CAPITOLO XV.Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici, le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella disputa.Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiorealla sua sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi, perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In questo senso fu detto il motto sublime:Credo quia absurdum!E ad ogni modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità? E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi, appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera: speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri credenti.Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa guisa:— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore, dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo si esplica e manifesta.«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra, all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma, come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i latini sono cattolici.«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede, per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano a preparare la modificazione della forma in una fase novella.«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario! Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete, imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile; ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita religiosa delle anime.«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere, cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore d'ogni eresia.«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la giustizia è per se stessa.....— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto, disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine? Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.— Ma quale?— Mi ascolti.Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e deve passare.«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione dell'universo.«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali essi obbedisconoe ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è il quarto grado del suo sviluppo.«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo, studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza non ne venga a scapitare.«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo, che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei supplizi materiali.«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni, il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca, che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato; il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti, pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando: un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera coscienza.«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa ilrationabile obsequiumdi San Paolo; allora si verifica la parola del Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su quell'ultimo gradino della libera coscienza.«Io mi vanto d'essere fra costoro.«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione del destino umano che non si compie nella breve vita su questo miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosadomestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua brava messa prima che sia giorno chiaro.I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! — un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora ti stanno in mente.Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente: ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima, erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie della età della fanciullezza.Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì, da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla piazzetta.Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo che stava in metà della piazza.I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera, trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al pascolo le vaccherelle di Menico.Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme, che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario, tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi, quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi, una vergatra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico, macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse. Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza dell'uomo.Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso, confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima, bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva: egli venne colà a bella posta e stette aspettando.Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove tu siedi.«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena; fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu, benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole; quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato, non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo regno, tuttochèimmenso; sento che il mio pensiero è chiamato ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli abissi dell'infinito.«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo, traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore: Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior luce della vita avvenire.»Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che parevano parole d'un misterioso linguaggio.— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona. L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare: traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire, un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi, direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto, non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e tese verso quell'essere non umano le braccia.— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No, infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate. Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più disposto alla vita superiore che t'attende.«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso — ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili sono le tue pene, e soffri longanime.«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo, si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate nel suo pensiero.— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze? Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione. Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle condizioni che mi spettano?Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una domanda.— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia famiglia? Non è egli vero?Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede: ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani verso lo spirito.— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi tutto il vero, qualunque sia...Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:— No! no! no!Il giovane sorse con impeto.— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome di Dio! È mia sorella Virginia?Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra. Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e turbinante della neve aggirata dalla brezza.Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi sa dove, e chi sa come?Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla, fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce che già lo aveva chiamato gli disse:— Eh Maurilio! sei tu sordo?Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che vieni tu a farci?Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in una franca risata.— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima avrei potuto, epromissio boni viri.... con quel che segue. Mi sono detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno di libertà e son volato... coi cavalli dell'omnibus. Sissignore son venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane, per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che cosa son qui per fare?Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio ignorato pur ieri?Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo, tutto plebeo, non altro che plebeo.Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo, profondo; subodorò un segreto.— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata della chiesa in fondo alla piazza, ilmedichinodomandò bruscamente:— Dove sei tu avviato?— Rientro in casa di Don Venanzio.— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:— Se ti accompagnassi dalla Margherita....— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di riabbracciamenti non vogliono testimonii.— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nellacanonica.— A rivederci.Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con un piacevole e schietto sorriso.La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma, gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a mezzo.— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? — Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore verso di lui eper esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma Margherita, abbracciatemi pure.La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori! ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere in un pianto dirotto con forti singhiozzi.L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità, perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire, incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e disse non senza qualche impazienza:— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!Margherita si asciugò in fretta le lagrime.— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non so.....Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io, povera vecchia?...— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a salvarmene.— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»— In tal caso, continuava ilmedichino, voi ripeterete parola per parola ciò che ora verrò dicendovi.Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi; appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua eredità.Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come una statua.— Avete capito? le domandò il giovane.Ella accennò di sì.— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso, senza imbrogliarvi e confondervi.— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria, risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al lotto.Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.— Ah! questa è una ben grossa bugia.— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene dirla se il bisogno lo vuole.La vecchia curvò il capo.— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva chinati a terra.— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di voler fare qualunque cosa per util mio?— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una seduzione:— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi: vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla disperazione suo figlio?La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria ragione.— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in voi tanta esitazione, sì poco amore!....La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e più grave pericolo incombeva sul suo capo.Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di fervente preghiera, esclamò:— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori; risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario, dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli sacrificherò anche l'anima.Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì, ella seppe rattenere il pianto.— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo abbraccio.Ella rispose con un cenno affermativo del capo.— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad allontanarsi.Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della Polizia.»Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul fuoco, disse fra sè:— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi possa pregiudicare.
Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici, le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.
Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella disputa.
Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiorealla sua sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi, perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In questo senso fu detto il motto sublime:Credo quia absurdum!E ad ogni modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità? E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi, appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera: speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri credenti.
Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa guisa:
— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore, dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo si esplica e manifesta.
«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra, all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma, come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i latini sono cattolici.
«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede, per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano a preparare la modificazione della forma in una fase novella.
«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario! Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.
«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.
«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete, imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile; ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita religiosa delle anime.
«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...
— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.
— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere, cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore d'ogni eresia.
«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la giustizia è per se stessa.....
— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto, disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine? Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.
— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.
— Ma quale?
— Mi ascolti.
Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.
— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e deve passare.
«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.
«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione dell'universo.
«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali essi obbedisconoe ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è il quarto grado del suo sviluppo.
«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo, studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza non ne venga a scapitare.
«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo, che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei supplizi materiali.
«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni, il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca, che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato; il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti, pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando: un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera coscienza.
«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa ilrationabile obsequiumdi San Paolo; allora si verifica la parola del Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.
«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su quell'ultimo gradino della libera coscienza.
«Io mi vanto d'essere fra costoro.
«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione del destino umano che non si compie nella breve vita su questo miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»
Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosadomestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.
— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua brava messa prima che sia giorno chiaro.
I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.
— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! — un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora ti stanno in mente.
Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.
Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente: ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima, erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie della età della fanciullezza.
Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì, da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla piazzetta.
Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo che stava in metà della piazza.
I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera, trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.
— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.
E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al pascolo le vaccherelle di Menico.
Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme, che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario, tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.
Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi, quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi, una vergatra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico, macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse. Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.
Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza dell'uomo.
Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso, confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima, bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva: egli venne colà a bella posta e stette aspettando.
Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.
— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove tu siedi.
«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena; fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu, benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.
«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole; quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato, non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo regno, tuttochèimmenso; sento che il mio pensiero è chiamato ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli abissi dell'infinito.
«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo, traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore: Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior luce della vita avvenire.»
Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che parevano parole d'un misterioso linguaggio.
— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!
Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona. L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.
La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare: traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire, un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.
Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi, direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto, non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e tese verso quell'essere non umano le braccia.
— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.
Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.
— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No, infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate. Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più disposto alla vita superiore che t'attende.
«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso — ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili sono le tue pene, e soffri longanime.
«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»
La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo, si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate nel suo pensiero.
— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze? Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione. Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle condizioni che mi spettano?
Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una domanda.
— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia famiglia? Non è egli vero?
Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede: ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani verso lo spirito.
— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi tutto il vero, qualunque sia...
Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.
— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?
La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:
— No! no! no!
Il giovane sorse con impeto.
— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?
Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.
— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome di Dio! È mia sorella Virginia?
Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra. Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e turbinante della neve aggirata dalla brezza.
Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi sa dove, e chi sa come?
Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla, fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce che già lo aveva chiamato gli disse:
— Eh Maurilio! sei tu sordo?
Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.
La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.
— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che vieni tu a farci?
Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in una franca risata.
— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima avrei potuto, epromissio boni viri.... con quel che segue. Mi sono detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno di libertà e son volato... coi cavalli dell'omnibus. Sissignore son venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane, per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che cosa son qui per fare?
Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.
— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio ignorato pur ieri?
Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.
— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?
Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.
— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo, tutto plebeo, non altro che plebeo.
Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo, profondo; subodorò un segreto.
— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?
Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.
Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata della chiesa in fondo alla piazza, ilmedichinodomandò bruscamente:
— Dove sei tu avviato?
— Rientro in casa di Don Venanzio.
— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.
Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:
— Se ti accompagnassi dalla Margherita....
— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di riabbracciamenti non vogliono testimonii.
— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nellacanonica.
— A rivederci.
Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.
Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.
— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con un piacevole e schietto sorriso.
La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma, gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a mezzo.
— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...
E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? — Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore verso di lui eper esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.
— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma Margherita, abbracciatemi pure.
La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.
— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori! ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere in un pianto dirotto con forti singhiozzi.
L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità, perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire, incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e disse non senza qualche impazienza:
— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!
Margherita si asciugò in fretta le lagrime.
— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non so.....
Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.
— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?
La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.
— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io, povera vecchia?...
— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a salvarmene.
— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?
— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.
La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»
— In tal caso, continuava ilmedichino, voi ripeterete parola per parola ciò che ora verrò dicendovi.
Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi; appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:
— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua eredità.
Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come una statua.
— Avete capito? le domandò il giovane.
Ella accennò di sì.
— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.
La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.
— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso, senza imbrogliarvi e confondervi.
— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.
— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria, risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al lotto.
Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.
— Ah! questa è una ben grossa bugia.
— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene dirla se il bisogno lo vuole.
La vecchia curvò il capo.
— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.
Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva chinati a terra.
— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.
— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...
— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!
Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.
— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di voler fare qualunque cosa per util mio?
— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...
Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una seduzione:
— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi: vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla disperazione suo figlio?
La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria ragione.
— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.
— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in voi tanta esitazione, sì poco amore!....
La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.
Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e più grave pericolo incombeva sul suo capo.
Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di fervente preghiera, esclamò:
— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori; risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario, dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli sacrificherò anche l'anima.
Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì, ella seppe rattenere il pianto.
— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo abbraccio.
Ella rispose con un cenno affermativo del capo.
— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.
— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad allontanarsi.
Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:
«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della Polizia.»
Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul fuoco, disse fra sè:
— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi possa pregiudicare.