CAPITOLO XXX.Erano le due circa dopo la mezzanotte. Torino dormiva immersa nel più alto silenzio e la strada stretta e tortuosa in cui sorgeva la casa di Nariccia era d'ogni altra più deserta, più scura, più abbandonata, più taciturna. Tre uomini s'arrestarono alla porta da via della casa nominata: il più piccolo e sottile di corpo fra essi trasse fuor di tasca una chiave bene inoliata ed aprì senza il menomo rumore l'uscio pesante che chiudeva quella porta; poi chetamente entrarono nell'andito i tre individui, primo uno di spigliata corporatura, alto di persona, di portamento elegante e quasi direi autorevole, secondo un omaccione di forme colossali, pesante nell'andatura, dalle sembianze e dai panni della più abbietta plebe, ultimo l'omiciattolo che pareva avere ne' piedi scarpe di feltro, tanto era senza rumore il suo passo guardingo. Quest'omiciattolo perchè la serratura dell'uscio non venisse chiusa, fece entrare a forza un picciol cuneo di legno nell'apertura per cui scattava la stanghetta a molla, poi rabbattè pianamente l'imposta sullo stipite. Inoltratisi di pochi passi nell'andito, il medesimo piccol uomo trasse di sotto ai panni una lanterna di quelle chiamate occhio di bove, la cui luce però poteva accecarsi mercè il giro d'una lastra che serviva a coprire il vetro, l'accese e passò innanzi a rischiarare i passi dei suoi compagni.— Un momento: disse con voce sorda l'uomo dalle sembianze signorili.Gli altri due si fermarono. Colui che aveva parlato trasse fuori una maschera di seta nera e se la pose sulla faccia; la qual cosa vedendo, quel piccolo dal corpo sottile disse a mezza voce, quasi parlando a sè stesso:— Eh! ancorchè vedano le nostre bellezze quei due che stanno qui su, non avranno più tanta salute domani da andare a dire altrui chi fu a far loro visita stanotte.Ed un orribile sogghigno sulle sue labbra tirate completò l'orribile significato di quelle sue parole. L'uomo che s'era messo la maschera non disse verbo. Ah! ben lo sapeva ancor egli che gl'infelici, ai cui occhi egli stava per comparire come uno spettro in quell'ora tremenda, non avrebbero di poi sciolto la lingua mai più; ma pure, in questa, come in altre simili orribili imprese, a cui aveva già preso parte pur troppo, egli non voleva che le sue vittime potessero vedere il suo volto, quasi sperasse con ciò che, non riconoscendolo, non potessero accusarlo al Giudice Eterno, innanzi a cui stavano per comparire. Quand'ebbe assicurato ben bene alle sue orecchie i cordoni della maschera, che lasciava scoperta soltanto la fronte — una pallida fronte solcata in mezzo da una ruga profonda, — quell'uomo fece silenziosamente cenno ai compagni proseguissero il cammino. L'omiciattolo entrò innanzi facendo lume col raggio della cieca lanterna rivolta a terra; salirono col passo guardingo e sospeso sino al secondo piano e s'arrestarono innanzi all'uscio chiovato di ferro del quartiere abitato dall'usuraio Nariccia. Colà quel medesimo della lanterna trasse dalle tasche un piccol mazzo di chiavi nuove, il cui ferro lucente rimandò con vivo riflesso il raggio che l'uomo fece cadere sopra loro dall'occhio di bue per sceglierne due fra esse: queste così trascelte mise egli nelle toppe di quell'uscio pesante, e col meno rumore che fosse possibile aprì una dopo l'altra le due serrature chiuse a doppia mandata. Il battente allora chetamente sospinto cedette alla mano; ma non s'aprì di più della larghezza di quattro dita; chè un altro ostacolo lo trattenne: era una forte catena di ferro passata traverso l'uscio e tenuta fra due ganci infissi nelle imposte.L'omiciattolo mandò fra i denti una bestemmia, a cui fece eco un'altra peggiore vomitata dall'omaccione; quello dalla maschera nera si avanzò.— A codesto non avevi pensato tu: diss'egli a voce sommessa con tono di rampogna, e il piccolo a cui era rivolta la parola rispose:— Signor no; ma non monta... Non è quest'io che sia preso mai alla sprovveduta.E tratta sollecitamente di tasca una finissima lima, si pose a segare con essa uno degli anelli di quella catena con tanta abilità quanta può dare una consumata perizia. In dieci minuti l'anello era rotto e l'uscio spalancato. I tre individui s'intromisero in quel quartiere come tre ombre. Questa volta l'uomo dalla maschera entrò l'ultimo, e chiuse dietro di sè con attenzione il battente dell'uscio.Nariccia, dopo quell'ultima volta che Gian-Luigi l'aveva visto, recandogli in pegno i diamanti della contessa di Staffarda, avea sentito accrescersi il suo malessere, e poco o punto giovamento glie ne avea recato il farmaco di cui ilmedichinogli aveva scritto la ricetta. In quel giorno che era da poche ore finito, egli era stato più male che mai: aveva avuto delle vertigini, delle soffocazioni, dei granchi alle braccia ed alle gambe, una debolezza di corpo ed una confusione di mente, come non aveva provato mai. Postosi in letto di buon'ora, non aveva fatto che girarsi agitato di qua e di là fra le coltri fino passata mezzanotte, ed erasi finalmente addormentato da poco di un sonno pesante, irrequieto, tormentato, pieno di brutti sogni, affannato dall'incubo che lo faceva gemicolare dormendo. La sua vecchia fante, Dorotea, aveva offertogli di andare per un medico, di fargli dell'infusione di camomilla, di passar dallo speziale e richiederlo di qualche farmaco che gli potesse giovare; ma Nariccia non aveva voluto nulla, e le aveva comandato di lasciarlo tranquillo; la donna era andata a coricarsi e non aveva tardato ad addormirsi della grossa.L'usuraio dormiva adunque, ma come se una parte dell'anima sua stesse vegliando per avvertirlo quando qualche pericolo s'avvicinasse a minacciarlo, l'anello della catena che sbarrava l'uscio d'entrata era appena infrantosi, ch'egli si svegliò in sussulto, nè più nè meno che se una mano estranea lo avesse riscosso, e si levò a sedere sul letto, tendendo ansiosamente le orecchie. Non udì nulla, ma pure il suo istinto avvertiva la presenza d'un nemico. Fece a rassicurarsi da se stesso: le sue buone serrature erano ben chiuse, ed erano tali che grimaldello nessuno valeva ad aprirle, la grossa catena di ferro passata traverso i battenti dell'uscio, questo in complesso così forte che ad abbatterlo sarebbe stata necessaria una catapulta. Eppure la sua inquietudine non cessava. A forza di stare coll'animo sospeso e l'orecchio tirato, gli parve d'udire un fruscio nel corridoio che menava alla sua stanza; afferrò con mano sollecita un mazzo di fiammiferi che aveva sul tavolino da notte e ne soffregò uno per accendere il lume. Forse non era che un topo; forse non era che uno di quei lievi rumori di cui non si può conoscer la causa, che si sentono la notte nei luoghi abitati, scricchiolar di legno nei mobili, o un soffio d'aria traverso una fessura, od uno staccarsi della tappezzeria dalla parete; ma ad ogni modo voleva vederci chiaro.— Sacr.....! aveva detto l'omiciattolo che colla lanterna in mano precedeva i compagni nel corridoio, camminando con piede leggerissimo e cauteloso; quel birbone indemoniato di Nariccia, mio buon amico, è già sveglio... Converrà far presto a stringergli il gorgozzule, od egli si mette a gracchiare da far saltar fuori tutti i casigliani.Acceso il lume, Nariccia tornò a sentire più spiccato e preciso il rumore. Non era più un'illusione questa volta, nè poteva avervi dubbio di sorta: era un passo; il pavimento del corridoio cedeva sotto il piede pesante dell'omaccione dalle forme erculee.L'avaro spaventato gettò le gambe giù della sponda del letto per levarsi, e intanto con quanto ne aveva in gola si mise a gridare:— Dorotea! Dorotea!... C'è i ladri... Chiamate aiuto... Accorr'uomo! Accorr'uomo!L'uscio della stanza si aprì rapidamente, l'omiciattolo guizzò dentro, e d'un balzo, prima che Nariccia avesse tempo a porre i piedi per terra, gli fu sopra e lo serrò alla gola. L'avaro lo aveva riconosciuto.— Graffigna! aveva esclamato: ah misericordia!...Non aveva potuto soggiungere altro, perchè la mano dell'assassino, prendendolo alla strozza, non gli lasciava più varco nemmanco al respiro. Gli occhi spaventati dell'avaro che si empivano di sangue avevano visto entrare tacitamente, quasi con una cupa solennità, dietro l'omiciattolo, il colosso dalle forme pesanti e il personaggio dalla maschera nera; la disperazione, la stessa immensità del grandissimo terrore diede alle membra di Nariccia una forza straordinaria, quale non avrebbe pensato neppur egli di avere; liberò il suo collo dalla stretta della mano assassina, e facendosi a sua volta offensore, piantò le unghie nella faccia da animal rosicchiante del piccol uomo che lo aveva assalito. Questi per difendersi dovette lasciar cadere a terra la lanterna cieca che teneva ancora tra mano; dovette indietrare così che urtando in una seggiola la mandò a gambe in aria sullo spazzo, mentre Nariccia riacquistato l'uso della voce, se ne serviva gridando forte quanto più poteva:— Dorotea! Dorotea!... Aiuto!... Ai ladri! Agli assassini!...L'uomo mascherato che, avvolto in un mantello, s'era fermo in sul limitare, guardando traverso i buchi della larva con occhi che parevan di fuoco, veri tizzoni d'inferno, s'avanzò d'un passo, e disse con voce secca e tono di comando:— Troppo rumore; bisogna finirla.L'usuraio si riscosse tutto a quella voce.— Che! esclamò egli: siete voi?.... Gli è Lei?... Ah la riconosco alla voce, dottore.... Lei non lascierà che si faccia male ad un povero vecchio.... e suo amico.— Brigante d'un ladro: bofonchiava con voce di falsetto l'omiciattolo alle prese con Nariccia, soffiando forte nella fatica di quella lotta che non avrebbe mai più creduto avrebbe trovato sì aspra: tu riconosci troppo la gente, e capirai che codesto ci secca al non pisoltra.L'omaccione moveva in aiuto del suo compagno, quando si precipitava nella stanza la vecchia Dorotea. Svegliata dalle grida del padrone e dal rumore della lotta, in quel primo istante di confusione che succede a chi si desta improvviso, ella non sceglieva il miglior partito che le si presentasse, quale sarebbe stato di aprir la finestra e gridare per aiuto, ma sbalordita, senza rendersi pur conto esattamente di ciò che succedesse, corse dove la si chiamava, incappando nelle mani dell'omaccione, il quale senza punto esitazioni nè indugi, afferratala con violenza, la ridusse per sempre al silenzio.Ma mentre così compivasi la trista sorte della povera Dorotea, l'omiciattolo continuando nel conflitto con Nariccia, non riusciva, malgrado ogni suo sforzo, a vincerlo, nè a farlo tacere: egli si volse quindi al personaggio dalla maschera, dicendogli:— La mi venga a prestare un colpo di mano... questo corbaccio impossibile azzittirlo.L'individuo mascherato ebbe un momento d'esitazione; la sua mossa anzi espresse la più viva delle ripugnanze, ma la superò tosto e s'avvicinò con passo frettoloso ai due lottanti.— Per carità: diceva l'usuraio colla voce arrangolata; mi lascino la vita... Dottore, per amor di Dio, la vita... No... non l'ho riconosciuta... non horiconosciuto nessuno... Non dirò nulla... Lo giuro sull'anima mia... Mi dicano quello che vogliono... Darò loro tutto... tutto darò loro... ma mi lascino la vita...La maschera nera stava sopra ai due che lottavano. Quell'uomo trasse giù la falda del mantello che aveva gettata sopra una spalla, e fece così libero alle mosse il suo braccio destro; il mantello aveva affibbiato dinanzi sotto il risvolto del colletto. Di mezzo alle pieghe del panno cadente uscì ratta una mano in cui brillava qualche cosa di lucente; e il misero Nariccia vide sul suo capo un raggio della luce rossigna della candela ch'egli aveva accesa, riflettersi sopra una lama di pugnale. Con uno sforzo supremo rigettò l'omiciattolo che più accanitamente gli si stringeva addosso, la destra protese con violenza contro il nuovo aggressore ed afferrò dove poteva; un'angoscia d'agonia gli spremeva da tutte le membra un sudore gelato. Il colpo s'abbassò; ma il misero assassinato non n'era ancora côlto, che questo colpo erasi fatto inutile; gli occhi in cui parevasi travasato il sangue torsero convulsamente le pupille, le guancie, divenute d'un rosso cupo, quasi violaceo, si contrassero orribilmente, la bocca piegò tutta a sinistra con una smorfia orribile a vedersi; un suono gutturale uscì da quelle labbra annerite, e Nariccia, come una massa di piombo, precipitò lungo e disteso all'indietro, trascinandosi seco l'omicciatolo di nuovo a lui avvinghiatosi, lacerando e portando seco nella mano stretta come una morsa d'acciaio il bavero del mantello che aveva afferrato all'uomo dalla maschera. Il colpo di pugnale misurato al capo, sviato per questa guisa, cadeva nell'attaccatura del collo alle spalle producendovi soltanto una ferita poco profonda; ma ciò che non aveva potuto fare la lama omicida, l'aveva fatto quel colpo apoplettico, cui Quercia aveva riconosciuto pochi giorni prima minacciare l'esistenza dell'avaro.L'uomo dalla maschera si curvò sul caduto; ne esaminò un istante i lineamenti convulsi e disse con accento in cui avreste notato una tinta di soddisfazione:— Non siamo noi che l'abbiamo ucciso questo uomo; è l'apoplessia.Ripulì nella camicia stessa di Nariccia il suo pugnale dal sangue ond'era lordo, e lo ripose; poi tentò svellere dalla destra di lui quel pezzo del bavero del mantello ch'egli aveva strappato; ma la mano dell'usuraio era così irrigidita che gli fu impossibile venirne a capo.— La non crede vossignoria: disse con voce insinuante, in tono di falsetto l'omiciattolo: che sarebbe assai bene per maggior precauzione dargli a questo povero Nariccia, miserabile carcame d'un avaro, qualche trivellatina da assicurarci compiutamente? Questa razza di birboni ha la vita così invitiata alle ossa!...L'individuo mascherato fece un atto di ribrezzo.— Eh via, diss'egli: non sono i leoni, sono le jene che incrudeliscono contro i cadaveri.Si diresse all'omaccione:— Guarda di aprir la mano di quel morto e togliergliene quello squarcio di panno... E noi frattanto affrettiamoci al forziere.Seguìto dall'omiciattolo si recò sollecito nella stanza che serviva di studio all'usuraio: in un attimo fu aperta la cancellata entro cui stava la cassa di ferro; e contro le complicate serrature di questa si cimentarono le chiavi fatte da Andrea. Le servirono a meraviglia; e pochi minuti bastarono perchè lo adoperarsi dell'omiciattolo, che mostrava in codesto un'abilità straordinaria, facesse capo al più favorevole successo. Lo sportello fasciato di ferro venne aperto, e in quella sopraggiungeva l'omaccione al quale troppo premeva di accorrere coi compagni ad impadronirsi del bottino.E questo bottino era veramente tale da far mandare un'esclamazione di meraviglia, di contentezza, di trasporto ai tre assassini. Enorme era il valore che loro si offrì agli sguardi in monete, in ori ed argenti lavorati, in gemme e diamanti. Gli occhi degli scellerati brillarono di ardentissima cupidigia; e i due che portavano gli abiti della più abbietta classe sociale, tesero con rapida mossa le mani che tremavano verso quel tesoro; ma quello dalla maschera li trattenne con una fiera voce di comando, li trasse in là con una violenta spinta.— Fermi! gridò: le mani a casa. Tutto questo non è guadagno nostro, è guadagno comune della associazione. Conteremo a quanto ammonta il denaro, quanti sieno gli oggetti di valore, e di tutto renderemo conto ai nostri compagni.I due seguaci fecero una smorfia di rassegnazione poco volontaria.— Una sola eccezione devo fare, riprese colui che aveva tutto il contegno di capo: ed è per quelle buste di gioielli di marocchino rosso con suvvi una cifra ed una corona impresse in oro. Esse non figureranno nel conto, perchè ho l'obbligo assoluto di restituirle io stesso a chi appartengono; e non ci voglio mancare.Gli altri due si guardarono di sottecchi. Un comune pensiero manifestavano i loro occhi e le loro faccie: e si compresero vicendevolmente a meraviglia. Se il capo si prendeva così subito una tanta parte di bottino esclusivamente per sè, oh perchè non avrebbero dovuto essi stessi prelevare a loro vantaggio alcuna cosa in proporzione? Anche l'uomo mascherato li comprese; li guardò in un certo modo e ripetè seccamente:— Codestolo voglio; e del fatto mio darò ragione al consiglio.Nessuno dei due osò ribatter parola.Il forziere fu vuotato con una regolarità ed un'accuratezza senza pari; il capo pres'egli stesso e subitole buste di gioielli che aveva, come udimmo, designate; fatto così all'ingrosso il conto, la preda saliva intorno alle ottocento mila lire. Avevano aperto tutti i cassetti, scassinato tutti i ripostigli, rifrugato in ogni cantuccio. In uno dei più segreti di quegli scompartimenti avevano trovato parecchi fasci di carte legati da cordoncini; erano la maggior parte lettere di cui alcune parevano antiche assai dal giallognolo della carta e dallo sbiadito dell'inchiostro. Non v'era nulla in codesto che dovesse interessare gli assassini; eppure il capo di essi sentì una strana, inesplicabile curiosità di sfogliare e scorrere quell'ammasso di scritture. Prese all'azzardo uno di quei fasci e senza scioglierne il legaccio, diede una sguardata alle carte: erano contratti in cui Nariccia non aveva mai la parte del deluso, obbligazioni di poveretti sgozzati dalle esigenze dell'usuraio, carte di pegno e va dicendo. Se il tempo e il luogo fossero stati opportuni, quell'uomo avrebbe forse fatto un simile esame di tutti gli altri fasci; ma i suoi complici, a cui pareva ora che quel terreno scottasse i piedi, lo pressavano di finirla e partirsi: egli capì che avevano ragione, pensò un momento di prender seco e portar via quelle cartacce per esaminarle poi a suo bell'agio, ma sorrise a questo strano capriccio, e come per levarsene la tentazione rinchiuse l'uscio del forziere con una certa vivacità. Un fogliolino sottile che forse erasi staccato da uno di quei fasci maneggiati, sollevato dall'aria mossa dallo sportello, volò via e andò a cadere per terra non molto lontano; l'omiciattolo lo raccolse, e quasi sbadatamente se lo pose in tasca.Uscirono con precauzione i tre assassini da quella casa in cui avevano consumato l'orrendo delitto, richiusero pianamente le porte dietro di sè, e nessuno fu ad udirli, nè ad avvertire in alcun modo la loro presenza. Erano circa le tre dopo la mezzanotte, e le strade erano deserte e silenziose come quando erano venuti.Camminarono solleciti verso la bottega delBaciccia, la quale, previi certi segni di riconoscimento, si aprì loro, e donde passarono senza indugio inCafarnao. Non avevano scambiato più una parola. Ilmedichinoaprì il suo gabinetto, e colà in luogo apposito furono deposti i denari e i gioielli derubati. Gian-Luigi si tolse il mantello, ed allora si accorse di nuovo dello strappo fatto al bavero, di cui non aveva più avuto campo a ricordarsi.— Quel pezzo di panno, domandò egli, l'hai tu levato dalle branche del morto, Stracciaferro?— No: rispose questi. Quell'indemoniato lo teneva così stretto nel pugno che manco una morsa di ferro non fa peggio.— Sciagurato: proruppe con isdegno ilmedichino. Dovevi piuttosto tagliare quella mano che lasciare al fisco un tale appiglio d'indagini.... Meriteresti che ti rimandassi colà, te solo, per non perdonarti più che quando tu mi portassi quel giusto squarcio.— Se la lo vuole: disse Stracciaferro rassegnato; io ci vado, ma c'è troppo pericolo di farmi pigliare.Ilmedichinostette un momento in silenzio come riflettendo: quel mantello, per azzardo, non era manco suo, e chi mai avrebbe potuto riconoscere che esso apparteneva a Francesco Benda, e che nella casa di costui egli l'aveva preso quella sera? Egli non poteva pur sospettare che al di sotto del bavero, in quel pezzo precisamente che era rimasto in mano dell'assassinato, c'era un contrassegno speciale, le lettere F. B. trapunte.Mentre stava così pensieroso, Gian-Luigi, per moto quasi inconscio d'abitudine, tolse da una custodia apposita un sigaro e se lo pose fra le labbra: poi si diede a cercare un fiammifero, e Graffigna, zelante e premuroso di rendersi accetto e mostrare la sua deferenza al superiore, trasse sollecito di tasca un pezzo di carta, lo rotolò così un poco fra le mani e lo accese alla lanterna per presentarlo almedichino, ma questi aveva già dato fuoco al suo sigaro e fece un cenno col capo a significare che più non gli occorreva la fiamma di quella carta. Graffigna la spense, e da uomo accurato, qual esso era, pose il fogliolino rotolato e bruciato ad un capo sull'orlo della scrivania. L'occhio di Gian-Luigi cadde per caso sulle parole che v'erano scritte, le quali si trovavano nella parte esteriore del foglio spiegazzato, e su cui il raggio della vicina lanterna cadeva illuminandole distintamente. Quella scrittura gli fece un vivo e straordinario effetto; prese il foglio, lo rispiegò e rispianò, guardò ben bene, ed esclamò con un interesse, una specie di turbamento affatto nuovo:— Dond'è venuto questo pezzo di carta?Graffigna gli narrò come fosse volato via dal forziere di Nariccia ed egli lo avesse raccolto.— Da Nariccia! Esclamò ilmedichinocon un'espressione indefinibile: e il suo volto impallidì mentre gli occhi balenarono in istrana maniera. Si percotè la fronte: guardava quei caratteri come si guarda un enimma, da cui uom sa che dipende il proprio destino; le sue labbra, quasi forzate da una spinta superiore alla sua volontà balbettavano:— La è la medesima scrittura... Sì per Dio, la è quella!Stracciaferro, che aspettava un'ultima parola per decidere sul da farsi, interruppe quella meditazione accompagnata da tanto turbamento:— Ebbene, diss'egli, che cosa debbo fare?— Lasciatemi: rispose ilmedichinocol tono di un uomo che nulla desidera più che liberarsi d'ogni compagnia. Ho gravi cose per la mente. Mi occorre d'esser solo.Graffigna prese pei panni Stracciaferro, e tirandonelo, gli fece segno non insistesse dell'altro e lo seguisse. Gian-Luigi chiuse alle loro spalle l'usciodel gabinetto: poi corse in fretta ad aprire un suo riposto stipo e da esso trasse fuori un pezzo di carta vecchio e logoro; era una lettera stracciata a metà per lo lungo: quella colla quale egli Gian-Luigi era stato messo nella ruota dei trovatelli. Paragonò la scrittura di quest'ultima lettera con quella del foglio datogli da Graffigna: erano identiche, erano della mano medesima senza niun possibil dubbio.Pareva che la sorte, la quale aveva dato un destino uguale a lui ed a Maurilio, volesse ora del pari e pel medesimo mezzo e contemporaneamente far loro scoprire le proprie origini, metterli in grado di rintracciare le loro famiglie. Il biglietto che era stato trovato addosso a Maurilio infante era scritto dallaGattona, e quella metà di lettera onde era stato accompagnato Gian-Luigi era della mano di un tale che corrispondeva con Nariccia.Il pezzo di quella carta su cui dovevano essere state la segnatura e la data del biglietto era stato consumato dal fuoco, e non si poteva veder più nè l'una nè l'altra; quello che rimaneva di scritto e che Gian-Luigi lesse con avidità, era del tenore seguente:«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi prego di ritenerlo alle medesime condizioni; che per l'avvenire poi.....»Qui la carta era bruciata e la lettera interrotta.Chi aveva scritto quelle parole era dunque in molta relazione con Nariccia; e colui doveva sapere senza dubbio nessuno il segreto della nascita di Gian-Luigi. Ma forse Nariccia medesimo lo conosceva eziandio e presentandogli quella metà di lettera avrebbe potuto dire al giovane derelitto chi fosse suo padre: ed egli tante volte era stato con quel vecchio usuraio! Una parola sola avrebbe bastato a diradare quelle tenebre, nè mai questa parola era stata pronunziata! Ed ora Nariccia era estinto — ed estinto in gran parte per opera di lui Gian-Luigi! — l'unico capo che forse rimanesse a sciogliere la matassa di quel mistero era codesto, ed egli lo aveva reciso! Contrattempo e sventura!Ma quello non doveva essere l'unico foglio che rimanesse a Nariccia di quelli scrittigli da quell'uomo. Da questo medesimo biglietto che Gian-Luigi teneva in mano, appariva come fra colui e l'assassinato corressero seguitate e piuttosto intime relazioni: chi sa che in quei fasci di carte non ce ne fossero di importanti che riguardassero la sorte del fanciullo abbandonato? che in esse non si trovasse tanto da potere egli stesso, Gian-Luigi, penetrare senz'altro nel segreto del suo destino? Determinò tornare egli solo, di subito, in casa l'usuraio, si fece dare da Graffigna le chiavi e senza indugio si mosse. Ma quando fu per entrare nella porta della casa di quell'uomo, ch'egli poche ore innanzi aveva assassinato, il coraggio glie ne mancò per l'affatto. Si sentì come respinto da un'invisibile barriera contro cui avesse urtato il suo petto. Si allontanò di là; tornò facendosi violenza; provò di nuovo il medesimo effetto; vide alla fine una pattuglia che s'avanzava a quella volta, e fuggì perdutamente, quasi parendogli che ogni occhio di uomo dovesse leggergli sul volto il delitto ch'egli aveva commesso.....Quella sera medesima, che era il lunedì, la contessa Langosco di Staffarda compariva al ballo di Corte adorna della ricca magnificenza di tutti i suoi diamanti.Fine della 3ª parte
Erano le due circa dopo la mezzanotte. Torino dormiva immersa nel più alto silenzio e la strada stretta e tortuosa in cui sorgeva la casa di Nariccia era d'ogni altra più deserta, più scura, più abbandonata, più taciturna. Tre uomini s'arrestarono alla porta da via della casa nominata: il più piccolo e sottile di corpo fra essi trasse fuor di tasca una chiave bene inoliata ed aprì senza il menomo rumore l'uscio pesante che chiudeva quella porta; poi chetamente entrarono nell'andito i tre individui, primo uno di spigliata corporatura, alto di persona, di portamento elegante e quasi direi autorevole, secondo un omaccione di forme colossali, pesante nell'andatura, dalle sembianze e dai panni della più abbietta plebe, ultimo l'omiciattolo che pareva avere ne' piedi scarpe di feltro, tanto era senza rumore il suo passo guardingo. Quest'omiciattolo perchè la serratura dell'uscio non venisse chiusa, fece entrare a forza un picciol cuneo di legno nell'apertura per cui scattava la stanghetta a molla, poi rabbattè pianamente l'imposta sullo stipite. Inoltratisi di pochi passi nell'andito, il medesimo piccol uomo trasse di sotto ai panni una lanterna di quelle chiamate occhio di bove, la cui luce però poteva accecarsi mercè il giro d'una lastra che serviva a coprire il vetro, l'accese e passò innanzi a rischiarare i passi dei suoi compagni.
— Un momento: disse con voce sorda l'uomo dalle sembianze signorili.
Gli altri due si fermarono. Colui che aveva parlato trasse fuori una maschera di seta nera e se la pose sulla faccia; la qual cosa vedendo, quel piccolo dal corpo sottile disse a mezza voce, quasi parlando a sè stesso:
— Eh! ancorchè vedano le nostre bellezze quei due che stanno qui su, non avranno più tanta salute domani da andare a dire altrui chi fu a far loro visita stanotte.
Ed un orribile sogghigno sulle sue labbra tirate completò l'orribile significato di quelle sue parole. L'uomo che s'era messo la maschera non disse verbo. Ah! ben lo sapeva ancor egli che gl'infelici, ai cui occhi egli stava per comparire come uno spettro in quell'ora tremenda, non avrebbero di poi sciolto la lingua mai più; ma pure, in questa, come in altre simili orribili imprese, a cui aveva già preso parte pur troppo, egli non voleva che le sue vittime potessero vedere il suo volto, quasi sperasse con ciò che, non riconoscendolo, non potessero accusarlo al Giudice Eterno, innanzi a cui stavano per comparire. Quand'ebbe assicurato ben bene alle sue orecchie i cordoni della maschera, che lasciava scoperta soltanto la fronte — una pallida fronte solcata in mezzo da una ruga profonda, — quell'uomo fece silenziosamente cenno ai compagni proseguissero il cammino. L'omiciattolo entrò innanzi facendo lume col raggio della cieca lanterna rivolta a terra; salirono col passo guardingo e sospeso sino al secondo piano e s'arrestarono innanzi all'uscio chiovato di ferro del quartiere abitato dall'usuraio Nariccia. Colà quel medesimo della lanterna trasse dalle tasche un piccol mazzo di chiavi nuove, il cui ferro lucente rimandò con vivo riflesso il raggio che l'uomo fece cadere sopra loro dall'occhio di bue per sceglierne due fra esse: queste così trascelte mise egli nelle toppe di quell'uscio pesante, e col meno rumore che fosse possibile aprì una dopo l'altra le due serrature chiuse a doppia mandata. Il battente allora chetamente sospinto cedette alla mano; ma non s'aprì di più della larghezza di quattro dita; chè un altro ostacolo lo trattenne: era una forte catena di ferro passata traverso l'uscio e tenuta fra due ganci infissi nelle imposte.
L'omiciattolo mandò fra i denti una bestemmia, a cui fece eco un'altra peggiore vomitata dall'omaccione; quello dalla maschera nera si avanzò.
— A codesto non avevi pensato tu: diss'egli a voce sommessa con tono di rampogna, e il piccolo a cui era rivolta la parola rispose:
— Signor no; ma non monta... Non è quest'io che sia preso mai alla sprovveduta.
E tratta sollecitamente di tasca una finissima lima, si pose a segare con essa uno degli anelli di quella catena con tanta abilità quanta può dare una consumata perizia. In dieci minuti l'anello era rotto e l'uscio spalancato. I tre individui s'intromisero in quel quartiere come tre ombre. Questa volta l'uomo dalla maschera entrò l'ultimo, e chiuse dietro di sè con attenzione il battente dell'uscio.
Nariccia, dopo quell'ultima volta che Gian-Luigi l'aveva visto, recandogli in pegno i diamanti della contessa di Staffarda, avea sentito accrescersi il suo malessere, e poco o punto giovamento glie ne avea recato il farmaco di cui ilmedichinogli aveva scritto la ricetta. In quel giorno che era da poche ore finito, egli era stato più male che mai: aveva avuto delle vertigini, delle soffocazioni, dei granchi alle braccia ed alle gambe, una debolezza di corpo ed una confusione di mente, come non aveva provato mai. Postosi in letto di buon'ora, non aveva fatto che girarsi agitato di qua e di là fra le coltri fino passata mezzanotte, ed erasi finalmente addormentato da poco di un sonno pesante, irrequieto, tormentato, pieno di brutti sogni, affannato dall'incubo che lo faceva gemicolare dormendo. La sua vecchia fante, Dorotea, aveva offertogli di andare per un medico, di fargli dell'infusione di camomilla, di passar dallo speziale e richiederlo di qualche farmaco che gli potesse giovare; ma Nariccia non aveva voluto nulla, e le aveva comandato di lasciarlo tranquillo; la donna era andata a coricarsi e non aveva tardato ad addormirsi della grossa.
L'usuraio dormiva adunque, ma come se una parte dell'anima sua stesse vegliando per avvertirlo quando qualche pericolo s'avvicinasse a minacciarlo, l'anello della catena che sbarrava l'uscio d'entrata era appena infrantosi, ch'egli si svegliò in sussulto, nè più nè meno che se una mano estranea lo avesse riscosso, e si levò a sedere sul letto, tendendo ansiosamente le orecchie. Non udì nulla, ma pure il suo istinto avvertiva la presenza d'un nemico. Fece a rassicurarsi da se stesso: le sue buone serrature erano ben chiuse, ed erano tali che grimaldello nessuno valeva ad aprirle, la grossa catena di ferro passata traverso i battenti dell'uscio, questo in complesso così forte che ad abbatterlo sarebbe stata necessaria una catapulta. Eppure la sua inquietudine non cessava. A forza di stare coll'animo sospeso e l'orecchio tirato, gli parve d'udire un fruscio nel corridoio che menava alla sua stanza; afferrò con mano sollecita un mazzo di fiammiferi che aveva sul tavolino da notte e ne soffregò uno per accendere il lume. Forse non era che un topo; forse non era che uno di quei lievi rumori di cui non si può conoscer la causa, che si sentono la notte nei luoghi abitati, scricchiolar di legno nei mobili, o un soffio d'aria traverso una fessura, od uno staccarsi della tappezzeria dalla parete; ma ad ogni modo voleva vederci chiaro.
— Sacr.....! aveva detto l'omiciattolo che colla lanterna in mano precedeva i compagni nel corridoio, camminando con piede leggerissimo e cauteloso; quel birbone indemoniato di Nariccia, mio buon amico, è già sveglio... Converrà far presto a stringergli il gorgozzule, od egli si mette a gracchiare da far saltar fuori tutti i casigliani.
Acceso il lume, Nariccia tornò a sentire più spiccato e preciso il rumore. Non era più un'illusione questa volta, nè poteva avervi dubbio di sorta: era un passo; il pavimento del corridoio cedeva sotto il piede pesante dell'omaccione dalle forme erculee.
L'avaro spaventato gettò le gambe giù della sponda del letto per levarsi, e intanto con quanto ne aveva in gola si mise a gridare:
— Dorotea! Dorotea!... C'è i ladri... Chiamate aiuto... Accorr'uomo! Accorr'uomo!
L'uscio della stanza si aprì rapidamente, l'omiciattolo guizzò dentro, e d'un balzo, prima che Nariccia avesse tempo a porre i piedi per terra, gli fu sopra e lo serrò alla gola. L'avaro lo aveva riconosciuto.
— Graffigna! aveva esclamato: ah misericordia!...
Non aveva potuto soggiungere altro, perchè la mano dell'assassino, prendendolo alla strozza, non gli lasciava più varco nemmanco al respiro. Gli occhi spaventati dell'avaro che si empivano di sangue avevano visto entrare tacitamente, quasi con una cupa solennità, dietro l'omiciattolo, il colosso dalle forme pesanti e il personaggio dalla maschera nera; la disperazione, la stessa immensità del grandissimo terrore diede alle membra di Nariccia una forza straordinaria, quale non avrebbe pensato neppur egli di avere; liberò il suo collo dalla stretta della mano assassina, e facendosi a sua volta offensore, piantò le unghie nella faccia da animal rosicchiante del piccol uomo che lo aveva assalito. Questi per difendersi dovette lasciar cadere a terra la lanterna cieca che teneva ancora tra mano; dovette indietrare così che urtando in una seggiola la mandò a gambe in aria sullo spazzo, mentre Nariccia riacquistato l'uso della voce, se ne serviva gridando forte quanto più poteva:
— Dorotea! Dorotea!... Aiuto!... Ai ladri! Agli assassini!...
L'uomo mascherato che, avvolto in un mantello, s'era fermo in sul limitare, guardando traverso i buchi della larva con occhi che parevan di fuoco, veri tizzoni d'inferno, s'avanzò d'un passo, e disse con voce secca e tono di comando:
— Troppo rumore; bisogna finirla.
L'usuraio si riscosse tutto a quella voce.
— Che! esclamò egli: siete voi?.... Gli è Lei?... Ah la riconosco alla voce, dottore.... Lei non lascierà che si faccia male ad un povero vecchio.... e suo amico.
— Brigante d'un ladro: bofonchiava con voce di falsetto l'omiciattolo alle prese con Nariccia, soffiando forte nella fatica di quella lotta che non avrebbe mai più creduto avrebbe trovato sì aspra: tu riconosci troppo la gente, e capirai che codesto ci secca al non pisoltra.
L'omaccione moveva in aiuto del suo compagno, quando si precipitava nella stanza la vecchia Dorotea. Svegliata dalle grida del padrone e dal rumore della lotta, in quel primo istante di confusione che succede a chi si desta improvviso, ella non sceglieva il miglior partito che le si presentasse, quale sarebbe stato di aprir la finestra e gridare per aiuto, ma sbalordita, senza rendersi pur conto esattamente di ciò che succedesse, corse dove la si chiamava, incappando nelle mani dell'omaccione, il quale senza punto esitazioni nè indugi, afferratala con violenza, la ridusse per sempre al silenzio.
Ma mentre così compivasi la trista sorte della povera Dorotea, l'omiciattolo continuando nel conflitto con Nariccia, non riusciva, malgrado ogni suo sforzo, a vincerlo, nè a farlo tacere: egli si volse quindi al personaggio dalla maschera, dicendogli:
— La mi venga a prestare un colpo di mano... questo corbaccio impossibile azzittirlo.
L'individuo mascherato ebbe un momento d'esitazione; la sua mossa anzi espresse la più viva delle ripugnanze, ma la superò tosto e s'avvicinò con passo frettoloso ai due lottanti.
— Per carità: diceva l'usuraio colla voce arrangolata; mi lascino la vita... Dottore, per amor di Dio, la vita... No... non l'ho riconosciuta... non horiconosciuto nessuno... Non dirò nulla... Lo giuro sull'anima mia... Mi dicano quello che vogliono... Darò loro tutto... tutto darò loro... ma mi lascino la vita...
La maschera nera stava sopra ai due che lottavano. Quell'uomo trasse giù la falda del mantello che aveva gettata sopra una spalla, e fece così libero alle mosse il suo braccio destro; il mantello aveva affibbiato dinanzi sotto il risvolto del colletto. Di mezzo alle pieghe del panno cadente uscì ratta una mano in cui brillava qualche cosa di lucente; e il misero Nariccia vide sul suo capo un raggio della luce rossigna della candela ch'egli aveva accesa, riflettersi sopra una lama di pugnale. Con uno sforzo supremo rigettò l'omiciattolo che più accanitamente gli si stringeva addosso, la destra protese con violenza contro il nuovo aggressore ed afferrò dove poteva; un'angoscia d'agonia gli spremeva da tutte le membra un sudore gelato. Il colpo s'abbassò; ma il misero assassinato non n'era ancora côlto, che questo colpo erasi fatto inutile; gli occhi in cui parevasi travasato il sangue torsero convulsamente le pupille, le guancie, divenute d'un rosso cupo, quasi violaceo, si contrassero orribilmente, la bocca piegò tutta a sinistra con una smorfia orribile a vedersi; un suono gutturale uscì da quelle labbra annerite, e Nariccia, come una massa di piombo, precipitò lungo e disteso all'indietro, trascinandosi seco l'omicciatolo di nuovo a lui avvinghiatosi, lacerando e portando seco nella mano stretta come una morsa d'acciaio il bavero del mantello che aveva afferrato all'uomo dalla maschera. Il colpo di pugnale misurato al capo, sviato per questa guisa, cadeva nell'attaccatura del collo alle spalle producendovi soltanto una ferita poco profonda; ma ciò che non aveva potuto fare la lama omicida, l'aveva fatto quel colpo apoplettico, cui Quercia aveva riconosciuto pochi giorni prima minacciare l'esistenza dell'avaro.
L'uomo dalla maschera si curvò sul caduto; ne esaminò un istante i lineamenti convulsi e disse con accento in cui avreste notato una tinta di soddisfazione:
— Non siamo noi che l'abbiamo ucciso questo uomo; è l'apoplessia.
Ripulì nella camicia stessa di Nariccia il suo pugnale dal sangue ond'era lordo, e lo ripose; poi tentò svellere dalla destra di lui quel pezzo del bavero del mantello ch'egli aveva strappato; ma la mano dell'usuraio era così irrigidita che gli fu impossibile venirne a capo.
— La non crede vossignoria: disse con voce insinuante, in tono di falsetto l'omiciattolo: che sarebbe assai bene per maggior precauzione dargli a questo povero Nariccia, miserabile carcame d'un avaro, qualche trivellatina da assicurarci compiutamente? Questa razza di birboni ha la vita così invitiata alle ossa!...
L'individuo mascherato fece un atto di ribrezzo.
— Eh via, diss'egli: non sono i leoni, sono le jene che incrudeliscono contro i cadaveri.
Si diresse all'omaccione:
— Guarda di aprir la mano di quel morto e togliergliene quello squarcio di panno... E noi frattanto affrettiamoci al forziere.
Seguìto dall'omiciattolo si recò sollecito nella stanza che serviva di studio all'usuraio: in un attimo fu aperta la cancellata entro cui stava la cassa di ferro; e contro le complicate serrature di questa si cimentarono le chiavi fatte da Andrea. Le servirono a meraviglia; e pochi minuti bastarono perchè lo adoperarsi dell'omiciattolo, che mostrava in codesto un'abilità straordinaria, facesse capo al più favorevole successo. Lo sportello fasciato di ferro venne aperto, e in quella sopraggiungeva l'omaccione al quale troppo premeva di accorrere coi compagni ad impadronirsi del bottino.
E questo bottino era veramente tale da far mandare un'esclamazione di meraviglia, di contentezza, di trasporto ai tre assassini. Enorme era il valore che loro si offrì agli sguardi in monete, in ori ed argenti lavorati, in gemme e diamanti. Gli occhi degli scellerati brillarono di ardentissima cupidigia; e i due che portavano gli abiti della più abbietta classe sociale, tesero con rapida mossa le mani che tremavano verso quel tesoro; ma quello dalla maschera li trattenne con una fiera voce di comando, li trasse in là con una violenta spinta.
— Fermi! gridò: le mani a casa. Tutto questo non è guadagno nostro, è guadagno comune della associazione. Conteremo a quanto ammonta il denaro, quanti sieno gli oggetti di valore, e di tutto renderemo conto ai nostri compagni.
I due seguaci fecero una smorfia di rassegnazione poco volontaria.
— Una sola eccezione devo fare, riprese colui che aveva tutto il contegno di capo: ed è per quelle buste di gioielli di marocchino rosso con suvvi una cifra ed una corona impresse in oro. Esse non figureranno nel conto, perchè ho l'obbligo assoluto di restituirle io stesso a chi appartengono; e non ci voglio mancare.
Gli altri due si guardarono di sottecchi. Un comune pensiero manifestavano i loro occhi e le loro faccie: e si compresero vicendevolmente a meraviglia. Se il capo si prendeva così subito una tanta parte di bottino esclusivamente per sè, oh perchè non avrebbero dovuto essi stessi prelevare a loro vantaggio alcuna cosa in proporzione? Anche l'uomo mascherato li comprese; li guardò in un certo modo e ripetè seccamente:
— Codestolo voglio; e del fatto mio darò ragione al consiglio.
Nessuno dei due osò ribatter parola.
Il forziere fu vuotato con una regolarità ed un'accuratezza senza pari; il capo pres'egli stesso e subitole buste di gioielli che aveva, come udimmo, designate; fatto così all'ingrosso il conto, la preda saliva intorno alle ottocento mila lire. Avevano aperto tutti i cassetti, scassinato tutti i ripostigli, rifrugato in ogni cantuccio. In uno dei più segreti di quegli scompartimenti avevano trovato parecchi fasci di carte legati da cordoncini; erano la maggior parte lettere di cui alcune parevano antiche assai dal giallognolo della carta e dallo sbiadito dell'inchiostro. Non v'era nulla in codesto che dovesse interessare gli assassini; eppure il capo di essi sentì una strana, inesplicabile curiosità di sfogliare e scorrere quell'ammasso di scritture. Prese all'azzardo uno di quei fasci e senza scioglierne il legaccio, diede una sguardata alle carte: erano contratti in cui Nariccia non aveva mai la parte del deluso, obbligazioni di poveretti sgozzati dalle esigenze dell'usuraio, carte di pegno e va dicendo. Se il tempo e il luogo fossero stati opportuni, quell'uomo avrebbe forse fatto un simile esame di tutti gli altri fasci; ma i suoi complici, a cui pareva ora che quel terreno scottasse i piedi, lo pressavano di finirla e partirsi: egli capì che avevano ragione, pensò un momento di prender seco e portar via quelle cartacce per esaminarle poi a suo bell'agio, ma sorrise a questo strano capriccio, e come per levarsene la tentazione rinchiuse l'uscio del forziere con una certa vivacità. Un fogliolino sottile che forse erasi staccato da uno di quei fasci maneggiati, sollevato dall'aria mossa dallo sportello, volò via e andò a cadere per terra non molto lontano; l'omiciattolo lo raccolse, e quasi sbadatamente se lo pose in tasca.
Uscirono con precauzione i tre assassini da quella casa in cui avevano consumato l'orrendo delitto, richiusero pianamente le porte dietro di sè, e nessuno fu ad udirli, nè ad avvertire in alcun modo la loro presenza. Erano circa le tre dopo la mezzanotte, e le strade erano deserte e silenziose come quando erano venuti.
Camminarono solleciti verso la bottega delBaciccia, la quale, previi certi segni di riconoscimento, si aprì loro, e donde passarono senza indugio inCafarnao. Non avevano scambiato più una parola. Ilmedichinoaprì il suo gabinetto, e colà in luogo apposito furono deposti i denari e i gioielli derubati. Gian-Luigi si tolse il mantello, ed allora si accorse di nuovo dello strappo fatto al bavero, di cui non aveva più avuto campo a ricordarsi.
— Quel pezzo di panno, domandò egli, l'hai tu levato dalle branche del morto, Stracciaferro?
— No: rispose questi. Quell'indemoniato lo teneva così stretto nel pugno che manco una morsa di ferro non fa peggio.
— Sciagurato: proruppe con isdegno ilmedichino. Dovevi piuttosto tagliare quella mano che lasciare al fisco un tale appiglio d'indagini.... Meriteresti che ti rimandassi colà, te solo, per non perdonarti più che quando tu mi portassi quel giusto squarcio.
— Se la lo vuole: disse Stracciaferro rassegnato; io ci vado, ma c'è troppo pericolo di farmi pigliare.
Ilmedichinostette un momento in silenzio come riflettendo: quel mantello, per azzardo, non era manco suo, e chi mai avrebbe potuto riconoscere che esso apparteneva a Francesco Benda, e che nella casa di costui egli l'aveva preso quella sera? Egli non poteva pur sospettare che al di sotto del bavero, in quel pezzo precisamente che era rimasto in mano dell'assassinato, c'era un contrassegno speciale, le lettere F. B. trapunte.
Mentre stava così pensieroso, Gian-Luigi, per moto quasi inconscio d'abitudine, tolse da una custodia apposita un sigaro e se lo pose fra le labbra: poi si diede a cercare un fiammifero, e Graffigna, zelante e premuroso di rendersi accetto e mostrare la sua deferenza al superiore, trasse sollecito di tasca un pezzo di carta, lo rotolò così un poco fra le mani e lo accese alla lanterna per presentarlo almedichino, ma questi aveva già dato fuoco al suo sigaro e fece un cenno col capo a significare che più non gli occorreva la fiamma di quella carta. Graffigna la spense, e da uomo accurato, qual esso era, pose il fogliolino rotolato e bruciato ad un capo sull'orlo della scrivania. L'occhio di Gian-Luigi cadde per caso sulle parole che v'erano scritte, le quali si trovavano nella parte esteriore del foglio spiegazzato, e su cui il raggio della vicina lanterna cadeva illuminandole distintamente. Quella scrittura gli fece un vivo e straordinario effetto; prese il foglio, lo rispiegò e rispianò, guardò ben bene, ed esclamò con un interesse, una specie di turbamento affatto nuovo:
— Dond'è venuto questo pezzo di carta?
Graffigna gli narrò come fosse volato via dal forziere di Nariccia ed egli lo avesse raccolto.
— Da Nariccia! Esclamò ilmedichinocon un'espressione indefinibile: e il suo volto impallidì mentre gli occhi balenarono in istrana maniera. Si percotè la fronte: guardava quei caratteri come si guarda un enimma, da cui uom sa che dipende il proprio destino; le sue labbra, quasi forzate da una spinta superiore alla sua volontà balbettavano:
— La è la medesima scrittura... Sì per Dio, la è quella!
Stracciaferro, che aspettava un'ultima parola per decidere sul da farsi, interruppe quella meditazione accompagnata da tanto turbamento:
— Ebbene, diss'egli, che cosa debbo fare?
— Lasciatemi: rispose ilmedichinocol tono di un uomo che nulla desidera più che liberarsi d'ogni compagnia. Ho gravi cose per la mente. Mi occorre d'esser solo.
Graffigna prese pei panni Stracciaferro, e tirandonelo, gli fece segno non insistesse dell'altro e lo seguisse. Gian-Luigi chiuse alle loro spalle l'usciodel gabinetto: poi corse in fretta ad aprire un suo riposto stipo e da esso trasse fuori un pezzo di carta vecchio e logoro; era una lettera stracciata a metà per lo lungo: quella colla quale egli Gian-Luigi era stato messo nella ruota dei trovatelli. Paragonò la scrittura di quest'ultima lettera con quella del foglio datogli da Graffigna: erano identiche, erano della mano medesima senza niun possibil dubbio.
Pareva che la sorte, la quale aveva dato un destino uguale a lui ed a Maurilio, volesse ora del pari e pel medesimo mezzo e contemporaneamente far loro scoprire le proprie origini, metterli in grado di rintracciare le loro famiglie. Il biglietto che era stato trovato addosso a Maurilio infante era scritto dallaGattona, e quella metà di lettera onde era stato accompagnato Gian-Luigi era della mano di un tale che corrispondeva con Nariccia.
Il pezzo di quella carta su cui dovevano essere state la segnatura e la data del biglietto era stato consumato dal fuoco, e non si poteva veder più nè l'una nè l'altra; quello che rimaneva di scritto e che Gian-Luigi lesse con avidità, era del tenore seguente:
«Essa si è finalmente decisa. Lo stato in cui si trova non ammetteva più indugi. Partiremo domani. Preparatemi una quindicina di mila lire; per ora mi bastano; il resto delle somme lascio ancora presso di voi, e vi prego di ritenerlo alle medesime condizioni; che per l'avvenire poi.....»
Qui la carta era bruciata e la lettera interrotta.
Chi aveva scritto quelle parole era dunque in molta relazione con Nariccia; e colui doveva sapere senza dubbio nessuno il segreto della nascita di Gian-Luigi. Ma forse Nariccia medesimo lo conosceva eziandio e presentandogli quella metà di lettera avrebbe potuto dire al giovane derelitto chi fosse suo padre: ed egli tante volte era stato con quel vecchio usuraio! Una parola sola avrebbe bastato a diradare quelle tenebre, nè mai questa parola era stata pronunziata! Ed ora Nariccia era estinto — ed estinto in gran parte per opera di lui Gian-Luigi! — l'unico capo che forse rimanesse a sciogliere la matassa di quel mistero era codesto, ed egli lo aveva reciso! Contrattempo e sventura!
Ma quello non doveva essere l'unico foglio che rimanesse a Nariccia di quelli scrittigli da quell'uomo. Da questo medesimo biglietto che Gian-Luigi teneva in mano, appariva come fra colui e l'assassinato corressero seguitate e piuttosto intime relazioni: chi sa che in quei fasci di carte non ce ne fossero di importanti che riguardassero la sorte del fanciullo abbandonato? che in esse non si trovasse tanto da potere egli stesso, Gian-Luigi, penetrare senz'altro nel segreto del suo destino? Determinò tornare egli solo, di subito, in casa l'usuraio, si fece dare da Graffigna le chiavi e senza indugio si mosse. Ma quando fu per entrare nella porta della casa di quell'uomo, ch'egli poche ore innanzi aveva assassinato, il coraggio glie ne mancò per l'affatto. Si sentì come respinto da un'invisibile barriera contro cui avesse urtato il suo petto. Si allontanò di là; tornò facendosi violenza; provò di nuovo il medesimo effetto; vide alla fine una pattuglia che s'avanzava a quella volta, e fuggì perdutamente, quasi parendogli che ogni occhio di uomo dovesse leggergli sul volto il delitto ch'egli aveva commesso.....
Quella sera medesima, che era il lunedì, la contessa Langosco di Staffarda compariva al ballo di Corte adorna della ricca magnificenza di tutti i suoi diamanti.
Fine della 3ª parte
NOTE:1.Badino i lettori che queste cose scriveva Maurilio parecchi anni prima del 1848.2.Vincenzo Gioberti nell'aureo suo libro delRinnovamentofa precisamente questo paragone quando dice che l'emancipazione della plebe e della donna è la missione precipua del presente secolo.3.Espressione testuale dell'Azeglio.4.Massimo d'Azeglio:I miei ricordi, vol. II, pagine 457-58.5.Oggi codeste maniere dei graziosi Commissarii di polizia d'un tempo sembreranno favole ed esagerazioni; ma io faccio appello alla memoria di chi ebbe il disavantaggio d'esser giovane prima del 1848, e ognuno di essi son persuaso dirà che io sto ancora al di qua del vero.6.Vedi Capit. XIII della Parte II.7.Vedi Capit. XX della Parte II.8.Voleva scriverebonne.9.V. Janet,Philosophie du bonheur, chap. IX.10.Nome che questa razza di gente suol dare al carnefice.11.In codesto luogo avvenivano in quei tempi le esecuzioni capitali dei malfattori.12.Parole testuali di Carlo Alberto, quali ce le ha conservate Massimo d'Azeglio ne' suoiRicordi. Superfluo il dire che in questo dialogo io mi sono strettamente attenuto a quanto ce ne lasciò scritto l'Azeglio medesimo.13.Nei suoiRicordiMassimo d'Azeglio ci lascia la confidenza che in codesto colloquio non erasi tuttavia dileguato dal suo animo ogni sospetto verso la creduta duplicità di Carlo Alberto; ma siccome la compiuta fiducia venne poscia in lui, e d'altronde Massimo dopo quell'abboccamento operò sempre come se questa fiducia l'avesse, credo potere coi privilegi accordati allo scrittore di romanzi antivenire d'alquanto questo fatto, e mostrare fin da quel momento l'Azeglio persuaso della sincerità del Re.
1.Badino i lettori che queste cose scriveva Maurilio parecchi anni prima del 1848.
1.Badino i lettori che queste cose scriveva Maurilio parecchi anni prima del 1848.
2.Vincenzo Gioberti nell'aureo suo libro delRinnovamentofa precisamente questo paragone quando dice che l'emancipazione della plebe e della donna è la missione precipua del presente secolo.
2.Vincenzo Gioberti nell'aureo suo libro delRinnovamentofa precisamente questo paragone quando dice che l'emancipazione della plebe e della donna è la missione precipua del presente secolo.
3.Espressione testuale dell'Azeglio.
3.Espressione testuale dell'Azeglio.
4.Massimo d'Azeglio:I miei ricordi, vol. II, pagine 457-58.
4.Massimo d'Azeglio:I miei ricordi, vol. II, pagine 457-58.
5.Oggi codeste maniere dei graziosi Commissarii di polizia d'un tempo sembreranno favole ed esagerazioni; ma io faccio appello alla memoria di chi ebbe il disavantaggio d'esser giovane prima del 1848, e ognuno di essi son persuaso dirà che io sto ancora al di qua del vero.
5.Oggi codeste maniere dei graziosi Commissarii di polizia d'un tempo sembreranno favole ed esagerazioni; ma io faccio appello alla memoria di chi ebbe il disavantaggio d'esser giovane prima del 1848, e ognuno di essi son persuaso dirà che io sto ancora al di qua del vero.
6.Vedi Capit. XIII della Parte II.
6.Vedi Capit. XIII della Parte II.
7.Vedi Capit. XX della Parte II.
7.Vedi Capit. XX della Parte II.
8.Voleva scriverebonne.
8.Voleva scriverebonne.
9.V. Janet,Philosophie du bonheur, chap. IX.
9.V. Janet,Philosophie du bonheur, chap. IX.
10.Nome che questa razza di gente suol dare al carnefice.
10.Nome che questa razza di gente suol dare al carnefice.
11.In codesto luogo avvenivano in quei tempi le esecuzioni capitali dei malfattori.
11.In codesto luogo avvenivano in quei tempi le esecuzioni capitali dei malfattori.
12.Parole testuali di Carlo Alberto, quali ce le ha conservate Massimo d'Azeglio ne' suoiRicordi. Superfluo il dire che in questo dialogo io mi sono strettamente attenuto a quanto ce ne lasciò scritto l'Azeglio medesimo.
12.Parole testuali di Carlo Alberto, quali ce le ha conservate Massimo d'Azeglio ne' suoiRicordi. Superfluo il dire che in questo dialogo io mi sono strettamente attenuto a quanto ce ne lasciò scritto l'Azeglio medesimo.
13.Nei suoiRicordiMassimo d'Azeglio ci lascia la confidenza che in codesto colloquio non erasi tuttavia dileguato dal suo animo ogni sospetto verso la creduta duplicità di Carlo Alberto; ma siccome la compiuta fiducia venne poscia in lui, e d'altronde Massimo dopo quell'abboccamento operò sempre come se questa fiducia l'avesse, credo potere coi privilegi accordati allo scrittore di romanzi antivenire d'alquanto questo fatto, e mostrare fin da quel momento l'Azeglio persuaso della sincerità del Re.
13.Nei suoiRicordiMassimo d'Azeglio ci lascia la confidenza che in codesto colloquio non erasi tuttavia dileguato dal suo animo ogni sospetto verso la creduta duplicità di Carlo Alberto; ma siccome la compiuta fiducia venne poscia in lui, e d'altronde Massimo dopo quell'abboccamento operò sempre come se questa fiducia l'avesse, credo potere coi privilegi accordati allo scrittore di romanzi antivenire d'alquanto questo fatto, e mostrare fin da quel momento l'Azeglio persuaso della sincerità del Re.
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (capofabbrica/capo-fabbrica, desio/desìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (capofabbrica/capo-fabbrica, desio/desìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.