CAPITOLO XXIX.Venuta in possesso delle sue lettere a Luigi, e distruttele, pareva che la contessa di Staffarda non dovesse conservar più inquietudine veruna, nè avere altre ragioni di timore. Eppure non era così; invano sforzavasi essa medesima di farsi tranquilla e rimuovere ogni sollecitudine in proposito; un'ansietà indefinita le incombeva sull'anima come una minaccia continua di pericolo, e ad ogni momentoera in angustia di vedere presentarlesi e più fiero il disastro. Ad ogni volta che la vedesse entrarle in camera la fante, ad ogni lettera o bigliettino che le venisse recato, allo scricchiolar delle scarpe del marito che s'avanzava nella sala o veniva a raggiungerla nella stanza da pranzo, ella rabbrividiva dicendosi: «è qui la catastrofe.»Il suo presentimento aveva ragione: e fu appunto una letterina che, il giorno dopo quella scena in cui il marito le aveva fatte bruciare le carte, venne a darle il colpo d'una nuova minaccia. Era una lettera violenta della Zoe furibonda.«Aveva ragione il mio istinto di popolana nel diffidare della vostra perfidia, vipera della nobiltà. Siete una traditrice più infame di tutte le donne infami del mondo; e vostro marito è un miserabile schifoso come una spia. Sì, con tutti i suoi titoli, con tutti i suoi avi, con tutta la superbia del suo sangue azzurro è un miserabile: ed insieme voi due fate una degnissima coppia.«M'avete vigliaccamente ingannata e credete aver trionfato! Il povero Luigi lo credete irrevocabilmente perduto, e voi siete padrona delle vostre lettere. Avete fatto l'opera di Giuda e vi pensate poter dormire fra due guanciali! Vi sbagliate. Avreste dovuto fare sparire anche me; ma ciò non potrete: so guardarmi, e so difendermi occorrendo. Non ho più i documenti in mano, ma ho la conoscenza di tutto! So appuntino tutto quello che passò fra voi e lui; e parlerò. Sarò creduta, non dubitate; e se non potrò con ciò giovar più a Luigi, sfogherò almeno il mio sdegno e vendicherò lui e me.«Aspettatevi a sentire quanto prima qualche risultato della mia vendetta.»Alla lettura di queste parole, Candida fu presa da un assalto di febbre nervosa. L'anima sua troppo in que' giorni percossa, non aveva più vigore di sorta. Lesse e rilesse quel biglietto in una specie di stupidità dolorosa, non sapendo che risolvere, sentendo in tutte le sue fibre scorrere un fuoco che sembrava dissolverle gli elementi della vita. Pensò mostrare al conte quella lettera; e non osò; le venne in capo correre dalla cortigiana, provarle, giurarle ch'ella era innocente della fattale accusa, e se ne trattenne, non perchè la sua dignità a ciò si ribellasse, ma perchè non osò neppure. Stette inerte, tremante, sotto un'angoscia impossibile a dirsi, che durando parecchi giorni l'avrebbe uccisa. Ma parve che il Cielo avesse finalmente pietà di quell'infelice, e che la sua punizione fosse omai sufficiente alla colpa, senza accrescerne ancora la gravezza. Fu un'altra lettera dellaLeggerache venne a rassicurarla, due giorni di poi.«Eglimi comanda espressamente di lasciarla in pace. Io ho giurato di obbedire aluiin tutto, e gli obbedisco anche in ciò. Ringrazi le circostanze che m'impedirono finora di cominciare l'effettuazione della mia vendetta; sia riconoscente alla generosità di quell'uomo che le perdona, e viva tranquilla riguardo a me: abbandono la cura della nostra vendetta alla sua coscienza.»A cagionare questo cambiamento nelle determinazioni della Zoe, ecco che cosa era successo.Fuggita, come abbiam visto, alle granfie di Barnaba e de' suoi, laLeggeraaveva riparato niente meno che al Palazzo Reale, nell'appartamento datovi da Carlo Alberto a quel principotto scapato venutovi sotto colore di educarsi all'arte di regno del re Savoino, e che doveva profittarne così bene da presentar poi al mondo lo spettacolo strano, all'infelice popolazione del suo ducato il brutto regalo d'un Caracalla in sedicesimo nel pieno secolo XIX, finchè non l'avesse mandato ad aggiustare i conti con Dio il coltello vendicatore d'un ignoto assassino.Libertino, beone, giuocatore, soleva egli sottrarsi alle regole di severa condotta che Carlo Alberto voleva imposte alla sua famiglia (e il principotto era tenuto come della famiglia), al vivere di Corte. La scapataggine, il libertinaggio, la corruttela si complicavano e pigliavano più acre sapore d'un zinzino d'ipocrisia. La mattina in chiesa, a messa, col libro delle orazioni in mano; la sera, fuggito di soppiatto, al lupanare. Aveva taciti complici delle sue fughe notturne il custode d'una porticina e i servi a lui più specialmente addetti. Sgattaiolava fuori delle solenni pareti del Palazzo silenzioso, severo, scuro in mezzo all'oscurità della notte, come un foriere di compagnia riesce a scappolar di caserma, dopo fatta la chiama, e in compagnia di abbietti campioni blasonati, cortigiani del vizio e del grado, corrazzava per la città mostrando la vivacità del suo ingegno in chiassose impertinenze a danno dei pacifici abitanti, de' buoni bottegai, per le quali chiudeva gli occhi la Polizia così permalosa verso i semplici cittadini.La Zoe che conosceva le abitudini di quell'Altezza così bassa, bene aveva immaginato che quella tal porticina le si sarebbe aperta e che, nota come essa era ai ministri di quel principesco libertinaggio, le si sarebbe concesso il passo verso l'abbominevole santuario di quella grandezza politica e sociale, che era una morale abbiettezza. E così fu. Il Principe non era ancora tornato a casa da una delle sue corse notturne; ma la Zoe, la cui meretricia bellezza si sapeva pagata dal denaro dei contribuenti che passava per le tasche del duchino, ebbe a dire solamente che S. A. R. le aveva detto venisse da lui, perchè il custode di sotto e i servi di sopra la lasciassero penetrare nelle più intime stanze del padrone. Lasciata sola, Zoe si rallegrò della circostanza che le concedeva un po' di tempo per pensare al modo di regolarsi prima di affrontare l'avversario. Era la prima volta che dopo una contesa col suo regio amante, veniva essa a fare il primopasso verso una riconciliazione; e non ignorava che questo, coll'umore e col carattere del Principe, non era buon metodo a tenerlo avvinto. Egli, istintivamente, aveva un concetto abbastanza giusto di sè, da disprezzare chi mostrasse per lui premura ed interesse: per farsene correr dietro, una donna bisognava non se ne curasse, e ne pungesse il capriccio col disdegno. Ma ora le condizioni delle cose erano state tali che non concedevano allaLeggeradi seguire sino alla fine, come aveva fatto le altre volte, quella regola di condotta. La lite era stata più viva ed accanita delle precedenti; il rancore principesco era durato più che non avesse fatto mai per l'addietro, e l'urgenza del bisogno in cui era la cortigiana della protezione di lui per sè e pel suo damo l'avevano spinta contro ogni consiglio di prudenza a venire. Bisognava riparare a questa debolezza, coll'arte; e non c'era altro mezzo per lei che di rendersi più bella, più procace, più provocante che mai, per dettar poi la legge al desiderio di S. A. inuzzolito.La si pose innanzi allo specchio, e preparò agli sguardi del principe un accorto disordine di acconciatura che la faceva irresistibile: mezzo sciolte le chiome che cadevano sulle spalle e sul seno in ciocche voluminose il cui fulvo colore luceva d'uno splendore metallico ai raggi de' candelabri accesi; discinte le vesti con tanta maestria che lasciasse trasparire e pur celasse le bellezze delle forme, e più facesse indovinare, ed acremente acuisse il desiderio di più vedere; uno strano e piacevolmente irritante contrasto fra la fronte severa e corrucciata e lo sguardo vivo come una fiamma e la bocca voluttuosa; un abbandono delle membra pieno di grazia felina e d'impertinente noncuranza. Quando il Duca entrò vide sopra una poltrona presso il camino lo splendore di quella bellezza, la fiamma di quegli sguardi, il candore di quelle carni, il fulvo dorato di quelle chiome, il carminio di quelle labbra, tutto uno sbarbaglio, e stette sovraccolto, come ammirato. Ella fu appena se volse il capo verso di lui, e lo guardò alla sfuggita.— Buon giorno, principe: disse con fredda leggerezza: son io.Il principe aveva lo sguardo, l'andatura e le idee d'un uomo mezzo briaco, qual egli era. I fumi del Bordeaux gli bollivano nel cervello insieme coi vapori della libidine; non aveva il pieno dominio della insolenza che gli teneva luogo di volontà; barcollava fisicamente e intellettivamente sotto il peso dell'ebbrezza, oppresso, non sazio dello stravizzo.— Tu qui: esclamò egli: oh brava! oh la bella sorpresa!E s'avanzò per abbracciarla; ma essa lo respinse e lo guardò con atto di severa dignità offesa.— Piano! disse. La stia in là; e le mani a casa... Oh che crede Ella io sia venuta a fare?Il principe ruppe in una risata.— Sì, bene, rispose: oh che cosa sei venuta a far qui? A dire il rosario eh?— La senta; i suoi scherzi saranno bellissimi, ma ora non hanno il dono di farmi sorridere... Ah che cosa son venuta a fare?... E se mentre l'aspettavo mi fosse piaciuto renderle la pariglia di quello che Ella ha fatto a casa mia e fracassar tutto qui dentro?S. A. si lasciò cascare sopra una poltrona in faccia a quella della Zoe e raddoppiò le sue risa.— Questa sarebbe stata una bella idea..... Vi ti riconosco, mia bella tigre... addomesticata.— Ma io, almeno, se mi abbandonassi a questi sciocchi furori in casa d'altri, non mi dimenticherei del proverbio.— Che proverbio?— Chi rompe paga.— Ma, gioia mia, la casa tua non è affatto d'altri per me, ma un pocolino anche mia..... Prima di rompere mi pare che avevo cominciato per pagare... Ma al postutto tu hai ragione. Se non c'è che questa causa di screzio, la è subito levata. Oggi ho tutte le fortune. Ho guadagnato al giuoco, e ricevo una tua visita così inaspettata: sono il beniamino della sorte, e voglio che abbia a rallegrartene anche tu.Si alzò, venne presso alla cortigiana, e vuotando le sue tasche, fece cascare una piova di napoleoni sul seno, in grembo della cortigiana; nuovo Giove che si stemperava in oro per quella Danae di Pafo. A tutta prima gli occhi della Zoe brillarono di quella brutta gioia che è l'espressione d'una bassa cupidigia soddisfatta; ma poi tosto smorzò quel guizzo, e si levò fremente in una falsa indignazione che la rendeva bellissima a vedersi. Prese una manata di quei dischi d'oro e la gettò ai piedi del principe sbalordito; scosse da' suoi panni, come si fa del sudiciume della polvere, le monete che suonarono cadendo e sparpagliandosi sul tappeto, ed esclamò con una superba fierezza la cui simulazione le avrebbe invidiata la migliore delle commedianti:— Si tenga il suo denaro, signor duca: che crede Ella io faccia una quistione d'interesse? Come la mi conosce poco! È quistione di dignità, dei più nobili sentimenti dell'animo mio.... Son venuta a darle un addio, e per sempre. Vo' partire da questa città, forse dall'Italia, e non tornarci mai più.Agli occhi imbambolati del Principe mezzo brillo quella donna apparve ora in quell'atto più bella che non le fosse apparsa mai; la desiderò con più potenza che non avesse fatto; gli sembrò che il perderla, che il non vederla più sarebbe stata per lui una vera sventura. Cominciò per voler provare coi ragionamenti alla Zoe, che non doveva far così: i suoi argomenti vacillavano nella logica, come avrebbero vacillato le principesche gambe nel passo, se S. A. avesse voluto camminare; la cortigiana li mandava le gambe in aria coll'urto dei più matti paradossi e delle più impossibili affermazioni cheal Duca parevano verità incontrastate; finì egli per umiliarsi, pregare e domandare l'elemosina del perdono. Era a questo punto ch'essa lo voleva trarre. Parve voler cedere; e quando lo vide tutto invaso dal suo influsso, ella si sciolse violentemente dalle braccia di lui, lo rigettò con vigore e gli disse sulla faccia con freddezza brutale:— Sapete che io ho determinato di non appartenervi mai più, se voi non mi giurate di salvare Luigi Quercia?Il colpo fu duro al principe colpito nel massimo calore della sua foga da quest'acqua ghiacciata in viso. S'inalberò, volle ribellarsi; ma la domatrice della fiera teneva nella sua mano nervosa attorcigliata la giubba di quell'animale, lo aveva avvinto pei bassi vincoli della sensualità.— Quell'uomo!.... Ma che cosa t'importa di lui?... che cosa è quell'uomo per te?— Ebbene! esclamò con impudente franchezza la cortigiana: e s'io l'amassi?La faccia del Duchino si contrasse come il muso d'una jena che sta per mordere.— No, non l'amo niente affatto: s'affrettò a soggiungere la Zoe. Tutto il mio amore è per te, mio principe, mio padrone, mio tutto; ma ho di molti debiti a quell'uomo; gli è lui che mi ha fatta quella che sono: fra noi corrono strane e misteriose attinenze che non ti posso spiegare ma che sono indissolubili; è una fraternità delle anime e della sorte; e sarei un'infame se la tradissi. Chiedimi qualunque cosa, ma non di abbandonare nel pericolo quell'uomo. Tu puoi salvarlo: salvalo ed io sarò per te più umile, più devota d'un cane. Lui non lo vedrò più nemmeno; lo farai partire per lontani paesi, per dove ti piacerà meglio; io starò sempre teco finchè mi vorrai; che m'importerà ancora di quell'uomo, quando abbia compito verso di esso il mio dovere?... Io ti amerò tanto, sai, che ti compenserò a dovizia di quanto avrai fatto...Ne disse mille di parole, di promesse, di sollecitazioni, di preghiere ardenti, accompagnate da mosse che suscitavano le più vive fiamme del desiderio, con voce che vibrava, palpitava, accarezzava, con isguardi che avrebbero turbato uno stoico.— Ebbene, sia: disse il principe più inebriato che mai, sedotto, allucinato, raggirato: lo salveremo e lo manderemo in Australia.Zoe prese il Duca alle braccia, glie le strinse da lasciarci impresse le sue piccole dita, e guardandolo bene in faccia soggiunse:— Davvero? Oh non è una parola inconsiderata, leggermente concessa, che mi basti. Tu codesto me lo hai da giurare, e lo farai per l'anima tua.— Ma sì.— Giuralo.— Lo giuro.— E se tu ci mancherai, guai a te... saprò punirtene e vendicarmi.— Diamine! quando prometto una cosa, quando la giuro, è come se fosse già fatta... Or via, smetti quell'aria da eroina, e torna meco la Zoe di un tempo.Le passò un braccio intorno alla persona, ed ella si abbandonò su di lui... Il predestinato principe non sapeva che in quel punto con tal giuramento ch'egli non aveva menomamente l'intenzione di mantenere, aveva mosso il primo passo verso la tragica sua morte.La Zoe non uscì del quartiere del principe che assai tardi nella giornata di poi: venuta a casa sua, fatta sicura d'ogni molestia per la protezione del Duca, dovette prima di tutto pensare all'opera importante di restaurare le sue forze, accudire alle sue bellezze e rendere il culto dellatoilettealla sua persona. Bene cercò sapere di Maddalena, la cui sorte assai la preoccupava, e la quale troppo aveva ragion di temere caduta in mano della giustizia essa pure: ma nessuno de' suoi ne la seppe informare di nulla al riguardo. Quando appena lo potè, ed era oramai la sera, corse all'appartamentino di Bancone dove aveva fatta ricoverare la giovane, e trovò tutto chiuso, scuro e taciturno, come là dove regna la solitudine. I casigliani ella non voleva interrogarli, e riteneva inoltre che non avrebbero saputo dirle cosa nessuna, perchè su quel pianerottolo non c'era altro uscio e di sopra non ci stava che povera gente, la quale stava fuor di casa tutto il giorno al lavoro, e di notte dormiva della grossa. LaLeggeranon rimase molto tempo in forse, ma si affrettò verso il palazzo di Bancone, ed introdottasi nel salottino dove il ricco banchiere riceveva chi veniva a parlargli di affari, gli mandò una sua polizza di visita con due parole scritte a matita che dicevano venisse subito, avere urgente bisogno di parlargli.E Bancone, interrompendo il suo lauto pranzo ch'egli gustava da vero Epulone qual era, venne sollecito, ma di cattivo umore e impazientemente collerico. Non lasciò parlare la donna, e incominciò egli senz'altro con una sfuriata:— Brava! Belle cose che mi fai! Bei servigi che mi rendi!... Ed anche questo di venirmi ora qui in casa è proprio un bel piacere che mi vuoi dare... Ma saccorotto! non te l'ho detto le centinaia di volte che non voglio mi veniate qui a trovare, tu e le pari tue?... Sono ben buono io a non farvi mandar via e serrar l'uscio in faccia..... Ti preme parlarmi?... Hai di nuovo qualche favore da chiedermi, qualche buon soggetto da raccomandarmi come quella tua Maddalena?.... Un bell'acquisto, affè di Dio, che mi hai fatto fare!... Io che mi piace vivere tranquillo e che nessuno ficchi il becco nei miei negozi!... Sai che cosa è capitato a quella tua sviata tortorella?.... E' me l'han presa su i birri e tratta in prigione. Ed io aveva messo in mia casa una simile eroina!... Ho avuto un bel spavento oggiquando sono entrato colà.... Tutto era sottosopra; i mobili aperti, i cassetti tirati. «Buono! pensai, quella tortorella mi ha fatto unrepulistied alzato i tacchi; te lo meriti, animale.» Corsi alla Polizia senz'altro; ed appresi che quella giovane era niente meno che un'addetta alla famosacocca, la quale mi ha già vuotato, è poco tempo, la cassaforte, e che tutto quel disordine e quel rifrugamento in casa mia l'aveva fatto l'Autorità per cercare non so che prove, non so che documenti, di cui la birbona era in possesso. Cospetto! Compromettermi colla Polizia, me! Questa è troppo e non me la sarei mai aspettata.Zoe aveva udito questo diluvio di parole colle braccia incrociate, e pensatevi se con interesse. Ora la sapeva tutto quello che voleva apprendere, e non le restava più nulla da fare in quel luogo: girò sui suoi talloni e s'avviò per partirsi, senza manco aver aperto bocca.— Ebbene? gridò Bancone meravigliato. Te ne vai di questa guisa? Gli è tutto ciò che avevi tanta urgenza di dirmi?— Voi avete risposto a tutte le domande che volevo farvi; non ho più nulla da chiedervi. Buona sera.— Fermati, ascolta, spiegami almeno...LaLeggeranon volle fermarsi, nè ascoltare, nè spiegar nulla; partì con una rapidità che legittimava il suo nomignolo, e Bancone di peggior umore di prima, senza capirne niente, tornò a finire il suo pranzo.Per la Zoe fu evidente che presso la Maddalena erano state trovate e prese le lettere della contessa; credette un tradimento di questa e del marito; ne provò tanto furore che in quei primi momenti pensò ogni più orribil cosa per vendicarsene, e sarebbe stata capace di qualunque eccesso; ma poi la solenne promessa ottenuta dal principe, mercè la quale ella nutriva certezza che Luigi sarebbe salvo ad ogni modo, valse a calmarla. Avvisò che non doveva scegliere tal vendetta del conte e della contessa, che compromettendola, facendola forse incarcerare eziandio o cacciare dal regno, la ponesse in condizione da non poter più vegliare all'esecuzione del giuramento principesco, da non poter più giovare al prigioniero; tutta notte lavorò colla fantasia per trovare un mezzo che soddisfacesse a tutte le esigenze e scelse finalmente quello che abbiam veduto minacciato dal suo oltraggioso biglietto alla contessa.Ella non pose immediatamente in atto il suo perfido disegno, perchè voleva preparare i suoi colpi di modo che fossero i più efficaci, e due giorni passò meditando e combinando un piano infernale contro di Candida; e quando lo aveva tutto perfettamente immaginato e stava per cominciarne l'attuazione, le venne l'ordine espresso ed energico di lasciar in pace la contessa, in un biglietto di Gian-Luigi.Quel giorno il marchese di Baldissero e Don Venanzio si erano presentati alle carceri con un ordine in buona forma dell'autorità competente, perchè il detenuto Gian-Luigi Quercia fosse posto in comunicazione con S. E. il marchese e colla persona che lo accompagnava e lasciato solo con essi per quanto tempo l'Eccellenza medesima avesse voluto. Il nuovo capoguardiano, succeduto a quello stato destituito e imprigionato, esaminò ben bene quell'ordine, s'inchinò profondamente innanzi al vecchio che aveva titolo e grado di ministro di Stato; ma invece di ubbidire prontamente, disse con una umiltà che intercedeva perdono per l'indugio:— Scusi, Eccellenza..... l'ordine è in piena regola,... io vorrei affrettarmi a servirla... Ma ci è il Sott'Ispettore che ha sotto la sua speciale osservanza quel prigioniero; ed abbiamo ordine di dipendere in tutto e per tutto da lui rispetto a quell'individuo.....— Fate quel che dovete fare: disse tranquillamente il marchese: e il capoguardiano sparì portando seco la carta.Due minuti dopo entrò con passo sollecito Barnaba, il quale esaminava, camminando, con occhio attentissimo quel foglio che a lui aveva rimesso il capoguardiano. Giunto a due passi di distanza dal marchese, levò lo sguardo e lo diresse sul volto del vecchio gentiluomo che stava attendendo con calma, seria e quasi mesta dignità; lo riconobbe di botto e fece un riverente saluto.— Mille perdoni, Eccellenza: diss'egli. L'importanza del prigioniero, l'audacia de' suoi fautori che tutto son capaci di tentare per liberarlo, ci obbligano alle maggiori precauzioni.....Il marchese l'interruppe con un gesto che significava: «Va benissimo, e siete compiutamente assoluto: ma ora non fatemi indugiare altrimenti.»Barnaba, che lo comprese, si rivolse al capoguardiano:— Introducete questi signori nel parlatorio e sia condotto presso di loro il prigioniero. Li lascierete soli; ma due secondini staranno a ciascuna delle porte.Il capoguardiano precedette i visitatori in una stanzaccia vicina, e ve li lasciò per andar a prendere ilmedichino. Le pareti di quella stanza erano nude, imbiancate a calce; delle due finestre che si aprivano verso il cortile, una era murata e l'altra munita d'una grossa inferriata piena di ragnateli, lasciava passare poca luce pel riparo della tramoggia che la difendeva esteriormente; questo poco di luce era ancora impedito nel suo filtrar nella camera dal denso strato di polvere e di indefinibile sudiciume che s'era disteso sui piccoli vetri impiombati. Colà dentro, per effetto di ciò, pareva regnar sempre un crepuscolo grigiastro, di giornata invernale nuvolosa. Per mobili eranvi solamenteuna tavola di legno non verniciato, una panca, quattro seggiole impagliate; non vi era fuoco e il freddo faceva densamente vaporoso il fiato delle persone. Il marchese e il parroco ebbero ad aspettare pochissimo tempo che udirono un rumore di chiavi che aprivano dei chiavistelli che si tiravano, poi una cadenza di passi numerosi e pesanti che si accostavano giù d'un corridoio, e quindi videro aprirsi un uscio e circondato da quattro ceffi di secondini, presentarsi il fiero viso di Gian-Luigi Quercia.Una mano spinse alle spalle il prigioniero, e poichè fu entrato, la porta pesante gli si chiuse dietro. I tre personaggi che rimasero così in presenza si guardarono in faccia.Quando il capoguardiano aveva aperto la porta della segreta in cui stava rinchiuso ilmedichino, questi era dritto a metà del piccolo stanzino, forse passeggiandovi su e giù come soleva quasi sempre e per iscaldarsi alquanto e per occupare e divertire con quel moto l'attività febbrile della sua mente. All'udire aprir la sua prigione in un'ora affatto insolita, in cui non si usava fare interrogatorii, nè era tempo da recargli cibo, Gian-Luigi guardò tutto meravigliato verso il capoguardiano dietro il quale vide la scorta di quattro uomini.— Che cosa c'è? domandò egli con un accento di lievissima curiosità.— Siete domandato in parlatorio.— Dal giudice istruttore?— No.— Da chi dunque!— Da un signore e da un prete.Quercia fece un sogghigno.— Oh oh! Mi si manda già il prete.... E che cosa mi vogliono?Il capoguardiano si strinse nelle spalle.— Sentite, continuò ilmedichino: se gli è qualche altro tentativo per farmi parlare, è tutto inutile. Io amo che oramai mi si lasci tranquillo, e non più veder nessuno. Sarebb'egli possibile risparmiarmi la noia di questo colloquio?— No: è ordine preciso di mettervi in comunicazione con quei signori.Gian-Luigi represse un sospiro, si passò le mani sulla faccia, quasi volesse con quell'atto fermarsi la maschera d'indifferenza superba che imponeva alle sue sembianze e disse:— Allora andiamo pure.E tenne dietro al guardiano accompagnato dai quattro secondini, che tosto gli si misero alle coste.Al primo presentarsi, Gian-Luigi apparve a Don Venanzio un po' più pallido del solito e dimagrato, ma sempre colla medesima aria d'imponenza, di superiorità e di sicurezza. Il marchese, che non ricordava aver visto mai il sedicente dottor Quercia, fissò non senza una certa emozione il suo sguardo sul giovane che, mossi pochi passi, s'era fermato dinanzi a loro, e fu colpito dalla nobile figura di lui, dalla fiera espressione de' suoi tratti, più di tutto da una abbastanza spiccata rassomiglianza colla defunta sua sorella, prova questa non meno delle altre efficace, della discendenza di quel reo, della consanguinità che a lui, marchese, consigliere della Corona, ministro di Stato, confidente del Re, avvinceva quel miserabile.Gian-Luigi riconobbe di botto il vecchio sacerdote e l'autorevole gentiluomo ch'egli aveva visto più volte e in sociali convegni e nel corteo del Re; e fosse la vergogna di comparire innanzi a que' due in tale stato e condizione, fosse una subita emozione di sorpresa, un lieve rossore gli soffuse le guancie mentre i suoi occhi si chinavano a terra. Ma fu un istante e nulla più. Le pupille si rialzarono di nuovo con tutta l'usata sicurezza, il volto riprese l'impassibilità abituale coperta dalla vernice della cortesia; ed egli si avanzò verso i due visitatori, col garbo e coll'eleganza di un gentiluomo che riceve personaggi degni del maggior rispetto nel suo salotto.— Loro signori, diss'egli, a visitare il povero carcerato!... Non mi stupisce di Lei, Don Venanzio; questa è opera di carità, ed Ella è stata posta al mondo per dar l'esempio di tutte le carità: e poi Ella mi conosce e mi fa il generoso regalo di volermi bene. La sua venuta mi prova che questo suo affetto la non me l'ha ritolto, ora ch'io son caduto nella disgrazia; e le accerto che non m'aspettavo punto che fosse altrimenti; ma qual ragione mai può valermi l'onore d'una visita di S. E.?E' parlava con tanta libertà di spirito ed agiatezza di maniere che il marchese, il quale si sentiva impacciato a dispetto dell'autorità del suo grado, del suo frequente trattare coi più alti personaggi, non potè a meno di pensare quella essere una prova o del soverchio indurimento nel male di quel giovane, o della sua innocenza: osò sperare un istante quest'ultima, e i suoi occhi espressero un desiderio, un'emozione cui notò Gian-Luigi e, non comprendendone il perchè, si affaticò colla mente ad interpretare. Ma per quanto pensasse, non una supposizione glie ne veniva che gli sembrasse avere il senso comune, e tanto si struggeva della curiosità che riusciva a mala pena a frenarla.Nessuno dei due vecchi aveva ancora risposto, impediti e l'uno e l'altro da diverso turbamento. Quercia, come se fosse nel suo quartiere a far gli onori del sontuoso salotto, accennò con gesto pieno di grazia le seggiole e disse, argutamente sorridendo:— Facciano il favore d'accomodarsi. Mi rincresce che non ci ho poltrone da offrir loro nè un allegro foco nel camino, che sarebbe troppo necessario in quest'atmosfera da ghiacciaia; ma il generoso padron di casa, che ora mi alberga, non mi concede altre sontuosità da queste.Siffatta scherzosità dispiacque al marchese: la non gli parve più la sicurezza dell'innocente, ma l'impudenza dell'uomo compiutamente pervertito; la sua nobile fisionomia espresse il disgusto, e la sua fronte si rannuvolò. Gian-Luigi era troppo furbo e pratico osservatore, per non accorgersene subito: smise il suo sogghigno: stese sui suoi lineamenti un velo di mestizia e di dignitoso riserbo, e si volse verso Don Venanzio. Intanto pensava, sempre più intricata in impossibili supposizioni la mente, qual cosa mai menasse da lui quello de' primi fra i potenti personaggi dello Stato.Don Venanzio aveva gli occhi pieni di lagrime, il petto di sospiri, e guardando il suo antico discepolo, aveva una tale aria di rammarico, di dolore e di tenerezza insieme, che commoveva a vederlo. Dapprima aveva sembrato esitare se dovesse o no stringere ancora quella mano che veniva accusata di opere sì ree; ma la generosa mitezza della sua anima cristiana non lo aveva lasciato lungamente in forse: prese la destra di Gian-Luigi, la serrò con significativa pressione e disse, commossa la voce:— Crudele figliuolo!... È così, in queste condizioni, in questo luogo ch'io doveva vederti un giorno!.... Te nato per le grandi cose!.... Ah! se tu avessi ascoltato le istruzioni e i consigli del povero vecchio prete!Quercia lo interruppe con accento in cui l'impazienza era pur vestita di una certa deferente amorevolezza.— Ella ha tutte le ragioni del mondo, mio caro Don Venanzio; ma pur tuttavia le sue osservazioni entrano nell'ordine di quella scienza del poi, che fu sempre inutile a tutto ed a tutti. Ella sa la massima principale della mia filosofia pratica della vita: quando una cosa è irrimediabile, da folle il disperarsene, e bisogna portarne allegramente la risponsabilità.— Ma, sventurato! esclamò il buon prete tremando; tu dunque ammetti essere reo de' falli onde ti si accusa?— Nè ammetto nè nego... Qui non sono a confessione: soggiunse con quel suo mefistofelico sogghigno: d'altronde Ella sa che io e la confessione non ce la diciamo troppo... Sono in mano della giustizia umana, a lei l'adoperarsi coi mezzi che le spettano a scoprire la verità; io lascio fare: e mi darò la soddisfazione di ridere o di maledirla se la sbaglia... Ma questi non sono i discorsi che debbono interessare S. E. il marchese di Baldissero, perchè non credo un sì autorevole personaggio siasi di tanto scomodato per venire a darmi il gusto di una conversazione da avvocato fiscale con un povero inquisito.Le impressioni che provava il marchese erano molteplici e contrarie: ora badando solo alla voce di chi parlava, alle aggraziate movenze di quel giovane leggiadro, alle fattezze del viso, a certe arie, al complesso esteriore di quell'avvenente persona, egli si sentiva grado grado intenerire dalla dolcezza d'una cara memoria lontana, gli pareva scorgere in quelle le arie, le mosse, le intonazioni di voce di sua sorella, si lasciava vincere da un interessamento che era come la forza della consanguinità che lo spingesse; ora ponendo mente al significato delle parole cui pronunciava quella voce tanto simpatica, provava una ripugnanza contro lo spirito che le dettava, ed una specie di riazione, cancellando ogni ombra di tenerezza, gli rendeva poco meno che odioso quel disgraziato nel quale non vedeva più che un diabolico cinismo.Alle ultime parole di Gian-Luigi, il marchese lo saettò d'uno sguardo di rampogna, e sedendo, aprì per la prima volta la bocca, parlando con una severa freddezza:— La verità è quella precisamente che voi non credete. Per ragioni che saprete fra poco, m'importa di molto conoscere se voi siete e potete provarvi innocente. Don Venanzio fa tuttavia tanta stima di voi che afferma, se colpevole, avrete la franchezza di dirlo a chi lealmente v'interrogasse... e non nell'interesse dell'umana giustizia.— In qual interesse adunque? domandò ilmedichinosedendo ancor egli, sempre colla medesima elegante agiatezza.— Nel vostro: rispose asciutto il marchese.— Ed anche nel suo, Eccellenza: soggiunse ratto Gian-Luigi: se io so bene argomentare, poichè la mi ha detto or ora che certe ragioni le rendono importante la conoscenza di questa verità.Il marchese annuì col capo.— Sì, anche nel mio.Gian-Luigi fece un grazioso inchino verso il parroco.— Ringrazio Don Venanzio della buona opinione che conserva di me. Io son pronto a dargli ragione; perchè Dio mi guardi dal vedere in codesto un tranello teso alla mia buona fede!...Baldissero fece un atto d'indignata protesta.— Le giuro che una cosa simile non la crederei mai: continuò ilmedichino; ma per aprire la mia coscienza così di piano a lor signori, a Lei specialmente signor marchese, col quale non vi fu sinora la menoma attinenza che possa condurre ad un simile risultamento, bramerei conoscere quelle ragioni che rendono questo fatto così interessante per V. E.Il marchese parve esitare.— Non si tratterebbe che di anticiparmene la comunicazione: soggiunse vivamente Gian-Luigi; poichè Ella stessa mi disse che le avrei sapute fra poco.Baldissero si raccolse un momento; poi fece un gesto colla mano che significava avrebbe accondisceso al desiderio del giovane. Questi con motovivace di curiosità, trasse innanzi la sua seggiola e, i gomiti appoggiati alle ginocchia, si curvò verso il marchese ad ascoltare.Dopo un istante, lo zio di Virginia, disse lentamente con voce sommessa e quasi stentata:— Voi non avete famiglia?— No: rispose Gian-Luigi riscuotendosi tutto e impallidendo per una subita, violenta emozione che lo assalse.— Foste abbandonato nell'ospizio...— Lo fui!...— Ed avevate per segno di riconoscimento...— Una lettera stracciata per metà.Il marchese trasse di tasca un portafogli, lo aprì, ne levò due pezzi di carta sgualcita ed ingiallita dal tempo, e li tese verso il giovane.— Ecco la lettera intiera.Quercia sorse in piedi di scatto. La mano del marchese nel porgere la lettera tremava; la mano di Gian-Luigi nel prenderla tremava del pari. Afferrò quei due squarci, li scorse, li esaminò, ne lesse lo scritto. Quei caratteri gli danzavano innanzi agli occhi; la vista gli si abbuiava; una folata di supposizioni faceva ressa nel suo cervello; che si trattasse della sua origine in quel misterioso colloquio glie n'era già, fra i mille altri impossibili, balenato il pensiero. Ora non esisteva più dubbio: aveva quella lettera in mano; la sua famiglia era trovata. Si recò alla fronte i pugni chiusi e premendoveli come per contenere il cervello che era in bollore:— Chi son io?... Chi son io dunque? esclamò; poi gettò uno sguardo inesprimibile sulla fisionomia mesta e severa del vecchio gentiluomo, tese verso di lui le mani che stringevano ancora e convulsamente quei pezzi di lettera, fece un passo a quella volta con mossa d'ineffabile trasporto e gridò, proprio dal fondo dell'anima:— Ah! siete voi mio padre!Il marchese si trasse vivamente all'indietro sulla sua seggiola, come se avesse ricevuto un urto nella fronte e mandò un'esclamazione soffocata. Sostenne un momento col suo lo sguardo vivo, fiammante del giovane che palpitava innanzi a lui, poscia chinò gli occhi con un'espressione che avrebbe potuto dirsi ripugnanza e si coprì colle mani il volto, come se assalito da un accesso di vergogna.— No, non son io vostro padre: susurrò con voce appena intelligibile. Don Venanzio, mi faccia grazia, racconti Lei a questo infelice tutta la verità.Ilmedichinofece un cenno al parroco, perchè indugiasse alquanto a cominciar la sua narrazione. Giunto al momento tanto desiderato di apprendere la verità, sentiva, per così dire, tremar l'anima ed aveva bisogno di prepararsi per accogliere con calma il vero qualunque egli si fosse. Si premette colla destra la fronte, coprendosi gli occhi; poi incrociò le braccia e si recò lentamente alla finestra, dove rivolse lo sguardo in su e stette contemplando pochi minuti secondi quella esigua luce grigiastra che pioveva dalla tramoggia; finalmente venne presso il sacerdote; sedette in faccia a lui, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto nelle palme delle mani e disse:— Parli pure, Don Venanzio.Ascoltò immobile in quella postura tutto il racconto del parroco. Non un atto manifestò in lui le impressioni ch'e' dovette provarne; il viso, sempre nascosto, non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse l'anima sua. Quando il vecchio prete ebbe finito, tutti si tacquero per un poco; solamente si sentiva il rumore di due respirazioni affannate: quella del marchese e quella di Gian-Luigi.Fu quest'ultimo che ruppe finalmente il silenzio. Levò dalle mani la faccia che era pallida, pallida, ma con nessun'altra traccia d'emozione, e volse il capo verso il marchese, però senza levare gli occhi su di lui.— Or bene: disse sommesso e quasi penosamente: or bene, quali intenzioni ha Ella a mio riguardo?Baldissero non rispose subito; rifletteva profondamente e con visibile amarezza; con voce bassa e stentata egli pure, disse poi:— Ora capite voi perchè m'importi sapere se voi siete innocente?Quercia mandò un'esclamazione; volle parlare, ma di subito se ne trattenne; alla pallidezza successe sulle sue guancie un cupo rossore, l'immobilità tenuta fin allora diede luogo per riazione ad un'agitazione irrefrenabile; egli sorse e si mise ad andar su e giù con passo concitato, lasciandosi sfuggir dalle labbra interiezioni, rotti accenti e gridi a mala pena soffocati. La punizione crudelissima a' suoi delitti, di cui aveva fatto cenno Don Venanzio, era piombata in tutta la sua gravezza sull'anima ambiziosa di Gian-Luigi: quel grado a cui egli aspirava, quell'altezza a cui aveva voluto giungere erano suo diritto, li avrebbe potuto arrivare naturalmente ed onestamente; ed egli col suo fatto ora se li era resi impossibili... Impossibili? No, egli non voleva ammettere questa orrenda verità; egli non poteva rassegnarsi a questa troppo fiera condanna. Come! Gli Orti Esperidi della ricchezza e della potenza verrebbero ad aprirglisi ed egli sarebbe impotente ad entrarvi? Avere dinanzi le onorificenze, la grandezza e la gloria, e precipitare nell'ignominia!..... Doveva esserci un mezzo di salvarlo. La famiglia a cui egli apparteneva rappresentava la potenza sociale: e questa poteva creare a sua convenienza il giusto e l'ingiusto: la sua vita anteriore doveva cancellarsi, non esister più, non aver mai esistito. S'era trascinato miserabil bruco nel letame sociale: ora aveva da svegliarsi farfalla al sole della prosperità. Chi alla splendida bellezza della farfalla domanda conto della sua vile esistenza anteriore diverme? A questa sua riabilitazione l'autorità monarchica, la società, la natura medesima parevagli dovessero concorrere. Egli si sentiva rinnovato, risorto per una meravigliosa palingenesi in un essere degno della sua ventura: perchè gli altri non lo avrebbero voluto accettare come tale? Il miserabile trovatello, senza legami nel mondo, poteva essere condannato e giustiziato come un assassino, ma il nipote d'un ministro di Stato, d'un discendente degli eroi delle crociate, d'un consigliere, quasi d'un amico del Re, non doveva aver nulla di comune con quella sorte ignominiosa: sognava la trasmutazione dell'Ernani di Vittor Hugo, ieri bandito, oggi grande di Spagna.Si fermò innanzi al marchese e ripetè con voce balzellante per èmpito d'emozione la sua prima richiesta:— Or bene, quali sono ora le sue intenzioni a mio riguardo?... Io sono sangue suo; io sono sangue d'una delle più nobili prosapie del regno... Lo sento bene in me!... L'ho sempre pensato; l'ho sempre saputo! Vedrà zio mio che in me non è tralignata quella pianta.(All'udirsi chiamare con quel titolo di parentela da tali labbra, il marchese di Baldissero diede in una leggera scossa).— Il passato che importa? Continuava il giovane. Non esiste più, non ha mai esistito. Quella è la notte, ed ora mi si leva innanzi il giorno. Tutto sarà sepolto nel buio: io sorgerò raggiante nella mia nuova carriera di grandezza.... Signor marchese, glie lo giuro sulla sacra febbre della mia ambizione: io mi sento la potenza di soggiogare il mondo.Don Venanzio gemette innanzi a quell'audace svelarsi d'un feroce egoismo: il marchese mandò un sospiro.— Ma voi, disse quest'ultimo con solenne mestizia, non avete ancora risposto a quello che vi ho domandato. Siete voi innocente?Ilmedichinosi trasse indietro d'un passo e si percosse coi pugni chiusi la fronte.— Innocente! Innocente! esclamò. Ma le dico che ciò non monta.... Mi tragga di qua.... Gian-Luigi Quercia sarà morto: fra pochi anni sarà perfettamente obliato, fuorchè, come una leggenda, nella memoria dei miserabili... Maurilio di Valpetrosa, poichè quello è il mio vero nome, comparirà essere novello sulla scena più elevata del mondo.... Non sono che al principio della mia giovinezza.... Posso bene sottrarmi per un lustro, a prepararmi, oscura crisalide, alla mia grandezza avvenire... Mi mandi in Francia: andrò soldato in Algeria; mi sacrerò cavaliere al fuoco delle battaglie: sento nelle mie vene il sangue dei prodi nostri avi, signor marchese: cimenterò il mio nuovo nome al battesimo del valore; tornerò coll'illustrazione della gloria, glie lo prometto.Baldissero levò il suo viso improntato di severità e disse con accento solenne:— Ma se voi siete colpevole, ciò tutto non toglierà che alla nostra famiglia abbia appartenuto un.....Non disse la parola, ma Luigi la lesse nell'espressione inorridita dello sguardo, nella piegatura dolorosa delle labbra. Ilmedichinonon osò più sostenere l'incontro degli occhi del marchese.Questi, dopo un poco, ripigliava con crescente imponenza e gravità:— E la giustizia, a cui dovete pagare il fio? Perchè credete voi potervi ad essa sottrarre?— La giustizia è il ragnatelo. Debole moscerino vi sarò impigliato; mi si aiuti a valermi delle mie ali di falco e vi passerò trammezzo.....Il marchese scosse gravemente la testa.— Al Re medesimo dissi non è guari che nessuna considerazione avrebbe dovuto sottrarvi alla azione delle leggi: e quello che dissi allora penso anche adesso.Gian-Luigi scoppiò in queste orribili parole:— Ella dunque lascierà suo nipote, il figliuolo di sua sorella salire il patibolo?...A questa cruda confessione di colpevolezza, Baldissero impallidì ancora di più, ma stette come il Farinata di Dante nell'inferno; Don Venanzio mandò un gemito e levò le mani congiunte al cielo.— Sì, continuava con impeto Gian-Luigi, cui la emozione di quel gravissimo momento aveva tolto il possesso ch'egli soleva avere della sua volontà e della sua anima; sì, sono un miserabile, perchè ho impegnato la lotta contro la vostra società che mi aveva scacciato dal suo seno e me ne lasciai vincere. Ma di chi la colpa? Perchè m'avete respinto? M'avete cacciato nel fango e mi condannate perchè ne vengo fuori imbrattato!.... Fin dalla nascita io ho recato meco le aspirazioni verso quel mondo a cui dovevo appartenere, e che mi fu barbaramente precluso. Sentivo che era mio diritto il penetrarvi, e quando mi vi affacciai conobbi che ogni sforzo sarebbe stato inutile al trovatello per farvisi luogo, e che soli mezzi gli rimanevano da ciò l'inganno e il delitto.... Credete voi ch'io mi vi sia deciso senza strazianti dolori e senza lotte? Quando un bel giorno io mi trovai colle passioni, coi vizi, colle vanità eccitati, irritati, non soddisfatti, senza più un centesimo, in faccia ad una società che schernisce il povero ed il debole; anche a me per prima si affacciò l'idea volgare del suicidio. La somma lasciatami dal medico del villaggio aveva bastato appena a farmi delibare la coppa de' piaceri mondani: la sete se n'era accresciuta e non avevo più mezzi da accostarvi le labbra desiose. Il lavoro era mezzo troppo lento e di troppo miseri effetti. Mi cacciai, come in una voragine, in una casa di giuoco. Perdevo: l'oro esercitava su di me il suo fascino infame ed irresistibile; e vedevopassarmi dinanzi le orde sonore delle monete e sfuggirmi. Avrei dato l'anima al demonio: un arrolatore dell'esercito del male, uno dei capi della segreta congrega dei ribelli sociali mi lesse nel cuore, mi trasse in disparte, mi tastò l'animo indolorito ed infierito, mi espose bruscamente in termini grossolani la teoria delle vicende terrene che incominciava ad essere la mia. Vi è una lotta universale nella creazione organica: tutto quello che vive s'alimenta e si vantaggia di organismi più deboli del suo. L'uomo sfrutta tutto il resto della creazione, appunto perchè si trova al fastigio della medesima: col medesimo diritto l'uomo che è più forte, più accorto, più audace può vantaggiarsi del più debole, più stupido e più timido. Il tentatore cominciò a propormi ed a mostrarmi a giuocare di baro. Divenni maestro nell'arte in breve, e dividemmo i guadagni. Una sera, uscendo dal giuoco, carico appunto d'oro, venni assalito da un assassino, che mi fece luccicare innanzi agli occhi la lama d'un pugnale. Colla destra afferrai la mano che stringeva l'arma, colla sinistra il collo di quell'uomo, e l'ebbi in un attimo messo a terra presso a basire strangolato. Sopraggiunse in quella, per sua fortuna, il mio complice, e lo riconobbe.« —Graffigna, gli disse, ti sei male indirizzato; costui è dei nostri e tu vedi che polso è il suo.«Lasciai andare il mio assalitore che si scosse come un cane che vien fuor dall'acqua.« — Signore: mi disse umilmente, raccattando per terra il suo pugnale: vedo proprio che ho sbagliato e glie ne domando mille perdoni. Ella d'or innanzi ha la mia ammirazione e può contare sulla mia servitù.«Que' due appartenevano ad una vasta associazione di malfattori che stavasi appunto riordinando e cercava un capo autorevole, coraggioso, intelligente. Non vi dirò tutte le fasi per le quali sono passato prima di diventar io quel capo. Il male, il delitto è una macchina tremenda di ruote e di rocchetti, i cui denti imboccano, e guai chi se ne lascia pigliare pur per un solo lembo del vestito! La forza cieca, meccanica lo trae, lo trae finchè tutto lo ha preso e maciullato. E poi m'ero fatto un concetto più grandioso di quella guerra che avevo bandito agli ordini sociali e degli effetti della medesima..... Mi allontanai per due anni da questa città... Quando vi fui di ritorno ero il capo supremo dellacocca. Quell'attività, quell'intelligenza che ho impiegato nell'opera del delitto, che cosa non avrebbero ottenuto se, rincalzate dall'autorità di potenti aderenze, dall'influenza d'un grado, le avessi rivolte in aiuto della società esistente?... Che cosa non potrei ancora ottenere se mi si accetta, non ostante il mio passato, nel campo degli onesti?— E ciò è impossibile: interruppe severamente il marchese. Nessuno può fare che il passato non sia. L'avete detto voi stesso testè: ogni uomo deve portare la responsabilità de' suoi fatti. Io qui non sono per giudicarvi: ma vi giudica la coscienza civile rappresentata dalla giustizia umana. Avete violate le leggi della società, questa vi bandisce dal suo seno; nulla si può mutare; quello che deve compirsi si compia.L'esaltazione a cui era stato in preda fin allora Gian-Luigi sparì ad un tratto; egli si lasciò cadere sopra una seggiola, ed esclamò coprendosi colle mani la faccia:— E dunque mi si lascierà morire? Dunque non si vuol dare i mezzi ad un'anima come la mia di rigenerarsi e compensare il male? E Lei, marchese, lascierà che la mia ignominia sprizzi fino sul suo blasone?Successe un istante di penoso silenzio, cui poscia fu Don Venanzio a rompere.— L'anima umana si rigenera col pentimento, il male si espia colla punizione: disse il buon vecchio prete. Subir questa con rassegnazione, curvandosi ai voleri di Dio, è indizio ed effetto di quello. Pentimento ed espiazione conducono al perdono. Siamo deboli pur troppo noi uomini e le arti dell'eterno nostro nemico sono potenti: ma dall'altra parte immensurabile è la misericordia di Dio, e nessuno di noi può dire dov'ella si arresti e che pure abbia limiti. Se dunque vi è la speranza, anzi la certezza del perdono per tutti, vi è pure la necessità di subire la pena per tutti quelli che fallirono; o sarebbe lesa la giustizia.— Voi avete dichiarato alla società costituita una guerra, come diceste voi medesimo: così parlò a sua volta il marchese: e rimaneste vinto. Ma voi meglio d'ogni altro, voi di più vivido ingegno, di maggiore istruzione del volgo, sapevate a quali rischi andavate incontro, qual posta mettevate al giuoco, quali conseguenze affrontavate. Avete perduto....Ilmedichinolevò il capo e interruppe vivacemente con un fiero sorriso:— Bisogna pagare. Ella ha ragione.Guardò bene in volto il vecchio gentiluomo e soggiunse, parlando lentamente:— E dunque che sarà di me verso la famiglia, e della famiglia verso di me?— Quello che vorrete voi medesimo. La famiglia non rifiuterà di affermare pubblicamente il vero, quando voi lo esigiate, quando a voi piaccia si gravi su di lei una parte di disdoro con nessuna utilità vostra....Negli occhi di Gian-Luigi corse un lampo.— La comprendo: diss'egli vivamente; ed affondato di nuovo il volto nelle palme delle mani, stette un poco meditando.La cristiana santità di quel vecchio povero prete vero seguace del Vangelo, la rigida onestà e la severa onoratezza del vecchio gentiluomo facevano intorno al giovane un ambiente, per così dire, ditanto pura e sana e morale influenza, che tutto quello che v'era ancora di generoso nella traviata e sedotta di lui natura si ridestò, fu suscitato ed ebbe in quel punto nuova e maggior forza che mai.— Ebbene: soggiunse egli poi levando il capo e sorridendo amaramente: che importa egli al mondo che il figliuolo della marchesa Aurora sia ritrovato o no? che importerà a me medesimo si sappia, se ciò non avrà da mutar per nulla la mia sorte?.... Ch'io scompaia ignoto ed ignorato, portando meco nel sepolcro il mio segreto e l'onore soltanto d'un miserabile plebeo che non ha nome... Hanno essi un onore quella razza di gente?... Avrò fatto alla famiglia che mi ha rigettato ancora questo sacrificio... Io non sono che il misero trovatello, signor marchese, si rassicuri: e morrò come tale.Spiegò bene i due squarci di lettera che aveva ancora tra mano; li raccostò e li tenne innanzi agli occhi alcuni minuti quasi leggendo e rileggendo lo scritto parecchie fiate, poi disse scuotendo mestamente il capo:— Ecco tutto ciò che mi rimane del padre mio; ecco tutta la mia eredità nel mondo... Povero mio padre!... Se tu avessi vissuto che cosa avresti fatto di me?Baldissero che aveva versato il sangue di Valpetrosa, a queste parole che gli ricordavano efficacemente la risponsabilità ond'era aggravato, sentì più viva la fitta del rimorso.Gian-Luigi accostò quei due pezzi di carta ingiallita alle labbra e ve li premette con passione.— Addio! Addio memoria di mio padre. Oh potessi credere che tu esisti ancora, essere che fosti qui in terra l'autore della mia vita, e che un giorno ti potrò vedere e conoscere!... Addio tu pure, pensiero della madre mia; addio per sempre: voi non esistete più; tutto ha da essere precipitato nella notte dell'oblio.Colle mani convulse stracciò in minutissime parti quella lettera e ne sparse al suolo i pezzetti; una lagrima, una lagrima sola colò lentamente sulle sue guancie pallidissime che parean di marmo.Il marchese si alzò e disse con accento commosso e molto nobilmente:— Vi ringrazio.Parve che volesse tendere al prigioniero la mano; ma se ne trattenne.— Or dunque tutto è finito per me: esclamò con voce tremante quel misero: ogni mio legame con questo mondo è sciolto...In quel punto, per effetto d'una di quelle complesse visioni della mente che abbracciano un mondo indefinito, passarono innanzi a lui le immagini del suo passato sin dall'infanzia, e l'immagine di quello che avrebbero potuto essere la sua vita e il suo avvenire.— Oh giovinezza! soggiunse: oh mie sciupate forze di volontà e d'ingegno!... Meglio non avessi abbandonato mai Lei, Don Venanzio, e il villaggio e la povera vecchia Margherita..... Ma l'istinto del sangue mi spingeva. Mi sentivo della razza dei leoni.....Scosse le spalle con superba mossa da angelo fulminato.— Ma il rimpiangere che giova?... Fu il destino che così volle..... No, io non rimpiango nulla...... Sono vinto, non sono soggiogato..... Guarderò in faccia la mia sorte fino alla fine col sogghigno che merita questa irrisione di casi che è la vita.S'interruppe e cambiò tono.— Sì, v'è pure alcuna cosa che rimpiango. Alcune anime generose mi hanno amato, ed io fui empio e scellerato per esse. Povera Ester! (e represse un sospiro). Povera Maria!..... Povera Candida!..... Le ho odiosamente ingannate e tradite..... Vorrei potere a ciò rimediare... e non ce n'è mezzo nessuno.....In quella si ricordò delle lettere della contessa di Staffarda, che possedute, com'egli credeva ancora, dalla Zoe, erano per la misera donna una minaccia continua.— Ah sì, soggiunse, alcuna cosa posso pur fare in favore di una di esse.Domandò di scrivere poche parole; e il marchese potè dargli un fogliolino di carta ed una matita; Gian-Luigi scrisse alla Zoe l'ordine, la preghiera di restituire alla contessa le lettere, e di non tormentarla altrimenti. Don Venanzio accettò l'incarico di portar egli stesso in persona allaLeggeraquella carta che doveva por fine agli spasimi ed agli sgomenti d'una povera anima: e già vedemmo quali ne fossero gli effetti.— Ed ora: disse finalmente Gian-Luigi; prego che mi si lasci solo.Il marchese ed il parroco partirono, quest'ultimo promettendo di tornare a visitare il prigioniero quante più volte gli fosse concesso; e ilmedichinovenne ricondotto nella sua segreta.Quel che passasse nell'anima sua chi lo potrebbe descriver mai? Certo furono spasimi che dovettero contare come parte migliore della dovuta espiazione innanzi alla clemenza di Dio: ma il segreto di quella tormentosa meditazione fu tra lui, tra l'anima sua e Colui che tutto vede.Quando i secondini entrarono, parecchie ore più tardi, a portargli il cibo giornaliero, lo trovarono steso sul giaciglio bocconi, la faccia premuta contro la coperta di lana ravvoltolata. All'invito che il secondino gli fece di mangiare, non si mosse punto.— La è malata? domandò il carceriere.Ilmedichinoagitò la testa con un atto impaziente che indicava egli non desiderar altro che di essere lasciato stare.Alla visita della sera, ed ore parecchie erano trascorse, fu trovato ancora nella medesima postura, immobile come un cadavere; e i cibi erano intatti.Il guardiano gli si accostò alquanto sbigottito e lo toccò sovra una spalla: Gian-Luigi sussultò come se fosse stato bruciato da un ferro rovente, e volse verso il carceriere una faccia in cui tanta era l'ira, e tanto insieme il tormento che pareva il sembiante di Satana fulminato. Il secondino s'arretrò intimorito e s'avviò senz'altro per uscire; ma quando fu all'uscio si ricordò che aveva una comunicazione da fargli.— Debbo avvertirla che domani cominceranno i pubblici dibattimenti del suo processo.Gian-Luigi si drizzò di scatto.— Domani? domandò con emozione.— Sì.— Va bene.Il guardiano uscì e il prigioniero stette ad ascoltare con una specie d'interesse il rumore delle serrature che si chiudevano, dei paletti che scorrevano; poi si mise a passeggiare nella sua oscura celletta su e giù, proprio come una belva in gabbia. Comparire al pubblico dibattimento, agli occhi curiosi di tanta gente, spettacolo miserando a quel mondo ch'egli aveva voluto dominare e cui abborriva e disprezzava! Gli era un primo supplizio, quello della gogna; gli era un'anticipazione di quell'ultima ignominiosa scena che aveva da conchiudere la sua vita, sull'infame legno del patibolo. Egli fremeva e rabbrividiva; aveva delle fiamme e dei geli che s'avvicendavano lungo i suoi nervi, entro le sue vene; sentiva la passione morale tradursi in dolori fisici che cominciando dal cervello si propagavano per tutto il suo organismo. Pensò a morire; ma come? Misurò la sua cella; non c'era spazio bastante da prendere un aire di tanta forza da fracassarsi il capo alle pareti: ed egli non voleva a niun conto il ridicolo d'un suicidio non riuscito, il quale poi avrebbe ancora preclusagli la via ad altri tentativi: e nel suicidio oramai era la sola sua speranza.— Sosterrò anche questa prova: si disse: affronterò gli sguardi di tutta quella canèa di curiosi, la cui onestà non è che codardia; a quelle virtù bacate, a quelle infamie nascoste che si atteggiano a gente onorata, farò abbassare gli occhi sotto il fuoco de' miei e li atterrirò ancora colla mia audacia.Al mattino volle fare un'elegante acconciatura quale d'un giovane di garbo e di buona società che si reca a far visite di rispetto; e quando lo si venne a prendere nella carcere per condurlo alla sala del pubblico dibattimento, aveva la figura tranquilla e il calmo sorriso d'un uomo sicuro di sè, che non ha rimorsi, nè timori, nè manco soggezioni.Traversando i corridoi, i suoi occhi incontrarono ad uno svolto quelli affondati del Sott'Ispettore Barnaba.— Signore, disse Gian-Luigi, accostandosegli. Potrei io avere un colloquio con voi?Barnaba s'inchinò in segno d'assenso.— Quando?— Quando avrete avuta la vostra condanna di morte.Ilmedichinofece un superbo sorriso, mosse leggermente il capo, come per dire «sta bene;» e passò.
Venuta in possesso delle sue lettere a Luigi, e distruttele, pareva che la contessa di Staffarda non dovesse conservar più inquietudine veruna, nè avere altre ragioni di timore. Eppure non era così; invano sforzavasi essa medesima di farsi tranquilla e rimuovere ogni sollecitudine in proposito; un'ansietà indefinita le incombeva sull'anima come una minaccia continua di pericolo, e ad ogni momentoera in angustia di vedere presentarlesi e più fiero il disastro. Ad ogni volta che la vedesse entrarle in camera la fante, ad ogni lettera o bigliettino che le venisse recato, allo scricchiolar delle scarpe del marito che s'avanzava nella sala o veniva a raggiungerla nella stanza da pranzo, ella rabbrividiva dicendosi: «è qui la catastrofe.»
Il suo presentimento aveva ragione: e fu appunto una letterina che, il giorno dopo quella scena in cui il marito le aveva fatte bruciare le carte, venne a darle il colpo d'una nuova minaccia. Era una lettera violenta della Zoe furibonda.
«Aveva ragione il mio istinto di popolana nel diffidare della vostra perfidia, vipera della nobiltà. Siete una traditrice più infame di tutte le donne infami del mondo; e vostro marito è un miserabile schifoso come una spia. Sì, con tutti i suoi titoli, con tutti i suoi avi, con tutta la superbia del suo sangue azzurro è un miserabile: ed insieme voi due fate una degnissima coppia.
«M'avete vigliaccamente ingannata e credete aver trionfato! Il povero Luigi lo credete irrevocabilmente perduto, e voi siete padrona delle vostre lettere. Avete fatto l'opera di Giuda e vi pensate poter dormire fra due guanciali! Vi sbagliate. Avreste dovuto fare sparire anche me; ma ciò non potrete: so guardarmi, e so difendermi occorrendo. Non ho più i documenti in mano, ma ho la conoscenza di tutto! So appuntino tutto quello che passò fra voi e lui; e parlerò. Sarò creduta, non dubitate; e se non potrò con ciò giovar più a Luigi, sfogherò almeno il mio sdegno e vendicherò lui e me.
«Aspettatevi a sentire quanto prima qualche risultato della mia vendetta.»
Alla lettura di queste parole, Candida fu presa da un assalto di febbre nervosa. L'anima sua troppo in que' giorni percossa, non aveva più vigore di sorta. Lesse e rilesse quel biglietto in una specie di stupidità dolorosa, non sapendo che risolvere, sentendo in tutte le sue fibre scorrere un fuoco che sembrava dissolverle gli elementi della vita. Pensò mostrare al conte quella lettera; e non osò; le venne in capo correre dalla cortigiana, provarle, giurarle ch'ella era innocente della fattale accusa, e se ne trattenne, non perchè la sua dignità a ciò si ribellasse, ma perchè non osò neppure. Stette inerte, tremante, sotto un'angoscia impossibile a dirsi, che durando parecchi giorni l'avrebbe uccisa. Ma parve che il Cielo avesse finalmente pietà di quell'infelice, e che la sua punizione fosse omai sufficiente alla colpa, senza accrescerne ancora la gravezza. Fu un'altra lettera dellaLeggerache venne a rassicurarla, due giorni di poi.
«Eglimi comanda espressamente di lasciarla in pace. Io ho giurato di obbedire aluiin tutto, e gli obbedisco anche in ciò. Ringrazi le circostanze che m'impedirono finora di cominciare l'effettuazione della mia vendetta; sia riconoscente alla generosità di quell'uomo che le perdona, e viva tranquilla riguardo a me: abbandono la cura della nostra vendetta alla sua coscienza.»
A cagionare questo cambiamento nelle determinazioni della Zoe, ecco che cosa era successo.
Fuggita, come abbiam visto, alle granfie di Barnaba e de' suoi, laLeggeraaveva riparato niente meno che al Palazzo Reale, nell'appartamento datovi da Carlo Alberto a quel principotto scapato venutovi sotto colore di educarsi all'arte di regno del re Savoino, e che doveva profittarne così bene da presentar poi al mondo lo spettacolo strano, all'infelice popolazione del suo ducato il brutto regalo d'un Caracalla in sedicesimo nel pieno secolo XIX, finchè non l'avesse mandato ad aggiustare i conti con Dio il coltello vendicatore d'un ignoto assassino.
Libertino, beone, giuocatore, soleva egli sottrarsi alle regole di severa condotta che Carlo Alberto voleva imposte alla sua famiglia (e il principotto era tenuto come della famiglia), al vivere di Corte. La scapataggine, il libertinaggio, la corruttela si complicavano e pigliavano più acre sapore d'un zinzino d'ipocrisia. La mattina in chiesa, a messa, col libro delle orazioni in mano; la sera, fuggito di soppiatto, al lupanare. Aveva taciti complici delle sue fughe notturne il custode d'una porticina e i servi a lui più specialmente addetti. Sgattaiolava fuori delle solenni pareti del Palazzo silenzioso, severo, scuro in mezzo all'oscurità della notte, come un foriere di compagnia riesce a scappolar di caserma, dopo fatta la chiama, e in compagnia di abbietti campioni blasonati, cortigiani del vizio e del grado, corrazzava per la città mostrando la vivacità del suo ingegno in chiassose impertinenze a danno dei pacifici abitanti, de' buoni bottegai, per le quali chiudeva gli occhi la Polizia così permalosa verso i semplici cittadini.
La Zoe che conosceva le abitudini di quell'Altezza così bassa, bene aveva immaginato che quella tal porticina le si sarebbe aperta e che, nota come essa era ai ministri di quel principesco libertinaggio, le si sarebbe concesso il passo verso l'abbominevole santuario di quella grandezza politica e sociale, che era una morale abbiettezza. E così fu. Il Principe non era ancora tornato a casa da una delle sue corse notturne; ma la Zoe, la cui meretricia bellezza si sapeva pagata dal denaro dei contribuenti che passava per le tasche del duchino, ebbe a dire solamente che S. A. R. le aveva detto venisse da lui, perchè il custode di sotto e i servi di sopra la lasciassero penetrare nelle più intime stanze del padrone. Lasciata sola, Zoe si rallegrò della circostanza che le concedeva un po' di tempo per pensare al modo di regolarsi prima di affrontare l'avversario. Era la prima volta che dopo una contesa col suo regio amante, veniva essa a fare il primopasso verso una riconciliazione; e non ignorava che questo, coll'umore e col carattere del Principe, non era buon metodo a tenerlo avvinto. Egli, istintivamente, aveva un concetto abbastanza giusto di sè, da disprezzare chi mostrasse per lui premura ed interesse: per farsene correr dietro, una donna bisognava non se ne curasse, e ne pungesse il capriccio col disdegno. Ma ora le condizioni delle cose erano state tali che non concedevano allaLeggeradi seguire sino alla fine, come aveva fatto le altre volte, quella regola di condotta. La lite era stata più viva ed accanita delle precedenti; il rancore principesco era durato più che non avesse fatto mai per l'addietro, e l'urgenza del bisogno in cui era la cortigiana della protezione di lui per sè e pel suo damo l'avevano spinta contro ogni consiglio di prudenza a venire. Bisognava riparare a questa debolezza, coll'arte; e non c'era altro mezzo per lei che di rendersi più bella, più procace, più provocante che mai, per dettar poi la legge al desiderio di S. A. inuzzolito.
La si pose innanzi allo specchio, e preparò agli sguardi del principe un accorto disordine di acconciatura che la faceva irresistibile: mezzo sciolte le chiome che cadevano sulle spalle e sul seno in ciocche voluminose il cui fulvo colore luceva d'uno splendore metallico ai raggi de' candelabri accesi; discinte le vesti con tanta maestria che lasciasse trasparire e pur celasse le bellezze delle forme, e più facesse indovinare, ed acremente acuisse il desiderio di più vedere; uno strano e piacevolmente irritante contrasto fra la fronte severa e corrucciata e lo sguardo vivo come una fiamma e la bocca voluttuosa; un abbandono delle membra pieno di grazia felina e d'impertinente noncuranza. Quando il Duca entrò vide sopra una poltrona presso il camino lo splendore di quella bellezza, la fiamma di quegli sguardi, il candore di quelle carni, il fulvo dorato di quelle chiome, il carminio di quelle labbra, tutto uno sbarbaglio, e stette sovraccolto, come ammirato. Ella fu appena se volse il capo verso di lui, e lo guardò alla sfuggita.
— Buon giorno, principe: disse con fredda leggerezza: son io.
Il principe aveva lo sguardo, l'andatura e le idee d'un uomo mezzo briaco, qual egli era. I fumi del Bordeaux gli bollivano nel cervello insieme coi vapori della libidine; non aveva il pieno dominio della insolenza che gli teneva luogo di volontà; barcollava fisicamente e intellettivamente sotto il peso dell'ebbrezza, oppresso, non sazio dello stravizzo.
— Tu qui: esclamò egli: oh brava! oh la bella sorpresa!
E s'avanzò per abbracciarla; ma essa lo respinse e lo guardò con atto di severa dignità offesa.
— Piano! disse. La stia in là; e le mani a casa... Oh che crede Ella io sia venuta a fare?
Il principe ruppe in una risata.
— Sì, bene, rispose: oh che cosa sei venuta a far qui? A dire il rosario eh?
— La senta; i suoi scherzi saranno bellissimi, ma ora non hanno il dono di farmi sorridere... Ah che cosa son venuta a fare?... E se mentre l'aspettavo mi fosse piaciuto renderle la pariglia di quello che Ella ha fatto a casa mia e fracassar tutto qui dentro?
S. A. si lasciò cascare sopra una poltrona in faccia a quella della Zoe e raddoppiò le sue risa.
— Questa sarebbe stata una bella idea..... Vi ti riconosco, mia bella tigre... addomesticata.
— Ma io, almeno, se mi abbandonassi a questi sciocchi furori in casa d'altri, non mi dimenticherei del proverbio.
— Che proverbio?
— Chi rompe paga.
— Ma, gioia mia, la casa tua non è affatto d'altri per me, ma un pocolino anche mia..... Prima di rompere mi pare che avevo cominciato per pagare... Ma al postutto tu hai ragione. Se non c'è che questa causa di screzio, la è subito levata. Oggi ho tutte le fortune. Ho guadagnato al giuoco, e ricevo una tua visita così inaspettata: sono il beniamino della sorte, e voglio che abbia a rallegrartene anche tu.
Si alzò, venne presso alla cortigiana, e vuotando le sue tasche, fece cascare una piova di napoleoni sul seno, in grembo della cortigiana; nuovo Giove che si stemperava in oro per quella Danae di Pafo. A tutta prima gli occhi della Zoe brillarono di quella brutta gioia che è l'espressione d'una bassa cupidigia soddisfatta; ma poi tosto smorzò quel guizzo, e si levò fremente in una falsa indignazione che la rendeva bellissima a vedersi. Prese una manata di quei dischi d'oro e la gettò ai piedi del principe sbalordito; scosse da' suoi panni, come si fa del sudiciume della polvere, le monete che suonarono cadendo e sparpagliandosi sul tappeto, ed esclamò con una superba fierezza la cui simulazione le avrebbe invidiata la migliore delle commedianti:
— Si tenga il suo denaro, signor duca: che crede Ella io faccia una quistione d'interesse? Come la mi conosce poco! È quistione di dignità, dei più nobili sentimenti dell'animo mio.... Son venuta a darle un addio, e per sempre. Vo' partire da questa città, forse dall'Italia, e non tornarci mai più.
Agli occhi imbambolati del Principe mezzo brillo quella donna apparve ora in quell'atto più bella che non le fosse apparsa mai; la desiderò con più potenza che non avesse fatto; gli sembrò che il perderla, che il non vederla più sarebbe stata per lui una vera sventura. Cominciò per voler provare coi ragionamenti alla Zoe, che non doveva far così: i suoi argomenti vacillavano nella logica, come avrebbero vacillato le principesche gambe nel passo, se S. A. avesse voluto camminare; la cortigiana li mandava le gambe in aria coll'urto dei più matti paradossi e delle più impossibili affermazioni cheal Duca parevano verità incontrastate; finì egli per umiliarsi, pregare e domandare l'elemosina del perdono. Era a questo punto ch'essa lo voleva trarre. Parve voler cedere; e quando lo vide tutto invaso dal suo influsso, ella si sciolse violentemente dalle braccia di lui, lo rigettò con vigore e gli disse sulla faccia con freddezza brutale:
— Sapete che io ho determinato di non appartenervi mai più, se voi non mi giurate di salvare Luigi Quercia?
Il colpo fu duro al principe colpito nel massimo calore della sua foga da quest'acqua ghiacciata in viso. S'inalberò, volle ribellarsi; ma la domatrice della fiera teneva nella sua mano nervosa attorcigliata la giubba di quell'animale, lo aveva avvinto pei bassi vincoli della sensualità.
— Quell'uomo!.... Ma che cosa t'importa di lui?... che cosa è quell'uomo per te?
— Ebbene! esclamò con impudente franchezza la cortigiana: e s'io l'amassi?
La faccia del Duchino si contrasse come il muso d'una jena che sta per mordere.
— No, non l'amo niente affatto: s'affrettò a soggiungere la Zoe. Tutto il mio amore è per te, mio principe, mio padrone, mio tutto; ma ho di molti debiti a quell'uomo; gli è lui che mi ha fatta quella che sono: fra noi corrono strane e misteriose attinenze che non ti posso spiegare ma che sono indissolubili; è una fraternità delle anime e della sorte; e sarei un'infame se la tradissi. Chiedimi qualunque cosa, ma non di abbandonare nel pericolo quell'uomo. Tu puoi salvarlo: salvalo ed io sarò per te più umile, più devota d'un cane. Lui non lo vedrò più nemmeno; lo farai partire per lontani paesi, per dove ti piacerà meglio; io starò sempre teco finchè mi vorrai; che m'importerà ancora di quell'uomo, quando abbia compito verso di esso il mio dovere?... Io ti amerò tanto, sai, che ti compenserò a dovizia di quanto avrai fatto...
Ne disse mille di parole, di promesse, di sollecitazioni, di preghiere ardenti, accompagnate da mosse che suscitavano le più vive fiamme del desiderio, con voce che vibrava, palpitava, accarezzava, con isguardi che avrebbero turbato uno stoico.
— Ebbene, sia: disse il principe più inebriato che mai, sedotto, allucinato, raggirato: lo salveremo e lo manderemo in Australia.
Zoe prese il Duca alle braccia, glie le strinse da lasciarci impresse le sue piccole dita, e guardandolo bene in faccia soggiunse:
— Davvero? Oh non è una parola inconsiderata, leggermente concessa, che mi basti. Tu codesto me lo hai da giurare, e lo farai per l'anima tua.
— Ma sì.
— Giuralo.
— Lo giuro.
— E se tu ci mancherai, guai a te... saprò punirtene e vendicarmi.
— Diamine! quando prometto una cosa, quando la giuro, è come se fosse già fatta... Or via, smetti quell'aria da eroina, e torna meco la Zoe di un tempo.
Le passò un braccio intorno alla persona, ed ella si abbandonò su di lui... Il predestinato principe non sapeva che in quel punto con tal giuramento ch'egli non aveva menomamente l'intenzione di mantenere, aveva mosso il primo passo verso la tragica sua morte.
La Zoe non uscì del quartiere del principe che assai tardi nella giornata di poi: venuta a casa sua, fatta sicura d'ogni molestia per la protezione del Duca, dovette prima di tutto pensare all'opera importante di restaurare le sue forze, accudire alle sue bellezze e rendere il culto dellatoilettealla sua persona. Bene cercò sapere di Maddalena, la cui sorte assai la preoccupava, e la quale troppo aveva ragion di temere caduta in mano della giustizia essa pure: ma nessuno de' suoi ne la seppe informare di nulla al riguardo. Quando appena lo potè, ed era oramai la sera, corse all'appartamentino di Bancone dove aveva fatta ricoverare la giovane, e trovò tutto chiuso, scuro e taciturno, come là dove regna la solitudine. I casigliani ella non voleva interrogarli, e riteneva inoltre che non avrebbero saputo dirle cosa nessuna, perchè su quel pianerottolo non c'era altro uscio e di sopra non ci stava che povera gente, la quale stava fuor di casa tutto il giorno al lavoro, e di notte dormiva della grossa. LaLeggeranon rimase molto tempo in forse, ma si affrettò verso il palazzo di Bancone, ed introdottasi nel salottino dove il ricco banchiere riceveva chi veniva a parlargli di affari, gli mandò una sua polizza di visita con due parole scritte a matita che dicevano venisse subito, avere urgente bisogno di parlargli.
E Bancone, interrompendo il suo lauto pranzo ch'egli gustava da vero Epulone qual era, venne sollecito, ma di cattivo umore e impazientemente collerico. Non lasciò parlare la donna, e incominciò egli senz'altro con una sfuriata:
— Brava! Belle cose che mi fai! Bei servigi che mi rendi!... Ed anche questo di venirmi ora qui in casa è proprio un bel piacere che mi vuoi dare... Ma saccorotto! non te l'ho detto le centinaia di volte che non voglio mi veniate qui a trovare, tu e le pari tue?... Sono ben buono io a non farvi mandar via e serrar l'uscio in faccia..... Ti preme parlarmi?... Hai di nuovo qualche favore da chiedermi, qualche buon soggetto da raccomandarmi come quella tua Maddalena?.... Un bell'acquisto, affè di Dio, che mi hai fatto fare!... Io che mi piace vivere tranquillo e che nessuno ficchi il becco nei miei negozi!... Sai che cosa è capitato a quella tua sviata tortorella?.... E' me l'han presa su i birri e tratta in prigione. Ed io aveva messo in mia casa una simile eroina!... Ho avuto un bel spavento oggiquando sono entrato colà.... Tutto era sottosopra; i mobili aperti, i cassetti tirati. «Buono! pensai, quella tortorella mi ha fatto unrepulistied alzato i tacchi; te lo meriti, animale.» Corsi alla Polizia senz'altro; ed appresi che quella giovane era niente meno che un'addetta alla famosacocca, la quale mi ha già vuotato, è poco tempo, la cassaforte, e che tutto quel disordine e quel rifrugamento in casa mia l'aveva fatto l'Autorità per cercare non so che prove, non so che documenti, di cui la birbona era in possesso. Cospetto! Compromettermi colla Polizia, me! Questa è troppo e non me la sarei mai aspettata.
Zoe aveva udito questo diluvio di parole colle braccia incrociate, e pensatevi se con interesse. Ora la sapeva tutto quello che voleva apprendere, e non le restava più nulla da fare in quel luogo: girò sui suoi talloni e s'avviò per partirsi, senza manco aver aperto bocca.
— Ebbene? gridò Bancone meravigliato. Te ne vai di questa guisa? Gli è tutto ciò che avevi tanta urgenza di dirmi?
— Voi avete risposto a tutte le domande che volevo farvi; non ho più nulla da chiedervi. Buona sera.
— Fermati, ascolta, spiegami almeno...
LaLeggeranon volle fermarsi, nè ascoltare, nè spiegar nulla; partì con una rapidità che legittimava il suo nomignolo, e Bancone di peggior umore di prima, senza capirne niente, tornò a finire il suo pranzo.
Per la Zoe fu evidente che presso la Maddalena erano state trovate e prese le lettere della contessa; credette un tradimento di questa e del marito; ne provò tanto furore che in quei primi momenti pensò ogni più orribil cosa per vendicarsene, e sarebbe stata capace di qualunque eccesso; ma poi la solenne promessa ottenuta dal principe, mercè la quale ella nutriva certezza che Luigi sarebbe salvo ad ogni modo, valse a calmarla. Avvisò che non doveva scegliere tal vendetta del conte e della contessa, che compromettendola, facendola forse incarcerare eziandio o cacciare dal regno, la ponesse in condizione da non poter più vegliare all'esecuzione del giuramento principesco, da non poter più giovare al prigioniero; tutta notte lavorò colla fantasia per trovare un mezzo che soddisfacesse a tutte le esigenze e scelse finalmente quello che abbiam veduto minacciato dal suo oltraggioso biglietto alla contessa.
Ella non pose immediatamente in atto il suo perfido disegno, perchè voleva preparare i suoi colpi di modo che fossero i più efficaci, e due giorni passò meditando e combinando un piano infernale contro di Candida; e quando lo aveva tutto perfettamente immaginato e stava per cominciarne l'attuazione, le venne l'ordine espresso ed energico di lasciar in pace la contessa, in un biglietto di Gian-Luigi.
Quel giorno il marchese di Baldissero e Don Venanzio si erano presentati alle carceri con un ordine in buona forma dell'autorità competente, perchè il detenuto Gian-Luigi Quercia fosse posto in comunicazione con S. E. il marchese e colla persona che lo accompagnava e lasciato solo con essi per quanto tempo l'Eccellenza medesima avesse voluto. Il nuovo capoguardiano, succeduto a quello stato destituito e imprigionato, esaminò ben bene quell'ordine, s'inchinò profondamente innanzi al vecchio che aveva titolo e grado di ministro di Stato; ma invece di ubbidire prontamente, disse con una umiltà che intercedeva perdono per l'indugio:
— Scusi, Eccellenza..... l'ordine è in piena regola,... io vorrei affrettarmi a servirla... Ma ci è il Sott'Ispettore che ha sotto la sua speciale osservanza quel prigioniero; ed abbiamo ordine di dipendere in tutto e per tutto da lui rispetto a quell'individuo.....
— Fate quel che dovete fare: disse tranquillamente il marchese: e il capoguardiano sparì portando seco la carta.
Due minuti dopo entrò con passo sollecito Barnaba, il quale esaminava, camminando, con occhio attentissimo quel foglio che a lui aveva rimesso il capoguardiano. Giunto a due passi di distanza dal marchese, levò lo sguardo e lo diresse sul volto del vecchio gentiluomo che stava attendendo con calma, seria e quasi mesta dignità; lo riconobbe di botto e fece un riverente saluto.
— Mille perdoni, Eccellenza: diss'egli. L'importanza del prigioniero, l'audacia de' suoi fautori che tutto son capaci di tentare per liberarlo, ci obbligano alle maggiori precauzioni.....
Il marchese l'interruppe con un gesto che significava: «Va benissimo, e siete compiutamente assoluto: ma ora non fatemi indugiare altrimenti.»
Barnaba, che lo comprese, si rivolse al capoguardiano:
— Introducete questi signori nel parlatorio e sia condotto presso di loro il prigioniero. Li lascierete soli; ma due secondini staranno a ciascuna delle porte.
Il capoguardiano precedette i visitatori in una stanzaccia vicina, e ve li lasciò per andar a prendere ilmedichino. Le pareti di quella stanza erano nude, imbiancate a calce; delle due finestre che si aprivano verso il cortile, una era murata e l'altra munita d'una grossa inferriata piena di ragnateli, lasciava passare poca luce pel riparo della tramoggia che la difendeva esteriormente; questo poco di luce era ancora impedito nel suo filtrar nella camera dal denso strato di polvere e di indefinibile sudiciume che s'era disteso sui piccoli vetri impiombati. Colà dentro, per effetto di ciò, pareva regnar sempre un crepuscolo grigiastro, di giornata invernale nuvolosa. Per mobili eranvi solamenteuna tavola di legno non verniciato, una panca, quattro seggiole impagliate; non vi era fuoco e il freddo faceva densamente vaporoso il fiato delle persone. Il marchese e il parroco ebbero ad aspettare pochissimo tempo che udirono un rumore di chiavi che aprivano dei chiavistelli che si tiravano, poi una cadenza di passi numerosi e pesanti che si accostavano giù d'un corridoio, e quindi videro aprirsi un uscio e circondato da quattro ceffi di secondini, presentarsi il fiero viso di Gian-Luigi Quercia.
Una mano spinse alle spalle il prigioniero, e poichè fu entrato, la porta pesante gli si chiuse dietro. I tre personaggi che rimasero così in presenza si guardarono in faccia.
Quando il capoguardiano aveva aperto la porta della segreta in cui stava rinchiuso ilmedichino, questi era dritto a metà del piccolo stanzino, forse passeggiandovi su e giù come soleva quasi sempre e per iscaldarsi alquanto e per occupare e divertire con quel moto l'attività febbrile della sua mente. All'udire aprir la sua prigione in un'ora affatto insolita, in cui non si usava fare interrogatorii, nè era tempo da recargli cibo, Gian-Luigi guardò tutto meravigliato verso il capoguardiano dietro il quale vide la scorta di quattro uomini.
— Che cosa c'è? domandò egli con un accento di lievissima curiosità.
— Siete domandato in parlatorio.
— Dal giudice istruttore?
— No.
— Da chi dunque!
— Da un signore e da un prete.
Quercia fece un sogghigno.
— Oh oh! Mi si manda già il prete.... E che cosa mi vogliono?
Il capoguardiano si strinse nelle spalle.
— Sentite, continuò ilmedichino: se gli è qualche altro tentativo per farmi parlare, è tutto inutile. Io amo che oramai mi si lasci tranquillo, e non più veder nessuno. Sarebb'egli possibile risparmiarmi la noia di questo colloquio?
— No: è ordine preciso di mettervi in comunicazione con quei signori.
Gian-Luigi represse un sospiro, si passò le mani sulla faccia, quasi volesse con quell'atto fermarsi la maschera d'indifferenza superba che imponeva alle sue sembianze e disse:
— Allora andiamo pure.
E tenne dietro al guardiano accompagnato dai quattro secondini, che tosto gli si misero alle coste.
Al primo presentarsi, Gian-Luigi apparve a Don Venanzio un po' più pallido del solito e dimagrato, ma sempre colla medesima aria d'imponenza, di superiorità e di sicurezza. Il marchese, che non ricordava aver visto mai il sedicente dottor Quercia, fissò non senza una certa emozione il suo sguardo sul giovane che, mossi pochi passi, s'era fermato dinanzi a loro, e fu colpito dalla nobile figura di lui, dalla fiera espressione de' suoi tratti, più di tutto da una abbastanza spiccata rassomiglianza colla defunta sua sorella, prova questa non meno delle altre efficace, della discendenza di quel reo, della consanguinità che a lui, marchese, consigliere della Corona, ministro di Stato, confidente del Re, avvinceva quel miserabile.
Gian-Luigi riconobbe di botto il vecchio sacerdote e l'autorevole gentiluomo ch'egli aveva visto più volte e in sociali convegni e nel corteo del Re; e fosse la vergogna di comparire innanzi a que' due in tale stato e condizione, fosse una subita emozione di sorpresa, un lieve rossore gli soffuse le guancie mentre i suoi occhi si chinavano a terra. Ma fu un istante e nulla più. Le pupille si rialzarono di nuovo con tutta l'usata sicurezza, il volto riprese l'impassibilità abituale coperta dalla vernice della cortesia; ed egli si avanzò verso i due visitatori, col garbo e coll'eleganza di un gentiluomo che riceve personaggi degni del maggior rispetto nel suo salotto.
— Loro signori, diss'egli, a visitare il povero carcerato!... Non mi stupisce di Lei, Don Venanzio; questa è opera di carità, ed Ella è stata posta al mondo per dar l'esempio di tutte le carità: e poi Ella mi conosce e mi fa il generoso regalo di volermi bene. La sua venuta mi prova che questo suo affetto la non me l'ha ritolto, ora ch'io son caduto nella disgrazia; e le accerto che non m'aspettavo punto che fosse altrimenti; ma qual ragione mai può valermi l'onore d'una visita di S. E.?
E' parlava con tanta libertà di spirito ed agiatezza di maniere che il marchese, il quale si sentiva impacciato a dispetto dell'autorità del suo grado, del suo frequente trattare coi più alti personaggi, non potè a meno di pensare quella essere una prova o del soverchio indurimento nel male di quel giovane, o della sua innocenza: osò sperare un istante quest'ultima, e i suoi occhi espressero un desiderio, un'emozione cui notò Gian-Luigi e, non comprendendone il perchè, si affaticò colla mente ad interpretare. Ma per quanto pensasse, non una supposizione glie ne veniva che gli sembrasse avere il senso comune, e tanto si struggeva della curiosità che riusciva a mala pena a frenarla.
Nessuno dei due vecchi aveva ancora risposto, impediti e l'uno e l'altro da diverso turbamento. Quercia, come se fosse nel suo quartiere a far gli onori del sontuoso salotto, accennò con gesto pieno di grazia le seggiole e disse, argutamente sorridendo:
— Facciano il favore d'accomodarsi. Mi rincresce che non ci ho poltrone da offrir loro nè un allegro foco nel camino, che sarebbe troppo necessario in quest'atmosfera da ghiacciaia; ma il generoso padron di casa, che ora mi alberga, non mi concede altre sontuosità da queste.
Siffatta scherzosità dispiacque al marchese: la non gli parve più la sicurezza dell'innocente, ma l'impudenza dell'uomo compiutamente pervertito; la sua nobile fisionomia espresse il disgusto, e la sua fronte si rannuvolò. Gian-Luigi era troppo furbo e pratico osservatore, per non accorgersene subito: smise il suo sogghigno: stese sui suoi lineamenti un velo di mestizia e di dignitoso riserbo, e si volse verso Don Venanzio. Intanto pensava, sempre più intricata in impossibili supposizioni la mente, qual cosa mai menasse da lui quello de' primi fra i potenti personaggi dello Stato.
Don Venanzio aveva gli occhi pieni di lagrime, il petto di sospiri, e guardando il suo antico discepolo, aveva una tale aria di rammarico, di dolore e di tenerezza insieme, che commoveva a vederlo. Dapprima aveva sembrato esitare se dovesse o no stringere ancora quella mano che veniva accusata di opere sì ree; ma la generosa mitezza della sua anima cristiana non lo aveva lasciato lungamente in forse: prese la destra di Gian-Luigi, la serrò con significativa pressione e disse, commossa la voce:
— Crudele figliuolo!... È così, in queste condizioni, in questo luogo ch'io doveva vederti un giorno!.... Te nato per le grandi cose!.... Ah! se tu avessi ascoltato le istruzioni e i consigli del povero vecchio prete!
Quercia lo interruppe con accento in cui l'impazienza era pur vestita di una certa deferente amorevolezza.
— Ella ha tutte le ragioni del mondo, mio caro Don Venanzio; ma pur tuttavia le sue osservazioni entrano nell'ordine di quella scienza del poi, che fu sempre inutile a tutto ed a tutti. Ella sa la massima principale della mia filosofia pratica della vita: quando una cosa è irrimediabile, da folle il disperarsene, e bisogna portarne allegramente la risponsabilità.
— Ma, sventurato! esclamò il buon prete tremando; tu dunque ammetti essere reo de' falli onde ti si accusa?
— Nè ammetto nè nego... Qui non sono a confessione: soggiunse con quel suo mefistofelico sogghigno: d'altronde Ella sa che io e la confessione non ce la diciamo troppo... Sono in mano della giustizia umana, a lei l'adoperarsi coi mezzi che le spettano a scoprire la verità; io lascio fare: e mi darò la soddisfazione di ridere o di maledirla se la sbaglia... Ma questi non sono i discorsi che debbono interessare S. E. il marchese di Baldissero, perchè non credo un sì autorevole personaggio siasi di tanto scomodato per venire a darmi il gusto di una conversazione da avvocato fiscale con un povero inquisito.
Le impressioni che provava il marchese erano molteplici e contrarie: ora badando solo alla voce di chi parlava, alle aggraziate movenze di quel giovane leggiadro, alle fattezze del viso, a certe arie, al complesso esteriore di quell'avvenente persona, egli si sentiva grado grado intenerire dalla dolcezza d'una cara memoria lontana, gli pareva scorgere in quelle le arie, le mosse, le intonazioni di voce di sua sorella, si lasciava vincere da un interessamento che era come la forza della consanguinità che lo spingesse; ora ponendo mente al significato delle parole cui pronunciava quella voce tanto simpatica, provava una ripugnanza contro lo spirito che le dettava, ed una specie di riazione, cancellando ogni ombra di tenerezza, gli rendeva poco meno che odioso quel disgraziato nel quale non vedeva più che un diabolico cinismo.
Alle ultime parole di Gian-Luigi, il marchese lo saettò d'uno sguardo di rampogna, e sedendo, aprì per la prima volta la bocca, parlando con una severa freddezza:
— La verità è quella precisamente che voi non credete. Per ragioni che saprete fra poco, m'importa di molto conoscere se voi siete e potete provarvi innocente. Don Venanzio fa tuttavia tanta stima di voi che afferma, se colpevole, avrete la franchezza di dirlo a chi lealmente v'interrogasse... e non nell'interesse dell'umana giustizia.
— In qual interesse adunque? domandò ilmedichinosedendo ancor egli, sempre colla medesima elegante agiatezza.
— Nel vostro: rispose asciutto il marchese.
— Ed anche nel suo, Eccellenza: soggiunse ratto Gian-Luigi: se io so bene argomentare, poichè la mi ha detto or ora che certe ragioni le rendono importante la conoscenza di questa verità.
Il marchese annuì col capo.
— Sì, anche nel mio.
Gian-Luigi fece un grazioso inchino verso il parroco.
— Ringrazio Don Venanzio della buona opinione che conserva di me. Io son pronto a dargli ragione; perchè Dio mi guardi dal vedere in codesto un tranello teso alla mia buona fede!...
Baldissero fece un atto d'indignata protesta.
— Le giuro che una cosa simile non la crederei mai: continuò ilmedichino; ma per aprire la mia coscienza così di piano a lor signori, a Lei specialmente signor marchese, col quale non vi fu sinora la menoma attinenza che possa condurre ad un simile risultamento, bramerei conoscere quelle ragioni che rendono questo fatto così interessante per V. E.
Il marchese parve esitare.
— Non si tratterebbe che di anticiparmene la comunicazione: soggiunse vivamente Gian-Luigi; poichè Ella stessa mi disse che le avrei sapute fra poco.
Baldissero si raccolse un momento; poi fece un gesto colla mano che significava avrebbe accondisceso al desiderio del giovane. Questi con motovivace di curiosità, trasse innanzi la sua seggiola e, i gomiti appoggiati alle ginocchia, si curvò verso il marchese ad ascoltare.
Dopo un istante, lo zio di Virginia, disse lentamente con voce sommessa e quasi stentata:
— Voi non avete famiglia?
— No: rispose Gian-Luigi riscuotendosi tutto e impallidendo per una subita, violenta emozione che lo assalse.
— Foste abbandonato nell'ospizio...
— Lo fui!...
— Ed avevate per segno di riconoscimento...
— Una lettera stracciata per metà.
Il marchese trasse di tasca un portafogli, lo aprì, ne levò due pezzi di carta sgualcita ed ingiallita dal tempo, e li tese verso il giovane.
— Ecco la lettera intiera.
Quercia sorse in piedi di scatto. La mano del marchese nel porgere la lettera tremava; la mano di Gian-Luigi nel prenderla tremava del pari. Afferrò quei due squarci, li scorse, li esaminò, ne lesse lo scritto. Quei caratteri gli danzavano innanzi agli occhi; la vista gli si abbuiava; una folata di supposizioni faceva ressa nel suo cervello; che si trattasse della sua origine in quel misterioso colloquio glie n'era già, fra i mille altri impossibili, balenato il pensiero. Ora non esisteva più dubbio: aveva quella lettera in mano; la sua famiglia era trovata. Si recò alla fronte i pugni chiusi e premendoveli come per contenere il cervello che era in bollore:
— Chi son io?... Chi son io dunque? esclamò; poi gettò uno sguardo inesprimibile sulla fisionomia mesta e severa del vecchio gentiluomo, tese verso di lui le mani che stringevano ancora e convulsamente quei pezzi di lettera, fece un passo a quella volta con mossa d'ineffabile trasporto e gridò, proprio dal fondo dell'anima:
— Ah! siete voi mio padre!
Il marchese si trasse vivamente all'indietro sulla sua seggiola, come se avesse ricevuto un urto nella fronte e mandò un'esclamazione soffocata. Sostenne un momento col suo lo sguardo vivo, fiammante del giovane che palpitava innanzi a lui, poscia chinò gli occhi con un'espressione che avrebbe potuto dirsi ripugnanza e si coprì colle mani il volto, come se assalito da un accesso di vergogna.
— No, non son io vostro padre: susurrò con voce appena intelligibile. Don Venanzio, mi faccia grazia, racconti Lei a questo infelice tutta la verità.
Ilmedichinofece un cenno al parroco, perchè indugiasse alquanto a cominciar la sua narrazione. Giunto al momento tanto desiderato di apprendere la verità, sentiva, per così dire, tremar l'anima ed aveva bisogno di prepararsi per accogliere con calma il vero qualunque egli si fosse. Si premette colla destra la fronte, coprendosi gli occhi; poi incrociò le braccia e si recò lentamente alla finestra, dove rivolse lo sguardo in su e stette contemplando pochi minuti secondi quella esigua luce grigiastra che pioveva dalla tramoggia; finalmente venne presso il sacerdote; sedette in faccia a lui, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto nelle palme delle mani e disse:
— Parli pure, Don Venanzio.
Ascoltò immobile in quella postura tutto il racconto del parroco. Non un atto manifestò in lui le impressioni ch'e' dovette provarne; il viso, sempre nascosto, non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse l'anima sua. Quando il vecchio prete ebbe finito, tutti si tacquero per un poco; solamente si sentiva il rumore di due respirazioni affannate: quella del marchese e quella di Gian-Luigi.
Fu quest'ultimo che ruppe finalmente il silenzio. Levò dalle mani la faccia che era pallida, pallida, ma con nessun'altra traccia d'emozione, e volse il capo verso il marchese, però senza levare gli occhi su di lui.
— Or bene: disse sommesso e quasi penosamente: or bene, quali intenzioni ha Ella a mio riguardo?
Baldissero non rispose subito; rifletteva profondamente e con visibile amarezza; con voce bassa e stentata egli pure, disse poi:
— Ora capite voi perchè m'importi sapere se voi siete innocente?
Quercia mandò un'esclamazione; volle parlare, ma di subito se ne trattenne; alla pallidezza successe sulle sue guancie un cupo rossore, l'immobilità tenuta fin allora diede luogo per riazione ad un'agitazione irrefrenabile; egli sorse e si mise ad andar su e giù con passo concitato, lasciandosi sfuggir dalle labbra interiezioni, rotti accenti e gridi a mala pena soffocati. La punizione crudelissima a' suoi delitti, di cui aveva fatto cenno Don Venanzio, era piombata in tutta la sua gravezza sull'anima ambiziosa di Gian-Luigi: quel grado a cui egli aspirava, quell'altezza a cui aveva voluto giungere erano suo diritto, li avrebbe potuto arrivare naturalmente ed onestamente; ed egli col suo fatto ora se li era resi impossibili... Impossibili? No, egli non voleva ammettere questa orrenda verità; egli non poteva rassegnarsi a questa troppo fiera condanna. Come! Gli Orti Esperidi della ricchezza e della potenza verrebbero ad aprirglisi ed egli sarebbe impotente ad entrarvi? Avere dinanzi le onorificenze, la grandezza e la gloria, e precipitare nell'ignominia!..... Doveva esserci un mezzo di salvarlo. La famiglia a cui egli apparteneva rappresentava la potenza sociale: e questa poteva creare a sua convenienza il giusto e l'ingiusto: la sua vita anteriore doveva cancellarsi, non esister più, non aver mai esistito. S'era trascinato miserabil bruco nel letame sociale: ora aveva da svegliarsi farfalla al sole della prosperità. Chi alla splendida bellezza della farfalla domanda conto della sua vile esistenza anteriore diverme? A questa sua riabilitazione l'autorità monarchica, la società, la natura medesima parevagli dovessero concorrere. Egli si sentiva rinnovato, risorto per una meravigliosa palingenesi in un essere degno della sua ventura: perchè gli altri non lo avrebbero voluto accettare come tale? Il miserabile trovatello, senza legami nel mondo, poteva essere condannato e giustiziato come un assassino, ma il nipote d'un ministro di Stato, d'un discendente degli eroi delle crociate, d'un consigliere, quasi d'un amico del Re, non doveva aver nulla di comune con quella sorte ignominiosa: sognava la trasmutazione dell'Ernani di Vittor Hugo, ieri bandito, oggi grande di Spagna.
Si fermò innanzi al marchese e ripetè con voce balzellante per èmpito d'emozione la sua prima richiesta:
— Or bene, quali sono ora le sue intenzioni a mio riguardo?... Io sono sangue suo; io sono sangue d'una delle più nobili prosapie del regno... Lo sento bene in me!... L'ho sempre pensato; l'ho sempre saputo! Vedrà zio mio che in me non è tralignata quella pianta.
(All'udirsi chiamare con quel titolo di parentela da tali labbra, il marchese di Baldissero diede in una leggera scossa).
— Il passato che importa? Continuava il giovane. Non esiste più, non ha mai esistito. Quella è la notte, ed ora mi si leva innanzi il giorno. Tutto sarà sepolto nel buio: io sorgerò raggiante nella mia nuova carriera di grandezza.... Signor marchese, glie lo giuro sulla sacra febbre della mia ambizione: io mi sento la potenza di soggiogare il mondo.
Don Venanzio gemette innanzi a quell'audace svelarsi d'un feroce egoismo: il marchese mandò un sospiro.
— Ma voi, disse quest'ultimo con solenne mestizia, non avete ancora risposto a quello che vi ho domandato. Siete voi innocente?
Ilmedichinosi trasse indietro d'un passo e si percosse coi pugni chiusi la fronte.
— Innocente! Innocente! esclamò. Ma le dico che ciò non monta.... Mi tragga di qua.... Gian-Luigi Quercia sarà morto: fra pochi anni sarà perfettamente obliato, fuorchè, come una leggenda, nella memoria dei miserabili... Maurilio di Valpetrosa, poichè quello è il mio vero nome, comparirà essere novello sulla scena più elevata del mondo.... Non sono che al principio della mia giovinezza.... Posso bene sottrarmi per un lustro, a prepararmi, oscura crisalide, alla mia grandezza avvenire... Mi mandi in Francia: andrò soldato in Algeria; mi sacrerò cavaliere al fuoco delle battaglie: sento nelle mie vene il sangue dei prodi nostri avi, signor marchese: cimenterò il mio nuovo nome al battesimo del valore; tornerò coll'illustrazione della gloria, glie lo prometto.
Baldissero levò il suo viso improntato di severità e disse con accento solenne:
— Ma se voi siete colpevole, ciò tutto non toglierà che alla nostra famiglia abbia appartenuto un.....
Non disse la parola, ma Luigi la lesse nell'espressione inorridita dello sguardo, nella piegatura dolorosa delle labbra. Ilmedichinonon osò più sostenere l'incontro degli occhi del marchese.
Questi, dopo un poco, ripigliava con crescente imponenza e gravità:
— E la giustizia, a cui dovete pagare il fio? Perchè credete voi potervi ad essa sottrarre?
— La giustizia è il ragnatelo. Debole moscerino vi sarò impigliato; mi si aiuti a valermi delle mie ali di falco e vi passerò trammezzo.....
Il marchese scosse gravemente la testa.
— Al Re medesimo dissi non è guari che nessuna considerazione avrebbe dovuto sottrarvi alla azione delle leggi: e quello che dissi allora penso anche adesso.
Gian-Luigi scoppiò in queste orribili parole:
— Ella dunque lascierà suo nipote, il figliuolo di sua sorella salire il patibolo?...
A questa cruda confessione di colpevolezza, Baldissero impallidì ancora di più, ma stette come il Farinata di Dante nell'inferno; Don Venanzio mandò un gemito e levò le mani congiunte al cielo.
— Sì, continuava con impeto Gian-Luigi, cui la emozione di quel gravissimo momento aveva tolto il possesso ch'egli soleva avere della sua volontà e della sua anima; sì, sono un miserabile, perchè ho impegnato la lotta contro la vostra società che mi aveva scacciato dal suo seno e me ne lasciai vincere. Ma di chi la colpa? Perchè m'avete respinto? M'avete cacciato nel fango e mi condannate perchè ne vengo fuori imbrattato!.... Fin dalla nascita io ho recato meco le aspirazioni verso quel mondo a cui dovevo appartenere, e che mi fu barbaramente precluso. Sentivo che era mio diritto il penetrarvi, e quando mi vi affacciai conobbi che ogni sforzo sarebbe stato inutile al trovatello per farvisi luogo, e che soli mezzi gli rimanevano da ciò l'inganno e il delitto.... Credete voi ch'io mi vi sia deciso senza strazianti dolori e senza lotte? Quando un bel giorno io mi trovai colle passioni, coi vizi, colle vanità eccitati, irritati, non soddisfatti, senza più un centesimo, in faccia ad una società che schernisce il povero ed il debole; anche a me per prima si affacciò l'idea volgare del suicidio. La somma lasciatami dal medico del villaggio aveva bastato appena a farmi delibare la coppa de' piaceri mondani: la sete se n'era accresciuta e non avevo più mezzi da accostarvi le labbra desiose. Il lavoro era mezzo troppo lento e di troppo miseri effetti. Mi cacciai, come in una voragine, in una casa di giuoco. Perdevo: l'oro esercitava su di me il suo fascino infame ed irresistibile; e vedevopassarmi dinanzi le orde sonore delle monete e sfuggirmi. Avrei dato l'anima al demonio: un arrolatore dell'esercito del male, uno dei capi della segreta congrega dei ribelli sociali mi lesse nel cuore, mi trasse in disparte, mi tastò l'animo indolorito ed infierito, mi espose bruscamente in termini grossolani la teoria delle vicende terrene che incominciava ad essere la mia. Vi è una lotta universale nella creazione organica: tutto quello che vive s'alimenta e si vantaggia di organismi più deboli del suo. L'uomo sfrutta tutto il resto della creazione, appunto perchè si trova al fastigio della medesima: col medesimo diritto l'uomo che è più forte, più accorto, più audace può vantaggiarsi del più debole, più stupido e più timido. Il tentatore cominciò a propormi ed a mostrarmi a giuocare di baro. Divenni maestro nell'arte in breve, e dividemmo i guadagni. Una sera, uscendo dal giuoco, carico appunto d'oro, venni assalito da un assassino, che mi fece luccicare innanzi agli occhi la lama d'un pugnale. Colla destra afferrai la mano che stringeva l'arma, colla sinistra il collo di quell'uomo, e l'ebbi in un attimo messo a terra presso a basire strangolato. Sopraggiunse in quella, per sua fortuna, il mio complice, e lo riconobbe.
« —Graffigna, gli disse, ti sei male indirizzato; costui è dei nostri e tu vedi che polso è il suo.
«Lasciai andare il mio assalitore che si scosse come un cane che vien fuor dall'acqua.
« — Signore: mi disse umilmente, raccattando per terra il suo pugnale: vedo proprio che ho sbagliato e glie ne domando mille perdoni. Ella d'or innanzi ha la mia ammirazione e può contare sulla mia servitù.
«Que' due appartenevano ad una vasta associazione di malfattori che stavasi appunto riordinando e cercava un capo autorevole, coraggioso, intelligente. Non vi dirò tutte le fasi per le quali sono passato prima di diventar io quel capo. Il male, il delitto è una macchina tremenda di ruote e di rocchetti, i cui denti imboccano, e guai chi se ne lascia pigliare pur per un solo lembo del vestito! La forza cieca, meccanica lo trae, lo trae finchè tutto lo ha preso e maciullato. E poi m'ero fatto un concetto più grandioso di quella guerra che avevo bandito agli ordini sociali e degli effetti della medesima..... Mi allontanai per due anni da questa città... Quando vi fui di ritorno ero il capo supremo dellacocca. Quell'attività, quell'intelligenza che ho impiegato nell'opera del delitto, che cosa non avrebbero ottenuto se, rincalzate dall'autorità di potenti aderenze, dall'influenza d'un grado, le avessi rivolte in aiuto della società esistente?... Che cosa non potrei ancora ottenere se mi si accetta, non ostante il mio passato, nel campo degli onesti?
— E ciò è impossibile: interruppe severamente il marchese. Nessuno può fare che il passato non sia. L'avete detto voi stesso testè: ogni uomo deve portare la responsabilità de' suoi fatti. Io qui non sono per giudicarvi: ma vi giudica la coscienza civile rappresentata dalla giustizia umana. Avete violate le leggi della società, questa vi bandisce dal suo seno; nulla si può mutare; quello che deve compirsi si compia.
L'esaltazione a cui era stato in preda fin allora Gian-Luigi sparì ad un tratto; egli si lasciò cadere sopra una seggiola, ed esclamò coprendosi colle mani la faccia:
— E dunque mi si lascierà morire? Dunque non si vuol dare i mezzi ad un'anima come la mia di rigenerarsi e compensare il male? E Lei, marchese, lascierà che la mia ignominia sprizzi fino sul suo blasone?
Successe un istante di penoso silenzio, cui poscia fu Don Venanzio a rompere.
— L'anima umana si rigenera col pentimento, il male si espia colla punizione: disse il buon vecchio prete. Subir questa con rassegnazione, curvandosi ai voleri di Dio, è indizio ed effetto di quello. Pentimento ed espiazione conducono al perdono. Siamo deboli pur troppo noi uomini e le arti dell'eterno nostro nemico sono potenti: ma dall'altra parte immensurabile è la misericordia di Dio, e nessuno di noi può dire dov'ella si arresti e che pure abbia limiti. Se dunque vi è la speranza, anzi la certezza del perdono per tutti, vi è pure la necessità di subire la pena per tutti quelli che fallirono; o sarebbe lesa la giustizia.
— Voi avete dichiarato alla società costituita una guerra, come diceste voi medesimo: così parlò a sua volta il marchese: e rimaneste vinto. Ma voi meglio d'ogni altro, voi di più vivido ingegno, di maggiore istruzione del volgo, sapevate a quali rischi andavate incontro, qual posta mettevate al giuoco, quali conseguenze affrontavate. Avete perduto....
Ilmedichinolevò il capo e interruppe vivacemente con un fiero sorriso:
— Bisogna pagare. Ella ha ragione.
Guardò bene in volto il vecchio gentiluomo e soggiunse, parlando lentamente:
— E dunque che sarà di me verso la famiglia, e della famiglia verso di me?
— Quello che vorrete voi medesimo. La famiglia non rifiuterà di affermare pubblicamente il vero, quando voi lo esigiate, quando a voi piaccia si gravi su di lei una parte di disdoro con nessuna utilità vostra....
Negli occhi di Gian-Luigi corse un lampo.
— La comprendo: diss'egli vivamente; ed affondato di nuovo il volto nelle palme delle mani, stette un poco meditando.
La cristiana santità di quel vecchio povero prete vero seguace del Vangelo, la rigida onestà e la severa onoratezza del vecchio gentiluomo facevano intorno al giovane un ambiente, per così dire, ditanto pura e sana e morale influenza, che tutto quello che v'era ancora di generoso nella traviata e sedotta di lui natura si ridestò, fu suscitato ed ebbe in quel punto nuova e maggior forza che mai.
— Ebbene: soggiunse egli poi levando il capo e sorridendo amaramente: che importa egli al mondo che il figliuolo della marchesa Aurora sia ritrovato o no? che importerà a me medesimo si sappia, se ciò non avrà da mutar per nulla la mia sorte?.... Ch'io scompaia ignoto ed ignorato, portando meco nel sepolcro il mio segreto e l'onore soltanto d'un miserabile plebeo che non ha nome... Hanno essi un onore quella razza di gente?... Avrò fatto alla famiglia che mi ha rigettato ancora questo sacrificio... Io non sono che il misero trovatello, signor marchese, si rassicuri: e morrò come tale.
Spiegò bene i due squarci di lettera che aveva ancora tra mano; li raccostò e li tenne innanzi agli occhi alcuni minuti quasi leggendo e rileggendo lo scritto parecchie fiate, poi disse scuotendo mestamente il capo:
— Ecco tutto ciò che mi rimane del padre mio; ecco tutta la mia eredità nel mondo... Povero mio padre!... Se tu avessi vissuto che cosa avresti fatto di me?
Baldissero che aveva versato il sangue di Valpetrosa, a queste parole che gli ricordavano efficacemente la risponsabilità ond'era aggravato, sentì più viva la fitta del rimorso.
Gian-Luigi accostò quei due pezzi di carta ingiallita alle labbra e ve li premette con passione.
— Addio! Addio memoria di mio padre. Oh potessi credere che tu esisti ancora, essere che fosti qui in terra l'autore della mia vita, e che un giorno ti potrò vedere e conoscere!... Addio tu pure, pensiero della madre mia; addio per sempre: voi non esistete più; tutto ha da essere precipitato nella notte dell'oblio.
Colle mani convulse stracciò in minutissime parti quella lettera e ne sparse al suolo i pezzetti; una lagrima, una lagrima sola colò lentamente sulle sue guancie pallidissime che parean di marmo.
Il marchese si alzò e disse con accento commosso e molto nobilmente:
— Vi ringrazio.
Parve che volesse tendere al prigioniero la mano; ma se ne trattenne.
— Or dunque tutto è finito per me: esclamò con voce tremante quel misero: ogni mio legame con questo mondo è sciolto...
In quel punto, per effetto d'una di quelle complesse visioni della mente che abbracciano un mondo indefinito, passarono innanzi a lui le immagini del suo passato sin dall'infanzia, e l'immagine di quello che avrebbero potuto essere la sua vita e il suo avvenire.
— Oh giovinezza! soggiunse: oh mie sciupate forze di volontà e d'ingegno!... Meglio non avessi abbandonato mai Lei, Don Venanzio, e il villaggio e la povera vecchia Margherita..... Ma l'istinto del sangue mi spingeva. Mi sentivo della razza dei leoni.....
Scosse le spalle con superba mossa da angelo fulminato.
— Ma il rimpiangere che giova?... Fu il destino che così volle..... No, io non rimpiango nulla...... Sono vinto, non sono soggiogato..... Guarderò in faccia la mia sorte fino alla fine col sogghigno che merita questa irrisione di casi che è la vita.
S'interruppe e cambiò tono.
— Sì, v'è pure alcuna cosa che rimpiango. Alcune anime generose mi hanno amato, ed io fui empio e scellerato per esse. Povera Ester! (e represse un sospiro). Povera Maria!..... Povera Candida!..... Le ho odiosamente ingannate e tradite..... Vorrei potere a ciò rimediare... e non ce n'è mezzo nessuno.....
In quella si ricordò delle lettere della contessa di Staffarda, che possedute, com'egli credeva ancora, dalla Zoe, erano per la misera donna una minaccia continua.
— Ah sì, soggiunse, alcuna cosa posso pur fare in favore di una di esse.
Domandò di scrivere poche parole; e il marchese potè dargli un fogliolino di carta ed una matita; Gian-Luigi scrisse alla Zoe l'ordine, la preghiera di restituire alla contessa le lettere, e di non tormentarla altrimenti. Don Venanzio accettò l'incarico di portar egli stesso in persona allaLeggeraquella carta che doveva por fine agli spasimi ed agli sgomenti d'una povera anima: e già vedemmo quali ne fossero gli effetti.
— Ed ora: disse finalmente Gian-Luigi; prego che mi si lasci solo.
Il marchese ed il parroco partirono, quest'ultimo promettendo di tornare a visitare il prigioniero quante più volte gli fosse concesso; e ilmedichinovenne ricondotto nella sua segreta.
Quel che passasse nell'anima sua chi lo potrebbe descriver mai? Certo furono spasimi che dovettero contare come parte migliore della dovuta espiazione innanzi alla clemenza di Dio: ma il segreto di quella tormentosa meditazione fu tra lui, tra l'anima sua e Colui che tutto vede.
Quando i secondini entrarono, parecchie ore più tardi, a portargli il cibo giornaliero, lo trovarono steso sul giaciglio bocconi, la faccia premuta contro la coperta di lana ravvoltolata. All'invito che il secondino gli fece di mangiare, non si mosse punto.
— La è malata? domandò il carceriere.
Ilmedichinoagitò la testa con un atto impaziente che indicava egli non desiderar altro che di essere lasciato stare.
Alla visita della sera, ed ore parecchie erano trascorse, fu trovato ancora nella medesima postura, immobile come un cadavere; e i cibi erano intatti.Il guardiano gli si accostò alquanto sbigottito e lo toccò sovra una spalla: Gian-Luigi sussultò come se fosse stato bruciato da un ferro rovente, e volse verso il carceriere una faccia in cui tanta era l'ira, e tanto insieme il tormento che pareva il sembiante di Satana fulminato. Il secondino s'arretrò intimorito e s'avviò senz'altro per uscire; ma quando fu all'uscio si ricordò che aveva una comunicazione da fargli.
— Debbo avvertirla che domani cominceranno i pubblici dibattimenti del suo processo.
Gian-Luigi si drizzò di scatto.
— Domani? domandò con emozione.
— Sì.
— Va bene.
Il guardiano uscì e il prigioniero stette ad ascoltare con una specie d'interesse il rumore delle serrature che si chiudevano, dei paletti che scorrevano; poi si mise a passeggiare nella sua oscura celletta su e giù, proprio come una belva in gabbia. Comparire al pubblico dibattimento, agli occhi curiosi di tanta gente, spettacolo miserando a quel mondo ch'egli aveva voluto dominare e cui abborriva e disprezzava! Gli era un primo supplizio, quello della gogna; gli era un'anticipazione di quell'ultima ignominiosa scena che aveva da conchiudere la sua vita, sull'infame legno del patibolo. Egli fremeva e rabbrividiva; aveva delle fiamme e dei geli che s'avvicendavano lungo i suoi nervi, entro le sue vene; sentiva la passione morale tradursi in dolori fisici che cominciando dal cervello si propagavano per tutto il suo organismo. Pensò a morire; ma come? Misurò la sua cella; non c'era spazio bastante da prendere un aire di tanta forza da fracassarsi il capo alle pareti: ed egli non voleva a niun conto il ridicolo d'un suicidio non riuscito, il quale poi avrebbe ancora preclusagli la via ad altri tentativi: e nel suicidio oramai era la sola sua speranza.
— Sosterrò anche questa prova: si disse: affronterò gli sguardi di tutta quella canèa di curiosi, la cui onestà non è che codardia; a quelle virtù bacate, a quelle infamie nascoste che si atteggiano a gente onorata, farò abbassare gli occhi sotto il fuoco de' miei e li atterrirò ancora colla mia audacia.
Al mattino volle fare un'elegante acconciatura quale d'un giovane di garbo e di buona società che si reca a far visite di rispetto; e quando lo si venne a prendere nella carcere per condurlo alla sala del pubblico dibattimento, aveva la figura tranquilla e il calmo sorriso d'un uomo sicuro di sè, che non ha rimorsi, nè timori, nè manco soggezioni.
Traversando i corridoi, i suoi occhi incontrarono ad uno svolto quelli affondati del Sott'Ispettore Barnaba.
— Signore, disse Gian-Luigi, accostandosegli. Potrei io avere un colloquio con voi?
Barnaba s'inchinò in segno d'assenso.
— Quando?
— Quando avrete avuta la vostra condanna di morte.
Ilmedichinofece un superbo sorriso, mosse leggermente il capo, come per dire «sta bene;» e passò.