CAPITOLO IX.Il marchese di Baldissero trovò il Re, che lo aveva mandato a chiamare, molto accigliato. I fatti della sera innanzi gli erano forte dispiaciuti, e innanzi al suo sguardo severo chinavano gli occhi mortificati tutti i ministri che gli facevan corona. Era come un solenne Consiglio ch'egli aveva radunato per consultare sul da farsi, ed al quale, oltre i ministri, aveva voluto prendessero parte i più fidi e devoti servitori della monarchia, fra cui il marchese.In presenza d'un nuovo e tanto pericolo che subitamente era sorto per l'edifizio politico e per l'organismo sociale, qual era l'insurrezione della plebe, il Re volava si cercassero, si scegliessero e senz'indugio si ponessero in pratica i mezzi più opportuni per cessare quel rischio non solamente nel presente, ma eziandio per l'avvenire. La fantasia di quegli uomini di Stato colà raccolti non era molto feconda nel trovar fuori di cotali mezzi che paressero di sicuro, od anzi soltanto di probabile effetto alla mente acuta del Re. I più non credevano si dovesse dare a quel fatto tanta importanza, quanta glie ne metteva il capo supremo dello Stato, nulla più che ad un accidente volgare, che ad un turbamento momentaneo, il quale si raggiusta col mettere a segno i tumultuanti e si passa; quasi tutti erano d'avviso che non c'era da far altro che reprimere e severamente reprimere per impedire colla esemplarità del grave castigo ogni simile tentativo ulteriore.Non infastidirò le mie gentili lettrici, facendole assistere alle gravi discussioni di quel poco fruttuoso Consiglio. Carlo Alberto ascoltò freddamente tutte le parole che furono dette, non manifestando in nessun modo la sua interna impressione sulla sua impassibile faccia pallida; acconsentì tacendo alle varie proposte che furono messe innanzi dai varii ministri: che quelli fra gli arrestati nella riotta della sera innanzi che fossero noti come oziosi, vagabondi e proni a delinquere fossero per misura economica, come allora si soleva dire, trasportati nell'isola di Sardegna a dirsela colla malaria e colle palle degli schioppi di quegl'isolani; che si dèsse una gran retata nei bassi fondi sociali delle bettole e dei postriboli per coglierne la maggior quantità possibile di altri fra quegl'indiziatiche sono esca al disordine, e si mandassero a tener compagnia a que' primi; che si procedesse severamente contro tutti coloro a cui poteva applicarsi condanna criminale pei fatti della sera precedente, e il Ministro di grazia e giustizia eccitasse il potere giudiziario a volerli colpire colmaximumdelle pene.— Signori, disse finalmente il Re, levando il suo capo che teneva reclinato sul petto, come troppo greve a portarsi. Non sarebbe per avventura più vasta la questione di quello che noi ci figuriamo? Nell'Inghilterra, nel Belgio e nella vicina Francia, le classi lavoratrici si agitano e dànno seriamente da pensare agli uomini di governo. Non sarebb'egli un accenno di quel moto che si fa strada nel nostro paese?I ministri e gli altri consiglieri si guardarono in faccia per sapere a chi toccasse rispondere. Il Ministro dell'interno fece un piccol gesto della mano per indicare ch'egli avrebbe risposto: e fatto un inchino col capo verso il Re, così prese a parlare:— Oserei credere, Sire, oserei anche affermare, Maestà, che nei felicissimi Stali retti dal suo scettro non sono punto penetrate quelle empie massime che sommuovono le plebi nei miseri paesi da V. M. nominati. Noi abbiamo fatto buona guardia, e l'iniquo fiotto, se così posso esprimermi, si è arrestato alla frontiera. In quelle parti là l'artigiano, il povero, il pezzente, legge, pretende a discutere, si crede di ragionare. Noi, grazie a Dio, siamo liberi ancora da siffatta malsania. Non abbiamo lasciato nè lasciamo stampare o penetrare libri e giornali perniciosi; e la nostra plebe, per fortuna, è troppo ignorante per leggere checchesiasi.Il Re mosse le labbra per parlare, e il ministro si tacque di botto, rimanendo a bocca larga a dare ascolto.— Oggi è così: disse Carlo Alberto, ma domani può essere tutto diverso. Non ostante la buona guardia di cui Ella si vanta, quelle idee di cui si discorre hanno pur penetrato nel nostro paese, ed io ne ho delle prove, e n'è una lo sciopero avvenuto e poi la rivolta degli operai. Noi non possiamo vivere tanto isolati dal resto del mondo che le passioni, le idee, anco le pazzie del genere umano non ci tocchino e non si partecipino eziandio da noi; le comunicazioni più rapide che si stabiliscono, aiuteranno ancora codesta diffusione, e massime quelle vie ferrate di cui abbiamo già adottato parecchi disegni pel nostro Stato e della principale delle quali già è così ben avviata l'esecuzione.Profittando d'una di quelle pause che il Re faceva frequentemente nel suo parlare lento ed impedito, il ministro degli esteri esclamò con qualche vivacità:— Ed è per ciò ch'io ebbi il coraggio di oppormi quanto potei alla costruzione di queste diaboliche strade.Carlo Alberto volse verso quel ministro il suo sguardo semispento e fece il suo enimmatico sorriso.— L'esecuzione della rete ferroviaria, diss'egli,se Dio mi dà grazia di poterla compire, la ritengo per una delle opere onde meglio sarà illustrato il mio regno. Ai popoli si deve non solamente la sicurezza ma la prosperità materiale eziandio; e quando un nuovo mezzo di accrescere siffatta prosperità si presenta nel mondo ed è dalle altre nazioni adottato, grave fallo sarebbe il lasciarne mancare il proprio paese. Per più ragioni adunque è da credersi che anche le nostre classi inferiori già sono, o in breve saranno corse ed agitate dalle medesime idee e pretese da cui vediamo commosse le plebi degli altri paesi. La loro condizione è misera, senza dubbio, e degna del massimo riguardo: le passioni sovversive trovano nel disagio e nelle sofferenze di quelle turbe malaugurato alimento. Non sarebbe egli dunque il caso di avvisare, se le condizioni di questa povera gente, anche mercè la legislazione, potessero venir mutate in meglio, se ai diritti di proprietà si potesse fare qualche modificazione per cui più retribuito, meglio assicurato potesse riuscire il lavoro manuale?Tacque, e i ministri si guardarono esterrefatti, come se per la bocca del loro sovrano avessero udito parlare lo spirito di Fourier.Il ministro di grazia e giustizia s'inchinò e disse in tono magistrale:— Non si può toccar più l'arca santa delle leggi senza danno evidente, quasi direi senza una vera profanazione; V. M. ha compito il più gran monumento legislativo che un sovrano abbia fatto mai. Il codice civile da V. M. sancito posa su principii de' più liberali, e pone la proprietà su solide basi, cui sarebbe il maggior pericolo del mondo il voler mutare.— Il popolaccio sta abbastanza bene; disse il conte Barranchi, capo supremo della Polizia; sta bene anche troppo. Per me credo che più è misera ed ignorante una popolazione, e meglio la si governa.Carlo Alberto si rivolse al Riformatore degli studi, che era una specie di ministro della pubblica istruzione:— L'ignoranza dei popoli fu pel passato una guarentigia; non potrebbe divenire d'or innanzi un pericolo? Poichè vi ha questa tendenza universale all'istruirsi, non potrebbero la Chiesa e lo Stato di accordo prendere l'iniziativa dell'istruzione popolare ed istillare così nelle masse dei buoni principii, invece di lasciarle esposte alle seduzioni dei novatori?L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era finito.Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a Baldissero gli disse:— Marchese si fermi.Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume, s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e scialba come quella d'un cadavere.— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un sepolcro.— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero, trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero, il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la faccia melanconica e severa.— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine espresso liberato senza ritardo.Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del marchese elo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine scritte dal trovatello.Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano, innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche, morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze, che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo facevano restio e come peritoso al parlare.Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo annuvolato.— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe fare da Torquemada nel secoloXIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza? Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.Si voltò allora verso il marchese.— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto, gli ha parlato?— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.— Ah! gli è suo segretario?Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la parola, come sono?— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare. Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la vivacità dell'idea.Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio, marchese?— Comandi, Maestà.— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo sapere a chi dovrà parlare.Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui avrà l'alto onore di trovarsi.— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una luce che giovino a trarlo in inganno....S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia degno d'ogni fiducia...Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa sera alle nove.Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:— Alle nove senza fallo.Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il capo:— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo, una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio, s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato, per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la benevolenza!) dove non può egli giungere?Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni di rispetto:— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce del dovere.— Solo? domandò egli.— Signor no: vi è pure il segretario.Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta: si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi. Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate; quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili; quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»Don Venanzio cominciò egli a parlare.— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un altro massimo favore.— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo, freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poicon cui era fatta la domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non così se si tratta d'altri.»— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio figliolo d'adozione.Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad ascoltare.Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che pochi giorni prima li aveva posti a contatto collaGattona, della certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra' Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don Venanzio, era tornato dallaGattonaad interrogarnela, e non aveva potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì, pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore che non so chi non ne sarebbe stato vinto.Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome, quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni. Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese. Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don Venanzio.— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora stesso parlare con Don Venanzio.Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile donzella.Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con passione.Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo contrassegno? Ella forse sa?...— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia sorella.Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque cantare ilnunc dimictis?— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare la mia mente.Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi, colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto, il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere, della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da ogni condizione, non fallì mai.Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna, coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta, che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore di Maurilio.Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi, drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a soggiungere:— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E. aveva bisogno di lui.— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.Il cameriere notò l'uso del verbocompiacersi, acquistò una maggiore stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri arnesi.Don Venanzio ed il marchese attendevano con una certa emozione d'ansietà. Dieci minuti passarono e nessuno venne; il marchese, impaziente, lasciò trascorrere ancora altri cinque minuti e poi diede con forza un'altra tirata al cordone del campanello.Si vide poco dopo fra la portiera dell'uscio la faccia del solito cameriere; ma questa faccia aveva un'espressione di contrarietà mortificata, di disappunto, d'imbarazzo che dinotava essere avvenuta qualche novità che lo turbava.— E così? domandò asciuttamente il marchese.— Il segretario non c'è: rispose il cameriere con quell'impaccio nella parola che aveva nell'espressione del volto.— Perchè non venire ad avvisarmene subito?— Volli far cercare più accuratamente di lui e sapere che cosa ne fosse.....— Avete fatto male: interruppe con severo accento il padrone; ciò ch'egli faccia o non faccia non ha da chiamare in nessun modo la vostra attenzione.Il cameriere mandò giù il rimprovero con un inchino.— Appena torni il signor Maurilio, lo si mandi da me.Il servo non si mosse e fece un atto come chi ha qualche cosa da dire e non osa.— Che avete da soggiungere? domandò il marchese, il quale di ciò si accorse.— Vorrei dire a S. E. che dubito molto che il signor segretario torni a palazzo.Baldissero e Don Venanzio si riscossero e si guardarono in viso meravigliati.— Perchè dite voi questo? domandò il primo.— Perchè il signor Maurilio è partito svestendo gli abiti che qui gli erano stati dati e riprendendo i suoi logori che aveva deposti, ed il custode, al quale diede una lettera, mi disse che egli aveva un'aria talmente stralunata che da lui ad un pazzo ci correva poco.Nuova e dolorosa meraviglia nel marchese e nel sacerdote.— Ma gli è forse successo qualche cosa? domandò Baldissero: nessuno saprebbe dire alcuna cosa che ci guidasse a scoprire la ragione di questo fatto?Il cameriere si strinse nelle spalle come uno che non sa niente.— Voi avete detto che ha lasciato una lettera al custode: disse Don Venanzio.— Sì signore.— E questa lettera?— L'ho qui. Il signor Maurilio aveva pur detto al custode di non consegnarla che fra un'ora; ma io ho creduto bene di farmela tuttavia rimetter subito. È appunto diretta a Lei.— A me! esclamò Don Venanzio, date, date qui.La prese con mano premurosa dal domestico che gliela porse, e ne guardò con sollecitudine la soprascritta; era di mano di Maurilio, ma nel tracciare i caratteri dell'indirizzo quella mano era così fattamente agitata che tutta sconvolta era riuscita la scrittura.— Andate, disse il marchese al servitore che si affrettò ad ubbidire. Legga, Don Venanzio, soggiunse quando furono soli, e se quello che si contiene colà dentro crede potermelo comunicare, mi leverà dall'ansiosa curiosità onde son preso.Don Venanzio ruppe il suggello, spiegò il foglio con mano che tremava un pochino, inforcò gli occhiali, e lesse.«Parto. Dove me ne vada non so. Forse al villaggio dove imparai primamente a soffrire. Potessi chiudere questa vita nel luogo in cui la sentii cominciare a pesare su me colla gravezza del dolore!... La mia sorte, la mia famiglia, il mistero della mia nascita, che m'importa più? Cessi da indagini che a nulla mi possono giovare. Quando anche fossi figlio d'un re, che me ne verrebbe oramai?... Mi sento circondato dappertutto da una tenebra fitta. Vorrei che fossero le ombre della morte. Le mando un saluto dal cuore... Forse l'ultimo... In questa casa non posso rimaner più, non debbo... Ho la testa che minaccia di rompersi... il cuore mi sembra che voglia saltarmi fuori dal petto..... Non mi stupirei che l'uno e l'altra scoppiassero... Addio.»— O mio Dio! esclamò il buon sacerdote quando ebbe letto, tutto sgomento: ma che cosa può essere avvenuto? A quel poverino ha dato di sicuro volta il cervello.Ricordò che pochi anni prima una forte scossa morale aveva già ridotto Maurilio al punto che la sua smarrita ragione lo aveva spinto al suicidio da cui lo aveva salvo Giovanni Selva; ricordò la grave pericolosa infermità che di poi lo aveva travagliato, temette anche questa volta una simile vicenda e pari effetti: senz'altra spiegazione, come uomo che non ha tempo nessuno d'indugiarsi, prese sollecitamente il suo cappello a tre punte che aveva posto sopra una seggiola dritto contro la spalliera, e si mosse per uscire.— Ma che fu dunque? domandò il marchese con inquieta premura. Non posso io saper nulla?Don Venanzio s'arrestò sui due piedi e porse al marchese la dissennata lettera di Maurilio.— Legga, legga pure.Baldissero la prese e lesse avidamente.— Or dunque, che conta Ella di fare?— Vado a cercare di quel disgraziato...— Dove?— A casa dei suoi amici, dove abitò finora: ma chi sa se ce lo troverò.... Ah!Una buona idea eragli venuta. Maurilio aveva scritto che forse si sarebbe recato al villaggio, correndo giù per la strada che vi conduceva, chi sa che non si sarebbe potuto raggiungere. Ne disse al marchese, il quale trovò molto giusta l'idea, e per attuarla meglio pose a disposizione del buon vecchio prete una sua carrozza. Dieci minuti dopo Don Venanzio partiva al trotto serrato di due buoni cavalli per correr dietro al fuggitivo.Ma che cosa aveva dunque tratto il povero Maurilio a sì subita e pazza risoluzione?Che la nobile fanciulla da lui amata gli avrebbe parlato di Francesco Benda, egli n'era sicuro. Non esisteva altro punto d'attinenza fra lei e lui, e abbastanza ne lo preveniva l'istinto del proprio cuore. Il suo amore senza speranza pur si ribellava furibondo al pensiero dell'amore di quella donna per un altro. Senza speranza! Sì, tale era stato l'affetto suo fin allora, tale ed anche più doveva essere al presente, avendo egli acquistato certezza che Francesco Benda aveva ottenuto quel sommo bene a cui egli non aveva osato pur mai aspirare. Eppure, vedete stranezza della sua natura, in lui non era così. Ciò che gli accadeva da due giorni era tanto straordinario che pareva avergli ispirato una insensata fiducia anche nell'impossibile. In que' sogni matti e sragionevoli che il bollore della gioventù presenta alla fantasia di ciascheduno, creando unavvenire meravigliosamente eccezionale che non si potrà effettuare giammai, ancor egli aveva avute a questo proposito le sue pazze chimere, di cui poscia amaramente sorrideva e si riprendeva egli stesso. Aveva sognato poter diventare illustre, grande, celebre, potente colla forza sola del suo ingegno e del suo valore, e raccolta una somma ingente di gloria venire a metterla a' piedi dell'adorata fanciulla, che non avrebbe più potuto stimarlo da meno e respingerlo con disprezzo. Ma ora ad avvicinarlo a lei, più sollecitamente e più naturalmente e con maggiore ancora la desiderata efficacia, sembrava volere adoperarsi la sorte. Tutto quello che gli era capitato, induceva in lui la certezza di appartenere egli ad una nobile e potente famiglia. Avrebbe dunque avuto un nome, un grado, un titolo pari a quelli di lei: essa avrebbe potuto e dovuto trattarlo come eguale, ed egli starle dinanzi senza umiltà e vergogna di soggezione e d'inferiorità. Nel suo animo di plebeo che aveva sino allora lottato colla miseria e s'era trovato oppresso dall'abbiezione del suo stato, entrò ad un tratto un sentimento d'orgoglio aristocratico, di cui si vergognò poco stante, ma che pure, anche passando solamente, lasciò in lui una certa traccia, un effetto inavvertito. Si disse che Virginia di sì nobile casato, di sì aristocratico sangue, non avrebbe potuto sposare un borghese come Francesco Benda. Quel pregiudizio delle vane distinzioni di classi sociali per nascita, che allora era così potente nella nostra società, quel pregiudizio ch'egli aveva trovato stolto e condannato sempre per lo addietro, parve a tal punto una verità al suo spirito momentaneamente traviato. Una fanciulla come Virginia poteva ella amare un uomo a cui non avrebbe dato la mano? Contraddisse, contestò l'evidenza delle prove che il suo dolore aveva scorte dell'amore di lei per Francesco: le interpretò con un quasi volontario errore nella più falsa guisa del mondo: ed anche quando, riavutosi da quella febbre, potè più giustamente apprezzare le cose, pure a sua insaputa, alcun che glie ne rimase al fondo dell'animo di quelle pazze speranze.Pur tuttavia quando Maurilio, fatto chiamare da Virginia, entrò nel salottino in cui essa lo attendeva, vi fu con una timidità palpitante che pareva quasi una ripugnanza. Era un salottino tappezzato di seta cilestrina, e in mezzo, come un angelo nell'azzurro del cielo, cinta la fronte d'un'aureola, spiccava la bella figura della ragazza, ornato il capo del ricco volume dei suoi fulvi capelli. La splendeva come una visione di paradiso. Maurilio la guardò ratto ed atterrò gli occhi con paurosa confusione e si sentì tremare nelle più intime fibre. Stette egli immobile presso la porta e non seppe trovare una parola.Essa gli si accostò con qualche sollecitudine, colla sicurezza di persona che non ha la menoma esitanza nè vergogna intorno a ciò che sta per dire o per fare. Era pallida più dell'usato, gli occhi splendevano d'una fiamma speciale, v'era un'inquietudine contenuta, una supplicazione involontaria nella mossa.— Signore; diss'ella con espressione di non dissimulato, vivissimo interesse. Che notizie ha Ella del suo amico l'avvocato Benda?Era la domanda che appunto s'aspettava Maurilio: eppure ad udirla egli diede in un trasalto come se ad un tratto avesse sentito una punta figgerglisi in cuore; sollevò ratto le palpebre, e le sue pupille color del mare incontrarono lo sguardo delle pupille color del mare di lei. Fu come un urto di due elettricità; e se ne sprigionò una potente scintilla che variamente li scosse ambidue. Virginia travide un segreto nella profondità di quell'anima che le aveva balenato dinanzi; le parve di botto che quella persona non era nuova per essa, nè indifferente al suo destino; dove l'avesse già vista e quando, quella fronte tormentata, non sapeva, ma sentì che una qualche indefinibile attinenza correva fra quello sconosciuto e lei. La sua fierezza avrebbe voluto sdegnarsi dell'audacia di quello sguardo che sembrava volerle entrare nell'anima, della temerità di quell'essere a lei di tanto inferiore, che pareva aversi ad intromettere nella sua vita; ma negli occhi di quell'uomo eravi pure tanto dolore che non potè a meno di sentirne compassione la sua generosa anima di donna. Non fu una simpatia, fu una pietà. Il suo sguardo mostrò ad un punto il risentimento ed il perdono; aveva appena lampeggiato lo sdegno che già risplendeva caramente in quella leggiadra pupilla una mitezza divina.Quello che passava nell'interno del giovane chi lo potrebbe esprimere? Il suo sguardo acceso avvolgeva, abbracciava con audace potenza la bellezza fisica di quella nobil fanciulla, e si sforzava di penetrarle nell'anima, ad abbracciarla del pari; nello stesso tempo supplicava con ardenza e commozione infinita. Egli sentiva, in presenza di quella adorata beltà, adergersi la passione, invaderlo, farsi più potente della sua timidità, d'ogni riserbo, d'ogni riguardo, d'ogni suggerimento della ragione, d'ogni dettame di convenienza, padroneggiarlo, torgli le redini della volontà, stimolargli il cervello come una trionfante pazzia. Le più spropositate idee gli tenzonavano nella testa, le più audaci parole gli gorgogliavano nella gola; un lieve impulso ancora ed avrebbe traboccato ed avrebbe prorotto il torrente della sua passione.Fece uno sforzo supremo per frenarsi. Conveniva parlare. Virginia aveva sviato da lui lo sguardo e rimaneva immobile attendendo risposta alla sua domanda. Il povero Maurilio riuscì a pronunziare con voce sorda e affaticata, le seguenti parole:— Di Benda non ho notizia alcuna.Virginia, da quel nome richiamata per intero all'argomentoche le premeva più di tutto al mondo, lo guardò con un'espressione di mite rimprovero.— Come! esclamò essa, mentre sì gravi avvenimenti successero e tanto pericolo minacciò l'esistenza del suo amico e della famiglia di lui, Ella non ebbe premura di saperne questa mattina le novelle?La innamorata fanciulla che aveva vegliato in pena tutta la notte, che aveva con ispavento appreso della rivolta degli operai e de' gravi fatti che l'avevano accompagnata, che null'altro pensiero più aveva in mente fuor quello dell'amor suo, considerava quasi per impossibile che in altri avesse ad essere tanta indifferenza a tal riguardo. Maurilio, alle ultime parole di lei, ebbe sulle labbra un sorriso amarissimo, onde la fanciulla provò sdegno insieme, e pena e sgomento. Quel sorriso diceva che il giovane aveva avuto ben altro a cui pensare, che del ferito e delle sue sorti poco si curava ed anche peggio, che la ragazza sperando in lui un aiuto erasi ingannata, che piuttosto avrebbe trovato in esso un alleato ai nemici del suo amore. Ella si pentì subitamente della fiducia che aveva creduto poter riporre in quell'essere; si rimutò nelle sembianze compiutamente, s'allontanò da lui di qualche passo, e riprendendo tutta la naturale fierezza del suo contegno, disse con accento severo:— Mi sono dunque ingannata a crederla un amico del signor Benda?Per Maurilio quel mutamento fu come se gli si spegnesse subitamente agli occhi la luce del sole. Tese le mani supplichevole ed esclamò:— No, no; la non s'è ingannata. Sono un amico, un amico a tutta prova..... Mi comandi e farò quanto so, quanto posso.....S'interruppe perchè l'emozione gli faceva gruppo alla gola e non lasciava più varco alle parole. Virginia stette un momento in silenzio, come riflettendo, e pareva che il suo spirito fosse corso lontano da quel luogo, ed ella non badasse più a chi gli stava dinanzi. Dopo un poco scosse la sua leggiadra testa, s'avvicinò ad un mobile e prese in mano una lettera che vi stava sopra: si rivolse di nuovo a Maurilio e parlò con una semplicità affatto naturale.— Io m'interesso di molto a quella famiglia. La signorina Maria figliuola del signor Giacomo, fu mia compagna di collegio ed abbiamo rinnovato pochi giorni fa un'intrinsichezza da amiche.....Si tacque ad un tratto; si domandò perchè la diceva tutto ciò a codestui: che aveva ella bisogno di scusare o di spiegare soltanto la sua condotta? Arrossì alquanto: e dopo un istante riprese con accento più altero che non fosse prima:— Ho da mandare questa lettera di condoglianza e di conforto alla mia amica..... Avevo pensato, poichè credevo ch'Ella si recasse colà, pregar Lei di recargliela a nome mio.Maurilio delle parole di Virginia aveva capito poco o nulla; il suo capo confuso sempre peggio gli tenzonava con maggiore intensità, per poco non aveva smarrita la giusta percezione delle cose e la coscienza di sè; viveva come in un sogno, anzi meglio come in un parosismo di febbre, quando ogni cosa piglia forme e proporzioni diverse e strane, ed ogni impressione non più governata dalla ragione, si risolve in fantasima di delirio. Vide una bianca carta nella bianca ed esile mano della fanciulla; capì che quella carta era pôrta a lui, che egli la doveva prendere; per che farne non sapeva, non aveva inteso, non voleva pure intendere. Una ondata di quelle matte speranze che ho detto gli venne al cervello malato. Pensò ad esclamare in risposta ai detti di lei che non aveva compresi:— Virginia, io ho nelle vene un sangue nobile al pari del tuo..... Io, io sono degno di te.Si trattenne; di tanto vegliava ancora nel fondo del suo cervello la ragione da fargli comprendere la sua follia: si disse che non avrebbe parlato più, perchè aprendo la bocca non era sicuro di frenare la sua lingua. Tutta la sua timidità sentiva svanire sotto l'influsso d'una specie d'alito infuocato che gli correva dal petto alla testa; ma mentre il cervello sobbolliva e il cuore palpitava tremendamente, le membra gli erano impacciate, irrigidite, come avvinte.Per prendere quella lettera dalle mani di Virginia, che s'era allontanata, bisognava varcare lo spazio di poco più d'un metro; erano due passi, e Maurilio non si sentiva il coraggio e la forza di farli; parevagli fosse quello un abisso da sorpassare. Esitò, fece uno sforzo e riuscì ad accostarsi alla fanciulla con piede pesante.La bellezza della donna ha certi momenti di fascino che, irresistibile, impossibile ad esprimersi, n'è l'effetto sull'animo dell'uomo. Certe mosse della donna che amate, senza che ne sappiate il perchè, vi fanno bollire il sangue; uno sguardo vi caccia il fuoco in tutto l'essere; un sorriso vi apre il cielo. L'uomo innamorato darebbe la vita, darebbe tutto al mondo, darebbe l'onore, per potere in que' momenti stringere fra le sue braccia quella creatura che tanto tumulto eccita in lui, e soffocarla di baci. I sensi e lo spirito sono in quel punto eccitati ad un trasporto supremo, ineffabile, divino; tutte le forze dell'essere, tutte le potenze della mente, tutte le aspirazioni dell'animo si concentrano in un solo desiderio, che è una sete, che è una rabbia, che è un delirio. La passione rende l'uomo capace di qualunque eccesso: la donna che sa il suo potere può in quel punto ottenere dall'uomo tanto un'opera sublime d'eroismo, quanto il più infernale dei delitti.Quando Maurilio si trovò ad un passo di distanza dalla bellezza divina di quella fanciulla, subì uno di quegli influssi, si sentì trasportare da uno di quei parossismi. Com'era bella davvero quella spigliata,gentile persona di vergine con tanta grazia nobilmente atteggiata! Com'erano soavi allo sguardo le pure ed artistiche linee di quella mossa avvenente che si disegnavano nette sul fondo cilestrino della parete! Com'era leggiadro quel viso dilicato sul cui pallore un'emozione del momento aveva chiamato un lieve rossore alle guancie! La bocca semiaperta pareva respirare con lieve affanno prodotto dalla intensità d'un affetto; il seno, così voluttuoso nella sua casta bellezza, si alzava ed abbassava soavemente come l'onda quieta d'un mare benigno; fra le labbra di sì gentile color rosato spiccava con un effetto cui niuna parola può riprodurre la candidezza dei denti e pareva uno splendor di sorriso.Maurilio le stette innanzi tremante, commosso, agitato, fremente fin nell'intime fibre dell'esser suo. La sua casta gioventù, le contenute forze de' suoi sensi gli desiarono con impeto irrefrenabile una tempesta tremenda nel petto. Tante volte ne' suoi sogni egli aveva quella fanciulla vagheggiata appunto tal quale! Ed ora se la trovava realmente dinanzi come l'aveva desiderata, come invocata con tanto trasporto. Era un sogno anche questo? od era stata una realtà anche quelle altre volte? Il tumulto e la confusione de' suoi pensieri s'accrescevano; audacie mai più immaginate gli sommovevano l'animo, desiderii che non sapeva pur formolare gli salivano su dal cuore in subbuglio e lo soffocavano alla gola. Perchè non le avrebbe detto ora quelle parole che tante volte aveva detto all'immagine di lei? Perchè non avvintala alle ginocchia colle sue braccia e trascinatosi a' suoi piedi come aveva sognato di fare? La fronte del giovane era circondata d'una fiamma, gli occhi di lui mandavano lampi; la sua faccia s'era trasfigurata; vi era da ammirarlo e da averne paura.Virginia aveva sempre la lettera in mano, la porse quasi con atto meccanico, e il giovane volle afferrare quella destra. Le loro mani s'incontrarono: l'urto de' fluidi fu maggiore di quello fosse stato per mezzo degli sguardi; sussultarono ambedue, ritrassero le destre come se le avessero abbruciate; Virginia gettò uno sguardo ratto sulla testa di lui e fu meravigliata ed atterrita di quel fuoco che vi raggirava cupo e profondo negli occhi. La lettera cadde a terra in mezzo a loro, e Maurilio si gettò a raccoglierla: rimase così in ginocchio innanzi a lei, e i suoi panni toccavano lo svolazzo degli abiti ond'era la bella persona vestita. Passò un minuto secondo in cui s'affollarono nella mente di lui tutt'a un tratto i pensieri d'amore, i sogni, i delirii di tanti anni, di tante notti, di tante ore febbrili. Non potè parlare, ma non era più la timidezza che facesse ostacolo alle parole, era la piena soverchia dell'affetto, la troppa abbondanza delle cose. Si curvò a terra come un credente innanzi al suo idolo, abbandona il suo capo sui piedi della fanciulla e ruppe in singhiozzi, in esclamazioni che parevano di dolore, in parole soffocate che non avevano senso.— Che è ciò? domandò Virginia ritraendosi atterrita. Che fa Ella? che vuole?..... Si alzi.Maurilio udiva quella voce soave, ma non capiva le parole; la sua ragione gli sfuggiva sempre più; aveva un tal tumulto nel cervello, che pareva la pazzia vi combattesse un'aspra battaglia cui fosse per vincere. Sollevò la faccia tutta bagnata di pianto e guardò la bellezza di lei con occhio smarrito, splendente d'una luce febbrile. Dove fosse non sapeva più. I più strani propositi s'affacciavano alla sua mente, ed egli non li trovava assurdi e indegni di lui medesimo; ma se non li attuava era solo perchè glie ne mancavano le forze. Levarsi e prendere fra le sue braccia quella forma adorata di donna e stringerla da soffocarla; aprire quella finestra da cui veniva la luce grigiastra del giorno nebbioso, e con lei sul suo cuore precipitarsi e morire insieme; portarsela come un bambino sul seno e fuggire da quel palazzo, fuggire dalla città, fuggire, fuggire fin dove occhio d'altr'uomo non la potesse veder più; dirle: «io t'amo, dammi un bacio» ed uccidersi ai suoi piedi.Virginia fu spaventata per davvero; pensò suonare per chiamar gente, ma era lontana dal cordone del campanello; le mani convulse del giovane l'avevano afferrata ai panni; ella se ne sciolse, e ratta, come una visione che si dilegua, fuggì della stanza. Maurilio, quando fu solo, riebbe un po' di calma e gli tornò un po' di ragione. Stette immoto alcun tempo, inginocchiata come si trovava, facendo girare lentamente intorno a sè il suo torbido sguardo; fissò per un poco il punto del tappeto su cui posavano poc'anzi i piedi di lei e parve che ve ne scorgesse le traccie. Si gettò bocconi a quel luogo e con bocca quasi rabbiosa baciò, ribaciò, tentò di mordere quella stoffa che a lui pareva ritenesse l'impronta delle piante dell'adorata fanciulla. Ad un tratto sollevò il torso e si cacciò le mani entro i capelli con mossa furibonda di disperazione.— Che ho fatto? esclamò. Che osai? Che le dissi? Che avrà ella giudicato di me? Come venirle ancora innanzi agli occhi? La mi farà scacciare dal suo cospetto pei suoi lacchè..... O mio Dio! O mio Dio!Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che cosa era ancora per luiil problema del suo destino che stava per essere sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito, guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato. Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state, che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro uno scoppio tremendo della bufera.Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse. Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione, ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad essere bandita del tutto, riagì un momento.— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò al cocchiere:— Fermate, fermate.Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce amorevolissima lo chiamò per nome.Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia le mostre della maggior disperazione.— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in mezzo la strada.— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il principale era in quel momentoscuoterlo dal torpore di quella specie di letargo e condurselo seco.Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con forza:— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e mormorò con accento di rassegnata desolazione:— È troppo tardi.Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di riscuoternelo.— Ecchè? diss'egli dopo un poco, tu sei fatto di un subito così indifferente a quello che fu sinora l'oggetto maggiore de' tuoi pensieri? Tu non mi chiedi nemmeno chi sia questa famiglia che ti dico avere scoperto essere la tua e trovarsi pronta ad accoglierti?Maurilio crollò il capo con quella sua mossa abbandonata, e non rispose.— Che avvenne egli adunque da rimutarti così compiutamente e ad un tratto? Perchè mi scrivesti non poter più, non dover più rimanere nella casa del marchese di Baldissero? — Fece una pausa: e poi soggiunse lentamente: — In quella casa dove anzi dovresti rimaner sempre?Il giovane non fece attenzione a queste parole; non le capì e non si mosse.— Che mistero è quella tua lettera inaspettata? Che mistero è questo tuo contegno? Spiegamelo, te ne prego.Maurilio tornò a crollar la testa, come per indicare che non voleva rispondere; e si tacque.La carrozza era già arrivata alle prime case della città. Don Venanzio avvisò che bisognava affrettarsi a rendere consapevole della verità il giovane, perchè a momenti si sarebbe giunti a palazzo.— Or dunque, riprese, che vuoi tu ch'io dica, che posso io dire al marchese, il quale ti attende per accoglierti come suo sangue?Questa volta l'effetto fu maggiore di quello che il buon prete si aspettasse, Maurilio sussultò come se ad un tratto una potente macchina elettrica lo avesse colpito collo scoppio della sua scintilla.— Suo sangue! esclamò egli curvandosi verso il prete con occhi che sprizzavan fiamme e parlando con labbra convulse e con tremula voce. Sangue del marchese, io!... Forse suo figlio?Don Venanzio pose amorevolmente la sua destra tepida e morbida sulle mani ruvide e ghiacciate del giovane.— Suo figlio no, disse egli lentamente, ma figliuolo di sua sorella.Maurilio guardò il sacerdote con espressione di spavento.— Sua sorella?... Che sorella?— Quella che fu poi la contessa di Castelletto, e in prime nozze fu moglie di Maurilio Valpetrosa, da Milano, tuo padre.— Valpetrosa!... Mio padre! ripetè il giovane proprio coll'accento d'un uomo di cui la ragione vacilla. Si cacciò le mani in capo e stette un istante raccolto in se stesso come per isforzarsi a dominare le sue idee.— Contessa di Castelletto: riprese egli poi dopo un poco, e la sua voce era sorda, il respiro affannato, stentata la parola: la madre di.... di Virginia?Pronunziò questo nome con voce ancora più bassa e ratto come se gli abbrucciasse le labbra.— Sì: rispose semplicemente Don Venanzio, che non poteva pure immaginare le cagioni di tanto turbamento nel suo giovane amico.— Ed io, domandò Maurilio con maggiore ancora l'emozione, io sono dunque suo fratello?— Sicuro!Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era staccato in sussulto un momento prima.Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il portone. Si era giunti.
Il marchese di Baldissero trovò il Re, che lo aveva mandato a chiamare, molto accigliato. I fatti della sera innanzi gli erano forte dispiaciuti, e innanzi al suo sguardo severo chinavano gli occhi mortificati tutti i ministri che gli facevan corona. Era come un solenne Consiglio ch'egli aveva radunato per consultare sul da farsi, ed al quale, oltre i ministri, aveva voluto prendessero parte i più fidi e devoti servitori della monarchia, fra cui il marchese.
In presenza d'un nuovo e tanto pericolo che subitamente era sorto per l'edifizio politico e per l'organismo sociale, qual era l'insurrezione della plebe, il Re volava si cercassero, si scegliessero e senz'indugio si ponessero in pratica i mezzi più opportuni per cessare quel rischio non solamente nel presente, ma eziandio per l'avvenire. La fantasia di quegli uomini di Stato colà raccolti non era molto feconda nel trovar fuori di cotali mezzi che paressero di sicuro, od anzi soltanto di probabile effetto alla mente acuta del Re. I più non credevano si dovesse dare a quel fatto tanta importanza, quanta glie ne metteva il capo supremo dello Stato, nulla più che ad un accidente volgare, che ad un turbamento momentaneo, il quale si raggiusta col mettere a segno i tumultuanti e si passa; quasi tutti erano d'avviso che non c'era da far altro che reprimere e severamente reprimere per impedire colla esemplarità del grave castigo ogni simile tentativo ulteriore.
Non infastidirò le mie gentili lettrici, facendole assistere alle gravi discussioni di quel poco fruttuoso Consiglio. Carlo Alberto ascoltò freddamente tutte le parole che furono dette, non manifestando in nessun modo la sua interna impressione sulla sua impassibile faccia pallida; acconsentì tacendo alle varie proposte che furono messe innanzi dai varii ministri: che quelli fra gli arrestati nella riotta della sera innanzi che fossero noti come oziosi, vagabondi e proni a delinquere fossero per misura economica, come allora si soleva dire, trasportati nell'isola di Sardegna a dirsela colla malaria e colle palle degli schioppi di quegl'isolani; che si dèsse una gran retata nei bassi fondi sociali delle bettole e dei postriboli per coglierne la maggior quantità possibile di altri fra quegl'indiziatiche sono esca al disordine, e si mandassero a tener compagnia a que' primi; che si procedesse severamente contro tutti coloro a cui poteva applicarsi condanna criminale pei fatti della sera precedente, e il Ministro di grazia e giustizia eccitasse il potere giudiziario a volerli colpire colmaximumdelle pene.
— Signori, disse finalmente il Re, levando il suo capo che teneva reclinato sul petto, come troppo greve a portarsi. Non sarebbe per avventura più vasta la questione di quello che noi ci figuriamo? Nell'Inghilterra, nel Belgio e nella vicina Francia, le classi lavoratrici si agitano e dànno seriamente da pensare agli uomini di governo. Non sarebb'egli un accenno di quel moto che si fa strada nel nostro paese?
I ministri e gli altri consiglieri si guardarono in faccia per sapere a chi toccasse rispondere. Il Ministro dell'interno fece un piccol gesto della mano per indicare ch'egli avrebbe risposto: e fatto un inchino col capo verso il Re, così prese a parlare:
— Oserei credere, Sire, oserei anche affermare, Maestà, che nei felicissimi Stali retti dal suo scettro non sono punto penetrate quelle empie massime che sommuovono le plebi nei miseri paesi da V. M. nominati. Noi abbiamo fatto buona guardia, e l'iniquo fiotto, se così posso esprimermi, si è arrestato alla frontiera. In quelle parti là l'artigiano, il povero, il pezzente, legge, pretende a discutere, si crede di ragionare. Noi, grazie a Dio, siamo liberi ancora da siffatta malsania. Non abbiamo lasciato nè lasciamo stampare o penetrare libri e giornali perniciosi; e la nostra plebe, per fortuna, è troppo ignorante per leggere checchesiasi.
Il Re mosse le labbra per parlare, e il ministro si tacque di botto, rimanendo a bocca larga a dare ascolto.
— Oggi è così: disse Carlo Alberto, ma domani può essere tutto diverso. Non ostante la buona guardia di cui Ella si vanta, quelle idee di cui si discorre hanno pur penetrato nel nostro paese, ed io ne ho delle prove, e n'è una lo sciopero avvenuto e poi la rivolta degli operai. Noi non possiamo vivere tanto isolati dal resto del mondo che le passioni, le idee, anco le pazzie del genere umano non ci tocchino e non si partecipino eziandio da noi; le comunicazioni più rapide che si stabiliscono, aiuteranno ancora codesta diffusione, e massime quelle vie ferrate di cui abbiamo già adottato parecchi disegni pel nostro Stato e della principale delle quali già è così ben avviata l'esecuzione.
Profittando d'una di quelle pause che il Re faceva frequentemente nel suo parlare lento ed impedito, il ministro degli esteri esclamò con qualche vivacità:
— Ed è per ciò ch'io ebbi il coraggio di oppormi quanto potei alla costruzione di queste diaboliche strade.
Carlo Alberto volse verso quel ministro il suo sguardo semispento e fece il suo enimmatico sorriso.
— L'esecuzione della rete ferroviaria, diss'egli,se Dio mi dà grazia di poterla compire, la ritengo per una delle opere onde meglio sarà illustrato il mio regno. Ai popoli si deve non solamente la sicurezza ma la prosperità materiale eziandio; e quando un nuovo mezzo di accrescere siffatta prosperità si presenta nel mondo ed è dalle altre nazioni adottato, grave fallo sarebbe il lasciarne mancare il proprio paese. Per più ragioni adunque è da credersi che anche le nostre classi inferiori già sono, o in breve saranno corse ed agitate dalle medesime idee e pretese da cui vediamo commosse le plebi degli altri paesi. La loro condizione è misera, senza dubbio, e degna del massimo riguardo: le passioni sovversive trovano nel disagio e nelle sofferenze di quelle turbe malaugurato alimento. Non sarebbe egli dunque il caso di avvisare, se le condizioni di questa povera gente, anche mercè la legislazione, potessero venir mutate in meglio, se ai diritti di proprietà si potesse fare qualche modificazione per cui più retribuito, meglio assicurato potesse riuscire il lavoro manuale?
Tacque, e i ministri si guardarono esterrefatti, come se per la bocca del loro sovrano avessero udito parlare lo spirito di Fourier.
Il ministro di grazia e giustizia s'inchinò e disse in tono magistrale:
— Non si può toccar più l'arca santa delle leggi senza danno evidente, quasi direi senza una vera profanazione; V. M. ha compito il più gran monumento legislativo che un sovrano abbia fatto mai. Il codice civile da V. M. sancito posa su principii de' più liberali, e pone la proprietà su solide basi, cui sarebbe il maggior pericolo del mondo il voler mutare.
— Il popolaccio sta abbastanza bene; disse il conte Barranchi, capo supremo della Polizia; sta bene anche troppo. Per me credo che più è misera ed ignorante una popolazione, e meglio la si governa.
Carlo Alberto si rivolse al Riformatore degli studi, che era una specie di ministro della pubblica istruzione:
— L'ignoranza dei popoli fu pel passato una guarentigia; non potrebbe divenire d'or innanzi un pericolo? Poichè vi ha questa tendenza universale all'istruirsi, non potrebbero la Chiesa e lo Stato di accordo prendere l'iniziativa dell'istruzione popolare ed istillare così nelle masse dei buoni principii, invece di lasciarle esposte alle seduzioni dei novatori?
L'Arcivescovo di Torino, che era presente eziandio, e pareva sonnecchiare tranquillamente, all'udir nominare la Chiesa arricciò il suo naso rubicondo ed aprì i suoi occhietti vivaci.
— Sire: diss'egli, senza lasciar tempo di rispondere al Riformatore degli studi; l'istruzione la si dia tutta, e popolare e non, in mano della Chiesa; ed anche lo Stato se ne troverà bene. Noi faremo di tutti dei buoni cristiani e dei sudditi fedeli.
Il Re fece un cenno grazioso col capo verso l'Arcivescovo, che poteva significare un assentire, un ringraziamento od un semplice atto di cortesia, e poi si levò in piedi. Tutti s'alzarono: il Consiglio era finito.
Tolsero commiato e se ne partirono tutti; ma Carlo Alberto parlando a Baldissero gli disse:
— Marchese si fermi.
Il marchese, che già s'inchinava presso la porta per partirsi, tornò indietro lentamente verso il Re, il quale, secondo suo costume, s'intromise nella strombatura della finestra che guardava nella piazza.
Baldissero stette aspettando: Carlo Alberto per un poco rimase in silenzio. Con una mossa che gli era abituale, sulla mano del braccio sinistro che teneva ripiegato al petto aveva appoggiato il gomito dell'altro braccio e sosteneva alla mano destra la sua fronte vasta e scialba come quella d'un cadavere.
— Nessuno di quegli uomini mi comprende; mormorava il Re, in modo che parevano sfuggirgli inavvertite siffatte parole. Nessuno ha la intelligenza delle grandi cose, niuno vede al di là dell'oggi, niuno saprebbe indovinare le mie idee ed incarnarle.
Le sue dita si contrassero sopra la fronte, liscia come la lapide d'un sepolcro.
— Ah! se potessi da me! soggiunse, ma così piano che non l'avrebbe pur udito chi avesse potuto mettere il suo orecchio sulle pallide di lui labbra. Se potessi io stesso dar forme concrete al mio pensiero, trovarne il modo d'eseguimento ed aver la forza di porlo in atto!...
Nella sua anima successe in quell'istante fugace, ratto ma vivo, uno di quegli scombuiamenti che la turbavano di frequente: una specie di lotta fra la volontà e l'insufficienza dei mezzi, fra l'ardore dello spirito e la debolezza dell'intelligenza, quando la idea si travede e non si può afferrare, quando s'indovina, s'intuisce confusamente, in nube, il vero, il bene, il bello, e la mente non ha forza di definirselo innanzi in maniera efficace e precisa, così bene che dopo un poco d'inutili sforzi la si accascia sfiduciata e stanca per cadere in balìa d'un'altra mente fors'anche meno elevata, ma più pratica e più operosa.
Il marchese stava osservando rispettosamente il Re, due passi da lui lontano. Carlo Alberto si riscosse e rivolse verso il suo fedele la faccia melanconica e severa.
— La ho pregata di fermarsi, marchese, gli disse, per parlarle di quel cotale, autore del manoscritto da Lei comunicatomi, e che, arrestato come cospiratore, fu, dietro le raccomandazioni di Lei, per mio ordine espresso liberato senza ritardo.
Baldissero fece una lieve mossa per accennare ch'egli era pronto a rispondere ad ogni richiesta. Il Re sviò lo sguardo dalla faccia del marchese elo fissò vago ed incerto nell'orizzonte traverso i cristalli della finestra: rimase in silenzio e parve aver subitamente volto il pensiero a tutt'altro. Nel suo intimo frattanto meditava, se facesse bene a parlare, se miglior consiglio non sarebbe stato il rinunziare affatto a tutte quelle idee non ancora ben determinate, a tutti quei disegni tuttavia in nube cui aveva desti in lui la lettura delle pagine scritte dal trovatello.
Egli tutte le aveva attentamente lette, molte aveva rilette più volte, e assai meditatovi sopra. Uno strano effetto sulla sua natura facilmente esaltabile, benchè sotto apparenze contegnose e fredde, sulla sua anima tra cavalleresca ed ascetica, inviluppata d'un altissimo orgoglio per la dignità del grado, aveva prodotto quella lettura che rispondeva a certe velleità di audaci pensamenti, a certe aspirazioni di novatore e di messia che brulicavano segretamente in fondo al suo essere di sovrano, innamorato della gloria e che vorrebbe stampare profonda e luminosa l'orma del suo regno. Il fatalismo cattolico del suo spirito alquanto superstizioso, per poco non lo aveva persuaso che era stato Iddio medesimo a mandargli sott'occhi quello scritto in cui erano trattate tante di quelle questioni sociali che preoccupavano la sua mente di re che avrebbe voluto essere riformatore, ed alcune v'erano sciolte. Gli parve che da quelle carte sgualcite su cui una mano febbrile aveva scritto un tanto mondo di pensieri, uscisse come la voce del popolo medesimo il quale avesse acquistato coscienza e sapienza de' suoi destini e de' suoi bisogni e quindi formolasse, ad ammaestrarlo, in linguaggio tra di poeta, tra di statista, le necessità economiche, morali e sociali della nuova vita civile, sentite non avvertite dalla massa comune, e i rimedi acconci alle medesime; la voce, direi, della Sfinge, di cui egli voleva essere l'Edipo e dominarla. L'autore di quelle pagine non era egli l'uomo che invano andava cautamente cercando intorno a sè, e cui gli aveva mandato la Provvidenza? Pensò a quel suo antecessore (e fu pure un glorioso principe quello!), il quale dal nulla aveva innalzato alle prime cariche il Bogino, che fu uno dei più valenti ministri del Piemonte. Se nelle file della plebe trovavasi un ingegno superiore, il quale potesse rendere eminenti servigi alla monarchia e al paese, perchè non l'avrebbe egli tratto di là e postolo in condizione da poter compiere la sua missione? Era suo dovere il farlo; sarebbe stata sua gloria l'averlo fatto. La conseguenza di tutti questi pensieri si fu che egli decise informarsi meglio dell'essere di quel cotale presso il marchese di Baldissero. Ma ora, come già accennai, le solite dubbiezze, che al punto dell'azione assalivano sempre la sua anima esitante, lo facevano restio e come peritoso al parlare.
Il marchese attendeva tuttavia le interrogazioni del Re. Questi ruppe finalmente il silenzio, senza volgere gli occhi su colui che l'ascoltava, guardando sempre con pupille vaghe nel grigio del cielo annuvolato.
— Credono che la plebe non pensi, diss'egli, credono che ignori ancora come un tempo. La rivoluzione francese ha inoculato il veleno nel sangue delle generazioni di questo secolo di qualunque classe; esso serpeggia e si diffonde. Ci vorrebbe sangue e fuoco ad estirparlo. E chi oserebbe fare da Torquemada nel secoloXIX?... Ed ancora! Si riuscirebbe egli forse? Le plebi pensano più che non si creda. Quel zibaldone di temerità, di matte idee, di potenti concetti n'è una prova. Se viene un giorno un'intelligenza superiore che mostri loro la terra promessa d'una riforma sociale? Se acquistano un giorno la coscienza della loro forza? Bisognerebbe fare qualche cosa per le plebi... Ma che cosa? Qual pericolo toccare all'edifizio della società! Come prendersela, dove incominciare, a qual punto arrestarsi? Questo è da definirsi; ed ecco dov'è necessaria l'opera d'un ingegno superiore.
Si voltò allora verso il marchese.
— Lo scrittore di quelle pagine, domandò, Ella lo conosce, lo ha visto, gli ha parlato?
— Sì, Maestà, rispose Baldissero, e l'ho anzi preso per mio segretario.
Il Re lo guardò con espressione di alquanto sospetto.
— Ah! gli è suo segretario?
Ma dinanzi alla nobile fisionomia del marchese ogni ombra di sospetto s'affrettò a sparire dalla fronte di Carlo Alberto.
— Ha fatto benissimo: soggiunse vivamente: e l'aspetto di colui, la parola, come sono?
— Ha l'aspetto d'un uomo che ha sofferto: rispose mestamente il marchese, il quale abbassò gli occhi pensando con rimorso seco stesso di chi fosse la colpa di quelle sofferenze. A prima vista le sue sembianze possono tornare poco o punto piacevoli; ma la sua fisionomia non è quella d'un indifferente. Interessa di botto e la sua fronte fa pensare. Quando parla è in sulle prime peritoso ed impacciato; ma poscia la lingua gli si snoda e l'eloquenza del labbro asseconda assai bene la vivacità dell'idea.
Carlo Alberto atteggiò la bocca a quel suo indefinibile sorriso melanconico e stentato, che pareva insieme timido e falso.
— M'è venuta una curiosità da Califfo di Bagdad. Voglio vedere quest'uomo e discorrere con lui. Ma il Re in questo colloquio non ha da comparire. Lo lascieremo alla porta. Vuol Ella rendermi un servizio, marchese?
— Comandi, Maestà.
— Questa sera conduca da me il suo segretario... non qua, nella palazzina che ho recentemente acquistata sotto il giardino. Alle nove una persona fidata aprirà loro il cancello e li introdurrà in una camera terrena, dov'io sarò ad aspettarli. Quel giovane non deve in alcun modo sapere a chi dovrà parlare.
Il marchese s'inchinò in segno d'ubbidienza.
— Farò secondo gli ordini di V. M., ma le faccio osservare che sarà molto difficile che quel cotale non riconosca l'interlocutore con cui avrà l'alto onore di trovarsi.
— Non credo, disse il Re sorridendo, che le mie sembianze possano essergli tanto famigliari: mi acconcerò di modo e farò che vi sia una luce che giovino a trarlo in inganno....
S'interruppe, esitò un momentino e poi riprese con voce più bassa:
— Se però Ella crede che in ciò possa essere qualche inconveniente.....
— Oh no, s'affrettò a rispondere il marchese. Spero che quel giovane sia degno d'ogni fiducia...
Il marchese era sul punto di svelare al Re il segreto della nascita di Maurilio: ma Carlo Alberto pose fine al colloquio.
— Allora siamo intesi: diss'egli tendendo la mano a Baldissero. Questa sera alle nove.
Il marchese s'inchinò colla dignità d'un gentiluomo: toccò rispettosamente quella mano che gli veniva pôrta, e rispose:
— Alle nove senza fallo.
Carlo Alberto guardò fisamente per un poco la portiera che era ricaduta dietro le spalle del marchese partitosi: e poi disse fra sè, curvando il capo:
— Ho fatto bene? ho fatto male?... Al postutto son sempre in tempo di mandare dire al marchese che non se ne fa nulla.
Il marchese nella sua carrozza, tornando al suo palazzo, era occupato da molti e varii pensieri. Nell'apprezzamento delle cose egli subiva pure l'influsso del suo grado, della sua qualità, della sua educazione. Non si è impunemente nobili, nati ed allevati in corte, servitori devoti di monarchi, senza acquistare una certa dipendenza d'animo verso chi occupa quel supremo dei gradi sociali; anche pel vecchio, valoroso gentiluomo, una parola del Re formava un'autorità indiscutibile. Dei talenti di Maurilio ben aveva egli potuto persuadersi e dalla lettura di quello scritto e dai discorsi dal giovane tenutigli; capace com'egli era d'apprezzar giustamente il vero merito, il marchese non aveva tardato a riconoscere la superiorità di quell'intelligenza; ma pur tuttavia, dopo le parole intorno a quel cotale dettegli dal Re, dopo il desiderio manifestato dal Re di avere con questo sconosciuto un colloquio, s'accrebbe ancora in lui il concetto ammirativo che si era formato del trovatello, e nacque in esso un nuovo sentimento che ancora non s'era fatto vivo verso quell'infelice che gli era venuto innanzi, raccattato, per così dire, nel fango della strada: un sentimento d'orgoglio ch'egli avesse di suo sangue nelle vene, che fosse nato di sua sorella.
— Coi suoi talenti, col mio appoggio e colle aderenze della nostra famiglia, colla stima del Re (e potesse anco acquistarne la benevolenza!) dove non può egli giungere?
Così pensava non senza compiacenza il marchese; ma di colpo venne a turbarlo il ricordo delle parole dettegli da fra' Bonaventura: e se Maurilio fosse davvero quell'incorreggibile rivoluzionario, reo di sovversivi intendimenti da far inorridire? Che farne? Come gloriarsi d'averlo tralcio del proprio tronco? Il Re se ne sarebbe sgomentato ben presto, poi sdegnato: egli stesso, il marchese, quando manifestasse i legami di parentela che a lui annodavano quel temerario, correrebbe pericolo di scadere nella estimazione e nella benevolenza del Re.
Giunse a palazzo e scese di carrozza con animo perplesso. Il suo cameriere gli venne incontro e gli disse coi soliti accento e modi pieni di rispetto:
— Il parroco Don Venanzio attende gli ordini di V. E. nello studio.
Il marchese mandò un lieve sospiro di soddisfazione; avrebbe udito sulle labbra del vecchio prete i consigli della vera religione e la vera voce del dovere.
— Solo? domandò egli.
— Signor no: vi è pure il segretario.
Baldissero sostò un momento; parve esitare; si domandò a sè stesso se dovesse o no vedere in quel momento il giovane della cui sorte trattavasi, se e quale effetto la vista di lui avrebbe prodotto sulla definitiva risoluzione ch'egli doveva prendere. L'esitazione fu corta: si disse che era appunto il meglio lo studiare ancora, subito, in tal punto, la fisionomia di quel giovane; entrò risolutamente nel gabinetto di studio. I due che stavano colà seduti si alzarono con rispetto; e il vecchio sacerdote fece un passo verso il marchese, come si fa per la persona che giunge desiosamente aspettata; ma Baldissero aveva rivolto lo sguardo e l'attenzione esclusivamente sopra Maurilio. In quel momento la sua impressione tornò ad essere quella poco favorevole che ne aveva avuta la prima volta in cui il giovane era comparso ai suoi occhi. Quella testa grossa, ispida, direi quasi, e quelle sembianze tormentate; quell'occhio affondato e quella bocca larga a labbra pallide e sottili; quel corpo ricurvo e quelle manaccie grossolane gli presentavano un complesso così lontano dal tipo aristocratico di eleganza e di leggiadria che era quello della sua famiglia, e il quale così egregiamente era incarnato nella infelice sua sorella, che il marchese non potè a meno di dirsi: «È impossibile che costui sia mio nipote.»
Don Venanzio cominciò egli a parlare.
— Signor marchese, eccoci ancora ad implorare la sua protezione per un altro massimo favore.
— È cosa che riguarda Lei? domandò Baldissero sviando finalmente gli occhi dalla faccia di Maurilio, il quale sotto a quello sguardo, freddamente scrutatore e quasi ostile, sentiva, per la naturale sua timidità, confondersi e smarrirsi. Il tono poicon cui era fatta la domanda del marchese diceva chiaramente: «Badate che se si tratta d'un interesse vostro, Don Venanzio, sono dispostissimo a soddisfarvi, non così se si tratta d'altri.»
— No, signore, rispose il parroco, riguarda anche ciò questo mio figliolo d'adozione.
Il marchese non diè risposta alcuna; sedette e fe' cenno agli altri due sedessero anche loro; la sua mossa era quella d'un uomo disposto ad ascoltare.
Don Venanzio, senz'attendere altra licenza, prese ad esporre ciò che per essi volevasi. Disse della misteriosità della nascita di Maurilio, dei segni di riconoscimento trovati appo lui, del caso meraviglioso che pochi giorni prima li aveva posti a contatto collaGattona, della certezza che ci aveva costei conoscere la famiglia a cui apparteneva il giovane, dell'obbligo che quella vecchia mendicante si era assunto di svelare la verità dopo due giorni. Soggiunse come fosse allora intravvenuto un nuovo fatto, l'intromettersi cioè del gesuita, fra' Bonaventura, di cui narrò il colloquio cercato ed avuto la sera innanzi con Maurilio. Stupito e messo in sospetto da ciò, egli stesso, Don Venanzio, era tornato dallaGattonaad interrogarnela, e non aveva potuto trarne fuori se non che la chiave del segreto era davvero in mano di quel gesuita di lei confessore, e ch'ella non altrimenti avrebbe parlato che se il frate glie ne avesse dato licenza. Don Venanzio aveva capito che quella vecchia, o direttamente o per mezzo del gesuita, aveva fatto conoscere alla famiglia, forse potente, di cui Maurilio aveva diritto di portare il nome, che il fanciullo voluto smarrito era lì, pronto a rivendicare i suoi diritti; e quella famiglia aveva forse empiamente deciso di respingerlo. In tale emergenza egli aveva pensato ricorrere eziandio alla efficace protezione del marchese. Era un'opera di giustizia e di carità che doveva tentare il generoso animo d'un tant'uomo. Come se già sapesse appuntino i dubbi e le obbiezioni che voleva sottoporgli e intorno a cui voleva consultarlo il marchese, tutte combattè e distrusse le sofistiche ragioni che si vorrebbero accampare per esimersi dal sacrosanto dovere di riconoscere quell'abbandonato fanciullo, e lo fece con quell'eloquenza bonaria e semplice del cuore che è la più efficace su persona d'animo eletto, e ci mise tanto calore che non so chi non ne sarebbe stato vinto.
Il marchese ascoltò immobile, curva sul petto la testa, nascondendosi colla palma la faccia sotto il pretesto di sostenervi la fronte: quando il sacerdote ebbe finito, stette un momento ancora in silenzio e senza fare atto di sorta: poi trasse giù dal viso la mano, e rivolse a Maurilio uno sguardo che non era più quello quasi ripugnante di prima.
— Signor.... Maurilio. (Esitò un momento a pronunziare questo nome, quasi avessero difficoltà le sue labbra a spiccarnelo, ma poi lo disse con una certa emozione poco meno che affettuosa). Signor Maurilio, così parlò con voce lenta e sommessa, Ella ha dunque alcuni contrassegni. Desidererei vederli. Vorrebbe favorire di mostrarmeli?
Maurilio, che li aveva presso di sè, fu lesto a porgerli al marchese. Questi riconobbe al primo colpo d'occhio il rosario di sua sorella, e lo prese affrettatamente, con mano tremante. Sentì una subita tenerezza ineffabile invadergli l'anima. Avrebbe voluto portarselo alle labbra e baciarlo: ma non osò. Ogni suo dubbio a quella vista era dileguato: gli parve scorgere Aurora medesima uscita dal suo sepolcro e venutagli innanzi a dirgli: «questo è mio figlio.» Quante preghiere non aveva ella innalzato al cielo, tenendo quel rosario tra mano! Di quante lagrime non l'aveva essa bagnato! Sotto la protezione di quel pietoso amuleto, di quella preziosa reliquia famigliare, aveva ella voluto porre il suo figliuolo, raccomandandolo alla Divina Consolatrice di tutti gli umani dolori; ed ecco che quella reliquia appunto riconduceva alla famiglia di lei quel figliolo cui una barbara malignità aveva voluto sbandire. Si domandò s'egli non dovesse di subito aprirgli le braccia e dirgli: «tu se' mio sangue.» Guardò ancora la faccia strana del giovane. Non ostante la sua emozione, durava nel suo animo verso Maurilio un segreto sentimento, quasi un istinto, di ripulsione. Si disse che non conveniva lasciarsi guidare ad un passo irrevocabile dalla commozione d'un momento, che occorreva prendere una decisione definitiva a sangue più raffreddo: desiderò parlare ancora e più specialmente di ciò con Don Venanzio.
— Mi lasci questi oggetti, la prego, diss'egli a Maurilio. Nessuno più di me, le assicuro, s'interessa nè può interessarsi per Lei e per questi suoi casi... E di ciò appunto, e di quel che sia da farsi, desidero ora stesso parlare con Don Venanzio.
Maurilio s'alzò e tolse commiato. Era uscito appena dallo studio del marchese, che un domestico venne a dirgli come la contessina Virginia desiderasse parlargli. Il giovane ebbe in pensiero per prima cosa rifiutarsi d'andare da lei, ma non l'osò: si compresse con una mano il cuore e seguì il domestico che lo conduceva nel quartiere della nobile donzella.
Il marchese teneva sempre in mano il rosario di Aurora, e lo guardava con occhi umidi di pianto; quando Maurilio fu fuor della stanza, egli non resse più alla piena del suo affetto e baciò quel rosario con passione.
Don Venanzio sorse di scatto in piedi, tutto commosso.
— Che? esclamò egli. Ella dunque, signor marchese, riconosce questo contrassegno? Ella forse sa?...
— Tutto. La famiglia del suo protetto è la mia: sua madre fu mia sorella.
Il vecchio prete alzò le mani tremanti verso il cielo, e con voce piena d'esultanza, di riconoscenza, di ammirazione, esclamò:
— Divina Provvidenza! Come sono profondi i tuoi disegni! come imperscrutabili le tue vie!... Tu il figliuolo scacciato l'hai ricondotto al focolare domestico, oltre l'arrivo del senno umano, e me hai voluto stromento della tua grazia al miserello. Posso io dunque cantare ilnunc dimictis?
— La sua parte non è finita, Don Venanzio, disse il marchese. Le tocca ancora rassicurare la mia coscienza, dileguare i miei dubbi, illuminare la mia mente.
Senz'altro più, espose francamente, cordialmente, interamente il più segreto dei suoi pensieri a questo riguardo e confessò tutte le sue esitazioni e ripugnanze. Il vecchio sacerdote combattè ogni cosa ad una ad una: affermò che non ostante i varii errori che riconosceva egli stesso nei giudizi e nelle opinioni di Maurilio, la mente di costui elettissima e l'animo nobilissimo lo facevano tuttavia degno della miglior sorte e del miglior nome del mondo; soggiunse che quand'anche non fosse così, il dovere della famiglia ond'egli era nato rimaneva pur sempre il medesimo e bisognava compirlo; certo era meno piacevole lo aver da accogliere un cotale che aveva sempre vissuto in isfera diversa da quella che si avrebbe voluto, con idee e costumi affatto diversi, colla disgrazia d'aver dovuto assaggiare della carcere per delittuosa imputazione; ma di tutto ciò a chi la colpa? alla famiglia medesima che lo aveva rigettato e posto in quelle condizioni; e parte dell'ammenda che ella doveva farne, sarebbe stato eziandio il passar sopra a codesto, il superare quelle antipatie e quelle ripugnanze. Il marchese era troppo uno spirito superiore per non comprendere codesto, per volere ad un individuo fare pagare il fio di risultamenti dovuti alle circostanze ed al fatto altrui: d'altronde Maurilio, ingiustamente accusato, aveva visto solennemente proclamata la sua innocenza ed aveva da quella bolgia infernale dove era stato precipitato, della miseria, della carcere, della malvagia compagnia, portata fuori un'anima sempre onesta, la qual cosa era merito maggiore di molto che non quello di chi, favorito da ogni condizione, non fallì mai.
Un'ora durò il colloquio fra Don Venanzio ed il marchese. Questi che aveva ad un tratto affacciate in corpo tutte le sue obbiezioni, non le venne più ripetendo a seconda che il buono ed umile prete di campagna, coll'impeto della sua eloquenza naturale, rozza anzi, ma efficace, col calore d'un'anima sempre giovanile ed ardente pel bene, il quale si crede compire un'opera di apostolato, le andava distruggendo ad una ad una. Ascoltava e li, il marchese, con mossa che dinotava tutta l'attenzione prestata al suo interlocutore e la potenza riflessiva impiegata dalla sua mente; sorreggeva secondo il solito la testa alla sua mano bianca ed affilata, mentre lo sguardo stava fiso sulla fiamma che volteggiava nel focolare; di quando in quando frammischiava alle argomentazioni del parroco un dubbio, un'osservazione, una richiesta, che erano come un nuovo incentivo al fuoco del discorso del protettore di Maurilio.
Quando fu trascorsa quell'ora che ho detto, il marchese finalmente si mosse, tirò giù dal capo la destra e lasciò scorgere la sua nobile fisionomia colle traccia di alquanta commozione, si alzò in piedi, drizzando la sua alta e distinta persona e mandò un sospiro che avreste potuto interpretare come di rassegnazione o come di sollievo.
— Sia fatta la sua volontà, Don Venanzio....
Questi fece un atto come volendo protestare; il marchese s'affrettò a soggiungere:
— Che credo sia pure quella di Dio. Il figliuolo di mia sorella sarà accolto in casa mia..... come il figliuolo di mia sorella.
Pose mano al fiocco del cordone che pendeva presso il camino, ed una scampanellata ferma, risoluta, imperiosa avvisò il cameriere che S. E. aveva bisogno di lui.
— Dite al segretario si compiaccia di venir qui subito; comandò il marchese al servo presentatosi sollecito alla porta.
Il cameriere notò l'uso del verbocompiacersi, acquistò una maggiore stima che non avesse per l'innanzi ad un segretario, in favore de! quale S. E. si serviva di tali termini, e si affrettò verso il quartiere di Maurilio più rispettoso che non avrebbe mai creduto di dover essere verso un cotale che egli aveva visto entrare in quella casa in sì poveri arnesi.
Don Venanzio ed il marchese attendevano con una certa emozione d'ansietà. Dieci minuti passarono e nessuno venne; il marchese, impaziente, lasciò trascorrere ancora altri cinque minuti e poi diede con forza un'altra tirata al cordone del campanello.
Si vide poco dopo fra la portiera dell'uscio la faccia del solito cameriere; ma questa faccia aveva un'espressione di contrarietà mortificata, di disappunto, d'imbarazzo che dinotava essere avvenuta qualche novità che lo turbava.
— E così? domandò asciuttamente il marchese.
— Il segretario non c'è: rispose il cameriere con quell'impaccio nella parola che aveva nell'espressione del volto.
— Perchè non venire ad avvisarmene subito?
— Volli far cercare più accuratamente di lui e sapere che cosa ne fosse.....
— Avete fatto male: interruppe con severo accento il padrone; ciò ch'egli faccia o non faccia non ha da chiamare in nessun modo la vostra attenzione.
Il cameriere mandò giù il rimprovero con un inchino.
— Appena torni il signor Maurilio, lo si mandi da me.
Il servo non si mosse e fece un atto come chi ha qualche cosa da dire e non osa.
— Che avete da soggiungere? domandò il marchese, il quale di ciò si accorse.
— Vorrei dire a S. E. che dubito molto che il signor segretario torni a palazzo.
Baldissero e Don Venanzio si riscossero e si guardarono in viso meravigliati.
— Perchè dite voi questo? domandò il primo.
— Perchè il signor Maurilio è partito svestendo gli abiti che qui gli erano stati dati e riprendendo i suoi logori che aveva deposti, ed il custode, al quale diede una lettera, mi disse che egli aveva un'aria talmente stralunata che da lui ad un pazzo ci correva poco.
Nuova e dolorosa meraviglia nel marchese e nel sacerdote.
— Ma gli è forse successo qualche cosa? domandò Baldissero: nessuno saprebbe dire alcuna cosa che ci guidasse a scoprire la ragione di questo fatto?
Il cameriere si strinse nelle spalle come uno che non sa niente.
— Voi avete detto che ha lasciato una lettera al custode: disse Don Venanzio.
— Sì signore.
— E questa lettera?
— L'ho qui. Il signor Maurilio aveva pur detto al custode di non consegnarla che fra un'ora; ma io ho creduto bene di farmela tuttavia rimetter subito. È appunto diretta a Lei.
— A me! esclamò Don Venanzio, date, date qui.
La prese con mano premurosa dal domestico che gliela porse, e ne guardò con sollecitudine la soprascritta; era di mano di Maurilio, ma nel tracciare i caratteri dell'indirizzo quella mano era così fattamente agitata che tutta sconvolta era riuscita la scrittura.
— Andate, disse il marchese al servitore che si affrettò ad ubbidire. Legga, Don Venanzio, soggiunse quando furono soli, e se quello che si contiene colà dentro crede potermelo comunicare, mi leverà dall'ansiosa curiosità onde son preso.
Don Venanzio ruppe il suggello, spiegò il foglio con mano che tremava un pochino, inforcò gli occhiali, e lesse.
«Parto. Dove me ne vada non so. Forse al villaggio dove imparai primamente a soffrire. Potessi chiudere questa vita nel luogo in cui la sentii cominciare a pesare su me colla gravezza del dolore!... La mia sorte, la mia famiglia, il mistero della mia nascita, che m'importa più? Cessi da indagini che a nulla mi possono giovare. Quando anche fossi figlio d'un re, che me ne verrebbe oramai?... Mi sento circondato dappertutto da una tenebra fitta. Vorrei che fossero le ombre della morte. Le mando un saluto dal cuore... Forse l'ultimo... In questa casa non posso rimaner più, non debbo... Ho la testa che minaccia di rompersi... il cuore mi sembra che voglia saltarmi fuori dal petto..... Non mi stupirei che l'uno e l'altra scoppiassero... Addio.»
— O mio Dio! esclamò il buon sacerdote quando ebbe letto, tutto sgomento: ma che cosa può essere avvenuto? A quel poverino ha dato di sicuro volta il cervello.
Ricordò che pochi anni prima una forte scossa morale aveva già ridotto Maurilio al punto che la sua smarrita ragione lo aveva spinto al suicidio da cui lo aveva salvo Giovanni Selva; ricordò la grave pericolosa infermità che di poi lo aveva travagliato, temette anche questa volta una simile vicenda e pari effetti: senz'altra spiegazione, come uomo che non ha tempo nessuno d'indugiarsi, prese sollecitamente il suo cappello a tre punte che aveva posto sopra una seggiola dritto contro la spalliera, e si mosse per uscire.
— Ma che fu dunque? domandò il marchese con inquieta premura. Non posso io saper nulla?
Don Venanzio s'arrestò sui due piedi e porse al marchese la dissennata lettera di Maurilio.
— Legga, legga pure.
Baldissero la prese e lesse avidamente.
— Or dunque, che conta Ella di fare?
— Vado a cercare di quel disgraziato...
— Dove?
— A casa dei suoi amici, dove abitò finora: ma chi sa se ce lo troverò.... Ah!
Una buona idea eragli venuta. Maurilio aveva scritto che forse si sarebbe recato al villaggio, correndo giù per la strada che vi conduceva, chi sa che non si sarebbe potuto raggiungere. Ne disse al marchese, il quale trovò molto giusta l'idea, e per attuarla meglio pose a disposizione del buon vecchio prete una sua carrozza. Dieci minuti dopo Don Venanzio partiva al trotto serrato di due buoni cavalli per correr dietro al fuggitivo.
Ma che cosa aveva dunque tratto il povero Maurilio a sì subita e pazza risoluzione?
Che la nobile fanciulla da lui amata gli avrebbe parlato di Francesco Benda, egli n'era sicuro. Non esisteva altro punto d'attinenza fra lei e lui, e abbastanza ne lo preveniva l'istinto del proprio cuore. Il suo amore senza speranza pur si ribellava furibondo al pensiero dell'amore di quella donna per un altro. Senza speranza! Sì, tale era stato l'affetto suo fin allora, tale ed anche più doveva essere al presente, avendo egli acquistato certezza che Francesco Benda aveva ottenuto quel sommo bene a cui egli non aveva osato pur mai aspirare. Eppure, vedete stranezza della sua natura, in lui non era così. Ciò che gli accadeva da due giorni era tanto straordinario che pareva avergli ispirato una insensata fiducia anche nell'impossibile. In que' sogni matti e sragionevoli che il bollore della gioventù presenta alla fantasia di ciascheduno, creando unavvenire meravigliosamente eccezionale che non si potrà effettuare giammai, ancor egli aveva avute a questo proposito le sue pazze chimere, di cui poscia amaramente sorrideva e si riprendeva egli stesso. Aveva sognato poter diventare illustre, grande, celebre, potente colla forza sola del suo ingegno e del suo valore, e raccolta una somma ingente di gloria venire a metterla a' piedi dell'adorata fanciulla, che non avrebbe più potuto stimarlo da meno e respingerlo con disprezzo. Ma ora ad avvicinarlo a lei, più sollecitamente e più naturalmente e con maggiore ancora la desiderata efficacia, sembrava volere adoperarsi la sorte. Tutto quello che gli era capitato, induceva in lui la certezza di appartenere egli ad una nobile e potente famiglia. Avrebbe dunque avuto un nome, un grado, un titolo pari a quelli di lei: essa avrebbe potuto e dovuto trattarlo come eguale, ed egli starle dinanzi senza umiltà e vergogna di soggezione e d'inferiorità. Nel suo animo di plebeo che aveva sino allora lottato colla miseria e s'era trovato oppresso dall'abbiezione del suo stato, entrò ad un tratto un sentimento d'orgoglio aristocratico, di cui si vergognò poco stante, ma che pure, anche passando solamente, lasciò in lui una certa traccia, un effetto inavvertito. Si disse che Virginia di sì nobile casato, di sì aristocratico sangue, non avrebbe potuto sposare un borghese come Francesco Benda. Quel pregiudizio delle vane distinzioni di classi sociali per nascita, che allora era così potente nella nostra società, quel pregiudizio ch'egli aveva trovato stolto e condannato sempre per lo addietro, parve a tal punto una verità al suo spirito momentaneamente traviato. Una fanciulla come Virginia poteva ella amare un uomo a cui non avrebbe dato la mano? Contraddisse, contestò l'evidenza delle prove che il suo dolore aveva scorte dell'amore di lei per Francesco: le interpretò con un quasi volontario errore nella più falsa guisa del mondo: ed anche quando, riavutosi da quella febbre, potè più giustamente apprezzare le cose, pure a sua insaputa, alcun che glie ne rimase al fondo dell'animo di quelle pazze speranze.
Pur tuttavia quando Maurilio, fatto chiamare da Virginia, entrò nel salottino in cui essa lo attendeva, vi fu con una timidità palpitante che pareva quasi una ripugnanza. Era un salottino tappezzato di seta cilestrina, e in mezzo, come un angelo nell'azzurro del cielo, cinta la fronte d'un'aureola, spiccava la bella figura della ragazza, ornato il capo del ricco volume dei suoi fulvi capelli. La splendeva come una visione di paradiso. Maurilio la guardò ratto ed atterrò gli occhi con paurosa confusione e si sentì tremare nelle più intime fibre. Stette egli immobile presso la porta e non seppe trovare una parola.
Essa gli si accostò con qualche sollecitudine, colla sicurezza di persona che non ha la menoma esitanza nè vergogna intorno a ciò che sta per dire o per fare. Era pallida più dell'usato, gli occhi splendevano d'una fiamma speciale, v'era un'inquietudine contenuta, una supplicazione involontaria nella mossa.
— Signore; diss'ella con espressione di non dissimulato, vivissimo interesse. Che notizie ha Ella del suo amico l'avvocato Benda?
Era la domanda che appunto s'aspettava Maurilio: eppure ad udirla egli diede in un trasalto come se ad un tratto avesse sentito una punta figgerglisi in cuore; sollevò ratto le palpebre, e le sue pupille color del mare incontrarono lo sguardo delle pupille color del mare di lei. Fu come un urto di due elettricità; e se ne sprigionò una potente scintilla che variamente li scosse ambidue. Virginia travide un segreto nella profondità di quell'anima che le aveva balenato dinanzi; le parve di botto che quella persona non era nuova per essa, nè indifferente al suo destino; dove l'avesse già vista e quando, quella fronte tormentata, non sapeva, ma sentì che una qualche indefinibile attinenza correva fra quello sconosciuto e lei. La sua fierezza avrebbe voluto sdegnarsi dell'audacia di quello sguardo che sembrava volerle entrare nell'anima, della temerità di quell'essere a lei di tanto inferiore, che pareva aversi ad intromettere nella sua vita; ma negli occhi di quell'uomo eravi pure tanto dolore che non potè a meno di sentirne compassione la sua generosa anima di donna. Non fu una simpatia, fu una pietà. Il suo sguardo mostrò ad un punto il risentimento ed il perdono; aveva appena lampeggiato lo sdegno che già risplendeva caramente in quella leggiadra pupilla una mitezza divina.
Quello che passava nell'interno del giovane chi lo potrebbe esprimere? Il suo sguardo acceso avvolgeva, abbracciava con audace potenza la bellezza fisica di quella nobil fanciulla, e si sforzava di penetrarle nell'anima, ad abbracciarla del pari; nello stesso tempo supplicava con ardenza e commozione infinita. Egli sentiva, in presenza di quella adorata beltà, adergersi la passione, invaderlo, farsi più potente della sua timidità, d'ogni riserbo, d'ogni riguardo, d'ogni suggerimento della ragione, d'ogni dettame di convenienza, padroneggiarlo, torgli le redini della volontà, stimolargli il cervello come una trionfante pazzia. Le più spropositate idee gli tenzonavano nella testa, le più audaci parole gli gorgogliavano nella gola; un lieve impulso ancora ed avrebbe traboccato ed avrebbe prorotto il torrente della sua passione.
Fece uno sforzo supremo per frenarsi. Conveniva parlare. Virginia aveva sviato da lui lo sguardo e rimaneva immobile attendendo risposta alla sua domanda. Il povero Maurilio riuscì a pronunziare con voce sorda e affaticata, le seguenti parole:
— Di Benda non ho notizia alcuna.
Virginia, da quel nome richiamata per intero all'argomentoche le premeva più di tutto al mondo, lo guardò con un'espressione di mite rimprovero.
— Come! esclamò essa, mentre sì gravi avvenimenti successero e tanto pericolo minacciò l'esistenza del suo amico e della famiglia di lui, Ella non ebbe premura di saperne questa mattina le novelle?
La innamorata fanciulla che aveva vegliato in pena tutta la notte, che aveva con ispavento appreso della rivolta degli operai e de' gravi fatti che l'avevano accompagnata, che null'altro pensiero più aveva in mente fuor quello dell'amor suo, considerava quasi per impossibile che in altri avesse ad essere tanta indifferenza a tal riguardo. Maurilio, alle ultime parole di lei, ebbe sulle labbra un sorriso amarissimo, onde la fanciulla provò sdegno insieme, e pena e sgomento. Quel sorriso diceva che il giovane aveva avuto ben altro a cui pensare, che del ferito e delle sue sorti poco si curava ed anche peggio, che la ragazza sperando in lui un aiuto erasi ingannata, che piuttosto avrebbe trovato in esso un alleato ai nemici del suo amore. Ella si pentì subitamente della fiducia che aveva creduto poter riporre in quell'essere; si rimutò nelle sembianze compiutamente, s'allontanò da lui di qualche passo, e riprendendo tutta la naturale fierezza del suo contegno, disse con accento severo:
— Mi sono dunque ingannata a crederla un amico del signor Benda?
Per Maurilio quel mutamento fu come se gli si spegnesse subitamente agli occhi la luce del sole. Tese le mani supplichevole ed esclamò:
— No, no; la non s'è ingannata. Sono un amico, un amico a tutta prova..... Mi comandi e farò quanto so, quanto posso.....
S'interruppe perchè l'emozione gli faceva gruppo alla gola e non lasciava più varco alle parole. Virginia stette un momento in silenzio, come riflettendo, e pareva che il suo spirito fosse corso lontano da quel luogo, ed ella non badasse più a chi gli stava dinanzi. Dopo un poco scosse la sua leggiadra testa, s'avvicinò ad un mobile e prese in mano una lettera che vi stava sopra: si rivolse di nuovo a Maurilio e parlò con una semplicità affatto naturale.
— Io m'interesso di molto a quella famiglia. La signorina Maria figliuola del signor Giacomo, fu mia compagna di collegio ed abbiamo rinnovato pochi giorni fa un'intrinsichezza da amiche.....
Si tacque ad un tratto; si domandò perchè la diceva tutto ciò a codestui: che aveva ella bisogno di scusare o di spiegare soltanto la sua condotta? Arrossì alquanto: e dopo un istante riprese con accento più altero che non fosse prima:
— Ho da mandare questa lettera di condoglianza e di conforto alla mia amica..... Avevo pensato, poichè credevo ch'Ella si recasse colà, pregar Lei di recargliela a nome mio.
Maurilio delle parole di Virginia aveva capito poco o nulla; il suo capo confuso sempre peggio gli tenzonava con maggiore intensità, per poco non aveva smarrita la giusta percezione delle cose e la coscienza di sè; viveva come in un sogno, anzi meglio come in un parosismo di febbre, quando ogni cosa piglia forme e proporzioni diverse e strane, ed ogni impressione non più governata dalla ragione, si risolve in fantasima di delirio. Vide una bianca carta nella bianca ed esile mano della fanciulla; capì che quella carta era pôrta a lui, che egli la doveva prendere; per che farne non sapeva, non aveva inteso, non voleva pure intendere. Una ondata di quelle matte speranze che ho detto gli venne al cervello malato. Pensò ad esclamare in risposta ai detti di lei che non aveva compresi:
— Virginia, io ho nelle vene un sangue nobile al pari del tuo..... Io, io sono degno di te.
Si trattenne; di tanto vegliava ancora nel fondo del suo cervello la ragione da fargli comprendere la sua follia: si disse che non avrebbe parlato più, perchè aprendo la bocca non era sicuro di frenare la sua lingua. Tutta la sua timidità sentiva svanire sotto l'influsso d'una specie d'alito infuocato che gli correva dal petto alla testa; ma mentre il cervello sobbolliva e il cuore palpitava tremendamente, le membra gli erano impacciate, irrigidite, come avvinte.
Per prendere quella lettera dalle mani di Virginia, che s'era allontanata, bisognava varcare lo spazio di poco più d'un metro; erano due passi, e Maurilio non si sentiva il coraggio e la forza di farli; parevagli fosse quello un abisso da sorpassare. Esitò, fece uno sforzo e riuscì ad accostarsi alla fanciulla con piede pesante.
La bellezza della donna ha certi momenti di fascino che, irresistibile, impossibile ad esprimersi, n'è l'effetto sull'animo dell'uomo. Certe mosse della donna che amate, senza che ne sappiate il perchè, vi fanno bollire il sangue; uno sguardo vi caccia il fuoco in tutto l'essere; un sorriso vi apre il cielo. L'uomo innamorato darebbe la vita, darebbe tutto al mondo, darebbe l'onore, per potere in que' momenti stringere fra le sue braccia quella creatura che tanto tumulto eccita in lui, e soffocarla di baci. I sensi e lo spirito sono in quel punto eccitati ad un trasporto supremo, ineffabile, divino; tutte le forze dell'essere, tutte le potenze della mente, tutte le aspirazioni dell'animo si concentrano in un solo desiderio, che è una sete, che è una rabbia, che è un delirio. La passione rende l'uomo capace di qualunque eccesso: la donna che sa il suo potere può in quel punto ottenere dall'uomo tanto un'opera sublime d'eroismo, quanto il più infernale dei delitti.
Quando Maurilio si trovò ad un passo di distanza dalla bellezza divina di quella fanciulla, subì uno di quegli influssi, si sentì trasportare da uno di quei parossismi. Com'era bella davvero quella spigliata,gentile persona di vergine con tanta grazia nobilmente atteggiata! Com'erano soavi allo sguardo le pure ed artistiche linee di quella mossa avvenente che si disegnavano nette sul fondo cilestrino della parete! Com'era leggiadro quel viso dilicato sul cui pallore un'emozione del momento aveva chiamato un lieve rossore alle guancie! La bocca semiaperta pareva respirare con lieve affanno prodotto dalla intensità d'un affetto; il seno, così voluttuoso nella sua casta bellezza, si alzava ed abbassava soavemente come l'onda quieta d'un mare benigno; fra le labbra di sì gentile color rosato spiccava con un effetto cui niuna parola può riprodurre la candidezza dei denti e pareva uno splendor di sorriso.
Maurilio le stette innanzi tremante, commosso, agitato, fremente fin nell'intime fibre dell'esser suo. La sua casta gioventù, le contenute forze de' suoi sensi gli desiarono con impeto irrefrenabile una tempesta tremenda nel petto. Tante volte ne' suoi sogni egli aveva quella fanciulla vagheggiata appunto tal quale! Ed ora se la trovava realmente dinanzi come l'aveva desiderata, come invocata con tanto trasporto. Era un sogno anche questo? od era stata una realtà anche quelle altre volte? Il tumulto e la confusione de' suoi pensieri s'accrescevano; audacie mai più immaginate gli sommovevano l'animo, desiderii che non sapeva pur formolare gli salivano su dal cuore in subbuglio e lo soffocavano alla gola. Perchè non le avrebbe detto ora quelle parole che tante volte aveva detto all'immagine di lei? Perchè non avvintala alle ginocchia colle sue braccia e trascinatosi a' suoi piedi come aveva sognato di fare? La fronte del giovane era circondata d'una fiamma, gli occhi di lui mandavano lampi; la sua faccia s'era trasfigurata; vi era da ammirarlo e da averne paura.
Virginia aveva sempre la lettera in mano, la porse quasi con atto meccanico, e il giovane volle afferrare quella destra. Le loro mani s'incontrarono: l'urto de' fluidi fu maggiore di quello fosse stato per mezzo degli sguardi; sussultarono ambedue, ritrassero le destre come se le avessero abbruciate; Virginia gettò uno sguardo ratto sulla testa di lui e fu meravigliata ed atterrita di quel fuoco che vi raggirava cupo e profondo negli occhi. La lettera cadde a terra in mezzo a loro, e Maurilio si gettò a raccoglierla: rimase così in ginocchio innanzi a lei, e i suoi panni toccavano lo svolazzo degli abiti ond'era la bella persona vestita. Passò un minuto secondo in cui s'affollarono nella mente di lui tutt'a un tratto i pensieri d'amore, i sogni, i delirii di tanti anni, di tante notti, di tante ore febbrili. Non potè parlare, ma non era più la timidezza che facesse ostacolo alle parole, era la piena soverchia dell'affetto, la troppa abbondanza delle cose. Si curvò a terra come un credente innanzi al suo idolo, abbandona il suo capo sui piedi della fanciulla e ruppe in singhiozzi, in esclamazioni che parevano di dolore, in parole soffocate che non avevano senso.
— Che è ciò? domandò Virginia ritraendosi atterrita. Che fa Ella? che vuole?..... Si alzi.
Maurilio udiva quella voce soave, ma non capiva le parole; la sua ragione gli sfuggiva sempre più; aveva un tal tumulto nel cervello, che pareva la pazzia vi combattesse un'aspra battaglia cui fosse per vincere. Sollevò la faccia tutta bagnata di pianto e guardò la bellezza di lei con occhio smarrito, splendente d'una luce febbrile. Dove fosse non sapeva più. I più strani propositi s'affacciavano alla sua mente, ed egli non li trovava assurdi e indegni di lui medesimo; ma se non li attuava era solo perchè glie ne mancavano le forze. Levarsi e prendere fra le sue braccia quella forma adorata di donna e stringerla da soffocarla; aprire quella finestra da cui veniva la luce grigiastra del giorno nebbioso, e con lei sul suo cuore precipitarsi e morire insieme; portarsela come un bambino sul seno e fuggire da quel palazzo, fuggire dalla città, fuggire, fuggire fin dove occhio d'altr'uomo non la potesse veder più; dirle: «io t'amo, dammi un bacio» ed uccidersi ai suoi piedi.
Virginia fu spaventata per davvero; pensò suonare per chiamar gente, ma era lontana dal cordone del campanello; le mani convulse del giovane l'avevano afferrata ai panni; ella se ne sciolse, e ratta, come una visione che si dilegua, fuggì della stanza. Maurilio, quando fu solo, riebbe un po' di calma e gli tornò un po' di ragione. Stette immoto alcun tempo, inginocchiata come si trovava, facendo girare lentamente intorno a sè il suo torbido sguardo; fissò per un poco il punto del tappeto su cui posavano poc'anzi i piedi di lei e parve che ve ne scorgesse le traccie. Si gettò bocconi a quel luogo e con bocca quasi rabbiosa baciò, ribaciò, tentò di mordere quella stoffa che a lui pareva ritenesse l'impronta delle piante dell'adorata fanciulla. Ad un tratto sollevò il torso e si cacciò le mani entro i capelli con mossa furibonda di disperazione.
— Che ho fatto? esclamò. Che osai? Che le dissi? Che avrà ella giudicato di me? Come venirle ancora innanzi agli occhi? La mi farà scacciare dal suo cospetto pei suoi lacchè..... O mio Dio! O mio Dio!
Si strinse fra le due mani la fronte con tanta forza da farsene male.
— Ella ne ama un altro... Ella mi disprezza.... Ed io stoltamente le lasciai scorgere nel mio cuore.... Oh fossi morto prima!...
La riazione contro quelle troppo false e troppo audaci speranze che gli aveva fatte nascere in un momento di follia la sua immaginativa, venne potente, terribile, da superare ogni altro sentimento, ogni altro affetto. Delle cose del mondo e di sè nulla più glie ne importava. Che cosa era ancora per luiil problema del suo destino che stava per essere sciolto? A che cosa gli avrebbe giovato oramai qualunque più venturosa ed invidiabile sorte? Era stato un malaccorto ad entrare ospite in quel palazzo. La prima cosa a farsi ora, era di fuggire; di fuggire prima che ignominiosamente ne lo scacciassero. Si drizzò in piedi sollecito, guardando attorno quasi spaventato, come se temesse veder entrare i servi che dovevano spazzarlo via da quel luogo ch'egli aveva profanato. Corse nella sua stanza, riprese i suoi poveri vecchi panni, scrisse, per Don Venanzio la lettera che abbiamo visto, e partì.
Corse per un po' giù della strada, urtando nella gente, urtato da chi aveva fretta, senza direzione, da null'altro guidato che da un prepotente bisogno d'allontanarsi, di fuggire. Nel suo cervello continuava ad agitarsi confusamente un tumulto di pensieri indescrivibile; il governo delle sue idee, delle sue fantasie sfuggiva sempre più alla sua volontà. In mezzo a tutto quel subbuglio di sentimenti e di affetti, non sapeva più districarsi, per così dire, la sua ragione affievolita. Correva, correva, il cappello in mano, il suo logoro mantello pendente dalle spalle, la fronte che gli ardeva esposta alla fredda aria invernale. Tutto ad un tratto si fermò su due piedi e si guardò attorno con aria attonita, come uomo che si sia smarrito e non riconosca il luogo ove si trovi. L'impulso che lo cacciava innanzi pareva cessato di colpo, ed egli si ritrovava senza forza, senza decisione, senza energia. Nel suo interno quel tumulto tempestoso di passione che lo tormentava era dato giù improvviso e gli aveva lasciato un vuoto in cui non sentiva altro più che un indolorimento ed una stanchezza. Pareva, come accade in qualche furioso temporale alla state, che il vento, dopo aver soffiato gagliardo e sollevato nembi turbinosi di polvere ed atterrato alberi e devastate le messi, cessa di botto e lascia succedere un momento di calma; ma una calma spaventosa in cui l'aria pesante non lascia avere il rifiato, in cui le nubi nere nere pare che vi opprimano, ed a cui sapete che fra poco dovrà tener dietro uno scoppio tremendo della bufera.
Maurilio portò la destra alla fronte e la passò sopra le ossa sporgenti di essa con lento moto, e si palpò la testa, quasi ad accertarsi ch'egli la teneva ancora al suo posto. Gli pareva d'esser scemo di cervello, che tutto fosse svaporato in un attimo e che l'organo del pensiero gli si fosse distrutto per sempre. Gli venne insieme una matta voglia di ridere e di piangere su se medesimo; accennò un sogghigno colle labbra e si rasciugò una lagrima che colava a stento giù delle guancie. Guardava intorno e vedeva; ma non aveva coscienza esatta di quel che vedesse. Passava uno di quei Lucchesi che girano il mondo a vendere le figurine di gesso; gli nacque un gran desiderio di saltargli addosso e romper tutti i busti e le statuette ch'egli portava sull'asse in equilibrio sul capo; un piccolo spazzacamino se ne veniva rasente il muro, mandando il suo monotono e melanconico grido: Maurilio fece un passo per venirgli a tiro ed afferrarlo alla gola; fu preso dalla tentazione di andare a strappare una legna accesa dal fuoco del caldarrostaio alla cantonata e cacciarla in mezzo ai truccioli nella bottega del vicino legnaiuolo per dilettarsi della vista dell'incendio che ne sarebbe nato. Ma la ragione, ridotta per così dire all'ultimo confine del suo impero, e prossima ad essere bandita del tutto, riagì un momento.
— Sciagurato! diss'egli a se medesimo a voce alla, percotendosi quella fronte sotto cui lottava la sua intelligenza contro le chimere del delirio: ma sono io dunque per diventar pazzo?
Pazzo! Questa parola, pronunciata da lui medesimo, lo spaventò. Tornò a suscitarsi subitamente la tempesta nel suo spirito. Riprese la sua corsa senza meta volontaria; in un attimo si trovò fuori della città sopra una strada ronchiosa pel fango gelato, la quale si allungava tra i campi e si perdeva nel nebbioso orizzonte. Corse giù per essa come l'ebreo errante della leggenda cacciato da una mano misteriosa. Era per fortuna la strada che conduceva al villaggio di cui era parroco Don Venanzio.
Questi nella carrozza del marchese veniva appunto giù della medesima in traccia del giovane. Guardava a dritta ed a sinistra il buon vecchio prete, con ansietà di padre, pregando colla fiducia della sua anima religiosa, il suo Dio. Ad un tratto si sporse fuori del finestrolo dello sportello che non ostante il freddo aveva tenuto sempre aperto, e gridò al cocchiere:
— Fermate, fermate.
Sul ciglio del fosso della strada aveva veduto accoccolato, i gomiti sulle ginocchia, il capo tra le mani il suo giovane amico. Scese precipitosamente di carrozza e corse presso quell'individuo che gli era davvero il povero Maurilio. Lo toccò sopra una spalla e con voce amorevolissima lo chiamò per nome.
Il giovane alzò il capo e guardò innanzi a sè con aria così smarrita che Don Venanzio se ne sgomentò di più che se avesse visto su quella faccia le mostre della maggior disperazione.
— Maurilio, gli disse prendendogli le mani e traendolo a sè per farlo levare, che fai tu qui? Perchè questa tua fuga? Perchè questo abbattimento? Ora che il destino ti si volge propizio, vuoi tu mancare a te stesso, vuoi tu esser da meno della tua novella sorte?
L'infelice seguitò a guardare come uomo che non capisce, che non ha idee, che non ha volontà; ma si lasciò tirar su dritto in piedi, e cedette facilmente alla mano che lo traeva verso la carrozza ferma in mezzo la strada.
— Vieni, vieni meco, gli diceva il vecchio sacerdote, pensando che il principale era in quel momentoscuoterlo dal torpore di quella specie di letargo e condurselo seco.
Accostò le sue labbra all'orecchio di Maurilio e soggiunse piano, ma con forza:
— Vieni, la tua famiglia è trovata, e ti aspetta.
Il giovane diede in una scossa, guardò con indefinibile espressione il volto del parroco ed una luce viva gli lampeggiò negli occhi rianimatisi ad un tratto. Ma fu un lampo soltanto: curvò nuovamente il capo e mormorò con accento di rassegnata desolazione:
— È troppo tardi.
Però si lasciò guidare docilmente alla carrozza; ubbidì senza contrasto alla mano che dolcemente lo spingeva a salire, ed affondatosi in uno degli angoli lasciò che il cocchio, i cui cavalli erano stati voltati di nuovo verso la città, lo trasportasse di trotto dove altri voleva.
Don Venanzio, a cui questa strana apatia dava assai pena, cercò di riscuoternelo.
— Ecchè? diss'egli dopo un poco, tu sei fatto di un subito così indifferente a quello che fu sinora l'oggetto maggiore de' tuoi pensieri? Tu non mi chiedi nemmeno chi sia questa famiglia che ti dico avere scoperto essere la tua e trovarsi pronta ad accoglierti?
Maurilio crollò il capo con quella sua mossa abbandonata, e non rispose.
— Che avvenne egli adunque da rimutarti così compiutamente e ad un tratto? Perchè mi scrivesti non poter più, non dover più rimanere nella casa del marchese di Baldissero? — Fece una pausa: e poi soggiunse lentamente: — In quella casa dove anzi dovresti rimaner sempre?
Il giovane non fece attenzione a queste parole; non le capì e non si mosse.
— Che mistero è quella tua lettera inaspettata? Che mistero è questo tuo contegno? Spiegamelo, te ne prego.
Maurilio tornò a crollar la testa, come per indicare che non voleva rispondere; e si tacque.
La carrozza era già arrivata alle prime case della città. Don Venanzio avvisò che bisognava affrettarsi a rendere consapevole della verità il giovane, perchè a momenti si sarebbe giunti a palazzo.
— Or dunque, riprese, che vuoi tu ch'io dica, che posso io dire al marchese, il quale ti attende per accoglierti come suo sangue?
Questa volta l'effetto fu maggiore di quello che il buon prete si aspettasse, Maurilio sussultò come se ad un tratto una potente macchina elettrica lo avesse colpito collo scoppio della sua scintilla.
— Suo sangue! esclamò egli curvandosi verso il prete con occhi che sprizzavan fiamme e parlando con labbra convulse e con tremula voce. Sangue del marchese, io!... Forse suo figlio?
Don Venanzio pose amorevolmente la sua destra tepida e morbida sulle mani ruvide e ghiacciate del giovane.
— Suo figlio no, disse egli lentamente, ma figliuolo di sua sorella.
Maurilio guardò il sacerdote con espressione di spavento.
— Sua sorella?... Che sorella?
— Quella che fu poi la contessa di Castelletto, e in prime nozze fu moglie di Maurilio Valpetrosa, da Milano, tuo padre.
— Valpetrosa!... Mio padre! ripetè il giovane proprio coll'accento d'un uomo di cui la ragione vacilla. Si cacciò le mani in capo e stette un istante raccolto in se stesso come per isforzarsi a dominare le sue idee.
— Contessa di Castelletto: riprese egli poi dopo un poco, e la sua voce era sorda, il respiro affannato, stentata la parola: la madre di.... di Virginia?
Pronunziò questo nome con voce ancora più bassa e ratto come se gli abbrucciasse le labbra.
— Sì: rispose semplicemente Don Venanzio, che non poteva pure immaginare le cagioni di tanto turbamento nel suo giovane amico.
— Ed io, domandò Maurilio con maggiore ancora l'emozione, io sono dunque suo fratello?
— Sicuro!
Il volto dell'infelice divenne in un subito scarlatto, le vene del collo gli si gonfiarono tanto che parvero prossime a scoppiare; poi di presente successe un pallore cadaverico su quelle guancie, che apparirono più immagrite ed incavate di prima; la fiamma degli sguardi si spense, e mandando un gemito che pareva un rantolo, l'infelice cadde di nuovo abbandonatamente nell'angolo della carrozza, da cui s'era staccato in sussulto un momento prima.
Don Venanzio si chinò premurosamente su di lui; Maurilio era svenuto. Il buon parroco voleva gridare al cocchiere affrettasse la corsa verso il palazzo; ma vide che allora appunto la carrozza voltava sotto il portone. Si era giunti.