CAPITOLO XXIV.

CAPITOLO XXIV.Il domani di buon'ora, nella riposta abitazione di Mario Tiburzio, succedeva finalmente il colloquio, che questi, fin dalla mattinata del giorno innanzi, aveva cercato di avere con Luigi Quercia, e cui la fatalità delle circostanze aveva sino allora impedito.Ascoltate le inattese e troppo spiacevoli comunicazioni dell'emigrato romano, Gian-Luigi rimase per parecchi minuti in silenzio, ma la sua faccia s'era fatta più scura d'una notte nuvolosa d'inverno. Mario era severamente triste, ma calmo e fermo come uomo che ha un'irremovibile risoluzione. Egli non aveva creduto necessario svelare a Quercia l'intromissione in quella faccenda di Massimo d'Azeglio, ed aveva solamente manifestata la necessità di contromandare ogni scoppio di rivoluzione, in seguito alle novelle ricevute dall'alta Italia, delle quali, come gli erano state scritte, a prova delle sue parole, aveva dato lettura.Dopo avere alcun tempo meditato, Gian-Luigi scosse la testa, e disse con calma freddezza ma pur tuttavia con una contenuta vibrazione d'accento, che era l'espressione d'una rabbia profonda:— Io non ho che una risposta da fare alle vostre inaspettate parole; quella che fece la rivoluzion di Parigi a Carlo X nelle giornate del luglio:troppo tardi!— Finchè non è desto l'incendio, per quanto accumulate sieno le materie combustibili, non è mai tardi lo spegner la miccia che deve appiccare il fuoco.Luigi tornò a curvare il capo e stette di nuovo un istante in silenzio. Troppo amaro era il suo disinganno, troppo doloroso il colpo all'anima sua. Quand'egli credeva esser giunto alla meta da tanto tempo agognata, ecco attraversarglisi la fatalità a dirgli: tu non avanzerai; mentre tutto era preparato per la lotta e la vittoria, ecco torglisi l'arma di mano ed imporglisi di non combatter nemmanco; e frattanto già la sorte lo aveva ammonito che durarla così nel mondo non poteva più oltre, che le circostanze cominciavano a volgersi avverse per lui, che la sua maschera minacciava, sotto l'influsso penetrante della curiosità della gente, staccarsi e cadere, che quelle situazioni non si possono oltre un certo limite far durare, che diveniva una necessità assoluta per lui dichiararsi un Erostrato ed un Catilina, per non cadere nella infame volgarità d'una preda della galera o del boia.— È troppo tardi, ripetè egli di poi con più fiera insistenza: ciò mi aveste almeno comunicato ieri!... Sarebbe forse stato possibile ancora arrestare il masso già avviato giù per la china...— Ieri vi ho cercato tutto il giorno...— Ma ora... ora gli è impossibile... chi può fermare quel masso che già precipita?— Si tratta di impedire che inutil sangue si sparga. Conviene quel masso arrestarlo, anche a costo di farcisi schiacciar sotto.— Sarò schiacciato e non si arresterà nulla meno... Non sapete voi che abbiamo già distribuite all'uopo le centinaia di mila lire?... Non sapete che ieri sera furono presi gli ultimi solenni concerti?... Credete voi ch'io sia solo, assoluto padrone di tutta quella turba di cui vi ho promesso il concorso e che basti a me volere e disvolere perchè gli altri tutti vogliano e disvogliano?... Ma se adesso io venissi loro innanzi a dire: tutti i sacrifizi e gli sforzi che avete fatti hanno ad essere inutili; dello scopo, che vi ho mostrato prossimo e possibile ad arrivarsi, non si deve discorrer più, oh non avrebbero essi diritto di accusarmi di tradimento?— Tradimento sarebbe, quando si è acquistata la certezza che non può riuscire a buon fine la lotta, lasciar tuttavia che degli illusi la imprendano per inutilmente soccombere.— Orsù, a che giuoco giuochiamo? Parliamoci schietto, signore... Ciascuno di noi proseguiva in segreto un'opera, in cui ha messo tutta l'energia della sua anima, tutte le facoltà della sua mente, le forze della sua vita; un'opera intesa a sottominare le basi dell'attuale ordinamento dell'agglomerazione umana, voi dal lato politico, io dal lato sociale. Per dir più giusto, voi ed io siamo i rappresentanti, i principali strumenti nell'oggi, di due opere che da secoli sono cominciate e si continuano nella società umana; opere incessanti in cui si accumulano gli odii degli oppressi e dei diseredati e che tratto tratto scoppiano in tumulto deiciompiqua, in guerra deiJacquescolà, nelle masnade deipoverellialtrove, nelle bande dei contadini nel Canavese del XIV secolo, nel brigantaggio endemico dell'Italia meridionale, senza contare lo sfogo continuo del delitto contro la proprietà, mentre in politica ci danno le rivoluzioni del feudalismo che sconquassa il residuo dell'unità imperiale romana, dei Comuni che atterrano il feudalismo, della Monarchia che soffoca i Comuni, del ceto medio che in Inghilterra prima e poscia in Francia sfata la Monarchia... Ma, volere o non volere, queste due permanenti congiure camminano parallele ed hanno troppi punti di contatto perchè non s'incontrino, non s'aiutino a vicenda, a patto forse anche di combattersi poi quando si tratti di dividere i frutti della vittoria. Quindi in ogni rivoluzione le due quistioni hanno parte anche quando l'una abbia tal preminenza da sembrare in giuoco essa sola. Finora la politica sempre si vantaggiò col sacrifizio della quistione sociale; e noi, nei nostri patti, volemmo stabilire un più amichevole accordo ed un più equo riparto fra loro... Ma non è ora il caso di codesto. Era quasi inevitabile che le due nostre tenebrose e ardite strade s'incontrassero; e che noi, camminando per esse a capo del nostro partito, ci accontassimoe pensassimo di convenire in mutua bisogna d'aiuto comune. Lascio stare chi sia stato il primo a cercare il concorso dell'altro; lascio stare che io al vostro partito potei recare una forza ben maggiore di quella che voi colle vostre schiere di congiurati possiate dare al mio; ma pongo il caso alla rovescia, e vi domando: «Se alla vigilia del gran giorno io fossi venuto da voi a dirvi che noi non si voleva più mantenere il patto, che cosa avreste creduto, che cosa mi avreste risposto?»— Quando alle vostre parole aveste dato il saldo appoggio di buone prove e ragioni...— E se voi, interruppe con foga impaziente ilmedichino, foste già tanto inoltrato nell'esecuzione da non potervi ritrarre?Mario guardò nobilmente in faccia il suo interlocutore, e rispose senza millanteria, ma con fermezza calma e dignitosa:— Avrei salvato i più che avrei potuto de' miei compagni, e sarei camminato senza esitare contro la morte...Quercia sorse in piedi con un'esclamazione e con atto impazienti, e si pose a passeggiare concitato traverso la camera.— La morte! la morte!..... Credete voi che io la tema e mi periti ad incontrarla? Ma forse che gente come noi, si ha da rassegnare così facilmente ad avere questa sola per conclusione di tanti sforzi, di tanti travagli, di tanta spesa d'attività, d'intelligenza, di coraggio? Morire, ma vincendo, che importa? Farsi o lasciarsi uccidere e vedere colla nostra morte perduta la nostra causa, è parte da vittima, è mestiere di deluso: ed io non lo voglio fare... Sentite, Mario. Io ho creduto scorgere in voi una di quelle tempre eccezionali — una tempra come la mia — che comandano fatalmente alle volontà altrui, che dominano perfino la fortuna e gli eventi. Provatemi che non mi sono ingannato. Voi potete avere in pugno la sorte d'Italia; non ve la lasciate sfuggire. Raccogliete intorno a voi de' vostri congiurati, tutti quelli che hanno cuore in petto, comunicate loro una scintilla soltanto di quel fuoco ch'io so, ch'io vedo ardere nell'anima vostra. Nelle vostre file dovete averne di cotali che sono capaci a rinfiammarsi. L'altro dì voi mi dicevate pure, quando io, tentandovi, parlai di aggiornare lo scoppio della rivolta, che anche colla certezza di soccombere, volevate lottare; ai miei dubbi intorno alla risoluzione ed all'eroismo de' vostri congiurati, voi mi rispondeste tutti amare la patria, tutti essere avvinti con sacramento ed essere voi sicuro non mancherebbero. Ebbene! gettate l'audace grido della lotta ad ogni modo. Se non tutti, vi seguiranno almeno quelli che hanno vergogna di essere spergiuri. L'esempio di questa città stimolerà l'ignavia delle altre; la tremenda voce della rivoluzione avrà un'eco fra gli altri popoli d'Italia, se pure meritano d'essere chiamati popoli e non branchi di servi torpidi e corrotti... Sappiate che da parte nostra l'esplosione di questa mina sarà il segnale di altre siffatte in Francia e nel Belgio, persino in Inghilterra..... Al ruggito della nostra plebe, risponderanno i ruggiti delle plebi parimente infelici e diseredate delle altre nazioni d'Europa...Mario Tiburzio lo interruppe con viva emozione.— Ma codesto mi spaventa. La quistione sociale credete voi che sia abbastanza matura perchè si possa agitar sull'arena con isperanza del comune pubblico vantaggio, con propizio scioglimento recato dall'orrore della lotta?... A mio avviso, no. Voi vi fate delle illusioni. Traverso il sangue e le rovine voi non camminerete che all'anarchia, quindi ad una riazione che ricondurrà uno stato peggiore di prima per tutti. All'assetto presente quale avete voi da sostituire, possibile e fecondo di benefici effetti? Nulla che utopie. Prima di passare nell'ordine dei fatti conviene che ogni riforma si compia nell'ordine delle idee, e si radichi non solo come possibile, ma come necessaria, nel campo della pubblica opinione universale; non è quindi di un balzo, di tutto punto che il rinnovamento può aver luogo, ma a poco a poco, parte per parte. La quistione sociale non trovasi ancora a questo stato di maturanza: la politica, quella nazionale soprattutto, in Italia, sì, lo è. Io poteva accettare il vostro concorso e promettervi in compenso giusti ed attuabili vantaggi; ma dare al vostro temerario ardimento, che ora soltanto scorgo in tutta la sua natura, la parte principale nell'opera e nello scopo di essa, farmi complice d'un tentativo che ravviso perniciosissimo a tutto ed a tutti, a quei prima cui si vorrebbe giovare, no, no, e poi no.— Allora tutto è tronco fra noi: proruppe Quercia con impeto impaziente e minaccioso. Insensati!.... La valanga rovescierà anche voi.— Che? voi persistete forse nel proposito?Quercia tacque un momento, fissando il suo sguardo, che brillava d'una cupa fiamma, sulla fronte serena di Mario....— Ciò che vorrò fare, disse poi, non istimo nè mio dovere, nè mia convenienza svelarvi, almeno fin d'ora. Ricordatevi che sarà un funesto momento pel liberalismo patriotico del ceto medio quello in cui rompe coi legittimi diritti o bisogni della plebe....— Ma noi non si rompe che cogli eccessi delle passioni che si ammantano da diritti e si fanno arma dei bisogni del proletario.Quercia rispose con amaro sogghigno:— Il vostro giudizio è altrettanto severo quanto falso... Non monta! La questione sociale, checchè diciate, incombe su tutto, è al fondo di tutto, e proseguendo il vostro egoistico amore della libertà, voi, ceto medio, l'agitate senza volerlo. Nelle masse profonde della plebe sta la sorte futura del mondo. Guardate che, disconoscendolo, voi non diate occasioneal cesarismo di risorgere, guadagnarsi con alcune concessioni e collo sbarbaglio del suo lustro gli interessi e le fantasie mobili del volgo e mercè di queste schiacciarvi. Se l'indipendenza della patria, se la libertà politica voi non la fate sorgente di redenzione delle infime classi, avrete fondato sull'arena, ancorchè per miracolo riusciate ad una momentanea vittoria..... Questa redenzione io voglio tentare. Vi pentirete non tardi d'avermi negato il vostro concorso... Addio!Gian-Luigi, uscito dalla dimora di Mario Tiburzio, si diresse all'abitazione dei Benda. Durante il tragitto che la corsa del bel cavallo attaccato al suo legno rese assai breve, egli aveva tanti di quei pensieri entro la mente che non sapeva, direi quasi, a quale di essi badare; gli pullulavano sì numerosi e sì diversi nel cervello i partiti ed i disegni che, in mezzo a loro, non sapeva districarsi e scegliere, la sua volontà. In quella soverchia e tumultuosa abbondanza di propositi, si disse che il migliore era per allora non prendere tuttavia decisione veruna, lasciarsi menar dalla corrente giù della china, affidare un poco alla fortuna dei casi particolari, che non gli era stata mai nemica sfidata, l'impegno di guidarlo e salvarlo nello sbaraglio. Con quel vigore di volontà che la natura aveva dato a quel favoreggiato individuo, egli scacciò fuori della sua mente tutta la turba di quei pugnaci pensieri che l'occupavano; e perchè non vi potessero rientrare la popolò di evocati, più dolci fantasimi, del corteo leggiadro delle donne che lo avevano amato, che lo amavano, di cui egli scelleratamente aveva compro, come aveva detto Ester, la pace, la virtù, l'onore con falsa moneta di sue ingannatrici parole amorose. Sorrise per un poco alle gentili immagini, ai ricordi piacevoli di soavi momenti; ma poi su questi pensieri eziandio venne a stendersi l'oscuro velo d'una nube, una mestizia insieme, un rimpianto, una malavoglia, una fastidiosa scontentezza che era in una lassitudine ed impazienza; una lieve tinta di più in quell'ombra di rincrescimento e si sarebbe potuto dire rimorso. Da quella giovenile schiera di donne, una s'era staccata, era venuta più innanzi nel campo della mentale di lui visione, aveva relegato nella penombra del fondo tutte le altre: una bella, giovane figura coll'impronta della disperazione sulla faccia, con un rimprovero tremendo nello sguardo, con una parola più tremenda ancora sulle labbra spallidite: Ester; la quale gli ripeteva le parole scrittegli due giorni prima: «sono madre.»Il mistero della sua sorte, dopo ch'ella era fuggita la sera innanzi, per la tracotanza di Maddalena; questo mistero pauroso e minacciante, dava alla bella testa di lei come un'aureola di maggiore interesse nel pensiero del suo seduttore. Colei che, presente, non avrebbe certo tardato a infastidirlo, ora, assente, senza saperne novella, quasi perduta egli desiderava grandemente riavere, si doleva non poter soccorrere e consolare.In questa la sua carrozza giunta alla casa Benda in sul viale, dava la voltata per entrare sotto il portone. Di presente un'altra idea, un'altra immagine si impadronì dello spirito di Gian-Luigi: l'immagine della pura ed innocente gentilezza ed avvenenza di Maria, l'idea dell'amore di lei. Si curvò al cristallo tirato su dello sportello e sollevò lo sguardo alle finestre del primo piano. Dietro i vetri d'una di esse stava un visino delicato di donna, il quale nello scontrare il suo collo sguardo del giovane che arrivava, arrossì e si ritrasse vivamente, quasi fuggendo. Ella aveva udito il giorno innanzi che Quercia sarebbe tornato quella mattina; stava essa aspettandolo? Povera Maria! Se avesse potuto vedere il sorriso di trionfo, di orgogliosa sicurezza che si disegnava sul labbro superbo di Gian-Luigi!Questi salì sollecito le scale, e fu lasciato penetrare senza ritardo nella camera di Francesco. Il celebre chirurgo già era venuto; Giacomo e Teresa, che avevano vegliato tutta notte, stavano ansiosi intorno al letto del figlio; Maria non c'era. Il ferito aveva passato agitatissime le ore notturne, tormentato da una febbre gagliarda; nulla ancora di positivo poteva dirsi intorno al suo caso. Fu ordinato non gli si lasciasse veder nessuno, dai congiunti in fuori, Selva e Quercia; si evitassero tutte le emozioni, e intanto si lasciasse agire la benefica natura.Quando il cerusico si partì, Giacomo fu ad accompagnarlo fino nell'anticamera; e s'era appena spiccato da lui, che gli si accostava con faccia preoccupata il capo-fabbrica, il quale già più volte aveva chiesto nella mattinata di parlare al principale, senza che questi volesse pur mai dargli udienza.— Scusi, sor Giacomo, disse il capo-operaio con rispettosa umiltà, ma con un accento di premurosa insistenza, scusi se vengo a disturbarla in queste circostanze, in cui Ella ha sì gravi fastidii per la testa; ma conviene assolutamente ch'io le parli.Il padre di Francesco fece un atto di crucciosa impazienza.— Vi ho già fatto dire che di affari non volevo sentir nulla, non volevo occuparmi per nulla... Credete ch'io abbia la testa a codesto?... Lasciatemi in santa pace per amor del cielo.— No, signore... Perdoni, ma si tratta di cosa troppo grave, e di premura.— Che riguarda la fabbrica?— Sì.— Ebbene fate voi, provvedete come vi pare. Tutto quel che farete lo approvo fin d'ora...— Ah! non mi prendo una responsabilità cotanta... Per carità, la prego io a mia volta di volermi ascoltare per pochi minuti.Giacomo mandò un sospiro di rassegnazione e colla mossa dell'uomo che non ha mezzo di salvarsi dauna contrarietà, e si augura quanto meno d'esserne liberato il più presto possibile, disse tronco:— Bene, parlate in vostra buon'ora, ma siate spiccio.— Gli è qualche tempo, così parlò il capo-fabbrica, che tra gli operai notavo dei cambiamenti che non mi piacevano punto, che poscia cominciarono ad inquietarmi, e che ora fanno capo a spiacevoli conseguenze.— Che cambiamenti? domandò brusco il principale. Che conseguenze?— Negli opifizi si fanno i più strani discorsi di questo mondo, che mi sembrano eresie tanto fatte; che i principali sono i tiranni e gli oppressori degli operai, che finora quelli si sono... la mi permette di ripetere tali bestialità affinchè conosca tutto il male?— Dite pure ogni cosa... anzi ve l'ordino.— Che finora dunque i padroni si sono ingrassati dei sudori dei lavoranti, lasciando a questi nient'altro che miseria, e che ora è tempo gli operai dettino un poco la legge ancor essi ai principali, per averne più equo trattamento.Giacomo, di natura impetuosa e già di solito poco paziente, in quei dì ed in quelle circostanze non era molto disposto ad essere calmo e tollerante.— Gli sciagurati! proruppe: come se io succhiassi loro il sangue, viziosi di fannulloni la maggior parte che sarebbero a trattarsi colla sferza per farli lavorare, pieni di vizi e di pretese e null'altro, come quello scellerato d'Andrea! Oh che si hanno da lamentare di me? Sono ben pagati, li soccorro quando cadono infermi oltre ciò che sarebbe mio dovere, e vengono a tirarmi fuori di queste gretole?... Siete ben buono voi a venirmene a rompere il capo. Codestoro sono indiscreti e cattivi operai di sicuro. Non domando neppure se gli è Tommaso o Martino; ma qualunque essi sieno mandateli fuori dalla mia fabbrica, non voglio di queste rogne da grattare io, avete capito?Il capo-fabbrica si mostrò imbarazzatissimo:— Ah sor Giacomo... balbettò egli.Ma il buon cuore dell'industriale avevagli già parlato non ostante l'eccitamento della sua bizza.— Capisco quel che volete dire, soggiunse: cacciarli così su due piedi è un provvedimento un po' duro... Avete ragione, cominciamo per ammonirli... Se avessi la testa a segno lo farei io stesso, ma oggi non mi sento: non sono capace di mettere insieme quattro parole, e poi mi lascierei trasportare dallo sdegno e farei peggio. Parlate voi con loro: dite chiaro che non sono disposto a tollerare le indiscrezioni e l'indisciplina, che per ora basterà farli avvertiti, ma alla seconda di cambio stieno certi che non avranno più da me nè lavoro nè pane.— Ah signore, temo pur troppo che codesto non basti...— Come!— Se si avesse da effettuare quella minaccia di rinvio, converrebbe metter fuori più della metà degli operai e non so come si potrebbe mandare innanzi la fabbrica.— Che cosa mi dite? Possibile!..... Il male è a questo punto! E voi non mi avete mai avvisato? E non ci avete posto rimedio?— È un fuoco che ha covato sotto la cenere, e che ora si manifesta quasi improvviso in quelle proporzioni. È certo che vi ha qualcheduno che soffia in questo fuoco; vi sono certuni degli operai che fanno una specie di propaganda, che ripetono evidentemente delle lezioni sovversive apprese a memoria... Costoro hanno denari, e mi pare che ne spargano fra i loro compagni..... Noti che, da quanto ho potuto intendere, anche in altri opifici succede il medesimo.— Cospetto! esclamò Giacomo, in cui, malgrado il suo dolore morale, destavansi a quelle comunicazioni l'interesse, la curiosità e l'inquietudine. Codesto merita d'essere appurato.— E pare adunque che siasi stabilito fra tutti gli opifici un accordo degli operai per dimandare simultaneamente un aumento di salari.— Un aumento di salari? A questi giorni, colle attuali condizioni dell'industria!... Sono matti... Ma voi ben lo sapete che un menomo accrescimento nel costo della produzione ci toglierebbe ogni guadagno: noi dunque, padroni, ci toccherebbe lavorare e far lavorare il nostro capitale per favorire que' signorini soltanto, e noi rimetterci o non averne pure il becco d'un quattrino per profitto?...— Eh! io lo so di sicuro codesto, ma quegl'insatanassati non la vogliono capire, e mi sono inutilmente sgolato a farla entrare nelle loro corna.— Ma che vogliono adunque? Sentiamo le loro pretese.— Domandano tutti indistintamente una lira di più al giorno di paga, una diminuzione invece di ore di lavoro, e inoltre.....— Come! interruppe il principale con vero scoppio di collera, c'è ancora uninoltre? Oh che discreti!... Be', vediamo un po' fin dove spingono l'audacia?— Vogliono che degli utili una buona porzione sia loro assegnata, da dividersi a ciascuno di loro, secondo l'importanza dell'ufficio e l'abilità del proprio lavoro.— Carini! esclamò Giacomo con un'ironia sotto cui fremeva sempre maggiore il suo sdegno. E come vi hanno essi manifestate queste belle intenzioni?— Hanno eletto fra di loro una Commissione, che voleva venire da Lei ad esporle il tutto....— Ah sì?... La mi piglia giusto di buon umore... Le dico io, alla loro Commissione, in quattro parole ciò che si conviene.— Io ho pensato che codesto nei momenti attualiavrebbe potuto scomodar troppo Lei e farle perdere pazienza, ed ho indotto quei cotali a smettere il pensiero di venirle innanzi; che mi sarei incaricato io d'informarla di quanto succedeva.— Avete fatto bene.... Sì, non sono in disposizioni da tollerare di molto.... Ed ora aspettano forse una risposta?— Signor sì....— Ebbene andate, e dite loro....Ma qui un altro avviso gli venne di subito.— Aspettate. È forse meglio che vada io stesso a parlare a quei matti.— Oh sì signore, esclamò con premura il capo-fabbrica: è appunto ciò che andavo meco pensando, che avrei voluto, ma che non osavo suggerirle. Ci venga Lei. Quattro sue parole... ma senza collera, mi raccomando... faranno più effetto di qualunque altra cosa sulla gran massa degli operai, che in fondo hanno sempre per Lei rispetto e riconoscenza.— Allora ci vado.E s'avviava, quando un servo inviato da Teresa venne a dirgli che Francesco, desiderando voltarsi nel letto, incapace com'era fatto di muoversi, s'abbisognava di lui intorno al ferito. Giacomo pose in non cale tutto il resto; ebbe anzi rimorso d'aver potuto un momento mandare innanzi al pensiero del figliuolo quello d'un altro interesse.— Andateci voi, senza più, diss'egli affrettatamente al capo-fabbrica, dite loro che non rompano le tasche, e se non vogliono capire la ragione, mandateli al diavolo, che io non ne voglio più sentire a parlare.E, lasciato lì quel brav'uomo, corse nella stanza di Francesco.Il capo-fabbrica tornò nella officina tutto mesto e imbarazzato; capiva che il guaio era serio, che gli umori degli operai erano vivamente eccitati, e non sapeva che cosa se ne sarebbe conchiuso. In un'occasione ordinaria, Giacomo, colle sue maniere schiette, ardite, autorevoli e benevole nello stesso tempo, avrebbe forse potuto imporne agli operai e dominare il tumulto; il capo-fabbrica si sentiva senza influsso di sorta su quei riottosi. Pareva che la sorte, messasi ad un tratto ad avversare quella famiglia, volesse della disgrazia già mandatale, far cagione di un'altra gravissima.Gli opifizi Benda erano pieni di agitazione come un alveare o meglio un formicaio in tumulto. Ciascuno aveva abbandonato il suo posto da lavoro ed o si stava in gruppi vocianti e gesticolanti in mezzo agli stanzoni, o scorreva con vivacità dall'uno all'altro capannello, dall'una all'altra stanza: gli strumenti del lavoro giacevano buttati, i fuochi si spegnevano nelle fucine in cui i mantici avevano cessato di soffiare. Si parlava in molti — quasi tutti — ad una volta, con animazione di voce, di sembianze e di gesti, e sul comune, confuso rombare di tutte quelle concitate parole, ricrescevano, di quando in quando, e qua e là, le declamazioni di alcuni che più forte e più audacemente peroravano. Tanasio era fra i più clamorosi ed accesi di questi ultimi. Per quel fenomeno immancabile, che di una folla esagitata fa crescere in misura geometrica ad ogni minuto la febbre del tumulto, che ne dà il governo in mano a chi è più temerario ed eccessivo ne' partiti, che ne commette gli animi in preda alla violenza, al furore, alla ferocia; la raccolta, dapprima con sembianze pacifiche ed ordinate, era venuta via via diventando minacciosa e strepitante. Grida malvagie erompevano da qualche bocca, proposizioni scellerate già si osavano formolare da qualche più tristo: si era già arrivati al punto quando i buoni e gli onesti non hanno più il coraggio di rimbeccare e far tacere i birbi. La presenza e le parole del principale, come già ho detto, a quel momento avrebbero forse potuto ancora voltare a migliori propositi gli animi della grande maggioranza, riunire ai ragionevoli partiti tutti i moderati e i tranquilli che in realtà, come sempre, erano i più e si lasciavano trascinare dalla impertinente violenza dei pochi temerari; ma la comparsa invece del capo-fabbrica che tornava solo, con aspetto incerto, malvoglioso, quasi mortificato, non era tale da imporne ai riottosi e da sollevare l'animo e la risoluzione dei pacifici.Appena fu visto entrare il loro mandatario, si levò da ogni parte più forte il vociare, che appunto si accresceva ancora dalle grida che si mandavano per indurre altrui al silenzio; e da tutti gli altri locali fu un accorrere tumultuoso degli operai in quello ove era entrato il capo-fabbrica affine di udirne comunicazione della risposta del principale.— Gli è qui; gli è qui: gridavasi: fuori, fuori la risposta.— Ebbene? Ebbene? Parli, suvvia parli!...— Acconsente egli il principale?— Abbiamo da gridar viva od abbasso il signor Benda?— Che nuove adunque?... Presto, un sì o un no.— Ma state zitti!... Lasciatelo parlare.— Silenzio! Silenzio!... Volete tacere?— Tiratevi in là, non vi spingete tanto.— Che cosa dice? Che cosa dice? Noi non udiamo nulla di qua.— Forte! forte! parli forte!— Silenzio! Finitela!... Cheti figliuoli!...Tanasio che si arrogava certi pigli da capo-schiera, saltò sopra una panca che c'era per colà, e dominando da quella maggiore altezza il fiotto di teste umane che si agitava e veniva a battere intorno al capo-fabbrica stordito da tanto rumore, fe' cenno colle mani di acquetarsi.— Se gracidate tutti insieme come tanti ranocchi, gridò egli con voce stentorea, non potremo riuscir mai ad intendere quel che ci si ha da dire, e non se ne farà nulla. Smettetela un momento corpo di Satanasso e date retta...Fu uno scoppio di gridi d'assentimento da tutte parti.— Sì, sì, sì... Zitto tutti... Parli il capo-fabbrica. Parli. Salga su anch'egli... Sì, su in piedi sopra la panca e dica forte.Il capo-fabbrica salì presso Tanasio e fece segno colla mano che avrebbe parlato. Tutti quegli occhi accesi che aveva sotto di sè e che dardeggiavano su di lui, tutte quelle faccie animate ond'era pieno il camerone e che stavano a lui rivolte, gli producevano un effetto di soggezione che quasi poteva dirsi timore. L'espressione della sua faccia era più incerta e peritosa che mai, le guancie un po' pallide, malsicuro lo sguardo. Al solo mirarlo tutta quella folla capì che la risposta da notificarsi non era quale desideravano; onde s'era appena stabilito un po' di silenzio alla vista della testa del capo-fabbrica la quale s'innalzava sopra il livello delle altre teste, che tosto fu nuovamente turbato da un altro scoppio di esclamazioni e di voci.— Ah! egli rifiuta!... Dica su presto... Non è vero che rifiuta?Tanasio tornò ad elevare la sua vociona.— Ma zitti una volta, chiacchieroni della malora..... E Lei, sor Ambrogio, parli subito, e parli forte.Il capo-fabbrica incominciò a parlare; allora il fragore diede giù, e successe un alto silenzio in cui da tutti, anche coloro che erano all'estremo limite della folla, si potè udire la voce un po' tremante del direttore degli opifizi.— Ho esposto al signor Benda i vostri desiderii...— I nostri diritti: interruppe con accento da tribuno Tanasio che stava a fianco del parlatore, dritto sulla panca.— Sì, sì, i nostri diritti: gridarono alcuni nella folla.— Zitti! gridarono più forte molti altri: lasciatelo dire in santa pace una volta!Tornò a stabilirsi il silenzio e il capo-fabbrica continuò:— Se il nostro bravo principale non fosse stato colto da quella grossa sciagura che tutti voi sapete, non avrebbe mancato di venire egli stesso a parlarvi e ragionare con voi...E qui una nuova esplosione di voci e di parole dalla turba.— Che parlare! che ragionare d'Egitto! Non c'è bisogno d'altro che di dirsì.— Sicuro che avrebbe dovuto venire...— Che? Venga o non venga. Non è della sua persona che abbiamo bisogno, ma dei denari..... Acconsenta, e bravo lui! Tutto è finito.— E' lo chiamabravo principalecodestui! Bravo un corno! Bravo a far denari col nostro sudore.— Olà! Siamo da capo: urlò Tanasio: se facciamo così non la vogliamo finir più. Acqua in bocca tutti, e parli sor Ambrogio.E questi ripigliando a quel punto in cui era stato interrotto:— Ma non potendo venir egli stesso, ha incaricato me di parlarvi a suo nome.Qui il capo-fabbrica fece una sosta da se medesimo, benchè allora il silenzio fosse compiuto in quella folla piena d'aspettazione. Egli pensò che alla troppo cruda negativa con cui aveva da rispondere quegli spiriti eccitati avrebbero peggio imbizzarrito e decise temperare di proprio capo la ripulsa con una sembianza di promessa che in definitiva non avrebbe poi a nulla obbligato il principale.— Il signor Benda, adunque, ripigliò, non desidererebbe di meglio che potervi soddisfare in tutto e per tutto. Se gli affari camminassero proprio a seconda, egli si sarebbe già affrettato a far ragione alle vostre domande: ma pur troppo oggidì le cose zoppicano maledettamente, i guadagni sono scarsi; appena è se si può tirare innanzi a questo modo, e un aumento nelle spese, anche leggiero, l'obbligherebbe a chiudere la fabbrica, la qual cosa voi vedete quanto sarebbe di grave danno a tutti noi... Capite bene che noi non si deve voler la rovina di questo stabilimento che ci dà onde sostenere la vita, e che andando esso in malora, noi saremmo sul lastrico... Dunque per ora... voi avete buon senso, bravi figliuoli e lo comprendete subito... per ora non c'è nulla da fare... Col tempo... quando le cose s'avviino un po' meglio... il signor Benda l'ha promesso egli medesimo... si farà tutto il possibile per migliorare eziandio la nostra condizione.A questo punto il tumulto, fino allora compresso, scoppiò della più bella. Tutta quella folla teneva rivolti gli sguardi al luogo dov'era il capo-fabbrica, ma vicino a costui stava Tanasio e sulla faccia di lui gli operai e massime i riottosi, i sommovitori e gl'indettati da chi sappiamo, leggevano così le impressioni che avevano da ricevere dalle pronunziate parole, come il contegno da tenersi. Tanasio aveva incominciato a crollare il capo, a stringer le labbra, a strabuzzir degli occhi, a levar le spalle, a fare tutti quegli atti insomma che dinotano doversi disprezzare le cose che si odono, e non credersi punto nè dare importanza alle fatte affermazioni: e i suoi complici per mezzo alla turba ripetevano que' gesti con accompagnamento in sordina di mormorio di riprovazione. Del nuovo scoppio di malumore fu Tanasio eziandio che diede il segnale.— Eh bubbole! esclamò egli. A chi lo si vuol dare ad intendere?... Delle promesse dell'avvenire me ne infischio io!... Comincio per crepar di fame oggi, e mi si vuol consolare che avrò una pagnotta da qui a un mese... Senza tanti arzigogoli, vuol dire che il principale se ne frega di noi e de' nostri diritti, e ci manda in quel paese...— È vero, è vero: gridarono parecchi nella folla.— Ci si vuol lasciare nella miseria: urlarono i fidi di Tanasio.— Non si ha compassione pel povero operaio.— Che compassione?... Non si parla di compassione: non gli si vuol dare ciò che gli viene.— Ascoltate, ascoltate: gridò il capo-fabbrica: abbiate pazienza, ragionate un momento.... Vi affermo, vi giuro sull'onor mio che accrescere le paghe ora non si può senza perderci sulla vendita... Volete dunque far chiudere l'officina?...— Diavolo! sclamarono allora alcuni dei moderati che avevano ancora la testa a segno: far chiudere la fabbrica poi è un brutto affare che sì allora che ci troveremmo in belle acque.— Buono! gridò più forte Tanasio. Voi credete a queste imposture!... Ci perderebbe eh il poverino di principale?... Sacco di nespole! Ci crederò quando veda che i guadagni che fa non gli permettono più di tener cavalli in iscuderia, di mandare sua figlia vestita come una principessa e di far scialare il figliuolo come un milord.— È vero, è vero.... Bravo Tanasio! acclamarono plaudendo i suoi complici, e dietro essi i più degli operai.E Tanasio con maggior forza ancora:— E se il caro signor principale avesse anche da averne un cavallo di meno, e fosse pure che gli toccasse andare a piedi come vanno i nostri noi, e mangiasse pure un piatto di meno al suo pranzo, credete che il mondo non cascherebbe, e noi avremmo un po' più di pane da dare ai nostri figli e qualche solduccio di più in tasca da stare allegri.— È giusto; è giusto! urlò il solito coro. Vogliamo l'aumento di paga...— E subito!— E parte nei guadagni.— E qualche somma a conto di arretrati, per Dio!— Or dunque, riprese Tanasio, senza più chiacchere, sor Ambrogio, il principale non vuol renderci giustizia.— Ma, ecco...— Non vuol renderci giustizia: lo sentite, lo capite, figliuoli?... Vedete come avevan ragione quelli di voi che volevan difendere il signor Benda.E i soliti appostati qua e colà:— È un cane come gli altri.— I ricchi sono tutti d'una risma.— E pensare che siamo noi che l'abbiamo fatto ricco...— E che continuiamo a farlo.— Se dunque ei non ci vuole far ragione, abbasso anche a lui.— Sì sì abbasso!... Abbasso Benda!E questo grido ostile risuonò formidabile a far tremare le invetrate delle finestre nell'officina.Un uomo si precipitò come un furibondo in mezzo ai tumultuanti operai, facendosi largo con tremendi spintoni e vociando con polmoni degni di Stentore, l'omerico banditore de' Greci. Era il grosso Bastiano, armato dell'inseparabile grosso bastone, che al rumore accorreva scandolezzato in grado superlativo della scellerata opera di quel tumulto, dell'iniqua eresia di quelle grida.In un attimo, grazie alle sue larghe spalle ed ai suoi robusti gomiti, fu egli nel centro dell'attruppamento dove stavano ancora dritti sulla panca il capo-fabbrica sbalordito e Tanasio trionfante, e senza metter tempo in mezzo apostrofò la turba con vociona ben più risonante ancora di quella del capo dei riottosi, tale da superare tutto il fracasso delle parole e delle esclamazioni altrui.— Che novelle son queste? Che diavolo di Satanasso s'è impadronito di voi, sciagurati che vi caschi addosso un accidente?... Abbasso Benda?... Giuraddio!... chi è che ha da osare gridare questa bestemmia, qui fra queste muraglie, e che io l'intenda?.. Vorrei un po' vederlo, sangue d'una rapa!...E girò intorno su quelle faccie che aveva di sotto lo sguardo del mitologico Nettuno di Virgilio quando dà la ramanzina ai fiotti irati del mare col suo famosoquos ego!... Sulle folle, massime a tutta prima, le mostre del vigore e della risoluzione, riescono sempre ad imporne. Per un momento Bastiano fu davvero il Nettuno di quella tempesta; il fragore si converse in un mormorio di parole susurrate sommesso, quasi con vergogna e confusione; gli animi dei tranquilli e moderati furono incoraggiti, il capo-fabbrica medesimo a quell'esempio attinse una maggior energia, e sentì anzi un certo sdegno d'essersi lasciato dominare dalla prepotenza di quel tumulto; Tanasio si tacque come se allora non gli si affacciasse allo spirito maligno pure una parola da dire; la parte buona e della ragione fu sul punto di prendere il sopravvento.— Orsù, disse a sua volta il capo-fabbrica con nuova fermezza; è ora di finirla, figliuoli. Siate sicuri che tutto ciò cui potrà fare il signor Benda a rendere migliori le vostre condizioni, egli lo farà; e per intanto ritornate al lavoro; chè gli è gran tempo, e così scioperando non fate che il vostro danno.La turba esitava, anche i più risoluti nicchiavano; Tanasio capì che bisognava fare uno sforzo per riprendere la influenza che gli sfuggiva.— Tornare al lavoro! diss'egli. Bravi! Vuol dire riprendere la catena e portarla come prima. Sareste di gran minchioni a lasciarvi raggirare di questa guisa. Oh che, non s'è detto abbastanza chiaro, e non è abbastanza giusto? Non si torna più al lavoro finchè non è fatta ragione alle nostre domande.— No, no, non si torna più al lavoro: gridarono alcune voci nella massa degli operai, ma erano isolate e non pareva avessero da trascinare al loro partito la generalità.Il capo-fabbrica avvisò che un'altra e maggioremanifestazione d'energia sarebbe opportuna e farebbe addirittura traboccare la bilancia oscillante dalla parte dell'ordine e della pacificazione.— Al lavoro subito: gridò egli con forza; e chi si rifiuta obbedire, può far conto d'aver ricevuto il suo congedo e di non appartenere più ai nostri opifici.Questa minaccia piena d'ardimento stava per ottenere il più favorevole effetto, quando Bastiano venne a guastar tutto colla sua imprudenza. Se una coraggiosa e forte risoluzione può imporne alle turbe, difficile riesce al contrario che queste non si ribellino alla violenza, soprattutto quando è troppo chiara cosa che esse sono forti più che non occorre per respingere e schiacciare quella violenza che si voglia esercitar su di loro.Bastiano adunque, volendo ribadire l'effetto delle parole di sor Ambrogio, soggiunse con aria di sfida e di minaccia:— E se qualcheduno vuole ancora alzar la cresta, lo prendo io con due dita al colletto e lo porto fuor della fabbrica a imparar la creanza.A questa insolente uscita rispose un mormorio di sdegno. Bastiano si appoggiò bravamente sul suo bastone e dall'altezza della sua gran persona innalzata ancora dalla panca su cui era salito, dominando tutta quella folla sottoposta, continuò:— C'è qualcheduno che abbia alcuna cosa da ridire? Ch'e' salti fuori.Tanasio prese alle spalle il capo-fabbrica che si trovava trammezzo a lui ed a Bastiano e lo spinse giù; poi fece un passo verso il colossale portinaio, e col coraggio che gli dava il sapere dietro di sè un buon numero di aiutatori e difensori, disse standogli a fronte:— Ci son qua io che ho da ridirci non poco. E vi dico che al lavoro non si ha da tornar più, e che voi non avete a ficcar il becco in questa faccenda e dovete tornarvene più che in fretta alla vostra loggia, se non volete che la creanza ve la insegniamo noi con una buona lezione che vi ammacchi le costole.— Ah sì? esclamò Bastiano che non era dei meglio lodevoli per tolleranza di propositi e longanimità di pazienza; e senza aspettar di più afferrò Tanasio pel collo e fece a scaraventarlo giù dalla panca in mezzo alla folla de' suoi compagni: ma l'operaio s'attaccò ai panni del suo assalitore e, cadendo, lo trascinò seco per terra. Bastiano si vide così in un attimo preso in mezzo fra dieci o dodici che gli furono sopra a percuoterlo ed opprimerlo prima che avesse avuto tempo a pur pensare di porsi in sulle difese, senza che gli restasse agio a maneggiar il suo bastone. Il bravo portinaio non si smarrì d'animo nè anco in presenza di questa lotta per lui disperata; ma per quanto fosse egli forte e robusto, che poteva contro una dozzina di furibondi che lo percuotevano senza misericordia? In breve fu lasciato lì sul terreno colle membra peste, la testa spaccata, tutto sanguinoso e appena se ancora in cognizione di se medesimo.Una volta incominciata la violenza non ebbe più ritegno. Il capo-fabbrica fuggì a mala pena, per non essere maltrattato ancor egli, e corse tutto affannoso, coi panni laceri indosso, dal principale a raccontare gli avvenimenti dell'officina: i riottosi trionfanti e vieppiù eccitati, percorsero gli opifici con ogni più malvagio grido e con ogni più fiera minaccia contro il padrone, impedendo a forza di mettersi al lavoro i compagni, strappandoli di locale in locale ai loro posti, guastando le fucine, rompendo i mantici, sperperando gli attrezzi. Tutto ciò faceva un baccano che pareva davvero il rumore d'un mare in burrasca.Sor Giacomo era già avvisato da questo rumore, che giungeva fino alla stanza di Francesco, come alcun che di grave avvenisse nelle officine. Teresa aveva guardato suo marito con inquietudine quasi per chiedergliene una spiegazione; e il ferito medesimo, che era stato aggiustato in letto come desiderava per mezzo di suo padre e di Quercia, domandò che significasse quel fracasso che pareva uno scoppio di lontana bufera. Il padre di Francesco ebbe una rabbia grandissima di ciò che quegli sciagurati venissero a turbare financo la quiete così necessaria a suo figlio sofferente, e maggiore ancora lo spavento che aumentandosi il guaio arrecasse peggior danno alla condizione del ferito.— Non è nulla, non è nulla: rispose pertanto simulando più che seppe l'indifferenza; ed uscì frettoloso dicendosi con compresso sdegno: — furfanti, vado io ora a metterli alla ragione.Mentre correva verso la fabbrica, s'incontrò coll'Ambrogio che veniva nello stato che ho detto a portargliene le novelle; più in là incontrò Bastiano tutto malconcio, la testa rotta, sanguinante, che se ne veniva via barcollando e bestemmiando come un turco. Benda non istette nè a discorrere, nè a dimandare dell'altro: si cacciò di furia nelle officine e andò dritto verso il gruppo dei più fragorosi e de' più tumultuanti.Al vederlo un movimento d'attenzione fece far sosta alla sommossa.— Il principale! il principale! si esclamò di stanza in istanza, e un certo effetto d'apprensione, di aspettativa, di soggezione si produsse.Benda non aspettò che gli si parlasse, non mosse richiesta, non volle ulteriori informazioni, ma con voce cui dava maggior forza la collera, proruppe:— Sciagurati! Fuori di qua tutti!.... Siete i più tristi uomini del mondo, e vorrei prima dar fuoco io medesimo alla mia fabbrica che farvi guadagnare ancora il becco di un quattrino.... Fuori di qua, vi dico, subito, e non venite mai più a comparirmi dinanzi, che nessuno di voi da me nè lavoro, nè altro non potrà aver mai.Alcuno volle parlare.— Silenzio: gridò egli più forte. Non voglio intendere nulla.... Fuori tutti, ripeto.... Voi non volete più lavorare, ed io non vi voglio più nelle mie officine, anche se foste voi a pagar me.... Uscite: questa è casa mia, e ve lo comando.Gli operai uscirono a gruppi, a rilento, metà mogi, metà borbottando, i più con evidente rincrescimento e malavoglia. Se sor Giacomo avesse detto alcuna parola di conciliazione, forse avrebbe potuto ancora ravviarsi l'animo dei più; ma egli era troppo irritato per pensare solamente a codesto; anzi ad alcuni (ed erano fra i migliori e più cheti operai) che gli si accostarono peritosi coll'intenzione evidente di voler dire qualche cosa, il principale non diede altro incoraggiamento al parlare che mostrando loro con atto di sdegnoso comando la porta.Sor Giacomo rimase l'ultimo col capo-fabbrica.— Ed ora come la facciamo? domandò questi tutto costernato.— In un modo o nell'altro l'aggiusteremo: rispose Benda crollando le spalle. Certo quei furfanti mi fanno perdere qualche buona giornata... Ma a dar ragione alle loro pretese, a lasciar imperversare così la indisciplina ci avrei perso anche di più..... A che cosa sia da farsi penseremo poi; per ora non voglio che esser lasciato tranquillo.Uscirono dagli opifizi, chiudendo dietro di sè le porte. Ma gli operai non si erano mica partiti del tutto; se ne stavano a frotte aggruppati nel cortile e borbottavano in animati discorsi. Vedendo venire e passare in mezzo all'uno ed all'altro dei loro gruppi il principale, essi lo seguivano con uno sguardo in cui non c'era più nulla della primitiva soggezione.Giacomo si fermò ad un tratto e colla medesima voce e col medesimo tono con cui aveva loro parlato nella fabbrica, disse vibratamente agli operai:— Vi ho comandato d'andar fuori non solo dalle officine, ma di casa mia. Sgombrate adunque il cortile, e presto.I borbottii cessarono, successe un alto silenzio, durante cui gli operai si guardavano in faccia l'un l'altro; ma nessuno si mosse.Una voce di mezzo ai gruppi sorse allora e disse spiccatamente:— Prima di partire, vogliamo essere pagati di ciò che ci si deve.Era la voce di Tanasio.La domanda non era nè indiscreta nè fuor di luogo, ma Giacomo Benda non aveva in quel momento abbastanza di calma da capirne la giustizia e la opportunità.— Ch'io vi paghi? gridò egli con bizza che gli fece arrossare le guancie e sfavillare più ancora di prima gli occhi. Nè anche un soldo vi vo' dar più, birboni che siete.... Ciò che vi si deve?... Ma per mille diavoli, e ciò che mi dovete voi pei guasti che mi avete fatti negli opifizi?Gli si poteva rispondere che questo brutto vandalismo era l'opera di alcuni e che non era equo farne pagar la pena, defraudandoli dell'aver loro, anche a quelli che n'erano innocenti; ma Tanasio, l'oratore della rivolta, avanzandosi verso il principale colla sua occhiaia dritta allividita da un famoso pugno che gli era toccato nella lotta contro Bastiano, fu meno logico e più temerario.— Codeste le son male gretole: diss'egli, vogliamo essere pagati, e ci faremo pagare.— Ci faremo!? esclamò sor Giacomo al colmo dell'indignazione. Vi farò cacciare a legnate di qua, se fate l'insolente.— Legnate a noi? urlò Tanasio, e volgendosi ai compagni: lo udite? Ci si toglie il pane, ci si spoglia di tutto, ci si nega perfino quel po' di sacrosanto denaro che ci fanno guadagnare stentando, e poi ci si minacciano le legnate come ai cani!... Giuraddio! che gli è tempo di metterli alla ragione codestoro.Fu uno scoppio di grida.— Sì sì, alla ragione!... Abbasso! Abbasso!E minacciosi si fecero intorno al principale.Queste grida riscossero nella stanza di Francesco tutti quelli che vi si trovavano. Il ferito fece un sobbalzo nel letto e domandò inquieto che cosa fesse; Teresa e Maria impallidirono assalite da un pauroso presentimento; Luigi Quercia corse alla finestra che guardava appunto nel cortile.— Non è nulla; diss'egli rivolto al malato, per tranquillarlo: non vi agitate nè inquietate; è una lite fra operai che sarà presto finita.Ma Teresa non aveva potuto tenersi di accorrere anch'essa alla finestra. Vide suo marito circondato tutt'intorno dalla folla degli operai che vociando agitavano furiosamente teste e braccia, dando immagine d'un debole legnetto nel mare, assalito d'ogni parte dai fiotti burrascosi che stanno per sommergerlo, ed una esclamazione di spavento sfuggì a forza dalle sue labbra.— Ah mio Dio!— Taccia: le disse sollecito e vibrato Luigi. Una emozione troppo viva sarebbe fatale a Francesco.Questi diffatti s'agitava nel letto, spaventato da quel grido della madre, e sforzandosi inutilmente di levarsi a sedere diceva con ansietà:— Che cos'è?... Mamma, è avvenuto qualche cosa di brutto?Teresa si dominò all'istante: fu d'un balzo alla sponda del letto con un sorriso sulle labbra, pallide e tremanti.— Vuoi star fermo? diss'ella con amoroso rimprovero: gli è nulla... Sono alcuni che litigano..... Sai che codesto mi fa pena..... Ma vado io a dir loro di finirla, e son sicura di farli smetter tosto.— Signora Teresa, disse Quercia, se la mi permette, vado io colaggiù...— No, no, disse vivamente la madre di Francesco; Lei stia qui presso mio figlio, la prego, voglio esserci io...Ed accennò cogli occhi come per dire: «si tratta di mio marito e di mio figlio altresì; è mio debito accorrervi.» Uscì frettolosa di camera, e Francesco pregò Maria e Luigi che guardassero dalla finestra ciò che stava per succedere e glie ne dicessero.Teresa con impeto irrefrenabile erasi precipitata nel cortile e cacciatasi furiosamente in mezzo al ribollire della sommossa, là dove aveva visto circondato dal più fitto de' riottosi suo marito. Luigi e Maria alla finestra non potevano udire le parole che si dicevano, e non sentivano che il confuso rombo di tutte quelle voci minacciose e concitate. Non si guardavano l'un l'altro, i due giovani; ma la fanciulla sentivasi pur tuttavia da quella vicinanza, dal contatto leggerissimo di lui, profondamente turbata. Egli fissava con certo sguardo strano e lucente quell'onda di teste umane che si agitava là sotto.— Ecco la forza che io vorrei guidare a mio profitto: pensava egli: ecco scatenato il mostro dalla irresistibil possa... Ah chi potesse dirigere lo scoppio dell'ira popolare! E sarò io quello?Maria vedendo la madre e il padre compiutamente avvolti da quel turbine, di botto impallidì e fu sul punto di lasciar scorgere il suo sgomento al fratello che seguitava ansioso a domandare che avvenisse.— Calmati, Maria, disse piano Luigi colla sua voce armoniosa e confortatrice. Io te e i tuoi difenderò da ogni pericolo, salverò ad ogni costo: se occorrerà metterò la mia vita per risparmiarti un affanno, una lacrima!Maria si sentì tremar l'anima nel più intimo; nè punto s'offese ch'egli le desse del tu con tanta dimestichezza; una nuova sicuranza la occupò; volse gli occhi miti e raggianti sul maschio volto di lui, come a ringraziarlo, come a prendere atto della protezione di lui e dichiarare che vi si affidava, che contava su di essa.— È una coppia di mascalzoni che si vogliono levar gli occhi di capo: disse Quercia a Francesco per tranquillarne l'ansietà sempre più accresciutasi; ora vado io a spartirli.....E si mosse diffatti per scendere nel cortile ancor esso; ma in quella un subito silenzio succedette al rumore che si faceva, e dalla finestra i due giovani videro gli operai, in sembianza ammansati, uscire a frotte dal cortile, e Teresa andando ora dall'uno ora dall'altro e stringer loro le mani e pronunziar parole che parevano di ringraziamento, mentre il marito, pallido ancora, colle sopracciglia aggrottate e in aria di sdegnosa fermezza stava colle braccia incrociate al petto, guardando quel pericolo che andava ora via via dileguandosi intorno a lui.Ecco che cosa era avvenuto:La madre di Francesco, sopravvenuta nel momento appunto in cui le minaccie stavano per tradursi in atto contro suo marito, con quel meraviglioso coraggio di donna che non teme pericoli quando è in giuoco la sorte de' suoi cari, si era lanciala innanzi a Giacomo a fare scudo a lui di se stessa.— Per carità, fermatevi, ascoltate.Come la donna dell'aneddoto fiorentino, cacciandosi innanzi al leone che le portava via il suo bambino, compì il miracolo di imporne alla belva, così fece Teresa di quell'altra belva che è una turba di popolo inferocita.Gli operai si fermarono, si arretrarono. Coll'istinto donnesco, ella capì che teneva in pugno la vittoria e che non bisognava lasciarsela scappare. Giunse le mani nell'atto della maggior supplicazione e continuò con voce affatto compagna alla mossa:— Vi prego in nome di Dio, in nome delle vostre famiglie, in nome dei vostri figliuoli! Mio figlio è là che spasima nell'agonia, lottando colla morte: volete voi aiutar questa a vincere? Volete voi togliermi mio figlio? volete uccidermelo?I tumultuanti si arretrarono ancora di più e su quelle labbra frementi tacque di subito ogni grido. L'angoscia di quella povera madre li aveva commossi, l'immagine evocata de' loro figli aveva improvvisamente richiamata a miti propositi l'anima dei più; i pochi, cui nulla era capace di toccare, sentirono che continuando nelle voglie crudeli sarebbero stati isolati ed avrebbero anzi avuto contro di sè i loro compagni. Teresa ripigliò con accento di profonda gratitudine:— Ah voi siete buoni, lo so, voi non volete far male ad una povera madre... Siate ringraziati, siate benedetti... Noi faremo tutto ciò che possiamo per voi; ma meglio di noi vi compenseranno Dio e la Santa Vergine Madre.Molti avevano ricevuto benefizio di soccorsi nelle infermità e nella miseria da quella donna che ora li pregava; l'avevano vista lei e sua figlia entrare come angeli consolatori nelle squallide loro soffitte e lasciarvi partendo un po' di gioia e di pace. Costoro presero a braccia i più riottosi, che non osarono nemmeno contrastare, e li trassero via con loro senza manco più parlare. In pochi minuti il cortile fu sgombro e la fabbrica silenziosa; gli operai, muti, a tre, a quattro si allontanarono dirigendosi giù del viale verso la città.Teresa, per prima cosa, passato il pericolo, si era gettata al collo del marito e l'aveva baciato con trasporto.— Vieni, vieni, aveva ella detto di poi traendolo dolcemente con sè; andiamo presso nostro figlio.Nel salire le scale s'incontrarono in Luigi che partiva.— Francesco, loro disse il giovane, è compiutamente rassicurato. Per fortuna, e grazie al suo coraggio, signora Teresa, si è riuscito a risparmiargli una emozione, che avrebbe potuto essergli fatale.La madre del ferito non rispose che mandando un'esclamazione e prendendo la corsa per arrivare più presto nella stanza del figliuolo.Sul passo del portone, Quercia, che stava per salire in carrozza, vide il colossale portinaio, che si era fasciata comecchessiasi la testa rotta e che con occhio torvo guardava dietro agli ultimi degli operai che si vedevano ancora in lontananza, borbottando fra sè parole minacciose e imprecazioni all'indirizzo di Tanasio.— Andate in letto, brav'uomo: gli disse Luigi; e fatevi alla testa dei bagnòli d'acqua d'arnica.Bastiano guardò con occhio torvo anche codestui che gli aveva parlato.— Ah! se non fossero stati che sei! bofonchiò egli per tutta risposta, stringendo i pugni.Quercia sorrise, e fu d'un salto nel suo legnetto che partì di corsa. Ad un tratto l'antico amico e compagno di Maurilio si disse ad alta voce, come se avesse da fare ad un altro una subita interrogazione:— E se sposassi Maria?Si cacciò nell'angolo della carrozza senza farsi una risposta a parole; ma pensava: «Francesco facilmente morrà; ella sarà l'erede d'una grande ricchezza. Il mio passato lo saprò ben nascondere. Con esso saprò rompere affatto. Non sarà la brillante sorte che ho sognato nella mia ambizione, ma sarà sempre una bella sorte, e più felice dell'altra. È possibile? Se facessi avvenire la prossima lotta, e in essa lasciassi perire lacocca?»Una confusione di pensieri qui lo assalse, tutti così neri ed aggrovigliati ch'egli stesso non ci sapeva discerner chiaro e vi aveva persino ripugnanza a tentare di farlo. La sua faccia annuvolata diceva tutta la tempesta che gli scombuiava l'animo. Ad un punto si tirò su della persona, e disse risolutamente come per fissare una determinazione presa:— Bisogna salvare ad ogni modo la fabbrica e i tesori di Benda.Ma pronunziate appena queste parole si riscosse ed un vero lampo balenò ne' suoi occhi, sulla sua fronte, sulle labbra.— E i diamanti di Candida, prorupp'egli con impeto. Come farò per riaverli, poichè la vittoria della plebe è fatta impossibile?Tornò ad acquattarsi al fondo del suo legno e la sua fronte divenne più scura di prima.

Il domani di buon'ora, nella riposta abitazione di Mario Tiburzio, succedeva finalmente il colloquio, che questi, fin dalla mattinata del giorno innanzi, aveva cercato di avere con Luigi Quercia, e cui la fatalità delle circostanze aveva sino allora impedito.

Ascoltate le inattese e troppo spiacevoli comunicazioni dell'emigrato romano, Gian-Luigi rimase per parecchi minuti in silenzio, ma la sua faccia s'era fatta più scura d'una notte nuvolosa d'inverno. Mario era severamente triste, ma calmo e fermo come uomo che ha un'irremovibile risoluzione. Egli non aveva creduto necessario svelare a Quercia l'intromissione in quella faccenda di Massimo d'Azeglio, ed aveva solamente manifestata la necessità di contromandare ogni scoppio di rivoluzione, in seguito alle novelle ricevute dall'alta Italia, delle quali, come gli erano state scritte, a prova delle sue parole, aveva dato lettura.

Dopo avere alcun tempo meditato, Gian-Luigi scosse la testa, e disse con calma freddezza ma pur tuttavia con una contenuta vibrazione d'accento, che era l'espressione d'una rabbia profonda:

— Io non ho che una risposta da fare alle vostre inaspettate parole; quella che fece la rivoluzion di Parigi a Carlo X nelle giornate del luglio:troppo tardi!

— Finchè non è desto l'incendio, per quanto accumulate sieno le materie combustibili, non è mai tardi lo spegner la miccia che deve appiccare il fuoco.

Luigi tornò a curvare il capo e stette di nuovo un istante in silenzio. Troppo amaro era il suo disinganno, troppo doloroso il colpo all'anima sua. Quand'egli credeva esser giunto alla meta da tanto tempo agognata, ecco attraversarglisi la fatalità a dirgli: tu non avanzerai; mentre tutto era preparato per la lotta e la vittoria, ecco torglisi l'arma di mano ed imporglisi di non combatter nemmanco; e frattanto già la sorte lo aveva ammonito che durarla così nel mondo non poteva più oltre, che le circostanze cominciavano a volgersi avverse per lui, che la sua maschera minacciava, sotto l'influsso penetrante della curiosità della gente, staccarsi e cadere, che quelle situazioni non si possono oltre un certo limite far durare, che diveniva una necessità assoluta per lui dichiararsi un Erostrato ed un Catilina, per non cadere nella infame volgarità d'una preda della galera o del boia.

— È troppo tardi, ripetè egli di poi con più fiera insistenza: ciò mi aveste almeno comunicato ieri!... Sarebbe forse stato possibile ancora arrestare il masso già avviato giù per la china...

— Ieri vi ho cercato tutto il giorno...

— Ma ora... ora gli è impossibile... chi può fermare quel masso che già precipita?

— Si tratta di impedire che inutil sangue si sparga. Conviene quel masso arrestarlo, anche a costo di farcisi schiacciar sotto.

— Sarò schiacciato e non si arresterà nulla meno... Non sapete voi che abbiamo già distribuite all'uopo le centinaia di mila lire?... Non sapete che ieri sera furono presi gli ultimi solenni concerti?... Credete voi ch'io sia solo, assoluto padrone di tutta quella turba di cui vi ho promesso il concorso e che basti a me volere e disvolere perchè gli altri tutti vogliano e disvogliano?... Ma se adesso io venissi loro innanzi a dire: tutti i sacrifizi e gli sforzi che avete fatti hanno ad essere inutili; dello scopo, che vi ho mostrato prossimo e possibile ad arrivarsi, non si deve discorrer più, oh non avrebbero essi diritto di accusarmi di tradimento?

— Tradimento sarebbe, quando si è acquistata la certezza che non può riuscire a buon fine la lotta, lasciar tuttavia che degli illusi la imprendano per inutilmente soccombere.

— Orsù, a che giuoco giuochiamo? Parliamoci schietto, signore... Ciascuno di noi proseguiva in segreto un'opera, in cui ha messo tutta l'energia della sua anima, tutte le facoltà della sua mente, le forze della sua vita; un'opera intesa a sottominare le basi dell'attuale ordinamento dell'agglomerazione umana, voi dal lato politico, io dal lato sociale. Per dir più giusto, voi ed io siamo i rappresentanti, i principali strumenti nell'oggi, di due opere che da secoli sono cominciate e si continuano nella società umana; opere incessanti in cui si accumulano gli odii degli oppressi e dei diseredati e che tratto tratto scoppiano in tumulto deiciompiqua, in guerra deiJacquescolà, nelle masnade deipoverellialtrove, nelle bande dei contadini nel Canavese del XIV secolo, nel brigantaggio endemico dell'Italia meridionale, senza contare lo sfogo continuo del delitto contro la proprietà, mentre in politica ci danno le rivoluzioni del feudalismo che sconquassa il residuo dell'unità imperiale romana, dei Comuni che atterrano il feudalismo, della Monarchia che soffoca i Comuni, del ceto medio che in Inghilterra prima e poscia in Francia sfata la Monarchia... Ma, volere o non volere, queste due permanenti congiure camminano parallele ed hanno troppi punti di contatto perchè non s'incontrino, non s'aiutino a vicenda, a patto forse anche di combattersi poi quando si tratti di dividere i frutti della vittoria. Quindi in ogni rivoluzione le due quistioni hanno parte anche quando l'una abbia tal preminenza da sembrare in giuoco essa sola. Finora la politica sempre si vantaggiò col sacrifizio della quistione sociale; e noi, nei nostri patti, volemmo stabilire un più amichevole accordo ed un più equo riparto fra loro... Ma non è ora il caso di codesto. Era quasi inevitabile che le due nostre tenebrose e ardite strade s'incontrassero; e che noi, camminando per esse a capo del nostro partito, ci accontassimoe pensassimo di convenire in mutua bisogna d'aiuto comune. Lascio stare chi sia stato il primo a cercare il concorso dell'altro; lascio stare che io al vostro partito potei recare una forza ben maggiore di quella che voi colle vostre schiere di congiurati possiate dare al mio; ma pongo il caso alla rovescia, e vi domando: «Se alla vigilia del gran giorno io fossi venuto da voi a dirvi che noi non si voleva più mantenere il patto, che cosa avreste creduto, che cosa mi avreste risposto?»

— Quando alle vostre parole aveste dato il saldo appoggio di buone prove e ragioni...

— E se voi, interruppe con foga impaziente ilmedichino, foste già tanto inoltrato nell'esecuzione da non potervi ritrarre?

Mario guardò nobilmente in faccia il suo interlocutore, e rispose senza millanteria, ma con fermezza calma e dignitosa:

— Avrei salvato i più che avrei potuto de' miei compagni, e sarei camminato senza esitare contro la morte...

Quercia sorse in piedi con un'esclamazione e con atto impazienti, e si pose a passeggiare concitato traverso la camera.

— La morte! la morte!..... Credete voi che io la tema e mi periti ad incontrarla? Ma forse che gente come noi, si ha da rassegnare così facilmente ad avere questa sola per conclusione di tanti sforzi, di tanti travagli, di tanta spesa d'attività, d'intelligenza, di coraggio? Morire, ma vincendo, che importa? Farsi o lasciarsi uccidere e vedere colla nostra morte perduta la nostra causa, è parte da vittima, è mestiere di deluso: ed io non lo voglio fare... Sentite, Mario. Io ho creduto scorgere in voi una di quelle tempre eccezionali — una tempra come la mia — che comandano fatalmente alle volontà altrui, che dominano perfino la fortuna e gli eventi. Provatemi che non mi sono ingannato. Voi potete avere in pugno la sorte d'Italia; non ve la lasciate sfuggire. Raccogliete intorno a voi de' vostri congiurati, tutti quelli che hanno cuore in petto, comunicate loro una scintilla soltanto di quel fuoco ch'io so, ch'io vedo ardere nell'anima vostra. Nelle vostre file dovete averne di cotali che sono capaci a rinfiammarsi. L'altro dì voi mi dicevate pure, quando io, tentandovi, parlai di aggiornare lo scoppio della rivolta, che anche colla certezza di soccombere, volevate lottare; ai miei dubbi intorno alla risoluzione ed all'eroismo de' vostri congiurati, voi mi rispondeste tutti amare la patria, tutti essere avvinti con sacramento ed essere voi sicuro non mancherebbero. Ebbene! gettate l'audace grido della lotta ad ogni modo. Se non tutti, vi seguiranno almeno quelli che hanno vergogna di essere spergiuri. L'esempio di questa città stimolerà l'ignavia delle altre; la tremenda voce della rivoluzione avrà un'eco fra gli altri popoli d'Italia, se pure meritano d'essere chiamati popoli e non branchi di servi torpidi e corrotti... Sappiate che da parte nostra l'esplosione di questa mina sarà il segnale di altre siffatte in Francia e nel Belgio, persino in Inghilterra..... Al ruggito della nostra plebe, risponderanno i ruggiti delle plebi parimente infelici e diseredate delle altre nazioni d'Europa...

Mario Tiburzio lo interruppe con viva emozione.

— Ma codesto mi spaventa. La quistione sociale credete voi che sia abbastanza matura perchè si possa agitar sull'arena con isperanza del comune pubblico vantaggio, con propizio scioglimento recato dall'orrore della lotta?... A mio avviso, no. Voi vi fate delle illusioni. Traverso il sangue e le rovine voi non camminerete che all'anarchia, quindi ad una riazione che ricondurrà uno stato peggiore di prima per tutti. All'assetto presente quale avete voi da sostituire, possibile e fecondo di benefici effetti? Nulla che utopie. Prima di passare nell'ordine dei fatti conviene che ogni riforma si compia nell'ordine delle idee, e si radichi non solo come possibile, ma come necessaria, nel campo della pubblica opinione universale; non è quindi di un balzo, di tutto punto che il rinnovamento può aver luogo, ma a poco a poco, parte per parte. La quistione sociale non trovasi ancora a questo stato di maturanza: la politica, quella nazionale soprattutto, in Italia, sì, lo è. Io poteva accettare il vostro concorso e promettervi in compenso giusti ed attuabili vantaggi; ma dare al vostro temerario ardimento, che ora soltanto scorgo in tutta la sua natura, la parte principale nell'opera e nello scopo di essa, farmi complice d'un tentativo che ravviso perniciosissimo a tutto ed a tutti, a quei prima cui si vorrebbe giovare, no, no, e poi no.

— Allora tutto è tronco fra noi: proruppe Quercia con impeto impaziente e minaccioso. Insensati!.... La valanga rovescierà anche voi.

— Che? voi persistete forse nel proposito?

Quercia tacque un momento, fissando il suo sguardo, che brillava d'una cupa fiamma, sulla fronte serena di Mario....

— Ciò che vorrò fare, disse poi, non istimo nè mio dovere, nè mia convenienza svelarvi, almeno fin d'ora. Ricordatevi che sarà un funesto momento pel liberalismo patriotico del ceto medio quello in cui rompe coi legittimi diritti o bisogni della plebe....

— Ma noi non si rompe che cogli eccessi delle passioni che si ammantano da diritti e si fanno arma dei bisogni del proletario.

Quercia rispose con amaro sogghigno:

— Il vostro giudizio è altrettanto severo quanto falso... Non monta! La questione sociale, checchè diciate, incombe su tutto, è al fondo di tutto, e proseguendo il vostro egoistico amore della libertà, voi, ceto medio, l'agitate senza volerlo. Nelle masse profonde della plebe sta la sorte futura del mondo. Guardate che, disconoscendolo, voi non diate occasioneal cesarismo di risorgere, guadagnarsi con alcune concessioni e collo sbarbaglio del suo lustro gli interessi e le fantasie mobili del volgo e mercè di queste schiacciarvi. Se l'indipendenza della patria, se la libertà politica voi non la fate sorgente di redenzione delle infime classi, avrete fondato sull'arena, ancorchè per miracolo riusciate ad una momentanea vittoria..... Questa redenzione io voglio tentare. Vi pentirete non tardi d'avermi negato il vostro concorso... Addio!

Gian-Luigi, uscito dalla dimora di Mario Tiburzio, si diresse all'abitazione dei Benda. Durante il tragitto che la corsa del bel cavallo attaccato al suo legno rese assai breve, egli aveva tanti di quei pensieri entro la mente che non sapeva, direi quasi, a quale di essi badare; gli pullulavano sì numerosi e sì diversi nel cervello i partiti ed i disegni che, in mezzo a loro, non sapeva districarsi e scegliere, la sua volontà. In quella soverchia e tumultuosa abbondanza di propositi, si disse che il migliore era per allora non prendere tuttavia decisione veruna, lasciarsi menar dalla corrente giù della china, affidare un poco alla fortuna dei casi particolari, che non gli era stata mai nemica sfidata, l'impegno di guidarlo e salvarlo nello sbaraglio. Con quel vigore di volontà che la natura aveva dato a quel favoreggiato individuo, egli scacciò fuori della sua mente tutta la turba di quei pugnaci pensieri che l'occupavano; e perchè non vi potessero rientrare la popolò di evocati, più dolci fantasimi, del corteo leggiadro delle donne che lo avevano amato, che lo amavano, di cui egli scelleratamente aveva compro, come aveva detto Ester, la pace, la virtù, l'onore con falsa moneta di sue ingannatrici parole amorose. Sorrise per un poco alle gentili immagini, ai ricordi piacevoli di soavi momenti; ma poi su questi pensieri eziandio venne a stendersi l'oscuro velo d'una nube, una mestizia insieme, un rimpianto, una malavoglia, una fastidiosa scontentezza che era in una lassitudine ed impazienza; una lieve tinta di più in quell'ombra di rincrescimento e si sarebbe potuto dire rimorso. Da quella giovenile schiera di donne, una s'era staccata, era venuta più innanzi nel campo della mentale di lui visione, aveva relegato nella penombra del fondo tutte le altre: una bella, giovane figura coll'impronta della disperazione sulla faccia, con un rimprovero tremendo nello sguardo, con una parola più tremenda ancora sulle labbra spallidite: Ester; la quale gli ripeteva le parole scrittegli due giorni prima: «sono madre.»

Il mistero della sua sorte, dopo ch'ella era fuggita la sera innanzi, per la tracotanza di Maddalena; questo mistero pauroso e minacciante, dava alla bella testa di lei come un'aureola di maggiore interesse nel pensiero del suo seduttore. Colei che, presente, non avrebbe certo tardato a infastidirlo, ora, assente, senza saperne novella, quasi perduta egli desiderava grandemente riavere, si doleva non poter soccorrere e consolare.

In questa la sua carrozza giunta alla casa Benda in sul viale, dava la voltata per entrare sotto il portone. Di presente un'altra idea, un'altra immagine si impadronì dello spirito di Gian-Luigi: l'immagine della pura ed innocente gentilezza ed avvenenza di Maria, l'idea dell'amore di lei. Si curvò al cristallo tirato su dello sportello e sollevò lo sguardo alle finestre del primo piano. Dietro i vetri d'una di esse stava un visino delicato di donna, il quale nello scontrare il suo collo sguardo del giovane che arrivava, arrossì e si ritrasse vivamente, quasi fuggendo. Ella aveva udito il giorno innanzi che Quercia sarebbe tornato quella mattina; stava essa aspettandolo? Povera Maria! Se avesse potuto vedere il sorriso di trionfo, di orgogliosa sicurezza che si disegnava sul labbro superbo di Gian-Luigi!

Questi salì sollecito le scale, e fu lasciato penetrare senza ritardo nella camera di Francesco. Il celebre chirurgo già era venuto; Giacomo e Teresa, che avevano vegliato tutta notte, stavano ansiosi intorno al letto del figlio; Maria non c'era. Il ferito aveva passato agitatissime le ore notturne, tormentato da una febbre gagliarda; nulla ancora di positivo poteva dirsi intorno al suo caso. Fu ordinato non gli si lasciasse veder nessuno, dai congiunti in fuori, Selva e Quercia; si evitassero tutte le emozioni, e intanto si lasciasse agire la benefica natura.

Quando il cerusico si partì, Giacomo fu ad accompagnarlo fino nell'anticamera; e s'era appena spiccato da lui, che gli si accostava con faccia preoccupata il capo-fabbrica, il quale già più volte aveva chiesto nella mattinata di parlare al principale, senza che questi volesse pur mai dargli udienza.

— Scusi, sor Giacomo, disse il capo-operaio con rispettosa umiltà, ma con un accento di premurosa insistenza, scusi se vengo a disturbarla in queste circostanze, in cui Ella ha sì gravi fastidii per la testa; ma conviene assolutamente ch'io le parli.

Il padre di Francesco fece un atto di crucciosa impazienza.

— Vi ho già fatto dire che di affari non volevo sentir nulla, non volevo occuparmi per nulla... Credete ch'io abbia la testa a codesto?... Lasciatemi in santa pace per amor del cielo.

— No, signore... Perdoni, ma si tratta di cosa troppo grave, e di premura.

— Che riguarda la fabbrica?

— Sì.

— Ebbene fate voi, provvedete come vi pare. Tutto quel che farete lo approvo fin d'ora...

— Ah! non mi prendo una responsabilità cotanta... Per carità, la prego io a mia volta di volermi ascoltare per pochi minuti.

Giacomo mandò un sospiro di rassegnazione e colla mossa dell'uomo che non ha mezzo di salvarsi dauna contrarietà, e si augura quanto meno d'esserne liberato il più presto possibile, disse tronco:

— Bene, parlate in vostra buon'ora, ma siate spiccio.

— Gli è qualche tempo, così parlò il capo-fabbrica, che tra gli operai notavo dei cambiamenti che non mi piacevano punto, che poscia cominciarono ad inquietarmi, e che ora fanno capo a spiacevoli conseguenze.

— Che cambiamenti? domandò brusco il principale. Che conseguenze?

— Negli opifizi si fanno i più strani discorsi di questo mondo, che mi sembrano eresie tanto fatte; che i principali sono i tiranni e gli oppressori degli operai, che finora quelli si sono... la mi permette di ripetere tali bestialità affinchè conosca tutto il male?

— Dite pure ogni cosa... anzi ve l'ordino.

— Che finora dunque i padroni si sono ingrassati dei sudori dei lavoranti, lasciando a questi nient'altro che miseria, e che ora è tempo gli operai dettino un poco la legge ancor essi ai principali, per averne più equo trattamento.

Giacomo, di natura impetuosa e già di solito poco paziente, in quei dì ed in quelle circostanze non era molto disposto ad essere calmo e tollerante.

— Gli sciagurati! proruppe: come se io succhiassi loro il sangue, viziosi di fannulloni la maggior parte che sarebbero a trattarsi colla sferza per farli lavorare, pieni di vizi e di pretese e null'altro, come quello scellerato d'Andrea! Oh che si hanno da lamentare di me? Sono ben pagati, li soccorro quando cadono infermi oltre ciò che sarebbe mio dovere, e vengono a tirarmi fuori di queste gretole?... Siete ben buono voi a venirmene a rompere il capo. Codestoro sono indiscreti e cattivi operai di sicuro. Non domando neppure se gli è Tommaso o Martino; ma qualunque essi sieno mandateli fuori dalla mia fabbrica, non voglio di queste rogne da grattare io, avete capito?

Il capo-fabbrica si mostrò imbarazzatissimo:

— Ah sor Giacomo... balbettò egli.

Ma il buon cuore dell'industriale avevagli già parlato non ostante l'eccitamento della sua bizza.

— Capisco quel che volete dire, soggiunse: cacciarli così su due piedi è un provvedimento un po' duro... Avete ragione, cominciamo per ammonirli... Se avessi la testa a segno lo farei io stesso, ma oggi non mi sento: non sono capace di mettere insieme quattro parole, e poi mi lascierei trasportare dallo sdegno e farei peggio. Parlate voi con loro: dite chiaro che non sono disposto a tollerare le indiscrezioni e l'indisciplina, che per ora basterà farli avvertiti, ma alla seconda di cambio stieno certi che non avranno più da me nè lavoro nè pane.

— Ah signore, temo pur troppo che codesto non basti...

— Come!

— Se si avesse da effettuare quella minaccia di rinvio, converrebbe metter fuori più della metà degli operai e non so come si potrebbe mandare innanzi la fabbrica.

— Che cosa mi dite? Possibile!..... Il male è a questo punto! E voi non mi avete mai avvisato? E non ci avete posto rimedio?

— È un fuoco che ha covato sotto la cenere, e che ora si manifesta quasi improvviso in quelle proporzioni. È certo che vi ha qualcheduno che soffia in questo fuoco; vi sono certuni degli operai che fanno una specie di propaganda, che ripetono evidentemente delle lezioni sovversive apprese a memoria... Costoro hanno denari, e mi pare che ne spargano fra i loro compagni..... Noti che, da quanto ho potuto intendere, anche in altri opifici succede il medesimo.

— Cospetto! esclamò Giacomo, in cui, malgrado il suo dolore morale, destavansi a quelle comunicazioni l'interesse, la curiosità e l'inquietudine. Codesto merita d'essere appurato.

— E pare adunque che siasi stabilito fra tutti gli opifici un accordo degli operai per dimandare simultaneamente un aumento di salari.

— Un aumento di salari? A questi giorni, colle attuali condizioni dell'industria!... Sono matti... Ma voi ben lo sapete che un menomo accrescimento nel costo della produzione ci toglierebbe ogni guadagno: noi dunque, padroni, ci toccherebbe lavorare e far lavorare il nostro capitale per favorire que' signorini soltanto, e noi rimetterci o non averne pure il becco d'un quattrino per profitto?...

— Eh! io lo so di sicuro codesto, ma quegl'insatanassati non la vogliono capire, e mi sono inutilmente sgolato a farla entrare nelle loro corna.

— Ma che vogliono adunque? Sentiamo le loro pretese.

— Domandano tutti indistintamente una lira di più al giorno di paga, una diminuzione invece di ore di lavoro, e inoltre.....

— Come! interruppe il principale con vero scoppio di collera, c'è ancora uninoltre? Oh che discreti!... Be', vediamo un po' fin dove spingono l'audacia?

— Vogliono che degli utili una buona porzione sia loro assegnata, da dividersi a ciascuno di loro, secondo l'importanza dell'ufficio e l'abilità del proprio lavoro.

— Carini! esclamò Giacomo con un'ironia sotto cui fremeva sempre maggiore il suo sdegno. E come vi hanno essi manifestate queste belle intenzioni?

— Hanno eletto fra di loro una Commissione, che voleva venire da Lei ad esporle il tutto....

— Ah sì?... La mi piglia giusto di buon umore... Le dico io, alla loro Commissione, in quattro parole ciò che si conviene.

— Io ho pensato che codesto nei momenti attualiavrebbe potuto scomodar troppo Lei e farle perdere pazienza, ed ho indotto quei cotali a smettere il pensiero di venirle innanzi; che mi sarei incaricato io d'informarla di quanto succedeva.

— Avete fatto bene.... Sì, non sono in disposizioni da tollerare di molto.... Ed ora aspettano forse una risposta?

— Signor sì....

— Ebbene andate, e dite loro....

Ma qui un altro avviso gli venne di subito.

— Aspettate. È forse meglio che vada io stesso a parlare a quei matti.

— Oh sì signore, esclamò con premura il capo-fabbrica: è appunto ciò che andavo meco pensando, che avrei voluto, ma che non osavo suggerirle. Ci venga Lei. Quattro sue parole... ma senza collera, mi raccomando... faranno più effetto di qualunque altra cosa sulla gran massa degli operai, che in fondo hanno sempre per Lei rispetto e riconoscenza.

— Allora ci vado.

E s'avviava, quando un servo inviato da Teresa venne a dirgli che Francesco, desiderando voltarsi nel letto, incapace com'era fatto di muoversi, s'abbisognava di lui intorno al ferito. Giacomo pose in non cale tutto il resto; ebbe anzi rimorso d'aver potuto un momento mandare innanzi al pensiero del figliuolo quello d'un altro interesse.

— Andateci voi, senza più, diss'egli affrettatamente al capo-fabbrica, dite loro che non rompano le tasche, e se non vogliono capire la ragione, mandateli al diavolo, che io non ne voglio più sentire a parlare.

E, lasciato lì quel brav'uomo, corse nella stanza di Francesco.

Il capo-fabbrica tornò nella officina tutto mesto e imbarazzato; capiva che il guaio era serio, che gli umori degli operai erano vivamente eccitati, e non sapeva che cosa se ne sarebbe conchiuso. In un'occasione ordinaria, Giacomo, colle sue maniere schiette, ardite, autorevoli e benevole nello stesso tempo, avrebbe forse potuto imporne agli operai e dominare il tumulto; il capo-fabbrica si sentiva senza influsso di sorta su quei riottosi. Pareva che la sorte, messasi ad un tratto ad avversare quella famiglia, volesse della disgrazia già mandatale, far cagione di un'altra gravissima.

Gli opifizi Benda erano pieni di agitazione come un alveare o meglio un formicaio in tumulto. Ciascuno aveva abbandonato il suo posto da lavoro ed o si stava in gruppi vocianti e gesticolanti in mezzo agli stanzoni, o scorreva con vivacità dall'uno all'altro capannello, dall'una all'altra stanza: gli strumenti del lavoro giacevano buttati, i fuochi si spegnevano nelle fucine in cui i mantici avevano cessato di soffiare. Si parlava in molti — quasi tutti — ad una volta, con animazione di voce, di sembianze e di gesti, e sul comune, confuso rombare di tutte quelle concitate parole, ricrescevano, di quando in quando, e qua e là, le declamazioni di alcuni che più forte e più audacemente peroravano. Tanasio era fra i più clamorosi ed accesi di questi ultimi. Per quel fenomeno immancabile, che di una folla esagitata fa crescere in misura geometrica ad ogni minuto la febbre del tumulto, che ne dà il governo in mano a chi è più temerario ed eccessivo ne' partiti, che ne commette gli animi in preda alla violenza, al furore, alla ferocia; la raccolta, dapprima con sembianze pacifiche ed ordinate, era venuta via via diventando minacciosa e strepitante. Grida malvagie erompevano da qualche bocca, proposizioni scellerate già si osavano formolare da qualche più tristo: si era già arrivati al punto quando i buoni e gli onesti non hanno più il coraggio di rimbeccare e far tacere i birbi. La presenza e le parole del principale, come già ho detto, a quel momento avrebbero forse potuto ancora voltare a migliori propositi gli animi della grande maggioranza, riunire ai ragionevoli partiti tutti i moderati e i tranquilli che in realtà, come sempre, erano i più e si lasciavano trascinare dalla impertinente violenza dei pochi temerari; ma la comparsa invece del capo-fabbrica che tornava solo, con aspetto incerto, malvoglioso, quasi mortificato, non era tale da imporne ai riottosi e da sollevare l'animo e la risoluzione dei pacifici.

Appena fu visto entrare il loro mandatario, si levò da ogni parte più forte il vociare, che appunto si accresceva ancora dalle grida che si mandavano per indurre altrui al silenzio; e da tutti gli altri locali fu un accorrere tumultuoso degli operai in quello ove era entrato il capo-fabbrica affine di udirne comunicazione della risposta del principale.

— Gli è qui; gli è qui: gridavasi: fuori, fuori la risposta.

— Ebbene? Ebbene? Parli, suvvia parli!...

— Acconsente egli il principale?

— Abbiamo da gridar viva od abbasso il signor Benda?

— Che nuove adunque?... Presto, un sì o un no.

— Ma state zitti!... Lasciatelo parlare.

— Silenzio! Silenzio!... Volete tacere?

— Tiratevi in là, non vi spingete tanto.

— Che cosa dice? Che cosa dice? Noi non udiamo nulla di qua.

— Forte! forte! parli forte!

— Silenzio! Finitela!... Cheti figliuoli!...

Tanasio che si arrogava certi pigli da capo-schiera, saltò sopra una panca che c'era per colà, e dominando da quella maggiore altezza il fiotto di teste umane che si agitava e veniva a battere intorno al capo-fabbrica stordito da tanto rumore, fe' cenno colle mani di acquetarsi.

— Se gracidate tutti insieme come tanti ranocchi, gridò egli con voce stentorea, non potremo riuscir mai ad intendere quel che ci si ha da dire, e non se ne farà nulla. Smettetela un momento corpo di Satanasso e date retta...

Fu uno scoppio di gridi d'assentimento da tutte parti.

— Sì, sì, sì... Zitto tutti... Parli il capo-fabbrica. Parli. Salga su anch'egli... Sì, su in piedi sopra la panca e dica forte.

Il capo-fabbrica salì presso Tanasio e fece segno colla mano che avrebbe parlato. Tutti quegli occhi accesi che aveva sotto di sè e che dardeggiavano su di lui, tutte quelle faccie animate ond'era pieno il camerone e che stavano a lui rivolte, gli producevano un effetto di soggezione che quasi poteva dirsi timore. L'espressione della sua faccia era più incerta e peritosa che mai, le guancie un po' pallide, malsicuro lo sguardo. Al solo mirarlo tutta quella folla capì che la risposta da notificarsi non era quale desideravano; onde s'era appena stabilito un po' di silenzio alla vista della testa del capo-fabbrica la quale s'innalzava sopra il livello delle altre teste, che tosto fu nuovamente turbato da un altro scoppio di esclamazioni e di voci.

— Ah! egli rifiuta!... Dica su presto... Non è vero che rifiuta?

Tanasio tornò ad elevare la sua vociona.

— Ma zitti una volta, chiacchieroni della malora..... E Lei, sor Ambrogio, parli subito, e parli forte.

Il capo-fabbrica incominciò a parlare; allora il fragore diede giù, e successe un alto silenzio in cui da tutti, anche coloro che erano all'estremo limite della folla, si potè udire la voce un po' tremante del direttore degli opifizi.

— Ho esposto al signor Benda i vostri desiderii...

— I nostri diritti: interruppe con accento da tribuno Tanasio che stava a fianco del parlatore, dritto sulla panca.

— Sì, sì, i nostri diritti: gridarono alcuni nella folla.

— Zitti! gridarono più forte molti altri: lasciatelo dire in santa pace una volta!

Tornò a stabilirsi il silenzio e il capo-fabbrica continuò:

— Se il nostro bravo principale non fosse stato colto da quella grossa sciagura che tutti voi sapete, non avrebbe mancato di venire egli stesso a parlarvi e ragionare con voi...

E qui una nuova esplosione di voci e di parole dalla turba.

— Che parlare! che ragionare d'Egitto! Non c'è bisogno d'altro che di dirsì.

— Sicuro che avrebbe dovuto venire...

— Che? Venga o non venga. Non è della sua persona che abbiamo bisogno, ma dei denari..... Acconsenta, e bravo lui! Tutto è finito.

— E' lo chiamabravo principalecodestui! Bravo un corno! Bravo a far denari col nostro sudore.

— Olà! Siamo da capo: urlò Tanasio: se facciamo così non la vogliamo finir più. Acqua in bocca tutti, e parli sor Ambrogio.

E questi ripigliando a quel punto in cui era stato interrotto:

— Ma non potendo venir egli stesso, ha incaricato me di parlarvi a suo nome.

Qui il capo-fabbrica fece una sosta da se medesimo, benchè allora il silenzio fosse compiuto in quella folla piena d'aspettazione. Egli pensò che alla troppo cruda negativa con cui aveva da rispondere quegli spiriti eccitati avrebbero peggio imbizzarrito e decise temperare di proprio capo la ripulsa con una sembianza di promessa che in definitiva non avrebbe poi a nulla obbligato il principale.

— Il signor Benda, adunque, ripigliò, non desidererebbe di meglio che potervi soddisfare in tutto e per tutto. Se gli affari camminassero proprio a seconda, egli si sarebbe già affrettato a far ragione alle vostre domande: ma pur troppo oggidì le cose zoppicano maledettamente, i guadagni sono scarsi; appena è se si può tirare innanzi a questo modo, e un aumento nelle spese, anche leggiero, l'obbligherebbe a chiudere la fabbrica, la qual cosa voi vedete quanto sarebbe di grave danno a tutti noi... Capite bene che noi non si deve voler la rovina di questo stabilimento che ci dà onde sostenere la vita, e che andando esso in malora, noi saremmo sul lastrico... Dunque per ora... voi avete buon senso, bravi figliuoli e lo comprendete subito... per ora non c'è nulla da fare... Col tempo... quando le cose s'avviino un po' meglio... il signor Benda l'ha promesso egli medesimo... si farà tutto il possibile per migliorare eziandio la nostra condizione.

A questo punto il tumulto, fino allora compresso, scoppiò della più bella. Tutta quella folla teneva rivolti gli sguardi al luogo dov'era il capo-fabbrica, ma vicino a costui stava Tanasio e sulla faccia di lui gli operai e massime i riottosi, i sommovitori e gl'indettati da chi sappiamo, leggevano così le impressioni che avevano da ricevere dalle pronunziate parole, come il contegno da tenersi. Tanasio aveva incominciato a crollare il capo, a stringer le labbra, a strabuzzir degli occhi, a levar le spalle, a fare tutti quegli atti insomma che dinotano doversi disprezzare le cose che si odono, e non credersi punto nè dare importanza alle fatte affermazioni: e i suoi complici per mezzo alla turba ripetevano que' gesti con accompagnamento in sordina di mormorio di riprovazione. Del nuovo scoppio di malumore fu Tanasio eziandio che diede il segnale.

— Eh bubbole! esclamò egli. A chi lo si vuol dare ad intendere?... Delle promesse dell'avvenire me ne infischio io!... Comincio per crepar di fame oggi, e mi si vuol consolare che avrò una pagnotta da qui a un mese... Senza tanti arzigogoli, vuol dire che il principale se ne frega di noi e de' nostri diritti, e ci manda in quel paese...

— È vero, è vero: gridarono parecchi nella folla.

— Ci si vuol lasciare nella miseria: urlarono i fidi di Tanasio.

— Non si ha compassione pel povero operaio.

— Che compassione?... Non si parla di compassione: non gli si vuol dare ciò che gli viene.

— Ascoltate, ascoltate: gridò il capo-fabbrica: abbiate pazienza, ragionate un momento.... Vi affermo, vi giuro sull'onor mio che accrescere le paghe ora non si può senza perderci sulla vendita... Volete dunque far chiudere l'officina?...

— Diavolo! sclamarono allora alcuni dei moderati che avevano ancora la testa a segno: far chiudere la fabbrica poi è un brutto affare che sì allora che ci troveremmo in belle acque.

— Buono! gridò più forte Tanasio. Voi credete a queste imposture!... Ci perderebbe eh il poverino di principale?... Sacco di nespole! Ci crederò quando veda che i guadagni che fa non gli permettono più di tener cavalli in iscuderia, di mandare sua figlia vestita come una principessa e di far scialare il figliuolo come un milord.

— È vero, è vero.... Bravo Tanasio! acclamarono plaudendo i suoi complici, e dietro essi i più degli operai.

E Tanasio con maggior forza ancora:

— E se il caro signor principale avesse anche da averne un cavallo di meno, e fosse pure che gli toccasse andare a piedi come vanno i nostri noi, e mangiasse pure un piatto di meno al suo pranzo, credete che il mondo non cascherebbe, e noi avremmo un po' più di pane da dare ai nostri figli e qualche solduccio di più in tasca da stare allegri.

— È giusto; è giusto! urlò il solito coro. Vogliamo l'aumento di paga...

— E subito!

— E parte nei guadagni.

— E qualche somma a conto di arretrati, per Dio!

— Or dunque, riprese Tanasio, senza più chiacchere, sor Ambrogio, il principale non vuol renderci giustizia.

— Ma, ecco...

— Non vuol renderci giustizia: lo sentite, lo capite, figliuoli?... Vedete come avevan ragione quelli di voi che volevan difendere il signor Benda.

E i soliti appostati qua e colà:

— È un cane come gli altri.

— I ricchi sono tutti d'una risma.

— E pensare che siamo noi che l'abbiamo fatto ricco...

— E che continuiamo a farlo.

— Se dunque ei non ci vuole far ragione, abbasso anche a lui.

— Sì sì abbasso!... Abbasso Benda!

E questo grido ostile risuonò formidabile a far tremare le invetrate delle finestre nell'officina.

Un uomo si precipitò come un furibondo in mezzo ai tumultuanti operai, facendosi largo con tremendi spintoni e vociando con polmoni degni di Stentore, l'omerico banditore de' Greci. Era il grosso Bastiano, armato dell'inseparabile grosso bastone, che al rumore accorreva scandolezzato in grado superlativo della scellerata opera di quel tumulto, dell'iniqua eresia di quelle grida.

In un attimo, grazie alle sue larghe spalle ed ai suoi robusti gomiti, fu egli nel centro dell'attruppamento dove stavano ancora dritti sulla panca il capo-fabbrica sbalordito e Tanasio trionfante, e senza metter tempo in mezzo apostrofò la turba con vociona ben più risonante ancora di quella del capo dei riottosi, tale da superare tutto il fracasso delle parole e delle esclamazioni altrui.

— Che novelle son queste? Che diavolo di Satanasso s'è impadronito di voi, sciagurati che vi caschi addosso un accidente?... Abbasso Benda?... Giuraddio!... chi è che ha da osare gridare questa bestemmia, qui fra queste muraglie, e che io l'intenda?.. Vorrei un po' vederlo, sangue d'una rapa!...

E girò intorno su quelle faccie che aveva di sotto lo sguardo del mitologico Nettuno di Virgilio quando dà la ramanzina ai fiotti irati del mare col suo famosoquos ego!... Sulle folle, massime a tutta prima, le mostre del vigore e della risoluzione, riescono sempre ad imporne. Per un momento Bastiano fu davvero il Nettuno di quella tempesta; il fragore si converse in un mormorio di parole susurrate sommesso, quasi con vergogna e confusione; gli animi dei tranquilli e moderati furono incoraggiti, il capo-fabbrica medesimo a quell'esempio attinse una maggior energia, e sentì anzi un certo sdegno d'essersi lasciato dominare dalla prepotenza di quel tumulto; Tanasio si tacque come se allora non gli si affacciasse allo spirito maligno pure una parola da dire; la parte buona e della ragione fu sul punto di prendere il sopravvento.

— Orsù, disse a sua volta il capo-fabbrica con nuova fermezza; è ora di finirla, figliuoli. Siate sicuri che tutto ciò cui potrà fare il signor Benda a rendere migliori le vostre condizioni, egli lo farà; e per intanto ritornate al lavoro; chè gli è gran tempo, e così scioperando non fate che il vostro danno.

La turba esitava, anche i più risoluti nicchiavano; Tanasio capì che bisognava fare uno sforzo per riprendere la influenza che gli sfuggiva.

— Tornare al lavoro! diss'egli. Bravi! Vuol dire riprendere la catena e portarla come prima. Sareste di gran minchioni a lasciarvi raggirare di questa guisa. Oh che, non s'è detto abbastanza chiaro, e non è abbastanza giusto? Non si torna più al lavoro finchè non è fatta ragione alle nostre domande.

— No, no, non si torna più al lavoro: gridarono alcune voci nella massa degli operai, ma erano isolate e non pareva avessero da trascinare al loro partito la generalità.

Il capo-fabbrica avvisò che un'altra e maggioremanifestazione d'energia sarebbe opportuna e farebbe addirittura traboccare la bilancia oscillante dalla parte dell'ordine e della pacificazione.

— Al lavoro subito: gridò egli con forza; e chi si rifiuta obbedire, può far conto d'aver ricevuto il suo congedo e di non appartenere più ai nostri opifici.

Questa minaccia piena d'ardimento stava per ottenere il più favorevole effetto, quando Bastiano venne a guastar tutto colla sua imprudenza. Se una coraggiosa e forte risoluzione può imporne alle turbe, difficile riesce al contrario che queste non si ribellino alla violenza, soprattutto quando è troppo chiara cosa che esse sono forti più che non occorre per respingere e schiacciare quella violenza che si voglia esercitar su di loro.

Bastiano adunque, volendo ribadire l'effetto delle parole di sor Ambrogio, soggiunse con aria di sfida e di minaccia:

— E se qualcheduno vuole ancora alzar la cresta, lo prendo io con due dita al colletto e lo porto fuor della fabbrica a imparar la creanza.

A questa insolente uscita rispose un mormorio di sdegno. Bastiano si appoggiò bravamente sul suo bastone e dall'altezza della sua gran persona innalzata ancora dalla panca su cui era salito, dominando tutta quella folla sottoposta, continuò:

— C'è qualcheduno che abbia alcuna cosa da ridire? Ch'e' salti fuori.

Tanasio prese alle spalle il capo-fabbrica che si trovava trammezzo a lui ed a Bastiano e lo spinse giù; poi fece un passo verso il colossale portinaio, e col coraggio che gli dava il sapere dietro di sè un buon numero di aiutatori e difensori, disse standogli a fronte:

— Ci son qua io che ho da ridirci non poco. E vi dico che al lavoro non si ha da tornar più, e che voi non avete a ficcar il becco in questa faccenda e dovete tornarvene più che in fretta alla vostra loggia, se non volete che la creanza ve la insegniamo noi con una buona lezione che vi ammacchi le costole.

— Ah sì? esclamò Bastiano che non era dei meglio lodevoli per tolleranza di propositi e longanimità di pazienza; e senza aspettar di più afferrò Tanasio pel collo e fece a scaraventarlo giù dalla panca in mezzo alla folla de' suoi compagni: ma l'operaio s'attaccò ai panni del suo assalitore e, cadendo, lo trascinò seco per terra. Bastiano si vide così in un attimo preso in mezzo fra dieci o dodici che gli furono sopra a percuoterlo ed opprimerlo prima che avesse avuto tempo a pur pensare di porsi in sulle difese, senza che gli restasse agio a maneggiar il suo bastone. Il bravo portinaio non si smarrì d'animo nè anco in presenza di questa lotta per lui disperata; ma per quanto fosse egli forte e robusto, che poteva contro una dozzina di furibondi che lo percuotevano senza misericordia? In breve fu lasciato lì sul terreno colle membra peste, la testa spaccata, tutto sanguinoso e appena se ancora in cognizione di se medesimo.

Una volta incominciata la violenza non ebbe più ritegno. Il capo-fabbrica fuggì a mala pena, per non essere maltrattato ancor egli, e corse tutto affannoso, coi panni laceri indosso, dal principale a raccontare gli avvenimenti dell'officina: i riottosi trionfanti e vieppiù eccitati, percorsero gli opifici con ogni più malvagio grido e con ogni più fiera minaccia contro il padrone, impedendo a forza di mettersi al lavoro i compagni, strappandoli di locale in locale ai loro posti, guastando le fucine, rompendo i mantici, sperperando gli attrezzi. Tutto ciò faceva un baccano che pareva davvero il rumore d'un mare in burrasca.

Sor Giacomo era già avvisato da questo rumore, che giungeva fino alla stanza di Francesco, come alcun che di grave avvenisse nelle officine. Teresa aveva guardato suo marito con inquietudine quasi per chiedergliene una spiegazione; e il ferito medesimo, che era stato aggiustato in letto come desiderava per mezzo di suo padre e di Quercia, domandò che significasse quel fracasso che pareva uno scoppio di lontana bufera. Il padre di Francesco ebbe una rabbia grandissima di ciò che quegli sciagurati venissero a turbare financo la quiete così necessaria a suo figlio sofferente, e maggiore ancora lo spavento che aumentandosi il guaio arrecasse peggior danno alla condizione del ferito.

— Non è nulla, non è nulla: rispose pertanto simulando più che seppe l'indifferenza; ed uscì frettoloso dicendosi con compresso sdegno: — furfanti, vado io ora a metterli alla ragione.

Mentre correva verso la fabbrica, s'incontrò coll'Ambrogio che veniva nello stato che ho detto a portargliene le novelle; più in là incontrò Bastiano tutto malconcio, la testa rotta, sanguinante, che se ne veniva via barcollando e bestemmiando come un turco. Benda non istette nè a discorrere, nè a dimandare dell'altro: si cacciò di furia nelle officine e andò dritto verso il gruppo dei più fragorosi e de' più tumultuanti.

Al vederlo un movimento d'attenzione fece far sosta alla sommossa.

— Il principale! il principale! si esclamò di stanza in istanza, e un certo effetto d'apprensione, di aspettativa, di soggezione si produsse.

Benda non aspettò che gli si parlasse, non mosse richiesta, non volle ulteriori informazioni, ma con voce cui dava maggior forza la collera, proruppe:

— Sciagurati! Fuori di qua tutti!.... Siete i più tristi uomini del mondo, e vorrei prima dar fuoco io medesimo alla mia fabbrica che farvi guadagnare ancora il becco di un quattrino.... Fuori di qua, vi dico, subito, e non venite mai più a comparirmi dinanzi, che nessuno di voi da me nè lavoro, nè altro non potrà aver mai.

Alcuno volle parlare.

— Silenzio: gridò egli più forte. Non voglio intendere nulla.... Fuori tutti, ripeto.... Voi non volete più lavorare, ed io non vi voglio più nelle mie officine, anche se foste voi a pagar me.... Uscite: questa è casa mia, e ve lo comando.

Gli operai uscirono a gruppi, a rilento, metà mogi, metà borbottando, i più con evidente rincrescimento e malavoglia. Se sor Giacomo avesse detto alcuna parola di conciliazione, forse avrebbe potuto ancora ravviarsi l'animo dei più; ma egli era troppo irritato per pensare solamente a codesto; anzi ad alcuni (ed erano fra i migliori e più cheti operai) che gli si accostarono peritosi coll'intenzione evidente di voler dire qualche cosa, il principale non diede altro incoraggiamento al parlare che mostrando loro con atto di sdegnoso comando la porta.

Sor Giacomo rimase l'ultimo col capo-fabbrica.

— Ed ora come la facciamo? domandò questi tutto costernato.

— In un modo o nell'altro l'aggiusteremo: rispose Benda crollando le spalle. Certo quei furfanti mi fanno perdere qualche buona giornata... Ma a dar ragione alle loro pretese, a lasciar imperversare così la indisciplina ci avrei perso anche di più..... A che cosa sia da farsi penseremo poi; per ora non voglio che esser lasciato tranquillo.

Uscirono dagli opifizi, chiudendo dietro di sè le porte. Ma gli operai non si erano mica partiti del tutto; se ne stavano a frotte aggruppati nel cortile e borbottavano in animati discorsi. Vedendo venire e passare in mezzo all'uno ed all'altro dei loro gruppi il principale, essi lo seguivano con uno sguardo in cui non c'era più nulla della primitiva soggezione.

Giacomo si fermò ad un tratto e colla medesima voce e col medesimo tono con cui aveva loro parlato nella fabbrica, disse vibratamente agli operai:

— Vi ho comandato d'andar fuori non solo dalle officine, ma di casa mia. Sgombrate adunque il cortile, e presto.

I borbottii cessarono, successe un alto silenzio, durante cui gli operai si guardavano in faccia l'un l'altro; ma nessuno si mosse.

Una voce di mezzo ai gruppi sorse allora e disse spiccatamente:

— Prima di partire, vogliamo essere pagati di ciò che ci si deve.

Era la voce di Tanasio.

La domanda non era nè indiscreta nè fuor di luogo, ma Giacomo Benda non aveva in quel momento abbastanza di calma da capirne la giustizia e la opportunità.

— Ch'io vi paghi? gridò egli con bizza che gli fece arrossare le guancie e sfavillare più ancora di prima gli occhi. Nè anche un soldo vi vo' dar più, birboni che siete.... Ciò che vi si deve?... Ma per mille diavoli, e ciò che mi dovete voi pei guasti che mi avete fatti negli opifizi?

Gli si poteva rispondere che questo brutto vandalismo era l'opera di alcuni e che non era equo farne pagar la pena, defraudandoli dell'aver loro, anche a quelli che n'erano innocenti; ma Tanasio, l'oratore della rivolta, avanzandosi verso il principale colla sua occhiaia dritta allividita da un famoso pugno che gli era toccato nella lotta contro Bastiano, fu meno logico e più temerario.

— Codeste le son male gretole: diss'egli, vogliamo essere pagati, e ci faremo pagare.

— Ci faremo!? esclamò sor Giacomo al colmo dell'indignazione. Vi farò cacciare a legnate di qua, se fate l'insolente.

— Legnate a noi? urlò Tanasio, e volgendosi ai compagni: lo udite? Ci si toglie il pane, ci si spoglia di tutto, ci si nega perfino quel po' di sacrosanto denaro che ci fanno guadagnare stentando, e poi ci si minacciano le legnate come ai cani!... Giuraddio! che gli è tempo di metterli alla ragione codestoro.

Fu uno scoppio di grida.

— Sì sì, alla ragione!... Abbasso! Abbasso!

E minacciosi si fecero intorno al principale.

Queste grida riscossero nella stanza di Francesco tutti quelli che vi si trovavano. Il ferito fece un sobbalzo nel letto e domandò inquieto che cosa fesse; Teresa e Maria impallidirono assalite da un pauroso presentimento; Luigi Quercia corse alla finestra che guardava appunto nel cortile.

— Non è nulla; diss'egli rivolto al malato, per tranquillarlo: non vi agitate nè inquietate; è una lite fra operai che sarà presto finita.

Ma Teresa non aveva potuto tenersi di accorrere anch'essa alla finestra. Vide suo marito circondato tutt'intorno dalla folla degli operai che vociando agitavano furiosamente teste e braccia, dando immagine d'un debole legnetto nel mare, assalito d'ogni parte dai fiotti burrascosi che stanno per sommergerlo, ed una esclamazione di spavento sfuggì a forza dalle sue labbra.

— Ah mio Dio!

— Taccia: le disse sollecito e vibrato Luigi. Una emozione troppo viva sarebbe fatale a Francesco.

Questi diffatti s'agitava nel letto, spaventato da quel grido della madre, e sforzandosi inutilmente di levarsi a sedere diceva con ansietà:

— Che cos'è?... Mamma, è avvenuto qualche cosa di brutto?

Teresa si dominò all'istante: fu d'un balzo alla sponda del letto con un sorriso sulle labbra, pallide e tremanti.

— Vuoi star fermo? diss'ella con amoroso rimprovero: gli è nulla... Sono alcuni che litigano..... Sai che codesto mi fa pena..... Ma vado io a dir loro di finirla, e son sicura di farli smetter tosto.

— Signora Teresa, disse Quercia, se la mi permette, vado io colaggiù...

— No, no, disse vivamente la madre di Francesco; Lei stia qui presso mio figlio, la prego, voglio esserci io...

Ed accennò cogli occhi come per dire: «si tratta di mio marito e di mio figlio altresì; è mio debito accorrervi.» Uscì frettolosa di camera, e Francesco pregò Maria e Luigi che guardassero dalla finestra ciò che stava per succedere e glie ne dicessero.

Teresa con impeto irrefrenabile erasi precipitata nel cortile e cacciatasi furiosamente in mezzo al ribollire della sommossa, là dove aveva visto circondato dal più fitto de' riottosi suo marito. Luigi e Maria alla finestra non potevano udire le parole che si dicevano, e non sentivano che il confuso rombo di tutte quelle voci minacciose e concitate. Non si guardavano l'un l'altro, i due giovani; ma la fanciulla sentivasi pur tuttavia da quella vicinanza, dal contatto leggerissimo di lui, profondamente turbata. Egli fissava con certo sguardo strano e lucente quell'onda di teste umane che si agitava là sotto.

— Ecco la forza che io vorrei guidare a mio profitto: pensava egli: ecco scatenato il mostro dalla irresistibil possa... Ah chi potesse dirigere lo scoppio dell'ira popolare! E sarò io quello?

Maria vedendo la madre e il padre compiutamente avvolti da quel turbine, di botto impallidì e fu sul punto di lasciar scorgere il suo sgomento al fratello che seguitava ansioso a domandare che avvenisse.

— Calmati, Maria, disse piano Luigi colla sua voce armoniosa e confortatrice. Io te e i tuoi difenderò da ogni pericolo, salverò ad ogni costo: se occorrerà metterò la mia vita per risparmiarti un affanno, una lacrima!

Maria si sentì tremar l'anima nel più intimo; nè punto s'offese ch'egli le desse del tu con tanta dimestichezza; una nuova sicuranza la occupò; volse gli occhi miti e raggianti sul maschio volto di lui, come a ringraziarlo, come a prendere atto della protezione di lui e dichiarare che vi si affidava, che contava su di essa.

— È una coppia di mascalzoni che si vogliono levar gli occhi di capo: disse Quercia a Francesco per tranquillarne l'ansietà sempre più accresciutasi; ora vado io a spartirli.....

E si mosse diffatti per scendere nel cortile ancor esso; ma in quella un subito silenzio succedette al rumore che si faceva, e dalla finestra i due giovani videro gli operai, in sembianza ammansati, uscire a frotte dal cortile, e Teresa andando ora dall'uno ora dall'altro e stringer loro le mani e pronunziar parole che parevano di ringraziamento, mentre il marito, pallido ancora, colle sopracciglia aggrottate e in aria di sdegnosa fermezza stava colle braccia incrociate al petto, guardando quel pericolo che andava ora via via dileguandosi intorno a lui.

Ecco che cosa era avvenuto:

La madre di Francesco, sopravvenuta nel momento appunto in cui le minaccie stavano per tradursi in atto contro suo marito, con quel meraviglioso coraggio di donna che non teme pericoli quando è in giuoco la sorte de' suoi cari, si era lanciala innanzi a Giacomo a fare scudo a lui di se stessa.

— Per carità, fermatevi, ascoltate.

Come la donna dell'aneddoto fiorentino, cacciandosi innanzi al leone che le portava via il suo bambino, compì il miracolo di imporne alla belva, così fece Teresa di quell'altra belva che è una turba di popolo inferocita.

Gli operai si fermarono, si arretrarono. Coll'istinto donnesco, ella capì che teneva in pugno la vittoria e che non bisognava lasciarsela scappare. Giunse le mani nell'atto della maggior supplicazione e continuò con voce affatto compagna alla mossa:

— Vi prego in nome di Dio, in nome delle vostre famiglie, in nome dei vostri figliuoli! Mio figlio è là che spasima nell'agonia, lottando colla morte: volete voi aiutar questa a vincere? Volete voi togliermi mio figlio? volete uccidermelo?

I tumultuanti si arretrarono ancora di più e su quelle labbra frementi tacque di subito ogni grido. L'angoscia di quella povera madre li aveva commossi, l'immagine evocata de' loro figli aveva improvvisamente richiamata a miti propositi l'anima dei più; i pochi, cui nulla era capace di toccare, sentirono che continuando nelle voglie crudeli sarebbero stati isolati ed avrebbero anzi avuto contro di sè i loro compagni. Teresa ripigliò con accento di profonda gratitudine:

— Ah voi siete buoni, lo so, voi non volete far male ad una povera madre... Siate ringraziati, siate benedetti... Noi faremo tutto ciò che possiamo per voi; ma meglio di noi vi compenseranno Dio e la Santa Vergine Madre.

Molti avevano ricevuto benefizio di soccorsi nelle infermità e nella miseria da quella donna che ora li pregava; l'avevano vista lei e sua figlia entrare come angeli consolatori nelle squallide loro soffitte e lasciarvi partendo un po' di gioia e di pace. Costoro presero a braccia i più riottosi, che non osarono nemmeno contrastare, e li trassero via con loro senza manco più parlare. In pochi minuti il cortile fu sgombro e la fabbrica silenziosa; gli operai, muti, a tre, a quattro si allontanarono dirigendosi giù del viale verso la città.

Teresa, per prima cosa, passato il pericolo, si era gettata al collo del marito e l'aveva baciato con trasporto.

— Vieni, vieni, aveva ella detto di poi traendolo dolcemente con sè; andiamo presso nostro figlio.

Nel salire le scale s'incontrarono in Luigi che partiva.

— Francesco, loro disse il giovane, è compiutamente rassicurato. Per fortuna, e grazie al suo coraggio, signora Teresa, si è riuscito a risparmiargli una emozione, che avrebbe potuto essergli fatale.

La madre del ferito non rispose che mandando un'esclamazione e prendendo la corsa per arrivare più presto nella stanza del figliuolo.

Sul passo del portone, Quercia, che stava per salire in carrozza, vide il colossale portinaio, che si era fasciata comecchessiasi la testa rotta e che con occhio torvo guardava dietro agli ultimi degli operai che si vedevano ancora in lontananza, borbottando fra sè parole minacciose e imprecazioni all'indirizzo di Tanasio.

— Andate in letto, brav'uomo: gli disse Luigi; e fatevi alla testa dei bagnòli d'acqua d'arnica.

Bastiano guardò con occhio torvo anche codestui che gli aveva parlato.

— Ah! se non fossero stati che sei! bofonchiò egli per tutta risposta, stringendo i pugni.

Quercia sorrise, e fu d'un salto nel suo legnetto che partì di corsa. Ad un tratto l'antico amico e compagno di Maurilio si disse ad alta voce, come se avesse da fare ad un altro una subita interrogazione:

— E se sposassi Maria?

Si cacciò nell'angolo della carrozza senza farsi una risposta a parole; ma pensava: «Francesco facilmente morrà; ella sarà l'erede d'una grande ricchezza. Il mio passato lo saprò ben nascondere. Con esso saprò rompere affatto. Non sarà la brillante sorte che ho sognato nella mia ambizione, ma sarà sempre una bella sorte, e più felice dell'altra. È possibile? Se facessi avvenire la prossima lotta, e in essa lasciassi perire lacocca?»

Una confusione di pensieri qui lo assalse, tutti così neri ed aggrovigliati ch'egli stesso non ci sapeva discerner chiaro e vi aveva persino ripugnanza a tentare di farlo. La sua faccia annuvolata diceva tutta la tempesta che gli scombuiava l'animo. Ad un punto si tirò su della persona, e disse risolutamente come per fissare una determinazione presa:

— Bisogna salvare ad ogni modo la fabbrica e i tesori di Benda.

Ma pronunziate appena queste parole si riscosse ed un vero lampo balenò ne' suoi occhi, sulla sua fronte, sulle labbra.

— E i diamanti di Candida, prorupp'egli con impeto. Come farò per riaverli, poichè la vittoria della plebe è fatta impossibile?

Tornò ad acquattarsi al fondo del suo legno e la sua fronte divenne più scura di prima.


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