eternità dell'amor mio....Questa parola «amore» fece riscuotersi la fanciulla. Ella ascoltava le affollate parole di Francesco col suo serio e benigno sorriso, il corpo lievemente inchinato verso di lui, gli sguardi negli sguardi del giovane, il petto commosso. La voce del suo amante le accarezzava l'animo più dolcemente ancora di quel che avesse fatto poc'anzi la soavità della melodia diletta. Obliava le sue condizioni, i suoi proponimenti, gli altri suoi pensieri, tutto il resto del mondo; sentiva il suo cuore fondersi beatamente al calore di quell'amoroso trasporto nel cuore dell'amante; avveniva quel misterioso congiungersi delle anime innamorate che è un adombramento della felicità sopraterrena, che è il vero maritaggio di due esseri eletti. Quella parola «amore» la destò, per così dire, con un lieve sussulto; una nube leggiera salì a velarle la luce dell'intima gioia che le splendeva sul viso; si recò la destra alla fronte, come a fermarvi un nuovo pensiero che si presentasse alla sua meditazione; il contatto dello svolazzo della sua veste leggiera coi panni del giovane, le parve un troppo suo abbandono e si trasse in là d'un passo; lasciò cadere più freddo, più riserbato il suo sguardo sulla fronte illuminata d'amore del giovane, e disse senza alterigia, senza un'ombra di sdegno, ma con rassegnata mestizia.— S'alzi, la prego. — Questo contegno innanzi a me non conviene nè per mio nè per suo riguardo... Perchè mi ha Ella parlato a questo modo? Ned Ella doveva dire ned io ascoltare di queste parole. Il diritto di pronunciarle al mio orecchio può darlo ad un uomo il consentimento soltanto di chi mi tien luogo di genitori. Ora, non ha Ella pensato che direbbe mio zio il marchese ove sapesse di questo colloquio?Francesco mandò una voce soffocata, un gemito di vero dolore. I detti di Virginia gli facevano sorgere di nuovo dinanzi quella fatale barriera onde ben sapeva essere egli da lei diviso, e cui aveva obliato un istante. Dalla folle esaltazione d'una impossibile speranza passò di botto all'abbattimento d'una disperazione inconsolabile. Aveva visto il paradiso aprirglisi un istante davanti, e poi si sentiva bruscamente ricacciato indietro nel dolore e contesogli inesorabilmente il passo. Sentì ogni sua forza venir meno nell'animo come nel corpo accasciati; volle alzarsi e non lo potè nemmanco; levò uno sguardo di muta ma dolorosissima lamentazione verso di lei, provò l'angoscia dell'uomo che nel pieno della sua vitalità si sente stringere ad un tratto le viscere dalla ghiaccia mano della morte.Virginia ebbe pietà di quell'angoscia che vide dipingersi sul volto del giovane; la sentì ripercotersi nel suo cuore; ebbe un generoso impulso che le fece rimpiangere d'aver dato a quell'anima siffatto spasimo e desiderare di apprestarle alcun rimedio di consolazione; tornò ad accostarsi d'un passo a Francesco sempre inginocchiato e lasciò cadere su di lui la dolcezza d'un suo sguardo pietoso.Francesco prese il lembo di quella veste di cui lo svolazzo tornava a toccar leggermente il suo corpo e lo baciò con passione.— Mi perdoni, diss'egli: le parole mi traboccarono dall'anima..... Non cerchi in nome d'altri la mia condanna.... A Lei, a Lei sola lo assolvermi o il punirmi.... La più fiera punizione del mondo, il suo sdegno.... Gli è la sorte della mia vita che sta nel suono d'una sola sua parola.... La pronunci, l'aspetto.... Ah! non ho temerità di speranze.... Sono rassegnato all'ultima sciagura.... Il resto dell'universo non è più nulla per me.... La sua vista, un suo sguardo, un suo sorriso, lo giuro, conquisterei al prezzo di morte.Virginia si sentiva ondeggiar l'anima fra diverse spinte; la sua fierezza lottava in ultimi sforzi contro la passione che la possedeva; un resto d'orgoglio le susurrava di rinnegar l'amor suo, ma per ciò aveva ella troppo sincera la coraggiosa tempra dell'animo. No, ella non s'abbasserebbe a mentire. Poichè la sorte aveva voluto che il momento di spiegarsi giungesse, essa non voleva ricorrere nemmanco a temporeggiamento nessuno, a veruna ipocrisia di spedienti e di parole. Sollevò risolutamente la testa, e il viso leggiadro apparve splendente di nuova luce di bellezza, come se una nuova, maggiore, interna fiamma, in lei divampando, le trasparisse sul candore delle sembianze. Abbassò lenta la sua destra verso il capo del giovane, posandogliela lievemente sulle chiome e con voce sommessa, contenuta, ma non esitante, non peritosa, con voce la quale all'anima ardente di Francesco che l'assorbiva spasimando, parve un'armonia di paradiso, disse:— Il mio labbro non ismentirà il mio sguardo. Non ha Ella letto nulla negli occhi miei?E nel medesimo tempo le sue pupille sfavillanti, piovevano sul volto di lui raggi accalorati e dolcissimi di tenerezza e d'amore.Francesco che al tocco lievissimo di quella piccola mano inguantata sui suoi capelli, aveva sentito corrersi per tutte le vene, per tutti i nervi un fremito di sovrumano diletto; Francesco, il cui cervello, assalito da' fiotti di sangue febbrilmente dalla passione concitato, smarriva quasi la percezione della realtà e credeva essere in balìa d'un sogno beato; Francesco prese con impeto, con furore, quella mano che s'era abbassata su di lui, afferrò anche l'altra, le strinse ambedue con forza tra le sue frementi e pronunziò balbettando, mozzicate le parole, spallidite le labbra dall'emozione soverchia:— Che cosa ci ho letto? Non so... Talvolta sì, fui temerario... Ah non oso confessarlo a me stesso quel che mi apparve... Fu una visione di paradiso. Mi parve udir suonare per l'etere una parola divina...Virginia si curvò, palpitante anch'ella verso il giovane palpitante. Quella parola divina, essa la disse, sommesso, ratta, vibrata.— L'amo anch'io!Fu un soffio di voce, ma penetrò fin nell'intimo del giovane innamorato. Un grido di gioia irrefrenabile proruppe dal suo petto. Sorse di scatto in piedi; tremava tutto, sotto l'invasione d'un trasporto ineffabile sentiva smarrirglisi il cervello: gli pareva d'essere il primo nel mondo, d'essere più che un uomo, credeva d'essere superiore ad ogni forza di avvenimenti, ad ogni crudeltà del destino; provò come un indiamento della sua natura, gli parve essergli nel cuore, degno santuario, disceso un Dio dal cielo.Voleva parlare, ma non poteva; gli cantava nell'anima un inno sublime d'amore e le labbra tremanti non sapevano tradurlo in parole; stringeva le mani di lei, la guardava, palpitava, aveva gli occhi pieni di lagrime.— Nulla più chiedo a Dio: diss'egli poi colla parola come prima interrotta. Troppa è la mia parte di felicità..... Sfido le sciagura e il dolore; sfido la morte..... Ella mi ha dato in questa terra il paradiso..... Oh questo momento benedetto sarà la gioia suprema della mia vita..... Adorerò il suo ricordo come s'adora quello delle soavi prime carezze materne..... Io Lei amo tanto! Tutto ciò che vi ha di caro, di sublime, di superiore nel mondo, io l'amo in Lei raccolto. Il mio culto al vero, al bello, al buono è l'amor mio per Lei..... Amiamoci!..... È la nostra sorte, è la nostra legge, è il volere di Dio!..... Affidi il suo cuore, Virginia, alla lealtà, all'ardore del mio..... Lo circonderò di tanto affetto, d'un'adorazione cotanta che non lascierò più passaggio nessuno al dolore..... La bellezza della nostra esistenza è amore: la ragione della nostra vita è amore..... Io a Lei ho consecrato tutto me; l'amor mio è una religione; morrà meco; è connaturato nell'anima mia, durerà eterno, se l'anima è immortale. Amiamoci in nome della giustizia eterna!La valorosa anima di Virginia ebbe la forza di resistere al fascino oltrepotente di quel divino istante: sciolse le sue dalle mani di lui, e ritraendosi d'alquanto, disse con severa mestizia:— L'amore ci unisce, ma ci separa il mondo. Amiamoci, ma dividiamoci. Non mi domandi le ragioni di ciò; quali sieno pensi Ella stessa senza dare a me ed a Lei il dispiacere di enumerarle. Questa vita terrena, pur troppo, non potrà veder mai congiunte le nostre sorti. Dissimulare i miei sentimenti non potevo, ho creduto di non doverlo, lasciarle una speranza ineffettuabile posso e devo anche meno. Ci sono fatalità della sorte che conviene subire; e la Provvidenza ce le manda per provare il vigore dell'anima nostra. Questo dev'essere l'ultimo colloquio che ha avuto luogo fra noi...Esitò un istante, la voce le si fece meno sicura, ed una subita pallidezza le si stese sulle guancie, ma riprese tuttavia colla medesima coraggiosa risoluzione:— Dovrebbe essere eziandio l'ultima volta che ci vediamo....Francesco protestò con un'esclamazione di dolore.Ella fu sollecita a soggiungere:— Che ci vediamo almanco per effetto di nostra volontà. Ella deve sfuggirmi — e di ciò la prego —; io sfuggirò in ogni possibil modo la sua presenza. Che cosa avremo ancora da dirci collo sguardo o colla parola? Le nostre anime si sono rivelate: ora ciò che prima era un'imprudenza, una debolezza, sarebbe una colpa. Ciascuno custodirà come vuole nel suo cuore il comunicato segreto, le sue impressioni, le sue memorie; ma non dimenticherà più che una fatale barriera ci divide.Francesco ebbe dal suo dolore il coraggio di ribellarsi a questa crudele sentenza, e con una specie d'esplosione proruppe:— Questa fatale barriera è una vanità. Si cammini contro di essa risolutamente e la sparisce sotterra. Che? L'amore ci apre le delizie più sublimi dell'Eden; e noi non oseremo entrarvi, perchè sulla soglia ci sta un vano fantasma? L'amore è potente ben più di queste misere incantagioni; ben altri e più ardui ostacoli sa e può superare... Non amato, poteva io cedere alla sventura, ritrarmi e morire; ma forte dell'amor suo, come rinunziare alla felicità? Nol posso, nol debbo, nol voglio!Virginia arrossì, fece un atto pieno di dignità a tener lontano il giovane che le si voleva accostare, e con uno sguardo ed un accento animati, ma più che da sdegno da dolore, disse nobilmente:— Mi vuol Ella far pentire d'aver parlato?Ogni audacia cadde subitamente dall'animo di Francesco.— Perdono! perdono! balbettò egli chinando con mossa sconsolata la testa; ma se ogni speranza di possederla è persa, è persa per me ogni ragione della vita... Il solo essere amato da Lei è un orgoglio sublime, è una gioia di paradiso. Io l'ho accolta qui — tesoro dell'anima mia — ma tanto vale che io la porti meco nella tomba..... Potrei io resistere a vederla in possesso d'altrui?La fanciulla tese vivamente la mano.— Le proibisco di morire: diss'ella con accento che nessuna parola può descrivere: d'un altro non sarò mai!Francesco prese quella mano e la baciò con passione. Era come il suggello d'un patto solenne stretto fra di loro. A quel punto un leggier fruscìo fu udito alla soglia; i due amanti si volsero e viderodritto colà, che colla mano scartava l'arazzo della portiera per entrare, il marchesino Ettore.Francesco e Virginia si allontanarono vivamente l'uno dall'altra; ella chinò gli occhi a terra e stette immobile; un lieve rossore accennò dapprima volere apparire sulle sue guancie, ma con uno sforzo sopra se stessa, ella comandò al sangue di restare. Sentiva di non aver nulla onde arrossire e non voleva che alcuno potesse vedere in lei la mostra pure di simil debolezza o di confusione; e tanto meno suo cugino. Questi si avanzò lentamente, facendo correre dal volto dell'uno a quello dell'altra uno sguardo ironico, provocatore, più tristo ancora del perfido sogghigno che piegava le sue labbra assottigliate dall'interna bile repressa. Nei sentimenti di Francesco non vi fu esitazione di sorta. Innanzi alla provocazione superba di quello scherno, egli sentì una subita ira vivace. Quella barriera di cui aveva fatto cenno Virginia, ecco che ora gli si drizzava, per così dire, dinanzi, incarnata nello sprezzante orgoglio del suo oltraggiatore; già poco fa, da solo, nell'abbandono de' suoi sogni dilettosi, Francesco aveva visto nella sua mente sorgere contro la speranza di cui pure gli balenava all'animo alcuna lusinga, la immagine detestata del marchesino, ed ora ecco che questa figura gli si presentava viva e reale, interruttrice del più venturoso ed importante momento che nella sua vita avesse passato ancora mai, impertinente, sfidatrice, maligna. Se la presenza di Virginia non gli avesse posto freno, egli si sarebbe lanciato contro di Ettore, gettandogli alla faccia alcune di quelle parole che vogliono il sangue d'un uomo. Per lo sforzo che fece su se medesimo a reprimere il subito impulso dell'ira, Francesco impallidì: il suo sguardo si incontrò con quello del cugino di Virginia, proprio come fanno due lame incrociandosi in un duello mortale di due nemici. Per un momento fuvvi un silenzio minaccioso, quasi solenne. Si udì allora giungere fino a quel luogo, travelato dalla distanza, il suono allegro della musica del ballo.— E che vuol dire codesto? cominciò di poi con tono beffardo Ettore fissando il suo sguardo investigatore sulle palpebre abbassate di Virginia; mentre altri ti crederebbe trasportata dal capogiro del valtz, tu sei qui tranquillamente, lontana dal rumore, a...Si arrestò; Virginia che sentiva lo sguardo di Ettore sopra di sè, levò le ciglia e fissò in volto il cugino coi suoi grandi occhi limpidi, sicuri, superbamente sereni; egli riprese:— A discorrere tranquillamente colsignore.L'accento con cui fu pronunciata la parola «signore», il moto leggiero del capo per cui Ettore accennò Francesco erano così pieni di disprezzo che Benda se ne sentì fremere il sangue.— Affè, continuava col tono medesimo il marchesino, che questo è proprio un perdere il tempo.Il giovane borghese fece un piccolo passo innanzi e parve sul punto di parlare; Virginia s'intromise, ricorrendo al mezzo medesimo che aveva usato poc'anzi, quello di condur via suo cugino.— Stavo appunto per ritornare nelle sale da ballo, diss'ella; e tu sei venuto a tempo per darmi il tuo braccio.Ettore s'inchinò con una certa ironia nella sua gentilezza e rispose con uguale accento:— Sono assai lieto d'essere arrivato opportuno.E porse galantemente il braccio a Virginia.Francesco sentiva che qualche cosa gli conveniva pur dire, provava come un'offesa al suo decoro il lasciar partire senza una protesta l'impertinenza di quell'orgoglioso. Si avanzò ancora d'un altro passo, e disse anch'egli con quello stesso accento con cui lo aveva detto il marchesino:— Signore.....Ettore si fermò di botto, e volgendo appena la testa dalla parte dov'era Francesco, gli mandò di sopra la spalla uno sguardo di sprezzante alterigia.— Gli è a me che il signore intenderebbe parlare?Benda arrossì di sdegno fino alla fronte.— A Lei, disse asciuttamente.. Certo la mia pretesa è grande. Ella nel migliore degli abboccamenti i più importanti è solita farsi interrompere anche dall'intervento dell'autorità.Fu la volta del marchesino di arrossire.— Ah signore. Ella mi dà un merito che ben sa ch'io non ho: la è semplicemente una calunnia la sua.....— Signore!...— E per avere il favore d'un abboccamento con Lei io sono pronto ad accordarle qualunque ora le piaccia, e in qual luogo a sua scelta, dove non sia più possibile interruzione di sorta.— La prendo in parola: disse Benda inchinandosi: e mi pare che per la scelta dell'ora e del luogo potremo riferirci di bel nuovo ai consigli dei medesimi amici rispettivi.— Ha ragione.— Dove i miei potranno adunque trovare i suoi?— Domani verso mezzo giorno alwhist-club.— Sta' bene.Si fecero un freddo saluto, e il marchese uscì dal gabinetto con Virginia.— Tu conti batterti? diss'ella poscia a suo cugino.—Parbleu!— Perchè disubbidire così a tuo padre?— Perchè decisivamente quel signorino mi dà sui nervi.— Non è ragione sufficiente per voler attentare alla sua vita.— Olà! quel cotale t'interessa adunque?Virginia non chinò il suo sguardo innanzi a quello di Ettore, e rispose francamente:— Sì.— Ragione di più perlui couper les oreilles: disse con vivo dispetto il marchesino.— Ettore, aggiunse la fanciulla con accento solenne, se alcun male per tuo fatto ha da affliggere quella famiglia, io non te lo perdonerò mai.E come erano giunti ad una delle sale da ballo, Virginia tolse il suo dal braccio del cugino ed andò a raggiungere la sua amica la baronessa, lasciando lui in asso, stupito, quasi sbalordito, più irritato che mai.Francesco intanto, rimasto solo, era in preda ancor egli ad un vivissimo sdegno che quasi poteva dirsi furore. Aveva desiderato, l'ostacolo fra sè e Virginia, rappresentato dall'oltraggiosa impertinenza del marchesino, schiacciare e distrurre; ed ecco che l'occasione veniva a porgersene alla sua collera accresciuta.— Oh! l'ucciderò quel prepotente villano: diceva egli fra sè con una tempesta d'ira feroce nella mite anima sua. E siccome il suo istinto d'amante lo aveva avvertito che nell'odio di Ettore per lui e di lui per Ettore c'era eziandio la rivalità in amore, egli soggiunse con amaro sorriso: almeno quel superbo di certo non sarà a farla sua!Ricordò a questo punto le preziose parole con cui essa erasi impegnata a non essere di nessuno mai, e tornò di botto nel suo animo il dolce influsso della tenerezza. Ah! non ella mancato avrebbe mai alla solenne, non chiesta, da lei liberamente accordata promessa. Francesco poteva portar seco quella certezza per tutta la vita, anco nella tomba. Qui ad un tratto gli sorse innanzi al pensiero, con un mesto ma affascinante sorriso, l'immagine della morte. S'egli fosse stato a soccombere, s'egli disceso nel regno delle ombre, come ne avrebbe caramente custodita la memoria nel suo cuore la generosa fanciulla! Più vivamente ancora, senza più riserve, più compiutamente l'avrebbe amato quell'anima nobilissima. Il ricordo di lui morto avrebbe riconfermata ad ogni tratto in lei la data promessa, sarebbe stato ostacolo insuperabile affatto ad ogni altro che tentasse penetrarle nel cuore; e se invece foss'egli l'uccisore e non l'ucciso, che cosa poteva sperare di bene? La morte del cugino al contrario di abbattere la barriera fra lui e l'amor suo, l'avrebbe fatta maggiore: come sperare che il marchese consentisse a mettere la mano della nipote in quella lorda del sangue di suo figlio? Come credere che Virginia medesima vorrebbe ciò fare?Una morbosa, ma vivace voglia di morire stranamente lo assalse. Aveva provato una gioia di paradiso nello apprendere di essere amato; ma disgiunto senza rimedio da lei, non aveva egli poi da sopportare nella vita delle pene d'inferno? Essere pianto da quella fanciulla divina non era egli una gioia ineffabile? Vivere poi nell'anima di lei non doveva essere un paradiso? Lo sconsigliato nel calore della sua passione dimenticò per quell'istante la sua famiglia, perfino le lacrime di sua madre: decise morire.S'era gettato di nuovo sul sofà ed aveva nascosto la faccia tra le palme, ed ecco presso a lui di nuovo il fruscio gentile d'una veste di donna, intorno a lui il profumo delicato che rivela la presenza d'una signora elegante: levò la testa in sussulto e guardò con una folle speranza: non era più l'angelo dell'amor suo, era la contessa di Staffarda.— La disturbo, disse Candida con un sorriso forzato sotto cui cercava nascondere la preoccupazione e l'inquietudine che apparivano nelle sue sembianze. Ho creduto che dormisse.— No: rispose Francesco impacciato, il quale non sapeva che cosa dire.La contessa sedette sopra una poltrona in faccia a lui e giuocando col ventaglio, per darsi un'aria di leggerezza e d'indifferenza che non aveva, soggiunse:— Se non la dormiva, certo sognava, e non dovevano essere lieti sogni i suoi, se io giudico dall'espressione del suo volto.Benda compose la sua faccia ed il suo contegno.— No, non eran sogni, diss'egli con una giocosità melanconica: i sogni sono di cose impossibili, immaginarie; il mio pensiero si trovava alle prese colla più spiccata realtà.— Molte volte meglio la realtà anche brutta che una sciagura immaginata, temuta: disse la contessa con una specie di foga. I nostri dubbi, i nostri sospetti ci sono più crudi tormentatori che la fierezza medesima del destino.Francesco s'inchinò senza rispondere.Candida riprese dopo una piccola pausa:— Mi dirà Ella indiscreta se io le confesso di sentire interesse per Lei?— Oh signora contessa! esclamò il giovane inchinandosi di nuovo.Ella si acconciò con mano sbadata le pieghe della gonna, si aggiustò gli smanigli alle braccia, e sorridendo non senza un po' di studio, continuò con un'ombra d'imbarazzo dissimulato dalla sciolta eleganza di modi e di parola appresa coll'abitudine nell'ambiente artifiziato della società sfarzosa.— Ci sono certe avventure per cui noi donne ci dobbiamo sentire a forza interessate..... La sua è del novero.... Quando troviamo nella volgarità attuale di sentimenti qualche raggio di poesia, oggidì che siamo affogati da tanta prosa, noi ne restiamo tocche: i nostri voti sono per la fronte illuminata da questo raggio.... Nella vicenda che a Lei è capitata noi donne, amiche del romanzo nell'arida storia della vita, abbiamo travisto, indovinato quel più bello ed elevato sentimento che è fonte d'ogni poesia....Francesco fece un movimento.— Ah! non creda che qui una vana curiosità venga a sollecitare una confidenza che non si merita: soggiunse affrettatamente la contessa. Tutt'al più è una manifestazione di simpatia.... una manifestazione strana se vuole, ma sincera.... O mio Dio! Noi non ragioniamo tanto su queste cose; agiamo d'istinto, per subita impulsione dell'animo, e quando troviamo un nobile affetto, una generosa devozione, un dignitoso carattere, ci piace venirgli a stringere la mano.E ciò dicendo tese la sua destra al giovane meravigliato e confuso.Francesco strinse quella mano con atto di rispetto e di riconoscenza; non sapeva spiegarsi le ragioni di tanto interessamento per lui in quella signora colla quale per l'addietro erano state superficialissime le sue attinenze; l'attribuiva alla pietosa natura del cuore di lei, e n'era commosso; la contessa continuando riusciva finalmente a quel punto che era stato lo scopo della sua finissima diplomazia femminile.— So bene ch'Ella non ha bisogno dei contrassegni di simpatia degl'indifferenti... Ha molti amici, degli affezionati e devoti amici, onde può avere ogni conforto.... E per esser sincera, gli è appunto a quanto ho udito di Lei da uno di questi suoi amici ch'Ella deve accagionare in gran parte questo mio indiscreto passo.— Uno de' miei amici? domandò Francesco il quale, pensando alla schiera de' suoi antichi condiscepoli d'università, non sapeva capire in qual modo fra di essi alcuno avesse avuto attinenza colla contessa di Staffarda.— Sì signore, disse Candida; guardando attentamente le pitture miniate sul suo ricco ventaglio; il dottor Quercia.— Ah! esclamò Benda con un'espressione che fece lievemente arrossire la contessa. Francesco, che vide quel rossore, ebbe rincrescimento e rimorso d'averlo provocato; essa era venuta con tanta simpatia verso di lui, ed egli aveva da corrisponderle con malizioso riserbo? Affine di rimediare alla crudeltà di quella esclamazione sfuggitagli, egli s'affrettò a soggiungere: — sì Quercia è mio amico; gli ho chiesta ieri una prova appunto di amicizia a cui egli non si rifiutò, e sto per chiedergliene un'altra domani.... o per dir meglio oggi stesso.Una subita e viva soddisfazione si dipinse nel volto di Candida, che di presente dimenticò ogni diplomatica finzione ed ogni femminile cautela.— Ella deve dunque vederlo prossimamente? domandò con piglio vivace.— Nella mattinata di questo giorno che è già incominciato.— Ah!Questa esclamazione significava di molte cose, un desiderio che non osava manifestarsi, una volontà combattuta, e un'ansietà insieme che non si riusciva compiutamente a frenare.Francesco guardò la contessa che teneva gli occhi bassi, e tormentava fra le mani agitate l'innocente avorio del suo ventaglio; ed ebbe compassione del turbamento di quella infelice.— Certo, diss'egli, se alcuno avesse un'ambasciata da mandare al dottore, io prima di qualunque altro che si trovi qui glie la potrei comunicare.Candida arrossì nel vedersi così bene indovinata, ma nello stesso tempo ringraziò il giovane con uno sguardo pieno di riconoscenza.— Sarebbe forse un abusare... balbettò ella esitando, con un immenso desiderio, quasi una preghiera di venir contraddetta.— Niente affatto, s'affrettò a dichiarare Francesco.La contessa proruppe con una risoluzione quasi concitata:— Ella può rendermi un servizio importantissimo di cui le sarò grata eternamente.— Parli... Le prometto di obbedire.— Mi faccia il favore di vedere se qui non viene alcuno.Benda si alzò e si pose frammezzo alle cortine dell'uscio.— Stia lì un istante, la prego.— Non mi muovo.La contessa strappò un fogliolino dal piccolo taccuino che doveva servirle a notare le danze impegnate, vi tracciò su in fretta col toccalapis poche parole, ripiegò la carta, e per chiuderla, non ci avendo altro modo, vi appuntò una spilla; poi s'alzò e venne presso Francesco.— Questa cartolina, disse, dovrebb'essere consegnata al dottore domattina almeno prima delle dieci.— Ci conti su: rispose il giovane.Candida sporse alquanto la mano che teneva fra due dita il foglietto, ma a mezzo dell'atto apparve una certa esitazione nella mossa. Benda credette vederci l'indizio d'un timore e d'un sospetto, e s'affrettò a soggiungere:— Spero non aver bisogno di giurarle che quella spilla sarà più sacra per me di qualunque suggello...— La credo: interruppe vivamente la contessa, mettendo il bigliettino nelle mani di lui, e un po' confusa di vedere sì giustamente interpretata la sua esitazione. Se così non fosse, sarei io venuta di questa guisa da Lei?Francesco prese la carta, e la ripose in un suo portafogli.La contessa tornò a stringergli la mano con una forza nervosa, con un'emozione quasi febbrile.— Grazie: diss'ella. Quando io possa alcuna cosa per Lei, non vorrà dimenticare, la prego, di avere in me un'amica.E mentre il giovane s'inchinava in segno di ringraziamento, ella scivolò via sollecita, come desiderosa di non essere colta in quel colloquio e timorosa che ciò fosse.Per tornare nelle sale da ballo, Candida dovette passare in quella da giuoco dove suo marito perdeva colla sua solita indifferenza, malignamente scherzando secondo l'usato. Il conte Langosco sollevò dalle carte che teneva in mano le sue floscie palpebre e dal cerchio livido che contornava i suoi occhi lanciò sulla moglie uno sguardo vivido come quello d'un serpente.— Gli è di me che cercate, contessa? domandò egli con quel suo tono di galanteria che costeggiava l'ironica beffa.— No, rispose asciuttamente Candida; cerco un po' di fresco...E il marito con quel medesimo accento:— Ah! il signor fresco è ben fortunato.— E siccome non lo trovo nè anco qui, penso tornarmene nel salone.S'allontanò. Suo marito la seguì collo sguardo finchè la fu uscita della stanza. Una nube di sospetto sedeva sulla sua fronte calva, un più maligno cachinno piegava gli angoli della sua bocca sottile e sdegnosa.Ed ecco quel che era intravvenuto fra il conte e la contessa di Staffarda, che era stato cagione del passo fatto da quest'ultima presso Francesco Benda.Candida era nella sua stanza della teletta, in faccia al grande specchio del suo armadio entro cui si rifletteva la luce d'una dozzina di candele accese, e dava un'ultima guardata all'avvenente eleganza della sua acconciatura. Un lacchè era già venuto ad avvisare che la carrozza aspettava sotto il portone; la cameriera stava già lì colla pelliccia in mano per metterla sulle spalle nude della padrona, quando l'uscio si aprì discretamente ed un passo d'uomo, ammortato dallo spesso e morbido tappeto, s'inoltrò nella camera. La contessa si volse e vide non senza qualche stupore suo marito, il quale non soleva invadere colla sua persona quel santuario dei misteri della toilette. Lo guardò essa stupita, e non potè a meno di domandargli:— Che cosa c'è, conte?— Nulla: rispos'egli con quella sua gentilezza cortigianesca. Invece che aspettarvi nel salotto ho voluto venirvi a prendere fin qui.— Son pronta. Andiamo pure: disse Candida, e volgendo le sue belle spalle alla cameriera, fe' segno le mettesse su la pelliccia.— Un momento: s'intromise il conte arrestando con una mano l'atto della fante. Lasciate prima, contessa, ch'io vi ammiri alquanto nel buon gusto della vostra assettatura.Candida crollò leggermente le spalle e fece una smorfietta piena di vezzo.— Ebbene, che cosa ne dite? domandò ella con tono che voleva dire: finitela ed andiamo.— Ammirabile: rispose il conte Amedeo, che faceva scorrere il suo occhialino scrutatore su tutte le parti del muliebre abbigliamento; sempre una perfezione secondo il vostro solito, ma.... se mi permettete una critica....— Dite pure.— Troppa semplicità.... È quasi unatoilettedi ragazza. Perchè non avete messo i vostri diamanti?La contessa fu scossa da un lieve sussulto: ebbe paura di arrossire, e si volse in là fingendo specchiarsi.— Oh! diss'ella aggiustandosi in capo un fiore, che non aveva bisogno alcuno d'essere tocco: un ballo privato in casa d'un'amica....— Ragione di più. Sono queste occasioni in cui meglio che altra volta voi altre donne fate gara di sfarzo e di eleganza.... L'ho sentito dire da voi medesima ripetutamente.... Se non tutti, potevate almeno metterne una parte.... Ema foi, ci avete ancora tempo: è l'affare d'un minuto, e nè voi, nè io non abbiamo la gran premura di arrivarci a quel ballo piuttosto mezz'ora prima che dopo.Questa insistenza del marito fece nascere un'ombra di timore nell'anima di Candida. Avrebb'egli qualche sentore di ciò che era avvenuto? Oh! impossibile, ma pure... Guardò il conte con un'aria scrutatrice e nello stesso tempo imbarazzata e peritosa. Amedeo Filiberto notò quest'espressione: di sospetti egli non ce ne aveva nessuno, e se allora egli era venuto a parlare dei diamanti, la ragione altra non era fuor questa, che a lui pure, impicciatissimo in debiti da soddisfare, aveva balenato l'idea di cercare un aiuto nel considerevole valore dei diamanti di sua moglie; ma ora il contegno di quest'essa gli fece nascere dei dubbi incerti, e cui ebbe di subito un gran desiderio di appurare.— Siamo intesi, continuò egli; date la chiave dello scrigno alla cameriera perchè li vada a prendere... Prendili tutti, soggiunse parlando alla fante; sceglieremo qui quali da mettersi stassera.La cameriera depose la pelliccia che aveva in mano e fece una mossa verso la contessa per riceverne la chiave.— No: disse vivamente Candida: è inutile, stassera non li metterò... non mi piace... non voglio.Amedeo Filiberto guardò ben bene la moglie.— Bene! disse: non li metterete, ma ho piacere tuttavia di guardarli.— Perchè? Li avete visti ieri sera che ne ho messa una gran parte al ballo dell'Accademia.— Giusto. Mi parve che lamontaturane fosse un po' antiquata e che occorrerebbe rifarla — Poichè ora ciò mi è venuto in mente, lasciate un po' che esaminiamo insieme...Candida fece un forzato sorriso. Le parole delconte le avevano suggerito uno spediente da uscir d'imbarazzo.— Vedete come andiamo d'accordo, disse; era quello precisamente anche il mio avviso, e li ho mandati oggi stesso dal gioielliere a farli ripulire e rimontare.— Ah! esclamò Amedeo guardandola sempre a quel modo. Non avete forse scelto per ciò il tempo più opportuno. Lunedì c'è ballo a Corte, e convien bene che abbiate i vostri diamanti.— Oh li avrò: interruppe vivamente la moglie: me lo ha promesso.— Uhm! In così poco tempo, come potrà fare un lavoro ammodo? Sono cose codeste per cui conviene aspettare la quaresima... ed è appunto per la quaresima ch'io veniva a domandarvi di affidarmeli per... per restituirveli poi più brillanti di prima.— Avete ragione: disse Candida col tono di chi vuol conchiudere il discorso: li manderò a riprendere... per lunedì li avrò senza fallo.— Passerò io stesso dal gioielliere domattina... Gli è ben sempre X?— Sì... ma non occorre che vi disturbiate...— Non è un disturbo.... Figuratevi!La contrarietà più viva e la inquietudine si dipinsero nel volto della contessa.— Non datevi altro pensiero di ciò: soggiunse colla sua beffarda galanteria il conte Amedeo; e poichè non c'è più nulla da fare nè da dire per la vostratoilette, avviamoci dalla baronessa.Prese egli medesimo la pelliccia che la cameriera aveva deposto sopra il sofà e la pose sulle spalle della moglie, cui fece uscir prima della stanza e dell'appartamento.Lungo la strada marito e moglie non iscambiarono una parola, ma pensavano tuttedue e profondamente intorno al medesimo soggetto.Dalle parole e dalle sembianze della moglie era apparso cosa certa al conte che in quell'affare dei diamanti c'era un mistero, ed egli aveva troppo interesse a penetrarlo per non provare una curiosità indomabile: si riprometteva di andare il domattina per tempo dal gioielliere X ad interrogarlo. Candida capiva da parte sua con isgomento che il marito aveva dei sospetti, e che non trovando poi dall'orafo indicato i gioielli, questi sospetti sarebbero andati molto presso alla verità cui poscia egli avrebbe voluto conoscere ad ogni costo. Come rimediarci? Essa non sapeva; la sua testa era confusa e invano cercava nel suo cervello un plausibil mezzo. Questo solo le si affacciò: ricorrere a Luigi, dirgli la cosa, e fare ch'egli provvedesse. Ma in qual maniera avvertire il suo amante? Di quella notte era impossibile; egli non doveva venire a quella festa; scrivergli la non poteva più; e il domattina doveva ella avventurarsi a mandargli una lettera? Il marito non poteva forse farla spiare? E della cameriera la si fidava assai poco; e non amava inviarla da lui, già ne sappiamo il perchè. Conveniva che ella stessa avesse un abboccamento con Luigi prima che il conte potesse recarsi dal gioielliere; il conte certo era che non si sarebbe alzato prima delle undici e non uscito prima di mezzogiorno; v'era dunque tutta la mattina di tempo. Ma poteva ella recarsi alla dimora di lui? Mai più: era un'imprudenza di cui egli medesimo l'avrebbe rimproverata. Oh! s'ella avesse potuto farlo avvertito in alcun modo di trovarsi ad un'ora acconcia nella rimota palazzina, solito asilo dei loro amorosi convegni!Giunse alla festa da ballo che non aveva ancora un'idea precisa del da farsi ed era più perplessa che mai. La vista di Francesco Benda fu per lei un raggio d'ispirazione. Che quel giovane fosse amico di Luigi, glie n'era stato prova quel giorno medesimo l'interesse preso da quest'ultimo alla cattura del primo e il biglietto che a lei medesima aveva scritto in proposito; quanto stimabile ed onorevole per carattere e lealtà fosse il Benda era conosciuto nella società ed ammesso anche dalla malignità della gente. A chi poteva ella meglio affidarsi che a lui? D'altronde il tempo stringeva e per quanto affaticasse la sua mente, Candida non sapeva scorgere altro mezzo di sorta di cui servirsi.Quando ebbe consegnata, come abbiam visto, a Francesco la cartolina per Quercia, in cui gli assegnava un ritrovo per le undici del mattino, la contessa Langesco, ricomparve più calma e più allegra a brillare in mezzo alla festa.

Francesco s'era drizzato in piedi, ma tremava in tutte le membra; una emozione potente lo aveva assalito cui non poteva padroneggiare; era diventato pallido come un cadavere. Virginia era pallida ancor essa, e di lei pure vibravano i nervi in un tremito intimo, indefinibile.

Stettero un minuto l'uno in faccia all'altra, immobili, muti: egli si sorreggeva al pianoforte presso cui s'era levato, essa alla spalliera d'una poltrona che le si trovò dappresso; non potevano parlare, non sapevano che cosa dire, ma si guardavano, ed una fiamma ardente e divina correva fra le loro pupille. Fu un minuto solo, ma un minuto che contenne per essi un infinito, mille dolcezze che erano insieme uno spasimo, una stretta al cuore che era pure nella sua acutezza un diletto. Le corde del cembalo vibravano ancora per gli ultimi colpi che aveva percossi sui tasti la mano di Francesco.

Quei loro sguardi dicevano di molto; molto eziandio aveva detto quel grido che era scoppiato dal cuore di lui nei vedersi innanzi di subito la invocata fanciulla su cui con tanta forza di volere e di desio erano concentrati i suoi pensieri. L'amore aveva rinfiammate ad un modo le anime loro in un accesso della sconfinata passione, ed aveva poscia postele a contatto, messele di fronte, mentre doveva a forza da esse traboccare l'imperioso, divino, ineffabile sentimento che tutte le possedeva. Quali due corpi saturi di elettricità diversa che si attraggono e si precipitano l'uno verso l'altro, come fra loro non sarebbe corsa la meravigliosa scintilla ad accomunare, assembrare, fondere in un rapimento di amore gli animi, gli spiriti, l'intiero essere?

Al pallor primiero successe sulle guancie di Virginia un rossore che, lieve dapprima, venne via via accrescendosi; per consenso, anche in Francesco il sangue, che pareva concentrato intorno al cuore quasi soffocandolo, salì pure alla testa e gli pose le fiamme alla faccia; ella chinò lentamente i suoi occhi, immobile sempre a quel posto; egli eziandio chinò i suoi; un impaccio, ma non fastidioso, anzi invece pieno di diletto, li faceva timidi di quella cara timidità cui dà anche all'uomo il più risoluto un vero amore. Avevano troppe cose da dire e temevano che la loro parola dicesse troppo per disserrare le labbra; ma lo stesso loro silenzio e il contegno parlavano. Si ascoltavano a vivere, per dir così, con una specie di sacro raccoglimento e di meraviglia, in quella crisi della loro vita intima; pareva che stessero lì a sentire avidamente a battere il proprio cuore e quello del compagno a vicenda.

Fu ella che comprese la prima come quel silenzio dovesse troncarsi; fece uno sforzo, s'avanzò di due passi verso il pianoforte a cui si sorreggeva Francesco, volle dire, con tono indifferente, indifferenti parole, e così cominciò:

— Ella dunque ama di molto eziandio quella mia carissimadernière pensée?

Ma come in quel momento avrebbero potuto uscire da quel labbro indifferenti parole? Qualunque con isforzo maraviglioso avesse ella scelto anco fra le più volgari ed inutili, avrebbero preso dalla tempra dell'animo vibrante d'amore un accento pieno di passione che avrebbe avuto il suo significato; qui poi non s'accorgeva ella, Virginia, che quei suoi detti certificavano di presente quella comunione di pensiero e di animo che esisteva fra di loro e che avrebbe pur voluto dissimulare?

Francesco sollevò i suoi occhi, e il raggio delle sue pupille s'affondò nella limpidezza di quelle di lei.

— Se l'amo! Diss'egli con voce tremante, quasi rotta dall'emozione, il respiro oppresso dal palpito del suo petto. L'amo come la voce del più caro amico che mi consoli, come il verso più splendido del poeta che mi parli alla mente ed al cuore.

La mano di lui cadde sui tasti del pianoforte che mandarono un risuono quasi supplichevole, come una tenerezza di gemito.

Virginia gli additò con un gesto vezzosissimo di preghiera il gravicembalo ancora vibrante.

— Ebbene, diss'ella con quella sua voce che, era una sì soave armonia, non le dispiaccia farmela sentire anco una volta.

Francesco s'inchinò lievemente in segno di ubbidienza e sedette di nuovo là donde s'era levato: le mani gli tremavano ancora, gli sussultava nel petto il cuore commosso. Le prime note uscirono di sotto le sue dita, incerte, oscillanti, saltuarie. Virginia appoggiò all'angolo del cembalo verticale il gomito del suo braccio più bianco di neve, più perfetto di quello d'una statua di Prassitele, sorresse alla mano la fronte, e stette, gli occhi chinati, in una mossa piena di grazia e di maestà. In mezzo a loro si elevava lenta, sommessa, ma più soave che mai, ma palpitante, quasi direi, e commossa, la dilicata melodia.

Non si guardavano i due amanti: ella teneva i suoi occhi rivolti immobilmente al suolo, egli li fissava innanzi a sè come se colà si aprisse l'infinito e non fossero a pochi passi da lui arrestati dalla parete: ma per ambidue, allo sguardo della mente si atteggiavano smaglianti, nella maggiore e più cara seduzione ch'esser possa, le fantasie più santamente amorose della loro giovanile immaginativa eccitata. Il mondo dei sogni, il mondo dell'ideale chiamava a sè, assorbiva l'intelletto loro, dolcemente cullato dalla carezza della malìa musicale. Dove si trovassero in quel momento non pensavano, non sapevano; la realtà delle contingenze circostanti non esisteva più per loro; si affondavano coll'animo, col cuore, con tutto l'essere nel misticismo soave della passione d'amore, scevra da ogni bassezza di sensualità.

Momenti sublimi! i più sublimi che viver possa l'anima in questa esistenza terrena! Infelice chi non li ha provati mai, chi vede scendere sulla sua persona il peso degli anni senz'aver palpitato di questi palpiti celesti, senz'aver gustato, non fosse che affacciandosi alla soglia, di questo Eden meraviglioso ed ineffabile! Per lui la terra ha nascoste lesue più splendide bellezze; a lui, come figliuolo diseredato, non parla i suoi più divini accenti la natura, non appalesa la vita i suoi più preziosi tesori. Questi beati istanti, ratti, fugaci, pochi, ma celestiali, uom li accoglie e li serba come avaro geloso nel sacrario della memoria; sono un profumo di felicità onde avrete conforto nelle più empie traversie della vita, chi lo sa custodire incorrotto; al ricordo di essi, sorride beatamente anche il vecchio incanutito che già si curva sull'orlo della fossa, ed un'aura giovanile viene a carezzargliene l'anima intorpidita. Oh amore, tu se' il motto ultimo dei segreti dell'universo, tu sei la legge unica che governa i mondi del sensibile e dell'intelligibile, quella forza prima cui cerca la scienza; tu sei la più alta espressione nell'essere uomo di quel divino che c'è nella sua natura!...

Quando l'ultima nota della melodia soavemente s'estinse sopra le corde del pianoforte, i due giovani, leggiadri amanti si guardarono finalmente. Quello sguardo fu una fiamma, fu una confessione d'amore, fu un abbraccio delle anime loro. Le pupille palpitavano ancor esse. In quelle di Virginia color del mare, ma d'un mare benigno, su cui si stende sereno il cielo e ride il più lieto sole, c'era in vero tutta l'immensità d'un Oceano: un'immensità d'affetto; negli occhi bruni di Francesco raggiavano vibrando, sprazzi di calore e di luce.

Le tante, profonde, inesprimibili emozioni di lui, sotto lo sguardo benigno della fanciulla amata, ebbero il coraggio e la forza di trovare e di mandargli alle labbra un'espressione. Fu anche questa volta una parola sola, ma quante cose contenevansi in essa! Giunse le mani in atto di chi adora, e ripetè l'esclamazione con cui aveva salutato commosso il comparirgli delle vaghe di lei sembianze.

— Virginia!

Ella non cessò di guardarlo: si pose una mano sul cuore e il suo corpo elegante si sorresse vieppiù al mobile a cui era appoggiata, come se le venissero mancando le forze; un'ombra lieve di sorriso, timido, quasi involontario le alitò sulle labbra semiaperte. L'abituale nobile fierezza del suo aspetto s'era fusa anch'ella nella soavità dell'emozione; non ci rimaneva più che sotto le spoglie del dignitoso riserbo della virtù. Com'era lungi in quel punto dall'anima sua ogni influsso di pregiudizio sulla superiorità di casta!

Francesco intanto sentiva, in mezzo al quasi doloroso e pur soave palpito del cuore, al turbinio de' pensieri nella mente, alla foga delle sensazioni, crescergli il coraggio. Parlò tremando, con voce soffocata e rotta dall'emozione, con accento che da quello stesso inciampo del suo turbamento profondo acquistava nuova efficacia.

— Quante volte ho desiderato potere a lei presente rivolgere il suono di queste note!... E quante a lei, alla sua immagine, presente sempre al mio pensiero, ho fatto omaggio di queste aspirazioni vestite della forma dell'armonia!... Ma come in questo istante è riuscita inefficace la mia mano ad esprimere quel ch'io sento, quel ch'io vorrei!... Se avessi potuto mettere in questo freddo stromento una parte soltanto di quello ch'io provo!... Oh se potesse all'anima sua parlare direttamente l'anima mia!...

Un riso divino, un lampo di angelica luce balenò negli occhi, su tutta la fisionomia animata di Virginia.

— Perchè credere ch'io non abbia inteso il magico linguaggio di que' suoni?..... Colle parole del nostro idioma terreno chi potrà dir mai quello che dice il meraviglioso alito dell'armonia?...

Francesco sorse in piedi, la sua mano incontrò per azzardo quella di Virginia che pendeva presso al pianoforte a cui sempre teneva appoggiato il gomito; a quel tocco un brivido corse come un dolcissimo fluido tutte le membra di ambedue. Egli non ritrasse la sua mano; quella di lei non isfuggì neppure: le due destre stettero vicine l'una all'altra, toccandosi, senza stringersi, agitate da un lieve tremore, attingendo a vicenda da quel contatto un fuoco sottile che si metteva a circolare col sangue nelle loro vene. E frementi in tutto l'esser loro, accomunati in un solo e medesimo trasporto; stavano lì, in faccia l'un dell'altra, guardandosi, i due giovani innamorati.

— Ella mi ha dunque compreso? soggiunse Francesco con voce cui la passione e la gioia serravano nella gola; Ella ha compreso la potente, sconfinata adorazione che si eleva dal mio cuore verso il suo?..... Sì una vera adorazione, glie lo giuro, pura e santa come l'anima sua, ardente come la febbre di questo divino trasporto che mi fa batter le tempia.

Si lasciò scivolare dal seggiòlo su cui sedeva, in ginocchio ai piedi di lei e giunse le mani con atto di supplicazione appassionata, e pregò collo sguardo acceso delle più vive fiamme d'amore.

— Lo scopo unico della mia vita, l'ispirazione incessante del mio pensiero, la ragion sola d'ogni atto, d'ogni anelare, la fonte d'ogni gioia, il Dio della mia fede.... tutto al mondo ed oltre il mondo, per me, gli è Lei!.... C'è una forza superiore ad ogni volere umano che invincibilmente mi attrae qui.... ai piedi suoi.... anima e corpo, fantasia ed intelletto, desiderii e volontà, come un povero oscuro pianeta intorno alla splendenza del suo sole... Sì il mio sole!.... Quando non la vedo c'è la notte nell'anima mia, anco negli occhi miei.... Si, il mio sole!.... Quando l'ho mirata, la luce della sua bellezza mi è rimasta entro il cervello, in fondo alle tenebre della mia mente, come un astro di splendore divino. Chiudo le palpebre e me la vedo raggiante dinanzi..... Ma il vero è che sempre, sempre, nella veglia e nei sogni, io vagheggio presente al piùintimo dell'esser mio, la sua immagine invocata. La vedo, l'adoro, le parlo; mi beo del suo sorriso..... Se potessi esprimere qui in parole la menoma parte soltanto di quell'effusione con cui nel mio segreto l'anima mia adora la sua, ella potrebbe allora capire la forza, l'estensione, l'eternità dell'amor mio....

Questa parola «amore» fece riscuotersi la fanciulla. Ella ascoltava le affollate parole di Francesco col suo serio e benigno sorriso, il corpo lievemente inchinato verso di lui, gli sguardi negli sguardi del giovane, il petto commosso. La voce del suo amante le accarezzava l'animo più dolcemente ancora di quel che avesse fatto poc'anzi la soavità della melodia diletta. Obliava le sue condizioni, i suoi proponimenti, gli altri suoi pensieri, tutto il resto del mondo; sentiva il suo cuore fondersi beatamente al calore di quell'amoroso trasporto nel cuore dell'amante; avveniva quel misterioso congiungersi delle anime innamorate che è un adombramento della felicità sopraterrena, che è il vero maritaggio di due esseri eletti. Quella parola «amore» la destò, per così dire, con un lieve sussulto; una nube leggiera salì a velarle la luce dell'intima gioia che le splendeva sul viso; si recò la destra alla fronte, come a fermarvi un nuovo pensiero che si presentasse alla sua meditazione; il contatto dello svolazzo della sua veste leggiera coi panni del giovane, le parve un troppo suo abbandono e si trasse in là d'un passo; lasciò cadere più freddo, più riserbato il suo sguardo sulla fronte illuminata d'amore del giovane, e disse senza alterigia, senza un'ombra di sdegno, ma con rassegnata mestizia.

— S'alzi, la prego. — Questo contegno innanzi a me non conviene nè per mio nè per suo riguardo... Perchè mi ha Ella parlato a questo modo? Ned Ella doveva dire ned io ascoltare di queste parole. Il diritto di pronunciarle al mio orecchio può darlo ad un uomo il consentimento soltanto di chi mi tien luogo di genitori. Ora, non ha Ella pensato che direbbe mio zio il marchese ove sapesse di questo colloquio?

Francesco mandò una voce soffocata, un gemito di vero dolore. I detti di Virginia gli facevano sorgere di nuovo dinanzi quella fatale barriera onde ben sapeva essere egli da lei diviso, e cui aveva obliato un istante. Dalla folle esaltazione d'una impossibile speranza passò di botto all'abbattimento d'una disperazione inconsolabile. Aveva visto il paradiso aprirglisi un istante davanti, e poi si sentiva bruscamente ricacciato indietro nel dolore e contesogli inesorabilmente il passo. Sentì ogni sua forza venir meno nell'animo come nel corpo accasciati; volle alzarsi e non lo potè nemmanco; levò uno sguardo di muta ma dolorosissima lamentazione verso di lei, provò l'angoscia dell'uomo che nel pieno della sua vitalità si sente stringere ad un tratto le viscere dalla ghiaccia mano della morte.

Virginia ebbe pietà di quell'angoscia che vide dipingersi sul volto del giovane; la sentì ripercotersi nel suo cuore; ebbe un generoso impulso che le fece rimpiangere d'aver dato a quell'anima siffatto spasimo e desiderare di apprestarle alcun rimedio di consolazione; tornò ad accostarsi d'un passo a Francesco sempre inginocchiato e lasciò cadere su di lui la dolcezza d'un suo sguardo pietoso.

Francesco prese il lembo di quella veste di cui lo svolazzo tornava a toccar leggermente il suo corpo e lo baciò con passione.

— Mi perdoni, diss'egli: le parole mi traboccarono dall'anima..... Non cerchi in nome d'altri la mia condanna.... A Lei, a Lei sola lo assolvermi o il punirmi.... La più fiera punizione del mondo, il suo sdegno.... Gli è la sorte della mia vita che sta nel suono d'una sola sua parola.... La pronunci, l'aspetto.... Ah! non ho temerità di speranze.... Sono rassegnato all'ultima sciagura.... Il resto dell'universo non è più nulla per me.... La sua vista, un suo sguardo, un suo sorriso, lo giuro, conquisterei al prezzo di morte.

Virginia si sentiva ondeggiar l'anima fra diverse spinte; la sua fierezza lottava in ultimi sforzi contro la passione che la possedeva; un resto d'orgoglio le susurrava di rinnegar l'amor suo, ma per ciò aveva ella troppo sincera la coraggiosa tempra dell'animo. No, ella non s'abbasserebbe a mentire. Poichè la sorte aveva voluto che il momento di spiegarsi giungesse, essa non voleva ricorrere nemmanco a temporeggiamento nessuno, a veruna ipocrisia di spedienti e di parole. Sollevò risolutamente la testa, e il viso leggiadro apparve splendente di nuova luce di bellezza, come se una nuova, maggiore, interna fiamma, in lei divampando, le trasparisse sul candore delle sembianze. Abbassò lenta la sua destra verso il capo del giovane, posandogliela lievemente sulle chiome e con voce sommessa, contenuta, ma non esitante, non peritosa, con voce la quale all'anima ardente di Francesco che l'assorbiva spasimando, parve un'armonia di paradiso, disse:

— Il mio labbro non ismentirà il mio sguardo. Non ha Ella letto nulla negli occhi miei?

E nel medesimo tempo le sue pupille sfavillanti, piovevano sul volto di lui raggi accalorati e dolcissimi di tenerezza e d'amore.

Francesco che al tocco lievissimo di quella piccola mano inguantata sui suoi capelli, aveva sentito corrersi per tutte le vene, per tutti i nervi un fremito di sovrumano diletto; Francesco, il cui cervello, assalito da' fiotti di sangue febbrilmente dalla passione concitato, smarriva quasi la percezione della realtà e credeva essere in balìa d'un sogno beato; Francesco prese con impeto, con furore, quella mano che s'era abbassata su di lui, afferrò anche l'altra, le strinse ambedue con forza tra le sue frementi e pronunziò balbettando, mozzicate le parole, spallidite le labbra dall'emozione soverchia:

— Che cosa ci ho letto? Non so... Talvolta sì, fui temerario... Ah non oso confessarlo a me stesso quel che mi apparve... Fu una visione di paradiso. Mi parve udir suonare per l'etere una parola divina...

Virginia si curvò, palpitante anch'ella verso il giovane palpitante. Quella parola divina, essa la disse, sommesso, ratta, vibrata.

— L'amo anch'io!

Fu un soffio di voce, ma penetrò fin nell'intimo del giovane innamorato. Un grido di gioia irrefrenabile proruppe dal suo petto. Sorse di scatto in piedi; tremava tutto, sotto l'invasione d'un trasporto ineffabile sentiva smarrirglisi il cervello: gli pareva d'essere il primo nel mondo, d'essere più che un uomo, credeva d'essere superiore ad ogni forza di avvenimenti, ad ogni crudeltà del destino; provò come un indiamento della sua natura, gli parve essergli nel cuore, degno santuario, disceso un Dio dal cielo.

Voleva parlare, ma non poteva; gli cantava nell'anima un inno sublime d'amore e le labbra tremanti non sapevano tradurlo in parole; stringeva le mani di lei, la guardava, palpitava, aveva gli occhi pieni di lagrime.

— Nulla più chiedo a Dio: diss'egli poi colla parola come prima interrotta. Troppa è la mia parte di felicità..... Sfido le sciagura e il dolore; sfido la morte..... Ella mi ha dato in questa terra il paradiso..... Oh questo momento benedetto sarà la gioia suprema della mia vita..... Adorerò il suo ricordo come s'adora quello delle soavi prime carezze materne..... Io Lei amo tanto! Tutto ciò che vi ha di caro, di sublime, di superiore nel mondo, io l'amo in Lei raccolto. Il mio culto al vero, al bello, al buono è l'amor mio per Lei..... Amiamoci!..... È la nostra sorte, è la nostra legge, è il volere di Dio!..... Affidi il suo cuore, Virginia, alla lealtà, all'ardore del mio..... Lo circonderò di tanto affetto, d'un'adorazione cotanta che non lascierò più passaggio nessuno al dolore..... La bellezza della nostra esistenza è amore: la ragione della nostra vita è amore..... Io a Lei ho consecrato tutto me; l'amor mio è una religione; morrà meco; è connaturato nell'anima mia, durerà eterno, se l'anima è immortale. Amiamoci in nome della giustizia eterna!

La valorosa anima di Virginia ebbe la forza di resistere al fascino oltrepotente di quel divino istante: sciolse le sue dalle mani di lui, e ritraendosi d'alquanto, disse con severa mestizia:

— L'amore ci unisce, ma ci separa il mondo. Amiamoci, ma dividiamoci. Non mi domandi le ragioni di ciò; quali sieno pensi Ella stessa senza dare a me ed a Lei il dispiacere di enumerarle. Questa vita terrena, pur troppo, non potrà veder mai congiunte le nostre sorti. Dissimulare i miei sentimenti non potevo, ho creduto di non doverlo, lasciarle una speranza ineffettuabile posso e devo anche meno. Ci sono fatalità della sorte che conviene subire; e la Provvidenza ce le manda per provare il vigore dell'anima nostra. Questo dev'essere l'ultimo colloquio che ha avuto luogo fra noi...

Esitò un istante, la voce le si fece meno sicura, ed una subita pallidezza le si stese sulle guancie, ma riprese tuttavia colla medesima coraggiosa risoluzione:

— Dovrebbe essere eziandio l'ultima volta che ci vediamo....

Francesco protestò con un'esclamazione di dolore.

Ella fu sollecita a soggiungere:

— Che ci vediamo almanco per effetto di nostra volontà. Ella deve sfuggirmi — e di ciò la prego —; io sfuggirò in ogni possibil modo la sua presenza. Che cosa avremo ancora da dirci collo sguardo o colla parola? Le nostre anime si sono rivelate: ora ciò che prima era un'imprudenza, una debolezza, sarebbe una colpa. Ciascuno custodirà come vuole nel suo cuore il comunicato segreto, le sue impressioni, le sue memorie; ma non dimenticherà più che una fatale barriera ci divide.

Francesco ebbe dal suo dolore il coraggio di ribellarsi a questa crudele sentenza, e con una specie d'esplosione proruppe:

— Questa fatale barriera è una vanità. Si cammini contro di essa risolutamente e la sparisce sotterra. Che? L'amore ci apre le delizie più sublimi dell'Eden; e noi non oseremo entrarvi, perchè sulla soglia ci sta un vano fantasma? L'amore è potente ben più di queste misere incantagioni; ben altri e più ardui ostacoli sa e può superare... Non amato, poteva io cedere alla sventura, ritrarmi e morire; ma forte dell'amor suo, come rinunziare alla felicità? Nol posso, nol debbo, nol voglio!

Virginia arrossì, fece un atto pieno di dignità a tener lontano il giovane che le si voleva accostare, e con uno sguardo ed un accento animati, ma più che da sdegno da dolore, disse nobilmente:

— Mi vuol Ella far pentire d'aver parlato?

Ogni audacia cadde subitamente dall'animo di Francesco.

— Perdono! perdono! balbettò egli chinando con mossa sconsolata la testa; ma se ogni speranza di possederla è persa, è persa per me ogni ragione della vita... Il solo essere amato da Lei è un orgoglio sublime, è una gioia di paradiso. Io l'ho accolta qui — tesoro dell'anima mia — ma tanto vale che io la porti meco nella tomba..... Potrei io resistere a vederla in possesso d'altrui?

La fanciulla tese vivamente la mano.

— Le proibisco di morire: diss'ella con accento che nessuna parola può descrivere: d'un altro non sarò mai!

Francesco prese quella mano e la baciò con passione. Era come il suggello d'un patto solenne stretto fra di loro. A quel punto un leggier fruscìo fu udito alla soglia; i due amanti si volsero e viderodritto colà, che colla mano scartava l'arazzo della portiera per entrare, il marchesino Ettore.

Francesco e Virginia si allontanarono vivamente l'uno dall'altra; ella chinò gli occhi a terra e stette immobile; un lieve rossore accennò dapprima volere apparire sulle sue guancie, ma con uno sforzo sopra se stessa, ella comandò al sangue di restare. Sentiva di non aver nulla onde arrossire e non voleva che alcuno potesse vedere in lei la mostra pure di simil debolezza o di confusione; e tanto meno suo cugino. Questi si avanzò lentamente, facendo correre dal volto dell'uno a quello dell'altra uno sguardo ironico, provocatore, più tristo ancora del perfido sogghigno che piegava le sue labbra assottigliate dall'interna bile repressa. Nei sentimenti di Francesco non vi fu esitazione di sorta. Innanzi alla provocazione superba di quello scherno, egli sentì una subita ira vivace. Quella barriera di cui aveva fatto cenno Virginia, ecco che ora gli si drizzava, per così dire, dinanzi, incarnata nello sprezzante orgoglio del suo oltraggiatore; già poco fa, da solo, nell'abbandono de' suoi sogni dilettosi, Francesco aveva visto nella sua mente sorgere contro la speranza di cui pure gli balenava all'animo alcuna lusinga, la immagine detestata del marchesino, ed ora ecco che questa figura gli si presentava viva e reale, interruttrice del più venturoso ed importante momento che nella sua vita avesse passato ancora mai, impertinente, sfidatrice, maligna. Se la presenza di Virginia non gli avesse posto freno, egli si sarebbe lanciato contro di Ettore, gettandogli alla faccia alcune di quelle parole che vogliono il sangue d'un uomo. Per lo sforzo che fece su se medesimo a reprimere il subito impulso dell'ira, Francesco impallidì: il suo sguardo si incontrò con quello del cugino di Virginia, proprio come fanno due lame incrociandosi in un duello mortale di due nemici. Per un momento fuvvi un silenzio minaccioso, quasi solenne. Si udì allora giungere fino a quel luogo, travelato dalla distanza, il suono allegro della musica del ballo.

— E che vuol dire codesto? cominciò di poi con tono beffardo Ettore fissando il suo sguardo investigatore sulle palpebre abbassate di Virginia; mentre altri ti crederebbe trasportata dal capogiro del valtz, tu sei qui tranquillamente, lontana dal rumore, a...

Si arrestò; Virginia che sentiva lo sguardo di Ettore sopra di sè, levò le ciglia e fissò in volto il cugino coi suoi grandi occhi limpidi, sicuri, superbamente sereni; egli riprese:

— A discorrere tranquillamente colsignore.

L'accento con cui fu pronunciata la parola «signore», il moto leggiero del capo per cui Ettore accennò Francesco erano così pieni di disprezzo che Benda se ne sentì fremere il sangue.

— Affè, continuava col tono medesimo il marchesino, che questo è proprio un perdere il tempo.

Il giovane borghese fece un piccolo passo innanzi e parve sul punto di parlare; Virginia s'intromise, ricorrendo al mezzo medesimo che aveva usato poc'anzi, quello di condur via suo cugino.

— Stavo appunto per ritornare nelle sale da ballo, diss'ella; e tu sei venuto a tempo per darmi il tuo braccio.

Ettore s'inchinò con una certa ironia nella sua gentilezza e rispose con uguale accento:

— Sono assai lieto d'essere arrivato opportuno.

E porse galantemente il braccio a Virginia.

Francesco sentiva che qualche cosa gli conveniva pur dire, provava come un'offesa al suo decoro il lasciar partire senza una protesta l'impertinenza di quell'orgoglioso. Si avanzò ancora d'un altro passo, e disse anch'egli con quello stesso accento con cui lo aveva detto il marchesino:

— Signore.....

Ettore si fermò di botto, e volgendo appena la testa dalla parte dov'era Francesco, gli mandò di sopra la spalla uno sguardo di sprezzante alterigia.

— Gli è a me che il signore intenderebbe parlare?

Benda arrossì di sdegno fino alla fronte.

— A Lei, disse asciuttamente.. Certo la mia pretesa è grande. Ella nel migliore degli abboccamenti i più importanti è solita farsi interrompere anche dall'intervento dell'autorità.

Fu la volta del marchesino di arrossire.

— Ah signore. Ella mi dà un merito che ben sa ch'io non ho: la è semplicemente una calunnia la sua.....

— Signore!...

— E per avere il favore d'un abboccamento con Lei io sono pronto ad accordarle qualunque ora le piaccia, e in qual luogo a sua scelta, dove non sia più possibile interruzione di sorta.

— La prendo in parola: disse Benda inchinandosi: e mi pare che per la scelta dell'ora e del luogo potremo riferirci di bel nuovo ai consigli dei medesimi amici rispettivi.

— Ha ragione.

— Dove i miei potranno adunque trovare i suoi?

— Domani verso mezzo giorno alwhist-club.

— Sta' bene.

Si fecero un freddo saluto, e il marchese uscì dal gabinetto con Virginia.

— Tu conti batterti? diss'ella poscia a suo cugino.

—Parbleu!

— Perchè disubbidire così a tuo padre?

— Perchè decisivamente quel signorino mi dà sui nervi.

— Non è ragione sufficiente per voler attentare alla sua vita.

— Olà! quel cotale t'interessa adunque?

Virginia non chinò il suo sguardo innanzi a quello di Ettore, e rispose francamente:

— Sì.

— Ragione di più perlui couper les oreilles: disse con vivo dispetto il marchesino.

— Ettore, aggiunse la fanciulla con accento solenne, se alcun male per tuo fatto ha da affliggere quella famiglia, io non te lo perdonerò mai.

E come erano giunti ad una delle sale da ballo, Virginia tolse il suo dal braccio del cugino ed andò a raggiungere la sua amica la baronessa, lasciando lui in asso, stupito, quasi sbalordito, più irritato che mai.

Francesco intanto, rimasto solo, era in preda ancor egli ad un vivissimo sdegno che quasi poteva dirsi furore. Aveva desiderato, l'ostacolo fra sè e Virginia, rappresentato dall'oltraggiosa impertinenza del marchesino, schiacciare e distrurre; ed ecco che l'occasione veniva a porgersene alla sua collera accresciuta.

— Oh! l'ucciderò quel prepotente villano: diceva egli fra sè con una tempesta d'ira feroce nella mite anima sua. E siccome il suo istinto d'amante lo aveva avvertito che nell'odio di Ettore per lui e di lui per Ettore c'era eziandio la rivalità in amore, egli soggiunse con amaro sorriso: almeno quel superbo di certo non sarà a farla sua!

Ricordò a questo punto le preziose parole con cui essa erasi impegnata a non essere di nessuno mai, e tornò di botto nel suo animo il dolce influsso della tenerezza. Ah! non ella mancato avrebbe mai alla solenne, non chiesta, da lei liberamente accordata promessa. Francesco poteva portar seco quella certezza per tutta la vita, anco nella tomba. Qui ad un tratto gli sorse innanzi al pensiero, con un mesto ma affascinante sorriso, l'immagine della morte. S'egli fosse stato a soccombere, s'egli disceso nel regno delle ombre, come ne avrebbe caramente custodita la memoria nel suo cuore la generosa fanciulla! Più vivamente ancora, senza più riserve, più compiutamente l'avrebbe amato quell'anima nobilissima. Il ricordo di lui morto avrebbe riconfermata ad ogni tratto in lei la data promessa, sarebbe stato ostacolo insuperabile affatto ad ogni altro che tentasse penetrarle nel cuore; e se invece foss'egli l'uccisore e non l'ucciso, che cosa poteva sperare di bene? La morte del cugino al contrario di abbattere la barriera fra lui e l'amor suo, l'avrebbe fatta maggiore: come sperare che il marchese consentisse a mettere la mano della nipote in quella lorda del sangue di suo figlio? Come credere che Virginia medesima vorrebbe ciò fare?

Una morbosa, ma vivace voglia di morire stranamente lo assalse. Aveva provato una gioia di paradiso nello apprendere di essere amato; ma disgiunto senza rimedio da lei, non aveva egli poi da sopportare nella vita delle pene d'inferno? Essere pianto da quella fanciulla divina non era egli una gioia ineffabile? Vivere poi nell'anima di lei non doveva essere un paradiso? Lo sconsigliato nel calore della sua passione dimenticò per quell'istante la sua famiglia, perfino le lacrime di sua madre: decise morire.

S'era gettato di nuovo sul sofà ed aveva nascosto la faccia tra le palme, ed ecco presso a lui di nuovo il fruscio gentile d'una veste di donna, intorno a lui il profumo delicato che rivela la presenza d'una signora elegante: levò la testa in sussulto e guardò con una folle speranza: non era più l'angelo dell'amor suo, era la contessa di Staffarda.

— La disturbo, disse Candida con un sorriso forzato sotto cui cercava nascondere la preoccupazione e l'inquietudine che apparivano nelle sue sembianze. Ho creduto che dormisse.

— No: rispose Francesco impacciato, il quale non sapeva che cosa dire.

La contessa sedette sopra una poltrona in faccia a lui e giuocando col ventaglio, per darsi un'aria di leggerezza e d'indifferenza che non aveva, soggiunse:

— Se non la dormiva, certo sognava, e non dovevano essere lieti sogni i suoi, se io giudico dall'espressione del suo volto.

Benda compose la sua faccia ed il suo contegno.

— No, non eran sogni, diss'egli con una giocosità melanconica: i sogni sono di cose impossibili, immaginarie; il mio pensiero si trovava alle prese colla più spiccata realtà.

— Molte volte meglio la realtà anche brutta che una sciagura immaginata, temuta: disse la contessa con una specie di foga. I nostri dubbi, i nostri sospetti ci sono più crudi tormentatori che la fierezza medesima del destino.

Francesco s'inchinò senza rispondere.

Candida riprese dopo una piccola pausa:

— Mi dirà Ella indiscreta se io le confesso di sentire interesse per Lei?

— Oh signora contessa! esclamò il giovane inchinandosi di nuovo.

Ella si acconciò con mano sbadata le pieghe della gonna, si aggiustò gli smanigli alle braccia, e sorridendo non senza un po' di studio, continuò con un'ombra d'imbarazzo dissimulato dalla sciolta eleganza di modi e di parola appresa coll'abitudine nell'ambiente artifiziato della società sfarzosa.

— Ci sono certe avventure per cui noi donne ci dobbiamo sentire a forza interessate..... La sua è del novero.... Quando troviamo nella volgarità attuale di sentimenti qualche raggio di poesia, oggidì che siamo affogati da tanta prosa, noi ne restiamo tocche: i nostri voti sono per la fronte illuminata da questo raggio.... Nella vicenda che a Lei è capitata noi donne, amiche del romanzo nell'arida storia della vita, abbiamo travisto, indovinato quel più bello ed elevato sentimento che è fonte d'ogni poesia....

Francesco fece un movimento.

— Ah! non creda che qui una vana curiosità venga a sollecitare una confidenza che non si merita: soggiunse affrettatamente la contessa. Tutt'al più è una manifestazione di simpatia.... una manifestazione strana se vuole, ma sincera.... O mio Dio! Noi non ragioniamo tanto su queste cose; agiamo d'istinto, per subita impulsione dell'animo, e quando troviamo un nobile affetto, una generosa devozione, un dignitoso carattere, ci piace venirgli a stringere la mano.

E ciò dicendo tese la sua destra al giovane meravigliato e confuso.

Francesco strinse quella mano con atto di rispetto e di riconoscenza; non sapeva spiegarsi le ragioni di tanto interessamento per lui in quella signora colla quale per l'addietro erano state superficialissime le sue attinenze; l'attribuiva alla pietosa natura del cuore di lei, e n'era commosso; la contessa continuando riusciva finalmente a quel punto che era stato lo scopo della sua finissima diplomazia femminile.

— So bene ch'Ella non ha bisogno dei contrassegni di simpatia degl'indifferenti... Ha molti amici, degli affezionati e devoti amici, onde può avere ogni conforto.... E per esser sincera, gli è appunto a quanto ho udito di Lei da uno di questi suoi amici ch'Ella deve accagionare in gran parte questo mio indiscreto passo.

— Uno de' miei amici? domandò Francesco il quale, pensando alla schiera de' suoi antichi condiscepoli d'università, non sapeva capire in qual modo fra di essi alcuno avesse avuto attinenza colla contessa di Staffarda.

— Sì signore, disse Candida; guardando attentamente le pitture miniate sul suo ricco ventaglio; il dottor Quercia.

— Ah! esclamò Benda con un'espressione che fece lievemente arrossire la contessa. Francesco, che vide quel rossore, ebbe rincrescimento e rimorso d'averlo provocato; essa era venuta con tanta simpatia verso di lui, ed egli aveva da corrisponderle con malizioso riserbo? Affine di rimediare alla crudeltà di quella esclamazione sfuggitagli, egli s'affrettò a soggiungere: — sì Quercia è mio amico; gli ho chiesta ieri una prova appunto di amicizia a cui egli non si rifiutò, e sto per chiedergliene un'altra domani.... o per dir meglio oggi stesso.

Una subita e viva soddisfazione si dipinse nel volto di Candida, che di presente dimenticò ogni diplomatica finzione ed ogni femminile cautela.

— Ella deve dunque vederlo prossimamente? domandò con piglio vivace.

— Nella mattinata di questo giorno che è già incominciato.

— Ah!

Questa esclamazione significava di molte cose, un desiderio che non osava manifestarsi, una volontà combattuta, e un'ansietà insieme che non si riusciva compiutamente a frenare.

Francesco guardò la contessa che teneva gli occhi bassi, e tormentava fra le mani agitate l'innocente avorio del suo ventaglio; ed ebbe compassione del turbamento di quella infelice.

— Certo, diss'egli, se alcuno avesse un'ambasciata da mandare al dottore, io prima di qualunque altro che si trovi qui glie la potrei comunicare.

Candida arrossì nel vedersi così bene indovinata, ma nello stesso tempo ringraziò il giovane con uno sguardo pieno di riconoscenza.

— Sarebbe forse un abusare... balbettò ella esitando, con un immenso desiderio, quasi una preghiera di venir contraddetta.

— Niente affatto, s'affrettò a dichiarare Francesco.

La contessa proruppe con una risoluzione quasi concitata:

— Ella può rendermi un servizio importantissimo di cui le sarò grata eternamente.

— Parli... Le prometto di obbedire.

— Mi faccia il favore di vedere se qui non viene alcuno.

Benda si alzò e si pose frammezzo alle cortine dell'uscio.

— Stia lì un istante, la prego.

— Non mi muovo.

La contessa strappò un fogliolino dal piccolo taccuino che doveva servirle a notare le danze impegnate, vi tracciò su in fretta col toccalapis poche parole, ripiegò la carta, e per chiuderla, non ci avendo altro modo, vi appuntò una spilla; poi s'alzò e venne presso Francesco.

— Questa cartolina, disse, dovrebb'essere consegnata al dottore domattina almeno prima delle dieci.

— Ci conti su: rispose il giovane.

Candida sporse alquanto la mano che teneva fra due dita il foglietto, ma a mezzo dell'atto apparve una certa esitazione nella mossa. Benda credette vederci l'indizio d'un timore e d'un sospetto, e s'affrettò a soggiungere:

— Spero non aver bisogno di giurarle che quella spilla sarà più sacra per me di qualunque suggello...

— La credo: interruppe vivamente la contessa, mettendo il bigliettino nelle mani di lui, e un po' confusa di vedere sì giustamente interpretata la sua esitazione. Se così non fosse, sarei io venuta di questa guisa da Lei?

Francesco prese la carta, e la ripose in un suo portafogli.

La contessa tornò a stringergli la mano con una forza nervosa, con un'emozione quasi febbrile.

— Grazie: diss'ella. Quando io possa alcuna cosa per Lei, non vorrà dimenticare, la prego, di avere in me un'amica.

E mentre il giovane s'inchinava in segno di ringraziamento, ella scivolò via sollecita, come desiderosa di non essere colta in quel colloquio e timorosa che ciò fosse.

Per tornare nelle sale da ballo, Candida dovette passare in quella da giuoco dove suo marito perdeva colla sua solita indifferenza, malignamente scherzando secondo l'usato. Il conte Langosco sollevò dalle carte che teneva in mano le sue floscie palpebre e dal cerchio livido che contornava i suoi occhi lanciò sulla moglie uno sguardo vivido come quello d'un serpente.

— Gli è di me che cercate, contessa? domandò egli con quel suo tono di galanteria che costeggiava l'ironica beffa.

— No, rispose asciuttamente Candida; cerco un po' di fresco...

E il marito con quel medesimo accento:

— Ah! il signor fresco è ben fortunato.

— E siccome non lo trovo nè anco qui, penso tornarmene nel salone.

S'allontanò. Suo marito la seguì collo sguardo finchè la fu uscita della stanza. Una nube di sospetto sedeva sulla sua fronte calva, un più maligno cachinno piegava gli angoli della sua bocca sottile e sdegnosa.

Ed ecco quel che era intravvenuto fra il conte e la contessa di Staffarda, che era stato cagione del passo fatto da quest'ultima presso Francesco Benda.

Candida era nella sua stanza della teletta, in faccia al grande specchio del suo armadio entro cui si rifletteva la luce d'una dozzina di candele accese, e dava un'ultima guardata all'avvenente eleganza della sua acconciatura. Un lacchè era già venuto ad avvisare che la carrozza aspettava sotto il portone; la cameriera stava già lì colla pelliccia in mano per metterla sulle spalle nude della padrona, quando l'uscio si aprì discretamente ed un passo d'uomo, ammortato dallo spesso e morbido tappeto, s'inoltrò nella camera. La contessa si volse e vide non senza qualche stupore suo marito, il quale non soleva invadere colla sua persona quel santuario dei misteri della toilette. Lo guardò essa stupita, e non potè a meno di domandargli:

— Che cosa c'è, conte?

— Nulla: rispos'egli con quella sua gentilezza cortigianesca. Invece che aspettarvi nel salotto ho voluto venirvi a prendere fin qui.

— Son pronta. Andiamo pure: disse Candida, e volgendo le sue belle spalle alla cameriera, fe' segno le mettesse su la pelliccia.

— Un momento: s'intromise il conte arrestando con una mano l'atto della fante. Lasciate prima, contessa, ch'io vi ammiri alquanto nel buon gusto della vostra assettatura.

Candida crollò leggermente le spalle e fece una smorfietta piena di vezzo.

— Ebbene, che cosa ne dite? domandò ella con tono che voleva dire: finitela ed andiamo.

— Ammirabile: rispose il conte Amedeo, che faceva scorrere il suo occhialino scrutatore su tutte le parti del muliebre abbigliamento; sempre una perfezione secondo il vostro solito, ma.... se mi permettete una critica....

— Dite pure.

— Troppa semplicità.... È quasi unatoilettedi ragazza. Perchè non avete messo i vostri diamanti?

La contessa fu scossa da un lieve sussulto: ebbe paura di arrossire, e si volse in là fingendo specchiarsi.

— Oh! diss'ella aggiustandosi in capo un fiore, che non aveva bisogno alcuno d'essere tocco: un ballo privato in casa d'un'amica....

— Ragione di più. Sono queste occasioni in cui meglio che altra volta voi altre donne fate gara di sfarzo e di eleganza.... L'ho sentito dire da voi medesima ripetutamente.... Se non tutti, potevate almeno metterne una parte.... Ema foi, ci avete ancora tempo: è l'affare d'un minuto, e nè voi, nè io non abbiamo la gran premura di arrivarci a quel ballo piuttosto mezz'ora prima che dopo.

Questa insistenza del marito fece nascere un'ombra di timore nell'anima di Candida. Avrebb'egli qualche sentore di ciò che era avvenuto? Oh! impossibile, ma pure... Guardò il conte con un'aria scrutatrice e nello stesso tempo imbarazzata e peritosa. Amedeo Filiberto notò quest'espressione: di sospetti egli non ce ne aveva nessuno, e se allora egli era venuto a parlare dei diamanti, la ragione altra non era fuor questa, che a lui pure, impicciatissimo in debiti da soddisfare, aveva balenato l'idea di cercare un aiuto nel considerevole valore dei diamanti di sua moglie; ma ora il contegno di quest'essa gli fece nascere dei dubbi incerti, e cui ebbe di subito un gran desiderio di appurare.

— Siamo intesi, continuò egli; date la chiave dello scrigno alla cameriera perchè li vada a prendere... Prendili tutti, soggiunse parlando alla fante; sceglieremo qui quali da mettersi stassera.

La cameriera depose la pelliccia che aveva in mano e fece una mossa verso la contessa per riceverne la chiave.

— No: disse vivamente Candida: è inutile, stassera non li metterò... non mi piace... non voglio.

Amedeo Filiberto guardò ben bene la moglie.

— Bene! disse: non li metterete, ma ho piacere tuttavia di guardarli.

— Perchè? Li avete visti ieri sera che ne ho messa una gran parte al ballo dell'Accademia.

— Giusto. Mi parve che lamontaturane fosse un po' antiquata e che occorrerebbe rifarla — Poichè ora ciò mi è venuto in mente, lasciate un po' che esaminiamo insieme...

Candida fece un forzato sorriso. Le parole delconte le avevano suggerito uno spediente da uscir d'imbarazzo.

— Vedete come andiamo d'accordo, disse; era quello precisamente anche il mio avviso, e li ho mandati oggi stesso dal gioielliere a farli ripulire e rimontare.

— Ah! esclamò Amedeo guardandola sempre a quel modo. Non avete forse scelto per ciò il tempo più opportuno. Lunedì c'è ballo a Corte, e convien bene che abbiate i vostri diamanti.

— Oh li avrò: interruppe vivamente la moglie: me lo ha promesso.

— Uhm! In così poco tempo, come potrà fare un lavoro ammodo? Sono cose codeste per cui conviene aspettare la quaresima... ed è appunto per la quaresima ch'io veniva a domandarvi di affidarmeli per... per restituirveli poi più brillanti di prima.

— Avete ragione: disse Candida col tono di chi vuol conchiudere il discorso: li manderò a riprendere... per lunedì li avrò senza fallo.

— Passerò io stesso dal gioielliere domattina... Gli è ben sempre X?

— Sì... ma non occorre che vi disturbiate...

— Non è un disturbo.... Figuratevi!

La contrarietà più viva e la inquietudine si dipinsero nel volto della contessa.

— Non datevi altro pensiero di ciò: soggiunse colla sua beffarda galanteria il conte Amedeo; e poichè non c'è più nulla da fare nè da dire per la vostratoilette, avviamoci dalla baronessa.

Prese egli medesimo la pelliccia che la cameriera aveva deposto sopra il sofà e la pose sulle spalle della moglie, cui fece uscir prima della stanza e dell'appartamento.

Lungo la strada marito e moglie non iscambiarono una parola, ma pensavano tuttedue e profondamente intorno al medesimo soggetto.

Dalle parole e dalle sembianze della moglie era apparso cosa certa al conte che in quell'affare dei diamanti c'era un mistero, ed egli aveva troppo interesse a penetrarlo per non provare una curiosità indomabile: si riprometteva di andare il domattina per tempo dal gioielliere X ad interrogarlo. Candida capiva da parte sua con isgomento che il marito aveva dei sospetti, e che non trovando poi dall'orafo indicato i gioielli, questi sospetti sarebbero andati molto presso alla verità cui poscia egli avrebbe voluto conoscere ad ogni costo. Come rimediarci? Essa non sapeva; la sua testa era confusa e invano cercava nel suo cervello un plausibil mezzo. Questo solo le si affacciò: ricorrere a Luigi, dirgli la cosa, e fare ch'egli provvedesse. Ma in qual maniera avvertire il suo amante? Di quella notte era impossibile; egli non doveva venire a quella festa; scrivergli la non poteva più; e il domattina doveva ella avventurarsi a mandargli una lettera? Il marito non poteva forse farla spiare? E della cameriera la si fidava assai poco; e non amava inviarla da lui, già ne sappiamo il perchè. Conveniva che ella stessa avesse un abboccamento con Luigi prima che il conte potesse recarsi dal gioielliere; il conte certo era che non si sarebbe alzato prima delle undici e non uscito prima di mezzogiorno; v'era dunque tutta la mattina di tempo. Ma poteva ella recarsi alla dimora di lui? Mai più: era un'imprudenza di cui egli medesimo l'avrebbe rimproverata. Oh! s'ella avesse potuto farlo avvertito in alcun modo di trovarsi ad un'ora acconcia nella rimota palazzina, solito asilo dei loro amorosi convegni!

Giunse alla festa da ballo che non aveva ancora un'idea precisa del da farsi ed era più perplessa che mai. La vista di Francesco Benda fu per lei un raggio d'ispirazione. Che quel giovane fosse amico di Luigi, glie n'era stato prova quel giorno medesimo l'interesse preso da quest'ultimo alla cattura del primo e il biglietto che a lei medesima aveva scritto in proposito; quanto stimabile ed onorevole per carattere e lealtà fosse il Benda era conosciuto nella società ed ammesso anche dalla malignità della gente. A chi poteva ella meglio affidarsi che a lui? D'altronde il tempo stringeva e per quanto affaticasse la sua mente, Candida non sapeva scorgere altro mezzo di sorta di cui servirsi.

Quando ebbe consegnata, come abbiam visto, a Francesco la cartolina per Quercia, in cui gli assegnava un ritrovo per le undici del mattino, la contessa Langesco, ricomparve più calma e più allegra a brillare in mezzo alla festa.


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