CAPITOLO XIX.

CAPITOLO XIX.Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il giovane s'accorse. Ilmedichinoche si sapeva circondato dalla sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina, quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a quel paese s'e' fosse ritornato.Ma il nostro protagonista insistette cotanto, disse con sì franca e calda asseveranza importantissime ed urgentissime essere le cose che aveva da rivelare a Gian-Luigi, che il finto servo, scosso alquanto dal timore che quello sconosciuto venisse invece a recare qualche avvertimento che potesse giovare, finì per dire:— Ella afferma che, se il dottor Quercia intendesse il suo nome la vorrebbe ricever subito?— Sì....— E che si tratta di cosa onde dipende la sorte del dottore medesimo?— Sì.— Or bene, qui non è bugia che di tutto il giorno sarà impossibile rinvenire il dottore, ma le indicherò il luogo dov'Ella lo possa rintracciare; ed è nella casa del signor Benda, di cui egli sposa la figliuola.— Benda! esclamò Maurilio meravigliato. Il fabbricante di ferro?— Sì signore, quello presso cui successe pochi giorni sono quel maledetto buscherio.— E il vostro padrone ne sposa la figliuola?— Si fa il contratto degli sponsali questa sera medesima.Maurilio partissi di là perplesso assai, con una nuova cura nell'animo. Era egli amico di molto a Francesco Benda, del quale il generoso animo, le buone qualità, i meriti singolari non gli faceva disconoscere la invida gelosia natagli da poco per la rivalità in amore. Sapeva egli quale onesta e buona famiglia, degna di stima, d'amore e di felicità fosse quella: e conosceva abbastanza delle vicende e delle condizioni di Gian-Luigi per arguire che se da parte dei Benda erasi acconsentito a dargli in isposa la ragazza del loro sangue, era certo per effetto diun inganno in cui il tristo li aveva indotti. Che doveva far egli in presenza di questo avvenimento? Lasciar correre le cose e compire il sacrificio di quella innocente fanciulla e il danno, forse e senza forse, di tutta la famiglia? Glie ne rimordeva la retta coscienza, rampognandolo che avrebbe mancato al dovere di amico e di onest'uomo. Farsi denunciatore del suo compagno d'infanzia? Sentiva in sè qualche cosa eziandio che a ciò ripugnava, come se fosse un tradimento. Si aggirò lungo tempo incerto, travagliato da dubbio tormentosissimo; col sì e col no che nel capo gli tenzonavano. Ora voleva accorrere dai Benda e dir tutto quello che sapeva di Gian-Luigi: ora voleva in ogni modo adoperarsi per avere a tu per tu quest'ultimo e intimargli rinunziasse egli a quel maritaggio, minacciandolo di far conoscere la verità; ora si diceva che quello in fin dei conti non doveva essere il fatto suo, e che il meglio sarebbe stato tacere di tutto, a Gian-Luigi della per sè fatale scoperta circa i due frammenti di lettera da lui posseduti, ai Benda delle cose di colui al quale avevano accordato la mano della fanciulla.Aveva bisogno d'un consiglio, d'un aiuto, d'una direzione in tanta perplessità, e non sapeva a cui rivolgersi, quando ad un punto in una delle principali strade per la quale andava girelloni, assorto ne' suoi pensieri, senza vedere cosa alcuna nè persona, il fondaco d'un libraio si aprì vivamente, un uomo di età matura, dalle sembianze oneste e schiette ne uscì ratto, e preso per un braccio Maurilio, gli disse con accento di cordialità, d'affetto e insieme di supplicazione:— La vedo finalmente! La mi avrà da scusare, ma io non la lascio più finchè non m'abbia fatto il favore d'essere venuto nella mia casa, ripresentato alla mia famiglia e aver ricevuto in presenza di questa quelle scuse che ci tengo assaissimo a rinnovarle.Era il signor Defasi, innanzi alla cui bottega Maurilio era passato senza accorgersi, e il quale però avendo scorto il giovane erasi slanciato sulla strada ad arrestarlo.Maurilio, così richiamato dalle sue meditazioni alle cose circostanti, guardò il libraio con un'aria smemorata che parve al signor Defasi un'espressione di mala voglia e di rancore.— Ella me lo ha promesso: riprese con calore il libraio. Si ricorda di quel dì che l'ho incontrata in casa del dottor Quercia? Io le ho domandato il favore d'un abboccamento in cui potessi far ammenda e riparazione del mio grande, del mio grandissimo fallo verso di Lei: ed Ella fu tanto generosa da promettermelo non solo, ma da dirmi che sarebbe venuta Ella medesima a casa mia. Or dunque la prego non mi neghi la grazia di mantenere quella sua promessa. Se la sapesse con che ardore di desiderio l'ho attesa tutti questi giorni passati! come l'attendono con vivezza pari di sentimento, con ansietà d'impazienza i miei figli, tutti i miei, che si sentono in colpa come me verso di Lei, e che ci tengono supremamente a farsene perdonare! Oh! la non sia tanto inesorabile da rifiutarci questa grazia di perdono.Maurilio avrebbe ceduto ad ogni modo alla richiesta del signor Defasi; non era senza precisa volontà di attenere la promessa ch'egli aveva detto al suo antico principale sarebbesi recato a casa sua appena ritornato dal villaggio; ancor egli ci teneva a ricomparire purgato da ogni accusa e da ogni sospetto in quella casa da cui era stato scacciato come un malfattore; ma a deciderlo più presto ancora concorse il cenno che il libraio fece di passata della circostanza per cui si erano trovati pochi giorni prima in casa di Quercia. Questo nome gli rappresentava appunto tutte quelle perplessità in mezzo a cui s'agitava l'anima sua, riguardo a ciò ch'egli dovesse fare e per sè, e per Gian-Luigi, e pei Benda. Aveva sentito il bisogno d'un onesto consiglio, e nella lontananza di Don Venanzio, dove avrebbe potuto trovare uomo più acconcio di quello che la Provvidenza gli conduceva ora dinanzi, la rettitudine della cui anima traspariva dalla sincerità delle sembianze, del quale egli, per abbastanza lunga consuetudine domestica, conosceva positivamente il cuore generoso, la mente illuminata e la delicata coscienza? Maurilio fece un cenno affermativo del capo senza parlare, ma sorridendo amorevolmente e non senza commozione, e passando innanzi al signor Defasi, entrò nella bottega.In quel fondaco Maurilio non era entrato più da quel brutto momento in cui ne era stato scacciato come lo udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni Selva. Appena entratovi, guardò egli intorno a sè con una curiosità quasi desiosa: parevagli che il trovarsi di nuovo colà potesse far rivivere per lui que' primi tempi di sua dimora in quell'onesta famiglia, che furono i più tranquilli e più felici giorni della sua esistenza, parevagli che tutto avesse da cancellarsi come se non avvenuto quell'avvicendamento di sventure e dolori che aveva dovuto sopportar poi. Che non avrebbe egli dato per tornare davvero a quei momenti colà vissuti allora, i soli di pace che avesse provati mai? Tutto era nel medesimo stato in quel fondaco, tutto al medesimo posto, se non che vi si vedeva di subito un'attività anche maggiore, appariva accresciuta la prosperità dello spaccio.I figliuoli del signor Defasi, il commesso che già era colà al tempo di Maurilio, ai quali il padre e il principale aveva narrato l'incontro del giovane e le parole fra loro scambiatesi, riconobbero tosto l'antico loro compagno nell'individuo signorilmente vestito cui ora il libraio era corso ad arrestare nella strada e introduceva nella bottega; s'alzarono tutti e gli vennero incontro coll'aspetto raumiliato e pentito di chi ha un grave fallo verso altrui edè disposto a far di tutto che gli spetti onestamente per farselo perdonare.Il signor Defasi prese il giovane per mano e presentandolo così agli altri che facevan cerchio, disse con una certa solennità in cui c'era molta commozione eziandio:— Eccovi qui il signor Maurilio Valpetrosa che noi conoscemmo sotto il nome di Maurilio Nulla; noi abbiamo da riparare verso di lui e da farcene perdonare la maggiore delle colpe che altri possa avere verso un onest'uomo; la peggiore delle offese che gli si possa fare, quella d'una falsa accusa, di una calunnia. Dichiaro io qui in presenza di tutti voi altri che mi ascoltale, e vorrei dichiararlo in presenza di tutto il mondo che, raggirato da ostili relazioni fattemi intorno a lui, ingannato da fallaci apparenze, ho osato sospettare la onestà d'un giovane che in tutto il tempo durante cui rimase presso di me aveva dato prove della maggior rettitudine. La Provvidenza volle molto tempo dopo chiarire il mio sciagurato errore, perchè, facendo poi aggiustare il banco, fu trovata in fondo, scivolatavi non si sa come, quella miserabile somma la cui mancanza dal cassetto aveva originato il dubbio. Io glie ne domando perdono, signor Maurilio, e qui meco glie lo domandano i figli miei: e se il gettarmi in ginocchio innanzi a Lei, e se ogni altra maggior mostra di pentimento e d'umiliazione potesse bastare...Fece una mossa come se volesse davvero inginocchiarsi; ma il giovane intenerito, l'anima dolcemente sollevata, fu lesto a trattenerlo abbracciandolo; e con ineffabile commozione si lasciò cadere sul seno di lui, mentre due lagrime gli colavano giù per le guancie.— Grazie, grazie: diss'egli con voce per emozione tremante. La perdono, li perdono tutti; li avevo già perdonati... Avevo io il diritto pure di lamentarmi di questo errore a mio carico? Tutto congiurava contro di me. Io a luogo loro non avrei fatto forse ancora più temerario giudizio e non sarei stato più crudele di quello ch'essi furono per me? Dimentichiamo tutto e perdoniamo.Si strinsero la mano quanti erano, si abbracciarono con cordiale effusione. Maurilio da quelle mostre d'affetto, da quel puro ambiente d'onestà che lo circondava, sentì l'animo confortato, quasi rallegrato; girò intorno lo sguardo, annasò voluttuosamente quell'odore di stampati in mezzo a cui era vissuto così volonteroso parecchi anni e disse lentamente pronunziando le parole come chi desidera non le sieno leggermente accolte da chi le ascolta:— E forse avverrà, signor Defasi, ch'io venga fra non molto a domandarle un gran favore; e voglia Ella, come riparazione a quella disgraziata vicenda, essere disposto ad accordarmelo: questo favore sarebbe quello di venire accettato di nuovo qui nella qualità in cui già ci fui un tempo, come se il tempo, aimè poco lieto, che trammezzò non fosse avvenuto.Il libraio lo guardò con istupore.— Come! diss'egli; ora ch'Ella ha trovato la sua nobile famiglia...— A questo riguardo, se la mi consente, devo parlarle ed invocare i suoi consigli. Quando avrà udito la capirà la ragione delle mie parole.Il signor Defasi, che voleva appunto ripresentare il giovane eziandio alle donne della sua famiglia, si affrettò a condurlo di sopra nella sua domestica dimora. Ci trovarono la madre e la figliuola modestamente ma con graziosa pulitezza vestite, in un modesto salotto da cui però non erano esclusi i comodi della vita, alacremente occupate ai loro donneschi lavori. Maggiore ancora che altrove era in quel salotto l'ambiente di pace, di amorevolezza, di onestà: tutto il pregio della cara vita domestica, le delizie degli affetti famigliari che ha seco per prezioso corteo la donna virtuosa, madre, sposa, figliuola, si trovava colà raccolto, rappresentato in quelle modeste e benigne figure femminili, attempata una, fanciulla l'altra.Maurilio, ricevuto con molta gentilezza, con quella cara espansività di grazia muliebre a cui nulla può paragonarsi, rammentò in quel punto come vi fosse stato un tempo in cui il signor Defasi, così generosamente affettuoso per lui, non avrebbe fors'anco negato di dargli nella sua una famiglia, di regalargli con quella mite giovanetta la felicità della vita. Pensò quanto diverso, quanto lieto sarebbe stato il suo destino; quanto migliore fors'anco sarebbe diventato egli stesso... Ma ora era troppo tardi! Soffocò un sospiro e ridomandò al signor Defasi quel colloquio che già gli aveva accennato.Invaso, per così dire, da quell'atmosfera d'onestà in cui si respirava il sentimento del dovere, nella quale viveva quell'ammirabile famiglia, il nostro giovane s'era sempre più risoluto a svelar ogni cosa al suo antico principale e seguirne i consigli, nè aveva il menomo dubbio su quello che il galantuomo gli avrebbe consigliato.Narrò dunque da capo a fondo quello che riguardava la scoperta della sua creduta famiglia e le lettere del supposto suo genitore, narrò ciò che sapeva di Gian-Luigi e quel di più che aveva potuto argomentare dai fatti di lui dal momento che, dopo lungo intervallo, l'aveva rivisto quella sera nella taverna di Pelone, e conchiuse che questo tale stava per isposare la ragazza d'un'onoratissima famiglia, sorella d'un amico suo.Nel signor Defasi non ci fu la menoma esitazione ad esprimere colle parole che dettava il buon senso que' consigli che gl'ispirava la rettitudine dell'animo. Erano quali Maurilio aveva pensati e quali era ormai risoluto di porre in atto senza fallo. Uscì di là colla determinazione di svelare al marchese la circostanza delle lettere di Gian-Luigi, di correre daFrancesco Benda a fargli conoscere qual fosse l'uomo che stava per isposare sua sorella.Siccome quest'ultima bisogna premeva di più, fu la prima che imprese, e con sollecito passo s'avviò verso lo stabilimento del fabbricante di ferro.Quei locali, che solevano essere così rumorosi sempre per la quotidiana attività del lavoro, erano ora silenziosi come un cimitero. Le traccie dell'incendio nel fabbricato in fondo al cortile davano a quella solitudine l'aspetto della desolazione. Maurilio venne sino al portone di cui lo sportello aperto lasciava scorgere la vista dell'interno e non ebbe il coraggio di entrare. La timidità della sua natura l'aveva tutto ripreso ed era il più impacciato del mondo. Come si sarebb'egli presentato in quella casa? domandavasi: quali parole usate? con che faccia abbordato il difficile argomento? Fece due o tre giri innanzi alla porta: ma conveniva pur decidersi alla fine: dopo le parole del signor Defasi, meglio ancora di prima e' vedeva in quell'atto un dovere cui gli bisognava compiere assolutamente. Si fece forza ed entrò. La voce burbera di Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata ed in corpo un umore terribile, lo venne arrestare ai primi passi colla domanda fatta in tono feroce:— Che la vuole? di chi cerca?Maurilio diede in una scossa quasi di paura.— Cerco, rispose con esitazione e quasi balbettando..., vorrei.... se ci fosse il dottor Quercia....Bastiano diede un'occhiata sospettosa a quel personaggio così impacciato nelle parole. Se avesse avuto panni da povero, l'avrebbe creduto un cercator d'elemosina e l'avrebbe rinviato senza tanti discorsi. Vistolo riccamente vestito, il portinaio si contentò di bruscamente rispondere:— Il dottore in questo momento non c'è.Maurilio rimase lì stecchito, senza muoversi, senza saper più che dire, senza consiglio.— Ha capito? gli disse dopo un poco Bastiano alzando la sua grossa voce, come se avesse da parlare ad un sordo: il dottore non c'è, nè so quando sia per venire, nè qui è luogo da stare ad aspettarlo.— Allora vorrei parlare con Francesco: disse finalmente Maurilio che sentiva l'obbligo di non uscir più senza tutto aver tentato per compire il suo ufficio.— Francesco! esclamò più ruvidamente ancora il portinaio offeso di tanta famigliarità pel suo padroncino in uno sconosciuto. Il sor avvocatino la vuol dire?— Sì... appunto... l'avvocato Benda.— E' gli è a letto... La lo dovrebbe sapere, chè se n'è parlato abbastanza per tutta Torino da empirne le orecchie di tutti... E non riceve nessuno.— Lo so che gli è a letto, ma ho pure inteso che sta meglio di molto, ed è gran mestieri ch'io gli parli per cose che importano gravemente. Sono molto suo amico io e sono certo che appena udito il mio nome mi vorrebbe ricevere.— Sì? domandò il bravo Bastiano di subito un po' rabbonito, ma guardando con cera attenta e scrutativa quel cotale, per vedere se gli era un impostore. Se la è così me lo dica a me il suo nome, ed io lo faccio passare al sor avvocatino che deciderà quello che vuol fare.— Sarà meglio anzi ch'io scriva due righe per chiedergliene udienza: disse Maurilio, ed avuto dal portinaio l'occorrente vergò poche parole che furono tosto fatte ricapitare nelle mani di Francesco.Questi nel leggere il biglietto di Maurilio provò un senso che per poco non era di ripugnanza e disgusto. Per quel trovatello, se Francesco aveva partecipato ai generosi sentimenti di compassione che avevano verso di lui i comuni amici, non aveva però mai sentita nissuna vivacità di simpatia nè vera tenerezza d'affetto: ultimamente, quando, arrestato, fu introdotto in presenza del Commissario, Benda, se vi ricorda, aveva udito da quest'ultimo, come quel giovane fosse stato accusato d'un orribile delitto e sostenuto molto tempo in carcere. Egli non aveva punto creduto che di quel delitto Maurilio fosse veramente colpevole, l'umana giustizia stessa aveva dovuto riconoscerlo innocente, se lo aveva rilasciato libero; ma pure l'apprendere allora una simile circostanza sempre ignorata, non era concorsa a sminuire quel certo allontanamento fra il suo e l'animo del trovatello, allontanamento, il quale, senza ch'essi lo volessero, e fors'anco se ne accorgessero, da qualche tempo si faceva maggiore per effetto del loro istinto di rivali in amore. Tuttavia ricevendo ora la preghiera di un colloquio per cose importanti, e temendo potessero queste cose avere attinenza colla loro fallita congiura politica e colla sorte dei comuni amici, non credette poter fare altrimenti che ordinare lo s'introducesse.Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non seppe trovar cosa che valesse.Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento.Narrò dell'infanzia sua e di Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito, della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio, nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere, quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli tuttavia, ma che stava per prorompere.

Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il giovane s'accorse. Ilmedichinoche si sapeva circondato dalla sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina, quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a quel paese s'e' fosse ritornato.

Ma il nostro protagonista insistette cotanto, disse con sì franca e calda asseveranza importantissime ed urgentissime essere le cose che aveva da rivelare a Gian-Luigi, che il finto servo, scosso alquanto dal timore che quello sconosciuto venisse invece a recare qualche avvertimento che potesse giovare, finì per dire:

— Ella afferma che, se il dottor Quercia intendesse il suo nome la vorrebbe ricever subito?

— Sì....

— E che si tratta di cosa onde dipende la sorte del dottore medesimo?

— Sì.

— Or bene, qui non è bugia che di tutto il giorno sarà impossibile rinvenire il dottore, ma le indicherò il luogo dov'Ella lo possa rintracciare; ed è nella casa del signor Benda, di cui egli sposa la figliuola.

— Benda! esclamò Maurilio meravigliato. Il fabbricante di ferro?

— Sì signore, quello presso cui successe pochi giorni sono quel maledetto buscherio.

— E il vostro padrone ne sposa la figliuola?

— Si fa il contratto degli sponsali questa sera medesima.

Maurilio partissi di là perplesso assai, con una nuova cura nell'animo. Era egli amico di molto a Francesco Benda, del quale il generoso animo, le buone qualità, i meriti singolari non gli faceva disconoscere la invida gelosia natagli da poco per la rivalità in amore. Sapeva egli quale onesta e buona famiglia, degna di stima, d'amore e di felicità fosse quella: e conosceva abbastanza delle vicende e delle condizioni di Gian-Luigi per arguire che se da parte dei Benda erasi acconsentito a dargli in isposa la ragazza del loro sangue, era certo per effetto diun inganno in cui il tristo li aveva indotti. Che doveva far egli in presenza di questo avvenimento? Lasciar correre le cose e compire il sacrificio di quella innocente fanciulla e il danno, forse e senza forse, di tutta la famiglia? Glie ne rimordeva la retta coscienza, rampognandolo che avrebbe mancato al dovere di amico e di onest'uomo. Farsi denunciatore del suo compagno d'infanzia? Sentiva in sè qualche cosa eziandio che a ciò ripugnava, come se fosse un tradimento. Si aggirò lungo tempo incerto, travagliato da dubbio tormentosissimo; col sì e col no che nel capo gli tenzonavano. Ora voleva accorrere dai Benda e dir tutto quello che sapeva di Gian-Luigi: ora voleva in ogni modo adoperarsi per avere a tu per tu quest'ultimo e intimargli rinunziasse egli a quel maritaggio, minacciandolo di far conoscere la verità; ora si diceva che quello in fin dei conti non doveva essere il fatto suo, e che il meglio sarebbe stato tacere di tutto, a Gian-Luigi della per sè fatale scoperta circa i due frammenti di lettera da lui posseduti, ai Benda delle cose di colui al quale avevano accordato la mano della fanciulla.

Aveva bisogno d'un consiglio, d'un aiuto, d'una direzione in tanta perplessità, e non sapeva a cui rivolgersi, quando ad un punto in una delle principali strade per la quale andava girelloni, assorto ne' suoi pensieri, senza vedere cosa alcuna nè persona, il fondaco d'un libraio si aprì vivamente, un uomo di età matura, dalle sembianze oneste e schiette ne uscì ratto, e preso per un braccio Maurilio, gli disse con accento di cordialità, d'affetto e insieme di supplicazione:

— La vedo finalmente! La mi avrà da scusare, ma io non la lascio più finchè non m'abbia fatto il favore d'essere venuto nella mia casa, ripresentato alla mia famiglia e aver ricevuto in presenza di questa quelle scuse che ci tengo assaissimo a rinnovarle.

Era il signor Defasi, innanzi alla cui bottega Maurilio era passato senza accorgersi, e il quale però avendo scorto il giovane erasi slanciato sulla strada ad arrestarlo.

Maurilio, così richiamato dalle sue meditazioni alle cose circostanti, guardò il libraio con un'aria smemorata che parve al signor Defasi un'espressione di mala voglia e di rancore.

— Ella me lo ha promesso: riprese con calore il libraio. Si ricorda di quel dì che l'ho incontrata in casa del dottor Quercia? Io le ho domandato il favore d'un abboccamento in cui potessi far ammenda e riparazione del mio grande, del mio grandissimo fallo verso di Lei: ed Ella fu tanto generosa da promettermelo non solo, ma da dirmi che sarebbe venuta Ella medesima a casa mia. Or dunque la prego non mi neghi la grazia di mantenere quella sua promessa. Se la sapesse con che ardore di desiderio l'ho attesa tutti questi giorni passati! come l'attendono con vivezza pari di sentimento, con ansietà d'impazienza i miei figli, tutti i miei, che si sentono in colpa come me verso di Lei, e che ci tengono supremamente a farsene perdonare! Oh! la non sia tanto inesorabile da rifiutarci questa grazia di perdono.

Maurilio avrebbe ceduto ad ogni modo alla richiesta del signor Defasi; non era senza precisa volontà di attenere la promessa ch'egli aveva detto al suo antico principale sarebbesi recato a casa sua appena ritornato dal villaggio; ancor egli ci teneva a ricomparire purgato da ogni accusa e da ogni sospetto in quella casa da cui era stato scacciato come un malfattore; ma a deciderlo più presto ancora concorse il cenno che il libraio fece di passata della circostanza per cui si erano trovati pochi giorni prima in casa di Quercia. Questo nome gli rappresentava appunto tutte quelle perplessità in mezzo a cui s'agitava l'anima sua, riguardo a ciò ch'egli dovesse fare e per sè, e per Gian-Luigi, e pei Benda. Aveva sentito il bisogno d'un onesto consiglio, e nella lontananza di Don Venanzio, dove avrebbe potuto trovare uomo più acconcio di quello che la Provvidenza gli conduceva ora dinanzi, la rettitudine della cui anima traspariva dalla sincerità delle sembianze, del quale egli, per abbastanza lunga consuetudine domestica, conosceva positivamente il cuore generoso, la mente illuminata e la delicata coscienza? Maurilio fece un cenno affermativo del capo senza parlare, ma sorridendo amorevolmente e non senza commozione, e passando innanzi al signor Defasi, entrò nella bottega.

In quel fondaco Maurilio non era entrato più da quel brutto momento in cui ne era stato scacciato come lo udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni Selva. Appena entratovi, guardò egli intorno a sè con una curiosità quasi desiosa: parevagli che il trovarsi di nuovo colà potesse far rivivere per lui que' primi tempi di sua dimora in quell'onesta famiglia, che furono i più tranquilli e più felici giorni della sua esistenza, parevagli che tutto avesse da cancellarsi come se non avvenuto quell'avvicendamento di sventure e dolori che aveva dovuto sopportar poi. Che non avrebbe egli dato per tornare davvero a quei momenti colà vissuti allora, i soli di pace che avesse provati mai? Tutto era nel medesimo stato in quel fondaco, tutto al medesimo posto, se non che vi si vedeva di subito un'attività anche maggiore, appariva accresciuta la prosperità dello spaccio.

I figliuoli del signor Defasi, il commesso che già era colà al tempo di Maurilio, ai quali il padre e il principale aveva narrato l'incontro del giovane e le parole fra loro scambiatesi, riconobbero tosto l'antico loro compagno nell'individuo signorilmente vestito cui ora il libraio era corso ad arrestare nella strada e introduceva nella bottega; s'alzarono tutti e gli vennero incontro coll'aspetto raumiliato e pentito di chi ha un grave fallo verso altrui edè disposto a far di tutto che gli spetti onestamente per farselo perdonare.

Il signor Defasi prese il giovane per mano e presentandolo così agli altri che facevan cerchio, disse con una certa solennità in cui c'era molta commozione eziandio:

— Eccovi qui il signor Maurilio Valpetrosa che noi conoscemmo sotto il nome di Maurilio Nulla; noi abbiamo da riparare verso di lui e da farcene perdonare la maggiore delle colpe che altri possa avere verso un onest'uomo; la peggiore delle offese che gli si possa fare, quella d'una falsa accusa, di una calunnia. Dichiaro io qui in presenza di tutti voi altri che mi ascoltale, e vorrei dichiararlo in presenza di tutto il mondo che, raggirato da ostili relazioni fattemi intorno a lui, ingannato da fallaci apparenze, ho osato sospettare la onestà d'un giovane che in tutto il tempo durante cui rimase presso di me aveva dato prove della maggior rettitudine. La Provvidenza volle molto tempo dopo chiarire il mio sciagurato errore, perchè, facendo poi aggiustare il banco, fu trovata in fondo, scivolatavi non si sa come, quella miserabile somma la cui mancanza dal cassetto aveva originato il dubbio. Io glie ne domando perdono, signor Maurilio, e qui meco glie lo domandano i figli miei: e se il gettarmi in ginocchio innanzi a Lei, e se ogni altra maggior mostra di pentimento e d'umiliazione potesse bastare...

Fece una mossa come se volesse davvero inginocchiarsi; ma il giovane intenerito, l'anima dolcemente sollevata, fu lesto a trattenerlo abbracciandolo; e con ineffabile commozione si lasciò cadere sul seno di lui, mentre due lagrime gli colavano giù per le guancie.

— Grazie, grazie: diss'egli con voce per emozione tremante. La perdono, li perdono tutti; li avevo già perdonati... Avevo io il diritto pure di lamentarmi di questo errore a mio carico? Tutto congiurava contro di me. Io a luogo loro non avrei fatto forse ancora più temerario giudizio e non sarei stato più crudele di quello ch'essi furono per me? Dimentichiamo tutto e perdoniamo.

Si strinsero la mano quanti erano, si abbracciarono con cordiale effusione. Maurilio da quelle mostre d'affetto, da quel puro ambiente d'onestà che lo circondava, sentì l'animo confortato, quasi rallegrato; girò intorno lo sguardo, annasò voluttuosamente quell'odore di stampati in mezzo a cui era vissuto così volonteroso parecchi anni e disse lentamente pronunziando le parole come chi desidera non le sieno leggermente accolte da chi le ascolta:

— E forse avverrà, signor Defasi, ch'io venga fra non molto a domandarle un gran favore; e voglia Ella, come riparazione a quella disgraziata vicenda, essere disposto ad accordarmelo: questo favore sarebbe quello di venire accettato di nuovo qui nella qualità in cui già ci fui un tempo, come se il tempo, aimè poco lieto, che trammezzò non fosse avvenuto.

Il libraio lo guardò con istupore.

— Come! diss'egli; ora ch'Ella ha trovato la sua nobile famiglia...

— A questo riguardo, se la mi consente, devo parlarle ed invocare i suoi consigli. Quando avrà udito la capirà la ragione delle mie parole.

Il signor Defasi, che voleva appunto ripresentare il giovane eziandio alle donne della sua famiglia, si affrettò a condurlo di sopra nella sua domestica dimora. Ci trovarono la madre e la figliuola modestamente ma con graziosa pulitezza vestite, in un modesto salotto da cui però non erano esclusi i comodi della vita, alacremente occupate ai loro donneschi lavori. Maggiore ancora che altrove era in quel salotto l'ambiente di pace, di amorevolezza, di onestà: tutto il pregio della cara vita domestica, le delizie degli affetti famigliari che ha seco per prezioso corteo la donna virtuosa, madre, sposa, figliuola, si trovava colà raccolto, rappresentato in quelle modeste e benigne figure femminili, attempata una, fanciulla l'altra.

Maurilio, ricevuto con molta gentilezza, con quella cara espansività di grazia muliebre a cui nulla può paragonarsi, rammentò in quel punto come vi fosse stato un tempo in cui il signor Defasi, così generosamente affettuoso per lui, non avrebbe fors'anco negato di dargli nella sua una famiglia, di regalargli con quella mite giovanetta la felicità della vita. Pensò quanto diverso, quanto lieto sarebbe stato il suo destino; quanto migliore fors'anco sarebbe diventato egli stesso... Ma ora era troppo tardi! Soffocò un sospiro e ridomandò al signor Defasi quel colloquio che già gli aveva accennato.

Invaso, per così dire, da quell'atmosfera d'onestà in cui si respirava il sentimento del dovere, nella quale viveva quell'ammirabile famiglia, il nostro giovane s'era sempre più risoluto a svelar ogni cosa al suo antico principale e seguirne i consigli, nè aveva il menomo dubbio su quello che il galantuomo gli avrebbe consigliato.

Narrò dunque da capo a fondo quello che riguardava la scoperta della sua creduta famiglia e le lettere del supposto suo genitore, narrò ciò che sapeva di Gian-Luigi e quel di più che aveva potuto argomentare dai fatti di lui dal momento che, dopo lungo intervallo, l'aveva rivisto quella sera nella taverna di Pelone, e conchiuse che questo tale stava per isposare la ragazza d'un'onoratissima famiglia, sorella d'un amico suo.

Nel signor Defasi non ci fu la menoma esitazione ad esprimere colle parole che dettava il buon senso que' consigli che gl'ispirava la rettitudine dell'animo. Erano quali Maurilio aveva pensati e quali era ormai risoluto di porre in atto senza fallo. Uscì di là colla determinazione di svelare al marchese la circostanza delle lettere di Gian-Luigi, di correre daFrancesco Benda a fargli conoscere qual fosse l'uomo che stava per isposare sua sorella.

Siccome quest'ultima bisogna premeva di più, fu la prima che imprese, e con sollecito passo s'avviò verso lo stabilimento del fabbricante di ferro.

Quei locali, che solevano essere così rumorosi sempre per la quotidiana attività del lavoro, erano ora silenziosi come un cimitero. Le traccie dell'incendio nel fabbricato in fondo al cortile davano a quella solitudine l'aspetto della desolazione. Maurilio venne sino al portone di cui lo sportello aperto lasciava scorgere la vista dell'interno e non ebbe il coraggio di entrare. La timidità della sua natura l'aveva tutto ripreso ed era il più impacciato del mondo. Come si sarebb'egli presentato in quella casa? domandavasi: quali parole usate? con che faccia abbordato il difficile argomento? Fece due o tre giri innanzi alla porta: ma conveniva pur decidersi alla fine: dopo le parole del signor Defasi, meglio ancora di prima e' vedeva in quell'atto un dovere cui gli bisognava compiere assolutamente. Si fece forza ed entrò. La voce burbera di Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata ed in corpo un umore terribile, lo venne arrestare ai primi passi colla domanda fatta in tono feroce:

— Che la vuole? di chi cerca?

Maurilio diede in una scossa quasi di paura.

— Cerco, rispose con esitazione e quasi balbettando..., vorrei.... se ci fosse il dottor Quercia....

Bastiano diede un'occhiata sospettosa a quel personaggio così impacciato nelle parole. Se avesse avuto panni da povero, l'avrebbe creduto un cercator d'elemosina e l'avrebbe rinviato senza tanti discorsi. Vistolo riccamente vestito, il portinaio si contentò di bruscamente rispondere:

— Il dottore in questo momento non c'è.

Maurilio rimase lì stecchito, senza muoversi, senza saper più che dire, senza consiglio.

— Ha capito? gli disse dopo un poco Bastiano alzando la sua grossa voce, come se avesse da parlare ad un sordo: il dottore non c'è, nè so quando sia per venire, nè qui è luogo da stare ad aspettarlo.

— Allora vorrei parlare con Francesco: disse finalmente Maurilio che sentiva l'obbligo di non uscir più senza tutto aver tentato per compire il suo ufficio.

— Francesco! esclamò più ruvidamente ancora il portinaio offeso di tanta famigliarità pel suo padroncino in uno sconosciuto. Il sor avvocatino la vuol dire?

— Sì... appunto... l'avvocato Benda.

— E' gli è a letto... La lo dovrebbe sapere, chè se n'è parlato abbastanza per tutta Torino da empirne le orecchie di tutti... E non riceve nessuno.

— Lo so che gli è a letto, ma ho pure inteso che sta meglio di molto, ed è gran mestieri ch'io gli parli per cose che importano gravemente. Sono molto suo amico io e sono certo che appena udito il mio nome mi vorrebbe ricevere.

— Sì? domandò il bravo Bastiano di subito un po' rabbonito, ma guardando con cera attenta e scrutativa quel cotale, per vedere se gli era un impostore. Se la è così me lo dica a me il suo nome, ed io lo faccio passare al sor avvocatino che deciderà quello che vuol fare.

— Sarà meglio anzi ch'io scriva due righe per chiedergliene udienza: disse Maurilio, ed avuto dal portinaio l'occorrente vergò poche parole che furono tosto fatte ricapitare nelle mani di Francesco.

Questi nel leggere il biglietto di Maurilio provò un senso che per poco non era di ripugnanza e disgusto. Per quel trovatello, se Francesco aveva partecipato ai generosi sentimenti di compassione che avevano verso di lui i comuni amici, non aveva però mai sentita nissuna vivacità di simpatia nè vera tenerezza d'affetto: ultimamente, quando, arrestato, fu introdotto in presenza del Commissario, Benda, se vi ricorda, aveva udito da quest'ultimo, come quel giovane fosse stato accusato d'un orribile delitto e sostenuto molto tempo in carcere. Egli non aveva punto creduto che di quel delitto Maurilio fosse veramente colpevole, l'umana giustizia stessa aveva dovuto riconoscerlo innocente, se lo aveva rilasciato libero; ma pure l'apprendere allora una simile circostanza sempre ignorata, non era concorsa a sminuire quel certo allontanamento fra il suo e l'animo del trovatello, allontanamento, il quale, senza ch'essi lo volessero, e fors'anco se ne accorgessero, da qualche tempo si faceva maggiore per effetto del loro istinto di rivali in amore. Tuttavia ricevendo ora la preghiera di un colloquio per cose importanti, e temendo potessero queste cose avere attinenza colla loro fallita congiura politica e colla sorte dei comuni amici, non credette poter fare altrimenti che ordinare lo s'introducesse.

Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non seppe trovar cosa che valesse.

Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento.Narrò dell'infanzia sua e di Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito, della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio, nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.

Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere, quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli tuttavia, ma che stava per prorompere.


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